Prefazione

Per anni ho invocato una più profonda presa di posizione delle scienze umane sulla crisi climatica e ambientale. Sono pertanto lieto che studiosi del calibro di Bruno Latour dedichino così tante energie a questo tema. Non lo dico per me che, non essendo esperto del settore, ho potuto solo parzialmente comprendere la profondità delle riflessioni contenute in queste pagine. Lo dico per l’altra metà del sapere, quello umanistico, che ora troverà un valido interprete a far da ponte con il mondo delle scienze naturali di cui invece sono io a far parte. Il mio intento non è quindi quello di commentare linguaggi che conosco poco, bensì di provare qui a sintetizzare il substrato scientifico sul quale si sono strutturati. La si può chiamare in diversi modi: Natura, Gaia, biosfera, pianeta, poco importa. Per lo studioso dei processi fisico-chimici-biologici si tratta del Sistema Terra, termine forse ancora ambiguo ma che per coloro che ogni giorno lavorano da manovali con misure meteorologiche, dati satellitari, rilievi glaciologici e oceanografici, funghi e insetti identifica un luogo nello spazio che obbedisce semplicemente a leggi universali e invarianti da circa 13,7 miliardi di anni, ovvero dai primi istanti dopo il Big Bang. Ci sono voluti quasi 9 miliardi di anni perché in questa periferia galattica chiamata Sistema Solare nascesse la Terra, poi su di essa comparisse la vita e infine, soltanto 200.000 anni fa, l’homo sapiens. Dunque noi siamo gli ultimi arrivati. Pieni di difetti ma abbastanza bravi a indagare questo linguaggio naturale e a capire almeno un po’ quali sono le regole del gioco esterne a noi, alla nostra cultura, alla nostra società, e che quindi ci sono date a priori come vincoli ineludibili, indifferenti ai nostri sogni e desideri. Se inciampi, l’attrazione gravitazionale ti fa cadere e ti spacca i denti. Punto. Non c’è bisogno di altre considerazioni: se non vuoi farti male, non devi cadere. Se inquini l’atmosfera, la termodinamica cambierà il clima. Vuoi un clima stabile? Non devi inquinare. Tutto qui. Non ci sono finalismi o personificazioni romantiche, ma principi di azione e reazione, conservazione della massa e dell’energia, interazioni e retroazioni complesse tra attori viventi e non viventi. Gaia emerge da queste regole e le sfrutta entro certi limiti a suo favore, producendo ambienti stabili favorevoli alla vita. Il nostro problema è che, dopo aver compreso le regole e i limiti, non li vogliamo rispettare. Non è però soltanto un problema etico ma, in prima istanza, un problema fisico. Compiute determinate azioni, superati certi limiti (una sorta di hybris verso le grandezze fisiche), arriveranno delle conseguenze sgradevoli. Sul superamento dei limiti ambientali si sono espressi molti pensatori fin dall’antichità, penso a Seneca per esempio. Il diritto recepì a livello locale questi limiti empirici con bandi sull’utilizzo dei suoli, delle foreste, della selvaggina. Penso alle Dolomiti, dove fin dal medioevo si sono redatte le “Regole” forestali, ancora oggi in vigore: in breve, esse stabiliscono che non puoi tagliare il bosco tutto e subito per far cassa, ma solo una parte, dando il tempo agli alberi di ricrescere e di rinnovarsi, altrimenti il suolo si desertifica o frana. Ecco le prime norme dello sviluppo sostenibile. Poi è arrivata la rivoluzione industriale, il carbone, il petrolio, le macchine, il capitalismo estrattivo, la crescita demografica e quella dei consumi e delle risorse, finalizzata a sua volta alla veneratissima crescita economica infinita: la grande accelerazione. Nel 1972, su impulso dell’economista italiano Aurelio Peccei e del Club di Roma, esce il rapporto I limiti alla crescita, frutto di un lungimirante team di ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology). Il responso è chiaro: non può esistere una crescita infinita in un mondo finito. Si deve cambiare paradigma economico se si vuole sopravvivere a lungo sul pianeta: ci vorrebbe una stabilità economica e demografica più che una crescita, tale da mantenere relativamente stabile pure l’ambiente naturale. Questa verità sarà considerata eresia. Il messaggio giusto al momento giusto verrà insabbiato, deriso, respinto. Da allora si comincia drammaticamente a perdere tempo. La diagnosi del malanno incombente viene rifiutata e la cura non viene messa in atto. Nel 1978 il Rapporto Charney dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti aggiunge un nuovo, esplicito, allarme condiviso sul riscaldamento globale di origine antropica. Niente da fare, ignorato anch’esso. Nel 1988 le Nazioni Unite fondano l’IPCC, il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici. Nel 1992 le Nazioni Unite firmano la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (UNFCCC), impegnandosi a limitare la più grande minaccia che pesa sul futuro dell’umanità. Un impegno a parole, che rimane tale a quasi trent’anni dalla solenne dichiarazione. Tante conferenze internazionali, il protocollo di Kyoto fallimentare, gli Accordi di Parigi non ancora in vigore, un presidente degli Stati Uniti che non crede né alla scienza del clima né a quella del coronavirus e distrugge decenni di politica ambientale interna, seguito da altri emuli come il brasiliano Bolsonaro che autorizza il saccheggio della foresta amazzonica. E intanto la concentrazione atmosferica di CO2 sale, sale, fino alle attuali 416 parti per milione, un record per gli ultimi tre milioni di anni. Agli inizi del 2000 nasce così il concetto di Antropocene e nel 2009 si giunge all’eccellente formulazione dei limiti planetari da parte di Johan Rockström e collaboratori, all’Istituto per la Resilienza dell’Università di Stoccolma. Per me la Natura, o Gaia, o il Sistema Terra, si riassume in quei numeri, soglie quantificabili di CO2 nell’atmosfera, di acidità degli oceani, di ozono, di azoto e di fosforo, di milioni di metri cubi di acqua dolce che preleviamo e sporchiamo, di ettari di suolo cementificato e foreste abbattute, di biodiversità che si estingue, di inquinanti che ingurgitiamo. Per me è con queste misure, che sono come il tasso glicemico del sangue o la temperatura corporea di un essere umano, che si valuta la salute di Gaia e la stupefacente complessità del “Cosmocolosso” latouriano. Se l’umanità eccede questi limiti, non è che Gaia si ribelli, semplicemente Gaia cambia parametri, in modo tale da non essere più adatta alla nostra vita. Ne ospiterà altra nel suo lungo futuro di miliardi di anni e, come insegna l’evoluzione darwiniana, sopravviverà la vita più adatta o adattabile. E infatti Latour insiste sul concetto di difesa dell’abitabilità del pianeta. Tutte le nostre forze, le nostre conoscenze, le nostre azioni devono oggi essere chiamate a raccolta per difendere le condizioni ottimali per la vita della nostra specie, insieme a tutte le altre che compongono una biosfera a noi congeniale. Se farà troppo caldo, alcune zone della Terra diventeranno inabitabili (il calore umido sopra i 35˚ è mortale per il corpo umano, non è una questione di solo comfort, è uno di quei limiti fisici non opinabili e non negoziabili). A fine secolo il livello del mare più alto di un metro inghiottirà coste e città: non potendo vivere sott’acqua, bisognerà emigrare. Laddove l’acqua sarà troppo poca avanzeranno i deserti e non si potrà produrre cibo. E così via. Gli avvertimenti da parte della comunità scientifica volti a evitare questo pericoloso burrone della geostoria sono sempre più approfonditi e numerosi, un tempo emotivamente sterili, ora anche accorati e preoccupati. Cito il Scientists’ Warning to Humanity – A Second Notice del 2017 e il World Scientists’ Warning of a Climate Emergency del 2019, animati dall’ecologo William Ripple dell’Università dell’Oregon e firmati rispettivamente da 15.000 e da 11.000 scienziati indipendenti. Ma a cosa sono serviti? Il senso di frustrazione dei ricercatori delle scienze del sistema Terra, inascoltati da oltre cinquant’anni, è ormai palpabile. A cosa serve il sapere se non viene utilizzato per scansare il pericolo? Speriamo dunque che siano i filosofi come Bruno Latour a dare una mano prima che Gaia, da noi incautamente incalzata, cambi i suoi parametri vitali spazzandoci via dalla biosfera. Homo sapiens: esperimento fallito. La geostoria riprende i comandi. Riproverà con gli scarafaggi: c’è ancora qualche miliardo d’anni a disposizione.

Luca Mercalli

Presidente Società Meteorologica Italiana,

Consigliere scientifico Ispra – Istituto Superiore

per la Protezione e la Ricerca Ambientale