10.
Qualcuno, alle Stinche, parlò ad Antonella di monsignor Gino Bonanni. Era il 1988, Antonella passò a trovarlo alla Badia Fiorentina, l’antica abbazia benedettina adiacente a piazza della Signoria dove, nel 1934, Giorgio La Pira aveva istituito la messa dei poveri. Ogni domenica mattina, ancora oggi, durante la messa delle otto e mezzo, si radunano in quella chiesa i bisognosi. Vengono distribuiti i panini benedetti, piccole somme di denaro, beni di prima necessità.
Bonanni era già molto anziano e malato. Il morbo di Parkinson lo limitava in ogni movimento. Per incontrarlo non era necessario telefonare, bastava suonare il campanello del portone al numero 4 di via della Condotta. Al massimo, se nello studio c’era già qualcuno, Ernestina, la perpetua ormai quasi novantenne, faceva attendere in salotto.
Antonella rimase subito colpita da Bonanni. Stava seduto dietro la sua scrivania, nella penombra di quella grande stanza semivuota, il volto scarno ma luminoso. La fece accomodare osservandola con uno sguardo pieno di tenerezza. L’ascoltò discreto, senza chiedere niente. Ogni tanto annuiva con la testa, magari aggiungendo una mezza parola. Tra loro si creò subito una certa familiarità. Antonella percepí in lui l’atteggiamento di un padre premuroso, capace di prendere a cuore, di avere cura. Cominciò a frequentarlo con assiduità quasi giornaliera, tanto piú che lui aveva bisogno di aiuto per spostarsi, per scendere dalla canonica giú nella chiesa. Era umile, mite, ma vivo, attento. Nel suo sguardo terso riluceva la trasparenza dell’anima.
Aveva molto sofferto, la sua vicenda era quasi paradossale. Già rettore del seminario fiorentino, ne era stato allontanato perché cercava di formare «uomini prima che preti». Voleva «educare all’amore con l’amore», come ripeteva spesso, ma non era stato capito né dalle gerarchie, né dai seminaristi, abituati al rigore. Uscirono in molti dal seminario nei primi anni Sessanta. Bonanni fu allontanato e mandato come parroco in Badia, una parrocchia ormai spopolata a causa dell’esodo dei fiorentini verso le periferie.
In quegli anni la Chiesa fiorentina era tenuta d’occhio, troppi i preti scomodi, a cominciare da don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, padre Giovanni Vannucci, a cui poi si aggiunse don Enzo Mazzi, il famoso prete operaio dell’Isolotto. Come loro anche Bonanni fu vittima di quel clima.
Non c’era retorica in lui, solo grande silenzio e inesauribile disponibilità all’ascolto. Mai un richiamo dottrinale, una chiusura ideologica, solo amorevoli parole d’incoraggiamento tese a riportare speranza e fiducia.
– Il mio bisogno, – racconta Antonella, – girava sempre intorno a quel pressante richiamo verso il silenzio e la solitudine che durava ormai da anni senza farmi intravedere nessuna prospettiva. Bonanni era un uomo dell’attesa. Non aveva fretta di suggerire facili soluzioni. In lui vedevo il testimone di una fede nuda. Percepivo l’autorità del cielo e non avrei mai fatto nulla senza il suo consenso.
Dopo poco tempo che aveva iniziato a frequentarlo, fu lui a regalarle il libro della svolta, Pustinia.
Appena iniziò a leggere, Antonella comprese che quelle pagine e quella parola prima sconosciuta corrispondevano in maniera impressionante a quanto, fino ad allora, aveva caratterizzato il suo percorso. Cominciò a percepire la propria casa come una specie di eremo, in cui però silenzio e solitudine erano messi al servizio dell’ascolto.
– Bonanni si rivelò ai miei occhi come un vero e proprio pustinik. Sí, nel cuore di Firenze c’era un pustinik. Con lui avevo vissuto un’esperienza viva di amore che stava mettendo radici in me.
Antonella desiderava silenzio e solitudine, ma di fatto era spesso circondata da persone sofferenti, bisognose di aiuto.
– Ascoltare il proprio dolore rende sensibili al dolore ovunque lo si percepisca. Come affermava Bonanni: «L’amore è come una staffetta, chi lo riceve a sua volta può consegnarlo». Quando l’amore attecchisce nel cuore, trabocca e si espande. Produce un moto spontaneo. Se ci affidiamo all’amore e ci lasciamo amare, l’amore insegna ad amare. Essenziale è mantenere l’equilibrio fra dentro e fuori, fra silenzio e ascolto. Questa è la mia unica regola, ma non è mai stato facile rispettarla. Serve vigilanza, presenza, umiltà e soprattutto preghiera. Bisogna offrire tutto quello che ci tocca, ci attraversa, alla forza intrinseca di quell’amore amante che è lo Spirito Santo. Creatore dei mondi, li mantiene costantemente vivi nutrendoli della sua luce.
Di solito era lei ad andare a trovare le persone, ma capitava anche il contrario.
– La sofferenza tracimava da quelle vite lacerate senza mostrare soluzioni. Il dolore del mondo, rimosso e fuggito, sgorgava fuori come lava incandescente. Dolore nudo, allo stato assoluto, senza piú veli. Come quello di Gesú nell’orto che accoglie tutto, fino alla soglia piú fonda, piú nascosta. Chi tocca quella soglia non le resiste, può impazzire. Pazzia viene dal latino patior, «patire». La passione di Gesú conosce il dolore del mondo, compreso quello infero, sprofondato, remoto, che nessuno vuole sentire. La compassione è un patire insieme, non c’è da fare molto di piú. Questo crea comunione.
– La preghiera aiuta? – le chiedo.
– Sí, è il solo puntello. La preghiera è abbandono all’azione dello Spirito creatore. È affidamento e insieme offerta. Ogni creatura è intimamente unita alla potenza creatrice. Pregare vuol dire esserne consapevoli e favorirne la connessione. Offrire, portare al cospetto della divina luce tutto quello che colpisce lo sguardo, che tocca il cuore. Lo Spirito Santo penetra trasformando in sé, tesse nel segreto, prende campo come liquore che, versato su di un panno, lentamente si espande imbevendone ogni fibra, ogni filo. L’eterna creazione è sempre in atto. Anche noi le apparteniamo, ne siamo attraversati. Siamo sempre nell’in principio, nell’attimo in cui siamo creati.
Ora le persone cercano Antonella non solo per essere ascoltate, ma per condividere con lei il silenzio, per intraprendere un cammino interiore.
– Spiritualmente si stanno muovendo grandi energie. In molti avvertono il bisogno di un cambiamento, di tornare all’essenza. Vedo in questo un segno dei tempi.