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Tutto dipende, evidentemente, da ciò che si intende con “calda attività”. Si comprende facilmente che, visti dalla natura-universo, questo calore e questa attività vengono presi per illusioni soggettive, per una semplice proiezione di sentimenti su una “natura” indifferente.

Per questo, quando l’economia ha cominciato, dal xvii secolo, a far riferimento alla “natura”, essa è stata presentata agli scienziati solo come un “fattore di produzione”, una risorsa quindi esterna, indifferente alle nostre azioni, colta da lontano, come da stranieri che perseguono fini indifferenti alla Terra.

In quello che chiamiamo un sistema di produzione, si sapevano individuare sia agenti umani – gli operai, i capitalisti, i governi – sia infrastrutture artificiali – le macchine, le fabbriche, le città, i paesaggi –, ma era impossibile prendere per agenti, per attori, per esseri animati e attivi di pari importanza gli esseri divenuti nel frattempo “naturali” (visti da Sirio).

Si aveva la vaga sensazione che tutto il resto dipendesse da loro e che essi avrebbero necessariamente reagito, ma ecco che l’occultamento della natura-processo con la natura-universo aveva privato di parole, concetti, direzioni quelli che si impadronivano di queste risorse – a volte con tremore.

Si poteva senz’altro andare a scartabellare negli archivi degli altri popoli per scoprirvi atteggiamenti, miti e riti che ignoravano del tutto l’idea stessa di una “risorsa” o di una “produzione”, ma si trattava di ciò che, all’epoca, si considerava solo come residui di antiche forme di soggettività, di culture arcaiche superate definitivamente dal fronte della modernizzazione.1 Testimonianze commoventi, certo, ma buone per i musei etnografici.

Solo al giorno d’oggi tutte queste pratiche diventano modelli preziosi per sapere come proseguire in futuro.2

Il rapporto con le scienze può cambiare solo se si distingue con cura, nelle scienze dette naturali, quelle che riguardano l’universo da quelle che riguardano la natura-processo (natura o physis).

Mentre le prime muovono dal pianeta considerato come un corpo tra gli altri, per le seconde la Terra appare decisamente unica.

Un’ottima esemplificazione di questa opposizione la troviamo nel confronto tra un mondo fatto di oggetti galileiani e un mondo composto anche da agenti che potremmo chiamare lovelockiani, in onore di James Lovelock (nome, alla stregua di quello di Galileo, che funge da sintesi di un elenco molto più lungo di scienziati).3

I fautori delle scienze della natura-universo non sono riusciti a comprendere l’argomento di biochimici come Lovelock, secondo il quale bisognava considerare, sulla Terra, gli esseri viventi come altrettanti agenti che partecipano pienamente ai processi di genesi delle condizioni chimiche e anche, parzialmente, geologiche del pianeta.4

Se la composizione dell’aria che respiriamo dipende dagli esseri viventi, l’aria non è più l’ambiente nel quale i viventi si collocano o in cui evolverebbero, ma, in parte, il risultato del loro agire. In altri termini, non ci sono da un lato degli organismi e dall’altro un ambiente, ma una sovrapposizione di reciproci aggiustamenti. L’azione è ridistribuita.

La difficoltà di comprendere il ruolo dei viventi, il loro potere di azione, la loro agency, nell’evoluzione dei fenomeni terrestri, rispecchia le difficoltà di comprendere nei periodi precedenti il fenomeno della vita. Per non parlare delle difficoltà di interpretare le azioni umane osservate da Sirio.

Infatti, se si prende come misura di ogni movimento la caduta dei gravi, tutti gli altri movimenti (agitazioni, trasformazioni, iniziative, combinazioni, metamorfosi, processi, intrecci, sovrapposizioni) sembreranno bizzarrie. Per coglierli, si dovrà immaginare molti più epicicli di quanti ne avevano dovuti inventare gli astronomi antichi per catturare il movimento dei pianeti.

La semplificazione introdotta da Lovelock nella comprensione dei fenomeni terrestri non è dovuta al fatto di avere aggiunto della “vita” alla Terra, né di avere fatto di questa un “organismo vivente”, ma al contrario di aver smesso di negare che i viventi siano dei partecipanti attivi all’insieme dei fenomeni bio e geochimici. Il suo argomento riduzionista è l’esatto contrario di un vitalismo. Ciò che rifiuta è di disanimare il pianeta, rintracciando la maggior parte degli attori che intervengono lungo una catena di causalità. Né più né meno.

Non ci interessa qui tanto seguire Lovelock, quanto comprendere il nuovo orientamento che consente una concezione delle scienze naturali che non si privino di alcuna delle attività necessarie alla nostra esistenza.

Le leggi fisiche sono le medesime su Sirio e sulla Terra, ma non danno gli stessi risultati nei due casi.

Con oggetti galileiani come modello, si può considerare la natura una “risorsa da sfruttare”, ma con agenti lovelockiani non vale la pena di cullarsi nelle illusioni: questi agiscono e reagiranno – in primo luogo a livello chimico, biochimico, geologico – e sarebbe ingenuo credere che resteranno inerti qualunque sia la pressione esercitata su di essi.

In altri termini, se gli economisti possono fare della natura un fattore di produzione, uno che abbia letto Lovelock – o anche Humboldt5 – non la penserà così.

Il conflitto può essere riassunto in questi termini: ci sono quelli che continuano a considerare le cose da Sirio e che semplicemente non vedono, o non credono possibile, che il sistema-terra reagisca all’azione umana; sperano sempre che la Terra si teletrasporterà misteriosamente verso Sirio diventando un pianeta tra gli altri.6 In fondo, non credono che ci sia vita sulla Terra in grado di soffrire e reagire.

E poi ci sono quelli che, aggrappandosi saldamente alle scienze, cercano di comprendere che cosa significhi distribuire l’azione, l’animazione, il potere di agire lungo catene di causalità nelle quali si trovano impigliati. I primi sono scettici climatici (per gusto della distanza se non per un’attiva corruzione); i secondi accettano di fare fronte a un enigma sul numero e la natura degli agenti.


1. Di qui l’importanza della seconda parte, spesso meno commentata della prima, del libro di Descola già citato sui modi di relazione, in particolare dei passaggi sulla produzione.

2. Una brusca trasformazione dello sguardo che ci fa leggere tanto avidamente il libro di N. Martin, Les Âmes sauvages. Face à l’Occident, la résistance d’un peuple d’Alaska, La Découverte, Paris 2016, così come lo splendido saggio di A. Lowenhaupt Tsing, Mushroom at the End of the World, cit.

3. S. Dutreuil, Gaïa: Hypothèse, programme de recherche pour le système terre, ou philosophie de la nature?, tesi di dottorato, Université de Paris-i, Paris 2016, di prossima pubblicazione per La Découverte. Si vedano anche i libri di B. Latour, Face à Gaïa, cit., e T. Lenton, Earth System Science, cit.

4. J.E. Lovelock, Gaia. Nuove idee sull’ecologia, tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1980.

5. Il revival di Alexander von Humboldt è sintomo di uno spostamento verso un diverso modo di concepire le scienze geologiche. Si veda il bestseller di A. Wulf, L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander von Humboldt, tr. it. luiss, Roma 2017.

6. Questo teletrasporto metaforico è ben visibile negli argomenti sviluppati in D. Danowski, E. Vivieros de Castro, “L’arrêt du monde”, in É. Hache (a cura di), De l’univers clos au monde infini, cit.