Introduzione

Tutto è iniziato con un passo di danza che mi era entrato in testa, circa una decina di anni fa, divenendo un chiodo fisso di cui non riuscivo a liberarmi. Mentre arretrava rapida per sfuggire a qualcosa che doveva sembrarle spaventoso, una ballerina non cessava, proseguendo la sua corsa, di lanciare occhiate sempre più inquiete dietro di lei – come se la fuga accumulasse alle sue spalle ostacoli che ne intralciavano, ogni istante di più, i movimenti –, finché era costretta a voltarsi di scatto e lì, sospesa, interdetta, le braccia penzoloni, osservava qualcosa venire verso di lei, qualcosa di ancora più terrificante di ciò da cui inizialmente scappava – tanto da costringerla ad abbozzare il gesto di indietreggiare. Nel fuggire un orrore, ne aveva incontrato un altro, in parte creato dalla sua stessa fuga.

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Figura 1
. Stéphanie Ganachaud, 12 febbraio 2013.

Mi ero convinto che questa danza esprimesse lo spirito del tempo, che riassumesse in un’unica soluzione, per me assai preoccupante, ciò che i moderni avevano prima rifuggito, l’arcaico orrore del passato, e quello che dovevano fronteggiare oggi, l’irruzione di una figura enigmatica, fonte di un orrore che si trovava davanti e, non più, dietro di loro. Dapprima ho registrato l’irruzione di questo mostro, metà uragano, metà Leviatano, con un nome bizzarro, “Cosmocolosso1”, finché non l’ho fusa ben presto in una figura altrettanto controversa che avevo concepito leggendo James Lovelock, la figura di Gaia. Non potevo più scappare: occorreva comprendessi ciò che mi veniva incontro nella forma alquanto angosciante di una forza insieme mitica, scientifica, politica e, probabilmente, anche religiosa.

Considerato che non mi intendo per nulla di danza, mi ci sono voluti alcuni anni prima di poter trovare in Stéphanie Ganachaud l’interprete ideale di questo breve passo2. Nel frattempo, non sapendo che farmene della figura del Cosmocolosso che mi ossessionava, ho convinto alcuni cari amici a scrivere un’opera teatrale, poi divenuta Gaïa Global Circus3. È stato allora, per una di quelle coincidenze che non dovrebbero sorprendere chi insegue un’ossessione, che il Comitato scientifico delle conferenze Gifford mi ha chiesto di tenere a Edimburgo, nel 2013, un ciclo di sei incontri nell’ambito, anch’esso assai enigmatico, della “religione naturale”. Come resistere a un’offerta che William James, Alfred North Whitehead, John Dewey, Henri Bergson, Hannah Arendt e molti altri non avevano esitato ad accettare4? Non era l’occasione ideale per sviluppare con l’argomentazione ciò che la danza e il teatro mi avevano per primi costretto a esplorare? Perlomeno, quel medium non mi era troppo estraneo. Tanto più che avevo appena finito di scrivere un’indagine sui modi d’esistenza ormai sotto l’influenza sempre più pervasiva di Gaia5. Sono queste conferenze, rimaneggiate, ampliate e completamente riscritte, che troverete qui.

Se mi accingo a pubblicarle conservando il genere, lo stile e il tono della conferenza, è perché questa antropologia dei moderni che perseguo da quarant’anni è sempre più in linea con quello che possiamo chiamare il Nuovo regime climatico6. Sintetizzo con questo termine la situazione attuale in cui il contesto fisico, che i moderni avevano dato per scontato, il terreno su cui la loro storia si era sempre dispiegata, è divenuto instabile. Come se lo scenario avesse calcato la ribalta per condividere la trama con gli attori. A partire da questo momento, tutto cambia nel modo di raccontare storie, al punto da far entrare in politica tutto ciò che, fino a poco prima, apparteneva ancora alla natura – figura che, di riflesso, diviene un enigma ogni giorno più indecifrabile.

Per anni i miei colleghi e io abbiamo cercato di confrontarci con l’ingresso della natura e delle scienze in politica, sviluppando dei metodi per rilevare, e perfino mappare, le controversie ecologiche. Ma tutti questi lavori specialistici non erano mai arrivati a distruggere le certezze di coloro che continuavano a immaginare un mondo sociale senza oggetti di fronte a un mondo naturale senza umani – e senza scienziati per conoscerlo. Mentre ci sforziamo di sciogliere alcuni nodi dell’epistemologia e della sociologia, l’intero edificio che ne ha distribuito le funzioni cade a terra o, piuttosto, ricade, letteralmente, sulla Terra. Eravamo ancora fermi a discutere dei legami possibili fra umani e non umani, del ruolo degli scienziati nella produzione dell’oggettività, della potenziale importanza delle generazioni future, mentre gli scienziati stessi moltiplicavano nel frattempo le invenzioni per parlare della stessa cosa, ma su tutt’altra scala: l’“Antropocene”, la “grande accelerazione”, i “limiti planetari”, la “geostoria”, i “tipping points”, le “zone critiche”, tutti termini altisonanti che sembravano necessari e che incontreremo via via nel tentativo di comprendere questa Terra che sembra reagire alle nostre azioni.

La mia disciplina di provenienza – la sociologia o, meglio, l’antropologia delle scienze – è rafforzata oggi dall’evidenza largamente condivisa che l’antica Costituzione che ripartiva i poteri fra scienza e politica sia divenuta obsoleta. Come se si fosse giustamente passati da un Antico a un Nuovo regime segnato dall’irruzione multiforme della questione del clima e, cosa ancora più strana, del suo legame col governo. Utilizzo nel loro senso più ampio queste espressioni che gli storici della geografia non adoperano più se non in riferimento alla “teoria del clima” di Montesquieu, divenuta anch’essa obsoleta. Di colpo, tutti sentono che un altro Spirito delle leggi della Natura è sul punto di emergere e che faremmo bene a cominciare a redigerlo se vogliamo sopravvivere alle potenze scatenate da questo Nuovo regime. È a tale lavoro collettivo di esplorazione che la presente opera intende contribuire.

Gaia è qui presentata come l’occasione di un ritorno sulla Terra che consenta una versione differenziata delle rispettive qualità richieste alle scienze, alle politiche e alle religioni, ricondotte finalmente alle definizioni più modeste e terrestri delle loro antiche vocazioni. Le conferenze devono essere considerate a coppia: le prime due riguardano la nozione di potenza d’agire – che traduce l’inglese agency –, vettore indispensabile per consentire gli scambi fra domini e discipline finora distinti; le successive due introducono i personaggi principali: Gaia, per prima, l’Antropocene, poi; le conferenze V e VI definiscono quali siano i popoli in lotta per l’occupazione della Terra e l’epoca in cui si trovano; le ultime due esplorano la questione geopolitica dei territori in lotta.

Il pubblico potenziale di un libro è più difficile ancora da individuare dell’uditorio di una conferenza ma, poiché siamo effettivamente entrati in un periodo della storia insieme geologico e umano, è proprio a lettori dalle competenze miste che vorrei rivolgermi. Impossibile comprendere quello che ci accade senza passare dalla scienza – è quest’ultima che ci ha messo in allarme all’inizio. Impossibile comprenderla rimanendo ancorati all’immagine che l’epistemologia antica ci restituiva di essa – la scienza è ormai così mescolata alla cultura che dobbiamo passare necessariamente dalle scienze umane per comprenderla. Ecco, dunque, uno stile ibrido per un soggetto ibrido indirizzato a un pubblico, anch’esso, necessariamente ibrido.

Ibrida anche, com’è facile immaginare, è la composizione di un siffatto libro: come tutti i ricercatori, sono obbligato a scrivere in inglese per essere letto. Una volta redatte e consegnate a Edimburgo nel febbraio 2012, le sei conferenze Gifford sono dunque state tradotte in francese da Franck Lemonde, con l’aggiunta di un altro discorso pronunciato nel 20137. Tuttavia, ho poi sottoposto il suo testo a quello che tutti i traduttori detestano maggiormente quando hanno la sventura di tradurre nella lingua madre degli autori: l’ho interamente rimaneggiato, ampliato con due nuovi capitoli e riscritto a tal punto che ne è venuto fuori un testo completamente diverso – così diverso che temo mi tocchi fare una nuova traduzione per il pubblico inglese… Chiedo venia infinita al mio traduttore.

Se gli scrittori possono crogiolarsi nell’allettante lusinga che i lettori siano gli stessi dall’inizio alla fine di un libro e che proseguano il loro grand tour di formazione di capitolo in capitolo, diversa è la situazione dei conferenzieri che devono rivolgersi ogni volta a un pubblico in parte differente. Ecco perché ciascuna delle otto conferenze può essere letta singolarmente e nell’ordine che si desidera – quanto agli aspetti più settoriali, si possono consultare i rinvii in nota.

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Dovrei ringraziare troppe persone per riuscire a nominarle tutte. È nei riferimenti bibliografici che tento di riconoscere il mio debito.

Sarebbe ingiusto, tuttavia, non citare in primo luogo i membri del Comitato delle conferenze Gifford che mi hanno permesso di affrontare il tema della “religione naturale”, senza dimenticare l’uditorio della sala Santa Cecilia, nel corso delle sei meravigliose giornate del febbraio 2013, sotto il sole splendente di Edimburgo.

È a Isabelle Stengers che devo innanzitutto il mio interesse all’irruzione di Gaia ed è, come sempre, rivolgendomi a Simon Schaffer per un sostegno, che ho tentato di scrollarmi di dosso il personaggio insostenibile di Gaia, condividendo inoltre le mie ansie con Clive Hamilton, Dipesh Chakrabarty, Déborah Danowski, Eduardo Viveiros de Castro, Donna Haraway, Bronislaw Szerszynski e tanti altri colleghi.

Ma vorrei ringraziare in special modo Jérôme Gaillardet e Jan Zalasiewicz che mi hanno confermato l’esistenza, a partire dall’Antropocene, di un terreno comune alle scienze naturali e umanistiche, diciamo persino di una zona critica che tutti noi condividiamo.

Sono debitore, molto più di quanto loro immaginino, agli studenti che hanno concepito e realizzato il “Teatro delle negoziazioni” all’Amandiers, nel maggio 2015, come anche agli ideatori dell’esposizione Anthropocène Monument al museo Abattoirs, a Tolosa, nell’ottobre 2014, nonché agli allievi del corso di Filosofia politica della natura.

Infine vorrei ringraziare Philippe Pignarre il cui lavoro editoriale mi accompagna da molto tempo. Non credo di avere mai pubblicato un libro che fa così diretto riferimento, sin dal titolo, al nome della sua collana: perché non è affatto globale Gaia; contrariamente a quel che si pensa troppo spesso, è senza ombra di dubbio la grande guastafeste8

1 B. Latour, Kosmokoloss, 2013, trasmesso alla radio tedesca. Il testo del radiodramma nonché la gran parte dei miei articoli citati in questo libro sono accessibili in versione definitiva o provvisoria sul sito bruno-latour.fr.

2 Interpretato il 12 febbraio 2013, filmato da Jonathan Michel, disponibile su vimeo.com/60064456.

3 Opera collettiva realizzata, a partire dalla Pasqua 2010, dalle registe Chloé Latour e Frédérique Aït-Touati; con gli attori Claire Astruc, Jade Collinet, Matthieu Protin e Luigi Cerri; nonché il prezioso contributo di Pierre Daubigny, autore del testo. Il lavoro è culminato nell’esibizione a Tolosa nell’ambito del festival La Novela, a ottobre 2013, e alla Comédie de Reims a dicembre dello stesso anno, prima della tournée in Francia e all’estero.

4 I sei interventi sono disponibili sul sito delle conferenze Gifford dell’Università di Edimburgo, ed.ac.uk. Sulla storia di queste conferenze e del dominio della “religione naturale”, abbastanza enigmatica agli occhi dei francesi, cfr. L. Witham, The Measure of God, Harper, San Francisco 2005.

5 B. Latour, Enquête sur les modes d’existence, La Découverte, Paris 2012.

6 L’espressione deriva da un termine introdotto da Stefan Aykut e Amy Dahan per designare il modo assai particolare e, a loro avviso, poco efficace, di tentare di “governare il clima”. Cfr. S. Aykut, A. Dahan, Gouverner le climat?, Presses de Sciences Po, Paris 2015.

7 In aggiunta alle sei conferenze Gifford, figura qui, in parte ripreso nella conferenza II, il mio articolo Agency at the Time of the Anthropocene, in “New Literary History”, vol. XLV, n. 1, 2014, pp. 1-18.

8 Nel 1990, su iniziativa di Isabelle Stengers e Philippe Pignarre, nasce – grazie al patrocinio della casa farmaceutica Synthélabo, che all’epoca si impegnava a rispettarne la libertà editoriale – la casa editrice Les empêcheurs de penser en rond, specializzata in scienze umane e sociali, che entrerà a far parte de La Découverte nel 2008. Coloro che “impediscono di pensare a vuoto” sono gli acerrimi nemici del pensiero asfittico e acritico, i pensatori “scomodi” e liberi, in definitiva i “guastafeste” di ogni visione miope [N.d.T.].