Conferenza III
Gaia, figura (finalmente profana) della
natura
Galileo, Lovelock: due scoperte simmetriche – Gaia: un nome mitico molto pericoloso per una teoria scientifica – Un parallelo con i microbi di Pasteur – Lovelock, anche lui, fa proliferare i microattori – Come evitare l’idea di sistema? – Gli organismi creano il proprio ambiente, non vi si adattano – Su una leggera complicazione del darwinismo – Lo spazio, figlio della storia
È probabile che, fra non molto, per la storia delle scienze come nell’immaginazione popolare, questa seconda scena divenga altrettanto celebre di quella di Galileo che, durante le gelide notti di novembre e dicembre 1609, sollevava il suo telescopio da qualche parte sulla laguna di Venezia, puntandolo verso la Luna. È allora che gli venne in mente, si dice, l’idea che tutti i pianeti si somigliassero. Tre secoli dopo, un’altra scoperta ha invertito le posizioni: la Terra è un pianeta che non somiglia a nessun altro! Bisogna riconoscere che la simmetria è davvero troppo affascinante: mentre Galileo scopriva come passare dalla visuale ridotta – che gli offriva la finestra che affacciava sul Canal Grande – all’universo infinito, Lovelock scopre come passare dall’universo infinito ai ristretti limiti del pianeta blu. Ciò che il primo riusciva a fare con un telescopio da due soldi, un vero e proprio giocattolo per bambini, il secondo lo faceva puntando verso il cielo un apparecchio ancora più leggero, eseguendo un semplice esperimento di pensiero. Avremmo bisogno di un Plutarco per aggiungere un nuovo capitolo alle sue Vite parallele, un Arthur Koestler per scrivere un’appendice ai suoi Sonnambuli1.
È nell’autunno 1965, al Jet Propulsion Lab di Pasadena – negli uffici del dipartimento incaricato dell’esplorazione di forme di vita extraterrestre –, che James Lovelock, un fisiologo e ingegnere piuttosto eccentrico – gli inglesi lo definirebbero maverick2, “ribelle”, “anticonformista” –, redige un articolo con Dian Hitchcock (senza alcun rapporto col cineasta!) sulla possibilità di rilevare vita su Marte3. I due autori sono un po’ imbarazzati nel dover confessare ai colleghi – occupati a elaborare, per le missioni “Voyager” e poi “Viking”, macchinari complessi e costosi che prevedono di far atterrare su Marte con l’aiuto di razzi giganti – che, per rispondere a una simile domanda, la soluzione migliore sarebbe restare esattamente dove sono, a Pasadena! Che si dovrebbero accontentare, dicono gli autori, di puntare verso il pianeta rosso un modesto strumento per verificare se l’atmosfera sia in stato di equilibrio chimico o meno, e otterrebbero già la loro risposta4. Con questa semplice misura, saprebbero che l’atmosfera di Marte è effettivamente inerte. Non c’è bisogno di volare sin lì a caro prezzo per provarne l’evidenza!
È difficile non rimanere colpiti dalla simmetria fra i gesti di Galileo e quelli di Lovelock che puntano i loro modesti strumenti verso il cielo per farvi scoperte radicalmente opposte. Quando, a partire da immagini tremolanti, iridescenti e deformate della Luna che il suo telescopio catturava, Galileo ha deciso, grazie alla sua conoscenza approfondita del disegno prospettico5, di vedervi le ombre proiettate dal Sole sulle montagne, sulle catene e le valli lunari, egli ha immediatamente stabilito un nuovo tipo di continuità, per non dire una nuova fraternità, fra la Terra e il suo satellite. Erano entrambi pianeti, erano entrambi corpi fatti della stessa materia omogenea, avevano entrambi la stessa dignità e ruotavano entrambi attorno a un centro. Lo spazio indifferenziato poteva d’ora innanzi estendersi ovunque. La Terra non era più relegata nei bassifondi di un mondo sublunare, circondata da anelli di dignità sempre più elevati, a partire dai pianeti sovralunari fino alla sfera delle stelle fisse, lontane appena qualche grado da Dio stesso. D’ora innanzi la Terra avrebbe avuto la stessa importanza di tutti gli altri corpi celesti, senza alcuna gerarchia fra loro; quanto a Dio, lo si sarebbe potuto incontrare in qualsiasi luogo nelle vaste immensità del mondo.
Una volta superato lo choc iniziale, astronomi, scrittori, polemisti, preti e pastori, non meno di libertini, poterono allora spingere verso queste nuove Terre una vasta popolazione di personaggi fittizi che presero a vivervi ogni sorta di avventura e a osservare i costumi di ogni genere di creature misteriose. I nuovi racconti astronomici di Keplero, Cyrano, Descartes, Fontenelle e Newton divennero credibili in relazione a un mondo che si stava estendendo costantemente perché era omogeneo in ogni luogo6. E, poiché era stato inventato lo spazio infinito che era ovunque lo stesso, si poteva dare una qualche consistenza all’idea di “un punto di vista da nessun luogo [point de vue de nulle part7]” che permetteva a menti disincarnate e interscambiabili di scrivere le leggi applicabili all’intero cosmo. Tralasciando le qualità secondarie – il colore, l’odore, la consistenza, ma anche il modo in cui nascono, invecchiano e muoiono – e focalizzandosi sulle sole qualità primarie – l’estensione e il movimento –, tutti i pianeti, tutti i soli, tutte le galassie potevano essere trattati alla stregua di palle da biliardo8. Dopo tutto, corpi in caduta libera sono appunto corpi in caduta libera: visto uno, visti tutti! L’estensione infinita del mondo come della conoscenza del mondo diveniva possibile poiché ciascun luogo era letteralmente uguale a tutti gli altri, eccetto per le sue coordinate. Come indica il termine latino res extensa, l’idea di cosa sia una cosa poteva estendersi in effetti dappertutto9. Per rispondere di nuovo al celebre titolo di Alexandre Koyré, Galileo e i suoi eredi consentivano ai loro lettori di passare “dal mondo chiuso all’universo infinito10”. Lo spirito delle leggi della natura aleggiava nel cielo.
È precisamente a partire da queste localizzazioni fittizie che Lovelock immagina un astronomo marziano che non avrebbe affatto bisogno di viaggiare su un’astronave per stabilire, dalla semplice lettura del suo strumento ugualmente fittizio, che la Terra è un pianeta vivente dal momento che la sua atmosfera non rientra nello stato di equilibrio chimico11. È questo il ragionamento di Lovelock: se posso, da Pasadena, decidere incontestabilmente che Marte è un astro morto perché la sua atmosfera è in equilibrio chimico, allo stesso modo, se fossi un piccolo uomo verde, potrei concludere con certezza che la Terra è un astro vivente perché la sua atmosfera è in disequilibrio chimico. Se le cose stanno così, conclude l’astronomo terrestre con un’intuizione improvvisa, qualcosa deve mantenere stabile questo stato, qualche agency che non è ancora stata resa visibile, che è assente su Marte come su Venere o sulla Luna, o ancora una sorta di agency che le consenta di mantenere, o recuperare, nel corso di miliardi di anni, uno stato di cose abbastanza durevole da contrastare le perturbazioni introdotte da eventi esterni – la crescente luminosità del Sole, i bombardamenti di asteroidi, le eruzioni vulcaniche. Ma non bisogna affrettarsi a conferire a questa potenza, a questa agency, un nome già noto, per esempio quello di “vita”. Bisogna innanzitutto comprendere la singolarità di questa scoperta.
Mentre Galileo, levando gli occhi dall’orizzonte al cielo, rafforzava la somiglianza fra la Terra e tutti gli altri corpi in caduta libera, Lovelock, abbassando lo sguardo da Marte in direzione nostra, diminuisce in effetti la similarità fra tutti gli altri pianeti e questa Terra così particolare quale è la nostra. È assumendo il “punto di vista di Sirio [point de vue de Sirius12]” che egli mostra perché non vi sia “punto di vista da nessun luogo [point de vue de nulle part]”! Come qualcuno che faccia scorrere lentamente la capote di una vettura per chiuderla ben bene, dal suo piccolo ufficio di Pasadena Lovelock riporta il lettore a quel che dovrebbe essere considerato, ancora una volta, un mondo sublunare. Non che la Terra mancherebbe di perfezione, piuttosto il contrario; non che nasconda nelle sue viscere il tetro sito dell’Inferno13, ma perché detiene – lei sola? – il privilegio di essere in disequilibrio, il che significa anche che possiede un certo modo di essere corruttibile – o, per utilizzare i termini della conferenza precedente, di essere, in una forma o in un’altra, animata.
In ogni caso, la Terra sembra capace di mantenere attiva una differenza fra il suo interno e il suo esterno. Ha qualcosa di simile a una pelle, un involucro. Fatto ancor più strano, il pianeta blu appare improvvisamente come una lunga serie di eventi storici, casuali, specifici e contingenti, come fosse il risultato provvisorio e fragile di una geostoria14. È come se, tre secoli e mezzo dopo, Lovelock avesse preso in considerazione alcuni tratti di quella stessa Terra di cui Galileo non doveva tenere conto al fine di poterla considerare un semplice corpo in caduta libera fra tanti altri15: il suo colore, il suo odore, la sua superficie, il suo tessuto, la sua genesi, il suo invecchiamento, forse la sua morte, questa fine pellicola all’interno della quale viviamo, in breve il suo comportamento, in aggiunta al suo movimento. Come se le qualità secondarie fossero tornate alla ribalta. Serres aveva ragione: per essere completa, alla Terra che si muove di Galileo bisognava aggiungere la Terra che si commuove di Lovelock16.
Se la prima scoperta è stata uno choc, la seconda non è da meno. Ricordate il cliché delle tre “ferite narcisistiche” rese famose da Freud, non senza un certo masochismo17: dapprima Copernico, poi Darwin e infine Freud stesso. Tre volte di seguito, l’arroganza umana sarebbe stata profondamente ferita da scoperte scientifiche: la prima volta, dalla rivoluzione copernicana che avrebbe scacciato l’uomo dal centro del cosmo; poi, straziata ancora più a fondo dall’evoluzione darwiniana che ha fatto dell’umano una specie di scimmia nuda; infine, per la terza volta, dall’inconscio freudiano che avrebbe espulso la coscienza umana dalla sua posizione centrale. Ma, per considerare tali scoperte come una serie di ferite narcisistiche, Freud deve avere dimenticato l’entusiasmo con cui la cosiddetta “rivoluzione copernicana” era stata accolta18. Lungi dal sentirsi feriti, sembra al contrario che coloro che l’hanno vissuta si siano sentiti liberati dai loro vincoli, dopo avere sofferto così a lungo l’essere relegati in una segreta, senza alcuna via d’uscita se non le regioni sovralunari, l’unico sito delle verità incorruttibili. L’universo infinito, l’evoluzione millenaria, l’inconscio tortuoso, ma tutto ciò è liberatorio: finalmente usciamo dal nostro buco! Finalmente ci emancipiamo! Nel suo dramma su Galileo, Brecht, lo ricordiamo, aveva celebrato questa “uscita al largo” facendo ruotare davanti al suo giovane assistente, Andrea, i pesanti cerchi in rame di un antico astrolabio:
galileo (asciugandosi) Già. Anche a me, la prima volta che lo vidi, fece lo stesso effetto. A certi, lo fa. […] Muri, calotte, ogni cosa immobile! Per duemil’anni l’umanità ha creduto che il sole e tutte le costellazioni celesti le girassero attorno. […] Ma ora ne stiamo uscendo fuori, Andrea: e ci attende un grande viaggio. Perché l’evo antico è finito e siamo nella nuova era. […] Perché ogni cosa si muove, amico mio. […] Presto l’umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste che costituisce la sua dimora. Non le basta più quello che sta scritto negli antichi libri. Sì: perché, dove per mille anni aveva dominato la fede, ora domina il dubbio.19
“Ogni cosa si muove, amico mio” in effetti, ma non nella direzione prevista… Si potrebbe dire, parafrasando Brecht: “Laddove la credenza si è insediata per trecentocinquanta anni, là ora il dubbio s’insinua!”. “L’evo antico è finito” e presto, forse, “l’umanità avrà le idee chiare sul luogo in cui vive, sul corpo celeste che costituisce la sua dimora”, ma a condizione di incassare quest’altra “ferita narcisistica”, ancora più dolorosa di quelle che Freud aveva immaginato. Quel che non ha più alcun senso è rifugiarsi nel sogno, senza ostacoli e senza legami, nella sconfinata distesa dello spazio. Stavolta, noi altri umani non rimaniamo sconvolti nell’apprendere che la Terra non occupa più il centro e che vortica senza scopo intorno al Sole; no, se siamo così profondamente sconcertati, è al contrario perché ci troviamo al centro del suo piccolo universo e perché siamo imprigionati nella sua minuscola atmosfera locale.
All’improvviso, dobbiamo limitare i nostri viaggi immaginari; l’universo in espansione di Galileo è come sospeso, il suo movimento in avanti interrotto. Il titolo di Koyré deve essere d’ora in poi letto in senso contrario: “Ritorno dall’universo infinito al cosmo limitato e chiuso”. Tutti quei personaggi fittizi che avete mandato via, richiamateli indietro! Annunciate al capitano Kirk che l’astronave Enterprise deve tornare alla base. “Là fuori, non troverete nulla di simile a noi; siamo soli con la nostra storia terrestre e terribile.” Quanto al pianeta Pandora, non è in questa direzione che la prossima Frontiera contro i selvaggi Na’vi continuerà a estendersi! D’altro canto, nel film Gravity, la dottoressa Ryan Stone si è offerta di riassumerci la situazione mentre faceva ritorno, dopo mille effetti speciali, sulla terra fangosa, confessando: “I hate space!20”.
Sì, decisamente, “il dubbio s’insinua”. Si possono sempre stanziare ingenti fondi per ciò che si era soliti chiamare la “conquista dello spazio”, ma riusciremo tutt’al più a trasportare attraverso distanze inconcepibili, da un pianeta vivente verso pianeti morti, una mezza dozzina di astronauti incapsulati. Il luogo dell’azione è quaggiù e ora. Non sognate più, mortali! Non scapperete nello spazio. Non avete altra dimora che quaggiù, in questo ristretto pianeta. Potete comparare i corpi celesti gli uni agli altri, ma non recandovi di persona. La Terra è, per voi, quel che in greco è detto hapax – un nome che occorre una sola volta – ed è proprio questo nome che pertiene ai membri della vostra specie, i Terranei – o, se preferite un termine con una simile etimologia greco-latina, idiotes. “Noi siamo idioti; tutto quel che ci accade non accade che una volta sola, non accade che a noi, qui.” Se Galileo Galilei si è guadagnato un nome che lo ha accostato sempre più al termine mitico “galileiano”, dobbiamo riconoscere che Lovelock è riuscito, anche lui, a trovarsi un nome piuttosto enigmatico: “Amore chiuso a chiave”, “Lucchetto d’amore”, “Amore in catene”? In ogni caso, è colpa sua se siamo rinchiusi per sempre, e a doppia mandata…
*
Il nome “Gaia” non è meno sorprendente di “Lovelock”. Abbiamo letto tutti Il signore delle mosche, la storia di alcuni giovani collegiali britannici naufragati su un’isola deserta da cui non possono più fuggire, al pari di noi dal nostro pianeta blu, e in cui discendono a poco a poco la china scivolosa che conduce alla barbarie21. Ora si dà il caso che l’autore, William Golding, fosse vicino di casa di Lovelock in un piccolo villaggio del Wiltshire dal delizioso nome di Bowerchalke, e che sia proprio a Golding che Lovelock debba la sua teoria22. Non nuoce alla reputazione dello scrittore supporre che – quando, dopo qualche birra in un pub, suggerì il nome “Gaia” – in realtà non rileggesse Esiodo da un bel po’. Se lo avesse fatto, avrebbe saputo che scagliava sulla teoria del suo amico una maledizione a cui non sarebbe mai potuta sfuggire completamente.
È che Gaia, Ge, Terra, non è una dea propriamente detta, ma una forza che proviene dall’epoca antecedente agli dèi. “Nella Teogonia di Esiodo – scrive Marcel Detienne – Terra è una grande potenza degli inizi23”. Prolifica, pericolosa, saggia, l’antica Gaia emerge in grandi spargimenti di sangue, vapore e terrore in compagnia di Caos ed Eros.
Dunque, per primo fu Caos, e poi
Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo,
[…] poi Eros, il più bello fra gli immortali […].
Gaia per primo generò, simile a sé,
Urano stellato […]
Teia Rea Temi e Mnemosine
e Foibe dall’aurea corona, e l’amabile Teti;
e dopo di questi, per ultimo, nacque Crono dai torti pensieri,
il più tremendo dei figli, e prese in odio il gagliardo suo
[genitore.24