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Per i popoli che avevano deciso di “modernizzare” il pianeta la questione non si poneva. Si poneva, e molto dolorosamente, solo per coloro che per quattro secoli hanno subito l’impatto delle “grandi scoperte”, degli imperi, della modernizzazione, dello sviluppo e infine della globalizzazione. Essi sanno perfettamente che cosa significhi essere privati della propria terra. E sanno anche molto bene che cosa vuol dire esserne cacciati. Sono diventati necessariamente esperti nei modi di sopravvivere alla conquista, allo sterminio, alla depredazione del proprio suolo.

La grande novità per i popoli cosiddetti modernizzatori è che ormai tale questione riguarda anche loro. È meno sanguinosa, meno brutale, meno individuabile forse, ma si tratta comunque di un attacco di estrema violenza per sottrarre il territorio a coloro che finora hanno posseduto un suolo – il più delle volte perché lo avevano preso ad altri, nel corso di guerre di conquista.

Ecco che si aggiunge un senso imprevisto al termine “postcoloniale”, come se ci fosse un’aria di famiglia tra due sentimenti di perdita: “Avete perduto il vostro territorio? Ve lo abbiamo preso noi? Sappiate che lo stiamo perdendo a nostra volta…”. E quindi, paradossalmente, in mancanza di una fratellanza che risulterebbe sconveniente, si delinea una specie di nuovo legame che sposta il conflitto classico: “Come avete fatto a resistere e a sopravvivere? Ecco quel che sarebbe utile che anche noi imparassimo da voi”.1 Domande a cui fa eco in sottofondo la risposta ironica: “Welcome to the club!”.

In altri termini, l’impressione di vertigine, quasi di panico, che attraversa l’intera politica contemporanea, deriva dal fatto che a tutti viene a mancare il terreno sotto i piedi, come se ci si sentisse attaccati da ogni parte nelle proprie abitudini e nei propri possedimenti.

Avete notato che le emozioni che si mettono in gioco sono diverse a seconda che vi si chieda di difendere la natura oppure di difendere il vostro territorio. Nel primo caso sbadigliate di noia, nel secondo eccovi immediatamente mobilitati.

Se la natura è diventata il territorio, non ha più senso parlare di “crisi ecologica”, di “problemi ambientali”, di “biosfera” da ritrovare, da preservare, da proteggere. È qualcosa di molto più vitale, esistenziale – e anche molto più facile da comprendere perché molto più diretto. Quando vi si tira il tappeto da sotto i piedi, capite immediatamente che dovete preoccuparvi del pavimento…

Il problema è che un attaccamento, uno stile di vita ci vengono sottratti, un suolo, una proprietà cedono sotto i nostri passi; e l’inquietudine tormenta ugualmente tutti: ex colonizzatori così come ex colonizzati. Anzi, no! In realtà, getta nel panico molto più gli ex colonizzatori, meno abituati a questa situazione, che non gli ex colonizzati. Quel che è certo è che tutti si ritrovano di fronte a una mancanza universale di spazio da condividere e di terra abitabile.

Ma da dove deriva il panico? Dal profondo sentimento di ingiustizia che hanno provato coloro che si sono visti privati della propria terra al momento delle conquiste, poi durante la colonizzazione e infine nell’epoca dello “sviluppo”: una potenza venuta da fuori vi priva del vostro territorio e voi non avete su di essa alcun potere. Se questa è la globalizzazione, allora si comprende retrospettivamente perché resisterle è sempre apparsa l’unica soluzione; perché i colonizzati hanno sempre avuto ragione di difendersi.

Questo è il nuovo modo in cui possiamo concepire l’universale condizione umana, un’universalità di certo perversa (a wicked universality), ma la sola di cui disponiamo, ora che la precedente, quella della globalizzazione, sembra sparire dall’orizzonte. La nuova universalità è sentire che il suolo sta venendo meno.

Non è sufficiente per mettersi d’accordo e prevenire le guerre future per l’appropriazione dello spazio? Probabilmente no, ma è la nostra unica via d’uscita: scoprire in comune quale territorio sia abitabile e con chi condividerlo.

L’alternativa è fare come se niente fosse e, proteggendosi dietro una muraglia, prolungare il sogno a occhi aperti dell’American way of life, di cui sappiamo che nove o dieci miliardi di esseri umani non si avvantaggeranno…

Migrazioni, esplosioni di disuguaglianze e Nuovo Regime Climatico costituiscono un’unica minaccia. La maggior parte dei nostri concittadini sottovaluta o nega ciò che accade alla terra, ma comprende perfettamente che la questione dei migranti mette in pericolo il loro sogno di un’identità certa.

Per il momento, montata e manipolata a dovere dai partiti cosiddetti “populisti”, essi hanno colto il mutamento ecologico in una sola delle sue dimensioni, quella che spinge oltre le frontiere genti di cui non vuole sapere; di qui la risposta: “Erigiamo frontiere impenetrabili e sfuggiremo all’invasione”.

L’altra dimensione di questo stesso mutamento, invece, non è stata ancora percepita appieno: il Nuovo Regime Climatico sconvolge già da molto tempo le frontiere e ci espone ai quattro venti, senza che si possano costruire muri contro questi invasori.

Se vogliamo difendere ciò che ci appartiene, dovremo identificare anche quelle migrazioni prive di forma e nazionalità che si chiamano clima, erosione, inquinamento, esaurimento delle risorse, distruzione dell’ambiente. Anche se improvvisamente si chiudessero ermeticamente le frontiere ai rifugiati, non si potrebbe in alcun modo impedire alle altre migrazioni di passare.

“Ma allora nessuno è più a casa propria?”

In effetti, no. Né la sovranità degli Stati né la chiusura delle frontiere ai rifugiati possono prendere il posto della politica.

“Ma allora tutto è aperto, si dovrebbe vivere fuori, senza alcuna protezione, in balìa dei quattro venti, mescolati tutti con tutti, lottare per ogni cosa, non avere più garanzie, spostarsi continuamente, perdere ogni identità, ogni comfort? Ma chi può vivere così?”

Nessuno, è vero. Né un uccello, né una cellula, né un migrante, né un capitalista. Anche Diogene ha diritto a una botte; un nomade alla sua tenda; un rifugiato al suo asilo.

Non date ascolto nemmeno per un secondo a coloro che predicano a gran voce l’“assunzione del rischio”, l’abbandono di ogni protezione, e che continuano a indicare l’orizzonte infinito della modernizzazione per tutti; questi ipocriti assumono rischi solo se il loro comfort è garantito. Invece di dar retta a ciò che dicono, guardate piuttosto ciò che hanno alle spalle: vedrete brillare il paracadute dorato, ripiegato con cura, che li assicura contro ogni alea dell’esistenza.

Il diritto più elementare è sentirsi rassicurati e protetti, soprattutto nel momento in cui le vecchie protezioni stanno sparendo.

Sta qui il senso della storia da scoprire: come ritessere bordi, involucri, protezioni; come ritrovare un fondamento, se consideriamo contemporaneamente la fine della globalizzazione, l’ampiezza del fenomeno migratorio e anche i limiti posti alla sovranità degli Stati che devono ormai fare i conti con i mutamenti climatici?

Soprattutto, come rassicurare chi non vede altra salvezza se non un richiamo a un’identità nazionale o etnica – sempre reinventata di nuovo? E, poi, come organizzare una vita collettiva attorno alla formidabile sfida di accompagnare milioni di stranieri nella loro ricerca di un suolo durevole?

La questione politica consiste nel rassicurare e proteggere tutte le persone costrette a mettersi in cammino, sottraendole alla falsa protezione delle identità e delle frontiere blindate.

Ma come si fa a rassicurare? Come dare a tutti i migranti la sensazione di essere protetti senza per questo contare su un’identità di stirpe, di etnia autoctona, di frontiera blindata e di assicurazione contro tutti i rischi?

Per rassicurare, bisognerebbe essere capaci di realizzare due movimenti complementari che la prova della modernizzazione ha reso contraddittori: rimanere attaccati a un suolo da un lato; globalizzarsi dall’altro. È vero che finora una simile operazione è stata considerata impossibile: tra i due bisognava scegliere. Forse è proprio a questa apparente contraddizione che la storia presente sta mettendo fine.


1. L’espressione “imparare a vivere tra le rovine” deriva dal fondamentale testo di A. Lowenhaupt Tsing, Mushroom at the End of the World. On the Possibility if Life in Capitalist Ruins, Princeton University Press, Princeton 2015. Argomento ripreso e sviluppato con ulteriori esempi in A. Lowenhaupt Tsing, N. Bubandt, E. Ganet, H.A. Swanson (a cura di), Arts of Living on a Damaged Planet: Ghosts and Monsters of Anthropocene, University of Minnesota Press, Minneapolis 2017.