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Dopo aver invocato la ripresa dei compiti di inventario, sarebbe molto scorretto non presentarmi.
Universitario di origine borghese e di provincia, figlio del baby-boom e quindi contemporaneo della “Grande Accelerazione”, ho usufruito della mondializzazione (plurale o univoca) senza aver dimenticato il territorio a cui mi tiene radicato una famiglia di negozianti di vini – vini di Borgogna di cui si sostiene che siano globalizzati sin dall’età dei Galli! Non c’è dubbio, sono un privilegiato. Il lettore è libero di concludere che non ho le credenziali per parlare di questi conflitti geo-sociali.
Tra i miei tanti oggetti di interesse, ce ne sono due che cerco di descrivere con precisione: l’uno, che costituisce il tema di ricerche che pubblicherò prossimamente, riguarda le Zone Critiche; con l’altro vorrei chiudere le presenti riflessioni.
Atterrare implica necessariamente atterrare da qualche parte. Ciò che segue deve essere preso come un’apertura in una negoziazione diplomatica ad alto rischio con coloro con i quali si pensa di coabitare. Ebbene, io, è in Europa che voglio toccare terra!
L’Europa, questo Vecchio Continente, ha cambiato il suo profilo geo-politico da quando il Regno Unito ha creduto di doverlo abbandonare e il Nuovo Mondo, grazie a Trump, si sta irrigidendo in una versione della modernità che sembra prendere come ideale gli anni Cinquanta.
È a ciò che esito a chiamare la patria europea che vorrei rivolgermi. L’Europa è sola, è vero, ma solo l’Europa può riprendere il filo della sua storia. Proprio perché ha conosciuto l’agosto 1914 che ha trascinato il resto del mondo con sé. Contro la mondializzazione e contro il ritorno alle frontiere nazionali ed etniche.
L’Europa ha tutte le qualità dei suoi difetti. Essere un vecchio continente quando si parla di generazione, e non più solo di produzione, è un vantaggio e non più un inconveniente. Significa riprendere di nuovo la questione della trasmissione. Significa dare la speranza di passare dal moderno al contemporaneo.
La si dice burocratica, questa Europa dei regolamenti e delle manovre, l’Europa “di Bruxelles”. E tuttavia come invenzione giuridica essa offre una delle risposte più interessanti all’idea, che si è di nuovo diffusa ovunque, secondo la quale lo Stato-nazione sarebbe l’unico in grado di proteggere i popoli garantendo loro la sicurezza.
L’Unione Europea è arrivata, attraverso un incredibile bricolage, a concretizzare in mille modi la sovrapposizione, l’overlap tra interessi nazionali. È appunto attraverso l’intreccio dei suoi regolamenti, propri della complessità di un ecosistema, che essa indica la via. Esattamente il genere di esperienza che bisogna possedere per affrontare il mutamento ecologico che travalica tutte le frontiere.
Anche le difficoltà della Brexit a uscire dall’ue provano fino a che punto si tratti di una costruzione originale che ha saputo rendere complessa l’idea di una sovranità delimitata da frontiere rigide. Ecco una questione risolta: se lo Stato-nazione ha rappresentato a lungo il vettore della modernizzazione contro le vecchie appartenenze, ora esso è solo l’altro nome per il Locale. Non è più il nome del mondo abitabile.
Si dice che l’Europa come continente abbia peccato di etnocentrismo e preteso di dominare il mondo, e che quindi bisogna “provincializzarla” per riportarla a più giuste dimensioni.1 Ma oggi è proprio questa provincializzazione a salvarla.
Peter Sloterdijk un giorno ha detto che l’Europa era il club delle nazioni che avevano rinunciato definitivamente all’impero. Lasciamo che siano i fautori della Brexit, gli elettori di Trump, i turchi, i cinesi, i russi a darsi ancora ai sogni di dominio imperiale.2 Sappiamo che, se sognano ancora di regnare su un territorio nel senso della cartografia, non hanno maggiori possibilità di noi di dominare questa Terra che oggi domina noi come loro.
L’Europa conosce la fragilità della sua presa sullo spazio globale. Di certo non può più pretendere di dettare l’ordine mondiale, ma può fornire un esempio di ciò che significa ritrovare un suolo abitabile.
Dopo tutto, è proprio l’Europa che ha preteso di inventare il Globo, nel senso di uno spazio catturato mediante gli strumenti della cartografia. Un sistema di coordinate così potente – troppo potente – che permette di registrare, conservare, immagazzinare la molteplicità delle forme di vita. È la prima rappresentazione di un mondo comune: semplificato, certo, ma comune; etnocentrico, certo, ma comune; oggettivante, certo, ma comune.
È stato detto di tutto contro questa visione cartografica troppo unificante del mondo, anche da me, ma resta comunque il fatto che essa ha permesso di proporre un primo sistema di riferimento per rendere possibile il rilancio di un’azione diplomatica.
Il fatto che non abbia saputo impedire al Globo di sfuggirle di mano e di trasformarsi in Globale le dà una responsabilità tutta particolare. Spetta all’Europa “deglobalizzare” questo progetto per ridargli valore. Malgrado tutto, è sempre a essa che compete il compito di ridefinire la sovranità degli Stati-nazione di cui ha inventato il modello.
Sì, l’Europa era pericolosa quando si è creduta in grado di “dominare” il mondo, ma non credete che sarebbe ancora più pericolosa se si rimpicciolisse e cercasse, come un topolino, di nascondersi dalla storia? Come potrebbe sfuggire alla sua vocazione di richiamare, in tutti i sensi della parola “richiamo”, la forma di modernità che ha inventato? Anche a causa dei crimini che ha commesso, la piccolezza non fa per lei.
Tra questi crimini c’è quello più importante di tutti: aver creduto di potersi installare in luoghi, territori, paesi di cui bisognava eliminare gli abitanti e sostituirne le forme di vita con le proprie – in nome della necessaria “civiltà”. È questo crimine, si sa, ad avere veicolato l’immagine e la forma scientifica del Globo.
Ma questo stesso crimine è un altro dei suoi atout: la libera per sempre dall’innocenza, dall’idea secondo cui si potrebbe fare la storia ex novo rompendo con il passato o sfuggire definitivamente alla storia.
Se la prima Europa unita è stata fatta dal basso – il carbone, il ferro e l’acciaio –, ugualmente dal basso, l’umile materia di un suolo meno effimero, si farà la seconda. Se la prima Europa unita è stata fatta per dare una casa comune a milioni di “persone spostate”, come si diceva alla fine dell’ultima guerra, anche la seconda sarà fatta con e per le persone spostate di oggi.
L’Europa non ha senso se non riflette sugli abissi spalancati dalla modernizzazione. È il senso migliore che si possa dare all’idea di una modernizzazione riflessiva.3
Un altro senso della riflessività le è comunque imposto: il contraccolpo della mondializzazione. Se lo dovesse dimenticare, le migrazioni le ricorderebbero che non può sfuggire alle sue azioni passate.
Alcuni ipocriti si indignano che tanta gente pretenda di superare le frontiere dell’Europa per venire a stabilirsi impunemente “da noi” come fossero “a casa loro”. Bisognava pensarci prima, prima delle “grandi scoperte”, prima della colonizzazione, prima della decolonizzazione.
Se avete paura della Grande Sostituzione, non avreste dovuto cominciare con l’andare a sostituire le “terre vergini” con i vostri stili di vita.
È come se l’Europa avesse stretto con i migranti potenziali un patto secolare: noi siamo venuti da voi senza chiedervi niente; voi verrete da noi senza chiederci niente. Do ut des. Da questo non ci sono scappatoie. Avendo invaso tutti i popoli, tutti i popoli ritornano su di lei.
L’Europa ha stretto un ulteriore patto con altri terrestri che si mettono a loro volta in marcia per invadere le sue frontiere: acque di oceani, fiumi in secca o in piena, foreste obbligate a migrare rapidamente per non essere afferrate dal cambiamento climatico, microbi e parassiti; anch’essi aspirano tutti a una grande sostituzione. Voi siete venuti da noi senza chiedercelo; noi verremo da voi senza chiedervelo. Avendo approfittato di tutte le risorse, queste, divenute attori a pieno titolo, si sono messe in marcia, come la foresta di Birnam, per riprendere i propri beni.
È su questo terreno che possono convergere in parte le tre grandi questioni del tempo: come svincolarsi dalla mondializzazione-univoca? Come sopportare la reazione del sistema terra alle azioni umane? Come organizzarsi per accogliere i rifugiati?
Questo non vuol dire che gli altri non lo faranno. Vuol dire che l’Europa, a causa della sua storia, deve impegnarvisi per prima dal momento che è la prima responsabile.
Ma quale Europa? Chi è europeo? Come associare la bella espressione “terreno di vita” a questa macchina burocratica e senz’anima?
Senz’anima, l’Europa! Come la conoscete male! Essa parla decine di lingue – grazie a coloro che vi hanno trovato rifugio da millenni. Occupa da nord a sud e da est a ovest centinaia di ecosistemi differenti. Ha ovunque, in ogni piega del terreno, a ogni angolo di strada, la traccia delle battaglie che hanno legato ciascuno dei suoi abitanti a tutti gli altri. Ha città, e che città! L’Europa è l’arcipelago delle città sontuose. Guardatele, queste città, e capirete perché dappertutto ci si mette in marcia per avere una possibilità di abitarci – anche solo nelle loro periferie.
L’Europa ha intrecciato e districato in tutti i modi possibili i limiti e le virtù della sovranità. Ha gustato da secoli il pane della democrazia. È abbastanza piccola per non scambiarsi per il mondo e abbastanza grande per non limitarsi a un fazzoletto di terra. È ricca, incredibilmente ricca, e la sua ricchezza si dà su un suolo che non è stato completamente devastato – in parte, come si sa, perché ha invaso e devastato quello altrui!
Cosa quasi incredibile: è riuscita a conservare una campagna, paesaggi e amministrazioni, e anche Stati sociali che non sono stati ancora smantellati.
Anche qui uno dei suoi vantaggi che deriva da uno dei suoi vizi: avendo esteso l’economia al pianeta, ha saputo non farsene completamente intossicare. Quello che vale per l’economizzazione vale per la modernizzazione: è un veleno di esportazione da cui gli europei hanno saputo in parte proteggersi con sottili contrappesi.
I suoi confini non sono chiari? Non si sa dove finisca? Ma qual è l’organismo terrestre di cui si può dire dove cominci e dove finisca? L’Europa è mondiale a suo modo, come tutti i terrestri.
Sembra che altre culture la definiscano “decadente” e pretendano di opporle le loro forme di vita: che mostrino la loro virtù, questi popoli che fanno a meno della democrazia – e lasceremo giudicare gli altri popoli.
Eccola riprendere il filo della sua storia. Ha voluto essere il mondo intero. Ha fatto un primo tentativo di suicidio. Poi un altro. Sono falliti. Ha creduto in seguito di sfuggire alla storia mettendosi al riparo dell’ombrello americano. Questo ombrello, sia morale sia atomico, si è richiuso. È sola e senza protettori. È proprio ora il momento, per lei, di rientrare nella storia senza immaginarsi di dominarla.4
È una provincia? Ebbene, è esattamente ciò di cui c’è bisogno: una sperimentazione locale di ciò che significa abitare una terra dopo la modernizzazione, insieme a coloro che la modernizzazione ha definitivamente spostato.
Come al principio della sua storia, l’Europa riprende la questione dell’universalità, ma questa volta non si precipita a imporre a tutto il mondo i suoi pregiudizi. Niente di meglio che un Vecchio Continente per riprendere ciò che è comune e rendersi conto, con tremore, che la condizione universale oggi è vivere tra le rovine della modernizzazione, cercando a tastoni dove poter abitare.
Dopo tutto, riprendere la questione del mondo comune nel momento del ritorno imprevisto alla barbarie, quando coloro che formavano il vecchio “Occidente” hanno abbandonato l’idea stessa di comporre un ordine mondiale, non è appunto una versione più positiva della sua storia millenaria?
La Terra che aveva voluto cogliere come Globo le si offre di nuovo come il Terrestre, per una seconda possibilità che essa non ha affatto meritato. Ecco quel che si addice alla regione del mondo che ha la maggiore responsabilità nella storia dello sconvolgimento ecologico. Ancora una debolezza che può volgere a suo vantaggio.
Come dubitare che l’Europa possa diventare una patria per tutti coloro che cercano un suolo? “È europeo chi vuole esserlo.” Vorrei essere fiero di questa Europa, piena di rughe e cicatrici, e poterla chiamare il mio paese – il loro rifugio.
Ecco, io ho terminato. Ora, tocca a voi presentarvi, che si sappia un po’ dove volete toccare terra e con chi accettate di coabitare.
1. D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, tr. it. Meltemi, Milano 2016.
2. P. Sloterdijk, Falls Europa erwacht: Gedanken zum Programm einer Weltmacht am Ende des Zeitalters ihrer politischen Absence, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1994.
3. Termine introdotto in un senso diverso da U. Beck, A. Giddens, S. Lash, Modernizzazione riflessiva. Politica, tradizione ed estetica nell’ordine sociale della modernità, tr. it. Asterios, Trieste 1999.
4. È quello che Angela Merkel ha ben espresso all’indomani dell’abbandono di Trump dell’accordo di Parigi, il 28 maggio 2017: “Noi europei dobbiamo prendere in mano il nostro destino”.