Poul Anderson

Il gioco di Saturno


I

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— La Città di Ghiaccio è ora al mio orizzonte — dice Kendrick. Le torri hanno un bagliore azzurro. — Il mio grifone allarga le ali per planare. — Il vento fischia fra quei grandi pinnacoli dai colori dell’arcobaleno. Il manto gli viene sospinto indietro sulle spalle e l’aria penetra nella cotta di maglia permeandolo di freddo. — Mi piego in avanti e cerco di scorgerti. — La lancia che stringe in pugno la bilancia: la punta dell’arma brilla pallidamente per la luce lunare che il martello di Wayland Smith ha imprigionato in essa.

— Sì, scorgo il grifone — risponde Ricia, — alto e distante, come una cometa sulle mura del cortile. Esco di corsa da sotto il portico per vedere meglio. Una guardia cerca di fermarmi, mi afferra per una manica, ma io lacero la stoffa di seta sottile e scatto all’aperto. — Il castello elfico tremola come se le sue mura di ghiaccio scolpito si stessero trasformando in fumo. Lei grida, con passione: — Sei davvero tu, mio adorato?

— Fermi, laggiù! — avverte Alvarlan dalla sua grotta di magie distante dieci leghe. — Invio alle vostre menti questo messaggio: se il Re sospetta che questi è Sir Kendrick delle Isole, gli lancerà contro un drago oppure ti trasporterà dove non ci sarà più speranza di salvarti. Torna indietro, Principessa di Maranoa, fingi di credere che si tratti solo di un’aquila, ed io getterò sulle tue parole un incantesimo che le renda convincenti.

— Rimarrò in alto — dice Kendrick. — A meno che non usi una pietra divinatoria, il Re degli Elfi non scoprirà che questa bestia ha un cavaliere. Di qui, terrò occhio la città ed il castello. — E poi…? Lui non lo sa. Sa solo che la deve liberare o morire nel tentativo. Quanto tempo gli ci vorrà ancora, per quante altre notti dovrà lei sopportare l’abbraccio del Re?

— Pensavo doveste studiare Iapetus — interruppe Mark Danzig.

Il suo tono secco fece tornare alla realtà gli altri tre con un sussulto; Jean Broberg arrossi per l’imbarazzo e Colin Scobie per l’irritazione, mentre Luis Garcilaso scrollava le spalle con un sorriso e tornava a fissare la consolle di pilotaggio davanti alla quale era seduto. Per un momento, la cabina fu piena di silenzio, insieme alle ombre ed alla luminosità dell’universo.

Per favorire l’osservazione dell’esterno, tutte le luci erano spente, fatta eccezione per il tenue bagliore che veniva dagli strumenti; gli oblò dalla parte del sole erano schermati, gli altri erano affollati da stelle tanto numerose e splendenti da soffocare quasi l’oscurità che le imprigionava. In uno degli oblò era incorniciato Saturno, a metà di una sua fase, il lato diurno color oro pallido e solcato da ricche bande fra gli ornamenti dei suoi anelli, il lato notturno debolmente splendente di una luce stellare sopra le nubi, tanto grande a vedersi quanto la Terra rispetto alla Luna.

Più avanti c’era Iapetus. L’astronave ruotava mentre orbitava intorno alla luna, in modo da mantenere un campo visivo costante, ed aveva attraversato la linea diurna, attualmente posta a metà dell’emisfero interno: in questo modo si era lasciata alle spalle la zona spoglia e costellata di crateri, ora immersa nel buio, per sorvolare una zona di ghiacciai illuminata dal sole. Il candore era accecante, brillava con frammenti e scintille di colore che salivano verso il cielo creando forme fantastiche. Anfiteatri, crepacci, caverne, erano orlati di azzurro.

— Mi dispiace — sussurrò Jean Broberg, — ma è troppo bello, incredibilmente splendido, e… è quasi uguale al luogo dove ci aveva portati il nostro gioco. Ci ha colti di sorpresa…

— Uh! — fece Mark Danzig. — Avevate un’idea abbastanza precisa di cosa aspettarvi, quindi avete fatto in modo da condurre il vostro gioco verso qualcosa che gli somigliasse. Non cercate di raccontarmi il contrario: sono otto anni che vedo cose del genere.

Colin Scobie fece un gesto selvaggio. Rotazione e gravità erano troppo tenui perché il peso corporeo fosse rilevante, ed il suo movimento lo fece volare nell’aria dall’altra parte della cabina affollata. Scobie si aggrappò ad un sostegno appena in tempo, prima di sbattere contro il chimico.

— Stai dando a Jean della bugiarda? — ringhiò.

Generalmente, Scobie era di umore allegro e noncurante, e, forse proprio per questo apparve ora improvvisamente minaccioso. Era un uomo di grosse dimensioni, con i capelli color sabbia, sui trentacinque anni; la tuta che indossava non riusciva a nascondere la muscolatura sottostante, ed il cipiglio attuale metteva in evidenza la durezza dei lineamenti.

— Per favore! — esclamò la Broberg. — Non litighiamo, Colin!

Il geologo le lanciò un’occhiata: Jean era una donna snella e dai lineamenti minuti. All’età di quarantadue anni, nonostante il trattamento di longevità, i capelli di un castano rossiccio che le scendevano sulle spalle cominciavano a striarsi di grigio, e le rughe si stavano approfondendo intorno ai grandi occhi grigi.

— Mark ha ragione — sospirò la donna. — Siamo qui per ragioni scientifiche, non per sognare ad occhi aperti. — Protese la mano per toccare il braccio di Scobie, sorridendo timidamente. — Tu sei ancora immerso nel personaggio di Kendrick, vero? Coraggioso, protettivo… — Si arrestò, perché il tono accelerato della sua voce aveva tradito più che un accenno al personaggio di Ricia. Si coprì le labbra ed arrossì di nuovo; una lacrima apparve all’angolo dell’occhio e si allontanò brillando su una corrente d’aria mentre lei si costringeva a ridere. — Io sono soltanto l’esperta di fisica Broberg, moglie dell’astronomo Tom e madre di Jhonnie e Billy.

Il suo sguardo si spostò in direzione di Saturno, quasi cercando la nave su cui la sua famiglia era in attesa. Ed avrebbe anche potuto scorgerla, come una stella che si muoveva navigando fra le altre stelle, se la vela del sole fosse stata spiegata. Ma quella vela era adesso raccolta, e l’occhio nudo non poteva individuare neppure una massa immane come quella del Chronos, a milioni di chilometri di distanza.

— Che male c’è se portiamo avanti la nostra piccola commedia dell’arte? — chiese Luis Garcilaso dal sedile di pilotaggio. La sua strascicata cadenza dell’Arizona era rilassante a sentirsi. — Non atterreremo ancora per qualche tempo, e tutti gli strumenti rimarranno sull’automatico fino ad allora. — Era un uomo piccolo ed abile, dalla pelle abbronzata, ancora ventenne.

Danzig atteggiò il suo volto color cuoio ad un’espressione accigliata. All’età di sessant’anni, grazie alle abitudini oltre che al processo di longevità, possedeva ancora un corpo magro e scattante, e sapeva scherzare sulle sue rughe e sulla crescente calvizie. In quel momento, però, accantonò il proprio umorismo.

— Vuoi dire che non capisci il perché? — Il suo naso a becco accennò in direzione dello schermo d’osservazione che ingrandiva il paesaggio della luna. — Possente Iddio! Questo su cui stiamo per atterrare è un mondo nuovo… piccolo, ma un mondo, e strano in modo che non possiamo neppure immaginare. Prima di noi qui non c’è stato nessuno, fatta eccezione per una sonda automatica ed un apparecchio per analisi a terra, anch’esso automatico, che ha cessato ben presto di trasmettere. Non possiamo fare affidamento solo su strumenti e telecamere: dobbiamo usare anche occhi e cervello! — Si rivolse a Scobie. — Questo, tu te lo dovresti sentire nelle ossa, Colin, almeno tu, se non lo fa nessun altro a bordo. Tu hai lavorato sulla Luna, oltre che sulla Terra; nonostante tutti gli insediamenti, nonostante tutti gli studi che sono stati fatti, non ti è mai capitato d’imbatterti ugualmente in qualche brutta sorpresa?

L’uomo massiccio aveva frattanto riacquistato la calma, ed il suo tono di voce aveva di nuovo la morbidezza che ricordava la serenità delle montagne dell’Idaho sulle quali era nato.

— È vero — ammise. — Non si può mai dire di avere troppe informazioni, quando non si è sulla Terra, e neppure di averne abbastanza, se è per questo. — Fece una pausa, poi aggiunse: — Ma la timidezza può ugualmente essere altrettanto pericolosa quanto l’imprudenza… non che tu sia pauroso, Mark — si affrettò ad aggiungere. — Come, tu e Rachel avreste potuto adesso trovarvi a godere una bella pensione…

— Questa era una sfida — replicò Danzig, rilassandosi e sorridendo, — se posso esprimermi in modo così pomposo. Comunque, abbiamo intenzione di tornare a casa, quando avremo finito qui. Dovremmo arrivare in tempo per il Bar Mitzvah di un pronipote o due, cosa per cui bisogna restare vivi.

— Quello che voglio dire — insistette Scobie, — è che se cominci ad agitarti, rischi di venire a trovarti in una situazione peggiore che non se… Oh, lascia perdere. Probabilmente hai ragione e noi non avremmo dovuto cominciare a lavorare di fantasia. Il panorama si è impadronito di noi, ma non succederà più.

Eppure, quando lo sguardo di Scobie tornò a posarsi sul ghiacciaio, in esso non c’era la freddezza dello scienziato, come non c’era neppure negli occhi di Broberg o Garcilaso.

— Il gioco, quel dannato gioco infantile — mormorò Danzig, picchiandosi il pugno sul palmo della mano. — Possibile che non avessero nulla di meno folle cui pensare?


II

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Possibile che non avessero nulla di meno folle cui pensare? Forse non l’avevano.

Per poter rispondere a questo interrogativo bisogna prima riesaminare un po’ di storia passata. Quando le prime operazioni industriali nello spazio offrirono la speranza di salvare la civiltà, e la Terra, dalla rovina, divenne manifesta la necessità di acquisire conoscenze molto più vaste sugli altri pianeti, prima di passare allo sviluppo di tali operazioni. Gli sforzi in tal senso iniziarono in direzione di Marte, il pianeta meno ostile. Nessuna legge naturale proibiva l’invio di una piccola astronave con equipaggio laggiù, ma a sconsigliare l’impresa era l’assurdità di impiegare così tanto carburante, tempo e fatica quanti erano necessari, al solo scopo di permettere ad un gruppetto di persone di trascorrere pochi giorni in un’unica località.

La costruzione del J. Peter Vajk richiese più tempo e costi maggiori, ma diede il suo corrispettivo quando la nave, virtualmente una colonia in se stessa, spiegò la sua immensa vela solare e trasportò un migliaio di persone alla meta in sei mesi e con una certa comodità. Quel corrispettivo crebbe in maniera impressionante allorché i coloni spedirono sulla Terra, dalla stazione orbitale, la percentuale dei preziosi minerali di Phobos di cui non avevano bisogno per i loro scopi. Quegli scopi, naturalmente, prevedevano uno studio il più completo possibile, ed a lungo termine, di Marte, compreso l’invio sul pianeta di moduli ausiliari per permanenze sempre più prolungate su tutta la superficie.

È sufficiente richiamare alla memoria questi dati; non serve passare alla descrizione dettagliata del trionfo di questo sistema in tutta la zona interna del Sistema Solare, fino a Giove. La tragedia del Vladimir divenne un incentivo per compiere un altro tentativo alla volta di Mercurio, e, in maniera secondaria e politicamente motivata, indusse il consorzio Britannico-Americano a varare il progetto Chronos.

Il nome dato a quell’astronave era più appropriato di quanto s’immaginasse, dal momento che il tempo richiesto per il viaggio fino a Saturno era di otto anni.

Non sono solo gli scienziati a dover essere gente sana e dalla mente attiva. Membri d’equipaggio, tecnici, medici, amministratori, insegnanti, sacerdoti, intrattenitori… ogni elemento di un’intera comunità deve essere tale. Ciascuno deve possedere più di una singola capacità, per una eventuale sostituzione d’emergenza, e deve mantenere attive quelle capacità mediante una regolare e noiosa ripetizione. L’ambiente era limitato ed austero, le comunicazioni con la patria si trasformarono ben presto in una serie di impulsi radio; individui cosmopoliti si trovarono a vivere in quello che era in pratica una sorta di villaggio isolato. Che cosa potevano fare?

C’erano compiti assegnati: progetti civili, specialmente lavori destinati ad apportare migliorie all’interno dell’astronave; lavori di ricerca, stesura di libri, studio di qualche materia, attività sportive, clubs per coltivare hobby, organizzazioni per fornire servizi o manifatture, interazioni di tipo più privato, oppure… C’era un’ampia scelta di nastri televisivi, ma il Controllo Centrale li rendeva disponibili soltanto per tre ore ogni ventiquattro, per evitare d’incoraggiare l’abitudine alla passività.

I singoli individui borbottavano, litigavano, formavano e scioglievano combriccole, formavano e scioglievano matrimoni o relazioni di tipo meno esplicito, generavano ed allevavano occasionali figli, adoravano, deridevano, imparavano, desideravano, e, per lo più, trovavano una ragionevole soddisfazione nella vita. Ma per alcuni, compresa una grossa porzione degli individui più dotati, ciò che marcava la differenza fra quella vita e l’infelicità erano i loro psicodrammi.

Minamoto

La luce dell’alba scivolò oltre il ghiaccio, fino alla roccia: era una luce al contempo tenue e violenta, ma sufficiente a fornire a Garcilaso gli ultimi dati necessari alla discesa.

Il sibilo del motore si spense, un impatto fece tremare lo scafo, poi i sostegni d’atterraggio assorbirono l’urto e scese l’immobilità. L’equipaggio rimase in silenzio per qualche tempo, lo sguardo fisso su Iapetus.

Nella zona immediatamente circostante regnava una desolazione come quella che regna nella maggior parte del Sistema Solare. Una pianura velata d’oscurità s’incurvava visibilmente verso un orizzonte che, ad altezza d’uomo, distava appena tre chilometri. Dall’altezza della cabina, si poteva vedere più lontano, ma questo serviva soltanto ad accentuare la sensazione di trovarsi su una piccola palla roteante fra le stelle. Il suolo era coperto da un velo sottile di polvere cosmica e ghiaia; qua e là un cratere secondario o una massa sporgente si sollevava per proiettare lunghe, taglienti ombre, di un nero assoluto. I riflessi luminosi riducevano il numero di stelle visibili e trasformavano il cielo in una coppa colma di oscurità notturna. A mezza strada fra lo zenith ed il sud, una metà di Saturno e dei suoi anelli rendeva il panorama splendido.

Lo stesso faceva il ghiacciaio… o i ghiacciai? Nessuno lo sapeva per certo. L’unica conoscenza era che, visto da lontano, Iapetus aveva un vivido splendore nella parte occidentale della sua orbita mentre diventava opaco in quella orientale, perché un lato era coperto di un materiale biancastro mentre l’altro non lo era. La linea di divisione passava a poca distanza e quasi al di sotto del pianeta che Iapetus fronteggiava eternamente. Le sonde inviate dal Chronos avevano riferito che lo strato bianco era spesso, con uno spettro che lasciava perplessi e che variava da un punto all’altro, e poche altre cose.

In quel momento, quattro umani stavano osservando quel vuoto cosparso di avvallamenti, e vedevano qualcosa di meraviglioso levarsi oltre il confine di quel mondo: da nord a sud si stendevano bastioni, merli, torri, abissi, picchi e colline, le cui forme e tonalità davano adito ad un’infinità di fantasie. Sulla destra, Saturno proiettava una morbida luce ambrata, che andava però quasi completamente perduta a causa del bagliore proveniente da est, dove il sole, ridotto quasi alle dimensioni di una stella per la distanza, manteneva comunque una luminosità troppo forte per poter essere fissata, appena al di sopra dell’orizzonte. Laggiù, la coltre argentea esplodeva in un bagliore adamantino di luce infranta, in gelidi azzurri e verdi. Feriti fino a lacrimare dalla lucentezza, gli occhi videro quell’immagine tremolare ed ondeggiare, quasi confinasse con la terra dei sogni o con il Mondo del Fiabesco. Tuttavia, nonostante tutta quella delicatezza intricata, sotto sotto rimaneva la sensazione di gelo e di una massa brutale: qui vivevano anche i Giganti di Gelo.

La Broberg fu la prima a sussurrare qualche parola.

— La Città di Ghiaccio.

— Magica — replicò Garcilaso, con voce altrettanto bassa. — Il mio spirito si potrebbe perdere per sempre vagando laggiù, e non sono certo che me ne importerebbe. La mia grotta non è nulla rispetto a questo, nulla…

— Aspettate un momento! — scattò Danzig, allarmato.

— Oh, sì, controllate l’immaginazione, prego. — Per quanto Scobie si affrettasse a pronunciare quelle parole di rinsavimento, esse risuonarono più asciutte del necessario. — Sappiamo in base alle trasmissioni delle sonde che la scoperta è, ecco, simile al Gran Canyon. Certo, è più spettacolare di quanto ci fossimo resi conto, il che suppongo la renda ancora più misteriosa. — Si rivolse alla Broberg. — Non ho mai visto ghiaccio o neve scolpiti in quel modo, e tu, Jean? Hai detto di aver visto un sacco di montagne e di scenari invernali durante la tua infanzia nel Canada.

— No, mai. — L’esperta in fisica scosse il capo. — Non sembra una cosa possibile. Cosa può averla provocata? Qui non esiste clima… oppure sì?

— Forse è responsabile lo stesso fenomeno che ha lasciato nudo l’altro emisfero — suggerì Danzig.

— O che ha coperto un intero emisfero — fece Scobie. — Un oggetto del diametro di millesettecento chilometri non dovrebbe avere gas, gelati o meno, tranne che si tratti di una sfera fatta interamente di tali sostanze, come una cometa, il che sappiamo non è. — Come a voler dimostrare quel dato, Scobie staccò un paio di pinze da una vicina rastrelliera per attrezzi, le lanciò in aria e le riprese mentre scendevano lentamente. Anche i novanta chili del suo corpo qui ne pesavano soltanto sette, e, per causare un fenomeno del genere, il satellite doveva essere essenzialmente roccioso.

— Smettiamo di scambiarci fatti e teorie che conosciamo già — osservò Garcilaso con impazienza, — e cominciamo a cercare le risposte.

— Sì, andiamo fuori. — Un crescente senso di rapimento si stava impadronendo della Broberg. — Laggiù.

— Aspettate! — protestò Danzig, mentre Garcilaso e Scobie annuivano con vigore, — non potete dire sul serio! Ci vuole cautela, un’avanzata graduale…

— No, è troppo bello per far questo. — C’era un brivido nella voce della Broberg.

— Sì, al diavolo il tergiversare — rincarò Garcilaso. — Abbiamo bisogno almeno di un’esplorazione preliminare, subito.

— Intendi dire che vuoi andare anche tu, Luis? — Il cipiglio di Danzig si accentuò. — Ma tu sei il pilota.

— Una volta a terra, sono assistente generale, capo cuoco e lavapiatti per voi scienziati. Vuoi che rimanga seduto senza far niente, quando c’è qualcosa di simile da esplorare? — La voce di Garcilaso si fece più calma. — Inoltre, se mi dovesse succedere qualcosa, uno qualsiasi di voi sarebbe in grado di pilotare, con l’aiuto di qualche consiglio radio dal Chronos ed effettuando l’avvicinamento finale sotto controllo remoto.

— È senz’altro ragionevole, Mark — discusse Scobie. — Contrario alla dottrina, è vero, ma la dottrina è stata creata per noi e non viceversa. È una breve distanza, la gravità è bassa e staremo in guardia contro eventuali rischi. Il punto è che, fino a quando non avremo qualche idea sulla natura di quel ghiaccio non sapremo a cosa diavolo dobbiamo fare attenzione, quando siamo in queste vicinanze. No, compiremo prima un rapido giro; al nostro ritorno elaboreremo un piano.

— Posso ricordarti che se qualcosa andasse male, gli eventuali aiuti sono ad almeno cento ore di distanza? — chiese Danzig, irrigidendosi. — Un velivolo ausiliario come questo non può andare troppo veloce se poi deve tornare indietro, e ci vorrebbe ancora più tempo per richiamare le grosse navi da Titano e Saturno.

— E posso ricordarti a mia volta — ribatté Scobie, arrossendo per il sottinteso insulto, — che, una volta atterrati, il capitano sono io? Io dico che un’esplorazione immediata è sicura e raccomandabile. Tu rimani pure qui, se lo desideri… In effetti, sì, tu devi rimanere: la dottrina è giusta quando asserisce che un’imbarcazione non deve mai essere abbandonata.

Danzig l’osservò per parecchi secondi prima di mormorare:

— Però Luis viene, vero?

— Sì! — gridò Garcilaso, tanto forte da far risuonare la cabina.

— È tutto a posto, Mark — disse gentilmente la Broberg, battendo un colpetto sulla mano inerte del vecchio. — Ti porteremo un po’ di campioni da analizzare, dopodiché non sarei sorpresa di scoprire che le tue saranno le migliori idee sulla procedura da seguire.

Danzig scosse il capo, ed improvvisamente parve molto stanco.

— No — replicò, con voce monotona. — Vedi, io sono solo un vecchio chimico industriale ficcanaso che ha visto in questa spedizione l’occasione per svolgere ricerche interessanti. Durante tutto il viaggio nello spazio mi sono dato da fare con attività normali, comprese, lo ricorderai, un paio d’invenzioni che desideravo avere il tempo di completare. Voi tre siete più giovani, più romantici…

— Oh, smettila, Mark. — Scobie tentò di ridere. — Magari Jean e Luis lo sono, un poco, ma quanto a me, lo sono quanto un piatto di guazzetto di frattaglie.

— Hai giocato a quel gioco, un anno dopo l’altro, fino a quando il gioco non ha cominciato ad avere la meglio su di te. Questo è quanto sta succedendo in questo momento, non importa se tu tenti di spiegare razionalmente le tue motivazioni. — Lo sguardo che Danzig teneva fisso sul suo amico geologo perse la sua luce di sfida e si fece malinconico. — Potresti provare a ricordarti di Delia Ames.

— E lei cosa c’entra? — Scobie era risentito. — La questione riguardava solo lei e me, e nessun altro.

— Salvo che per il fatto che, dopo, lei è andata a piangere sulla spalla di Rachel e che Rachel non ha segreti per me. Non ti preoccupare, non ho intenzione di fare chiacchierare in merito, ed in ogni caso Delia ha superato la cosa. Comunque, se i tuoi ricordi sono obiettivi, dovresti riuscire a vedere cosa ti era successo già tre anni fa.

Scobie serrò la mascella, e Danzig accennò un sorriso con l’angolo della bocca, aggiungendo:

— No, suppongo che non lo veda. Ammetto che io stesso non avevo idea di quanto la cosa fosse avanzata, fino ad ora. Almeno, mantieni le tue fantasie sullo sfondo, mentre sei là fuori, vuoi? Ci riuscirai?


* * *

Nel corso di cinque anni di viaggio, l’appartamento di Scobie era diventato idiosincraticamente suo… forse in misura maggiore di quanto fosse normale, perché lui era rimasto uno scapolo che raramente godeva della compagnia di una donna per più di pochi turni di guardia per volta. Buona parte del mobilio l’aveva costruita lo stesso Scobie, dato che la sezione agricola della Chronos produceva anche legno, oltre che cibo ed aria fresca. Il mobilio da lui fabbricato tendeva ad essere massiccio, e le decorazioni intagliate in esso arcaiche. Scobie attingeva dalla banca dei dati la maggior parte di ciò che desiderava leggere, naturalmente, ma su uno scaffale conservava qualche vecchio libro… le ballate di frontiera di Childe, una Bibbia di famiglia del diciottesimo secolo (nonostante fosse un agnostico), una copia del Macchinario della Libertà, che era ormai quasi disintegrato ma in cui si distinguevano ancora la firma dell’autore e svariati altri elementi di valore. Al di sopra di essi, c’era il modellino di una barca a vela con cui Scobie aveva navigato nelle acque dell’Europa Settentrionale ed un trofeo che aveva vinto giocando a palla a mano a bordo dell’astronave. Alle paratie erano appese alcune sciabole da scherma e parecchie fotografie… dei genitori e dei fratelli, di zone selvagge della Terra che aveva visitato, di castelli, montagne e brughiere della Scozia che aveva anche visitato spesso, del suo gruppo geologico sulla Luna, di Thomas Jefferson e, perfino, di Robert the Bruce.

Una sera in particolare, tuttavia, Scobie era seduto davanti al suo televisore, con le luci abbassate in modo da assaporare appieno le immagini. I moduli ausiliari erano fuori per un’esercitazione congiunta, ed un paio dei membri del loro personale stavano sfruttando l’opportunità per trasmettere le immagini di quello che vedevano.

Era una cosa splendida. Lo spazio stellato formava un calice per la Chronos. I due enormi cilindri che ruotavano maestosamente in senso contrario, l’intero complesso di collegamenti, oblò, portelli, schermi, collettori, trasmittenti ed hangar, tutto diveniva squisitamente artistico visto alla distanza di parecchie centinaia di chilometri. La vela solare era ciò che occupava la maggior parte dello schermo, simile ad una ruota dorata che girasse su se stessa; eppure, la visione a distanza permetteva anche di apprezzare la sua trama intricata come una ragnatela, le curve enormi e sottili, perfino l’incredibile sottigliezza. Era un’opera più possente delle piramidi, più perfetta di un cromosomo ristrutturato, quella nave che avanzava verso Saturno che era ormai divenuto il secondo faro più brillante del firmamento.

Il campanello della porta trasse Scobie dal suo stato di esaltazione; si mosse per attraversare la stanza ed inciampò con un piede in una gamba del tavolo, per colpa della forza di Coriolis. Quel fenomeno era tenue quando uno scafo di quelle dimensioni ruotava su se stesso per garantire la forza di gravità, ed era una cosa cui Scobie si era da tempo abituato; ma, di tanto in tanto, quando qualcosa lo assorbiva molto, le abitudini acquisite sulla Terra tornavano a farsi sentire. Scobie imprecò contro la propria disattenzione ma con allegria, dato che prevedeva di trascorrere dei momenti piacevoli.

Quando aprì la porta, Delia Ames entrò con un solo, lungo passo, e si richiuse immediatamente il battente alle spalle, appoggiandosi ad esso; era una donna alta e bionda, che si occupava della manutenzione elettronica e svolgeva tutta una serie di altre attività collaterali.

— Ehi! — disse Scobie. — Cosa c’è che non va? Hai l’aria… — tentò di scherzare — … di qualcosa cui il mio gatto abbia dato la caccia, se a bordo avessimo topi o pesci fuor d’acqua.

Delia trasse un respiro rauco e parlò con accento australiano talmente pronunciato per l’agitazione da rendere le sue parole quasi incomprensibili per Scobie.

— Io… oggi… mi sono trovata a sedere allo stesso tavolino di George Harding, al caffè…

Un senso di disagio attraversò Scobie. Harding lavorava nello stesso dipartimento della Ames ma aveva molte più cose in comune con lui: nel gruppo di gioco cui appartenevano entrambi, Harding aveva anche lui assunto un ruolo vagamente ancestrale, N’Kuma, l’Uccisore di Leoni.

— Cosa è successo? — chiese Scobie, e ricevette un’occhiata colma di dolore.

— Ha accennato… che tu e lui e gli altri… avreste trascorso insieme le vostre prossime vacanze… per portare avanti la vostra dannata commedia senza interruzioni.

— Come, ma sì. Il lavoro al nuovo parco, su nello Scafo di Prua verrà sospeso fino a quando sarà stato riciclato il metallo necessario per le condutture dell’acqua. La zona rimarrà libera, ed il mio gruppo ha organizzato di trascorrere l’equivalente di una settimana…

— Ma tu ed io dovevamo andare al Lago Armstrong!

— Uh, aspetta, quella era solo un’idea di cui avevamo parlato, non un progetto definito, e questa è un’occasione insolita… un’altra volta, dolcezza, mi dispiace. — Le aveva preso le mani, che erano gelate, ed aveva azzardato un sorriso. — Su, via, avevamo intenzione di consumare insieme una cenetta festiva e di trascorrere, diciamo così, una tranquilla serata in casa. Ma per cominciare, queste splendide immagini sullo schermo…

Delia si liberò con uno strattone, e quel gesto parve calmarla.

— No, grazie — replicò, con voce piatta. — Non quando tu preferisci la compagnia di quella Broberg. Sono venuta solo a dirti di persona che intendo togliermi di mezzo fra voi due.

— Eh? — Scobie indietreggiò. — Cosa diavolo intendi dire?

— Lo sai perfettamente!

— Non lo so affatto! Lei… io… lei è felicemente sposata, ha due figli, è più vecchia di me… siamo amici, certo, ma tra noi non c’è mai stata una cosa che non fosse aperta e chiara… — Scobie deglutì. — Tu credi che possa essere innamorato di lei?

— Non ho intenzione di essere una semplice comodità per te, Colin. — La Ames aveva distolto lo sguardo, torcendosi le dita. — Tu hai un sacco di comodità del genere, ed io speravo… Ma mi sbagliavo, ed ho intenzione di troncare le mie perdite prima che peggiorino.

— Ma… Dee… giuro che non mi sono innamorato di nessun’altra e che io… io… giuro che non sei soltanto un corpo per me, sei una persona meravigliosa… — Delia era rimasta muta e chiusa in se stessa. Scobie si morse un labbro prima di riuscire a dire: — Bene, lo ammetto, la ragione principale per cui mi sono offerto volontario per questo viaggio è stata che ero uscito perdente da una faccenda di cuore, sulla Terra. Non che il progetto non m’interessi, ma sono giunto a comprendere quanto esso sia estraneo alla mia vita. Tu, più che qualsiasi altra donna, tu, Dee, mi hai aiutato ad accettare meglio la situazione.

— Ma non quanto ci è riuscito lo psicodramma, vero? — replicò la donna, con una smorfia.

— Ehi, non devi pensare che sia ossessionato da quel gioco; non lo sono. È solo divertimento e… oh, forse «divertimento» è un termine troppo debole… ma comunque si tratta solo di un gruppetto di persone che si riunisce regolarmente per recitare. È come la scherma, il club di scacchi o… o qualsiasi altra cosa.

— Bene, allora — chiese Delia, raddrizzando le spalle, — sei disposto ad annullare quell’impegno ed a trascorrere le tue vacanze con me?

— Io… uh… non posso farlo, non a questo punto. Kendrick non si trova nella corrente periferica degli eventi, è strettamente collegato a tutti i personaggi: se non andassi, rovinerei ogni cosa anche agli altri.

— Molto bene. — Delia lo fissò con fermezza. — Una promessa è una promessa, o almeno credo. Ma in futuro… Non temere, non sto cercando d’intrappolarti, non servirebbe a nulla, vero? Tuttavia, se continuiamo la nostra relazione, ti toglierai da quel gioco?

— Non posso… — L’ira si era impadronita di lui. — No, dannazione! — ruggì.

— Allora addio, Colin — concluse Delia, ed uscì, lasciandolo a fissare per parecchi minuti la porta che si era richiusa alle spalle.


Al contrario dei grossi velivoli per l’esplorazione delle vicinanze di Titano e Saturno, i moduli per l’atterraggio su lune prive di atmosfera erano semplici moduli di trasporto Luna-spazio modificati, affidabili, ma con capacità limitate. Quando la forma massiccia fu scomparsa oltre l’orizzonte, Garcilaso annunciò alla radio:

— Abbiamo perso di vista il modulo, Mark, e devo dire che questo migliora il panorama. — Uno dei microsatelliti di comunicazione che erano stati lanciati in orbita trasmise le sue parole.

— Allora farete meglio a cominciare a segnare la strada — rammentò Danzig.

— Via, via, sei proprio uno che si preoccupa, vero! — Comunque, Garcilaso si tolse dalla cintura la pistola a schizzo e tracciò sul terreno un vivido cerchio di vernice fluorescente, cosa che avrebbe fatto nuovamente ad intervalli fino a che il gruppo avesse raggiunto il ghiacciaio. Salvo i punti in cui la polvere era fitta sul suolo, le impronte lasciate dai tre erano leggiere a causa della scarsa gravità, ed addirittura assenti quando c’era da camminare su un tratto di roccia.

Camminare? No, balzare. I tre si avviarono a grandi balzi, ben poco ostacolati dalle tute spaziali, dalle unità di supporto vitale, dagli attrezzi e dalle razioni. Il terreno nudo fuggì dinnanzi alla loro fretta, ed il ghiaccio si fece sempre più alto, chiaro, glorioso a vedersi, incombente.

Non c’era davvero modo per descriverlo. Si poteva parlare di pendii più bassi e di cime più elevate fino ad un’altitudine di un centinaio di metri, con vette che torreggiavano ancora più su. Si poteva parlare di forme graziosamente incurvate che collegavano quelle vette, di parapetti di merletto e crepacci, ed aperture arcuate di grotte piene di meraviglie, di misteriosi azzurri nel profondo e di verdi là dove la luce scorreva attraverso sostanze traslucenti, di un bagliore di gemme sul candore dove luce ed ombre intrecciavano danze… e nulla di tutto questo avrebbe trasmesso una descrizione più efficace del precedente paragone, sia pure inadeguato, fatto da Scobie con il Gran Canyon.

— Fermi — disse per la dodicesima volta. — Voglio scattare qualche fotografia.

— Riuscirà a comprenderle chi non è stato qui? — sussurrò la Broberg.

— Probabilmente no — replicò Garcilaso con la stessa voce sommessa, — forse non comprenderà mai nessun altro eccetto noi tre.

— Cosa vuoi dire con questo? — chiese Danzig.

— Non importa — scattò Scobie.

— Credo di saperlo — replicò il chimico. — Sì, è uno scenario grandioso, ma voi vi state lasciando ipnotizzare.

— Se non la smetti con queste ciance — lo ammonì Scobie, — ti taglierò fuori dal circuito. Dannazione, abbiamo del lavoro da fare, smettila di starci addosso.

— Scusa — sospirò Danzig. — Uh, avete trovato qualche indizio sulla natura di quella… quella cosa?

— Ecco — fece Scobie, un po’ ammorbidito, mettendo a fuoco la sua telecamera, — la differenza di sfumature e composizione, e l’indubbia differenza di forme sembrano confermare quello che gli spettri riflessi delle sonde avevano suggerito. La composizione è un misto, una mescolanza casuale o tutte e due le cose insieme di svariati materiali, e varia da un punto all’altro. La presenza del ghiaccio d’acqua è ovvia, ma sono sicuro anche del diossido di carbonio e scommetterei che ci sono pure ammoniaca, metano e forse quantità minori di altre sostanze.

— Metano? Ma può rimanere solido, a temperatura ambiente, nel vuoto?

— Dovremo verificarlo. Comunque, scommetterei che per la maggior parte del tempo la temperatura è sufficientemente bassa, almeno per gli strati di metano che si trovano giù nell’interno e sottoposti a pressione.

Dentro l’elmetto trasparente, i lineamenti della Broberg si atteggiarono ad entusiasmo.

— Aspetta! — esclamò. — Ho un’idea… su cosa può essere accaduto alla sonda che è atterrata. — Trasse il fiato. — Ricorderai che è scesa quasi ai piedi del ghiacciaio. La nostra visuale del luogo dallo spazio sembrava indicare che fosse stata sepolta da una valanga, ma non siamo riusciti a capire cosa potesse averla provocata. Ebbene, supponiamo che uno strato di metano collocato proprio nel punto sbagliato, si sia furo: il calore delle radiazioni dei motori può averlo riscaldato, e più tardi il raggio radar impiegato per ottenere i contorni della mappa deve aver aggiunto i pochi gradi necessari. Lo strato si è fuso e tutto quello che c’era sopra è precipitato giù.

— È plausibile — ammise Scobie. — Congratulazioni, Jean.

— Nessuno aveva pensato in anticipo a questa possibilità? — derise Garcilaso. — Che razza di scienziati abbiamo con noi?

— Scienziati che si sono trovati stracarichi di lavoro dopo che abbiamo raggiunto Saturno, ed ancora di più per l’afflusso dei dati — rispose Scobie. — L’universo è più grande di quanto vi rendiate conto tu o chiunque altro, testa calda.

— Oh, certo, senza offesa.! Lo sguardo di Garcilaso tornò a posarsi sul ghiaccio. — Sì, non esauriremo mai i misteri, vero?

— Mai. — Gli occhi ardenti della Broberg si erano fatti enormi. — Al cuore di tutte le cose ci sarà sempre la magia. Il Re Elfo regna…

— Smettetela di cianciare e muoviamoci — ordinò secco Scobie, riponendo in tasca la telecamera.

Il suo sguardo incontrò per un momento quello della Broberg: nella strana luce incerta era possibile vedere che la donna era impallidita e poi arrossita, prima di balzare accanto a lui.


Ricia era andata da sola nel Bosco Lunare nella Sera di Mezz’Estate. Il Re l’aveva trovata là e l’aveva presa per sé come lei sperava. L’estasi si era tramutata in terrore quando poi lui l’aveva portata via; eppure, la sua prigionia nella Città di Ghiaccio le aveva arrecato molte altre ore come quelle, e bellezze e meraviglie ignote ai mortali. Alvarlan, il suo mentore, aveva inviato il proprio spirito a cercarla, ed era lui stesso perplesso di fronte a ciò che aveva scoperto. Gli era costato uno sforzo di volontà rivelare a Sir Kendrick delle Isole dove lei si trovasse, quantunque questi si fosse impegnato ad aiutare a liberarla.

N’Kuma l’Uccisore di Leoni, Béla del Confine Orientale, Karina del Lontano Ovest, Lady Aurelia, Olav Maestro d’Arpa: nessuno di costoro era stato presente quando ciò era accaduto.


Il ghiacciaio (un nome errato per qualcosa che poteva non aver paragone in tutto il Sistema Solare) sorgeva dalla pianura, improvviso come un muro. Stando fermi là, i tre non potevano più scorgere le sue vette, ma potevano vedere che il pendio, che si curvava ripido in alto fino ad una cima filigranata, non era liscio. Le ombre giacevano azzurre in innumerevoli piccoli crateri, ed il sole era salito abbastanza in alto da crearle. Un giorno su Iapetus equivaleva a settantanove giorni terrestri. La domanda di Danzig gracchiò nei loro microfoni.

— Adesso siete soddisfatti? Volete tornare prima che un’altra valanga vi investa?

— Non succederà — rispose Scobie. — Noi non siamo un veicolo, e la configurazione locale è evidentemente stabile da secoli. Inoltre, che senso ha una spedizione umana se nessuno svolge indagini?

— Vedo se riesco ad arrampicarmi — si offrì Garcilaso.

— No, aspetta — ordinò Scobie. — Io ho una certa esperienza in fatto di montagne e di banchi di neve, per quel che può valere qui. Lascia a me il compito di trovare prima una strada adeguata.

— Volete andare su quella roba, tutti quanti? — esplose Danzig. — Avete perso completamente la testa?

— Mark, ti avverto di nuovo. — Le labbra e le sopracciglia di Scobie si serrarono. — Se non tieni le tue emozioni sotto controllo ti taglieremo fuori. Procederemo per un tratto, se io decido che la via è sicura.

Si mise a camminare avanti a indietro, nella maniera fluttuante causata dalla riduzione di peso, mentre esaminava il ghiacciaio: era facile vedere strati e blocchi di differenti sostanze, simili a differenti conci disposti vicino ad una dimora elfica… quando non erano tanto enormi da denotare l’opera di un gigante. I piccoli crateri potevano essere postazioni di sentinelle lungo questi più bassi bastioni delle difese della Città…

Garcilaso, il più vivace fra gli uomini, rimase immobile, lasciando vagare il suo sguardo sul panorama; la Broberg s’inginocchiò ad esaminare il suolo, ma anche i suoi occhi continuarono a fissarsi verso l’alto.

— Colin, vieni qui, per favore — chiamò infine. — Credo di aver fatto una scoperta.

Scobie le si avvicinò, e, nel rialzarsi, la donna raccolse una manciata di piccole particelle nere dalle rocce su cui si trovava e le lasciò filtrare attraverso il guanto.

— Sospetto sia questo il motivo per cui la linea di confine del ghiaccio è così brusca — gli disse.

— Cos’è — chiese Danzig, da lontano, ma non ottenne risposta.

— Ho notato la presenza di una quantià sempre maggiore di polvere man mano che procedevamo — proseguì la Broberg. — Se essa andasse a cadere su tratti e spuntoni isolati di sostanza gelata e li coprisse, assorbirebbe energia solare fino a farli squagliare, o, per lo meno, sublimare. Perfino le molecole d’acqua fuggirebbero nello spazio, con una gravità tanto bassa. La massa principale del ghiaccio era troppo vasta per un fenomeno del genere, la solita legge del quadrato del cubo: in quel caso, i granelli di sabbia si sarebbero semplicemente aperti la strada per un breve tratto per poi venire coperti quando il materiale circostante fosse crollato loro addosso, ed il processo si sarebbe arrestato.

— Hmm… — Scobie sollevò una mano per grattarsi il mento, incontrò invece l’elmetto ed abbozzò un sogghigno a proprie spese. — Mi sembra ragionevole. Ma… da dove è venuta tutta questa polvere, ed anche il ghiaccio, già che ci siamo?

— Io credo… — la voce della donna si abbassò fino ad essere appena udibile, ed il suo sguardo si spostò nella stessa direzione di quello di Garcilaso, mentre quello di Scobie rimase fisso sul suo volto, profilato contro le stelle. — Io credo che questo confermi la tua ipotesi della cometa, Colin. Una cometa ha colpito Iapetus. È venuta dalla direzione da cui è venuta perché si è avvicinata talmente a Saturno da essere costretta a descrivere una curva a spillone intorno al pianeta. Era enorme, ed il suo ghiaccio ha ricoperto quasi un intero emisfero, nonostante una quantità molto maggiore si sia vaporizzata e sia andata perduta. La polvere proviene in parte di là, ed in parte è stata generata dall’impatto.

— La tua teoria, Jean! — esclamò Colin, abbracciando le sue spalle chiuse nella tuta. Io non sono stato il primo a proporre l’idea della cometa, ma tu sei la prima a fornire dei dettagli di prova.

Jean non parve notare l’osservazione se non per ciò che mormorò ancora:

— La polvere può spiegare anche l’erosione che ha determinato quelle deliziose formazioni. Ha provocato una diversa fusione e sublimazione della superficie, a seconda dei disegni secondo cui è caduta e dei miscugli di ghiaccio cui si è aggrappata prima di essere lavata via o incorporata. I crateri, quelli più piccoli ed anche quelli più grandi che abbiamo osservato dall’alto, hanno un’origine separata ma simile. Meteoriti…

— Aspetta un po’ — obiettò Scobie. — Qualsiasi meteorite di dimensioni rispettabili emanerebbe tanta energia da far fondere la maggior parte dell’intera distesa.

— Lo so. Il che dimostra che la collisione con la cometa è una cosa recente, avvenuta meno di mille anni fa, altrimenti oggi noi non vedremmo questo miracolo. Nulla di grosso ha più colpito Iapetus da allora. Sto pensando a piccole pietre, sabbia cosmica, che abbiano orbitato intorno a Saturno e quindi abbiano colpito con bassa velocità relativa. Per lo più hanno creato semplici ammaccature nel ghiaccio. Rimanendo là, però, raccolgono calore solare perché sono scure e lo irradiano a loro volta fondendo le loro immediate vicinanze fino a sprofondare. Le cavità che esse lasciano riflettono radiazioni incidenti da un lato all’altro e così continuano ad ingrandirsi: è l’effetto marmitta. Ed ancora, siccome ghiacci diversi hanno proprietà differenti, non si ottengono crateri perfettamente lisci, bensì quelle fantastiche coppe che abbiamo visto prima di atterrare.

— Per Dio! — esplose Scobie. — Sei un genio!

Elmetto contro elmetto, Jean sorrise e disse:

— No, è ovvio, una volta che lo si è visto di persona. — Rimase quieta per un po’, mentre si tenevano abbracciati. — L’intuito scientifico è una cosa buffa, lo ammetto — proseguì infine. — Mentre consideravo il problema, non ero quasi conscia della mia mente logica. Quello che ho pensato era… La Città di Ghiaccio, fatta con pietre di stella da ciò che un dio aveva invocato dal cielo…

— Gesù Maria! — Garcilaso ruotò su se stesso per fissarli.

— Cercheremo una conferma — aggiunse Scobie, con voce incerta, lasciando andare la donna. — A quel grosso cratere che abbiamo avvistato poco più avanti. La superficie sembra sicura a camminarci sopra.

— Ho chiamato quel cratere la Sala da Ballo del Re Elfo — rifletté la Broberg, come se le stesse tornando in mente un sogno.

— State attenti! — risuonò la risata di Garcilaso. — Laggiù c’è un gran numero di incantesimi. Il Re è soltanto un erede: sono stati i giganti a costruire queste mura, per gli dèi.

— Ebbene, devo trovare una via per entrare, non ti pare? — replicò Scobie.

— Davvero — dice Alvarlan. — Da questo punto in poi non ti posso più guidare. Il mio spirito può vedere soltanto attraverso occhi mortali, ed io ti posso fornire soltanto i miei consigli, fino a che raggiungeremo il cancello.

— State sognando ad occhi aperti quella vostra fiaba? — gridò Danzig. — Tornate indietro, prima di farvi uccidere tutti!

— La vuoi smettere? — ringhiò Scobie. — Non è altro che un modo di parlare che usiamo tra noi. Se non riesci a capirlo, vuol dire che sei meno capace di noi di usare il cervello.

— Mi vuoi ascoltare? Non ho detto che siete pazzi: non avete allucinazioni o cose del genere, dico solo che avete indirizzato le vostre fantasie verso un luogo di questo tipo e che ora la realtà le ha rinforzate al punto che siete sotto un impulso che non riuscite a riconoscere. Vi spingereste allo sbaraglio in modo così incosciente in qualsiasi altro luogo dell’universo? Riflettete!

— Questo fa traboccare il vaso. Riprenderemo il contatto dopo averti dato un po’ di tempo per migliorare le tue maniere. — Scobie chiuse il suo interruttore radio principale. I circuiti che rimasero in funzione servivano per la comunicazione a distanza ravvicinata ma non avevano la forza di raggiungere i satelliti orbitali. I suoi compagni lo imitarono, quindi si girarono tutti e tre verso l’imponente massa che avevano dinnanzi.

— Mi puoi aiutare a trovare la Principessa, quando saremo dentro, Avarlan — dice Kendrick.

— Lo posso e lo farò — promette il mago.

— Ti aspetto, o più risoluto fra i miei amanti — dice sommessamente Ricia.

Solo, nel modulo spaziale, Danzig si disse, quasi singhiozzando:

— Oh, sia dannato in eterno quel gioco! — Ma il suono di quelle parole cadde nel vuoto.


III

<p>III</p>

Condannare lo psicodramma, anche nella sua forma più accentuata, equivarrebbe a condannare la natura umana.

Esso ha inizio durante l’infanzia. Il gioco è una cosa necessaria ad un mammifero immaturo, costituisce un mezzo per imparare ad usare il proprio corpo, le sue percezioni ed il mondo esterno. Il giovane umano gioca, deve giocare, anche con il cervello, e, quanto più il bambino è intelligente, tanto più la sua immaginazione ha bisogno di esercizio. Esistono vari gradi di attività, dal guardare passivamente uno schermo, fino al leggere, al sognare ad occhi aperti, al narrare una storia, ed allo psicodramma… cosa per cui il bambino non ha una denominazione così fantasiosa.

Non possiamo dare un’unica descrizione di questo comportamento, perché la sua forma e il suo sviluppo dipendono da un numero interminabile di variabili, fra le quali il sesso, l’età, la cultura d’appartenenza ed i compagni di gioco sono soltanto le più ovvie. Per esempio, nell’America Settentrionale dell’era pre-elettronica, le bambine erano solite giocare spesso alla «casa», mentre i ragazzini giocavano ad «indiani e cowboy» oppure a «guardie e ladri», mentre al giorno d’oggi può accadere che un gruppo misto di loro discendenti giochi ai «delfini» oppure ad «astronauti ed alieni». In sintesi, si forma un gruppetto, all’interno del quale ciascun membro si crea un personaggio da rappresentare o ne prende uno a prestito da qualche racconto. È possibile l’impiego di semplici attrezzi di contorno, armi giocattolo oppure un oggetto qualsiasi… un bastone, per esempio… che viene identificato con qualcos’altro, un individuatore di metalli o un’altra cosa altrettanto immaginaria, come immaginario è quasi sempre anche lo scenario. I bambini recitano allora un dramma che essi stessi compongono man mano che il gioco procede; quando è impossibile eseguire fisicamente una certa azione, la si descrive a parole. («Faccio un salto molto in alto, come si può fare su Marte, e supero l’orlo della vecchia Valles Marineris e prendo quel bandito di sorpresa.) Generalmente, un ampio cast di personaggi, specialmente cattivi, viene ad esistere di comune accordo.

Il membro del gruppo più dotato d’immaginazione domina il gioco e l’evoluzione della storia, anche se in modo molto sottile, offrendo agli altri le più vivide possibilità; anche gli altri, tuttavia, sono di solito soggetti più intelligenti della media, perché lo psicodramma in questa forma così altamente sviluppata non attira tutti.

Per coloro che vengono attratti, gli effetti sono benefici e durano una vita; inoltre, accrescendo la creatività del bambino man mano che il gioco continua, lo psicodramma permette di realizzare differenti versioni di svariati ruoli e di esperienze di adulti, e pertanto fa sì che i bambini cominciano ad acquisire una certa comprensione dell’essere adulti.

Questo tipo di recitazione finisce quando ha inizio l’adolescenza se non prima… ma soltanto in quella forma e non necessariamente per sempre. Anche gli adulti hanno molti giochi-sogno, come è facile vedere per esempio nelle logge, con i loro titoli, costumi e cerimonie; e non è forse questo ciò che anima in ugual misura ogni parata o cerimonia? Fino a che punto i nostri eroismi, i nostri sacrifici e l’accrescimento del nostro io non sono altro che la recitazione di un personaggio che continuiamo a tenere in vita? Alcuni pensatori hanno tentato di rintracciare questo elemento in ogni aspetto della società.

Qui, tuttavia, quello che c’interessa è lo psicodramma manifestamente svolta fra adulti. Nella civiltà Occidentale, esso ha fatto la sua prima comparsa su scala notevole durante la metà del ventesimo secolo, perché gli psichiatri trovarono in esso una potente tecnica diagnostica e terapeutica. Fra la gente comune, giochi di guerra o di fantasia, molti dei quali coinvolgevano l’identificazione con personaggi storici o immaginari, divennero sempre più popolari. In parte questo fu senza dubbio un ritrarsi di fronte alle restrizioni ed alle minacce di quell’infelice periodo, ma si trattò in gran parte anche di una rivolta della mente contro i divertimenti passivi, principalmente la televisione, che erano divenuti dominanti come forma di ricreazione.

Il Caos pose fine a quelle attività, e tutti sanno della loro ripresa in tempi recenti… per scopi più sani, c’è da sperare. Proiettando scene tridimensionali e suoni adeguati da una banca dati… o, meglio ancora, facendoli produrre secondo necessità da un computer,… i giocatori ottenevano un senso di realtà che accentuava la loro concentrazione mentale ed emotiva; eppure in quei giochi che procedevano episodio dopo episodio, un anno di tempo reale dopo l’altro, ogni volta che due o più membri di un gruppo si riunivano per giocare, si sviluppò una dipendenza sempre minore da simili supporti esteriori. Parve che, attraverso la pratica, i giocatori riacquistassero la vivida immaginazione della loro infanzia e riuscissero a trasformare qualsiasi cosa, anche il nulla, negli oggetti e nei mondi desiderati.

Ho ritenuto necessario ripetere queste cose tanto ovvie in modo da poterle osservare in prospettiva. Le notizie trasmesse da Saturno hanno generato una sensazione diffusa di repulsione (Perché? Quali paure nascoste sono state stuzzicate? Questo argomento è oggetto di una ricerca potenzialmente importante). Nel giro di una notte, lo psicodramma per adulti è divenuto impopolare e potrebbe anche estinguersi, il che, sotto molti aspetti, sarebbe una tragedia peggiore di quella che si è verificata laggiù. Non c’è motivo di pensare che quel gioco possa aver danneggiato qualsiasi persona sana di mente sulla Terra; al contrario, ha indubbiamente aiutato gli astronauti a rimanere sani di mente e sul chi vive nel corso di lunghe e difficili missioni, e, se non trova più applicazione medica, è solo perché la psicoterapia è da molto tempo diventata una branca della biochimica applicata.

Ed appunto la scarsità di esperienza del mondo moderno riguardo alla follia, è alla radice di ciò che è accaduto. Anche se non avrebbe potuto prevedere le esatte conseguenze della cosa, uno psichiatra del ventesimo secolo avrebbe comunque dato un parere negativo circa il fatto di trascorrere otto anni, un periodo di tempo senza precedenti, in un ambiente strano come quello della Chronos. E strano quell’ambiente si è certo rivelato, nonostante tutti gli sforzi… limitato, totalmente controllato dall’uomo, privo degli innumerevoli suggerimenti per i quali la nostra evoluzione sulla Terra ci ha forgiati. I coloni lontani dalla Terra hanno avuto a disposizione, fino ad oggi, una serie di simulazioni e di compensazioni, fra cui la più significativa è sicuramente l’esistenza di uno stretto e totale contatto con la patria e la frequente opportunità di tornarvi per una visita. Il tempo necessario per il viaggio fino a Giove era lungo, ma solo la metà di quello occorrente per arrivare a Saturno, ed inoltre, siccome il loro era uno dei primi viaggi, gli scienziati a bordo della Zeus ebbero da svolgere una gran quantità di ricerche con cui occupare il periodo del viaggio, cosa che i viaggiatori successivi non avevano più motivo di fare a loro volta, perché ormai lo spazio interplanetario fra i due giganti dello spazio conteneva ben poche sorprese.

Gli psicologi contemporanei erano consapevoli di questo, comprendevano che le persone colpite più negativamente sarebbero state quelle più intelligenti, immaginose e dinamiche… quelle stesse che, una volta su Saturno, avrebbero dovuto effettuare quelle scoperte che costituivano lo scopo dell’impresa. Avendo minore familiarità di quanta ne avessero avuta i loro predecessori con il labirinto che, infestato dal Minotauro, si trova nascosto sotto la sfera cosciente di ogni mente umana, gli psicologi si aspettavano soltanto conseguenze positive da qualsiasi psicodramma i membri dell’equipaggio avessero inventato.

Minamoto

Gli assegnamenti alle diverse squadre non erano stati effettuati prima della partenza, perché era più ragionevole permettere alle capacità professionali dei vari membri di rivelarsi e di accrescersi durante il viaggio, contemporaneamente alle relazioni personali. Alla fine, quei fattori sarebbero serviti a decidere quali individui andavano addestrati per i differenti compiti. La partecipazione a lungo termine ad un gruppo di giocatori serviva normalmente a creare legami di amicizia che erano desiderabili, se i membri di quei gruppi erano qualificati anche sotto altri aspetti.

Nella vita reale, Scobie si era sempre attenuto allo stretto rispetto delle convenienze nei confronti della Broberg. Era una donna attraente, ma monogama, e lui non aveva alcun desiderio di offenderla, senza contare che provava simpatia per suo marito. (Tom non partecipava al gioco, perché, essendo un astronomo, aveva una quantità di cose che lo tenevano felicemente impegnato.) Giocavano ormai da un paio d’anni, ed il loro gruppo aveva acquisito tanti personaggi quanti ne poteva contenere una narrazione il cui intreccio ed i cui personaggi si stavano facendo sempre più complessi, prima che Scobie e la Broberg arrivassero a parlare di qualcosa di intimo.

In quel periodo, la storia che stavano recitando aveva a sua volta preso una piega intima, e forse non era stato per caso che i due si erano incontrati quando entrambi avevano qualche ora di libertà. Era accaduto nell’aria di ricreazione in assenza di gravità, nell’asse rotante. Avevano rimbalzato nell’aria, gridando e ridendo, fino a sentirsi piacevolmente stanchi, quindi erano tornati agli spogliatoi, avevano restituito le tute ed avevano fatto una doccia. Nessuno dei due aveva mai visto l’altro nudo prima di allora, e, se nessuno dei due aveva fatto commenti, Scobie non aveva però nascosto di godere dello spettacolo, mentre la Broberg era arrossita ed aveva distolto lo sguardo con il massimo tatto possibile. Più tardi, asciutti e rivestiti, avevano deciso di bere qualcosa prima di tornare a casa, e si erano recati alla sala bar.

Dal momento che il turno serale stava per cedere il passo a quello notturno, avevano il posto tutto per loro. Al bar, Scobie aveva selezionato un bicchiere di Scotch per sé ed un Pinot Chardonnay per la Broberg. La macchina li aveva serviti subito ed essi avevano portato le bibite sulla balconata, dove si erano seduti ad un tavolo, lo sguardo fisso sull’immensità antistante. Il club era costruito all’interno della struttura di supporto ad un livello con gravità lunare. Sopra di loro, vedevano il cielo dove si erano librati come uccelli, e che non appariva affatto soffocato dalle distanziate e sottili travature più di quanto lo fosse dalle poche nuvolette vaganti. Al di là, e direttamente dinnanzi a loro, i ponti opposti erano un mischiarsi di masse e di forme trasformate in qualcosa di misterioso dalla scarsa illuminazione di quell’ora. In mezzo a quelle ombre, gli umani immaginarono di vedere foreste, sorgenti, polle, rese bianche o luminose dalla luce stellare che colmava le zone panoramiche che davano sul cielo. A destra ed a sinistra, lo scafo si stendeva a perdita d’occhio, una massa d’oscurità tale che le lampade presenti vi sembravano come smarrite.

L’aria era fredda, vagamente odorosa di gelsomino, imbevuta di silenzio; sul sottofondo ed all’interno di essa, ad un livello subliminale, vibravano le miriadi di pulsazioni vitali della nave.

— Magnifico — osservò la Broberg, a bassa voce, lo sguardo fisso verso l’esterno. — Che sorpresa!

— Eh? — fece Scobie.

— In precedenza, ero venuta qui solo di giorno, e non mi aspettavo che una semplice rotazione dei riflettori potesse rendere tutto tanto splendido.

— Oh, non sottovaluterei il panorama diurno: è molto impressionante.

— Sì, ma… ma allora si vede chiaramente che è tutto fatto dall’uomo, che non c’è nulla di selvaggio, sconosciuto, libero. Il sole nasconde le stelle, ed è come se non esistesse alcun universo al di fuori di questo guscio in cui ci troviamo. Stanotte è come essere a Maranoa — Il regno di cui Ricia è Principessa, un regno di cose e di costumi antichi, di zone selvagge e di incantesimi.

— Hmmm, già, qualche volta mi sento come intrappolato anch’io — ammise Scobie. — Pensavo di avere una scorta di dati geologici da studiare che mi sarebbe durata per tutto il viaggio, ma il mio progetto non si sta sviluppando in alcun modo interessante.

— Lo stesso vale per me. — La Broberg si raddrizzò sul sedile, si volse verso di lui e sorrise. La penombra addolciva i suoi lineamenti e la faceva sembrare più giovane. — Non che abbiamo diritto a commiserarci: qui siamo al sicuro e godiamo di ogni comodità, finché arriveremo su Saturno; quindi non ci dovrebbero mancare occasioni eccitanti né materiale su cui lavorare lungo il viaggio di ritorno a casa.

— Vero. — Scobie sollevò il suo bicchiere. — Bene, Skoal. Spero di non averlo pronunciato male.

— E come faccio a saperlo? — rise lei. — Il mio nome da ragazza era Almyer.

— Giusto, hai adottato il cognome di Tom. Non ci stavo pensando. Ma, non è una cosa abbastanza insolita, di questi tempi?

— La mia famiglia era benestante, ma era… è di fede Cattolica — replicò la Broberg, allargando le mani. — Sono molto rigidi in merito ad alcune cose, arcaicisti, potresti anche dire. — Sollevò il bicchiere e sorseggiò il vino. — Oh, certo, ho lasciato la Chiesa, ma, sotto molti aspetti, la Chiesa non lascerà mai me.

— Capisco. Non per fare il ficcanaso, ma… uh… questo spiega alcuni tratti del tuo carattere per i quali non riuscivo a meravigliarmi.

— Per esempio? — chiese la Broberg, osservandolo da sopra l’orlo del bicchiere.

— Ecco, tu hai un sacco di vitalità, di vigore, ti piace divertirti, ma sei anche… come dire… domestica in modo fuori del comune. Mi hai detto che eri un tranquillo membro di facoltà della Yukon University prima di sposare Tom. — Scobie sorrise. — Dal momento che voi due mi avete gentilmente invitato alla festa del vostro ultimo anniversario e che conosco la tua età attuale, ho dedotto che allora dovevi avere trent’anni. — Non menzionò la probabilità che fosse arrivata ancora vergine a quell’età. — Nondimeno… oh, lascia perdere, ho detto che non volevo ficcanasare.

— Va’ avanti, Colin — lo incitò lei. — Mi è rimasto in mente quel verso di Burns, da quando tu mi hai fatto conoscere le sue poesie: «Poter vedere noi stessi come gli altri ci vedono!» Siccome sembra che finiremo per visitare la stessa luna…

— Oh! — Scobie trangugiò un grosso sorso di whiskey. — Non è molto — disse, con involontaria diffidenza, — ma se vuoi saperlo, ecco, la mia impressione è che essere innamorata non è stata l’unica buona ragione per sposare Tom. Lui era già stato accettato per questa spedizione, e, considerate le tue specifiche qualifiche, saresti stata accettata anche tu. In breve, ti eri stancata della tua routine rispettabile, e questo era un modo per dare un calcio a tutto. Ho ragione?

— Sì. — Il suo sguardo indugiò su di lui. — Sei più percettivo di quanto supponessi.

— No, in realtà no. Sono solo un mastino selvatico ed attaccabrighe. Ma il personaggio di Ricia ha reso evidente che non sei soltanto una mite moglie e madre, ed una scienziata… — Jean schiuse le labbra per replicare ma Scobie sollevò una mano. — No, per favore, fammi finire. So che è cattiva educazione sostenere che il personaggio adottato da qualcuno non è che una realizzazione dei propri desideri, ma non è questo quello che sto facendo. Naturalmente, tu non desideri essere una femmina vagabonda dai liberi amori più di quanto io desideri andarmene in giro a cavallo ad affettare un assortimento di nemici. Eppure, se tu fossi nata e cresciuta nel mondo del nostro gioco, sono certo che somiglieresti molto a Ricia, e quel potenziale è parte di te, Jean. — Scobie finì il liquore di un sorso. — Se ho detto troppo, per favore, scusami. Ne vuoi un altro?

— Meglio di no, ma non sentirti obbligato ad imitarmi.

— No di certo. — Scobie si alzò e si allontanò a balzi.

Al suo ritorno, si accorse che la Broberg Io stava osservando attraverso la porta trasparente. Quando sedette, la donna sorrise, si sporse un po’ verso di lui e bisbigliò:

— Sono felice che tu abbia detto quello che hai detto, perché adesso posso dichiarare che Kendrick ti rivela per un uomo estremamente complesso.

— Cosa? — chiese Scobie, onestamente sorpreso. — Ma via! È un vagabondo munito di spada e lancia, un tipo cui piace viaggiare, come a me; e, quando ero ragazzo, ero rissoso quanto lui.

— Può darsi che manchi di esteriorità, ma è un cavaliere valoroso, compassionevole, conosce saghe e tradizioni, apprezza musica e poesia, è un po’ anche bardo… Ricia sente la sua mancanza. Quando tornerà dalla sua ultima impresa?

— Sto tornando a casa proprio adesso. N’kuma ed io siamo sfuggiti a quei pirati e siamo approdati ad Haverness due giorni fa. Dopo che abbiamo seppellito il bottino, lui desiderava andare a trovare Béla e Karma per unirsi a loro in quello che stavano facendo, qualsiasi cosa fosse, così per ora ci siamo separati. — Scobie ed Harding si erano di recente presi qualche ora di libertà per concludere quell’avventura, mentre il resto del gruppo era da qualche tempo dedito ad occupazioni mondane.

— Da Haverness alle Isole? — chiese la Broberg, dilatando gli occhi. — Ma io sono al Castello Deveranda, esattamente a metà strada!

— Speravo che fossi là.

— Non posso aspettare oltre per sentire la tua storia.

— Sto continuando a viaggiare con il buio. La luna risplende ed ho un paio di cavalli di scorta che ho acquistato con qualche moneta d’oro del bottino. — La polvere rotola bianca sotto gli zoccoli battenti; là dove un ferro del cavallo colpisce un ciottolo di selce, scaturiscono ardenti scintille. Kendrick si acciglia. — Ma tu non sei con… come si chiama?… Joranil Rosso? Non mi piace quel tipo.

— L’ho sbattuto fuori un mese fa. Si era messo in testa che dividere il mio letto gli conferisse qualche autorità su di me, e comunque non era mai stato altro che un ragazzaccio chiassoso. Sono sola sulla Torre di Gerfalcon, e guardo verso sud, sui campi illuminati dalla luna, chiedendomi come tu stia. La strada scorre verso di me come un grigio fiume: è un cavaliere quello che scorgo galoppare molto, molto lontano?

Dopo parecchi mesi di gioco, le immagini sullo schermo non erano più necessarie. I pennoni, sospinti dal vento notturno, sventolano verso le stelle.

— Arrivo, e suono il corno per destare i custodi della porta.

— Come rammento quelle liete note…

Quella stessa notte, Kendrick e Ricia diventano amanti. Esperti del gioco ed attenti a rispettare le sue regole, Scobie e la Broberg non scesero in dettagli in merito a quell’unione; non si toccarono neppure per mano e mantennero solo un fugace contatto visivo. L’ultimo scambio di saluti serali fu estremamente decoroso: dopo tutto, quella era una storia che stavano componendo a proposito di due personaggi fittizi su un mondo che non era mai esistito.


I pendii inferiori del ghiacciaio si levavano in arcate che erano anch’esse profondamente concave; gli umani camminarono lungo i loro bordi, ammirando le stravaganti formazioni sottostanti, ed intanto una serie di nomi salivano loro alle labbra: il Giardino Gelato, il Ponte Spettrale, il Trono della Regina delle Nevi, mentre Kendrick avanza nella Città e Ricia lo attende nella Sala da Ballo, e lo spirito di Alvarlan fa da messaggiero fra i due, cosicché è come se la Principessa stesse già camminando a fianco del suo cavaliere. A vanzarono comunque con attenzione, spiando con cautela ogni eventuale segno di pericolo, specialmente quando una mutazione di struttura, di colore o di qualsiasi altra cosa sulla superficie su cui procedevano tradiva un cambiamento nella sua natura.

Al di sopra del costone più alto si levava un’altura troppo ripida per poter essere scalata, nonostante la minima gravità di Iapetus: il muro della fortezza. Tuttavia, dal cielo il gruppo aveva scorto un’apertura che formava un passo e che doveva indubbiamente essere stata creata da qualche piccola meteorite, durante la guerra fra dèi e maghi, quando le pietre cantanti scesero dal cielo apportando una rovina tale che in seguito nessuno osò tentare la ricostruzione. Era una scalata irreale, su un percorso racchiuso fra cime che brillavano di un bagliore azzurrino da esse stesse generato, con la volta celeste ridotta ad una cintura dove le stelle sembravano splendere con raddoppiato vigore.

— Devono esserci sentinelle all’apertura — osserva Kendrick.

— Una sola guardia — replica il sussurro mentale di Alvarlan, — ma si tratta di un drago. Se combatti con lui, il frastuono e le fiamme attireranno su di te ogni guerriero presente qui. Non temere: scivolerò nel suo cervello ardente ed intesserò un sogno tale che non ti vedrà passare.

— Il Re potrebbe percepire l’incantesimo — dice Ricia, tramite il mago. — Dal momento che tu sarai comunque separato da noi mentre controllerai il cervello della bestia, Alvarlan, io cercherò il Re e lo distrarrò.

Kendrick fa una smorfia, ben sapendo quali siano i mezzi che Ricia intende impiegare. Lei gli ha detto quanto desideri la libertà ed il suo cavaliere, ma ha anche lasciato intuire che il modo di amare degli elfi trascende quello umano: desidera forse un ultimo momento di quell’amore prima di essere salvata?… Ebbene, né Ricia né Kendrick hanno giurato né praticato fedeltà ad una sola persona. Certamente, Colin Scobie non lo aveva mai fatto; con un sorriso divertito, Scobie continuò a camminare nel silenzio che era sceso sul terzetto.

Arrivarono in cima alla massa glaciale e si guardarono intorno: Scobie emise un fischio, e Garcilaso balbettò:

— G…G…Gesù Cristo!

La Broberg congiunse le mani di scatto.

Sotto di loro, il precipizio scendeva su alcuni costoni modellati in un modo che assumeva un aspetto completamente nuovo e soprannaturale, fatto di bagliori ed ombre, fino a terminare nella pianura. Vedendo quello spettacolo da tanto alto, la curvatura della luna faceva venir voglia di artigliare il suolo con i piedi per aggrapparsi ad esso e non essere scaraventati fra le stelle che circondavano, più che sovrastare, quella sfera. Il veicolo spaziale sorgeva minuscolo sulla pietra scura e butterata come un cenotafio rassegnato alla solitudine.

Verso oriente, il ghiaccio si sporgeva oltre il campo visivo, che era molto limitato. (— Laggiù ci potrebbero essere i confini del mondo — osservò Garcilaso, e Ricia risponde: — Sì, la Città sorge vicino ad essi.)

Conche di dimensioni differenti, collinette, crepacci, nessuno eroso alla stessa maniera degli altri, trasformavano quel tratto altrimenti pianeggiante in un labirinto surreale. Un costone che sembrava un arabesco traforato e che sorgeva dov’era la meta prefissa dagli esploratori, sormontava l’orizzonte, e tutto ciò che era illuminato brillava dolcemente. Per quanto fosse caldo, il sole proiettava una luce equivalente forse a quella che cinquemila Lune piene avrebbero potuto riversare sulla Terra; verso sud, il grande semidisco di Saturno forniva una luminosità pari a circa una volta e mezza quella della Luna, ma in quella direzione la distesa di ghiacci brillava di un pallido colore ambrato.

— Bene, vogliamo andare? — chiese Scobie, scuotendosi, e quella domanda prosaica parve colpire gli altri, perché Garcilaso si accigliò mentre la Broberg sussultava. La scienziata si riprese però subito.

— Sì, affrettiamoci — dice Ricia. — Sono nuovamente sola. Sei uscito dalla mente del drago, Alvarlan?

— Sì — la informa il mago. — Kendrick è sano e salvo dietro il palazzo in rovina. Dicci qual è la strada migliore per raggiungerti.

— Vi trovate alla Casa della Corona, consunta dal tempo. Dinnanzi a voi c’è la Strada dei Fabbricanti di Scudi…

Scobie si accigliò.

— È mezzogiorno, quando gli elfi non vanno in giro — dice Kendrick, in tono di comando e di ammonizione. — Non desidero incontrare nessuno di loro: niente lotte né complicazioni. Ti prenderemo e fuggiremo senza ulteriori guai.

La Broberg e Garcilaso si mostrarono delusi, ma compresero: il gioco finiva quando uno dei personaggi rifiutava d’accettare qualche nuovo particolare inserito da un compagno di gioco, ed in quei casi spesso i fili della narrazione non venivano ripresi e riallacciati per parecchi giorni. La Broberg sospirò.

— Segui la strada fino alla fine, dove c’è un foro e sgorga una fontana di neve — spiega Ricia. — Attraversa il foro e continua lungo il Viale Aleph Zain: lo riconoscerai a causa di un cancello a forma di teschio con le mandibole aperte. Se vedi da qualche parte un bagliore d’arcobaleno nell’aria, rimani immobile fino a che sarà svanito, perché si tratterà di un lupo aurorale…

Ad un trotto favorito dalla bassa gravità, furono sufficienti appena una trentina di minuti per coprire la distanza. Nell’ultimo tratto, i tre furono costretti ad effettuare grandi deviazioni a causa di blocchi di ghiaccio dalla composizione tanto sottile che scivolava sotto gli stivali e minacciava d’inghiottirli. Parecchi di quei blocchi erano disseminati a regolari intervalli intorno alla loro meta.

Una volta giunti, i tre viaggiatori si arrestarono nuovamente, persi nella morsa della meraviglia.

Il bacino ai loro piedi doveva giungere fin quasi al fondo roccioso, era profondo un centinaio di metri ed ampio quasi il doppio. Sul suo ciglio si ergeva il muro che avevano visto dall’altura, un arco lungo ed alto una cinquantina di metri, in nessun punto più spesso di cinque metri, traforato da intricate spire ornamentali che splendevano di un bagliore verde quando non erano trasparenti. Quello era il limitare superiore di uno strato che formava una serie di dentellature giù per il cratere. E c’erano altre sporgenze e altri burroni dall’aspetto ancora più fantastico… era forse quella una testa d’unicorno, quell’altra un colonnato di cariatidi, era quello un inginocchiatoio di ghiaccio?… Il profondo abisso era come un lago di fredde ombre azzurre.

— Sei giunto, Kendrick, adorato! — grida Ricia, gettandosi fra le sue braccia.

— Quieta! — avverte la mente di Alvarlan il saggio. — Non destare i nostri immortali nemici.

— Sì, dobbiamo tornare indietro. — Scobie sbatté le palpebre. — Per tutti i preti giudei, cosa ci ha preso? Il divertimento è divertimento, ma noi ci siamo certo spinti più lontano e più in fretta di quanto fosse sicuro fare, non vi pare?

— Rimaniamo ancora un poco — supplicò la Broberg. — Questo è un tale miracolo… la Sala da Ballo del Re Elfo, che il Signore della Danza ha costruito per lui…

— Ricordate che se rimaniamo saremo catturati, e la nostra prigionia potrebbe durare per sempre. — Scobie azionò l’interruttore radio principale della sua tuta. — Pronto, Mark? Mi ricevi?

Né la Broberg né Garcilaso fecero altrettanto, e non udirono la voce di Danzig.

— Oh, sì! Sono rimasto raggomitolato sulla trasmittente mordendomi le nocche. Come state?

— Benone. Siamo vicino a quel grosso buco e torneremo indietro non appena avremo scattato qualche fotografia.

— Non sono state inventate ancora le parole per esprimere il sollievo che provo. Valeva la pena di correre quel rischio, da un punto di vista scientifico?

Scobie sussultò e si guardò intorno.

— Colin? — chiamò Danzig. — Ci sei?

— Sì. Sì.

— Ti ho chiesto quali osservazioni importanti avete fatto.

— Non lo so — mormorò Scobie. — Non riesco a ricordare: dopo che abbiamo iniziato ad arrampicarci, nulla è più parso reale.

— Farete meglio a tornare subito indietro — disse cupo Danzig, — ed a scordarvi di quelle fotografie.

— Giusto. — Scobie si rivolse ai suoi compagni. — Avanti, march!

— Non posso — risponde Alvarlan. — Un incantesimo vagante ha catturato il mio spirito fra volute di fumo.

— So dove è custodita una daga di fuoco — dice Ricia. — Tenterò di rubarla.

La Broberg si mosse in avanti, come per scendere nel cratere: minuscole particelle di ghiaccio si staccarono dall’orlo sotto i suoi stivali. La donna avrebbe potuto facilmente perdere l’equilibrio e scivolare giù.

— No, aspetta! — le grida Kendrick. — Non è necessario. La punta della mia lancia è di lega lunare, e può tagliare…

Il ghiacciaio tremò, il costone si spezzò in due e cadde a brandelli, mentre l’area su cui si trovavano i tre umani si staccava dal resto e precipitava nella conca, seguita da una valanga. Cristalli gettati in aria riflessero la luce del sole, brillando come prismi quasi a sfidare le stelle per poi discendere quietamente e giacere immoti.

Fatta eccezione per le onde d’urto attraverso i solidi, tutto era accaduto nell’assoluto silenzio che regna nello spazio.

Un battito di cuore dopo l’altro, Scobie recuperò faticosamente i sensi, e si trovò bloccato, immobilizzato nell’oscurità e nella sofferenza. La tuta gli aveva salvato e gli stava tuttora salvando la vita, e, per quanto stordito, non aveva subito una commozione vera e propria. Tuttavia, ogni respiro portava un dolore terribile, e sembrava che un paio di costole sul fianco sinistro si fossero fratturate: l’impatto tremendo doveva aver intaccato il metallo. Ed era sepolto sotto un peso tale che non era certo in grado di smuovere.

— Pronto! — tossì al microfono. — Non mi sente nessuno?

L’unica risposta fu il pulsare del suo sangue. Se la radio funzionava ancora… ed avrebbe dovuto, essendo costruita all’interno della tuta… la massa che lo circondava faceva da schermo.

E risucchiava anche il calore con una velocità stupefacente e senza precedenti. Scobie non sentiva freddo perché il sistema elettrico traeva energia dalla cellula di alimentazione con tutta la velocità necessaria a mantenere caldo il suo corpo ed a riciclare chimicamente l’aria. In genere, quando perdeva calore per via della radiazione… ed un poco anche attraverso gli stivali dalla suola di kerosoam… la domanda di calore alla cellula era preponderante. Adesso, un fenomeno di conduzione si stava verificando su ogni centimetro quadrato, e, per quanto possedesse un’unità di scorta nell’equipaggiamento assicurato alla schiena, Scobie non aveva modo di raggiungerla.

A meno che… con una risatina che sembrava un guaito, fece sforzo e sentì la sostanza che lo imprigionava cedere di pochissimo, sotto la pressione delle gambe e delle braccia, mentre un leggero rumore gli risuonava nell’elmetto, un fruscio, un gorgoglio. Quello che lo circondava non era ghiaccio d’acqua, ma una sostanza il cui punto di congelamento era molto inferiore, ed adesso Scobie la stava fondendo e sublimando, creandosi un po’ di spazio.

Se fosse rimasto immobile, sarebbe sprofondato, mentre le masse gelate sovrastanti scivolavano giù per mantenerlo all’interno della sua tomba. Questo avrebbe anche potuto creare nuove e superbe formazioni, ma lui non ci sarebbe stato per vederle. Invece, doveva usare le sue poche capacità per farsi strada verso l’alto, arrampicarsi, aggrapparsi a pezzi di sostanza che ancora non galleggiassero, aprirsi un varco fino alle stelle.

Iniziò a scavare.

Un senso di agonia lo prese ben presto: il respiro attraversava gracchiando i polmoni infiammati, le forze gli si assottigliavano ed un tremito s’impossessò di lui, tanto che non avrebbe saputo dire se stava salendo o scivolando all’indietro. Accecato, semi-soffocato, Scobie trasformò le proprie mani in artigli e scavò.

Era una cosa troppo insopportabile, e la sua mente rifuggì da essa…

Essendo falliti i suoi potenti incantesimi, il Re Elfo aveva fatto crollare in rovina le sue temibili torri. Se lo spirito di Alvarlan fosse rientrato nel suo corpo, il mago avrebbe riflettuto sulle cose che aveva visto, ed avrebbe compreso cosa esse significassero, ed una simile conoscenza avrebbe dato ai mortali un terribile potere contro il Mondo Incantato. Uscendo dal sonno, il Re aveva scorto Kendrick sul punto di liberare quello spirito. Non c’era tempo per fare altro se non spezzare l’incantesimo che manteneva in piedi la Sala da Ballo. Essa era per lo più costruita di nebbia e polvere di stelle, ma anche da un sufficiente numero di blocchi scavati dal lato gelato di Ginnungagap che avrebbero ucciso il cavaliere quando fossero crollati. Anche Ricia sarebbe perita, ed il Re, nel suo intelletto simile a mercurio, ne provò dispiacere, ma pronunciò ugualmente la parola necessaria.

Il Re non sapeva quanto le ossa e la carne riuscissero a sopportare i colpi. Sir Kendrick si apre lottando la strada fra le rovine, per cercare e salvare la sua dama. Mentre lo fa, si rincuora con il pensiero di avventure trascorse e future…

…Ed improvvisamente la coltre si aprì ed apparve Saturno, scintillante con i suoi anelli.

Scobie cadde prono sulla superficie e rimase disteso e tremante.

Si doveva alzare, non importava quanto gli dolessero le ferite, se non voleva fondere ancora il ghiaccio e scavarsi un’altra tomba. Si issò faticosamente in piedi e si guardò intorno.

Della scultura rimaneva ben poco che non fossero sporgenze e cicatrici; la maggior parte del cratere era divenuta una liscia e bianca distesa sotto il cielo, e l’assenza di ombre rendeva difficile valutare la distanza, ma Scobie intuì che la nuova profondità del cratere doveva essere di una settantina di metri, e vuota… vuota.

— Mark, mi senti? — gridò.

— Sei tu, Colin? — risuonò una voce nel suo auricolare. — In nome di Dio, cosa è successo? Ti ho sentito gridare, ed ho visto una nube sollevarsi e ricadere… poi più niente per oltre un’ora. State bene?

— Io sì, all’incirca. Non vedo Jean o Luis. Una frana ci ha colti di sorpresa e ci ha seppelliti. Resta in linea mentre cerco.

Quando si alzò in piedi, scoprì che le costole gli facevano meno male e che poteva muoversi con sufficiente disinvoltura, se solo faceva un po’ di attenzione. I due tipi di analgesico standard che aveva nel pronto soccorso erano entrambi inutili, perché uno era troppo leggero per dare un effettivo sollievo mentre l’altro era talmente potente che lo avrebbe intorpidito. Cercando di qua e di là, trovò ben presto quello che cercava, una depressione nel materiale franoso simile a neve, leggermente fusa.

Fra le attrezzature del suo equipaggiamento standard c’era anche un arnese per scavare trincee, e Scobie, accantonando la sofferenza, si mise a scavare: comparve una testa chiusa in un elmetto, quella della Broberg, la quale stava a sua volta scavando verso l’esterno.

— Jean!

— Kendrick! — La donna sgusciò fuori, ed i due si abbracciarono, tuta contro tuta. — Oh, Colin!

— Come ti senti? — chiese lui.

— Viva — replicò la donna. — Non ho subito alcun danno serio, credo, e buona parte del merito va alla bassa gravità… E tu? E Luis? — Una striscia di sangue secco era visibile sotto il naso, ed un livido sulla fronte stava diventando color porpora, ma la donna rimaneva salda in piedi e parlava con chiarezza.

— Io sono funzionale. Non ho ancora trovato Luis. Aiutami a cercare. Prima, però, faremo meglio a controllare i nostri equipaggiamenti.

La donna si strinse le braccia al petto, come se quel gesto potesse servirle a qualcosa là dov’era.

— Sono gelata — ammise.

— Non mi meraviglia — replicò Scobie, indicando un fattore rivelatore. — La tua cellula d’energia è quasi esaurita e la mia non è in condizioni molto migliori. Cambiamole con le riserve.

Non persero tempo a togliersi gli zaini dalle spalle, ma ciascuno infilò la mano in quello dell’altro; gettate a terra le unità quasi esaurite, dove esse generarono immediatamente vapore e due buchi, subito gelati, le sostituirono con quelle fresche.

— Abbassa il tuo termostato — consigliò Scobie. — Non troveremo presto un riparo, e comunque l’attività fisica dovrebbe aiutare a riscaldarci.

— E richiederà un più rapido riciclaggio dell’aria — gli ricordò la Broberg.

— Già. Ma, per il momento almeno, possiamo conservare l’energia nelle celle. Bene, adesso controlliamo eventuali tensioni, potenziali lacerazioni e qualsiasi altro tipo di danno o fuga di calore. Presto, Luis è ancora laggiù.

L’ispezione si rivelò una cosa di routine resa automatica da anni di esercitazioni. Mentre con le dita controllava la tuta spaziale del compagno, la Broberg permise al suo sguardo di vagare.

— La Sala da Ballo è scomparsa — mormora Ricia. — Credo che il Re l’abbia infranta per prevenire la nostra fuga.

— Anch’io. Se dovesse scoprire che siamo ancora vivi e che stiamo cercando l’anima di Alvarlan… Ehi, aspetta! Basta con queste cose!

— Come ve la cavate? — tremolò la voce di Danzig.

— Siamo in buone condizioni, a quanto sembra — replicò Scobie. — La mia tuta ha preso una brutta battuta ma non si è rotta. Ora, per trovare Luis… Jean, tu esplora la parte destra del suolo del cratere, io esplorerò la sinistra.

Ci volle un po’ di tempo, perché la fusione che contrassegnava il punto in cui era sepolto Garcilaso era minuscola. Scobie iniziò a scavare, ma la Broberg, osservando come si muoveva e la fatica con cui respirava, intervenne.

— Dammi quell’arnese. Tra parentesi, dov’è che sei rimasto ammaccato?

Confessando le proprie condizioni, Scobie indietreggiò; pezzi di ghiaccio volavano via da sotto l’attrezzo della Broberg, ed il lavoro procedette spedito perché in quel punto la crosta era fortunatamente friabile e, grazie alla bassa gravità di Iapetus era possibile aprire un buco con pareti quasi verticali.

— Proverò a rendermi utile — commentò Scobie, — il che significa che cercherò una strada per uscire di qui.

Quando si avviò per il pendio più vicino, esso tremò e Scobie venne riportato giù in una marea che generava suoni rugginosi contro la sua tuta, mentre una bianca nube di granelli aridi lo accecava. A fatica Scobie si liberò, una volta giunto in fondo, e ripeté il tentativo altrove, ma alla fine dovette riferire a Danzig:

— Mi spiace, ma temo che non ci sia una facile via d’uscita. Quando il costone su cui ci trovavamo è crollato, ha fatto qualcosa di più che produrre un impatto che ha distrutto le delicate formazioni in tutto il cratere; ha fatto ricadere giù dalla superficie tonnellate di roba… un particolare tipo di ghiaccio che, nelle attuali condizioni, è sottile come sabbia. Le pareti ne sono coperte, ed in quasi tutti i punti, gli strati più stabili sono sepolti sotto metri di questo pulviscolo. Scivoleremmo più rapidamente di quanto potremmo riuscire ad arrampicarci, là dove lo strato è sottile, e dove è spesso sprofonderemmo.

— Immagino che mi dovrò fare una bella e salutare passeggiata — sospirò Danzig.

— Presumo che tu abbia chiesto aiuto.

— Naturalmente. Faranno arrivare qui due scialuppe in cento ore circa, e questo è quanto di meglio possono fare. Lo sapevate già.

— U-huh. E le nostre cellule di alimentazione dureranno forse per altre cinquanta ore.

— Oh, bene, non ti preoccupare per questo. Vi porterò delle scorte e le getterò giù, se rimarrete bloccati fino all’arrivo dei soccorsi. M-m-m… prima farò meglio a munirmi di una fionda o qualcosa del genere.

— Potresti avere difficoltà a localizzarci. Questo non è un vero cratere, è una sorta di pentolaccia, il cui bordo si unisce alla cima del ghiacciaio. Il punto di riferimento che noi usavamo, uno strano costone, adesso è scomparso.

— Non è un grosso problema. Ho la vostra posizione grazie all’antenna direzionale, ricordatelo. Può darsi che una bussola magnetica qui non serva a nulla, ma mi posso orientare con il cielo. Saturno non si muove quasi per nulla, qui, ed il sole e le stelle non si spostano in fretta.

— Dannazione, hai ragione! Non ci pensavo. Avevo in mente Luis e non pensavo ad altro! — Scobie guardò in direzione della Broberg. La donna stava forzatamente prendendo un breve riposo, le spalle chine sullo scavo, e l’aspro suono del suo respiro giungeva fino a lui mediante l’auricolare.

Scobie sapeva di dover conservare le poche forze che gli rimanevano per le necessità future, quindi succhiò un po’ d’acqua dal contenitore apposito ed infilò un boccone di cibo nell’apertura, fingendo di aver appetito.

— Tanto vale che cerchi di ricostruire quello che è successo — disse. — Oh, Mark, avevi ragione, siamo diventati pazzamente imprudenti. Il gioco… otto anni sono un tempo troppo lungo per giocare quel gioco, in un ambiente che ci rammentava troppo poco la realtà. Ma chi avrebbe potuto prevedere una cosa simile? Mio Dio, avverti quelli della Chronos! So per caso che una delle due squadre che è andata su Titano aveva cominciato a giocare fingendo d’intraprendere una spedizione alla ricerca di uomini marini sotto l’Oceano Carminio… a causa delle nebbie rosse… deliberatamente, proprio come noi, prima di partire… — Scobie deglutì, poi proseguì dicendo: — Bene, suppongo che non riusciremo mai a sapere con precisione cosa sia andato storto qui, ma è evidente che la configurazione era soltanto metastabile. Del resto, anche sulla Terra una valanga può avere inizio in modo fatalmente facile. La mia supposizione è che la causa sia lo strato di metano celato sotto la superficie. Era diventato un po’ instabile quando la temperatura era salita, dopo l’alba, ma questo non aveva importanza, data la bassa gravità ed il vuoto… finché non siamo arrivati noi. Il calore, le vibrazioni… Comunque, lo strato è scivolato via sotto di noi, il che ha provocato un crollo generale. Questa supposizione ti sembra ragionevole?

— Sì, per un dilettante come me — replicò Danzig. — Ammiro come riesci a mantenere uno spirito accademico in queste circostanze.

— Sto cercando di essere pratico — replicò Scobie. — Può darsi che Luis abbia bisogno di cure mediche in un lasso di tempo più breve di quello che quelle scialuppe impiegheranno a venire qui. Se fosse cosi, come potremo portarlo sino al nostro modulo?

— Hai qualche suggerimento? — La voce di Danzig si era fatta dura.

— Sto cercando di arrivarci a tentoni. Senti, la conca ha ancora la stessa forma di base, l’intero complesso non è sprofondato, il che implica la presenza di materiali duri, ghiaccio d’acqua e roccia. In effetti, vedo qualcuno dei promontori residui sporgere da quella roba simile a sabbia. Quanto a cosa sia… forse una combinazione di ammonio-carbon-diosside, forse qualcosa di più alieno… questo dovrai scoprirlo tu, più tardi.

«Attualmente… i miei strumenti geologici mi aiuterebbero a scoprire dove la copertura sulle masse solide è meno profonda. Abbiamo gli attrezzi da scavo, quindi potremmo tentare di aprirci un varco, a zigzag per ridurre la fatica al minimo. Questo potrebbe farci cadere altra roba addosso dall’alto, ma anche questo fattore potrebbe a sua volta accelerare la nostra avanzata. Là dove le sporgenze nude sono troppo viscide o ripide per essere scalate potremmo incidere degli scalini. Un lavoro lento e duro, e ci potremmo imbattere in un rilievo troppo alto per saltare giù o roba del genere.

— Io vi posso aiutare — propose Danzig. — Mentre aspettavo di sentirvi, ho fatto un inventario del cavo di scorta, delle corde, degli equipaggiamenti da cui prelevare cavi, abiti e coperte che posso tagliare a strisce… qualsiasi cosa possa essere legata insieme a formare una corda. Non avremo bisogno di molta forza tensile, e, in base ai miei calcoli, dovrei arrivare ad una lunghezza di una quarantina di metri. Stando alla tua descrizione, questa è all’incirca la metà della profondità della trappola in cui siete finiti. Se poteste arrampicarvi fino a metà strada mentre arrivo fin là, io vi potrei poi tirare per il resto del pendio.

— Grazie, Mark — replicò Scobie, — anche se però…

— Luis! — strillò la voce di Jean nel suo elmetto. — Colin, vieni, presto, aiutami, questo è terribile!

Noncurante del dolore che avvertiva, a parte un paio d’imprecazioni, Scobie corse in aiuto della Broberg.

Garcilaso non era completamente privo di sensi, ed in questo stava la maggior parte dell’orrore. Lo sentirono mormorare:

— L’Inferno, il Re ha gettato la mia anima nell’Inferno. Non riesco a trovare la strada per uscirne, sono perduto. Se soltanto l’Inferno non fosse tanto freddo…

Non potevano vederlo in volto perché l’interno del suo elmetto era incrostato di brina. Essendo rimasto sepolto più a lungo e più in profondità degli altri, ed essendo per di più seriamente ferito, Luis sarebbe morto in breve tempo una volta che la sua cellula d’energia si fosse esaurita. La Broberg lo aveva tirato fuori appena in tempo, se non altro.

Accoccolata all’interno dello scavo, la donna lo fece rotolare sul ventre, e mentre i suoi arti si agitavano, Luis farfugliò:

— Un demone mi attacca. Sono come cieco, qui, ma sento il vento delle sue ali. — Quelle parole erano pronunciate con voce monotona e strascicata. La donna estrasse la cellula d’energia e la lanciò in alto dicendo:

— Dovremmo riportare questa sulla nave, se possiamo.

In alto, Scobie rimase a fissare morbosamente l’oggetto: esso non conservava più neppure il calore necessario a generare un po’ di vapore, come la sua cellula e quella della Broberg, ma era del tutto inerte. Il suo contenitore era un involucro di metallo che misurava trenta centimetri per quindici per sei, e la sua superficie era assolutamente priva di caratteristiche, salvo per due prese dentellate situate sulla parte larga. Una serie di controlli inseriti nei circuiti della tuta spaziale permetteva di avviare e regolare manualmente le funzioni chimiche interne, come anche di arrestarle; ma di solito si lasciava quel compito al termostato ed al reostato. Adesso quelle reazioni avevano seguito il loro corso e, fino a che non fosse stata ricaricata, la cellula era un semplice oggetto inerte.

Scobie si chinò per osservare la Broberg, una decina di metri più sotto: la donna aveva tirato fuori l’unità di riserva di Garcilaso, l’aveva inserita al suo posto, al fondo della schiena, e l’aveva assicurata con i fermi alla base dell’equipaggiamento.

— Adesso ci serve il tuo contributo, Colin — disse la donna.

Scobie calò il tratto di pesante cavo isolato che faceva parte dell’equipaggiamento standard per missioni senza veicoli, nel caso fosse necessario effettuare riparazioni o connessioni; la Broberg lo collegò con giunti a ganasce ad altri due pezzi di cavo che già aveva, quindi fece un cappio ad un’estremità ed assicurò l’altra estremità al proprio equipaggiamento, stendendo goffamente una mano sopra la spalla. Il triplo pezzo di cavo dondolava sopra di lei come un’antenna.

Chinatasi, Jean raccolse Garcilaso fra le braccia. Su Iapetus, il peso dell’uomo e del suo equipaggiamento ammontava ad una decina di chili, come anche quello della donna e del suo equipaggiamento. In teoria, la Broberg avrebbe dovuto essere in grado di uscire dalla buca con un salto insieme al suo carico, ma in pratica la tuta spaziale era troppo ingombrante per quella manovra; le giunture a volume costante davano una notevole libertà di movimento, ma non altrettanta quanta la pelle nuda, specialmente quando le temperature circum-Saturniane richiedevano un isolamento speciale. Inoltre, se anche fosse riuscita a raggiungere la cima, non sarebbe potuta rimanere in equilibrio, perché il ghiaccio morbido si sarebbe sgretolato sotto le sue dita e lei sarebbe ricaduta giù.

— Partenza — avvertì. — Sarà meglio riuscire al primo colpo, Colin, perché non credo che Luis possa tollerare molti scossoni.

— Kendrick, Ricia, dove siete? — gemette Garcilaso. — Siete all’Inferno anche voi?

Scobie conficcò i talloni nel terreno e si accoccolò, pronto, vicino all’orlo dello scavo. Il cappio di cavo apparve e lui lo afferrò con la destra, proiettandosi al contempo all’indietro, per evitare di scivolare in avanti, e sentì la massa che aveva afferrato arrestarsi con uno strattone. Una fitta angosciosa gli trapassò la cassa toracica, ma in qualche modo gli riuscì di issare al sicuro il suo carico prima di svenire.

— Sto bene — gracchiò un momento più tardi, riprendendosi, rivolto alle voci ansiose di Danzing e della Broberg. — Soltanto, lasciatemi riposare un po’.

L’esperta in fisica annuì e s’inginocchiò per prendersi cura del pilota. Gli tolse l’equipaggiamento in modo da poterlo sdraiare su di esso, poggiando la testa ed il tronco del ferito sull’intelaiatura e le gambe sul carico. Questo sistema avrebbe prevenuto una significativa perdita di calore per convenzione ed avrebbe ridotto quella per conduzione. In ogni caso, la cellula d’energia del ferito si sarebbe esaurita più rapidamente che se questi fosse stato in piedi, e già in partenza aveva un terribile deficit energetico da controbilanciare.

— Il ghiaccio all’interno del suo elmetto si sta fondendo — riferì la donna. — Pietosa Maria, quanto sangue! Ma sembra derivare da una ferita al cuoio capelluto, e sembra si sia arrestato. Il suo occipite deve aver sbattuto contro la parete dell’elmetto: dovremmo indossare cuffie imbottite, all’interno di questi affari! Sì, lo so che incidenti come questo non sono mai capitati in precedenza, ma… — La donna si staccò la lampada portatile dalla cintura, si chinò e diresse il raggio di luce verso il basso. — Gli occhi sono aperti. Le pupille… sì, una grave concussione, forse una frattura cranica che potrebbe aver causato un’emorragia interna. Sono stupita che non abbia ancora vomitato. Forse che il freddo lo ha evitato? Inizierà presto? Potrebbe soffocare nel suo vomito, in quell’elmetto, qui dove nessuno gli può dare una mano.

La sofferenza di Scobie era scesa ad un livello tollerabile: si alzò, si avvicinò per dare un’occhiata ed emise un fischio.

— Giurerei che è spacciato — disse poi, — se non riusciremo a riportarlo al modulo ed a curarlo adeguatamente al più presto, il che non è possibile.

— Oh, Luis! — Le lacrime presero a scendere silenziose lungo le guance della Broberg.

— Credi che possa durare fino a quando arriverò con la mia corda e lo potremo portare qui? — chiese Danzig.

— Non temere — replicò Scobie. — Ho seguito alcuni corsi paramedici ed ho addirittura già visto un caso come questo prima d’ora. Come mai riconosci i sintomi, Jean?

— Leggo molto — replicò, cupa, la donna.

— Piangono, i bambini morti piangono — borbottò Garcilaso.

— Bene — sospirò Danzing, — volerò fin da voi.

— Huh? — esplose Scobie.

— Sei impazzito anche tu? — rincarò la Broberg.

— No, ascoltate — disse in fretta Danzing. — Non sono un abile pilota, ma ho un addestramento di base nella guida di questo tipo di moduli, come chiunque altro si possa venire a trovare nelle condizioni di pilotarne uno. Il veicolo è sacrificabile, perché le scialuppe di soccorso ci riporteranno indietro. Se atterrassi vicino al ghiacciaio non ci sarebbe alcun guadagno di tempo significativo, perché dovrei sempre preparare la corda e cosi via… e da quel che è successo alla sonda sappiamo che atterrare là sarebbe un grosso rischio. Sarà meglio che punti dritto sul vostro cratere.

— Per atterrare su una superficie che i motori squaglieranno sotto di te? — sbuffò Scobie. — Scommetto che Luis lo considererebbe un azzardo. E tu, amico mio, ti fracasseresti.

— Sì? — Ebbero quasi l’impressione di vedere la scrollata di spalle. — Un impatto da quest’altitudine e con questa gravità non farebbe altro che farmi sbattere i denti. I motori apriranno un buco fino al suolo roccioso. È vero che il ghiaccio circostante crollerà addosso al modulo e lo imprigionerà. Forse dovrete scavare per raggiungere il portello, ma credo che l’irradiazione termica proveniente dalla cabina manterrà libera la parte alta della struttura. Anche se il modulo si dovesse rovesciare e cadere su un fianco… nel qual caso sprofonderebbe come su un cuscino che si sgonfia… anche se ciò accadesse sulla nuda roccia, i danni non sarebbero seri: è stato progettato per resistere ad impatti più violenti di questo. — Danzig esitò. — Naturalmente, ciò vi potrebbe mettere in pericolo. Sono certo di riuscire ad evitare di friggervi con i motori, presumendo che io scenda nel mezzo e che voi vi facciate trovare il più lontano possibile, di lato. Però, potrei forse causare un… ghiacciomoto che vi ucciderebbe. Non c’è senso a perdere altre due vite.

— O addirittura tre, Mark — intervenne la Brogerg. — Nonostante le tue coraggiose parole, potresti fare tu stesso una brutta fine.

— Oh, ecco, io sono un vecchio. Sentite, facciamo la supposizione peggiore, e cioè che non soltanto compia un brutto atterraggio, ma che sfasci completamente il modulo. In quel caso, Luis morirebbe, ma questo accadrebbe comunque. D’altro canto, voi due avreste accesso alle riserve di bordo, comprese le cellule d’energia di scorta. Io sono disposto a correre quello che considero un piccolo rischio personale nella speranza di dare a Luis una possibilità di sopravvivenza.

— Um-m-m-m — fece Scobie, dal profondo della gola; la mano gli vagò in cerca del mento mentre il suo sguardo esaminava il bagliore della conca.

— Ripeto — continuò Danzig. — Se voi due pensate che possa mettervi in pericolo in qualche modo, non se ne fa nulla. Niente eroismi, per favore. Luis sarebbe certo d’accordo nell’affermare che è meglio che tre persone si salvino e ne muoia una sola, piuttosto che tutte e quattro corrano elevati rischi di morte.

— Lasciami riflettere. — Scobie rimase in silenzio per parecchi minuti. — No, non credo che correremmo molti rischi, qui. Come ho rilevato prima, nelle vicinanze c’è già stata una valanga ed ora la configurazione deve essere ragionevolmente stabile. È vero che il ghiaccio si volatilizzerà e che, nel caso di depositi di sostanza a basso livello di ebollizione, questo potrebbe avvenire in maniera esplosiva e provocare tremori. Ma il vapore porterà via il calore con tanta rapidità che solo il materiale nella zona immediatamente vicina a te dovrebbe modificare il suo stato. Oserei dire che la sostanza simile a sabbia verrà scrollata giù dai pendii, ma essa ha una densità troppo bassa per destare un serio allarme. Per la maggior parte, si limiterà a generare una breve tempesta di neve. Ovviamente, il suolo si assesterà in un modo che potrebbe anche essere violento. Tuttavia, noi potremmo trovarci al di sopra di esso… vedi quella sporgenza rocciosa laggiù, raggiungibile con un salto, Jean? Dev’essere parte di una collina sepolta, e quello è il luogo giusto per aspettare. D’accordo, Mark, va bene, per quanto ci riguarda: non posso esserne del tutto certo, ma chi lo è su qualsiasi cosa? Mi sembra ci siano buone probabilità di riuscita.

— Cosa stiamo trascurando? — si chiese la Broberg. Abbassò lo sguardo su Luis, che giaceva ai suoi piedi. — Mentre noi consideriamo tutte le possibilità, Luis potrebbe morire. Sì, vola se te la senti, Mark, e che Dio ti benedica.

Ma, quando lei e Scobie ebbero trasportato Garcilaso sulla sporgenza rocciosa, la donna indicò da Saturno verso la Stella Polare.

— Canterò un incantesimo, userò la poca magia che posseggo in aiuto del Signore del Drago, affinché possa liberare l’anima di Alvarlan dall’Inferno — dice Ricia.


IV

<p>IV</p>

Nessuna persona ragionevole biasimerà mai un esploratore interplanetario per aver effettuato calcoli errati in merito all’ambiente in cui si trova, soprattutto quando si deve prendere una qualche decisione, in fretta e sotto tensione. Occasionali errori sono inevitabili: se sapessimo esattamente cosa aspettarci in tutto il Sistema Solare, non avremmo ragione di esplorarlo.

Minamoto

Il modulo si sollevò, ed un velo di polvere cosmica si allontanò dai suoi razzi. Ad un’altitudine di centocinquanta metri, la spinta si ridusse, e l’imbarcazione sostò immota su un pilastro di fuoco.

All’interno della cabina c’era ben poco rumore, solo un basso sibilo ed un rombo profondo ma quasi inudibile. Il sudore copriva il volto di Danzig, gocciolava lucente dalla barba stopposa, inzuppava la tuta impregnandola di sudore: Danzig stava per intraprendere una manovra altrettanto difficile quanto un randezvous, e senza guida.

Con cautela, spinse in avanti una leva, azionando un motore laterale: il modulo saettò in avanti in picchiata e subito le mani di Danzig scattarono sui comandi; doveva calibrare le forze che tenevano sollevato il modulo e quelle che lo spingevano orizzontalmente in modo da ottenere un risultato che lo portasse verso est ad una velocità lenta e costante. I vettori sarebbero cambiati ad ogni istante, come succede ad un uomo che cammini, ed il computer di controllo, pur occupandosi della maggior parte del bilanciamento, non era in grado di svolgere la parte cruciale: era Danzig che gli doveva dire cosa fare.

Il suo pilotaggio era inesperto, come si era reso conto che sarebbe stato. Una maggiore altitudine gli avrebbe dato un più ampio margine d’errore, ma lo avrebbe privato dei punti di riferimento che i suoi occhi scorgevano sul terreno sottostante e sull’orizzonte antistante, senza contare che, una volta raggiunto il ghiaccio, avrebbe per forza dovuto volare basso per trovare la meta, dal momento che sarebbe stato troppo impegnato per poter effettuare un preciso calcolo di navigazione astrale, come avrebbe potuto invece fare a piedi.

Nel tentativo di correggere il suo errore, Danzig compensò eccessivamente ed il modulo precipitò in una diversa direzione. Premette allora il bottone di «pausa» ed il computer riprese il controllo: con il veicolo di nuovo immobile, Danzig si concesse un minuto per riprendere fiato, riacquistare coraggio e rivedere il da farsi. Mordendosi un labbro, fece quindi un nuovo tentativo, e questa volta non andò incontro ad un vero e proprio disastro: con i motori accesi, la scialuppa avanzò barcollando, come ubriaca, sul paesaggio lunare.

L’altura gelata si fece sempre più incombente e vicina; Danzig scorse la sua fragile bellezza e provò un senso di rimpianto all’idea di doverla rovinare, eppure, che significato aveva qualsiasi meraviglia della natura se non era presente una mente cosciente per ammirarla? Spuntò il pendio più basso e lo vide svanire fra volute di vapore.

Sempre più avanti. Sotto quel ribollire, a destra, a sinistra e davanti, quell’architettura da Fiaba crollava. Danzig superò la palizzata, e si venne così a trovare ad appena cinque metri di altezza sulla superficie, con le nubi di vapore che si avvicinavano pericolosamente prima di dissolversi nel vuoto; guardò con fatica fuori dall’oblò e fece apparire sullo schermo una visuale ingrandita della zona circostante, in cerca della sua destinazione.

Un bianco vulcano eruttò, e l’esplosione lo avvolse, costringendolo improvvisamente a volare alla cieca, mentre una serie di impatti raggiungevano lo scafo, colpito da pezzi di roccia scagliati in alto. La brina rivestì il modulo e l’immagine sullo schermo divenne altrettanto vacua quanto quella data dall’oblò. Danzig avrebbe dovuto ordinare al computer di salire, ma era inesperto, e l’istinto spinge un essere umano a correre piuttosto che a saltare, se messo di fronte ad un pericolo. Così, cercò di sfuggire da un lato, e, non avendo l’ausilio della visuale esterna, fece rotolare il modulo su se stesso. Quando si accorse dell’errore commesso, meno di un secondo dopo, era troppo tardi: aveva perso il controllo. Il computer avrebbe potuto riprendere il comando della situazione dopo un po’, ma il ghiacciaio era troppo vicino, ed il modulo andò a sbattere.

— Pronto, Mark — gridò Scobie. — Mark, mi ricevi? Dove sei, per l’amore di Cristo?

L’unica risposta fu il silenzio, e Scobie lanciò alla Broberg una lunga occhiata.

— Sembrava che tutto fosse a posto — osservò l’uomo, — finché abbiamo sentito quel grido e tanto frastuono, e poi niente altro. A quest’ora ci avrebbe già dovuti raggiungere, ed invece è andato incontro a qualche guaio. Spero solo che non sia stato nulla di letale.

— Cosa possiamo fare? — La domanda della Broberg era retorica: avevano bisogno di parlare, di dire qualsiasi cosa, perché Garcilaso era steso accanto a loro, e la sua voce delirante si stava affievolendo in fretta.

— Se non riceviamo cellule d’energia fresche entro le prossime quaranta o cinquanta ore saremo alla fine della nostra pista. Il modulo dovrebbe essere qui vicino da qualche parte, ma sembra che dovremo uscire da questo buco con le nostre sole forze. Aspetta qui con Luis, mentre do un’occhiata in giro in cerca di una pista praticabile.

Scobie si avviò verso il basso e la Broberg si accoccolò accanto al pilota.

— … solo per sempre nel buio… — lo sentì dire.

— No, Alvarlan. — Lo abbracciò. Molto probabilmente, Luis non era in grado di accorgersene, ma lei sì. — Alvarlan, ascoltami. Sono Ricia. Sento nella mente il richiamo del tuo spirito: lascia che ti aiuti, lascia che ti riporti alla luce.

— Sta’ attenta — l’ammonì Scobie. — Siamo troppo vicini ad ipnotizzarci di nuovo, così come stanno le cose.

— Ma potrei riuscire a raggiungere Luis e… confortarlo… Alvarlan, Kendrick ed io siamo fuggiti. Lui sta cercando una via che ci riporti a casa, ed io sto cercando te. Alvarlan, qui c’è la mia mano, vieni a stringerla.

Sul fondo del cratere, Scobie scosse il capo, fece schioccare la lingua, quindi depose l’equipaggiamento: il binocolo lo avrebbe aiutato a localizzare la zona più promettente, mentre un insieme di altri attrezzi, che andavano da un’asta di metallo ad un geosonar portatile, gli avrebbe permesso di farsi un’idea più esatta del tipo di terreno che giaceva sotto lo strato insormontabile di ghiaccio-sabbia. Era vero che la portata di quei mezzi di sondaggio era molto limitata, ma Scobie non aveva il tempo di scavare tonnellate di materiale solo per salire più in alto ad esaminare il terreno. Avrebbe semplicemente dovuto accontentarsi di qualche risultato preliminare, fare un’approssimativa supposizione su quale sentiero si sarebbe dimostrato più accessibile per uscire dalla conca, ed infine sperare di aver avuto ragione.

Scobie escluse dal suo pensiero cosciente la Broberg e Garcilaso quanto più gli era possibile e si mise al lavoro.

Un’ora più tardi, ignorando il dolore, stata sgombrando una zona che attraversava uno strato di roccia: pensava che più avanti ci fosse un blocco di buon solido ghiaccio d’acqua, ma voleva esserne certo.

— Jean! Colin! Mi ricevete?

Scobie si raddrizzò e rimase immobile. Vagamente, sentì la Broberg che diceva:

— Se non posso fare altro, Alvarlan, concedimi di pregare per il riposo della tua anima.

— Mark! — esclamò Scobie. — Stai bene? Cosa diavolo è successo?

— Sì, sto bene, non ho preso botte troppo violente ed il modulo è abitabile, anche se temo che non volerà più. Voi come state? E Luis?

— Sta peggiorando in fretta. D’accordo, sentiamo le novità.

— Ho volato malamente in una direzione ignota e per una distanza anch’essa non stimabile. Non posso essere finito molto lontano, dal momento che è passato poco tempo dal decollo all’impatto. Evidentemente, sono andato a finire dentro ad un grosso… um… banco di neve, che ha attutito la violenza dell’urto ma che ha anche bloccato le trasmissioni radio. Adesso la neve è evaporata dall’area circostante la cabina. Vedo masse bianche tutt’intorno ed altre formazioni in distanza… non so quali danni i sostegni ed i motori di prua abbiano riportato. Il modulo è inclinato su un fianco con un’angolazione di circa quarantacinque gradi, presumibilmente su un fondale roccioso. Ma, la parte posteriore è ancora seppellita nella sostanza meno volatile… acqua e ghiacci di CO2, credo… che ha raggiunto una temperatura stabile e che deve aver ingolfato i motori. Se tentassi di accenderli, potrei far saltare tutto.

— Sta certo che succederebbe — annuì Scobie.

— Oh, Dio, Colin, cosa ho fatto? — esclamò Danzig, con voce rotta. — Volevo aiutare Luis, e può darsi che abbia ucciso te e Jean.

— Non cominciamo a piangere prima del tempo — replicò Scobie, serrando le labbra. — È vero, abbiamo avuto un bel po’ di sfortuna, ma né tu né io né nessun altro avremmo potuto immaginare che avresti fatto saltare una bomba sotto di te.

— Cosa è stato? Ne hai un’idea? Nulla del genere è mai accaduto in occasione d’impatti con comete, e tu ritieni che il ghiaccio sia una cometa infranta, vero?

— Uh-huh, salvo per il fatto che le condizioni l’hanno ovviamente modificata. L’impatto ha prodotto calore, shock, turbolenza, le molecole sono state sparpagliate, e ci deve essere stata una momentanea presenza di plasmi. Misture, composti, leghe… si è formata roba che non era mai esistita nello spazio. Possiamo imparare un sacco di nozioni chimiche, qui.

— È per questo che sono venuto… Bene, allora, devo aver sorvolato un deposito di qualche sostanza e sostanze che i motori hanno fatto sublimare con forza tremenda. Un vapore di qualche tipo è tornato a congelarsi quando ha urtato lo scafo, tanto che ho dovuto sbrinare gli oblò dall’interno dopo che la neve che li copriva si era squagliata.

— Dove ti trovi, rispetto a noi?

— Te l’ho detto, non lo so, e non sono neppure certo di poterlo determinare, perché l’impatto ha distrutto l’antenna direzionale. Aspetta che vado fuori per vedere meglio.

— D’accordo — convenne Scobie. — Intanto vedrò di darmi da fare.

E così fece, fino a quando un suono rantolante e spettrale ed il pianto della Broberg lo fecero tornare a tutta velocità sullo spuntone roccioso.

— Questa potrebbe essere la differenza che ci farà sopravvivere — disse Scobie, disinnestando la cellula d’energia di Garcilaso. — Considerandola un regalo. Grazie, Luis.

La Broberg lasciò andare il pilota e si alzò in piedi; raddrizzò gli arti del morto, convulsi per l’agonia, e gli incrociò le braccia sul petto. Non c’era nulla da fare per la mascella rilassata o per gli occhi che fissavano il cielo: toglierlo dalla tuta, là, avrebbe peggiorato il suo aspetto. E non poteva neppure asciugarsi le lacrime che le rigavano la faccia: poteva soltanto cercare di arrestarle.

— Addio, Luis — sussurrò.

— Puoi darmi un nuovo incarico, per favore? — supplicò, rivolta a Scobie.

— Vieni con me. Ti spiegherò quello che ho in mente per riuscire ad aprirci la via fino alla superficie.

Erano a metà strada attraverso la conca quando Danzig chiamò: il chimico non aveva permesso che la morte del compagno rallentasse i suoi sforzi e non aveva detto molto mentre questo si verificava. Soltanto una volta, con voce estremamente sommessa, aveva pronunciato la preghiera ebraica per i defunti.

— Non abbiamo fortuna — riferì, in tono impersonale come una macchina. — Ho descritto il cerchio più ampio possibile tenendo sempre d’occhio il modulo, ed ho trovato soltanto strane formazioni ghiacciate. Non posso trovarmi ad un’enorme distanza da voi, altrimenti vedrei un cielo del tutto differente, su questa palla così piccola. Siete probabilmente nel raggio di venti o trenta chilometri rispetto a me, ma questo è un territorio piuttosto esteso.

— Esatto — convenne Scobie. — È probabile che tu non riesca a trovarci, entro il tempo che ci è rimasto. Ritorna alla scialuppa.

— Ehi, aspetta! — protestò Danzig. — Posso procedere a spirale, segnando il mio percorso, e vi potrei anche incrociare.

— Sarà più utile se torni indietro — replicò Scobie. — Presumendo che riusciamo ad uscire di qui, ti potremmo raggiungere a piedi, ma avremo bisogno di una segnalazione per orientarci. Quel che mi viene in mente è il ghiaccio stesso. Una piccola scarica d’energia, se concentrata, dovrebbe liberare una grossa nube di metano o altre sostanze altrettanto volatili. Il gas si raffredderà nell’espandersi, si tornerà a condensare intorno a particelle di polvere che si sarà portato dietro… genererà vapore… e la nube dovrebbe salire tanto in alto, prima di evaporare di nuovo, da essere visibile da qui.

— Ho capito! — Una vena di eccitazione trapelò nel tono di Danzig. — Provvedo immediatamente. Farò dei sondaggi e cercherò il punto in cui si può ottenere il risultato più vistoso e… che ne dici se uso una bomba termica? No, potrebbe essere troppo calda. Bene, costruirò un qualche congegno.

— Tienici al corrente.

— Ma io… non credo che ci andrà di chiacchierare oziosamente — azzardò la Broberg.

— No, tu ed io ci metteremo subito a lavorare a più non posso — convenne Scobie.

— Uh, aspettate — intervenne Danzig. — Che succede se scoprite che non vi è possibile arrivare fino in cima? Avevi lasciato intendere che era solo una possibilità.

— Ebbene, a quel punto ci sarà tempo per procedimenti più radicali, quali che saranno — replicò Scobie. — Francamente, in questo momento ho la testa troppo piena di… di Luis e della necessità di scegliere la via di fuga migliore per poter pensare molto a qualsiasi cosa.

— M-m, sì, suppongo che abbiamo già un’ampia scorta di guai senza bisogno di procurarcene altri. Ti dico cosa farò, però: non appena il mio segnale sarà pronto, preparerò quella corda di cui abbiamo parlato. Potreste scoprire di preferirla ad un mucchio di vestiti e di coperte pulite, quando arriverete — Danzig rimase in silenzio per parecchi secondi prima di concludere: — Arriverete, dannazione!


Scobie scelse un punto sul lato settentrionale della conca per il suo tentativo. Là, due scaffali di roccia sporgevano in fuori, uno vicino al suolo ed un altro parecchi metri più in su. Più oltre ancora, seguendo un disegno incerto, c’erano uguali sporgenze di ghiaccio resistente. Interposto fra questi ed al di là della sporgenza più elevata, che si trovava a meno di metà strada dal bordo della conca, non c’era altro che il liscio pendio di polvere cristallina e senza appigli, la cui angolatura provocava una pendenza che rendeva il cammino doppiamente pericoloso. La domanda, cui solo la prova diretta poteva dare risposta, era quanto tale strato fosse spesso al di sopra delle superfici su cui gli umani potevano camminare, e se tali superfici si stendevano per tutta la distanza fino alla cima.

Giunti al punto prefissato, Scobie segnalò l’alt.

— Prenditela calma, Jean. Io andrò avanti e comincerò a scavare.

— Perché non procediamo insieme? Ho anch’io il mio attrezzo.

— Perché non so prevedere come si comporterà una fascia tanto grande di quella specie di sabbie mobili: potrebbe reagire allo scavo provocando una frana gigantesca.

La Broberg si stizzì, e sul suo volto sparuto apparve un’espressione di ammutinamento.

Allora, perché non mandi me per prima? Supponi che voglia sempre aspettare passivamente che Kendrick si salvi?

— In effetti — replicò secco Scobie, — comincerò io perché la costola mi fa soffrire terribilmente e questo sta consumando le poche energie rimastemi. Se ci troveremo nei guai, tu potrai aiutarmi meglio di quanto io potrei fare con te.

— Oh! — La Broberg chinò il capo. — Mi dispiace. Devo essere io stessa in ben brutte condizioni se ho permesso che un falso senso d’orgoglio interferisse con le mie azioni. — Il suo sguardo si spostò in direzione di Saturno, intorno al quale orbitava la Chronos, che trasportava suo marito ed i suoi figli.

— Sei perdonata. — Scobie raccolse le gambe sotto di sé e superò con un salto i cinque metri fino al costone più basso. Il successivo si trovava un po’ troppo in alto per poter essere raggiunto con un altro salto, dato che non c’era spazio per prendere la rincorsa.

Chinatosi, Scobie attaccò il fondo del pendio che si stendeva brillante di fronte a lui, con il proprio attrezzo e cominciò a scavare. Una marea di granelli si riversò dall’alto, bilioni di particelle, a coprire il suo scavo, ma Scobie prese a lavorare come un automa posseduto da qualche forza. Ogni palata era virtualmente priva di peso, ma il numero delle palate era quasi infinito. Scobie non si attirò addosso l’intero fianco della conca, come aveva in parte temuto ed in parte sperato (se non lo avesse ucciso, la frana gli avrebbe risparmiato un mucchio di fatica). Un torrente secco prese a scorrere a destra ed a sinistra intorno alle sue caviglie, eppure alla fine cominciò ad apparire una superficie un po’ più ampia della roccia sottostante.

Da sotto, la Broberg ascoltava il suo respiro, che era rauco, spesso inframmezzato da sussulti o da imprecazioni. Nella tuta spaziale, sotto la cruda e tenue luce solare, sembrava un cavaliere che, nonostante le sue ferite, stesse combattendo contro un mostro.

— D’accordo — chiamò finalmente Scobie. — Credo di sapere cosa ci dobbiamo aspettare e come dobbiamo agire. Ci reggerà tutti e due.

— Sì… oh, sì, mio Kendrick.


Le ore trascorsero. Sempre con lentezza, il sole salì nel cielo, le stelle ruotarono e Saturno si affievolì alla vista.

Per lo più, i due umani faticavano fianco a fianco. Non avevano bisogno di un sentiero strettissimo, ma se non cominciavano a scavare in maniera ampia, le sponde a destra ed a sinistra dello scavo scivolavano rapidamente giù, seppellendo tutto. Qualche volta, la formazione sottostante permetteva il lavoro di una sola persona, ed allora l’altro poteva riposare, e ben presto fu Scobie a dover approfittare più spesso di quel vantaggio. Di tanto in tanto, entrambi si arrestavano per mangiare e bere qualcosa e per riposare addossati agli zaini.

La roccia cedette il posto al ghiaccio d’acqua, e, dove questo si levava con una notevole pendenza, la sabbia di ghiaccio scavata via dalla coppia crollava in massa. Dopo il primo incidente di quel genere, nel corso del quale per poco non furono spazzati via entrambi, Scobie prese l’abitudine di conficcare sempre il suo martello da geologo in ogni nuovo strato che incontravano: al minimo segno di pericolo, lui ne afferrava l’impugnatura e la Broberg gli circondava la vita con un braccio, mentre con la mano libera tenevano entrambi stretti gli attrezzi da scavo. Ancorati saldamente, ma costretti a sforzare ogni muscolo, rimanevano saldi mentre la sostanza simile a sabbia si riversava loro intorno, fino alle ginocchia e, una volta, fino al petto, tentando di seppellirli senza speranza nella propria massa semifluida. Successivamente, si trovarono a dover affrontare un tratto spoglio, troppo ripido per poter essere scalato senza appigli, per cui furono costretti a scavarseli.

La stanchezza era un altro tipo di marea cui non osavano cedere. Nel migliore dei casi, i loro progressi erano lenti in maniera scoraggiante. Avevano bisogno di ben poca immissione di calore per mantenere caldo il corpo, salvo quando si riposavano, ma la richiesta dei polmoni all’apparecchio di riciclaggio dell’aria era tremenda. La cellula d’energia di Garcilaso, che avevano portato con loro, avrebbe potuto dare qualche ora in più di vita ad una sola persona, ma era talmente impoverita a causa dell’ipotermia del pilota che aveva dovuto combattere, che avrebbe fornito un tempo di sopravvivenza insufficiente a garantire l’arrivo dei soccorsi dalla Chronos. Presente, ma non espressa, era l’idea di utilizzare la cellula a turno: questo li avrebbe lasciati in misere condizioni, infreddoliti e semisoffocati, ma almeno avrebbe permesso loro di abbandonare l’universo insieme.

Così, ci fu ben poco da meravigliarsi se le loro menti rifuggirono dalla sofferenza, dall’indolenzimento, dallo sfinimento, dalla disperazione, dalla puzza del loro stesso sudore: senza questo sfogo, non avrebbero potuto resistere così a lungo.

Godendo pochi minuti di riposo, la schiena appoggiata ad un parapetto di blu brillante che avrebbero dovuto scalare fra poco, spinsero lo sguardo sull’altra parte della conca, dove il corpo di Garcilaso, avvolto nella tuta, brillava come su una remota pira, e poi più in alto, lungo la curva di parete opposta a Saturno. Il pianeta brillava di una languida luce ambrata, dolcemente striato, con gli anelli che creavano una corona resa più brillante da una fascia d’ombra che l’attraversava. Quella luminosità aveva la meglio sulla luce della maggior parte delle stelle vicine, ma altrove esse si riunivano in moltitudini, in splendore, intorno alla strada argentea che la galassia si apriva fra loro.

— Che tomba adeguata per Alvarlan — dice Ricia, in un mormorio sognante.

— Allora è morto? — chiede Kendrick.

— Non lo sai?

— Ero troppo occupato. Dopo che ci siamo liberati dalle rovine e ti ho lasciata a riposare un po’, mi sono imbattuto in un gruppo di guerrieri. Sono sfuggito loro, ma sono per forza dovuto tornare da te seguendo percorsi tortuosi e nascosti. — Kendrick accarezza i capelli color del sole di Ricia. — Inoltre, mia amatissima, sei sempre stata tu, e non io, a possedere il dono di sentire gli spiriti.

— Mio coraggioso amore… Sì, è una gloria per me essere stata capace di richiamare la sua anima dall’Inferno. Essa ha cercato di rientrare nel corpo, ma questo era vecchio e fragile e non è potuto sopravvivere al sapere che aveva acquisito. Tuttavia, Alvarlan è trapassato pacificamente, e, prima di morire, come ultimo atto di magia si è costruito una tomba il cui soffitto stellato brillerà in eterno.

— Possa egli riposare bene. Ma non c’è riposo per noi, non ancora: abbiamo molta strada da percorrere.

— Sì, ma ci siamo già lasciati le rovine alle spalle. Guarda! Dovunque intorno a noi su questo prato ci sono anemoni che sbucano fra l’erba. Un’allodola canta in alto.

— Queste terre non sono sempre tranquille, e potrebbero esserci altre avventure che ci attendono più avanti, ma noi le affronteremo con cuori coraggiosi.

Kendrick e Ricia si alzano per riprendere il loro viaggio.


Raggomitolati su una misera sporgenza, Scobie e la Broberg scavarono per un’ora senza riuscire ad allargare molto il sostegno. La sabbia di ghiaccio scivolava dall’alto con la stessa rapidità con cui essi la toglievano.

— Sarebbe bene lasciar perdere: è fatica sprecata — decise infine l’uomo. — Il meglio che siamo riusciti a fare è stato di appiattire un po’ il pendio che abbiamo dinnanzi. Non si può dire quanto vada in profondità questo scaffale prima di essere sormontato da uno strato solido. Magari non ce n’è affatto.

— Che facciamo, allora? — chiese la Broberg, con lo stesso tono stanco.

— Torniamo al livello sottostante — Scobie indicò con un pollice, — e tentiamo in una diversa direzione. Ma prima abbiamo assolutamente bisogno di una sosta.

Stesero i loro cuscini di kerofoam e sedettero. Dopo un intervallo nel quale rimasero semplicemente immoti, intontiti dalla stanchezza, la Broberg cominciò a parlare.

— Vado alla sorgente — riferisce Ricia. — Essa canta sotto arcate di verdi tronchi, fra i quali la luce trapela per brillare sull’acqua. M’inginocchio a bere. L’acqua è fredda, pura, dolce. Quando sollevo gli occhi, vedo la figura di una giovane donna, nuda, le trecce del colore delle fronde: è una ninfa silvana, e sorride.

— Sì, la vedo anch’io — concorda Kendrick. — Mi avvicino con cautela per non spaventarla. Lei chiede quali siano i nostri nomi e dove andiamo. Le rispondiamo che ci siamo perduti, e lei ci spiega dove trovare un oracolo che ci potrebbe dare consiglio.

Partono per trovarlo.


La carne non era più in grado di tenere lontano il sonno.

— Chiamaci fra un’ora, ti spiace, Mark? — chiese Scobie.

— Certo — rispose Danzig. — Ma, sarà sufficiente?

È il massimo che ci possiamo permettere, dopo i ritardi che abbiamo avuto. Abbiamo percorso meno di un terzo di strada.

— Se non ho parlato con voi — disse lentamente Danzig, — non è stato perché lavoravo duro, anche se mi sono dato da fare. È stato perché immaginavo che voi due steste già passando dei brutti momenti senza che io vi infastidissi. Tuttavia… pensate che sia saggio fantasticare come avete fatto finora?

Un velo di rossore salì alle guance della Broberg e le scese lungo il collo.

— Hai ascoltato, Mark?

— Ecco, sì, naturalmente. Potevate avere qualcosa d’urgente da comunicare in qualsiasi momento…

— Perché? Cosa avresti potuto fare? Un gioco è una cosa personale…

— Uh, sì, sì…

Ricia e Kendrick avevano fatto all’amore tutte le volte che era possibile. I resoconti non erano mai espliciti, ma le parole erano spesso appassionate.

— Ci terremo in contatto con te quando ne avremo bisogno, per esempio quando servi da sveglia — scandì la Broberg, — ma per il resto chiuderemo il circuito.

— Ma… sentite, non intendevo…

— Lo so — sospirò Scobie. — Sei un brav’uomo, ed oserei dire che la nostra reazione è un po’ eccessiva. Comunque, è così che deve essere. Chiamaci come ti ho detto.

Nella profondità della grotta, la Pitonessa ondeggia sul trono, nel flusso e riflusso del suo sogno oracolare. Stando a quanto Ricia e Kendrick riescono a comprendere del suo canto, la Pitonessa dice loro di viaggiare verso ovest lungo il Sentiero del Cervo fino a quando incontreranno un uomo dalla barba grigia e con un occhio solo che potrà dare loro ulteriori indicazioni; ma essi dovranno stare attenti alla sua presenza, perché quell’uomo è facile all’ira. I due fanno un inchino e se ne vanno. Nell’uscire dalla grotta, oltrepassano l’offerta che hanno portato: dal momento che avevano ben poco, a parte gli abiti e le armi, la Principessa ha offerto all’altare le sue chiome d’oro. Il cavaliere ripete che, anche con i capelli così corti, lei rimane bellissima.

— Ehi, evviva, abbiamo superato venti metri con facilità — disse Scobie, ma con un tono di voce appiattito dallo sfinimento. All’inizio, il viaggio attraverso la terra di Nacre è una delizia. La successiva imprecazione non era molto più animata.

— Sembra che siamo in un altro vicolo cieco.

Il vecchio con il mantello azzurro ed il cappello a larga tesa si era veramente infuriato quando Ricia gli aveva negato i propri favori e la lancia di Kendrick aveva deviato il colpo della sua. Astutamente, il vecchio aveva preteso di essersi rappacificato con loro ed aveva indicato la strada che dovevano imboccare, ma, alla fine di quella strada ci sono alcuni giganti. I viaggiatori li evitano e tornano indietro.


— Il cervello mi brancola nella nebbia — gemette Scobie. — E la costola rotta non mi è sicuramente d’aiuto. Se non faccio un altro sonnellino, continuerò a sbagliare strada fino a che non avremo più tempo.

— Ma certo, Colin. Rimarrò io di guardia e ti sveglierò fra un’ora.

— Cosa? — fece Scobie, con una tenue sorpresa. — Perché non riposi anche tu e ci facciamo chiamare da Mark, come prima?

— Non c’è bisogno di disturbarlo — replicò lei con una smorfia. — Sono stanca, ma non ho sonno.

— Bene — disse Scobie, non avendo né la forza né la mente per discutere e, distesosi sul materassino isolante, crollò di schianto nel sonno.

La Broberg si sedette accanto a lui. Si trovavano a metà strada dalla cima, ma erano più di venti ore che lottavano, salvo occasionali pause, e l’avanzata si faceva più dura e difficile man mano che loro stessi diventavano più deboli ed intontiti. Se mai fossero riusciti ad arrivare in cima ed avessero avvistato il segnale di Danzig, avrebbero avuto dinnanzi ancora qualcosa come un paio d’ore di duro cammino.

Saturno, il sole, le stelle, brillavano attraverso il vetro dell’elmetto; la Broberg abbassò con un sorriso lo sguardo sul volto di Scobie: non era certo un dio Greco, ed aveva su di sé sudore e sporcizia, la barba lunga, i numerosi segni dell’esaurimento fisico… ma del resto, anche lei non era esattamente l’immagine della bellezza.

La Principessa Ricia siede accanto al suo cavaliere, là dove questi riposa nella capanna del nano, e suona l’arpa che il nano le ha prestato prima di andare al lavoro nella miniera, accompagnando una serenata che addolcisca i sogni di Kendrick. Quando ha finito, posa le labbra su quelle di lui e scivola nello stesso sonno gentile.


Scobie si destò gradatamente.

— Ricia, adorata — sussurra Kendrick, e la cerca con le mani. La desterà con i suoi baci…

— Per tutti i preti ebrei! — esclamò Scobie, balzando in piedi. La donna giaceva inerte, ma Scobie ne sentì il respiro nell’auricolare prima che il pulsare del suo cuore lo soffocasse. Il sole era salito ancora più in alto, tanto che se ne poteva notare il movimento, e la sagoma di Saturno si era affievolita ulteriormente, formando una mezzaluna appuntita alle estremità. Scobie si costrinse ad osservare l’orologio al polso sinistro.

— Dieci ore! — gemette. Poi s’inginocchiò e scosse la sua compagna. — Sveglia, per l’amor di Cristo!

Le sue ciglia si agitarono, e, quando vide l’orrore dipinto sul suo volto, la donna perse ogni sonnolenza.

— Oh, no — supplicò. — Per favore, no!

Scobie si sollevò rigidamente in piedi ed azionò l’interruttore di comunicazione principale.

— Mark, mi ricevi?

— Colin, grazie a Dio! — esclamò Danzig. — Stavo per perdere la testa dalla preoccupazione!

— E le preoccupazioni non sono finite, vecchio mio. Abbiamo appena finito un sonnellino di dieci ore.

— Cosa? Fin dove siete arrivati, prima?

— Ad un’elevazione di circa quaranta metri, ed il cammino avanti sembra ancora peggiore. Temo che non ce la faremo.

— Non lo dire! — supplicò Danzig.

— È colpa mia — dichiarò la Broberg. Era ritta in piedi, i pugni serrati, il volto una maschera rigida, la voce d’acciaio. — Era distrutto e doveva dormire un po’. Mi sono offerta di svegliarlo ma mi sono addormentata a mia volta.

— Non è colta tua, Jean — cominciò Scobie.

— Sì, mia — lo interruppe lei. — Forse posso rimediare. Prendi la mia cellula d’energia. Naturalmente, ti avrò comunque privato del mio aiuto, ma potrai raggiungere la scialuppa e sopravvivere.

Scobie le afferrò le mani, ma i pugni non si disserrarono.

— Se immagini che lo potrei fare…

— Se non lo farai, siamo finiti entrambi — replicò lei, inflessibile, — Preferisco morire con la coscienza pulita.

— E che ne dici della mia coscienza? — gridò Scobie. Poi, recuperato il controllo, s’inumidì le labbra e proseguì, rapido: — Inoltre, non sei da biasimare. Il sonno ti ha aggredita, e se io fossi stato in grado di pensare, mi sarei dovuto rendere conto che doveva succedere ed avrei dovuto chiamare comunque Mark. Il fatto che non lo abbia fatto neppure tu, dimostra quanto eri sfinita, e… tu hai Tom ed i bambini che ti aspettano. Prendi la mia cellula — fece una pausa, — e la mia benedizione.

— Dovrà Ricia abbandonare il suo sincero cavaliere?

— Aspettate, un momento, ascoltate! — chiamò Danzig. — Sentite, questo è terribile, ma… oh, all’inferno, scusatemi, ma vi devo ricordare che quelle fantasticherie servono soltanto ad ostacolare l’azione. Dalle descrizioni che mi avete fatto, non vedo come nessuno di voi due possa proseguire da solo, mentre insieme potete ancora farcela. Per lo meno, siete riposati… con i muscoli indolenziti, è indubbio, ma con la mente più chiara. La scalata davanti a voi potrebbe rivelarsi più facile di quanto sembri. Tentate!

Scobie e la Broberg si fissarono a vicenda per un minuto intero: un senso di disgelo percorse la donna e riscaldò anche lui, ed alla fine si abbracciarono con un sorriso.

— Sì, giusto — brontolò Scobie. — Ci muoviamo, ma prima mangiamo qualcosa: sono semplicemente affamato. E tu?

La donna annuì.

— Questo è lo spirito giusto! — li incoraggiò Danzig. — Uh, posso avanzare un altro suggerimento? Sono soltanto uno spettatore, il che rende la cosa davvero infernale ma mi conferisce una visuale d’insieme. Lasciate perdere quel vostro gioco.

Scobie e la Broberg s’irrigidirono.

— È lui il vero colpevole! — supplicò Danzig. — La sola stanchezza non avrebbe offuscato tanto la vostra capacità di giudizio: non mi avreste mai tagliato fuori e… Ma la stanchezza, lo shock ed il dolore hanno abbassato le vostre difese al punto che quel dannato gioco ha avuto la meglio su di voi. Non eravate voi stessi quando vi siete addormentati, eravate quei personaggi del vostro mondo di sogno, e loro non avevano ragione di non addormentarsi!

La Broberg scosse violentemente il capo.

— Mark — disse Scobie, — hai ragione quando dici di essere uno spettatore, il che significa che ci sono alcune cose che non capisci. Perché ti vuoi sottoporre alla tortura di ascoltare, ora dopo ora? Naturalmente ti richiameremo di tanto in tanto. Sta’ attento. — E Scobie interruppe il circuito.

— Si sbaglia — insistette la Broberg.

— Che si sbagli o meno, che differenza fa? — Scobie scrollò le spalle — Non ci addormenteremo di nuovo nel tempo che ci resta, ed il gioco non ci ha ostacolati mentre viaggiavamo, anzi, ci ha aiutati, facendo apparire la situazione meno spaventosa.

— Sì, spezziamo il digiuno e ripartiamo per il nostro pellegrinaggio.


La lotta si fece più dura.

— Probabilmente, la Strega Bianca ha gettato un incantesimo su questa strada — dice Ricia.

— Non ci arresterà — promette Kendrick.

— No, mai, fintanto che viaggiamo fianco a fianco, tu ed io, i più nobili fra gli umani.


Una valanga li sopraffece e li riportò indietro di una dozzina di metri. Si appoggiarono contro una balza, poi, dopo che la massa fu passata oltre, sollevarono i corpi ammaccati e zoppicarono in cerca di una via d’approccio diversa. Il luogo in cui si trovava il martello da geologo non era più accessibile.

— Cos’ha distrutto il ponte? — chiede Ricia.

— Un gigante — risponde Kendrick. — L’ho visto mentre cadevo nel fiume. Ha tentato di trapassarmi ed abbiamo combattuto nell’acqua bassa fino a che è fuggito, portando via la mia spada confitta nella coscia.

— Hai la lancia che Wayland ti ha forgiato — dice Ricia, — ed hai sempre il mio cuore.


Si arrestarono sull’ultima, piccola sporgenza che riuscirono a liberare, e che si dimostrò essere non uno scaffale bensì un pinnacolo di ghiaccio d’acqua. Tutt’intorno ad esso brillava la distesa nuovamente quieta di pulviscolo ghiacciato e più avanti c’era un pendio di una trentina di metri, poi il bordo della conca e le stelle.

Quella distanza avrebbe anche potuto essere di trenta anni luce, perché chiunque avesse tentato di superarla sarebbe sprofondato fino a chissà dove.

Non c’era senso a ridiscendere, strisciando, il lato spoglio del pinnacolo. La Broberg era rimasta aggrappata ad esso per più di un’ora mentre scavava appigli nel ghiaccio e Scobie non l’aveva potuta aiutare a causa delle sue condizioni. Se avessero tentato di tornare indietro, avrebbero potuto facilmente scivolare, cadere ed essere sopraffatti dal pulviscolo. Se non lo avessero fatto, non avrebbero mai avuto modo di trovare un’altra via, e per di più le loro cellule conservavano energia ancora per un paio d’ore, e continuare ad avanzare usando alternativamente la cellula di Garcilaso, sarebbe stata una fatica inutile.

Si sedettero entrambi, le gambe penzolanti sull’abisso, e si presero per mano.

— Non credo che gli orchetti possano sfondare le porte di ferro di questa torre — dice Kendrick, — ma ci assedieranno fino a farci morire di fame.

— Non hai mai abbandonato la speranza prima d’ora, mio cavaliere — replica Ricia, baciandogli la tempia. — Perché non cerchiamo in giro? Queste mura sono indicibilmente antiche, e chi può sapere quali residui di magia siano stati dimenticati in mezzo a loro? Un paio di mantelli di piume di fenice che ci portino ridendo attraverso il cielo fino alla nostra casa…?

— Temo di no, mia cara. — Kendrick tocca la lancia che brilla appoggiata al bastione. — Triste e grigio sarà il mondo senza di te, ma dobbiamo incontrare con coraggio il nostro destino.

— Felici, dal momento che siamo insieme. — Ricia esibisce il suo coraggioso sorriso. — Hai notato che una certa stanza contiene un letto? Lo vogliamo provare?

— Forse dovremmo piuttosto portare ordine nelle nostre menti e nelle nostre anime. — Kendrick si acciglia.

— Più tardi… sì… — lo tira per un gomito. — E poi… chi lo sa? Forse quando scuoteremo la coperta per liberarla dalla polvere scopriremo che si tratta di una cappa magica che ci permetterà di attraversare invisibili le file del nemico.

— Tu sogni.

— E se lo facessi? — La paura si agita dietro i suoi occhi, la voce le trema. — Posso sognare che siamo liberi, se tu mi aiuterai.

— No! — gracchiò Scobie, picchiando il pugno sul ghiaccio. — Morirò nel mondo reale.

Ricia indietreggia dinnanzi a lui: Kendrick vede il terrore invaderla.

— Tu, tu deliri, adorato — balbetta.

Scobie si girò e l’afferrò per le braccia.

— Non vuoi ricordare Tom ed i bambini?

— Chi…

— Non lo so. Ho dimenticato anch’io. — Kendrick si accascia.

Ricia si appoggia a lui sull’altura ventosa. Un falco gira in alto.

— È certo il residuo di un incantesimo malvagio. Oh, cuore mio, vita mia, allontanalo da te! Aiutami a trovare un mezzo per salvarci! — Eppure, la sua supplica è incerta, e da essa traspare il terrore.

Kendrick si raddrizza, ed appoggia la mano sulla lancia di Wayland, ed è come se da essa la forza fluisse in lui.

— Un incantesimo, in vero — dice, ed il suo tono acquista forza. — Non indugerò nella sua oscurità, né permetterò che esso acciechi o assordi anche te, mia signora. — Il suo sguardo cattura quello di lei, che non riesce a liberarsi. — C’è una sola strada per arrivare alla libertà, ed essa passa attraverso i cancelli della morte.

Lei attende, muta e tremante.

— Qualsiasi cosa facciamo, dobbiamo morire, Ricia. Andiamo via di qui come si conviene alla nostra razza.

— Io… no… non farò… io…

— Vedi dinnanzi a te il mezzo della tua liberazione: è tagliente, ed io sono forte. Non sentirai dolore.

— Allora, presto, Kendrick, prima ch’io sia perduta. — Si denuda il seno.

Lui affonda l’arma.

— Ti amo — le dice, mentre lei gli si affloscia ai piedi. — Ti seguo, mia adorata. — Libera l’acciaio, punta l’asta contro il muro e si precipita sulla lancia, cadendo accanto alla Principessa. — Ora siamo liberi.


— È stato… un incubo. — La voce della Broberg sembrava quella di una sonnambula.

— Necessario, credo, per entrambi. — La voce di Scobie tremava. Teneva lo sguardo fisso dinnanzi a sé, lasciando che Saturno lo riempisse di luce abbagliante. — Altrimenti avremmo continuato ad essere… pazzi? Forse no, come definizione. Ma non saremmo neppure stati nella realtà.

— Sarebbe stato più facile — mormorò la donna. — Non ci saremmo accorti di morire.

— Lo avresti preferito?

La Broberg rabbrividì, ed il rilassamento nei suoi lineamenti cedette il posto alla stessa tensione presente sul volto di lui.

— Oh, no! — rispose, con voce molto bassa ma del tutta cosciente. — No, avevi ragione, naturalmente. Grazie per il tuo coraggio.

— Hai sempre avuto altrettanto coraggio quanto chiunque altro, Jean. Solo che devi avere più immaginazione di me. — La mano di Scobie tranciò lo spazio vuoto in un gesto che accantonava la questione. — Bene, dovremmo chiamare il povero Mark ed informarlo, ma prima… prima… — Le sue parole persero la cadenza che le animava.

— Cosa, Colin? — chiese lei, stringendogli la mano guantata.

— Decidiamo a proposito di quella terza cellula… quella di Luis — disse lui con difficoltà, continuando a fissare il grande pianeta anellato. — In effetti, la decisione spetta a te, anche se possiamo discutere la cosa, se lo desideri. Non voglio usarla solo per guadagnare qualche altra ora, e non intendo dividerla, perché questo renderebbe peggiore il trapasso per entrambi. Suggerisco tuttavia che la usi tu.

— Per sedere accanto al tuo cadavere congelato? No, non ne sentirei neppure il calore, non nelle ossa…

La donna si girò verso di lui talmente di scatto che per poco non cadde giù dal pinnacolo, e Scobie la dovette afferrare.

— Calore! — gridò lei, con voce acuta come il richiamo di un falco in volo. — Colin, riporteremo le ossa a casa!


— In effetti — disse Danzig, — mi sono arrampicato sopra lo scafo, ed ora sono abbastanza in alto da poter vedere sopra quei costoni e spuntoni, e riesco a scorgere l’intero orizzonte.

— Bene — grugnì Scobie. — Preparati ad esplorare rapidamente un cerchio completo. Questo dipende da un mucchio di fattori che non possiamo prevedere. Il segnale non sarà certo grosso come quello che hai preparato tu: può essere sottile e di breve durata, e, naturalmente, può sollevarsi troppo poco nell’aria per essere visibile alla tua distanza. — Scobie si schiarì la gola. — In quel caso, per noi due sarà la fine, ma avremo fatto un tentativo, il che è già grandioso di per sé.

Scobie tirò fuori la cellula d’energia: il dono di Garcilaso. Un massiccio pezzo di cavo, privato dell’isolante, congiungeva le due spine, e, senza un regolatore, l’unità riversava la sua massima energia attraverso quel cortocircuito, tanto che il filo era già incandescente.

— Sei certo di non volere che lo faccia io, Colin? — chiese la Broberg. — La tua costola…

— Sono ugualmente meglio strutturato dalla natura per lanciare le cose — replicò Scobie con un sorriso distorto. — Concedi almeno questo all’arroganza maschile: l’idea brillante è stata tutta tua.

— Avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio — replicò lei, — e credo che lo sarebbe stato, se non fossimo stati accecati dal nostro sogno.

— Hmmm. Spesso le risposte più semplici sono quelle più difficili da trovare. Inoltre, dovevamo arrivare fin qui, altrimenti non sarebbe servito a nulla, ed il gioco ci ha aiutati moltissimo… Sei pronto, Mark? Tira…!

Scobie tirò la cellula come fosse stata una palla da baseball, uno strattone lungo ed energico nella scarsa gravità di Iapetus. Roteando, la cellula tracciò dinnanzi allo sguardo una magica ragnatela con il suo cavo incandescente, quindi andò ad atterrare da qualche parte oltre il bordo, sul ghiacciaio.

Gas gelati si vaporizzarono, salirono vorticando e si ricondensarono brevemente prima di disperdersi. Il geyser si levò bianco contro le stelle.

— Vi vedo! — strillò Danzig. — Vedo il vostro segnale, mi sono orientato e mi metterò immediatamente in marcia, con la corda e le unità d’energia di scorta e tutto il resto!

Scobie si accasciò al suolo stringendosi il fianco sinistro, e la Broberg s’inginocchiò e lo abbracciò, come se uno di loro due potesse alleviare la sua sofferenza. Non aveva molta importanza: non avrebbe sofferto ancora per molto.

— Quanto pensi sia salita in alto la nuvoletta? — chiese Danzig, più calmo.

— Circa un centinaio di metri — precisò la Broberg, dopo aver riflettuto.

— Oh, dannazione, questi guanti rendono difficile manovrare il calcolatore… Bene, a giudicare da quello che ho osservato, devo essere dai dieci ai quindici klicks di distanza da voi. Concedetemi un’ora o poco più per arrivare là e trovare la vostra esatta posizione. Va bene?

— Sì, per un pelo — rispose la Broberg, dopo aver controllato i dati. — Abbasseremo i nostri termostati e rimarremo seduti e fermi per ridurre la richiesta di ossigeno. Avremo freddo, ma sopravviveremo.

— Può darsi che ci metta di meno — osservò Danzig. — Quello era il calcolo dell’eventualità peggiore. D’accordo, parto. Niente più conversazione fino a quando c’incontreremo. Non intendo correre rischi sciocchi, ma avrò bisogno di tutto il mio fiato per fare in fretta.

Debolmente, i due che attendevano lo sentirono respirare, poi udirono il passo affrettato dei suoi stivali. Il geyser di ghiaccio si estinse.

Rimasero seduti, circondandosi a vicenda la vita con le braccia, contemplando la gloria che li circondava. Dopo un periodo di silenzio, l’uomo disse:

— Bene, suppongo che questo segni la fine del gioco. Per tutti.

— Deve certamente essere tenuto sotto stretto controllo — rispose la donna. — Mi chiedo, tuttavia, se lo abbandoneremo del tutto… quassù.

— Se devono, possono farlo.

— Sì. Noi ci siamo riusciti, tu ed io, non è vero?

Si volsero faccia a faccia, sotto quel cielo dominato da Saturno e costellato di stelle; nulla mitigava la luce del sole che li rivelava l’uno all’altra, lei una donna sposata di mezza età, lui un uomo comune, salvo che per la sua solitudine. Non avrebbero mai più giocato: non potevano farlo.

— Caro amico… — cominciò la donna, una perplessa compassione nello sguardo.

La mano sollevata di lui le impedì di dire altro.

— Meglio non parlare, se non è essenziale. Ci farà risparmiare un po’ di ossigeno e ci permetterà di scaldarci un po’ di più. Vogliamo provare a dormire?

Gli occhi di lei si allargarono ed incupirono.

— Non oso farlo — confessò. — Non fino a che sarà trascorso abbastanza tempo. In questo momento, potrei sognare.