Era il 1980. Antonella aveva ventotto anni quando cominciò a sentire un enorme desiderio di solitudine. Si considerava non credente. Non sapeva piú niente di cose religiose dagli anni del catechismo. Partecipava alla vita politica. Il desiderio di stare da sola non era fuga dal mondo, dagli amici coi quali aveva condiviso le battaglie politiche e le speranze del post Sessantotto. Né tantomeno la ricerca di un quieto vivere, di un cantuccio dove ripararsi dalle intemperie di una società difficile. Era piuttosto un’esigenza totalizzante, che non riusciva a spiegare neppure a sé stessa.

Nel 1975, a ventitre anni appena, era stata colpita da una grave malattia. Una tremenda sentenza: previsione di vita cinque anni al massimo. Fu l’inizio di una trasformazione radicale. Decise di abbandonare i farmaci, troppo pesanti. Senza tanti ripensamenti si affidò alla macrobiotica. In pochi mesi gli esami tornarono a posto fra l’incredulità dei medici, che si ostinavano a non accettare la guarigione. Dicevano che l’unica possibilità era quella di una diagnosi sbagliata, il che però, dopo i consueti accertamenti di protocollo e le varie biopsie, suonava alquanto improbabile.

Seguí un periodo molto intenso. Frequentava la facoltà di Filosofia, aveva quasi terminato gli esami quando, proprio attraverso la macrobiotica, cominciò a immergersi nelle filosofie orientali, scoprendo dimensioni completamente nuove. Abituata alla dialettica degli opposti, rimase folgorata dal principio della non dualità e dell’armonia del tutto che si incise in lei in modo profondo, mettendo a nudo oscure lacerazioni. Soprattutto il senso di alienazione dovuto alla scissione fra mente e corpo.

– Mi sentivo una miracolata, – racconta. – In quel frullare di anni ricchi di esperienze e incontri, quello che mi aveva travolto, in realtà, era stato l’impatto con la morte. Lei guardava me, io guardavo lei, in un muto dialogo. Era nemica e ignota.

Cominciò a sentirsi non capita. Gli amici di prima, compreso il suo ragazzo, non potevano seguirla in questo itinerario intenso, ma pur sempre doloroso. Affrontò anche un lungo percorso psicoanalitico. Quando tutto dentro di lei era ormai messo in discussione, fu proprio una crisi affettiva che la portò a toccare il fondo.

– Fu come una scossa. Compresi che da lí non potevo fuggire. Crollarono tutte le illusioni. Conobbi il vuoto. Restando lí, qualcosa si spalancò di dentro. Un richiamo forte verso la natura cominciò a pervadermi. Cosí ho scoperto il silenzio.

Nella solitudine trovava pace, calma, armonia. Si perdeva in lunghe passeggiate per le campagne intorno a Firenze. Si sedeva per ore sulle rive erbose dell’Arno a guardare l’acqua scorrere. Amava sostare nei boschi, sotto gli alberi. Ne abbracciava i tronchi, ne percepiva le linfe.

– Salivano dalle radici fin su nei rami, dove i fogliami si aprivano al cielo per assorbire luce.

I suoi genitori la osservavano da lontano, preoccupati. Non sapevano cosa dire, non potevano intervenire, avevano perfino paura di chiedere. Presi dal lavoro, dagli impegni della vita, non avevano mai avuto troppo tempo per lei. Antonella sentiva una enorme distanza, un’incomunicabilità che nessuna parola era in grado di colmare.

Sulla sua vita familiare aleggiava un’ombra. La memoria quasi occultata di un evento traumatico, troppo doloroso per essere affrontato. La morte del nonno Carlo, padre di Aleandro, suo padre. Aleandro aveva appena quattordici anni quando, l’8 marzo 1944, seppe che suo padre era stato preso in una retata. Non era ebreo, fu prelevato mentre era a lavoro alla Cartiera Cini insieme ad altri uomini tranquilli come lui in sostituzione di alcune donne. A Firenze e provincia, infatti, nei giorni successivi allo sciopero generale organizzato dal Comitato di liberazione nazionale, immediata era stata la reazione dei nazisti che arrestarono diverse centinaia di persone. Radunate in piazza Santa Maria Novella, vennero poi fatte salire su un treno composto di carri bestiame alla volta di Mauthausen. Carlo deperí presto, fu mandato alla camera a gas nei primi mesi dopo la deportazione. Un anno dopo giunse la notizia della sua morte. Per lo strazio, di lí a poco, morí anche nonna Gina, già malata di cuore, e Aleandro, rimasto solo, fu colto da un’interiore disperazione. Era un ragazzo intelligente, forte, reagí dandosi da fare. In officina era bravo, capace, stimato da tutti. Intanto si attaccò profondamente a Grazia, una ragazzina solare che abitava nella casa accanto a quella dei nonni materni, dove si era trasferito. Alcuni anni dopo Grazia accettò di sposarlo, ma il dolore soffocato di Aleandro rimase un tabú al quale nessuno aveva accesso.

Durante l’infanzia Antonella era pervasa da un amore incondizionato verso i genitori. Quando ne parla, affiora in lei il ricordo di una solitudine gioiosa.

– Da piccola vivevo in un mondo di luce radiosa. Non ne uscivo mai, vi ero immersa come fosse la mia vera dimora. Da lí vedevo e sapevo tutto senza chiedere niente; non potevo fare domande.

Con l’adolescenza le cose cambiarono.

– Iniziai a giudicare. Un immenso dolore mi piombò addosso, ruppe l’incantesimo.

Il tempo della ribellione alimentava giorno dopo giorno la sua insofferenza e faceva crescere in lei il desiderio di andarsene da casa. Negli anni del liceo, ma soprattutto dopo all’università, piú scopriva il valore dell’amicizia, piú sentiva i suoi genitori lontani ed estranei. Questo provocò una lacerante separazione quando, appena saputo della malattia, se ne andò davvero. – La mamma non disse niente. Perfino quella volta accettò di soffrire in silenzio.

Terminata l’università trovò un lavoro e una stanza in un appartamento di amiche fuori sede nel cuore di Firenze, proprio vicino al centro macrobiotico dove spesso andava a pranzo quasi fosse una mensa.

– Iniziarono le peregrinazioni sulle colline dove il creato mostrava la sua bellezza. La natura divenne la mia unica certezza. Facevo lunghe passeggiate nei boschi, in mezzo al verde, perdendomi per ore. Desideravo soltanto lasciarmi assorbire dentro quell’armonia. Rimanevo in silenzio seduta su una pietra, in un prato, aderendo cosí profondamente con quanto mi era intorno che quasi scomparivo a me stessa.

– Cosa significa? – le chiedo.

– È difficile spiegare. Era come se divenissi io stessa albero, pietra, prato o ruscello. Quasi una forma di mimesi fra me e la natura del luogo in cui mi trovavo. Lasciarmi assorbire mi rigenerava, portava via tristezza e pesantezze. Non riuscivo a capire, ma non me ne preoccupavo. Troppo grande era la gioia!

Le capitava di salire sul primo treno in partenza. Un giorno d’inverno si ritrovò senza accorgersene a Viareggio.

– Nel cielo nebbioso affioravano trasparenze luminose che si riversavano sul lungomare e sulla spiaggia deserta come un ondeggiante manto dorato. Stetti lí tutto il giorno a guardare il mare fino a sera. Cercavo la solitudine come un assetato cerca l’acqua nel deserto.

Fu proprio durante una di queste peregrinazioni che una volta, in treno, raggiunse Lizzano in Belvedere, un paesino in provincia di Bologna a un passo dal confine con la Toscana, sui monti dell’Abetone. Come al solito cercava un luogo un po’ appartato nel cuore della natura dove poter restare qualche giorno in solitudine. Subito dopo aver lasciato la borsa nella piccola pensione, imboccò un vialetto di platani che la portò dritta su un terrazzato che si apriva sulla vallata. Le montagne morbide e verdi mostravano un paesaggio dolce, come ce ne sono tanti sugli Appennini toscani, eppure lí cambiò tutto.

– Cosa accadde?

– Fu solo un attimo. Mi affacciai dalla ringhiera e d’un tratto un grande abbraccio mi avvolse. Sentivo distintamente di non essere sola. Una presenza indefinita, forte, potente era tutta intorno a me. Un’onda luminosa avvolgeva ogni cosa, la natura assumeva colori piú intensi. Ero immersa, dentro, non piú fuori, separata. Viva dentro la vita viva. Tutto era palpitante, pulsante. Il silenzio, per la prima volta, mi aveva fatto sentire la vita che scorreva dentro e fuori di me. Non c’era piú separazione. La creazione mi apparve d’improvviso come un continuum, un abbraccio amoroso. Percepivo una corrente che attraversava ogni creatura. Tutto era connesso, ogni essere incastonato in un intarsio ricolmo di amore. Il silenzio aveva reso visibile ai miei occhi quel tessuto invisibile di luce da cui tutto prende origine, da cui tutto è creato. L’oceano di luce della sostanza pura che pervade ogni cosa.