Conferenza II
Come non (dis)animare la natura

“Verità scomode” – Descrivere per mettere in guardia – Dove ci si concentra sulle agency – Sulla difficoltà di distinguere umani e non umani – “Eppur si muove!” – Una nuova versione del diritto naturale – Dell’incresciosa tendenza a confondere causa e creazione – Verso una natura che non sia più una religione?

Come dovremmo reagire noi, poveri lettori quali siamo, quando ci imbattiamo in un titolo come questo: Il livello di CO2 nell’atmosfera è il più alto degli ultimi 2,5 milioni di anni, col sottotitolo ancora più inquietante, Stiamo superando la soglia di 400 ppm di biossido di carbonio, principale agente del riscaldamento globale. E il giornalista spiega:

Stiamo superando una soglia simbolica. Per la prima volta dalla comparsa dell’uomo sulla Terra. E persino da oltre 2,5 milioni di anni […]. A maggio del corrente anno si sfiorerà la soglia di 400 parti per milione (ppm) di biossido di carbonio (CO2) nell’atmosfera, nella stazione di rilevamento di Mauna Loa, nelle Hawaii, in cui l’americano David Keeling conduce dal 1958 le prime misurazioni dell’era moderna.1

Figura 2.1 © “Le Monde”, p. 7, maggio 2013.

Si tratta di uno stato di fatto, frutto di una osservazione convalidata, ottenuta con estrema difficoltà grazie all’ostinazione di Keeling. Come racconta nel suo libro-testimonianza sulle difficoltà di dotare la Terra di sensori sufficientemente sensibili, se è riuscito a mantenere la sua apparecchiatura di misurazione su lungo periodo è contro lo scetticismo e l’indifferenza degli enti finanziatori e di un gran numero di colleghi2. Ma allo stesso tempo, quando si parla di soglie che “stiamo superando”, di “soglia simbolica” e di “principale agente del riscaldamento globale”, il lettore non può fare a meno di leggere questa notizia come un allarme. È sicuramente ciò che uno dei ricercatori citati dal giornalista ci chiede di fare:

“Superare la soglia di 400 ppm di CO2 ha in sé una forte carica simbolica”, sostiene il climatologo Michael Mann, direttore dell’Earth System Science Center dell’Università della Pennsylvania. “Questa è una chiara testimonianza della misura in cui l’esperimento pericoloso che stiamo conducendo sul nostro pianeta sia fuori controllo.”3

Ecco una delle espressioni ibride che abbiamo rilevato nella precedente conferenza. Dire che una soglia è stata superata e che stiamo conducendo un esperimento fuori controllo significa oltrepassare la presunta distanza insuperabile fra la pura descrizione e la vigorosa prescrizione: dobbiamo fare qualcosa – ma non ci è detto esattamente cosa.

Che sia una questione di politica come di morale, Michael Mann, autore della famosa curva della temperatura “a mazza da hockey4”, sarebbe l’ultimo a negarlo. Nella storia delle scienze nessun diagramma ha subìto più attacchi di questo (ne troviamo una versione semplificata nella figura 2.1). I clima-scettici, astuti adepti, come abbiamo visto, di una rigida distinzione fra l’essere e il dover essere, l’hanno così ferocemente attaccato che Mann ha dovuto aggiungere al titolo del libro in cui riporta le sue avventure, La curva a mazza da hockey e le guerre climatiche, il seguente sottotitolo: Dispacci dal fronte! Dal 2013 a oggi niente ha funzionato, né nell’“esperimento fuori controllo che stiamo conducendo”, né nei rinnovati attacchi quotidiani al “fronte” affinché questa verità scomoda scompaia dalla faccia della Terra. Se è vero che “la prima vittima della guerra è la verità”, allora la seconda è di certo la neutralità assiologica, incapace di resistere alla tensione insostenibile fra descrizione e prescrizione creata dal Nuovo regime climatico5. Quel che Mann ha scoperto, e che approfondiremo nel corso di queste conferenze, è che siamo di fronte a uno stato di guerra, e non a una semplice “guerra climatica6. Come spiegare altrimenti il fatto che l’IPCC, esso stesso corpo diplomatico-scientifico, si sia visto assegnare, nel 2007, il premio Nobel per la pace e non quello per la fisica o la chimica?

La tensione è tanto più forte in quanto, alla fine dell’articolo pubblicato su “Le Monde”, Mann aggiunge con falsa innocenza: “Esiste la concreta possibilità che, stanti gli attuali livelli di CO2, abbiamo già superato la soglia di una pericolosa incidenza sul nostro clima”. Non soltanto ci troviamo in un momento storico senza precedenti noti (“Per ritrovare livelli simili di biossido di carbonio, bisogna risalire all’era del Pliocene, dai 2,6 ai 3,5 milioni di anni fa. Le creature più prossime al genere umano che calpestavano allora la superficie della Terra erano gli australopitechi!”); non solo abbiamo oltrepassato una soglia – termine insieme giuridico, scientifico, morale e politico; non solo l’umanità è responsabile di questa trasformazione davvero rivoluzionaria (ciò che è sottinteso nell’associazione ben nota fra emissione di CO2 e stile di vita industriale) ma, per giunta, abbiamo già probabilmente mancato il momento in cui potevamo ancora fare qualcosa7… La rivoluzione è stata innescata da noi ma senza di noi, in un passato terribilmente prossimo di cui stiamo prendendo atto troppo tardi! E, per rendere il quadro ancora più drammatico, il diagramma che accompagna le ultime serie di misurazioni sottolinea, con un tratto che potremmo definire di umorismo macabro, il momento stesso in cui questa storia ha avuto inizio: “Primo fossile di homo sapiens” – in attesa dell’ultimo… Quanto al lasso di tempo fra gli australopitechi e l’homo œconomicus dell’“era moderna”, il lettore ha diritto a un riassunto alla velocità della luce: una breve storia divisa tra quel che è accaduto alla Terra e quel che è accaduto agli umani che, un tempo, l’abitavano senza influire granché su di essa…

Non stavo quindi esagerando quando dicevo che la questione climatica ci sta facendo ammattire. Tutto, in questi dispacci dal fronte, dà le vertigini: l’enorme complessità dei dispositivi scientifici in grado di stabilire misurazioni affidabili su distanze temporali così vaste, per non parlare della stupefacente stratificazione di discipline – paleontologia, archeologia, geochimica –, capaci di convergere su modelli che consentono di predire il momento preciso in cui si superano le soglie8. Ma l’esperienza più vertiginosa è posizionare nello stesso diagramma la storia lunga del pianeta e la storia breve degli umani, non come si faceva un tempo per sottolineare l’insignificanza dell’umanità di fronte all’enormità della storia terrestre ma, al contrario, per caricare improvvisamente sulle spalle di questa stessa umanità il fardello di una potenza geologica senza precedenti9. E non è finita qui: dopo aver trasformato i nani – o gli acari – che credevamo di essere in un gigantesco Atlante, ci viene annunciato al contempo, in tutta calma, che andremo incontro al nostro destino se non faremo nulla ma che, oltretutto, è comunque ormai troppo tardi, forse, per fare qualcosa!

Come non lasciarsi vincere dal panico a causa di simili corto-circuiti, impensabili in passato, fra il ritmo della storia e quello della geostoria10, altrettanto “piena di rumore e furore” della precedente? Abbiamo sentito parlare dell’accelerazione della storia, ma che questa storia possa accelerare anche la storia geologica, questo, sì, è qualcosa che ci lascia stupefatti. Non significa parlare male dell’umanità ricordare quanto siamo tutti mal equipaggiati – a livello affettivo, intellettuale, morale, politico, culturale – e impreparati ad accogliere simili notizie. Sarebbe assai più saggio, e persino più razionale, ignorarle del tutto – se ciò non fosse il modo più sicuro di cedere definitivamente al delirio!

Che ci sia un’enorme differenza fra rispondere a una minaccia sotto gli auspici della politica o della conoscenza, lo si nota chiaramente quando compariamo il ritmo rapido e nervoso della corsa agli armamenti, innescato dalla Guerra fredda, all’estrema lentezza dei negoziati sul clima. Sono state spese centinaia di miliardi di dollari in armi nucleari, in risposta a una minaccia su cui le informazioni acquisite dalle spie erano, al più, molto scarse, mentre invece la minaccia creata dall’origine antropica dello “sconvolgimento climatico” è probabilmente il tassello di informazione meglio documentato e oggettivamente sviluppato su cui fare affidamento prima di passare all’azione. E tuttavia, nel primo caso, tutte le emozioni tradizionali associate alla politica bellica hanno portato, in nome della precauzione, alla creazione di un arsenale sproporzionato fino all’eccesso; mentre, nel secondo caso, stiamo spendendo moltissima energia nell’ostacolare, in nome della medesima precauzione, il sapere necessario per attivare stanziamenti comunque del tutto insufficienti.

Basta comparare la ricezione del “lungo telegramma” segreto di Georges Kennan nel 1946 sulla strategia sovietica con la relazione pubblica di Sir Nicholas Stern nel 2006 sulle misere somme che avrebbero dovuto essere stanziate dai paesi industrializzati per evitare la gran parte degli effetti deleteri del cambiamento climatico11. Nel primo caso, l’esistenza lampante di un nemico, della guerra e della politica dava alla parola “precauzione” il senso di azione rapida; nel secondo, l’incertezza sul nemico, sulla guerra e sulla politica dava alla precauzione la connotazione rilassante di “stiamo a vedere, ci sarà tempo per sistemare tutto”. Attacco di panico nel primo caso e quindi mobilitazione generale; nel secondo caso, smobilitazione – eppure abbiamo a che fare col grande dio Pan in persona!

Di fronte a un tale scarto nei tempi di reazione, gli attivisti ecologisti sono tentati di accelerare le cose facendo appello, o perlomeno questo è quel che credono, al potere di persuasione delle scienze. “Visto che ora sappiamo con certezza quel che sta accadendo, dovete agire. Se non lo fate, vi comportate da criminali.” Attribuiscono così alle leggi inviolabili di una Natura indifferente la funzione altamente politica di mobilitare le masse indifferenti alla minaccia – aggiungendovi un tocco di indignazione morale. È una versione di ciò che chiamiamo l’“essenzialismo strategico12”. Si basa su una nozione – la certezza indiscutibile – per ottenere un effetto di mobilitazione che non si potrebbe ottenere altrimenti. Il pericolo di una simile tattica è che aggiri il duro lavoro della politica conferendo alla scienza una certezza indiscutibile che questa è lungi dall’avere – senza peraltro mobilitare nessuno.

Come ho già mostrato in Politiche della natura, gli ecologisti hanno troppo spesso ridipinto di verde questa stessa Natura grigia che era stata concepita nel XVII secolo per rendere la politica, se non impotente, perlomeno sottomessa alla Scienza; questa Natura a cui abbiamo conferito il ruolo di “terzo disinteressato”, capace, in ultima istanza, di arbitrare tutte le altre dispute; questa Natura in seno alla quale così tanti scienziati credono ancora di doversi rifugiare per difendersi dal lavoro sporco della politica; questa Natura che ha ereditato, come vedremo più avanti, tutte le funzioni del Dio onniveggente e onnicomprensivo dei tempi antichi, e che è altresì incapace di fare in modo che la sua Provvidenza incida sulla Terra! L’ecologia può essere considerata, in sintesi, non come la politica che prende in considerazione la Natura, ma piuttosto come la fine della Natura che fungeva da consorte della politica13. È per questo che dobbiamo scegliere fra una Natura che nasconde la sua Politica e una Politica che rende la Natura esplicita.

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Non è certo, tuttavia, che il fattore più problematico sia il carattere ibrido di questi enunciati, anche se sembrano preoccupare molto chi ritiene necessario mantenere una netta separazione fra scienza e politica. Dopo un momento di stupore, possiamo facilmente comprendere come sia fondamentale interpretarli. Se i dati come quelli della curva a mazza da hockey non sono più obiettivi [objectives] nel senso ordinario del termine (separati cioè da ogni descrizione), sono effettivamente obiettivi nel senso che coloro che li hanno tracciati hanno risposto a tutte le obiezioni [objections] che potevano essere sollevate contro di essi (questo è il solo modo noto con cui è possibile trasformare una proposizione in un fatto14). La sola originalità di questi dati15 è che ci riguardano così direttamente che la loro mera esternazione suona anche come un allarme all’orecchio di chi deve occuparsene, un po’ come gli strumenti necessari per monitorare la frequenza cardiaca e la respirazione di un paziente in sala rianimazione.

In pratica, la differenza fra gli enunciati constativi e gli enunciati performativi, per utilizzare il vocabolario dei linguisti, anche se è stata motivo di grande preoccupazione per i filosofi, è sempre risultata molto sottile16. Se vi trovate su un autobus e constatate che un passeggero si sta per sedere nel posto in cui avete appena accomodato il vostro bambino, l’enunciato che non tarderete a emettere – “C’è un bambino sul sedile” – sarà certamente una constatazione (autoevidente come “Il gatto è sul tappeto”), ma non sareste umani se non l’enunciaste in modo da provocare una reazione in colui al quale lo rivolgete (questo è uno dei significati della parola “performativo”). Non cercate di sostenere che state solo dicendo che il bambino è “giusto qui, nient’altro”. Non state semplicemente enunciando un fatto obiettivo – tutti i passeggeri possono constatare che il bambino è proprio sul sedile; state vivamente obiettando a un comportamento che schiaccerebbe il suddetto bambino sotto il sedere del suddetto passeggero. “C’è un bambino sul sedile” è quindi un enunciato insieme constativo e performativo. E questo, indipendentemente dal tono calmo, freddo, teso, automatico, concitato o stridulo che adottate. Tutto il successo del buon signor Spock, il celebre portavoce della Ragione, risiede nel fatto che, malgrado la sua voce meccanica, dice in realtà al capitano Kirk cosa si deve fare per tenere conto di ciò che è.

Un tempo, si poteva ignorare questa evidenza, immaginando che gli scienziati dovessero rimanere esterni ai fenomeni che descrivevano come lo erano coloro cui si rivolgevano. Ma da allora, se parlate di qualsiasi parte della Terra agli umani – che sia questione di geologia, clima, specie viventi, chimica dell’alta atmosfera, carbonio o caribù –, ci troviamo tutti sulla stessa barca o, piuttosto, sullo stesso autobus. Ecco perché tutto ciò che dicono gli scienziati a proposito di questa sottile pellicola di vita suona totalmente differente dall’antico verbo indiscutibile, pronunciato da Sirio, per parlare di cose che non riguardano direttamente né chi sta parlando né chi sta ascoltando. Solo i clima-scettici stanno ancora tentando di farci credere che l’obiettività non debba condurre ad alcuna forma di azione perché bisognerebbe, per avere un’aria scientifica, restare indifferenti a quel che si dice. Ma, volendo separare la scienza dai loro interessi, sono i loro interessi, al contrario, che gli scettici insistono a mettere al riparo da qualsiasi obiezione. E ora si vede eccome! È sulla Terra, al contrario, che si producono, come fa Keeling a Mauna Loa, enunciati veramente obiettivi e interessanti perché hanno risposto alle obiezioni dei loro avversari, predisponendo, di conseguenza, chi li ascolta a interessarsi a quel che accade loro17.

Senza dubbio, quel che spiega, in parte, l’antica idea che la descrizione non implichi alcuna prescrizione è che questi avvertimenti non specificano ovviamente nel dettaglio cosa si debba fare. Si limitano a mettere l’azione collettiva in tensione. Il che è esattamente quel che si richiede a un avvertimento. Al posto di una differenza di principio fra il mondo dei fatti e il mondo dei valori, differenza che non andrebbe mai oltrepassata per restare razionali, osserviamo che dobbiamo abituarci piuttosto a un concatenamento continuo di azioni che iniziano dai fatti, si prolungano in avvertimenti e puntano alle decisioni – e questo processo avviene in entrambe le direzioni. Doppio concatenamento che l’idea di una neutralità assiologica, sottraendo un po’ troppo prematuramente il primo segmento dai successivi, non consente affatto di prolungare18. Abbiamo dimenticato che non ci si lancia in una descrizione se non per agire e che, prima di individuare quel che si deve fare, dobbiamo essere stimolati ad agire da un genere particolare di enunciati che toccano i nostri cuori per metterci in moto, sì, per emozionarci. Cosa stupefacente, questo tipo di enunciati è ormai patrimonio anche di geochimici, naturalisti, modellisti e geologi, e non soltanto di poeti, appassionati, politici o profeti.

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Come spiegare il fatto che le scienze sono allo stesso tempo ciò che moltiplica le potenze d’agire [puissances d’agir], quel che in inglese chiamiamo agency19, e ciò che sostiene di parlare solo di agenti, poi trasformati in “esseri materiali” presumibilmente inerti? Per affrontare la questione, vorrei confrontare tipi di narrazione differenti per fare sentire come i personaggi siano dotati di capacità di azione, quale che sia peraltro la figurazione data a questi personaggi, alcuni dei quali appartengono chiaramente al repertorio degli umani, altri al repertorio degli “esseri della natura”. Vedremo che ciò che caratterizza i modi cosiddetti scientifici di esprimersi non è il fatto che i loro oggetti di studio siano inanimati, ma unicamente quel poco di familiarità che abbiamo con questi “attori” che chiedono di essere presentati in maniera più approfondita dei personaggi cosiddetti antropomorfi che crediamo di conoscere meglio20.

Metterò a confronto tre brevi estratti, rispettivamente da un romanzo, un articolo di giornale e un paper di neuroscienza. Analizzandoli uno dopo l’altro, cerchiamo di essere sensibili non ai generi chiaramente distinti ai quali appartengono, ma alla molteplicità dei modi di azione che sono capaci di mescolare. Vi chiedo, in altre parole, di sospendere l’abituale griglia di lettura con cui tendiamo di norma a opporre gli attori umani agli attori non umani, diciamo i soggetti agli oggetti, concentrando la nostra attenzione su quel che costituisce il loro comune repertorio. Capiamo allora che dire di un attore che è inerte – nel senso di non avere alcuna agency – o che è animato – nel senso di “dotato di un’anima” – è un’operazione secondaria e derivata.

Un grande romanzo si riconosce dal fatto che i personaggi non si conformano a repertori di azioni prevedibili, sfuggono quindi ai cliché che utilizziamo per semplificare le nostre storie, come succede nel gioco del Cluedo in cui abbiamo, per esempio, il Maggiordomo, il Detective, la Ragazza sperduta, il Cattivo. È certamente il caso del famoso passo di Guerra e pace di Tolstoj che racconta la (non) decisione del maresciallo Kutuzov, alla vigilia della celebre battaglia di Tarutino del 18 ottobre 1812, battaglia che considera inutile combattere per sconfiggere Napoleone:

L’informazione dei cosacchi, confermata da pattuglie inviate in ricognizione, dimostrò che gli eventi erano definitivamente maturi. La corda tesa scattò, l’orologio si mise a sfrigolare, il carillon a suonare. Nonostante il potere di cui sembrava godere, il suo ingegno, la sua esperienza, la sua conoscenza degli uomini, Kutuzov tenne conto del dispaccio di Bennigsen, che aveva inviato un rapporto direttamente all’imperatore, del desiderio unanime manifestato da tutti i generali, del desiderio ch’egli stesso intuiva nell’animo dell’imperatore, e, infine, dell’informazione dei cosacchi; non riuscì più a trattenere un movimento divenuto irrefrenabile e diede ordine di fare ciò ch’egli riteneva inutile e dannoso, consacrando così il fatto compiuto.21

Come i lettori del romanzo ricorderanno sicuramente, Kutuzov, nel prosieguo del passo scelto, farà di tutto per differire l’incarico, ma alla fine, tuttavia, riporterà la vittoria, perché è riuscito a rimanere pressoché immobile di fronte alle avanzate e controavanzate della Grande Armata di Napoleone! Se esiste un sistema di comando che riteniamo garante certo di obbedienza al capo supremo, si tratta sicuramente di un’armata in guerra. Tuttavia, in questo resoconto della battaglia, succede esattamente il contrario: il soggetto umano che dovrebbe avere il totale controllo delle sue volontà, il maresciallo Kutuzov, è proprio colui che si fa agire da forze oggettive che non può “comprimere”. Alcune sono “naturali” – “gli eventi erano definitivamente maturi”, “l’orologio si mise a sfrigolare, il carillon a suonare” –, altre sono chiaramente umane e sociali – l’informazione dei cosacchi, il tradimento del suo aiuto di campo Bennigsen, il “desiderio unanime manifestato da tutti i generali” –, altre ancora sono, diciamo, cognitive – “la sua esperienza, la sua conoscenza degli uomini”, il “desiderio ch’egli stesso intuiva nell’animo dell’imperatore”. È tutto questo che obbliga Kutuzov a dare “ordine” di ciò che “riteneva inutile e dannoso”, non potendo fare altro che consacrare “il fatto compiuto”. Dovrebbe avere degli obiettivi: è così impotente nella sua potenza, invece, da non riuscire neppure a definirli.

Si potrebbe difficilmente affermare che si tratta di una storia i cui protagonisti sono esclusivamente attori umani: vediamo un romanziere, fattosi attento alle pieghe e contropieghe dell’animo umano, moltiplicare le forme di azione che rendono difficile dire in cosa esattamente risieda il carattere antropomorfo dei suoi personaggi. A Kutuzov viene conferita una forma – è questo il significato del prefisso greco “morph-” – da parte di forze che hanno tutt’altre caratteristiche. Questo è ciò che intendono gli specialisti di analisi letteraria quando distinguono la figurazione dall’agency: Kutuzov ha sì la figura di un umano ma ciò che lo fa agire gli viene da altrove, da forze che Tolstoj elenca in dettaglio22.

Si obietterà forse che i romanzieri sono pagati per sondare le pieghe dell’animo umano e che non vi è nulla di straordinario nel loro dilettarsi a complicare la vita dei filosofi che preferirebbero vedere i soggetti del “mondo umano” opposti radicalmente agli oggetti del “mondo materiale”. È vero che, nell’esempio di Kutuzov, non c’è alcun agente che si possa considerare una forza naturale davvero credibile. Malgrado le metafore degli eventi “definitivamente maturi”, della “corda tesa” che scatta e del “carillon” che suona23, rimaniamo dall’inizio alla fine, e per il nostro sommo piacere, all’interno della commedia umana.

Prendiamo ora un estratto di un best seller dal titolo molto modernista: Il controllo della natura24. Il libro di John McPhee consiste in una serie di storie straordinarie sul modo in cui umani eroici affrontano invincibili agenti naturali – acqua, frane, eruzioni vulcaniche. In un capitolo l’autore racconta un’altra battaglia, quella che gli ingegneri idraulici conducono contro la tendenza, non più di un’armata nemica ma di un fiume, il Mississippi, a lasciarsi insidiosamente catturare dal corso di un altro fiume, assai meno noto perché più piccolo, ma soprattutto il cui corso si situa al di sotto del suo, un fiume dal meraviglioso nome indiano, Atchafalaya.

Se il Mississippi continua a scorrere a est di New Orleans è grazie a un’opera di ingegneria civile, piuttosto piccola e molto fragile, costruita a monte, in un’ansa del fiume, che impedisce all’enorme corso di essere catturato nel letto dell’Atchafalaya, molto più stretto ma situato parecchi metri più in basso. Se questa diga di sbarramento crollasse (la minaccia si ripresenta ogni anno e fa tremare tutta la regione), l’intero Mississippi, dopo aver devastato la vallata dell’Atchafalaya e spazzato via la città di Morgan City, sfocerebbe, con una scorciatoia di parecchie centinaia di chilometri, a ovest di New Orleans, provocando inondazioni massicce e distruggendo gran parte dell’immenso bacino idrografico del Mississippi in cui si riversa un quarto dell’economia americana. Non si tratta più di generali, di guerra, di tradimenti, di desideri e volontà presunte, ma di due fiumi e di un personaggio collettivo – e non più individuale come Kutuzov – che McPhee fa agire “come un solo uomo”: il Corps of Engineers – l’equivalente americano del genio civile. È proprio questa istituzione che è stata incaricata di condurre la battaglia per “controllare la natura” sotto la sovrintendenza di una commissione responsabile delle infrastrutture – la River Commission.

Eccoci qui, dunque, di fronte a un attore naturale. Ma chiunque abbia avvertito la presenza di un ruscello, di un affluente, di un fiume e soprattutto di un fiume come il Mississippi, reagirà come Mark Twain:

Chiunque conosca il Mississippi dichiarerà prontamente – non ad alta voce ma a se stesso – che diecimila Commissioni Fluviali, con tutto l’esplosivo del mondo tra le mani, non riusciranno a domare questo anarchico fiume, a frenarlo o a confinarlo, non riusciranno a dirgli, Vai di qui, Vai di lì, facendosi obbedire […]. Altrimenti, si potrebbe dire che la Commissione possa violare [bully] il corso delle comete, piegandole a miti consigli, tanto quanto violare [bully] il Mississippi costringendolo a una condotta giusta e ragionevole.25

Una forza della natura è evidentemente l’esatto opposto di un attore inerte; tutti i romanzieri, tutti i poeti lo sanno altrettanto bene di qualsiasi esperto di ingegneria idraulica e di geomorfologia. Se c’è una cosa che il Mississippi possiede è proprio un’agency, e così potente che si impone all’agency di tutti i burocrati. Ma il meno che si possa dire è che il Corpo del genio dell’Esercito non ha seguito l’intuizione di Mark Twain. Al contrario, ha deciso di domare “questo anarchico fiume”, di “frenarlo o confinarlo”, di “violarlo”, al punto di impedirgli, da due secoli, di modificare all’improvviso le sue anse come aveva fatto per millenni, ordinandogli “Vai di qui, Vai di lì”. Come la tragedia di Katrina26 ci ha ricordato, è tutto il bacino meridionale del Mississippi, interamente artificializzato, che tenta di difendersi dietro la fragile prima linea delle sue dighe. Le agency con cui abbiamo qui a che fare sono così mescolate che il Corpo ha una responsabilità tecnica e giuridica, il cui peso è all’altezza della potenza del Mississippi come del livello dell’Atchafalaya che continua ostinato a scavare al di sotto. L’intera faccenda si concentra, in definitiva, sulla piccola opera di ingegneria civile che una banale esondazione un po’ più forte delle precedenti potrebbe travolgere. Qual è la conseguenza di questi scambi di capacità? Una situazione di negoziazione, quasi di contratto, fra esseri antropomorfi – il Corpo degli ingegneri – e altri che dovremmo chiamare idromorfi.

Politicamente e moralmente, il Corpo non era in condizione di sopprimerlo: dunque, doveva alimentarlo. E però, in base alle leggi fisiche, essendo l’Atchafalaya il corso d’acqua a maggior pendenza, più acqua avesse ricevuto più ne avrebbe richiamata. Più acqua avesse ricevuto, più profondo avrebbe scavato il proprio letto. La differenza di livello tra i due fiumi sarebbe continuata a crescere, e con essa i presupposti per la cattura. Il Corpo avrebbe dovuto adattarsi alla situazione; avrebbe dovuto realizzare qualcosa che, pur concedendo una parte del Mississippi all’Atchafalaya, al tempo stesso gli impedisse di prenderselo tutto quanto.27

Notiamo che l’espressione “in base alle leggi fisiche” non revoca l’agency ai conflitti fra i due fiumi caratterizzati da McPhee più di quanto il “fatto compiuto” menzionato da Tolstoj non risulti in grado di eliminare ogni volontà nella decisione di Kutuzov (deve comunque, in qualità di generale, “dare il suo assenso”). È esattamente il contrario, c’è una volontà, quella dei fiumi in lotta. Ma l’autore rappresenta in tutt’altro modo ciò che intende con “volontà”: la connessione fra un fiume più piccolo ma più profondo e un altro assai più grande ma più alto è ciò che fornisce gli obiettivi ai due protagonisti, quel che dà alla loro azione un vettore. Poco importa che l’uno sia ritratto come dotato di una intenzionalità o volontà e l’altro semplicemente come una forza, poiché è la tensione che fa l’attore e non la figurazione28.

Come dubitare della “volontà” dell’Atchafalaya di “catturare” il Mississippi? È un modo di dire, sì, ma che giustifica il nostro utilizzo di termini giuridici, del vocabolario bellico – “concedere”, “alimentare”, “adattarsi”, “impedire” – per dare il senso, la direzione, il movimento di un fiume che è di fatto pericoloso. O piuttosto che è stato reso pericoloso dalla volontà del Corpo di violare il Mississippi introducendo un corsetto di dighe. Se si tratta di violenza contro violenza, come possiamo sorprenderci dei tratti caratteriali che passano da un repertorio all’altro? Se volevate evitare l’antropomorfismo, il Corpo avrebbe dovuto evitare di antropizzare il bacino del Mississippi! Ciò che i moralisti tendono a ignorare è qualcosa che gli ingegneri conoscono bene: sul versante del soggetto, non c’è controllo; sul versante dell’oggetto, non c’è disanimazione possibile29. Come dice un ingegnere: “Non è possibile pronosticare quando esattamente questo [ovvero che l’Atchafalaya finirà col catturare il Mississippi] avverrà”. E conclude in tutta tranquillità: “In ogni caso l’esito finale è solo questione di tempo”. “È solo questione di tempo30”, ecco un’espressione che Kutuzov avrebbe compreso perfettamente!

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Tutto questo è molto divertente, direte, ma i giornalisti sono giornalisti, semplici cantastorie, al pari dei romanzieri; li conosciamo, si sentono sempre obbligati ad aggiungere un pizzico di azione a quel che, per sua essenza, dovrebbe essere privo di ogni forma di volontà, obiettivo, scopo od ossessione. Persino quando si interessano alla scienza e alla natura non possono fare a meno di aggiungere del dramma in ciò che non ne contiene alcuno. L’antropomorfismo è l’unico modo che conoscono per raccontare storie e fare vendere i loro giornali. Se dovessero scrivere “obiettivamente” di “forze naturali puramente obiettive”, le loro storie sarebbero decisamente meno drammatiche. La concatenazione di cause ed effetti – e non è questo, dopo tutto, ciò di cui è fatto il mondo materiale? – non deve implicare alcun effetto drammatico, proprio perché – e qui sta tutta la sua bellezza – le conseguenze sono già lì, nella causa: non c’è nessuna suspense, né trasformazione improvvisa, né metamorfosi, né ambiguità. Il tempo scorre dal passato verso il presente. In queste storie (che non sono propriamente delle storie) non accade dunque nulla di fatto, in ogni caso nessuna avventura. Non è proprio questo il punto saliente del razionalismo? Che non si facciano più storie, e che non se ne raccontino più.

Questo è perlomeno il modo convenzionale con cui si sostiene che le relazioni scientifiche andrebbero elaborate. Anche se continuiamo a insistere su questa convenzione nelle aule, è sufficiente una lettura superficiale del primo paper che ci passa tra le mani per rimetterla in discussione. Prendiamo per esempio l’inizio di questo articolo pubblicato dai miei vecchi colleghi del Salk Institute a San Diego31:

La capacità del corpo [attenzione, non si tratta più del Corpo degli ingegneri!] di adattarsi a stimoli stressanti e il ruolo che riveste un cattivo adattamento allo stress nell’innesco di malattie umane sono stati indagati a fondo. Il fattore di rilascio della corticotropina (CRF), un peptide di 41 radicali, e i suoi tre peptidi di struttura similare, urocortina (Ucn) 1, 2 e 3, rivestono ruoli importanti e diversi nel coordinamento delle risposte del sistema endocrino, autonomo, metabolico e comportamentale allo stress. La famiglia dei peptidi del CRF e i suoi recettori sono implicati nella modulazione di altre funzioni come l’appetito, la dipendenza, l’udito e lo sviluppo neuronale, e agiscono in modo periferico sui sistemi endocrino, cardiovascolare, riproduttivo, gastrointestinale e immunitario. Il CRF e i suoi ligandi agiscono inizialmente legandosi a recettori accoppiati a una proteina G (GPCR).32

Una volta accantonati gli acronimi (CRF, Ucn, GPCR), utili agli specialisti ma scoraggianti per i neofiti, e rimpiazzate le forme passive (obbligo stilistico del genere) con l’azione degli scienziati che hanno “indagato a fondo” la questione, ci troviamo – anche in questo caso, come sempre – di fronte a un attore la cui agency è l’oggetto stesso dell’articolo: il fattore di rilascio della corticotropina. Come pretendere che il CRF sia inerte mentre invece “riveste un ruolo importante” ed è “implicato nella modulazione” di un numero vertiginoso di funzioni? Avere una funzione è la sua maniera specifica di avere degli obiettivi, in ogni caso di essere definito come un vettore e quindi come un agente.

Certo, questa introduzione non si lascia leggere con lo stesso piacere di Guerra e pace! Ma non vi è alcun dubbio che, seguendo il CRF, penetriamo nelle curve sinuose dell’azione che si scoprono ancora più complesse delle pieghe della decisione di Kutuzov o dei meandri del Mississippi. Immaginate, peraltro, il modo in cui un Tolstoj, oggi, abbastanza furbo da aggiungere il CRF tra i suoi personaggi, avrebbe dipinto Kutuzov alla vigilia di una battaglia cruciale33. C’è qualcosa di più stressante di una situazione di battaglia? Il CRF si sarebbe diffuso nel suo intestino, avrebbe modificato il suo udito, modulato la sua risposta ai microbi. E come dubitare del fatto che Bennigsen, logorato dal suo tradimento, e ben presto l’intero stato maggiore, per non parlare dei poveri soldati mandati al macello, sarebbero stati tutti metamorfizzati da flussi di CRF? Quando si tratta di comprendere cosa significa agire ed essere agito, romanzieri, giornalisti e scienziati conducono un’unica battaglia e si saccheggiano a vicenda, a ogni passo.

Esiste, ovviamente, una differenza fra quest’ultimo esempio e i due precedenti ma, come ho scoperto già molti anni fa nello stesso laboratorio del Salk Institute, questa differenza non deriva dal fatto che le prime due storie hanno a che fare con agenti “umani” dotati di obiettivi, mentre l’ultima ha a che fare con oggetti della “natura” privi di obiettivi o volontà34. La sola vera differenza – per quel che concerne perlomeno la storia – risiede nel fatto che i lettori del capolavoro di Tolstoj o del racconto di McPhee possono facilmente dotare i personaggi di una certa consistenza sulla base della loro esperienza passata, mentre non possono fare lo stesso nel caso del CRF – a meno che non siano specialisti di neurotrasmettitori, ovviamente. Quel che rende le relazioni scientifiche così propizie allo studio della molteplicità delle agency è che non possiamo definire il carattere degli agenti che mobilitano se non per mezzo delle azioni attraverso cui devono essere lentamente colti.

Contrariamente ai generali come Kutuzov e ai fiumi come il Mississippi, le competenze di questi agenti, ovvero ciò che sono, sono definite solo dalle loro prestazioni, ovvero dopo che coloro che li osservano sono riusciti a registrare come si comportano35. Nel caso di un maresciallo o un fiume, potete agire come se partiate dalla loro essenza per inferire le loro proprietà. Non così con il CRF. Se non ne sapete nulla, sarà necessario – che siate i suoi scopritori o i lettori dell’articolo citato – che iniziate a esplorare ciò che fa. E, siccome nessuno ne era a conoscenza prima di allora, poiché quel che giustifica la pubblicazione è la sua novità, ogni tratto deve essere il risultato di un certo esperimento, una certa prova, e questi devono essere elencati, voce per voce36. Cos’è il CRF? Ciò che rilascia la corticotropina. Cos’è la corticotropina? Ciò che rilascia la corticostimulina nell’ipofisi. E via di seguito.

Se non siamo specialisti di questo argomento sconosciuto, fatichiamo parecchio, ma il procedimento è esattamente lo stesso che adottiamo ogni giorno quando facciamo ricerche online su una persona, un luogo, un evento o prodotto che qualcuno ha menzionato di sfuggita. Cominciamo da un nome che di primo acchito “non ci dice nulla”, poi scorriamo sullo schermo un elenco di situazioni e, infine, dopo aver familiarizzato con queste, invertiamo l’ordine delle cose e prendiamo l’abitudine di partire dal nome per dedurre o riassumere ciò che fa. Allo stesso modo, il CRF era inizialmente un elenco di azioni, prima ancora di essere, come si suol dire, “caratterizzato”. A partire da questo momento, le sue competenze cominciano a precedere e non più a seguire le sue prestazioni. Se leggessimo la letteratura scientifica come leggiamo i romanzi, il CRF sarebbe un personaggio familiare come lo sono Pierre Bezukov e Natasha Rostov – come oggi lo è l’endorfina, in parte uscita dallo stesso laboratorio del Salk Institute. Nella tabella della figura 2.2 che ho elaborato, l’ultima caratteristica è particolarmente importante: è attraverso la stabilizzazione che una sostanza acquisisce la sua consistenza.

Attanti

Attori

Prestazioni

Competenze

Nomi di azione

Nomi di cosa

Attributi

Sostanza

Prima

Dopo

Instabile

Stabile

Figura 2.2

Se ho voluto mettere a confronto brevemente questi tre esempi è per evidenziare l’abisso che separa, da una parte, il principio di senso comune in base al quale si possono facilmente distinguere gli oggetti del mondo naturale dagli oggetti del mondo umano e, dall’altra, l’estrema difficoltà pratica di una simile distinzione. Gli attori, con le loro forme e capacità multiple, non smettono mai di scambiare le loro proprietà. È evidente che le figurazioni cosiddette antropomorfe sono instabili così come quelle classificate come idromorfe, biomorfe o physi[naturo]morfe37, poiché quel che conta non è lo schema di partenza, l’istantanea iniziale, ma le metamorfosi che Kutuzov, l’Atchafalaya o il CRF subiscono nel corso della narrazione. Kutuzov non somiglia al soggetto umano della tradizione (“padrone di sé e dell’universo”), non più di quanto il Mississippi o il CRF somiglino agli “oggetti” della natura materiale, come siamo soliti definirli quando desideriamo farne il semplice sfondo dei soggetti umani. Non dobbiamo confondere le percezioni emanate dai soggetti e dagli oggetti con ciò di cui è fatto il mondo. Se è al mondo – e non più alla “natura” – che siamo interessati, allora bisogna imparare ad abitare quella che potremmo chiamare, mutuando la metafora dalla geologia, una zona metamorfica, per catturare in un’unica parola tutti i “morfismi” che dovremo registrare per seguire queste transazioni38.

In ultima analisi, la distinzione fra umani e non umani non ha più senso della distinzione Natura/Cultura. Sarebbe altrettanto artificiale del porre nello stesso compartimento Kutuzov e il Corpo del genio civile, il Mississippi e il CRF in un altro, come se i primi fossero caratterizzati da una forma di anima o coscienza o mente e gli altri fossero, se non inerti, perlomeno privi di scopo e intenzione. La distinzione fra umani e non umani e la differenza fra cultura e natura devono essere trattate allo stesso modo: per essere certi di non utilizzarle come risorse ma piuttosto come oggetti di studio, bisogna risalire al concetto comune che distribuisce le figure in parti separate39. Credere che questi termini descrivano qualcosa del mondo reale equivale a scambiare un’astrazione per una descrizione.

Quando sosteniamo che esiste, da un lato, un mondo naturale e, dall’altro, un mondo umano, stiamo semplicemente suggerendo di dire, a posteriori, che una porzione arbitraria degli attori sarà spogliata di ogni azione e che un’altra porzione, ugualmente arbitraria, degli stessi attori sarà dotata di un’anima (o di una coscienza). Ma queste due operazioni secondarie lasciano perfettamente intatto il solo fenomeno interessante: lo scambio di forme di azione per mezzo delle transazioni fra agency dalle molteplici origini e forme in seno alla zona metamorfica. Ciò può sembrare paradossale ma, per guadagnarne in realismo, bisogna mettere da parte lo pseudo-realismo che pretende di tracciare il ritratto di umani che si pavoneggiano su uno sfondo di cose.

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Virare l’attenzione verso questa zona comune a scrittori e scienziati può forse consentirci di comprendere in maniera diversa l’idea che la Terra “retroagisca” in risposta a ciò che “noi” le facciamo. Michel Serres aveva già affrontato queste delicate questioni all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, nel momento stesso in cui l’umanità incurante aveva inavvertitamente oltrepassato la pericolosa soglia di CO240. In un libro audace e singolare, Il contratto naturale, Serres proponeva, fra tante altre idee innovatrici, una riformulazione fittizia della famosa citazione di Galileo: “Eppur si muove!41”. Serres parte da un episodio della storia delle scienze reso in versione quasi fumettistica; si suppone infatti che, dopo che la Santa Inquisizione gli aveva interdetto qualsiasi insegnamento pubblico sul movimento della Terra, Galileo abbia mormorato: “Eppur si muove!”. È questo episodio che Serres chiama il primo processo: uno scienziato “profetico” alle prese con tutte le autorità dell’epoca riafferma in silenzio il fatto oggettivo che distruggerà più tardi quelle stesse autorità.

Ma, ai giorni nostri, assistiamo, secondo Serres, a un secondo processo di Galileo42. Di fronte a tutti i poteri riuniti, un altro scienziato ugualmente “profetico” – diciamo, per esempio, James Lovelock43 o Michael Mann o David Keeling –, dopo essere stato condannato al silenzio da tutti coloro che negano il comportamento della Terra, si mette a mormorare fra sé e sé: “Eppur si muove!”, ma conferendogli stavolta una nuova e, per certi versi, un po’ inquietante piega. Non “Eppur la Terra si muove”, ma “Eppur la Terra si commuove”!

La scienza ha conquistato tutti i diritti, da tre secoli a questa parte, appellandosi alla Terra, che rispose muovendosi. Allora il profeta divenne re. A nostra volta, noi facciamo appello a un’istanza assente, quando esclamiamo, come Galileo ma davanti al tribunale dei suoi successori, ex profeti divenuti re: la Terra si commuove! Si muove la Terra immemoriale, fissa delle nostre condizioni o fondazioni vitali, la Terra fondamentale trema.44

Non dobbiamo sorprenderci del fatto che una nuova forma di agency (“si commuove”) sia altrettanto stupefacente, per i poteri stabiliti, dell’antica (“si muove”). Se l’Inquisizione era rimasta sgomenta dinanzi all’annuncio che la Terra non era nient’altro che una palla da biliardo che gira senza sosta nell’immenso universo (ricordate la scena in cui Bertolt Brecht ritrae i giovani frati – che si prendono gioco dell’eliocentrismo di Galileo – girare in tondo senza meta in una stanza del Vaticano45), la nuova Inquisizione (ormai economica e non più religiosa) è profondamente turbata dalla scoperta che la Terra è divenuta – è ridivenuta! – un involucro attivo, locale, limitato, sensibile, fragile, tremante e facile all’ira. Ci vorrebbe un nuovo Bertolt Brecht per mostrare come, nei talk show dei clima-scettici, un’intera banda (i fratelli Koch, per esempio, numerosi fisici, molti intellettuali, un gran numero di politici di destra e di sinistra e, ahinoi, alcuni pastori, predicatori, guru e consiglieri di principi) ridicolizzi la scoperta di questa nuova, e insieme assai antica, Terra animata e fragile.

Per dipingere questa prima nuova Terra come un corpo in caduta libera in mezzo a tutti gli altri corpi in caduta libera dell’universo, Galileo aveva dovuto abbandonare tutte le nozioni predominanti di clima, animazione e metamorfosi (fatta eccezione per le maree). Ci ha quindi liberato della cosiddetta visione prescientifica della Terra considerata come una cloaca, marcata dal segno della morte e della corruzione, a cui i nostri antenati – gli occhi fissi alle sfere incorruttibili dei soli, delle stelle e di Dio – non avevano alcuna possibilità di sfuggire, se non con la preghiera, la contemplazione e la conoscenza. Eppure, per scoprire la nuova Terra, i climatologi rievocano nuovamente il clima e riconducono la Terra animata a una fine pellicola, la cui fragilità ricorda l’antico sentimento di vivere in quella che un tempo era chiamata la zona sublunare46. La Terra di Galileo poteva ruotare ma non aveva un “punto di non ritorno”, né “frontiere planetarie”, né “zone critiche47”. Aveva un movimento, ma non un comportamento. In altre parole, non era ancora la Terra dell’Antropocene.

Oggi, per una sorta di controrivoluzione copernicana, è il Nuovo regime climatico che ci costringe a volgere gli occhi alla Terra, considerata nuovamente come una cloaca, marchiata dal segno della deliquescenza, della guerra, dell’inquinamento e della corruzione. Ma, stavolta, è inutile tentare di sfuggire, nessuna preghiera ci salverà. Ed ecco un contraccolpo drammatico: dal cosmo all’universo, poi dall’universo al cosmo48! Back to the future? Piuttosto: Forward to the past! Non è esattamente questo movimento di inversione che la ballerina presentata nell’Introduzione aveva scandito coi suoi passi? Non è forse incarnato nella figura che avevo scorto e a cui avevo dato il bizzarro nome di Cosmocolosso?

Nello stabilire un parallelo fra i due processi, le due Terre, i due regimi climatici, lo scopo di Serres non è di commuoverci, chiedendoci di piangere Madre Terra o di andare in estasi perché ha un’anima. Non si tratta propriamente di aggiungere uno spirito a quel che, ahinoi, ne sarebbe privo, per farci sentire meglio in un mondo un po’ meno disincantato o, viceversa, per farci sentire più pieni di angoscia in un mondo meno infinito. È esattamente il contrario: Serres indirizza la nostra attenzione alla stupefacente connivenza fra agency un tempo distinte – così opposte l’una all’altra come le antiche figure di oggetto e soggetto – e ora così mescolate.

Perché, da questa mattina, di nuovo la Terra trema: non perché si muova sulla sua orbita inquieta e tranquilla, non perché cambi, dagli strati profondi al suo involucro aereo, ma perché si trasforma a opera nostra. La natura costituiva un punto di riferimento, per il diritto antico e per la scienza moderna, perché non c’era alcun soggetto dentro di essa: l’obiettivo, nel senso del diritto come in quello della scienza, emergeva da uno spazio senz’uomo, che non dipendeva da noi e dal quale noi dipendevamo di diritto e di fatto; ormai esso dipende così tanto da noi che ne è scosso e che ci inquietiamo, anche noi, di questo scarto rispetto agli equilibri previsti. Noi inquietiamo la Terra e la facciamo tremare! Ecco, di nuovo, che essa ha un soggetto.49

Anche se il suo libro non invoca il nome di “Gaia” ed è stato scritto prima che il termine “Antropocene” conoscesse una tale fortuna, quel che Serres registra è il sovvertimento stesso delle posizioni rispettive di soggetto e oggetto50. A partire dalla “rivoluzione scientifica”, l’oggettività di un mondo senza umani aveva fornito un terreno solido per una sorta di diritto naturale indiscutibile – se non per la religione e la morale, perlomeno per la scienza e la legge51. All’epoca della controrivoluzione copernicana, quando ci volgiamo verso l’antica terraferma della legge naturale, che cosa troviamo? Le tracce della nostra azione, ovunque visibili! E non l’antico modo in cui il Soggetto Maschile Occidentale dominava il mondo selvaggio e impetuoso della natura con il Suo sogno di controllo, coraggioso, violento, talora sproporzionato – alla maniera del Corpo del genio. No, stavolta, proprio come nei miti prescientifici e non moderni52, incontriamo un agente che trae il suo nome di “soggetto” dalla possibilità di essere assoggettato ai capricci, al cattivo umore, alle emozioni, alle reazioni e persino alla vendetta di un altro agente, che trae a sua volta la qualità di “soggetto” dal suo essere altresì assoggettato alla sua azione.

Essere un soggetto non significa agire in modo autonomo in rapporto a un contesto oggettivo, ma piuttosto condividere l’agency con altri soggetti che hanno ugualmente perso la loro autonomia. È perché abbiamo a che fare con questi soggetti – o piuttosto quasi-soggetti – che dobbiamo abbandonare i nostri sogni di controllo e smetterla di temere l’incubo di ritrovarci prigionieri della “natura53”. Non appena ci accostiamo a esseri non umani, non riscontriamo in loro l’inerzia che ci consentirebbe, per contrasto, di pensarci come agenti, ma, al contrario, troviamo agency che non sono più senza legame con quel che siamo e quel che facciamo. Per converso, da parte sua (ma non esiste più alcuna “parte”!), la Terra non è più “oggettiva”, nel senso che non può più essere tenuta a distanza, considerata da Sirio e come svuotata di tutti gli umani. L’azione umana è ovunque visibile, nella costruzione della conoscenza come nella generazione di fenomeni che le scienze sono chiamate ad attestare. Impossibile, d’ora innanzi, giocare a contrapporre dialetticamente soggetti e oggetti. La molla che muoveva Kant, Hegel e Marx è ora completamente distesa: non c’è più abbastanza oggetto per opporsi agli umani, né abbastanza soggetto per opporsi agli oggetti. È come se, dietro la fantasmagoria della dialettica, la zona metamorfica stesse ritornando visibile. Come se, sotto la “natura”, stesse riapparendo il mondo.

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Quel che è preoccupante in questi enunciati ibridi proposti da tanti ricercatori sulle azioni, le emozioni, i movimenti e i comportamenti della Terra, non è il loro modo di stabilire una continuità fra l’essere e il dover essere, ma piuttosto il modo sempre ambiguo con cui affrontano gli stati di fatto. Talvolta si tratta di catene causali che non sembrano implicare alcuna forma di azione in risposta a quel che è stato detto; talaltra è proprio l’opposto, quegli stessi ricercatori dispiegano una gran quantità di scene di azione, alcune delle quali, inevitabilmente, spingono ad agire chi si trova invischiato in queste stesse storie. È da tale doppio linguaggio che proviene l’idea di una distanza infinita fra descrizione e prescrizione: se si segue una catena causale in cui si suppone che nulla accada – nessuna sorpresa in alcun caso –, allora sembrerà immenso l’abisso che separa i termini impiegati per descrivere l’azione morale, politica o artistica da parte degli umani. Ma la situazione è completamente differente quando una descrizione scientifica dispiega questa profusione di azioni, molte delle quali somigliano alle azioni abitualmente attribuite agli umani: in questo caso, è minuscola la distanza fra le varie forme di azione che coinvolgono continuamente attori dai repertori multipli. Di conseguenza, la questione diventa la seguente: perché coloro che descrivono le azioni della Terra affermano talvolta che si sta verificando solo il normale svolgimento di “rigide catene di causalità” e talaltra che sta accadendo molto di più? Ciò porta a chiedersi perché, se la Terra è animata da innumerevoli forme di agenti, abbiamo voluto concettualizzarla come essenzialmente inerte e inanimata.

Per comprendere cosa possa significare l’idea di una Terra che retroagirebbe alle nostre azioni, è chiaro che non si deve semplificare preliminarmente la ripartizione delle agency fra attori cosiddetti umani e non umani. Ciò che Serres esplora ne Il contratto naturale è la debolezza congenita del diritto naturale che consiste nel dire simultaneamente che c’è, sì, diritto nella natura – la dimensione prescrittiva che abbiamo colto in precedenza – e che tuttavia, nondimeno, il diritto, il vero diritto, si troverebbe soltanto dall’altra parte, nella cultura. Di qui l’idea apparentemente assurda di un contratto con la natura, anche se tutti riconoscono al contempo che la natura ordina, poiché ci “detta” ciò che si deve fare attraverso l’intermediazione di ciò che è. Il limite di ogni diritto naturale non è volere ricercare un ordine che consenta di legiferare, ma fare come se ci fossero due serie parallele, e due soltanto, l’una della “natura”, l’altra del diritto, e cercare di capire quale, fra le due, sia la copia dell’altra.

Drammatizzando l’idea di un contratto con la natura – idea presa in prestito dal contratto sociale, egualmente mitico, di Rousseau –, Serres esplora una soluzione completamente diversa: se non si può né fare a meno di trarre un ordine dalla natura né scoprire quest’ordine è perché, persino nella nostra tradizione occidentale, non ci sono mai state due serie parallele, ma sempre questa proliferazione di scambi fra figure che ho chiamato “zona metamorfica”.

In che linguaggio parlano le cose del mondo, perché possiamo intenderci con esse, per contratto? Ma, dopotutto, il vecchio contratto sociale restava anch’esso non detto e non scritto: nessuno ne ha mai letto l’originale, e neppure una copia. Certo, noi ignoriamo la lingua del mondo, o di essa conosciamo solo le diverse versioni, animista, religiosa o matematica. […] Di fatto, la Terra ci parla in termini di forze, di legami e di interazioni, e questo basta a fare un contratto.54

Quale differenza c’è fra una forza – fisica – e un vincolo – giuridico? Non dimentichiamo che Il contratto naturale è innanzitutto un libro di filosofia del diritto e che cerca di analizzare con serietà il significato di “leggi” nell’espressione “leggi della natura”. Malgrado il titolo del libro, il contratto naturale non è un deal, un accordo fra due parti, l’umanità e la natura, due figure che non possono essere unificate in ogni caso55, ma una serie di transazioni in cui possiamo vedere come, da sempre e nelle scienze stesse, i differenti tipi di entità mobilitati dalla geostoria si scambino i vari tratti che definiscono la loro agency. “Tratto” è precisamente il termine tecnico, preso in prestito dal diritto, dalla geopolitica, dalla scienza, dall’architettura e dalla geometria, che Serres utilizza per designare queste transazioni fra gli un tempo [ci-devant56] soggetti e gli un tempo oggetti. Per farsi comprendere, avanza il più improbabile degli esempi, quello della gravitazione universale:

La parola tratto, infine, significa insieme il legame materiale e la barra elementare di scrittura: punto, traccia lunga, alfabeto binario. Scritto, il contratto obbliga e attacca quanti scrivono il loro nome, o una croce, sotto le sue clausole. […] Ora, il primo grande sistema scientifico, quello di Newton, è tenuto insieme dall’attrazione: ecco ritornati la stessa parola, lo stesso tratto, la stessa nozione. I grandi corpi planetari si comprendono e sono legati da una legge, certo, ma una legge che somiglia fino all’equivoco a un contratto, nel senso primo di un gioco di corde. Il più piccolo movimento di un pianeta o dell’altro reagisce senza indugio su tutti gli altri, le cui reazioni agiscono sui primi senza alcun ostacolo. Attraverso questo sistema di vincoli, la Terra comprende, in qualche modo, il punto di vista degli altri corpi poiché, per forza, essa reagì agli avvenimenti di tutto il sistema.57

Serres non sta proponendo di animare la Terra, sostenendo che beneficerebbe di una forma di comprensione, simpatia o sovranità. È l’esatto opposto: propone di prendere la forza di attrazione stessa come un legame che ci permetterebbe di comprendere cosa significhi la forza del diritto e la potenza della comprensione. Comprendere è apprendere qualcosa; esiste un modo migliore di apprendere qualcosa dell’essere soggetti “senza alcun ostacolo” all’“eco risonante” di tutti gli altri corpi? Non è l’antropomorfismo – la metafora andrebbe allora dall’umano al fisico – ma piuttosto un physi[naturo]morfismo – la metafora va dalla forza al diritto. Serres intende dire che, in ultima analisi, parliamo davvero la “lingua del mondo”, a condizione di imparare a tradurre “le versioni animista, religiosa o matematica” le une nelle altre. Traduzione, il grande progetto di Serres, diviene il modo per capire a cosa siamo attaccati e da cosa dipendiamo58. Se diveniamo capaci di tradurre, allora le leggi della natura iniziano ad avere uno spirito.

Non dobbiamo vedere in questo legame della gravità col diritto una qualche licenza poetica. Simon Schaffer ha mostrato, in un magnifico articolo, come Newton abbia dovuto attingere dalla sua propria cultura un insieme di tratti per il nuovo agente che si è imposto più tardi come l’“attrazione universale59”. Newton era ossessionato da tutte le forme di azione a distanza, come quella di Dio che agisce nella materia, quella del credito nell’economia o quella del governo sui soggetti60. A un teologo in odore di eresia, un esperto in alchimia come in ottica, non sarebbe servito a nulla “distinguere rigorosamente” il mondo degli spiriti e quello della materia. Se lo avesse fatto, non sarebbe mai stato un fisico. Tuttavia, non è all’antropomorfismo che Newton si è rivolto per comprendere come un corpo riesca ad agire su un altro, bensì agli angeli. La sua fisica è quindi, innanzitutto, angelomorfica!

Infatti, per evitare i mulinelli di Descartes – altro miscuglio piuttosto stupefacente di proprietà e tratti –, Newton ha dovuto scoprire un agente capace di trasportare istantaneamente l’azione a distanza da un corpo a un altro. All’epoca, non c’era alcun personaggio a sua disposizione che potesse trasportare “senza alcun ostacolo” un movimento istantaneo – eccetto gli angeli… Diverse centinaia di pagine di angelologia più tardi, Newton è riuscito progressivamente a tarpare loro le ali e trasformare questo nuovo agente in “forza”. Una forza “puramente obiettiva”? Certo, perché aveva risposto a tutte le obiezioni, ma sempre caricata, a monte, da millenni di meditazioni su un “sistema angelico di messaggeria istantanea”. Lo sappiamo bene, la purezza sterilizzerebbe le scienze: dietro la forza, le ali degli angeli sono sempre in procinto di battere invisibili.

Il problema è che l’aspetto di un soggetto umano come Kutuzov o il Corps of Engineers non è conosciuto meglio in via preliminare dell’aspetto di un fiume, un angelo, un fattore di rilascio ormonale o una forza come la gravitazione universale. Ecco perché non ha alcun senso accusare romanzieri, scienziati o ingegneri di commettere peccato di “antropomorfismo” quando “attribuiscono un’agency” a “ciò che non dovrebbe averne alcuna”. È esattamente il contrario: se devono fare i conti con ogni sorta di “morfismi” contraddittori è perché cercano di esplorare la forma di questi attanti, inizialmente sconosciuti e poi gradualmente addomesticati da altrettante figure necessarie per accostarvisi. Prima che questi attanti siano forniti di uno stile o un genere, ossia prima che siano ampiamente riconosciuti come attori, devono, per così dire, essere macinati, impastati e cucinati nello stesso recipiente61. Persino le entità più rispettabili – i personaggi nei romanzi, i concetti scientifici, le opere di ingegneria, i fenomeni naturali – sono tutti nati dallo stesso calderone di streghe perché, letteralmente, è qui, in questa zona metamorfica, che risiedono tutti i tricksters, tutti i mutaforma62.

*

La “lingua del mondo” articola dunque agency multiple traducendo senza sosta un repertorio in un altro (un morfismo in un altro) per identificare i nuovi attori che si scoprono a ogni passo. Ma quando dico “lingua del mondo”, è necessario inoltre precisare se stia parlando della lingua o del mondo! Infatti, gli argomenti di questa conferenza sembreranno inverosimili e persino sconvolgenti alle orecchie degli studiosi e del pubblico fintanto che non preciso questo piccolo dettaglio… Gli scienziati penseranno probabilmente che questi scambi di proprietà tra fiumi, forze, neurotrasmettitori, marescialli e ingegneri non siano metamorfosi ma semplici metafore. “È la debolezza e il limite del linguaggio, diranno, che ci costringe a parlare del CRF come di un attore, dell’Atchafalaya come di un essere a cui si deve ‘dare’ acqua, o della forza gravitazionale come di uno spirito angelico. Se potessimo esprimerci in termini veramente scientifici, riporremmo tutte queste metafore e parleremmo in modo strettamente…”. Segue un momento di silenzio per certi versi imbarazzato. In effetti, è a questo punto che le cose si complicano, perché, per “parlare in termini strettamente scientifici”, secondo loro, si dovrebbe, a quanto pare, non parlare affatto! Ed eccoci qui, obbligati a immaginare una scena piuttosto comica in cui un ricercatore muto designerebbe un fenomeno che si esprimerebbe silenziosamente da sé, mentre si impone senza alcun segno o intermediario a un essere umano totalmente passivo… Situazione chiaramente poco realistica.

La mancanza di realismo, tuttavia, non impedisce a questa scena di fungere da origine della distinzione stessa – che il pubblico ritiene di buon senso – fra il “mondo materiale”, da una parte, e il mondo del “linguaggio umano”, dall’altra. Il mondo materiale è quel che abbiamo reso muto per evitare di rispondere alle domande: “Chi parla? Chi agisce? Chi fa parlare? Chi fa agire?”. È per comprendere questa strana situazione che devo introdurre, in aggiunta alla zona di transazioni che ho designato col termine “metamorfica”, un’operazione totalmente differente per cui, nel linguaggio e per mezzo del linguaggio, un certo numero di personaggi è privato di qualsiasi agency. È questa operazione che andrà a disanimare una parte degli attori e darà l’impressione che esista un abisso fra gli oggetti materiali inanimati e i soggetti umani dotati di anima – o perlomeno di coscienza. L’argomento può sembrare contorto, ma devo spiegare attraverso quale effetto di linguaggio ci si è adoperati a costruire scene in cui il linguaggio non sarebbe altro che una parte della scena, la parte restante essendo riservata alla presenza muta delle cose inerti su cui il linguaggio non avrebbe alcuna presa!

Sono sufficienti tuttavia alcuni minuti di riflessione per accorgersi che l’idea di un mondo inerte è essa stessa un effetto di stile, un genere particolare, un certo modo di mettere in sordina le agency che è indispensabile fare proliferare ogni volta che iniziamo a descrivere qualsiasi situazione. Parlare con voce meccanica è sempre, comunque, parlare. Soltanto il tono è diverso, non il concatenamento delle parole. Allo stesso modo, l’idea di un mondo disanimato non è che un modo di concatenare le animazioni come se non accadesse nulla. Ma le agency sono sempre là, qualsiasi cosa facciamo. L’idea di una Natura/Cultura come quella di una distinzione umano/non umano non ha nulla di una grande concezione filosofica, di una profonda ontologia, è un effetto stilistico secondario, posteriore, derivato, col quale pretendiamo di semplificare la ripartizione degli attori designando gli uni come animati e gli altri come inanimati. Questa seconda operazione riesce soltanto a disanimare certi protagonisti detti “materiali”, privandoli della loro attività, e a sovranimare certi altri detti “umani” affidando loro lodevoli capacità di azione – la libertà, la coscienza, la riflessività, il senso morale e via dicendo63.

Come diavolo si può produrre l’impressione che non stia accadendo nulla in un racconto in cui gli eventi, le avventure, gli scambi di proprietà, le transazioni fra agency si moltiplicano di istante in istante? Non è sicuramente nella letteratura scientifica che possiamo trovare questo genere di apparente inerzia64. No, dobbiamo semplicemente aggiungere al dispiegamento degli eventi qualcosa che ne inverte il corso e, pertanto, ne annulla l’azione. Com’è possibile farlo? Trasformando il concatenamento di cause e conseguenze in modo tale che tutta l’azione sia – o perlomeno sembri – nella causa e che non ve ne sia più alcuna nelle conseguenze. Ovviamente ciò è impossibile, le conseguenze sono sempre sorprendenti e, in pratica, nella storia della scoperta, come nella narrazione della scoperta e persino nell’insegnamento dei fatti più consolidati, la causa arriva molto tempo dopo le conseguenze65. Per la stessa ragione che fa sì che le competenze emergano molto tempo dopo che le prestazioni siano state attentamente registrate. Una narrazione rigorosamente causalista in cui il solo personaggio, il solo attore sarebbe nella causa – e per giunta nella causa prima – è ovviamente impossibile. Nessuno, per definizione, potrebbe produrla.

E tuttavia è nondimeno possibile, adottando un approccio filosofico idoneo, agire come se si potesse invertire l’inversione e dedurre tutte le conseguenze dalla causa66. Procedendo in tal senso si giunge a dedrammatizzare il corso drammatico del tempo, fino al punto di agire come se il mondo fluisse dal passato al presente. L’ipotesi è inverosimile, lo so bene, ma è essa che permetterà di dare la sensazione di un mondo materiale soggetto a una rigida concatenazione di causalità che sarebbe opposto a un altro mondo – umano, simbolico, soggettivo, culturale, poco importano i termini – che definiremmo allora come l’impero della libertà. Curiosamente, la distinzione stessa fra le narrazioni – sottinteso drammatiche – e il mondo materiale – sottinteso bruto, ostinato, inerte, oggettivo e muto – non coincide con una distinzione reale ma deriva da un modo molto particolare, storicamente limitato67, di disanimare, attraverso il linguaggio, la distribuzione di ciò che rivestirà d’ora innanzi il ruolo di agente – sottinteso umano – e ciò che rivestirà il ruolo di inerte – sottinteso lo scenario materiale del mondo umano.

L’altra ipotesi consiste nel proporre che quanto ho designato come una zona di scambio comune – ovvero la zona metamorfica – sia una proprietà del mondo stesso e non soltanto un fenomeno del linguaggio sul mondo. Anche se è sempre difficile tenerlo a mente, l’analisi del senso, quel che chiamiamo la scienza del significato o semiotica, non è mai stata confinata al discorso, al linguaggio, al testo, alla finzione. La significazione è una proprietà di tutti gli agenti, in quanto non smettono mai di avere un’agency; ciò è egualmente vero per Kutuzov, per il Mississippi, per il recettore CRF e la gravitazione con cui i corpi si “comprendono” e reciprocamente “si influenzano” gli uni gli altri. Per tutti gli agenti, agire significa portare la propria esistenza, la propria sussistenza, dal futuro verso il presente: essi agiscono fin tanto che si assumono il rischio di colmare la falla dell’esistenza – oppure scompaiono sic et simpliciter. In altri termini, l’esistenza e la significazione sono sinonimi68. Fin tanto che agiscono, gli agenti hanno una significazione. Ecco perché questa significazione può essere seguita, perseguita, catturata, tradotta, formulata in linguaggio. Il che non vuol dire che “ogni cosa nel mondo sia semplicemente una questione di discorso”, ma piuttosto che ogni possibilità di discorso sia dovuta alla presenza di agenti in cerca della loro esistenza.

Sebbene la filosofia ufficiale della scienza prenda il secondo movimento della disanimazione come il solo importante e razionale, è il contrario a essere vero: l’animazione è il fenomeno essenziale ed è la disanimazione a essere un fenomeno superficiale, ausiliario, polemico e spesso apologetico69. Uno dei grandi enigmi della storia occidentale non è che “ci sia ancora gente abbastanza ingenua da credere all’animismo”, ma la credenza piuttosto ingenua che molta gente serba ancora in un “mondo materiale” presumibilmente disanimato70. E questo nel momento stesso in cui gli scienziati moltiplicano le agency in cui sono sempre più profondamente implicati ogni giorno – e noi con loro.

*

Con questa seconda conferenza spero di avere preparato il terreno per quel che seguirà. Coloro che affermano che la Terra non abbia solo un movimento ma anche un comportamento che la fa reagire a quel che le facciamo non sono tutti pazzi che avrebbero investito nell’idea bizzarra di aggiungere un’anima a ciò che ne è privo. I più interessanti ai miei occhi, come i ricercatori che lavorano sul sistema Terra, si accontentano semplicemente di non privarla delle agency che possiede. Non dicono necessariamente che è “viva” ma soltanto che non è morta. O almeno che non è inerte, affetta dalla forma di strana inerzia prodotta dall’idea di un “mondo materiale”. Mondo evidentemente molto distante dalla materialità. Fra la materialità e la materia, sembra proprio che dovremo operare una scelta.

Per riassumere velocemente un argomento che dovrò riprendere in seguito, otteniamo l’inerzia del mondo materiale non appena distribuiamo le agency fra le cause e le conseguenze in modo tale da attribuire tutto alle cause e nulla alle conseguenze, eccetto la proprietà dell’essere attraversate dall’effetto senza aggiungervi nulla71. Abbiamo accesso alla materialità quando rifiutiamo questa operazione secondaria che elimina le agency e lasciamo appunto alle conseguenze tutta l’agency di cui sono capaci. È attraverso la narrazione causalista che si ottiene questo effetto di disanimazione, ma sempre dopo il fatto, una volta risistemata, impostata, incrementata la lunga serie di conseguenze e invertito l’ordine in cui si percorre questa serie.

Stranamente, e tornerò su questo punto, questa forma di narrazione causalista somiglia molto alle storie creazioniste in base alle quali si attribuisce a una causa prima, a una creazione ex nihilo, tutta la serie di quel che segue72. Anche se siamo abituati, a partire dalla rivoluzione scientifica, a opporre scienza e religione, l’idea di materia – perché è in primo luogo un’idea – partecipa dei due domini. Ecco perché, nel tentativo di liberarci dell’idea di “natura”, bisognerà anche disfarsi della teologia che vi si trova impigliata – senza dimenticare la politica che vi è mescolata! Con l’invenzione, nel corso di lunghe battaglie nel XVII secolo, dell’idea di un “mondo materiale” in cui l’agency di tutte le entità che costituiscono il mondo sarebbe stata spazzata via73, si è creato, per parlare della Terra, un mondo fantomatico, che corrisponde troppo spesso, purtroppo, a quella che è detta la “visione scientifica del mondo” e che è anche una certa versione religiosa della natura delle cause. Nulla, letteralmente, accade più, da quando l’agente è considerato la “semplice causa” del suo predecessore. Tutta l’azione è stata posizionata nell’antecedente. Poco importa allora che lo si chiami Creatore onnipotente o Causalità onnipotente. La conseguenza potrebbe benissimo non essere affatto lì; come si dice colloquialmente, non è là se non per “fare una comparsata”. Possiamo pure continuare a infilare termini uno dietro l’altro, la loro “evenemenzialità” è scomparsa.

Il grande paradosso della “visione scientifica del mondo” è essere riuscito a revocare la storicità del mondo per la scienza così come per la politica e la religione. E con essa, certamente, la narratività interiore che ci permette di essere nel mondo – o, come Donna Haraway preferisce dire, di essere “con il mondo74”. Non dico che la scienza avrebbe “disincantato” il mondo facendoci perdere ogni legame con “il mondo vissuto”, ma che la scienza ha sempre cantato una canzone totalmente diversa e sempre vissuto invischiata nel mondo. Forse potrebbe essere di qualche aiuto offrire alfine una versione della materialità che non sia più così direttamente, così maldestramente politico-religiosa, dando al contempo delle scienze una visione così pateticamente inesatta. Potremmo allora rifuggire da qualsivoglia “religione della natura”. Avremmo della materialità una concezione finalmente mondana, secolare, sì, profana o, meglio ancora, terrestre.

Tutto questo noi, certo, lo sappiamo, noi che studiamo da tempo questa curiosa ossessione dei moderni di disanimare il mondo in cui lasciano nondimeno proliferare gli agenti imprevisti e sorprendenti. Sappiamo bene che lo stile razionalizzante non aveva alcun rapporto con le scienze tali e quali sono praticate. È anche questo che mi aveva permesso di affermare, ormai quasi trent’anni fa, che “non siamo mai stati moderni75”. Ma tutto cambia, a partire dal momento in cui leggiamo annunci come quello con cui ho iniziato questa conferenza: “A maggio del corrente anno si sfiorerà la soglia di 400 parti per milione (ppm) di biossido di carbonio (CO2) nell’atmosfera”. Qui sembra ovvio a tutti, e non solo agli storici delle scienze, che siamo immersi in una storia ormai impossibile da disanimare.

E tuttavia non dobbiamo contare sulla strategia delle catastrofi per renderci più coscienti, piuttosto il contrario. In La fine del Terzo Reich, uno dei numerosi libri terrificanti che ho letto preparando queste conferenze, lo storico Ian Kershaw ha dimostrato che la Germania aveva perduto più soldati e civili nell’ultimo anno di guerra, quando i tedeschi avevano abbandonato ogni speranza di vittoria, che nei quattro anni precedenti. Lo storico ha mostrato come nella situazione più cataclismatica – mentre il Reich è ormai spacciato, la guerra chiaramente perduta e tutti, dai generali alle massaie, sono perfettamente consapevoli della disfatta –, nondimeno, in mancanza di un’alternativa, la battaglia continuasse, il sistema dittatoriale criminale rimanesse pressoché intatto fino al tracollo definitivo76.

È perché il carattere lampante della minaccia non ci farà cambiare che dobbiamo prepararci a rifondare la politica. Se non vi è nulla di piacevole, armonioso o rilassante nell’affrontare le problematiche ecologiche, se Lovelock ha potuto descrivere Gaia come “in guerra” e nell’atto di “prendersi la rivincita” sugli umani – che l’autore compara all’esercito britannico nel giugno 1940, intrappolato nelle dune di Dunkerque, allo sbando, costretto a battere in ritirata e abbandonare le armi rimaste a giacere inutili sulla spiaggia77 – è perché la geostoria non deve essere concepita come la grande irruzione della Natura finalmente in grado di pacificare tutti i nostri conflitti, ma come uno stato di guerra generalizzato.

Tanto orrenda come lo è stata la storia, la geostoria sarà probabilmente anche peggiore, poiché ciò che era rimasto finora quietamente sullo sfondo – il paesaggio servito da cornice a tutti i conflitti umani – si è appena unito alla lotta. Quella che era fino a oggi una metafora – ossia, persino le pietre gridano di dolore dinanzi alle sofferenze che gli umani hanno inflitto loro – è divenuta letterale. Clive Hamilton afferma che il nemico dell’azione è la speranza, la speranza incrollabile che tutto andrà meglio e che il peggio non è sempre certo78. Egli sostiene che, prima di intraprendere qualsiasi azione, dobbiamo estirpare la speranza dalla nostra cornice di vita disperatamente ottimista… È dunque con molti scrupoli che sto ponendo questa serie di conferenze sotto il cupo monito di Dante, “Abbandonate ogni speranza”, o, in uno stile più moderno, la frase di Dougald Hine citata da Deborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro: “What do you do, after you stop pretending?79 (“Cosa farete quando avrete finito di fare i furbi?)”.

Stavamo già tremando dinanzi all’accelerazione della storia, ma come dobbiamo comportarci di fronte alla “grande accelerazione80”? Con un completo capovolgimento del tropo preferito della filosofia occidentale, le società umane sembrano rassegnarsi a rivestire il ruolo di oggetto ottuso, mentre è la natura che sta inaspettatamente assumendo la veste di soggetto attivo! Avete notato che attribuiamo ormai alla storia naturale i termini della storia umana – tipping points, accelerazione, crisi, rivoluzione – e che utilizziamo per parlare della storia degli umani le parole “inerzia”, “isteresi”, “dipendenza dal sentiero”, come se noi tutti avessimo assunto l’aspetto di una natura passiva e immutabile per spiegare perché non stiamo facendo nulla dinanzi alla minaccia? È questo il senso del Nuovo regime climatico: il “surriscaldamento” è tale che l’antica distanza fra lo sfondo e il primo piano si è fusa. È la storia umana ad apparire fredda e la storia naturale ad assumere un ritmo frenetico. La zona metamorfica è divenuta il nostro luogo comune: è come se avessimo effettivamente smesso di essere moderni e, questa volta, collettivamente.

1 S. Foucart, Le taux de CO2 dans l’air au plus haut depuis plus de 2,5 millions d’années, in “Le Monde”, 7 maggio 2013, p. 7, corsivo mio.

2 Uno straordinario esempio di autosociologia delle scienze è l’articolo di C.D. Keeling, Rewards and Penalties of Recording the Earth, cit.

3 S. Foucart, art. cit., corsivo mio.

4 M.E. Mann, The Hockey Stick and the Climate Wars, Columbia University Press, New York 2013. Il legame fra descrizione e allerta è spiegato chiaramente nell’articolo di opinione pubblicato da Mann su “The New York Times”, il 17 gennaio 2014, If You See Something Say Something. Non poteva essere più esplicito.

5 La distanza dall’epoca di Max Weber è immensa, commenta nel suo bell’articolo B. Karsenti, Le sociologue et le prophète, in “Tracés”, n. 13, 2013, pp. 167-188.

6 Cfr. H. Welzer, Klimakriege, S. Fischer, Frankfurt am Main 2008; tr. it. di E. Fugali, Guerre climatiche, Asterios, Trieste 2011. Il legame fra clima e guerra è assai più antico della geoingegneria attuale, come mostra J.R. Fleming, Fixing the Sky, Columbia University Press, New York 2010.

7 Se l’Antropocene può in qualche modo lusingare gli umani con l’illusione di avere alfine conquistato il potere su tutta la Terra, è molto meno gradevole apprendere che questa capacità di influenza è forse già perduta! Vedi quel che afferma Wallace Broecker: “Lo studio del paleoclima proclama a gran voce che, lungi dall’essere un sistema autostabilizzante, il clima della Terra è piuttosto una bestia ultrasensibile che reagisce in modo eccessivo anche alla più piccola spinta”, nell’articolo Cooling for the Tropics, in “Nature”, vol. CCCLXXVI, luglio 1995, pp. 212-213. È l’estraneità di questo fenomeno a giustificare il titolo del libro di T. Morton, Hyperobjects, Minnesota University Press, Minneapolis 2013; tr. it. di V. Santarcangelo, Iperoggetti, Nero, Roma 2018.

8 Per il grande pubblico, la migliore introduzione al lavoro quotidiano dei ricercatori resta la serie di video disponibili su thiniceclimate.org.

9 Il riflesso degli storici e del buon senso consiste nel dire che quel che ci sembra senza precedenti è già avvenuto molte volte. L’interesse della ricerca incentrata sull’Antropocene risiede proprio nel mettere in discussione la tesi che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole. Un esempio fra tanti: “All’inizio del XX secolo, l’invenzione del processo Haber-Bosch che permette la conversione dell’azoto atmosferico in fertilizzanti ha alterato il ciclo globale dell’azoto in un modo così radicale che la comparazione geologica più prossima ci riporta ad avvenimenti svoltisi circa 2,5 miliardi di anni fa. […] L’azione umana ha aumentato l’acidità delle acque degli oceani a un livello che non era forse mai stato superato da 300 milioni di anni”. Cfr. S.L. Lewis, M.A. Maslin, Defining the Anthropocene, in “Nature”, vol. DXIX, 12 marzo 2015, pp. 171-180. Sulla questione dell’assenza di precedenti, su cui tornerò a p. 199, cfr. C. Hamilton, J. Grinevald, Was the Anthropocene Anticipated?, in “Anthropocene Review”, vol. I, n. 14, 2015, pp. 59-72.

10 Il termine “geostoria” riassume perfettamente l’articolo di D. Chakrabarty, The Climate of History, cit.

11 Sulla rapidità della risposta alla minaccia sovietica cfr. J.L. Gaddis, The Cold War, Allen Lane, London 2006; tr. it. di N. Lamberti, La guerra fredda, Mondadori, Milano 2007. Per un confronto sulla lenta mobilitazione nell’affrontare la minaccia climatica cfr. N. Stern, The Economics of Climate Change, Cambridge University Press, Cambridge 2007.

12 L’idea controversa di Gayatri Chakravorty Spivak non è di credere sul serio al carattere essenziale delle identità sociali, ma di utilizzarlo quando può fungere da espediente in certe battaglie poiché è l’arma scelta dagli avversari.

13 B. Latour, Politiques de la nature, La Découverte, Paris 1999; tr. it. di M. Gregorio, Politiche della natura, Raffaello Cortina, Milano 2000.

14 Le virtù di obiettività hanno una lunga storia (cfr. L. Daston, P. Galison, Objectivity, cit.) che permette di non confondere il risultato finale – attribuito all’oggetto conosciuto – con l’istituzione assai complessa dalla quale le obiezioni sono passate l’una dopo l’altra. L’obiettività non è né uno stato del mondo né uno stato mentale, è il risultato di una vita pubblica ben organizzata. Un riassunto facilmente accessibile su questo argomento si trova in B. Latour, Cogitamus, La Découverte, Paris 2010; tr. it. di R. Ferrara, Cogitamus, il Mulino, Bologna 2013.

15 Al posto di “dati [données]”, si dovrebbe parlare sempre di “ottenuti [obtenues]”. In inglese (o in latino) il termine “data” sarebbe ben più comprensibile se parlassimo di “subdata”.

16 La sterminata letteratura in linguistica, sociolinguistica e teoria degli atti linguistici non ha mai smesso di assottigliare il discrimine fra descrizione e prescrizione già compromesso nel libro seminale di J.L. Austin, How to Do Things with Words, Clarendon Press, Oxford 1962; tr. it. di C. Villata, Come fare cose con le parole, a cura di C. Penco e M. Sbisà, Marietti, Genova 1996.

17 È il recupero di questa nozione così fraintesa del disinteresse che caratterizza gran parte della filosofia delle scienze di Isabelle Stengers, a partire da L’invention des sciences modernes fino a La Vierge et le neutrino, e che l’ha portata ad affrontare Gaia in Au temps des catastrophes, La Découverte, Paris 2009. Cfr. inoltre I. Stengers, L’invention des sciences modernes, La Découverte, Paris 1993; Id., La Vierge et le neutrino, Les Empêcheurs de penser en rond, Paris 2005.

18 Le indicazioni per i relatori dell’IPCC sottolineano proprio la necessità di distinguere quel che è “policy relevant but not policy prescriptive”, in Statement on IPCC Principles and Procedures, IPCC, 2 febbraio 2010. Cfr. K. de Pryck, Le groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat, in “Ceriscope environnement” (online), Presses de Sciences Po, Paris 2014.

19 Da qui in poi Latour utilizzerà il termine di origine spinoziana “potenza di agire” per tradurre la parola agency, “in modo da evitare l’orribile ‘agentività’, e soprattutto per separare l’agency dall’intenzionalità e dalla soggettività umana, poiché quel che ci interesserà qui è la redistribuzione delle capacità di azione”, come specificato dall’autore stesso in nota. Nella traduzione è stato mantenuto il termine inglese agency, ormai consolidatosi in ambito sociologico e delle scienze in generale [N.d.T.].

20 Riprendo qui un passo notevolmente modificato del mio Agency at the Time of the Anthropocene, cit.

21 L. Tolstoj, Vojna i mir [1869], in Polnoe sobranie sočinenij, vol. XXIV, a cura di N.N. Gusev, Gosudarstvennoe izdatel’stvo chudožestvennoj literatury, Moskva 1940; tr. it. di P. Zveteremich, Guerra e pace, vol. II, Garzanti, Milano 1974, p. 1493, corsivo mio.

22 Questa differenza fra attanti e attori è un principio essenziale della semiotica influenzata da Greimas, cfr. J. Fontanille, Sémiotique du discours, Presses de l’Université de Limoges, Limoges 1998.

23 Curiosamente, nell’appendice del romanzo, Tolstoj utilizza dall’inizio alla fine una metafora tecnica della Provvidenza che agisce con una tale necessità da far scomparire del tutto la libertà di manovra dei personaggi, seppur dispiegata a volontà nel corpo del romanzo. A riprova del fatto che il discorso di causalità può, a piacimento, moltiplicare o ridurre le agency senza che la composizione per questo subisca alcun cambiamento. L’attribuzione di cause è dunque sempre un processo secondario rispetto al processo primario della composizione di forze.

24 J. McPhee, The Control of Nature, Farrar, Straus & Giroux, New York 1989; tr. it. di G. Castellari, Il controllo della natura, Adelphi, Milano 1995.

25 M. Twain, Life on the Mississippi, J.R. Osgood & Co., Boston 1883; tr. it. di S. Pezzani, Vita sul Mississippi, Mattioli, Fidenza 2005, pp. 189-190; traduzione modificata, corsivo mio. Riportiamo di seguito il periodo conclusivo nella traduzione italiana: “Altrimenti, si potrebbe dire che la Commissione possa deviare il corso delle comete, piegandole a miti consigli, tanto quanto orientare il Mississippi costringendolo a una condotta giusta e ragionevole” [N.d.T.].

26 Si fa qui riferimento all’uragano Katrina del 29 agosto 2005 che ha devastato New Orleans.

27 J. McPhee, Il controllo della natura, cit., pp. 22-23, corsivo mio.

28 A. Greimas, J. Fontanille, Sémiotique des passions, Éditions du Seuil, Paris 1991; tr. it. e cura di F. Marsciani e I. Pezzini, Semiotica delle passioni, Bompiani, Milano 1996.

29 È l’origine del principio di simmetria – alla base della teoria dell’attore-rete – introdotto in sociologia dall’articolo di M. Callon, Élements pour une sociologie de la traduction, in “L’Année sociologique”, n. 36, 1986, pp. 169-208. Al posto della distinzione fra oggetto e soggetto, otteniamo delle sfumature lungo un gradiente che mischia figurazioni umane e non umane.

30 J. McPhee, Il controllo della natura, cit., p. 25.

31 Il contesto è descritto in B. Latour, S. Woolgar, Laboratory Life, cit.

32 C.R. Grace et al., Structure of the N-Terminal Domain, in “PNAS”, vol. VI, n. 104, 20 marzo 2007, pp. 4858-4863, corsivo mio.

33 È senza dubbio quel che avrebbe fatto il romanziere Richard Powers e quel che ha tentato, per esempio, ne Il fabbricante di eco o, più direttamente ancora, in Sporco denaro. Cfr. R. Powers, The Echo Maker, Farrar, Straus & Giroux, New York 2006, tr. it. di G. Granato, Il fabbricante di eco, Mondadori, Milano 2008; nonché Id., Gain, Farrar, Straus & Giroux, New York 1998, tr. it. di L. Briasco, Sporco denaro, Fanucci, Roma 2007. Questi tentativi spiegano l’aspetto tutto nuovo dei suoi personaggi; cfr. su questo punto B. Latour, The Powers of Fac Similes, in S.J. Burn, P. Demsey (eds.), Intersections. Essays on Richard Powers, Dalkey Archive Press, Urbana (Ill.) 2008, pp. 263-292.

34 Cfr. B. Latour, P. Fabbri, La rhétorique de la science. Pouvoir et devoir dans un article de science exacte, in “Actes de la Recherche en Sciences Sociales”, vol. XIII, 1977, pp. 81-95; e soprattutto F. Bastide, Una nit amb Saturn, in “Anàlisi”, nn. 7-8, 1983, pp. 123-138, tr. it. di R. Pellerey, Una notte con Saturno, in Una notte con Saturno. Scritti semiotici sul discorso scientifico, a cura di B. Latour, Meltemi, Roma 2001.

35 Cfr. le voci corrispondenti nella Bibbia della semiotica: A.J. Greimas, J. Courtès, Sémiotique, Hachette, Paris 1979; tr. it. Semiotica, a cura di P. Fabbri, La Casa Usher, Firenze 1986.

36 È questo il punto cruciale dell’articolo classico di H. Garfinkel, M. Lynch, E. Livingston, The Work of a Discovering Science, in “Philosophy of Social Sciences”, vol. XI, n. 2, 1981, pp. 131-158.

37 Utilizzo termini eccessivamente grossolani – physis per natura, bio per biologia ecc. – semplicemente per enfatizzare l’importanza del termine “morph” a cui si contrappongono.

38 Il metamorfismo, recita il dizionario, è un processo interno del globo terrestre che provoca il cambiamento allo stato solido del tessuto e della composizione mineralogica di una roccia i cui minerali erano fino a quel momento stabili.

39 È lo stesso slittamento di un termine utilizzato come strumento di analisi, trasformato quindi in oggetto di studio (from resource to topic, da risorsa esplicativa a oggetto di studio), che ho analizzato nella precedente conferenza.

40 Come dice Foucart nell’articolo citato all’inizio di questa conferenza: “Secondo il climatologo americano James Hansen, ex direttore del Goddard Institute for Space Studies (GISS), la concentrazione di CO2 che non deve essere superata si situa intorno ai 350 ppm, limite che è stato raggiunto poco prima del 1990” (S. Foucart, art. cit.).

41 Cfr. M. Serres, Le contrat naturel, François Bourin, Paris 1990; tr. it. di A. Serra, Il contratto naturale, Feltrinelli, Milano 1991, e il suo (in parte) prosieguo Retour au Contrat naturel, Bibliothèque nationale de France, Paris 2000.

42 La situazione è ancora più intricata in quanto è alla figura di Galileo (che difende quel che è giusto da solo, contro tutti) che i clima-scettici fanno appello ogni volta che intendono attaccare il “consensus” dei climatologi.

43 Serres non menziona Lovelock, ma quest’ultimo, che incontreremo nella conferenza successiva, è assolutamente tagliato per questo ruolo.

44 M. Serres, Il contratto naturale, cit., p. 112, corsivo mio.

45 B. Brecht, Leben des Galilei, Suhrkamp, Berlin 1955; tr. it. di E. Castellani, Vita di Galileo, Einaudi, Torino 1963.

46 Nell’antico sistema detto “precopernicano” esisteva una differenza di sostanza fra la zona al di sotto della Luna (sublunare) e la zona al di sopra della Luna (sovralunare): più in alto si saliva per gradi, dalla Terra corruttibile ai pianeti e poi alle stelle fisse, più si ascendeva alla perfezione. Sulla storia di questo cosmo e della sua distruzione, il libro classico di A. Koyré, Dal mondo chiuso all’universo infinito, resta la migliore introduzione, a meno che non si preferisca la versione più romanzata, ma sempre assai efficace, di A. Koestler, I sonnambuli. Cfr. A. Koyré, From the Closed World to the Infinite Universe, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1957, tr. it. di L. Cafiero, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano 1988; nonché A. Koestler, The Sleepwalkers, Hutchinson, London 1959, tr. it. di M. Giacometti, I sonnambuli, Jaca Book, Milano 1982.

47 È questa agitazione della Terra a rendere singolari libri come quelli di F. Pearce, With Speed and Violence, cit., o di M. Gardiner, A Perfect Moral Storm, Oxford University Press, New York 2011. Sulla questione controversa delle frontiere planetarie cfr. J. Rockström, W. Steffen et al., Planetary Boundaries, in “Ecology and Society”, vol. XIV, n. 2, 2009, ecologyandsociety.org/vol14/iss2/art32/. Sulla rete di zone critiche cfr. S.L. Brantley, M.B. Goldhaber, K. Vala Ragnarsdottir, Crossing Disciplines and Scales to Understand the Critical Zone, in “Elements”, vol. III, n. 5, 2007, pp. 307-314, e la relazione di S.A. Banwart, J. Chorover, J. Gaillardet et al., Sustaining Earth’s Critical Zone, University of Sheffield, Sheffield 2013, nonché B. Latour, Some Advantages of the Notion of “Critical Zone” for Geopolitics, in “Procedia Earth and Planetary Science”, vol. X, 2014, pp. 3-6.

48 È questo contraccolpo imprevisto che il titolo del volume a cura di É. Hache, De l’univers clos au monde infini, cerca di catturare, in opposizione a quello di Koyré.

49 M. Serres, Il contratto naturale, cit., p. 112, corsivo mio.

50 Serres utilizza il termine assai poco elegante “Biogea” per designare Gaia.

51 Tornerò sulla questione nella conferenza VI.

52 E. Kohn, How Forests Think, cit.

53 I termini quasi-oggetto e quasi-soggetto sono stati introdotti da M. Serres in Le parasite, Grasset, Paris 1980.

54 M. Serres, Il contratto naturale, cit., p. 56.

55 È quel che scopriremo nelle conferenze successive: né la natura né l’umanità possono intendersi come sufficientemente unificate (e ora come sufficientemente distinte) per potere stipulare un contratto fra le parti. È un modo per misurare quanto la situazione sia cambiata fra l’epoca in cui Serres ha scritto il suo libro e quella in cui siamo costretti ad affrontare l’Antropocene.

56 Locuzione avverbiale francese con significato di “un tempo”, “prima”, “addietro”, il termine ci-devant venne usato, a seguito della Rivoluzione francese, come aggettivo per indicare i nobili spogliati dei loro titoli, privilegi e funzioni [N.d.T.].

57 M. Serres, Il contratto naturale, cit., pp. 139-140, corsivo mio.

58 Id., Hermès III. La traduction, Les Éditions de Minuit, Paris 1974.

59 S. Schaffer, Newtonian Angels, in J. Raymond (ed.), Conversations with Angels, Palgrave Macmillan, London 2011, pp. 90-122.

60 “In contemporanea, Isaac Newton lavorava alacremente agli agenti spirituali all’opera nelle reazioni alchemiche, alla corretta interpretazione dei messaggi angelici nelle profezie delle Scritture e in particolar modo dell’Apocalisse, componeva una genealogia erudita dell’idolatria e delle eresie, discuteva gli effetti materiali e spirituali del movimento delle comete e dei vortici solari, e tracciava una storia provvisoria della Chiesa” (ibid.). Cfr. anche S. Schaffer, The Information Order of Isaac Newton’s Principia Mathematica, The Hans Rausing Lecture 2008 Uppsala University, Salvia Småskrifter, Foerfattaren 2008.

61 È questo rimescolamento e poi questa lenta decantazione a costituire l’oggetto del libro di F. Aït-Touati sull’invenzione progressiva della differenza, ora naturalizzata, fra narrazioni di fantasia e narrazioni di scienza. Cfr. F. Aït-Touati, Contes de la lune, Gallimard, Paris 2011.

62 Termine prediletto da Donna Haraway per designare le innumerevoli biforcazioni attraverso cui le agency scambiano le loro proprietà nei modi più imprevedibili. Cfr. D.J. Haraway, Manifesto cyborg, cit.

63 Ciò che Whitehead ha chiamato la “biforcazione della natura” è innanzitutto una operazione pratica, come Didier Debaise mostra molto bene in L’appât des possibles.

64 Esiste una vasta letteratura attorno al dominio “scienza e letteratura”. Un esempio dell’animazione delle narrazioni scientifiche, tanto più sorprendente in quanto scritto da uno dei massimi propugnatori del termine “Antropocene”, è il libro di J. Zalasiewicz, The Planet in a Pebble, Oxford University Press, Oxford 2010.

65 Anche se sembra controintuitivo a prima vista, la causa appare per prima soltanto nell’ordine di esposizione; per definizione, nell’ordine della scoperta è sempre necessariamente seconda perché è sempre a partire dalle conseguenze che si risale a essa. In altre parole, c’è sempre nella narrazione causale un effetto di montaggio. Questa inversione è ancora più sorprendente nel caso della pedagogia.

66 In Cartesio e la filosofia cartesiana Charles Péguy gioca con l’audacia di Cartesio nel dedurre l’esistenza dei cieli dai suoi principi: “E non ha trovato solo i cieli. Ha trovato degli astri, una terra. Non so se voi siate d’accordo con me. A me, che egli abbia potuto trovare una terra sembra meraviglioso. Perché poi, se non l’avesse trovata […] sappiamo bene che, se non ne avesse mai sentito parlare, non avrebbe trovato i cieli e gli astri e una terra”. Cfr. C. Péguy, Note conjointe sur Monsieur Descartes et la philosophie cartésienne [1914], in Œuvres en prose complètes, t. III, éd. par R. Durac, Gallimard, Paris 1992; tr. it. di C. Lardo, Cartesio e la filosofia cartesiana, a cura di I. Batassa, Studium, Roma 2014, p. 18.

67 Cfr. S. Schaffer, La fabrique des sciences modernes, Éditions du Seuil, Paris 2014; I. Stengers, L’invention des sciences modernes, cit.

68 Tema sviluppato ulteriormente in B. Latour, Enquête sur les modes d’existence, cit.

69 D. Abram, The Spell of the Sensuous, Vintage Books, New York 1996.

70 Di qui il rinnovato interesse per la questione dell’animismo, come possiamo vedere nell’opera di Descola o di Viveiros de Castro, come se la disanimazione apparisse ora come il fenomeno bizzarro che bisogna spiegare dal punto di vista antropologico, e non più la posizione predefinita che rende tutte le altre bizzarre…

71 Differenza che ho tentato di rendere tecnica con l’opposizione fra intermediari (che si occupano semplicemente di trasportare la forza) e mediatori (che fanno biforcare ciò che li causa). Il che è un altro modo di tradurre l’argomentazione di Serres sulla traduzione.

72 È l’oggetto delle conferenze V e VI, che ci faranno immergere nella “teologia naturale”, tema delle conferenze Gifford all’origine di quest’opera.

73 Il legame fra rivoluzione scientifica, organizzazione politica, dematerializzazione della materia e teologia è il soggetto del libro ormai classico, che ritroveremo nella conferenza VI, di S. Shapin, S. Schaffer, Leviathan and the Air-Pump, Princeton University Press, Princeton (N. J.) 1985; tr. it. di R. Brigati, P. Lombardi, Il Leviatano e la pompa ad aria, La Nuova Italia, Firenze 1994.

74 D.J. Haraway, Staying with the Trouble, cit.

75 B. Latour, Non siamo mai stati moderni, cit.

76 I. Kershaw, The End, Allen Lane, London 2011; tr. it. di G. Buzzi, La fine del Terzo Reich, Bompiani, Milano 2013.

77 J. Lovelock, The Revenge of Gaia, Basic Books, New York 2006; tr. it. di M. Scaglione, La rivolta di Gaia, Rizzoli, Milano 2006, pp. 206-207.

78 C. Hamilton, Requiem for a Species, cit.

79 D. Danowski, E. Viveiros de Castro, L’arrêt de monde, cit.

80 W. Steffen et al., The Trajectory of the Anthropocene, cit.