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Le élite oscurantiste avrebbero preso la minaccia sul serio; sarebbero giunte alla conclusione che il loro dominio era minacciato; avrebbero deciso di smantellare l’ideologia di un pianeta comune a tutti; avrebbero compreso che un simile abbandono non poteva assolutamente essere reso pubblico, che bisognava quindi annullare le conoscenze scientifiche all’origine di tutto questo movimento agendo nel massimo segreto. È quanto è avvenuto negli ultimi trenta-quarant’anni.
L’ipotesi parrebbe inverosimile: l’idea della denegazione assomiglia troppo a un’interpretazione psicoanalitica o a una teoria del complotto.1
Non è impossibile tuttavia documentarla per il ragionevole motivo che le persone fanno in fretta a sospettare di ciò che si vuole loro nascondere e che agiscono di conseguenza.
Se mancano prove evidenti, gli effetti sono invece ben visibili. Per il momento, quello più illuminante è il delirio epistemologico che si è impossessato della scena pubblica a partire dall’elezione di Trump.
La denegazione non è una situazione comoda. Denegare significa mentire a freddo; poi dimenticare che si è mentito – avendo però comunque costante memoria di questa menzogna. È qualcosa che mina. Ci si può quindi domandare che cosa un simile nodo produca nelle persone che si sono così messe in trappola. È una cosa che le rende folli.
Ed è anzitutto il “popolo” che i commentatori accreditati sembrano scoprire all’improvviso. I giornalisti si sono appropriati dell’idea che il popolo sia diventato un sostenitore dei “fatti alternativi” al punto da dimenticare ogni forma di razionalità.
Ci si mette ad accusare della brava gente di compiacersi della propria visione angusta, delle proprie paure, della propria innata sfiducia nelle élite, della propria deplorevole indifferenza nei confronti dell’idea stessa di verità e soprattutto della propria passione per l’identità, il folklore, l’arcaismo, le frontiere – e infine, per completare il quadro, di una colpevole indifferenza per i fatti.
Di qui il successo dell’espressione “realtà alternativa”.
Ciò significa dimenticare che il “popolo” è stato tradito a freddo da coloro che hanno abbandonato l’idea di realizzare davvero la modernizzazione del pianeta con tutti, perché hanno saputo, prima degli altri, che era una cosa impossibile – proprio per la mancanza di un pianeta abbastanza grande da contenere i loro sogni di una crescita per tutti.
Prima di accusare il “popolo” di non credere più a niente, si dovrebbero anzitutto calcolare gli effetti di un simile tradimento a livello di fiducia, dal momento che è stato abbandonato e lasciato senza riparo.
Nessuna conoscenza certa, lo sappiamo bene, si regge da sé. I fatti restano saldi solo quando c’è una cultura comune che li sostiene, ci sono istituzioni di cui potersi fidare, una vita pubblica grosso modo decente, dei media almeno un po’ affidabili.2
E si vorrebbe che persone alle quali non è stato detto a chiare lettere (ma che comunque lo intuiscono) che tutti gli sforzi di modernizzazione fatti da due secoli a questa parte rischiavano di andare all’aria, che tutti gli ideali di solidarietà erano stati gettati in mare da quegli stessi che li governavano – si vorrebbe che queste persone avessero per i fatti scientifici la fiducia di un Louis Pasteur o di una Marie Curie!
Ma il disastro epistemologico è altrettanto grande in coloro che hanno il compito di portare a termine questo formidabile tradimento.
Per convincersene basta vedere il caos che regna quotidianamente alla Casa Bianca dall’arrivo di Trump. Come si fa a rispettare la certezza dei fatti quando si deve negare l’enormità della minaccia e condurre senza dichiararla una guerra mondiale contro tutti gli altri? È come abitare con il proverbiale “elefante in un negozio di cristalli” o con il rinoceronte di Ionesco. Niente di più scomodo. Questi grossi animali russano, fanno rumore, barriscono, vi schiacciano e vi impediscono di mettere tre idee in fila. Lo Studio Ovale è diventato un vero e proprio zoo.
La denegazione avvelena tanto coloro che mettono in atto l’abbandono, quanto coloro che ritengono di essere le vittime (vedremo più avanti la particolarità di quell’inganno [tromperie] che è il “trumpismo”).
L’unica differenza, ma è una differenza enorme, è che i super-ricchi, di cui Trump non è che il tramite, hanno aggiunto alla loro fuga questo crimine inespiabile: la negazione ossessiva delle scienze del clima. A causa di ciò, la gente comune ha dovuto districarsi in un groviglio di informazioni, senza che le sia mai stato detto che la modernizzazione era finita e che era inevitabile il cambiamento di regime.
La gente comune, che già aveva la tendenza a diffidare di tutto, è stata indotta, al costo di miliardi di dollari investiti nella disinformazione, a diffidare di un fatterello non da poco come il mutamento del clima.3 Ora, per avere una possibilità di uscirne in tempo, occorreva che la gente comune prendesse in fretta coscienza della gravità di questo fatto così da spingere i politici ad agire prima che fosse troppo tardi. Il pubblico avrebbe potuto trovare un’uscita d’emergenza, ma gli scettici del clima si sono messi di mezzo per impedirne l’accesso. È questo il crimine che si dovrà processare, quando verrà il tempo del giudizio.4
Non ci si rende abbastanza conto che la questione del negazionismo climatico orienta l’intera politica del tempo presente.5
È con molta leggerezza, dunque, che i giornalisti parlano di una politica della “post-verità”. Non sottolineano il motivo per cui alcuni hanno deciso di continuare a fare politica abbandonando volontariamente il legame con la verità che li atterriva – e non senza ragione. Né il motivo per cui le persone comuni hanno deciso – anch’esse non senza ragione – di non credere più a niente. Visti i rospi che si è voluto far ingoiare loro, si capisce che diffidino di tutto e non vogliano stare a sentire altro.
La reazione dei media prova che la situazione non è migliore, ahimè, in coloro che si vantano di essere rimasti “spiriti razionali”, che si indignano per l’indifferenza per i fatti del re Ubu, o che bollano di stupidità le masse ignare. Essi continuano a credere che i fatti stiano in piedi da soli, senza un mondo condiviso, senza istituzione, senza vita pubblica, e che basterebbe riportare tutta questa brava gente in una bella aula di una volta, con tanto di lavagna e compiti sul banco, perché alla fine la ragione trionfi.
Sono presi anch’essi nella rete della disinformazione. Non si accorgono che non serve a niente indignarsi per il fatto che le persone “credono a fatti alternativi”, quando vivono di fatto in mondi alternativi.
Si tratta di sapere non come rimediare agli errori del pensiero, ma come condividere la stessa cultura, far fronte alle medesime sfide, rispetto a un paesaggio che può essere esplorato insieme. Si ripresenta qui il solito vizio dell’epistemologia che consiste nell’attribuire a deficit intellettuali ciò che è molto semplicemente un deficit di pratica comune.
1. Il problema delle teorie del complotto, come ha ben capito Luc Boltanski, è che a volte sono quanto di più reale vi sia (L. Boltanski, Énigmes et complots. Une enquête à propos d’enquêtes, Gallimard, Paris 2012). Siamo tentati di crederlo leggendo l’ultimo libro di N. MacLean, Democracy in Chains. The Deep History of the Radical Right’s Stealth Plan for America, Penguin Random House, London 2017.
2. D. Pestre, Introduction aux Science Studies, La Découverte, Paris 2006; per una presentazione e una sintesi didattica: B. Latour, Cogitamus. Sei lettere sull’umanesimo scientifico, tr. it. il Mulino, Bologna 2013.
3. J. Hoggan, Climate Cover-Up. The Crusade to Deny Global Warming, Greystone Books, Vancouver 2009.
4. Si veda il piccolo e sconvolgente libro di E.M. Conway, N. Oreskes, Il crollo della civiltà occidentale. Una storia del futuro, Piano B, Prato 2015.
5. Ciò non vuol dire che i commentatori ne siano consapevoli. In un libro manifesto pubblicato in dodici lingue che riunisce le opinioni di intellettuali sulla “grande regressione” – in altri termini, sulla sorpresa che li coglie di fronte al diffondersi del populismo – un solo capitolo, il mio, verte sulla questione: H. Geiselberger (a cura di), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, tr. it. Feltrinelli, Milano 2017.