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La chiave della situazione attuale non va quindi cercata tanto in una mancanza di intelligenza, bensì nella forma dei territori ai quali tale intelligenza si applica. È proprio qui il punto dolente: esistono vari territori, incompatibili gli uni con gli altri.
Per semplificare, possiamo supporre che, finora, chi accettava di piegarsi al progetto della modernizzazione poteva trovare il suo posto grazie a un vettore che andava, grosso modo, dal locale al globale.
È verso il Globo con la G maiuscola che tutto si metteva in movimento, ed era quello a definire l’orizzonte al tempo stesso scientifico, economico, morale: il Globo della mondializzazione-plurale. Un riferimento insieme spaziale – la cartografia – e temporale – la freccia del tempo scagliata verso l’avvenire. Questo Globo che ha entusiasmato generazioni in quanto sinonimo di ricchezza, emancipazione, conoscenza e accesso a una vita confortevole, portava con sé una certa definizione universale dell’umano.
Finalmente il mare aperto! Uscire finalmente da casa propria! Finalmente l’universo infinito! Pochi sono coloro che non hanno sentito questo richiamo. Nella misura in cui comprendiamo l’entusiasmo che ha potuto suscitare in coloro che ne hanno tratto vantaggio, non possiamo stupirci dell’orrore che suscita in quelli che ha stritolato al suo passaggio.
Ciò che bisognava abbandonare, per modernizzarsi, era il Locale. Anch’esso munito di maiuscola per non confonderlo con un qualsivoglia habitat primordiale, con qualche terra ancestrale, il suolo da cui sono sorti gli autoctoni. Niente di aborigeno, niente di nativo, niente di primitivo in questo territorio reinventato dopo che la modernizzazione ha fatto sparire ogni vecchio attaccamento al suolo. Si tratta di un Locale per contrasto. Di un anti-Globale.
Una volta definiti questi due poli, si può tracciare una nuova frontiera della modernizzazione. Un fronte tracciato proprio dall’ingiunzione a modernizzarci, che ci ha preparato a tutti i sacrifici, a lasciare la nostra provincia natale, ad abbandonare le nostre tradizioni, a rompere con le nostre abitudini, se intendiamo “andare avanti”, partecipare al movimento generale di sviluppo, in una parola approfittare del mondo.
Eravamo in realtà divisi tra due ingiunzioni contraddittorie: in avanti verso l’ideale del progresso; indietro verso il ritorno alle antiche certezze; ma questa esitazione, questa indecisione, in fin dei conti ci andava benissimo. Come i parigini sanno ritrovare il corso della Senna attraverso la serie dei numeri pari e dispari delle loro strade, così noi sapevamo situarci nel corso della storia.
C’erano, certo, dei contestatori, ma si trovavano sull’altro lato del fronte della modernizzazione. Erano i (neo)autoctoni, gli arcaici, i vinti, i colonizzati, i dominati, gli esclusi. Grazie a questa pietra di paragone, si poteva, senza correre il rischio di sbagliare, trattarli da reazionari, in ogni caso da antimoderni o da emarginati. Potevano protestare finché volevano, i loro piagnistei non facevano che giustificare la critica.
Era brutale, forse, ma in fondo il mondo aveva un senso. La freccia del tempo andava da qualche parte.
Una tale individuazione era tanto più facile perché su questo vettore si era proiettata la differenza Destra/Sinistra oggi messa in dubbio.
Ciò complicava le cose perché, a seconda degli oggetti del contendere, Sinistra e Destra non erano intesi nello stesso senso.
Se, per esempio, l’argomento era l’economia, c’era una Destra che voleva spingersi sempre più verso il Globale, mentre una certa Sinistra (ma anche una Destra meno radicale) avrebbe voluto limitare, rallentare, proteggere i più deboli contro le forze del Mercato (le maiuscole servono solo a ricordare che si tratta di semplici punti di riferimento ideologici).
Se l’argomento era invece la “liberazione dei costumi” e, più precisamente, le questioni sessuali, si trovava una Sinistra che voleva spingersi sempre più verso il Globale, mentre la Destra (ma anche una certa Sinistra) rifiutava con forza di farsi trascinare su questa “china pericolosa”.
Tutto ciò complicava un po’ l’attribuzione delle qualifiche di “progressista” e “reazionario”. Ma si potevano comunque trovare dei veri “reazionari” – che erano al tempo stesso contro le “forze del mercato” e contro la “liberazione dei costumi” – e dei veri “progressisti”, Sinistra e Destra assieme, che si lasciavano attrarre dal Globale, per liberare sia le forze del capitale sia la diversità dei costumi.
A parte queste sottigliezze, si arrivava comunque a riconoscersi per la buona, anzi eccellente, ragione che tutte le posizioni continuavano a collocarsi lungo lo stesso vettore. Il che permetteva di individuarle come si legge la temperatura di un paziente seguendo le gradazioni di un termometro.
La direzione della storia era data, ci potevano essere ostacoli, “passi indietro”, “accelerate”, persino “rivoluzioni”, “recuperi”, ma non un cambiamento radicale nell’ordinamento generale delle posizioni. A seconda degli oggetti del contendere, il senso poteva variare, ma c’era una sola direzione, quella prodotta dalla tensione tra i due poli, il Globale e il Locale (anche qui si tratta solo di comode astrazioni).
Siccome il discorso si va facendo sempre più complicato, potrebbe servire uno schema. La forma canonica (figura 1) consente di collocare il Locale-da-modernizzare e il Globale-della-modernizzazione come due attrattori contrassegnati da 1 e 2. Tra i due, il fronte di modernizzazione che distingue chiaramente ciò che è avanti e ciò che è dietro, così come la proiezione sul vettore di differenti modi di essere di Destra o di Sinistra, per forza di cose semplificati.
Questo Globale e questo Locale ignorano ovviamente tutti gli altri modi di essere locale e globale che l’antropologia ci ha mostrato e che restano invisibili per i Moderni e quindi non fanno parte dello schema – almeno per il momento. Essere moderni, per definizione, significa proiettare ovunque sugli altri il conflitto tra il Locale e il Globale, tra l’arcaico e il futuro con cui i non-moderni, ovviamente, non hanno nulla da spartire.
(Per completezza, bisognerebbe aggiungere un prolungamento all’infinito del progetto dell’attrattore numero 2, che sognano ancora coloro che vogliono sfuggire ai problemi del pianeta andando su Marte, o teletrasportandosi nei computer o riuscendo a diventare postumani grazie al miraggio del dna, delle scienze cognitive e dei robot.1 Questa forma estrema di “neo-ipermodernismo” non fa che accelerare fino alla vertigine l’antico vettore e non ha quindi rilevanza per quanto segue.)
Che cosa succede a questo sistema di coordinate se la mondializzazione-plurale diventa la mondializzazione-univoca? Se ciò che attraeva con la forza dell’evidenza, trascinando dietro di sé il mondo intero, diventa qualcosa sentito confusamente come un ostacolo da cui solo alcuni trarranno profitto? Inevitabilmente, anche il Locale, per reazione, torna di nuovo ad attrarre.
Ma ecco che non è più lo stesso Locale. Alla fuga scomposta verso la mondializzazione-univoca fa da contraltare la fuga scomposta verso il Locale-univoco, quello che promette tradizione, protezione, identità e certezza all’interno di frontiere nazionali o etniche.
Ed ecco il dramma: il Locale modificato non è più verosimile, non è più abitabile della mondializzazione-univoca. Si tratta di un’invenzione retrospettiva, di un residuo di territorio, di ciò che resta una volta che lo si è definitivamente perduto modernizzandosi. Che cosa c’è di più irreale della Polonia di Kacyński, della Francia del Fronte Nazionale, dell’Italia della Lega Nord, della Gran Bretagna ristretta della Brexit o dell’America great again del grande Impostore?
Ciò non impedisce che questo secondo polo attiri quanto l’altro, soprattutto quando le cose vanno male e l’ideale del Globo sembra allontanarsi sempre più.
I due attrattori hanno finito per allontanarsi talmente l’uno dall’altro che non si ha neppure il piacere di esitare, come prima, tra i due. È ciò che i commentatori chiamano “brutalizzazione” delle discussioni politiche.
Perché il fronte della modernizzazione abbia una certa credibilità, perché organizzi in modo durevole il senso della storia, bisognerebbe che tutti gli attori stessero nello stesso ambito, o almeno che potessero condividere un minimo orizzonte comune, tirando gli uni a destra e gli altri a sinistra.
I seguaci della globalizzazione così come quelli del ritorno all’indietro si sono dati tutti a una rapida fuga, in una gara di irrealismo. Bolla contro bolla; gated community contro gated community.
Al posto di una tensione, abbiamo ormai un abisso. Al posto di una linea del fronte, non si vede altro che la cicatrice di una vecchia battaglia a favore o contro la modernizzazione dell’intero pianeta. Non c’è più un orizzonte condiviso – anche solo per stabilire chi è progressista e chi reazionario.2
Ci si ritrova come i passeggeri di un aereo decollato con destinazione Globale, ai quali il pilota ha annunciato di essere costretto a invertire la rotta perché non è più possibile atterrare in quell’aeroporto, e che terrorizzati si sentono dire (“Ladies and gentlemen, this is the captain speaking again”) che anche la pista di soccorso, il Locale, è impraticabile. Possiamo ben immaginare i passeggeri accalcarsi con una certa angoscia per cercare di intravedere attraverso i finestrini il punto di un possibile atterraggio che eviti il rischio dello schianto – anche se contano, come nel film di Clint Eastwood, sui riflessi di Sully, il loro comandante di bordo.3
Che cos’è successo, dunque? Dobbiamo supporre che qualcosa ha piegato la freccia del tempo, una potenza insieme antica e imprevista che ha prima disturbato, poi turbato e infine dissolto i progetti degli ex Moderni.
È come se l’espressione mondo moderno fosse diventata un ossimoro. O è moderno, ma allora non c’è un mondo sotto i nostri piedi; oppure è un vero mondo, ma allora non sarà modernizzabile. Fine di un certo arco storico.
All’improvviso è come se, ovunque e contemporaneamente, un terzo attrattore avesse sviato, risucchiato, assorbito tutti i soggetti del conflitto, rendendo impossibile qualsiasi orientamento secondo la vecchia linea di fuga.
È a questo punto della storia, è in questo snodo che ci troviamo oggi.
Troppo disorientati per allineare le posizioni lungo l’asse che andava dal vecchio al nuovo, dal Locale al Globale, ma ancora incapaci di dare un nome, fissare una posizione, o anche semplicemente descrivere questo terzo attrattore.
Tuttavia qualsiasi orientamento politico dipende da un passo di lato: dobbiamo decidere chi ci aiuta e chi ci tradisce, chi è amico e chi nemico, con chi allearsi e contro chi combattere – ma secondo una direttiva che non è più tracciata.
In ogni caso niente ci autorizzerebbe a riutilizzare i vecchi marcatori come “Destra” e “Sinistra”, “liberazione”, “emancipazione”, “forze del mercato”. E persino quei marcatori dello spazio e del tempo che così a lungo sono sembrati evidenti come “avvenire” o “passato”, “Locale” o “Globale”.4
Bisogna mappare tutto di nuovo. E, in più, farlo con urgenza, prima che i sonnambuli finiscano per calpestare nella loro fuga cieca ciò a cui teniamo.
1. Si veda il sito della Singularity University: su.org, consultato il 7 agosto 2017.
2. La moltiplicazione a Destra come a Sinistra di rivendicazioni sempre più stridenti, per attenersi a un’identità individuabile e per definire la politica come l’attaccamento a valori non negoziabili, mostra che il secondo polo, quello del Globo, non esercita più quell’attrazione che consentiva di fonderle in un progetto universale.
3. Ringrazio Jean-Michel Frodon per questo riferimento al film Sully, del 2016.
4. Si veda il testo di Eric Hazan e Julien Coupat su Libération, 24 gennaio 2016. L’articolo spiega bene che non si tratta più di piegarsi al vettore tradizionale: “Vogliamo innescare una destituzione pezzo per pezzo di tutti gli aspetti dell’esistenza presente. Gli ultimi anni ci hanno provato assai bene che, per questo, si trovano ovunque degli alleati. Bisogna riportare sulla terra e riprendere in mano tutto ciò a cui le nostre vite sono appese e che continua a sfuggirci. Quello che prepariamo non è un assalto, ma un movimento di sottrazione continua, la distruzione attenta, dolce e metodica di ogni politica al di sopra del mondo sensibile” (corsivo mio). Il termine “destituzione” – anche se sarebbe più giusto parlare di restituzione – potrebbe offrire una buona traduzione dell’inglese reclaim.