Poul Anderson

La luna dei cacciatori



*** Adesso entrambi i soli erano tramontati e le montagne occidentali erano divenute un’onda di oscurità, immota, come se il freddo dell’Oltre l’avesse sfiorata e congelata nel momento in cui si sollevava, una prima barriera marina sulla via di fuga verso la Promessa. Il cielo si stendeva purpureo al di sopra dell’onda, illuminato dalle prime stelle e da due piccole lune, dai contorni color ocra e con le gobbe crescenti argentate come la Promessa stessa. Verso est, il cielo rimaneva azzurro, e proprio in quella direzione, appena al di sopra dell’oceano, Ruii era illuminato quasi completamente, le sue strisce rese luminose là dove attraversavano il Suo bagliore carminio: sotto di Esso, il bagliore che ne derivava faceva tremolare le acque rendendo visibile il vento.

A’i’ach percepiva a sua volta quel vento, fresco e sussurrante: ciascun pelo del suo corpo, per quanto sottile, rispondeva al suo tocco, ma lui aveva bisogno di ben poca spinta per mantenere la direzione, di una quantità di energia appena bastante a dargli la sensazione della propria forza e del fatto di essere una cosa sola, nel viaggio e nella destinazione da raggiungere, con il suo Sciame. I globi degli altri lo circondavano con il loro pallido bagliore iridescente, nascondendo quasi completamente al suo sguardo il suolo su cui stavano viaggiando, perché A’i’ach era fra quelli più in alto da terra. Gli odori vitali dei suoi compagni soffocavano ogni altro odore portato dall’aria con i loro aromi dolci ed opprimenti, ed essi stavano cantando all’unisono, centinaia di voci in coro, in modo che i loro spiriti si potessero fondere insieme e divenire Spirito, un’anticipazione di ciò che li attendeva nel lontano ovest.

Quella notte, quando P’a avrebbe attraversato il volto di Ruii, sarebbe tornato il Tempo Lucente, e loro gioivano già per la meraviglia che li attendeva.

A’i’ach soltanto non cantava né concedeva più che ad una minima parte del suo io di perdersi nei sogni di festa e di amore, perché era fin troppo consapevole di ciò che trasportava: quella cosa che l’umano gli aveva assicurato sul dorso pesava pochissimo, ma ciò che essa stava insinuando nella sua anima era pesante ed aspro. L’intero Sciame era naturalmente consapevole dei pericoli di un attacco, e molti dei suoi membri erano muniti di armi… pietre da gettare, oppure rami appuntiti staccati da piante di ü… strette nei filamenti che sporgevano da sotto i loro globi. A’i’ach possedeva però un coltello d’acciaio, il prezzo che aveva chiesto per permettere agli umani di mettergli quel carico. Eppure, non era nella natura del Popolo di temere quel che gli sarebbe potuto piombare addosso dal futuro, ma A’i’ach era stranamente cambiato a causa di ciò che stava accadendo dentro di lui.

Non sapeva da dove gli fosse giunto quel sapere, sopravvenuto abbastanza lentamente perché non fosse sorpreso dalla sua presenza, ma, al posto della sorpresa, un senso di cupa determinazione si era frattanto congelato dentro di lui: da qualche parte su quelle colline e foreste, correva una Bestia che portava un oggetto simile al suo e che si manteneva inoltre in una sorta di spettrale contatto-Sciame con un umano. A’i’ach non poteva immaginare cosa sarebbe potuto derivare da questo, salvo che si sarebbe trattato di qualche tipo di guaio per il Popolo. Chiedere informazioni in merito avrebbe potuto rivelarsi poco saggio, e quindi A’i’ach era giunto a prendere una decisione che comprendeva essere aliena alla sua razza: sarebbe stato lui a porre termine a quella minaccia.

Dal momento che i suoi occhi erano collocati in basso nel corpo, non poteva vedere l’oggetto fissato sul dorso, né la luminosità che da esso saliva verso l’alto. I suoi compagni erano però in grado di vederlo, e lui stesso aveva assistito ad una dimostrazione prima di acconsentire a trasportarlo. Il raggio era debolissimo, visibile soltanto di notte, e, anche in quel caso, su uno sfondo scuro. A’i’ach avrebbe cercato d’individuare un bagliore fra le ombre sulla terra, e, presto o tardi, lo avrebbe trovato, dato che le probabilità a suo favore non erano scarse in quell’epoca, il Tempo Lucente, quando le Bestie cercavano di uccidere il Popolo, sapendo che questo si sarebbe radunato numeroso per festeggiare.

A’i’ach aveva richiesto il coltello come un oggetto curioso e possibilmente utilizzabile, con l’intenzione di custodirlo fra i rami di un albero e di fare qualche esperimento con esso quando ne avesse avuto voglia. Accadeva che una Persona impiegasse di tanto in tanto un oggetto reperito casualmente, come un ciottolo appuntito, per qualche fugace scopo, come per esempio quello di aprire la corolla di un fiore a cresta per far volare nell’aria i suoi deliziosi semi. Forse, con un coltello, avrebbe potuto lavorare il legno e ricavare attrezzi da tenere sempre a portata di mano.

Ora che disponeva di quella nuova forma d’introspezione, A’i’ach capiva a cosa era effettivamente destinata quella lama: con essa, avrebbe potuto colpire dall’alto fino ad uccidere una Bestia…, no, la Bestia.

A’i’ach stava cacciando. ***


Parecchie ore prima del tramonto, Hugh Brocket e sua moglie, Jannika Rezek, si stavano preparando al loro lavoro notturno quando era sopraggiunta, con notevole ritardo, Chrisoula Gryparis: una tempesta aveva bloccato a terra il suo velivolo ad Enrique e poi, procedendo perversamente verso ovest, l’aveva costretta ad effettuare una lunga deviazione durante il viaggio verso Hansonia. Non aveva neppure avvistato l’Oceano Circolare fino a quando aveva attraversato un abbondante migliaio di chilometri di terraferma, dopodiché aveva dovuto deviare a sud di un’eguale distanza, prima di raggiungere finalmente la grossa isola.

— Come sembra solitario Port Kato visto dall’aria — osservò. Per quanto accentato, il suo inglese… la lingua comune convenuta in quella particolare postazione… era fluente, e quello era uno dei motivi che l’avevano spinta a venire a vedere se c’era un posto disponibile.

— Perché lo è — replicò Jannika, con il suo diverso accento. — Ci sono una dozzina di scienziati, un numero doppio di assistenti e qualche membro del personale di supporto. Questo ti rende ancor più benvenuta.

— Cosa, vi sentite isolati? — chiese Chrisoula. — Ma se potete contattare qualsiasi luogo di Nearside dove ci sia un olocomunicatore!

— Già, oppure volare in una città per affari o per diporto o per qualsiasi altro motivo — ribatté Hugh. — Ma, non importa quanto un’immagine possa apparire e suonare stereo, essa rimane pur sempre un’immagine: non puoi certo portarla fuori a bere qualcosa dopo che il colloquio è finito, ti pare? E quanto ad una visita effettiva, ecco, ben presto ti ritrovi di nuovo qui fra le stesse vecchie facce. Gli avamposti finiscono presto per involversi socialmente, come scoprirai, se decidi di rimanere. Non che stia tentando di scoraggiarti — aggiunse in fretta, — Jan ha ragione: saremmo più che felici di avere qualche persona nuova fra di noi.

L’accento di Hugh rappresentava un prodotto della storia: l’uomo era di madrelingua inglese, ma era medeano da tre generazioni, il che significava che i suoi nonni avevano lasciato l’America Settentrionale tanto tempo prima che la lingua di laggiù era ormai mutata come ogni altra cosa.

A dire il vero, neppure Chrisoula era esattamente all’ordine del giorno, se si pensava che un raggio laser impiegava quasi cinquant’anni per andare dal Sole a Colchis e che la nave su cui lei aveva viaggiato, in animazione sospesa e senza invecchiare, aveva tenuto una velocità considerevolmente inferiore…

— Sì, qualcuno della Terra! — La voce di Jannika era raggiante.

— Le cose non andavano bene sulla Terra quando sono partita — replicò Chrisoula, sussultando, — anche se forse in seguito sono migliorate. Per favore, ve ne parlerò più tardi, ma ora mi piacerebbe considerare quello che mi aspetta.

Hugh le batté qualche colpetto su una spalla, pensando che era una ragazza decisamente carina, anche se non rientrava nella stessa categoria di Jan, categoria in cui ben poche donne rientravano, e che comunque gli sarebbe piaciuto se la loro conoscenza si fosse sviluppata in una direzione più intima: la varietà, dopo tutto, era la spezia della vita.

— Sei stata proprio sfortunata, oggi, vero? — mormorò. — Sei stata costretta a tardare fino a quando Roberto… uh, il Dr. Venosta… è uscito nei campi, ed il Dr. Feng è tornato al Centro con un mucchio di campioni… — Hugh si riferiva al capo biologo ed al capo chimico. Chrisoula era specializzata in biologia, e si sperava che proprio lei, appena giunta con l’ultimo dei rari astrotrasporti, avrebbe contribuito in modo significativo alla comprensione della vita su Medea.

— Bene — sorrise Chrisoula. — Allora conoscerò prima gli altri, a cominciare da voi due.

— Mi dispiace — obiettò Jannika, scuotendo il capo, — ma anche noi abbiamo da fare, e presto ce ne andremp per non tornare prima del sorgere del sole.

— Cioè… fra quanto? Circa trentasei ore? Ma non è un periodo piuttosto lungo da trascorrere in… com’è che avete detto…? in questo strano ambiente?

— Questo è il compito di uno xenologo, cosa che noi siamo entrambi — rise Hugh. — Credo di poter trovare un po’ di tempo per accompagnarti in giro, presentarti e farti sentire più a tuo agio.

Essendo arrivata in un periodo del ciclo di turni di guardia in cui la maggior parte della gente dell’avamposto stava ancora dormendo, Chrisoula era stata condotta negli alloggi di Hugh e Jannika, i quali si erano alzati presto per prepararsi alla loro spedizione.

Jannika lanciò uno sguardo duro al marito; quello che vide fu un uomo alto, che stimava la propria età in termini di anni terrestri, quarantuno di essi, massiccio, leggermente goffo nei movimenti, con un accenno di pancia. I lineamenti erano rozzi, i capelli color sabbia, gli occhi azzurri; i capelli erano tagliati corti ed il volto sbarbato, ma tunica, calzoni e stivali trascurati denotavano lo stile dei minatori fra cui Hugh era cresciuto.

— Io non ho tempo — affermò Jannika.

— Certo, continua pure, cara. — Hugh ebbe un gesto espansivo, quindi prese Chrisoula per il gomito. — Avanti, facciamo un giro.

Stupita, la ragazza lo accompagnò fuori dalla capanna ingombra; all’interno del recinto, si arrestò per guardarsi intorno, come se quella fosse la prima volta che vedeva Medea.

Port Kato era decisamente piccolo. Per non turbare l’ecologia locale con apparati ed installazioni di lampade ultraviolette sui campi o di canali di scolo provenienti da essi, l’avamposto traeva i suoi generi di sostentamento da più vecchi e grandi insediamenti collocati sulla terraferma del Nearside. Inoltre, per quanto vicino alle coste orientali di Hansonia, l’avamposto era rientrato di alcuni chilometri nell’interno e costruito su un terreno elevato, come precauzione contro le maree dell’Oceano Circolare che potevano assumere proporzioni mostruose. Così, la natura circondava, sormontava e gravava sul piccolo gruppo di costruzioni dovunque la ragazza posasse lo sguardo… o ascoltasse, fiutasse, toccasse, assaporasse o andasse. La gravità leggermente inferiore a quella della Terra conferiva una certa elasticità al suo passo, mentre la maggiore quantità di ossigeno sembrava darle maggior energia nelle stesse proporzioni, anche se le membrane mucose non avevano ancora smesso di dolerle. Nonostante la latitudine tropicale, l’aria era balsamica e non troppo umida, perché l’isola si trovava abbastanza vicino al Farside per esserne rinfrescata. L’aria era piena di odori pungenti, e Chrisoula riusciva a trovare un paragone familiare come il muschio e lo iodio solo per alcuni di essi, ed anche sconosciuti le giungevano i suoni… fruscii, trilli, gracidii e mormorii… che la densa atmosfera le faceva risuonare con forza negli orecchi.

La stazione stessa aveva un aspetto straniero: le costruzioni erano fatte con materiali locali e secondo progetti locali, e perfino il convertitore ad energia radiante non presentava lo stesso aspetto che avrebbe avuto a casa. Le ombre multiple avevano tonalità particolari, ed in effetti ogni colore mutava in quella luce rossiccia; gli alberi che si levavano al di sopra dei tetti erano sagome strane, con un fogliame nelle tonalità del giallo, dell’arancio e del marrone, e piccole creature svolazzavano fra essi o si muovevano sui rami. Occasionali frammenti luminosi trasportati dalla brezza non sembravano essere particelle di polvere.

Il cielo aveva una tinta scura, e le poche nubi erano rivestite di una tenue tonalità rosa ed oro. Il doppio sole Colchis… Castor C sembrava improvvisamente un nome troppo arido… stava tramontando verso ovest, ed entrambi i suoi dischi erano così opachi da poter essere osservati senza pericolo per un poco, Phrixus vicino alla sua massima separazione angolare da Helle.

Dalla parte opposta rispetto ai soli, Argo dominava il cielo, come sempre nell’emisfero di Medea rivolto verso l’interno. Qui il pianeta primario appariva basso nel cielo, e le cime degli alberi nascondevano buona parte del suo grande disco appiattito, mentre la luce del giorno attenuava il rossore del calore da esso emanato, che sarebbe divenuto smagliante con il buio. Nondimeno, quel pianeta era un colosso, tanto da apparire ad occhio nudo quindici o sedici volte più grande della Luna sovrastante la Terra; le bande e le macchie sottilmente cromatiche che solcavano la sua superficie in modo sempre mutevole, erano nubi più grandi di continenti e uragani vorticanti che avrebbero potuto inghiottire la luna su cui attualmente Chrisoula si trovava.

— Mi… colpisce più di qualsiasi luogo nei dintorni di Enrique — sussurrò, rabbrividendo, — o… o dell’avvicinamento dallo spazio. Sono giunta in un altro posto dell’universo.

Hugh le circondò la vita con un braccio, e, non essendo altrettanto sciolto nel parlare, si limitò a dire:

— Ebbene, questo è un posto differente, ed è proprio per questo che Port Kato esiste, sai? Per studiare in profondità una zona che è rimasta isolata per parecchio tempo. Mi hanno detto che l’istmo fra Hansonia e la terraferma è scomparso quindicimila anni fa; i dromidi locali, per lo meno, non avevano mai sentito parlare di esseri umani prima del nostro arrivo, e gli uranidi avevano solo udito voci in merito, che possono averli influenzati in qualche modo, ma non eccessivamente.

— Dromidi… uranidi… oh! — Essendo di origine greca, Chrisoula afferrò al volo il significato di quei nomi. — Volpi e globi, esatto?

— Per favore — si accigliò Hugh. — Quelli sono scherzi da poco, ti pare? So che ne devi aver sentiti parecchi in città, ma io credo che entrambe le razze meritino di ricevere nomi più dignitosi da parte nostra. Ricordati che sono dotate d’intelligenza.

— Mi dispiace.

— Niente di male, Chris. — Hugh le strinse leggermente la vita. — Sei nuova di qui, e con un lasso di tempo di un secplo fra domande e risposte, fra qui e la Terra…

— Sì, mi sono chiesta se valga realmente la pena di creare colonie al di là del Sistema Solare soltanto per trasmettere conoscenze scientifiche con tanta lentezza.

— Tu hai in proposito informazioni più recenti di quante ne abbia io.

— Ecco… planetologia, biologia e chimica stavano ancora fornendo nuovi elementi d’analisi introspettiva quando sono partita, e questo era un bene per ogni scienza, dalla medicina al controllo dei vulcani. — La donna si raddrizzò sulla persona. — Chissà, forse il prossimo passo sarà nel tuo campo, la xenologia. Se riuscissimo ad arrivare a comprendere una mente non umana… no, due tipi di menti non umane, su questo mondo, o addirittura tre, se è vero quello che ho sentito teorizzare in merito all’esistenza di due tipi del tutto differenti di uranidi… — Chrisoula trasse il fiato, — ebbene, allora avremmo la possibilità di arrivare a comprendere noi stessi. — Hugh ritenne che la ragazza fosse davvero interessata e non stesse soltanto cercando di compiacerlo quando soggiunse: — Cos’è che fate esattamente, tu e Jan? Ad Enrique mi hanno detto che si tratta di una cosa del tutto speciale.

— Sperimentale, comunque. — Hugh la lasciò andare per non precorrere troppo i tempi di approccio. — È una storia piuttosto complicata. Non ti piacerebbe invece fare il giro della nostra metropoli?

— Posso farlo più tardi da sola, se tu dovrai tornare al lavoro. Ma sono affascinata da quello che ho sentito dire del vostro progetto: leggere le menti degli alieni!

— Non si tratta esattamente di questo. — Cogliendo al volo l’occasione, Hugh le indicò una panchina all’esterno di una baracca di macchinari. — Se davvero t’interessa parlarne, perché non ci sediamo?

Mentre si sedevano, Piet Marais, il botanico, emerse dalla sua capanna, ma, con sollievo di Hugh, si limitò a salutarli e ad allontanarsi in fretta, per andare a studiare certi strani comportamenti manifestati a quell’ora del giorno da alcune piante di Hansonia. Tutti erano ancora in casa, il cuoco ed il suo assistente per preparare la colazione, gli altri intenti a lavarsi e vestirsi per dare inizio ad un altro periodo di veglia.

— Suppongo che tu sia sorpresa — esordì Hugh, — perché le tecniche di neuroanalisi elettronica erano ancora ad uno stadio iniziale sulla Terra quando ne sei partita; sono state sviluppate maggiormente in seguito, e, naturalmente, le informazioni in merito ci sono giunte molto prima del tuo arrivo. Laggiù, le tecniche erano state applicate agli animali inferiori ed anche agli esseri umani. Quindi non è stato difficile per noi… grazie all’apporto di un paio di genii del Centro… adattare l’equipaggiamento sia ai dromidi che agli uranidi. Dopo tutto, entrambe quelle specie possiedono un sistema nervoso ed i segnali sono elettrici. In effetti, è stato più difficile sviluppare i programmi necessari che non l’apparecchiatura vera e propria. Jannika ed io stiamo lavorando a questo, raccogliendo i dati empirici per gli psicologi ed i semantici e gli esperti di computeristica.

«Uh, per favore, non ci fraintendere. Per noi, questa fase di lavoro è quasi incidentale. Analisi mentale… una brutta parola, ma sembriamo essere collegati per forza ad essa… perché l’analisi mentale si rivelerà alla lunga uno strumento prezioso per il nostro vero lavoro che consiste nell’apprendere come vivono i nativi locali, cosa pensano e provano, tutto ciò che li riguarda. Comunque, al momento la cosa è molto nuova, molto limitata e dagli esiti quanto mai imprevedibili.

— Lasciami dire quello che immagino di sapere in merito — suggerì Chrisoula, fregandosi il mento, — poi mi spiegherai in che cosa sbaglio.

— Certo.

— I procedimenti sinattici possono essere registrati ed identificati come impulsi motorii, immissioni sensorie e loro procedimento… ed infine, almeno in teoria, come pensieri di per se stessi — Chrisoula era divenuta decisamente pedante. — Ma lo studio consiste nell’accumulare faticosamente dati, interpretarli, e poi correlare le interpretazioni con le risposte verbali. Il risultato ottenuto, quale che sia, può essere immesso in un programma di computer sotto forma di mappa n-dimensionale da cui possono essere ricavati dati. Ulteriori dati possono derivare dall’interpolazione.

— Whe-ew! — esclamò l’uomo. — Va’ avanti.

— Sono nel giusto fino a questo punto? Non mi aspettavo di esserlo.

— Ecco, naturalmente tu stai tentando di esprimere in poche parole concetti che richiederebbero interi volumi di matematica e logica simbolica per essere esposti con proprietà. Però, stai facendo meglio di quel che saprei fare io stesso.

— Allora continuerò. Di recente, sono stati inventati sistemi in grado di effettuare corrispondenze fra mappe differenti, e quindi di trasformare i tracciati che costituiscono i pensieri di una mente nei tracciati di pensiero di un’altra mente. Inoltre, è divenuto possibile effettuare trasmissioni fra sistemi nervosi: un tracciato può essere individuato, tradotto mediante un passaggio nel computer e poi indotto elettromagneticamente nel cervello ricevente. Questo non porta alla telepatia?

— M-m-m… in modo estremamente rozzo — borbottò Hugh, frenandosi dallo scuotere la testa. — Anche due umani che parlino la stessa lingua e si conoscano profondamente a vicenda ottengono così soltanto informazioni parziali… messaggi semplici e carichi di distorsioni, un basso livello di trasmissione ed una notevole lentezza. E quanto peggiora la cosa quando la si tenta con una forma di vita diversa! Bastano le semplici differenze di linguaggio, per non parlare della struttura neurologica, della chimica…

— Eppure ci state provando, e con un certo successo, stando a quanto ho sentito.

— Ecco, abbiamo compiuto una certa quantità di progressi sulla terraferma sia con dromidi che con uranidi. Ma, credimi, «una certa quantità» è un’affermazione di sopravvalutazione della realtà dei fatti.

— Adesso ci state provando su Hansonia, dove le culture locali vi sono del tutto aliene. In effetti, le specie di uranidi… Ma, perché? Non state accrescendo inutilmente le vostre difficoltà?

— Sì… cioè, aggiungiamo innumerevoli problemi, ma non è una cosa inutile. Vedi, la maggior parte dei nativi cooperanti ha trascorso la vita intera a contatto con gli umani, e molti di loro sono soggetti di studio professionali, i dromidi in cambio di una paga tangibile; gli uranidi per la soddisfazione psicologica che ne traggono e per il divertimento. Sono individui sradicati dal loro contesto, e che spesso non hanno la minima idea del motivo per cui i loro compagni di razza «selvatici» facciano una qualche cosa. Noi volevamo scoprire se era possibile sviluppare il sondaggio mentale fino a trasformarlo in un mezzo d’apprendimento che ci consenta di imparare qualcosa di più della neurologia, e, per fare questo, avevamo bisogno di esseri che fossero relativamente… uh… incontaminati. Dio sa se Nearside non sia pieno di zone vergini, ma qui c’era già Port Kato, istituito per lo studio intensivo di una regione che è sia isolata sia definita chiaramente, e così Jan ed io abbiamo deciso che tanto valeva includere il sondaggio mentale nel nostro programma di ricerche. — Lo sguardo di Hugh si spostò verso l’immensità di Argo ed indugiò su di esso. — Per quanto ci riguarda — aggiunse a bassa voce, — questo è per noi solo un mezzo in più per cercare di scoprire come mai qui uranidi e dromidi sono in guerra fra loro.

— Si uccidono a vicenda anche altrove, non è vero?

— Sì, ed in svariati modi e per un’ampia varietà di motivi, per quanto possiamo stabilire. Permettimi di farti osservare, a titolo di cronaca, che io non concordo con la teoria per cui si possono acquistare informazioni in merito a questo pianeta mangiando chi le fornisce. Tanto per cominciare, ti posso dimostrare che sono preponderanti le aree in cui dromidi ed uranidi sembrano coesistere pacificamente. — Hugh scrollò le spalle. — Sulla Terra, le nazioni non sono mai state identiche fra loro. Perché dovremmo aspettarci che su Medea le cose siano uguali dovunque?

— Tuttavia, hai detto che in Hansonia c’è la guerra.

— È il termine migliore cui mi riesce di pensare. Oh, nessuno dei due gruppi possiede un governo in grado di emettere una formale dichiarazione. Ma rimane il fatto che sempre di più nell’ultimo ventennio… il tempo a partire dal quale gli umani hanno iniziato le loro osservazioni, ma forse anche in precedenza… i dromidi si sono dimostrati decisi ad uccidere gli uranidi, addirittura a spazzarli via! Gli uranidi sono pacifisti, ma si difendono, talvolta con misure attive quali le imboscate. — Hugh fece una smorfia. — Ho intravisto parecchie lotte ed esaminato le conseguenze di un numero anche maggiore di scontri, e non erano piacevoli. Se noi di Port Kato potessimo fare da mediatori di pace… ebbene, io credo che già solo questo fatto sarebbe sufficiente a giustificare la presenza umana su Medea.

Anche se stava cercando di far colpo sulla ragazza con la propria gentilezza d’animo, Hugh non era un ipocrita; d’altro canto, essendo una persona pragmatica, si era più volte chiesto se gli umani avessero il diritto di trovarsi là. Gli studi scientifici a lungo raggio erano impossibili senza una colonia autosufficiente, il che a sua volta implicava un minimo di popolazione, la maggior parte dei cui membri non erano scienziati. Lui stesso, per esempio, era figlio di un minatore, ed aveva trascorso la sua fanciullezza in zone dell’interno. Era vero che quell’insediamento non era destinato ad ingrandirsi ulteriormente e che la maggior parte della superficie di quella grossa luna era abbastanza ostile alla sua razza da far apparire improbabile una più vasta espansione, tuttavia… se non altro, soltanto con la loro presenza, i Terrestri avevano già dato apporti irreversibili ad entrambe le razze.

— Non puoi chiedere loro perché combattono?

— Oh, certo, lo possiamo chiedere — replicò Hugh, con un sorriso asciutto. — Ormai abbiamo appreso le lingue locali quanto basta per una conversazione semplice. Però, quanto è profonda la nostra comprensione?

«Ascolta, io sono lo specialista dei dromidi, e Jan è quella degli uranidi, ed entrambi abbiamo lavorato duramente nel tentativo di conquistarci l’amicizia di singoli individui. Le cose sono più difficili per me perché i dromidi non sono disposti a venire a Port Kato fintanto che esiste il rischio che vi possa capitare un uranide. Ammettono di essere obbligati da un qualche dovere ad uccidere gli uranidi… ed anche a mangiarli, tra parentesi, il che costituisce soprattutto un atto simbolico. I dromidi riconoscono tuttavia che un simile atto sarebbe una violazione della nostra ospitalità, e pertanto devo andare a trovarli nei loro accampamenti e covi. Nonostante questo mio problema, Jan ammette di non aver fatto più progressi di quanti ne abbia conseguiti io, e siamo entrambi molto perplessi.

— Cosa dicono gli autoctoni?

— Ecco, ciascuna delle due specie ammette che le due razze usavano vivere amichevolmente insieme… con pochi, anzi con nessun contatto diretto, ma con un considerevole interesse reciproco. Poi, venti o trent’anni fa, un numero sempre maggiore di dromidi non era più riuscito a riprodursi, ed un numero sempre maggiore di gravidanze si era interrotto prima del termine, causando la morte dei piccoli. I capi avevano deciso che la colpa era degli uranidi e che dovevano essere sterminati.

— Perché?

— Una questione di fede. Non esiste nessun motivo razionale che mi sia riuscito d’individuare, anche se ho intuito le motivazioni, fondate sulla ricerca di un capro espiatorio. I nostri patologi sono alla ricerca della cuasa effettiva del fenomeno, ma puoi immaginare quanto tempo ci potrebbe volere, e nel frattempo attacchi ed uccisioni continuano.

— Sono forse gli uranidi mutati in qualche modo? — chiese Chrisoula, fissando il suolo polveroso. — In questo caso, i dromidi sarebbero potuti saltare ad una conclusione del tipo post hoc, propter hoc.

— Huh? — fece Hugh, poi, dopo che la ragazza gli ebbe spiegato, scoppiò a ridere. — Temo di non essere un tipo colto. I topi di roccia e gli scorridori di cespugli fra cui sono cresciuto rispettano il sapere… non sopravviveremmo su Medea senza il sapere… ma non pretendono di possederne molto essi stessi. Mi sono interessato alla xenologia perché da bambino avevo un amico dromide e ho seguito quel lei-lui attraverso il suo intero ciclo, da femminile a maschile ed a postsessuale. Ha fatto presa sulla mia immaginazione… una forma di vita così aliena.

Il suo tentativo di volgere la conversazione su argomenti più personali non ebbe successo.

— Cos’hanno fatto gli uranidi? — insistette la ragazza.

— Oh… hanno acquisito una nuova… no, non una nuova religione, perché questo implica uno speciale settore della vita, non ti pare, e gli uranidi non dividono in settori le loro vite. Chiamala una nuova Via, un nuovo Tao. Esso implica come conclusione il volare sul vento dell’est oltre l’oceano per morire nel gelo del Farside: in qualche modo, questo concetto è trascendente, ma, per favore, non mi chiedere come o perché. E non mi riesce di capire, come non lo capisce neppure Jan, perché i dromidi considerino questo atto una cosa terribile a farsi da parte degli uranidi. Io ho qualche opinione in merito, ma sono solo supposizioni. Jan dice scherzando che sono fanatici nati.

— Abissi culturali — annuì Chrisoula. — Supponiamo che un materialista moderno e dotato di poca empatia disponesse di una macchina del tempo e ritornasse all’epoca del Medio Evo sulla Terra, per cercare di scoprire cosa animava una Crociata o una Jihad: la cosa gli sembrerebbe priva di scopo, ed indubbiamente arriverebbe alla conclusione che tutte le persone coinvolte erano pazze e che la sola via alla pace era la totale vittoria di una delle due fazioni sull’altra. Cosa che non è affatto esatta, come sappiamo oggi.

Hugh si rese conto che quella donna la pensava quasi come sua moglie.

— Non potrebbe essere — continuò la ragazza, — che l’influenza umana abbia provocato questi cambiamenti, forse indirettamente?

— Potrebbe darsi — ammise Hugh. — Gli uranidi viaggiano molto, naturalmente, quindi quelli che vivono su Hansonia potrebbero aver raccolto storie di seconda o terza mano in merito al Paradiso, storie originate dagli umani. Ritengo che sarebbe per loro naturale supporre che il Paradiso si trovi nella direzione in cui tramonta il sole. Non che nessuno abbia mai cercato di convertire un nativo, ma i nativi hanno talvolta chiesto quali siano le nostre concezioni, e gli uranidi hanno la tendenza a creare miti, che li potrebbe portare ad impadronirsi di qualsiasi concetto, e sono anche estatici, perfino riguardo alla morte.

«Invece, a quanto ho sentito dire, i dromidi sono portati a sviluppare in brevissimo tempo nuove religioni militanti. Quindi su quest’isola sta succedendo che una di queste religioni si è rivolta contro gli uranidi, non ti pare? Tragico… anche se non mi sembra molto diverso dalle persecuzioni che si sono viste sulla Terra.

«Comunque, non potremo essere d’aiuto fino a che non avremo raccolto maggiori cognizioni, cosa che Jan ed io stiamo cercando di fare. Per lo più seguiamo le solite procedure, studi sul campo, osservazioni, interviste e così via, ma stiamo sperimentando anche con il sondaggio mentale, e stanotte effettueremo il test più completo sviluppato finora.

— Cosa farete? — chiese Chrisoula, ergendosi sulla persona, affascinata.

— Probabilmente collezioneremo un fallimento. Sei una scienziata anche tu, e sai quanto rare siano le effettive scoperte importanti: stiamo solo avanzando lentamente. — Vedendo che la ragazza rimaneva in silenzio, Hugh prese fiato e continuò: — Per essere esatti, Jan ha coltivato i rapporti con un uranide «selvaggio», ed io quelli con un dromide «selvaggio». Li abbiamo persuasi a portare una sonda mentale miniaturizzata trasmittente, e stiamo lavorando con loro per sviluppare la nostra capacità di comprensione. Quel che riusciamo a ricevere e ad interpretare non è molto, e gli occhi e gli orecchi ci forniscono una quantità di materiale molto maggiore; tuttavia, queste sono informazioni speciali, supplementari.

«La situazione effettiva? Oh, i nostri nativi portano un’unità grossa quanto un bottone incollata alla testa, se di testa si può parlare a proposito di un uranide. Una cellula al mercurio fornisce l’energia, e l’unità trasmette segnali di riconoscimento su una banda radio… sono micro-watts, ma facili da localizzare. La trasmissione dei dati richiede naturalmente una banda molto ampia, ed è quindi su un raggio ultravioletto.

— Cosa? — Chrisoula era stupita. — Ma questo non è pericoloso per i dromidi? Mi è stato insegnato che essi, essendo quasi animali, si devono riparare quando il sole è caldo.

— È un raggio tanto debole da essere sicuro, anche a causa dei limiti energetici — replicò Hugh. — Ovviamente, è limitato alla linea visiva ed a pochi chilometri attraverso l’aria. Quanto a questo, i nativi di entrambe le razze ci hanno detto di essere in grado di individuare la fluorescenza del gas lungo il cammino. Non che lo descrivano in questo modo, però!

«Così, Jan ed io siamo usciti con velivoli separati. Ci teniamo tanto in alto da non poter essere visti ed attiviamo le trasmittenti con un segnale, quindi ci «sintonizziamo» sui nostri individuali soggetti per mezzo degli amplificatori e dei computers. Come ho detto, fino ad oggi abbiamo ottenuto risultati alquanto limitati: è un tipo di telepatia estremamente povero. Questa notte abbiamo progettato uno sforzo intensivo perché accadrà un fenomeno importante.

— Avete tentato di trasmettere qualcosa ad un nativo, invece di limitarvi a ricevere? — domandò Chrisoula, invece di chiedere subito di che fenomeno si trattasse.

— Cosa? No, nessuno lo ha fatto. In primo luogo, non vogliamo che si rendano conto che vengono sondati mentalmente, perché questo forse condizionerebbe il loro comportamento. D’altro canto, nessun medeano possiede qualcosa di simile ad una cultura scientifica, e dubito che riuscirebbero a comprendere il concetto.

— Davvero? Con il loro elevato livello metabolico, credevo fossero in grado di pensare più in fretta di noi.

— Sembra che lo facciano, anche se non saremo in grado di effettuare misurazioni fino a quando avremo migliorato il sondaggio mentale al punto di riuscire a decodificare il pensiero verbale. Tutto quello che abbiamo identificato fino ad ora sono le impressioni sensorie. Ritorna fra un centinaio d’anni e forse qualcuno sarà in grado di risponderti.

Il discorso era diventato talmente accademico che Hugh accolse piacevolmente il diversivo causato dall’apparizione di un’uranide. La riconobbe nonostante fosse più grande del normale, il suo globo disteso con l’idrogeno fino a misurare un diametro di quattro metri, il che rendeva rado il pelame che copriva la pelle ed alterava il bagliore madreperlaceo della creatura. Nonostante questo, essa costituiva uno spettacolo piacevole mentre sorvolava le cime degli alberi controvento e poi verso il basso. I filamenti prensili ondeggiavano sotto di lei in configurazioni varianti per aiutare la creatura a pilotare il suo nuoto a propulsione attraverso l’aria, e la creatura non meritava certo la definizione di «medusa volante»… Hugh si sentì portato a simpatizzare con l’attrazione che Jannika provava per quella razza.

— Ti voglio presentare un personaggio locale — suggerì a Chrisoula, alzandosi in piedi. — Conosce un po’ d’inglese, ma non aspettarti di capire subito la sua pronuncia. Probabilmente è venuta per concludere un piccolo scambio prima di raggiungere il suo gruppo per la grossa faccenda di stanotte.

— Uno scambio? — La ragazza si alzò a sua volta.

— Sì. Niallah risponde alle domande, racconta leggende, canta canzoni, esegue manovre, fa tutto quello che chiediamo, ma dopo dobbiamo suonare un po’ di musica umana per lei, di solito Schònberg. Le piace molto Schönberg.


— Correndo lungo la cima di una collina, Erakoum osservò Sarhouth stagliarsi chiaramente contro Mardudek. La Luna stava crescendo verso la pienezza mentre attraversava quel bagliore nerastro; il suo disco era rimpicciolito dal corpo enorme alle sue spalle, ed appariva più piccolo, all’occhio, della macchia che era anch’essa entrata nella visuale; la sua fredda luminescenza era stata già da parecchio tempo quasi del tutto soffocata, quando la luna aveva superato una delle cinture che mutevolmente circondavano Mardudek. Quelle cinture divenivano luminose quando faceva buio, ed i pensatori come Yasari ritenevano che esse riflettessero la luce dei soli.

Per un istante, Erakoum rimase avvinta da quell’immagine, dalla vista di sfere che viaggiavano in spazi senza confini ed in cerchi racchiusi in altri cerchi. Erakoum sperava di divenire a sua volta un pensatore, ma questo non poteva accadere presto: doveva prima superare il suo secondo parto, doveva dare alla vita il suo secondo segmento e proteggerlo, quella giovane vita che attualmente custodiva in sé e che stava aiutando a crescere. Poi, sarebbe diventata un maschio, ed avrebbe dovuto assolvere al compito della procreazione da quella prospettiva diversa… prima che anche quella necessità svanisse e ci fosse finalmente tempo per la serenità.

Rammentò con una fitta di dolore come il suo primo parto fosse stato inutile. Il segmento da lei generato si era mosso barcollando per qualche tempo prima di distendersi e morire come stava accadendo a molti altri. Erano stati i Volatori a provocare quella maledizione, dovevano essere stati loro, come predicava il Profeta Illdamen: la loro nuova abitudine di volare ad ovest per non tornare più, quando invecchiavano, invece di sprofondare nel terreno e marcire come era volontà di Mardudek, doveva certo aver fatto infuriare la Sentinella Rossa, ed al Popolo era stato affidato il compito di vendicare quel peccato commesso contro l’ordine naturale delle cose. La prova di ciò stava nel fatto che le femmine che uccidevano e mangiavano un Volatore poco tempo prima di accoppiarsi generavano sempre segmenti sani da cui derivavano quindi piccoli vitali.

Erakoum giurò a se stessa che quella notte sarebbe riuscita anche lei a fare una cosa del genere.

Si arrestò per riprendere fiato e per osservare il terreno circostante: quei precipizi limitavano un fiordo le cui acque erano più placide di quelle del mare antistante, brillanti sotto la luce proveniente da est. Una macchia scura indicava un ammasso di canne galleggianti: poteva trattarsi delle piante da cui i Volatori sbocciavano nella loro abominevole infanzia? Erakoum non era in grado di dirlo, da quella distanza; talvolta, coraggiosi appartenenti alla sua razza si erano avventurati in acqua su tronchi nel tentativo di raggiungere e distruggere quei letti di canne, ma avevano fallito e spesso erano annegati a causa di grandi onde traditrici.

Ad occidente si levavano alte e scoscese colline alberate dove regnava l’oscurità; trasversalmente alle loro ombre, danzavano migliaia di fiammelle dal bagliore dorato… milioni di esse. Erano bachi di fuoco: per più di cento giorni e notti, essi erano stati dapprima uova e poi vermi che vivevano nel profondo del fango della foresta, ma ora Sarhouth stava attraversando la superficie di Mardudek nell’esatto e misterioso modo che serviva a convocare quelle creature, le quali strisciavano in superficie, distendevano le ali che erano frattanto cresciute sui loro corpi e si levavano luminose in volo, per accoppiarsi.

In passato, quello era stato soltanto uno spettacolo affascinante per il Popolo, ma poi era sorta la necessità di uccidere i Volatori,… ed i Volatori si radunavano sempre in orde per cibarsi di quegli sciami luminosi. Tenendosi bassi e divenendo imprudenti per la gioia, essi divenivano più vulnerabili alle sorprese di quanto lo fossero di solito; Erakoum agitò in aria un giavellotto dalla punta di ossidiana. Ne aveva altri cinque assicurati sulla schiena, e, anche se parecchi del Popolo avevano impiegato quella giornata a tendere reti e trappole, lei considerava poco pratico quel metodo di caccia, perché i Volatori non erano una normale preda alata. E comunque, quella notte voleva lanciare la sua arma, abbattere una vittima ed affondare le zanne nella carne sottile, tutto da sola!

La notte mormorava intorno a lei, ed Erakoum beveva avidamente gli odori del suolo, odori di crescita e di decomposizione, di nettare e di sangue, di sforzi compiuti. Il calore proveniente da Mardudek trapelava nella fredda brezza a bagnarle il pelo, mentre le sagome appena intraviste o udite quando si spostavano fra i cespugli, erano quelle dei suoi compagni: essi non erano raccolti in un unico gruppo, ed avanzavano ciascuno a suo modo, ma si mantenevano sempre più o meno a portata d’orecchio, e quello che avesse per primo avvistato o fiutato un Volatore lo avrebbe segnalato con un fischio.

Erakoum era più separata degli altri dai suoi compagni, perché questi temevano di poter essere traditi dal raggio di luce che scaturiva dal piccolo contenitore sulla sua testa, cosa che lei riteneva improbabile, considerato quanto era debole quel raggio azzurrino. L’umano chiamato Hugh l’aveva pagata bene in termini di merci di scambio perché portasse il talismano ogni volta che lui glielo chiedeva e poi discutesse con lui le proprie esperienze. Da parte sua, Erakoum sperimentava in quelle occasioni un oscuro senso di eccitazione che non somigliava a null’altro al mondo, ed il sapere entrava in lei, come in sogno ma in modo più reale: questi vantaggi valevano bene una leggera difficoltà nel corso di qualche caccia occasionale… anche durante la caccia di stanotte.

Inoltre… c’era qualcosa che non aveva detto ad Hugh, perché lui non gliene aveva parlato per primo: si trattava di una delle cose che aveva appreso senza parole dall’involucro di luce, e cioè che anche uno dei Volatori portava un congegno simile e si teneva in contatto soprannaturale con un umano.

Le grosse e grottesche creature avevano francamente ammesso di essere neutrali nel conflitto fra il Popolo ed i Volatori, ed Erakoum non ne faceva loro una colpa: quella non era la loro patria e non si poteva pretendere che a loro importasse se diveniva desolata. Comunque, Erakoum aveva astutamente intuito che gli umani desideravano tenere nascosto il loro rapporto ugualmente intimo con membri di entrambe le razze.

Se Hugh era stato ansioso che lei fosse in contatto spirituale con lui, quella notte, indubbiamente anche un altro umano aveva chiesto la stessa cosa ad un Volatore, e sarebbe stata una gioia speciale per lei abbattere quel particolare Volatore, senza contare che, se avesse cercato d’individuare un raggio pallido fra i bagliori dei bachi di fuoco e delle stelle, sarebbe potuta arrivare ad individuare un intero gruppo di nemici.

Ormai riposata, Erakoum iniziò a correre verso l’interno: Erakoum stava cacciando.


Jannika Rezek provava da sempre un senso di nostalgia per una terra in cui non aveva mai vissuto.

I suoi genitori avevano offeso politicamente la Federazione Danubiana, ed erano stati di conseguenza informati che non sarebbero stati sottoposti a trattamento in un ospedale di reindottrinamento, se si fossero offerti volontari per rappresentare il loro paese a bordo della prima nave che avrebbe trasportato personale su Medea. Quella che era stata offerta loro non aveva rappresentato certo una scelta vera e propria; nondimeno, suo padre le aveva detto in seguito che il suo ultimo pensiero, mentre sprofondava in animazione sospesa, era stato l’ironica considerazione che, al suo risveglio, nessuno di coloro che lo avevano giudicato sarebbe più stato in vita e che nessuno avrebbe più ricordato quali erano state le sue opinioni né se ne sarebbe interessato. In effetti, una volta giunto a destinazione, suo padre aveva appreso che la Federazione Danubiana non esisteva più.

Rimaneva comunque in vigore la legge per cui, fatta eccezione per il personale di volo, nessun passeggero poteva tornare da dove era venuto: i viaggi spaziali erano troppo costosi perché si potessero trasportare persone che sarebbero arrivate sulla Terra solo per diventare inutili rifiuti della storia del passato, e così marito e moglie si erano adattati meglio che potevano al loro esilio. Essendo entrambi medici, erano stati accolti con entusiasmo ad Armstrong e nel suo circondario agricolo, e là avevano prosperato, secondo i modesti parametri di Medea, ottenendo infine un raro privilegio. La popolazione umana sul pianeta era stata ormai stabilizzata legalmente, ed un numero maggiore di coloni avrebbe affollato in modo eccessivo le aree limitate destinate agli insediamenti ed avrebbe provocato enormi danni all’ambiente naturale che la colonia aveva lo scopo di studiare. Tuttavia, per controbilanciare vuoti creatisi nel programma riproduttivo, ad alcune coppie, ogni generazione, veniva dato il permesso di avere tre figli, ed i genitori di Jannika erano rientrati in quel numero ridotto.

In questo modo, tutti i bambini, Jannika compresa, ritenevano che la loro fosse un’infanzia felice ed anche altamente civilizzata. Nelle molecole delle bobine conservate nel Centro era racchiuso quasi l’intero ammontare della cultura della razza umana; l’industria era sviluppata quanto bastava perché le famiglie abbienti potessero disporre di apparecchi che ricevevano i dati con il massimo di dettagli ologrammici e stereofonici desiderati, ed i genitori di Jannika avevano approfittato di questa possibilità per placare la nostalgia, senza mai pensare all’effetto che questo poteva avere su cuori più giovani. Jannika era cresciuta fra spettri viventi: le vecchie torri di Praga, la primavera nel Böhmerwald, il Natale in un villaggio che i secoli avevano appena sfiorato, una sala per concerti dove la musica risuonava gloriosa intorno ad una folla vestita sfarzosamente e superiore di numero all’intera popolazione di Armstrong, repliche di eventi che avevano fatto un tempo tremare la Terra, canzoni, poesie, libri, leggende, favole… Talvolta Jannika si chiedeva se non si fosse dedicata alla xenologia perché gli uranidi erano leggeri, luminosi e magici esseri da fiaba.

Quel giorno, dopo che Hugh era uscito con Chrisoula, Jannika li aveva seguiti con lo sguardo per un momento: d’un tratto, la stanza si era come ristretta intorno a lei, soffocandola. Jannika aveva fatto del suo meglio per rallegrare l’ambiente con tende, quadri, oggetti cari, ma in quel momento essa era costellata di equipaggiamenti e lei odiava il disordine, mentre ad Hugh non importava nulla.

L’interrogativo sorse di nuovo in lei: quanto ancora importava ad Hugh di qualsiasi cosa? Quando si erano sposati erano innamorati, naturalmente, ma anche allora Jannika era stata consapevole che si trattava di un matrimonio dettato in buona parte dalla convenienza: entrambi erano a caccia di un incarico in un avamposto dove avrebbero viste accresciute le loro probabilità di effettuare ricerche significative ed originali, ed in quei casi erano preferite coppie sposate, in base alla teoria che queste sarebbero state distratte dal loro lavoro meno degli individui scapoli. Quando avessero avuto i primi figli, sarebbero stati trasferiti in una città, com’era d’uso.

Jannika e Hugh litigavano su questo argomento: la pressione sociale… osservazioni, suggerimenti, un imbarazzante evitare l’argomento… stava crescendo sempre più per spingerli alla riproduzione perché, all’interno dei limiti di popolazione, era preferibile mantenere il patrimonio genetico il più ampio possibile. Adesso, Jannika cominciava ad essere di età un po’ avanzata per la maternità, ed Hugh era più che disposto ad avere figli, solo che dava per scontato che lei si sarebbe occupata della casa ed avrebbe svolto un lavoro da scrivania, mentre lui avrebbe continuato le ricerche sul campo…

Non lo doveva rimproverare quando sarebbe tornato dalla sua passeggiata amorosa; le capitava di perdere le staffe un po’ troppo spesso in quei giorni, e di diventare davvero insopportabile, fino a che Hugh usciva tempestosamente dalla capanna oppure si attaccava ad una bottiglia di whisky. Non era un uomo cattivo… nel profondo dell’anima era un brav’uomo, si corresse in fretta Jannika… impulsivo in molti modi ma benintenzionato, e lei, in quello stadio della sua vita, non avrebbe certo potuto fare di meglio.

Eppure… Jannika sentì il calore salirle alle guance e fece un gesto come per allontanare il ricordo, senza riuscirvi: era una cosa che risaliva a due giorni prima.

Avendo appreso da A’i’ach l’esistenza del Tempo Lucente, aveva deciso di raccogliere qualche esemplare di quelle larve luminose: fino ad allora, gli umani avevano semplicemente saputo che gli insettoidi adulti si levavano in volo ad intervalli di un anno circa, ma se quell’avvenimento era importante per gli abitanti di Hansonia, lei doveva saperne di più in proposito. Doveva fare osservazioni di persona, e chiedere l’aiuto di biologi, ecologi, chimici… Aveva chiesto a Piet Marais il luogo più adatto in cui cercare e questi si era offerto di accompagnarla.

— Quest’idea sarebbe già dovuta venirmi — aveva detto. — Vivendo nell’humus, quei vermi devono influenzare la crescita delle piante.

Era necessario trovare un terreno più umido di quello di Port Kato, quindi si erano allontanati di parecchi chilometri fino a raggiungere un lago; il cammino era facile perché il denso fogliame degli alberi impediva la crescita del sottobosco, la morbidezza del suolo attenuava il suono dei passi e gli alberi formavano alte navate arcuate dove multipli raggi di sole trapassavano il velo di oscurità e di aromi per punteggiare il sole o rimbalzare su piccole ali, mentre un suono simile a quello di una lira scaturiva da una gola invisibile.

— Com’è bello! — aveva esclamato Piet dopo un po’.

Stava guardando Jannika, e non il paesaggio circostante, e la donna si era resa improvvisamente conto della bionda avvenenza del compagno. E della sua giovane età, aveva rammentato a se stessa, dal momento che Piet era più giovane di lei di quasi dieci anni, per quanto fosse maturo, riflessivo, educato e completamente uomo.

— Sì — aveva sbottato. — Vorrei poter apprezzare tutto questo quanto te.

— Non è la Terra — aveva risposto Piet, precisando, e Jannika si era accorta che la sua risposta non era stata così impersonale come lei avrebbe voluto.

— Non mi stavo commiserando — aveva ribattuto in fretta, — per favore, non lo pensare. Io vedo la bellezza, il fascino, la libertà che ci sono qui… oh, sì, siamo fortunati, qui su Medea. — E, tentando di ridere, aveva aggiunto: — Sulla Terra cosa avrei potuto fare per gli uranidi?

— Tu li ami, vero? — le aveva chiesto gravemente Piet, e, quando Jannika aveva annuito, aveva posato la mano sul braccio nudo di lei. — Tu hai una grande quantità di amore in te, Jannika.

Lei aveva fatto uno sforzo confuso per vedersi con gli occhi di lui: una donna di mezza altezza, con una figura che sapeva essere splendida; i capelli scuri lunghi fino alle spalle e solcati da ciocche grige che avrebbe voluto Hugh definisse premature. Zigomi alti, naso all’insù, mento appuntito, grandi occhi castani, pelle color avorio. Eppure, sebbene scapolo, un giovane attraente come lui non doveva essere certo alla disperazione, e doveva aver modo d’incontrare in città ragazze con cui poi tenersi in contatto via holocomunicatore. Non avrebbe dovuto dimostrare tutta quell’ammirazione per lei, e lei non avrebbe dovuto mostrarsi ricettiva. Era vero che aveva avuto altri uomini, prima e dopo sposata, ma mai a Port Kato, perché c’erano troppe probabilità di complicazioni; anzi, si era infuriata quando Hugh si era lasciato coinvolgere in una relazione locale. Ancora peggio, sospettava che Piet potesse vedere in lei qualcosa di più di una possibile compagna di baldorie, il che avrebbe potuto rovinare la vita di tutti gli interessati.

— Oh, guarda! — aveva esclamato, liberandosi dalla sua stretta per indicare un gruppo di piramidi di semi, mentre la mente le forniva soccorso per uscire dalla situazione. — Volevo dirtelo prima ma me ne sono completamente scordata: oggi ho ricevuto una chiamata dal Professor al-Ghazi. Pensiamo di aver scoperto cosa spinge quei bruchi luminosi ad avere la metamorfosi ed a sciamare in aria.

— Eh? — Piet aveva sbattuto le palpebre. — Non mi ero accorto che qualcuno ci stesse osservando.

— Ecco, si tratta di un’idea che mi è venuta in mente dopo che il mio particolare uranide mi aveva indotta a riflettere sulla cosa. Lui, A’i’ach, voglio dire, mi ha spiegato che l’epoca non è strettamente stagionale… questo non è necessario qui ai tropici… ma è determinata da Jason… dalla luna — aveva aggiunto, perché il nome che gli umani avevano attribuito al più interno dei satelliti maggiori somigliava ad una parola con cui i dromidi dell’area di Enrique indicavano un vento corrispondente al vento di scirocco, parola che gli umani avevano adottato a loro volta. — Lui dice che la metamorfosi si verifica durante il particolare passaggio di Jason davanti ad Argo. Questo avviene approssimativamente ogni quattrocento giorni. Per essere esatti, si tratta di un intervallo di cento ventisette giorni medeani. I nativi di questo pianeta sono altrettanto consapevoli dei corpi celesti come in qualsiasi altro luogo, e gli uranidi hanno trasformato lo sciamare delle larve luminose in un evento di festa, perché pare che queste siano deliziose da mangiare. Ebbene, tutto ciò mi ha suggerito un’idea, quindi ho chiamato il Centro ed ho richiesto un calcolo astronomico. A quanto sembra, avevo ragione.

— Rapporti astronomici per vermi sotterranei! — aveva esclamato Marais.

— Ecco, ricorderai indubbiamente come Jason provochi un’attività elettrica nell’atmosfera di Argo, come fa Io con Giove… nel sistema solare della Terra… In questo caso, si tratta di un effetto-raggio prodotto da una delle frequenze radio così generate, una sorta di maser naturale. Di conseguenza, quelle onde raggiungono Medea soltanto quando le due lune sono allineate fra di loro, e questo è il periodo esatto che il mio amico stava descrivendo. Anche la fase è giusta.

— Ma come fanno i vermi ad individuare un segnale tanto debole?

— Credo che sia chiaro che lo fanno. Quanto al come, non posso dirlo senza l’aiuto di specialisti. Ricorda però che Phrixus ed Helle creano poca interferenza e che possono esistere organismi straordinariamente sensibili. Lo sapevi che ci vogliono meno di cinque fotoni per attivare la porpora visiva, nel tuo occhio? Suppongo che le onde provenienti da Argo penetrino di qualche centimetro nel suolo ed azionino una catena di reazioni biochimiche. Senza dubbio si tratta di una reliquia evolutiva risalente al tempo in cui le orbite di Jason e Medea s’intersecavano esattamente ad ogni stagione. Le perturbazioni continuano a modificare i movimenti delle lune, lo sai.

— Io so — aveva replicato Piet, dopo una lunga pausa di silenzio, — che tu sei una persona straordinaria, Jannika.

La donna aveva nel frattempo riacquistato un autocontrollo sufficiente a condurre la conversazione fino a quando erano arrivati al lago, ma laggiù, per un momento, si era sentita nuovamente scossa.

Un canneto lo celò al loro sguardo finché lo ebbero superato per andare ad arrestarsi su una spiaggia ricoperta di erba simile a muschio e del colore dell’ambra. Vergine da manipolazioni umane, l’acqua giaceva schiumosa, gorgogliante ed odorosa. La vista dei morbidi colori e l’odore di cose viventi non era spiacevole, era una cosa normale su Medea… ma com’era limpido e brillante l’azzurro argenteo del Neusiedler See in Danubia! Jannika lasciò sfuggire fra i denti un respiro sibilante.

— Cosa c’è che non va? — aveva chiesto Piet, seguendo la direzione del suo sguardo. — I dromidi?

Un gruppo di quegli esseri era venuto a bere, ad una certa distanza, e Jannika li stava fissando come se non ne avesse mai visti in precedenza.

Il più vicino dei dromidi era una giovane adulta, presumibilmente vergine, dal momento che aveva ancora sei gambe. Dallo snello torso munito di una lunga coda scaturivano due braccia da centauro, quindi, più su, c’era una testa volpina che raggiungeva un’altezza equivalente a quella del torace di Jannika. Il pelame della creatura brillava di un colore nerazzurro sotto la luce dei due soli. Il bagliore di Argo era coperto dalla foresta.

Un terzetto di madri dotate di quattro gambe sorvegliava otto cuccioli. Un gruppetto di quei cuccioli indicava, per le dimensioni raggiunte, che le madri avrebbero presto avuto un’altra ovulazione, avrebbero concepito nuovamente e quindi da esse si sarebbe staccato il secondo segmento, che avrebbero curato fino a che fosse nato il piccolo vero e proprio. Un altro membro del gruppo era già giunto a quello stadio della sua vita, e camminava su due gambe, non essendo più una femmina funzionante bensì un esemplare in cui non si erano ancora sviluppate le gonadi maschili.

Non era presente nessun maschio in età di generare figli, perché simili creature erano troppo tese, bramose, impazienti e violente per poter condurre una vita sociale. C’erano invece tre esseri nello stadio postsessuale, avvizziti ma forti e protettivi, i cui movimenti su due gambe, per quanto veloci secondo gli standards umani, erano lenti se paragonati alla fulminea fluidità delle movenze dei loro compagni.

Tutti gli adulti erano armati con lance dell’età della pietra e con daghe, senza contare i denti da carnivoro che orlavano le loro bocche.

Il gruppo scomparve quasi subito dopo che Jannika lo ebbe scorto, non per timore della sua presenza, ma perché essi erano animali medeani la cui chimica corporea e la cui vita procedevano più velocemente delle sue.

— I dromidi — le era riuscito di dire.

— Inseguono i tuoi amati uranidi — aveva replicato gentilmente Piet, dopo averla osservata per qualche tempo. — Mi hai detto che il fenomeno diverrà più violento che mai nella notte in cui le lucciole si levano in volo, ma non li devi odiare: sono prigionieri di una tragedia.

— Sì, il problema della sterilità… sì. Ma perché devono trascinare gli uranidi a fondo insieme a loro? — Jannika aveva battuto il pugno sul palmo aperto della mano. — Mettiamoci al lavoro, raccogliamo i nostri campioni e torniamo a casa, per favore.

Piet aveva compreso pienamente.

… Jannika allontanò quel ricordo e s’immerse nei preparativi per quella notte.

Hugh Brocket e sua moglie partirono quasi subito dopo il tramonto. I loro velivoli si levarono con un sussurro, raggiunsero un’altitudine intermedia e girarono in cerchio per un minuto, mentre gli occupanti si orientavano e si scambiavano saluti via radio. Visti dal basso, con i fianchi illuminati dagli ultimi bagliori dell’ormai tramontato Colchis, i velivoli sembravano due lacrime.

— Buona caccia, Jan.

— Ugh! Non dire così!

— Scusami — replicò lui in tono rigido e chiuse la comunicazione. Certo, aveva dimostrato poco tatto, ma perché lei doveva essere sempre così dannatamente suscettibile?

Non aveva importanza: c’era un mucchio di cose da fare. Erakoum aveva promesso che si sarebbe trovata sugli Shipwreck Cliffs all’incirca a quest’ora, dal momento che il suo gruppo aveva intenzione di procedere verso nord lungo la costa, provenendo dal campo prima di piegare verso l’interno. Quindi era impossibile determinare esattamente la sua posizione, e lui avrebbe fatto meglio a stabilire al più presto il contatto con la sua trasmittente. Il veicolo di Jannika si fece sempre più piccolo, allontanandosi per la sua ricerca. Hugh inserì il pilota inerziale e si adagiò nelle cinghie di sicurezza per ricontrollare i dati dei suoi strumenti, operazione prettamente automatica dal momento che sapeva benissimo che era tutto in ordine. La maggior parte della sua attenzione era quindi libera di vagare.

Il panorama visibile dal velivolo era di un’imponenza titanica. Di sotto, le colline giacevano in chiazzate masse d’ombra, qua e là attenuate dall’argenteo filo che indicava il corso di un fiume o dalla presenza di precipizi e scarpate; l’Oceano Circolare, che divideva gli emisferi, stava trasformando in mercurio l’orizzonte orientale, mentre ad occidente, nel cielo, era visibile la scia lasciata dal doppio sole. Più in alto, si stendeva un nero vellutato che ad ogni battito del cuore di Hugh si copriva di un numero di stelle sempre maggiore; l’uomo vide un paio di lune, abbastanza vicine da mostrare i loro dischi illuminati su entrambi i lati, rossicci e bianchi, e ne riconobbe parecchie altre, che ad occhio nudo apparivano semplici punti luminosi ma che erano identificabili in base alle rispettive posizioni, mentre svolgevano il loro giro di sentinella intorno alle costellazioni. Basso sul livello del mare ardeva Argo… no, splendeva, perché le sue nubi superiori erano adesso in piena luce solare, bande di luminosità che solcavano una massa rosso cupo. Jason era vicino a passare davanti ad Argo, con un diametro angolare il cui angolo era ottuso per venti primi, ma Hugh ebbe qualche difficoltà ad individuarlo a causa della luce intensa.

Poi la spiaggia divenne visibile, ed Hugh attivò l’indicatore, facendo librare il suo velivolo nell’aria: una luce di segnalazione emise un bagliore verde, denunciando l’avvenuto contatto. Hugh fece allora sollevare il velivolo di tre chilometri abbondanti, in parte perché si voleva concentrare sui dati encefalici e quindi disporre del maggior spazio possibile per eventuali errori di pilotaggio, ed in parte perché si voleva tenere fuori dalla portata visiva ed uditiva dei nativi, per evitare che la sua presenza potesse influenzare le loro azioni. Dopo aver assunto una posizione stabile, collegò l’elmetto ricevente e se lo fissò in testa… non pesava molto… mettendolo in funzione. Trasmessi, amplificati, ridisposti e reintrodotti, gli eventi del sistema nervoso di Erakoum si mescolarono con quelli del sistema nervoso di Hugh.

Hugh non acquisi assolutamente la piena coscienza del dromide, perché la comunicazione e la traduzione erano troppo primitive. Aveva impiegato tutta la sua vita professionale per raggiungere con quella specie un’empatia sufficiente a permettergli, dopo un impiego di pazienza quale avevano potuto esercitare entrambi attraverso un arco di tempo di pochi anni, di cominciare a stento ad interpretare i segnali che raccoglieva. La velocità dei processi mentali dei nativi più che essere d’aiuto… attraverso la ripetizione ed il rafforzamento dei concetti… era d’ostacolo. Per abbozzare una rozza analogia, era come cercare di seguire una conversazione rapida ed appena udibile, perdendo molte parole, conversazione condotta in una lingua che non si conosceva molto bene. In effetti, nulla di ciò che Hugh percepiva era espresso verbalmente: erano impressioni visive ed uditive, un insieme di sensazioni, comprese quelle interiori come l’equilibrio e la fame, e compresi suggerimenti sognanti di sensi che Hugh non possedeva.

L’uomo vide il terreno passargli davanti, cespugli, rami, pendii, stelle e lune sopra alture scoscese; percepì il variare dei contorni e delle strutture mentre i piedi procedevano nel loro cammino; udì la moltitudine di bassi rumori circostanti, fiutò ricchi odori. Le impressioni erano interminabili, per lo più vaghe e fuggevoli, le migliori abbastanza forti da farlo uscire da se stesso e trascinarlo verso il suolo in un’unità con la creatura sottostante.

Le sensazioni più limpide, forse perché stimolavano le sue ghiandole, erano quelle dell’emozione e della decisione: Erakoum era decisa ad abbattere un volatore.

Sarebbe stata una notte lunga, e forse anche straziante, e Hugh prevedeva che avrebbe avuto bisogno di una dose o due di surrogato di sonno, perché gli uomini non erano mai riusciti a liberarsi degli antichi ritmi della Terra, mentre i dromidi sonnecchiavano saltuariamente e gli uranidi cadevano… in sogni ad occhi aperti. In contemplazione?

Come altre volte in precedenza, Hugh si domandò come fosse il rapporto stabilito da Jan con il suo nativo e pensò che non sarebbero mai riusciti a descriversi a vicenda ciò che condividevano con quegli alieni.


*** Ben addentro nelle colline, lo Sciame di A’i’ach trovò un grande raccolto di ali-di-stella. Quelle cime erano meno fittamente boscose delle terre basse, il che era un bene, perché la preda luminosa non volava mai molto in alto e, se costretto a scendere al di sotto della chioma di una foresta, il Popolo diveniva vulnerabile agli attacchi delle Bestie. Qui c’era una buona quantità di terreno aperto, coperto d’erba e cosparso di massi, che si stendeva fra le ombre degli alberi. Uno stretto dirupo attraversava una di quelle radure, una spaccatura orlata d’oscurità.

Come un’interminabile pioggia di scintille, le ali-di-stella danzavano, saettavano, schivavano, innumerevoli, intente soltanto all’estasi del loro accoppiamento ed al Popolo che si nutriva di esse. Nonostante la cautela presente in lui, A’i’ach non poté resistere più di chiunque altro, ma si trattenne dall’emettere gas per discendere in fretta come fecero invece molti dei suoi compagni, perché questo avrebbe rallentato la risalita. Invece, contrasse il proprio globo e sprofondò, lasciandolo riespandere leggermente quando il variare della densità dell’aria lo richiedeva, e non fece fuoriuscire gas neppure per spingersi, preferendo pompare ritmicamente e far lavorare il proprio sifone insieme alla brezza per zigzagare a bassa velocità. Non c’era fretta, e le ali-di-stella erano più numerose di quanto lo Sciame fosse in grado di mangiarne. Molte di quelle creature sarebbero fuggite, libere di deporre le uova per la covata dell’anno successivo.

Giunto in mezzo ai puntini luminosi, A’i’ach aspirò la prima boccata di prede, ed il loro gusto dolce e caldo gli cantò nella carne. Addensandosi fitto intorno a lui, sobbalzando, roteando, agitando ed arricciando i filamenti, riempiendo il cielo di musica, il resto del Popolo dimenticò ogni cautela, e l’amore ebbe inizio. Non era privo di scopo, anche se, senza acqua in cui cadere, i semi pollinati non sarebbero germogliati, perché quell’amore creava un’unità. La polvere di vita fluttuava come fumo sotto la luce di Ruii, ed il sapore, l’odore, la vista di essa rendevano febbrile quella gioia che era stata destata dalla festa delle ali-di-stella. A’i’ach si accoppiò ripetutamente, ebbe l’impressione di uscire dal proprio corpo, di diventare una cellula di un singolo essere divino che era di per se stesso un tornado d’amore. Un giorno, quando avesse avvertito su di sé il peso degli anni, si sarebbe allontanato verso ovest oltre il mare, verso il gelido Oltre, e là, cedendo l’estremo calore del suo corpo, avrebbe ottenuto per il suo spirito la ricompensa agognata, la Promessa che per sempre tutto sarebbe stato com’era adesso in questa breve notte…

Risuonò un ululato, alcune sagome uscirono a balzi da sotto gli alberi, venendo all’aperto, ed A’i’ach vide una lancia trapassare il globo vicino al suo: il sangue sprizzò ed il gas fuoriuscì sibilando, e la forma che si contorceva cadde come una foglia morta. I filamenti si agitavano ancora quando una Bestia afferrò il globo durante l’ultimo stadio della caduta ed affondò in esso le zanne.

Nella folla che lo circondava e nella confusione che seguì, A’i’ach non riuscì a vedere quanti altri venivano uccisi: la maggior parte dei suoi compagni stavano fuggendo, levandosi fuori portata dei proiettili, e quelli di loro che erano armati lasciavano cadere sassi e rami di ü anche se era improbabile che riuscissero ad uccidere qualche Bestia.

A’i’ach aveva rilassato i muscoli del suo globo ed era saettato immediatamente verso l’alto; una volta al sicuro, avrebbe potuto unirsi al resto dello Sciame per vagare in cerca di un altro luogo dove riprendere la festa interrotta, ma la rabbia ed il dolore erano troppo violenti dentro di lui. Con una parte remota del suo io, A’i’ach si meravigliò di questo, perché solitamente il Popolo non si affliggeva troppo per la morte di una Persona: doveva essere quella cosa che aveva addosso, e che in qualche modo gli sussurrava frasi misteriose…

Ed aveva un coltello!

Consumando gas senza riguardo, planò in basso, girando intorno: la maggior parte delle Bestie era svanita fra gli alberi, ma ne rimanevano alcune, intente a divorare le vittime; A’i’ach volò ad un’altitudine che rasentava i limiti della prudenza ed attese la sua occasione. Dal momento che non poteva lasciarsi cadere come una roccia, doveva fare una finta in direzione di una delle Bestie, colpirne rapidamente un’altra e poi risalire per attaccare ancora.

Un leggero raggio di luce si levò verso di lui, proveniente dalla testa di una Bestia che era appena emersa dall’ombra e si era arretrata, fissando lo sguardo ardente verso l’alto.

La volontà di A’i’ach si rafforzò ulteriormente: laggiù c’era un mostro che aveva il suo stesso tipo di legame con gli uomini, e se lui, A’i’ach aveva ottenuto un coltello da loro, cosa poteva aver ottenuto e cosa poteva ancora ottenere quell’essere per fare un male ancora maggiore? Se non altro, la sua uccisione avrebbe potuto sconvolgere i suoi compagni ed indurli a riflettere sul loro comportamento assassino.

A’i’ach avanzò verso lo scontro mentre intorno a lui le ali-di-stella danzavano allegramente e si accoppiavano. ***


Jannika impiegò più di un’ora prima di riuscire ad effettuare il contatto. Un uranide non poteva fare in modo di trovarsi in un punto preciso ad un’ora prestabilita, ed il suo contatto l’aveva semplicemente informata, mentre sintonizzava la trasmittente su di lui, che il suo gruppo si trovava attualmente nelle vicinanze del Monte Mac Donald. Jannika si era recata laggiù ed aveva sondato in ogni direzione nell’oscurità sempre più fitta, fino a quando il suo indicatore era diventato verde. Avendo stabilito il collegamento, si era portata a tre chilometri di altitudine ed aveva innestato l’autopilota perché descrivesse alcuni lenti cerchi; di tanto in tanto, man mano che il soggetto della sua analisi si spostava verso nordovest, Jannika variava a sua volta il centro dei suoi cerchi.

A parte questo, stava cercando di diventare il suo uranide. Naturalmente era una cosa impossibile, ma, attraverso questi sforzi, lei stava apprendendo cognizioni che non avrebbe mai potuto scoprire attraverso il linguaggio parlato. I costumi del popolo, le credenze, la musica, le poesie, il balletto aereo, cose che non avrebbe mai potuto conoscere per quelle che erano se si fosse limitata ad osservarle dall’esterno. E ce n’erano altre presenti più in profondità dentro di lei, più tenui ma più potenti… cose che però non avrebbe potuto scrivere in un rapporto scientifico: un senso di gioia, di nostalgia, di vento, di lucentezza; di profumi, di nubi, di pioggia, di distanza immense, un senso di ciò che rappresentava l’essere un abitatore del cielo. Non era una cosa completa, no… solo poche occhiate incerte e difficili da ricordare in seguito e che la trasportavano lo stesso in un nuovo mondo che splendeva di meraviglie.

La sensazione era raddoppiata stanotte dall’eccitazione di A’i’ach, e le impressioni di Jannika in merito a ciò che l’uranide stava provando non erano mai state più forti o acute di così: si trovò a fluttuare sulle correnti d’aria, posseduta dagli odori vitali e dai canti, scoprì di essere una goccia in un oceano al di sotto di Ruii il possente, scoprì che non esisteva una casa da desiderare disperatamente perché dovunque era casa.

Lo Sciame giunse infine dove c’era uno sciame di lucciole e l’universo di Jannika si fece di colpo selvaggio.

Per un momento, terrorizzata, Jannika fu sul punto di chiudere la cuffia, ma la ragione le arrestò la mano: quello che stava accadendo era soltanto la manifestazione estrema di ciò cui aveva partecipato fino ad allora. Gli uranidi ingurgitavano raramente molto cibo in una volta sola, e, quando lo facevano, questo aveva un effetto intossicante su di loro. Jannika percepì anche la sessualità dei festeggiamenti, ma la maschilità di A’i’ach era troppo irreale per disturbarla, come invece la femminilità del suo dromide aveva disturbato Hugh quando la creatura si era accoppiata ed aveva in seguito perso i primi quarti posteriori. Quella notte, gli uranidi stavano facendo una grande festa, e Jannika si arrese ad essa, in un crescendo costante, giungendo a desiderare di avere un uomo là con lei ma poi rifiutando l’idea perché questo avrebbe offuscato quel sacro splendore, la Promessa, la Promessa!

Poi erano arrivate le Bestie, ed era scoppiato l’orrore, e da qualche parte una voce sconosciuta aveva gridato vendetta per la sua felicità infranta.


Mentre trottava lungo una spoglia altura, Erakoum aveva pensato, con un accelerarsi dei battiti del cuore, di aver avvistato un debole raggio azzurro nell’aria, in lontananza. Non poteva esserne certa, a causa della luminosità di Mardudek, ma alterò comunque il proprio percorso nella speranza di aver visto giusto; tuttavia, dopo che si fu arrampicata per parecchio tempo fra sassi e spine, il bagliore scomparve, ed Erakoum pensò si fosse trattato di uno scherzo della luce notturna, forse un raggio di luna che si era riflesso sulla nebbia. Quella conclusione non ebbe certo l’effetto di migliorare il suo umore: le andava tutto storto, quando si trattava dei Volatori!

A causa di quella deviazione, si trovò indietro rispetto al resto del suo gruppo, ed il primo avvertimento circa la presenza della preda le venne tramite le grida dei compagni.

— Hai-ay, hai-ay, hai-ay! — echeggiò tutt’intorno, ed Erakoum sbuffò, perplessa, certa che sarebbe arrivata troppo tardi per uccidere una preda. Comunque, continuò a correre in quella direzione, pensando che, se i Volatori non avessero intercettato un forte vento, li avrebbe potuti seguire tenendosi nascosta e senza essere vista, e che forse essi non sarebbero andati tanto lontano da sfiancarla prima d’imbattersi in un altro sciame di bachi di fuoco e di scendere nuovamente in basso. Il respiro le raspava in gola, ed il fianco della collina le percuoteva i piedi con rocce invisibili, ma continuò a correre con ansia fino a raggiungere il luogo dov’era la preda.

Era una radura, vivamente illuminata nonostante le ombre che la solcavano, e tagliata a metà da un piccolo dirupo. I bachi di fuoco roteavano nell’aria, distinti contro l’oscurità della foresta, simili ad una lucente polvere di nubi, e parecchie femmine del Popolo erano accucciate nell’erba, intente a divorare le loro prede, mentre il resto del gruppo si era allontanato per seguire i Volatori in fuga, come aveva progettato di fare la stessa Erakoum.

La femmina si arrestò al limitare della radura per respirare, sollevò lo sguardo e si raggelò: la massa dei Volatori si stava dirigendo lentamente e caoticamente verso ovest, ma alcuni indugiavano per lanciare le loro misere armi, e, sulla cima di uno di essi, brillava una tenue luce: Erakoum aveva trovato quello che cercava!

— Ee-hah! — gridò, balzando avanti ed agitando il giavellotto. — Vieni, operatore di malvagità! Vieni e fatti uccidere! Con il tuo sangue infonderai al mio prossimo nato la vita che hai sottratto al primo!

Non ci fu alcuna sorpresa, ma un senso di fatalità, quando la sagoma irreale descrisse una spirale e si fece più vicina: quella notte si sarebbe giunti alla soluzione di qualcosa di più importante della sopravvivenza di uno dei due avversari fosse destinato a sopravvivere, e lei, Erakoum, era stata afferrata da un Potere, era divenuta uno strumento del Profeta.

Accucciata, scagliò la lancia, con uno sforzo visibile nei suoi muscoli: vide l’arma volare diritta come maledizione che portava con sé… ma il nemico schivò e l’arma lo mancò di un dito, e poi, improvvisamente, il Volatore le venne contro.

Ma era una cosa che non facevano mai! E cos’era ciò che stringeva nel filamento simile ad un’alga?

Erakoum afferrò un altro giavellotto fra quelli che aveva sulla schiena: ciascuno dei nodi che li trattenevano avrebbe dovuto cedere al primo strattone, ma questo s’incagliò e dovette tirare di nuovo, mentre il nemico si faceva sempre più grosso e vicino; la femmina riconobbe l’oggetto che il suo avversario stringeva: era un coltello di fattura umana, tagliente come una lama d’ossidiana ma più resistente e sottile. Erakoum indietreggiò, impugnando la lancia ormai libera, ma senza avere più lo spazio per lanciarla, per cui fece un affondo.

Vide la punta dell’arma colpire con un pazzo bagliore: il Volatore rotolò su un fianco prima di venire trapassato, ma il sangue ed il gas scaturirono insieme, scuri, da un taglio sulla sua superficie pallida.

Il Volatore scattò in avanti e riuscì a superare la sua guardia, ed il coltello affondò ripetutamente: Erakoum avverti i colpi, ma non provò ancora alcun dolore. Lasciata cadere la lancia, agitò le braccia e fece scattare le mascelle, i cui denti si serrarono intorno alla carne dell’avversario, facendo affluire nella sua bocca e giù per la gola un gettito di energia.

Improvvisamente, non ebbe più il terreno sotto i piedi e cadde rotolando, artigliando con i piedi e le mani alla ricerca di un appiglio, perdendolo e cadendo più in basso; quando colpì il fianco del dirupo, rotolò sempre più in giù sopra crudeli spuntoni di roccia. Per un istante intravide il cielo sopra di lei, le stelle ed i bachi di fuoco, il Volatore illuminato dalla luce di Mardudek che passava volando e perdendo sangue, poi il nulla la reclamò.


La gente di Port Kato chiese cosa avesse fatto rientrare Jannika Rezek e Hugh Brocket così presto e così sconvolti, ma essi evasero ogni domanda e si affrettarono a raggiungere la loro capanna, sbattendosi la porta alle spalle. Un momento più tardi, avevano sprangato anche le finestre.

Per qualche tempo rimasero a fissarsi a vicenda, senza trovare conforto nella stanza familiare: l’illuminazione, destinata ad occhi umani, era violenta, l’aria della camera sprangata era priva di vita, i deboli suoni provenienti dall’insediamento servivano solo a rendere più profondo il silenzio che regnava all’interno. Alla fine, Hugh scosse il capo e, ciecamente, volse le spalle alla moglie.

— Erakoum andata — mormorò. — Come riuscirò mai a capirlo?

— Ne sei certo? — sussurrò Jannika.

— Io… ho sentito la sua mente chiudersi… è stato quasi come un dannato colpo sferrato al mio stesso cranio… ma tu ti stavi agitando così tanto per il tuo prezioso uranide…

— A’i’ach è ferito! La sua gente non sa nulla di medicina. Se tu non avessi continuato a vaneggiare al punto da spingermi a farti tornare qui con me prima che finissi per far precipitare il tuo velivolo… — Jannika s’interruppe, serrò i pugni ed alla fine riuscì a dire: — Bene, ormai il male è fatto e noi siamo qui. Vogliamo cercare di ragionare e di scoprire che cosa è andato storto, in modo da impedire il verificarsi di un altro orrore del genere, oppure no?

— Sì, naturalmente. — Hugh si avvicinò alla credenza. — Vuoi qualcosa da bere?

— Vino — rispose Jannika, dopo un’esitazione.

Hugh le portò un bicchiere colmo, stringendo nella destra un boccale di whisky puro che cominciò subito a bere.

— Ho sentito Erakoum morire.

— Sì — replicò Jannika, prendendo una sedia, — ed io ho sentito A’i’ach ricevere ferite che si potrebbero rivelare letali. Siedi, ti spiace?

Hugh sedette pesantemente di fronte a lei, trangugiando sorsate di liquore mentre sua moglie sorseggiava il vino. I nuovi arrivati su Medea sostenevano sempre che vini e liquori assumevano su quel pianeta un sapore più strano di quello dei cibi, ed un poeta aveva preso da questo lo spunto per una raggelante composizione sull’isolamento. Quando la poesia era stata inviata sulla Terra insieme alle altre notizie, la risposta, giunta dopo un secolo, era stata che nessuno riusciva a capire cosa i coloni trovassero in quel fenomeno.

— Bene — ringhiò Hugh, incurvando le spalle. — Dovremmo confrontare le nostre osservazioni prima di cominciare a dimenticare, e magari dovremmo confrontarle nuovamente domattina, quando avremo la possibilità di riflettere. — Allungò la mano verso il registratore e lo accese; la sua voce rimase opaca mentre pronunciava una frase di identificazione.

— È la cosa migliore anche per noi — gli rammentò Jannika. — Lavorare, pensare logicamente… queste cose tengono lontano gli incubi.

— E questo lo è certamente stato… D’accordo… — Hugh aveva recuperato un po’ d’energia. — Cerchiamo di ricostruire quello che è successo.

«Gli uranidi erano a caccia di lucciole ed i dromidi erano a caccia di uranidi, e tu ed io abbiamo assistito ad uno scontro. Naturalmente, speravamo che non ci sarebbe capitato… suppongo che tu abbia addirittura pregato perché non accadesse… ma sapevamo che ci sarebbero stati atti di ostilità in molti posti. Quello che ci ha sconvolti è stato il fatto che i nostri due personali nativi hanno preso parte alla lotta, mentre erano in collegamento con noi.

— Ancora peggio — corresse Jannika, mordendosi un labbro. — Quei due stavano cercando lo scontro: non è stato un incontro casuale, ma un duello. — Sollevò lo sguardo. — Non hai mai detto ad Erakoum, a nessun dromide, che eravamo in collegamento anche con un uranide, vero?

— No, certo che no. E tu non hai certo detto al tuo uranide del mio contatto: sapevamo entrambi che non era il caso di inserire quel tipo di variabile in un programma come questo.

— Ed il resto del personale della stazione ha un vocabolario troppo limitato in entrambe le lingue. Molto bene. Ma io ti posso assicurare che A’i’ach lo sapeva, anche se io non me ne sono resa conto fino a quando il combattimento non ha avuto inizio. Solo allora questo concetto è affiorato nella sua mente, come un urlo diretto a me, non espresso a parole, ma che non poteva essere frainteso.

— Sì, anche a me è successa più o meno la stessa cosa con Erakoum.

— Ammettiamo dunque quello che non vogliamo ammettere, mio caro: non abbiamo semplicemente ricevuto concetti dai nostri nativi, abbiamo anche trasmesso dei dati.

— Ma cosa diavolo potrebbe trasmettere un messaggio di ritorno? — obiettò Hugh, sollevando un pugno impotente.

— Se non altro, il raggio radio che ci collega ai nostri soggetti. Una modulazione indotta. Lo sappiamo dall’esempio delle larve di lucciole, ed indubbiamente ci sono altri casi di cui tu ed io non abbiamo mai sentito parlare… e come potremmo sapere tutto riguardo ad un intero mondo? Sappiamo che gli organismi di Medea possono essere estremamente sensibili alle onde radio.

— M… m, già, la terrificante velocità degli animali medeani, le molecole chiave più labili dei corrispondenti composti nel nostro organismo… Ehi, aspetta! Né Erakoum né A’i’ach avevano più di un’infarinatura d’inglese, e certo non conoscevano il ceco, lingua in cui tu mi hai detto che sei solita pensare. Inoltre, guarda quanti sforzi abbiamo dovuto fare prima di riuscire a sintonizzarci su di loro, nonostante tutto quello che avevamo imparato sul continente, e loro due non avevano ragione di fare lo stesso, non avevano la minima idea di cosa fosse un metodo scientifico. Devono sicuramente aver supposto che noi volessimo far portare loro addosso quegli oggetti per un capriccio o per una sorta di magia.

— Forse — replicò Jannika scuotendo le spalle, — durante i rapporti di collegamento pensiamo nella loro lingua più di quanto ci rendiamo conto noi stessi. Ed entrambe le razze di Medeani pensano più rapidamente di noi umani, osservano, imparano. Comunque, non dico che il loro contatto con noi era altrettanto buono quanto quello che noi avevamo con loro. Se non altro, l’ampiezza delle onde radio è molto più ristretta: io credo che presumibilmente abbiano raccolto da noi messaggi subliminali.

— Credo che tu abbia ragione — sospirò Hugh. — Dovremo consultare esperti di elettronica e di neurologia sul problema, ma certo non riesco a trovare una spiegazione migliore della tua. — Hugh si sporse in avanti, e l’energia che ora gli vibrava nella voce assunse una nota fredda. — Ma cerchiamo di vedere questo fenomeno nel suo contesto, in modo da arrivare forse ad intuire il tipo d’informazioni che i nativi possono aver ricevuto da noi. Chiariamo ancora una volta perché su Hansonia dromidi ed uranidi sono in guerra: fondamentalmente, i dromidi si stanno estinguendo e ne danno la colpa agli uranidi, ma non potrebbe essere colpa di noi di Port Kato?

— È difficile. — Jannika era sconcertata. — Sai quali precauzioni prendiamo.

— Sto pensando ad una contaminazione psicologica — replicò Hugh, sorridendo senza allegria.

— Cosa? Impossibile! In nessun altro luogo su Medea…

— Vuoi tacere? — gridò Hugh. — Sto cercando di ricordare quello che ho appreso dalla mia amica che è stata uccisa dal tuo amico.

Jannika si alzò a mezzo sulla sedia, bianca in volto, poi tornò a sedersi ed attese, il bicchiere di vino che le tremava in mano.

— Hai sempre farfugliato quanto gli uranidi siano dolci e gentili ed estetici — cominciò Hugh, contro di lei piuttosto che a lei. — Andavi in deliquio di fronte a questa nuova e splendida fede locale che essi hanno acquisito… il volo sulle ali del vento fino al Farside, la morte dignitosa, il Nirvana e non mi ricordo cos’altro. All’inferno quegli sporchi dromidi, i dromidi non fanno altro che costruirsi attrezzi, accendere fuochi, cacciare, prendersi cura dei loro piccoli, vivere in comunità, creare forme d’arte e filosofia, come noi umani. Cosa c’è d’interessante in questo?

«Ebbene, permettimi di ripeterti quello che ti ho già detto in precedenza, e cioè che anche i dromidi hanno le loro credenze, e che, se potessimo fare un paragone, sarei pronto a scommettere che la loro fede è più forte e significativa di quella degli uranidi, perché i dromidi cercano di dare senso al mondo. Non puoi simpatizzare almeno un poco con loro?

«Bene, loro hanno un tremendo rispetto per la stabilità delle cose, e quando qualcosa va seriamente per il verso sbagliato… quando si verifica un grande crimine o un peccato o una vergogna… l’intero mondo ne soffre: se quel torto non verrà riparato, tutto andrà per il peggio. Questo è quello che i dromidi credono su Hansonia, e per quel che ne so io potrebbero anche aver scoperto la verità.

«Gli alteri uranidi non hanno mai prestato molta attenzione ai terricoli dromidi, ma questo comportamento non era simmetrico: per i dromidi, gli uranidi sono altrettanto rilevanti quanto Argo, Colchis, ogni parte della natura, e, ai loro occhi, anch’essi hanno un posto ed un ciclo prestabilito.

«Tutt’ad un tratto, gli uranidi cambiano, smettono di restituire i loro corpi alla terra quando muoiono, nel modo in cui ci si aspetta facciano tutte le forme di vita… no, si dirigono invece ad ovest, oltre l’oceano, verso quel luogo sconosciuto dove il sole tramonta tutte le sere. Non riesci a capire quanto questo può apparire innaturale? Come se un albero si mettesse a camminare o un cadavere resuscitasse. E non è neppure un incidente isolato… no, la cosa si sta verificando anno dopo anno dopo anno.

«Aborto psicosomatico? Come posso dirlo? Quello che posso dire è che i dromidi sono profondamente traumatizzati per via di questo comportamento degli uranidi: non importa quanto questo comportamento sia ridicolo, esso li ferisce!

Jannika balzò in piedi, lasciando cadere al suolo il bicchiere.

— Ridicolo? — gridò. — Quel Tao, quella visione? No, ridicolo è ciò che credono le tue… le tue volpi, se non fosse per il fatto che questo le spinge ad assalire esseri innocenti ed a divorarli… non posso aspettare fino a quando quelle creature si saranno estinte!

— A te non importa dei piccoli che muoiono! — Hugh si era alzato in piedi a sua volta. — No, naturalmente no: che senso di maternità hai mai avuto, per l’inferno? All’incirca quanto ne può avere uno di quei palloni! Volare libera, spargere il seme e dimenticarsene, tanto esso fiorirà e sboccerà per essere adottato dallo Sciame, e senza pensare mai ad altro che al piacere!

— Come… staresti forse desiderando di poter essere una madre? — lo schernì Jannika.

La mano libera di Hugh sferrò un colpo nella sua direzione, e la donna lo evitò per un pelo: sconvolti, i due rimasero immobili e rigidi dove si trovavano. Hugh tentò di parlare, non vi riuscì e preferì bere il whisky.

— Hugh — disse Jannika, a voce bassissima, dopo un intero minuto, — i nostri nativi ricevevano messaggi da noi: non verbali, ma inconsci. Per mezzo loro… — la sua voce si fece soffocata, — … stavamo forse cercando di ucciderci a vicenda?

Hugh la fissò a bocca aperta, poi, in un unico e goffo gesto, depose il bicchiere e le tese le braccia.

— Oh, no, oh, no! — balbettò, mentre Jannika si stringeva a lui.

Alla fine andarono a letto. Hugh attinse dalla cassetta dei medicinali quando si accorse di non riuscire a nulla, ma quello che seguì sarebbe potuto accadere fra due automi. Alla fine, Jannika rimase distesa a piangere in silenzio mentre lui si alzava per bere ancora.


Fu il vento a svegliarla, e Jannika rimase distesa per qualche tempo ad ascoltare il suo battere contro le pareti mentre il sonno l’abbandonava, poi aprì gli occhi e guardò l’orologio, le cui lancette luminose le dissero che erano trascorse tre ore. Tanto valeva che si alzasse: forse avrebbe potuto aiutare Hugh a sentirsi meglio.

La luce nella stanza principale era ancora accesa, e Hugh era addormentato, disteso su una poltrona accanto alla quale c’era una bottiglia; Jannika notò quanto fossero profonde le rughe che segnavano il volto del marito.

Il vento era molto forte: forse si trattava di una tempesta che il servizio metereologico aveva segnalato sul mare e che doveva aver inaspettatamente deviato in quella direzione; la metereologia su Medea non era una scienza esatta. Poveri uranidi, i festeggiamenti rovinati e loro stessi soffiati in giro e dispersi, perfino messi in pericolo di vita! In genere erano in grado di volare con la bufera, ma alcuni di loro sarebbero andati incontro al disastro, sbattendo contro la parete di qualche collina o impigliandosi senza speranza in un albero o venendo colpiti dal fulmine. Ed i malati ed i feriti avrebbero sofferto più di tutti.

A’i’ach.

Jannika serrò gli occhi e lottò per ricordarsi quanto fossero gravi le ferite di A’i’ach, ma tutto era stato così confuso e terribile, e Hugh aveva fatto deviare la sua attenzione, così si era venuta a trovare ben presto fuori dal raggio di trasmissione. Inoltre, A’i’ach stesso non poteva aver determinato immediatamente le proprie condizioni: poteva essere grave come poteva anche non esserlo. Poteva essere ormai morto, oppure morente, o condannato a morire se non avesse ricevuto aiuto immediato.

E lei era responsabile… forse non colpevole secondo una definizione moralistica, ma certo responsabile. La decisione si cristallizzò in Jannika: se il tempo non lo avesse impedito, sarebbe andata a cercarlo.

Da sola? Sì: Hugh l’avrebbe protetta, ritardata, forse le avrebbe addirittura impedito con la forza di andare. Jannika registrò un breve messaggio per lui, si chiese se quelle parole non erano eccessivamente impersonali, poi decise che non era il caso di lasciare una frase più affettuosa. Sì, voleva una riconciliazione e supponeva che la volesse anche lui, ma non intendeva umiliarsi. Riordinò il proprio equipaggiamento ed aggiunse una giacca, nelle cui tasche infilò alcune sbarre di cibo, quindi uscì.

Fuori, il vento l’avvolse con un cupo sibilio, un torrente che doveva affrontare; le nubi si spostavano basse e fitte, tinte di rosso là dove Argo faceva capolino: il gigantesco pianeta sembrava volare fra quei veli lacerati. La polvere rotolava per il cortile, ruvida sulla pelle; ed in giro non c’era nessuno.

Una volta nell’hangar, Jannika richiese le ultime previsioni del tempo: erano brutte ma, pensò, non terrificanti. (E, anche ammesso che fosse precipitata, sarebbe stata forse una perdita enorme, per lei o per altri?)

— Sto tornando nella mia area di studio — spiegò al meccanico. Quando questi tentò di dissuaderla, Jannika fece valere il proprio grado: era un sistema che non le piaceva, ma Io aveva imparato dagli spettri danubiani della sua infanzia. — Niente discussioni. Pronto ad aprirmi il passaggio ed a fornirmi l’assistenza necessaria. È un ordine.

Il piccolo velivolo rabbrividì e ronzò sul terreno, ed il decollo richiese una notevole abilità… con un brutto momento in cui una folata di vento per poco non lo fece rovesciare… ma, una volta in aria, prese a volare stabilmente. Innalzatasi al di sopra delle nubi, Jannika le vide agitarsi come un mare, con Argo che sorgeva da esse come una montagna, le stelle e le due lune tenui bagliori più lontani. Verso nord, si scorgeva un’oscurità più densa ed elevata, il fronte della tempesta: il tempo sarebbe davvero peggiorato nelle prossime ore, e, se non le fosse riuscito di rientrare prima, avrebbe fatto meglio a rimanere da qualche parte, fino a che il cielo si fosse schiarito.

Il volo fino al luogo dello scontro fu breve; quando il pilota inerziale l’ebbe portata là, Jannika si mise a volare in cerchio, indossò il casco ed azionò il sistema, mentre il polso le si accelerava e la bocca le si inaridiva.

— A’i’ach — sussurrò, — sii vivo, per favore, sii vivo.

La luce verde si accese: almeno, la sua trasmittente era presente sul posto. E lui? Jannika si dovette costringere a cercare il contatto.

Debolezza, dolore, un frastuono di foglie fruscianti e di rami che sbattevano…

— A’i’ach, resisti, sto scendendo!

Ci fu un balzo di gioia: sì, lui la percepiva.

Un atterraggio sarebbe stato davvero rischioso. Il velivolo era in grado di scendere verticalmente, aveva un radar ed un sonar eccellenti, un computer ed attrezzature in grado di eseguire la maggior parte delle manovre, tuttavia, lo spazio libero sottostante non era molto ampio, era diviso in due, e, sebbene la foresta circostante attenuasse la furia del vento, ci sarebbero state però correnti pericolose.

— Dio, mi metto nelle Tue mani — mormorò Jannika, chiedendosi ancora una volta come facesse Hugh a sopportare il proprio ateismo.

Se avesse atteso oltre, avrebbe perduto il coraggio, quindi, giù!

La discesa si rivelò ancora più violenta di quanto si sarebbe aspettata: dapprima le nubi apparvero come un vortice, poi si ritrovò in mezzo a loro ed in preda ad un vento violento, e vide le cime degli alberi protendersi verso di lei mentre il velivolo rollava, sobbalzava, imbardava. Era stata forse una pazza? Dopotutto, non desiderava realmente morire…

Jannika riuscì ad atterrare, e, per parecchi minuti rimase a sedere, priva di forze; quando si mosse, tutto il corpo le doleva per la tensione, ma c’era in lei anche la sofferenza di A’i’ach: attirata dal bisogno del nativo, slacciò le cinture ed uscì. Il frastuono era assordante nella nera palizzata di alberi che la circondava, con i rami gementi e le cime sconvolte, ma al livello del terreno l’aria, per quanto agitata, era più quieta e quasi calda. L’invisibile Argo arrossava le nubi, il cui bagliore forniva una luce sufficiente a permetterle di vedere senza l’ausilio della torcia. Jannika non trovò traccia degli uranidi uccisi, ma, del resto, quelle creature non avevano ossa, ed i dromidi dovevano averle divorate fino all’ultimo frammento. Che uso orrendo… Dov’era A’i’ach?

Jannika lo trovò dopo qualche ricerca: era disteso dietro un cespuglio spinoso intorno al quale aveva avvolto i filamenti per ancorarsi al suolo; il suo corpo era sgonfio al massimo, un sacco vuoto, ma gli occhi erano brillanti ed era in grado di parlare, nell’acuta e sbuffante lingua del suo popolo, che, come Jannika era giunta a scoprire, era melodiosa.

— Possa la gioia soffiare su di te: non avrei mai sperato nel tuo arrivo. Sei la benvenuta. Qui mi sentivo solo.

L’ultima parola fu accompagnata da un brivido. Gli uranidi non sopportavano di rimanere a lungo separati dal loro sciame, ed alcuni xenologi ritenevano che in essi la consapevolezza fosse più collettiva che individuale. Jannika rifiutava però quel concetto, a meno che esso fosse forse applicabile a specie diverse trovate in altre zone di Nearside, perché A’i’ach aveva una sua anima!

— Come stai? — chiese, inginocchiandosi. Non riusciva a parlare la sua lingua meglio di quanto lui parlasse l’inglese, ma A’i’ach aveva imparato ad interpretare i suoi suoni.

— Il mio male non è eccessivo, ora che sei vicina. Ho perso sangue e gas, ma quelle ferite si sono richiuse. Debole, mi sono posato su un albero fino a che le Bestie se ne sono andate, e nel frattempo si è levato il vento. Ho pensato fosse meglio non volare nelle mie condizioni, ma non potevo rimanere sull’albero, perché sarei stato spazzato via. Così ho esalato quanto rimaneva del mio gas e sono strisciato dietro questo riparo.

Il discorso conteneva molto di più che quella spoglia affermazione: le parole erano laconiche e stoiche, ma il significato implicito non lo era. A’i’ach avrebbe avuto bisogno di almeno un giorno intero per rigenerare una quantità d’idrogeno sufficiente alla risalita… il tempo dipendeva dalla quantità di cibo che sarebbe riuscito a trovare nelle sue condizioni… a meno che un carnivoro non lo avesse trovato prima, il che era estremamente probabile. Jannika immaginò quale getto di sofferenza, timore e coraggio le sarebbe stato trasmesso se avesse avuto indosso il casco.

Raccolse fra le braccia la forma flaccida: pesava poco, ed era calda e setosa. A’i’ach cooperò il più possibile, ma una parte del suo corpo strisciò ugualmente sul terreno, il che dovette risultare doloroso, senza contare che Jannika dovette essere ancora più rude, afferrando manciate di pelle, quando lo portò all’interno del velivolo. Dentro, lo spazio disponibile scarseggiava, ed A’i’ach si trovò praticamente raggomitolato nella sezione posteriore. Invece di scusarsi quando l’uranide gemeva, o di dire qualcosa in particolare, Jannika cantò per lui: A’i’ach non conosceva le antiche parole terrestri, ma apprezzò la melodia e comprese cosa la donna cercasse così di comunicargli.

Jannika aveva equipaggiato il velivolo in modo da poter fornire un soccorso medico di base ai nativi, cosa che le era accaduto di fare in passato. Le ferite di A’i’ach non erano profonde, perché la maggior parte del suo corpo era poco più che una sacca; tuttavia, quella sacca era stata lacerata in parecchi punti e, sebbene fosse autosigillante, con il volo si sarebbe spaccata di nuovo a meno che fosse stata rinforzata. Dopo un’applicazione locale di anestetici e di antibiotici… le cognizioni sulla biochimica degli abitanti di Medea permettevano l’uso di quelle sostanze… Jannika ricucì le ferite.

— Ecco, adesso puoi riposare — disse poi, quando, intorpidita, tremante ed inzuppata di sudore, ebbe terminato le medicazioni. — Più tardi ti somministrerò del gas e ti potrai sollevare subito, se vorrai. Io penso però che sarebbe più saggio se entrambi attendessimo la fine delle bufera.

— È stretto, qui dentro! — Il gemito dell’uranide era l’equivalente di quelle parole umane.

— Si, so cosa intendi dire, ma… A’i’ach, lascia che mi metta il casco. — Lo indicò con la mano. — Questo unirà i nostri spiriti come lo erano prima e potrebbe distogliere la tua mente dalla scomodità della condizione attuale. E ad un raggio così ridotto, considerate le nostre nuove conoscenze… — Un brivido la percorse. — … Chissà cosa potremmo scoprire!

— Bene — convenne l’uranide. — Potremmo godere di esperienze uniche. — Il concetto della ricerca fine a se stessa gli era estraneo… ma la sua ricerca del piacere andava molto al di là dell’edonismo.

Ansiosa nonostante la stanchezza, la donna si avvicinò al sedile e protese la mano verso l’apparecchiatura, ma il ricevitore radio, sempre aperto sulla banda di ricezione standard, scelse pròprio quel momento per entrare in azione.


Ad est, Argo brillava contro il muro, attraversato da lampi ed in avvicinamento, della tempesta che giungeva da nord; più sotto, le nubi già presenti erano torbide e tinte di rosso e di scuro, ed il vento ululava, facendo tremare e sobbalzare il velivolo di Hugh. Nonostante il riscaldamento, il freddo penetrava nel velivolo come portato dalla luce stessa delle stelle e delle lune.

— Jan, sei là? — chiamò. — Stai bene?

— Hugh? — La voce di lei era colma di sollievo. — Sei tu, caro?

— Sì, certo, chi diavolo altro ti aspettavi? Mi sono svegliato, ho sentito il tuo messaggio… ed eccomi qui… stai bene?

— Perfettamente. Ma non oso decollare, con questo tempo, e tu non devi cercare di atterrare, perché ormai sarebbe troppo pericoloso. Non dovresti neppure rimanere. Caro, è davvero rostomily che tu sia venuto!

— Per tutti i preti ebrei, dolcezza, come potevo non farlo? Dimmi cosa è successo.

Jannika gli spiegò ogni cosa, ed alla fine Hugh annuì con la testa che gli doleva ancora per il liquore bevuto, nonostante l’effetto di una tavoletta di nedolor.

— Ottimo — disse infine. — Aspetta. — Aspetta che il vento si calmi, rigonfia il tuo amico e poi vieni a casa. — Un’idea che stava covando da un po’ lo stuzzicò. — Uh, mi chiedevo una cosa. Credi che lui potrebbe scendere in quel burrone e recuperare l’unità di Erakoum? Sai quanto siano scarsi quei congegni! — Fece una pausa, poi aggiunse: — penso che sarebbe troppo chiedergli di ricoprirla con un po’ di terra.

— Posso farlo io — replicò Jannika, con voce piena di pietà.

— No, non puoi. Ho ricevuto una netta impressione da Erakoum mentre stava cadendo, prima che si spaccasse la testa o cos’altro le è successo: nessuno può scendere là sotto senza una corda assicurata in alto, perché sarebbe impossibile risalire. E, anche con una corda, sarebbe una cosa tanto pericolosa da rasentare la follia: i compagni di Erakoum non hanno tentato nulla, vero?

— Glielo chiederò — replicò Jannika, con riluttanza, — ma può darsi che sia pretendere troppo. L’unità funziona?

— Hmm, sì, ma farò meglio a controllare, prima. Ti riferirò fra qualche minuto. Ti amo.

E sapeva di essere sincero, non importava quanto spesso Jannika lo facesse infuriare. L’idea che in qualche modo, negli abissi del suo essere, potesse aver desiderato la morte di lei non era neppure concepibile, ed Hugh l’avrebbe seguita anche attraverso una tempesta più violenta di quella, solo per negare una simile supposizione.

Bene, adesso poteva andare a casa con la coscienza sollevata ed attendere il suo ritorno, dopodiché… cosa? Quella certezza creò un vuoto dentro di lui.

Il suo strumento emise una luce verde: bene, il trasmettitore di Erakoum era funzionante, e quindi intero e degno di essere salvato. Se soltanto anche lei… Hugh s’irrigidì ed il respiro gli sibilò nei polmoni: ma sapeva davvero che lei era morta?

Si abbassò l’elmo sulle tempie, e le mani tremanti gli resero difficile operare i collegamenti; premette un pulsante, e desiderò di comunicare…

Un senso di sofferenza che si contorceva come un cavo rovente, le forze che si disperdevano sempre di più, morbide onde di nulla che affluivano sempre più spesso, ma che Erakoum riusciva ancora a tenere a bada. La striscia di cielo che le riusciva di vedere dal punto in cui giaceva, impossibilitata a strisciare più in alto, era colma di vento… Erakoum acquistò una coscienza completa, perché percepiva nuovamente la presenza di Hugh.


— Sembra che ci siano delle ossa rotte, ed anche una notevole perdita di sangue. Morirà nel giro di poche ore, a meno che tu la soccorra, Jan. Questo le permetterebbe di resistere fino a quando la potremo trasportare a Port Kato per un’assistenza più completa.

— Oh, la posso ricucire e bendare e steccare, certo. Ed il nedolor è uno stimolante analgesico che va bene anche per i dromidi, vero? Persino un semplice sorso d’acqua potrebbe rappresentare la salvezza, perché deve essere disidratata. Ma come faccio a raggiungerla?

— Il tuo uranide la potrebbe sollevare, una volta che tu lo avessi rigonfiato.

— Non puoi dire sul serio! A’i’ach è ferito e convalescente… ed Erakoum ha tentato di ucciderlo!

— È stata un’aggressione reciproca, giusto?

— Ecco…

— Jan, non ho intenzione di abbandonarla. È laggiù in una tomba, lei che era solita correre libera, ed il contatto che ha instaurato con me è per lei più di quanto avessi immaginato. Rimarrò fino a che sarà stata salvata o fino a che sarà morta.

— No, Hugh, non devi. La tempesta…

— Non sto cercando di ricattarti, mia cara. In effetti, non biasimerei molto il tuo uranide se rifiutasse. Ma non posso lasciare Erakoum: semplicemente, non posso.

— Io… io ho imparato qualcosa sul tuo conto… tenterò.


*** A’i’ach non comprendeva la sua Jannika: non era concepibile che aiutare a salvare una Bestia potesse contribuire a portare la pace. Quella creatura era ciò che era, un’assassina, eppure… eppure un tempo non c’erano stati problemi con le Bestie, una volta esse erano state gli animali che più interessavano e divertivano il Popolo, e lui stesso rammentava le canzoni che parlavano della loro agilità e dei loro fuochi. In quei tempi, le Bestie venivano chiamate i Danzatori delle Fiamme.

Ciò che lo indusse a cedere alle suppliche di lei non era chiaro al suo spirito. Jannika gli aveva probabilmente salvato la vita, mettendo a repentaglio la propria, e questo pensiero era tanto nuovo per lui da sopraffarlo. A’i’ach desiderava moltissimo mantenere la propria unione con lei, perché essa arricchiva il suo mondo, e quindi esitò a respingere la richiesta che sembrava avere per Jannika un’importanza tanto pressante. Grazie all’unione creata dall’elmetto da lei indossato, A’i’ach riteneva di comprendere cosa provasse la donna quando diceva, con l’acqua che le scorreva dagli occhi:

— Voglio guarire ciò che ho fatto…

Quel tipo di sensazione era trascendente, come il Tempo Lucente, e fu questo che alla fine lo indusse a decidere.

Jannika lo assistette dalla cosa-che-la-trasportava, e tirò fuori un tubo da cui A’i’ach bevve gas, un affluire di nuova vita. Le ferite gli dolsero quando il suo globo si allargò, ma era in grado di non badarci.

A’i’ach ebbe bisogno del peso di lei che gli facesse da àncora per attraversare lo spazio fino al burrone, e, uniti com’erano dita con filamenti, per poco non furono portati via entrambi. Se si fosse gonfiato al massimo, A’i’ach l’avrebbe potuta sollevare. L’aria sibilava e spingeva, lo afferrava, lo voleva indirizzare contro le spine… com’era orribile il suolo!

E quanto peggio era dover scendere sotto di esso! A’i’ach pulsava per un’emozione che non riusciva a riconoscere, ma, se fossero stati in contatto, Jannika avrebbe potuto spiegargli che il termine inglese che indicava quella sensazione era «terrore», e che un umano o un dromide che avessero provato così intensamente quell’emozione, si sarebbero ritratti dinnanzi al precipizio. A’i’ach trasformò invece quella sensazione in una forza che lo spingesse in avanti, perché anche questa era una cosa che lo aiutava ad uscire da se stesso.

Giunta vicino al bordo del precipizio, Jannika lo circondò quanto più possibile con le braccia ed appoggiò la bocca al suo pelo, dicendo:

— Buona fortuna, caro A’i’ach, caro coraggioso A’i’ach, che Dio ti protegga!

Quei suoni vennero pronunciati da Jannika nella sua lingua, e l’uranide non comprese neppure il gesto.

Un cilindro che la donna gli aveva dato proiettava un forte raggio di luce, ed A’i’ach vide il pendio scosceso sprofondare sotto di lui, e pensò che, se fosse stato sbattuto contro quelle pareti, sarebbe stata la fine. Allora il suo spirito avrebbe dovuto affrontare un viaggio terribile, privo della protezione del corpo, prima di poter raggiungere l’Oltre… se mai ci fosse riuscito e non fosse stato lacerato e disperso prima di arrivare.

Rapidamente, prima che le correnti d’aria potessero impadronirsi di lui, A’i’ach si gettò oltre l’orlo, contrasse il suo globo e discese.

Il terrore generato dall’oscurità e dalle pareti ravvicinate non era uguale a nessun’altra sensazione che avesse provato nella sua vita, e, nel profondo del suo io, A’i’ach era consapevole in modo incandescente: sì, l’umano l’aveva portato in cieli strani.

Attraverso l’oscurità, gli giunse un odore ancora più pungente e si diresse da quella parte: il suo raggio di luce individuò la Bestia, distesa su uno scabro pendio, la bocca ansante e gli occhi ardenti. Si servì della spinta a propulsione gassosa e del sifone per mettersi in posizione fuori portata dalla Bestia, e poi disse in inglese quel che doveva dire:

— Sono v’nuto a salvarti. ***


— Dalle profondità della sua tomba, Erakoum sollevò lo sguardo sul Volatore: riusciva appena a distinguerlo, una pallida luna celata dietro il bagliore di una luce, e lo stupore la trasse fuori dal torpore. Il suo nemico l’aveva forse inseguita fin laggiù spinto dalla propria malevolenza?

Bene! Sarebbe morta combattendo, non a causa della sofferenza che la lacerava.

— Vieni avanti e combatti! — gridò con voce rauca. Se solo avesse potuto affondare i denti nel suo corpo, bere un’ultima sorsata del suo sangue… il ricordo di quel sapore era come un rapido lampo. Durante il tempo seguito allo scontro e che rifiutava di finire, Erakoum aveva pensato che sarebbe già morta se non avesse inghiottito quelle poche gocce di sangue.

Ma il meraviglioso beneficio da esse operato era ormai svanito, e, non appena Erakoum si mosse, cercando di assumere una posizione difensiva, il dolore la trapassò, seguito dall’oscurità. Quando si riscosse, il Volatore era ancora in attesa, e, in mezzo al rombo che l’assordava, Erakoum udì ripetutamente le stesse parole:

— Sono v’nuto a-salvarti.

La lingua degli umani? Questo era l’essere che gli umani preferivano, come preferivano lei, doveva essere lui, anche se il raggio sulla sua testa era celato dalla luce che teneva in uno dei filamenti. Poteva Hugh essere stato sempre in contatto con entrambi?

Erakoum lottò per formulare sillabe per la cui pronuncia la sua gola e la sua bocca non erano certo state create:

— Cho-sa vhu-oi tu? Vha, no stare qhui, vha.

Il Volatore rispose qualcosa che Erakoum non fu in grado di comprendere più di quanto il Volatore avesse compreso le sue parole. Doveva essere sceso laggiù per accertarsi di dove era finita oppure per prendersi gioco di lei mentre moriva. Erakoum tentò debolmente di afferrare una lancia: non era in condizione di scagliarla, ma…

Dallo spazio ignoto dove abitava l’anima di Hugh, Erakoum ricevette un’improvvisa consapevolezza: lui ti vuole salvare.

Impossibile. Ma… ma il Volatore era là. Per quanto delirante, Erakoum riuscì a ricordare che raramente i Volatori si dimostravano così pazienti.

Che altro poteva accaderle se non la morte? Nulla. Si riadagiò sulle sporgenze di roccia: che il Volatore fosse pure il suo destino o il suo Mardudek. Erakoum aveva trovato il coraggio di arrendersi.

La sagoma rimase sospesa. Erakoum percepì nel pelo piccole folate d’aria, ed intuì che quello doveva essere un posto pericoloso anche per il Volatore. Ci fu un susseguirsi a raffica di suoni: il Volatore stava cercando di spiegarle qualcosa, ma era troppo stanca e ferita per ascoltare, e si limitò a stringersi il muso con entrambe le mani, chiedendosi se il Volatore avrebbe compreso il senso di quel gesto.

Forse sì. Esitante, il Volatore si accostò, ed Erakoum rimase immobile, anche quando uno dei filamenti la sfiorò. I filamenti scivolarono sul suo corpo, trovarono un appiglio, si strinsero; attraverso un velo di sofferenza, Erakoum vide la sagoma gonfiarsi: aveva intenzione di sollevarla… fino da Hugh?

Quando il Volatore la sollevò, le ferite di coltello si riaprirono, ed Erakoum strillò, prima di svenire.

La prima cosa che percepì in seguito fu di essere distesa sull’erba sotto un cielo rossastro. Un umano era accoccolato accanto a lei e stava parlando con una piccola scatola che rispondeva con la voce di Hugh. Più indietro, c’era il Volatore, rimpicciolito ed aggrappato ad un cespuglio. La tempesta infuriava e presero a cadere le prime, pungenti gocce di pioggia.

In virtù di quella nascosta percezione propria dei cacciatori, Erakoum comprese che stava per morire: l’umano poteva ricucire i tagli e le ferite, ma non poteva ridarle quello che aveva perduto. Un ricordo… quello che aveva sentito dire, quello che aveva personalmente sperimentato per un breve istante…

— Il sangue del Volatore. Esso mi salverà. Il sangue del Volatore, se è disposto a darmene. — Erakoum non sapeva con certezza se aveva parlato o se stava sognando, e risprofondò nell’oscurità.

Quando tornò di nuovo in sé, il Volatore le stava accanto e l’abbracciava contro la violenza del vento; l’umano stava usando con cautela un coltello su uno dei filamenti, che poi il Volatore inserì fra le fauci di Erakoum. Mentre la pioggia prendeva a cadere con violenza, Erakoum bevve…


Un’alba doppia era sempre uno spettacolo splendido.

Jannika aveva rimandato il momento di riferire ad Hugh le notizie: voleva fargli una sorpresa, preferibilmente quando la sua ansia per il dromide si fosse attenuata, ed ora era giunto il momento. Erakoum sarebbe stata ricoverata per parecchi giorni a Port Kato, il che costituiva un’esperienza interessante per tutte le persone coinvolte, ma sarebbe guarita. A’i’ach aveva già raggiunto il suo Sciame.

Quando Hugh si destò dal sonno, seguito alla spossante veglia al capezzale del dromide, Jannika propose di fare un picnic, e fu commossa dalla rapidità con cui lui accettò. Volarono fino ad un posto che conoscevano, sulle scogliere, e sedettero a guardare l’alba.

All’inizio, Argo, le stelle ed un paio di lune erano soltanto luci; poi, lentamente, il cielo s’illuminò, l’oceano brillò argenteo sotto il blu, Phrixus ed Helle aggirarono il grande pianeta. Canti selvaggi riempirono l’aria satura di un profumo di fiori simili a viole.

— Ho ricevuto una comunicazione dal Centro — disse Jannika, tenendo la mano di Hugh. — È sicuro: il processo chimico è apparso subito chiaro, data l’ulteriore informazione dell’effetto rigenerante del sangue.

— Cosa? — fece Hugh, voltandosi.

— Carenza di manganese — spiegò Jannika. — Un elemento minimo nella biologia dei medeani, ma d’importanza vitale, specialmente per i dromidi ed il loro processo riproduttivo… ed evidentemente anche per qualche altra funzione degli uranidi, dal momento che essi concentrano elevate quantità di quella sostanza. Andando all’ovest a morire, gli uranidi stavano sottraendo una significativa percentuale di quella sostanza dall’ecologia locale, e quindi la risposta è semplice: non c’è bisogno di cambiare le credenze degli uranidi. Per il momento, possiamo procurare una scorta di manganese ed offrirla ai dromidi; in tempi più lunghi, potremo estrarre il minerale dove abbonda e spargerlo sotto forma di polvere sull’isola. I tuoi amici vivranno, Hugh.

Lui rimase in silenzio per qualche tempo, poi… era ancora in grado di coglierla di sorpresa, questo figlio di un minatore dell’interno… disse: — È magnifica, questa soluzione ingegneristica. Ma l’amarezza non scomparirà nell’arco di una notte, e non assisteremo ad un rapido lieto fine. E forse non sarà così neppure per me e per te. — La strinse a sé ed aggiunse: — Dannazione, però, facciamo un tentativo!