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Deve essere successo qualcosa, un evento davvero straordinario, per far cambiare così rapidamente di segno l’ideale della mondializzazione. Per poterlo individuare conviene precisare l’ipotesi di scienza politica – o meglio di fantapolitica – annunciata nell’introduzione.
Dobbiamo supporre che, a partire dagli anni Ottanta, sempre più persone – attivisti, scienziati, artisti, economisti, intellettuali, partiti politici – abbiano colto i pericoli crescenti nelle relazioni fino ad allora piuttosto stabili che la Terra aveva con gli esseri umani.1 Nonostante le difficoltà, questa avanguardia è riuscita ad accumulare prove evidenti che la cosa non poteva durare, che la Terra stessa avrebbe finito per opporre resistenza.
Prima, era evidente a tutti che la questione dei limiti si sarebbe necessariamente posta, ma la decisione comune, almeno presso i Moderni, era stata di ignorarla sprezzantemente per una stranissima forma di disinibizione.2 Si poteva continuare a saccheggiare il suolo, farne uso e abuso senza dare ascolto a tutti i profeti di disgrazie, dato che il suolo stesso rimaneva saldo!
E tuttavia, a poco a poco, ecco che sotto il suolo della proprietà privata, dell’accaparramento delle terre, dello sfruttamento dei territori, un altro suolo, un’altra terra, un altro territorio, si è messo a rumoreggiare, a tremare, a scomporsi. Una sorta di terremoto, per così dire, che faceva affermare a questi pionieri: “Attenti, niente sarà più come prima; pagherete caro il ritorno della Terra, lo scatenamento di potenze finora docili”.
È a questo punto che interviene l’ipotesi di fantapolitica: questa minaccia, questo avvertimento, sarebbe stato recepito forte e chiaro da altre élite, certo meno illuminate, ma con grossi mezzi e grandi interessi e, soprattutto, estremamente sensibili alla sicurezza delle loro immense fortune e al mantenimento del proprio benessere.
Bisogna supporre che queste élite abbiano compreso perfettamente che l’avvertimento era giusto, ma da questa evidenza, divenuta nel corso degli anni sempre più indiscutibile, non avrebbero tratto la conclusione che avrebbero dovuto pagare, e a caro prezzo, lo sconvolgimento della Terra. Esse sarebbero state abbastanza illuminate da registrare il pericolo, e troppo poco illuminate per condividerne pubblicamente gli effetti.
Ne avrebbero invece tratto due conseguenze, sfociate oggi nell’elezione di un Ubu re alla Casa Bianca: “In primo luogo, sì, si dovrà pagare cara questa svolta, ma i piatti rotti li dovranno pagare gli altri, di certo non noi; e, in secondo luogo, la verità sempre meno discutibile del Nuovo Regime Climatico, continueremo a negarla fino alla morte”.
Sono queste due decisioni che ci inducono a collegare ciò che, a partire dagli anni Ottanta, ha preso il nome di “deregulation” o “smantellamento dello Stato sociale”, con il “negazionismo climatico”3 degli anni Duemila e, soprattutto, con l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze degli ultimi quarant’anni.4
Se l’ipotesi è corretta, si tratta di un unico fenomeno: le élite si sono talmente convinte che non ci sarebbe stata vita futura per tutti che hanno deciso di sbarazzarsi il prima possibile di tutti i fardelli della solidarietà: è la deregulation; hanno deciso che bisognava costruire una sorta di fortezza dorata per una minoranza che avrebbe potuto cavarsela: è l’esplosione delle disuguaglianze; e che, per dissimulare il cieco egoismo di una simile fuga dal mondo comune, bisognava negare in tutti i modi la minaccia che stava all’origine di questa pazza fuga: è la negazione del mutamento climatico.
Per riprendere la metafora derivata dal Titanic: le classi dirigenti hanno capito che il naufragio era certo; si sono impossessate delle scialuppe di salvataggio; hanno chiesto all’orchestra di continuare a suonare delle ninnenanne e hanno approfittato del buio della notte per svignarsela prima che l’eccessiva inclinazione della nave mettesse in allarme le altre classi!5
Un episodio illuminante, che invece non ha niente di metaforico, è il seguente: la compagnia Exxon Mobil, agli inizi degli anni Novanta, con piena cognizione di causa, dopo aver pubblicato eccellenti articoli scientifici sui pericoli del cambiamento climatico, prende la decisione di investire massicciamente nell’estrazione frenetica del petrolio e contemporaneamente nella campagna, altrettanto frenetica, a sostegno dell’inesistenza della minaccia.6
Quelle che possiamo ormai chiamare le élite oscurantiste hanno capito che, se volevano sopravvivere con i loro agi, non dovevano più fare finta, nemmeno per sogno, di condividere la terra con il resto del mondo.
Questa ipotesi permetterebbe di spiegare come la mondializzazione-plurale sia diventata la mondializzazione-univoca.
Se fino agli anni Novanta si poteva (se si voleva) associare l’orizzonte della modernizzazione alle nozioni di progresso, emancipazione, ricchezza, comfort, perfino lusso, e soprattutto di razionalità, la furia della deregulation, l’esplosione delle disuguaglianze, l’abbandono della solidarietà l’hanno a poco a poco associato a una decisione arbitraria spuntata dal nulla solo per il profitto di alcuni. Il migliore dei mondi è diventato il peggiore.
Dall’alto del parapetto della nave, le classi inferiori, ormai del tutto sveglie, vedevano le scialuppe di salvataggio allontanarsi sempre più. L’orchestra continuava a suonare Più vicino a te, mio Dio! ma la musica non riusciva più a coprire le urla di rabbia…
Proprio di rabbia si deve parlare, se vogliamo capire la reazione di sfiducia e incomprensione rispetto a un tale abbandono, a un tale tradi-mento.
Se le élite, a partire dagli anni tra il 1980 e il 1990, hanno intuito che la festa era finita e che bisognava costruire il più in fretta possibile delle gated communities7 per non dover più condividere alcunché con le masse – e soprattutto con quelle “di colore”, che presto si sarebbero messe in marcia su tutto il pianeta perché scacciate dalle loro case –, possiamo immaginare che anche gli emarginati abbiano ben presto capito che, se la globalizzazione veniva gettata alle ortiche, allora avevano a loro volta bisogno di gated communities.
La reazione degli uni trascina quella degli altri – poiché entrambi reagiscono a una reazione ben più radicale, quella della Terra che ha smesso di incassare i colpi e li restituisce sempre più violentemente.
L’incastro è solo apparentemente irrazionale; non dobbiamo infatti dimenticare che si tratta di un’unica reazione a catena la cui origine va cercata in quella della Terra alle nostre imprese. Siamo stati noi a cominciare – noi, il vecchio Occidente e, più precisamente, l’Europa. Non c’è niente da fare: bisogna imparare a convivere con le conseguenze di questi scatenamenti.
Non si comprende nulla della crescita impressionante delle disuguaglianze, né dell’“ondata populista”, né della “crisi migratoria” se non si comprende che si tratta di tre risposte, in fondo comprensibili anche se inefficaci, alla formidabile reazione di un suolo a ciò che la globalizzazione gli ha fatto subire.
Davanti alla minaccia, si sarebbe deciso non di farvi fronte, ma di fuggire. Alcuni nell’esilio dorato dell’1% – “Prima di tutto devono essere protetti i super-ricchi!” –, altri aggrappandosi a frontiere sicure – “Per pietà, lasciateci almeno la sicurezza di un’identità stabile!” – e altri, infine, i più miserabili, prendendo la via dell’esilio.
A conti fatti, tutti sono effettivamente degli “emarginati della mondializzazione” (univoca) – che comincia a perdere il suo potere di attrazione.
1. Su questo si veda, tra gli altri, S.R. Weart, Febbre planetaria, tr. it. Orme, Milano 2005.
2. J.-B. Fressoz, L’Apocalypse joyeuse. Une histoire du risque technologique, Seuil, Paris 2012.
3. N. Oreskes, E.M. Conway, Merchants of Doubt, Bloomsbury Press, Bloomsbury 2012.
4. La datazione è ovviamente molto vaga ma non contrasta con i dati di Thomas Piketty (Il capitale nel xxi secolo, tr. it. Bompiani, Milano 2014) e con la meticolosa ricerca condotta da Dominique Pestre sul modo in cui la scienza economica ha assorbito eufemisticamente l’ecologia. Si veda in particolare D. Pestre, “La mise en économie de l’environnement comme règle, 1970-2010. Entre théologie économique, pragmatisme et hégémonie politique”, in Écologie et Politique, 52, 2016. Le reazioni al rapporto del Club di Roma del 1972 possono servire da riferimento cronologico. Si veda la tesi di É. Vieille-Blanchard, Les Limites à la croissance dans un monde global. Modélisations, prospectives, réfutations, ehess, Paris 2011.
5. Per uno stupefacente profilo psicologico del proprietario del Titanic sopravissuto al naufragio, si veda F. Wilson, How to Survive the Titanic: The Sinking of J. Bruce Ismay, Harper, New York 2012.
6. Si veda D. Kaiser, L. Wasserman, “The Rockefeller family fund takes on Exxon Mobil”, in New York Review of Books, 8 e 22 dicembre 2016; G. Supran, N. Oreskes, “Assessing ExxonMobil’s climate change communications (1977-2014)”, in Environmental Research Letters, 12, 2017.
7. E. Osnos, “Doomsday prep for the super-rich”, in New Yorker, 30 gennaio 2017.