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Se l’amalgama – nel senso delle guerre di Rivoluzione – tra i veterani della lotta di classe e le nuove reclute dei conflitti geo-sociali non è stato possibile, l’errore dipende dal ruolo che sia gli uni sia gli altri hanno dato alla “natura”. Ecco uno dei casi in cui, letteralmente, le idee guidano il mondo.

Una certa concezione della “natura” ha permesso ai Moderni di occupare la Terra tanto da impedire ad altri di occupare in modo diverso il loro proprio territorio.

Il fatto è che, per trasformare la politica, ci vogliono agenti che uniscano i loro interessi alla capacità di azione. Ma non si possono stringere alleanze tra attori politici e oggetti esterni alla società e privati del potere di agire. È questo il dilemma espresso dallo slogan geniale degli “zadisti”: “Noi non difendiamo la natura, noi siamo la natura che si difende”.1

Ora, l’esteriorità attribuita agli oggetti non è un dato dell’esperienza, ma il risultato di una storia politico-scientifica molto particolare che conviene esaminare brevemente per restituire alla politica i suoi margini di manovra.

È evidente che, per misurare il Terrestre, la questione della scienza è fondamentale. Che cosa sapremmo senza di essa del Nuovo Regime Climatico, e come dimenticare che è diventata il bersaglio privilegiato dei negazionisti del clima?

Dobbiamo però ancora capire come fare a comprenderla. Se si dà per buona l’epistemologia corrente, ci si ritroverà prigionieri di una concezione della “natura” impossibile da politicizzare perché inventata proprio per limitare l’azione umana in nome delle leggi indiscutibili della natura oggettiva. Da un lato libertà, dall’altro stretta necessità permettono così di giocare su due tavoli.2 Ogni volta che si vorrà contare sul potere d’azione di altri attori, si obietterà: “Non ci pensate, si tratta di semplici oggetti, non possono avere reazioni”, come Cartesio diceva degli animali che non potevano soffrire.

Ma se si pretende di opporsi alla “razionalità scientifica” inventando un modo più intimo, più soggettivo, più profondo, più globale, se vogliamo più “ecologico”, di cogliere i nostri legami con la “natura”, si perderà su entrambi i fronti: si conserverà l’idea di “natura” improntata alla tradizione privandosi contemporaneamente dell’apporto dei saperi positivi.

Abbiamo bisogno di contare su tutto il potere della scienza, ma senza l’ideologia della “natura” che le è stata appiccicata. Dobbiamo essere materialisti e razionali ma applicando queste virtù al terreno giusto.

La difficoltà sta nel fatto che il Terrestre non è il Globale. È impossibile essere materialisti e razionali nello stesso modo su entrambi.

Tanto per cominciare, è chiaro che non è possibile fare l’elogio della razionalità senza riconoscere fino a che punto se ne è abusato nella ricerca del Globale.

Come prendere per “realista” un progetto di modernizzazione che da due secoli avrebbe “dimenticato” di prevedere le reazioni del globo terracqueo alle azioni umane? Come accettare che siano “oggettive” teorie economiche incapaci di comprendere nei loro calcoli la scarsità delle risorse il cui esaurimento era scontato prevedere?3 Come parlare di “efficacia” a proposito di sistemi tecnici che non sono stati in grado di pianificare al di là di un periodo di pochi decenni? Come definire “razionalista” un ideale di civiltà colpevole di un errore di previsione così madornale da vietare ai genitori di consegnare ai propri figli un mondo abitato?4

Non c’è da stupirsi che la parola razionalità sia diventata un po’ spaventosa. Prima di accusare la gente comune di non attribuire alcun valore ai fatti di cui le cosiddette persone razionali vogliono convincerla, ricordiamoci che, se essa ha perso ogni senso comune, è perché è stata magistralmente tradita.

Per ridare un senso positivo alle parole “realismo”, “oggettivo”, “efficace”, o “razionale”, bisogna riferirle non più al Globale, dove hanno così chiaramente fallito, ma al Terrestre.

Come definire questa differenza di orientamento? I due poli sono quasi gli stessi, con la differenza che il Globale afferra le cose da lontano, come se fossero esterne al mondo sociale e completamente indifferenti alle cure degli umani. Il Terrestre le afferra come se fossero viste da vicino, interne al collettivo e sensibili all’azione degli umani alla quale reagiscono con forza. Due versioni molto diverse per gli stessi scienziati di avere, come si suole dire, i piedi per terra.

È una nuova distribuzione delle metafore, delle sensibilità, una nuova libido sciendi, essenziale al riorientamento e anche alla ripresa dei sentimenti politici.

Bisogna considerare il Globale come una declinazione del Globale che ha finito per pervertirne l’accesso. Che cos’è dunque il passato?

È alla nascita delle scienze moderne che si deve l’idea, di fatto rivoluzionaria, di considerare la terra come un pianeta tra gli altri, immerso in un universo infinito di corpi essenzialmente simili. È quello che, per semplificare, chiamiamo l’invenzione degli oggetti galileiani.5

Il diffondersi di questa visione planetaria è immenso. Essa infatti definisce il globo, quello della cartografia e delle prime scienze della terra. E rende possibile la scienza fisica.

Sfortunatamente, è anche molto facile distorcerla. Dal fatto che si può, dalla terra, cogliere il pianeta come un corpo che cade tra i corpi che cadono nell’universo infinito, alcune menti traggono la conclusione che è necessario occupare virtualmente il punto di vista dell’universo infinito per comprendere quello che succede qui, sul nostro pianeta.

La possibilità di accedere alle cose lontane a partire dalla terra diventa il dovere di accedere alla terra a partire dalle cose lontane.

Niente porta necessariamente a questa conclusione che resterà sempre di fatto una contraddizione in termini: gli studi, le università, i laboratori, gli strumenti, le accademie, in breve, tutto il circuito di produzione e di verifica delle conoscenze, non hanno mai lasciato il vecchio suolo terrestre.6 Per quanto lontano mandino i loro pensieri, gli scienziati hanno sempre i piedi fermamente ancorati alla terra.

Tuttavia la visione che muove dall’universo – the view from nowhere – sta diventando il nuovo senso comune al quale i termini “razionale” e anche “scientifico” si troveranno a lungo appiccicati.7

È a partire da questo Grande Fuori che la vecchia terra primordiale sarà ormai conosciuta, soppesata e giudicata. Ciò che era solo qualcosa di virtuale diventa, per le menti più grandi così come per le più piccole, un progetto entusiasmante: conoscere è conoscere dall’esterno. Tutto deve essere considerato a partire da Sirio – un pianeta dell’immaginazione, al quale nessuno ha mai avuto accesso.

Inoltre, la promozione della Terra a pianeta diventato parte di un universo infinito, corpo tra corpi, ha avuto l’inconveniente di limitare a pochi movimenti – all’inizio della rivoluzione scientifica a uno solo: la caduta dei gravi – la gamma dei movimenti colti dai saperi positivi.8

Ora, sulla Terra vista dall’interno c’erano ben altre forme di movimenti che era sempre più difficile prendere in considerazione. Progressivamente non si saprà più che fare, in termini di conoscenza certa, di un’intera gamma di trasformazioni: genesi, nascita, crescita, vita, morte, corruzione, metamorfosi.

Questa deviazione all’esterno ha prodotto nella nozione di “natura” una confusione dalla quale non siamo mai usciti.

Se questo concetto, ancora fino al xvi secolo, poteva includere una gamma di movimenti – è il senso etimologico della natura latina o della physis greca, che si potrebbe tradurre con provenienza, generazione, processo, corso delle cose –, sempre più la parola “naturale” sarà riservata a ciò che permette di seguire un solo tipo di movimento considerato dall’esterno. È questo il senso che prenderà la parola nell’espressione “scienze della natura”.

Non ci sarebbe problema, se si fosse ristretto l’uso di questo termine alle scienze dell’universo, come proporremo in seguito, cioè agli spazi infiniti conosciuti a partire dalla superficie della terra tramite la strumentazione e il calcolo. Ma si è voluto fare di più. Si è voluto conoscere tutto ciò che accadeva sulla terra come se si dovesse considerarlo da lontano.

Mentre si aveva sotto gli occhi una gamma di fenomeni che non chiedevano altro che di essere colti da saperi positivi, ci si è volontariamente allontanati tanto che, per una sorta di crescendo sadico, ci si è messi a discernere fra tutti i movimenti accessibili solo quelli che si sarebbero potuti vedere a partire da Sirio.

Ogni movimento doveva conformarsi al modello della caduta dei gravi; cioè quella che si chiama “visione meccanicista” del mondo grazie a una strana metafora improntata a un’idea inesatta del funzionamento delle macchine reali.9

Tutti gli altri movimenti sono stati colpiti dal sospetto. Considerati dall’interno, sulla Terra, non potevano essere scientifici; non potevano essere davvero naturalizzati.

Da qui la divisione classica tra saperi visti da lontano ma certi e immaginazioni che vedevano le cose da vicino ma senza luogo nella realtà: nella peggiore delle ipotesi, pure favole per bambini; nella migliore, antichi miti, rispettabili ma senza contenuto verificabile.

Se il pianeta ha finito per allontanarsi dal Terrestre, è perché tutto è avvenuto come se la natura vista dall’universo avesse cominciato a sostituire poco per volta, a riscoprire, a cacciare la natura vista dalla Terra, quella che coglie, che avrebbe potuto cogliere, che avrebbe dovuto continuare a cogliere, dall’interno, tutti i fenomeni di genesi.

La grandiosa invenzione galileiana diventerà centrale facendo dimenticare che la vista della terra da Sirio è solo una piccolissima parte – anche se si tratta dell’universo infinito! – di ciò che si ha diritto di sapere positivamente.

Inevitabile conseguenza: non vediamo più granché di ciò che accade sulla Terra.

Necessariamente, da Sirio si rischia di perdere molti eventi, e ci si fa molte illusioni sulla razionalità o sull’irrazionalità del pianeta terra!

Se ci ricordiamo di tutte le stranezze che i terrestri, da tre o quattro secoli a questa parte, hanno immaginato di individuare nel pianeta rosso prima di rendersi conto dei propri errori, non ci si stupirà di tutti gli errori commessi, da tre o quattro secoli, sulla sorte delle civiltà terrestri viste da Sirio!

Gli ideali di razionalità come le accuse di irrazionalità mosse contro la terra e i terrestri? Castelli in aria, lucciole per lanterne, come i cosiddetti “canali di Marte”…


1. Citato in reporterre.net/Nous-ne-defendons-pas-la-nature, consultato il 7 agosto 2017. (La zad, Zona da difendere, si è formata a pochi chilometri da Nantes, dove è prevista da molti anni la realizzazione di un mega aeroporto inutile quanto costoso, nel bel mezzo della campagna, tra boschi, fattorie e aree sotto tutela. Dal 2009, nonostante la durissima repressione del 2012, continuano a sorgere gruppi di tende o casupole in legno che ospitano per lo più persone che hanno scelto di sostenere la lotta contro quella grande opera e che hanno preso il nome di “zadisti”. [NdT])

2. B. Latour, Politiche della natura. Per un democrazia delle scienze, tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2000.

3. Il senso del lavoro di Timothy Mitchell (Carbon Democracy, cit.) sta proprio nel comprendere il ribaltamento di una scienza dei limiti in una scienza dell’illimitato.

4. Lasciare ai propri figli un mondo meno abitato di quello in cui sono nati, vivere con l’idea di essere un agente della “sesta estinzione”, sono queste alcune delle preoccupazioni che fanno diventare tragiche tutte le questioni ecologiche.

5. Termine introdotto da Edmund Husserl. Il tema dell’universo infinito rimanda all’opera ormai classica di A. Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, tr. it. Feltrinelli, Milano 1988.

6. Si veda la splendida opera in tre volumi pubblicata sotto la direzione di D. Pestre, L’Histoire des sciences et des savoirs, Seuil, Paris 2013, che arriva a storicizzare e soprattutto localizzare i produttori di universalità.

7. I. Stengers, L’Invention des sciences modernes, La Découverte, Paris 1993.

8. Si veda I. Stengers, La Vierge et le neutrino, Les Empêcheurs de penser en rond, Paris 2005, in particolare l’appendice.

9. Il paradosso sta nel fatto che una macchina non ubbidisce ai principi della meccanica, che restano una forma di idealismo, tema sviluppato da G. Simondon, Du mode d’existence des objets techniques, Aubier, Paris 1958.