Isaac Asimov

Neanche gli dei


UNA DEDICA UN PO’ LUNGA

<p>UNA DEDICA UN PO’ LUNGA</p>

Se non contiamo Viaggio allucinante, che era la stesura sotto forma di romanzo di una sceneggiatura altrui, fanno ormai dieci anni e mezzo che non scrivo un romanzo di fantascienza. Non perché io abbia smesso di scrivere, dal momento che in questi anni ho scritto più che mai. Semplicemente, non ho scritto romanzi di fantascienza.

Poi, un giorno, il 24 gennaio 1971, a una convention di fantascienza che si teneva a New York, mi trovai tra il pubblico che ascoltava Robert Silverberg e Lester del Rey impegnati in un dibattito a due di argomento fantascientifico. Nel corso della discussione Bob, dovendo riferirsi all’isotopo di un elemento chimico — un qualunque isotopo — per chiarire il suo punto di vista, dopo un attimo di esitazione disse: “Plutonio 186”.

Naturalmente, al termine del dibattito mi avvicinai a Bob per dirgli (con parecchio compiacimento) che non esisteva, e non poteva esistere, qualcosa che si chiamasse plutonio 186. Per niente abbattuto da quella dimostrazione della sua ignoranza scientifica, Bob replicò, testardo: “E allora?”.

“Allora ecco qua” dissi io. “Solo per dimostrarti la portata della tua ingenuità, scriverò una storia sul plutonio 186.”

Non era affatto facile come l’avevo fatto sembrare con la mia magniloquenza. Dovevo immaginare qualcosa che rendesse possibile (o quanto meno sembrasse rendere possibile) l’esistenza di un isotopo impossibile, poi immaginare le complicazioni che ne derivavano e, infine, la soluzione di quelle complicazioni.

Dopo qualche tempo ero riuscito a escogitare abbastanza da cominciare.

Così, mi sedetti alla scrivania e mi misi a scrivere, e successe qualcosa che di solito non mi succede… La storia mi prese la mano e andò avanti per conto suo. All’inizio non avevo idea che avrei scritto un romanzo, ma è quello che ne è risultato.

Pertanto, per avermi inconsapevolmente fornito l’ispirazione per un romanzo che io non sapevo (all’origine) di dover scrivere, dedico questo libro:


Al mio Buon Amico ROBERT SILVERBERG

Ah, a proposito, la storia comincia con il capitolo 6. Non è un errore. Ho i miei buoni motivi. Quindi, basta che la leggiate e, mi auguro, la gustiate.


PARTE PRIMA

Contro la stupidità…

6

1

6 (continuazione)

2

3

6 (continuazione)

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5

6 (conclusione)

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8

9

10

<p>PARTE PRIMA</p> <p><emphasis>Contro la stupidità…</emphasis></p>
<p>6</p>

— Inutile! — esclamò con asprezza Lamont. — Non ho ottenuto niente. — Aveva un’espressione imbronciata che s’intonava con gli occhi infossati e il lungo mento un po’ asimmetrico. L’espressione imbronciata era presente anche nei suoi momenti migliori, e quello non era uno dei suoi momenti migliori. Il suo secondo colloquio ufficiale con Hallam era stato un fiasco più grosso del primo.

— Non fare il tragico — disse Myron Bronowski, placido.

— Non ti aspettavi niente. Me lo hai anche detto. — Stava gettando in aria delle arachidi che poi acchiappava al volo con la bocca dalle labbra tumide. Non ne sbagliava una. Non era molto alto né molto magro.

— Non è che mi faccia piacere. Ma hai ragione, non importa. Ci sono altre cose che posso fare e ho intenzione di farle e, in più, dipendo da te. Se solo tu riuscissi a scoprire…

— Non finire la frase, Pete. La so a memoria. Tutto quello che devo fare è decifrare il pensiero di un’intelligenza non umana.

— Un’intelligenza migliore di quella umana. Gli esseri del para-universo stanno tentando di farsi capire.

— Può darsi — sospirò Bronowski — ma tentano di farlo tramite la mia intelligenza che è migliore di quella umana, come qualche volta mi capita di pensare, ma non di molto. Qualche volta, la notte, me ne sto sveglio al buio a chiedermi se tra intelligenze diverse la comunicazione sia possibile; oppure, se ho avuto una giornata particolarmente storta, se la frase “intelligenze diverse” abbia addirittura un significato.

— Ce l’ha — disse con impeto Lamont, mentre le mani nelle tasche del camice da laboratorio gli si stringevano a pugno. — Significa Hallam e me. — Significa quell’eroe fasullo, il dottor Frederick Hallam, e me. Noi siamo due intelligenze diverse, perché quando io gli parlo lui non capisce. La sua faccia idiota diventa più rossa, gli si strabuzzano gli occhi e gli si turano le orecchie. Direi persino che il cervello gli smette di funzionare, se avessi la prova che in qualche altro momento funziona.

— Che modo di parlare del Padre della Pompa Elettronica — mormorò Bronowski.

— È proprio questo. Il riverito Padre della Pompa Elettronica. Un bastardo, se mai ne è nato uno. Il suo contributo è stato irrilevante. Io lo so.

— Anch’io lo so. Me lo hai detto un sacco di volte. — E Bronowski lanciò in aria un’altra arachide. Non la mancò.

<p>1</p>

Era successo un quarto di secolo prima. Frederick Hallam era un radiochimico, con la stampa della tesi di laurea ancora umida e nessun segnale premonitore di essere destinato a sovvertire il mondo.

Quello che diede l’avvio al sovvertimento del mondo fu il fatto che una polverosa bottiglia da reagente con l’etichetta “Tungsteno-Metallo” si trovava sulla sua scrivania. Quella roba non era sua, e lui non l’aveva mai adoperata. Era l’eredità di un lontano giorno in cui uno dei precedenti occupanti di quello stesso ufficio aveva avuto bisogno di tungsteno per un motivo ormai sepolto nell’oblio. E non era nemmeno più tungsteno: erano granuli di un qualcosa molto ossidato, grigio e pieno di polvere. Completamente inutili.

E un giorno Hallam entrò nel laboratorio (ecco, per la precisione era il 3 ottobre 2070), si mise al lavoro, s’interruppe poco prima delle dieci del mattino, fissò attonito la bottiglia, poi la prese in mano. Era coperta di polvere come sempre, con la sua etichetta sbiadita, ma lui gridò: — Perdio! Chi ha pasticciato con questa roba, maledetto lui?

Questa, per lo meno, fu la versione di Denison, che aveva udito per caso l’esclamazione, come la raccontò a Lamont una generazione più tardi. Il resoconto ufficiale della scoperta, come lo riportano i libri, non cita la frase. Se ne ricava l’impressione di un chimico dalla vista acuta che si accorse del cambiamento e ne trasse seduta stante profonde deduzioni.

Non avvenne così. Hallam non sapeva cosa farsene del tungsteno: per lui non aveva il minimo valore e qualunque manomissione non avrebbe avuto importanza. Però, non sopportava che frugassero nella sua scrivania (a molti capita la stessa cosa) e sospettava che gli altri fossero tanto maliziosi da averlo fatto solo per dispetto.

Sul momento nessuno ammise di avere a che fare con la faccenda. Benjamin Allan Denison, colui che aveva sentito per caso la prima osservazione, aveva l’ufficio proprio dirimpetto, dall’altra parte del corridoio, e ambedue le porte erano aperte. Alzò gli occhi e incontrò lo sguardo accusatore di Hallam.

Hallam non gli piaceva molto (non piaceva molto a nessuno) e per di più la notte aveva dormito male. Perciò, come successe in realtà e come in seguito lui stesso ricordò, fu piuttosto contento di avere sottomano qualcuno su cui sfogare il cattivo umore, e Hallam era il candidato ideale.

Quando Hallam gli mise la bottiglia sotto il naso, Denison la scostò con la mano, disgustato. — Perché, maledizione, dovrebbe interessare a me il tuo tungsteno? — sbottò. — E perché dovrebbe interessare a qualcuno? Se guardi bene la bottiglia, vedrai che quella roba non viene aperta da vent’anni, e se non ci avessi messo sopra le tue luride zampe, avresti visto anche tu che nessuno te l’aveva toccata.

Un rossore collerico si diffuse sulla faccia di Hallam, che disse, a denti stretti: — Senti, Denison, qualcuno ne ha cambiato il contenuto. Questo non è il tungsteno.

Denison si concesse un lieve ma percettibile sbuffo di disprezzo. — E tu come fai a saperlo?

La storia è fatta di cose come questa, meschine malignità e stoccate al buio.

Sarebbe stata in ogni caso un’osservazione poco felice. Il curriculum scolastico di Denison, fresco quanto quello di Hallam, era molto più brillante e lui era il nuovo acquisto più promettente del reparto. Hallam lo sapeva e, ciò che era peggio, lo sapeva anche Denison e non ne faceva un segreto. La domanda “E tu come fai a saperlo?”, con la chiara e inequivocabile enfasi sul tu, fornì ampio motivo per tutto quello che avvenne in seguito. Senza l’insinuazione, Hallam non sarebbe mai diventato il più grande e il più riverito scienziato della storia, per dirla con le precise parole che usò Denison più tardi, durante il suo colloquio con Lamont.

Ufficialmente, quella mattina fatale Hallam era entrato nel laboratorio, si era accorto che i granuli grigi e polverosi erano spariti — non era rimasta nemmeno la polvere sulla superficie interna della bottiglia — e che al loro posto c’era del metallo lucido, grigio ferro. Naturalmente aveva indagato…

Ma mettiamo da parte la versione ufficiale. L’origine di tutto fu Denison. Se si fosse limitato a un semplice no o a un’alzata di spalle, le probabilità dicono che Hallam avrebbe fatto la sua domanda agli altri, poi alla fine, stanco di quel fatterello inesplicabile, avrebbe messo in un canto la bottiglia permettendo così che il futuro fosse determinato dalla tragedia, impercettibile o definitiva (questo in base al tempo che sarebbe trascorso prima della scoperta decisiva), che ne sarebbe derivata. In ogni caso, non sarebbe stato Hallam a salire come un turbine ai vertici della fama.

Invece, con quel “E tu come fai a saperlo?” che lo metteva con le spalle al muro, ad Hallam non restò che replicare di slancio: — Ti farò vedere io come lo so!

Dopo di che niente e nessuno gli avrebbero impedito di andare fino in fondo. L’analisi del metallo contenuto nella vecchia bottiglia diventò il suo scopo prioritario, e la sua meta principale quella di cancellare l’espressione di superiorità dalla faccia affilata di Denison e la perpetua smorfia sarcastica dalle sue labbra pallide.

Denison non dimenticò mai quella scena perché fu la sua replica che portò Hallam al Premio Nobel e lui stesso all’anonimato.

Non aveva modo di sapere (oppure, se lo avesse saputo, non gliene sarebbe importato) che Hallam possedeva un’enorme testardaggine, quel bisogno di proteggere il proprio orgoglio professionale che è dei mediocri insicuri, che lo avrebbe portato allo splendore della scoperta molto più facilmente che tutta la luce dell’ingegno di Denison.

Hallam agì subito e allo scoperto. Portò il suo metallo sconosciuto al reparto della spettrografia di massa, mossa naturale per un chimico delle radiazioni. Conosceva i tecnici di quel reparto, avendo già lavorato con loro, e sapeva come convincerli. Fu talmente convincente, in effetti, che la sua analisi passò avanti a incarichi ben più importanti.

Alla fine il tecnico addetto allo spettrografo disse: — Ecco, non è tungsteno.

La faccia larga e arcigna di Hallam s’increspò in un sorriso acido. — Bene. Lo diremo a Ingegno-brillante Denison. Voglio una relazione e…

— Un momento, dottor Hallam. Ho detto che non è tungsteno, ma questo non vuoi dire che io sappia cos’è.

— Come sarebbe che non sai cos’è?

— Voglio dire che i risultati sono ridicoli. — Il tecnico rifletté un momento. — Impossibili, anzi. Il rapporto carica-massa è tutto sbagliato.

— Tutto sbagliato in che senso?

— Troppo alto. Non può esistere, semplicemente.

— Be’, allora — disse Hallam e, indipendentemente dalle sue motivazioni, la frase successiva lo mise sulla via che portava al Premio Nobel (un premio meritato, si potrebbe persino aggiungere) — scopri la frequenza dei suoi raggi X caratteristici e calcola la carica nucleare. Non startene lì con le mani in mano a dire che qualcosa è impossibile.

Fu un tecnico sottosopra quello che entrò qualche giorno dopo nell’ufficio di Hallam.

Hallam ignorò il turbamento evidente sul viso dell’altro — non era mai stato un uomo sensibile — e cominciò: — Hai trovato… — A quel punto gettò un’occhiata incerta verso Denison, che sedeva alla sua scrivania nel suo ufficio, e andò a chiudere la porta. — Hai trovato la carica nucleare?

— Sì, ma è sbagliata.

— D’accordo, Tracy. Rifa’ i calcoli.

— Li ho rifatti almeno dieci volte. È sbagliata.

— Se l’hai misurata, è quella che è. Non serve discutere i fatti.

Tracy si strofinò un orecchio e disse: — Ho fatto quello che dovevo, dottore. E, se prendo sul serio i miei calcoli, quello che mi avete dato da analizzare è plutonio 186.

— Plutonio 186? Plutonio 186?

— La carica è +94. La massa 186.

— Ma è impossibile! Non c’è un isotopo del genere. Non può esistere.

— È quello che vi avevo detto io. Ma questi sono i risultati delle analisi.

— Ma, se le cose stanno così, al nucleo mancano più di cinquanta neutroni! Non si può ottenere del plutonio 186. Non si possono cacciare dentro a un nucleo novantaquattro protoni con solo novantadue neutroni e pretendere che restino insieme per più di un trilionesimo di trilionesimo di secondo.

— È quello che vi avevo detto io, dottore — ripeté Tracy, pazientemente.

A quel punto Hallam smise di pensare. Il metallo che era scomparso era tungsteno, e uno dei suoi isotopi, il tungsteno 186, era stabile. Il tungsteno 186 aveva nel nucleo 74 protoni e 112 neutroni. Possibile che qualcosa avesse trasformato venti neutroni in venti protoni? No, era impossibile.

— E ci sono tracce di radioattività? — chiese Hallam, cer. cando a tentoni la strada per uscire dal labirinto.

— Ci ho pensato anch’io — disse il tecnico. — Ma è stabile. Assolutamente stabile.

— Allora non può essere plutonio 186.

— È quello che continuo a dirvi, dottore.

Hallam concluse, senza più speranza: — Be’, dammi quella roba.

Rimasto solo, si mise a sedere fissando a occhi sbarrati la bottiglia. L’isotopo del plutonio più vicino a essere quasi stabile era il plutonio 240, dove erano necessari 146 neutroni per tenere uniti 94 protoni con una parvenza di stabilità, per di più parziale.

E adesso cos’avrebbe fatto? La faccenda gli aveva preso la mano, e lui rimpiangeva di averle dato il via. In fondo, lo aspettava il vero lavoro che gli avevano dato da svolgere e quella cosa — quel mistero — non c’entrava. Tracy doveva avere commesso qualche stupido errore, oppure lo spettrometro di massa non funzionava bene, oppure…

Be’, e con questo? Smettila di pensarci sopra e dimenticatene.

Ma Hallam non poteva comportarsi così. Prima o poi Denison sarebbe capitato lì da lui e con quel suo sorrisetto irritante gli avrebbe chiesto notizie del tungsteno. E lui cos’avrebbe risposto? Avrebbe risposto: “Non è tungsteno, proprio come ti avevo detto”.

E, di sicuro, Denison avrebbe chiesto: “E allora cos’è?”, e per niente al mondo lui si sarebbe esposto al tipo di ridicolo che avrebbe fatto seguito alla dichiarazione che quello era plutonio 186. Perciò, doveva scoprire cos’era e scoprirlo da sé. Ovviamente non poteva fidarsi di nessuno.

Così, un paio di settimane dopo entrava nel laboratorio di Tracy in uno stato che si può ben definire furia nera.

— Ehi, non mi avevi detto che quella roba non era radioattiva?

— Quale roba? — replicò automaticamente Tracy, prima di ricordare.

— Quella roba che hai chiamato plutonio 186 — sbottò Hallam.

— Ah. Ecco, era stabile.

— Stabile come il tuo cervello! Se definisci quella roba non radioattiva, è meglio che tu vada a fare l’idraulico.

Tracy corrugò la fronte. — E va bene, dottore. Datemela qua che vediamo. — Poco dopo esclamò: — Che io sia…! È radioattiva. Non molto, ma lo è Non capisco come ho fatto a non accorgermene.

— E adesso come faccio a fidarmi di quella tua balla che sia plutonio 186?

Ormai Hallam c’era dentro fino al collo. Il mistero era diventato talmente esasperante che lo considerava un affronto personale. Chiunque avesse scambiato la bottiglia con un’altra, o avesse scambiato il contenuto con un altro, doveva averlo fatto di nuovo, oppure doveva aver inventato un metallo al solo scopo di prenderlo in giro. A ogni buon conto lui era disposto a fare a pezzi il mondo per risolvere l’enigma, se doveva… e se ci fosse riuscito.

Sostenuto dalla sua testardaggine e da una determinazione che non rendeva facile a nessuno liberarsi di lui, andò difilato da G.C. Kantrowitsch, a quell’epoca nell’ultimo anno della sua notevole carriera. Era difficile ottenere l’aiuto di Kantrowitsch, ma dopo averlo ottenuto si partiva in quarta.

Due giorni dopo, infatti, il vecchio entrò come un fulmine nell’ufficio di Hallam, in preda all’eccitazione. — Avete toccato questo materiale con le mani?

— Un paio di volte.

— Be’, non fatelo più. Neanche se fosse necessario. Emette positroni.

— Eh?

— I positroni più robusti che io abbia mai visto… E i vostri calcoli della sua radioattività sono in difetto.

— In difetto?

— Troppo bassi. Ma c’è una cosa che non mi quadra. Ogni volta che la misuro è di un tantino più alta che la volta precedente.

<p>6 <emphasis>(continuazione)</emphasis></p>

Bronowski pescò una mela nella capace tasca della giacca e le diede un morso. — Okay. Hai visto Hallam che ti ha preso a calci come ti aspettavi. E adesso?

— Non ho ancora deciso. Ma, qualunque cosa farò, gli finirà su quel grosso deretano. L’avevo già visto una volta, sai? Anni fa, quando ero appena arrivato qui, quando credevo ancora che fosse un grand’uomo. Un grand’uomo… Il peggior mascalzone nella storia della scienza. Ha riscritto la storia della Pompa, sai, l’ha riscritta qui… — Lamont si toccò la tempia con un dito. — Crede alle sue stesse fantasie e le difende a spada tratta. È un pigmeo con un solo talento: l’abilità di convincere gli altri che è un gigante. — Lamont alzò gli occhi sul faccione placido di Bronowski, ora increspato da un sorriso divertito, e riuscì a rimediare una risatina. — D’accordo, anche questo non serve a niente e comunque te ne ho già parlato.

— Parecchie volte — annuì Bronowski.

— Ma mi scoccia talmente che tutti quanti…

<p>2</p>

All’epoca in cui Hallam aveva preso in mano il suo tungsteno alterato, Peter Lamont aveva due anni. Ne aveva venticinque quando ottenne il posto alla Prima Stazione della Pompa, anche lui con la tesi di laurea fresca di stampa, e contemporaneamente accettò un incarico presso la facoltà di fisica dell’università.

Per uno così giovane erano risultati più che soddisfacenti. La Prima Stazione non aveva il lustro di quelle costruite successivamente, ma era la nonna di tutta la catena di stazioni che ormai faceva il giro completo del pianeta, anche se la tecnologia su cui si basava aveva soltanto una ventina d’anni. Nessun altro progresso tecnico importante si era mai imposto con tanta rapidità e così totalmente. Ma perché non avrebbe dovuto? Significava energia illimitata, gratuita e senza problemi: era il Babbo Natale e la lampada di Aladino del mondo intero.

Lamont aveva accettato il posto per potersi occupare dei problemi relativi alle più elevate astrazioni teoretiche, invece scoprì di provare un grande interesse per la sorprendente storia della nascita e dello sviluppo della Pompa Elettronica. Non era mai stata scritta nella sua interezza da qualcuno che capisse veramente i principi teorici (per quel tanto che potevano essere capiti) e che fosse anche in grado di spiegarne le difficoltà in modo comprensibile al grosso pubblico. Per la verità lo stesso Hallam aveva scritto diversi articoli divulgativi, che però non costituivano una storia organica e ragionata come quella che Lamont aveva un gran desiderio di scrivere.

Per cominciare utilizzò gli articoli di Hallam e le dichiarazioni, pubblicate, di altre persone — i documenti ufficiali per dirla in breve — che si riferivano all’osservazione di Hallam destinata a sovvertire il mondo, la Grande Intuizione, com’era sovente definita (e invariabilmente con le iniziali maiuscole).

In seguito naturalmente, dopo aver sperimentato le prime delusioni, Lamont scavò più a fondo e nella mente gli nacque il dubbio che la grande intuizione di Hallam non fosse stata proprio di Hallam. Era stata esposta per la prima volta alla riunione di esperti e docenti universitari che costituiva il vero inizio della Pompa Elettronica, eppure, a conti fatti, gli fu estremamente difficile ottenere i particolari di quella riunione e del tutto impossibile reperirne le registrazioni sonore.

Alla fine Lamont cominciò a sospettare che la cancellazione delle orme lasciate sulla sabbia del tempo da quella riunione non fosse interamente accidentale. Mettendo insieme numerosi dati con la sua intelligenza, si convinse che esisteva la ragionevole probabilità che John F.X. McFarland avesse detto qualcosa di molto, molto simile alla dichiarazione fondamentale di Hallam… e che lo avesse fatto prima di Hallam.

Andò a trovare McFarland, che non era inserito in alcuna organizzazione ufficiale e che al momento si occupava di ricerche relative all’atmosfera superiore, con particolare riguardo al vento solare. Non era un lavoro di primissimo piano, ma aveva i suoi vantaggi e molto più che qualche attinenza con gli effetti della Pompa. Era evidente che McFarland era riuscito a non finire nel dimenticatoio, evitando il destino che aveva travolto Denison.

Fu abbastanza cortese con Lamont e accettò di parlare di tutto, tranne che di quanto era successo durante quella riunione. Semplicemente, non la ricordava.

Lamont insisté, riferendogli le prove che aveva raccolto.

McFarland tirò fuori la sua pipa, la caricò, ne esaminò il contenuto con grande attenzione, poi disse, con una strana intensità: — Non intendo ricordare, perché non è importante. Sul serio. Facciamo l’ipotesi che io ammetta di aver detto qualcosa. Nessuno lo crederebbe. Farei la figura dell’idiota.

— E Hallam farebbe in modo che vi mettessero subito in pensione.

— Non ho detto questo, ma non vedo a cosa mi servirebbe. Che differenza fa, a ogni modo?

— È una questione di verità storica! — esclamò Lamont.

— Balle. La verità storica è che Hallam non ha mai mollato. Ha trascinato tutti nelle ricerche, volenti o nolenti. Senza di lui, quel tungsteno alla fine sarebbe esploso, causando chissà quante vittime. E forse non ne avremmo mai avuto un secondo campione e non avremmo mai avuto la Pompa. Per questo Hallam ha diritto al merito, anche se non ha diritto al merito, e se questo concetto è senza senso non posso farci niente, perché la storia non ha senso.

Lamont non fu soddisfatto da questa dichiarazione, ma dovette contentarsene, dal momento che McFarland non volle dire altro.

Verità storica!

Un pezzetto di verità storica che pareva assodato fu che era stata la radioattività a portare al successo il “tungsteno di Hallam” (perché era così che veniva chiamato per consuetudine storica). Non ebbe nessuna importanza che fosse o non fosse tungsteno, che fosse stato manomesso oppure no, e nemmeno che fosse o non fosse un isotopo impossibile. Tutto passò in secondo piano davanti alla stupefacente realtà di qualcosa — qualunque cosa fosse — che mostrava un costante aumento nell’intensità della sua radioattività, in circostanze che escludevano l’esistenza di qualsiasi tipo di disintegrazione radioattiva, in qualsiasi quantità, fino ad allora noto.


Dopo qualche giorno Kantrowitsch borbottò: — Sarà meglio suddividerlo. Se lo teniamo in blocchetti misurabili evaporerà oppure esploderà… oppure farà tutt’e due le cose, conta minando mezza città.

Perciò dapprima venne ridotto in polvere, suddiviso, mescolato con tungsteno normale e in seguito, quando anche questo divenne radioattivo, fu mescolato con grafite, che esponeva una minore sezione d’urto alle radiazioni.

Meno di due mesi dopo che Hallam si era accorto del cambiamento avvenuto nella bottiglia, Kantrowitsch, in una relazione inviata al direttore della Nuclear Reviews, annunciò l’esistenza del plutonio 186, facendo il nome di Hallam come coautore. In questo modo la denominazione originale di Tracy ebbe il crisma dell’ufficialità, ma il nome del tecnico non fu menzionato né allora né mai. Da quel momento in poi il tungsteno di Hallam volò verso il successo a una velocità fantastica e Denison cominciò a notare quei cambiamenti che alla fine dovevano fare di lui una nullità.

L’esistenza del plutonio 186 era già una grossa incongruenza, ma che all’inizio l’elemento si fosse dimostrato stabile e solo in seguito avesse sviluppato una strana radioattività in aumento era molto peggio.

Fu perciò organizzata una riunione ufficiale per esaminare il problema. La presiedette Kantrowitsch, il che costituì un evento interessante dal punto di vista storico, poiché quella fu l’ultima volta, nella storia della Pompa Elettronica, che un incontro ad alto livello a essa connesso non ebbe Hallam come presidente. Per la verità, Kantrowitsch morì cinque mesi dopo, e con lui scomparve l’unica personalità dotata di prestigio sufficiente a tenere Hallam nell’ombra.

La riunione fu stranamente infruttuosa fino al momento in cui Hallam espose la sua Grande Intuizione, ma nella versione dei fatti ricostruita da Lamont la vera svolta cruciale si ebbe durante l’intervallo per il pranzo. Fu allora che McFarland, al quale le relazioni ufficiali non attribuirono alcun intervento benché il suo nome fosse registrato nell’elenco dei presenti, disse: — Sapete, qui occorrerebbe un briciolo di fantasia. Supponiamo che…

Parlava con Diderick van Klemens, e van Klemens riportò quello che McFarland aveva detto nei propri appunti, che redigeva in una specie di stenografia personale. Molto prima che Lamont riuscisse a scovarli, van Klemens era morto e, sebbene quegli appunti fossero convincenti, Lamont dovette ammettere che senza altre testimonianze dirette non costituivano una prova sicura. Per di più non esisteva il modo di accertare se Hallam avesse ascoltato, per caso o di nascosto, quella conversazione. Lamont era pronto a scommettere la testa che l’aveva ascoltata, ma purtroppo nemmeno la sua opinione era una prova soddisfacente.

E poi, anche supponendo che potesse provarlo? Forse ne avrebbe sofferto l’orgoglio sconfinato di Hallam, ma la sua posizione non ne avrebbe affatto risentito. Si sarebbe potuto argomentare che, per lo stesso McFarland, si trattava di una fantasia e che era stato Hallam a considerarla qualcosa di più. Era stato Hallam, inoltre, che aveva avuto il coraggio di mettersi di fronte al gruppo di luminari e di esporla in modo ufficiale, rischiando il ridicolo che poteva derivarne. Di certo McFarland non si sarebbe mai sognato di far mettere agli atti il suo “briciolo di fantasia”.

Lamont, da parte sua, avrebbe potuto controbattere che McFarland era un fisico nucleare famoso, con una reputazione da difendere, mentre Hallam era un radiochimico alle prime armi cui era concesso di dire quello che voleva nel campo della fisica nucleare perché, non essendo quest’ultima di sua competenza, non gliene sarebbe derivato alcun danno.

Comunque fosse, secondo la trascrizione ufficiale della riunione, questo fu ciò che Hallam disse: — Signori, non stiamo approdando a niente. Di conseguenza farò io una proposta, non perché abbia obbligatoriamente senso, ma perché rappresenta la meno assurda di tutte quelle che ho udito fino a questo momento… Ci troviamo di fronte a un elemento, il plutonio 186, che non può affatto esistere, nemmeno come elemento momentaneamente stabile, se le leggi naturali dell’universo hanno qualche valore. Perciò ne consegue, poiché esiste ed è esistito all’origine come elemento stabile, che deve essere esistito, per lo meno all’origine, in un luogo o in un tempo o in circostanze in cui le leggi naturali dell’universo erano diverse dalle nostre. Per dirla in breve, l’elemento che stiamo studiando non ha avuto origine nel nostro universo, ma in un altro… un universo alternativo, un universo parallelo, chiamatelo come volete.

“Quando è arrivato qui — e non pretendo di sapere come abbia fatto — era ancora stabile. A questo punto avanzo l’ipotesi che lo fosse perché aveva portato con sé le leggi del suo universo. Il fatto che sia lentamente diventato radioattivo, e poi sempre più radioattivo, significa forse che le leggi del nostro universo sono penetrate lentamente nella sua sostanza… se capite cosa intendo.

“Vi faccio notare che, contemporaneamente alla comparsa del plutonio 186, abbiamo avuto la sparizione di un campione di tungsteno, composto di numerosi isotopi stabili fra cui il tungsteno 186. Può darsi che questo campione sia slittato nell’universo parallelo. In fondo è logico supporre, perché è più semplice, che abbia avuto luogo uno scambio di massa piuttosto che un trasferimento a senso unico. Nell’universo parallelo il tungsteno 186 forse è anomalo come lo è il plutonio 186 nel nostro. Magari in origine è un elemento stabile che poi diventa lentamente radioattivo, e poi sempre più radioattivo. E può servire come fonte di energia là, così come il plutonio 186 servirebbe qui.”

I presenti dovevano averlo ascoltato con notevole sbalordimento, poiché non fu registrata alcuna interruzione, per lo meno fino all’ultima frase riportata sopra, quando Hallam sembrò fare una pausa per riprendere fiato, forse anche sorpreso per la propria temerarietà.

Qualcuno dei presenti (probabilmente Antoine-Jerome Lapin, ma la registrazione non è chiara) chiese se il professor Hallam intendesse suggerire che un agente intelligente del para-universo avesse deliberatamente eseguito lo scambio allo scopo di ottenere una fonte di energia. L’espressione “para-universo”, in apparenza impiegata come abbreviazione di “universo parallelo”, da quel momento entrò nell’uso comune. In quella domanda registrata, infatti, si fa menzione per la prima volta dell’espressione stessa.

Vi fu una breve pausa, poi Hallam, più temerario che mai, disse — e questo fu il nocciolo della Grande Intuizione: — Sì, ritengo di sì, e ritengo anche che la fonte di energia non possa essere di utilità pratica a meno che l’universo e il para-universo non lavorino insieme, ciascuno alla sua metà di una pompa che spinga l’energia da loro a noi e da noi a loro, approfittando della diversità delle leggi naturali dei due universi.

A questo punto Hallam aveva adottato la definizione “para-universo” e l’aveva fatta propria. Inoltre, fu il primo a usare la parola “pompa” (da quel momento in poi sempre con l’iniziale maiuscola) in rapporto all’argomento.

Il resoconto ufficiale tende a dare l’impressione che l’ipotesi di Hallam provocasse subito grande entusiasmo, ma non fu così. Coloro che erano disposti a discuterla non s’impegnarono più che tanto, limitandosi a dire che era una teoria divertente. Kantrowitsch, in particolare, non aprì bocca. E questo fu il punto cruciale della carriera di Hallam.

Hallam non era in grado di scoprire ed elaborare da solo tutte le implicazioni teoriche e pratiche della sua stessa ipotesi. Occorreva un’équipe di ricerca, e la costituirono. Ma nessuno di coloro che ne fecero parte avrebbe voluto vedere il proprio nome collegato apertamente all’ipotesi, se non quando era ormai troppo tardi. Quando, alla fine, il successo fu indubbio, il pubblico si era già abituato a considerarlo il progetto di Hallam e di Hallam solo. Per tutto il mondo era stato Hallam, e Hallam da solo, che aveva per primo scoperto l’elemento, concepito ed espresso la Grande Intuizione, e di conseguenza fu Hallam il Padre della Pompa Elettronica.

Dopo di che, in vari laboratori vennero lasciati in evidenza, e in modo allettante, granuli di tungsteno metallico. Il trasferimento ebbe luogo nella percentuale di uno su dieci, e così si ottennero nuove scorte di plutonio 186. Furono esposti come esca altri elementi chimici, che però vennero rifiutati. Ma non importava dove comparisse il plutonio 186 o chi fosse a inviarlo all’organizzazione centrale di ricerca che si occupava del problema: per il pubblico si trattava sempre di un altro po’ del “tungsteno di Hallam”.

Fu ancora Hallam a esporre al pubblico, e con il maggior successo possibile, alcuni aspetti teorici della questione. Con sua stessa sorpresa (come ebbe a dichiarare in seguito) scoprì di saper scrivere in modo semplice e piano, e che l’opera di divulgazione gli piaceva. Inoltre, il successo possiede una sua propria inerzia, e il pubblico non accettò di essere informato sul progetto da nessuno che non fosse Hallam.

In un articolo, poi famoso, comparso sul North American Sunday Tele-Times Weekly, scrisse: “Non siamo in grado di dire in quanti modi diversi le leggi del para-universo differiscano dalle nostre, ma possiamo supporre con una certa sicurezza che l’interazione forte dei nuclei atomici, che è la forza più potente conosciuta del nostro universo, sia ancora più potente nel para-universo. Forse cento volte di più. Ciò significa che i protoni restano più facilmente uniti contro la loro stessa attrazione elettrostatica e che un nucleo ha bisogno di meno neutroni per essere stabile.

“Il plutonio 186, stabile nel loro universo, contiene troppi protoni, oppure troppo pochi neutroni, per essere stabile nel nostro con la sua interazione nucleare poco efficiente. Perciò, una volta nel nostro universo, il plutonio 186 comincia a irradiare positroni, emettendo nel contempo energia, e, per ogni positrone emesso, all’interno del nucleo un protone si trasforma in un neutrone. Alla fine, dopo che per ogni nucleo venti protoni si sono trasformati in neutroni, il plutonio 186 è diventato tungsteno 186, che in base alle leggi del nostro universo è stabile. Durante il procedimento per ogni nucleo sono stati eliminati venti positroni, i quali si scontrano e si combinano con venti elettroni, annullandoli e liberando altra energia, di modo che, per ogni nucleo di plutonio 186 che ci viene inviato, il nostro universo finisce col perdere venti elettroni.

“Nel contempo il tungsteno 186 che è entrato nel para-universo è colà instabile per la ragione opposta: secondo le leggi del para-universo ha troppi neutroni, oppure troppo pochi protoni. I nuclei del tungsteno 186 cominciano a emettere elettroni, liberando contemporaneamente energia, e per ogni elettrone emesso un neutrone si trasforma in un protone finché, alla fine, si riforma il plutonio 186. Pertanto, con ogni nucleo di tungsteno 186 mandato nel para-universo, quest’ultimo aumenta di venti elettroni.

“Il plutonio/tungsteno può compiere il suo ciclo all’infinito, avanti e indietro dal nostro universo al para-universo, liberando energia prima nell’uno e poi nell’altro. Il risultato totale è il trasferimento di venti elettroni dal nostro universo al loro per ogni nucleo circolante, ma entrambi ricavano energia da quella che è, in realtà, una Pompa Elettronica Inter-Universale.”

La realizzazione pratica di questa teoria e l’effettiva installazione della Pompa Elettronica come una vera ed efficace fonte di energia ebbero luogo a velocità da primato, e ogni passo in avanti coronato da successo non fece altro che accrescere il prestigio di Hallam.

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Lamont non aveva alcun motivo di dubitare dei fondamenti di questo prestigio e fu con una certa qual ammirata riverenza (il cui ricordo in seguito lo imbarazzò e che tentò, con qualche successo, di cancellare dalla memoria) che all’inizio si dette da fare per ottenere da Hallam un colloquio, una specie di intervista, relativo alla storia che aveva intenzione di scrivere.

Hallam parve ben disposto. In un quarto di secolo la sua posizione nella stima del pubblico era diventata talmente stratosferica che ci si poteva meravigliare che il naso non gli sanguinasse. Fisicamente era invecchiato con imponenza, se non con grazia. Il suo corpo massiccio suggeriva una gravità di fatto, e lui riusciva a dare alla faccia, sebbene larga e un po’ grossolana, un’espressione di serena dignità intellettuale. Arrossiva ancora con facilità e la sua suscettibilità era proverbiale.

Prima di far entrare Lamont, Hallam aveva preso su di lui, per vie traverse, qualche informazione basilare. Lo accolse così: — Siete il dottor Peter Lamont e avete fatto un buono studio sulla para-teoria, mi dicono. Ricordo vagamente la vostra tesi. Era sulla para-fusione, vero?

— Sì, professore.

— Rinfrescatemi la memoria. Parlatemene. Alla buona, naturalmente, come se aveste a che fare con un profano. In fondo — e a questo punto fece una risatina chioccia — io sono un profano, in un certo senso. Sono soltanto un radiochimico, lo sapete, e neppure un gran teorico, a meno che non vogliate tener conto di qualche concetto, di tanto in tanto.

Sul momento Lamont ritenne sincera quella dichiarazione e in realtà forse non era così palesemente ipocrita come più tardi egli insisté a spergiurare che fosse stata. Era comunque una caratteristica del metodo di Hallam, come Lamont più tardi scoprì, o quanto meno sostenne che così fosse, quella di tentare d’impadronirsi dei punti essenziali dell’opera altrui. Dopo di che era in grado di parlare con disinvoltura dell’argomento, senza sottolineare o addirittura senza accennare nemmeno di sfuggita al nome dell’autore.

Ma l’allora più giovane Lamont si sentì piuttosto lusingato dal discorsetto e attaccò immediatamente, con quell’ardore che uno prova nello spiegare le proprie scoperte: — Non posso dire di aver fatto un gran che, dottor Hallam. Dedurre le leggi naturali del para-universo, le para-leggi cioè, è parecchio complicato. Abbiamo tanto poco su cui basarci! Io sono partito da quel poco che conosciamo e senza porre come premessa assiomi indimostrabili. Con un’interazione nucleare più forte sembra tuttavia ovvio che la fusione dei nuclei piccoli avvenga con maggiore velocità.

— La para-fusione — corresse Hallam.

— Sì, professore. Il problema stava solo nel calcolare quali fossero i particolari aspetti del processo. La matematica relativa era abbastanza indefinibile, ma, dopo aver fatto alcune trasformazioni, le difficoltà hanno cominciato a dissolversi. È risultato, per esempio, che l’idruro di litio può subire la fusione catastrofica a temperature di quattro ordini di grandezza inferiori a quelle del nostro universo. Per far esplodere qui da noi l’idruro di litio occorrono temperature da bomba a fissione, mentre nel para-universo salterebbe per aria soltanto con… si fa per dire… una carica di dinamite. Parrebbe addirittura possibile che per dar fuoco all’idruro di litio nel para-universo basti un fiammifero, ma non è molto probabile. Dal momento che l’energia di fusione poteva essere normale, per loro, gli abbiamo offerto dell’idruro di litio, ma non lo hanno toccato, sapete.

— Sì, questo lo so.

— Evidentemente sarebbe stato troppo pericoloso. Come se noi usassimo tonnellate e tonnellate di nitroglicerina per i motori dei razzi… solo un po’ peggio.

— Bene, bene… e adesso state scrivendo una storia della Pompa.

— Una cosa alla buona, professore. Quando avrò pronta la prima stesura, vi chiederò il favore di leggerla, se me lo consentite, in modo da avvalermi della vostra profonda conoscenza degli avvenimenti. In realtà, vorrei ricorrere anche adesso a questa conoscenza, se avete un po’ di tempo.

— Posso dedicarvi qualche minuto. Cosa volete sapere? — Hallam era sorridente. Fu l’ultima volta che sorrise in presenza di Lamont.

— La realizzazione di una Pompa funzionante ed efficace, professore, avvenne a velocità fantastica — cominciò Lamont. — Dopo che il Progetto Pompa…

— Il progetto della Pompa Elettronica Inter-Universale — precisò Hallam, ancora sorridente.

— Sì, certo — annuì Lamont, poi si schiarì la gola. — Ecco, usavo solo il gergo corrente. Dunque, dopo che il progetto ebbe inizio, i particolari tecnico-costruttivi vennero sviluppati con grande rapidità e con pochissimo spreco di energie.

— È vero — disse Hallam, con una punta di compiacimento. — Molti hanno tentato di convincermi che tutto il merito era mio, perché l’ho diretto con vigore e senza remore, ma non ci tengo particolarmente che voi lo sottolineiate troppo nel vostro libro. Il fatto è che nel progetto avevamo una quantità di talenti, e non vorrei che i meriti dei singoli individui venissero oscurati dando eccessivo rilievo alla parte da me sostenuta.

Lamont scosse la testa, un po’ seccato: trovava inutile quella precisazione. Replicò: — Non mi riferivo a questo. Intendevo parlare dell’intelligenza all’altra estremità… dei para-uomini, per usare la definizione del pubblico. Sono stati loro a dare l’avvio. Noi li abbiamo scoperti dopo il primo trasferimento di plutonio in cambio del tungsteno, ma, per poter effettuare il trasferimento, ci hanno scoperto loro per primi, e basandosi solo su ipotesi teoriche, senza nemmeno il vantaggio dell’indizio che noi avevamo, grazie a loro. E poi c’è la lamina di ferro che ci hanno fatto avere…

Il sorriso di Hallam era ormai scomparso, e per sempre. Con la fronte aggrottata disse, in tono alto: — Quei simboli erano incomprensibili. Niente che li riguardi è stato…

— Le figure geometriche erano comprensibili, professore L’ho esaminata anch’io ed è evidente che ci indicavano gli schemi geometrici della Pompa. A me pare che…

La poltrona di Hallam venne spinta all’indietro con fracasso rabbioso. — Lasciamo perdere l’argomento, giovanotto! — esclamò Hallam. — Il lavoro lo abbiamo fatto noi, non loro!

— Sì… ma non è forse vero che loro?…

— Che loro cosa?

Lamont si accorse finalmente dell’uragano di emozioni che aveva suscitato, ma non riusciva a capirne la causa. Rispose, incerto: — Che loro sono più intelligenti di noi… che il lavoro essenziale lo hanno fatto loro. C’è qualche dubbio in proposito, professore?

Rosso in faccia, Hallam si era alzato. — Ci sono tutti i dubbi possibili! — strillò. — Io non voglio che qui si faccia del misticismo. Ce n’è anche troppo, di quello! Statemi a sentire, giovanotto. — Avanzò fin davanti a Lamont, ancora seduto e completamente sbalordito, e gli scosse l’indice tozzo sotto il naso. — Se il vostro libro intende sostenere che noi siamo stati marionette manovrate dai para-uomini, non verrà mai pubblicato da questo ente. E da nessun altro, se sarà per me. Non voglio che si degradino il genere umano e l’intelligenza umana e non voglio nemmeno che ai para-uomini sia assegnata la parte di dei!

Lamont non poté fare altro che andarsene, perplesso e piuttosto sconvolto per aver dato origine a un profondo risentimento, mentre aveva chiesto solo un po’ di buona volontà.

E subito dopo scoprì che le sue fonti storielle si erano d’un tratto prosciugate: tutti quelli che fino a una settimana prima erano stati abbastanza loquaci adesso non ricordavano più niente e non avevano più tempo per altri colloqui.

Sulle prime ne fu irritato, poi, lentamente, dentro di lui nacque e crebbe la collera. Ristudiò i dati che già possedeva da un’altra angolazione e, mentre prima si limitava a fare domande, adesso cominciò a insistere per scavare più a fondo. Quando lo incontrava in qualche occasione ufficiale, Hallam faceva la faccia scura e lo ignorava, e Lamont, a sua volta, assunse man mano un atteggiamento sempre più sprezzante.

Il risultato definitivo fu che la carriera di Lamont come para-teorico s’interruppe agli inizi, e lui ripiegò, ma con più determinazione di prima, verso la carriera secondaria di storico della scienza.

<p>6 <emphasis>(continuazione)</emphasis></p>

— Quel maledetto imbecille — borbottò Lamont, ricordando il passato. — Avresti dovuto vederlo, Mike, com’era terrorizzato alla sola idea che fosse l’altra parte la forza motrice del progetto. Quando ci ripenso, mi chiedo sempre… come ho fatto a conoscerlo, anche solo superficialmene, e a non capire subito che avrebbe reagito a quel modo. Tu dovresti ringraziare il Cielo di non aver mai dovuto lavorare con lui.

— Lo ringrazio — disse Bronowski con noncuranza, — anche se qualche volta nemmeno tu sei un angelo.

— Non lamentarti. Col tipo di lavoro che svolgi, tu non sollevi problemi!

— E nemmeno interesse. A chi importa del mio lavoro, tranne che a me e ad altre cinque persone in tutto il mondo? O forse ad altre sei… se ben ricordi.

Lamont ricordava. — Ah, sì — disse.

<p>4</p>

L’aspetto placido di Bronowski non ingannava nessuno che lo conoscesse anche non troppo bene. Aveva un’intelligenza acuta e macinava un problema finché non ne trovava la soluzione, oppure finché non lo aveva talmente sviscerato da sapere per certo che non esisteva alcuna soluzione.

Prendiamo come esempio le iscrizioni etrusche sulle quali aveva costruito la sua reputazione. La lingua etrusca era stata una lingua viva fino al I secolo d.C, ma l’imperialismo culturale dei Romani aveva fatto tabula rasa ed essa era scomparsa quasi completamente. Le iscrizioni sopravvissute al massacro dell’ostilità o, peggio, dell’indifferenza dei Romani, erano scritte in lettere greche, in modo che i Romani potessero pronunciarle, ma era tutto qui. Pareva che l’etrusco non avesse alcun rapporto con nessuna delle lingue dei popoli circostanti; pareva una lingua arcaica; pareva addirittura che non fosse di ceppo indoeuropeo.

Di conseguenza Bronowski passò a studiare un’altra lingua che pareva non avere alcun rapporto con le lingue dei popoli circostanti, che pareva arcaica e che pareva addirittura non essere di ceppo indoeuropeo… ma che era ancora una lingua viva e parlata in una regione non proprio lontanissima da quella in cui erano vissuti gli Etruschi.

Cosa si poteva dire della lingua basca, infatti?, si chiese Bronowski. E usò il basco come guida. Prima di lui lo aveva già fatto qualcun altro, ma poi aveva rinunciato. Bronowski non rinunciò.

Fu una dura fatica perché il basco, linguaggio già di per sé estremamente difficile, gli forniva solo appigli molto vaghi. Mentre procedeva, Bronowski scoprì un numero via via maggiore di motivi per sospettare che fosse esistito qualche rapporto culturale tra gli antichi abitanti dell’Italia settentrionale e quelli della Spagna settentrionale. Riuscì anche a riscontrare, con una notevole quantità di campioni, la forte probabilità di un’espansione nell’Europa occidentale di Celti primitivi, che possedevano una lingua di cui l’etrusco e il basco erano gli ultimi e pallidi epigoni. In duemila anni, tuttavia, il basco si era evoluto ed era stato non poco contaminato dallo spagnolo. Tentare dapprima di ricavare logicamente la sua struttura grammaticale al tempo dei Romani, e successivamente metterla in rapporto con l’etrusco era un’impresa di una difficoltà inimmaginabile, e Bronowski, compiendola con pieno successo, sbalordì i filologi del mondo intero.

Le traduzioni dall’etrusco, di per sé, erano prodigi di monotonia e di pochissima importanza storica: per la maggior parte si trattava di normali iscrizioni funerarie. Ma il fatto stesso della traduzione era strabiliante e, come risultò in seguito, si dimostrò importantissimo per Lamont.

Non subito, però. Per essere assolutamente sinceri, le traduzioni dall’etrusco erano una realtà quasi cinque anni prima che Lamont venisse a sapere che nell’antichità era esistito un popolo come gli Etruschi. Fu quando Bronowski giunse all’università per tenere una delle solite conferenze annuali ai docenti incaricati e Lamont, il quale normalmente si sottraeva al dovere di assistervi, fu presente a quella particolare conferenza.

Non lo fece perché ne conoscesse l’importanza o se ne sentisse interessato: lo fece perché aveva dato appuntamento a una laureanda della facoltà di Lingue Romanze e l’alternativa alla conferenza era una serata musicale che lui voleva evitare a tutti i costi. La relazione sociale con quella ragazza non era impegnativa; dal punto di vista di Lamont era, anzi, poco soddisfacente e del tutto transitoria, ma lo condusse alla conferenza.

Successe anche che ci si divertì. Per la prima volta la misteriosa civiltà etrusca colpì la sua intelligenza come qualcosa di blandamente notevole, mentre il problema di decifrare una lingua incomprensibile lo affascinò addirittura. Da ragazzo gli era sempre piaciuto risolvere crittogrammi, ma poi aveva messo da parte l’enigmistica, insieme a tutti gli altri giochi infantili, per dedicarsi ai crittogrammi ben più importanti posti dalla natura, tanto che era finito nella para-teoria.

Ma le parole di Bronowski lo riportarono ai lontani entusiasmi giovanili, di quando si riusciva a dare un senso compiuto a ciò che pareva una serie di simboli presi a casaccio, con l’aggiunta di difficoltà sufficienti a rendere il compito degno di lodi e onori. Bronowski era un esperto di crittogrammi su grandissima scala, e fu la descrizione di come l’intelligenza e la logica avessero lentamente avuto ragione del mistero quello che più attrasse Lamont.

Eppure sarebbe stato tutto inutile — la triplice coincidenza dell’apparizione di Bronowski all’università, l’interesse giovanile di Lamont per i crittogrammi e l’insistenza di una ragazza attraente a voler uscire — se proprio il giorno dopo Lamont non avesse avuto il suo colloquio con Hallam e non si fosse decisamente e definitivamente tirato, come scoprì in seguito, la zappa sui piedi.

Meno di un’ora dopo la conclusione del colloquio, Lamont decise di vedere Bronowski. Il motivo contingente era lo stesso che a lui era sembrato così ovvio mentre aveva offeso a morte Hallam. Poiché era stato la causa della sua condanna, si sentiva in dovere di reagire, restituendo ad Hallam la pariglia e proprio in merito al punto controverso. I para-uomini erano più intelligenti degli uomini. Fino a quel momento Lamont ne era stato convinto, ma senza annettervi eccessiva importanza, ritenendolo un fatto ovvio, non vitale. Adesso era diventato vitale: doveva trovarne la prova inconfutabile per ficcarla in gola ad Hallam. Possibilmente di traverso e con tutti gli spigoli più aguzzi all’esterno.

Ormai l’ammirazione provata fino a poco prima per il grand’uomo era talmente lontana da lui, che era deliziato dalla sola prospettiva di una rivincita.

Bronowski era ancora nel campus universitario e Lamont, dopo averlo rintracciato, insisté per parlargli.

Quando alla fine riuscì a incastrarlo, Bronowski si mostrò blandamente cortese.

Lamont mise subito da parte i convenevoli, si presentò seccamente e disse: — Dottor Bronowski, sono felice di avervi trovato prima che partiate. Spero, anzi, di convincervi a rimanere più a lungo.

— Potrebbe non essere difficile — replicò Bronowski. — Mi hanno offerto un incarico in facoltà.

— Lo accetterete?

— Ci sto pensando. Forse.

— Dovete accettarlo. Ve ne convincerete quando avrete ascoltato quello che ho da dirvi. Dottor Bronowski, che cosa vi resta da fare adesso che avete risolto il mistero delle iscrizioni etrusche?

— Non è quella la mia sola occupazione, giovanotto! — (Bronowski aveva cinque anni più di Lamont.) — Io sono un archeologo e, oltre alle iscrizioni, esiste una civiltà etrusca e, oltre agli Etruschi, esiste una civiltà italica preclassica.

— Ma sono sicuro che non esiste niente di altrettanto eccitante e stimolante delle iscrizioni etrusche.

— Questo è garantito.

— Perciò accettereste a braccia aperte qualcosa di ben più eccitante e più stimolante e un trilione di volte più importante delle iscrizioni etrusche?

— Cos’avete in mente, dottor… Lamont?

— Noi possediamo delle iscrizioni che non appartengono né a una civiltà morta né a una civiltà terrestre e nemmeno a una civiltà esistente in questo universo. Abbiamo qui qualcosa che chiamiamo para-simboli.

— Ne ho sentito parlare anch’io. Anzi, li ho visti.

— Quindi, di sicuro vi è venuta la voglia di risolvere il problema, vero, dottor Bronowski? Anche voi desiderate scoprire il loro significato?

— Per niente, dottor Lamont. Perché non esiste alcun problema da risolvere.

Lamont lo fissò con occhi sospettosi. — Volete dire che sapete leggerli?

Bronowski scosse la testa. — Mi avete frainteso. Voglio dire che io non posso leggerli e che non lo può nessun altro. Non esiste una base da cui partire. Nel caso delle lingue terrestri, per morte che siano, esiste sempre la possibilità di scoprire una lingua viva o una lingua morta già decifrata che abbia un rapporto, pur tenue, con quella in esame. E, in mancanza di questo rapporto, sussiste per lo meno il fatto che ogni lingua terrestre è stata scritta da esseri umani, che hanno un modo di pensare umano. Questo è un punto di partenza, per quanto labile. Ma il caso dei para-simboli è completamente diverso, tanto che essi costituiscono un problema che in tutta evidenza non ha soluzione. Un caso insolubile non è un problema.

Solo con difficoltà Lamont si era trattenuto dall’interromperlo. Adesso proruppe: — Vi sbagliate, dottor Bronowski. Non è che io voglia insegnarvi il vostro mestiere, ma voi non conoscete alcuni fatti che il mio mestiere ha reso evidenti. Noi abbiamo a che fare con para-uomini, relativamente ai quali non conosciamo quasi niente. Non sappiamo a cosa somigliano, qual è il loro modo di pensare, in che tipo di mondo vivono. Quasi niente, per quanto sia elementare e fondamentale. Su questo avete ragione.

— Ma questo è il quasi niente che conoscete, non è così? — Bronowski non sembrava impressionato. Tirò fuori di tasca un pacchetto di fichi secchi, lo aprì e se ne mise uno in bocca. Offrì il pacchetto a Lamont, che scosse la testa, rifiutando.

— Giusto — disse, invece. — Conosciamo una cosa d’importanza capitale. Loro sono più intelligenti di noi. Prova prima: possono eseguire lo scambio attraverso la breccia inter-universale, mentre noi svolgiamo solo un ruolo passivo. — S’interruppe, poi chiese: — Voi sapete qualcosa della Pompa Elettronica Inter-universale?

— Qualcosa — rispose Bronowski. — Abbastanza da seguirvi, dottore, se non vi addentrate in particolari troppo tecnici.

Lamont si affrettò a continuare: — Prova seconda: ci hanno mandato le istruzioni per costruire e montare la nostra parte della Pompa. Potevamo non capirne niente, ma eravamo in grado d’interpretare i loro disegni abbastanza bene da afferrarne i concetti principali. Prova terza: non so come, ma loro riescono a sentirci. Quanto meno, si accorgono quando gli lasciamo il tungsteno da scambiare, per esempio. Sanno dove si trova e possono agire su di esso, mentre noi non possiamo fare niente del genere. Vi sono altre prove, ma queste mi sembrano sufficienti a dimostrare che i para-uomini sono senz’altro più intelligenti di noi.

— Immagino, però, che siate in minoranza — commentò Bronowski. — Di certo i vostri colleghi non condividono questa vostra teoria.

— Infatti. Ma come fate a saperlo?

— Perché è evidente, secondo me, che vi sbagliate.

— Le mie prove sono esatte. E, se loro lo sono, come posso sbagliare io?

— Voi state semplicemente dimostrando che la tecnologia dei para-uomini è più progredita della nostra. Cosa c’entra questo con l’intelligenza? Sentite… — Bronowski si alzò per togliersi la giacca, poi tornò a sedersi, in posizione semisdraiata, il corpo grassoccio rilassato in mille pieghe, come se il mettersi fisicamente a suo agio lo aiutasse a pensare meglio — …circa duecento e cinquant’anni fa il comandante in capo della Marina americana Matthew Perry guidò la sua piccola flotta di navi nella rada di Tokyo. I giapponesi, che fino ad allora erano rimasti isolati, si trovarono di fronte una tecnologia notevolmente superiore alla loro e decisero che era poco saggio opporre resistenza. Un intero popolo bellicoso, composto da milioni di individui, rimase impotente di fronte a poche navi provenienti dall’altra sponda dell’oceano. Ciò prova forse che gli americani erano più intelligenti dei giapponesi, oppure soltanto che la civiltà occidentale aveva preso una direzione diversa? Ovviamente questa seconda ipotesi è quella giusta, dal momento che nel giro di cinquant’anni i giapponesi riuscirono a imitare la tecnologia occidentale e in altri cinquanta divennero una delle principali potenze industriali del mondo, nonostante fossero stati sconfitti in una delle guerre dell’epoca.

Serio, Lamont ascoltò fino in fondo, poi disse: — Ci avevo pensato anch’io, dottor Bronowski, anche se non sapevo niente dei giapponesi… mi dispiace di non aver mai avuto il tempo di studiare la storia. Ma il paragone non calza. Qui abbiamo qualcosa di più di una superiorità tecnologica: è una questione di differenza nel grado d’intelligenza!

— Come fate a dirlo, oltre che per supposizione?

— Per il semplice fatto che ci hanno mandato delle direttive. Erano ansiosi che installassimo la nostra parte della Pompa, perciò dovevano metterci in grado di farlo. Non potevano fisicamente attraversare la breccia tra i due universi. Persino le sottili lamine di ferro sulle quali hanno inciso i loro messaggi… il ferro è l’elemento più vicino alla stabilità sia da noi che da loro… sono diventate a poco a poco radioattive, tanto che siamo stati costretti a farle a pezzi, non senza, è ovvio, averne fatto preventivamente delle copie con materiali nostrani. — S’interruppe per tirare il fiato e anche perché si sentiva troppo eccitato, troppo ansioso. Non doveva eccedere se non voleva rovinare tutto.

Bronowski lo osservava incuriosito. — D’accordo, ci hanno mandato dei messaggi. Cosa state cercando di dedurre da questo fatto?

— Che si aspettavano che li capissimo. Oppure erano talmente stupidi da mandarci messaggi piuttosto complicati, e in qualche caso anche molto lunghi, se sapevano che non li avremmo capiti?… Se non fosse stato per i loro disegni, ci saremmo persi per strada. Quindi, se prevedevano che li capissimo, può essere solo perché immaginavano che esseri simili a noi, che possedevano una tecnologia press’a poco avanzata come la loro… e sono stati capaci di valutarla esattamente, anche se non so come, e questo è un altro punto a favore della mia tesi… dovevano anche essere pressappoco intelligenti come loro e non avrebbero incontrato grandi difficoltà a decifrare i loro simboli.

— Questa potrebbe anche essere la dimostrazione della loro ingenuità — disse Bronowski, per niente convinto.

— Volete dire che essi ritengono che esista una sola lingua, scritta e parlata, e credono che un’altra intelligenza, in un altro universo, la parli e la scriva come loro? Ma andiamo!

Bronowski replicò: — Anche se fossi persuaso che avete ragione, cosa vi aspettate che faccia? Ho già esaminato i para-simboli, come credo abbiano fatto tutti gli archeologi e i filologi di questo mondo. Ma non vedo cosa potrei fare… o cosa potrebbe fare qualcun altro. In vent’anni e più, nessuno ha fatto il minimo progresso.

— Il fatto è che in questi vent’anni nessuno ha desiderato fare progressi — disse Lamont, con fervore. — I capi della Pompa non vogliono che i simboli siano decifrati.

— Perché no?

— Perché esiste la seccante probabilità che comunicare con i para-uomini dimostri che sono palesemente più intelligenti di noi. Perché questo dimostrerebbe che gli esseri umani sono, delle due parti in causa, i burattini e non i burattinai, per quanto riguarda la Pompa, e il loro orgoglio ne resterebbe ferito. E, soprattutto — qui Lamont lottò per non dare un tono velenoso alle sue parole, — perché Hallam perderebbe il merito di essere il Padre della Pompa Elettronica.

— Supponiamo invece che avessero voluto fare progressi. Che cosa potevano fare? Volere non è potere, lo sapete anche voi.

— Potevano chiedere e ottenere la collaborazione dei para-uomini. Potevano mandare messaggi al para-universo. Non è stato mai fatto, ma si potrebbe tentare. Un messaggio inciso su una lamina metallica con sopra un granulo di tungsteno.

— Ah! I para-uomini cercano altri campioni di tungsteno con la Pompa già in funzione?

— No, ma si accorgerebbero del tungsteno e capirebbero che lo usiamo per attirare la loro attenzione. Potremmo addirittura incidere il messaggio su una lamina di tungsteno. Se loro la prendono e riescono a dargli un senso, anche il più piccolo, risponderanno con un altro messaggio loro, unendovi quello che hanno capito del nostro. Potrebbero magari inviarci un elenco di parole equivalenti, nostre e loro, oppure mescolare insieme parole nostre e parole loro. Sarebbe una specie di collegamento a doppia spinta, prima dalla loro parte, poi dalla nostra, poi dalla loro e così via.

— Ma la fatica sarebbe quasi tutta loro — commentò Bronowski.

— Sì.

Bronowski scosse la testa. — E tutto il divertimento dove va a finire? No, non mi attira per niente.

Lamont lo fissò con improvvisa collera. — Perché no? Credete che non vi resterebbe abbastanza merito? Che non vi darebbe sufficiente notorietà? Cosa siete, un cacciatore di notorietà? Che bella specie di fama avete ricavato da quelle maledette iscrizioni etrusche! Avete battuto sul tempo cinque persone, in tutto il mondo! Forse sei. Per loro voi siete il non plus ultra, il padrone del vapore, e vi odiano. E poi? Continuerete a tenere conferenze sull’argomento davanti a un pubblico di qualche decina di persone che il giorno dopo avranno già dimenticato come vi chiamate. È questo che volete sul serio?

— Non fate il melodrammatico.

— D’accordo, la smetto. Troverò qualcun altro. Forse ci vorrà del tempo, ma, come avete detto voi stesso, saranno comunque i para-uomini a fare quasi tutto il lavoro. Se sarà necessario, il resto lo farò io.

— Vi hanno dato l’incarico di portare avanti questo progetto?

— No. E con ciò? Oppure questo è un altro motivo per cui non volete averci a che fare? Problemi di etica professionale? Non esiste nessuna legge che proibisca di tentare una traduzione e nessuno può impedirmi di mettere del tungsteno sulla mia scrivania. Però non ho intenzione di riferire i messaggi che otterrò in cambio del tungsteno e a questo punto violerò il codice della ricerca scientifica. Ma, quando la traduzione sarà cosa fatta, chi se ne lamenterà? Siete disposto a lavorare insieme a me, se vi garantisco che sarete al sicuro e che il vostro intervento resterà un segreto? Perdereste qualcosa in notorietà, ma forse date maggior valore alla vostra sicurezza. Oh, be’… — Lamont alzò le spalle. — Se farò tutto da solo, avrò il vantaggio di non dovermi preoccupare della sicurezza di un altro.

Si alzò, pronto ad andarsene. Erano tutti e due arrabbiati e si comportarono con quella rigida cortesia formale che si riserva a una persona che vi è ostile, pur tenendo alle buone maniere.

— Oso sperare, quanto meno, che considererete confidenziale questo colloquio — disse ancora Lamont.

Bronowski si era alzato a sua volta. — Di questo potete star sicuro — disse freddamente, e i due uomini si lasciarono con una rapida stretta di mano.

Lamont riteneva di non rivedere mai più Bronowski, perciò dentro di sé iniziò subito il procedimento per autoconvincersi che sarebbe stato meglio affrontare da solo il problema della traduzione dei messaggi.

Ma due giorni dopo Bronowski entrò nel suo laboratorio e disse, piuttosto brusco: — Sono di partenza, ma tornerò in settembre. Ho accettato una cattedra in questa università e, se v’interesserà ancora, vedrò cosa potrò fare circa quel problema di traduzioni di cui mi avete accennato.

Lamont ebbe appena il tempo di esprimergli un ringraziamento un po’ sorpreso, che Bronowski si congedò, in apparenza più arrabbiato di avergli ceduto che di avergli resistito fino a quel momento.

Col tempo divennero amici e, col tempo, Lamont scoprì come mai Bronowski avesse cambiato idea. Il giorno dopo la loro discussione Bronowski era stato invitato a pranzo al Club di Facoltà, insieme a un gruppo di professori e alti papaveri dell’università, compreso ovviamente il rettore. Aveva annunciato che accettava la cattedra e che a tempo debito avrebbe inviato una lettera di accettazione, secondo la prassi, e aveva espresso i suoi ringraziamenti formali e la sua soddisfazione.

Il rettore aveva risposto: — Sarà una piuma al nostro cappello avere in università il rinomato traduttore delle iscrizioni itasche. Siamo noi a essere onorati.

Nessuno se l’era sentita, ovviamente, di correggere quello strafalcione, e il sorriso di Bronowski, sebbene forzato, non aveva fatto una piega. Poco dopo il preside della facoltà di Storia Antica gli aveva spiegato che il rettore era più uno studioso di antiche civiltà indiane del Minnesota che un esperto di antichità classica e, dal momento che il lago Itasca era la sorgente del grande Mississippi, il lapsus era giustificabile.

Ma, collegandola con l’ironico disprezzo di Lamont verso l’estensione della sua fama, per Bronowski quella frase fu bruciante.

Quando finalmente seppe tutta la storia, Lamont ne fu divertito. — Non c’è bisogno che continui — disse. — Ci sono passato anch’io! Scommetto che ti sei detto: “Perdio, farò qualcosa che persino quella testa di rapa non farà fatica a capire!”.

— Qualcosa del genere — disse Bronowski.

<p>5</p>

Dopo un anno di fatiche, tuttavia, avevano concluso ben poco. Alla fine erano stati inviati dei messaggi, e altri messaggi erano tornati indietro. Risultato: zero.

— Solo un’idea! — aveva detto febbrilmente Lamont a Bronowski. — Una qualunque misera idea. Prova a cavarne fuori qualcosa!

— È proprio quello che sto facendo, Pete. Perché hai tanta fretta? Ci ho messo dodici anni per le iscrizioni etrusche. Pensi che queste richiederanno meno tempo?

— Sant’Iddio, Mike! Non possiamo metterci dodici anni!

— Perché no? Senti, Pete, non mi è sfuggito il fatto che il tuo comportamento è cambiato. È un mese o giù di lì che sei diventato insopportabile. Credevo che avessimo chiarito fin dal principio che i risultati non sarebbero arrivati in fretta e che avremmo dovuto essere pazienti. Credevo anche che tu avessi capito che io avevo da svolgere i miei compiti regolari all’università. Senti, te l’ho già chiesto un mucchio di volte, ormai. Te lo chiedo ancora. Perché ti è venuta tutta questa fretta?

— Perché ho fretta — rispose Lamont, rabbioso. — Perché voglio finirla alla svelta.

— Bella risposta — replicò Bronowski, secco. — Anch’io lo voglio. Insomma, non mi dirai che stai per morire da un momento all’altro, no? O per caso il tuo medico ti ha scoperto un cancro che non perdona?

— No, no — borbottò Lamont.

— E allora?

— Non importa — disse Lamont, e se ne andò di furia.

Quando, agli inizi, aveva cercato di convincere Bronowski a unire le loro forze, Lamont ce l’aveva soltanto con la meschinità e l’ostinazione di Hallam in merito alla teoria della superiore intelligenza dei para-uomini, ed era per questo, e soltanto per questo, che lottava per ottenerne la prova lampante. Non aveva altre intenzioni… all’inizio.

Ma nel corso dei mesi successivi era stato sottoposto a tensioni e angherie senza fine. Le sue richieste di materiali, di assistenza tecnica, di tempo del computer subirono ritardi immotivati; le sue richieste di fondi per viaggi di lavoro vennero tutte respinte; i suoi interventi alle riunioni d’interfacoltà invariabilmente snobbati.

Il punto di rottura giunse quando Henry Garrison, più giovane di lui come anzianità e decisamente inferiore a lui quanto a competenza, ottenne il posto vacante in un comitato consultivo, una nomina ricca di prestigio, che sarebbe dovuta toccare a lui di diritto. Fu allora che il suo rancore arrivò a un punto tale che non gli bastò più provare a se stesso di aver ragione: desiderò con tutte le sue forze schiacciare Hallam, distruggerlo completamente.

Questo desiderio veniva rinfocolato ogni giorno, quasi ogni ora, dall’inequivocabile atteggiamento di tutti i colleghi della Stazione della Pompa, tanto più che il carattere ruvido di Lamont non era tale da accattivargli la simpatia altrui, sebbene qualche amico se lo fosse fatto.

Persino Garrison fu imbarazzato da quella nomina. Era un giovanotto simpatico, che parlava sempre in modo calmo e ovviamente non andava in cerca di guai, così che la sua espressione, quando si presentò sulla soglia dell’ufficio di Lamont, era un po’ più che intimorita.

Cominciò: — Ciao, Pete. Posso dirti una parola?

— Anche un mucchio, se vuoi — replicò Lamont corruccia to, evitando di guardarlo negli occhi.

Garrison entrò e si mise a sedere. — Pete, non posso rifiutare la nomina — disse, — ma voglio che tu sappia che non ho fatto niente per averla. È stata una sorpresa anche per me.

— Chi ti ha chiesto di rifiutare? Non me ne importa un cavolo!

— Pete, è stato Hallam. Se rifiuto, la darà a qualcun altro, non a te. Cosa gli hai fatto, al vecchio?

Lamont ribatté con una domanda: — Cosa ne pensi, tu, di Hallam? Che tipo di uomo è, secondo te?

Garrison venne colto di sorpresa. Sporse le labbra e si grattò il naso. — Be’… — cominciò, e lasciò che la sillaba svanisse nell’aria.

— È un grand’uomo? Uno scienziato brillante? Un caposcuola ispirato?

— Be’…

— Te lo dirò io, allora. Quello è un pallone gonfiato! Un imbroglione! Si è preso la fama e la posizione che ha, e ci sta seduto sopra tremando di paura! Sa che io l’ho capito e lo conosco per quello che è, ed è per questo che ce l’ha con me!

Garrison fece una risatina incerta. — Non sarai per caso andato da lui a dirgli…

— No, non gliel’ho detto in faccia — lo interruppe Lamont, cupo. — Un giorno o l’altro lo farò. Ma lui lo ha capito lo stesso. Sa che non è riuscito a farmi fesso, anche se non gli ho detto niente.

— Ma, Pete, a cosa ti serve farglielo capire? Neanch’io credo che sia il più grand’uomo del mondo, ma che senso ha strombazzarlo ai quattro venti? Liscialo un po’, invece. È lui che ha in mano la tua carriera.

— Ah, sì? E io ho la sua reputazione nelle mie. E glielo farò vedere. Gliela toglierò di dosso lasciandolo nudo come un verme!

— Come farai?

— Affari miei! — borbottò Lamont, che in quel momento non ne aveva la più pallida idea.

— Ma è ridicolo! — disse Garrison. — Non puoi spuntarla! Sarà lui a distruggerti. Anche se non è un Einstein o un Oppenheimer, agli occhi del mondo è persino più di loro. È lui il Padre della Pompa Elettronica per i due miliardi di abitanti della Terra, e niente di quello che tu potrai fare gli farà cambiare idea, fino a che la Pompa Elettronica sarà la chiave del paradiso terrestre per l’umanità. Finché sarà così, Hallam sarà intoccabile, e tu sei matto se credi il contrario. All’inferno, Pete! Vagli a dire che è un grand’uomo e inghiotti il rospo. Non fare come Denison!

— Ti dico io cosa devi fare tu, Henry! — sbottò Lamont, in un impeto di rabbia. — Fatti gli affari tuoi!

Garrison si alzò di scatto e se ne andò senza più dire una parola. Lamont si era fatto un altro nemico o, quanto meno, aveva perso un altro amico. Tuttavia, il prezzo era equo, decise alla fine, perché un’osservazione di Garrison aveva mandato la palla a rotolare in una nuova direzione.

Garrison aveva detto, in sostanza: “…finché la Pompa Elettronica sarà la chiave del paradiso per l’uomo… Hallam sarà intoccabile”.

Con queste parole che gli rimbombavano nella mente, per la prima volta Lamont distolse la sua attenzione da Hallam per concentrarla sulla Pompa Elettronica.

La Pompa Elettronica era davvero la chiave del paradiso per l’uomo? Oppure c’era, per tutti i cieli, un inghippo?

Non era mai esistito niente, nella storia, che non avesse il suo inghippo. Qual era quello della Pompa Elettronica?

Lamont conosceva abbastanza bene la storia della para-teoria per sapere che anche la questione “inghippo” era stata debitamente presa in esame. Quando, per la prima volta, era stato annunciato che la variazione totale di base nella Pompa Elettronica consisteva nel Pompaggio di elettroni dal nostro universo al para-universo, non era mancato chi aveva immediatamente chiesto: “Ma cosa succederà quando saranno stati pompati di là tutti gli elettroni?”.

Era stato facile rispondere a questa domanda. Alla maggior velocità possibile di Pompaggio la scorta di elettroni sarebbe durata per almeno un trilione di trilioni di trilioni di anni, mentre l’intero universo — e presumibilmente anche il para-universo — non sarebbe durato che una frazione minima di questo tempo.

La successiva obiezione era stata più raffinata. Il Pompaggio di tutti gli elettroni da un universo all’altro era materialmente impossibile. Ricevendo gli elettroni attraverso la Pompa Elettronica il para-universo avrebbe guadagnato al netto una carica negativa e l’universo una carica positiva. Anno dopo anno, accrescendosi il divario tra le due cariche, sarebbe diventato sempre più difficile pompare altri elettroni a causa della forza opposta dalla differenza tra le cariche. Ovviamente, in realtà erano atomi neutri quelli che venivano pompati, ma la distorsione degli elettroni orbitali durante il procedimento dava origine a una carica effettiva, che aumentava in misura enorme con i conseguenti mutamenti radioattivi.

Se la concentrazione di tale carica fosse rimasta nei punti in cui avveniva il Pompaggio, l’effetto degli atomi dall’orbita distorta che vi erano pompati avrebbe bloccato quasi subito l’intero procedimento, ma naturalmente bisognava tenere conto della dispersione. La concentrazione di carica si disperdeva infatti verso l’alto, al di sopra della Terra, e i risultati del funzionamento della Pompa Elettronica erano stati calcolati tenendo presente questa situazione di fatto.

L’aumento della carica positiva della Terra di norma costringeva il vento solare, che ha una carica positiva, a evitare il pianeta a una distanza superiore a quella normale, e di conseguenza la magnetosfera si allargava. Grazie al lavoro di McFarland (il vero ideatore della Grande Intuizione, secondo Lamont), si poté dimostrare che si era raggiunto un preciso punto di equilibrio, quando il vento solare portò via con sé una quantità sempre maggiore di particelle positive respinte dalla superficie della Terra, disperdendole nell’esosfera. A ogni aumento nel ritmo del Pompaggio e a ogni nuova Stazione costruita, la carica positiva sulla Terra cresceva di un poco e la magnetosfera si allargava di qualche chilometro. Il cambiamento, tuttavia, era di relativa importanza, dato che in definitiva la carica positiva veniva portata via dal vento solare e sparsa nello spazio fino ai margini estremi del sistema solare.

Anche così, vale a dire anche ammettendo che la carica si disperdesse alla maggior velocità possibile, sarebbe arrivato il momento in cui il divario tra le cariche dell’universo e del para-universo nei punti di Pompaggio sarebbe aumentato tanto da interrompere il procedimento, e ciò sarebbe avvenuto in una frazione del tempo necessario a consumare tutti gli elettroni: grosso modo in un trilionesimo di trilionesimo di quel tempo.

Ma questo significava che il funzionamento della Pompa Elettronica poteva continuare ininterrotto per un trilione di anni. Per un solo trilione di anni. Era comunque abbastanza: sarebbe bastato. Un trilione di anni, cioè mille miliardi di anni, era ben più di quanto sarebbe durato l’uomo, o l’intero sistema solare, se è per questo! Nel caso, poi, che l’uomo fosse durato tanto a lungo (oppure fosse durata qualche altra creatura che fosse succeduta o avesse soppiantato l’uomo), non c’era dubbio che avrebbe escogitato qualcosa per correggere la situazione. In un trilione di anni si possono fare un mucchio di cose!

Con questo, Lamont dovette dichiararsi d’accordo.

Allora gli venne in mente un’altra ipotesi, un ragionamento che, lo ricordava bene, lo stesso Hallam aveva sviscerato in uno degli articoli di divulgazione che aveva scritto. Non senza disgusto, tirò fuori l’articolo dall’archivio. Era importante che controllasse cos’aveva detto Hallam, prima di andare avanti su quella strada.

Tra l’altro, l’articolo diceva: “A causa dell’onnipresente forza di gravità siamo giunti ad associare l’espressione ’giù per la china’ con il tipo d’inevitabile mutamento necessario a produrre energia idonea a essere trasformata in lavoro utile. Nei secoli trascorsi era l’acqua che, scorrendo ’giù per la china’, faceva girare le ruote, le quali, a loro volta, fornivano energia a macchine come pompe e generatori di elettricità. Ma che cosa succede quando tutta l’acqua è scesa giù per la china?

“Allora non si può più eseguire alcun lavoro, finché l’acqua non sia tornata su per la china… e ciò richiede altro lavoro. In realtà occorre più lavoro per costringere l’acqua a risalire la china di quanto possiamo ricavarne dal suo successivo scorrere giù per la china. Perciò noi lavoriamo costantemente in perdita di energia. Per fortuna, è il Sole che fa tutta la fatica al nostro posto. Fa evaporare gli oceani, in modo che il vapore acqueo salga in alto nell’atmosfera, formi le nuvole e alla fine ricada sotto forma di neve o pioggia. Così l’acqua inzuppa il terreno a tutte le altitudini, riempie le sorgenti e i torrenti, e continua incessantemente a scorrere giù per la china.

“Ma non sarà così in eterno. Il Sole può far salire in alto il vapore acqueo, ma solo perché, in senso nucleare, anch’esso scende giù per la china. Inoltre, scende a una velocità immensamente più elevata di quella cui può andare un qualunque corso d’acqua terrestre e, quando sarà sceso tutto giù per la china, non ci sarà niente a noi noto che potrà farlo risalire.

“Tutte le fonti di energia del nostro universo vanno in discesa, cioè si consumano, e noi non possiamo impedirlo. Ogni cosa scende giù per la china in una sola direzione, e noi possiamo costringerla temporaneamente a risalire, ad andare in senso contrario, soltanto approfittando di qualche china più erta esistente nelle vicinanze. Se vogliamo dell’energia utile che duri in eterno, abbiamo bisogno di una strada che sia in discesa in ambedue le direzioni. Il che nel nostro universo è un paradosso: la logica afferma che qualunque cosa vada in discesa in un senso, va in salita nell’altro.

“Ma è indispensabile restare confinati al nostro solo universo? Pensiamo al para-universo. Anch’esso ha le sue strade, che vanno giù per la china in una direzione e su per la china nell’altra. Queste strade, tuttavia, non coincidono con le nostre. È quindi possibile prendere una strada che porti dal para-universo al nostro universo andando giù per la china, ma che, tornando indietro dal nostro universo al para-universo, vada di nuovo giù per la china… e ciò perché i due universi hanno leggi di comportamento diverse.

“La Pompa Elettronica approfitta di una strada che va in discesa nei due sensi. La Pompa Elettronica…”

Lamont tornò a guardare il titolo dell’articolo. Era: “La strada che è in discesa nei due sensi”.

Si mise a riflettere. Ovviamente il concetto gli era familiare, così come lo erano le sue conseguenze in termodinamica. Ma perché non esaminarne anche i presupposti? Quello era necessariamente il punto debole di ogni teoria. Cosa succede se i presupposti, considerati esatti per definizione, sono invece sbagliati? Quali sarebbero state le conseguenze, nel caso specifico, se si partiva da altri presupposti? Avrebbero contraddetto le prime?

Cominciò al buio, ma dopo un mese provava quella sensazione che ogni scienziato conosce bene: il continuo ticchettio mentale di pezzi che vanno a posto quando uno meno se l’aspetta, mentre le più fastidiose anomalie si rivelano normali corollari. Era la sensazione della raggiunta Verità.

Fu allora che diventò impaziente e si mise a fare pressione su Bronowski.

E un giorno gli disse: — Voglio tornare da Hallam, per parlargli.

Bronowski inarcò le sopracciglia. — Per quale motivo?

— Perché mi cacci via un’altra volta.

— Sì, è così che marci tu, Pete. Ti senti infelice, se i tuoi guai calano un po’.

— Tu non capisci. È importante che si rifiuti di ascoltarmi. Non voglio che dopo possa dire che l’ho scavalcato, che lui non ne sapeva niente.

— Niente di cosa? Della traduzione dei para-simboli? Non c’è ancora niente, in effetti. Non anticipare lo starter, Pete!

— No, no, questo non c’entra — e Lamont non volle dire altro.

Hallam non gli rese facile avvicinarlo: fece passare alcune settimane prima di trovare il tempo di concedergli un colloquio. Ma nemmeno Lamont intendeva rendere il colloquio facile per Hallam: entrò nello studio dell’altro con tutti i suoi invisibili aculei irti e affilati con cura. Hallam lo accolse con una faccia di pietra, ma con gli occhi astiosi.

Disse, di punto in bianco: — Cos’è questa crisi di cui andate parlando?

— È qualcosa che mi è venuta in mente, professore — rispose Lamont, in tono neutro. — Mi è stata ispirata da uno dei vostri articoli.

— Ah. — E subito dopo: — Quale?

— “La strada che è in discesa nei due sensi.” Quello che avete scritto per Teen-ager Life, il settimanale per i giovani, professore.

— E allora?

— Io ritengo che la Pompa Elettronica non funzioni in discesa nei due sensi, se mi è permesso usare la vostra metafora, che, tra parentesi, non è un modo totalmente esatto di descrivere la Seconda Legge della termodinamica.

Hallam si accigliò. — Cosa state cercando di dire?

— Posso spiegarmi meglio, professore, facendo ricorso alle equazioni di campo dei due universi, per dimostrare un’interazione che fino a questo momento non è stata presa in considerazione… per nostra sfortuna, a mio parere.

Così dicendo, Lamont andò alla lavagna e rapidamente cominciò a tracciare le equazioni. Sapeva che Hallam si sarebbe irritato per quel modo di fare e ne sarebbe rimasto anche umiliato perché non era in grado di seguire i calcoli matematici. Lui contava proprio su questo.

Hallam borbottò: — Andiamo, giovanotto! Adesso non ho il tempo d’impegnarmi in una disquisizione su ogni aspetto della para-teoria. Fatemi avere una relazione completa, ma per il momento limitatevi, se volete, a farmi un breve riassunto di quello cui state mirando.

Lamont si allontanò dalla lavagna con un’inequivocabile espressione di disprezzo sulla faccia e disse: — La Seconda Legge della termodinamica descrive un procedimento che inevitabilmente annulla gli estremi. L’acqua non scorre giù per la china. Quello che succede, in realtà, è che il minimo e il massimo del potenziale gravitazionale si uguagliano. L’acqua altrettanto facilmente risalirebbe in superficie, zampillando, se si trovasse sottoterra. Si possono materialmente eseguire i calcoli relativi al confronto tra due diversi livelli di temperatura, ma come risultato finale si avrà sempre una temperatura equilibrata a un livello intermedio, cioè il corpo caldo si raffredderà e il corpo freddo si riscalderà. Il raffreddamento e il riscaldamento sono due aspetti uguali della Seconda Legge e, in determinate circostanze, ugualmente spontanei.

— Non venite a insegnare a me la termodinamica elementare, giovanotto! Cos’è che volete, insomma? Ho davvero poco tempo.

Senza cambiare espressione e nemmeno dimostrare di affrettarsi, Lamont disse: — Si ricava energia dalla Pompa Elettronica mediante un’equalizzazione degli estremi. Nel caso specifico, gli estremi sono le leggi fisiche dei due universi. Le condizioni, quali che siano, che rendono possibili queste leggi vengono per così dire travasate da un universo dentro l’altro, in modo che alla fine dell’intero procedimento si avranno due universi nei quali le leggi di natura saranno identiche… e intermedie se paragonate alla situazione attuale. Dal momento che ciò produrrà mutamenti sconosciuti, ma senz’altro di notevolissima entità in questo universo, mi sembra che si debba prendere in seria considerazione l’eventualità di fermare le Pompe e di sospendere a tempo indeterminato tutta l’operazione.

Lamont aveva previsto che a questo punto Hallam esplodesse, impedendogli di continuare la sua esposizione. E Hallam non venne meno all’aspettativa. Schizzò in piedi, facendo cadere la poltroncina che allontanò con un calcio, e fece i due passi che lo separavano da Lamont.

Tenendolo d’occhio, Lamont si affrettò a scostare la propria sedia e ad alzarsi.

— Cre… tino! — urlò Hallam, quasi balbettando tanto era inferocito. — Credete che nella Stazione nessuno sappia niente dell’equalizzazione delle leggi di natura? Venite a farmi perdere tempo solo per raccontarmi cose che io conoscevo già a memoria quando voi non sapevate ancora l’alfabeto? Uscite… e considerate accettate le vostre dimissioni, in qualunque momento vogliate rassegnarle.

Lamont se ne andò, avendo ottenuto esattamente quello che voleva. Eppure, si sentiva offeso per il modo con cui Hallam lo aveva trattato.

<p>6 <emphasis>(conclusione)</emphasis></p>

— In ogni modo è servito a sgombrare il terreno — disse Lamont. — Ho tentato di dirglielo. Lui non ha voluto ascoltarmi. Perciò, adesso farò il passo successivo.

— Che sarebbe? — chiese Bronowski.

— Andrò a parlare con il senatore Burt.

— Vuoi dire il presidente della Commissione per la Tecnologia e l’Ambiente?

— Proprio lui. Allora lo conosci.

— Chi non lo conosce? Ma non capisco il tuo scopo, Pete. Che cos’hai da dirgli che possa interessarlo? Non la traduzione. Pete, te lo chiedo ancora una volta. Cos’hai in mente?

— Non posso spiegartelo. Tu non conosci la para-teoria.

— E il senatore Burt sì?

— Un po’ più di te, credo.

Bronowski gli puntò contro l’indice. — Pete, smettila di prendere in giro. Può darsi che io sappia parecchie cose che tu non sai. Non possiamo lavorare insieme, se ci facciamo le scarpe a vicenda. O io sono un socio della nostra piccola società a due, oppure non lo sono. Tu dimmi cos’hai in mente e io, in cambio, ti dirò qualcos’altro. Altrimenti fermiamoci qui e tanti saluti.

— D’accordo — disse Lamont, alzando le spalle. — Se proprio vuoi, te lo dirò. Adesso che ho scavalcato Hallam, forse è bene che tu lo sappia. La questione è che la Pompa Elettronica trasferisce da un universo all’altro le leggi di natura. Nel para-universo l’interazione forte è un centinaio di volte più forte che nel nostro, il che vuol dire che la fusione nucleare avviene più facilmente là che qua, mentre la fissione nucleare avviene più facilmente qua che là. Se la Pompa Elettronica continuerà a funzionare per abbastanza tempo, alla fine si raggiungerà un equilibrio nel quale l’interazione forte nucleare sarà uguale in tutti e due gli universi. Cioè, per la precisione, qui da noi sarà circa dieci volte superiore a quella che è adesso e da loro sarà un decimo di quella che è adesso.

— E nessuno sa una cosa del genere?

— Ah, ma la sanno tutti! Era una cosa ovvia fin quasi dal principio. Persino Hallam la capisce. È stato con questa che ho fatto infuriare il vecchio bastardo. Ho cominciato a esporgliela nei particolari, come se fossi convinto che lui non ne avesse mai sentito parlare prima d’ora, ed è scoppiato come una bomba.

— Ma qual è il problema, allora? È pericoloso che l’interazione arrivi a un equilibrio?

— Naturale! Cosa credi?

— Io non credo un accidenti. Quand’è che arriverà all’equilibrio?

— Al ritmo attuale, tra 1030 anni o giù di lì.

— E quanto tempo sarebbe?

— Abbastanza tempo perché un trilione di trilioni di universi come il nostro nascano, vivano, invecchino e muoiano, uno dopo l’altro.

— Vai a quel paese, Pete! Che cavolo importa, allora?

— Importa perché, per arrivare a quella cifra che è la cifra ufficiale — spiegò Lamont, con calma e pesando le parole, — si è partiti da certi presupposti che io ritengo sbagliati. Mentre, se si parte da certi altri presupposti che io ritengo esatti, siamo nei guai già adesso.

— Che genere di guai?

— Supponi che la Terra si trasformi in una nuvoletta di gas nel giro di circa cinque minuti. Questo, tu lo chiameresti un guaio?

— A causa del Pompaggio?

— A causa del Pompaggio!

— E cosa mi dici dell’universo dei para-uomini? Anche loro sono in pericolo?

— Ne sono sicuro. Corrono un pericolo diverso, ma è sempre un pericolo.

Bronowski si alzò e si mise a camminare su e giù. Aveva folti capelli castani e li portava lunghi, come quelli che una volta venivano chiamati “capelloni”. Adesso, riflettendo, se li scompigliò più volte. Poi disse: — Se i para-uomini sono più intelligenti di noi, perché hanno fatto funzionare la Pompa? Dovevano sapere che era pericolosa anche prima di noi, no?

— Ci ho pensato anch’io — annuì Lamont — e immagino che sia andata così. Hanno cominciato a far funzionare la Pompa perché, come noi, avevano bisogno che funzionasse a causa dei benefici che avrebbe apportato, e si sono preoccupati delle conseguenze solo in un secondo tempo.

— Ma tu mi hai detto che adesso le conseguenze le conosci. E loro sarebbero più lenti di noi nel capirle?

— Dipende da se e quando si sono messi o si metteranno a cercarle. La Pompa è troppo bella e utile per mettersi a cercarne i difetti. Non ci avrei provato nemmeno io, se non fosse stato per… Ma cos’hai tu in mente, Mike?

Bronowski smise di camminare, guardò dritto in faccia Lamont e rispose: — Credo che ci siamo.

Lamont lo fissò per un attimo con occhi ardenti, poi si protese ad afferrare l’amico per la manica. — Con i para-simboli? Racconta, Mike!

— È stato mentre tu eri con Hallam. Proprio mentre eri da lui a parlare. Non sapevo cosa farne, di preciso, perché non ero sicuro che fosse giusta, ma adesso…

— Adesso?…

— Non sono sicuro nemmeno adesso. Comunque, è arrivata una delle loro lamine con cinque simboli incisi…

— Ah!

— …del nostro alfabeto, in lettere latine. Che si possono leggere.

— Cosa?

— Eccola qui.

Con aria da cospiratore Bronowski tirò fuori la lamina. Su di essa, molto diverse dalle delicate e intricate spirali dei para-simboli, che di solito facevano brillare a tratti il metallo, erano incise cinque grosse lettere maiuscole, dal tratto infantile: P-A-U-B-A.

— Secondo te, cosa significa? — chiese Lamont, in tono neutro.

— Per quanto mi sia scervellato, tutto quello che sono riuscito a immaginare è che sia P-A-U-R-A… scritta male.

— È per questo che insistevi a chiedermi cos’avevo in mente? Hai immaginato che qualcuno dall’altra parte avesse paura?

— E mi sono detto che poteva avere qualche rapporto con l’aumento della tua agitazione nell’ultimo mese. Sinceramente, Pete, non mi è piaciuto che tu mi abbia tenuto all’oscuro di tutto.

— Hai ragione. Ma adesso non saltiamo alle conclusioni. Sei tu l’esperto di iscrizioni frammentarie e incomprensibili. Secondo il tuo parere, i para-uomini cominciano ad avere paura relativamente alla Pompa Elettronica?

— Non è detto — rispose Bronowski. — Non so che cosa o quanto possano percepire del nostro universo. Se possono sentire il tungsteno, glielo chiederemo; se invece percepiscono la nostra presenza, forse percepiscono anche il nostro umore. Forse stanno persino cercando di rassicurarci, dicendoci che non c’è ragione di avere paura.

— Perché allora non hanno scritto N-O-N P-A-U-B-A o N-O P-A-U-B-A?

— Perché non conoscono ancora bene la nostra lingua.

— Mmm. Allora non posso portarla a Burt.

— Io non lo farei. Il significato è ambiguo. Anzi, io non andrei dal senatore Burt finché non avessi ricevuto qualcos’altro dal para-universo. Chi può sapere che cosa stanno cercando di dirci?

— No, Mike, non posso aspettare. Io so di avere ragione, e il tempo stringe.

— D’accordo, ma, andando da Burt, ti taglierai tutti i ponti alle spalle. I tuoi colleghi non te la perdoneranno. Non hai pensato di confidarti con gli altri fisici? Da solo non sei in grado di fare abbastanza pressioni su Hallam, ma se sarete in parecchi…

Lamont scosse energicamente la testa. — Neanche parlarne. Il personale di questa stazione sopravvive in virtù delle sue qualità di trasparenza. Non ce n’è uno che gli si metterebbe contro. Tentare di convincere gli altri a fare pressione su Hallam sarebbe come chiedere a una manciata di spaghetti cotti di mettersi sull’attenti.

La placida faccia di Bronowski diventò insolitamente cupa. — Forse non hai torto.

— Io so di aver ragione — replicò Lamont, altrettanto cupo.

<p>7</p>

C’era voluto parecchio tempo per agganciare il senatore, tempo che Lamont, con rammarico, considerava perso, tanto più che dai para-uomini non era giunto nessun altro messaggio in lettere dell’alfabeto latino. Anzi, nessun messaggio di nessun genere, sebbene Bronowski ne avesse inviati cinque o sei, tutti contenenti una selezionata e accurata combinazione di para-simboli, oltre alle parole P-A-U-B-A e P-A-U-R-A.

Lamont nutriva dubbi sull’importanza di quelle cinque o sei varianti, ma Bronowski era sembrato speranzoso.

Eppure non era successo niente di nuovo, e adesso, finalmente, Lamont era stato ricevuto da Burt.

Il senatore aveva una faccia affilata e gli occhi penetranti, era anziano, e da una generazione era a capo della Commissione per la Tecnologia e l’Ambiente. Prendeva molto seriamente il suo incarico e lo aveva dimostrato in un mucchio di occasioni.

Giocherellando con l’antiquata cravatta che amava ostentare (e che era diventata il suo simbolo), disse subito: — Posso concedervi soltanto mezz’ora, figliolo — e gettò un’occhiata all’orologio da polso.

Lamont non se ne preoccupò: era sicuro di suscitare l’interesse del senatore abbastanza da fargli dimenticare i limiti di tempo da lui stesso posti. Non aveva nemmeno intenzione di cominciare dal principio: si proponeva di agire molto diversamente da come aveva fatto con Hallam.

Disse, infatti: — Non voglio infastidirvi con troppa matematica, senatore, ma presumo che vi rendiate già conto che, mediante il Pompaggio, le leggi di natura dei due universi si mescoleranno insieme.

— Si compenetreranno, con un punto di equilibrio che verrà raggiunto in circa 1030 anni — replicò, calmo, il senatore. — È questa la cifra esatta, vero? — Inarcò e poi riabbassò le sopracciglia, dando al suo viso segnato un’espressione di permanente sorpresa.

— Vero — confermò Lamont. — Ma ci si è arrivati presumendo che le leggi aliene si riversino nel nostro universo e poi dal punto di entrata si propaghino nello spazio esterno alla velocità della luce. Questa, però, è soltanto un’ipotesi e io ritengo che sia errata.

— Perché?

— L’unica velocità di miscelazione misurata è quella del plutonio 186 mandato nel nostro universo. Tale velocità all’inizio è estremamente bassa, con ogni probabilità perché si tratta di un materiale ad alta densità, e aumenta pian piano con il tempo. Se il plutonio viene mescolato con materiale meno denso, la velocità di miscelazione aumenta più rapidamente. Con poche misurazioni di questo tipo si è calcolato che la velocità di compenetrazione totale raggiungerebbe la velocità della luce, se avvenisse nel vuoto. Infatti, occorre un certo tempo perché le leggi aliene si aprano la strada nell’atmosfera, un po’ meno tempo negli strati più alti dell’atmosfera, quindi in un niente di tempo schizzano attraverso lo spazio esterno in ogni direzione alla velocità di 300.000 chilometri al secondo, disperdendosi fino a diventare innocue.

Lamont s’interruppe un momento per pensare al modo migliore di procedere, e il senatore intervenne. — Tuttavia… — incitò, con il modo di fare di chi non vuole perdere tempo.

— Questo è un presupposto, un’ipotesi di convenienza che sembra sensata e sembra anche non causare guai. Ma che cosa succede se non è la materia a offrire resistenza alla compenetrazione delle leggi aliene, bensì lo stesso tessuto fondamentale dell’universo?

— Che cos’è il tessuto fondamentale dell’universo?

— Non posso spiegarvelo a parole. Esiste un’espressione matematica che io ritengo lo rappresenti, ma non sono in grado di tradurla in parole. Il tessuto fondamentale dell’universo è quello che detta le leggi di natura. È il tessuto fondamentale del nostro universo che rende necessaria la conservazione dell’energia. È il tessuto fondamentale del para-universo, che ha una trama, per così dire, un po’ diversa dal nostro, a far sì che la loro interazione nucleare sia cento volte più forte della nostra.

— E allora?

— Se è il tessuto fondamentale che viene compenetrato, senatore, allora la presenza della materia, densa o non densa che sia, non può avere altro che un’influenza secondaria. La velocità di penetrazione è più alta nel vuoto che in una massa densa, è vero, ma non di molto. La velocità di penetrazione nello spazio esterno può essere alta, in misure terrestri, ma è soltanto una piccola frazione della velocità della luce.

— Il che significa?

— Significa che il tessuto alieno non si dissolve tanto rapidamente quanto crediamo noi, ma si accumula, per così dire, all’interno del sistema solare e con una concentrazione molto più elevata di quella che presumiamo.

— Capisco — disse il senatore, annuendo. — E quanto ci vorrà perché lo spazio all’interno del sistema solare raggiunga il punto di equilibrio? Meno di 1030, immagino.

— Molto meno, senatore. Io credo meno di 1010 anni. Forse cinquanta miliardi di anni, con uno scarto di un paio di miliardi in più o in meno.

— Non molto in confronto all’altra cifra, ma sempre abbastanza, no? E non c’è alcun motivo di allarmarsi immediatamente, vero?

— Io ho paura, invece, che vi sia motivo di allarmarsi immediatamente, senatore. Il danno sarà bell’e fatto molto prima che si raggiunga l’equilibrio. A causa del Pompaggio, l’interazione nucleare forte sta diventando di attimo in attimo sempre più forte nel nostro universo.

— Abbastanza forte da poterla misurare?

— Forse no, signore.

— Nemmeno adesso, dopo vent’anni di Pompaggio?

— Forse no, signore.

— Allora, perché dovremmo preoccuparci?

— Perché, senatore, sulla forza dell’interazione nucleare forte si basa la velocità con cui avviene la fusione dell’idrogeno in elio, nel nucleo del nostro Sole. Se l’interazione si rafforza anche di pochissimo, la velocità di fusione dell’idrogeno all’interno del Sole aumenterà notevolmente. L’equilibrio che il Sole mantiene tra l’emissione delle sue radiazioni e l’attrazione gravitazionale è estremamente delicato, e sconvolgerlo a favore delle radiazioni, come noi stiamo già facendo…

— Sì?

— …causerà un’esplosione immane. In base alle nostre leggi di natura è impossibile che una stella piccola come il Sole diventi una supernova. In base alle leggi alterate può non essere così. Dubito anche che avremo un certo preavviso. Il Sole metterà insieme una bella esplosione e, otto minuti dopo, voi e io saremo morti e la Terra evaporerà in pochi attimi in uno sbuffo di gas surriscaldati.

— E non ci si può fare niente?

— Se è troppo tardi per evitare di sconvolgere l’equilibrio, niente. Se non è ancora troppo tardi, bisogna fermare il Pompaggio.

Il senatore si schiarì la voce. — Prima di acconsentire a ricevervi, giovanotto, ho fatto qualche ricerca sul vostro conto, dal momento che non vi conoscevo personalmente. Una delle persone cui ho chiesto informazioni è il dottor Hallam. Immagino che lo conosciate.

— Sì, senatore. — Un angolo della bocca di Lamont si storse, ma la voce restò ferma. — Lo conosco bene.

— Mi informa — continuò il senatore, gettando un’occhiata a un foglio posato sulla sua scrivania, — che siete un cretino piantagrane di dubbia sanità mentale ed esige che mi rifiuti di ricevervi.

Con uno sforzo per mantenere il tono normale, Lamont domandò: — Sono le sue precise parole, senatore?

— Le sue precise parole.

— Perché mi avete ricevuto, allora, senatore?

— Normalmente, se avessi ottenuto un’informazione del genere da Hallam, non vi avrei ricevuto. Il mio tempo è prezioso e il cielo sa che ricevo più cretini piantagrane di dubbia sanità mentale di quanto mi piaccia ricordare, anche tra coloro che mi arrivano con autorevoli raccomandazioni. Nel caso specifico, tuttavia, non mi è piaciuto che Hallam “esigesse”. Non si fanno certe richieste a un senatore, e Hallam avrebbe dovuto saperlo.

— Allora mi aiuterete, signore9

— Aiutarvi a far cosa?

— Ecco… a fare in modo che le Pompe vengano fermate.

— Come? No, assolutamente. È una cosa impossibile.

— Perché no? — insisté Lamont. — Voi siete il presidente della Commissione per la Tecnologia e l’Ambiente, ed è proprio compito vostro dare ordine che si fermi il Pompaggio o qualunque altro procedimento tecnico che provochi danni irreversibili all’ambiente. E non esiste danno più grande o più irreversibile di quello minacciato dalle Pompe Elettroniche.

— Certo, certo. Nel caso che voi abbiate ragione. Ma, a quanto pare, tutta la storia dipende dal fatto che il vostro presupposto è diverso da quello generalmente accettato. Chi può dire quale dei due sia quello giusto?

— Senatore, la teoria da me costruita chiarisce parecchi punti che, in base all’ipotesi corrente, restano dubbi.

— Bene, allora i vostri colleghi dovrebbero approvare la vostra variante, e in questo caso non avrete alcun bisogno di venire da me, suppongo.

— Senatore, i miei colleghi non mi crederanno mai. Andrebbero contro il loro stesso interesse.

— Così come il vostro interesse va contro la possibilità che abbiate torto… Giovanotto, sulla carta i miei poteri sono enormi, ma posso esercitarli soltanto quando l’uomo della strada è disposto a lasciarmi fare. Permettetemi di darvi una lezioncina di politica pratica.

Gettò un’occhiata all’orologio da polso, si appoggiò allo schienale della poltrona e sorrise. Non era solito fare proposte del genere, ma in un articolo di fondo sul Terrestrial Post di quel mattino lo avevano definito “un politico consumato, il più abile di tutto il Parlamento Internazionale”, e la soddisfazione che ne aveva provato non era ancora svanita.

— È un errore — riprese a dire — ritenere che l’uomo della strada voglia che l’ambiente sia protetto o che gli risparmino la vita, e che sia grato agli idealisti che lottano per lui a tale scopo. Quello che l’uomo della strada vuole è la sua personale comodità. L’abbiamo imparato anche troppo bene dall’esperienza fatta durante la crisi ecologica del ventesimo secolo. Una volta assodato che le sigarette favorivano l’insorgere del cancro ai polmoni, il rimedio più ovvio sarebbe stato quello di smettere di fumare, ma il rimedio desiderato e richiesto era una sigaretta che non favorisse il cancro. Quando risultò evidente che il motore a combustione interna inquinava pericolosamente l’atmosfera, il rimedio più ovvio sarebbe stato quello di smettere di usare quel tipo di motore, mentre il rimedio desiderato era che s’inventasse un motore non inquinante. Perciò, giovanotto, non chiedetemi di fermare il Pompaggio Da esso dipendono l’economia e le comodità del mondo intero. Ditemi, invece, come si può impedire alle Pompe Elettro niche di far esplodere il Sole.

Lamont rispose: — Non si può, senatore. In questo caso abbiamo a che fare con qualcosa di talmente fondamentale che esclude qualunque giochetto. È necessario smettere di pompare.

— Ah, così, secondo voi, possiamo soltanto tornare indietro, cioè tornare alle condizioni in cui eravamo prima dell’esistenza della Pompa Elettronica!

— Ci siamo costretti.

— In questo caso, dovrete darvi da fare per dimostrare con prove irrefutabili che avete ragione voi.

— La prova migliore è quella di far esplodere il Sole — replicò Lamont, rigido. — Ma immagino che non vogliate che io arrivi a tanto.

— Non sarà necessario, forse. Perché non convincete Hallam ad appoggiarvi?

— Perché è un ometto assolutamente insignificante che si è ritrovato a essere il Padre della Pompa Elettronica. Credete che sia disposto ad ammettere che la sua creatura distruggerà la Terra?

— Capisco quello che intendete dire, ma agli occhi del mondo intero lui è appunto il Padre della Pompa Elettronica, e solo la sua parola ha peso sufficiente in proposito.

Lamont scosse la testa. — Non cederà mai. Preferirebbe veder esplodere il Sole.

— Allora forzategli la mano — disse il senatore. — Voi avete una teoria, ma la teoria, da sola, è insignificante. Di certo esisterà qualche sistema per comprovarla. Per esempio, la velocità del decadimento radioattivo del… diciamo dell’uranio, dipende dalle interazioni all’interno del nucleo degli atomi. Questa velocità è per caso cambiata in base a ciò che prevede la vostra teoria ma non quella ufficiale?

Lamont scosse la testa un’altra volta. — La radioattività normale dipende dall’interazione nucleare debole, e purtroppo gli esperimenti su di essa forniscono soltanto prove marginali. Il giorno che queste ultime daranno risultati rivelatori potrebbe essere troppo tardi.

— C’è qualcos’altro, allora?

— Ci sono le interazioni di pioni di un tipo particolare, che potrebbero anche adesso fornire dati inconfutabili. Meglio ancora, ci sono le combinazioni di quark e antiquark, che negli ultimi tempi hanno dato risultati sconcertanti e che io sono sicuro di poter spiegare con…

— Ecco, ci siete.

— Sì, senatore, ma per ottenere questi dati dovrei usare il grande protosincrotrone installato sulla Luna, che però non ha un minuto di tempo disponibile nei prossimi anni. Ho controllato. Niente da fare, a meno che qualcuno non tiri i fili giusti.

— Alludete a me?

— Alludo a voi, senatore.

— Non posso. Non fino a quando il dottor Hallam scriverà queste cose di voi, figliolo. — E il senatore Burt picchiettò con l’indice nodoso sul foglio di carta che aveva davanti a sé. — Vi siete esposto troppo, per i miei gusti.

— Ma l’esistenza del pianeta…

— Provate la vostra teoria.

— Scavalcate Hallam, e io la proverò.

— Provatela, e io scavalcherò Hallam.

Lamont fece un lungo respiro. — Senatore! Supponete che esista una minima probabilità che io abbia ragione. Non vale la pena di lottare anche per una probabilità minima? È in gioco tutto: l’umanità, la Terra…

— Voi vorreste che io lottassi per la buona causa, insomma? Be’, mi piacerebbe. C’è sempre un che di romantico nell’essere sconfitti per una buona causa. E ogni uomo politico appena passabile è abbastanza masochista da sognare, di tanto in tanto, di finire tra le fiamme con l’accompagnamento di cori angelici. Ma, dottor Lamont, per fare una cosa del genere occorre almeno avere una possibilità di lotta. E che il qualcosa per cui si lotta possa, dico solo possa, vincere. Ma, se io vi appoggio, non combinerò niente, perché sarà la vostra parola contro l’immensa utilità e l’infinita desiderabilità del Pompaggio. Come potrei pretendere che ogni uomo rinunci alle sue personali comodità e all’abbondanza cui è ormai abituato grazie alla Pompa, solo perché un singolo individuo grida “Al lupo!”, mentre tutti gli altri scienziati gli sono contro e il riveritissimo Hallam lo definisce un cretino? Nossignore, io non finirò tra le fiamme per niente!

Lamont supplicò: — Aiutatemi almeno a trovare la prova. Non occorre che vi scopriate, se avete paura…

— Io non ho paura — lo interruppe Burt, brusco. — Sono solo pratico. E, dottor Lamont, la mezz’ora che vi avevo concesso è passata da un pezzo.

Per un momento Lamont lo fissò con occhi colmi di delusione, ma l’espressione di Burt, adesso, era inequivocabilmente intransigente. Lamont si congedò.

Il senatore Burt non ricevette subito il visitatore successivo. Per alcuni minuti rimase a fissare con un certo disagio la porta chiusa, giocherellando distrattamente con la cravatta. E se quello scienziato avesse avuto ragione? Esisteva forse una possibilità, anche minima, che avesse ragione?

Doveva ammettere che gli sarebbe piaciuto un sacco fare lo sgambetto ad Hallam, mandarlo a finire con la faccia nella melma e sederglisi sulla schiena finché non fosse schiattato… ma non sarebbe mai successo: Hallam era intoccabile. Aveva avuto un solo scontro con Hallam, una decina d’anni prima: quella volta dalla parte della ragione c’era lui, mentre Hallam aveva torto marcio, come i fatti avrebbero in seguito dimostrato. Eppure, sul momento, Burt era stato umiliato e sconfitto, ed era stato sul punto di perdere la rielezione, come risultato di quello scontro.

Scosse la testa, come per ammonirsi. Avrebbe potuto mettere a repentaglio il suo seggio di senatore, per una buona causa, ma non voleva rischiare di essere umiliato una seconda volta. Segnalò che facessero passare il visitatore successivo e, quando si alzò per accoglierlo, la sua faccia era calma e sorridente.

<p>8</p>

Arrivato a questo punto, se avesse pensato di aver ancora qualcosa da perdere, professionalmente parlando, forse Lamont avrebbe esitato. Joshua Chen era impopolare dappertutto e chiunque avesse a che fare con lui era immediatamente guardato con sospetto in quasi ogni angolo del Sistema costituito. Chen era la rivoluzione fatta uomo, la cui voce, chissà come, veniva sempre ascoltata, sia perché si dedicava alle cause che prendeva a cuore con un’intensità travolgente, sia perché aveva creato un’organizzazione più forte e compatta di qualsiasi altra assocazione politica del mondo (come più di un uomo politico era disposto a giurare).

Chen era stato uno dei fattori essenziali della velocità con la quale la Pompa era stata messa in funzione per sopperire alle necessità energetiche del pianeta. Le virtù della Pompa erano limpide e ovvie: limpide come la totale assenza d’inquinamento e ovvie come tutto ciò che è gratuito. Tuttavia, se non fosse stato per lui, sarebbe potuta nascere una forte opposizione sotterranea da parte di coloro che preferivano l’energia nucleare, non perché fosse migliore, ma solo perché le erano affezionati fin dall’infanzia.

Però, quando Chen batteva i suoi tamburi, il mondo stava ad ascoltare un po’ più attentamente.

Adesso se ne stava là, seduto, con il suo viso tondo dagli zigomi piatti, prova evidente che almeno tre dei suoi quattro nonni erano cinesi.

Disse, calmo: — Mettiamo le cose in chiaro. Siete qui e parlate solo a titolo personale?

— Sì — rispose Lamont, asciutto. — Non sono appoggiato da Hallam. Anzi, lui afferma che sono matto. A voi serve l’approvazione di Hallam, prima di agire?

— Io non ho bisogno dell’approvazione di nessuno — replicò Chen con prevedibile arroganza, poi tornò a dimostrare un interesse non superficiale. — Dite che i para-uomini sono molto più avanzati di noi nella tecnologia?

Lamont aveva percorso parecchia strada in direzione del compromesso e aveva evitato di affermare che, secondo lui, i para-uomini erano più intelligenti. “Più avanzati nella tecnologia” suonava meno offensivo ed era altrettanto vero.

— È evidente — disse — anche solo dal fatto che loro possono inviare del materiale attraverso la breccia tra i due universi, e noi no.

— Allora perché hanno dato il via alla Pompa, se è pericolosa? E perché continuano a farla funzionare?

Lamont stava imparando ad arrivare al compromesso da più di una direzione. Avrebbe potuto dire a Chen che lui non era il primo a porsi quelle domande, ma così sarebbe parso condiscendente, forse addirittura impaziente. Decise quindi di non farlo.

— Erano ansiosi, proprio come noi, di mettere in funzione qualcosa che in apparenza era il non plus ultra delle fonti di energia — spiegò. — Ma adesso ho ragione di credere che ne siano preoccupati come lo sono io.

— Anche su questo punto abbiamo soltanto la vostra parola. Non avete nessuna prova effettiva del loro modo di pensare.

— Nessuna che io possa presentare all’istante.

— Allora non basta.

— Possiamo forse rischiare di…

— Non basta, professore. Non esiste nessuna prova. Non mi sono guadagnato la mia reputazione sparando a caso o al buio. I miei missili sono filati ogni volta dritti sul bersaglio, perché sapevo quello che facevo.

— Ma se ottengo la prova…

— Allora vi sosterrò. Se la prova mi soddisferà, vi assicuro che né Hallam né lo stesso Congresso saranno in grado di resistere all’ondata che solleverò. Perciò, trovate la prova e poi tornate da me.

— Ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi.

Chen si strinse nelle spalle. — Forse. Molto più probabilmente scoprirete di avere torto e non a sarà più bisogno di nessuna prova.

— Io non ho torto. - Dopo un profondo respiro, Lamont riprese, in tono confidenziale: — Signor Chen, con ogni probabilità nel nostro universo esistono trilioni su trilioni di pianeti che ospitano la vita e, fra essi, possono essercene miliardi abitati da esseri intelligenti che possiedono una tecnologia molto progredita. Lo stesso può essere vero nel para-universo. Nella storia dei due universi dev’essere successo parecchie volte che un paio di pianeti sono entrati in contatto e hanno dato inizio a uno scambio come il Pompaggio. È probabile che esistano decine, o addirittura centinaia di Pompe sparse nei punti di intersezione dei due universi.

— Pura illazione. Ma, se anche fosse?

— Allora sarebbe probabile che in decine, oppure in centinaia di casi, la mescolanza delle leggi di natura sia andata avanti abbastanza da far esplodere il sole di quel determinato pianeta. Poi l’effetto dell’esplosione può essersi propagato nello spazio, e l’energia di una supernova, aggiunta al mutamento delle leggi di natura, può aver dato origine a esplosioni a catena di tutte le stelle vicine, che a loro volta ne hanno fatto esplodere altre. Col tempo, forse un intero nucleo galattico, o un braccio galattico finiranno con l’esplodere.

— Queste sono tutte fantasie, frutto della vostra immaginazione, naturalmente!

— Davvero? Ci sono centinaia di quasar nel nostro universo. Corpi relativamente piccoli, delle dimensioni di alcuni sistemi solari ma che brillano della luce di cento galassie di estensione normale.

— Con questo volete dire che le quasar sono ciò che resta di pianeti che hanno fatto funzionare Pompe Elettroniche?

— Secondo me, sì. Nei centocinquant’anni da che sono state scoperte nessun astronomo è ancora riuscito a determinare quale sia la fonte della loro energia. Non c’è niente in questo universo che la giustifichi, niente! Dunque, ne consegue che…

— E nel para-universo? Anche quello è pieno di quasar?

— Non credo. Nel para-universo le condizioni sono diversissime. In base alla para-teoria sembra certo che la fusione nucleare abbia luogo con molta più facilità là che da noi; per cui le stelle, in media, devono essere molto più piccole delle nostre. Dovrebbe anche occorrere una quantità iniziale di idrogeno molto più piccola per produrre la stessa energia che produce il nostro Sole. Un quantitativo uguale a quello del nostro Sole là esploderebbe spontaneamente. Perciò, man mano che le nostre leggi lo compenetreranno, nel para-universo la fusione dell’idrogeno avverrà con un po’ più di difficoltà e le para-stelle cominceranno a raffreddarsi.

— Be’, questo non è un gran disastro — commentò Chen. — Anche loro possono utilizzare la Pompa per ottenere tutta l’energia di cui hanno bisogno. In base alle vostre ipotesi, dunque, stanno benone.

— Non proprio — disse Lamont, che fino a quell’istante non aveva fatto mente locale alla situazione del para-universo. — Non appena noi saremo esplosi, alla fine, il Pompaggio si fermerà. Loro non possono far funzionare la Pompa senza di noi, e ciò significa che si troveranno con una stella che si raffredda sempre di più e senza l’energia della Pompa. Potrebbero stare anche peggio di noi! Noi ce ne andremo in un lampo, senza dolore, mentre la loro agonia sarà lunghissima.

— Avete una bella fantasia, professore — disse Chen, — ma non servirà a convincermi. E non credo di riuscire a far fermare il Pompaggio solo sulla base della vostra fantasia! Lo sapete cosa vuol dire la Pompa per l’umanità? Non vuol dire soltanto energia gratuita, pulita e in abbondanza. Guardate le conseguenze! Vuol dire che l’uomo ben presto non sarà più costretto a lavorare per vivere. Vuol dire che per la prima volta nella storia l’umanità potrà dedicare l’insieme dei suoi cervelli migliori al ben più importante problema dello sviluppo del suo vero potenziale.

“Vi faccio un esempio. Con tutti i progressi che ha fatto la medicina negli ultimi duecento e cinquant’anni, siamo riusciti ad allungare la durata della vita umana appena appena oltre il secolo. I gerontologi continuano a dire e a ripetere che, in teoria, non esistono ostacoli per l’uomo sulla strada dell’immortalità, ma finora a questo problema non è stata dedicata sufficiente attenzione.”

Con ira, Lamont esclamò: — L’immortalità! Chi parla adesso di un sogno irrealizzabile?

— Forse voi siete un buon giudice in materia di sogni irrealizzabili, professore — replicò Chen. — Ma io intendo far cominciare le ricerche sulla questione dell’immortalità. E non cominceranno, se la Pompa smette di funzionare, perché dovremmo tornare all’energia dispendiosa, all’energia in quantità limitata, all’energia sporca! I due miliardi di uomini che vivono sulla Terra dovrebbero rimettersi a lavorare per vivere e il sogno irrealizzabile dell’immortalità resterebbe un sogno irrealizzabile!

— Lo resterà comunque. Nessuno diventerà mai immortale, anzi, nessuno riuscirà ad arrivare in fondo alla sua vita di durata normale!

— Ah, ma questa è solo la vostra teoria!

Lamont soppesò le possibilità che ancora gli restavano e decise di giocare d’azzardo. — Signor Chen, poco fa ho detto che non potevo spiegare come mai conoscessi lo.stato d’animo dei para-uomini. Be’, adesso ci proverò. Da un po’ di tempo stiamo ricevendo loro messaggi.

— Sì, lo so, ma siete riuscito a decifrarli?

— Abbiamo ricevuto una parola in inglese.

Chen corrugò la fronte. Poi, di scatto, infilò le mani in tasca, stese davanti a sé le gambe corte e si appoggiò allo schienale della sua poltrona. — E che parola era?

— Paura! — Lamont non giudicò necessario accennare all’errore di ortografia.

— Paura — ripeté Chen. — E, secondo voi, cosa significa?

— Non è evidente che anche loro hanno paura del fenomeno del Pompaggio?

— Niente affatto. Se ne avessero paura, fermerebbero tutto. Secondo me, hanno paura, d’accordo, ma che lo fermiamo noi. Voi gli avete fatto capire le vostre intenzioni e, se noi lo fermassimo, anche loro sarebbero costretti a farlo, no? L’avete detto voi che non possono far funzionare la Pompa senza di noi! Quindi, è un teorema con due soluzioni, e io non mi meraviglio che abbiano paura!

Lamont rimase in silenzio.

— Vedo che a questo non avevate pensato — riprese Chen. — Be’, allora mi darò da fare per la questione dell’immortalità. Ritengo che sarà una causa più popolare.

— Ah, le cause popolari — disse Lamont lentamente, riflettendo. — Non avevo capito che cosa vi stesse a cuore, in realtà. Quanti anni avete, signor Chen?

Chen batté le palpebre per qualche istante, poi si alzò e uscì dalla stanza a passo svelto, le mani strette a pugno.

In seguito Lamont lesse la sua biografia. Chen aveva sessant’anni e suo padre era morto a sessantadue. Ma non aveva più importanza.

<p>9</p>

— A vederti, non si direbbe che hai avuto fortuna — disse Bronowski.

Seduto nel suo laboratorio, Lamont si fissava la punta delle scarpe, mentre pensava che gli parevano stranamente consumate. Scosse la testa. — Infatti.

— Anche il grande Chen ti ha scaricato?

— Non vuole muovere un dito e pretende anche lui delle prove. Vogliono tutti delle prove, ma, se gliene dai una, la respingono. In realtà quello che vogliono è la loro stramaledetta Pompa, oppure il loro buon nome o un posto nella storia. Chen, lui, vuole l’immortalità.

— E tu che cosa vuoi, Pete? — chiese Bronowski, pacato.

— La salvezza dell’umanità — rispose Lamont. Poi alzò gli occhi sull’amico, con aria interrogativa. — Non mi credi?

— Ti credo, ti credo. Ma cosa vuoi più di tutto?

— Be’, perdio, in questo caso — e, così dicendo, Lamont diede una gran manata sul piano della scrivania — voglio aver ragione, e voglio che me la diano, perché so di averla!

— Ne sei sicuro?

— Sicurissimo! E non c’è niente che mi spaventi, perché intendo spuntarla. Lo sai che, uscendo dopo aver parlato con Chen, per poco non mi sono sentito un verme?

— Tu?

— Sì, io. Perché no? Pensavo: a ogni passo, Hallam mi blocca. Finché Hallam mi darà torto, tutti avranno una scusa per non credermi. Con Hallam piantato sulla mia strada come un macigno, per forza non combino niente. Allora non sarebbe meglio che me lo lavorassi? Che lo ungessi per benino? Perché non manovrarlo, in modo che mi appoggi, invece di punzecchiarlo col risultato di mettermelo contro?

— Credi di esserne capace?

— No, assolutamente. Ma ero talmente disperato che ho persino pensato… be’, a una quantità di cose. Che avrei potuto andare sulla Luna, magari. Naturalmente, quando me lo sono inimicato, al principio, non si parlava ancora della fine della Terra, ma avevo già fatto di tutto per peggiorare la situazione quando il problema è sorto. Comunque, come hai capito subito anche tu, niente e nessuno lo avrebbero indotto a trovare un solo difetto nella sua Pompa!

— Adesso, però, non mi pare che tu ti senta un verme.

— No, è vero. Perché dal mio colloquio con Chen ho ricavato qualcosa di utile. Mi ha dimostrato che stavo perdendo il mio tempo.

— Parrebbe, no?

— Sì, ma senza necessità. La soluzione non è qui, sulla Terra. Ho detto a Chen che il nostro Sole potrebbe esplodere, mentre il sole del para-universo non esploderà, ma che, tuttavia, i para-uomini non si salveranno perché, dopo l’esplosione del nostro Sole, le Pompe dalla nostra parte si fermeranno e di conseguenza si fermeranno anche le loro. Non possono farle funzionare senza di noi, capisci?

— Certo che capisco!

— Allora perché non capovolgiamo la situazione? Nemmeno noi possiamo far funzionare le Pompe senza di loro! Nel qual caso chi se ne importa se non siamo noi a fermarle? Bisogna convincere i para-uomini a fermarle loro!

— Ah… ma lo faranno?

— Hanno detto P-A-U-B-A. Il che vuol dire che hanno paura. Chen dice che hanno paura di noi, cioè hanno paura che noi fermiamo le Pompe, ma secondo me è assurdo. Loro hanno paura, e basta. Me ne sono stato zitto, quando Chen ha tirato fuori la sua interpretazione, tanto che ha creduto di avermi convinto. Ma si sbagliava. In quel momento mi era venuto in mente che noi dovevamo convincere i para-uomini a fermare tutto. E dobbiamo riuscirci. Mike, io mollo tutto il resto, ma non te. Tu sei la speranza dell’umanità. Cerca di farglielo capire, in qualche modo!

Bronowski si mise a ridere, di un riso allegro, quasi infantile. Poi esclamò: — Pete, sei un genio!

— Già. Te ne sei accorto solo adesso?

— No, parlo sul serio. Sai quello che voglio dirti ancor prima che io te lo dica. In questi ultimi tempi ho mandato un mucchio di messaggi, uno dopo l’altro, adoperando i loro simboli in un modo che speravo volesse dire “Pompa” e mettendoci a fianco anche la nostra parola. E poi ho fatto del mio meglio per riordinare tutti i miei appunti di vari mesi, in modo da tirar fuori qualcosa che significasse disapprovazione e mettendoci di nuovo la parola inglese “male”. Non sapevo affatto se ci avevo azzeccato oppure se ero fuori strada di chilometri, ma, dal momento che non avevo mai ricevuto una risposta, avevo poche speranze.

— Non mi hai parlato di questi tuoi tentativi!

— Be’, questa parte del problema è la mia creatura, no? Forse che tu stai lì a spiegarmi ogni volta la para-teoria?

— E allora? Cos’è successo?

— Allora ieri gli ho mandato due parole. Proprio due, nella nostra lingua. Gli ho scarabocchiato: P-O-M-P-A M-A-L-E.

— E poi?

— E poi stamattina ho ricevuto finalmente risposta. Una bella risposta semplice e diretta. Hanno scritto: S-Ì P-O-M-P-A M-A-L-E M-A-L-E M-A-L-E. Ecco, guarda tu.

La mano di Lamont tremava, nel prendere la lamina metallica. — Non c’è nessun errore, vero? Questa è una conferma, non ti pare?

— A me pare di sì. A chi la mostrerai, adesso?

— A nessuno — rispose Lamont, con decisione. — Non ho più voglia di litigare. Mi direbbero che ho falsificato il messaggio, e non vale la pena che io stia là seduto a incassare. Lascia che i para-uomini fermino le Pompe. Si fermeranno anche dalla nostra parte e nessuno potrà rimetterle in funzione unilateralmente, da qui! Allora sì che tutta la Stazione si darà da fare per provare che io avevo ragione e che la Pompa è pericolosa!

— Come fai a immaginare una cosa del genere?

— Perché sarà per loro l’unico modo per evitare di essere fatti a pezzi dalla folla che pretenderà di avere la sua Pompa in funzione… e che s’infurierà quando non l’avrà. Tu non credi che andrà così?

— Be’, forse. Ma c’è una cosa che mi disturba.

— Cos’è?

— Se i para-uomini sono tanto convinti che la Pompa sia pericolosa, perché non l’hanno già fermata loro? Dopo aver ricevuto il messaggio, tanto per la curiosità ho controllato: la Pompa è sempre là che pompa!

Lamont corrugò la fronte. — Forse non vogliono essere i soli a fermarla. Forse ci considerano loro soci e vogliono il nostro consenso. Non credi che possa essere così?

— Può darsi. Ma può anche darsi che il nostro sistema di comunicare faccia acqua. Non è perfetto, sai? Metti il caso che non abbiano capito il significato della parola M-A-L-E. Da quello che io ho detto loro per mezzo dei loro simboli, che potrei anche avere frainteso, magari pensano che M-A-L-E significhi quello che noi intendiamo con B-E-N-E.

— Oh, no!

— Questa è l’espressione della tua speranza, ma sulle speranze non ci si può far conto.

— Mike, per favore, continua a mandare messaggi. Adopera tutte le parole che usano anche loro, tutte quelle possibili e con tutte le varianti possibili. Sei tu l’esperto, decidi tu. Alla fine avranno imparato un numero sufficiente di parole per dirci qualcosa di chiaro e inequivocabile, e allora potremo spiegargli che siamo d’accordo a fermare la Pompa.

— Non abbiamo l’autorità di fare una simile dichiarazione, Pete.

— Sì, ma loro non lo sapranno e, quando si tireranno le somme, noi due saremo gli eroi che hanno salvato l’umanità.

— Anche se la prima cosa che faranno sarà di metterci al muro?

— Anche allora… È tutto in mano tua, Mike, e sono sicuro che non ci vorrà molto tempo.

<p>10</p>

Invece, passarono quindici giorni senza che arrivasse un altro messaggio, e la tensione crebbe a dismisura.

Anche Bronowski la tradiva. Il suo solito buonumore era sparito, e quel giorno entrò nel laboratorio di Lamont tetro e silenzioso.

I due si guardarono in faccia, e alla fine Bronowski disse: — In giro si dice che sei stato messo sotto inchiesta.

Quella mattina Lamont non si era fatto la barba, e si vedeva. Anche il laboratorio aveva un’aria di abbandono, come quando si preparano gli scatoloni per un trasloco. — E con questo? — Lamont alzò le spalle. — Non m’importa. Quello che mi preoccupa è il fatto che la Phisical Reviews abbia rifiutato il mio articolo.

— Ma mi avevi detto che te lo aspettavi.

— Sì, ma credevo che mi avrebbero comunicato i motivi del rifiuto. Avrebbero dovuto indicarmi i punti dove, secondo loro, c’erano errori o deduzioni sbagliate o presupposti non dimostrati. Qualcosa a cui avrei potuto controbattere.

— E non l’hanno fatto?

— Neanche una parola. I loro esperti non ritengono l’articolo adatto alla pubblicazione. Punto e basta. Non vogliono toccarlo nemmeno con un dito… È scoraggiante, davvero, la stupidità umana! Credo che non me la prenderei tanto se l’umanità si suicidasse a causa della sua crudeltà o anche solo per la sua temerarietà e imprudenza. Ma è così maledettamente poco dignitoso andare incontro alla distruzione per pura ottusità e stupidità! A cosa serve essere uomini, se poi si deve morire a questo modo?

— Stupidità — ripeté Bronowski, tra sé.

— Tu come la chiameresti? Mi mettono persino sotto inchiesta, perché vorrebbero licenziarmi a causa del gravissimo delitto di avere ragione!

— Pare che tutti sappiano che sei andato a trovare Chen.

— Proprio così! — Lamont posò due dita ai lati del naso e si massaggiò stancamente gli occhi. — È chiaro che l’ho scocciato al punto da indurlo ad andare da Hallam a riferirgli chissà cosa, e adesso mi si accusa di aver tentato di sabotare il Progetto Pompa con tattiche intimidatorie non giustificate e senza prove, violando l’etica professionale. Questo, naturalmente, mi rende inadatto a ricoprire un qualunque incarico presso la Stazione.

— Possono provarlo facilmente, Pete.

— Lo immagino anch’io. Ma non me ne importa.

— Cos’hai intenzione di fare?

— Niente — rispose Lamont, indignato. — Che facciano quello che vogliono! Io conto sulle lungaggini burocratiche. Per ogni atto dell’inchiesta occorreranno settimane, forse mesi, e nel frattempo tu continuerai a lavorare. Prima o poi i para-uomini risponderanno.

Bronowski assunse un’espressione infelice. — Pete, immagina che non succeda. Forse è arrivato il momento che tu ci ripensi.

Lamont alzò gli occhi a guardarlo con attenzione. — Cosa stai cercando di dirmi?

— Ammetti con quelli là di aver avuto torto. Copriti il capo di cenere e battiti il petto. Lascia perdere.

— Mai! Perdio, Mike, in questo gioco la posta in ballo è la Terra, con tutti gli esseri viventi che ci stanno sopra!

— Sì, ma perché te la prendi tanto? Tu non sei sposato. Non hai figli. So che tuo padre è morto, e non mi hai mai parlato di tua madre o di altri parenti stretti. Non credo che vi sia a questo mondo una sola persona a cui tu sia affezionato. Perciò, tira avanti per la tua strada e che vadano tutti all’inferno!

— E tu?

— Io farò la stessa cosa. Sono divorziato e non ho figli. Ho un’amica, una ragazza, ma non è una relazione seria. Finché dura, dura. Viviamo! Divertiamoci!

— E domani?

— Domani è un altro giorno! La morte, quando arriverà, arriverà in fretta.

— Non posso. Io non riesco a pensarla così… Mike, Mike! Perché parli così? Stai cercando di dirmi che non ce la faremo? Che vuoi lasciar perdere i para-uomini?

Bronowski distolse lo sguardo, poi rispose: — Pete, ho ricevuto una risposta. Ieri sera. Avevo deciso di tenerla per me, oggi, e di rifletterci sopra, ma perché dovrei farlo?… Eccola qui.

Gli occhi colmi di domande inespresse, Lamont prese la lamina. Poi la guardò. C’erano molte parole, ma non segni di punteggiatura.


POMPA NON FERMA NON FERMA NOI NON FERMA POMPA NOI NON SENTE PERICOLO NON SENTE NON SENTE VOI FERMA FAVORE FERMA VOI FERMA COSÌ NOI FERMA FAVORE VOI FERMA PERICOLO PERICOLO PERICOLO FERMA FERMA VOI FERMA POMPA


— Al diavolo, sembrano disperati — mormorò Bronowski.

Lamont fissava ancora la lamina e non disse niente.

Bronowski riprese: — Scommetto che dall’altra parte c’è uno come te… un para-Lamont. E neanche lui riesce a convincere il suo para-Hallam a fermare la Pompa. Così, mentre noi li supplichiamo di salvarci, è lui che supplica noi di salvarli.

— Ma se noi mostrassimo questo… — cominciò a dire Lamont.

— Direbbero che è un falso, un imbroglio che tu hai architettato per tenere in piedi l’incubo concepito dalla tua mente malata.

— Lo diranno di me, magari, ma non possono dire una cosa del genere di te. Tu mi appoggerai. Potrai testimoniare che il messaggio l’hai ricevuto tu e come.

Bronowski arrossì. — A cosa servirebbe? Diranno che nel para-universo c’è un fissato come te e che Dio li fa e poi li accompagna. Diranno che il messaggio prova semplicemente che l’autorità costituita del para-universo è convinta che non esiste nessun pericolo.

— Mike, stammi al fianco, a lottare.

— Sarebbe del tutto inutile, Pete. Lo hai detto tu, stupidità. I para-uomini saranno anche più progrediti di noi, o più intelligenti se proprio insisti, ma è lampante che sono stupidi come noi, e questo chiude la questione. L’ha detto bene Schiller, e io gli credo.

— Chi l’ha detto?

— Schiller. Un drammaturgo tedesco di tre secoli fa. In una tragedia su Giovanna d’Arco ha scritto: “Contro la stupidità anche gli dei lottano invano”. Cioè, neanche gli dei possono farci niente. Io non sono un dio e sono stufo di lottare. Lascia perdere, Pete, e va’ per la tua strada. Forse il mondo durerà quanto la nostra vita, ma, se non sarà così, non ci possiamo far niente lo stesso. Mi dispiace, Pete. Hai lottato per una causa giusta, ma hai perso, e io sono stufo.

Se ne andò e Lamont restò solo. Rimase seduto sulla sua poltroncina, con le dita che picchiettavano, picchiettavano senza scopo sulla scrivania. E intanto, all’interno del Sole, i protoni si fondevano insieme con una briciola in più di avidità e a ogni istante quest’avidità aumentava di una briciola e sarebbe arrivato il momento in cui il delicato equilibrio si sarebbe spezzato…

— E sulla Terra non ci sarà più nessuno, vivo, per sapere che avevo ragione — gridò Lamont, battendo e ribattendo le palpebre per trattenere le lacrime.


6

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— Inutile! — esclamò con asprezza Lamont. — Non ho ottenuto niente. — Aveva un’espressione imbronciata che s’intonava con gli occhi infossati e il lungo mento un po’ asimmetrico. L’espressione imbronciata era presente anche nei suoi momenti migliori, e quello non era uno dei suoi momenti migliori. Il suo secondo colloquio ufficiale con Hallam era stato un fiasco più grosso del primo.

— Non fare il tragico — disse Myron Bronowski, placido.

— Non ti aspettavi niente. Me lo hai anche detto. — Stava gettando in aria delle arachidi che poi acchiappava al volo con la bocca dalle labbra tumide. Non ne sbagliava una. Non era molto alto né molto magro.

— Non è che mi faccia piacere. Ma hai ragione, non importa. Ci sono altre cose che posso fare e ho intenzione di farle e, in più, dipendo da te. Se solo tu riuscissi a scoprire…

— Non finire la frase, Pete. La so a memoria. Tutto quello che devo fare è decifrare il pensiero di un’intelligenza non umana.

— Un’intelligenza migliore di quella umana. Gli esseri del para-universo stanno tentando di farsi capire.

— Può darsi — sospirò Bronowski — ma tentano di farlo tramite la mia intelligenza che è migliore di quella umana, come qualche volta mi capita di pensare, ma non di molto. Qualche volta, la notte, me ne sto sveglio al buio a chiedermi se tra intelligenze diverse la comunicazione sia possibile; oppure, se ho avuto una giornata particolarmente storta, se la frase “intelligenze diverse” abbia addirittura un significato.

— Ce l’ha — disse con impeto Lamont, mentre le mani nelle tasche del camice da laboratorio gli si stringevano a pugno. — Significa Hallam e me. — Significa quell’eroe fasullo, il dottor Frederick Hallam, e me. Noi siamo due intelligenze diverse, perché quando io gli parlo lui non capisce. La sua faccia idiota diventa più rossa, gli si strabuzzano gli occhi e gli si turano le orecchie. Direi persino che il cervello gli smette di funzionare, se avessi la prova che in qualche altro momento funziona.

— Che modo di parlare del Padre della Pompa Elettronica — mormorò Bronowski.

— È proprio questo. Il riverito Padre della Pompa Elettronica. Un bastardo, se mai ne è nato uno. Il suo contributo è stato irrilevante. Io lo so.

— Anch’io lo so. Me lo hai detto un sacco di volte. — E Bronowski lanciò in aria un’altra arachide. Non la mancò.


1

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Era successo un quarto di secolo prima. Frederick Hallam era un radiochimico, con la stampa della tesi di laurea ancora umida e nessun segnale premonitore di essere destinato a sovvertire il mondo.

Quello che diede l’avvio al sovvertimento del mondo fu il fatto che una polverosa bottiglia da reagente con l’etichetta “Tungsteno-Metallo” si trovava sulla sua scrivania. Quella roba non era sua, e lui non l’aveva mai adoperata. Era l’eredità di un lontano giorno in cui uno dei precedenti occupanti di quello stesso ufficio aveva avuto bisogno di tungsteno per un motivo ormai sepolto nell’oblio. E non era nemmeno più tungsteno: erano granuli di un qualcosa molto ossidato, grigio e pieno di polvere. Completamente inutili.

E un giorno Hallam entrò nel laboratorio (ecco, per la precisione era il 3 ottobre 2070), si mise al lavoro, s’interruppe poco prima delle dieci del mattino, fissò attonito la bottiglia, poi la prese in mano. Era coperta di polvere come sempre, con la sua etichetta sbiadita, ma lui gridò: — Perdio! Chi ha pasticciato con questa roba, maledetto lui?

Questa, per lo meno, fu la versione di Denison, che aveva udito per caso l’esclamazione, come la raccontò a Lamont una generazione più tardi. Il resoconto ufficiale della scoperta, come lo riportano i libri, non cita la frase. Se ne ricava l’impressione di un chimico dalla vista acuta che si accorse del cambiamento e ne trasse seduta stante profonde deduzioni.

Non avvenne così. Hallam non sapeva cosa farsene del tungsteno: per lui non aveva il minimo valore e qualunque manomissione non avrebbe avuto importanza. Però, non sopportava che frugassero nella sua scrivania (a molti capita la stessa cosa) e sospettava che gli altri fossero tanto maliziosi da averlo fatto solo per dispetto.

Sul momento nessuno ammise di avere a che fare con la faccenda. Benjamin Allan Denison, colui che aveva sentito per caso la prima osservazione, aveva l’ufficio proprio dirimpetto, dall’altra parte del corridoio, e ambedue le porte erano aperte. Alzò gli occhi e incontrò lo sguardo accusatore di Hallam.

Hallam non gli piaceva molto (non piaceva molto a nessuno) e per di più la notte aveva dormito male. Perciò, come successe in realtà e come in seguito lui stesso ricordò, fu piuttosto contento di avere sottomano qualcuno su cui sfogare il cattivo umore, e Hallam era il candidato ideale.

Quando Hallam gli mise la bottiglia sotto il naso, Denison la scostò con la mano, disgustato. — Perché, maledizione, dovrebbe interessare a me il tuo tungsteno? — sbottò. — E perché dovrebbe interessare a qualcuno? Se guardi bene la bottiglia, vedrai che quella roba non viene aperta da vent’anni, e se non ci avessi messo sopra le tue luride zampe, avresti visto anche tu che nessuno te l’aveva toccata.

Un rossore collerico si diffuse sulla faccia di Hallam, che disse, a denti stretti: — Senti, Denison, qualcuno ne ha cambiato il contenuto. Questo non è il tungsteno.

Denison si concesse un lieve ma percettibile sbuffo di disprezzo. — E tu come fai a saperlo?

La storia è fatta di cose come questa, meschine malignità e stoccate al buio.

Sarebbe stata in ogni caso un’osservazione poco felice. Il curriculum scolastico di Denison, fresco quanto quello di Hallam, era molto più brillante e lui era il nuovo acquisto più promettente del reparto. Hallam lo sapeva e, ciò che era peggio, lo sapeva anche Denison e non ne faceva un segreto. La domanda “E tu come fai a saperlo?”, con la chiara e inequivocabile enfasi sul tu, fornì ampio motivo per tutto quello che avvenne in seguito. Senza l’insinuazione, Hallam non sarebbe mai diventato il più grande e il più riverito scienziato della storia, per dirla con le precise parole che usò Denison più tardi, durante il suo colloquio con Lamont.

Ufficialmente, quella mattina fatale Hallam era entrato nel laboratorio, si era accorto che i granuli grigi e polverosi erano spariti — non era rimasta nemmeno la polvere sulla superficie interna della bottiglia — e che al loro posto c’era del metallo lucido, grigio ferro. Naturalmente aveva indagato…

Ma mettiamo da parte la versione ufficiale. L’origine di tutto fu Denison. Se si fosse limitato a un semplice no o a un’alzata di spalle, le probabilità dicono che Hallam avrebbe fatto la sua domanda agli altri, poi alla fine, stanco di quel fatterello inesplicabile, avrebbe messo in un canto la bottiglia permettendo così che il futuro fosse determinato dalla tragedia, impercettibile o definitiva (questo in base al tempo che sarebbe trascorso prima della scoperta decisiva), che ne sarebbe derivata. In ogni caso, non sarebbe stato Hallam a salire come un turbine ai vertici della fama.

Invece, con quel “E tu come fai a saperlo?” che lo metteva con le spalle al muro, ad Hallam non restò che replicare di slancio: — Ti farò vedere io come lo so!

Dopo di che niente e nessuno gli avrebbero impedito di andare fino in fondo. L’analisi del metallo contenuto nella vecchia bottiglia diventò il suo scopo prioritario, e la sua meta principale quella di cancellare l’espressione di superiorità dalla faccia affilata di Denison e la perpetua smorfia sarcastica dalle sue labbra pallide.

Denison non dimenticò mai quella scena perché fu la sua replica che portò Hallam al Premio Nobel e lui stesso all’anonimato.

Non aveva modo di sapere (oppure, se lo avesse saputo, non gliene sarebbe importato) che Hallam possedeva un’enorme testardaggine, quel bisogno di proteggere il proprio orgoglio professionale che è dei mediocri insicuri, che lo avrebbe portato allo splendore della scoperta molto più facilmente che tutta la luce dell’ingegno di Denison.

Hallam agì subito e allo scoperto. Portò il suo metallo sconosciuto al reparto della spettrografia di massa, mossa naturale per un chimico delle radiazioni. Conosceva i tecnici di quel reparto, avendo già lavorato con loro, e sapeva come convincerli. Fu talmente convincente, in effetti, che la sua analisi passò avanti a incarichi ben più importanti.

Alla fine il tecnico addetto allo spettrografo disse: — Ecco, non è tungsteno.

La faccia larga e arcigna di Hallam s’increspò in un sorriso acido. — Bene. Lo diremo a Ingegno-brillante Denison. Voglio una relazione e…

— Un momento, dottor Hallam. Ho detto che non è tungsteno, ma questo non vuoi dire che io sappia cos’è.

— Come sarebbe che non sai cos’è?

— Voglio dire che i risultati sono ridicoli. — Il tecnico rifletté un momento. — Impossibili, anzi. Il rapporto carica-massa è tutto sbagliato.

— Tutto sbagliato in che senso?

— Troppo alto. Non può esistere, semplicemente.

— Be’, allora — disse Hallam e, indipendentemente dalle sue motivazioni, la frase successiva lo mise sulla via che portava al Premio Nobel (un premio meritato, si potrebbe persino aggiungere) — scopri la frequenza dei suoi raggi X caratteristici e calcola la carica nucleare. Non startene lì con le mani in mano a dire che qualcosa è impossibile.

Fu un tecnico sottosopra quello che entrò qualche giorno dopo nell’ufficio di Hallam.

Hallam ignorò il turbamento evidente sul viso dell’altro — non era mai stato un uomo sensibile — e cominciò: — Hai trovato… — A quel punto gettò un’occhiata incerta verso Denison, che sedeva alla sua scrivania nel suo ufficio, e andò a chiudere la porta. — Hai trovato la carica nucleare?

— Sì, ma è sbagliata.

— D’accordo, Tracy. Rifa’ i calcoli.

— Li ho rifatti almeno dieci volte. È sbagliata.

— Se l’hai misurata, è quella che è. Non serve discutere i fatti.

Tracy si strofinò un orecchio e disse: — Ho fatto quello che dovevo, dottore. E, se prendo sul serio i miei calcoli, quello che mi avete dato da analizzare è plutonio 186.

— Plutonio 186? Plutonio 186?

— La carica è +94. La massa 186.

— Ma è impossibile! Non c’è un isotopo del genere. Non può esistere.

— È quello che vi avevo detto io. Ma questi sono i risultati delle analisi.

— Ma, se le cose stanno così, al nucleo mancano più di cinquanta neutroni! Non si può ottenere del plutonio 186. Non si possono cacciare dentro a un nucleo novantaquattro protoni con solo novantadue neutroni e pretendere che restino insieme per più di un trilionesimo di trilionesimo di secondo.

— È quello che vi avevo detto io, dottore — ripeté Tracy, pazientemente.

A quel punto Hallam smise di pensare. Il metallo che era scomparso era tungsteno, e uno dei suoi isotopi, il tungsteno 186, era stabile. Il tungsteno 186 aveva nel nucleo 74 protoni e 112 neutroni. Possibile che qualcosa avesse trasformato venti neutroni in venti protoni? No, era impossibile.

— E ci sono tracce di radioattività? — chiese Hallam, cer. cando a tentoni la strada per uscire dal labirinto.

— Ci ho pensato anch’io — disse il tecnico. — Ma è stabile. Assolutamente stabile.

— Allora non può essere plutonio 186.

— È quello che continuo a dirvi, dottore.

Hallam concluse, senza più speranza: — Be’, dammi quella roba.

Rimasto solo, si mise a sedere fissando a occhi sbarrati la bottiglia. L’isotopo del plutonio più vicino a essere quasi stabile era il plutonio 240, dove erano necessari 146 neutroni per tenere uniti 94 protoni con una parvenza di stabilità, per di più parziale.

E adesso cos’avrebbe fatto? La faccenda gli aveva preso la mano, e lui rimpiangeva di averle dato il via. In fondo, lo aspettava il vero lavoro che gli avevano dato da svolgere e quella cosa — quel mistero — non c’entrava. Tracy doveva avere commesso qualche stupido errore, oppure lo spettrometro di massa non funzionava bene, oppure…

Be’, e con questo? Smettila di pensarci sopra e dimenticatene.

Ma Hallam non poteva comportarsi così. Prima o poi Denison sarebbe capitato lì da lui e con quel suo sorrisetto irritante gli avrebbe chiesto notizie del tungsteno. E lui cos’avrebbe risposto? Avrebbe risposto: “Non è tungsteno, proprio come ti avevo detto”.

E, di sicuro, Denison avrebbe chiesto: “E allora cos’è?”, e per niente al mondo lui si sarebbe esposto al tipo di ridicolo che avrebbe fatto seguito alla dichiarazione che quello era plutonio 186. Perciò, doveva scoprire cos’era e scoprirlo da sé. Ovviamente non poteva fidarsi di nessuno.

Così, un paio di settimane dopo entrava nel laboratorio di Tracy in uno stato che si può ben definire furia nera.

— Ehi, non mi avevi detto che quella roba non era radioattiva?

— Quale roba? — replicò automaticamente Tracy, prima di ricordare.

— Quella roba che hai chiamato plutonio 186 — sbottò Hallam.

— Ah. Ecco, era stabile.

— Stabile come il tuo cervello! Se definisci quella roba non radioattiva, è meglio che tu vada a fare l’idraulico.

Tracy corrugò la fronte. — E va bene, dottore. Datemela qua che vediamo. — Poco dopo esclamò: — Che io sia…! È radioattiva. Non molto, ma lo è Non capisco come ho fatto a non accorgermene.

— E adesso come faccio a fidarmi di quella tua balla che sia plutonio 186?

Ormai Hallam c’era dentro fino al collo. Il mistero era diventato talmente esasperante che lo considerava un affronto personale. Chiunque avesse scambiato la bottiglia con un’altra, o avesse scambiato il contenuto con un altro, doveva averlo fatto di nuovo, oppure doveva aver inventato un metallo al solo scopo di prenderlo in giro. A ogni buon conto lui era disposto a fare a pezzi il mondo per risolvere l’enigma, se doveva… e se ci fosse riuscito.

Sostenuto dalla sua testardaggine e da una determinazione che non rendeva facile a nessuno liberarsi di lui, andò difilato da G.C. Kantrowitsch, a quell’epoca nell’ultimo anno della sua notevole carriera. Era difficile ottenere l’aiuto di Kantrowitsch, ma dopo averlo ottenuto si partiva in quarta.

Due giorni dopo, infatti, il vecchio entrò come un fulmine nell’ufficio di Hallam, in preda all’eccitazione. — Avete toccato questo materiale con le mani?

— Un paio di volte.

— Be’, non fatelo più. Neanche se fosse necessario. Emette positroni.

— Eh?

— I positroni più robusti che io abbia mai visto… E i vostri calcoli della sua radioattività sono in difetto.

— In difetto?

— Troppo bassi. Ma c’è una cosa che non mi quadra. Ogni volta che la misuro è di un tantino più alta che la volta precedente.


6 (continuazione)

<p>6 <emphasis>(continuazione)</emphasis></p>

Bronowski pescò una mela nella capace tasca della giacca e le diede un morso. — Okay. Hai visto Hallam che ti ha preso a calci come ti aspettavi. E adesso?

— Non ho ancora deciso. Ma, qualunque cosa farò, gli finirà su quel grosso deretano. L’avevo già visto una volta, sai? Anni fa, quando ero appena arrivato qui, quando credevo ancora che fosse un grand’uomo. Un grand’uomo… Il peggior mascalzone nella storia della scienza. Ha riscritto la storia della Pompa, sai, l’ha riscritta qui… — Lamont si toccò la tempia con un dito. — Crede alle sue stesse fantasie e le difende a spada tratta. È un pigmeo con un solo talento: l’abilità di convincere gli altri che è un gigante. — Lamont alzò gli occhi sul faccione placido di Bronowski, ora increspato da un sorriso divertito, e riuscì a rimediare una risatina. — D’accordo, anche questo non serve a niente e comunque te ne ho già parlato.

— Parecchie volte — annuì Bronowski.

— Ma mi scoccia talmente che tutti quanti…


2

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All’epoca in cui Hallam aveva preso in mano il suo tungsteno alterato, Peter Lamont aveva due anni. Ne aveva venticinque quando ottenne il posto alla Prima Stazione della Pompa, anche lui con la tesi di laurea fresca di stampa, e contemporaneamente accettò un incarico presso la facoltà di fisica dell’università.

Per uno così giovane erano risultati più che soddisfacenti. La Prima Stazione non aveva il lustro di quelle costruite successivamente, ma era la nonna di tutta la catena di stazioni che ormai faceva il giro completo del pianeta, anche se la tecnologia su cui si basava aveva soltanto una ventina d’anni. Nessun altro progresso tecnico importante si era mai imposto con tanta rapidità e così totalmente. Ma perché non avrebbe dovuto? Significava energia illimitata, gratuita e senza problemi: era il Babbo Natale e la lampada di Aladino del mondo intero.

Lamont aveva accettato il posto per potersi occupare dei problemi relativi alle più elevate astrazioni teoretiche, invece scoprì di provare un grande interesse per la sorprendente storia della nascita e dello sviluppo della Pompa Elettronica. Non era mai stata scritta nella sua interezza da qualcuno che capisse veramente i principi teorici (per quel tanto che potevano essere capiti) e che fosse anche in grado di spiegarne le difficoltà in modo comprensibile al grosso pubblico. Per la verità lo stesso Hallam aveva scritto diversi articoli divulgativi, che però non costituivano una storia organica e ragionata come quella che Lamont aveva un gran desiderio di scrivere.

Per cominciare utilizzò gli articoli di Hallam e le dichiarazioni, pubblicate, di altre persone — i documenti ufficiali per dirla in breve — che si riferivano all’osservazione di Hallam destinata a sovvertire il mondo, la Grande Intuizione, com’era sovente definita (e invariabilmente con le iniziali maiuscole).

In seguito naturalmente, dopo aver sperimentato le prime delusioni, Lamont scavò più a fondo e nella mente gli nacque il dubbio che la grande intuizione di Hallam non fosse stata proprio di Hallam. Era stata esposta per la prima volta alla riunione di esperti e docenti universitari che costituiva il vero inizio della Pompa Elettronica, eppure, a conti fatti, gli fu estremamente difficile ottenere i particolari di quella riunione e del tutto impossibile reperirne le registrazioni sonore.

Alla fine Lamont cominciò a sospettare che la cancellazione delle orme lasciate sulla sabbia del tempo da quella riunione non fosse interamente accidentale. Mettendo insieme numerosi dati con la sua intelligenza, si convinse che esisteva la ragionevole probabilità che John F.X. McFarland avesse detto qualcosa di molto, molto simile alla dichiarazione fondamentale di Hallam… e che lo avesse fatto prima di Hallam.

Andò a trovare McFarland, che non era inserito in alcuna organizzazione ufficiale e che al momento si occupava di ricerche relative all’atmosfera superiore, con particolare riguardo al vento solare. Non era un lavoro di primissimo piano, ma aveva i suoi vantaggi e molto più che qualche attinenza con gli effetti della Pompa. Era evidente che McFarland era riuscito a non finire nel dimenticatoio, evitando il destino che aveva travolto Denison.

Fu abbastanza cortese con Lamont e accettò di parlare di tutto, tranne che di quanto era successo durante quella riunione. Semplicemente, non la ricordava.

Lamont insisté, riferendogli le prove che aveva raccolto.

McFarland tirò fuori la sua pipa, la caricò, ne esaminò il contenuto con grande attenzione, poi disse, con una strana intensità: — Non intendo ricordare, perché non è importante. Sul serio. Facciamo l’ipotesi che io ammetta di aver detto qualcosa. Nessuno lo crederebbe. Farei la figura dell’idiota.

— E Hallam farebbe in modo che vi mettessero subito in pensione.

— Non ho detto questo, ma non vedo a cosa mi servirebbe. Che differenza fa, a ogni modo?

— È una questione di verità storica! — esclamò Lamont.

— Balle. La verità storica è che Hallam non ha mai mollato. Ha trascinato tutti nelle ricerche, volenti o nolenti. Senza di lui, quel tungsteno alla fine sarebbe esploso, causando chissà quante vittime. E forse non ne avremmo mai avuto un secondo campione e non avremmo mai avuto la Pompa. Per questo Hallam ha diritto al merito, anche se non ha diritto al merito, e se questo concetto è senza senso non posso farci niente, perché la storia non ha senso.

Lamont non fu soddisfatto da questa dichiarazione, ma dovette contentarsene, dal momento che McFarland non volle dire altro.

Verità storica!

Un pezzetto di verità storica che pareva assodato fu che era stata la radioattività a portare al successo il “tungsteno di Hallam” (perché era così che veniva chiamato per consuetudine storica). Non ebbe nessuna importanza che fosse o non fosse tungsteno, che fosse stato manomesso oppure no, e nemmeno che fosse o non fosse un isotopo impossibile. Tutto passò in secondo piano davanti alla stupefacente realtà di qualcosa — qualunque cosa fosse — che mostrava un costante aumento nell’intensità della sua radioattività, in circostanze che escludevano l’esistenza di qualsiasi tipo di disintegrazione radioattiva, in qualsiasi quantità, fino ad allora noto.


Dopo qualche giorno Kantrowitsch borbottò: — Sarà meglio suddividerlo. Se lo teniamo in blocchetti misurabili evaporerà oppure esploderà… oppure farà tutt’e due le cose, conta minando mezza città.

Perciò dapprima venne ridotto in polvere, suddiviso, mescolato con tungsteno normale e in seguito, quando anche questo divenne radioattivo, fu mescolato con grafite, che esponeva una minore sezione d’urto alle radiazioni.

Meno di due mesi dopo che Hallam si era accorto del cambiamento avvenuto nella bottiglia, Kantrowitsch, in una relazione inviata al direttore della Nuclear Reviews, annunciò l’esistenza del plutonio 186, facendo il nome di Hallam come coautore. In questo modo la denominazione originale di Tracy ebbe il crisma dell’ufficialità, ma il nome del tecnico non fu menzionato né allora né mai. Da quel momento in poi il tungsteno di Hallam volò verso il successo a una velocità fantastica e Denison cominciò a notare quei cambiamenti che alla fine dovevano fare di lui una nullità.

L’esistenza del plutonio 186 era già una grossa incongruenza, ma che all’inizio l’elemento si fosse dimostrato stabile e solo in seguito avesse sviluppato una strana radioattività in aumento era molto peggio.

Fu perciò organizzata una riunione ufficiale per esaminare il problema. La presiedette Kantrowitsch, il che costituì un evento interessante dal punto di vista storico, poiché quella fu l’ultima volta, nella storia della Pompa Elettronica, che un incontro ad alto livello a essa connesso non ebbe Hallam come presidente. Per la verità, Kantrowitsch morì cinque mesi dopo, e con lui scomparve l’unica personalità dotata di prestigio sufficiente a tenere Hallam nell’ombra.

La riunione fu stranamente infruttuosa fino al momento in cui Hallam espose la sua Grande Intuizione, ma nella versione dei fatti ricostruita da Lamont la vera svolta cruciale si ebbe durante l’intervallo per il pranzo. Fu allora che McFarland, al quale le relazioni ufficiali non attribuirono alcun intervento benché il suo nome fosse registrato nell’elenco dei presenti, disse: — Sapete, qui occorrerebbe un briciolo di fantasia. Supponiamo che…

Parlava con Diderick van Klemens, e van Klemens riportò quello che McFarland aveva detto nei propri appunti, che redigeva in una specie di stenografia personale. Molto prima che Lamont riuscisse a scovarli, van Klemens era morto e, sebbene quegli appunti fossero convincenti, Lamont dovette ammettere che senza altre testimonianze dirette non costituivano una prova sicura. Per di più non esisteva il modo di accertare se Hallam avesse ascoltato, per caso o di nascosto, quella conversazione. Lamont era pronto a scommettere la testa che l’aveva ascoltata, ma purtroppo nemmeno la sua opinione era una prova soddisfacente.

E poi, anche supponendo che potesse provarlo? Forse ne avrebbe sofferto l’orgoglio sconfinato di Hallam, ma la sua posizione non ne avrebbe affatto risentito. Si sarebbe potuto argomentare che, per lo stesso McFarland, si trattava di una fantasia e che era stato Hallam a considerarla qualcosa di più. Era stato Hallam, inoltre, che aveva avuto il coraggio di mettersi di fronte al gruppo di luminari e di esporla in modo ufficiale, rischiando il ridicolo che poteva derivarne. Di certo McFarland non si sarebbe mai sognato di far mettere agli atti il suo “briciolo di fantasia”.

Lamont, da parte sua, avrebbe potuto controbattere che McFarland era un fisico nucleare famoso, con una reputazione da difendere, mentre Hallam era un radiochimico alle prime armi cui era concesso di dire quello che voleva nel campo della fisica nucleare perché, non essendo quest’ultima di sua competenza, non gliene sarebbe derivato alcun danno.

Comunque fosse, secondo la trascrizione ufficiale della riunione, questo fu ciò che Hallam disse: — Signori, non stiamo approdando a niente. Di conseguenza farò io una proposta, non perché abbia obbligatoriamente senso, ma perché rappresenta la meno assurda di tutte quelle che ho udito fino a questo momento… Ci troviamo di fronte a un elemento, il plutonio 186, che non può affatto esistere, nemmeno come elemento momentaneamente stabile, se le leggi naturali dell’universo hanno qualche valore. Perciò ne consegue, poiché esiste ed è esistito all’origine come elemento stabile, che deve essere esistito, per lo meno all’origine, in un luogo o in un tempo o in circostanze in cui le leggi naturali dell’universo erano diverse dalle nostre. Per dirla in breve, l’elemento che stiamo studiando non ha avuto origine nel nostro universo, ma in un altro… un universo alternativo, un universo parallelo, chiamatelo come volete.

“Quando è arrivato qui — e non pretendo di sapere come abbia fatto — era ancora stabile. A questo punto avanzo l’ipotesi che lo fosse perché aveva portato con sé le leggi del suo universo. Il fatto che sia lentamente diventato radioattivo, e poi sempre più radioattivo, significa forse che le leggi del nostro universo sono penetrate lentamente nella sua sostanza… se capite cosa intendo.

“Vi faccio notare che, contemporaneamente alla comparsa del plutonio 186, abbiamo avuto la sparizione di un campione di tungsteno, composto di numerosi isotopi stabili fra cui il tungsteno 186. Può darsi che questo campione sia slittato nell’universo parallelo. In fondo è logico supporre, perché è più semplice, che abbia avuto luogo uno scambio di massa piuttosto che un trasferimento a senso unico. Nell’universo parallelo il tungsteno 186 forse è anomalo come lo è il plutonio 186 nel nostro. Magari in origine è un elemento stabile che poi diventa lentamente radioattivo, e poi sempre più radioattivo. E può servire come fonte di energia là, così come il plutonio 186 servirebbe qui.”

I presenti dovevano averlo ascoltato con notevole sbalordimento, poiché non fu registrata alcuna interruzione, per lo meno fino all’ultima frase riportata sopra, quando Hallam sembrò fare una pausa per riprendere fiato, forse anche sorpreso per la propria temerarietà.

Qualcuno dei presenti (probabilmente Antoine-Jerome Lapin, ma la registrazione non è chiara) chiese se il professor Hallam intendesse suggerire che un agente intelligente del para-universo avesse deliberatamente eseguito lo scambio allo scopo di ottenere una fonte di energia. L’espressione “para-universo”, in apparenza impiegata come abbreviazione di “universo parallelo”, da quel momento entrò nell’uso comune. In quella domanda registrata, infatti, si fa menzione per la prima volta dell’espressione stessa.

Vi fu una breve pausa, poi Hallam, più temerario che mai, disse — e questo fu il nocciolo della Grande Intuizione: — Sì, ritengo di sì, e ritengo anche che la fonte di energia non possa essere di utilità pratica a meno che l’universo e il para-universo non lavorino insieme, ciascuno alla sua metà di una pompa che spinga l’energia da loro a noi e da noi a loro, approfittando della diversità delle leggi naturali dei due universi.

A questo punto Hallam aveva adottato la definizione “para-universo” e l’aveva fatta propria. Inoltre, fu il primo a usare la parola “pompa” (da quel momento in poi sempre con l’iniziale maiuscola) in rapporto all’argomento.

Il resoconto ufficiale tende a dare l’impressione che l’ipotesi di Hallam provocasse subito grande entusiasmo, ma non fu così. Coloro che erano disposti a discuterla non s’impegnarono più che tanto, limitandosi a dire che era una teoria divertente. Kantrowitsch, in particolare, non aprì bocca. E questo fu il punto cruciale della carriera di Hallam.

Hallam non era in grado di scoprire ed elaborare da solo tutte le implicazioni teoriche e pratiche della sua stessa ipotesi. Occorreva un’équipe di ricerca, e la costituirono. Ma nessuno di coloro che ne fecero parte avrebbe voluto vedere il proprio nome collegato apertamente all’ipotesi, se non quando era ormai troppo tardi. Quando, alla fine, il successo fu indubbio, il pubblico si era già abituato a considerarlo il progetto di Hallam e di Hallam solo. Per tutto il mondo era stato Hallam, e Hallam da solo, che aveva per primo scoperto l’elemento, concepito ed espresso la Grande Intuizione, e di conseguenza fu Hallam il Padre della Pompa Elettronica.

Dopo di che, in vari laboratori vennero lasciati in evidenza, e in modo allettante, granuli di tungsteno metallico. Il trasferimento ebbe luogo nella percentuale di uno su dieci, e così si ottennero nuove scorte di plutonio 186. Furono esposti come esca altri elementi chimici, che però vennero rifiutati. Ma non importava dove comparisse il plutonio 186 o chi fosse a inviarlo all’organizzazione centrale di ricerca che si occupava del problema: per il pubblico si trattava sempre di un altro po’ del “tungsteno di Hallam”.

Fu ancora Hallam a esporre al pubblico, e con il maggior successo possibile, alcuni aspetti teorici della questione. Con sua stessa sorpresa (come ebbe a dichiarare in seguito) scoprì di saper scrivere in modo semplice e piano, e che l’opera di divulgazione gli piaceva. Inoltre, il successo possiede una sua propria inerzia, e il pubblico non accettò di essere informato sul progetto da nessuno che non fosse Hallam.

In un articolo, poi famoso, comparso sul North American Sunday Tele-Times Weekly, scrisse: “Non siamo in grado di dire in quanti modi diversi le leggi del para-universo differiscano dalle nostre, ma possiamo supporre con una certa sicurezza che l’interazione forte dei nuclei atomici, che è la forza più potente conosciuta del nostro universo, sia ancora più potente nel para-universo. Forse cento volte di più. Ciò significa che i protoni restano più facilmente uniti contro la loro stessa attrazione elettrostatica e che un nucleo ha bisogno di meno neutroni per essere stabile.

“Il plutonio 186, stabile nel loro universo, contiene troppi protoni, oppure troppo pochi neutroni, per essere stabile nel nostro con la sua interazione nucleare poco efficiente. Perciò, una volta nel nostro universo, il plutonio 186 comincia a irradiare positroni, emettendo nel contempo energia, e, per ogni positrone emesso, all’interno del nucleo un protone si trasforma in un neutrone. Alla fine, dopo che per ogni nucleo venti protoni si sono trasformati in neutroni, il plutonio 186 è diventato tungsteno 186, che in base alle leggi del nostro universo è stabile. Durante il procedimento per ogni nucleo sono stati eliminati venti positroni, i quali si scontrano e si combinano con venti elettroni, annullandoli e liberando altra energia, di modo che, per ogni nucleo di plutonio 186 che ci viene inviato, il nostro universo finisce col perdere venti elettroni.

“Nel contempo il tungsteno 186 che è entrato nel para-universo è colà instabile per la ragione opposta: secondo le leggi del para-universo ha troppi neutroni, oppure troppo pochi protoni. I nuclei del tungsteno 186 cominciano a emettere elettroni, liberando contemporaneamente energia, e per ogni elettrone emesso un neutrone si trasforma in un protone finché, alla fine, si riforma il plutonio 186. Pertanto, con ogni nucleo di tungsteno 186 mandato nel para-universo, quest’ultimo aumenta di venti elettroni.

“Il plutonio/tungsteno può compiere il suo ciclo all’infinito, avanti e indietro dal nostro universo al para-universo, liberando energia prima nell’uno e poi nell’altro. Il risultato totale è il trasferimento di venti elettroni dal nostro universo al loro per ogni nucleo circolante, ma entrambi ricavano energia da quella che è, in realtà, una Pompa Elettronica Inter-Universale.”

La realizzazione pratica di questa teoria e l’effettiva installazione della Pompa Elettronica come una vera ed efficace fonte di energia ebbero luogo a velocità da primato, e ogni passo in avanti coronato da successo non fece altro che accrescere il prestigio di Hallam.


3

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Lamont non aveva alcun motivo di dubitare dei fondamenti di questo prestigio e fu con una certa qual ammirata riverenza (il cui ricordo in seguito lo imbarazzò e che tentò, con qualche successo, di cancellare dalla memoria) che all’inizio si dette da fare per ottenere da Hallam un colloquio, una specie di intervista, relativo alla storia che aveva intenzione di scrivere.

Hallam parve ben disposto. In un quarto di secolo la sua posizione nella stima del pubblico era diventata talmente stratosferica che ci si poteva meravigliare che il naso non gli sanguinasse. Fisicamente era invecchiato con imponenza, se non con grazia. Il suo corpo massiccio suggeriva una gravità di fatto, e lui riusciva a dare alla faccia, sebbene larga e un po’ grossolana, un’espressione di serena dignità intellettuale. Arrossiva ancora con facilità e la sua suscettibilità era proverbiale.

Prima di far entrare Lamont, Hallam aveva preso su di lui, per vie traverse, qualche informazione basilare. Lo accolse così: — Siete il dottor Peter Lamont e avete fatto un buono studio sulla para-teoria, mi dicono. Ricordo vagamente la vostra tesi. Era sulla para-fusione, vero?

— Sì, professore.

— Rinfrescatemi la memoria. Parlatemene. Alla buona, naturalmente, come se aveste a che fare con un profano. In fondo — e a questo punto fece una risatina chioccia — io sono un profano, in un certo senso. Sono soltanto un radiochimico, lo sapete, e neppure un gran teorico, a meno che non vogliate tener conto di qualche concetto, di tanto in tanto.

Sul momento Lamont ritenne sincera quella dichiarazione e in realtà forse non era così palesemente ipocrita come più tardi egli insisté a spergiurare che fosse stata. Era comunque una caratteristica del metodo di Hallam, come Lamont più tardi scoprì, o quanto meno sostenne che così fosse, quella di tentare d’impadronirsi dei punti essenziali dell’opera altrui. Dopo di che era in grado di parlare con disinvoltura dell’argomento, senza sottolineare o addirittura senza accennare nemmeno di sfuggita al nome dell’autore.

Ma l’allora più giovane Lamont si sentì piuttosto lusingato dal discorsetto e attaccò immediatamente, con quell’ardore che uno prova nello spiegare le proprie scoperte: — Non posso dire di aver fatto un gran che, dottor Hallam. Dedurre le leggi naturali del para-universo, le para-leggi cioè, è parecchio complicato. Abbiamo tanto poco su cui basarci! Io sono partito da quel poco che conosciamo e senza porre come premessa assiomi indimostrabili. Con un’interazione nucleare più forte sembra tuttavia ovvio che la fusione dei nuclei piccoli avvenga con maggiore velocità.

— La para-fusione — corresse Hallam.

— Sì, professore. Il problema stava solo nel calcolare quali fossero i particolari aspetti del processo. La matematica relativa era abbastanza indefinibile, ma, dopo aver fatto alcune trasformazioni, le difficoltà hanno cominciato a dissolversi. È risultato, per esempio, che l’idruro di litio può subire la fusione catastrofica a temperature di quattro ordini di grandezza inferiori a quelle del nostro universo. Per far esplodere qui da noi l’idruro di litio occorrono temperature da bomba a fissione, mentre nel para-universo salterebbe per aria soltanto con… si fa per dire… una carica di dinamite. Parrebbe addirittura possibile che per dar fuoco all’idruro di litio nel para-universo basti un fiammifero, ma non è molto probabile. Dal momento che l’energia di fusione poteva essere normale, per loro, gli abbiamo offerto dell’idruro di litio, ma non lo hanno toccato, sapete.

— Sì, questo lo so.

— Evidentemente sarebbe stato troppo pericoloso. Come se noi usassimo tonnellate e tonnellate di nitroglicerina per i motori dei razzi… solo un po’ peggio.

— Bene, bene… e adesso state scrivendo una storia della Pompa.

— Una cosa alla buona, professore. Quando avrò pronta la prima stesura, vi chiederò il favore di leggerla, se me lo consentite, in modo da avvalermi della vostra profonda conoscenza degli avvenimenti. In realtà, vorrei ricorrere anche adesso a questa conoscenza, se avete un po’ di tempo.

— Posso dedicarvi qualche minuto. Cosa volete sapere? — Hallam era sorridente. Fu l’ultima volta che sorrise in presenza di Lamont.

— La realizzazione di una Pompa funzionante ed efficace, professore, avvenne a velocità fantastica — cominciò Lamont. — Dopo che il Progetto Pompa…

— Il progetto della Pompa Elettronica Inter-Universale — precisò Hallam, ancora sorridente.

— Sì, certo — annuì Lamont, poi si schiarì la gola. — Ecco, usavo solo il gergo corrente. Dunque, dopo che il progetto ebbe inizio, i particolari tecnico-costruttivi vennero sviluppati con grande rapidità e con pochissimo spreco di energie.

— È vero — disse Hallam, con una punta di compiacimento. — Molti hanno tentato di convincermi che tutto il merito era mio, perché l’ho diretto con vigore e senza remore, ma non ci tengo particolarmente che voi lo sottolineiate troppo nel vostro libro. Il fatto è che nel progetto avevamo una quantità di talenti, e non vorrei che i meriti dei singoli individui venissero oscurati dando eccessivo rilievo alla parte da me sostenuta.

Lamont scosse la testa, un po’ seccato: trovava inutile quella precisazione. Replicò: — Non mi riferivo a questo. Intendevo parlare dell’intelligenza all’altra estremità… dei para-uomini, per usare la definizione del pubblico. Sono stati loro a dare l’avvio. Noi li abbiamo scoperti dopo il primo trasferimento di plutonio in cambio del tungsteno, ma, per poter effettuare il trasferimento, ci hanno scoperto loro per primi, e basandosi solo su ipotesi teoriche, senza nemmeno il vantaggio dell’indizio che noi avevamo, grazie a loro. E poi c’è la lamina di ferro che ci hanno fatto avere…

Il sorriso di Hallam era ormai scomparso, e per sempre. Con la fronte aggrottata disse, in tono alto: — Quei simboli erano incomprensibili. Niente che li riguardi è stato…

— Le figure geometriche erano comprensibili, professore L’ho esaminata anch’io ed è evidente che ci indicavano gli schemi geometrici della Pompa. A me pare che…

La poltrona di Hallam venne spinta all’indietro con fracasso rabbioso. — Lasciamo perdere l’argomento, giovanotto! — esclamò Hallam. — Il lavoro lo abbiamo fatto noi, non loro!

— Sì… ma non è forse vero che loro?…

— Che loro cosa?

Lamont si accorse finalmente dell’uragano di emozioni che aveva suscitato, ma non riusciva a capirne la causa. Rispose, incerto: — Che loro sono più intelligenti di noi… che il lavoro essenziale lo hanno fatto loro. C’è qualche dubbio in proposito, professore?

Rosso in faccia, Hallam si era alzato. — Ci sono tutti i dubbi possibili! — strillò. — Io non voglio che qui si faccia del misticismo. Ce n’è anche troppo, di quello! Statemi a sentire, giovanotto. — Avanzò fin davanti a Lamont, ancora seduto e completamente sbalordito, e gli scosse l’indice tozzo sotto il naso. — Se il vostro libro intende sostenere che noi siamo stati marionette manovrate dai para-uomini, non verrà mai pubblicato da questo ente. E da nessun altro, se sarà per me. Non voglio che si degradino il genere umano e l’intelligenza umana e non voglio nemmeno che ai para-uomini sia assegnata la parte di dei!

Lamont non poté fare altro che andarsene, perplesso e piuttosto sconvolto per aver dato origine a un profondo risentimento, mentre aveva chiesto solo un po’ di buona volontà.

E subito dopo scoprì che le sue fonti storielle si erano d’un tratto prosciugate: tutti quelli che fino a una settimana prima erano stati abbastanza loquaci adesso non ricordavano più niente e non avevano più tempo per altri colloqui.

Sulle prime ne fu irritato, poi, lentamente, dentro di lui nacque e crebbe la collera. Ristudiò i dati che già possedeva da un’altra angolazione e, mentre prima si limitava a fare domande, adesso cominciò a insistere per scavare più a fondo. Quando lo incontrava in qualche occasione ufficiale, Hallam faceva la faccia scura e lo ignorava, e Lamont, a sua volta, assunse man mano un atteggiamento sempre più sprezzante.

Il risultato definitivo fu che la carriera di Lamont come para-teorico s’interruppe agli inizi, e lui ripiegò, ma con più determinazione di prima, verso la carriera secondaria di storico della scienza.


6 (continuazione)

<p>6 <emphasis>(continuazione)</emphasis></p>

— Quel maledetto imbecille — borbottò Lamont, ricordando il passato. — Avresti dovuto vederlo, Mike, com’era terrorizzato alla sola idea che fosse l’altra parte la forza motrice del progetto. Quando ci ripenso, mi chiedo sempre… come ho fatto a conoscerlo, anche solo superficialmene, e a non capire subito che avrebbe reagito a quel modo. Tu dovresti ringraziare il Cielo di non aver mai dovuto lavorare con lui.

— Lo ringrazio — disse Bronowski con noncuranza, — anche se qualche volta nemmeno tu sei un angelo.

— Non lamentarti. Col tipo di lavoro che svolgi, tu non sollevi problemi!

— E nemmeno interesse. A chi importa del mio lavoro, tranne che a me e ad altre cinque persone in tutto il mondo? O forse ad altre sei… se ben ricordi.

Lamont ricordava. — Ah, sì — disse.


4

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L’aspetto placido di Bronowski non ingannava nessuno che lo conoscesse anche non troppo bene. Aveva un’intelligenza acuta e macinava un problema finché non ne trovava la soluzione, oppure finché non lo aveva talmente sviscerato da sapere per certo che non esisteva alcuna soluzione.

Prendiamo come esempio le iscrizioni etrusche sulle quali aveva costruito la sua reputazione. La lingua etrusca era stata una lingua viva fino al I secolo d.C, ma l’imperialismo culturale dei Romani aveva fatto tabula rasa ed essa era scomparsa quasi completamente. Le iscrizioni sopravvissute al massacro dell’ostilità o, peggio, dell’indifferenza dei Romani, erano scritte in lettere greche, in modo che i Romani potessero pronunciarle, ma era tutto qui. Pareva che l’etrusco non avesse alcun rapporto con nessuna delle lingue dei popoli circostanti; pareva una lingua arcaica; pareva addirittura che non fosse di ceppo indoeuropeo.

Di conseguenza Bronowski passò a studiare un’altra lingua che pareva non avere alcun rapporto con le lingue dei popoli circostanti, che pareva arcaica e che pareva addirittura non essere di ceppo indoeuropeo… ma che era ancora una lingua viva e parlata in una regione non proprio lontanissima da quella in cui erano vissuti gli Etruschi.

Cosa si poteva dire della lingua basca, infatti?, si chiese Bronowski. E usò il basco come guida. Prima di lui lo aveva già fatto qualcun altro, ma poi aveva rinunciato. Bronowski non rinunciò.

Fu una dura fatica perché il basco, linguaggio già di per sé estremamente difficile, gli forniva solo appigli molto vaghi. Mentre procedeva, Bronowski scoprì un numero via via maggiore di motivi per sospettare che fosse esistito qualche rapporto culturale tra gli antichi abitanti dell’Italia settentrionale e quelli della Spagna settentrionale. Riuscì anche a riscontrare, con una notevole quantità di campioni, la forte probabilità di un’espansione nell’Europa occidentale di Celti primitivi, che possedevano una lingua di cui l’etrusco e il basco erano gli ultimi e pallidi epigoni. In duemila anni, tuttavia, il basco si era evoluto ed era stato non poco contaminato dallo spagnolo. Tentare dapprima di ricavare logicamente la sua struttura grammaticale al tempo dei Romani, e successivamente metterla in rapporto con l’etrusco era un’impresa di una difficoltà inimmaginabile, e Bronowski, compiendola con pieno successo, sbalordì i filologi del mondo intero.

Le traduzioni dall’etrusco, di per sé, erano prodigi di monotonia e di pochissima importanza storica: per la maggior parte si trattava di normali iscrizioni funerarie. Ma il fatto stesso della traduzione era strabiliante e, come risultò in seguito, si dimostrò importantissimo per Lamont.

Non subito, però. Per essere assolutamente sinceri, le traduzioni dall’etrusco erano una realtà quasi cinque anni prima che Lamont venisse a sapere che nell’antichità era esistito un popolo come gli Etruschi. Fu quando Bronowski giunse all’università per tenere una delle solite conferenze annuali ai docenti incaricati e Lamont, il quale normalmente si sottraeva al dovere di assistervi, fu presente a quella particolare conferenza.

Non lo fece perché ne conoscesse l’importanza o se ne sentisse interessato: lo fece perché aveva dato appuntamento a una laureanda della facoltà di Lingue Romanze e l’alternativa alla conferenza era una serata musicale che lui voleva evitare a tutti i costi. La relazione sociale con quella ragazza non era impegnativa; dal punto di vista di Lamont era, anzi, poco soddisfacente e del tutto transitoria, ma lo condusse alla conferenza.

Successe anche che ci si divertì. Per la prima volta la misteriosa civiltà etrusca colpì la sua intelligenza come qualcosa di blandamente notevole, mentre il problema di decifrare una lingua incomprensibile lo affascinò addirittura. Da ragazzo gli era sempre piaciuto risolvere crittogrammi, ma poi aveva messo da parte l’enigmistica, insieme a tutti gli altri giochi infantili, per dedicarsi ai crittogrammi ben più importanti posti dalla natura, tanto che era finito nella para-teoria.

Ma le parole di Bronowski lo riportarono ai lontani entusiasmi giovanili, di quando si riusciva a dare un senso compiuto a ciò che pareva una serie di simboli presi a casaccio, con l’aggiunta di difficoltà sufficienti a rendere il compito degno di lodi e onori. Bronowski era un esperto di crittogrammi su grandissima scala, e fu la descrizione di come l’intelligenza e la logica avessero lentamente avuto ragione del mistero quello che più attrasse Lamont.

Eppure sarebbe stato tutto inutile — la triplice coincidenza dell’apparizione di Bronowski all’università, l’interesse giovanile di Lamont per i crittogrammi e l’insistenza di una ragazza attraente a voler uscire — se proprio il giorno dopo Lamont non avesse avuto il suo colloquio con Hallam e non si fosse decisamente e definitivamente tirato, come scoprì in seguito, la zappa sui piedi.

Meno di un’ora dopo la conclusione del colloquio, Lamont decise di vedere Bronowski. Il motivo contingente era lo stesso che a lui era sembrato così ovvio mentre aveva offeso a morte Hallam. Poiché era stato la causa della sua condanna, si sentiva in dovere di reagire, restituendo ad Hallam la pariglia e proprio in merito al punto controverso. I para-uomini erano più intelligenti degli uomini. Fino a quel momento Lamont ne era stato convinto, ma senza annettervi eccessiva importanza, ritenendolo un fatto ovvio, non vitale. Adesso era diventato vitale: doveva trovarne la prova inconfutabile per ficcarla in gola ad Hallam. Possibilmente di traverso e con tutti gli spigoli più aguzzi all’esterno.

Ormai l’ammirazione provata fino a poco prima per il grand’uomo era talmente lontana da lui, che era deliziato dalla sola prospettiva di una rivincita.

Bronowski era ancora nel campus universitario e Lamont, dopo averlo rintracciato, insisté per parlargli.

Quando alla fine riuscì a incastrarlo, Bronowski si mostrò blandamente cortese.

Lamont mise subito da parte i convenevoli, si presentò seccamente e disse: — Dottor Bronowski, sono felice di avervi trovato prima che partiate. Spero, anzi, di convincervi a rimanere più a lungo.

— Potrebbe non essere difficile — replicò Bronowski. — Mi hanno offerto un incarico in facoltà.

— Lo accetterete?

— Ci sto pensando. Forse.

— Dovete accettarlo. Ve ne convincerete quando avrete ascoltato quello che ho da dirvi. Dottor Bronowski, che cosa vi resta da fare adesso che avete risolto il mistero delle iscrizioni etrusche?

— Non è quella la mia sola occupazione, giovanotto! — (Bronowski aveva cinque anni più di Lamont.) — Io sono un archeologo e, oltre alle iscrizioni, esiste una civiltà etrusca e, oltre agli Etruschi, esiste una civiltà italica preclassica.

— Ma sono sicuro che non esiste niente di altrettanto eccitante e stimolante delle iscrizioni etrusche.

— Questo è garantito.

— Perciò accettereste a braccia aperte qualcosa di ben più eccitante e più stimolante e un trilione di volte più importante delle iscrizioni etrusche?

— Cos’avete in mente, dottor… Lamont?

— Noi possediamo delle iscrizioni che non appartengono né a una civiltà morta né a una civiltà terrestre e nemmeno a una civiltà esistente in questo universo. Abbiamo qui qualcosa che chiamiamo para-simboli.

— Ne ho sentito parlare anch’io. Anzi, li ho visti.

— Quindi, di sicuro vi è venuta la voglia di risolvere il problema, vero, dottor Bronowski? Anche voi desiderate scoprire il loro significato?

— Per niente, dottor Lamont. Perché non esiste alcun problema da risolvere.

Lamont lo fissò con occhi sospettosi. — Volete dire che sapete leggerli?

Bronowski scosse la testa. — Mi avete frainteso. Voglio dire che io non posso leggerli e che non lo può nessun altro. Non esiste una base da cui partire. Nel caso delle lingue terrestri, per morte che siano, esiste sempre la possibilità di scoprire una lingua viva o una lingua morta già decifrata che abbia un rapporto, pur tenue, con quella in esame. E, in mancanza di questo rapporto, sussiste per lo meno il fatto che ogni lingua terrestre è stata scritta da esseri umani, che hanno un modo di pensare umano. Questo è un punto di partenza, per quanto labile. Ma il caso dei para-simboli è completamente diverso, tanto che essi costituiscono un problema che in tutta evidenza non ha soluzione. Un caso insolubile non è un problema.

Solo con difficoltà Lamont si era trattenuto dall’interromperlo. Adesso proruppe: — Vi sbagliate, dottor Bronowski. Non è che io voglia insegnarvi il vostro mestiere, ma voi non conoscete alcuni fatti che il mio mestiere ha reso evidenti. Noi abbiamo a che fare con para-uomini, relativamente ai quali non conosciamo quasi niente. Non sappiamo a cosa somigliano, qual è il loro modo di pensare, in che tipo di mondo vivono. Quasi niente, per quanto sia elementare e fondamentale. Su questo avete ragione.

— Ma questo è il quasi niente che conoscete, non è così? — Bronowski non sembrava impressionato. Tirò fuori di tasca un pacchetto di fichi secchi, lo aprì e se ne mise uno in bocca. Offrì il pacchetto a Lamont, che scosse la testa, rifiutando.

— Giusto — disse, invece. — Conosciamo una cosa d’importanza capitale. Loro sono più intelligenti di noi. Prova prima: possono eseguire lo scambio attraverso la breccia inter-universale, mentre noi svolgiamo solo un ruolo passivo. — S’interruppe, poi chiese: — Voi sapete qualcosa della Pompa Elettronica Inter-universale?

— Qualcosa — rispose Bronowski. — Abbastanza da seguirvi, dottore, se non vi addentrate in particolari troppo tecnici.

Lamont si affrettò a continuare: — Prova seconda: ci hanno mandato le istruzioni per costruire e montare la nostra parte della Pompa. Potevamo non capirne niente, ma eravamo in grado d’interpretare i loro disegni abbastanza bene da afferrarne i concetti principali. Prova terza: non so come, ma loro riescono a sentirci. Quanto meno, si accorgono quando gli lasciamo il tungsteno da scambiare, per esempio. Sanno dove si trova e possono agire su di esso, mentre noi non possiamo fare niente del genere. Vi sono altre prove, ma queste mi sembrano sufficienti a dimostrare che i para-uomini sono senz’altro più intelligenti di noi.

— Immagino, però, che siate in minoranza — commentò Bronowski. — Di certo i vostri colleghi non condividono questa vostra teoria.

— Infatti. Ma come fate a saperlo?

— Perché è evidente, secondo me, che vi sbagliate.

— Le mie prove sono esatte. E, se loro lo sono, come posso sbagliare io?

— Voi state semplicemente dimostrando che la tecnologia dei para-uomini è più progredita della nostra. Cosa c’entra questo con l’intelligenza? Sentite… — Bronowski si alzò per togliersi la giacca, poi tornò a sedersi, in posizione semisdraiata, il corpo grassoccio rilassato in mille pieghe, come se il mettersi fisicamente a suo agio lo aiutasse a pensare meglio — …circa duecento e cinquant’anni fa il comandante in capo della Marina americana Matthew Perry guidò la sua piccola flotta di navi nella rada di Tokyo. I giapponesi, che fino ad allora erano rimasti isolati, si trovarono di fronte una tecnologia notevolmente superiore alla loro e decisero che era poco saggio opporre resistenza. Un intero popolo bellicoso, composto da milioni di individui, rimase impotente di fronte a poche navi provenienti dall’altra sponda dell’oceano. Ciò prova forse che gli americani erano più intelligenti dei giapponesi, oppure soltanto che la civiltà occidentale aveva preso una direzione diversa? Ovviamente questa seconda ipotesi è quella giusta, dal momento che nel giro di cinquant’anni i giapponesi riuscirono a imitare la tecnologia occidentale e in altri cinquanta divennero una delle principali potenze industriali del mondo, nonostante fossero stati sconfitti in una delle guerre dell’epoca.

Serio, Lamont ascoltò fino in fondo, poi disse: — Ci avevo pensato anch’io, dottor Bronowski, anche se non sapevo niente dei giapponesi… mi dispiace di non aver mai avuto il tempo di studiare la storia. Ma il paragone non calza. Qui abbiamo qualcosa di più di una superiorità tecnologica: è una questione di differenza nel grado d’intelligenza!

— Come fate a dirlo, oltre che per supposizione?

— Per il semplice fatto che ci hanno mandato delle direttive. Erano ansiosi che installassimo la nostra parte della Pompa, perciò dovevano metterci in grado di farlo. Non potevano fisicamente attraversare la breccia tra i due universi. Persino le sottili lamine di ferro sulle quali hanno inciso i loro messaggi… il ferro è l’elemento più vicino alla stabilità sia da noi che da loro… sono diventate a poco a poco radioattive, tanto che siamo stati costretti a farle a pezzi, non senza, è ovvio, averne fatto preventivamente delle copie con materiali nostrani. — S’interruppe per tirare il fiato e anche perché si sentiva troppo eccitato, troppo ansioso. Non doveva eccedere se non voleva rovinare tutto.

Bronowski lo osservava incuriosito. — D’accordo, ci hanno mandato dei messaggi. Cosa state cercando di dedurre da questo fatto?

— Che si aspettavano che li capissimo. Oppure erano talmente stupidi da mandarci messaggi piuttosto complicati, e in qualche caso anche molto lunghi, se sapevano che non li avremmo capiti?… Se non fosse stato per i loro disegni, ci saremmo persi per strada. Quindi, se prevedevano che li capissimo, può essere solo perché immaginavano che esseri simili a noi, che possedevano una tecnologia press’a poco avanzata come la loro… e sono stati capaci di valutarla esattamente, anche se non so come, e questo è un altro punto a favore della mia tesi… dovevano anche essere pressappoco intelligenti come loro e non avrebbero incontrato grandi difficoltà a decifrare i loro simboli.

— Questa potrebbe anche essere la dimostrazione della loro ingenuità — disse Bronowski, per niente convinto.

— Volete dire che essi ritengono che esista una sola lingua, scritta e parlata, e credono che un’altra intelligenza, in un altro universo, la parli e la scriva come loro? Ma andiamo!

Bronowski replicò: — Anche se fossi persuaso che avete ragione, cosa vi aspettate che faccia? Ho già esaminato i para-simboli, come credo abbiano fatto tutti gli archeologi e i filologi di questo mondo. Ma non vedo cosa potrei fare… o cosa potrebbe fare qualcun altro. In vent’anni e più, nessuno ha fatto il minimo progresso.

— Il fatto è che in questi vent’anni nessuno ha desiderato fare progressi — disse Lamont, con fervore. — I capi della Pompa non vogliono che i simboli siano decifrati.

— Perché no?

— Perché esiste la seccante probabilità che comunicare con i para-uomini dimostri che sono palesemente più intelligenti di noi. Perché questo dimostrerebbe che gli esseri umani sono, delle due parti in causa, i burattini e non i burattinai, per quanto riguarda la Pompa, e il loro orgoglio ne resterebbe ferito. E, soprattutto — qui Lamont lottò per non dare un tono velenoso alle sue parole, — perché Hallam perderebbe il merito di essere il Padre della Pompa Elettronica.

— Supponiamo invece che avessero voluto fare progressi. Che cosa potevano fare? Volere non è potere, lo sapete anche voi.

— Potevano chiedere e ottenere la collaborazione dei para-uomini. Potevano mandare messaggi al para-universo. Non è stato mai fatto, ma si potrebbe tentare. Un messaggio inciso su una lamina metallica con sopra un granulo di tungsteno.

— Ah! I para-uomini cercano altri campioni di tungsteno con la Pompa già in funzione?

— No, ma si accorgerebbero del tungsteno e capirebbero che lo usiamo per attirare la loro attenzione. Potremmo addirittura incidere il messaggio su una lamina di tungsteno. Se loro la prendono e riescono a dargli un senso, anche il più piccolo, risponderanno con un altro messaggio loro, unendovi quello che hanno capito del nostro. Potrebbero magari inviarci un elenco di parole equivalenti, nostre e loro, oppure mescolare insieme parole nostre e parole loro. Sarebbe una specie di collegamento a doppia spinta, prima dalla loro parte, poi dalla nostra, poi dalla loro e così via.

— Ma la fatica sarebbe quasi tutta loro — commentò Bronowski.

— Sì.

Bronowski scosse la testa. — E tutto il divertimento dove va a finire? No, non mi attira per niente.

Lamont lo fissò con improvvisa collera. — Perché no? Credete che non vi resterebbe abbastanza merito? Che non vi darebbe sufficiente notorietà? Cosa siete, un cacciatore di notorietà? Che bella specie di fama avete ricavato da quelle maledette iscrizioni etrusche! Avete battuto sul tempo cinque persone, in tutto il mondo! Forse sei. Per loro voi siete il non plus ultra, il padrone del vapore, e vi odiano. E poi? Continuerete a tenere conferenze sull’argomento davanti a un pubblico di qualche decina di persone che il giorno dopo avranno già dimenticato come vi chiamate. È questo che volete sul serio?

— Non fate il melodrammatico.

— D’accordo, la smetto. Troverò qualcun altro. Forse ci vorrà del tempo, ma, come avete detto voi stesso, saranno comunque i para-uomini a fare quasi tutto il lavoro. Se sarà necessario, il resto lo farò io.

— Vi hanno dato l’incarico di portare avanti questo progetto?

— No. E con ciò? Oppure questo è un altro motivo per cui non volete averci a che fare? Problemi di etica professionale? Non esiste nessuna legge che proibisca di tentare una traduzione e nessuno può impedirmi di mettere del tungsteno sulla mia scrivania. Però non ho intenzione di riferire i messaggi che otterrò in cambio del tungsteno e a questo punto violerò il codice della ricerca scientifica. Ma, quando la traduzione sarà cosa fatta, chi se ne lamenterà? Siete disposto a lavorare insieme a me, se vi garantisco che sarete al sicuro e che il vostro intervento resterà un segreto? Perdereste qualcosa in notorietà, ma forse date maggior valore alla vostra sicurezza. Oh, be’… — Lamont alzò le spalle. — Se farò tutto da solo, avrò il vantaggio di non dovermi preoccupare della sicurezza di un altro.

Si alzò, pronto ad andarsene. Erano tutti e due arrabbiati e si comportarono con quella rigida cortesia formale che si riserva a una persona che vi è ostile, pur tenendo alle buone maniere.

— Oso sperare, quanto meno, che considererete confidenziale questo colloquio — disse ancora Lamont.

Bronowski si era alzato a sua volta. — Di questo potete star sicuro — disse freddamente, e i due uomini si lasciarono con una rapida stretta di mano.

Lamont riteneva di non rivedere mai più Bronowski, perciò dentro di sé iniziò subito il procedimento per autoconvincersi che sarebbe stato meglio affrontare da solo il problema della traduzione dei messaggi.

Ma due giorni dopo Bronowski entrò nel suo laboratorio e disse, piuttosto brusco: — Sono di partenza, ma tornerò in settembre. Ho accettato una cattedra in questa università e, se v’interesserà ancora, vedrò cosa potrò fare circa quel problema di traduzioni di cui mi avete accennato.

Lamont ebbe appena il tempo di esprimergli un ringraziamento un po’ sorpreso, che Bronowski si congedò, in apparenza più arrabbiato di avergli ceduto che di avergli resistito fino a quel momento.

Col tempo divennero amici e, col tempo, Lamont scoprì come mai Bronowski avesse cambiato idea. Il giorno dopo la loro discussione Bronowski era stato invitato a pranzo al Club di Facoltà, insieme a un gruppo di professori e alti papaveri dell’università, compreso ovviamente il rettore. Aveva annunciato che accettava la cattedra e che a tempo debito avrebbe inviato una lettera di accettazione, secondo la prassi, e aveva espresso i suoi ringraziamenti formali e la sua soddisfazione.

Il rettore aveva risposto: — Sarà una piuma al nostro cappello avere in università il rinomato traduttore delle iscrizioni itasche. Siamo noi a essere onorati.

Nessuno se l’era sentita, ovviamente, di correggere quello strafalcione, e il sorriso di Bronowski, sebbene forzato, non aveva fatto una piega. Poco dopo il preside della facoltà di Storia Antica gli aveva spiegato che il rettore era più uno studioso di antiche civiltà indiane del Minnesota che un esperto di antichità classica e, dal momento che il lago Itasca era la sorgente del grande Mississippi, il lapsus era giustificabile.

Ma, collegandola con l’ironico disprezzo di Lamont verso l’estensione della sua fama, per Bronowski quella frase fu bruciante.

Quando finalmente seppe tutta la storia, Lamont ne fu divertito. — Non c’è bisogno che continui — disse. — Ci sono passato anch’io! Scommetto che ti sei detto: “Perdio, farò qualcosa che persino quella testa di rapa non farà fatica a capire!”.

— Qualcosa del genere — disse Bronowski.


5

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Dopo un anno di fatiche, tuttavia, avevano concluso ben poco. Alla fine erano stati inviati dei messaggi, e altri messaggi erano tornati indietro. Risultato: zero.

— Solo un’idea! — aveva detto febbrilmente Lamont a Bronowski. — Una qualunque misera idea. Prova a cavarne fuori qualcosa!

— È proprio quello che sto facendo, Pete. Perché hai tanta fretta? Ci ho messo dodici anni per le iscrizioni etrusche. Pensi che queste richiederanno meno tempo?

— Sant’Iddio, Mike! Non possiamo metterci dodici anni!

— Perché no? Senti, Pete, non mi è sfuggito il fatto che il tuo comportamento è cambiato. È un mese o giù di lì che sei diventato insopportabile. Credevo che avessimo chiarito fin dal principio che i risultati non sarebbero arrivati in fretta e che avremmo dovuto essere pazienti. Credevo anche che tu avessi capito che io avevo da svolgere i miei compiti regolari all’università. Senti, te l’ho già chiesto un mucchio di volte, ormai. Te lo chiedo ancora. Perché ti è venuta tutta questa fretta?

— Perché ho fretta — rispose Lamont, rabbioso. — Perché voglio finirla alla svelta.

— Bella risposta — replicò Bronowski, secco. — Anch’io lo voglio. Insomma, non mi dirai che stai per morire da un momento all’altro, no? O per caso il tuo medico ti ha scoperto un cancro che non perdona?

— No, no — borbottò Lamont.

— E allora?

— Non importa — disse Lamont, e se ne andò di furia.

Quando, agli inizi, aveva cercato di convincere Bronowski a unire le loro forze, Lamont ce l’aveva soltanto con la meschinità e l’ostinazione di Hallam in merito alla teoria della superiore intelligenza dei para-uomini, ed era per questo, e soltanto per questo, che lottava per ottenerne la prova lampante. Non aveva altre intenzioni… all’inizio.

Ma nel corso dei mesi successivi era stato sottoposto a tensioni e angherie senza fine. Le sue richieste di materiali, di assistenza tecnica, di tempo del computer subirono ritardi immotivati; le sue richieste di fondi per viaggi di lavoro vennero tutte respinte; i suoi interventi alle riunioni d’interfacoltà invariabilmente snobbati.

Il punto di rottura giunse quando Henry Garrison, più giovane di lui come anzianità e decisamente inferiore a lui quanto a competenza, ottenne il posto vacante in un comitato consultivo, una nomina ricca di prestigio, che sarebbe dovuta toccare a lui di diritto. Fu allora che il suo rancore arrivò a un punto tale che non gli bastò più provare a se stesso di aver ragione: desiderò con tutte le sue forze schiacciare Hallam, distruggerlo completamente.

Questo desiderio veniva rinfocolato ogni giorno, quasi ogni ora, dall’inequivocabile atteggiamento di tutti i colleghi della Stazione della Pompa, tanto più che il carattere ruvido di Lamont non era tale da accattivargli la simpatia altrui, sebbene qualche amico se lo fosse fatto.

Persino Garrison fu imbarazzato da quella nomina. Era un giovanotto simpatico, che parlava sempre in modo calmo e ovviamente non andava in cerca di guai, così che la sua espressione, quando si presentò sulla soglia dell’ufficio di Lamont, era un po’ più che intimorita.

Cominciò: — Ciao, Pete. Posso dirti una parola?

— Anche un mucchio, se vuoi — replicò Lamont corruccia to, evitando di guardarlo negli occhi.

Garrison entrò e si mise a sedere. — Pete, non posso rifiutare la nomina — disse, — ma voglio che tu sappia che non ho fatto niente per averla. È stata una sorpresa anche per me.

— Chi ti ha chiesto di rifiutare? Non me ne importa un cavolo!

— Pete, è stato Hallam. Se rifiuto, la darà a qualcun altro, non a te. Cosa gli hai fatto, al vecchio?

Lamont ribatté con una domanda: — Cosa ne pensi, tu, di Hallam? Che tipo di uomo è, secondo te?

Garrison venne colto di sorpresa. Sporse le labbra e si grattò il naso. — Be’… — cominciò, e lasciò che la sillaba svanisse nell’aria.

— È un grand’uomo? Uno scienziato brillante? Un caposcuola ispirato?

— Be’…

— Te lo dirò io, allora. Quello è un pallone gonfiato! Un imbroglione! Si è preso la fama e la posizione che ha, e ci sta seduto sopra tremando di paura! Sa che io l’ho capito e lo conosco per quello che è, ed è per questo che ce l’ha con me!

Garrison fece una risatina incerta. — Non sarai per caso andato da lui a dirgli…

— No, non gliel’ho detto in faccia — lo interruppe Lamont, cupo. — Un giorno o l’altro lo farò. Ma lui lo ha capito lo stesso. Sa che non è riuscito a farmi fesso, anche se non gli ho detto niente.

— Ma, Pete, a cosa ti serve farglielo capire? Neanch’io credo che sia il più grand’uomo del mondo, ma che senso ha strombazzarlo ai quattro venti? Liscialo un po’, invece. È lui che ha in mano la tua carriera.

— Ah, sì? E io ho la sua reputazione nelle mie. E glielo farò vedere. Gliela toglierò di dosso lasciandolo nudo come un verme!

— Come farai?

— Affari miei! — borbottò Lamont, che in quel momento non ne aveva la più pallida idea.

— Ma è ridicolo! — disse Garrison. — Non puoi spuntarla! Sarà lui a distruggerti. Anche se non è un Einstein o un Oppenheimer, agli occhi del mondo è persino più di loro. È lui il Padre della Pompa Elettronica per i due miliardi di abitanti della Terra, e niente di quello che tu potrai fare gli farà cambiare idea, fino a che la Pompa Elettronica sarà la chiave del paradiso terrestre per l’umanità. Finché sarà così, Hallam sarà intoccabile, e tu sei matto se credi il contrario. All’inferno, Pete! Vagli a dire che è un grand’uomo e inghiotti il rospo. Non fare come Denison!

— Ti dico io cosa devi fare tu, Henry! — sbottò Lamont, in un impeto di rabbia. — Fatti gli affari tuoi!

Garrison si alzò di scatto e se ne andò senza più dire una parola. Lamont si era fatto un altro nemico o, quanto meno, aveva perso un altro amico. Tuttavia, il prezzo era equo, decise alla fine, perché un’osservazione di Garrison aveva mandato la palla a rotolare in una nuova direzione.

Garrison aveva detto, in sostanza: “…finché la Pompa Elettronica sarà la chiave del paradiso per l’uomo… Hallam sarà intoccabile”.

Con queste parole che gli rimbombavano nella mente, per la prima volta Lamont distolse la sua attenzione da Hallam per concentrarla sulla Pompa Elettronica.

La Pompa Elettronica era davvero la chiave del paradiso per l’uomo? Oppure c’era, per tutti i cieli, un inghippo?

Non era mai esistito niente, nella storia, che non avesse il suo inghippo. Qual era quello della Pompa Elettronica?

Lamont conosceva abbastanza bene la storia della para-teoria per sapere che anche la questione “inghippo” era stata debitamente presa in esame. Quando, per la prima volta, era stato annunciato che la variazione totale di base nella Pompa Elettronica consisteva nel Pompaggio di elettroni dal nostro universo al para-universo, non era mancato chi aveva immediatamente chiesto: “Ma cosa succederà quando saranno stati pompati di là tutti gli elettroni?”.

Era stato facile rispondere a questa domanda. Alla maggior velocità possibile di Pompaggio la scorta di elettroni sarebbe durata per almeno un trilione di trilioni di trilioni di anni, mentre l’intero universo — e presumibilmente anche il para-universo — non sarebbe durato che una frazione minima di questo tempo.

La successiva obiezione era stata più raffinata. Il Pompaggio di tutti gli elettroni da un universo all’altro era materialmente impossibile. Ricevendo gli elettroni attraverso la Pompa Elettronica il para-universo avrebbe guadagnato al netto una carica negativa e l’universo una carica positiva. Anno dopo anno, accrescendosi il divario tra le due cariche, sarebbe diventato sempre più difficile pompare altri elettroni a causa della forza opposta dalla differenza tra le cariche. Ovviamente, in realtà erano atomi neutri quelli che venivano pompati, ma la distorsione degli elettroni orbitali durante il procedimento dava origine a una carica effettiva, che aumentava in misura enorme con i conseguenti mutamenti radioattivi.

Se la concentrazione di tale carica fosse rimasta nei punti in cui avveniva il Pompaggio, l’effetto degli atomi dall’orbita distorta che vi erano pompati avrebbe bloccato quasi subito l’intero procedimento, ma naturalmente bisognava tenere conto della dispersione. La concentrazione di carica si disperdeva infatti verso l’alto, al di sopra della Terra, e i risultati del funzionamento della Pompa Elettronica erano stati calcolati tenendo presente questa situazione di fatto.

L’aumento della carica positiva della Terra di norma costringeva il vento solare, che ha una carica positiva, a evitare il pianeta a una distanza superiore a quella normale, e di conseguenza la magnetosfera si allargava. Grazie al lavoro di McFarland (il vero ideatore della Grande Intuizione, secondo Lamont), si poté dimostrare che si era raggiunto un preciso punto di equilibrio, quando il vento solare portò via con sé una quantità sempre maggiore di particelle positive respinte dalla superficie della Terra, disperdendole nell’esosfera. A ogni aumento nel ritmo del Pompaggio e a ogni nuova Stazione costruita, la carica positiva sulla Terra cresceva di un poco e la magnetosfera si allargava di qualche chilometro. Il cambiamento, tuttavia, era di relativa importanza, dato che in definitiva la carica positiva veniva portata via dal vento solare e sparsa nello spazio fino ai margini estremi del sistema solare.

Anche così, vale a dire anche ammettendo che la carica si disperdesse alla maggior velocità possibile, sarebbe arrivato il momento in cui il divario tra le cariche dell’universo e del para-universo nei punti di Pompaggio sarebbe aumentato tanto da interrompere il procedimento, e ciò sarebbe avvenuto in una frazione del tempo necessario a consumare tutti gli elettroni: grosso modo in un trilionesimo di trilionesimo di quel tempo.

Ma questo significava che il funzionamento della Pompa Elettronica poteva continuare ininterrotto per un trilione di anni. Per un solo trilione di anni. Era comunque abbastanza: sarebbe bastato. Un trilione di anni, cioè mille miliardi di anni, era ben più di quanto sarebbe durato l’uomo, o l’intero sistema solare, se è per questo! Nel caso, poi, che l’uomo fosse durato tanto a lungo (oppure fosse durata qualche altra creatura che fosse succeduta o avesse soppiantato l’uomo), non c’era dubbio che avrebbe escogitato qualcosa per correggere la situazione. In un trilione di anni si possono fare un mucchio di cose!

Con questo, Lamont dovette dichiararsi d’accordo.

Allora gli venne in mente un’altra ipotesi, un ragionamento che, lo ricordava bene, lo stesso Hallam aveva sviscerato in uno degli articoli di divulgazione che aveva scritto. Non senza disgusto, tirò fuori l’articolo dall’archivio. Era importante che controllasse cos’aveva detto Hallam, prima di andare avanti su quella strada.

Tra l’altro, l’articolo diceva: “A causa dell’onnipresente forza di gravità siamo giunti ad associare l’espressione ’giù per la china’ con il tipo d’inevitabile mutamento necessario a produrre energia idonea a essere trasformata in lavoro utile. Nei secoli trascorsi era l’acqua che, scorrendo ’giù per la china’, faceva girare le ruote, le quali, a loro volta, fornivano energia a macchine come pompe e generatori di elettricità. Ma che cosa succede quando tutta l’acqua è scesa giù per la china?

“Allora non si può più eseguire alcun lavoro, finché l’acqua non sia tornata su per la china… e ciò richiede altro lavoro. In realtà occorre più lavoro per costringere l’acqua a risalire la china di quanto possiamo ricavarne dal suo successivo scorrere giù per la china. Perciò noi lavoriamo costantemente in perdita di energia. Per fortuna, è il Sole che fa tutta la fatica al nostro posto. Fa evaporare gli oceani, in modo che il vapore acqueo salga in alto nell’atmosfera, formi le nuvole e alla fine ricada sotto forma di neve o pioggia. Così l’acqua inzuppa il terreno a tutte le altitudini, riempie le sorgenti e i torrenti, e continua incessantemente a scorrere giù per la china.

“Ma non sarà così in eterno. Il Sole può far salire in alto il vapore acqueo, ma solo perché, in senso nucleare, anch’esso scende giù per la china. Inoltre, scende a una velocità immensamente più elevata di quella cui può andare un qualunque corso d’acqua terrestre e, quando sarà sceso tutto giù per la china, non ci sarà niente a noi noto che potrà farlo risalire.

“Tutte le fonti di energia del nostro universo vanno in discesa, cioè si consumano, e noi non possiamo impedirlo. Ogni cosa scende giù per la china in una sola direzione, e noi possiamo costringerla temporaneamente a risalire, ad andare in senso contrario, soltanto approfittando di qualche china più erta esistente nelle vicinanze. Se vogliamo dell’energia utile che duri in eterno, abbiamo bisogno di una strada che sia in discesa in ambedue le direzioni. Il che nel nostro universo è un paradosso: la logica afferma che qualunque cosa vada in discesa in un senso, va in salita nell’altro.

“Ma è indispensabile restare confinati al nostro solo universo? Pensiamo al para-universo. Anch’esso ha le sue strade, che vanno giù per la china in una direzione e su per la china nell’altra. Queste strade, tuttavia, non coincidono con le nostre. È quindi possibile prendere una strada che porti dal para-universo al nostro universo andando giù per la china, ma che, tornando indietro dal nostro universo al para-universo, vada di nuovo giù per la china… e ciò perché i due universi hanno leggi di comportamento diverse.

“La Pompa Elettronica approfitta di una strada che va in discesa nei due sensi. La Pompa Elettronica…”

Lamont tornò a guardare il titolo dell’articolo. Era: “La strada che è in discesa nei due sensi”.

Si mise a riflettere. Ovviamente il concetto gli era familiare, così come lo erano le sue conseguenze in termodinamica. Ma perché non esaminarne anche i presupposti? Quello era necessariamente il punto debole di ogni teoria. Cosa succede se i presupposti, considerati esatti per definizione, sono invece sbagliati? Quali sarebbero state le conseguenze, nel caso specifico, se si partiva da altri presupposti? Avrebbero contraddetto le prime?

Cominciò al buio, ma dopo un mese provava quella sensazione che ogni scienziato conosce bene: il continuo ticchettio mentale di pezzi che vanno a posto quando uno meno se l’aspetta, mentre le più fastidiose anomalie si rivelano normali corollari. Era la sensazione della raggiunta Verità.

Fu allora che diventò impaziente e si mise a fare pressione su Bronowski.

E un giorno gli disse: — Voglio tornare da Hallam, per parlargli.

Bronowski inarcò le sopracciglia. — Per quale motivo?

— Perché mi cacci via un’altra volta.

— Sì, è così che marci tu, Pete. Ti senti infelice, se i tuoi guai calano un po’.

— Tu non capisci. È importante che si rifiuti di ascoltarmi. Non voglio che dopo possa dire che l’ho scavalcato, che lui non ne sapeva niente.

— Niente di cosa? Della traduzione dei para-simboli? Non c’è ancora niente, in effetti. Non anticipare lo starter, Pete!

— No, no, questo non c’entra — e Lamont non volle dire altro.

Hallam non gli rese facile avvicinarlo: fece passare alcune settimane prima di trovare il tempo di concedergli un colloquio. Ma nemmeno Lamont intendeva rendere il colloquio facile per Hallam: entrò nello studio dell’altro con tutti i suoi invisibili aculei irti e affilati con cura. Hallam lo accolse con una faccia di pietra, ma con gli occhi astiosi.

Disse, di punto in bianco: — Cos’è questa crisi di cui andate parlando?

— È qualcosa che mi è venuta in mente, professore — rispose Lamont, in tono neutro. — Mi è stata ispirata da uno dei vostri articoli.

— Ah. — E subito dopo: — Quale?

— “La strada che è in discesa nei due sensi.” Quello che avete scritto per Teen-ager Life, il settimanale per i giovani, professore.

— E allora?

— Io ritengo che la Pompa Elettronica non funzioni in discesa nei due sensi, se mi è permesso usare la vostra metafora, che, tra parentesi, non è un modo totalmente esatto di descrivere la Seconda Legge della termodinamica.

Hallam si accigliò. — Cosa state cercando di dire?

— Posso spiegarmi meglio, professore, facendo ricorso alle equazioni di campo dei due universi, per dimostrare un’interazione che fino a questo momento non è stata presa in considerazione… per nostra sfortuna, a mio parere.

Così dicendo, Lamont andò alla lavagna e rapidamente cominciò a tracciare le equazioni. Sapeva che Hallam si sarebbe irritato per quel modo di fare e ne sarebbe rimasto anche umiliato perché non era in grado di seguire i calcoli matematici. Lui contava proprio su questo.

Hallam borbottò: — Andiamo, giovanotto! Adesso non ho il tempo d’impegnarmi in una disquisizione su ogni aspetto della para-teoria. Fatemi avere una relazione completa, ma per il momento limitatevi, se volete, a farmi un breve riassunto di quello cui state mirando.

Lamont si allontanò dalla lavagna con un’inequivocabile espressione di disprezzo sulla faccia e disse: — La Seconda Legge della termodinamica descrive un procedimento che inevitabilmente annulla gli estremi. L’acqua non scorre giù per la china. Quello che succede, in realtà, è che il minimo e il massimo del potenziale gravitazionale si uguagliano. L’acqua altrettanto facilmente risalirebbe in superficie, zampillando, se si trovasse sottoterra. Si possono materialmente eseguire i calcoli relativi al confronto tra due diversi livelli di temperatura, ma come risultato finale si avrà sempre una temperatura equilibrata a un livello intermedio, cioè il corpo caldo si raffredderà e il corpo freddo si riscalderà. Il raffreddamento e il riscaldamento sono due aspetti uguali della Seconda Legge e, in determinate circostanze, ugualmente spontanei.

— Non venite a insegnare a me la termodinamica elementare, giovanotto! Cos’è che volete, insomma? Ho davvero poco tempo.

Senza cambiare espressione e nemmeno dimostrare di affrettarsi, Lamont disse: — Si ricava energia dalla Pompa Elettronica mediante un’equalizzazione degli estremi. Nel caso specifico, gli estremi sono le leggi fisiche dei due universi. Le condizioni, quali che siano, che rendono possibili queste leggi vengono per così dire travasate da un universo dentro l’altro, in modo che alla fine dell’intero procedimento si avranno due universi nei quali le leggi di natura saranno identiche… e intermedie se paragonate alla situazione attuale. Dal momento che ciò produrrà mutamenti sconosciuti, ma senz’altro di notevolissima entità in questo universo, mi sembra che si debba prendere in seria considerazione l’eventualità di fermare le Pompe e di sospendere a tempo indeterminato tutta l’operazione.

Lamont aveva previsto che a questo punto Hallam esplodesse, impedendogli di continuare la sua esposizione. E Hallam non venne meno all’aspettativa. Schizzò in piedi, facendo cadere la poltroncina che allontanò con un calcio, e fece i due passi che lo separavano da Lamont.

Tenendolo d’occhio, Lamont si affrettò a scostare la propria sedia e ad alzarsi.

— Cre… tino! — urlò Hallam, quasi balbettando tanto era inferocito. — Credete che nella Stazione nessuno sappia niente dell’equalizzazione delle leggi di natura? Venite a farmi perdere tempo solo per raccontarmi cose che io conoscevo già a memoria quando voi non sapevate ancora l’alfabeto? Uscite… e considerate accettate le vostre dimissioni, in qualunque momento vogliate rassegnarle.

Lamont se ne andò, avendo ottenuto esattamente quello che voleva. Eppure, si sentiva offeso per il modo con cui Hallam lo aveva trattato.


6 (conclusione)

<p>6 <emphasis>(conclusione)</emphasis></p>

— In ogni modo è servito a sgombrare il terreno — disse Lamont. — Ho tentato di dirglielo. Lui non ha voluto ascoltarmi. Perciò, adesso farò il passo successivo.

— Che sarebbe? — chiese Bronowski.

— Andrò a parlare con il senatore Burt.

— Vuoi dire il presidente della Commissione per la Tecnologia e l’Ambiente?

— Proprio lui. Allora lo conosci.

— Chi non lo conosce? Ma non capisco il tuo scopo, Pete. Che cos’hai da dirgli che possa interessarlo? Non la traduzione. Pete, te lo chiedo ancora una volta. Cos’hai in mente?

— Non posso spiegartelo. Tu non conosci la para-teoria.

— E il senatore Burt sì?

— Un po’ più di te, credo.

Bronowski gli puntò contro l’indice. — Pete, smettila di prendere in giro. Può darsi che io sappia parecchie cose che tu non sai. Non possiamo lavorare insieme, se ci facciamo le scarpe a vicenda. O io sono un socio della nostra piccola società a due, oppure non lo sono. Tu dimmi cos’hai in mente e io, in cambio, ti dirò qualcos’altro. Altrimenti fermiamoci qui e tanti saluti.

— D’accordo — disse Lamont, alzando le spalle. — Se proprio vuoi, te lo dirò. Adesso che ho scavalcato Hallam, forse è bene che tu lo sappia. La questione è che la Pompa Elettronica trasferisce da un universo all’altro le leggi di natura. Nel para-universo l’interazione forte è un centinaio di volte più forte che nel nostro, il che vuol dire che la fusione nucleare avviene più facilmente là che qua, mentre la fissione nucleare avviene più facilmente qua che là. Se la Pompa Elettronica continuerà a funzionare per abbastanza tempo, alla fine si raggiungerà un equilibrio nel quale l’interazione forte nucleare sarà uguale in tutti e due gli universi. Cioè, per la precisione, qui da noi sarà circa dieci volte superiore a quella che è adesso e da loro sarà un decimo di quella che è adesso.

— E nessuno sa una cosa del genere?

— Ah, ma la sanno tutti! Era una cosa ovvia fin quasi dal principio. Persino Hallam la capisce. È stato con questa che ho fatto infuriare il vecchio bastardo. Ho cominciato a esporgliela nei particolari, come se fossi convinto che lui non ne avesse mai sentito parlare prima d’ora, ed è scoppiato come una bomba.

— Ma qual è il problema, allora? È pericoloso che l’interazione arrivi a un equilibrio?

— Naturale! Cosa credi?

— Io non credo un accidenti. Quand’è che arriverà all’equilibrio?

— Al ritmo attuale, tra 1030 anni o giù di lì.

— E quanto tempo sarebbe?

— Abbastanza tempo perché un trilione di trilioni di universi come il nostro nascano, vivano, invecchino e muoiano, uno dopo l’altro.

— Vai a quel paese, Pete! Che cavolo importa, allora?

— Importa perché, per arrivare a quella cifra che è la cifra ufficiale — spiegò Lamont, con calma e pesando le parole, — si è partiti da certi presupposti che io ritengo sbagliati. Mentre, se si parte da certi altri presupposti che io ritengo esatti, siamo nei guai già adesso.

— Che genere di guai?

— Supponi che la Terra si trasformi in una nuvoletta di gas nel giro di circa cinque minuti. Questo, tu lo chiameresti un guaio?

— A causa del Pompaggio?

— A causa del Pompaggio!

— E cosa mi dici dell’universo dei para-uomini? Anche loro sono in pericolo?

— Ne sono sicuro. Corrono un pericolo diverso, ma è sempre un pericolo.

Bronowski si alzò e si mise a camminare su e giù. Aveva folti capelli castani e li portava lunghi, come quelli che una volta venivano chiamati “capelloni”. Adesso, riflettendo, se li scompigliò più volte. Poi disse: — Se i para-uomini sono più intelligenti di noi, perché hanno fatto funzionare la Pompa? Dovevano sapere che era pericolosa anche prima di noi, no?

— Ci ho pensato anch’io — annuì Lamont — e immagino che sia andata così. Hanno cominciato a far funzionare la Pompa perché, come noi, avevano bisogno che funzionasse a causa dei benefici che avrebbe apportato, e si sono preoccupati delle conseguenze solo in un secondo tempo.

— Ma tu mi hai detto che adesso le conseguenze le conosci. E loro sarebbero più lenti di noi nel capirle?

— Dipende da se e quando si sono messi o si metteranno a cercarle. La Pompa è troppo bella e utile per mettersi a cercarne i difetti. Non ci avrei provato nemmeno io, se non fosse stato per… Ma cos’hai tu in mente, Mike?

Bronowski smise di camminare, guardò dritto in faccia Lamont e rispose: — Credo che ci siamo.

Lamont lo fissò per un attimo con occhi ardenti, poi si protese ad afferrare l’amico per la manica. — Con i para-simboli? Racconta, Mike!

— È stato mentre tu eri con Hallam. Proprio mentre eri da lui a parlare. Non sapevo cosa farne, di preciso, perché non ero sicuro che fosse giusta, ma adesso…

— Adesso?…

— Non sono sicuro nemmeno adesso. Comunque, è arrivata una delle loro lamine con cinque simboli incisi…

— Ah!

— …del nostro alfabeto, in lettere latine. Che si possono leggere.

— Cosa?

— Eccola qui.

Con aria da cospiratore Bronowski tirò fuori la lamina. Su di essa, molto diverse dalle delicate e intricate spirali dei para-simboli, che di solito facevano brillare a tratti il metallo, erano incise cinque grosse lettere maiuscole, dal tratto infantile: P-A-U-B-A.

— Secondo te, cosa significa? — chiese Lamont, in tono neutro.

— Per quanto mi sia scervellato, tutto quello che sono riuscito a immaginare è che sia P-A-U-R-A… scritta male.

— È per questo che insistevi a chiedermi cos’avevo in mente? Hai immaginato che qualcuno dall’altra parte avesse paura?

— E mi sono detto che poteva avere qualche rapporto con l’aumento della tua agitazione nell’ultimo mese. Sinceramente, Pete, non mi è piaciuto che tu mi abbia tenuto all’oscuro di tutto.

— Hai ragione. Ma adesso non saltiamo alle conclusioni. Sei tu l’esperto di iscrizioni frammentarie e incomprensibili. Secondo il tuo parere, i para-uomini cominciano ad avere paura relativamente alla Pompa Elettronica?

— Non è detto — rispose Bronowski. — Non so che cosa o quanto possano percepire del nostro universo. Se possono sentire il tungsteno, glielo chiederemo; se invece percepiscono la nostra presenza, forse percepiscono anche il nostro umore. Forse stanno persino cercando di rassicurarci, dicendoci che non c’è ragione di avere paura.

— Perché allora non hanno scritto N-O-N P-A-U-B-A o N-O P-A-U-B-A?

— Perché non conoscono ancora bene la nostra lingua.

— Mmm. Allora non posso portarla a Burt.

— Io non lo farei. Il significato è ambiguo. Anzi, io non andrei dal senatore Burt finché non avessi ricevuto qualcos’altro dal para-universo. Chi può sapere che cosa stanno cercando di dirci?

— No, Mike, non posso aspettare. Io so di avere ragione, e il tempo stringe.

— D’accordo, ma, andando da Burt, ti taglierai tutti i ponti alle spalle. I tuoi colleghi non te la perdoneranno. Non hai pensato di confidarti con gli altri fisici? Da solo non sei in grado di fare abbastanza pressioni su Hallam, ma se sarete in parecchi…

Lamont scosse energicamente la testa. — Neanche parlarne. Il personale di questa stazione sopravvive in virtù delle sue qualità di trasparenza. Non ce n’è uno che gli si metterebbe contro. Tentare di convincere gli altri a fare pressione su Hallam sarebbe come chiedere a una manciata di spaghetti cotti di mettersi sull’attenti.

La placida faccia di Bronowski diventò insolitamente cupa. — Forse non hai torto.

— Io so di aver ragione — replicò Lamont, altrettanto cupo.


7

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C’era voluto parecchio tempo per agganciare il senatore, tempo che Lamont, con rammarico, considerava perso, tanto più che dai para-uomini non era giunto nessun altro messaggio in lettere dell’alfabeto latino. Anzi, nessun messaggio di nessun genere, sebbene Bronowski ne avesse inviati cinque o sei, tutti contenenti una selezionata e accurata combinazione di para-simboli, oltre alle parole P-A-U-B-A e P-A-U-R-A.

Lamont nutriva dubbi sull’importanza di quelle cinque o sei varianti, ma Bronowski era sembrato speranzoso.

Eppure non era successo niente di nuovo, e adesso, finalmente, Lamont era stato ricevuto da Burt.

Il senatore aveva una faccia affilata e gli occhi penetranti, era anziano, e da una generazione era a capo della Commissione per la Tecnologia e l’Ambiente. Prendeva molto seriamente il suo incarico e lo aveva dimostrato in un mucchio di occasioni.

Giocherellando con l’antiquata cravatta che amava ostentare (e che era diventata il suo simbolo), disse subito: — Posso concedervi soltanto mezz’ora, figliolo — e gettò un’occhiata all’orologio da polso.

Lamont non se ne preoccupò: era sicuro di suscitare l’interesse del senatore abbastanza da fargli dimenticare i limiti di tempo da lui stesso posti. Non aveva nemmeno intenzione di cominciare dal principio: si proponeva di agire molto diversamente da come aveva fatto con Hallam.

Disse, infatti: — Non voglio infastidirvi con troppa matematica, senatore, ma presumo che vi rendiate già conto che, mediante il Pompaggio, le leggi di natura dei due universi si mescoleranno insieme.

— Si compenetreranno, con un punto di equilibrio che verrà raggiunto in circa 1030 anni — replicò, calmo, il senatore. — È questa la cifra esatta, vero? — Inarcò e poi riabbassò le sopracciglia, dando al suo viso segnato un’espressione di permanente sorpresa.

— Vero — confermò Lamont. — Ma ci si è arrivati presumendo che le leggi aliene si riversino nel nostro universo e poi dal punto di entrata si propaghino nello spazio esterno alla velocità della luce. Questa, però, è soltanto un’ipotesi e io ritengo che sia errata.

— Perché?

— L’unica velocità di miscelazione misurata è quella del plutonio 186 mandato nel nostro universo. Tale velocità all’inizio è estremamente bassa, con ogni probabilità perché si tratta di un materiale ad alta densità, e aumenta pian piano con il tempo. Se il plutonio viene mescolato con materiale meno denso, la velocità di miscelazione aumenta più rapidamente. Con poche misurazioni di questo tipo si è calcolato che la velocità di compenetrazione totale raggiungerebbe la velocità della luce, se avvenisse nel vuoto. Infatti, occorre un certo tempo perché le leggi aliene si aprano la strada nell’atmosfera, un po’ meno tempo negli strati più alti dell’atmosfera, quindi in un niente di tempo schizzano attraverso lo spazio esterno in ogni direzione alla velocità di 300.000 chilometri al secondo, disperdendosi fino a diventare innocue.

Lamont s’interruppe un momento per pensare al modo migliore di procedere, e il senatore intervenne. — Tuttavia… — incitò, con il modo di fare di chi non vuole perdere tempo.

— Questo è un presupposto, un’ipotesi di convenienza che sembra sensata e sembra anche non causare guai. Ma che cosa succede se non è la materia a offrire resistenza alla compenetrazione delle leggi aliene, bensì lo stesso tessuto fondamentale dell’universo?

— Che cos’è il tessuto fondamentale dell’universo?

— Non posso spiegarvelo a parole. Esiste un’espressione matematica che io ritengo lo rappresenti, ma non sono in grado di tradurla in parole. Il tessuto fondamentale dell’universo è quello che detta le leggi di natura. È il tessuto fondamentale del nostro universo che rende necessaria la conservazione dell’energia. È il tessuto fondamentale del para-universo, che ha una trama, per così dire, un po’ diversa dal nostro, a far sì che la loro interazione nucleare sia cento volte più forte della nostra.

— E allora?

— Se è il tessuto fondamentale che viene compenetrato, senatore, allora la presenza della materia, densa o non densa che sia, non può avere altro che un’influenza secondaria. La velocità di penetrazione è più alta nel vuoto che in una massa densa, è vero, ma non di molto. La velocità di penetrazione nello spazio esterno può essere alta, in misure terrestri, ma è soltanto una piccola frazione della velocità della luce.

— Il che significa?

— Significa che il tessuto alieno non si dissolve tanto rapidamente quanto crediamo noi, ma si accumula, per così dire, all’interno del sistema solare e con una concentrazione molto più elevata di quella che presumiamo.

— Capisco — disse il senatore, annuendo. — E quanto ci vorrà perché lo spazio all’interno del sistema solare raggiunga il punto di equilibrio? Meno di 1030, immagino.

— Molto meno, senatore. Io credo meno di 1010 anni. Forse cinquanta miliardi di anni, con uno scarto di un paio di miliardi in più o in meno.

— Non molto in confronto all’altra cifra, ma sempre abbastanza, no? E non c’è alcun motivo di allarmarsi immediatamente, vero?

— Io ho paura, invece, che vi sia motivo di allarmarsi immediatamente, senatore. Il danno sarà bell’e fatto molto prima che si raggiunga l’equilibrio. A causa del Pompaggio, l’interazione nucleare forte sta diventando di attimo in attimo sempre più forte nel nostro universo.

— Abbastanza forte da poterla misurare?

— Forse no, signore.

— Nemmeno adesso, dopo vent’anni di Pompaggio?

— Forse no, signore.

— Allora, perché dovremmo preoccuparci?

— Perché, senatore, sulla forza dell’interazione nucleare forte si basa la velocità con cui avviene la fusione dell’idrogeno in elio, nel nucleo del nostro Sole. Se l’interazione si rafforza anche di pochissimo, la velocità di fusione dell’idrogeno all’interno del Sole aumenterà notevolmente. L’equilibrio che il Sole mantiene tra l’emissione delle sue radiazioni e l’attrazione gravitazionale è estremamente delicato, e sconvolgerlo a favore delle radiazioni, come noi stiamo già facendo…

— Sì?

— …causerà un’esplosione immane. In base alle nostre leggi di natura è impossibile che una stella piccola come il Sole diventi una supernova. In base alle leggi alterate può non essere così. Dubito anche che avremo un certo preavviso. Il Sole metterà insieme una bella esplosione e, otto minuti dopo, voi e io saremo morti e la Terra evaporerà in pochi attimi in uno sbuffo di gas surriscaldati.

— E non ci si può fare niente?

— Se è troppo tardi per evitare di sconvolgere l’equilibrio, niente. Se non è ancora troppo tardi, bisogna fermare il Pompaggio.

Il senatore si schiarì la voce. — Prima di acconsentire a ricevervi, giovanotto, ho fatto qualche ricerca sul vostro conto, dal momento che non vi conoscevo personalmente. Una delle persone cui ho chiesto informazioni è il dottor Hallam. Immagino che lo conosciate.

— Sì, senatore. — Un angolo della bocca di Lamont si storse, ma la voce restò ferma. — Lo conosco bene.

— Mi informa — continuò il senatore, gettando un’occhiata a un foglio posato sulla sua scrivania, — che siete un cretino piantagrane di dubbia sanità mentale ed esige che mi rifiuti di ricevervi.

Con uno sforzo per mantenere il tono normale, Lamont domandò: — Sono le sue precise parole, senatore?

— Le sue precise parole.

— Perché mi avete ricevuto, allora, senatore?

— Normalmente, se avessi ottenuto un’informazione del genere da Hallam, non vi avrei ricevuto. Il mio tempo è prezioso e il cielo sa che ricevo più cretini piantagrane di dubbia sanità mentale di quanto mi piaccia ricordare, anche tra coloro che mi arrivano con autorevoli raccomandazioni. Nel caso specifico, tuttavia, non mi è piaciuto che Hallam “esigesse”. Non si fanno certe richieste a un senatore, e Hallam avrebbe dovuto saperlo.

— Allora mi aiuterete, signore9

— Aiutarvi a far cosa?

— Ecco… a fare in modo che le Pompe vengano fermate.

— Come? No, assolutamente. È una cosa impossibile.

— Perché no? — insisté Lamont. — Voi siete il presidente della Commissione per la Tecnologia e l’Ambiente, ed è proprio compito vostro dare ordine che si fermi il Pompaggio o qualunque altro procedimento tecnico che provochi danni irreversibili all’ambiente. E non esiste danno più grande o più irreversibile di quello minacciato dalle Pompe Elettroniche.

— Certo, certo. Nel caso che voi abbiate ragione. Ma, a quanto pare, tutta la storia dipende dal fatto che il vostro presupposto è diverso da quello generalmente accettato. Chi può dire quale dei due sia quello giusto?

— Senatore, la teoria da me costruita chiarisce parecchi punti che, in base all’ipotesi corrente, restano dubbi.

— Bene, allora i vostri colleghi dovrebbero approvare la vostra variante, e in questo caso non avrete alcun bisogno di venire da me, suppongo.

— Senatore, i miei colleghi non mi crederanno mai. Andrebbero contro il loro stesso interesse.

— Così come il vostro interesse va contro la possibilità che abbiate torto… Giovanotto, sulla carta i miei poteri sono enormi, ma posso esercitarli soltanto quando l’uomo della strada è disposto a lasciarmi fare. Permettetemi di darvi una lezioncina di politica pratica.

Gettò un’occhiata all’orologio da polso, si appoggiò allo schienale della poltrona e sorrise. Non era solito fare proposte del genere, ma in un articolo di fondo sul Terrestrial Post di quel mattino lo avevano definito “un politico consumato, il più abile di tutto il Parlamento Internazionale”, e la soddisfazione che ne aveva provato non era ancora svanita.

— È un errore — riprese a dire — ritenere che l’uomo della strada voglia che l’ambiente sia protetto o che gli risparmino la vita, e che sia grato agli idealisti che lottano per lui a tale scopo. Quello che l’uomo della strada vuole è la sua personale comodità. L’abbiamo imparato anche troppo bene dall’esperienza fatta durante la crisi ecologica del ventesimo secolo. Una volta assodato che le sigarette favorivano l’insorgere del cancro ai polmoni, il rimedio più ovvio sarebbe stato quello di smettere di fumare, ma il rimedio desiderato e richiesto era una sigaretta che non favorisse il cancro. Quando risultò evidente che il motore a combustione interna inquinava pericolosamente l’atmosfera, il rimedio più ovvio sarebbe stato quello di smettere di usare quel tipo di motore, mentre il rimedio desiderato era che s’inventasse un motore non inquinante. Perciò, giovanotto, non chiedetemi di fermare il Pompaggio Da esso dipendono l’economia e le comodità del mondo intero. Ditemi, invece, come si può impedire alle Pompe Elettro niche di far esplodere il Sole.

Lamont rispose: — Non si può, senatore. In questo caso abbiamo a che fare con qualcosa di talmente fondamentale che esclude qualunque giochetto. È necessario smettere di pompare.

— Ah, così, secondo voi, possiamo soltanto tornare indietro, cioè tornare alle condizioni in cui eravamo prima dell’esistenza della Pompa Elettronica!

— Ci siamo costretti.

— In questo caso, dovrete darvi da fare per dimostrare con prove irrefutabili che avete ragione voi.

— La prova migliore è quella di far esplodere il Sole — replicò Lamont, rigido. — Ma immagino che non vogliate che io arrivi a tanto.

— Non sarà necessario, forse. Perché non convincete Hallam ad appoggiarvi?

— Perché è un ometto assolutamente insignificante che si è ritrovato a essere il Padre della Pompa Elettronica. Credete che sia disposto ad ammettere che la sua creatura distruggerà la Terra?

— Capisco quello che intendete dire, ma agli occhi del mondo intero lui è appunto il Padre della Pompa Elettronica, e solo la sua parola ha peso sufficiente in proposito.

Lamont scosse la testa. — Non cederà mai. Preferirebbe veder esplodere il Sole.

— Allora forzategli la mano — disse il senatore. — Voi avete una teoria, ma la teoria, da sola, è insignificante. Di certo esisterà qualche sistema per comprovarla. Per esempio, la velocità del decadimento radioattivo del… diciamo dell’uranio, dipende dalle interazioni all’interno del nucleo degli atomi. Questa velocità è per caso cambiata in base a ciò che prevede la vostra teoria ma non quella ufficiale?

Lamont scosse la testa un’altra volta. — La radioattività normale dipende dall’interazione nucleare debole, e purtroppo gli esperimenti su di essa forniscono soltanto prove marginali. Il giorno che queste ultime daranno risultati rivelatori potrebbe essere troppo tardi.

— C’è qualcos’altro, allora?

— Ci sono le interazioni di pioni di un tipo particolare, che potrebbero anche adesso fornire dati inconfutabili. Meglio ancora, ci sono le combinazioni di quark e antiquark, che negli ultimi tempi hanno dato risultati sconcertanti e che io sono sicuro di poter spiegare con…

— Ecco, ci siete.

— Sì, senatore, ma per ottenere questi dati dovrei usare il grande protosincrotrone installato sulla Luna, che però non ha un minuto di tempo disponibile nei prossimi anni. Ho controllato. Niente da fare, a meno che qualcuno non tiri i fili giusti.

— Alludete a me?

— Alludo a voi, senatore.

— Non posso. Non fino a quando il dottor Hallam scriverà queste cose di voi, figliolo. — E il senatore Burt picchiettò con l’indice nodoso sul foglio di carta che aveva davanti a sé. — Vi siete esposto troppo, per i miei gusti.

— Ma l’esistenza del pianeta…

— Provate la vostra teoria.

— Scavalcate Hallam, e io la proverò.

— Provatela, e io scavalcherò Hallam.

Lamont fece un lungo respiro. — Senatore! Supponete che esista una minima probabilità che io abbia ragione. Non vale la pena di lottare anche per una probabilità minima? È in gioco tutto: l’umanità, la Terra…

— Voi vorreste che io lottassi per la buona causa, insomma? Be’, mi piacerebbe. C’è sempre un che di romantico nell’essere sconfitti per una buona causa. E ogni uomo politico appena passabile è abbastanza masochista da sognare, di tanto in tanto, di finire tra le fiamme con l’accompagnamento di cori angelici. Ma, dottor Lamont, per fare una cosa del genere occorre almeno avere una possibilità di lotta. E che il qualcosa per cui si lotta possa, dico solo possa, vincere. Ma, se io vi appoggio, non combinerò niente, perché sarà la vostra parola contro l’immensa utilità e l’infinita desiderabilità del Pompaggio. Come potrei pretendere che ogni uomo rinunci alle sue personali comodità e all’abbondanza cui è ormai abituato grazie alla Pompa, solo perché un singolo individuo grida “Al lupo!”, mentre tutti gli altri scienziati gli sono contro e il riveritissimo Hallam lo definisce un cretino? Nossignore, io non finirò tra le fiamme per niente!

Lamont supplicò: — Aiutatemi almeno a trovare la prova. Non occorre che vi scopriate, se avete paura…

— Io non ho paura — lo interruppe Burt, brusco. — Sono solo pratico. E, dottor Lamont, la mezz’ora che vi avevo concesso è passata da un pezzo.

Per un momento Lamont lo fissò con occhi colmi di delusione, ma l’espressione di Burt, adesso, era inequivocabilmente intransigente. Lamont si congedò.

Il senatore Burt non ricevette subito il visitatore successivo. Per alcuni minuti rimase a fissare con un certo disagio la porta chiusa, giocherellando distrattamente con la cravatta. E se quello scienziato avesse avuto ragione? Esisteva forse una possibilità, anche minima, che avesse ragione?

Doveva ammettere che gli sarebbe piaciuto un sacco fare lo sgambetto ad Hallam, mandarlo a finire con la faccia nella melma e sederglisi sulla schiena finché non fosse schiattato… ma non sarebbe mai successo: Hallam era intoccabile. Aveva avuto un solo scontro con Hallam, una decina d’anni prima: quella volta dalla parte della ragione c’era lui, mentre Hallam aveva torto marcio, come i fatti avrebbero in seguito dimostrato. Eppure, sul momento, Burt era stato umiliato e sconfitto, ed era stato sul punto di perdere la rielezione, come risultato di quello scontro.

Scosse la testa, come per ammonirsi. Avrebbe potuto mettere a repentaglio il suo seggio di senatore, per una buona causa, ma non voleva rischiare di essere umiliato una seconda volta. Segnalò che facessero passare il visitatore successivo e, quando si alzò per accoglierlo, la sua faccia era calma e sorridente.


8

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Arrivato a questo punto, se avesse pensato di aver ancora qualcosa da perdere, professionalmente parlando, forse Lamont avrebbe esitato. Joshua Chen era impopolare dappertutto e chiunque avesse a che fare con lui era immediatamente guardato con sospetto in quasi ogni angolo del Sistema costituito. Chen era la rivoluzione fatta uomo, la cui voce, chissà come, veniva sempre ascoltata, sia perché si dedicava alle cause che prendeva a cuore con un’intensità travolgente, sia perché aveva creato un’organizzazione più forte e compatta di qualsiasi altra assocazione politica del mondo (come più di un uomo politico era disposto a giurare).

Chen era stato uno dei fattori essenziali della velocità con la quale la Pompa era stata messa in funzione per sopperire alle necessità energetiche del pianeta. Le virtù della Pompa erano limpide e ovvie: limpide come la totale assenza d’inquinamento e ovvie come tutto ciò che è gratuito. Tuttavia, se non fosse stato per lui, sarebbe potuta nascere una forte opposizione sotterranea da parte di coloro che preferivano l’energia nucleare, non perché fosse migliore, ma solo perché le erano affezionati fin dall’infanzia.

Però, quando Chen batteva i suoi tamburi, il mondo stava ad ascoltare un po’ più attentamente.

Adesso se ne stava là, seduto, con il suo viso tondo dagli zigomi piatti, prova evidente che almeno tre dei suoi quattro nonni erano cinesi.

Disse, calmo: — Mettiamo le cose in chiaro. Siete qui e parlate solo a titolo personale?

— Sì — rispose Lamont, asciutto. — Non sono appoggiato da Hallam. Anzi, lui afferma che sono matto. A voi serve l’approvazione di Hallam, prima di agire?

— Io non ho bisogno dell’approvazione di nessuno — replicò Chen con prevedibile arroganza, poi tornò a dimostrare un interesse non superficiale. — Dite che i para-uomini sono molto più avanzati di noi nella tecnologia?

Lamont aveva percorso parecchia strada in direzione del compromesso e aveva evitato di affermare che, secondo lui, i para-uomini erano più intelligenti. “Più avanzati nella tecnologia” suonava meno offensivo ed era altrettanto vero.

— È evidente — disse — anche solo dal fatto che loro possono inviare del materiale attraverso la breccia tra i due universi, e noi no.

— Allora perché hanno dato il via alla Pompa, se è pericolosa? E perché continuano a farla funzionare?

Lamont stava imparando ad arrivare al compromesso da più di una direzione. Avrebbe potuto dire a Chen che lui non era il primo a porsi quelle domande, ma così sarebbe parso condiscendente, forse addirittura impaziente. Decise quindi di non farlo.

— Erano ansiosi, proprio come noi, di mettere in funzione qualcosa che in apparenza era il non plus ultra delle fonti di energia — spiegò. — Ma adesso ho ragione di credere che ne siano preoccupati come lo sono io.

— Anche su questo punto abbiamo soltanto la vostra parola. Non avete nessuna prova effettiva del loro modo di pensare.

— Nessuna che io possa presentare all’istante.

— Allora non basta.

— Possiamo forse rischiare di…

— Non basta, professore. Non esiste nessuna prova. Non mi sono guadagnato la mia reputazione sparando a caso o al buio. I miei missili sono filati ogni volta dritti sul bersaglio, perché sapevo quello che facevo.

— Ma se ottengo la prova…

— Allora vi sosterrò. Se la prova mi soddisferà, vi assicuro che né Hallam né lo stesso Congresso saranno in grado di resistere all’ondata che solleverò. Perciò, trovate la prova e poi tornate da me.

— Ma a quel punto potrebbe essere troppo tardi.

Chen si strinse nelle spalle. — Forse. Molto più probabilmente scoprirete di avere torto e non a sarà più bisogno di nessuna prova.

— Io non ho torto. - Dopo un profondo respiro, Lamont riprese, in tono confidenziale: — Signor Chen, con ogni probabilità nel nostro universo esistono trilioni su trilioni di pianeti che ospitano la vita e, fra essi, possono essercene miliardi abitati da esseri intelligenti che possiedono una tecnologia molto progredita. Lo stesso può essere vero nel para-universo. Nella storia dei due universi dev’essere successo parecchie volte che un paio di pianeti sono entrati in contatto e hanno dato inizio a uno scambio come il Pompaggio. È probabile che esistano decine, o addirittura centinaia di Pompe sparse nei punti di intersezione dei due universi.

— Pura illazione. Ma, se anche fosse?

— Allora sarebbe probabile che in decine, oppure in centinaia di casi, la mescolanza delle leggi di natura sia andata avanti abbastanza da far esplodere il sole di quel determinato pianeta. Poi l’effetto dell’esplosione può essersi propagato nello spazio, e l’energia di una supernova, aggiunta al mutamento delle leggi di natura, può aver dato origine a esplosioni a catena di tutte le stelle vicine, che a loro volta ne hanno fatto esplodere altre. Col tempo, forse un intero nucleo galattico, o un braccio galattico finiranno con l’esplodere.

— Queste sono tutte fantasie, frutto della vostra immaginazione, naturalmente!

— Davvero? Ci sono centinaia di quasar nel nostro universo. Corpi relativamente piccoli, delle dimensioni di alcuni sistemi solari ma che brillano della luce di cento galassie di estensione normale.

— Con questo volete dire che le quasar sono ciò che resta di pianeti che hanno fatto funzionare Pompe Elettroniche?

— Secondo me, sì. Nei centocinquant’anni da che sono state scoperte nessun astronomo è ancora riuscito a determinare quale sia la fonte della loro energia. Non c’è niente in questo universo che la giustifichi, niente! Dunque, ne consegue che…

— E nel para-universo? Anche quello è pieno di quasar?

— Non credo. Nel para-universo le condizioni sono diversissime. In base alla para-teoria sembra certo che la fusione nucleare abbia luogo con molta più facilità là che da noi; per cui le stelle, in media, devono essere molto più piccole delle nostre. Dovrebbe anche occorrere una quantità iniziale di idrogeno molto più piccola per produrre la stessa energia che produce il nostro Sole. Un quantitativo uguale a quello del nostro Sole là esploderebbe spontaneamente. Perciò, man mano che le nostre leggi lo compenetreranno, nel para-universo la fusione dell’idrogeno avverrà con un po’ più di difficoltà e le para-stelle cominceranno a raffreddarsi.

— Be’, questo non è un gran disastro — commentò Chen. — Anche loro possono utilizzare la Pompa per ottenere tutta l’energia di cui hanno bisogno. In base alle vostre ipotesi, dunque, stanno benone.

— Non proprio — disse Lamont, che fino a quell’istante non aveva fatto mente locale alla situazione del para-universo. — Non appena noi saremo esplosi, alla fine, il Pompaggio si fermerà. Loro non possono far funzionare la Pompa senza di noi, e ciò significa che si troveranno con una stella che si raffredda sempre di più e senza l’energia della Pompa. Potrebbero stare anche peggio di noi! Noi ce ne andremo in un lampo, senza dolore, mentre la loro agonia sarà lunghissima.

— Avete una bella fantasia, professore — disse Chen, — ma non servirà a convincermi. E non credo di riuscire a far fermare il Pompaggio solo sulla base della vostra fantasia! Lo sapete cosa vuol dire la Pompa per l’umanità? Non vuol dire soltanto energia gratuita, pulita e in abbondanza. Guardate le conseguenze! Vuol dire che l’uomo ben presto non sarà più costretto a lavorare per vivere. Vuol dire che per la prima volta nella storia l’umanità potrà dedicare l’insieme dei suoi cervelli migliori al ben più importante problema dello sviluppo del suo vero potenziale.

“Vi faccio un esempio. Con tutti i progressi che ha fatto la medicina negli ultimi duecento e cinquant’anni, siamo riusciti ad allungare la durata della vita umana appena appena oltre il secolo. I gerontologi continuano a dire e a ripetere che, in teoria, non esistono ostacoli per l’uomo sulla strada dell’immortalità, ma finora a questo problema non è stata dedicata sufficiente attenzione.”

Con ira, Lamont esclamò: — L’immortalità! Chi parla adesso di un sogno irrealizzabile?

— Forse voi siete un buon giudice in materia di sogni irrealizzabili, professore — replicò Chen. — Ma io intendo far cominciare le ricerche sulla questione dell’immortalità. E non cominceranno, se la Pompa smette di funzionare, perché dovremmo tornare all’energia dispendiosa, all’energia in quantità limitata, all’energia sporca! I due miliardi di uomini che vivono sulla Terra dovrebbero rimettersi a lavorare per vivere e il sogno irrealizzabile dell’immortalità resterebbe un sogno irrealizzabile!

— Lo resterà comunque. Nessuno diventerà mai immortale, anzi, nessuno riuscirà ad arrivare in fondo alla sua vita di durata normale!

— Ah, ma questa è solo la vostra teoria!

Lamont soppesò le possibilità che ancora gli restavano e decise di giocare d’azzardo. — Signor Chen, poco fa ho detto che non potevo spiegare come mai conoscessi lo.stato d’animo dei para-uomini. Be’, adesso ci proverò. Da un po’ di tempo stiamo ricevendo loro messaggi.

— Sì, lo so, ma siete riuscito a decifrarli?

— Abbiamo ricevuto una parola in inglese.

Chen corrugò la fronte. Poi, di scatto, infilò le mani in tasca, stese davanti a sé le gambe corte e si appoggiò allo schienale della sua poltrona. — E che parola era?

— Paura! — Lamont non giudicò necessario accennare all’errore di ortografia.

— Paura — ripeté Chen. — E, secondo voi, cosa significa?

— Non è evidente che anche loro hanno paura del fenomeno del Pompaggio?

— Niente affatto. Se ne avessero paura, fermerebbero tutto. Secondo me, hanno paura, d’accordo, ma che lo fermiamo noi. Voi gli avete fatto capire le vostre intenzioni e, se noi lo fermassimo, anche loro sarebbero costretti a farlo, no? L’avete detto voi che non possono far funzionare la Pompa senza di noi! Quindi, è un teorema con due soluzioni, e io non mi meraviglio che abbiano paura!

Lamont rimase in silenzio.

— Vedo che a questo non avevate pensato — riprese Chen. — Be’, allora mi darò da fare per la questione dell’immortalità. Ritengo che sarà una causa più popolare.

— Ah, le cause popolari — disse Lamont lentamente, riflettendo. — Non avevo capito che cosa vi stesse a cuore, in realtà. Quanti anni avete, signor Chen?

Chen batté le palpebre per qualche istante, poi si alzò e uscì dalla stanza a passo svelto, le mani strette a pugno.

In seguito Lamont lesse la sua biografia. Chen aveva sessant’anni e suo padre era morto a sessantadue. Ma non aveva più importanza.


9

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— A vederti, non si direbbe che hai avuto fortuna — disse Bronowski.

Seduto nel suo laboratorio, Lamont si fissava la punta delle scarpe, mentre pensava che gli parevano stranamente consumate. Scosse la testa. — Infatti.

— Anche il grande Chen ti ha scaricato?

— Non vuole muovere un dito e pretende anche lui delle prove. Vogliono tutti delle prove, ma, se gliene dai una, la respingono. In realtà quello che vogliono è la loro stramaledetta Pompa, oppure il loro buon nome o un posto nella storia. Chen, lui, vuole l’immortalità.

— E tu che cosa vuoi, Pete? — chiese Bronowski, pacato.

— La salvezza dell’umanità — rispose Lamont. Poi alzò gli occhi sull’amico, con aria interrogativa. — Non mi credi?

— Ti credo, ti credo. Ma cosa vuoi più di tutto?

— Be’, perdio, in questo caso — e, così dicendo, Lamont diede una gran manata sul piano della scrivania — voglio aver ragione, e voglio che me la diano, perché so di averla!

— Ne sei sicuro?

— Sicurissimo! E non c’è niente che mi spaventi, perché intendo spuntarla. Lo sai che, uscendo dopo aver parlato con Chen, per poco non mi sono sentito un verme?

— Tu?

— Sì, io. Perché no? Pensavo: a ogni passo, Hallam mi blocca. Finché Hallam mi darà torto, tutti avranno una scusa per non credermi. Con Hallam piantato sulla mia strada come un macigno, per forza non combino niente. Allora non sarebbe meglio che me lo lavorassi? Che lo ungessi per benino? Perché non manovrarlo, in modo che mi appoggi, invece di punzecchiarlo col risultato di mettermelo contro?

— Credi di esserne capace?

— No, assolutamente. Ma ero talmente disperato che ho persino pensato… be’, a una quantità di cose. Che avrei potuto andare sulla Luna, magari. Naturalmente, quando me lo sono inimicato, al principio, non si parlava ancora della fine della Terra, ma avevo già fatto di tutto per peggiorare la situazione quando il problema è sorto. Comunque, come hai capito subito anche tu, niente e nessuno lo avrebbero indotto a trovare un solo difetto nella sua Pompa!

— Adesso, però, non mi pare che tu ti senta un verme.

— No, è vero. Perché dal mio colloquio con Chen ho ricavato qualcosa di utile. Mi ha dimostrato che stavo perdendo il mio tempo.

— Parrebbe, no?

— Sì, ma senza necessità. La soluzione non è qui, sulla Terra. Ho detto a Chen che il nostro Sole potrebbe esplodere, mentre il sole del para-universo non esploderà, ma che, tuttavia, i para-uomini non si salveranno perché, dopo l’esplosione del nostro Sole, le Pompe dalla nostra parte si fermeranno e di conseguenza si fermeranno anche le loro. Non possono farle funzionare senza di noi, capisci?

— Certo che capisco!

— Allora perché non capovolgiamo la situazione? Nemmeno noi possiamo far funzionare le Pompe senza di loro! Nel qual caso chi se ne importa se non siamo noi a fermarle? Bisogna convincere i para-uomini a fermarle loro!

— Ah… ma lo faranno?

— Hanno detto P-A-U-B-A. Il che vuol dire che hanno paura. Chen dice che hanno paura di noi, cioè hanno paura che noi fermiamo le Pompe, ma secondo me è assurdo. Loro hanno paura, e basta. Me ne sono stato zitto, quando Chen ha tirato fuori la sua interpretazione, tanto che ha creduto di avermi convinto. Ma si sbagliava. In quel momento mi era venuto in mente che noi dovevamo convincere i para-uomini a fermare tutto. E dobbiamo riuscirci. Mike, io mollo tutto il resto, ma non te. Tu sei la speranza dell’umanità. Cerca di farglielo capire, in qualche modo!

Bronowski si mise a ridere, di un riso allegro, quasi infantile. Poi esclamò: — Pete, sei un genio!

— Già. Te ne sei accorto solo adesso?

— No, parlo sul serio. Sai quello che voglio dirti ancor prima che io te lo dica. In questi ultimi tempi ho mandato un mucchio di messaggi, uno dopo l’altro, adoperando i loro simboli in un modo che speravo volesse dire “Pompa” e mettendoci a fianco anche la nostra parola. E poi ho fatto del mio meglio per riordinare tutti i miei appunti di vari mesi, in modo da tirar fuori qualcosa che significasse disapprovazione e mettendoci di nuovo la parola inglese “male”. Non sapevo affatto se ci avevo azzeccato oppure se ero fuori strada di chilometri, ma, dal momento che non avevo mai ricevuto una risposta, avevo poche speranze.

— Non mi hai parlato di questi tuoi tentativi!

— Be’, questa parte del problema è la mia creatura, no? Forse che tu stai lì a spiegarmi ogni volta la para-teoria?

— E allora? Cos’è successo?

— Allora ieri gli ho mandato due parole. Proprio due, nella nostra lingua. Gli ho scarabocchiato: P-O-M-P-A M-A-L-E.

— E poi?

— E poi stamattina ho ricevuto finalmente risposta. Una bella risposta semplice e diretta. Hanno scritto: S-Ì P-O-M-P-A M-A-L-E M-A-L-E M-A-L-E. Ecco, guarda tu.

La mano di Lamont tremava, nel prendere la lamina metallica. — Non c’è nessun errore, vero? Questa è una conferma, non ti pare?

— A me pare di sì. A chi la mostrerai, adesso?

— A nessuno — rispose Lamont, con decisione. — Non ho più voglia di litigare. Mi direbbero che ho falsificato il messaggio, e non vale la pena che io stia là seduto a incassare. Lascia che i para-uomini fermino le Pompe. Si fermeranno anche dalla nostra parte e nessuno potrà rimetterle in funzione unilateralmente, da qui! Allora sì che tutta la Stazione si darà da fare per provare che io avevo ragione e che la Pompa è pericolosa!

— Come fai a immaginare una cosa del genere?

— Perché sarà per loro l’unico modo per evitare di essere fatti a pezzi dalla folla che pretenderà di avere la sua Pompa in funzione… e che s’infurierà quando non l’avrà. Tu non credi che andrà così?

— Be’, forse. Ma c’è una cosa che mi disturba.

— Cos’è?

— Se i para-uomini sono tanto convinti che la Pompa sia pericolosa, perché non l’hanno già fermata loro? Dopo aver ricevuto il messaggio, tanto per la curiosità ho controllato: la Pompa è sempre là che pompa!

Lamont corrugò la fronte. — Forse non vogliono essere i soli a fermarla. Forse ci considerano loro soci e vogliono il nostro consenso. Non credi che possa essere così?

— Può darsi. Ma può anche darsi che il nostro sistema di comunicare faccia acqua. Non è perfetto, sai? Metti il caso che non abbiano capito il significato della parola M-A-L-E. Da quello che io ho detto loro per mezzo dei loro simboli, che potrei anche avere frainteso, magari pensano che M-A-L-E significhi quello che noi intendiamo con B-E-N-E.

— Oh, no!

— Questa è l’espressione della tua speranza, ma sulle speranze non ci si può far conto.

— Mike, per favore, continua a mandare messaggi. Adopera tutte le parole che usano anche loro, tutte quelle possibili e con tutte le varianti possibili. Sei tu l’esperto, decidi tu. Alla fine avranno imparato un numero sufficiente di parole per dirci qualcosa di chiaro e inequivocabile, e allora potremo spiegargli che siamo d’accordo a fermare la Pompa.

— Non abbiamo l’autorità di fare una simile dichiarazione, Pete.

— Sì, ma loro non lo sapranno e, quando si tireranno le somme, noi due saremo gli eroi che hanno salvato l’umanità.

— Anche se la prima cosa che faranno sarà di metterci al muro?

— Anche allora… È tutto in mano tua, Mike, e sono sicuro che non ci vorrà molto tempo.


10

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Invece, passarono quindici giorni senza che arrivasse un altro messaggio, e la tensione crebbe a dismisura.

Anche Bronowski la tradiva. Il suo solito buonumore era sparito, e quel giorno entrò nel laboratorio di Lamont tetro e silenzioso.

I due si guardarono in faccia, e alla fine Bronowski disse: — In giro si dice che sei stato messo sotto inchiesta.

Quella mattina Lamont non si era fatto la barba, e si vedeva. Anche il laboratorio aveva un’aria di abbandono, come quando si preparano gli scatoloni per un trasloco. — E con questo? — Lamont alzò le spalle. — Non m’importa. Quello che mi preoccupa è il fatto che la Phisical Reviews abbia rifiutato il mio articolo.

— Ma mi avevi detto che te lo aspettavi.

— Sì, ma credevo che mi avrebbero comunicato i motivi del rifiuto. Avrebbero dovuto indicarmi i punti dove, secondo loro, c’erano errori o deduzioni sbagliate o presupposti non dimostrati. Qualcosa a cui avrei potuto controbattere.

— E non l’hanno fatto?

— Neanche una parola. I loro esperti non ritengono l’articolo adatto alla pubblicazione. Punto e basta. Non vogliono toccarlo nemmeno con un dito… È scoraggiante, davvero, la stupidità umana! Credo che non me la prenderei tanto se l’umanità si suicidasse a causa della sua crudeltà o anche solo per la sua temerarietà e imprudenza. Ma è così maledettamente poco dignitoso andare incontro alla distruzione per pura ottusità e stupidità! A cosa serve essere uomini, se poi si deve morire a questo modo?

— Stupidità — ripeté Bronowski, tra sé.

— Tu come la chiameresti? Mi mettono persino sotto inchiesta, perché vorrebbero licenziarmi a causa del gravissimo delitto di avere ragione!

— Pare che tutti sappiano che sei andato a trovare Chen.

— Proprio così! — Lamont posò due dita ai lati del naso e si massaggiò stancamente gli occhi. — È chiaro che l’ho scocciato al punto da indurlo ad andare da Hallam a riferirgli chissà cosa, e adesso mi si accusa di aver tentato di sabotare il Progetto Pompa con tattiche intimidatorie non giustificate e senza prove, violando l’etica professionale. Questo, naturalmente, mi rende inadatto a ricoprire un qualunque incarico presso la Stazione.

— Possono provarlo facilmente, Pete.

— Lo immagino anch’io. Ma non me ne importa.

— Cos’hai intenzione di fare?

— Niente — rispose Lamont, indignato. — Che facciano quello che vogliono! Io conto sulle lungaggini burocratiche. Per ogni atto dell’inchiesta occorreranno settimane, forse mesi, e nel frattempo tu continuerai a lavorare. Prima o poi i para-uomini risponderanno.

Bronowski assunse un’espressione infelice. — Pete, immagina che non succeda. Forse è arrivato il momento che tu ci ripensi.

Lamont alzò gli occhi a guardarlo con attenzione. — Cosa stai cercando di dirmi?

— Ammetti con quelli là di aver avuto torto. Copriti il capo di cenere e battiti il petto. Lascia perdere.

— Mai! Perdio, Mike, in questo gioco la posta in ballo è la Terra, con tutti gli esseri viventi che ci stanno sopra!

— Sì, ma perché te la prendi tanto? Tu non sei sposato. Non hai figli. So che tuo padre è morto, e non mi hai mai parlato di tua madre o di altri parenti stretti. Non credo che vi sia a questo mondo una sola persona a cui tu sia affezionato. Perciò, tira avanti per la tua strada e che vadano tutti all’inferno!

— E tu?

— Io farò la stessa cosa. Sono divorziato e non ho figli. Ho un’amica, una ragazza, ma non è una relazione seria. Finché dura, dura. Viviamo! Divertiamoci!

— E domani?

— Domani è un altro giorno! La morte, quando arriverà, arriverà in fretta.

— Non posso. Io non riesco a pensarla così… Mike, Mike! Perché parli così? Stai cercando di dirmi che non ce la faremo? Che vuoi lasciar perdere i para-uomini?

Bronowski distolse lo sguardo, poi rispose: — Pete, ho ricevuto una risposta. Ieri sera. Avevo deciso di tenerla per me, oggi, e di rifletterci sopra, ma perché dovrei farlo?… Eccola qui.

Gli occhi colmi di domande inespresse, Lamont prese la lamina. Poi la guardò. C’erano molte parole, ma non segni di punteggiatura.


POMPA NON FERMA NON FERMA NOI NON FERMA POMPA NOI NON SENTE PERICOLO NON SENTE NON SENTE VOI FERMA FAVORE FERMA VOI FERMA COSÌ NOI FERMA FAVORE VOI FERMA PERICOLO PERICOLO PERICOLO FERMA FERMA VOI FERMA POMPA


— Al diavolo, sembrano disperati — mormorò Bronowski.

Lamont fissava ancora la lamina e non disse niente.

Bronowski riprese: — Scommetto che dall’altra parte c’è uno come te… un para-Lamont. E neanche lui riesce a convincere il suo para-Hallam a fermare la Pompa. Così, mentre noi li supplichiamo di salvarci, è lui che supplica noi di salvarli.

— Ma se noi mostrassimo questo… — cominciò a dire Lamont.

— Direbbero che è un falso, un imbroglio che tu hai architettato per tenere in piedi l’incubo concepito dalla tua mente malata.

— Lo diranno di me, magari, ma non possono dire una cosa del genere di te. Tu mi appoggerai. Potrai testimoniare che il messaggio l’hai ricevuto tu e come.

Bronowski arrossì. — A cosa servirebbe? Diranno che nel para-universo c’è un fissato come te e che Dio li fa e poi li accompagna. Diranno che il messaggio prova semplicemente che l’autorità costituita del para-universo è convinta che non esiste nessun pericolo.

— Mike, stammi al fianco, a lottare.

— Sarebbe del tutto inutile, Pete. Lo hai detto tu, stupidità. I para-uomini saranno anche più progrediti di noi, o più intelligenti se proprio insisti, ma è lampante che sono stupidi come noi, e questo chiude la questione. L’ha detto bene Schiller, e io gli credo.

— Chi l’ha detto?

— Schiller. Un drammaturgo tedesco di tre secoli fa. In una tragedia su Giovanna d’Arco ha scritto: “Contro la stupidità anche gli dei lottano invano”. Cioè, neanche gli dei possono farci niente. Io non sono un dio e sono stufo di lottare. Lascia perdere, Pete, e va’ per la tua strada. Forse il mondo durerà quanto la nostra vita, ma, se non sarà così, non ci possiamo far niente lo stesso. Mi dispiace, Pete. Hai lottato per una causa giusta, ma hai perso, e io sono stufo.

Se ne andò e Lamont restò solo. Rimase seduto sulla sua poltroncina, con le dita che picchiettavano, picchiettavano senza scopo sulla scrivania. E intanto, all’interno del Sole, i protoni si fondevano insieme con una briciola in più di avidità e a ogni istante quest’avidità aumentava di una briciola e sarebbe arrivato il momento in cui il delicato equilibrio si sarebbe spezzato…

— E sulla Terra non ci sarà più nessuno, vivo, per sapere che avevo ragione — gridò Lamont, battendo e ribattendo le palpebre per trattenere le lacrime.


PARTE SECONDA

…Neanche gli dei…

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<p>PARTE SECONDA</p> <p><emphasis>…Neanche gli dei…</emphasis></p>
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Dua aveva potuto allontanarsi dagli altri senza troppi fastidi. Se ne aspettava sempre, invece i guai non arrivavano. Mai guai seri, comunque.

E poi perché avrebbero dovuto arrivare?, avrebbe obiettato Odeen con il suo modo di fare un po’ saccente. — Sta’ qui — avrebbe detto. — Lo sai che Tritt si secca. — Lui non parlava mai delle proprie seccature: i Razionali non s’inalberavano mai per le sciocchezze. Eppure volteggiava su Tritt in continuazione, quasi quanto Tritt volteggiava sui bambini.

Ma poi Odeen la lasciava sempre fare a modo suo, se lei insisteva abbastanza, e intercedeva persino presso Tritt. A volte ammetteva addirittura di essere fiero delle sue capacità, della sua indipendenza… In fondo non era un cattivo sinistride, pensò Dua, con un vago slancio d’affetto.

Tritt era più difficile da trattare e la guardava in un certo modo, tra l’arcigno e l’amareggiato, quando lei era… be’, quando lei era come voleva essere. Boh, i destridi erano fatti così. Per lei Tritt era un destride, ma per i bambini era un Paterno, e questo secondo aspetto della sua personalità era predominante… Il che era un bene, perché lei poteva sempre contare sul fatto che l’uno o l’altro dei bambini avesse bisogno di lui e lo facesse allontanare giusto quando le cose cominciavano a mettersi male.

Con tutto questo, a Dua non importava molto di Tritt: tendeva a ignorarlo, tranne naturalmente che nella fusione. Odeen era un’altra cosa. In principio era stato eccitante: le era bastata la presenza di Odeen perché i suoi contorni brillassero e si dissolvessero. E il fatto che lui fosse un Razionale lo aveva reso ancora più eccitante. Non aveva capito, però, il perché di quella sua reazione: l’aveva considerata parte del suo Garattere strano. Era cresciuta così, strana, e ormai si era abituata alla propria stranezza… quasi.

Dua sospirò.

Da bambina, quando ancora pensava a se stessa come a un individuo, un essere singolo e non la terza parte di una triade, era molto più consapevole di quella diversità. Ed erano soprattutto gli altri a renderla tanto consapevole. Una cosa da niente, come la superficie, la sera al tramonto…

Le era sempre piaciuta la superficie, di sera. Le altre Emotive dicevano che era fredda e triste, e rabbrividivano e si condensavano quando lei gliela descriveva. Erano abbastanza propense a emergere nel pieno calore del mezzodì, per estendersi e nutrirsi, ma era proprio quello che a lei rendeva tanto antipatico il mezzodì. Non le andava di essere nei paraggi di quel mucchio di pettegole pigolanti.

Doveva mangiare anche lei, ovviamente, ma preferiva di gran lunga farlo la sera, quando il cibo scarseggiava, ma tutto era avvolto in una cupa penombra rossa e lei era sola. Naturalmente descriveva la superficie al tramonto più fredda e desolata di quanto fosse, quando ne parlava alle altre, proprio per vederle ispessire i contorni mentre s’immaginavano il gelo… o per lo meno ispessirli di quanto potevano farlo le giovani Emotive. Dopo un po’ si erano messe a bisbigliare sul suo conto, a deriderla e… a lasciarla sola.

Il piccolo sole toccava adesso l’orizzonte e aveva quella segreta tinta rossastra che soltanto lei era là a vedere. Si estese dalle due parti, rafforzando intanto lo spessore dorsoventrale, per assorbire le ultime tracce di calore. Lo centellinò oziosamente, assaporando il gusto lievemente acidulo ma poco sostanzioso delle lunghezze d’onda lunga. (Non aveva mai conosciuto un’altra Emotiva che ammettesse di gradirlo. Ma lei non avrebbe mai detto a nessuno che le piaceva perché lo associava alla libertà: la libertà dagli altri, di quando poteva starsene da sola.)

Persino adesso la solitudine, il gelo e il rosso cupo le riportarono alla mente i giorni lontani, prima della triade, e il ricordo ancora vivissimo del suo Paterno, che sarebbe senz’altro venuto a cercarla, muovendosi in quel suo modo rumoroso e goffo, per l’eterno timore che si facesse male.

Le era stato tanto, tanto affezionato, come lo erano sempre i Paterni: preoccupati e ansiosi per le loro piccole mediane più che per gli altri due. Quell’attaccamento l’aveva disturbata e aveva desiderato moltissimo che arrivasse il giorno in cui lui l’avrebbe lasciata: i Paterni, alla fine, lo fanno sempre. Ma quando lui se n’era andato, un bel giorno, quanto ne aveva sentito la mancanza!

L’aveva cercata per parlarle, con la sollecitudine e l’affetto di sempre, nonostante la difficoltà che i Paterni incontrano quando devono esprimere con le parole i loro sentimenti. E quel giorno lei era corsa via, lontano da lui, non per fargli un dispetto e nemmeno perché avesse immaginato quello che lui aveva da dirle, ma così, soltanto per ridere. A mezzodì era riuscita a scovare un posto speciale e, inaspettatamente sola soletta, aveva fatto una scorpacciata che l’aveva riempita di uno strano, impellente bisogno di movimento e di azione: così si era stesa tutta sopra le rocce lasciando che i suoi margini si sovrapponessero ai loro. Sapeva che era un comportamento indecente, permesso solo ai bambini più piccoli, eppure era eccitante e riposante insieme.

E alla fine il suo Paterno l’aveva trovata ed era rimasto ritto davanti a lei, tacendo a lungo e facendo gli occhi piccoli piccoli e densi, come per fermare ogni minimo sprazzo di luce riflessa da lei, per vedere di lei quanto più poteva e il più a lungo possibile.

Sulle prime, lei aveva semplicemente ricambiato lo sguardo, pensando confusamente che lui l’avesse vista strofinarsi sulle rocce e penetrarle, e che si vergognasse di lei. Ma non aveva captato alcuna aura-di-vergogna e infine si era decisa a mormorare, appena appena: — Cosa c’è, Papà?

— Ecco, Dua, è l’ora. L’aspettavo, e certo l’avrai aspettata anche tu.

— Quale ora? — Adesso che era arrivata, cocciutamente non voleva saperlo. Se si rifiutava di conoscere una cosa, allora non sarebbe esistito niente da conoscere. (Non aveva mai perso quell’abitudine. Odeen diceva che tutte le Emotive sono così, con quel tono di saccente superiorità che usava talvolta, quando si sentiva particolarmente fiero dell’importanza di essere un Razionale.)

Il Paterno aveva risposto: — Devo trapassare. Non sarò più con te. — Poi aveva taciuto e aveva continuato a guardarla, e lei non era stata capace di dire niente.

Lui aveva aggiunto: — Lo dirai tu agli altri.

— Perché? — Dua si era girata, con un moto di ribellione, e i suoi vaghi contorni erano diventati ancora più indistinti, quasi tentasse di dissolversi. Lei voleva dissolversi del tutto, infatti, ma naturalmente non poteva. Dopo un po’ quello stato la rendeva tutta tesa e indolenzita, e così era tornata a condensarsi. Il suo Paterno non si era preso nemmeno la briga di rimproverarla o di dirle che sarebbe stata una vergogna se qualcuno l’avesse vista così estesa. — A loro non importerà — disse allora, per pentirsene subito dopo, perché sapeva che il Paterno ne avrebbe sofferto.

Lui li chiamava ancora “piccolo sinistride” e “piccolo destride”, anche se il piccolo sinistride non faceva altro che studiare e il piccolo destride parlava già di formarsi una triade. Dua era la sola dei tre che ancora provasse… Be’, in fondo lei era la più giovane. Le Emotive erano sempre le più gióvani, e con loro era diverso.

Il suo Paterno si era limitato a dire: — Glielo dirai comunque. — Ed erano rimasti là a fissarsi, tutti e due.

Lei non aveva voglia di dirlo agli altri. Non c’era più confidenza tra loro. Le cose erano state differenti quando tutti erano piccoli. Allora erano sempre insieme, indivisibili: fratello sinistride, fratello destride e sorella mediana. Erano tutti e tre sottilissimi, trasparenti e filiformi, si arrotolavano l’uno dentro l’altro e si fondevano insieme e si nascondevano nei muri.

Nessuno si preoccupava se loro si comportavano così, quando erano piccoli. Nessuno degli adulti, cioè. Ma poi i fratelli erano cresciuti, erano diventati più densi e tanto seri, e si erano allontanati, e quando lei se n’era lamentata con il Paterno, lui aveva risposto: — Ormai sei troppo grande per rarefarti, Dua.

Lei aveva fatto finta di niente, ma quando aveva cercato di giocare ancora, il fratello sinistride le aveva detto: — Non starmi addosso, non ho tempo da perdere con te. — E il fratello destride aveva cominciato a rimanere quasi sempre denso, ed era diventato cupo e silenzioso. Lei, allora, non aveva capito il perché e Papà non era stato capace di spiegarglielo. Le aveva ripetuto, di tanto in tanto, come se fosse una lezione imparata molto tempo prima: — I sinistridi sono Razionali, Dua, e i destridi sono Paterni. E crescono a modo loro.

Quel loro modo a lei non era piaciuto. I suoi fratelli non erano più bambini, mentre lei lo era ancora, perciò si era aggregata alle altre Emotive. E tutte avevano da fare le stesse lamentele contro i fratelli. Parlavano tutte di quando avrebbero formato una triade. Si estendevano tutte al sole per mangiare. Crescevano tutte e tutte allo stesso modo, e ogni giorno dicevano sempre le stesse cose.

Lei aveva finito col non sopportarle più e, ogni volta che aveva potuto, se n’era stata per conto suo, tanto che loro l’avevano lasciata perdere, chiamandola “Emo-Sinistride”. (Era da un pezzo, ormai, che nessuno la chiamava più così, ma Dua non poteva pensare a quell’epiteto senza ricordare le vocette canzonatorie che glielo gridavano dietro, con insistenza maliziosa, sapendo di farla soffrire.)

Ma il suo Paterno era sempre rimasto affezionato a lei, anche se doveva aver capito che tutte le altre la prendevano in giro. Anzi aveva cercato, nel suo modo goffo, di difenderla dalle altre. Qualche volta l’aveva persino seguita in superficie, e sì che non gli piaceva per niente andarci, solo per accertarsi che non le succedesse niente.

Una volta si era imbattuta in lui mentre era in compagnia di un Duro. Non era facile per i Paterni parlare a un Duro, e lei, sebbene ancora bambina, lo sapeva. I Duri parlavano solo con i Razionali.

Si era spaventata e si era rarefatta per scappare via, ma aveva fatto in tempo a sentire il Paterno che diceva: — Mi prendo cura di lei, Duro signore.

Possibile che il Duro avesse chiesto proprio di lei? Forse voleva sapere della sua stranezza? Ma il Paterno non aveva parlato in tono di scusa. Aveva solo detto al Duro quanto lei gli stesse a cuore, e per questo Dua aveva provato un oscuro senso d’orgoglio.

Ma poi era venuto il momento in cui il Paterno stava per lasciarla e tutt’a un tratto l’indipendenza che lei tanto agognava aveva perso tutto il suo fascino, trasformandosi in un dirupo aguzzo di solitudine. Gli aveva chiesto: — Ma perché devi trapassare?

— Devo, mia piccola cara mediana.

Doveva. Lei lo sapeva. Tutti, prima o poi, dovevano trapassare. Anche per lei sarebbe giunto il giorno in cui avrebbe detto, con un sospiro: “Devo”.

— Ma come fai a sapere quando è il momento di trapassare? Se puoi sceglierlo, perché non scegli un altro momento e non resti ancora un poco?

Lui aveva risposto: — Il tuo padre sinistride ha deciso. La triade deve fare quello che dice lui.

— Perché devi fare quello che dice lui? — Vedeva pochissimo sia il suo padre sinistride che la sua mamma mediana. Per lei non contavano niente. Contava solo suo padre destride, il Paterno, il suo papà, che stava adesso davanti a lei, basso, tozzo e con le superna piane. Non era tutto curve lisce come un Razionale né aveva la forma fluttuante e irregolare di un’Emotiva, e lei sapeva sempre in anticipo quello che stava per dirle. Quasi sempre.

Era sicura che adesso le avrebbe detto: — Non posso spiegarlo a una piccola Emotiva.

Ed era stato quello che le aveva detto.

In un impeto di sofferenza Dua aveva allora esclamato: — Mi mancherai molto! So che credi che non ti ascolto e non ti voglio bene, perché mi dici sempre che non devo fare questo e quello! Ma preferisco non volerti bene perché mi dici sempre le stesse cose noiose, piuttosto che non averti più vicino a dirmi di non fare questo e quello!

E il Papà era rimasto lì, fermo e silenzioso. Non poteva fare niente per calmare quello sfogo tranne che avvicinarsi e sporgere una mano. Ed era quello che aveva fatto. Gli era costato uno sforzo visibile, ma aveva allungato una mano tremante, i cui contorni erano persino diventati lievemente vaghi.

— Oh, papà! — aveva esclamato Dua, e a sua volta aveva esteso la mano sopra quella di lui, avvolgendola, così che era parsa annebbiata e luccicante attraverso la sostanza di lei. Era stata però molto attenta a non toccarla per non mettere troppo in imbarazzo il Paterno.

Poi, ritraendo la mano in modo che quella di lei si era ritrovata ad avvolgere il nulla, lui aveva detto: — Ricorda i Duri, Dua. Ti aiuteranno. Io… io devo andare adesso.

E si era allontanato, e lei non lo aveva rivisto mai più.

Adesso era là seduta nel tramonto del Sole con i suoi ricordi, pur sapendo benissimo che di lì a poco Tritt avrebbe cominciato a lamentarsi con petulanza per la sua assenza e a seccare Odeen.

E poi forse Odeen le avrebbe fatto la predica sui suoi doveri.

Lei se ne infischiava.

<p>1b</p>

Odeen era solo moderatamente consapevole del fatto che Dua era fuori, in superficie. Senza nemmeno concentrarsi, poteva valutare in che direzione si trovasse e persino la distanza approssimativa. Se avesse smesso di pensarci, ne avrebbe probabilmente provato dispiacere, perché, da quel senso di reciproca consapevolezza che andava via via affievolendosi col tempo, benché non molto sicuro del motivo, lui ricavava un senso di raggiunta completezza. Era così che si pensava andassero le cose: quello era il segno del progressivo sviluppo del corpo con l’età.

Il senso di reciproca consapevolezza di Tritt, invece, non era diminuito, solo si era sempre più spostato verso i bambini. Quella era chiaramente la linea di sviluppo più utile, ma del resto il ruolo del Paterno era un ruolo semplice, in un certo senso, anche se importante. Il Razionale era molto più complesso e, a quel pensiero, Odeen provò un senso di vuota soddisfazione.

Ovviamente il vero rompicapo era Dua. Era talmente diversa dalle altre Emotive! Il suo comportamento sconcertava e deludeva Tritt, riducendolo a un mutismo persino più accentuato del solito. Sconcertava e deludeva anche Odeen, a volte, ma lui capiva altresì quanto fosse infinita in Dua la capacità di rendere piena e soddisfacente la vita, e gli pareva molto probabile che le due cose fossero collegate. L’occasionale esasperazione che Dua causava con il suo comportamento era più che ripagata dall’intensa felicità che sapeva dare.

E, forse, anche lo strano modo di vivere di Dua rientrava nell’ordine naturale delle cose. Pareva che i Duri provassero interesse nei suoi riguardi, mentre di regola prestavano attenzione solo ai Razionali. Il fatto rendeva Odeen orgoglioso: era un onore per la triade che anche l’Emotiva fosse degna di attenzione.

Le cose erano come si pensava che fossero. Questo era il fondamento, ed era ciò che lui desiderava più di tutto sentire, da quel momento fino alla fine. Un giorno o l’altro avrebbe addirittura saputo che era giunta l’ora di trapassare, e allora avrebbe voluto trapassare. I Duri l’avevano rassicurato su questo punto, come facevano con tutti i Razionali, ma avevano anche aggiunto che sarebbe stata la sua consapevolezza interiore a indicargli l’ora in maniera inequivocabile, e non un avvertimento proveniente dall’esterno.

— Quando tu dirai a te stesso — gli aveva spiegato Losten in quel caratteristico modo chiaro e preciso con cui i Duri parlavano sempre ai Morbidi, come se si sforzassero di farsi capire — che sai perché devi trapassare, allora trapasserai, e la tua triade trapasserà con te.

Odeen aveva replicato: — Non posso dire di voler trapassare adesso, Duro signore. C’è ancora tanto da imparare!

— Certo, sinistride caro. Senti e pensi così, adesso, perché non sei ancora pronto.

Odeen aveva pensato: “Come farò a sentirmi pronto, se non vorrei mai pensare che non c’è più niente da imparare?”.

Ma non aveva detto niente. Era sicurissimo che, quando fosse giunta l’ora, avrebbe capito.

Si guardò per studiarsi, quasi soprappensiero, e per farlo estruse un occhio (esisteva sempre qualche impulso infantile persino nel più adulto e razionale dei Razionali). Non era un gesto necessario, naturalmente: era in grado di sentirsi benissimo, anche tenendo l’occhio fisso al suo posto. Comunque, si trovava solido in modo soddisfacente: un bel contorno netto, liscio e curvo che formava ovoidi elegantemente congiunti.

Il suo corpo non aveva lo scintillio stranamente attraente di Dua, né la confortante, compatta inerzia di Tritt. Li amava tutti e due, ma non avrebbe voluto scambiare il suo corpo con quello di nessuno dei due. Tantomeno la mente, è ovvio. Non si sarebbe mai sognato di dir loro una cosa del genere, naturalmente, perché non voleva ferire i loro sentimenti, ma non avrebbe mai smesso di essere felicissimo di non possedere la limitata intelligenza di Tritt o (peggio ancora) quella errabonda di Dua. Immaginava però che a loro non importasse, dal momento che non conoscevano altro.

Il senso di consapevolezza di Dua riaffiorò in lui, ma lo ignorò deliberatamente. In quel momento non provava nessun bisogno di lei. Non che la desiderasse meno, solo che aveva altri interessi in costante accrescimento, rivolti in altre direzioni. Man mano che si avvicinava alla maturità, un Razionale traeva sempre maggior soddisfazione nell’esercitare la mente, cosa che poteva fare soltanto da solo, e con i Duri.

Odeen andava sempre più abituandosi ai Duri e sempre più affezionandosi a loro. Sentiva anche che era una cosa giusta e normale, perché lui era un Razionale e in un certo senso i Duri erano dei super-Razionali. (Una volta aveva espresso questa sua idea a Losten, il più cordiale e, secondo la sua impressione, il più giovane dei Duri. Losten aveva irradiato divertimento, ma non aveva fatto commenti. E ciò significava, tra l’altro, che non l’aveva smentito).

Anche nei suoi ricordi infantili più lontani i Duri erano presenti. Era stato quando il suo Paterno aveva concentrato ogni giorno di più la propria attenzione sull’ultimo nato, la piccola Emotiva. Questo era naturale. Anche Tritt avrebbe fatto lo stesso, appena l’ultima bambina fosse arrivata… se mai fosse arrivata. (Quest’ultima precisazione Odeen la ricavava da Tritt, che se ne serviva di continuo come rimprovero per Dua.)

Tanto meglio, comunque. Con il Paterno sempre così occupato, Odeen aveva potuto iniziare prestissimo la propria educazione. Aveva abbandonato per tempo il suo comportamento infantile e aveva imparato un mucchio di cose ancor prima d’incontrare Tritt.

Quell’incontro, tuttavia, era un avvenimento che sicuramente non avrebbe mai dimenticato. Era come se fosse successo il giorno precedente, non mezza vita prima! Logicamente aveva già visto Paterni della sua stessa generazione: erano giovani i quali, molto prima d’incubare i bambini che li avrebbero resi Paterni effettivi, mostravano pochi segni della futura stolidità. Da bambino lui aveva giocato con suo fratello destride senza quasi rendersi conto della differenza intellettiva che esisteva tra loro (sebbene, ripensando a quei giorni lontani, riconoscesse che una differenza c’era anche allora).

Conosceva anche, seppure vagamente, il ruolo che sosteneva il Paterno in una triade. Persino da piccolo aveva sentito bisbigliare storie sulla fusione!

Ma quando Tritt era comparso, quando lui, Odeen, lo aveva visto per la prima volta, tutto era cambiato. Per la prima volta in vita sua aveva provato un gran caldo interiore e aveva pensato che esisteva al mondo qualcosa di molto diverso dal pensiero, che però lui desiderava con tutte le sue forze. Ancora adesso ricordava il senso d’imbarazzo che aveva accompagnato l’incontro.

Tritt, logicamente, non aveva provato il minimo imbarazzo. I Paterni non erano mai imbarazzati quando si trattava delle attività della triade, e le Emotive non provavano imbarazzo in assoluto, o quasi. Soltanto i Razionali avevano quel problema.

— Pensi troppo — aveva detto un Duro, quando Odeen gli aveva parlato del problema in questione, ma la spiegazione lo aveva lasciato insoddisfatto. In che senso il pensare poteva essere “troppo”?

Tritt era molto giovane al momento dell’incontro, logicamente. Era talmente infantile da essere ancora incerto circa la sua solida forma squadrata, per cui la sua reazione era stata chiara in modo imbarazzante: era diventato quasi traslucido ai margini.

Odeen aveva detto, con una certa esitazione: — Non ti ho già visto prima, amico destride?

— Non sono mai stato qui — aveva risposto Tritt. — Mi ci hanno portato adesso.

Tutti e due sapevano esattamente quello che era successo a entrambi. L’incontro era stato combinato perché qualcuno (un Paterno, aveva creduto Odeen allora, ma in seguito aveva saputo che era stato un Duro) aveva pensato che loro due fossero adatti l’uno all’altro, e il pensiero era poi risultato esatto.

Fra loro non intercorreva alcun rapporto intellettuale, ovviamente. E come sarebbe stato possibile, se Odeen desiderava imparare con un’intensità superiore a qualsiasi cosa, tranne l’esistenza della triade stessa, mentre Tritt non conosceva nemmeno il concetto di istruzione? Quello che Tritt doveva sapere, lo sapeva in modo del tutto indipendente dall’istruzione o dalla non istruzione.

Talvolta (in quel primo periodo trascorso insieme) Odeen, trascinato dall’eccitazione per le nuove nozioni imparate — per le sue scoperte circa il mondo e il Sole, circa la storia e il meccanismo della vita, circa tutto quello che c’era in giro per l’universo — si ritrovava a riversarle su Tritt.

E Tritt lo stava ad ascoltare placido, senza capire niente, ma lieto di essere l’ascoltatore, mentre Odeen, pur non tra smettendogli niente, era chiaramente altrettanto contento di essere il conferenziere.

Era stato Tritt, spinto dai suoi istinti particolari, a fare la prima mossa. Odeen stava parlando di quello che aveva imparato quel giorno, nel breve intervallo dopo il pasto di mezzodì. (La loro sostanza più densa assorbiva il cibo così rapidamente che per sentirsi sazi bastava una passeggiata al sole, mentre le Emotive ci si crogiolavano per ore ogni volta, arricciandosi e rarefacendosi, come se prolungassero volontariamente quel compito noioso.)

Odeen, che aveva sempre ignorato le Emotive, era felice solo di parlare. Non così Tritt, che giorno dopo giorno le guardava in silenzio, e ormai era diventato visibilmente irrequieto.

A un tratto gli si era avvicinato e aveva estruso un’appendice talmente in fretta da urtare in modo alquanto sgradevole il senso della forma di Odeen. Poi l’aveva posata su quella parte dell’ovoide superiore di Odeen in cui un lieve scintillio stava facendo penetrare un piacevole soffio di aria tiepida, come dessert. L’appendice di Tritt si era rarefatta a prezzo di un visibile sforzo ed era affondata sotto la superficie dell’epidermide di Odeen prima che lui si scansasse, tremendamente imbarazzato.

Da bambino Odeen aveva fatto cose simili, naturalmente, ma non più, da quando era diventato adolescente. — Non farlo, Tritt. — aveva detto bruscamente.

L’appendice di Tritt era rimasta dov’era, muovendosi un poco a tentoni. — Voglio farlo.

Odeen si era irrigidito, addensandosi più che poteva, per cercare di rafforzare la superficie contro l’intrusione. — Io non voglio.

— Perché no? — aveva chiesto Tritt, allarmato. — Non c’è niente di male.

Odeen aveva detto la prima cosa che gli era venuta in mente: — Fa male. — (Non era vero, per lo meno non fisicamente. Ma i Duri evitavano sempre il contatto con i Morbidi. Loro soffrivano se per caso avveniva un’interpenetrazione, ma erano strutturati diversamente dai Morbidi, del tutto diversamente.)

Tritt non si era lasciato ingannare. Il suo istinto, a quel proposito, era infallibile. Aveva detto: — Non fa male.

— Be’, così non è la maniera giusta. Abbiamo bisogno di un’Emotiva.

E Tritt non aveva fatto altro che insistere, testardo: — Io voglio farlo comunque.

Era una cosa destinata a ripetersi, e Odeen era obbligato a cedere. Aveva sempre ceduto, infatti, perché era qualcosa che capitava anche al Razionale più consapevole di sé. Come diceva il proverbio, “Chi non ammette di farlo, mente”.

Dopo di allora, a ogni incontro Tritt era pronto a farlo: se non estrudeva un’appendice, gli si appiccicava, margine contro margine. Finì che Odeen, travolto dal piacere, cominciò a collaborare cercando di risplendere. In questo riusciva molto meglio di Tritt. Il povero Tritt, infinitamente più ardente, se ne aveva a male e si sforzava, ma riusciva solo a emettere qua e là deboli scintille, a chiazze e senza grazia.

Odeen, invece, diventava traslucido in tutta la superficie e vinceva l’imbarazzo in modo da rifluire e modellarsi contro Tritt. Ne derivava una penetrazione profonda e Odeen arrivava a percepire sotto la propria pelle il pulsare della dura superficie di Tritt. Ne ricavava una gioia venata da un senso di colpa.

Quando era tutto finito, il più delle volte Tritt era stanco e un po’ irritato.

— Senti, Tritt — diceva Odeen — ti ho pur detto che abbiamo bisogno di un’Emotiva per farlo come si deve. Non puoi arrabbiarti per qualcosa che è così e basta.

E Tritt ribatteva: — Allora troviamo un’Emotiva!

Trovare un’Emotiva! I semplici impulsi di Tritt lo conducevano immediatamente all’azione, e Odeen non era sicuro di potergli far capire le complessità della vita. — Non è così semplice, destroide — aveva tentato, con gentilezza.

Tritt era sbottato: — Possono farlo i Duri. Tu sei loro amico. Chiedilo a loro.

Odeen era inorridito. — Non posso chiederglielo! Non è ancora giunto il momento — aveva continuato, assumendo involontariamente il suo tono di conferenziere, — altrimenti lo saprei per certo. Fino a quel momento…

Tritt non lo aveva nemmeno ascoltato. Aveva detto: — Lo chiederò io!

— No! — aveva esclamato Odeen, ancor più inorridito. — Non devi entrarci. Ti dico che non è ancora il momento. Io devo pensare alla mia istruzione. È facile essere un Paterno e non dover sapere altro che…

Si era pentito di quelle parole nell’istante in cui le aveva pronunciate, tanto più che erano una bugia. La verità era che non voleva fare niente che potesse offendere i Duri e intralciasse i suoi vantaggiosi rapporti con loro. Tritt, però, non se l’era presa, e Odeen si era reso conto che l’altro non vedeva l’utilità di imparare cose che non sapeva già, e che la sua constatazione non lo aveva offeso.

Il problema dell’Emotiva, comunque, era stato oggetto di costanti discussioni. Ogni tanto tentavano un’interpenetrazione, dato che in effetti il desiderio diventava sempre più forte con il passare del tempo. Ma i risultati, sebbene piacevoli, non erano mai del tutto soddisfacenti, e ogni volta Tritt ripeteva la sua richiesta di un’Emotiva. E ogni volta Odeen s’immergeva sempre più negli studi, come se fossero una difesa contro il problema.

Eppure, sovente era stato tentato di parlarne a Losten.

Losten era il Duro che conosceva meglio e quello che dimostrava un più spiccato interesse personale verso di lui. Nei Duri c’era una univocità perenne e statica, perché non erano mutevoli: i Duri non cambiavano mai e la loro forma era fissa. I loro occhi erano sempre nello stesso posto, e tutti li avevano nello stesso posto. La loro pelle non era esattamente dura, ma era sempre opaca: non brillava mai, non era mai fluttuante e vaga, e non era interpenetrabile nemmeno dall’epidermide di un altro della stessa specie. Non erano di dimensioni molto più grandi dei Morbidi, in particolare, ma erano più pesanti. Erano fatti di una sostanza più densa e dovevano fare attenzione con i cedevoli tessuti dei Morbidi.

Una volta, quando era piccolo, molto piccolo, e il suo corpo era ancora fluttuante quasi quanto quello della sorella, Odeen era stato avvicinato da un Duro. Non aveva mai saputo quale, ma in seguito, vivendo, aveva imparato che tutti i Duri provavano curiosità per i bambini Razionali. Odeen si era proteso verso il Duro, anche lui per pura curiosità, e il Duro era prontamente indietreggiato. Più tardi il Paterno lo aveva sgridato per aver tentato di toccare un Duro.

Il rimprovero era stato così aspro che Odeen non l’aveva mai dimenticato. Crescendo, aveva appreso che gli atomi più ravvicinati dei tessuti dei Duri sentivano dolore a una penetrazione forzata da parte di altri. Odeen si era chiesto se anche i Morbidi sentissero dolore. Un bambino Razionale una volta gli aveva raccontato di essersi scontrato con un Duro: il Duro si era piegato in due, ma lui non aveva sentito niente. Però Odeen non era proprio sicuro che quel racconto non fosse solo una grossa millanteria.

C’erano altre cose che gli erano vietate. Gli piaceva strofinarsi contro le pareti della caverna: si ricavava una piacevole sensazione di calore, quando uno si lasciava penetrare nella roccia. I bambini piccoli lo facevano sempre, ma diventava più difficile riuscirci man mano che si cresceva. Eppure, lui era ancora in grado di penetrare in profondità e gli piaceva, quando un giorno il Paterno lo aveva colto sul fatto e lo aveva rimproverato. Odeen aveva ribattuto che sua sorella lo faceva sempre: l’aveva vista lui.

— È diverso — era stata la risposta del Paterno. — Lei è un’Emotiva.

Un’altra volta, mentre Odeen stava assorbendo una registrazione — era ormai grandicello — soprappensiero aveva formato un paio di estrusioni con le estremità così sottili che una poteva penetrare nell’altra. Poi aveva preso l’abitudine di farlo regolarmente, quando ascoltava. Provava una sensazione di solletico, molto piacevole, che gli rendeva più facile l’ascolto e gli consentiva di dormire meglio, dopo.

Ma anche allora il suo Paterno lo aveva colto sul fatto e quello che gli aveva detto metteva ancora a disagio Odeen, quando ci ripensava.

Nessuno, in quei tempi, gli aveva parlato chiaramente della fusione. Lo imbottivano di nozioni e lo istruivano su ogni possibile argomento, tranne che su quello che era o riguardava la triade. Anche a Tritt non avevano mai detto niente, ma lui, essendo un Paterno, sapeva tutto per istinto. Logicamente, quando alla fine era arrivata Dua, tutto era stato chiaro, anche se pareva che lei ne sapesse anche meno di Odeen, in proposito.

Ma Dua non si era unita a loro per qualcosa che avesse fatto Odeen. Era stato Tritt a intavolare la questione; Tritt che di solito aveva paura dei Duri e li evitava in silenzio; Tritt che non possedeva, come Odeen, alcuna fiducia in sé stesso, salvo che per quello; Tritt che era esigente soltanto a quel proposito; Tritt… Tritt… Tritt…

Odeen sospirò. Tritt stava invadendo i suoi pensieri perché stava avvicinandosi. Lo sentiva benissimo: ruvido, esigente, sempre esigente. In questo periodo Odeen aveva pochissimo tempo per sé, e proprio quando sentiva di aver più che mai bisogno di pensare, di mettere ordine in tutti i pensieri che…

— Sì, Tritt? — disse.

<p>1c</p>

Tritt era consapevole della sua compatta solidità. Non pensava che fosse brutta. Non ci pensava e basta. Se l’avesse fatto, l’avrebbe considerata bella. Il suo corpo era progettato per uno scopo ed era stato progettato bene.

Chiese: — Odeen, dov’è Dua?

— Fuori, da qualche parte — borbottò Odeen, come se non se ne curasse. Tritt, invece, era preoccupato di avere una triade così poco completa. Dua era così difficile, e Odeen non se ne curava.

— Perché l’hai lasciata andare?

— Come faccio a impedirglielo, Tritt? E che male fa, poi?

— Tu lo sai che male fa. Abbiamo due bambini. Ci occorre il terzo. È così difficile fare un bambino mediano di questi tempi. Dua dovrebbe nutrirsi bene per poterlo fare. Invece se ne va in giro al tramonto un’altra volta. Come può nutrirsi a dovere, al tramonto?

— Ma lei non è proprio una mangiona.

— E noi non abbiamo proprio una piccola mediana, Odeen. — La voce di Tritt diventò carezzevole. — Come faccio ad amarti come si deve, senza Dua?

— Insomma, andiamo… — borbottò Odeen, e una volta di più Tritt si sentì perplesso per l’evidente imbarazzo del compagno di fronte alla più semplice delle realtà.

Disse allora: — Ricordati, sono stato io a farci avere Dua.

Ma Odeen se lo ricordava? Pensava mai alla triade e a quello che significava? A volte Tritt si sentiva così avvilito che avrebbe potuto… avrebbe potuto… In realtà non sapeva cosa fare, ma sapeva di sentirsi avvilito. Come in quei giorni lontani in cui lui desiderava tanto un’Emotiva e Odeen non faceva niente.

Tritt sapeva di non avere il bernoccolo per le frasi lunghe ed elaborate. Ma, se anche non parlavano molto, i Paterni pensavano. E pensavano a cose importanti. Odeen parlava sempre di atomi e di energia. Ma a chi importava degli atomi e dell’energia? Tritt pensava alla triade e ai bambini.

Una volta Odeen gli aveva detto che il numero dei Morbidi stava gradatamente calando. Se ne preoccupava, forse? Se ne preoccupavano i Duri? Chi se ne preoccupava, a parte i Paterni?

In tutto il mondo c’erano solo due forme viventi, i Morbidi e i Duri. E il cibo scendeva scintillante su di loro.

E Odeen una volta gli aveva detto che il Sole stava diventando più freddo. C’era meno cibo, aveva detto, e perciò c’era meno gente. Tritt non ci credeva. Il Sole non era più freddo di quando lui era piccolo. Era solo la gente che non voleva più preoccuparsi della triade. Troppi Razionali sempre assorti, troppe Emotive sempre sciocche.

Quello che i Morbidi dovevano fare era concentrarsi sulle cose importanti della vita. Lui, Tritt, lo faceva. Era lui che si curava delle faccende della triade. Così era arrivato il bambino sinistride e poi il bambino destride. E tutti e due stavano crescendo belli e floridi. Però, dovevano ancora avere la bambina mediana. Era la più difficile da iniziare, ma senza una bambina mediana non ci sarebbe stata una nuova triade.

Che cosa rendeva Dua così com’era? Era sempre stata difficile, ma col tempo era anche peggiorata.

Tritt provava una strana collera nei riguardi di Odeen. Odeen parlava sempre con quei suoi paroloni difficili, e Dua lo stava ad ascoltare. Odeen avrebbe parlato a Dua all’infinito, nemmeno fossero stati due Razionali. Quello non era un bene per la triade.

Odeen avrebbe dovuto saperlo.

Invece, era sempre Tritt che doveva preoccuparsene. Era sempre Tritt che doveva fare quello che andava fatto. Odeen era amico dei Duri, eppure non gli diceva niente. Come quando loro due avevano bisogno di un’Emotiva, eppure Odeen non gli aveva detto niente. Odeen gli parlava dell’energia e non delle necessità della triade.

Era stato Tritt a far cambiare le cose in loro favore. Provava ancora orgoglio a ripensarci. Aveva visto Odeen che parlava a un Duro e si era avvicinato. Senza neanche un tremito nella voce li aveva interrotti e aveva detto: — Abbiamo bisogno di un’Emotiva.

Il Duro si era girato a guardarlo. Tritt non era mai stato tanto vicino a un Duro. Era fatto di un pezzo solo e, se una parte di lui si voltava, dovevano voltarsi anche tutte le altre parti. Aveva delle estrusioni che potevano muoversi per conto loro, ma non cambiavano mai forma. Non fluttuavano mai ed erano irregolari e poco eleganti. Ai Duri non piaceva essere toccati.

Il Duro aveva detto: — È vero, Odeen? — Non aveva nemmeno parlato a Tritt.

Odeen si era appiattito. Si era appiattito vicinissimo a terra, più piatto di così Tritt non lo aveva mai visto. Aveva detto: — Il mio congiunto destride è troppo zelante. Il mio congiunto destride è… è… — Aveva balbettato, ansimato e non era più stato capace di parlare.

Tritt poteva parlare e aveva detto: — Non possiamo fonderci senza.

Tritt sapeva che Odeen era talmente imbarazzato da non riuscire a parlare, ma non se ne curava. Era ora di avere un’Emotiva.

— Be’, sinistro caro — aveva detto il Duro a Odeen, — sei dello stesso parere sulla questione? — I Duri parlavano come i Morbidi, ma con voce più aspra e con pochi toni acuti. Era difficile seguirli. Tritt lo trovava difficile, a ogni modo. Odeen, invece, sembrava che ci fosse abituato.

— Sì — aveva detto Odeen, alla fine.

Il Duro si era allora — finalmente! — rivolto a Tritt. — Dimmi, giovane destride. Da quanto tempo tu e Odeen siete insieme?

— Da abbastanza tempo da meritarci un’Emotiva — aveva detto Tritt. Aveva mantenuto la sua forma ben salda agli spigoli. Non voleva lasciarsi andare per la paura. Era una cosa troppo importante. Aveva aggiunto: — E il mio nome è Tritt. Il Duro era sembrato divertito. — Sì, è stata una buona scelta. Tu e Odeen andate benissimo insieme, ma ciò rende difficile la scelta di un’Emotiva. Abbiamo quasi deciso o, quanto meno, io ho preso da tempo la mia decisione, ma gli altri devono ancora convincersi. Sii paziente, Tritt.

— Sono stufo di pazienza.

— Lo so, ma cerca comunque di essere paziente. — Era di nuovo divertito, quel Duro.

Dopo che se n’era andato, Odeen si era sollevato da terra e si era rarefatto con fare iroso. — Come hai avuto il coraggio di fare una cosa del genere, Tritt? Lo sai chi era?

— Era un Duro.

— Era Losten. È il mio insegnante particolare. Io non voglio che si arrabbi con me.

— Perché dovrebbe arrabbiarsi? Sono stato gentile.

— Be’, non importa. — Odeen aveva pian piano ripreso la sua forma normale. Questo voleva dire che non era più arrabbiato. (Tritt se n’era sentito sollevato, anche se aveva cercato di non mostrarlo.) — È molto imbarazzante che il mio taciturno destride spunti dal nulla per parlare al mio Duro.

— Perché non l’hai fatto tu, allora?

— Ogni cosa va fatta a tempo debito.

— Ma non è mai il tempo debito per te!

Ma poi si erano strofinati superficie contro superficie e avevano smesso di discutere. E poco tempo dopo Dua era arrivata.

Era stato Losten a condurla. Tritt non lo aveva neanche riconosciuto: lui non aveva guardato il Duro, aveva guardato Dua. Solo Dua. Ma in seguito Odeen gli aveva detto che era stato Losten a portarla.

— Hai visto? — gli aveva detto Tritt. — Sono stato io a parlargli. Ecco perché l’ha portata.

— No, era il momento giusto — aveva detto Odeen. — L’avrebbe portata anche se nessuno di noi due gliene avesse parlato.

Tritt non gli aveva creduto. Lui era sicurissimo che fosse tutto merito suo se Dua adesso era con loro.

Certamente non c’era mai stato al mondo nessuno come Dua. Tritt aveva visto molte Emotive. Erano tutte molto attraenti. Lui ne avrebbe accettata una qualsiasi per una fusione come si deve. Ma, quando aveva visto Dua, aveva capito che nessun’altra sarebbe andata bene. Solo Dua. Solo Dua.

E Dua sapeva esattamente cosa fare. Esattamente. Nessuno le aveva mai mostrato come fare, aveva detto loro in seguito. Nessuno gliene aveva mai neanche parlato. Nemmeno le altre Emotive, dal momento che lei le evitava.

Eppure, quando si erano trovati tutti e tre insieme, ciascuno sapeva cosa fare.

Dua si era rarefatta. Tritt non aveva mai visto una persona rarefarsi a quel modo. Si era rarefatta più di quanto Tritt avrebbe creduto possibile. Era diventata una specie di fumo con tanti colori, che riempiva la stanza e lo abbagliava. Si era mosso senza rendersi conto che stava muovendosi. Si era immerso in quell’aria che era Dua.

Non aveva provato nessuna sensazione di penetrazione, niente del tutto. Non aveva sentito resistenza, né attrito. Era stato semplicemente un galleggiare verso l’interno e un palpitare rapido. Poi aveva sentito di andare rarefacendosi, in accordo, senza il tremendo sforzo che gli costava di solito. Con Dua che lo completava, avrebbe potuto rarefarsi senza fatica fino a essere un fumo denso lui stesso. Rarefarsi era diventato come fluttuare, come un’enorme onda liscia.

Molto vagamente aveva visto Odeen avvicinarsi dall’altra parte, alla sinistra di Dua. E anche lui si stava rarefacendo.

Poi, come se tutte le scosse da contatto di tutto il mondo si fossero unite insieme, lui e Odeen si erano toccati. Ma non era stata per niente una scossa. Lui sentiva senza sentire, sapeva senza sapere. Era scivolato dentro Odeen e Odeen era scivolato dentro di lui. Non avrebbe potuto dire se era lui ad avvolgere Odeen, oppure Odeen ad avvolgere lui, o tutti e due insieme, o nessuno dei due.

Era soltanto… puro piacere.

Mentre l’intensità del piacere aumentava, i sensi si erano attutiti, e quando aveva raggiunto il punto in cui aveva creduto di non farcela più, i sensi erano svaniti tutti di colpo.

Alla fine si erano separati e si erano fissati in silenzio l’un l’altro. Erano rimasti fusi insieme per giorni e giorni. Naturalmente la fusione porta sempre via del tempo e, quanto meglio riesce, tanto più tempo dura. Eppure, quando è finita, tutto quel tempo sembra solo un istante e non si ricorda niente di niente. Così era successo alla loro triade. In seguito, però, raramente una fusione era durata tanto a lungo quanto quella prima volta.

Odeen aveva detto: — È stato meraviglioso.

Tritt, lui, aveva guardato Dua, che aveva reso possibile quella meraviglia.

Dua stava condensandosi, roteava su se stessa e tremolava tutta. Pareva la più sconvolta dei tre.

— Lo faremo ancora — aveva detto frettolosamente. — Ma più tardi, più tardi. Lasciate che vada, adesso.

Era scappata via e loro non l’avevano fermata. Erano troppo turbati per fermarla. Ed era sempre andata a quel modo, dopo. Subito dopo una fusione Dua scappava lontano. Non importava quanto bene fosse riuscita, lei si allontanava. Doveva avere qualcosa dentro di lei che la obbligava a starsene da sola.

Tritt se n’era preoccupato. In tutte le cose che contavano lei era differente dalle altre Emotive. Ma non avrebbe dovuto esserlo.

Odeen la pensava in modo diverso. Più di una volta aveva detto: — Perché non la lasci stare, Tritt? Lei non è uguale alle altre e questo significa che è migliore delle altre. Fondersi non sarebbe così bello, se lei fosse uguale alle altre. Tu vuoi i vantaggi senza dar niente in cambio?

Quella spiegazione Tritt non l’aveva mai capita bene. Lui sapeva solo che Dua doveva fare quello che andava fatto. Rispondeva: — Io voglio che lei faccia quello che è giusto.

— Lo so, Tritt, lo so. Ma lasciala stare da sola, ad ogni modo.

Odeen non aveva mai voluto che Tritt rimproverasse Dua per il suo strano modo di fare, anche se lui, invece, la rimproverava spesso. — Tu manchi di tatto, Tritt — gli diceva. Tritt, lui, non sapeva bene cos’era quel “tatto”.

E adesso… Era passato tantissimo tempo da quella prima fusione e ancora non avevano la piccola Emotiva. Quanto tempo ci sarebbe voluto? Ne era già passato fin troppo! E Dua, neanche a farlo apposta, se ne stava per conto suo sempre più spesso.

Tritt disse: — Dua non mangia abbastanza.

— A tempo debito… — cominciò Odeen.

— Tu parli sempre di tempo debito e di tempo non debito. Non hai mai trovato il tempo di avere Dua, tanto per cominciare. E adesso non trovi mai il tempo di avere la nostra bambina Emotiva. Dua dovrebbe…

Ma Odeen si allontanò. Disse solo: — Dua è là fuori, Tritt. Se vuoi andare fuori a prenderla, come se fossi il suo Paterno invece che il suo congiunto destride, fa’ pure. Ma io ti dico ancora: lasciala stare.

Tritt fece marcia indietro. Avrebbe avuto un mucchio di cose da dire, ma non sapeva come dirle.

<p>2a</p>

In maniera remota e indistinta Dua percepì l’agitazione del suo sinistride nei suoi riguardi e il suo spirito di ribellione aumentò.

Se l’uno o l’altro, o tutti e due, fossero andati a prenderla, sarebbe finita con una fusione, e la sola idea la mandava su tutte le furie. Tritt non pensava che a quello, a parte i bambini; Tritt voleva solo quello, a parte il terzo e ultimo bambino; insomma, tutto quanto girava intorno ai bambini e a quello che ancora mancava. E, quando Tritt voleva una fusione, la otteneva.

Con la sua testardaggine Tritt dominava la triade. Si aggrappava alla sua semplice e unica idea e non mollava, finché Odeen e Dua erano costretti a cedere. Eppure, adesso lei non avrebbe ceduto. No, lei non avrebbe ceduto…

Non per questo si sentiva sleale nei loro confronti. Non pretendeva di provare per Odeen o per Tritt quel profondo e intenso desiderio che i due provavano l’uno per l’altro. Inoltre, lei poteva fondersi da sola, mentre loro erano in grado di farlo soltanto con la sua mediazione (e allora perché non la tenevano in maggior considerazione?). Nella fusione a tre provava un piacere intensissimo; era naturale e sarebbe stato sciocco negarlo, ma era un piacere simile a quello che provava quando passava attraverso una parete di roccia, come ogni tanto faceva, di nascosto. Per Tritt e Odeen, invece, quel piacere non era uguale a nient’altro che avessero sperimentato o potessero mai sperimentare in futuro.

No, un momento. Odeen provava un grande piacere a imparare, in quello che lui chiamava sviluppo intellettuale. Anche lei sentiva qualcosa del genere, a volte, abbastanza da capire che cosa volesse dire e, sebbene fosse molto diverso dalla fusione, forse serviva da sostituto b da consolazione, per lo meno quelle volte che Odeen doveva fare a meno della fusione.

Ma con Tritt era diverso. Per lui esistevano soltanto la fusione e i bambini. Solo quello. E, se la sua mente limitata si concentrava totalmente su quel pensiero, Odeen finiva sempre col cedere, e poi sarebbe toccato a lei.

Una volta si era ribellata. — Ma cosa succede quando ci fondiamo? Passano ore e ore, qualche volta dei giorni, prima che ne usciamo. Cosa succede durante quel periodo?

Tritt si era offeso. — È sempre così. È così che deve essere.

— A me non piace niente di quello che deve essere. Io voglio sapere il perché.

Odeen era imbarazzatissimo. Passava metà della vita a essere imbarazzato, lui! Aveva detto: — Andiamo, Dua. Deve essere così. Allo scopo di… dei bambini. — Si era messo a pulsare, come lo chiamava lui.

— Be’, non star lì a pulsare — aveva detto Dua, brusca. — Siamo adulti, adesso, e ci siamo fusi non so quante volte ormai, e sappiamo tutti che è così che possiamo avere bambini. Potresti anche dirlo, no? Ma perché occorre tanto tempo? È questo che chiedo.

— Perché è un procedimento complicato — aveva detto Odeen, sempre pulsando. — Perché consuma energia. Dua, occorre molto tempo per dare inizio a un bambino e anche quando ci si mette molto tempo non è detto che si riesca a farlo. E le cose stanno andando peggio… Non nel nostro caso, però — aveva aggiunto frettolosamente.

— Peggio? — aveva chiesto Tritt, con ansia, ma Odeen non aveva detto altro.

Alla fine avevano avuto un bambino: un piccolo Razionale, un sinistridino che svolazzava e si rarefaceva mandandoli in visibilio. Persino Odeen lo sorreggeva e lo lasciava cambiar forma tra le sue mani, per tutto il tempo che Tritt glielo permetteva. Perché naturalmente era stato Tritt che lo aveva incubato durante il lungo periodo della preformatura, Tritt che si era separato da lui quando aveva inziato un’esistenza indipendente, Tritt che lo curava quasi senza interruzioni.

Dopo l’arrivo del bambino Tritt non era rimasto più tanto spesso insieme a loro, e Dua ne era stata stranamente contenta. L’ossessione di Tritt la infastidiva, ma quella di Odeen, ancor più stranamente, le piaceva. Pian piano si era resa conto del… dell’importanza che Odeen aveva assunto per lei. Qualcosa, nei Razionali, rendeva loro possibile rispondere alle domande, e Dua aveva di continuo domande da porre a Odeen. E lui era più disposto a rispondere quando Tritt non era presente.

— Perché occorre tanto tempo, Odeen? A me non piace fondermi e poi non sapere che cosa succede per giorni e giorni, ogni volta.

— Non corriamo nessun pericolo, Dua — aveva risposto Odeen, serio. — Su, non ci è mai successo niente, no? E hai mai sentito che sia capitato qualcosa di male a una qualunque altra triade? E poi, non dovresti fare domande.

— Perché sono un’Emotiva? Perché le altre Emotive non fanno domande?… Se proprio vuoi saperlo, io non posso soffrire le altre Emotive, ma voglio fare domande.

Sapeva benissimo che Odeen la stava guardando come se non avesse mai visto niente di più affascinante e che, se Tritt fosse stato presente, una fusione sarebbe stata inevitabile. Si era persino rarefatta deliberatamente: non molto ma in modo percettibile e per pura civetteria.

Odeen aveva detto: — Ma forse tu non capisci le implicazioni, Dua. È necessaria una grande quantità di energia per dare inizio a una nuova scintilla di vita.

— Tu parli spesso di energia. Che cos’è, esattamente?

— Be’, è quello che mangiamo.

— Allora perché non dici “cibo”?

— Perché cibo ed energia non sono proprio la stessa cosa. Il nostro cibo proviene dal Sole, e questo è un tipo di energia, ma ci sono molti altri tipi di energia che non sono cibo. Quando mangiamo, noi dobbiamo estenderci e assorbire la luce. Per le Emotive è molto difficile, perché sono molto più trasparenti. In altre parole, la luce tende ad attraversarle, invece di essere assorbita…

Era magnifico ricevere quelle spiegazioni, aveva pensato Dua. In realtà, lei sapeva già ciò che Odeen le raccontava, ma non conosceva le parole adatte, le lunghe parole scientifiche che invece Odeen conosceva e che rendevano più preciso e più significativo ogni e qualunque fatto normale.

Dal momento che ormai, nella sua vita da adulta, non temeva più le prese in giro infantili e faceva parte della prestigiosa triade di Odeen, aveva cercato di unirsi di nuovo alle altre Emotive, nonostante le troppe chiacchiere e l’affollamento. In fondo, ogni tanto le piaceva fare un pasto più sostanzioso del solito (pasto che, tra l’altro, rendeva migliore la fusione) ed era anche piacevole — anzi, talvolta le pareva quasi di poter afferrare la felicità altrui nel farlo — espandersi e rivoltolarsi per esporsi meglio alla luce solare, e contrarsi e condensarsi per assorbire il calore con tutto lo spessore del corpo, quindi con maggior efficienza.

Tuttavia, dopo un po’ lei si stancava di mangiare, mentre le altre sembravano non averne mai abbastanza e continuavano ad agitarsi per ingordigia. Dua non era mai riuscita a imitarle, e alla fine non aveva più sopportato quel modo di fare.

Lei sapeva anche perché i Razionali e i Paterni salivano tanto di rado in superficie: la loro maggior densità gli consentiva di mangiare velocemente e andarsene. Le Emotive, invece, si esponevano al Sole per ore, sia perché mangiavano più lentamente sia perché avevano bisogno di molta più energia, quanto meno per la fusione.

Glielo aveva spiegato Odeen (e nel farlo pulsava talmente che i suoi segnali erano a malapena comprensibili): l’Emotiva forniva l’energia, il Razionale il seme e il Paterno l’incubazione. Dopo averlo saputo, un certo divertimento si era mescolato alla disapprovazione di Dua tutte le volte che aveva visto le altre Emotive ingozzarsi letteralmente di rossa luce solare: era sicura che non conoscessero il motivo di quel loro comportamento (anche perché non ponevano mai domande) e che pertanto non capissero che, in un certo senso, il loro condensarsi e il successivo ridacchiare — mentre alla fine scendevano di sotto per andare, ovviamente, a una bella fusione con un mucchio di energia di riserva — erano osceni.

Perciò lei avrebbe tollerato la contrarietà di Tritt quando fosse scesa priva di quella fumosa opacità che era la prova di un lauto pasto. Che cos’avevano poi da lamentarsi i suoi due congiunti? Era proprio per la sua rarefazione che la fusione riusciva tanto bene! Forse non era svenevole e voluttuosa come quella delle altre triadi, ma era eterea, e questo contava più di tutto, lei ne era sicura. E il bambino sinistride e quello destride non erano forse già arrivati?

Naturalmente il punto cruciale era adesso la piccola Emotiva, la bambina mediana. Per metterla in cantiere occorreva più energia che per gli altri due, e lei di energia non ne aveva mai a sufficienza.

Persino Odeen aveva cominciato a parlarne. — Non prendi abbastanza luce solare, Dua.

— Invece sì — aveva ribattuto.

— La triade di Genia ha appena dato inizio a un’Emotiva — aveva detto ancora Odeen.

A Dua Genia non piaceva e non era mai piaciuta. Era una testa vuota, anche più stupida della media delle Emotive. Aveva detto, con sprezzo: — Immagino che vada in giro a vantarsene. Non ha nessuna delicatezza. Avrà detto, senz’altro: “Non dovrei dirlo, caro, ma non immagineresti mai che cos’hanno fatto e detto il mio sinistride e il mio destride…”. — Aveva imitato così bene i tremuli segnali di Genia che Odeen se n’era mostrato divertito.

Ma poi aveva detto: — Genia sarà anche una testa vuota, però ha dato inizio a un’Emotiva, e Tritt ci è rimasto malissimo. Noi l’aspettiamo da molto più tempo di loro…

Dua aveva fatto il gesto di allontanarsi. — Io prendo tutto il Sole che posso. Resto là finché non riesco più a muovermi. Non so cosa vogliate di più da me!

— Non arrabbiarti, Dua — aveva pregato Odeen. — Avevo promesso a Tritt di parlarti. Lui è convinto che tu mi ascolti…

— Tritt è convinto solo che sia strano che tu mi parli di scienza. Lui non capisce… Tu vorresti una congiunta mediana uguale alle altre?

— No — aveva risposto Odeen, serio. — Tu non sei uguale alle altre, e io ne sono felice. E, se a te interessano le cose di cui parlano i Razionali, permettimi di spiegartene una. Il Sole non ci dà più la quantità di cibo che ci dava in passato. La sua energia luminosa è diminuita e, per mangiare, occorre esporsi più a lungo. Sono secoli che il livello delle nascite continua a calare, e oggi la popolazione mondiale è solo una piccola frazione di quella che era un tempo.

— Io non posso farci niente! — aveva protestato lei, ribellandosi.

— Forse i Duri possono farci qualcosa. Anche il loro numero è diminuito, però…

— Anche loro trapassano? — aveva chiesto Dua, d’un tratto interessata. Aveva sempre creduto che fossero immortali o giù di lì: che non nascessero e che non potessero morire, quindi. Chi aveva mai visto un Duro bambino, per esempio? Loro non avevano bambini. Non si fondevano e nemmeno mangiavano.

Pensoso, Odeen aveva detto: — Immagino di sì. Però, loro non parlano mai di se stessi, con me. Non so neanche come facciano a mangiare, benché, naturalmente, debbano mangiare anche loro. E nascere. Ce n’è uno nuovo adesso, sai? Io non l’ho ancora mai visto… ma questo non importa. Il fatto importante è che hanno scoperto un cibo artificiale…

— Lo so — lo aveva interrotto Dua. — L’ho assaggiato.

— Cosa? Non lo sapevo!

— C’era un gruppetto di Emotive che ne parlava. Dicevano che un Duro cercava dei volontari per assaggiarlo e quelle stupide avevano tutte paura. Dicevano che forse quel cibo le avrebbe fatte diventare dure per sempre e così non avrebbero più potuto fondersi.

— Che assurdità! — aveva esclamato Odeen, con foga.

— Certo. Per questo mi sono offerta volontaria io! E gli ho tappato la bocca. Sono così insopportabili, Odeen!

— E com’era quel cibo?

— Disgustoso — aveva detto lei, convinta. — Aspro e amaro. Naturalmente questo non l’ho detto alle altre Emotive.

Odeen aveva aggiunto. — L’ho assaggiato anch’io. E non era tanto cattivo.

— I Razionali e i Paterni non badano mai al sapore del cibo.

Ma Odeen aveva spiegato: — È ancora allo stadio sperimentale. Stanno lavorando sodo per migliorarlo, i Duri, intendo. Soprattutto Estwald… quello che ho nominato prima, quello nuovo che non ho ancora visto. È lui che ci dà più dentro. Ogni tanto Losten ne parla come se fosse qualcosa di speciale, uno scienziato eccezionale.

— Come mai non l’hai ancora visto?

— Io sono solo un Morbido. Non crederai che i Duri mi facciano vedere tutto e mi spieghino tutto, vero? Prima o poi lo vedrò, immagino. Lui ha scoperto una nuova fonte di energia che potrebbe salvarci tutti se…

— Io non voglio del cibo artificiale — aveva affermato Dua, e poi aveva piantato in asso Odeen.

Questa conversazione aveva avuto luogo poco tempo prima e Odeen non aveva più nominato quell’Estwald, ma Dua sapeva che ne avrebbe riparlato e ci stava riflettendo sopra, mentre era in superficie, al tramonto.

Aveva visto una volta sola quel cibo artificiale: un abbagliante globo di luce, simile a un piccolo Sole, in una caverna artificiale sistemata dai Duri. Poteva ancora sentirne il sapore amaro.

L’avrebbero davvero migliorato? Sarebbero riusciti a dargli un gusto più buono? Delizioso, magari? E lei avrebbe dovuto mangiarne a sazietà, finché la sensazione di pienezza le avesse fatto provare un incontrollabile desiderio di fondersi?

Aveva paura di quel desiderio che nasceva spontaneamente. Era diverso, quando derivava dall’eccitante stimolo combinato del suo sinistride e del suo destride. Il suo sorgere spontaneo, invece, significava che lei sarebbe stata matura per dare inizio a una piccola mediana. E… e lei non voleva farlo!

Per molto tempo si era rifiutata di ammettere la verità anche con se stessa: non voleva dare inizio a un’Emotiva! Era perché, dopo che tutti e tre i bambini fossero nati, sarebbe inevitabilmente giunta l’ora di trapassare, e lei non voleva trapassare! Ricordava il giorno in cui il suo Paterno se n’era andato per sempre e non voleva che succedesse la stessa cosa a lei! Per questo era così decisa.

Le altre Emotive non se ne preoccupavano perché erano troppo stupide per pensarci, ma lei era diversa. Lei era la strana Dua, la Emo-Sinistride. Era così che la chiamavano, no? E lei sarebbe stata diversa: finché non avessero avuto il terzo bambino, non sarebbe trapassata ma avrebbe continuato a vivere.

Perciò, lei non avrebbe avuto quel terzo bambino. Mai! Mai!

Ma come avrebbe fatto a scansare il pericolo? Come poteva impedire a Odeen di scoprire la verità? E, se l’avesse scoperta, cos’avrebbe fatto Odeen?

<p>2b</p>

Odeen aspettava che fosse Tritt a fare qualcosa. Era ragionevolmente sicuro che non sarebbe salito in superficie a cercare Dua, perché in questo caso avrebbe dovuto lasciare i bambini, e per Tritt era sempre difficile farlo. Tritt, dal canto suo, aspettò in silenzio per un po’, poi se ne andò in direzione della stanza dei bambini.

Odeen fu quasi contento che Tritt se ne andasse. Naturalmente non perché Tritt si era arrabbiato, ritraendosi in se stesso, così che il contatto interpersonale si era indebolito e tra loro era sorta una barriera di scontento. No, per questo Odeen era molto triste: era come se l’impulso vitale si fosse attenuato.

A volte si chiedeva se anche Tritt sentisse allo stesso modo… No, quello era un pensiero ingiusto: Tritt dedicava tutto se stesso ai bambini.

E in quanto a Dua, chi conosceva i suoi sentimenti? Chi mai poteva dire che cosa provasse un’Emotiva? Erano talmente diverse che al loro confronto sinistridi e destridi potevano considerarsi uguali in tutto, tranne che nella mente. Ma anche tenendo conto dell’imprevedibile comportamento delle Emotive, chi poteva dire che cosa Dua — specialmente Dua — provasse?

Era questo il motivo per il quale era quasi contento quando Tritt se ne andò: perché il problema in ballo era Dua. Il ritardo nel dare inizio al terzo bambino era davvero eccessivo, e Dua era sempre più strana e ribelle. Anche lui cominciava a provare una singolare irrequietezza, che non riusciva a definire… Era meglio che ne parlasse con Losten.

Perciò si diresse verso il basso, alle caverne dei Duri, affrettando i propri movimenti fino a farli diventare uno scorrere continuo, che però non era poco dignitoso come l’ondeggiamento veloce delle Emotive, tutto curve e stranamente eccitante, e nemmeno ridicolo come il pesante e inerte spostamento dei Paterni…

(Rivide d’un tratto, col pensiero, l’immagine di Tritt che arrancava ponderoso all’inseguimento del loro piccolo Razionale, il quale alla sua età era ovviamente poco meno sgusciante di un’Emotiva, e l’immagine di Dua costretta a bloccare il bambino per riportarlo indietro. E poi Tritt che chiocciava, indeciso se scrollare ben bene lo scopo della sua vita, oppure avvolgerlo con tutta la sua sostanza. Fin dall’inizio Tritt poteva rarefarsi per i bambini con più efficacia che per lui, Odeen, e quando lui se n’era lagnato Tritt gli aveva risposto, serio, perché naturalmente era privo d’umorismo quando si trattava di quella questione: “Ah, ma i bambini ne hanno più bisogno!”.)

Odeen si compiaceva un po’ egoisticamente del suo scorrere, ritenendolo aggraziato e imponente insieme. Ne aveva parlato una volta a Losten — al quale, nella sua qualità di maestro Duro, lui raccontava tutto — e Losten aveva detto: “Ma non credi che un’Emotiva o un Paterno provino la stessa cosa per il loro modo di scorrere? Se ognuno di voi pensa e agisce in modo diverso, perché non dovrebbe essere compiaciuto in modo diverso? La triade non esclude l’individualità, lo sai”.

Odeen non era convinto di capire del tutto il concetto di individualità. Significava l’essere soli? Un Duro era solo, naturalmente. Loro non avevano triadi… e come facevano a sopportarlo?

Era ancora molto giovane quando si era posto quella domanda. I suoi rapporti con i Duri erano agli inizi e all’improvviso si era reso conto di dubitare che essi avessero le triadi. Era una storia che i Morbidi raccontavano, ma quanto di vero c’era in quella storia? Odeen vi aveva riflettuto sopra e aveva deciso che fosse necessario chiederlo, e non accettarla come materia di fede.

Aveva chiesto, quindi: — Voi siete un sinistride o un destride, signore? — (In seguito pulsava al semplice ricordo di quella domanda. Com’era stato ingenuo a farla! Ed era stato di scarsa consolazione sapere che tutti i Razionali la ponevano a uno dei Duri, presto o tardi… di solito presto.)

Losten aveva risposto, calmo: — Né l’uno né l’altro, piccolo sinistride. Tra i Duri non ci sono né destridi né sinistridi.

— E nemmeno medi… Emotive?

— Mediane? — Il Duro aveva modificato la forma della sua zona sensoria fissa in un modo che alla fine Odeen aveva imparato ad associare a divertimento o a piacere. — No. Nemmeno mediane. Solo Duri di uno stesso genere.

Odeen era stato costretto a chiedere ancora. La domanda gli era uscita involontariamente, quasi contro il suo desiderio. — Ma come fate a sopportarlo?

— È diverso per noi, piccolo sinistride. E ci siamo abituati.

Ci si sarebbe mai potuto abituare lui? Prima c’era stata la triade del Paterno, che aveva colmato la sua vita per molto, molto tempo, e poi la certezza che in un momento non troppo lontano avrebbe lui stesso formato una sua triade. Che cos’era mai la vita senza di essa? Ci aveva pensato molto, di quando in quando. Lui pensava sempre molto, su tutti i problemi: era fatto così. E talvolta era riuscito ad afferrare una parte del significato di quella situazione. Voleva dire che i Duri avevano solo loro stessi: né fratello sinistride, né fratello destride, né sorella mediana, né fusione, né bambini, né Paterni. I Duri possedevano solo la mente, solo la ricerca pura di tutto ciò che esisteva nell’universo. Forse gli bastava. Crescendo, Odeen aveva capito meglio, a sprazzi, il significato delle gioie della ricerca pura. Erano quasi sufficienti — quasi — e poi gli tornavano in mente Tritt e Dua, e decideva che, in confronto a loro, anche tutto l’universo non era per niente sufficiente.

A meno che… Era strano, ma ogni tanto aveva l’impressione che dovesse giungere un periodo di tempo, una situazione, una condizione in cui… Poi quell’impressione momentanea, o meglio quell’impressione di un’impressione, svaniva e tutto finiva lì. Ma più tardi sarebbe tornata e, con il passare del tempo, si era accorto che la sua intensità aumentava, così che alla fine sarebbe senz’altro rimasta nella sua mente abbastanza a lungo da essere capita.

Ma adesso non erano quelli i pensieri che lo preoccupavano: adesso doveva risolvere il problema di Dua. Stava percorrendo per l’ennesima volta una strada ben nota, quella lungo la quale era stato condotto tanto tempo prima dal suo Paterno (come avrebbe fatto dopo poco anche Tritt, accompagnando il loro piccolo Razionale, il loro bambino sinistride). E all’istante, naturalmente, si smarrì di nuovo nei ricordi.

Com’era spaventato, quel giorno! C’erano altri bambini Razionali, che pulsavano, brillavano e cambiavano forma, nonostante i continui segnali dei Paterni perché rimanessero saldi e lisci e non disonorassero la triade. Un giovane sinistride, compagno di giochi di Odeen, si era infatti appiattito e rarefatto, così come fanno i piccolissimi, e si rifiutava di riprendere la sua forma a dispetto di tutti gli sforzi del suo imbarazzatissimo Paterno. (Era poi diventato un normalissimo studente, quantunque non bravo come lui, non poté fare a meno di pensare Odeen, con notevole orgoglio.)

Durante quel primo giorno di scuola avevano conosciuto molti Duri: si erano fermati vicino a ognuno di loro, allo scopo di registrare con parecchi sistemi speciali la particolare vibrazione di ogni giovane Razionale, per poi decidere se ammetterlo subito all’istruzione oppure farlo aspettare un altro periodo di tempo e, in caso positivo, a quale tipo d’istruzione avviarlo.

Facendo uno sforzo disperato, quando un Duro si era avvicinato a lui, Odeen era riuscito a restare liscio e a non tremolare.

Il Duro aveva detto (ed erano bastati gli strani suoni della sua voce a spaventarlo tanto da desiderare di non essere mai cresciuto): — Questo è un Razionale molto saldo. Come definisci te stesso, sinistride?

Era la prima volta che Odeen veniva chiamato solo “sinistride”, invece che con qualche diminutivo, e questo l’aveva fatto sentire più saldo che mai, tanto che si era ritrovato a rispondere: “Odeen, Duro signore”, nella maniera educata insegnatagli dal suo Paterno.

Molto vagamente Odeen ricordava di essere poi stato condotto via, attraverso le caverne dei Duri, piene di apparecchiature, macchine, biblioteche e tante altre cose e rumori strani, per lui senza senso allora. Ma, più che le percezioni sensoriali, ricordava la profonda disperazione che aveva provato. Che cosa gli avrebbero fatto?

Il suo Paterno gli aveva detto che avrebbe imparato, ma lui non sapeva che cosa volesse effettivamente dire “imparare” e, quando aveva chiesto una spiegazione, era saltato fuori che nemmeno il Paterno lo sapeva. Gli ci era voluto un po’ di tempo per scoprirlo, ma era stata un’esperienza piacevole, anzi piacevolissima, benché non priva di qualche lato preoccupante.

Il Duro che lo aveva chiamato “sinistride” era stato il suo primo maestro: gli aveva insegnato a interpretare le registrazioni di onde di modo che, dopo un po’, quello che sembrava un codice incomprensibile era diventato un insieme di parole. Parole chiare quanto quelle che lui stesso formava con le proprie vibrazioni.

Ma in seguito quel primo Duro non si era fatto più vedere ed era stato sostituito da un altro. Odeen non se n’era accorto subito: gli era difficile in quei lontani giorni distinguere un Duro da un altro, in base alle loro voci. Aveva cominciato a sospettarlo, poi a poco a poco ne era diventato certo e il cambiamento lo aveva fatto tremare, perché non ne capiva il significato.

Aveva raccolto tutto il suo coraggio e alla fine aveva chiesto: — Dov’è il mio maestro, Duro signore?

— Gamaldan?… Non verrà più qui con te, sinistride.

Odeen era rimasto per un istante senza parole. Poi aveva detto: — Ma i Duri non trapassano… — Non aveva finito la frase: era troppo scosso.

Il nuovo Duro non si era mosso, non aveva detto niente, né dato volontariamente una spiegazione.

Sarebbe sempre andata così, aveva scoperto con il tempo Odeen: i Duri non parlavano mai di loro stessi. Su qualunque altro argomento erano loquaci e disponibili. Su quanto li riguardava… zero.

Da decine e decine di fatterelli, tuttavia, Odeen aveva deciso che i Duri trapassavano, che non erano immortali (mentre fin troppi Morbidi credevano il contrario). Comunque, nessun Duro lo aveva mai detto apertamente. Odeen e gli altri studenti Razionali ne avevano discusso talvolta, con un certo imbarazzo, ognuno adducendo qualche piccolo particolare, come prova. E tutte tendevano inesorabilmente a dimostrare la mortalità dei Duri, ma loro erano indecisi e l’ovvia conclusione non gli piaceva, perciò non avevano insistito.

Pareva che i Duri non facessero caso a quegli indizi della loro mortalità. Non facevano niente per nasconderla, ma nemmeno ne parlavano mai. E quando gli si poneva una domanda diretta (succedeva a volte, era inevitabile) non rispondevano: non negavano né affermavano niente.

Ma, se trapassavano, dovevano anche essere nati, eppure non parlavano nemmeno della loro nascita, e Odeen non aveva mai visto un Duro che non fosse adulto.

Odeen era convinto che i Duri ricavassero la loro energia dalle rocce invece che dal Sole. Quanto meno, il loro corpo comprendeva della roccia nera in polvere. Alcuni studenti erano del suo stesso parere, altri lo rifiutavano e con una certa veemenza. E non erano mai giunti a una conclusione, poiché nessuno aveva mai visto i Duri mangiare. E i Duri non parlavano mai nemmeno di questo.

Odeen aveva finito per considerare la reticenza una loro caratteristica, una parte del loro essere. Forse, pensava, era quella la loro individualità, il motivo per cui non formavano le triadi. Gli costruiva intorno una corazza.

Con il tempo, però, Odeen aveva imparato cose talmente importanti e serie da rendere insignificanti i dubbi circa la vita privata dei Duri. Aveva imparato, per esempio, che il mondo intero stava avvizzendo… rimpicciolendo…

Era stato Losten, il suo nuovo maestro, a parlargliene.

Odeen gli aveva chiesto delle caverne disabitate che si diramavano all’infinito nelle viscere del mondo e Losten ne era sembrato lieto. — Avevi paura nel fare questa domanda, Odeen?

(Lui non era più, adesso, una qualche definizione generica relativa al suo stato di sinistride, era “Odeen”. Ed era sempre fonte di orgoglio sentire un Duro che gli si rivolgeva chiamandolo con il suo nome. Molti Duri lo facevano, ormai: Odeen era un prodigio di apprendimento e di conoscenze e l’uso del nome era una specie di riconoscimento della situazione. Losten, poi, aveva espresso più di una volta la sua soddisfazione di averlo come allievo.)

Aveva davvero paura, comunque, e dopo un attimo di esitazione lo aveva detto. Gli era sempre stato più facile confessare le sue manchevolezze ai Duri che ai suoi compagni Razionali, molto più facile che confessarle a Tritt, anzi, era impensabile che le confessasse a Tritt… Ma quelli erano i tempi precedenti l’arrivo di Dua.

— Allora perché chiedi?

Aveva esitato di nuovo. Poi aveva detto, lentamente: — Ho paura delle caverne disabitate perché, quando ero piccolo, mi avevano detto che là dentro c’erano tantissimi mostri. Ma non lo so per mia esperienza diretta. So soltanto quello che mi hanno raccontato i miei compagni, e nemmeno loro potevano averne un’esperienza diretta. Voglio scoprire la verità, adesso, e il desiderio di verità è cresciuto dentro di me al punto che la curiosità è diventata più forte della paura.

Losten era sembrato molto contento. — Ottimo! La curiosità è utile, la paura inutile. Il tuo sviluppo interiore è eccellente, Odeen, e ricorda sempre che la più importante tra le cose importanti è proprio e soltanto il tuo sviluppo interiore. L’aiuto che ti diamo noi è relativo. Dato che ora vuoi sapere, è facile dirti che le caverne disabitate sono effettivamente disabitate. Sono tutte vuote. In esse restano soltanto le poche cose senza importanza lasciatevi nei tempi passati.

— Lasciatevi da chi, Duro signore? — Benché a disagio, Odeen si sentiva costretto a usare l’appellativo onorifico tutte le volte che si trovava in presenza di una conoscenza che a lui mancava, ma che l’altro possedeva.

— Da coloro che le avevano occupate nei tempi passati. Un tempo, migliaia di cicli fa, esistevano parecchie migliaia di Duri e milioni di Morbidi. Oggi noi siamo molto meno di quanti eravamo in passato, Odeen. Oggi non vi sono più di trecento Duri e un po’ meno di diecimila Morbidi.

— Perché? — aveva chiesto Odeen, scioccato. (Erano rimasti soltanto trecento Duri. Questa non era altro che l’ammissione che anche i Duri trapassavano, ma non era il momento di pensare alla questione.)

— Perché l’energia sta diminuendo. Il Sole si raffredda. A ogni ciclo è sempre più difficile dare inizio a una nuova vita e vivere.

(E questo non significava che anche i Duri nascevano? E non significava che anche i Duri dipendevano dal Sole per il cibo, e non dalle rocce? Odeen mise da parte il pensiero, immagazzinandolo, e per il momento non ci pensò più.)

— Continuerà così? — aveva chiesto ancora.

— Il Sole diventerà sempre più piccolo, avviandosi alla fine, Odeen. E arriverà il giorno in cui non darà più cibo.

— Significa allora che tutti, Duri e Morbidi, un giorno trapasseremo?

— Cos’altro può significare?

— Non possiamo trapassare tutti. Se abbiamo bisogno di energia e il Sole si avvia alla fine, dobbiamo trovare altre fonti di energia. Altre stelle.

— Ma, Odeen, tutte le stelle si avviano alla fine. È l’universo che si avvia alla fine.

— Se le stelle arrivano alla fine, non ci sarà più cibo? Da nessuna parte? Nessun’altra fonte di energia?

— No. Tutte le fonti di energia di tutto l’universo stanno avviandosi alla fine.

Odeen aveva considerato il problema con un senso di ribellione, poi aveva detto: — Gli altri universi, allora. Non possiamo darci per vinti solo perché lo fa l’universo. — Mentre lo diceva, tremava tutto. Si era espanso in modo davvero scortese, imperdonabile, fino a diventare traslucido e di dimensioni maggiori del Duro.

Ma Losten non si era offeso, anzi, aveva espresso un grande compiacimento. — Magnifico, mio caro sinistride. Lascia che lo dica agli altri!

Odeen era ritornato di colpo alle sue dimensioni normali, per l’imbarazzo e insieme il piacere di sentirsi chiamare “mio caro”, un’espressione che nessuno gli aveva mai rivolto… tranne Tritt, naturalmente.

Non era passato molto tempo da quella conversazione che lo stesso Losten aveva condotto loro Dua. Odeen si era chiesto vagamente se tra le due cose vi fosse un nesso, ma dopo un po’ il dubbio era svanito. Tritt ripeteva tanto spesso che era stato a causa della sua richiesta diretta che Losten aveva portato Dua, che Odeen aveva smesso di riflettere sulla questione. Era troppo confusa.

Ma adesso stava andando da Losten ancora una volta. Era trascorso un tempo lunghissimo da quei lontani giorni in cui aveva imparato che l’universo stava avviandosi alla fine e che (lo aveva scoperto più tardi) i Duri stavano dandosi da fare con decisione per continuare a vivere comunque. Lui stesso era ormai diventato un esperto in molti campi e Losten era arrivato a confessare che nella fisica gli restava da insegnargli ben poco che Odeen, in quanto Morbido, potesse imparare con profitto. E c’erano altri giovani Razionali di cui Losten doveva occuparsi, perciò non lo vedeva più tanto sovente come prima.

Lo trovò con due adolescenti Razionali nella Camera delle Radiazioni. Losten lo vide subito attraverso il vetro e uscì, chiudendosi accuratamente la porta alle spalle.

— Mio caro sinistride — disse, estendendo le estremità in un gesto di amicizia (e in un modo che fece provare a Odeen, come gli era capitato spesso in passato, il perverso desiderio di toccarlo, desiderio che lui naturalmente controllò). — Come stai?

— Non volevo interrompervi, Losten maestro.

— Interrompermi? Quei due possono andare avanti benissimo da soli per un po’. Anzi, forse sono felici di vedermi andar via, perché di sicuro io li annoio con le mie eccessive chiacchiere.

— Assurdo — disse Odeen. — Voi mi avete sempre affascinato e di sicuro affascinate anche loro.

— Bene, bene. Sei gentile a dirmelo. Ti vedo spesso in biblioteca e ho sentito dagli altri che vai molto bene nei corsi superiori, il che mi fa sentire la mancanza del mio miglior allievo. Come sta Tritt? È sempre il solito testardo, nella sua qualità di Paterno?

— Più testardo ogni giorno che passa. È lui la forza trainante della triade.

— E Dua?

— Dua? Sono venuto per… Lei è molto fuori del comune, sapete?

Losten annuì. — Sì, lo so. — Aveva un’espressione che Odeen aveva imparato ad associare alla malinconia.

Odeen aspettò un momento, poi decise di affrontare direttamente l’argomento. Disse: — Losten maestro, Dua ci è stata condotta, a Tritt e a me intendo, proprio perché era fuori del comune?

Losten replicò: — Ne saresti sorpreso? Tu stesso sei fuori del comune, Odeen, e mi hai detto moltissime volte che anche Tritt lo è.

— È vero — assentì Odeen, convinto. — Anche Tritt lo è.

— Perché allora la vostra triade non dovrebbe comprendere un’Emotiva fuori del comune?

— Ci sono molti modi di essere fuori del comune — disse Odeen, pensoso. — Non so perché, le stranezze di Dua dispiacciono a Tritt e preoccupano me. Posso chiedervi consiglio?

— Quando vuoi.

— Lei… a lei non piace… ecco, fondersi.

Losten ascoltava molto serio, ma in apparenza per niente imbarazzato.

Odeen continuò: — Cioè, le piace la fusione quando ci fondiamo, ma non è facile convincerla a farla.

Losten chiese: — Che cosa prova Tritt in merito alla fusione? Voglio dire, oltre al piacere immediato dell’atto in sé? Che cosa significa per lui la fusione, a parte il piacere?

— I bambini, naturalmente — rispose Odeen. — A me piacciono e anche a Dua piacciono, ma Tritt è il Paterno. Lo capite, vero? (D’un tratto gli sembrava che Losten non fosse in grado di capire tutte le sottigliezze della triade.)

— Cerco di capire — affermò Losten. — A me pare, quindi, che Tritt ricavi dalla fusione qualcosa di più che la semplice fusione. E tu? Che cosa ne ricavi, oltre al piacere?

Odeen rifletté. — Credo che voi lo sappiate. Una specie di stimolo mentale.

— Sì, lo so, ma voglio essere sicuro che lo sappia tu. Voglio essere sicuro che tu non abbia dimenticato. Mi hai raccontato spesso che, uscendo da un periodo di fusione, con quella sua strana perdita di tempo… durante la quale, devo ammettere, a me succedeva di non vederti talvolta per periodi piuttosto lunghi… dunque mi dicevi che all’improvviso ti accorgevi di capire molte cose che prima non ti erano chiare.

— Era come se la mia mente rimanesse attiva per tutto l’intervallo di tempo — confermò Odeen. — Come se quel tempo, sebbene io non fossi consapevole del suo trascorrere e addirittura ignaro della mia stessa esistenza, mi fosse necessario, perché allora potevo pensare più profondamente e più intensamente, senza essere distratto dal lato meno intellettuale della vita.

— Sì — disse Losten. — E al ritorno il tuo intelletto aveva fatto un balzo quantico in avanti. È un fatto comune tra voi Razionali, però devo ammettere che nessuno è mai migliorato a balzi prodigiosi come i tuoi. Sinceramente ritengo che nessun Razionale sia migliorato tanto come te, mai, in tutta la storia.

— Davvero? — disse Odeen, tentando di non sembrare troppo inorgoglito.

— D’altra parte potrei sbagliarmi — e Lpsten parve divertito all’improvviso calo dello scintillio di Odeen — ma non è questo che importa. Il punto importante è che tu, come Tritt, ricavi dalla fusione qualcosa di più della fusione stessa.

— Questo è più che certo.

— E che cosa ricava Dua dalla fusione, a parte la fusione?

Ci fu una lunga pausa. — Non lo so — disse Odeen, alla fine.

— Non glielo hai mai chiesto?

— Mai.

— Ma allora — riprese a dire Losten — se tutto quello che lei ricava dalla fusione è la fusione, e se tu e Tritt ne ricavate la fusione più qualcos’altro, per quale motivo lei dovrebbe essere desiderosa di fondersi più di voi due?

— Non mi pare che le altre Emotive abbiano bisogno… — cominciò a dire Odeen, in tono difensivo.

— Le altre Emotive non sono come Dua. Questo me lo hai detto abbastanza spesso e, ritengo, con una certa soddisfazione.

Odeen si sentì colmo di vergogna. — Avevo pensato che ci fosse qualcos’altro.

— Che cosa?

— È difficile da spiegare. Nella triade noi tre ci conosciamo bene, reciprocamente; ci sentiamo anche. In un certo senso è come se noi tre fossimo le tre parti di una sola persona. Una persona vaga, che va e viene. E quasi sempre a un livello non cosciente. Se ci pensiamo sopra con troppa concentrazione, la perdiamo, perciò non possiamo mai averne una visione reale. Noi… — Odeen s’interruppe, come per disperazione. — È difficile spiegare la triade a chi…

— Comunque sto tentando di capire. Tu ritieni di aver conosciuto o capito o sentito, nella parte della mente più profonda di Dua, qualcosa che lei ha sempre cercato di mantenere nascosto. Non è così?

— Non so. È un’impressione molto vaga, percepita appena con la coda della mia mente e solo di quando in quando.

— Allora?

— Ecco, qualche volta penso che Dua non voglia avere la nostra piccola Emotiva.

Losten lo guardò molto serio. — Fino a questo momento avete soltanto due bambini, mi pare. Il piccolo sinistride e il piccolo destride.

— Sì, solo due. L’Emotiva è difficile da iniziare, lo sapete.

— Lo so.

— E Dua non vuole assorbire l’energia necessaria. O quanto meno provarci. Ha sempre una quantità di scuse pronte, ma io non credo in nessuna. A me sembra che, per qualche suo motivo, semplicemente lei non voglia l’Emotiva. Per quanto mi riguarda… se davvero Dua non volesse il terzo bambino per un po’, ecco, io l’accontenterei. Ma Tritt è un Paterno e vuole l’Emotiva. Deve averla. E io non me la sento di deludere Tritt, nemmeno per Dua.

— Se Dua avesse un motivo razionale per non voler iniziare un’Emotiva, per te farebbe qualche differenza?

— Per me, certo. Ma non per Tritt. Lui non capisce certe cose.

— Ma tu ti daresti da fare per farlo pazientare?

— Sì, lo farei. Per tutto il tempo che mi fosse possibile.

Losten disse allora: — Ti è mai venuto in mente che è molto difficile che un Morbido… — Esitò, come se cercasse la parola adatta, poi usò l’abituale modo di dire dei Morbidi: — …trapassi prima che i bambini siano nati? Tutti e tre, cioè, con la piccola Emotiva per ultima?

— Sì, lo so. — Odeen si chiese come mai Losten lo ritenesse ignaro di una nozione tanto elementare.

— Allora la nascita di una piccola Emotiva equivale all’arrivo del giorno del trapasso.

— Di solito non succede finché l’Emotiva non è abbastanza grande da…

— Ma il giorno del trapasso è comunque in arrivo. Non può essere che Dua non voglia trapassare?

— Non è possibile, Losten! Quando viene il giorno di trapassare è come quando viene il giorno di fondersi. Come si fa a non volerlo? (I Duri non si fondevano: forse non erano in grado di capirlo.)

— Supponi semplicemente che Dua non voglia trapassare mai. Cosa ne diresti?

— Be’, che noi dobbiamo trapassare lo stesso, alla fine. Se Dua vuole solo ritardare l’arrivo dell’ultimo bambino, posso dargliela vinta e magari convincere anche Tritt… forse. Ma se non vuole averlo mai, ecco, questo non si può fare, semplicemente.

— Perché?

Odeen rimase un attimo a riflettere. — Non lo so, Losten maestro, ma so che dobbiamo trapassare. A ogni ciclo che passa lo so e lo sento meglio e con più forza, e talvolta penso quasi di capirne il perché.

— Io talvolta penso che tu sia un filosofo, Odeen — disse Losten, asciutto. — Ma riflettiamo. Dopo che il vostro terzo bambino sarà arrivato e sarà cresciuto, Tritt avrà avuto tutti e tre i suoi bambini e potrà attendere con serenità di trapassare, soddisfatto di avere pienamente vissuto. Anche tu avrai avuto la soddisfazione di avere molto imparato e anche tu, perciò, trapasserai dopo aver pienamente vissuto. Ma Dua?

— Non so — rispose Odeen, infelice. — Le altre Emotive non fanno altro che riunirsi in gruppo e sembrano ricavare molto piacere dal chiacchierare tra loro. Dua, però, non lo fa mai.

— Be’, lei è fuori del comune. Non c’è nient’altro che le piaccia fare?

— Le piace ascoltarmi quando parlo del mio lavoro — borbottò Odeen.

Losten disse: — Non devi vergognartene, Odeen. Tutti i Razionali parlano del loro lavoro ai loro congiunti, destroide e mediana. Dite tutti che non è vero, invece lo fate.

Odeen replicò: — Ma Dua ascolta, Losten maestro.

— Ne sono certo. E non come fanno le altre Emotive. E non ti sembra che lei capisca anche meglio dopo una fusione?

— Sì, me ne sono accorto. Non vi ho prestato molta attenzione, ma…

— Perché sei convinto che le Emotive non siano realmente in grado di capire le cose dei Razionali. Ma pare che in Dua ci sia una parte considerevole di Razionale.

(Odeen guardò Losten con improvvisa costernazione. Una volta Dua gli aveva detto della sua infanzia infelice. Soltanto una volta. E delle prese in giro delle altre Emotive, e dell’orribile nome che le davano: Emo-Sinistride. Che Losten ne avesse sentito parlare? Ma come?… No, Losten lo stava solo guardando, calmo.)

Disse: — Qualche volta l’ho pensato anch’io. — Poi proruppe: — E sono fiero di lei proprio per questo!

— Non c’è niente di male — commentò Losten. — Perché non lo dici anche a lei? E, se le piace indulgere alla sua parte di Razionalità, perché non permetterglielo? Insegnale quello che conosci meglio. Rispondi alle sue domande. Oppure sarebbe un disonore per la vostra triade fare una cosa del genere?

— Non me ne importa niente del disonore… E poi perché dovrebbe? Tritt penserà che è una pura perdita di tempo, ma so come trattarlo.

— Spiegagli che, se Dua otterrà di più dalla vita e ne ricaverà un senso di soddisfazione più completo, potrebbe superare la paura di trapassare ed essere più disposta ad avere la piccola Emotiva.

Per Odeen fu come se gli avessero tolto di dosso il tremendo peso di un disastro incombente. Si affrettò a dire: — Avete ragione. Sento che avete ragione. Losten maestro, voi capite tantissimo. Con voi alla guida dei Duri, come potremmo fallire nella prosecuzione del progetto relativo all’altro universo?

— Con me alla guida? — Losten era divertito. — Dimentichi che ora è Estwald che ci guida. È lui il vero protagonista del progetto. Senza di lui non saremmo approdati a niente.

— Ah, sì — mormorò Odeen, un po’ deluso. Non aveva ancora mai visto Estwald. A dir la verità, non sapeva di nessun Morbido che l’avesse effettivamente conosciuto, anche se ogni tanto qualcuno affermava di averlo intravisto in distanza. Estwald era un nuovo Duro; nuovo quanto meno nel senso che, da giovane, Odeen non aveva mai sentito parlare di lui. Il che poteva solo significare che Estwald era un Duro giovane, che era stato un bambino Duro quando Odeen era stato un bambino Morbido.

Ma al momento non importava. Al momento Odeen voleva solo tornarsene a casa. Non poteva toccare Losten in segno di gratitudine, ma lo ringraziò più volte e poi si accomiatò colmo di gioia.

C’era una certa porzione di egoismo nella sua gioia. Non era lieto unicamente per la lontana prospettiva di avere la piccola Emotiva o per il prevedibile piacere di Tritt. E nemmeno per la futura soddisfazione di Dua. Quello che, in quel preciso istante, contava di più per lui era il suo immediato futuro felice: avrebbe potuto insegnare. Nessun altro Razionale avrebbe provato il piacere dell’insegnamento, ne era sicuro, poiché nessun altro Razionale aveva un’Emotiva come Dua tra i componenti della triade.

Sarebbe stato meraviglioso, se solo fosse riuscito a far capire a Tritt che era una cosa necessaria. Doveva parlare a Tritt e convincerlo a essere paziente.

<p>2c</p>

Tritt non si era mai sentito meno paziente. Non pretendeva di capire perché Dua si comportasse nel modo in cui si comportava. E non voleva neanche provare. Non gliene importava. Non aveva mai capito perché le Emotive si comportassero così. E Dua non si comportava neanche come le altre Emotive.

Lei non pensava mai alla cosa più importante. Sarebbe andata a guardare il Sole. Ma poi si sarebbe rarefatta tanto che la luce e il cibo le sarebbero semplicemente passati attraverso. E allora avrebbe detto che era bello. Ma non era quella la cosa importante. La cosa importante era mangiare. Cosa c’era di bello nel mangiare? E cos’era poi questo bello?

Lei voleva sempre fondersi in un modo diverso. Una volta aveva detto: — Prima parliamone. Non ne parliamo mai. Non ci pensiamo mai.

Odeen avrebbe detto, come sempre: — Lasciala fare a modo suo, Tritt. Così sarà meglio.

Odeen era sempre paziente. Lui pensava sempre che le cose sarebbero andate meglio se aspettavano. Altrimenti avrebbe voluto pensarci sopra.

Tritt non sapeva bene che cosa voleva dire Odeen con “pensarci sopra”. A lui pareva che volesse dire solo che Odeen non faceva niente.

Come, per esempio, avere Dua con loro. Se era per Odeen, sarebbe stato ancora là a pensarci sopra. Lui, Tritt, era andato dritto al punto e aveva chiesto. Era così che bisognava fare.

E adesso Odeen non avrebbe fatto niente circa Dua. E circa la piccola Emotiva, che era la cosa più importante? Be’, Tritt avrebbe fatto qualcosa, se non la faceva Odeen.

In effetti stava già facendo qualcosa. Stava procedendo giù per il lungo corridoio proprio intanto che nella sua mente pensava a tutte quelle cose. Non si era neanche accorto di essere arrivato tanto lontano. Era quello il “pensarci sopra”? Be’, non si sarebbe lasciato spaventare. E non sarebbe tornato indietro.

Stolidamente si guardò intorno. Quella era la strada per le caverne dei Duri. Lui sapeva che sarebbe dovuto passare di lì dopo non molto tempo, con il suo piccolo sinistride. Si era fatto mostrare la strada da Odeen, una volta.

Ma stavolta, quando fosse arrivato, non sapeva che cosa fare. Eppure, non aveva per niente paura. Lui voleva la sua bambina Emotiva. Era suo diritto avere una piccola Emotiva. Niente era più importante di quello. I Duri avrebbero fatto in modo che l’avesse. Non avevano forse portato Dua da loro, quando lui glielo aveva chiesto?

Ma a chi avrebbe dovuto chiedere questa volta? A un Duro qualunque? In modo vago era convinto che non doveva essere un Duro qualunque. Com’era il nome di quello a cui chiedere? Allora avrebbe parlato a lui di quello che importava.

Ecco, ricordava il nome. Ricordava persino quando lo aveva sentito per la prima volta. Era stato quando il piccolo sinistride era cresciuto abbastanza da cominciare a cambiare forma volontariamente. (Che gran giorno era stato, quello! “Vieni, Odeen, svelto! Annis è tutto ovale e solido. E l’ha fatto tutto da solo! Dua, guarda!” Erano arrivati di corsa tutti e due. Annis era il loro unico bambino, allora. E poi avevano dovuto aspettare un mucchio di tempo prima di avere il secondo. Così erano arrivati di corsa, e lui si era appena riappiattito nel suo angolo. Si riavvoltolava su se stesso e volteggiava sopra il suo giaciglio, simile a creta umida. Odeen aveva dovuto andarsene perché aveva da fare. Ma Dua aveva detto: “Oh, lo farà di nuovo, Tritt, vedrai”. E loro due erano rimasti ad aspettare per ore, ma Annis non l’aveva rifatto.)

Tritt se n’era avuto a male che Odeen non fosse rimasto. Lo avrebbe anche rimproverato se non si fosse accorto che era tanto sciupato. Aveva un mucchio di grinze sull’ovoide non si sforzava nemmeno di lisciarle.

Tritt gli aveva detto, con ansia: — C’è qualcosa che non va, Odeen?

— È stata una giornata pesante e non so nemmeno se riuscirò a ricavare le equazioni del differenziale prima della prossima fusione. (Tritt non ricordava esattamente quei paroloni difficili, ma era qualcosa del genere. Odeen usava sempre paroloni difficili.)

— Vuoi che ci fondiamo adesso?

— Oh, no. Ho appena visto Dua salire, e sai come fa se la interrompiamo adesso. Non c’è fretta, davvero. C’è un nuovo Duro, sai?

— Un nuovo Duro? — aveva ripetuto Tritt, con palese mancanza d’interesse. Odeen trovava molto interessante stare in compagnia dei Duri, mentre Tritt avrebbe addirittura voluto che quell’interesse non esistesse. Odeen si dedicava troppo a quello che lui chiamava la sua istruzione, più di tutti gli altri Razionali della zona. Non era giusto. Odeen era davvero troppo impegnato in quella faccenda. E Dua era troppo impegnata nel vagabondare in superficie da sola. Nessuno era decentemente interessato alla triade. Nessuno, tranne lui, Tritt.

— Si chiama Estwald — aveva detto Odeen.

— Estwald? — Tritt aveva sentito una punta d’interesse. Forse perché stava ansiosamente percependo le sensazioni di Odeen.

— Io non l’ho mai visto, ma tutti parlano di lui. — Gli occhi di Odeen si erano appiattiti come succedeva quando lui diventava introspettivo. — È il responsabile della nuova scoperta dei Duri.

— Quale nuova scoperta?

— La Pompa Positro… Non capiresti, Tritt. È una cosa del tutto nuova che hanno loro. Rivoluzionerà il mondo intero.

— Cosa vuol dire “rivoluzionare”?

— Rendere tutto diverso da prima.

Tritt si era subito allarmato. — Loro non devono rendere tutto diverso!

— Renderanno tutto migliore, Tritt. Diverso non vuol dire sempre che sarà peggio. A ogni modo, il responsabile è Estwald. È molto, molto intelligente. Ne ho la chiara sensazione.

— Allora perché non ti piace?

— Io non ho detto che non mi piace.

— Io sento come se non ti piacesse.

— Ma no, non è vero, Tritt. È solo che io… io forse… — Odeen si era messo a ridere. — Ne sono invidioso. I Duri sono così intelligenti che un Morbido, in confronto, non è niente, ma ormai non ci pensavo più perché Losten mi diceva sempre quant’ero bravo… per essere un Morbido, immagino. Però adesso è arrivato questo Estwald e persino Losten non fa che cantarne le lodi, e io sono davvero niente.

Tritt aveva gonfiato la sua superficie piana anteriore per portarla appena appena in contatto con Odeen. Questi lo aveva guardato e aveva sorriso. Poi aveva aggiunto: — Ma questa è solo una dimostrazione della mia stupidità. A chi importa se un Duro è tanto intelligente? Nessuno di loro ha un Tritt come ho io!

Dopo di che, in definitiva, erano andati in cerca di Dua. E per un magnifico caso lei aveva smesso di vagabondare in giro e stava tornando giù. Era stata una bellissima fusione, anche se il tempo perso era stato solo di un giorno o poco più. In quel periodo Tritt era preoccupato, quando si fondevano. Con Annis tanto piccolo, anche una breve assenza era rischiosa, benché ci fossero sempre gli altri Paterni a prendersi cura di lui.

Ogni tanto, dopo di allora, Odeen nominava Estwald. Lo chiamava sempre “il Nuovo”, anche se ormai era passato parecchio tempo. Ma non l’aveva ancora conosciuto. — Credo di essere io a evitarlo — aveva detto una volta che c’era anche Dua con loro — perché lui sa tantissimo della nuova apparecchiatura. Io non voglio, invece, scoprirla tutta troppo presto. È troppo divertente imparare.

— La Pompa Positronica? — aveva chiesto Dua.

…Quella era un’altra cosa strana di Dua, pensò Tritt. Una cosa che lo irritava. Lei era capace di dire le parole difficili quasi bene come Odeen. Un’Emotiva non avrebbe dovuto essere così.

Perciò Tritt aveva deciso di parlare con Estwald: perché Odeen aveva detto che era molto intelligente. Inoltre, Odeen non lo aveva mai visto, così Estwald non avrebbe potuto rispondere: — Ho già parlato di questo con Odeen, Tritt, e tu non devi preoccupartene.

Tutti erano convinti che, se si parlava al Razionale, si parlava alla triade. E nessuno faceva caso ai Paterni. Ma adesso quelli avrebbero dovuto farci caso.

Tritt era arrivato nelle caverne dei Duri, ma tutto là dentro era strano, differente. Non c’era niente che sembrasse uguale a qualcosa che lui conosceva. Era tutto sbagliato e metteva paura. Però lui era troppo ansioso di vedere Estwald per lasciarsi spaventare sul serio. Disse a se stesso: “Io voglio la mia piccola mediana”. E questo lo rese abbastanza saldo da continuare ad andare avanti.

Finalmente vide un Duro. C’era solo quello. Faceva qualcosa. Era chino su una certa cosa e faceva qualcosa. Odeen una volta gli aveva detto che i Duri stavano sempre lavorando a quella loro… chissà che cos’era. Tritt non se lo ricordava e non gl’importava.

Si mosse in silenzio verso il Duro e si fermò. — Duro signore — disse.

Il Duro alzò gli occhi verso di lui e l’aria gli vibrò tutt’intorno, nel modo che Odeen diceva che succedeva, qualche volta, quando due Duri parlavano tra di loro. Poi il Duro sembrò accorgersi che lì c’era Tritt e disse: — Ehi, è un destride. Che cosa sei venuto a fare qui? Hai accompagnato il tuo piccolo sinistride? È oggi che comincia la scuola?

Tritt ignorò tutte le domande. Chiese: — Dove posso trovare Estwald, signore?

— Trovare chi?

— Estwald.

Il Duro rimase zitto per un lungo momento. Poi disse: — Che cosa devi fare con Estwald, destride?

Tritt si sentiva ostinato. — È importante, devo parlargli. Siete voi Estwald, Duro signore?

— No, io non sono… Come ti chiami, destride?

— Tritt, Duro signore.

— Capisco. Tu sei il destride della triade di Odeen, vero?

— Sì.

La voce del Duro sembrò addolcirsi. — Ho paura che tu non possa vedere Estwald in questo momento. Non è qui. Se qualcun altro può esserti utile…

Tritt non sapeva più cosa dire. Rimase lì, fermo e muto.

Il Duro disse ancora: — Vai a casa, adesso. Parla a Odeen. Ti aiuterà lui. Va bene? Va’ a casa, destride.

Il Duro si girò e tornò al suo lavoro. Pareva che Tritt non lo interessasse più, e Tritt rimase ancora lì fermo, incerto su cosa fare. Poi si spostò in un’altra parte della caverna in silenzio, scorrendo senza nessun rumore. Il Duro non alzò nemmeno gli occhi.

In un primo momento Tritt non capì perché si fosse mosso in quella particolare direzione. In un primo momento sentì soltanto che era giusto fare così. Poi gli fu tutto chiaro. Intorno a lui c’era un leggero calore di cibo e lui stava già assaggiandolo.

Non sapeva nemmeno di aver fame, eppure stava già mangiando e gli piaceva.

Il Sole però non c’era. Istintivamente alzò gli occhi, ma naturalmente era in una caverna. Eppure il cibo era persino migliore di quello che avesse mai mangiato in superficie. Si guardò in giro, chiedendosi meravigliato il perché. Si meravigliava, soprattutto, di chiedersi il perché.

Più di una volta lui si era spazientito con Odeen, perché Odeen si chiedeva il perché di tantissime cose che non avevano nessuna importanza. Adesso era lui, proprio lui — Tritt! — a chiedersi il perché. Ma la cosa di cui se lo chiedeva aveva importanza. Improvvisamente vide quella cosa che aveva davvero importanza. E con un lampo quasi accecante si rese conto che lui, Tritt, non si sarebbe mai chiesto meravigliato il perché a meno che, dentro di lui, qualcosa non gli avesse detto che aveva importanza.

Agì velocemente, sorpreso del proprio coraggio. Dopo pochissimo tempo tornò sui suoi passi. Oltrepassò di nuovo il Duro, quello cui aveva parlato prima, e gli disse: — Sto andando a casa, Duro signore.

Il Duro si limitò a borbottare qualcosa d’incomprensibile. Stava ancora facendo qualcosa, era chino su una certa cosa e faceva cose sciocche e non vedeva la cosa più importante.

Se i Duri erano così in gamba e potenti e intelligenti, pensò Tritt, come facevano a essere così stupidi?

<p>3a</p>

Dua si ritrovò a fluttuare senza fretta in direzione delle caverne dei Duri. Ci andava in parte perché, essendo ormai tramontato il Sole, quello l’avrebbe tenuta ancora per un po’ lontana da casa — dove non aveva voglia di tornare a sorbirsi le noiose insistenze di Tritt e le esortazioni per metà imbarazzate e per metà rassegnate di Odeen — e in parte per l’attrazione che su di lei esercitavano i Duri in quanto tali.

La provava da moltissimo tempo, quell’attrazione (fin da quando era piccola in effetti) e ormai aveva smesso di fare finta che non fosse così. Un’Emotiva non avrebbe dovuto sentirsi attratta in quel modo, si affermava. Talvolta le più piccole ne erano incuriosite — Dua era abbastanza vecchia e sperimentata da riconoscerlo — ma la curiosità svaniva alla svelta oppure gliela facevano svanire i rimbrotti dei Paterni.

Tuttavia, anche da bambina, lei aveva testardamente continuato a essere curiosa del mondo e del Sole e delle caverne e… di tutto, insomma, tanto che il suo Paterno le diceva: — Sei davvero strana, Dua, cara. Sei una buffa piccola mediana. Cosa ne sarà di te?

Allora, in principio, non aveva la minima idea di cosa ci fosse di strano o di buffo nel desiderio di sapere. Aveva presto scoperto che il suo Paterno non era in grado di rispondere alle sue domande, e una volta aveva provato a rivolgersi a suo padre sinistride, ma lui non aveva la dolcezza e le perplessità del Paterno. — Perché fai tante domande, Dua? — era sbottato, fissandola con severità.

Lei era scappata via, spaventata, e non gli aveva mai più chiesto niente.

Ma poi un giorno un’altra Emotiva della sua stessa età l’aveva schernita strillandole dietro: “Emo-Sin”, dopo che lei aveva detto qualcosa… non se la ricordava più, ma all’epoca le era sembrata una cosa naturale. Ci era rimasta malissimo senza sapere perché, e aveva chiesto a suo fratello sinistride, molto maggiore di lei, cosa volesse dire “Emo-Sin”. Lui si era tirato indietro imbarazzato, palesemente imbarazzato, borbottando: — Non lo so — mentre era evidente che lo sapeva benissimo.

Dopo qualche riflessione era andata dal Paterno e aveva detto: — Io sono una Emo-Sin, papà?

E lui aveva ribattuto: — Chi ti ha chiamato così, Dua? Non devi ripetere certe parole.

Dua si era estesa, fluttuando, fin contro il suo spigolo più vicino, aveva riflettuto, poi aveva detto: — È brutta?

Lui aveva risposto: — Crescerai e ne verrai fuori — e si era gonfiato un pochino in modo da farla oscillare verso l’esterno e vibrare tutta, nel gioco che tanto le piaceva. Però quella volta non si era divertita, perché aveva capito che anche lui, in realtà, non le aveva risposto. E poi se n’era andata via, pensierosa. Il Paterno aveva detto: “Crescerai e ne verrai fuori”, perciò adesso c’era dentro. Ma dentro cosa?

Persino allora aveva poche amiche vere tra le Emotive. A loro piaceva chiacchierare e ridacchiare insieme, ma lei preferiva fluttuare sopra le rocce aguzze e sgretolate, per godere la sensazione della loro scabrosità. C’era, tuttavia, qualche mediana più amichevole delle altre o che lei considerava meno esasperante. Per esempio c’era Doral, sciocca come tutto il resto del mucchio, in effetti, ma che ogni tanto era divertente. (Diventata adulta, Doral aveva formato la triade con il fratello destride di Dua e un giovane sinistride proveniente da un altro complesso di caverne, che però a Dua piaceva poco. Doral aveva cominciato subito a dare inizio al piccolo sinistride e al piccolo destride in rapida successione, e alla bambina mediana non molto tempo dopo. Era anche diventata così densa che pareva che in quella triade ci fossero due Paterni, e Dua si era addirittura chiesta come riuscissero ancora a fondersi. E pensare che Tritt non faceva altro che ripeterle, con intenzione: “Guarda che bella triade ha messo insieme Doral!”.)

Un giorno che erano sole lei le aveva domandato, sussurrando: — Doral, tu lo sai cos’è un’Emo-Sin?

E Doral aveva sobbalzato, ridacchiando, e si era compressa, come se non volesse essere vista, e aveva risposto: — È un’Emotiva che si comporta come un Razionale. Lo sai, come un sinistride. Capisci? Emotiva-Sinistride… Emo-Sin! Hai capito?

Naturale che lei avesse capito! Era lampante, una volta spiegato. Ci sarebbe arrivata da sola, subito, se fosse stata capace d’immaginare una situazione simile.

Aveva chiesto: — Come fai a saperlo?

— Me l’hanno detto le grandi. — Il corpo di Doral si era arricciolato in un movimento che Dua aveva trovato sgradevole. — È una parola sporca — aveva aggiunto.

— Perché? — aveva chiesto ancora lei.

— Perché è sporca. Le Emotive non devono comportarsi come i Razionali.

Era un’eventualità cui Dua non aveva mai pensato, ma allora lo aveva fatto. E aveva detto: — Perché non dovrebbero?

— Perché sì! Vuoi sentire un’altra cosa sporca?

Era rimasta perplessa: — Cosa?

Doral non aveva risposto, ma una sua parte si era espansa di colpo e aveva sfiorato Dua prima che lei avesse avuto il tempo di formare una concavità. A Dua la cosa non era piaciuta. Si era scansata e aveva detto: — Non fare così.

— Lo sai cos’altro è sporco? Si può andare dentro una roccia.

— No, non si può! — aveva esclamato lei. Era stupido negarlo, dato che era spesso penetrata attraverso la superficie esterna della roccia e le piaceva. Ma ora, a causa delle sciocche risatine dell’amica, ne era disgustata e non voleva ammetterlo, nemmeno con se stessa.

— Sì che puoi! Si chiama stropicciamento, e a noi Emotive viene facile anche contro la roccia. Destridi e sinistridi lo possono fare solo da bambini ma, sai?, quando sono grandi lo fanno l’uno con l’altro.

— Non ti credo! Te lo stai inventando!

— Invece lo fanno. Conosci Dimit?

— No.

— Ma sì che la conosci! È quella ragazza che ha un angolo denso, quella della Caverna C.

— Quella che fluttua in quel modo storto?

— Sì, proprio per quel suo angolo denso. Be’, lei andava sempre dentro la roccia, ogni volta che poteva, meno il suo angolo naturalmente. E una volta lo ha fatto intanto che suo fratello sinistride stava a guardare, e lui lo ha detto al Paterno, e che cosa non s’è presa! Non l’ha fatto mai più.

Dua se n’era andata subito, tutta sottosopra e per molto tempo non aveva più parlato con Doral. Anzi, non erano più state tanto amiche, da allora, però la sua curiosità era aumentata.

La sua curiosità? Perché non chiamarla la sua “Emo-Sinistrezza”?

Un giorno, dopo essersi assicurata che il suo Paterno non fosse nelle vicinanze, si era infilata dentro una roccia, fondendosi con essa lentamente, per un pochino. Era la prima volta che ci provava, da grande, e non aveva la minima idea che avrebbe osato andare tanto in profondità. Dava una magnifica sensazione di calore, ma, quando ne era emersa, si era sentita come se tutti sapessero cos’aveva fatto, come se la roccia le avesse lasciato addosso una macchia.

L’aveva fatto ancora, ogni tanto e con maggiore baldanza, godendosela ogni volta un po’ di più. Naturalmente non era mai andata troppo in profondità.

Alla fine il Paterno l’aveva colta sul fatto e aveva borbottato per il disgusto, così che dopo di allora lei era stata più attenta. Ma adesso era molto più vecchia e sapeva benissimo che, nonostante le risatine chiocce di Doral, non era un’azione inusitata. In pratica tutte le Emotive lo facevano, di quando in quando, e qualcuna l’ammetteva anche.

Avveniva con minore frequenza, diventando adulte, e Dua riteneva che nessuna delle Emotive da lei conosciute l’avesse più fatto dopo essersi unita a una triade e aver cominciato le fusioni vere e proprie. Era uno dei suoi segreti (non l’aveva mai detto ad alcuno, infatti), ma lei aveva continuato a farlo, e un paio di volte anche dopo la formazione della triade. (Quelle volte aveva pensato: “Cosa succederebbe se Tritt mi scoprisse?” e le era parso che le conseguenze sarebbero state orribili e tutto il divertimento era svanito.)

Confusamente, però, trovava — di fronte a se stessa — una giustificazione del suo comportamento nella dura prova che erano i suoi rapporti con le altre. Le grida “Emo-Sin! Emo-Sin!” avevano cominciato a seguirla ovunque, proprio allora, come una specie di umiliazione pubblica. Era quello il periodo della sua vita durante il quale era stata spinta a un isolamento quasi totale per sfuggire a quella tortura e la sua precedente propensione alla solitudine si era pertanto rafforzata. Essendo sempre sola, poi, aveva trovato consolazione nelle rocce. Lo stropicciamento, fosse una cosa sporca o no, era un atto solitario e loro la costringevano a stare sempre sola.

Per lo meno, questo era quanto lei si diceva.

Aveva tentato di rendergli pan per focaccia, una volta. Le aveva insultate, urlando: — Siete un branco di Emo-Destridi! Un branco di sporche Emo-Destridi! — a tutte quelle mediane che la prendevano in giro.

Ma loro si erano messe a ridere, e Dua era corsa via, confusa e frustrata. Loro erano davvero Emo-Destridi. Quando si avvicinava l’età di formare una triade, quasi tutte le Emotive cominciavano a interessarsi ai bambini, svolazzando sui piccoli a imitazione dei Paterni, cosa che lei trovava repellente. Non aveva mai provato quell’interesse: i bambini erano solo bambini ed erano i fratelli destridi a occuparsene!

Il soprannome odioso non le era stato più rivolto dopo che era cresciuta. In parte aveva contribuito il fatto di essere rimasta con una struttura molto giovanile, quasi da ragazzina, tanto rarefatta e agile che era in grado di fluttuare in un unico ricciolo fumoso, impossibile da imitare. E poi, quando sinistridi e destridi avevano cominciato a mostrare un sempre più vivo interesse per lei, le altre Emotive non avevano proprio più potuto schernirla.

Tuttavia… tuttavia, adesso che nessuno più osava mancare di rispetto a Dua (perché in tutte le caverne si sapeva che Odeen era il più importante Razionale della sua generazione e lei era la sua congiunta mediana), aveva raggiunto l’intima certezza di essere irrimediabilmente un’Emo-Sin.

Non riteneva che fosse una cosa sporca, no, ma in qualche occasione si era scoperta a desiderare di essere un Razionale e ne era rimasta sconcertata. Si chiedeva se le altre Emotive avessero mai avuto, anche una volta sola, un simile desiderio e se per caso non fosse quello il motivo, almeno in parte, per cui lei non voleva una bambina Emotiva — cioè perché lei stessa non era una vera Emotiva — e non copriva degnamente il suo ruolo nella triade…

A Odeen non era mai importato che lei fosse un’Emo-Sin. Non l’aveva mai chiamata così, sebbene gli piacesse molto che lei s’interessasse al suo lavoro, gli piacessero le sue domande cui lui immancabilmene rispondeva, e gli piacesse anche il fatto che lei capiva le risposte. La difendeva sempre quando Tritt si mostrava geloso, be’, non proprio geloso, ma contrario, nella sua visione testarda e limitata del mondo, a tutto quanto riteneva inutile e inadatto alla triade.

Qualche volta Odeen l’aveva condotta alle caverne dei Duri, fiero della sua posizione e palesemente compiaciuto dell’impressione che suscitava in lei. E Dua ne era rimasta davvero impressionata, non tanto per la sua intelligenza e la sua immensa cultura, quanto per il fatto che Odeen era lieto di dividere con lei tutto quello che sapeva. (Ricordava bene l’aspra risposta del suo padre sinistride quell’unica volta che gli aveva fatto una domanda!) Non era mai stata così felice e lo aveva amato ancora di più, perché lui la rendeva partecipe della propria vita… anche se quella era un’altra prova della sua diversità.

Forse era a causa di quella sua natura ibrida — le veniva da pensare sempre più spesso — che si sentiva ogni giorno più vicina a Odeen mentre si allonanava da Tritt, e trovava sempre più insopportabile l’insistenza del secondo. Odeen non le aveva mai accennato, nelle sue spiegazioni, a niente del genere, ma forse Tritt la percepiva vagamente e, benché incapace di capirla, ne ricavava ugualmente un senso d’infelicità.

La prima volta che era andata in una caverna dei Duri, ne aveva udito due parlare tra loro. Allora non sapeva che parlassero, naturalmente. Aveva sentito una vibrazione nell’aria, rapidissima e mutevole, che si trasformava in uno spiacevole ronzio dentro di lei. Si era rarefatta e aveva lasciato che la vibrazione l’attraversasse.

Odeen aveva detto: — Stanno parlando. — Poi, anticipando la sua obiezione: — Nella loro maniera di parlare. Tra loro si capiscono.

Dua si era sforzata e aveva afferrato subito quel concetto. Era più che mai felice di riuscire a capire subito una cosa perché, tra l’altro, così rendeva contento Odeen. (Lui le aveva detto, una volta: “Tutti gli altri Razionali che conosco hanno un’Emotiva con la testa vuota. Io sono più fortunato”. Lei aveva ribattuto: “Ma agli altri Razionali le teste vuote piacciono molto. Perché tu sei diverso da loro, Odeen?”. Lui non aveva negato che agli altri piacessero le teste vuote, aveva detto solo: “Non ci ho mai pensato e non credo che sia una cosa tanto importante da pensarci sopra. Io sono molto contento di avere te, e contento di esserne contento”.)

Gli aveva chiesto: — Tu capisci il modo di parlare dei Duri?

— Non proprio — aveva risposto Odeen. — Posso sentire i cambiamenti abbastanza in fretta. Qualche volta percepisco la sensazione che provano per quello che stanno dicendo, anche senza capire le parole, soprattutto dopo che ci siamo fusi. Ma solo qualche volta. Percepire le sensazioni è in realtà una specialità delle Emotive, solo che, se mai ci si provasse, un’Emotiva non saprebbe dare un senso a quello che percepisce. Però, tu potresti.

Dua si era schermita. — Non posso, ne ho paura. Magari a loro non piace.

— Su, prova. Sono curioso. Vedi se riesci a dirmi di cosa stanno parlando.

— Davvero potrei?… Davvero?

— Sì, forza. Se ti scoprono e la cosa ti disturba, gli dirò che sono stato io a chiedertelo.

— Promesso?

— Te lo prometto.

Piuttosto nervosa, Dua si era estesa in direzione dei due Duri, ponendosi in uno stato di completa passività per facilitare l’afflusso delle sensazioni.

— Eccitazione! — aveva detto. — Sono eccitati. Per qualcuno nuovo.

Odeen aveva avanzato una supposizione: — Magari per Estwald.

Era stata la prima volta che Dua aveva sentito quel nome. — Questo è buffo.

— Che cosa?

— Ho la sensazione di un sole grande. Molto, molto grande.

Odeen aveva riflettuto. — Forse stanno parlandone.

— Ma come può esistere?…

In quel momento i Duri li avevano visti. Si erano avvicinati, accogliendoli amichevolmente, e li avevano salutati parlando alla maniera dei Morbidi. Dua era tremendamente imbarazzata, per timore che si fossero accorti che lei li aveva spiati, ma loro non avevano detto niente.

(In seguito Odeen le aveva raccontato che era inconsueto imbattersi in Duri che parlavano tra di loro, alla loro maniera. Di solito si sottomettevano alle richieste dei Morbidi e sospendevano sempre quello che stavano facendo quando arrivava un Morbido. “Ci vogliono molto bene” diceva Odeen. “Sono gentilissimi con noi.”)

Di tanto in tanto l’avrebbe portata ancora nelle caverne dei Duri, quasi sempre mentre Tritt era totalmente occupato con i bambini. E non si sarebbe fatto in quattro per dire a Tritt che l’aveva condotta con sé, per non provocare l’avvio di qualche predica sul fatto di viziare Dua e d’incoraggiarne la brutta abitudine di sfuggire il Sole e proprio per quello rendere così inefficace la fusione che… Era impossibile parlare con Tritt per più di cinque minuti senza che la fusione comparisse nel discorso.

Un paio di volte era scesa nelle caverne da sola. Aveva sempre provato un po’ di timore nel farlo, benché i Duri che incontrava fossero sempre amichevoli, sempre “gentilissimi”, come diceva Odeen. Ma si comportavano come se non la prendessero sul serio. Erano lieti, ma anche segretamente divertiti — questo lei lo percepiva con assoluta certezza — quando gli poneva qualche domanda. E le loro risposte erano lineari e non fornivano informazioni. “È una semplice macchina, Dua” dicevano. Oppure: “Fattelo spiegare da Odeen”.

Non era sicura di avere o no incontrato Estwald, dato che non aveva mai osato chiedere il nome dei Duri che le parlavano (tranne Losten, al quale Odeen l’aveva presentata e di cui le aveva raccontato moltissimo). Qualche volta aveva avuto l’impressione che questo o quel Duro fosse lui: Odeen ne parlava con grande rispetto e con un po’ d’invidia. Ma lei supponeva che fosse troppo impegnato in qualche lavoro di enorme importanza per trovarsi nelle caverne accessibili ai Morbidi.

E poi a poco a poco, mettendo insieme le informazioni che Odeen le dava, aveva scoperto che il mondo aveva uno spaventoso bisogno di cibo. Odeen, però, non lo chiamava mai “cibo”, lui diceva “energia” e le aveva spiegato che così lo chiamavano i Duri.

Il Sole stava indebolendosi e morendo, ma Estwald aveva scoperto come trovare altra energia molto lontano, ben più lontano del Sole e delle sette stelle che brillavano nel buio cielo della notte. (Odeen diceva che le sette stelle erano sette soli lontanissimi, e che esistevano molte altre stelle ancora più lontane e troppo deboli per essere viste. Tritt aveva sentito quella spiegazione e aveva chiesto a cosa serviva che quelle stelle esistessero, se non potevano essere viste, e che comunque lui non credeva a una sola parola. Odeen aveva replicato: “Ma insomma, Tritt” nel suo solito tono paziente, mentre lei era stata sul punto di dire qualcosa che somigliava molto a quello che aveva detto Tritt, ma poi non ne aveva fatto niente.)

Così adesso pareva che ci sarebbe stato un mucchio di energia, e per sempre. Un mucchio di cibo, cioè, per lo meno appena Estwald e gli altri Duri avessero imparato a dare alla nuova energia un gusto migliore.

Era stato solo pochi giorni prima che lei aveva detto a Odeen: — Ti ricordi, tanto tempo fa, quando mi hai condotta alle caverne dei Duri e io ho percepito i Duri e ti ho detto di aver avuto la sensazione di un grande sole?

Per un momento Odeen era rimasto perplesso. — Mi pare. Ma va’ avanti, Dua. Che cosa vuoi dirmi?.

— Ci ho pensato molto. È il grande Sole, la fonte della nuova energia?

Felice, Odeen aveva esclamato: — Ma è magnifico, Dua! Non è del tutto esatto, ma è un’intuizione eccezionale per un’Emotiva!

E adesso Dua, di umore un po’ triste, stava di nuovo scendendo lentamente, e intanto rievocava tutti quegli episodi del passato. Senza quasi rendersi conto del tempo trascorso o della distanza percorsa, si ritrovò nelle caverne dei Duri, ed era in procinto di chiedersi se non fosse stata fuori abbastanza e se non fosse meglio ritornare a casa accettando l’inevitabile rimprovero di Tritt, quando — come se il pensarlo lo avesse portato fino a lei — percepì la presenza di Tritt.

La sensazione era talmente forte che solo per un attimo sospettò di captare emozioni provenienti dalla lontana caverna della triade. No! Tritt era lì, proprio laggiù vicino a lei, nelle caverne dei Duri!

Ma che cosa c’era andato a fare? La stava forse seguendo? Voleva magari mettersi a litigare con lei, lì? Era tanto stupido da fare appello ai Duri? Lei non avrebbe sopportato che…

E poi quel senso di fredda rabbia l’abbandonò e venne sostituito dallo sbalordimento: Tritt non stava affatto pensando a lei. Era persino inconsapevole della sua presenza. Tutto quello che percepiva in lui era una fortissima determinazione a fare qualcosa, mista ad apprensione per quello che intendeva fare.

Dua sarebbe stata in grado di penetrare più a fondo nelle emozioni di Tritt e, quanto meno, scoprire che cosa lui stesse facendo e perché, ma quello era l’ultimo dei suoi pensieri: dal momento che Tritt non sapeva che lei era vicina, voleva soltanto essere sicura che continuasse a non saperlo.

Perciò, quasi per un riflesso condizionato, fece qualcosa che un istante prima avrebbe giurato che mai e poi mai avrebbe fatto, in nessunissima circostanza.

Forse (rifletté in seguito) era successo perché aveva da poco ricordato quella particolare conversazione avuta con Doral da ragazzina, oppure i suoi stessi esperimenti di stropicciamento con la roccia. (Per definirlo, gli adulti usavano un’altra parola, più complicata, che però lei riteneva molto più imbarazzante di quella usata dai bambini.)

A ogni modo, senza quasi rendersi conto di quanto faceva e persino, per un breve periodo del tempo successivo, di quanto aveva fatto, s’immerse frettolosamente dentro la più vicina parete di roccia.

Dentro la roccia! E tutta intera, non solo una piccola parte di lei!

L’orrore per l’azione compiuta venne attenuato dalla perfetta scelta di tempo e dal modo impeccabile in cui raggiunse il suo scopo: Tritt, infatti, passò in quel medesimo momento a una distanza talmente ravvicinata da poterla toccare, se si fosse esteso, eppure non si accorse di lei.

Nel frattempo, però, Dua aveva perso ogni interesse nel motivo che aveva portato Tritt nelle caverne dei Duri, se non c’era andato per cercare lei. Anzi, Dua aveva completamente dimenticato Tritt.

Era colma di un’indicibile meraviglia per la sua attuale posizione nello spazio. Neppure da bambina si era mai completamente fusa dentro la roccia né aveva mai conosciuto un’Emotiva che ammettesse di averlo fatto (anche se invariabilmente girava la voce che l’aveva fatto qualcun’altra). Di certo nessuna Emotiva adulta l’aveva mai fatto o avrebbe potuto farlo, ma Dua era rarefatta in modo eccezionale anche per un’Emotiva (e Odeen amava farle i complimenti proprio per quello) e il suo rifiuto di nutrirsi la rendeva ancor più rarefatta (come spesso osservava Tritt).

L’azione appena compiuta sottolineava l’estensione della sua rarefazione molto più che tutti i rimbrotti del suo congiunto destride, e per qualche momento Dua se ne vergognò e fu dispiaciuta per Tritt. Ma subito fu oppressa da una vergogna più grande: e se qualcuno l’avesse vista? Lei, un’adulta…

Se un Duro fosse passato di lì e si fosse soffermato… Non se la sentiva certo di riemergere in presenza di qualcuno, ma per quanto tempo avrebbe potuto restare immersa? E cosa sarebbe successo se l’avessero scoperta dentro la roccia?

E, mentre rifletteva a questo modo, percepì la presenza dei Duri e anche — chissà come — si rese conto che erano molto lontani.

Restò ferma, cercando di riacquistare la calma. La roccia, che la permeava e la circondava, conferiva un certo grigiore al suo senso percettivo, ma non lo attenuava. Anzi, lo acuiva. Sentiva ancora Tritt, che proseguiva ostinato verso il basso, come se fosse al suo fianco, e poteva sentire i Duri, benché si trovassero al di là di un intero complesso di caverne. Li vedeva addirittura, uno per uno e ciascuno al proprio posto, e percepiva le vibrazioni del loro linguaggio in ogni particolare, tanto che era persino in grado di afferrare a pezzi e a bocconi quello che stavano dicendo.

Sentiva meglio di quanto avesse mai sentito prima e di quanto avesse creduto possibile.

Perciò, sebbene ora sapesse con certezza di essere sola e inosservata, non uscì dalla roccia, in parte per lo sbalordimento e in parte per la bizzarra esaltazione che le dava quel nuovo tipo di comprensione. Per di più desiderava continuare a sperimentarlo.

La sua percettività aveva raggiunto un tale livello che ormai sapeva persino perché era tanto percettiva. Odeen aveva sovente affermato che, dopo una fusione, capiva meglio anche quello che in precedenza gli risultava incomprensibile. Esisteva dunque qualcosa, nello stato di fusione, che accresceva in modo incredibile la sensibilità in ogni campo: si assorbiva di più e la si usava di più. Odeen aveva detto che succedeva così a causa della maggiore densità atomica durante la fusione.

Benché Dua non fosse sicura del significato dell’espressione “maggiore densità atomica”, sapeva che era quello che avveniva quando si fondevano, e il suo stato attuale non era molto simile a una fusione? Non si era forse fusa con la roccia?

Quando a fondersi era la triade, tutti i benefici dell’aumento del senso percettivo andavano a Odeen. Era il Razionale ad assorbire, ad accrescere le proprie capacità di comprensione, a conservare anche dopo la separazione le conoscenze acquisite. Ma ora Dua era la sola coscienza presente in quella fusione. Erano infatti soltanto lei e la roccia. Avveniva quindi una “maggiore densità atomica” (era così, no?) a suo esclusivo beneficio.

(Era per quello che lo stropicciamento con la roccia era considerato una perversione? Era quello il motivo per cui si ammonivano le Emotive a non farlo? Oppure era capitato solo a lei perché era tanto più rarefatta delle altre? O perché era un’Emo-Sin?)

E poi Dua lasciò da parte le congetture e si limitò a esercitare la sua percezione… affascinata da essa. Captò, registrandolo solo automaticamente, il ritorno di Tritt, che la oltrepassava di nuovo muovendosi nella direzione da cui era venuto. Captò, registrandolo solo automaticamente — e quasi senza sorpresa — l’arrivo di Odeen che risaliva, anche lui, dalle caverne dei Duri. Erano i Duri che lei stava ascoltando, soltanto loro, con la sua percezione acuita al massimo per tentare di ricavarne il più possibile.

Passò molto tempo prima che Dua la smettesse e fluttuasse fuori dalla roccia. Quando lo fece, non era più nemmeno preoccupata che qualcuno potesse vederla. Era ormai abbastanza sicura delle sue capacità percettive per sapere che nei dintorni non c’era nessuno.

E tornò verso casa immersa in profondi pensieri.

<p>3b</p>

Tornato a casa, Odeen aveva trovato Tritt che lo aspettava, mentre Dua era ancora fuori. Contrariamente al solito, Tritt non ne era preoccupato; cioè, pareva preoccupato ma non per quello. Quindi, benché le sue emozioni fossero abbastanza forti da essere chiaramente percepite, Odeen non volle indagare a fondo. Era l’assenza di Dua che lo rendeva irrequieto, a tal punto che scoprì d’irritarsi per la presenza di Tritt solo perché Tritt non era Dua.

La constatazione lo sorprese. Non poteva negare che, dei suoi due congiunti, fosse Tritt quello che gli era più caro. In teoria i tre componenti la triade costituivano un’unità e ogni componente trattava gli altri due in modo esattamente uguale. Però lui non aveva mai conosciuto una triade in cui le cose stessero così, e meno che mai nelle triadi di coloro che proclamavano a gran voce di essere perfetti a tale riguardo. Di solito, invece, uno dei tre era lasciato un poco in disparte e se ne rendeva conto.

Non era quasi mai l’Emotiva, comunque. Le Emotive si sostenevano a vicenda, al di fuori della triade, in una misura che Razionali e Paterni non raggiungevano affatto. Il proverbio diceva, infatti: il Razionale ha il suo maestro e il Paterno i suoi bambini, ma l’Emotiva ha tutte le altre Emotive.

Le Emotive si scambiavano osservazioni e, se una di loro dichiarava di essere trascurata oppure la inducevano a dichiararsi tale, veniva rimandata a casa dopo un fitto cicaleccio di istruzioni: resta sulle tue, non cedere e, al contrario, pretendi! Dal momento, poi, che la riuscita della fusione dipendeva in gran parte dal suo comportamento, l’Emotiva veniva generalmente coccolata e blandita sia dal congiunto sinistride sia da quello destride.

Ma Dua era un’Emotiva così poco Emotiva! Sembrava non importarle che Odeen e Tritt fossero tanto intimi e non aveva nessun’amica tra le altre Emotive che glielo facesse notare. Era naturale, d’altra parte: era un’Emotiva pochissimo Emotiva.

Odeen l’amava. L’amava perché lei s’interessava al suo lavoro, l’amava perché se ne lasciava coinvolgere e perché era così sorprendentemente pronta a capire, ma il suo era un amore intellettuale. I suoi sentimenti più profondi erano per il serio, saldo, stupido Tritt, che sapeva stare tanto bene al proprio posto e che poteva offrire tanto poco, oltre a ciò che era effettivamente essenziale: la garanzia di una sicura e normale vita quotidiana.

Ma adesso Odeen si sentiva impaziente. Chiese: — Sai niente di Dua, Tritt?

Tritt non rispose direttamente. Disse: — Ho da fare. Ci vedremo dopo. Sono stato molto occupato.

— Dove sono i bambini? Sei uscito anche tu? Hai in te un senso di “fuori casa”.

Una nota d’irritazione comparve nella voce di Tritt. — I bambini stanno bene e sono beneducati. Sanno già abbastanza da poter vivere da soli nell’ambito della comunità. E poi, Odeen, non sono più tanto bambini! — Ma non negò l’aura di “fuori casa” che emetteva debolmente.

— Scusa. Sono solo ansioso di vedere Dua.

— Dovresti essere così più spesso — ribatté Tritt. — A me dici sempre di lasciarla andare, di lasciarla sola. Cercatela da te. — E se ne andò nei locali più interni della caverna di famiglia.

Odeen lo seguì con lo sguardo, sorpreso da quella reazione. In qualunque altro momento avrebbe seguito il suo congiunto destride per tentare di capire il motivo dell’insolito disagio che emergeva chiarissimo dalla sua naturale stolidità di Paterno. Chissà mai cos’aveva fatto Tritt?… Ma lui desiderava talmente vedere Dua e la sua ansietà aveva raggiunto un livello tale che lasciò andare Tritt.

L’ansietà, inoltre, acuì la sua sensibilità. Era con una specie di orgoglio perverso che i Razionali si vantavano della loro relativa mancanza di percezione, perché il senso percettivo non era una qualità della mente, bensì una caratteristica delle Emotive. In particolare Odeen, il più Razionale tra i Razionali, preferiva di gran lunga ragionare piuttosto che sentire, ma quel giorno estese più che poté il reticolo imperfetto della sua capacità percettiva, desiderando per un attimo essere un’Emotiva in modo da poterlo proiettare meglio e più lontano.

A ogni modo servì allo scopo. Dopo un po’ riuscì a captare Dua che si avvicinava a una distanza inusuale — per lui — e si affrettò ad andarle incontro. E proprio perché l’aveva sentita a tale distanza si accorse di quanto fosse rarefatta. Di solito non ci badava, ma Dua era soltanto una nebbiolina lieve e delicata, nient’altro.

…Tritt aveva ragione, pensò con improvvisa angoscia. Era indispensabile costringere Dua a mangiare e a fondersi. Era indispensabile ravvivare il suo interesse nella vita.

Era così concentrato in quel pensiero che, quando lei fluttuò nella sua direzione e praticamente lo avvolse tutto — senza badare al fatto che non erano in privato e che qualcuno poteva vederli — dicendo: — Odeen, devo sapere… devo sapere tante cose… — lui accettò il gesto come logica conseguenza della propria preoccupazione e non lo considerò nemmeno strano.

Si scostò un poco, con prudenza, tentando di assumere una posizione più decorosa senza farlo sembrare un moto di ripulsa. — Vieni — le disse. — Ti stavo aspettando. Chiedimi tutto quello che vuoi sapere. Cercherò di risponderti come meglio posso.

E si avviarono velocemente verso casa, con lui che accordava i propri movimenti al caratteristico ondeggiare delle Emotive.

Dua disse: — Parlami dell’altro universo. Perché sono diversi? In che cosa sono diversi? Racconta.

Lei non si rendeva conto di chiedere troppo. Odeen, invece, se ne rese conto. Si sentiva colmo di una sorprendente quantità di nozioni e fu sul punto di chiederle: “Come hai fatto a sapere qualcosa dell’altro universo, abbastanza da diventare tanto curiosa in proposito?”.

Represse la domanda: in fondo Dua proveniva dalla direzione in cui si trovavano le caverne dei Duri, e forse Losten gliene aveva accennato, dubitando che, nonostante i suoi consigli, lui fosse troppo orgoglioso della propria posizione per aderire alle richieste della sua congiunta mediana.

No, le cose non stavano così, pensò Odeen, serio. E lui non avrebbe chiesto spiegazioni a Dua. Le avrebbe semplicemente insegnato tutto.

Appena arrivati in casa, Tritt, indaffarato, andò loro incontro. — Se voi due dovete parlare, andate nella camera di Dua. Io ho da fare qua in giro. Devo assicurarmi che i bambini siano puliti e facciano esercizio. Non c’è tempo di fondersi adesso. No, niente fusione.

Né Odeen né Dua avevano la minima voglia di fondersi, in quel momento, ma nessuno dei due aveva nemmeno la minima voglia di disobbedire all’ordine di Tritt. La casa era il regno del Paterno. Il Razionale aveva le caverne dei Duri, giù nel profondo, e l’Emotiva i suoi posti di ritrovo, in superficie. Il Paterno aveva solo la sua casa.

Perciò Odeen disse: — Senz’altro, Tritt. Ce ne staremo fuori dai piedi.

E Dua estese, con un breve gesto affettuoso, una parte di sé e disse: — È bello vederti, destride caro. — (Odeen dubitò che in quella gentilezza vi fosse anche molto sollievo per non essere stata sollecitata a fondersi. A quel proposito Tritt esagerava sempre un tantino, persino più di quanto in media esagerassero gli altri Paterni.)

Una volta in camera sua, Dua si fermò a guardare il suo angolino privato di alimentazione, che di solito, invece, ignorava.

Era stata un’idea di Odeen. Sapeva che esistevano degli apparecchi per nutrirsi e, come aveva spiegato a Tritt, se a Dua non piaceva sciamare con le altre Emotive era possibilissimo convogliare l’energia del Sole dentro la loro caverna, in modo che potesse mangiare in casa.

Tritt ne era stato orripilato: erano cose che non si facevano, gli altri ne avrebbero riso, la triade ne avrebbe ricavato solo disonore. Ma perché Dua non si comportava come doveva?

— D’accordo, Tritt — aveva detto Odeen. — Ma Dua non si comporta come dovrebbe, perciò cosa costa accontentarla? È una cosa così tremenda? Mangerà per conto suo, metterà su un po’ di sostanza, ci farà felici e sarà più felice lei stessa, e forse alla fine imparerà a sciamare con le altre.

Allora Tritt aveva smesso di obiettare e poi anche Dua aveva accettato, dopo qualche discussione, ma aveva insistito che fosse un apparecchio semplicissimo. Di conseguenza si trattava unicamente di due aste verticali, che servivano da elettrodi, con un certo spazio in mezzo per Dua.

Lei lo usava raramente, ma quel giorno lo fissò e disse: — Tritt lo ha decorato… oppure lo hai fatto tu, Odeen?

— Io? Naturalmente no.

Alla base di ogni elettrodo c’erano dei ghirigori di argilla colorata.

— Credo che sia il suo modo di dirmi che vuole che lo adoperi — continuò Dua. — E oggi ho fame. E poi, se mangio, Tritt non si sognerà d’interromperci, vero?

— No — ammise Odeen, serio. — Tritt fermerebbe il mondo, se pensasse che il suo moto ti disturba mentre mangi.

— Be’, ho proprio fame — ripeté Dua.

Odeen percepì in lei un lieve senso di colpa. Si sentiva colpevole verso Tritt? Oppure perché era affamata? Perché poi avrebbe dovuto vergognarsi di avere fame? Oppure aveva fatto qualcosa che le aveva tolto energia ed era per quello che si sentiva…

Con impazienza, distolse la mente da quegli interrogativi. A volte un Razionale poteva essere troppo Razionale e risalire il filo di ogni suo minimo pensiero con pregiudizio di ciò che era davvero importante. E in quel preciso momento la cosa importante era parlare a Dua.

La guardò sedersi tra i due elettrodi, comprimendosi un poco nel farlo. Come risaltavano penosamente le sue piccole dimensioni! Strano, era affamato anche lui: se ne accorse perché d’un tratto gli sembrò che gli elettrodi risplendessero più del normale e sentì il gusto del cibo anche a quella distanza. Il sapore era ottimo. Ma, già, quando uno aveva appetito, i sensi gli si affinavano… No, lui avrebbe mangiato più tardi.

Dua disse: — Non stare lì a guardarmi in silenzio, sinistride caro. Parla. Voglio sapere. — Aveva assunto (inconsapevolmente?) la forma ovoide tipica dei Razionali, quasi volesse far capire che desiderava essere considerata una di loro.

Odeen cominciò: — Non posso spiegarti tutto. La parte scientifica della questione, voglio dire, perché a te non sono state date le basi. Cercherò quindi di semplificare al massimo, e tu limitati ad ascoltare. Quando avrò finito, mi dirai che cosa non hai capito e io vedrò di spiegartelo meglio. Tu sai, in primo luogo, che ogni cosa è composta di particelle piccolissime, chiamate atomi, che sono a loro volta composti di particelle ancora più piccole, subatomiche.

— Sì, sì — annuì Dua. — È per questo che possiamo fonderci.

— Esatto. Perché in realtà noi siamo per la maggior parte spazio vuoto. Tutte le particelle sono molto distanziate l’una dall’altra, e le tue e le mie e quelle di Tritt possono fondersi insieme in quanto ogni serie si sistema negli spazi vuoti delle altre serie. Il motivo per cui la materia non sfugge di qua e di là è che le minuscole particelle si attirano reciprocamente attraverso lo spazio che le divide. A tenerle unite sono le forze di attrazione, la più forte delle quali è quella che noi chiamiamo forza nucleare. Essa tiene insieme molto tenacemente le principali particelle subatomiche, che formano dei gruppi ben separati l’uno dall’altro, i quali a loro volta sono tenuti insieme da forze più deboli. Riesci a capire?

— Solo un po’ — ammise Dua.

— Be’, non importa, ci torneremo sopra in seguito… La materia, inoltre, esiste in diversi stati. Può essere molto rada, come nelle Emotive, cioè come in te, Dua. Può essere un po’ meno rada, come nei Razionali e nei Paterni, o ancora meno rada, come nelle rocce. Può essere anche molto compressa o compatta, come nei Duri. Ed è per questo che sono proprio duri e solidi: le loro particelle sono molto fitte.

— Vuoi dire che in loro non c’è spazio vuoto?

— No, non è quello che voglio dire — rispose Odeen, incerto circa il modo di rendere più chiaro il concetto. — Anche loro hanno una gran quantità di spazio vuoto, ma non tanto come noi. Le particelle hanno sempre bisogno di una certa e ben determinata quantità di spazio vuoto, intorno. E se tutte hanno quello che gli basta, allora le altre particelle non possono entrarci. Se poi le particelle vengono fatte entrare a forza, ecco che compare il dolore. Per questo ai Duri non piace che noi li tocchiamo. Tra le particelle di noi Morbidi, invece, c’è più spazio del necessario, perciò altre particelle possono entrarci in mezzo.

Dua non sembrava molto convinta di quel particolare aspetto dell’argomento.

Odeen si affrettò a proseguire: — Nell’altro universo le regole sono differenti. La forza nucleare non è forte come nel nostro. E questo vuol dire che le particelle hanno bisogno di più spazio.

— Perché?

Odeen scosse la testa. — Perché… perché… le particelle spargono molto più in giro le loro forme-onda. Non so spiegarmi meglio di così. Quando la forza nucleare è più debole, le particelle hanno bisogno di uno spazio maggiore e due pezzi di materia non sono in grado di fondersi insieme con la facilità con cui si fondono nel nostro universo.

— Possiamo vederlo, l’altro Universo?

— No, non è possibile. Possiamo solo dedurne la natura in base alle sue leggi fondamentali. Comunque, i Duri sono riusciti a tare cose straordinarie. Possiamo mandare di là un tipo di materia e ricevere da loro un altro tipo. Possiamo studiarlo, quel loro materiale, capisci? E possiamo far funzionare la Pompa Positronica. Lo sai cos’è, no?

— Be’, mi hai detto tu che da quella cosa noi ricaviamo energia. Ma non sapevo che c’entrasse anche un universo differente dal nostro… Com’è fatto l’altro universo, Odeen? Hanno anche loro stelle e pianeti come noi?

— Questa è una buona domanda, Dua! — Nell’insegnare, quel giorno Odeen provava un piacere più intenso del solito, perché era stato ufficialmente incoraggiato a farlo. (Prima, invece, aveva sempre l’impressione che tentare di spiegare qualcosa a un’Emotiva fosse un’azione indecente, da fare di nascosto.) Riprese a spiegare: — Anche se non possiamo vedere l’altro universo, siamo in grado di calcolarne l’aspetto dalle sue leggi. Sai cos’è che fa brillare le stelle? È la lenta e graduale trasformazione di combinazioni semplici di particelle in combinazioni più complesse. Si chiama fusione nucleare.

— Ce l’hanno anche nell’altro universo?

— Sì, ma poiché la forza nucleare là è più debole, la fusione è molto più lenta. Questo significa che le stelle devono essere molto, molto più grandi in quell’universo, altrimenti non si avrebbe una fusione sufficiente a farle brillare. Se le stelle dell’altro universo non fossero più grandi del nostro Sole, sarebbero fredde e morte. D’altra parte, se nel nostro universo le stelle fossero più grandi di quello che sono, la velocità di fusione sarebbe così enorme che esploderebbero. E questo significa che nel nostro universo devono esserci stelle piccole in quantità migliaia di volte superiore a quella delle grandi stelle dell’altro universo…

— Ma se ne abbiamo solo sette… — cominciò Dua. Poi disse: — Ah, dimenticavo.

Odeen sorrise con indulgenza. Era tanto facile dimenticare il numero infinito di stelle che non potevano essere viste se non con l’aiuto di strumenti speciali. — Ma va benissimo così, se non t’importa che continui ad annoiarti con le mie spiegazioni.

— Tu non mi annoi per niente — replicò Dua. — Mi piace tantissimo, anzi. Rende addirittura più buono il sapore del cibo. — E si mosse ondeggiando tra gli elettrodi con una specie di tremito voluttuoso.

Odeen se ne rallegrò tra sé e sé: prima di allora Dua non aveva mai detto una parola di lode nei riguardi del cibo. Continuò: — Naturalmente il nostro universo non durerà quanto l’altro universo. La fusione avviene tanto rapidamente che tutte le particelle saranno combinate insieme dopo un tempo uguale a un milione di vite.

— Ma ci sono tantissime stelle!

— Ah, ma stanno tutte morendo. Tutto l’universo sta morendo. Nell’altro universo, invece, dove le stelle sono molto più poche ma molto più grandi, la fusione è tanto lenta che le stelle durano milioni e milioni di volte più delle nostre. È difficile dire esattamente quanto, però, perché forse il tempo non scorre alla stessa velocità nei due universi. — Aggiunse, con una certa riluttanza: — Questo non lo capisco bene nemmeno io. È una parte della teoria di Estwald che non ho ancora studiato a fondo.

— È stato Estwald a scoprire tutte queste cose?

— Quasi tutte, sì.

Dua disse: — Allora è meraviglioso poter ottenere il cibo dall’altro universo. Voglio dire che non ha importanza se il nostro Sole muore, allora. Avremo sempre tutto il cibo che vorremo dall’altro universo.

— Esatto.

— Ma non succederà niente di brutto, vero? Io ho… io ho la sensazione che succederà qualcosa di brutto.

Odeen disse: — Ecco, per far funzionare la Pompa Positronica, si trasferisce una piccola quantità di materia avanti e indietro, il che significa che i due universi si mescolano un poco. La nostra forza nucleare diventa appena appena più debole, facendo rallentare ma di poco la fusione all’interno del nostro Sole e il Sole stesso si raffredda un poco più in fretta… Ma è roba da poco, veramente, e a ogni modo non ne abbiamo più bisogno.

— Non è questo il qualcosa di brutto che io sento. Se la forza nucleare diventa un po’ più debole, allora gli atomi occuperanno più spazio… è giusto, vero? E cosa succederà alla nostra fusione?

— Diventerà un po’ più difficile fondersi, infatti, ma occorrerà un tempo uguale a molti milioni di vite prima che sia evidente. E anche se un giorno fondersi diventasse impossibile e tutti i Morbidi morissero, be’, succederebbe moltissimo tempo dopo che saremmo tutti morti per mancanza di cibo… se non usassimo quello che ci arriva dall’altro Universo.

— Eppure non è questo il… qualcosa di brutto… lo sento. — Dua parlava in modo un po’ confuso, adesso. Si contorceva tutta tra gli elettrodi, e agli occhi di un Odeen soddisfatto pareva più grossa e più compatta. Era come se si fosse nutrita, oltre che di cibo, anche dei suoi insegnamenti.

Losten aveva ragione! L’istruzione rendeva Dua più soddisfatta della vita. In quel momento stava provando una gioia quasi sensuale — Odeen la percepiva — che non era solita provare.

Gli disse: — Sei tanto, tanto gentile a spiegarmi, Odeen. Sei un bravissimo congiunto sinistride.

— Vuoi che continui? — chiese Odeen, lusingato e compiaciuto come non mai. — Hai altre domande da farmi?

— Tantissime, Odeen, ma… ma non adesso. Non adesso, Odeen. Oh, Odeen… vuoi sapere cosa vorrei fare… adesso?

Lui lo intuì subito, ma era troppo prudente per dirlo a voce alta. I momenti di esaltazione e di profferte erotiche di Dua erano troppo rari per non essere trattati con la massima cautela. Sperò con tutte le sue forze che Tritt non fosse troppo occupato con i bambini al punto da dover rinunciare a quell’occasione inattesa.

Ma Tritt era già nella camera. Che fosse rimasto fuori dalla porta, ad aspettare? Non importava. Non era quello il momento di pensare!

Dua si era allontanata fluttuando dagli elettrodi e tutti i sensi di Odeen erano colmi della sua bellezza. Era tra lui e Tritt, adesso, e attraverso la sua sostanza Tritt scintillava, con tutti i màrgini risplendenti di un colore incredibile.

Non era mai stato così. Mai.

Con uno sforzo immenso Odeen si trattenne, in modo che la sua sostanza penetrasse in Dua e in Tritt un atomo per volta; contrastò con ogni stilla di forza che possedeva l’irresistibile penetrazione di Dua, non abbandonandosi all’estasi, ma cedendovi lentamente; si aggrappò alla propria consapevolezza fino all’ultimo istante possibile, e poi si annullò in uno slancio finale tanto intenso che fu simile a un’esplosione rimbombante e riecheggiante all’infinito dentro di lui.

Mai, in tutta la vita della triade, il periodo di perdita della coscienza durò a lungo come quella volta.

<p>3c</p>

Tritt era contento. La fusione era stata tanto soddisfacente! Al confronto, tutte le altre volte parevano misere e vuote. E lui era ancora più felice per quello che era successo. Eppure rimase zitto. Sentiva che era meglio non parlare.

Anche Odeen e Dua erano felici. Tritt ne era sicuro. E persino i bambini sembravano più risplendenti.

Ma Tritt era il più felice di tutti… naturalmente.

Restò ad ascoltare Odeen e Dua che parlavano. Non capiva niente di quello che dicevano, ma non aveva importanza Non gli importava nemmeno che sembrassero così contenti di essere insieme. Lui aveva la sua felicità e gli bastava stare ad ascoltare.

Dua disse, a un certo punto: — Ma davvero loro cercano di comunicare con noi?

(Tritt non riusciva proprio a capire chi fossero quei “loro”. Supponeva, però, che “comunicare” fosse una parola strana per “parlare”. Perché allora non dicevano semplicemente “parlare”? Qualche volta era tentato d’interromperli. Ma, se avesse fatto una domanda, Odeen avrebbe detto solo: “Ma insomma, Tritt”, e Dua si sarebbe arricciolata per l’impazienza.)

Odeen rispose: — Sì, certo. I Duri ne sono del tutto certi. Qualche volta fanno dei segni sul materiale che ci mandano, e i Duri dicono che è possibile comunicare per mezzo di quei segni. In effetti, molto tempo fa, anche loro facevano dei segni sul materiale di scambio quando era ancora necessario spiegare agli esseri-altri come mettere insieme la loro parte della Pompa Positronica.

— Chissà che aspetto hanno gli esseri-altri? A cosa immagini che assomiglino?

— In base alle leggi possiamo dedurre la natura delle stelle, perché è una cosa semplice. Ma come si fa a dedurre la natura degli esseri? Non sapremo mai come sono.

— Non potrebbero essere loro a comunicarci come sono?

— Se comprendessimo cosa ci comunicano, forse potremmo dedurne qualcosa. Ma non comprendiamo i loro segni.

Dua ne parve molto addolorata. — I Duri non li capiscono?

— Non lo so. Se anche li capiscono, a me non l’hanno fatto sapere. Una volta Losten mi ha detto che non importava quale aspetto avessero, finché la Pompa Positronica funzionava e, anzi, veniva allargata.

— Forse ti ha detto così solo perché non voleva che tu lo scocciassi.

Odeen replicò, rigido: — Io non scoccio Losten.

— Oh, sai bene cos’intendevo dire! Semplicemente non aveva voglia di spiegarti tutto nei particolari.

A quel punto Tritt non ne poteva già più di stare ad ascoltarli. Odeen e Dua continuarono a discutere per un bel po’ se i Duri avrebbero o non avrebbero permesso a Dua di vedere quei segni. Dua diceva che lei avrebbe potuto sentire quello che volevano dire, forse.

Queste parole fecero arrabbiare un poco Tritt. In fin dei conti Dua era solo una Morbida e… non era nemmeno un Razionale! Cominciò a chiedersi se Odeen facesse bene a raccontarle tutto quello che le raccontava. Metteva certe strane idee a Dua…

Le parole di Dua avevano fatto arrabbiare anche Odeen. Dapprima lui fece una risatina. Poi disse che un’Emotiva non poteva capire quelle cose complicate. Poi si rifiutò semplicemente di continuare il discorso. Così Dua fu costretta a essere molto carina con Odeen per un bel po’, per fargli tornare il buonumore.

In un’altra occasione fu Dua ad arrabbiarsi, e arrabbiarsi sul serio.

Cominciò tranquillamente. In effetti era una di quelle volte in cui erano tutti insieme, compresi i due bambini. Odeen era ben disposto e si era messo a giocare con loro. Non s’inquietò neanche quando Torun, il piccolo destride, si mise a spingerlo qua e là. Anzi, si lasciò andare in una forma molto poco dignitosa. Sembrava che non gl’importasse di essere tutto storto. Era la prova sicura che Odeen era contento. Tritt rimase in un angolo, a riposare, felice e soddisfatto di quello che stava succedendo.

Dua rise alla disavventura di Odeen e con la sua sostanza lo toccò proprio sulla bozza, in modo provocante. Sapeva benissimo, e Tritt sapeva che lei lo sapeva, che la superficie dei sinistridi era tanto sensibile quando non erano nella forma ovoidale!

Dua disse: — Ho pensato una cosa, Odeen… Se l’altro universo manda un po’ delle sue leggi dentro il nostro per mezzo della Pompa Positronica, anche il nostro universo manderà lo stesso po’ delle sue dentro il loro, vero?

Odeen mugolò sotto il tocco di Dua e cercò di scansarla senza sconvolgere troppo i bambini. Poi ansimò: — Non posso risponderti se non la smetti, mascalzoncella di una mediana!

Dua smise subito e Odeen riprese: — Il tuo è un ottimo ragionamento, Dua! Sei una creatura piena di sorprese, sai? La tua idea è esatta, naturalmente. Le leggi si mescolano nei due sensi… Tritt, per favore, vuoi portar fuori i piccoli?

Ma i due briganti scapparono via da soli. Non erano più “piccoli”, infatti! Erano quasi del tutto cresciuti, quasi adulti. Annis avrebbe presto cominciato la sua istruzione e Torun aveva già assunto la forma squadrata dei Paterni.

Tritt rimase dov’era e pensò che Dua diventava bellissima quando Odeen le parlava in quel modo.

Dua disse: — Se le altre leggi rallentano il nostro Sole e lo raffreddano, le nostre leggi non accelereranno forse i loro soli e non li riscalderanno?

— Perfettamente esatto, Dua! Un Razionale non potrebbe ragionare meglio.

— E di quanto li riscalderanno?

— Oh, non di molto. Diventeranno solo un pochino più caldi, appena appena.

Dua ribatté: — Ma è proprio qui dove io sento quel qualcosa di brutto!

— Be’, ecco, il guaio sta nel fatto che i loro soli sono così enormi. Non ha molta importanza che i nostri piccoli soli diventino un poco più freddi. Persino se diventassero freddi del tutto non importerebbe, finché avessimo in funzione la Pompa Positronica. Però, con stelle grandi, anzi enormi, anche un piccolo aumento di calore può causare guai. In ognuno di quei soli c’è talmente tanta materia, che accelerare anche di poco la fusione nucleare lo farà esplodere.

— Esplodere! Ma allora cosa succederà alla gente?

— Che gente?

— La gente dell’altro universo.

Per un momento Odeen restò interdetto, poi mormorò: — Non lo so.

— Be’, cosa succederebbe se il nostro Sole esplodesse?

— Il nostro Sole non può esplodere.

(Tritt si chiese dove fosse il motivo di tutta quell’eccitazione. Come poteva esplodere un Sole? Eppure, Dua sembrava sempre più arrabbiata e Odeen sempre più confuso.)

Dua replicò: — Ma se esplodesse? Diventerebbe molto caldo?

— Immagino di sì.

— Non ci ucciderebbe tutti?

Odeen esitò, poi rispose, chiaramente seccato: — Che differenza fa, Dua? Il nostro Sole non può esplodere. Non fare domande sciocche!

— Mi hai detto tu di fare domande, Odeen!, e fa una grossa differenza, perché la Pompa Positronica funziona nei due sensi. Noi abbiamo bisogno della loro metà di pompa, come loro della nostra metà.

Odeen la fissò sbalordito — Questo io non te l’ho mai detto.

— Ma io lo sento.

Odeen disse: — Tu senti una gran quantità di cose, fin troppe. Dua…

Ma Dua si mise a urlare. Era fuori di sé. Tritt non l’aveva mai vista in quelle condizioni. Disse: — Non cambiare argomento, Odeen! E non tirarti indietro e non tentare di farmi passare per una stupida totale… un’Emotiva qualunque! L’hai detto tu che ragiono quasi come un Razionale, e io so di essere abbastanza Razionale da capire che la Pompa Positronica non funzionerebbe senza gli esseri-altri. Se la gente di quell’altro universo verrà distrutta, la Pompa Positronica si fermerà e il nostro Sole diventerà più freddo che mai e noi moriremo di fame. Non credi che questo sia importante?

Anche Odeen si mise a urlare, adesso: — Questo dimostra quello che sai tu! Noi abbiamo bisogno del loro aiuto perché l’energia che ci fornisce la Pompa è a bassa concentrazione e siamo costretti a trasferire materia di qua e di là. Ma se il Sole dell’altro universo esploderà, avremo un flusso gigantesco di energia. Un flusso enorme che durerà per un tempo uguale a un milione di vite. Ci sarà così tanta energia che potremo spillarla direttamente, senza scambi di materia nei due sensi. Perciò noi non abbiamo bisogno di loro, e non ha importanza che cosa gli succederà…

Erano così vicini che quasi si toccavano. Tritt ne fu inorridito. Avrebbe dovuto dire qualcosa, dividerli, parlargli per farli calmare. Ma non riusciva a pensare a niente da dire. Poi risultò che non era necessario.

Sulla soglia della caverna era comparso un Duro. No, ce n’erano tre. Avevano anche cercato di parlare ma nessuno li aveva sentiti.

Tritt strillò: — Odeen! Dua!

Poi tacque, tremando tutto. Aveva il pauroso presentimento di quello che i Duri erano venuti a fare, di quello che avrebbero detto. Decise che doveva andarsene.

Ma un Duro estese una delle sue opache appendici permanenti e disse: — Non andar via.

Il tono era aspro, per niente amichevole. E Tritt ebbe più paura che mai.

<p>4a</p>

Dua era furibonda. Era talmente piena di collera che, quasi, non percepiva i Duri. Le sembrava di soffocare per tutti gli elementi che componevano quella collera, ognuno dei quali la colmava fino all’orlo, separatamente: erano un senso d’ingiustizia per il fatto che Odeen aveva tentato di mentirle, un senso d’ingiustizia che la gente di un intero pianeta dovesse morire, un senso d’ingiustizia che le fosse tanto facile imparare, mentre non le era mai stato permesso di farlo.

Dopo quel giorno, quando si era immersa nella roccia, era tornata altre due volte nelle caverne dei Duri. Altre due volte, senza che nessuno si accorgesse di lei, si era nascosta completamente nella roccia, e ogni volta aveva percepito, sentito e imparato, così che, quando in seguito Odeen le aveva spiegato questo o quello, lei sapeva in anticipo che cosa le avrebbe spiegato.

Perché, allora, non insegnavano anche a lei come avevano insegnato a Odeen? Perché solo i Razionali dovevano sapere? Lei possedeva forse la capacità d’imparare solo perché era un’Emo-Sin, una mediana pervertita? E allora che le insegnassero, perversione e tutto. Era sbagliato e ingiusto lasciarla nell’ignoranza!

Alla fine le parole del Duro si fecero strada dentro di lei. C’era anche Losten, ma non era lui che parlava. Chi parlava era un Duro strano, quello proprio di fronte. Non lo conosceva, ma in effetti conosceva pochi Duri.

Il Duro aveva chiesto: — Chi di voi è stato di recente nelle caverne più profonde, nelle caverne dei Duri?

Dua la considerò una sfida. Avevano senz’altro scoperto il suo stropicciamento con la roccia, ma a lei non importava. Che lo dicessero pure a tutti! Lo avrebbe detto anche lei! Rispose: — Io ci sono stata. Molte volte.

— Da sola? — chiese ancora il Duro, calmo.

— Da sola. Molte volte — sbottò Dua. Erano state solo tre, le volte, ma non importava.

Odeen borbottò: — Anch’io, naturalmente, sono stato all’occasione nelle caverne “più profonde.

Il Duro parve ignorarlo. Si girò invece verso Tritt e chiese, secco: — E tu, destride?

Tritt tremò tutto. — Sì, Duro signore.

— Da solo?

— Sì, Duro signore.

— Quante volte?

— Una.

Dua era contrariata per quell’interrogatorio. Il povero Tritt si spaventava sempre tanto e per niente! Era lei la responsabile ed era pronta al confronto. — Lasciatelo stare — s’intromise. — Sono io quella che cercate.

Il Duro si rigirò lentamente verso di lei. — Per che cosa? — chiese.

— Per… per tutto quello che volete. — Messa di fronte alle proprie azioni, alla fin fine non se la sentiva di descrivere che cos’aveva fatto. Non davanti a Odeen per lo meno.

— Bene, ne parleremo dopo. Prima, il destride… Tritt, mi pare che ti chiami, vero? Perché sei andato da solo nelle caverne più profonde?

— Per parlare al Duro Estwald, Duro signore.

Al che Dua intervenne nuovamente: — Siete voi Estwald?

Il Duro rispose, secco: — No.

Odeen sembrò irritato, come se trovasse imbarazzante il fatto che Dua non riconoscesse quel Duro. Ma a lei la cosa non importava.

Il Duro chiese ancora a Tritt: — Che cos’hai portato via dalle caverne più profonde?

Tritt rimase zitto.

Il Duro insisté, senza agitarsi: — Sappiamo che hai preso qualcosa. Vogliamo sapere se sai che cos’era. Potrebbe essere molto pericoloso.

Tritt rimase ancora zitto, e Losten s’intromise, dicendo con più gentilezza: — Per favore, Tritt, dillo. Sappiamo che sei stato tu, e non vorremmo doverti costringere.

Allora Tritt borbottò: — Ho preso una palla di cibo.

— Ah. — Questo era il primo Duro. — E che cosa ne hai fatto?

Tritt esplose: — Era per Dua! Lei non voleva mangiare. Era per Dua!

Dua guizzò e si riaddensò per lo sbalordimento.

Il Duro si girò immediatamente verso di lei. — Tu ne sapevi niente?

— No!

— Nemmeno tu? — Questa era per Odeen.

Tanto immobile che pareva congelato, Odeen rispose: — No, Duro signore.

Per qualche istante l’aria fu impregnata dalle spiacevoli vibrazioni dei Duri che parlavano tra loro, ignorando la triade.

Sia che le sue sedute di stropicciamento con la roccia l’avessero resa più percettiva, sia che fosse la recente tempesta di emozioni ad acuire la sua sensibilità — lei non lo sapeva e non si sognava nemmeno di perdere tempo ad analizzare la faccenda — Dua riuscì ad afferrare zaffate, non di parole, ma di comprensione…

I Duri si erano accorti del furto qualche tempo prima. Con calma, avevano fatto le loro ricerche che, sia pure con riluttanza, li avevano condotti ai Morbidi come possibili colpevoli. Avevano continuato a indagare e alla fine erano giunti alla triade di Odeen, con riluttanza anche maggiore. (Perché? Questo Dua non lo percepì.) Tutto considerato, secondo loro Odeen non poteva avere commesso la stupidaggine di rubare e Dua non ne aveva affatto la propensione. A Tritt non avevano proprio pensato.

Poi il Duro che fino a quel momento non aveva detto una parola ai Morbidi si era ricordato di avere visto Tritt nelle caverne dei Duri. (Certo, pensò Dua, Era stato il giorno in cui lei era entrata nella roccia per la prima volta. Anche lei aveva sentito Tritt. E se lo era dimenticato.)

Era sembrata a tutti una cosa estremamente improbabile, ma alla fine, dato che nessun’altra soluzione era possibile e che il passare del tempo rendeva la situazione sempre più pericolosa, erano andati personalmente da loro. Avrebbero voluto potersi consultare con Estwald, ma questi non era reperibile fin da prima che i sospetti si appuntassero su Tritt.

Dua captò tutte queste notizie in un attimo, quindi si girò verso Tritt, sentendosi insieme piena di meraviglia e oltremodo offesa.

Con ansia, Losten stava vibrando che non era successo niente d’irreparabile, che Dua stava bene e che, in definitiva, ne era risultato un esperimento utile. Il Duro al quale Tritt aveva parlato era d’accordo, mentre l’altro, il primo, emanava ancora preoccupazione.

E intanto Dua rivolgeva la sua attenzione non solo a loro ma anche a Tritt.

Il primo Duro chiese: — Dov’è adesso la palla di cibo, Tritt?

Tritt gliela mostrò.

Era nascosta bene e i collegamenti con gli elettrodi erano rozzi ma efficienti.

Il Duro chiese ancora: — Hai fatto tutto da solo, Tritt?

— Sì, Duro signore.

— Come facevi a sapere come fare?

— Ho guardato bene com’era fatto nelle caverne dei Duri. E l’ho rifatto esattamente com’era là.

— Non sapevi che avresti potuto fare del male alla tua congiunta mediana?

— Non ho fatto del male… Io non volevo… Io… - Per un momento Tritt non fu capace di parlare. Riprese: — Non era per farle del male. Era per farla mangiare. L’ho messa in modo che finisse nel suo alimentatore e ho anche decorato l’alimentatore. Volevo che lei lo provasse, e lo ha fatto. Ha mangiato! Per la prima volta dopo tanto tempo ha mangiato bene. E ci siamo fusi. — S’interruppe, poi concluse, quasi gridando tanto grande era la sua agitazione: — E aveva anche abbastanza energia per dare inizio a una piccola Emotiva. Ha preso il seme da Odeen e lo ha passato a me. Mi sta crescendo dentro, adesso. Una piccola Emotiva sta crescendo dentro di me!

Dua era ammutolita. Barcollò, poi si precipitò verso la porta con movimenti tanto rapidi e convulsi che i Duri non fecero in tempo a scansarsi. Urtò l’appendice di quello che era davanti, l’attraversò passando in profondità, poi scappò via con un aspro lamento.

L’appendice ricadde, inerte, e l’espressione del Duro si contorse per il dolore. Odeen fece il gesto di aggirarlo per seguire Dua, ma il Duro disse, con una certa difficoltà: — Lasciala andare, per adesso. È già stato fatto sufficiente danno. Ce ne occuperemo noi.

<p>4b</p>

Odeen si ritrovò a vivere in un incubo. Dua se n’era andata. Poi se n’erano andati i Duri. Solo Tritt era ancora lì, silenzioso.

Come mai era successa una cosa simile?, pensò, torturato. Come aveva fatto Tritt a trovare da solo la strada per scendere nelle caverne dei Duri? Come aveva fatto a portare via una batteria di accumulatori caricati alla Pompa Positronica e costruiti appositamente per cedere le radiazioni in una forma molto più concentrata di quella della luce solare, e poi avere il coraggio di…

Lui, Odeen, non avrebbe avuto il coraggio di correre quel rischio. Dove l’aveva trovato, Tritt, il goffo e ignorante Tritt? Oppure era fuori del comune anche lui? Odeen, il Razionale geniale; Dua, l’Emotiva curiosa… e Tritt, il Paterno coraggioso?

Chiese: — Come sei riuscito a farlo, Tritt?

Tritt replicò, accalorato: — E cos’ho fatto? Le ho dato da mangiare. L’ho nutrita meglio di quanto lei si sia mai nutrita da sola. E così, finalmente, abbiamo iniziato una piccola Emotiva. Non avevamo aspettato abbastanza? Avremmo aspettato in eterno, se fosse stato per Dua!

— Ma non capisci, Tritt? Avresti potuto farla star male. Non era la solita luce del Sole. Era una fonte sperimentale di radiazioni, che avrebbero potuto essere troppo concentrate e quindi pericolose.

— Non capisco quello che dici, Odeen. Come poteva farle male? Io ho assaggiato quella specie di cibo che i Duri avevano fatto una volta. Aveva un gusto cattivo. Anche tu l’hai assaggiato, no? Era semplicemente disgustoso, ma non ha fatto male a nessuno dei due. Però era così cattivo che Dua non lo avrebbe neanche toccato. Poi sono capitato su quella palla di cibo. E aveva un gusto ottimo. Ne ho mangiato un po’. Delizioso. Quello che è delizioso non può far male. Hai visto, Dua l’ha mangiato. E le è piaciuto. Così la piccola Emotiva ha avuto inizio. In che cosa, secondo te, io avrei sbagliato?

Odeen rinunciò a farsi capire. Disse invece: — Dua si è molto arrabbiata.

— Le passerà.

— Ne dubito. Tritt, lei non è uguale alle solite Emotive. È per questo che è tanto difficile vivere insieme a lei, ma è anche tanto meraviglioso quando ci si riesce. Può darsi che adesso non voglia più fondersi con noi.

I contorni di Tritt erano solidissimi e con tutte le superfici piane. Dopo un po’ disse: — Be’, e allora?

— Come, e allora? E sei tu a dirlo! Vuoi smetterla con la fusione?

— No, ma se lei non vuole, non vuole. Io ho il mio terzo bambino e il resto non m’importa. So tutto dei Morbidi dei tempi andati. Loro avevano anche due triadi di bambini, qualche volta. Ma a me non importa. A me ne basta una.

— Ma, Tritt, non ci si fonde solo per dare inizio ai bambini!

— E per cos’altro? Una volta ho sentito che dicevi che dopo una fusione imparavi più in fretta. Be’, imparerai più adagio. A me non importa. Io ho il mio terzo bambino.

Odeen si allontanò, tremando tutto, e uscì dalla stanza fluttuando a scatti. A cosa serviva sgridare Tritt? Tritt non capiva. D’altra parte nemmeno lui era sicuro di avere capito.

Dopo che il terzo bambino fosse nato e fosse un po’ cresciuto, sarebbe certamente arrivato il momento di trapassare. E sarebbe stato lui, Odeen, a dover dare il segnale, lui a dover dire quando, lui a dover fare in modo che avvenisse senza paura. Altrimenti sarebbe stato il disonore per la triade, o peggio. Eppure, lui non se la sentiva di affrontare l’avvenimento senza più fondersi, persino adesso che tutti e tre i bambini erano stati generati.

La fusione avrebbe eliminato la paura, chissà come… Forse perché fondersi era molto simile a trapassare. C’era infatti un periodo di tempo in cui si perdeva conoscenza, e tuttavia non si soffriva. Era un po’ come non esistere più, e tuttavia lo si desiderava. Ecco, fondendosi abbastanza spesso avrebbe trovato il coraggio di trapassare senza paura e senza…

Oh, Sole e Stelle del cielo! Quello non era “trapassare”! Perché continuava a usare la perifrasi con tanta solennità? Lui conosceva l’altra parola, la parola che non veniva mai pronunciata tranne che, qualche volta, dai bambini che volevano scandalizzare gli adulti. Quello era morire. Dunque, lui doveva prepararsi a morire senza paura, e fare in modo che Dua e Tritt fossero pronti a morire insieme a lui.

E non sapeva come fare… Non senza fondersi…

<p>4c</p>

Tritt restò solo nella stanza, impaurito, oh, quanto impaurito!, ma ostinatamente deciso a rimanere fermo, saldo, impassibile. Aveva il suo terzo bambino. Lo sentiva dentro di sé.

Era quello che contava.

Era tutto quello che contava.

Eppure come mai, allora, in fondo in fondo dentro di lui, aveva la debole ma persistente sensazione che non fosse tutto quello che contava?

<p>5a</p>

Dua provava un senso di vergogna quasi insopportabile. Le occorse un tempo lunghissimo per combatterlo e per dominarlo a sufficienza da avere modo di pensare. Era corsa via, in fretta… in fretta… muovendosi alla cieca per allontanarsi dall’orrore presente nella caverna di famiglia e non preoccupandosi affatto di sapere dove stava andando e nemmeno dov’era.

Era notte, un’ora in cui nessun Morbido perbene, nemmeno la più frivola delle Emotive, sarebbe mai andato in superficie. E mancava ancora molto tempo al sorgere del Sole. Dua ne fu felice. Il Sole voleva dire cibo, e al momento lei odiava il cibo e ciò che le aveva fatto.

Faceva anche freddo, ma Dua ne era a malapena consapevole. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi del freddo, pensò, quando l’avevano rimpinzata affinché facesse il suo dovere?… rimpinzata nel corpo e nella mente! In fondo freddo e fame erano quasi i suoi migliori amici.

Lei capiva benissimo Tritt. Poverino! Era talmente facile da capire! Le sue azioni erano puro istinto: avrebbe dovuto essere lodato per averle eseguite con tanto coraggio. Era tornato dalle caverne dei Duri con la sua palla di cibo in modo talmente audace (e lei… lei lo aveva percepito e avrebbe sentito che cosa stava succedendo, se Tritt non fosse stato così paralizzato da quello che stava facendo da non osare nemmeno pensarlo, e se lei stessa non fosse stata così paralizzata da quello che stava facendo e dalle nuove, profonde sensazioni che provava, da non preoccuparsi di captare ciò che era veramente importante!).

Tritt era riuscito a tornare a casa senza che nessuno lo scoprisse e aveva sistemato la sua pietosa, stupida trappola, decorando l’alimentatore per allettarla. E anche lei era tornata a casa, eccitata di essere tanto rarefatta da essere riuscita a immergersi nella roccia, e colma di vergogna per la sua azione e di compassione per Tritt. A causa di quella vergogna e di quella compassione aveva mangiato e così aveva contribuito a dare inizio all’ultimo bambino.

Dopo di allora aveva mangiato altre volte, ma pochissimo, com’era sua abitudine, e mai all’alimentatore. Non ne aveva più sentito il bisogno e Tritt non l’aveva in nessun modo spinta a farlo. Le era sembrato soddisfatto (per forza!) e perciò niente aveva riacceso la sua vergogna. Con tutto questo Tritt non si era liberato della palla di cibo. Già, non si era arrischiato a riportarla al suo posto: dopo aver ottenuto quello che voleva, era meglio e più facile lasciare le cose come stavano e non pensarci più.

…Finché non l’avevano colto sul fatto.

Ma Odeen, l’intelligente Odeen, doveva aver intuito il piano di Tritt, doveva avere scoperto il nuovo collegamento con gli elettrodi e doveva aver compreso lo scopo di Tritt. Senza alcun dubbio a Tritt non aveva detto niente: la rivelazione avrebbe soltanto causato imbarazzo e timore al povero congiunto destride, mentre Odeen era sempre molto protettivo e affettuoso con lui.

E poi, naturalmente, non c’era bisogno che Odeen dicesse qualcosa: bastava soltanto che tappasse le falle dell’ingenuo piano di Tritt e lo facesse funzionare.

Ormai Dua non si faceva più illusioni: lei si sarebbe accorta del gusto diverso del cibo, del suo strano sapore, e avrebbe fatto caso all’altrettanto strano modo con cui la saziava senza darle alcuna sensazione di pienezza… se non fosse stato per Odeen che la teneva occupata con le sue chiacchiere.

Era stata tutta una cospirazione tra gli altri due, che Tritt ne facesse parte consapevolmente o no. Ma come aveva fatto a credere che Odeen potesse diventare all’improvviso un maestro attento e coscienzioso? Come aveva fatto a non capirne il motivo nascosto? La loro preoccupazione per lei era in realtà la loro preoccupazione per il completamento della nuova triade, il che era la chiara indicazione di quanto poco i suoi due congiunti si curassero di lei.

D’accordo…

Sostò abbastanza a lungo in superficie da rendersi conto di quanto fosse stanca. Allora s’insinuò in una crepa della roccia che l’avrebbe riparata dal lieve vento gelido della notte. Nel suo campo visivo c’erano due delle sette stelle, e lei le osservò distrattamente, solo per tenere occupati i sensi esterni in cose di poco conto mentre si concentrava al massimo nei pensieri interiori.

Era profondamente delusa.

— Tradita — mormorò tra sé. — Sono stata tradita!

Era mai possibile che quei due non vedessero nient’altro che loro stessi? Che Tritt fosse disposto ad accettare che tutto venisse distrutto, purché gli assicurassero l’esistenza dei suoi bambini, era comprensibile. Ma Odeen?

Odeen ragionava. Il che voleva forse dire che al solo scopo di esercitare il suo raziocinio avebbe sacrificato tutto il resto? Bastava che una cosa fosse un prodotto della ragione per giustificarne l’esistenza… a ogni costo? Poiché Estwald l’aveva ideata, la Pompa Positronica doveva obbligatoriamente essere fatta funzionare, in modo che tutto il mondo, e Duri e Morbidi insieme, fossero in sua balia, e in balia della gente dell’altro universo? E se quell’altra gente l’avesse fermata e il mondo fosse rimasto senza la Pompa Positronica e con un Sole più freddo, molto più freddo?…

No, quell’altra gente non l’avrebbe fermata. No, quell’altra gente era stata convinta a farla partire e sarebbe stata convinta a tenerla in funzione fino a quando non sarebbe stata tutta distratta… perché allora, quella gente, non sarebbe più stata necessaria ai Razionali o ai Duri o ai Morbidi… così come lei, Dua, avrebbe dovuto trapassare (essere distrutta cioè) adesso che ormai non era più necessaria.

Lei e quell’altra gente, tutt’e due tradite.

Quasi senza accorgersene, stava rannicchiandosi sempre più profondamente nella roccia. Vi si seppellì del tutto, lontano dalla vista delle stelle, lontano dalla carezza del vento, inconsapevole del mondo che la circondava. Era, ormai, puro pensiero.

Quello che odiava di più era Estwald. Lui era la personificazione di tutto ciò che era egoista e rigido e duro. Era lui che aveva inventato la Pompa Positronica e avrebbe distratto un intero mondo di forse molte decine di migliaia di esseri, senza neanche averne coscienza. Era sempre così appartato che non si faceva mai vedere e così potente che persino gli altri Duri parevano avere paura di lui.

Be’, lei lo avrebbe combattuto. Lei lo avrebbe fermato.

La gente dell’altro universo era stata aiutata a impiantare la Pompa Positronica per mezzo di comunicazioni di qualche tipo. Gliene aveva parlato Odeen, sì… Dov’erano tenute quelle comunicazioni? A cosa somigliavano? Avrebbero potuto essere usate ancora per comunicare?

Era sorprendente come riuscisse a pensare chiaramente! Sorprendente? Addirittura eccezionale! E provava anche un enorme piacere al pensiero di adoperare la ragione per sconfiggere quei crudeli ragionatori!

Non sarebbero stati in grado di fermarla, perché lei sarebbe andata dove nessun Duro poteva andare, dove non poteva andare nemmeno un Razionale o un Paterno… e dove nessun’altra Emotiva voleva andare.

Forse prima o poi l’avrebbero presa, ma in quel momento non le importava. Era pronta a lottare per fare a modo suo, per ottenere quello che voleva… a qualunque costo, qualunque. Anche se significava che avrebbe dovuto attraversare la roccia, vivere nella roccia, restare ai margini delle caverne dei Duri, rubare il cibo immagazzinato nelle loro batterie di accumulatori di energia, quando avesse dovuto farlo, e unirsi al gregge delle altre Emotive e assorbire la luce del Sole, quando avesse potuto.

Alla fine, però, avrebbe dato a tutti una bella lezione. Dopo di che… che facessero quello che volevano! Lei sarebbe stata persino pronta a trapassare, allora… ma solo allora.

<p>5b</p>

Odeen era presente quando nacque la piccola Emotiva, perfetta in ogni sua parte, ma non fu capace di entusiasmarsene. Persino Tritt, che se ne prendeva cura con totale dedizione, da bravo Paterno, sembrava meno estasiato del normale.

Era trascorso molto tempo ed era come se Dua fosse svanita nell’aria. Non era trapassata — un Morbido non può trapassare a meno che non lo faccia l’intera triade — ma non era nemmeno più con loro. Era proprio come se fosse trapassata, pur senza trapassare.

Odeen l’aveva vista una volta, solo una volta, non molto tempo dopo la sua selvaggia fuga alla notizia di aver dato inizio al terzo bambino.

Era in superficie, quel giorno, e stava andando in giro spinto dalla vaga, sciocca idea di poterla trovare, quando era passato vicino a un gruppo di Emotive. Si erano messe a ridacchiare, perché un Razionale che si aggirava intorno a un gruppo di Emotive era una cosa rara, e si erano assottigliate e rarefatte in una provocazione di massa, e non perché in tutta quella massa di scioccherelle vi fosse un solo pensiero logico, ma semplicemente per reclamizzare il fatto che erano Emotive.

Aveva provato per loro soltanto disprezzo, e nessun brivido di risposta gli era corso per le lisce curve. Al contrario, aveva pensato a Dua e a come fosse diversa da tutte quelle sciocche! Dua non si assottigliava mai se non per un proprio bisogno interiore. Non aveva mai tentato di attrarre nessuno, e per questo motivo era ancor più attraente. Quand’anche si fosse rassegnata a unirsi a quella frotta di teste vuote, sarebbe stata facilmente riconoscibile (lui ne era sicuro), perché sarebbe stata l’unica a non assottigliarsi, anzi, probabilmente si sarebbe ispessita proprio perché le altre si assottigliavano.

E, mentre pensava, aveva rapidamente controllato le Emotive stese al Sole e si era accorto che una non si era affatto mossa.

Si era affrettato ad andarle vicino, dimentico di tutte le altre Emotive che incrociava, incurante dei loro strilli mentre si scostavano fluttuando dal suo cammino e delle loro voci concitate mentre tentavano di non scontrarsi e unirsi l’una all’altra… per lo meno non all’aperto e in presenza di un Razionale.

Era proprio Dua, e non aveva nemmeno fatto il gesto di allontanarsi. Era rimasta immobile e in silenzio.

— Dua — le aveva detto, con umiltà, — non vieni a casa?

— Io non ho nessuna casa, Odeen — aveva risposto lei. Così, senza astio, senza odio… ed era stato ancor più tremendo.

— Non puoi avercela con Tritt per quello che ha fatto, Dua. Lo sai che il povero Tritt non ragiona.

— Ma tu ragioni, Odeen. E tu hai tenuto occupata la mia mente a pensare, mentre lui sistemava le cose in modo da dar da mangiare al mio corpo, non è così? La tua ragione ti diceva che sarei caduta in trappola più facilmente con te che con lui.

— Dua, no!

— No che cosa? Non hai forse fatto quella gran commedia d’insegnarmi, d’istruirmi?

— L’ho fatto, ma non era una commedia, era vero. E non era perché Tritt facesse quello che ha fatto. Io non sapevo che cos’avesse fatto Tritt.

— Non ti credo. — Fluttuando, Dua si era mossa lentamente. Odeen l’aveva seguita. Ed erano rimasti soli, con il Sole rosso che li illuminava dall’alto.

Dua si era girata verso di lui. — Mi permetti di farti una domanda, Odeen? Perché hai voluto insegnarmi?

Le aveva risposto: — Perché lo volevo. Perché a me piace molto insegnare e perché io preferisco insegnare che fare qualunque altra cosa… tranne imparare.

— E fonderti, naturalmente… Non badarci — aveva aggiunto subito lei, per evitare che lui la interrompesse. — Non stare a dire che parlavi di ragione e non di istinto. Senti, se parli seriamente e se davvero ti piace insegnare e se io posso davvero crederti, allora forse potrai capire quello che adesso ti dirò. Ho imparato moltissime cose da quando ti ho lasciato, Odeen. Non importa come, adesso. Le ho imparate e non sono più un’Emotiva, tranne che fisiologicamente. Dentro di me, dov’è quello che più conta, io sono tutta Razionale, tranne che spero di avere più comprensione per gli altri di quanta ne hanno i Razionali. E una delle cose che ho imparato, Odeen, è che cosa siamo noi in realtà. Tu, io e Tritt e tutte le altre triadi di questo pianeta… quello che siamo realmente e siamo sempre stati.

— Che cosa? — aveva chiesto. Era pronto ad ascoltarla per tutto il tempo che fosse stato necessario, e in silenzio, se solo lei fosse tornata a casa insieme a lui dopo aver detto quello che aveva da dire. Avrebbe eseguito qualunque penitenza, fatto qualunque cosa. Bastava che lei tornasse… Eppure, in un angolo triste e oscuro dentro di sé, sapeva anche che lei avrebbe dovuto tornare di sua volontà.

— Che cosa siamo? Niente, in realtà, Odeen — aveva risposto lei, in tono leggero, quasi ridendo. — Non è strano? I Duri sono l’unica specie vivente sulla faccia del pianeta. Non te l’hanno insegnato questo? Esiste una sola specie di esseri perché tu e io, i Morbidi cioè, non siamo vivi, in realtà. Noi siamo macchine, Odeen. Dobbiamo esserlo, perché solo i Duri sono vivi. Non te l’hanno insegnato questo, Odeen?

— Dua, questa è un’assurdità! — aveva esclamato lui, sconcertato.

La voce di Dua era diventata aspra. — Macchine, Odeen! Costruite dai Duri! Distrutte dai Duri! Loro sono vivi. Solo loro, i Duri. Non ne parlano molto. Non ne hanno bisogno, perché tutti loro lo sanno. Ma io ho imparato a pensare, Odeen, e l’ho ricavato dai pochi indizi che avevo. I Duri hanno una vita terribilmente lunga, ma alla fine muoiono. E non hanno più nascite, perché il Sole fornisce ormai troppo poca energia. E, dato che muoiono raramente ma non hanno più nascite, il loro numero cala molto, molto lentamente. E non hanno giovani che gli forniscano sangue nuovo e nuovi pensieri, perciò i vecchi Duri dalla vita lunghissima si annoiano tremendamente. E allora che cosa pensi che facciano, Odeen?

— Che cosa fanno? — Quello che Dua diceva era affascinante. Affascinante in modo repellente.

— Fabbricano bambini meccanici ai quali insegnare. L’hai detto tu, Odeen. Preferisci insegnare che fare qualunque altra cosa, tranne imparare… e fonderti, naturalmente. I Razionali sono fatti a immagine mentale dei Duri, e i Duri non si fondono, e imparare è molto difficile, per loro, perché sanno già tantissime cose. Non gli resta altro divertimento che l’insegnare. Perciò hanno creato i Razionali al solo scopo d’insegnargli. Le Emotive e i Paterni sono stati creati perché erano necessari per perpetuare automaticamente il meccanismo che fabbrica i nuovi Razionali. E i Duri hanno costantemente bisogno di nuovi Razionali, perché quelli vecchi non servono più dopo che hanno imparato tutto quello che possono imparare. Infatti, quando i vecchi Razionali hanno assorbito tutto quello che possono, vengono distrutti, ma in precedenza gli hanno insegnato a chiamare il procedimento di distruzione “trapasso”, per non ferire i loro sentimenti. E naturalmente Emotive e Paterni trapassano insieme a loro. È logico! Dopo che hanno aiutato a formare una nuova triade non servono più a niente!

— Ma queste tue idee sono tutte sbagliate, Dua! — era riuscito a dire Odeen, con fatica. Non aveva argomentazioni da contrapporre a quella teoria da incubo, ma sapeva con una certezza indiscutibile che Dua aveva torto. (Eppure, dentro di lui, una punta di dubbio non gli diceva forse che quella certezza avrebbe potuto essergli stata instillata, tanto per cominciare?… No, certamente no, perché allora anche in Dua, sicuramente, sarebbe stata instillata la certezza di avere torto… Oppure, dato che lei era un’Emotiva fuori del comune, magari era un’Emotiva imperfetta, priva di quelle adeguate nozioni preventivamente instillate e mancante anche… Ah, cos’andava mai a pensare! Era pazzo quanto lei!)

Dua stava dicendo: — Mi sembri sconvolto, Odeen. Sei proprio sicuro che io mi sbagli? Ovviamente, adesso loro hanno la Pompa Positronica e quindi tutta l’energia di cui hanno bisogno, oppure l’avranno tra poco. E presto saranno in grado di dare inizio a nuovi piccoli Duri. Forse ne sono già in grado. E così non avranno più bisogno delle macchine che sono i Morbidi, e noi verremo tutti distrutti… scusa, volevo dire: noi trapasseremo tutti.

— No, Dua — aveva detto lui, coraggiosamente e con forza, tanto per se stesso che per lei. — Io non so da dove tu abbia ricavato queste idee, ma i Duri non sono come dici tu. Noi non veniamo distrutti.

— Non mentire a te stesso, Odeen! I Duri sono proprio così. Sono pronti a distruggere un intero mondo di esseri-altri per il loro personale vantaggio, o addirittura un intero universo! Credi che si tratterranno dal distruggere pochi Morbidi, se non gli faranno più comodo?… Ma hanno commesso un errore. Qualcosa è andato storto nelle loro macchine e la mente di un Razionale è finita nel corpo di un’Emotiva. Io sono un’Emo-Sin, lo sai? Mi chiamavano così quando ero piccola, e dicevano giusto. Io ragiono come un Razionale e sento come un’Emotiva. E, grazie a questa combinazione, combatterò ì Duri.

Odeen si era sentito la mente in subbuglio. Dua era impazzita di sicuro, ma lui non aveva il coraggio di dirglielo. Anzi, doveva blandirla per riportarla a casa. Le aveva detto, con sincera convinzione: — Dua, quando trapassiamo noi non veniamo distrutti.

— No? Cosa ci succede allora?

— Io… io non lo so. Penso che entriamo in un altro mondo, un mondo migliore e più felice, e diventiamo… diventiamo come… be’, molto migliori di quello che siamo.

Dua aveva riso. — Dove hai sentito una storia del genere? Te l’hanno raccontata i Duri?

— No, Dua. Sono sicuro che dev’essere così, l’ho ricavato dal mio ragionamento. Ho pensato molto anche a questo dopo che tu te ne sei andata.

Dua aveva ribattuto: — Allora pensa di meno, così sarai meno stupido! Povero Odeen! Ciao, ciao! — Ed era fluttuata via un’altra volta, rarefatta, evanescente. Pareva stanchissima.

Odeen aveva gridato: — Aspetta, Dua! Non vuoi essere presente quando arriverà la tua nuova piccola mediana?

Lei non aveva risposto.

Lui aveva gridato ancora: — Quando tornerai a casa?

Lei non aveva risposto.

E lui non l’aveva seguita più, ma era rimasto a guardarla, disperato e infelice, mentre rimpiccioliva in lontananza.

Non aveva raccontato a Tritt di avere visto Dua. A cosa sarebbe servito? E dopo quella volta non l’aveva rivista più, anche se aveva continuato a frequentare i posti di ritrovo al sole preferiti delle Emotive della zona. Lo faceva ormai tanto spesso che di tanto in tanto qualche Paterno emergeva in superficie per osservarlo con sospetto. (Tritt era mentalmente un gigante a paragone di tutti gli altri Paterni!)

L’assenza di Dua divenne sempre più dolorosa da sopportare, con il trascorrere dei giorni. E, con il trascorrere dei giorni, Odeen si rese conto che, insieme al dolore, stava crescendo in lui una grande paura per quell’assenza. Ma perché?

Un giorno, tornando alla caverna di famiglia, trovò Losten che lo aspettava. Il Duro, serio e cortese, stava osservando Tritt che gli mostrava la nuova bambina, sforzandosi d’impedire a quel batuffolo di nebbia di toccare l’ospite.

Losten disse: — È una vera bellezza, Tritt. Si chiama Derala, vero?

— Derola — lo corresse Tritt. — Non so quando Odeen sarà di ritorno. Di questi tempi va sempre molto in giro e…

— Sono tornato, Losten — si affrettò a intervenire Odeen. — Tritt, per favore, porta via la bambina. Questo è un mio amico.

Tritt ubbidì e Losten si girò verso Odeen con evidente sollievo, dicendo: — Devi essere contento di aver completato la triade.

Odeen tentò di rispondere con una frase di circostanza, ma non ci riuscì e rimase silenzioso e impacciato. Negli ultimi tempi tra lui e i Duri era sorto un certo cameratismo, quasi un senso di uguaglianza, che gli aveva permesso di parlare con loro su un piano di parità. Poi la pazzia di Dua aveva rovinato tutto. Pur sapendo che lei si sbagliava, ogni volta che aveva visto Losten si era comportato rigidamente, così come faceva in quei lontanissimi giorni in cui si riteneva di gran lunga inferiore a loro, inferiore come… una macchina?

Losten parlò di nuovo e chiese: — Hai visto Dua?

Questa era una vera domanda, non una frase di cortesia, si accorse Odeen.

Rispose: — Una volta sola, Du… — (Per poco non disse “Duro signore”, come se fosse ancora un bambino o un Paterno.) — Una volta sola, Losten. Non ha voluto tornare a casa.

— Deve tornare a casa — dichiarò Losten, pacato.

— Non so come riuscirci.

Losten lo guardava con espressione molto seria. — Sai almeno che cosa sta facendo?

Odeen non osava alzare gli occhi. (Che Losten avesse scoperto qualcosa delle folli teorie di Dua? Cos’avrebbe fatto in proposito?) Si limitò a un cenno di diniego, senza parlare.

Losten disse: — È un’Emotiva molto fuori del comune, Odeen. Questo lo sai, vero?

— Sì — sospirò lui.

— E lo stesso sei tu, a modo tuo, e anche Tritt, a modo suo. Dubito molto che esista un solo Paterno al mondo che abbia il coraggio o lo spirito d’iniziativa di rubare una batteria di energia, oppure l’ingenuità perversa di farne quello che lui ne ha fatto. Voi tre formate la triade più fuori del comune di cui si abbia notizia.

— Grazie.

— Ma questa stessa triade possiede dei lati inquietanti, che non avevamo previsto. Per esempio, noi volevamo che tu insegnassi a Dua nel modo più dolce e più esatto possibile, per blandirla e convincerla a compiere le sue funzioni volontariamente. Non avevamo previsto la stravagante e generosa azione di Tritt proprio in quel momento. E nemmeno, per dirti tutta la verità, l’esagerata reazione di Dua al fatto che il pianeta dell’altro universo dev’essere distrutto.

— Avrei dovuto stare più attento nel rispondere alle sue domande — disse Odeen, infelice.

— Non sarebbe servito. Stava già scoprendo tutto da sola. Non avevamo previsto nemmeno questo, sai? Odeen, mi dispiace, ma devo dirti una cosa… Dua è diventata un pericolo, un pericolo mortale. Sta tentando di fermare la Pompa Positronica.

— Ma come può riuscirci? Non può arrivare dov’è la Pompa e, anche se potesse, manca delle conoscenze necessarie.

— Ah, ma lei può arrivare alla Pompa. — Losten esitò un attimo, poi continuò: — Resta immersa nella roccia, dove sa di essere al sicuro da noi.

Ci volle qualche istante prima che Odeen afferrasse il significato di quelle parole. Disse: — Impossibile! Nessuna Emotiva adulta farebbe… Dua non farebbe mai…

— Lo fa. Lo vuole fare e lo fa. Non perdiamo tempo a discuterne. Dua può penetrare nelle caverne e arrivare dove vuole. Non le si può nascondere niente. Ha studiato le comunicazioni che abbiamo ricevuto dall’altro universo. Non ne abbiamo una prova evidente, ma non c’è altro modo per spiegare quello che sta succedendo.

— Oh… oh… — Odeen barcollò, avanti e indietro, mentre la sua superficie diventava opaca per la vergogna e il dolore. — Estwald lo sa?

Losten rispose, cupo: — Non ancora, ma un giorno lo saprà.

— Ma che cosa vuole farne Dua, di quelle comunicazioni?

— Se ne serve per trovare il sistema di mandare lei un messaggio nell’altra direzione.

— Ma lei non sa tradurre né trasmettere!

— Sta imparando come fare tutt’e due le cose. Ne sa più lei, di quelle comunicazioni, che lo stesso Estwald. È un fenomeno terrificante, un’Emotiva che ragiona e che è fuori controllo.

Odeen rabbrividì. Fuori controllo? Era un’espressione che si usava per le macchine! Disse: — La situazione non può essere tanto brutta.

— È brutta. Dua è già riuscita a comunicare, e io temo che consigli agli esseri viventi dell’altro universo di fermare la loro metà della Pompa Positronica. E se quelli lo faranno prima che il loro Sole esploda, noi saremo finiti.

— Ma allora…

— Dua dev’essere fermata, Odeen.

— Ma… ma come? Avete intenzione di far brillare?… — La voce gli mancò. Sapeva vagamente che i Duri possedevano strumenti per scavare la roccia del pianeta e ricavarne le caverne, ma erano strumenti che usavano raramente da quando, intere epoche prima, la popolazione aveva cominciato a diminuire. Avrebbero localizzato Dua all’interno della roccia e avrebbero fatto brillare tutt’e due?

— No — disse Losten, con forza. — Noi non possiamo far del male a Dua.

— Estwald potrebbe…

— Nemmeno Estwald può farle del male.

— Allora cosa si può fare?

— Devi pensarci tu, Odeen. Solo tu puoi fare qualcosa. Noi non possiamo reagire, perciò dipendiamo da te.

— Da me? Ma cosa posso fare io?

— Pensaci sopra — disse Losten, in tono pressante. — Pensaci sopra.

— Pensare sopra a cosa?

— Non posso dirti niente più di questo — rispose Losten, con angoscia. — Pensa! Resta ormai pochissimo tempo.

Poi si girò e se ne andò, muovendosi molto in fretta per un Duro, come se non si fidasse a rimanere, oppure come se avesse detto troppo.

E Odeen non poté fare altro che guardarlo allontanarsi, smarrito, confuso… sperduto.

<p>5c</p>

Tritt aveva un mucchio di cose da fare. I bambini richiedevano una quantità di attenzioni, ma anche due piccoli sinistridi e due piccoli destridi messi insieme non ne richiedevano tante come una sola neonata mediana… specialmente se era una mediana perfetta come Derola. Bisognava farle fare esercizio e poi tenerla calma, impedirle di finire dentro a tutto quello che toccava, distrarla e coccolarla per convincerla a condensarsi e a riposare.

Trascorse parecchio tempo prima che rivedesse Odeen e, a essere sinceri, non gliene importò molto. Derola lo teneva costantemente occupato. Ma un giorno per caso lo vide: Odeen era in un angolo della sua stessa camera, tutto iridescente come quando pensava molto.

Ricordando, d’un tratto, gli ultimi avvenimenti, gli disse: — Magari Losten era arrabbiato per Dua?

Odeen tornò in sé con un sussulto. — Losten?… Sì, era arrabbiato. Dua sta facendo un gran danno.

— Dovrebbe tornare a casa, no?

Odeen lo guardò fisso. — Tritt — disse poi — noi due convinceremo Dua a tornare a casa. Prima dobbiamo trovarla, però. Tu puoi trovarla. Quando in casa c’è un nuovo bambino, la tua sensibilità di Paterno è più intensa. Puoi usarla per cercare Dua.

— No — disse Tritt, scioccato. — Dev’essere usata per Derola. Sarebbe sbagliato usarla per Dua. E poi, se insiste a star via per tanto tempo, mentre la sua bambina mediana ha tanto bisogno di lei… e anche lei è stata una piccola mediana, una volta, forse sarà meglio che impariamo a fare senza di lei.

— Ma, Tritt, non vuoi più fonderti?

— Be’, adesso la triade è completa.

— La fusione non serve solo a quello.

Tritt protestò: — Ma dove dovremo andare per cercarla? Derola ha bisogno di me. È ancora piccolissima. Io non voglio lasciarla sola.

— I Duri faranno in modo che Derola abbia tutte le cure possibili. Tu e io andremo nelle caverne dei Duri a cercare Dua.

Tritt rifletté sulla faccenda. Di Dua a lui non importava niente. Quasi quasi non gli importava niente neanche di Odeen. Per il momento gli importava solo di Derola. Replicò: — Un giorno. Un giorno, quando Derola sarà più grande. Per adesso non posso.

— Tritt, noi due dobbiamo trovare Dua — insisté Odeen, pressante. — Altrimenti… altrimenti ci porteranno via i bambini.

— Chi ce li porterà via?

— I Duri.

Tritt rimase in silenzio. Non sapeva cosa dire. Non aveva mai sentito parlare di una cosa simile. Non gli riusciva nemmeno di pensarla, una cosa simile!

Odeen riprese: — Tritt, noi dobbiamo trapassare. Conosco il perché, adesso. Ci ho pensato sopra da quando Losten… ma questo non importa. E anche tu e Dua dovete trapassare. Adesso che io so il perché, tu sentirai che devi farlo e spero… cioè penso che anche Dua lo sentirà. E dobbiamo trapassare presto, perché Dua sta distruggendo il mondo.

Tritt indietreggiava, spaventato. — Non guardarmi così, Odeen… Tu mi fai… tu mi fai…

— Non ti faccio niente, Tritt — disse Odeen, malinconico. — È solo che adesso io so, e tu devi… Ma prima dobbiamo trovare Dua.

— No, no… — Era una vera agonia, per Tritt, tentare di resistere. C’era qualcosa di nuovo e di tremendo in Odeen, e lui sentiva che la vita si stava inesorabilmente avvicinando alla fine. Non ci sarebbe stato più nessun Tritt, e nessuna piccola, piccolissima mediana. Gli altri Paterni potevano tenersi la loro piccola mediana per tanto, tantissimo tempo. Tritt, invece, l’avrebbe persa quasi subito.

Non era giusto. Oh, no, non era giusto!

Tritt ansimò: — È colpa di Dua. Falla trapassare per prima.

Con una calma mortale Odeen ribatté: — È impossibile. Bisogna trapassare tutti e tre insieme…

E Tritt sapeva che era così… era così… era così.

<p>6a</p>

Dua si sentiva rarefatta e fredda, e sottile sottile. I suoi tentativi di riposarsi all’aperto e di assorbire la luce del Sole erano cessati dopo quella volta che Odeen l’aveva trovata. Si nutriva alle batterie dei Duri quando poteva e non regolarmente: non osava restare troppo a lungo fuori dal sicuro nascondiglio della roccia, perciò mangiava a rapidi bocconi e mai a sufficienza.

Sentiva di continuo i morsi della fame, tanto più forti da quando rimanere fusa nella roccia pareva stancarla. Era una specie di punizione, pensava, per tutto il tempo che aveva passato in superficie solo al tramonto, mangiando così poco.

Se non fosse stato per il lavoro che stava facendo, non sarebbe riuscita a sopportare quella stanchezza e quella fame. A volte sperava addirittura che i Duri la distruggessero… ma solo dopo che avesse finito quello che intendeva fare.

I Duri non potevano farle niente finché lei rimaneva dentro la roccia. Qualche volta li captava vicinissimi a dov’era lei, in uno spazio aperto. Avevano tutti paura. In principio aveva pensato che avessero paura per lei, ma era impossibile. Perché dovevano avere paura per lei, paura che lei trapassasse per totale mancanza di nutrimento, per totale esaurimento? No, dovevano avere paura di lei: avevano paura di una macchina che non funzionava come loro avevano progettato che funzionasse, erano sbigottiti per un prodigio così grande, atterriti perché impotenti nei suoi confronti.

Stava molto attenta a evitarli. Sapeva sempre dove si trovavano, perciò non potevano né prenderla né fermarla. Loro non erano in grado di controllare tutti i vari posti in continuazione, e a volte aveva pensato di non tener nemmeno conto della pochissima percezione che possedevano.

Usciva dalla roccia vorticando e andava a studiare le copie registrate delle comunicazioni che i Duri avevano ricevuto dall’altro universo. Loro non sapevano cosa lei cercasse di fare, ma, anche se le avessero nascoste, lei le avrebbe ritrovate ovunque. E se le avessero distrutte, be’, non importava più. Ormai lei le ricordava benissimo.

Al principio non le aveva capite, ma poi, a causa della sua lunga permanenza nelle rocce, tutti i suoi sensi si erano affinati, tanto che le pareva di capire senza nemmeno pensare. Cioè, sebbene non conoscesse il loro significato, i simboli le ispiravano determinate sensazioni, li sentiva.

Aveva scelto i segni che percepiva esatti e li aveva sistemati dove sarebbero stati trasmessi nell’altro universo. I segni erano: P-A-U-B-A. Non aveva idea di cosa volessero dire in realtà, ma la loro forma le dava un senso di paura e così aveva fatto del suo meglio per imprimere quel senso di paura sugli stessi segni. Forse gli esseri-altri, studiandoli, avrebbero provato paura anche loro.

Quando erano cominciate a giungere le risposte, Dua aveva percepito in esse molta eccitazione. Non riusciva sempre a riceverle lei. Talvolta erano i Duri a trovarle per primi e ormai, certamente, avevano capito cosa lei stesse facendo. Eppure loro non sapevano leggere i messaggi, non potevano nemmeno percepire le emozioni di chi li aveva mandati e che le giungevano insieme ai segni.

Perciò non si preoccupava più dei Duri. Nessuno l’avrebbe fermata, finché lei non avesse finito… qualunque cosa i Duri scoprissero di lei non importava più.

Adesso aspettava l’arrivo di un messaggio che avesse trasportato l’emozione che lei desiderava. E finalmente arrivò: P-O-M-P-A M-A-L-E.

Ecco, in esso c’erano la paura e l’odio che lei voleva. Lo rimandò indietro ampliandolo, aggiungendovi più paura, più odio. Ora la gente dell’altro universo avrebbe capito. Ora avrebbero fermato la Pompa. I Duri avrebbero dovuto trovare qualche altro sistema, qualche altra fonte di energia, poiché non l’avebbero più ottenuta a prezzo della morte di tutte le migliaia di esseri viventi di quell’altro universo.

Si accorse di rimanere a riposare troppo a lungo all’interno della roccia, di cadere in una specie di torpore. Aveva un disperato desiderio di cibo, e attese di poter strisciare fuori, fino a una batteria. Ma ancor più disperatamente del nutrimento contenuto in una batteria, desiderava che tutta la batteria di accumulatori si spegnesse. Desiderava poterne assorbire l’energia fino all’ultima scintilla, sapendo che dall’altro universo non ne sarebbe più giunta e che il suo compito era terminato.

Alla fine emerse dalla roccia e ne rimase fuori a lungo, sconsideratamente, succhiando e succhiando a una delle batterie. Voleva vederne il fondo, vuotarla, essere sicura che non entrasse più energia… ma la fonte era inesauribile, inesauribile, inesauribile…

Dua vibrò e si allontanò dalla batteria con disgusto. Così, la Pompa Positronica funzionava ancora. Che i suoi messaggi non avessero convinto gli esseri viventi dell’altro universo a fermare la loro Pompa? Oppure non li avevano ricevuti? O non ne avevano capito il significato?

Doveva ritentare. Doveva renderglielo chiaro, chiarissimo. Gli avrebbe mandato tutte le combinazioni di segni che le sembravano dare una sensazione di pericolo, tutte le combinazioni che trasportassero la preghiera di fermare la Pompa.

Con disperazione si mise a incidere i simboli nel metallo, fondendolo con tutta l’energia che possedeva. Per farlo attinse senza nessuna limitazione all’energia che aveva appena assorbito dalla batteria, finché non l’ebbe spesa tutta e si sentì più esausta che mai: POMPA NON FERMA NON FERMA NOI NON FERMA POMPA NOI NON SENTE PERICOLO NON SENTE NON SENTE VOI FERMA FAVORE FERMA VOI FERMA COSÌ NOI FERMA FAVORE VOI FERMA PERICOLO PERICOLO PERICOLO FERMA FERMA VOI FERMA POMPA.

Era tutto quello che poteva fare. Dentro di lei non restava altro che un dolore continuo, tormentoso. Sistemò il messaggio nel posto in cui poteva essere trasmesso, ma non attese che fossero i Duri a trasmetterlo involontariamente come al solito: attraverso una nebbia di agonia manovrò i comandi, così come aveva visto fare ai Duri, raccogliendo gli ultimi sprazzi di energia che possedeva.

Il messaggio sparì e così fece la caverna, in uno scintillio violetto di vertigine. Lei stava… trapassando… di totale… esaurimento.

Odeen… Tri…

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Odeen era già in arrivo, fluttuando più veloce di quanto avesse mai fluttuato prima d’allora. Dapprima aveva seguito la direzione indicata dal senso percettivo di Tritt, acuito a causa della nuova bambina, ma ormai era abbastanza vicino da captare e localizzare Dua soltanto coi i suoi sensi più ottusi. Sentiva da sé che la coscienza di Dua tremolava e andava spegnendosi, e corse ancora più in fretta, mentre Tritt faceva del suo meglio per arrancargli dietro, ansimando e incitando: — Più svelto… più svelto…

Odeen la trovò in uno stato di collasso totale, viva a malapena, e così piccola che pareva un’Emotiva bambina.

— Tritt — ordinò, brusco — porta qui quella batteria. No, no… non toccare lei. È troppo rarefatta per poterla trasportare. Fa’ presto. Se affonda nel pavimento…

Nel frattempo, anche i Duri cominciarono ad arrivare e a raccogliersi intorno a loro. Erano in ritardo, naturalmente, a causa della loro incapacità di percepire a distanza le altre forme di vita. Se fosse dipeso da loro, sarebbe stato troppo tardi per salvare Dua. Non sarebbe trapassata, sarebbe stata davvero distrutta e… e insieme a lei sarebbe andato distrutto molto più di quello che lei sapeva.

Adesso, invece, stava lentamente riacquistando vita e vigore dalla batteria di energia, con tutti i Duri fermi e silenziosi intorno.

Odeen si raddrizzò, ed era un nuovo Odeen, che sapeva esattamente che cosa stava succedendo. Fece un gesto imperioso, ordinando loro di allontanarsi, ed essi se ne andarono. In silenzio. Senza una protesta.

Dua si agitò un poco.

Tritt chiese: — Adesso sta bene, Odeen?

— Zitto, Tritt — disse Odeen. — Dua?

— Odeen? — Dua si mosse ancora e sussurrò: — Credevo di essere trapassata.

— Non ancora, Dua. Non ancora. Prima devi mangiare e riposare.

— È qui anche Tritt?

— Sono qui, Dua — intervenne Tritt.

— Non tentate di riportarmi indietro — bisbigliò Dua. — È tutto finito. Ho fatto quello che volevo fare. La Pompa Positronica si… si fermerà presto. Ne sono sicura. Così i Duri continueranno ad avere bisogno dei Morbidi… e si prenderanno cura di voi, o almeno dei bambini.

Odeen non disse niente, e impedì anche a Tritt di parlare. Ma continuò a riversare energia radiante in Dua, lentamente, molto lentamente. Di tanto in tanto si fermava per lasciarla riposare, poi riprendeva.

Lei cominciò a mormorare: — Basta, basta… — La sua sostanza, adesso, si arricciolava tutta con più forza.

Odeen continuò a nutrirla.

Alla fine parlò. Le disse: — Dua, ti sbagliavi. Noi non siamo macchine. Io so esattamente che cosa siamo. Sarei venuto prima da te, se lo avessi scoperto più presto, ma non l’ho saputo finché Losten non mi ha supplicato di pensare. Allora io ho pensato, ho pensato molto. Eppure anche così la cosa è quasi prematura.

Dua si lamentò, e Odeen s’interruppe per un poco. Riprese: — Ascolta, Dua. Esiste una sola specie di esseri viventi. E i Duri sono davvero gli unici esseri viventi su tutto il pianeta. Tu l’avevi capito, e fino a qui avevi ragione. Ma questo non vuol dire che i Morbidi non siano vivi. Vuol dire semplicemente che anche noi facciamo parte di quella sola, unica specie. I Morbidi sono le forme immature dei Duri. Noi siamo dapprima bambini Morbidi, poi siamo adulti Morbidi, e poi siamo Duri. Capisci?

Tritt intervenne, colmo di confusione: — Cosa? Cosa?

Odeen disse: — Non adesso, Tritt. Non adesso. Capirai anche tu, ma questa spiegazione è per Dua.

Nel frattempo continuava a osservare Dua, che pian piano riprendeva la sua opalescenza.

Dopo un attimo Odeen riattaccò: — Ascolta, Dua, ogni volta che ci fondiamo, ogni volta che la triade si fonde, noi diventiamo un Duro. Il Duro è tre persone in una, ed è per questo che è duro e solido. Durante tutto il periodo in cui perdiamo conoscenza, mentre ci fondiamo, noi siamo un Duro. Ma è uno stato temporaneo, e in seguito non riusciamo mai a ricordarlo. Non possiamo nemmeno rimanere un Duro per molto tempo, e dobbiamo tornare Morbidi. Però, nel corso della vita noi continuiamo a svilupparci, per stadi successivi marcati da punti-chiave. Ogni bambino che nasce è il segno del passaggio allo stadio seguente. E con la nascita del terzo, cioè dell’Emotiva, diventa possibile raggiungere lo stadio finale, quando la mente del Razionale, da sola, senza l’aiuto degli altri due, riesce finalmente a ricordare a sprazzi il tempo vissuto come Duro. Allora, e soltanto allora, il Razionale è in grado di guidare la triade in una fusione perfetta che formerà il Duro in modo permanente e definitivo, così che la triade, unita, viva una nuova vita completa di apprendimento, di emozioni e d’intelletto. Ti avevo detto, no?, che trapassare era come rinascere? Allora stavo brancolando un po’ nel buio, cercando qualcosa che ancora non capivo bene, ma adesso lo so.

Dua lo guardava, con un mezzo sorriso. Disse: — E vuoi che ti creda, Odeen? Se fosse davvero così, perché i Duri non l’avebbero detto tanto tempo fa? A te e anche a tutti?

— Non potevano, Dua. C’è stato un tempo, molte epoche fa, in cui fondersi significava soltanto mettere insieme gli atomi per formare un corpo. Ma l’evoluzione ha lentamente fatto sviluppare le menti. Credimi, Dua. Fondersi significa mettere insieme anche le menti, e questa è una cosa molto più difficile e molto più delicata. Per poterle tenere unite in modo appropriato e per sempre, esattamente!, il Razionale deve raggiungere un determinato e alto livello di sviluppo. E questo livello lo raggiunge quando scopre, da sé, quello che ti ho appena detto, e quando la sua mente è ormai abbastanza affinata da ricordare tutto quello che è successo durante le unioni temporanee nelle fusioni normali. Se i Duri lo dicessero e il Razionale lo sapesse in precedenza, lo sviluppo della sua mente non sarebbe perfetto e non potrebbe decidere il momento della fusione perfetta. Così, il Duro che si formerebbe sarebbe imperfetto. Quando Losten mi ha incitato a pensare, ha corso un grosso rischio. Persino quel semplice suggerimento poteva essere causa… Spero di no, spero proprio di no. Perché è ancora più vero nel nostro caso, Dua! Sono ormai molte generazioni che i Duri pongono grande cura nel combinare le triadi, per formare Duri sempre più specializzati o speciali, e la nostra triade era la migliore che avessero mai ottenuto. Per merito tuo, Dua. Soprattutto per merito tuo. Losten, una volta, era la triade di cui tu eri la bambina mediana. Una parte di lui era il tuo Paterno. E lui ti conosceva bene. È stato lui a sceglierti e a portarti a Tritt e a me.

Dua si rizzò a mezzo, e la sua voce era quasi normale quando sbottò: — Odeen! Stai inventandoti tutta questa storia per tenermi buona?

Tritt intervenne: — No, Dua. Anch’io sento che è così. Lo sento proprio. Non so come, ma lo sento.

— Lui lo sente, Dua — disse Odeen. — Lo sentirai anche tu. Non cominci forse a ricordare di essere stata un Duro durante le nostre fusioni? Non vorresti fonderti, adesso? Per un’ultima volta? Per l’ultima volta?

La sollevò, con una specie di ansia febbrile. E anche Dua era agitata e, sebbene si opponesse un poco, stava già rarefacendosi.

— Se quello che dici è vero, Odeen… — ansimò — …se noi tre siamo un Duro, allora mi pare… da quello che hai detto… che saremo un Duro importante. È così?

— Il più importante. Il migliore che si sia mai formato. Voglio dire… Tritt, vieni qui. Mettiti là. Non è un addio, Tritt. Saremo tutti insieme, come abbiamo sempre voluto essere. Anche tu, Dua. Tu… anche, Dua.

Dua disse ancora: — Allora possiamo far capire a Estwald che la Pompa non può continuare a funzionare. Lo costringeremo…

La fusione era già cominciata. A uno a uno i Duri si avvicinavano di nuovo, nel momento cruciale. Odeen li vide indistintamente, perché stava già fondendosi in Dua.

Non era come le altre volte. Non vi fu quell’estasi improvvisa e dolorosa, ma solo un lento, fluido, freddo e calmo movimento. Odeen si sentì diventare parte di Dua, e tutto il mondo sembrò riversarsi nell’affinata percezione dei sensi di lui/lei. Le Pompe Positroniche erano ancora in funzione… Lui/Lei lo sentiva… Come mai funzionavano ancora?

Era anche Tritt, e un’acuta, dolorosa sensazione di perdita colmò la mente di lui/lei/lui. Oh, bambini miei!…

E allora Tritt gridò, e fu l’ultimo grido consapevole di Odeen, tranne che era anche il grido di Dua: — No, non possiamo fermare Estwald. Noi siamo Estwald! Noi…

Il grido che era di Dua, eppure non lo era, s’interruppe. Non c’era più nessuna Dua e non ci sarebbe stata mai più. E non c’era più Odeen. E non c’era più Tritt.

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Estwald fece un passo avanti e ai Duri che lo attendevano disse, con tristezza, nel modo di parlare costituito da onde che vibravano nell’aria: — Ora sono con voi per sempre, e c’è tanto da fare…


1a

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Dua aveva potuto allontanarsi dagli altri senza troppi fastidi. Se ne aspettava sempre, invece i guai non arrivavano. Mai guai seri, comunque.

E poi perché avrebbero dovuto arrivare?, avrebbe obiettato Odeen con il suo modo di fare un po’ saccente. — Sta’ qui — avrebbe detto. — Lo sai che Tritt si secca. — Lui non parlava mai delle proprie seccature: i Razionali non s’inalberavano mai per le sciocchezze. Eppure volteggiava su Tritt in continuazione, quasi quanto Tritt volteggiava sui bambini.

Ma poi Odeen la lasciava sempre fare a modo suo, se lei insisteva abbastanza, e intercedeva persino presso Tritt. A volte ammetteva addirittura di essere fiero delle sue capacità, della sua indipendenza… In fondo non era un cattivo sinistride, pensò Dua, con un vago slancio d’affetto.

Tritt era più difficile da trattare e la guardava in un certo modo, tra l’arcigno e l’amareggiato, quando lei era… be’, quando lei era come voleva essere. Boh, i destridi erano fatti così. Per lei Tritt era un destride, ma per i bambini era un Paterno, e questo secondo aspetto della sua personalità era predominante… Il che era un bene, perché lei poteva sempre contare sul fatto che l’uno o l’altro dei bambini avesse bisogno di lui e lo facesse allontanare giusto quando le cose cominciavano a mettersi male.

Con tutto questo, a Dua non importava molto di Tritt: tendeva a ignorarlo, tranne naturalmente che nella fusione. Odeen era un’altra cosa. In principio era stato eccitante: le era bastata la presenza di Odeen perché i suoi contorni brillassero e si dissolvessero. E il fatto che lui fosse un Razionale lo aveva reso ancora più eccitante. Non aveva capito, però, il perché di quella sua reazione: l’aveva considerata parte del suo Garattere strano. Era cresciuta così, strana, e ormai si era abituata alla propria stranezza… quasi.

Dua sospirò.

Da bambina, quando ancora pensava a se stessa come a un individuo, un essere singolo e non la terza parte di una triade, era molto più consapevole di quella diversità. Ed erano soprattutto gli altri a renderla tanto consapevole. Una cosa da niente, come la superficie, la sera al tramonto…

Le era sempre piaciuta la superficie, di sera. Le altre Emotive dicevano che era fredda e triste, e rabbrividivano e si condensavano quando lei gliela descriveva. Erano abbastanza propense a emergere nel pieno calore del mezzodì, per estendersi e nutrirsi, ma era proprio quello che a lei rendeva tanto antipatico il mezzodì. Non le andava di essere nei paraggi di quel mucchio di pettegole pigolanti.

Doveva mangiare anche lei, ovviamente, ma preferiva di gran lunga farlo la sera, quando il cibo scarseggiava, ma tutto era avvolto in una cupa penombra rossa e lei era sola. Naturalmente descriveva la superficie al tramonto più fredda e desolata di quanto fosse, quando ne parlava alle altre, proprio per vederle ispessire i contorni mentre s’immaginavano il gelo… o per lo meno ispessirli di quanto potevano farlo le giovani Emotive. Dopo un po’ si erano messe a bisbigliare sul suo conto, a deriderla e… a lasciarla sola.

Il piccolo sole toccava adesso l’orizzonte e aveva quella segreta tinta rossastra che soltanto lei era là a vedere. Si estese dalle due parti, rafforzando intanto lo spessore dorsoventrale, per assorbire le ultime tracce di calore. Lo centellinò oziosamente, assaporando il gusto lievemente acidulo ma poco sostanzioso delle lunghezze d’onda lunga. (Non aveva mai conosciuto un’altra Emotiva che ammettesse di gradirlo. Ma lei non avrebbe mai detto a nessuno che le piaceva perché lo associava alla libertà: la libertà dagli altri, di quando poteva starsene da sola.)

Persino adesso la solitudine, il gelo e il rosso cupo le riportarono alla mente i giorni lontani, prima della triade, e il ricordo ancora vivissimo del suo Paterno, che sarebbe senz’altro venuto a cercarla, muovendosi in quel suo modo rumoroso e goffo, per l’eterno timore che si facesse male.

Le era stato tanto, tanto affezionato, come lo erano sempre i Paterni: preoccupati e ansiosi per le loro piccole mediane più che per gli altri due. Quell’attaccamento l’aveva disturbata e aveva desiderato moltissimo che arrivasse il giorno in cui lui l’avrebbe lasciata: i Paterni, alla fine, lo fanno sempre. Ma quando lui se n’era andato, un bel giorno, quanto ne aveva sentito la mancanza!

L’aveva cercata per parlarle, con la sollecitudine e l’affetto di sempre, nonostante la difficoltà che i Paterni incontrano quando devono esprimere con le parole i loro sentimenti. E quel giorno lei era corsa via, lontano da lui, non per fargli un dispetto e nemmeno perché avesse immaginato quello che lui aveva da dirle, ma così, soltanto per ridere. A mezzodì era riuscita a scovare un posto speciale e, inaspettatamente sola soletta, aveva fatto una scorpacciata che l’aveva riempita di uno strano, impellente bisogno di movimento e di azione: così si era stesa tutta sopra le rocce lasciando che i suoi margini si sovrapponessero ai loro. Sapeva che era un comportamento indecente, permesso solo ai bambini più piccoli, eppure era eccitante e riposante insieme.

E alla fine il suo Paterno l’aveva trovata ed era rimasto ritto davanti a lei, tacendo a lungo e facendo gli occhi piccoli piccoli e densi, come per fermare ogni minimo sprazzo di luce riflessa da lei, per vedere di lei quanto più poteva e il più a lungo possibile.

Sulle prime, lei aveva semplicemente ricambiato lo sguardo, pensando confusamente che lui l’avesse vista strofinarsi sulle rocce e penetrarle, e che si vergognasse di lei. Ma non aveva captato alcuna aura-di-vergogna e infine si era decisa a mormorare, appena appena: — Cosa c’è, Papà?

— Ecco, Dua, è l’ora. L’aspettavo, e certo l’avrai aspettata anche tu.

— Quale ora? — Adesso che era arrivata, cocciutamente non voleva saperlo. Se si rifiutava di conoscere una cosa, allora non sarebbe esistito niente da conoscere. (Non aveva mai perso quell’abitudine. Odeen diceva che tutte le Emotive sono così, con quel tono di saccente superiorità che usava talvolta, quando si sentiva particolarmente fiero dell’importanza di essere un Razionale.)

Il Paterno aveva risposto: — Devo trapassare. Non sarò più con te. — Poi aveva taciuto e aveva continuato a guardarla, e lei non era stata capace di dire niente.

Lui aveva aggiunto: — Lo dirai tu agli altri.

— Perché? — Dua si era girata, con un moto di ribellione, e i suoi vaghi contorni erano diventati ancora più indistinti, quasi tentasse di dissolversi. Lei voleva dissolversi del tutto, infatti, ma naturalmente non poteva. Dopo un po’ quello stato la rendeva tutta tesa e indolenzita, e così era tornata a condensarsi. Il suo Paterno non si era preso nemmeno la briga di rimproverarla o di dirle che sarebbe stata una vergogna se qualcuno l’avesse vista così estesa. — A loro non importerà — disse allora, per pentirsene subito dopo, perché sapeva che il Paterno ne avrebbe sofferto.

Lui li chiamava ancora “piccolo sinistride” e “piccolo destride”, anche se il piccolo sinistride non faceva altro che studiare e il piccolo destride parlava già di formarsi una triade. Dua era la sola dei tre che ancora provasse… Be’, in fondo lei era la più giovane. Le Emotive erano sempre le più gióvani, e con loro era diverso.

Il suo Paterno si era limitato a dire: — Glielo dirai comunque. — Ed erano rimasti là a fissarsi, tutti e due.

Lei non aveva voglia di dirlo agli altri. Non c’era più confidenza tra loro. Le cose erano state differenti quando tutti erano piccoli. Allora erano sempre insieme, indivisibili: fratello sinistride, fratello destride e sorella mediana. Erano tutti e tre sottilissimi, trasparenti e filiformi, si arrotolavano l’uno dentro l’altro e si fondevano insieme e si nascondevano nei muri.

Nessuno si preoccupava se loro si comportavano così, quando erano piccoli. Nessuno degli adulti, cioè. Ma poi i fratelli erano cresciuti, erano diventati più densi e tanto seri, e si erano allontanati, e quando lei se n’era lamentata con il Paterno, lui aveva risposto: — Ormai sei troppo grande per rarefarti, Dua.

Lei aveva fatto finta di niente, ma quando aveva cercato di giocare ancora, il fratello sinistride le aveva detto: — Non starmi addosso, non ho tempo da perdere con te. — E il fratello destride aveva cominciato a rimanere quasi sempre denso, ed era diventato cupo e silenzioso. Lei, allora, non aveva capito il perché e Papà non era stato capace di spiegarglielo. Le aveva ripetuto, di tanto in tanto, come se fosse una lezione imparata molto tempo prima: — I sinistridi sono Razionali, Dua, e i destridi sono Paterni. E crescono a modo loro.

Quel loro modo a lei non era piaciuto. I suoi fratelli non erano più bambini, mentre lei lo era ancora, perciò si era aggregata alle altre Emotive. E tutte avevano da fare le stesse lamentele contro i fratelli. Parlavano tutte di quando avrebbero formato una triade. Si estendevano tutte al sole per mangiare. Crescevano tutte e tutte allo stesso modo, e ogni giorno dicevano sempre le stesse cose.

Lei aveva finito col non sopportarle più e, ogni volta che aveva potuto, se n’era stata per conto suo, tanto che loro l’avevano lasciata perdere, chiamandola “Emo-Sinistride”. (Era da un pezzo, ormai, che nessuno la chiamava più così, ma Dua non poteva pensare a quell’epiteto senza ricordare le vocette canzonatorie che glielo gridavano dietro, con insistenza maliziosa, sapendo di farla soffrire.)

Ma il suo Paterno era sempre rimasto affezionato a lei, anche se doveva aver capito che tutte le altre la prendevano in giro. Anzi aveva cercato, nel suo modo goffo, di difenderla dalle altre. Qualche volta l’aveva persino seguita in superficie, e sì che non gli piaceva per niente andarci, solo per accertarsi che non le succedesse niente.

Una volta si era imbattuta in lui mentre era in compagnia di un Duro. Non era facile per i Paterni parlare a un Duro, e lei, sebbene ancora bambina, lo sapeva. I Duri parlavano solo con i Razionali.

Si era spaventata e si era rarefatta per scappare via, ma aveva fatto in tempo a sentire il Paterno che diceva: — Mi prendo cura di lei, Duro signore.

Possibile che il Duro avesse chiesto proprio di lei? Forse voleva sapere della sua stranezza? Ma il Paterno non aveva parlato in tono di scusa. Aveva solo detto al Duro quanto lei gli stesse a cuore, e per questo Dua aveva provato un oscuro senso d’orgoglio.

Ma poi era venuto il momento in cui il Paterno stava per lasciarla e tutt’a un tratto l’indipendenza che lei tanto agognava aveva perso tutto il suo fascino, trasformandosi in un dirupo aguzzo di solitudine. Gli aveva chiesto: — Ma perché devi trapassare?

— Devo, mia piccola cara mediana.

Doveva. Lei lo sapeva. Tutti, prima o poi, dovevano trapassare. Anche per lei sarebbe giunto il giorno in cui avrebbe detto, con un sospiro: “Devo”.

— Ma come fai a sapere quando è il momento di trapassare? Se puoi sceglierlo, perché non scegli un altro momento e non resti ancora un poco?

Lui aveva risposto: — Il tuo padre sinistride ha deciso. La triade deve fare quello che dice lui.

— Perché devi fare quello che dice lui? — Vedeva pochissimo sia il suo padre sinistride che la sua mamma mediana. Per lei non contavano niente. Contava solo suo padre destride, il Paterno, il suo papà, che stava adesso davanti a lei, basso, tozzo e con le superna piane. Non era tutto curve lisce come un Razionale né aveva la forma fluttuante e irregolare di un’Emotiva, e lei sapeva sempre in anticipo quello che stava per dirle. Quasi sempre.

Era sicura che adesso le avrebbe detto: — Non posso spiegarlo a una piccola Emotiva.

Ed era stato quello che le aveva detto.

In un impeto di sofferenza Dua aveva allora esclamato: — Mi mancherai molto! So che credi che non ti ascolto e non ti voglio bene, perché mi dici sempre che non devo fare questo e quello! Ma preferisco non volerti bene perché mi dici sempre le stesse cose noiose, piuttosto che non averti più vicino a dirmi di non fare questo e quello!

E il Papà era rimasto lì, fermo e silenzioso. Non poteva fare niente per calmare quello sfogo tranne che avvicinarsi e sporgere una mano. Ed era quello che aveva fatto. Gli era costato uno sforzo visibile, ma aveva allungato una mano tremante, i cui contorni erano persino diventati lievemente vaghi.

— Oh, papà! — aveva esclamato Dua, e a sua volta aveva esteso la mano sopra quella di lui, avvolgendola, così che era parsa annebbiata e luccicante attraverso la sostanza di lei. Era stata però molto attenta a non toccarla per non mettere troppo in imbarazzo il Paterno.

Poi, ritraendo la mano in modo che quella di lei si era ritrovata ad avvolgere il nulla, lui aveva detto: — Ricorda i Duri, Dua. Ti aiuteranno. Io… io devo andare adesso.

E si era allontanato, e lei non lo aveva rivisto mai più.

Adesso era là seduta nel tramonto del Sole con i suoi ricordi, pur sapendo benissimo che di lì a poco Tritt avrebbe cominciato a lamentarsi con petulanza per la sua assenza e a seccare Odeen.

E poi forse Odeen le avrebbe fatto la predica sui suoi doveri.

Lei se ne infischiava.


1b

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Odeen era solo moderatamente consapevole del fatto che Dua era fuori, in superficie. Senza nemmeno concentrarsi, poteva valutare in che direzione si trovasse e persino la distanza approssimativa. Se avesse smesso di pensarci, ne avrebbe probabilmente provato dispiacere, perché, da quel senso di reciproca consapevolezza che andava via via affievolendosi col tempo, benché non molto sicuro del motivo, lui ricavava un senso di raggiunta completezza. Era così che si pensava andassero le cose: quello era il segno del progressivo sviluppo del corpo con l’età.

Il senso di reciproca consapevolezza di Tritt, invece, non era diminuito, solo si era sempre più spostato verso i bambini. Quella era chiaramente la linea di sviluppo più utile, ma del resto il ruolo del Paterno era un ruolo semplice, in un certo senso, anche se importante. Il Razionale era molto più complesso e, a quel pensiero, Odeen provò un senso di vuota soddisfazione.

Ovviamente il vero rompicapo era Dua. Era talmente diversa dalle altre Emotive! Il suo comportamento sconcertava e deludeva Tritt, riducendolo a un mutismo persino più accentuato del solito. Sconcertava e deludeva anche Odeen, a volte, ma lui capiva altresì quanto fosse infinita in Dua la capacità di rendere piena e soddisfacente la vita, e gli pareva molto probabile che le due cose fossero collegate. L’occasionale esasperazione che Dua causava con il suo comportamento era più che ripagata dall’intensa felicità che sapeva dare.

E, forse, anche lo strano modo di vivere di Dua rientrava nell’ordine naturale delle cose. Pareva che i Duri provassero interesse nei suoi riguardi, mentre di regola prestavano attenzione solo ai Razionali. Il fatto rendeva Odeen orgoglioso: era un onore per la triade che anche l’Emotiva fosse degna di attenzione.

Le cose erano come si pensava che fossero. Questo era il fondamento, ed era ciò che lui desiderava più di tutto sentire, da quel momento fino alla fine. Un giorno o l’altro avrebbe addirittura saputo che era giunta l’ora di trapassare, e allora avrebbe voluto trapassare. I Duri l’avevano rassicurato su questo punto, come facevano con tutti i Razionali, ma avevano anche aggiunto che sarebbe stata la sua consapevolezza interiore a indicargli l’ora in maniera inequivocabile, e non un avvertimento proveniente dall’esterno.

— Quando tu dirai a te stesso — gli aveva spiegato Losten in quel caratteristico modo chiaro e preciso con cui i Duri parlavano sempre ai Morbidi, come se si sforzassero di farsi capire — che sai perché devi trapassare, allora trapasserai, e la tua triade trapasserà con te.

Odeen aveva replicato: — Non posso dire di voler trapassare adesso, Duro signore. C’è ancora tanto da imparare!

— Certo, sinistride caro. Senti e pensi così, adesso, perché non sei ancora pronto.

Odeen aveva pensato: “Come farò a sentirmi pronto, se non vorrei mai pensare che non c’è più niente da imparare?”.

Ma non aveva detto niente. Era sicurissimo che, quando fosse giunta l’ora, avrebbe capito.

Si guardò per studiarsi, quasi soprappensiero, e per farlo estruse un occhio (esisteva sempre qualche impulso infantile persino nel più adulto e razionale dei Razionali). Non era un gesto necessario, naturalmente: era in grado di sentirsi benissimo, anche tenendo l’occhio fisso al suo posto. Comunque, si trovava solido in modo soddisfacente: un bel contorno netto, liscio e curvo che formava ovoidi elegantemente congiunti.

Il suo corpo non aveva lo scintillio stranamente attraente di Dua, né la confortante, compatta inerzia di Tritt. Li amava tutti e due, ma non avrebbe voluto scambiare il suo corpo con quello di nessuno dei due. Tantomeno la mente, è ovvio. Non si sarebbe mai sognato di dir loro una cosa del genere, naturalmente, perché non voleva ferire i loro sentimenti, ma non avrebbe mai smesso di essere felicissimo di non possedere la limitata intelligenza di Tritt o (peggio ancora) quella errabonda di Dua. Immaginava però che a loro non importasse, dal momento che non conoscevano altro.

Il senso di consapevolezza di Dua riaffiorò in lui, ma lo ignorò deliberatamente. In quel momento non provava nessun bisogno di lei. Non che la desiderasse meno, solo che aveva altri interessi in costante accrescimento, rivolti in altre direzioni. Man mano che si avvicinava alla maturità, un Razionale traeva sempre maggior soddisfazione nell’esercitare la mente, cosa che poteva fare soltanto da solo, e con i Duri.

Odeen andava sempre più abituandosi ai Duri e sempre più affezionandosi a loro. Sentiva anche che era una cosa giusta e normale, perché lui era un Razionale e in un certo senso i Duri erano dei super-Razionali. (Una volta aveva espresso questa sua idea a Losten, il più cordiale e, secondo la sua impressione, il più giovane dei Duri. Losten aveva irradiato divertimento, ma non aveva fatto commenti. E ciò significava, tra l’altro, che non l’aveva smentito).

Anche nei suoi ricordi infantili più lontani i Duri erano presenti. Era stato quando il suo Paterno aveva concentrato ogni giorno di più la propria attenzione sull’ultimo nato, la piccola Emotiva. Questo era naturale. Anche Tritt avrebbe fatto lo stesso, appena l’ultima bambina fosse arrivata… se mai fosse arrivata. (Quest’ultima precisazione Odeen la ricavava da Tritt, che se ne serviva di continuo come rimprovero per Dua.)

Tanto meglio, comunque. Con il Paterno sempre così occupato, Odeen aveva potuto iniziare prestissimo la propria educazione. Aveva abbandonato per tempo il suo comportamento infantile e aveva imparato un mucchio di cose ancor prima d’incontrare Tritt.

Quell’incontro, tuttavia, era un avvenimento che sicuramente non avrebbe mai dimenticato. Era come se fosse successo il giorno precedente, non mezza vita prima! Logicamente aveva già visto Paterni della sua stessa generazione: erano giovani i quali, molto prima d’incubare i bambini che li avrebbero resi Paterni effettivi, mostravano pochi segni della futura stolidità. Da bambino lui aveva giocato con suo fratello destride senza quasi rendersi conto della differenza intellettiva che esisteva tra loro (sebbene, ripensando a quei giorni lontani, riconoscesse che una differenza c’era anche allora).

Conosceva anche, seppure vagamente, il ruolo che sosteneva il Paterno in una triade. Persino da piccolo aveva sentito bisbigliare storie sulla fusione!

Ma quando Tritt era comparso, quando lui, Odeen, lo aveva visto per la prima volta, tutto era cambiato. Per la prima volta in vita sua aveva provato un gran caldo interiore e aveva pensato che esisteva al mondo qualcosa di molto diverso dal pensiero, che però lui desiderava con tutte le sue forze. Ancora adesso ricordava il senso d’imbarazzo che aveva accompagnato l’incontro.

Tritt, logicamente, non aveva provato il minimo imbarazzo. I Paterni non erano mai imbarazzati quando si trattava delle attività della triade, e le Emotive non provavano imbarazzo in assoluto, o quasi. Soltanto i Razionali avevano quel problema.

— Pensi troppo — aveva detto un Duro, quando Odeen gli aveva parlato del problema in questione, ma la spiegazione lo aveva lasciato insoddisfatto. In che senso il pensare poteva essere “troppo”?

Tritt era molto giovane al momento dell’incontro, logicamente. Era talmente infantile da essere ancora incerto circa la sua solida forma squadrata, per cui la sua reazione era stata chiara in modo imbarazzante: era diventato quasi traslucido ai margini.

Odeen aveva detto, con una certa esitazione: — Non ti ho già visto prima, amico destride?

— Non sono mai stato qui — aveva risposto Tritt. — Mi ci hanno portato adesso.

Tutti e due sapevano esattamente quello che era successo a entrambi. L’incontro era stato combinato perché qualcuno (un Paterno, aveva creduto Odeen allora, ma in seguito aveva saputo che era stato un Duro) aveva pensato che loro due fossero adatti l’uno all’altro, e il pensiero era poi risultato esatto.

Fra loro non intercorreva alcun rapporto intellettuale, ovviamente. E come sarebbe stato possibile, se Odeen desiderava imparare con un’intensità superiore a qualsiasi cosa, tranne l’esistenza della triade stessa, mentre Tritt non conosceva nemmeno il concetto di istruzione? Quello che Tritt doveva sapere, lo sapeva in modo del tutto indipendente dall’istruzione o dalla non istruzione.

Talvolta (in quel primo periodo trascorso insieme) Odeen, trascinato dall’eccitazione per le nuove nozioni imparate — per le sue scoperte circa il mondo e il Sole, circa la storia e il meccanismo della vita, circa tutto quello che c’era in giro per l’universo — si ritrovava a riversarle su Tritt.

E Tritt lo stava ad ascoltare placido, senza capire niente, ma lieto di essere l’ascoltatore, mentre Odeen, pur non tra smettendogli niente, era chiaramente altrettanto contento di essere il conferenziere.

Era stato Tritt, spinto dai suoi istinti particolari, a fare la prima mossa. Odeen stava parlando di quello che aveva imparato quel giorno, nel breve intervallo dopo il pasto di mezzodì. (La loro sostanza più densa assorbiva il cibo così rapidamente che per sentirsi sazi bastava una passeggiata al sole, mentre le Emotive ci si crogiolavano per ore ogni volta, arricciandosi e rarefacendosi, come se prolungassero volontariamente quel compito noioso.)

Odeen, che aveva sempre ignorato le Emotive, era felice solo di parlare. Non così Tritt, che giorno dopo giorno le guardava in silenzio, e ormai era diventato visibilmente irrequieto.

A un tratto gli si era avvicinato e aveva estruso un’appendice talmente in fretta da urtare in modo alquanto sgradevole il senso della forma di Odeen. Poi l’aveva posata su quella parte dell’ovoide superiore di Odeen in cui un lieve scintillio stava facendo penetrare un piacevole soffio di aria tiepida, come dessert. L’appendice di Tritt si era rarefatta a prezzo di un visibile sforzo ed era affondata sotto la superficie dell’epidermide di Odeen prima che lui si scansasse, tremendamente imbarazzato.

Da bambino Odeen aveva fatto cose simili, naturalmente, ma non più, da quando era diventato adolescente. — Non farlo, Tritt. — aveva detto bruscamente.

L’appendice di Tritt era rimasta dov’era, muovendosi un poco a tentoni. — Voglio farlo.

Odeen si era irrigidito, addensandosi più che poteva, per cercare di rafforzare la superficie contro l’intrusione. — Io non voglio.

— Perché no? — aveva chiesto Tritt, allarmato. — Non c’è niente di male.

Odeen aveva detto la prima cosa che gli era venuta in mente: — Fa male. — (Non era vero, per lo meno non fisicamente. Ma i Duri evitavano sempre il contatto con i Morbidi. Loro soffrivano se per caso avveniva un’interpenetrazione, ma erano strutturati diversamente dai Morbidi, del tutto diversamente.)

Tritt non si era lasciato ingannare. Il suo istinto, a quel proposito, era infallibile. Aveva detto: — Non fa male.

— Be’, così non è la maniera giusta. Abbiamo bisogno di un’Emotiva.

E Tritt non aveva fatto altro che insistere, testardo: — Io voglio farlo comunque.

Era una cosa destinata a ripetersi, e Odeen era obbligato a cedere. Aveva sempre ceduto, infatti, perché era qualcosa che capitava anche al Razionale più consapevole di sé. Come diceva il proverbio, “Chi non ammette di farlo, mente”.

Dopo di allora, a ogni incontro Tritt era pronto a farlo: se non estrudeva un’appendice, gli si appiccicava, margine contro margine. Finì che Odeen, travolto dal piacere, cominciò a collaborare cercando di risplendere. In questo riusciva molto meglio di Tritt. Il povero Tritt, infinitamente più ardente, se ne aveva a male e si sforzava, ma riusciva solo a emettere qua e là deboli scintille, a chiazze e senza grazia.

Odeen, invece, diventava traslucido in tutta la superficie e vinceva l’imbarazzo in modo da rifluire e modellarsi contro Tritt. Ne derivava una penetrazione profonda e Odeen arrivava a percepire sotto la propria pelle il pulsare della dura superficie di Tritt. Ne ricavava una gioia venata da un senso di colpa.

Quando era tutto finito, il più delle volte Tritt era stanco e un po’ irritato.

— Senti, Tritt — diceva Odeen — ti ho pur detto che abbiamo bisogno di un’Emotiva per farlo come si deve. Non puoi arrabbiarti per qualcosa che è così e basta.

E Tritt ribatteva: — Allora troviamo un’Emotiva!

Trovare un’Emotiva! I semplici impulsi di Tritt lo conducevano immediatamente all’azione, e Odeen non era sicuro di potergli far capire le complessità della vita. — Non è così semplice, destroide — aveva tentato, con gentilezza.

Tritt era sbottato: — Possono farlo i Duri. Tu sei loro amico. Chiedilo a loro.

Odeen era inorridito. — Non posso chiederglielo! Non è ancora giunto il momento — aveva continuato, assumendo involontariamente il suo tono di conferenziere, — altrimenti lo saprei per certo. Fino a quel momento…

Tritt non lo aveva nemmeno ascoltato. Aveva detto: — Lo chiederò io!

— No! — aveva esclamato Odeen, ancor più inorridito. — Non devi entrarci. Ti dico che non è ancora il momento. Io devo pensare alla mia istruzione. È facile essere un Paterno e non dover sapere altro che…

Si era pentito di quelle parole nell’istante in cui le aveva pronunciate, tanto più che erano una bugia. La verità era che non voleva fare niente che potesse offendere i Duri e intralciasse i suoi vantaggiosi rapporti con loro. Tritt, però, non se l’era presa, e Odeen si era reso conto che l’altro non vedeva l’utilità di imparare cose che non sapeva già, e che la sua constatazione non lo aveva offeso.

Il problema dell’Emotiva, comunque, era stato oggetto di costanti discussioni. Ogni tanto tentavano un’interpenetrazione, dato che in effetti il desiderio diventava sempre più forte con il passare del tempo. Ma i risultati, sebbene piacevoli, non erano mai del tutto soddisfacenti, e ogni volta Tritt ripeteva la sua richiesta di un’Emotiva. E ogni volta Odeen s’immergeva sempre più negli studi, come se fossero una difesa contro il problema.

Eppure, sovente era stato tentato di parlarne a Losten.

Losten era il Duro che conosceva meglio e quello che dimostrava un più spiccato interesse personale verso di lui. Nei Duri c’era una univocità perenne e statica, perché non erano mutevoli: i Duri non cambiavano mai e la loro forma era fissa. I loro occhi erano sempre nello stesso posto, e tutti li avevano nello stesso posto. La loro pelle non era esattamente dura, ma era sempre opaca: non brillava mai, non era mai fluttuante e vaga, e non era interpenetrabile nemmeno dall’epidermide di un altro della stessa specie. Non erano di dimensioni molto più grandi dei Morbidi, in particolare, ma erano più pesanti. Erano fatti di una sostanza più densa e dovevano fare attenzione con i cedevoli tessuti dei Morbidi.

Una volta, quando era piccolo, molto piccolo, e il suo corpo era ancora fluttuante quasi quanto quello della sorella, Odeen era stato avvicinato da un Duro. Non aveva mai saputo quale, ma in seguito, vivendo, aveva imparato che tutti i Duri provavano curiosità per i bambini Razionali. Odeen si era proteso verso il Duro, anche lui per pura curiosità, e il Duro era prontamente indietreggiato. Più tardi il Paterno lo aveva sgridato per aver tentato di toccare un Duro.

Il rimprovero era stato così aspro che Odeen non l’aveva mai dimenticato. Crescendo, aveva appreso che gli atomi più ravvicinati dei tessuti dei Duri sentivano dolore a una penetrazione forzata da parte di altri. Odeen si era chiesto se anche i Morbidi sentissero dolore. Un bambino Razionale una volta gli aveva raccontato di essersi scontrato con un Duro: il Duro si era piegato in due, ma lui non aveva sentito niente. Però Odeen non era proprio sicuro che quel racconto non fosse solo una grossa millanteria.

C’erano altre cose che gli erano vietate. Gli piaceva strofinarsi contro le pareti della caverna: si ricavava una piacevole sensazione di calore, quando uno si lasciava penetrare nella roccia. I bambini piccoli lo facevano sempre, ma diventava più difficile riuscirci man mano che si cresceva. Eppure, lui era ancora in grado di penetrare in profondità e gli piaceva, quando un giorno il Paterno lo aveva colto sul fatto e lo aveva rimproverato. Odeen aveva ribattuto che sua sorella lo faceva sempre: l’aveva vista lui.

— È diverso — era stata la risposta del Paterno. — Lei è un’Emotiva.

Un’altra volta, mentre Odeen stava assorbendo una registrazione — era ormai grandicello — soprappensiero aveva formato un paio di estrusioni con le estremità così sottili che una poteva penetrare nell’altra. Poi aveva preso l’abitudine di farlo regolarmente, quando ascoltava. Provava una sensazione di solletico, molto piacevole, che gli rendeva più facile l’ascolto e gli consentiva di dormire meglio, dopo.

Ma anche allora il suo Paterno lo aveva colto sul fatto e quello che gli aveva detto metteva ancora a disagio Odeen, quando ci ripensava.

Nessuno, in quei tempi, gli aveva parlato chiaramente della fusione. Lo imbottivano di nozioni e lo istruivano su ogni possibile argomento, tranne che su quello che era o riguardava la triade. Anche a Tritt non avevano mai detto niente, ma lui, essendo un Paterno, sapeva tutto per istinto. Logicamente, quando alla fine era arrivata Dua, tutto era stato chiaro, anche se pareva che lei ne sapesse anche meno di Odeen, in proposito.

Ma Dua non si era unita a loro per qualcosa che avesse fatto Odeen. Era stato Tritt a intavolare la questione; Tritt che di solito aveva paura dei Duri e li evitava in silenzio; Tritt che non possedeva, come Odeen, alcuna fiducia in sé stesso, salvo che per quello; Tritt che era esigente soltanto a quel proposito; Tritt… Tritt… Tritt…

Odeen sospirò. Tritt stava invadendo i suoi pensieri perché stava avvicinandosi. Lo sentiva benissimo: ruvido, esigente, sempre esigente. In questo periodo Odeen aveva pochissimo tempo per sé, e proprio quando sentiva di aver più che mai bisogno di pensare, di mettere ordine in tutti i pensieri che…

— Sì, Tritt? — disse.


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Tritt era consapevole della sua compatta solidità. Non pensava che fosse brutta. Non ci pensava e basta. Se l’avesse fatto, l’avrebbe considerata bella. Il suo corpo era progettato per uno scopo ed era stato progettato bene.

Chiese: — Odeen, dov’è Dua?

— Fuori, da qualche parte — borbottò Odeen, come se non se ne curasse. Tritt, invece, era preoccupato di avere una triade così poco completa. Dua era così difficile, e Odeen non se ne curava.

— Perché l’hai lasciata andare?

— Come faccio a impedirglielo, Tritt? E che male fa, poi?

— Tu lo sai che male fa. Abbiamo due bambini. Ci occorre il terzo. È così difficile fare un bambino mediano di questi tempi. Dua dovrebbe nutrirsi bene per poterlo fare. Invece se ne va in giro al tramonto un’altra volta. Come può nutrirsi a dovere, al tramonto?

— Ma lei non è proprio una mangiona.

— E noi non abbiamo proprio una piccola mediana, Odeen. — La voce di Tritt diventò carezzevole. — Come faccio ad amarti come si deve, senza Dua?

— Insomma, andiamo… — borbottò Odeen, e una volta di più Tritt si sentì perplesso per l’evidente imbarazzo del compagno di fronte alla più semplice delle realtà.

Disse allora: — Ricordati, sono stato io a farci avere Dua.

Ma Odeen se lo ricordava? Pensava mai alla triade e a quello che significava? A volte Tritt si sentiva così avvilito che avrebbe potuto… avrebbe potuto… In realtà non sapeva cosa fare, ma sapeva di sentirsi avvilito. Come in quei giorni lontani in cui lui desiderava tanto un’Emotiva e Odeen non faceva niente.

Tritt sapeva di non avere il bernoccolo per le frasi lunghe ed elaborate. Ma, se anche non parlavano molto, i Paterni pensavano. E pensavano a cose importanti. Odeen parlava sempre di atomi e di energia. Ma a chi importava degli atomi e dell’energia? Tritt pensava alla triade e ai bambini.

Una volta Odeen gli aveva detto che il numero dei Morbidi stava gradatamente calando. Se ne preoccupava, forse? Se ne preoccupavano i Duri? Chi se ne preoccupava, a parte i Paterni?

In tutto il mondo c’erano solo due forme viventi, i Morbidi e i Duri. E il cibo scendeva scintillante su di loro.

E Odeen una volta gli aveva detto che il Sole stava diventando più freddo. C’era meno cibo, aveva detto, e perciò c’era meno gente. Tritt non ci credeva. Il Sole non era più freddo di quando lui era piccolo. Era solo la gente che non voleva più preoccuparsi della triade. Troppi Razionali sempre assorti, troppe Emotive sempre sciocche.

Quello che i Morbidi dovevano fare era concentrarsi sulle cose importanti della vita. Lui, Tritt, lo faceva. Era lui che si curava delle faccende della triade. Così era arrivato il bambino sinistride e poi il bambino destride. E tutti e due stavano crescendo belli e floridi. Però, dovevano ancora avere la bambina mediana. Era la più difficile da iniziare, ma senza una bambina mediana non ci sarebbe stata una nuova triade.

Che cosa rendeva Dua così com’era? Era sempre stata difficile, ma col tempo era anche peggiorata.

Tritt provava una strana collera nei riguardi di Odeen. Odeen parlava sempre con quei suoi paroloni difficili, e Dua lo stava ad ascoltare. Odeen avrebbe parlato a Dua all’infinito, nemmeno fossero stati due Razionali. Quello non era un bene per la triade.

Odeen avrebbe dovuto saperlo.

Invece, era sempre Tritt che doveva preoccuparsene. Era sempre Tritt che doveva fare quello che andava fatto. Odeen era amico dei Duri, eppure non gli diceva niente. Come quando loro due avevano bisogno di un’Emotiva, eppure Odeen non gli aveva detto niente. Odeen gli parlava dell’energia e non delle necessità della triade.

Era stato Tritt a far cambiare le cose in loro favore. Provava ancora orgoglio a ripensarci. Aveva visto Odeen che parlava a un Duro e si era avvicinato. Senza neanche un tremito nella voce li aveva interrotti e aveva detto: — Abbiamo bisogno di un’Emotiva.

Il Duro si era girato a guardarlo. Tritt non era mai stato tanto vicino a un Duro. Era fatto di un pezzo solo e, se una parte di lui si voltava, dovevano voltarsi anche tutte le altre parti. Aveva delle estrusioni che potevano muoversi per conto loro, ma non cambiavano mai forma. Non fluttuavano mai ed erano irregolari e poco eleganti. Ai Duri non piaceva essere toccati.

Il Duro aveva detto: — È vero, Odeen? — Non aveva nemmeno parlato a Tritt.

Odeen si era appiattito. Si era appiattito vicinissimo a terra, più piatto di così Tritt non lo aveva mai visto. Aveva detto: — Il mio congiunto destride è troppo zelante. Il mio congiunto destride è… è… — Aveva balbettato, ansimato e non era più stato capace di parlare.

Tritt poteva parlare e aveva detto: — Non possiamo fonderci senza.

Tritt sapeva che Odeen era talmente imbarazzato da non riuscire a parlare, ma non se ne curava. Era ora di avere un’Emotiva.

— Be’, sinistro caro — aveva detto il Duro a Odeen, — sei dello stesso parere sulla questione? — I Duri parlavano come i Morbidi, ma con voce più aspra e con pochi toni acuti. Era difficile seguirli. Tritt lo trovava difficile, a ogni modo. Odeen, invece, sembrava che ci fosse abituato.

— Sì — aveva detto Odeen, alla fine.

Il Duro si era allora — finalmente! — rivolto a Tritt. — Dimmi, giovane destride. Da quanto tempo tu e Odeen siete insieme?

— Da abbastanza tempo da meritarci un’Emotiva — aveva detto Tritt. Aveva mantenuto la sua forma ben salda agli spigoli. Non voleva lasciarsi andare per la paura. Era una cosa troppo importante. Aveva aggiunto: — E il mio nome è Tritt. Il Duro era sembrato divertito. — Sì, è stata una buona scelta. Tu e Odeen andate benissimo insieme, ma ciò rende difficile la scelta di un’Emotiva. Abbiamo quasi deciso o, quanto meno, io ho preso da tempo la mia decisione, ma gli altri devono ancora convincersi. Sii paziente, Tritt.

— Sono stufo di pazienza.

— Lo so, ma cerca comunque di essere paziente. — Era di nuovo divertito, quel Duro.

Dopo che se n’era andato, Odeen si era sollevato da terra e si era rarefatto con fare iroso. — Come hai avuto il coraggio di fare una cosa del genere, Tritt? Lo sai chi era?

— Era un Duro.

— Era Losten. È il mio insegnante particolare. Io non voglio che si arrabbi con me.

— Perché dovrebbe arrabbiarsi? Sono stato gentile.

— Be’, non importa. — Odeen aveva pian piano ripreso la sua forma normale. Questo voleva dire che non era più arrabbiato. (Tritt se n’era sentito sollevato, anche se aveva cercato di non mostrarlo.) — È molto imbarazzante che il mio taciturno destride spunti dal nulla per parlare al mio Duro.

— Perché non l’hai fatto tu, allora?

— Ogni cosa va fatta a tempo debito.

— Ma non è mai il tempo debito per te!

Ma poi si erano strofinati superficie contro superficie e avevano smesso di discutere. E poco tempo dopo Dua era arrivata.

Era stato Losten a condurla. Tritt non lo aveva neanche riconosciuto: lui non aveva guardato il Duro, aveva guardato Dua. Solo Dua. Ma in seguito Odeen gli aveva detto che era stato Losten a portarla.

— Hai visto? — gli aveva detto Tritt. — Sono stato io a parlargli. Ecco perché l’ha portata.

— No, era il momento giusto — aveva detto Odeen. — L’avrebbe portata anche se nessuno di noi due gliene avesse parlato.

Tritt non gli aveva creduto. Lui era sicurissimo che fosse tutto merito suo se Dua adesso era con loro.

Certamente non c’era mai stato al mondo nessuno come Dua. Tritt aveva visto molte Emotive. Erano tutte molto attraenti. Lui ne avrebbe accettata una qualsiasi per una fusione come si deve. Ma, quando aveva visto Dua, aveva capito che nessun’altra sarebbe andata bene. Solo Dua. Solo Dua.

E Dua sapeva esattamente cosa fare. Esattamente. Nessuno le aveva mai mostrato come fare, aveva detto loro in seguito. Nessuno gliene aveva mai neanche parlato. Nemmeno le altre Emotive, dal momento che lei le evitava.

Eppure, quando si erano trovati tutti e tre insieme, ciascuno sapeva cosa fare.

Dua si era rarefatta. Tritt non aveva mai visto una persona rarefarsi a quel modo. Si era rarefatta più di quanto Tritt avrebbe creduto possibile. Era diventata una specie di fumo con tanti colori, che riempiva la stanza e lo abbagliava. Si era mosso senza rendersi conto che stava muovendosi. Si era immerso in quell’aria che era Dua.

Non aveva provato nessuna sensazione di penetrazione, niente del tutto. Non aveva sentito resistenza, né attrito. Era stato semplicemente un galleggiare verso l’interno e un palpitare rapido. Poi aveva sentito di andare rarefacendosi, in accordo, senza il tremendo sforzo che gli costava di solito. Con Dua che lo completava, avrebbe potuto rarefarsi senza fatica fino a essere un fumo denso lui stesso. Rarefarsi era diventato come fluttuare, come un’enorme onda liscia.

Molto vagamente aveva visto Odeen avvicinarsi dall’altra parte, alla sinistra di Dua. E anche lui si stava rarefacendo.

Poi, come se tutte le scosse da contatto di tutto il mondo si fossero unite insieme, lui e Odeen si erano toccati. Ma non era stata per niente una scossa. Lui sentiva senza sentire, sapeva senza sapere. Era scivolato dentro Odeen e Odeen era scivolato dentro di lui. Non avrebbe potuto dire se era lui ad avvolgere Odeen, oppure Odeen ad avvolgere lui, o tutti e due insieme, o nessuno dei due.

Era soltanto… puro piacere.

Mentre l’intensità del piacere aumentava, i sensi si erano attutiti, e quando aveva raggiunto il punto in cui aveva creduto di non farcela più, i sensi erano svaniti tutti di colpo.

Alla fine si erano separati e si erano fissati in silenzio l’un l’altro. Erano rimasti fusi insieme per giorni e giorni. Naturalmente la fusione porta sempre via del tempo e, quanto meglio riesce, tanto più tempo dura. Eppure, quando è finita, tutto quel tempo sembra solo un istante e non si ricorda niente di niente. Così era successo alla loro triade. In seguito, però, raramente una fusione era durata tanto a lungo quanto quella prima volta.

Odeen aveva detto: — È stato meraviglioso.

Tritt, lui, aveva guardato Dua, che aveva reso possibile quella meraviglia.

Dua stava condensandosi, roteava su se stessa e tremolava tutta. Pareva la più sconvolta dei tre.

— Lo faremo ancora — aveva detto frettolosamente. — Ma più tardi, più tardi. Lasciate che vada, adesso.

Era scappata via e loro non l’avevano fermata. Erano troppo turbati per fermarla. Ed era sempre andata a quel modo, dopo. Subito dopo una fusione Dua scappava lontano. Non importava quanto bene fosse riuscita, lei si allontanava. Doveva avere qualcosa dentro di lei che la obbligava a starsene da sola.

Tritt se n’era preoccupato. In tutte le cose che contavano lei era differente dalle altre Emotive. Ma non avrebbe dovuto esserlo.

Odeen la pensava in modo diverso. Più di una volta aveva detto: — Perché non la lasci stare, Tritt? Lei non è uguale alle altre e questo significa che è migliore delle altre. Fondersi non sarebbe così bello, se lei fosse uguale alle altre. Tu vuoi i vantaggi senza dar niente in cambio?

Quella spiegazione Tritt non l’aveva mai capita bene. Lui sapeva solo che Dua doveva fare quello che andava fatto. Rispondeva: — Io voglio che lei faccia quello che è giusto.

— Lo so, Tritt, lo so. Ma lasciala stare da sola, ad ogni modo.

Odeen non aveva mai voluto che Tritt rimproverasse Dua per il suo strano modo di fare, anche se lui, invece, la rimproverava spesso. — Tu manchi di tatto, Tritt — gli diceva. Tritt, lui, non sapeva bene cos’era quel “tatto”.

E adesso… Era passato tantissimo tempo da quella prima fusione e ancora non avevano la piccola Emotiva. Quanto tempo ci sarebbe voluto? Ne era già passato fin troppo! E Dua, neanche a farlo apposta, se ne stava per conto suo sempre più spesso.

Tritt disse: — Dua non mangia abbastanza.

— A tempo debito… — cominciò Odeen.

— Tu parli sempre di tempo debito e di tempo non debito. Non hai mai trovato il tempo di avere Dua, tanto per cominciare. E adesso non trovi mai il tempo di avere la nostra bambina Emotiva. Dua dovrebbe…

Ma Odeen si allontanò. Disse solo: — Dua è là fuori, Tritt. Se vuoi andare fuori a prenderla, come se fossi il suo Paterno invece che il suo congiunto destride, fa’ pure. Ma io ti dico ancora: lasciala stare.

Tritt fece marcia indietro. Avrebbe avuto un mucchio di cose da dire, ma non sapeva come dirle.


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In maniera remota e indistinta Dua percepì l’agitazione del suo sinistride nei suoi riguardi e il suo spirito di ribellione aumentò.

Se l’uno o l’altro, o tutti e due, fossero andati a prenderla, sarebbe finita con una fusione, e la sola idea la mandava su tutte le furie. Tritt non pensava che a quello, a parte i bambini; Tritt voleva solo quello, a parte il terzo e ultimo bambino; insomma, tutto quanto girava intorno ai bambini e a quello che ancora mancava. E, quando Tritt voleva una fusione, la otteneva.

Con la sua testardaggine Tritt dominava la triade. Si aggrappava alla sua semplice e unica idea e non mollava, finché Odeen e Dua erano costretti a cedere. Eppure, adesso lei non avrebbe ceduto. No, lei non avrebbe ceduto…

Non per questo si sentiva sleale nei loro confronti. Non pretendeva di provare per Odeen o per Tritt quel profondo e intenso desiderio che i due provavano l’uno per l’altro. Inoltre, lei poteva fondersi da sola, mentre loro erano in grado di farlo soltanto con la sua mediazione (e allora perché non la tenevano in maggior considerazione?). Nella fusione a tre provava un piacere intensissimo; era naturale e sarebbe stato sciocco negarlo, ma era un piacere simile a quello che provava quando passava attraverso una parete di roccia, come ogni tanto faceva, di nascosto. Per Tritt e Odeen, invece, quel piacere non era uguale a nient’altro che avessero sperimentato o potessero mai sperimentare in futuro.

No, un momento. Odeen provava un grande piacere a imparare, in quello che lui chiamava sviluppo intellettuale. Anche lei sentiva qualcosa del genere, a volte, abbastanza da capire che cosa volesse dire e, sebbene fosse molto diverso dalla fusione, forse serviva da sostituto b da consolazione, per lo meno quelle volte che Odeen doveva fare a meno della fusione.

Ma con Tritt era diverso. Per lui esistevano soltanto la fusione e i bambini. Solo quello. E, se la sua mente limitata si concentrava totalmente su quel pensiero, Odeen finiva sempre col cedere, e poi sarebbe toccato a lei.

Una volta si era ribellata. — Ma cosa succede quando ci fondiamo? Passano ore e ore, qualche volta dei giorni, prima che ne usciamo. Cosa succede durante quel periodo?

Tritt si era offeso. — È sempre così. È così che deve essere.

— A me non piace niente di quello che deve essere. Io voglio sapere il perché.

Odeen era imbarazzatissimo. Passava metà della vita a essere imbarazzato, lui! Aveva detto: — Andiamo, Dua. Deve essere così. Allo scopo di… dei bambini. — Si era messo a pulsare, come lo chiamava lui.

— Be’, non star lì a pulsare — aveva detto Dua, brusca. — Siamo adulti, adesso, e ci siamo fusi non so quante volte ormai, e sappiamo tutti che è così che possiamo avere bambini. Potresti anche dirlo, no? Ma perché occorre tanto tempo? È questo che chiedo.

— Perché è un procedimento complicato — aveva detto Odeen, sempre pulsando. — Perché consuma energia. Dua, occorre molto tempo per dare inizio a un bambino e anche quando ci si mette molto tempo non è detto che si riesca a farlo. E le cose stanno andando peggio… Non nel nostro caso, però — aveva aggiunto frettolosamente.

— Peggio? — aveva chiesto Tritt, con ansia, ma Odeen non aveva detto altro.

Alla fine avevano avuto un bambino: un piccolo Razionale, un sinistridino che svolazzava e si rarefaceva mandandoli in visibilio. Persino Odeen lo sorreggeva e lo lasciava cambiar forma tra le sue mani, per tutto il tempo che Tritt glielo permetteva. Perché naturalmente era stato Tritt che lo aveva incubato durante il lungo periodo della preformatura, Tritt che si era separato da lui quando aveva inziato un’esistenza indipendente, Tritt che lo curava quasi senza interruzioni.

Dopo l’arrivo del bambino Tritt non era rimasto più tanto spesso insieme a loro, e Dua ne era stata stranamente contenta. L’ossessione di Tritt la infastidiva, ma quella di Odeen, ancor più stranamente, le piaceva. Pian piano si era resa conto del… dell’importanza che Odeen aveva assunto per lei. Qualcosa, nei Razionali, rendeva loro possibile rispondere alle domande, e Dua aveva di continuo domande da porre a Odeen. E lui era più disposto a rispondere quando Tritt non era presente.

— Perché occorre tanto tempo, Odeen? A me non piace fondermi e poi non sapere che cosa succede per giorni e giorni, ogni volta.

— Non corriamo nessun pericolo, Dua — aveva risposto Odeen, serio. — Su, non ci è mai successo niente, no? E hai mai sentito che sia capitato qualcosa di male a una qualunque altra triade? E poi, non dovresti fare domande.

— Perché sono un’Emotiva? Perché le altre Emotive non fanno domande?… Se proprio vuoi saperlo, io non posso soffrire le altre Emotive, ma voglio fare domande.

Sapeva benissimo che Odeen la stava guardando come se non avesse mai visto niente di più affascinante e che, se Tritt fosse stato presente, una fusione sarebbe stata inevitabile. Si era persino rarefatta deliberatamente: non molto ma in modo percettibile e per pura civetteria.

Odeen aveva detto: — Ma forse tu non capisci le implicazioni, Dua. È necessaria una grande quantità di energia per dare inizio a una nuova scintilla di vita.

— Tu parli spesso di energia. Che cos’è, esattamente?

— Be’, è quello che mangiamo.

— Allora perché non dici “cibo”?

— Perché cibo ed energia non sono proprio la stessa cosa. Il nostro cibo proviene dal Sole, e questo è un tipo di energia, ma ci sono molti altri tipi di energia che non sono cibo. Quando mangiamo, noi dobbiamo estenderci e assorbire la luce. Per le Emotive è molto difficile, perché sono molto più trasparenti. In altre parole, la luce tende ad attraversarle, invece di essere assorbita…

Era magnifico ricevere quelle spiegazioni, aveva pensato Dua. In realtà, lei sapeva già ciò che Odeen le raccontava, ma non conosceva le parole adatte, le lunghe parole scientifiche che invece Odeen conosceva e che rendevano più preciso e più significativo ogni e qualunque fatto normale.

Dal momento che ormai, nella sua vita da adulta, non temeva più le prese in giro infantili e faceva parte della prestigiosa triade di Odeen, aveva cercato di unirsi di nuovo alle altre Emotive, nonostante le troppe chiacchiere e l’affollamento. In fondo, ogni tanto le piaceva fare un pasto più sostanzioso del solito (pasto che, tra l’altro, rendeva migliore la fusione) ed era anche piacevole — anzi, talvolta le pareva quasi di poter afferrare la felicità altrui nel farlo — espandersi e rivoltolarsi per esporsi meglio alla luce solare, e contrarsi e condensarsi per assorbire il calore con tutto lo spessore del corpo, quindi con maggior efficienza.

Tuttavia, dopo un po’ lei si stancava di mangiare, mentre le altre sembravano non averne mai abbastanza e continuavano ad agitarsi per ingordigia. Dua non era mai riuscita a imitarle, e alla fine non aveva più sopportato quel modo di fare.

Lei sapeva anche perché i Razionali e i Paterni salivano tanto di rado in superficie: la loro maggior densità gli consentiva di mangiare velocemente e andarsene. Le Emotive, invece, si esponevano al Sole per ore, sia perché mangiavano più lentamente sia perché avevano bisogno di molta più energia, quanto meno per la fusione.

Glielo aveva spiegato Odeen (e nel farlo pulsava talmente che i suoi segnali erano a malapena comprensibili): l’Emotiva forniva l’energia, il Razionale il seme e il Paterno l’incubazione. Dopo averlo saputo, un certo divertimento si era mescolato alla disapprovazione di Dua tutte le volte che aveva visto le altre Emotive ingozzarsi letteralmente di rossa luce solare: era sicura che non conoscessero il motivo di quel loro comportamento (anche perché non ponevano mai domande) e che pertanto non capissero che, in un certo senso, il loro condensarsi e il successivo ridacchiare — mentre alla fine scendevano di sotto per andare, ovviamente, a una bella fusione con un mucchio di energia di riserva — erano osceni.

Perciò lei avrebbe tollerato la contrarietà di Tritt quando fosse scesa priva di quella fumosa opacità che era la prova di un lauto pasto. Che cos’avevano poi da lamentarsi i suoi due congiunti? Era proprio per la sua rarefazione che la fusione riusciva tanto bene! Forse non era svenevole e voluttuosa come quella delle altre triadi, ma era eterea, e questo contava più di tutto, lei ne era sicura. E il bambino sinistride e quello destride non erano forse già arrivati?

Naturalmente il punto cruciale era adesso la piccola Emotiva, la bambina mediana. Per metterla in cantiere occorreva più energia che per gli altri due, e lei di energia non ne aveva mai a sufficienza.

Persino Odeen aveva cominciato a parlarne. — Non prendi abbastanza luce solare, Dua.

— Invece sì — aveva ribattuto.

— La triade di Genia ha appena dato inizio a un’Emotiva — aveva detto ancora Odeen.

A Dua Genia non piaceva e non era mai piaciuta. Era una testa vuota, anche più stupida della media delle Emotive. Aveva detto, con sprezzo: — Immagino che vada in giro a vantarsene. Non ha nessuna delicatezza. Avrà detto, senz’altro: “Non dovrei dirlo, caro, ma non immagineresti mai che cos’hanno fatto e detto il mio sinistride e il mio destride…”. — Aveva imitato così bene i tremuli segnali di Genia che Odeen se n’era mostrato divertito.

Ma poi aveva detto: — Genia sarà anche una testa vuota, però ha dato inizio a un’Emotiva, e Tritt ci è rimasto malissimo. Noi l’aspettiamo da molto più tempo di loro…

Dua aveva fatto il gesto di allontanarsi. — Io prendo tutto il Sole che posso. Resto là finché non riesco più a muovermi. Non so cosa vogliate di più da me!

— Non arrabbiarti, Dua — aveva pregato Odeen. — Avevo promesso a Tritt di parlarti. Lui è convinto che tu mi ascolti…

— Tritt è convinto solo che sia strano che tu mi parli di scienza. Lui non capisce… Tu vorresti una congiunta mediana uguale alle altre?

— No — aveva risposto Odeen, serio. — Tu non sei uguale alle altre, e io ne sono felice. E, se a te interessano le cose di cui parlano i Razionali, permettimi di spiegartene una. Il Sole non ci dà più la quantità di cibo che ci dava in passato. La sua energia luminosa è diminuita e, per mangiare, occorre esporsi più a lungo. Sono secoli che il livello delle nascite continua a calare, e oggi la popolazione mondiale è solo una piccola frazione di quella che era un tempo.

— Io non posso farci niente! — aveva protestato lei, ribellandosi.

— Forse i Duri possono farci qualcosa. Anche il loro numero è diminuito, però…

— Anche loro trapassano? — aveva chiesto Dua, d’un tratto interessata. Aveva sempre creduto che fossero immortali o giù di lì: che non nascessero e che non potessero morire, quindi. Chi aveva mai visto un Duro bambino, per esempio? Loro non avevano bambini. Non si fondevano e nemmeno mangiavano.

Pensoso, Odeen aveva detto: — Immagino di sì. Però, loro non parlano mai di se stessi, con me. Non so neanche come facciano a mangiare, benché, naturalmente, debbano mangiare anche loro. E nascere. Ce n’è uno nuovo adesso, sai? Io non l’ho ancora mai visto… ma questo non importa. Il fatto importante è che hanno scoperto un cibo artificiale…

— Lo so — lo aveva interrotto Dua. — L’ho assaggiato.

— Cosa? Non lo sapevo!

— C’era un gruppetto di Emotive che ne parlava. Dicevano che un Duro cercava dei volontari per assaggiarlo e quelle stupide avevano tutte paura. Dicevano che forse quel cibo le avrebbe fatte diventare dure per sempre e così non avrebbero più potuto fondersi.

— Che assurdità! — aveva esclamato Odeen, con foga.

— Certo. Per questo mi sono offerta volontaria io! E gli ho tappato la bocca. Sono così insopportabili, Odeen!

— E com’era quel cibo?

— Disgustoso — aveva detto lei, convinta. — Aspro e amaro. Naturalmente questo non l’ho detto alle altre Emotive.

Odeen aveva aggiunto. — L’ho assaggiato anch’io. E non era tanto cattivo.

— I Razionali e i Paterni non badano mai al sapore del cibo.

Ma Odeen aveva spiegato: — È ancora allo stadio sperimentale. Stanno lavorando sodo per migliorarlo, i Duri, intendo. Soprattutto Estwald… quello che ho nominato prima, quello nuovo che non ho ancora visto. È lui che ci dà più dentro. Ogni tanto Losten ne parla come se fosse qualcosa di speciale, uno scienziato eccezionale.

— Come mai non l’hai ancora visto?

— Io sono solo un Morbido. Non crederai che i Duri mi facciano vedere tutto e mi spieghino tutto, vero? Prima o poi lo vedrò, immagino. Lui ha scoperto una nuova fonte di energia che potrebbe salvarci tutti se…

— Io non voglio del cibo artificiale — aveva affermato Dua, e poi aveva piantato in asso Odeen.

Questa conversazione aveva avuto luogo poco tempo prima e Odeen non aveva più nominato quell’Estwald, ma Dua sapeva che ne avrebbe riparlato e ci stava riflettendo sopra, mentre era in superficie, al tramonto.

Aveva visto una volta sola quel cibo artificiale: un abbagliante globo di luce, simile a un piccolo Sole, in una caverna artificiale sistemata dai Duri. Poteva ancora sentirne il sapore amaro.

L’avrebbero davvero migliorato? Sarebbero riusciti a dargli un gusto più buono? Delizioso, magari? E lei avrebbe dovuto mangiarne a sazietà, finché la sensazione di pienezza le avesse fatto provare un incontrollabile desiderio di fondersi?

Aveva paura di quel desiderio che nasceva spontaneamente. Era diverso, quando derivava dall’eccitante stimolo combinato del suo sinistride e del suo destride. Il suo sorgere spontaneo, invece, significava che lei sarebbe stata matura per dare inizio a una piccola mediana. E… e lei non voleva farlo!

Per molto tempo si era rifiutata di ammettere la verità anche con se stessa: non voleva dare inizio a un’Emotiva! Era perché, dopo che tutti e tre i bambini fossero nati, sarebbe inevitabilmente giunta l’ora di trapassare, e lei non voleva trapassare! Ricordava il giorno in cui il suo Paterno se n’era andato per sempre e non voleva che succedesse la stessa cosa a lei! Per questo era così decisa.

Le altre Emotive non se ne preoccupavano perché erano troppo stupide per pensarci, ma lei era diversa. Lei era la strana Dua, la Emo-Sinistride. Era così che la chiamavano, no? E lei sarebbe stata diversa: finché non avessero avuto il terzo bambino, non sarebbe trapassata ma avrebbe continuato a vivere.

Perciò, lei non avrebbe avuto quel terzo bambino. Mai! Mai!

Ma come avrebbe fatto a scansare il pericolo? Come poteva impedire a Odeen di scoprire la verità? E, se l’avesse scoperta, cos’avrebbe fatto Odeen?


2b

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Odeen aspettava che fosse Tritt a fare qualcosa. Era ragionevolmente sicuro che non sarebbe salito in superficie a cercare Dua, perché in questo caso avrebbe dovuto lasciare i bambini, e per Tritt era sempre difficile farlo. Tritt, dal canto suo, aspettò in silenzio per un po’, poi se ne andò in direzione della stanza dei bambini.

Odeen fu quasi contento che Tritt se ne andasse. Naturalmente non perché Tritt si era arrabbiato, ritraendosi in se stesso, così che il contatto interpersonale si era indebolito e tra loro era sorta una barriera di scontento. No, per questo Odeen era molto triste: era come se l’impulso vitale si fosse attenuato.

A volte si chiedeva se anche Tritt sentisse allo stesso modo… No, quello era un pensiero ingiusto: Tritt dedicava tutto se stesso ai bambini.

E in quanto a Dua, chi conosceva i suoi sentimenti? Chi mai poteva dire che cosa provasse un’Emotiva? Erano talmente diverse che al loro confronto sinistridi e destridi potevano considerarsi uguali in tutto, tranne che nella mente. Ma anche tenendo conto dell’imprevedibile comportamento delle Emotive, chi poteva dire che cosa Dua — specialmente Dua — provasse?

Era questo il motivo per il quale era quasi contento quando Tritt se ne andò: perché il problema in ballo era Dua. Il ritardo nel dare inizio al terzo bambino era davvero eccessivo, e Dua era sempre più strana e ribelle. Anche lui cominciava a provare una singolare irrequietezza, che non riusciva a definire… Era meglio che ne parlasse con Losten.

Perciò si diresse verso il basso, alle caverne dei Duri, affrettando i propri movimenti fino a farli diventare uno scorrere continuo, che però non era poco dignitoso come l’ondeggiamento veloce delle Emotive, tutto curve e stranamente eccitante, e nemmeno ridicolo come il pesante e inerte spostamento dei Paterni…

(Rivide d’un tratto, col pensiero, l’immagine di Tritt che arrancava ponderoso all’inseguimento del loro piccolo Razionale, il quale alla sua età era ovviamente poco meno sgusciante di un’Emotiva, e l’immagine di Dua costretta a bloccare il bambino per riportarlo indietro. E poi Tritt che chiocciava, indeciso se scrollare ben bene lo scopo della sua vita, oppure avvolgerlo con tutta la sua sostanza. Fin dall’inizio Tritt poteva rarefarsi per i bambini con più efficacia che per lui, Odeen, e quando lui se n’era lagnato Tritt gli aveva risposto, serio, perché naturalmente era privo d’umorismo quando si trattava di quella questione: “Ah, ma i bambini ne hanno più bisogno!”.)

Odeen si compiaceva un po’ egoisticamente del suo scorrere, ritenendolo aggraziato e imponente insieme. Ne aveva parlato una volta a Losten — al quale, nella sua qualità di maestro Duro, lui raccontava tutto — e Losten aveva detto: “Ma non credi che un’Emotiva o un Paterno provino la stessa cosa per il loro modo di scorrere? Se ognuno di voi pensa e agisce in modo diverso, perché non dovrebbe essere compiaciuto in modo diverso? La triade non esclude l’individualità, lo sai”.

Odeen non era convinto di capire del tutto il concetto di individualità. Significava l’essere soli? Un Duro era solo, naturalmente. Loro non avevano triadi… e come facevano a sopportarlo?

Era ancora molto giovane quando si era posto quella domanda. I suoi rapporti con i Duri erano agli inizi e all’improvviso si era reso conto di dubitare che essi avessero le triadi. Era una storia che i Morbidi raccontavano, ma quanto di vero c’era in quella storia? Odeen vi aveva riflettuto sopra e aveva deciso che fosse necessario chiederlo, e non accettarla come materia di fede.

Aveva chiesto, quindi: — Voi siete un sinistride o un destride, signore? — (In seguito pulsava al semplice ricordo di quella domanda. Com’era stato ingenuo a farla! Ed era stato di scarsa consolazione sapere che tutti i Razionali la ponevano a uno dei Duri, presto o tardi… di solito presto.)

Losten aveva risposto, calmo: — Né l’uno né l’altro, piccolo sinistride. Tra i Duri non ci sono né destridi né sinistridi.

— E nemmeno medi… Emotive?

— Mediane? — Il Duro aveva modificato la forma della sua zona sensoria fissa in un modo che alla fine Odeen aveva imparato ad associare a divertimento o a piacere. — No. Nemmeno mediane. Solo Duri di uno stesso genere.

Odeen era stato costretto a chiedere ancora. La domanda gli era uscita involontariamente, quasi contro il suo desiderio. — Ma come fate a sopportarlo?

— È diverso per noi, piccolo sinistride. E ci siamo abituati.

Ci si sarebbe mai potuto abituare lui? Prima c’era stata la triade del Paterno, che aveva colmato la sua vita per molto, molto tempo, e poi la certezza che in un momento non troppo lontano avrebbe lui stesso formato una sua triade. Che cos’era mai la vita senza di essa? Ci aveva pensato molto, di quando in quando. Lui pensava sempre molto, su tutti i problemi: era fatto così. E talvolta era riuscito ad afferrare una parte del significato di quella situazione. Voleva dire che i Duri avevano solo loro stessi: né fratello sinistride, né fratello destride, né sorella mediana, né fusione, né bambini, né Paterni. I Duri possedevano solo la mente, solo la ricerca pura di tutto ciò che esisteva nell’universo. Forse gli bastava. Crescendo, Odeen aveva capito meglio, a sprazzi, il significato delle gioie della ricerca pura. Erano quasi sufficienti — quasi — e poi gli tornavano in mente Tritt e Dua, e decideva che, in confronto a loro, anche tutto l’universo non era per niente sufficiente.

A meno che… Era strano, ma ogni tanto aveva l’impressione che dovesse giungere un periodo di tempo, una situazione, una condizione in cui… Poi quell’impressione momentanea, o meglio quell’impressione di un’impressione, svaniva e tutto finiva lì. Ma più tardi sarebbe tornata e, con il passare del tempo, si era accorto che la sua intensità aumentava, così che alla fine sarebbe senz’altro rimasta nella sua mente abbastanza a lungo da essere capita.

Ma adesso non erano quelli i pensieri che lo preoccupavano: adesso doveva risolvere il problema di Dua. Stava percorrendo per l’ennesima volta una strada ben nota, quella lungo la quale era stato condotto tanto tempo prima dal suo Paterno (come avrebbe fatto dopo poco anche Tritt, accompagnando il loro piccolo Razionale, il loro bambino sinistride). E all’istante, naturalmente, si smarrì di nuovo nei ricordi.

Com’era spaventato, quel giorno! C’erano altri bambini Razionali, che pulsavano, brillavano e cambiavano forma, nonostante i continui segnali dei Paterni perché rimanessero saldi e lisci e non disonorassero la triade. Un giovane sinistride, compagno di giochi di Odeen, si era infatti appiattito e rarefatto, così come fanno i piccolissimi, e si rifiutava di riprendere la sua forma a dispetto di tutti gli sforzi del suo imbarazzatissimo Paterno. (Era poi diventato un normalissimo studente, quantunque non bravo come lui, non poté fare a meno di pensare Odeen, con notevole orgoglio.)

Durante quel primo giorno di scuola avevano conosciuto molti Duri: si erano fermati vicino a ognuno di loro, allo scopo di registrare con parecchi sistemi speciali la particolare vibrazione di ogni giovane Razionale, per poi decidere se ammetterlo subito all’istruzione oppure farlo aspettare un altro periodo di tempo e, in caso positivo, a quale tipo d’istruzione avviarlo.

Facendo uno sforzo disperato, quando un Duro si era avvicinato a lui, Odeen era riuscito a restare liscio e a non tremolare.

Il Duro aveva detto (ed erano bastati gli strani suoni della sua voce a spaventarlo tanto da desiderare di non essere mai cresciuto): — Questo è un Razionale molto saldo. Come definisci te stesso, sinistride?

Era la prima volta che Odeen veniva chiamato solo “sinistride”, invece che con qualche diminutivo, e questo l’aveva fatto sentire più saldo che mai, tanto che si era ritrovato a rispondere: “Odeen, Duro signore”, nella maniera educata insegnatagli dal suo Paterno.

Molto vagamente Odeen ricordava di essere poi stato condotto via, attraverso le caverne dei Duri, piene di apparecchiature, macchine, biblioteche e tante altre cose e rumori strani, per lui senza senso allora. Ma, più che le percezioni sensoriali, ricordava la profonda disperazione che aveva provato. Che cosa gli avrebbero fatto?

Il suo Paterno gli aveva detto che avrebbe imparato, ma lui non sapeva che cosa volesse effettivamente dire “imparare” e, quando aveva chiesto una spiegazione, era saltato fuori che nemmeno il Paterno lo sapeva. Gli ci era voluto un po’ di tempo per scoprirlo, ma era stata un’esperienza piacevole, anzi piacevolissima, benché non priva di qualche lato preoccupante.

Il Duro che lo aveva chiamato “sinistride” era stato il suo primo maestro: gli aveva insegnato a interpretare le registrazioni di onde di modo che, dopo un po’, quello che sembrava un codice incomprensibile era diventato un insieme di parole. Parole chiare quanto quelle che lui stesso formava con le proprie vibrazioni.

Ma in seguito quel primo Duro non si era fatto più vedere ed era stato sostituito da un altro. Odeen non se n’era accorto subito: gli era difficile in quei lontani giorni distinguere un Duro da un altro, in base alle loro voci. Aveva cominciato a sospettarlo, poi a poco a poco ne era diventato certo e il cambiamento lo aveva fatto tremare, perché non ne capiva il significato.

Aveva raccolto tutto il suo coraggio e alla fine aveva chiesto: — Dov’è il mio maestro, Duro signore?

— Gamaldan?… Non verrà più qui con te, sinistride.

Odeen era rimasto per un istante senza parole. Poi aveva detto: — Ma i Duri non trapassano… — Non aveva finito la frase: era troppo scosso.

Il nuovo Duro non si era mosso, non aveva detto niente, né dato volontariamente una spiegazione.

Sarebbe sempre andata così, aveva scoperto con il tempo Odeen: i Duri non parlavano mai di loro stessi. Su qualunque altro argomento erano loquaci e disponibili. Su quanto li riguardava… zero.

Da decine e decine di fatterelli, tuttavia, Odeen aveva deciso che i Duri trapassavano, che non erano immortali (mentre fin troppi Morbidi credevano il contrario). Comunque, nessun Duro lo aveva mai detto apertamente. Odeen e gli altri studenti Razionali ne avevano discusso talvolta, con un certo imbarazzo, ognuno adducendo qualche piccolo particolare, come prova. E tutte tendevano inesorabilmente a dimostrare la mortalità dei Duri, ma loro erano indecisi e l’ovvia conclusione non gli piaceva, perciò non avevano insistito.

Pareva che i Duri non facessero caso a quegli indizi della loro mortalità. Non facevano niente per nasconderla, ma nemmeno ne parlavano mai. E quando gli si poneva una domanda diretta (succedeva a volte, era inevitabile) non rispondevano: non negavano né affermavano niente.

Ma, se trapassavano, dovevano anche essere nati, eppure non parlavano nemmeno della loro nascita, e Odeen non aveva mai visto un Duro che non fosse adulto.

Odeen era convinto che i Duri ricavassero la loro energia dalle rocce invece che dal Sole. Quanto meno, il loro corpo comprendeva della roccia nera in polvere. Alcuni studenti erano del suo stesso parere, altri lo rifiutavano e con una certa veemenza. E non erano mai giunti a una conclusione, poiché nessuno aveva mai visto i Duri mangiare. E i Duri non parlavano mai nemmeno di questo.

Odeen aveva finito per considerare la reticenza una loro caratteristica, una parte del loro essere. Forse, pensava, era quella la loro individualità, il motivo per cui non formavano le triadi. Gli costruiva intorno una corazza.

Con il tempo, però, Odeen aveva imparato cose talmente importanti e serie da rendere insignificanti i dubbi circa la vita privata dei Duri. Aveva imparato, per esempio, che il mondo intero stava avvizzendo… rimpicciolendo…

Era stato Losten, il suo nuovo maestro, a parlargliene.

Odeen gli aveva chiesto delle caverne disabitate che si diramavano all’infinito nelle viscere del mondo e Losten ne era sembrato lieto. — Avevi paura nel fare questa domanda, Odeen?

(Lui non era più, adesso, una qualche definizione generica relativa al suo stato di sinistride, era “Odeen”. Ed era sempre fonte di orgoglio sentire un Duro che gli si rivolgeva chiamandolo con il suo nome. Molti Duri lo facevano, ormai: Odeen era un prodigio di apprendimento e di conoscenze e l’uso del nome era una specie di riconoscimento della situazione. Losten, poi, aveva espresso più di una volta la sua soddisfazione di averlo come allievo.)

Aveva davvero paura, comunque, e dopo un attimo di esitazione lo aveva detto. Gli era sempre stato più facile confessare le sue manchevolezze ai Duri che ai suoi compagni Razionali, molto più facile che confessarle a Tritt, anzi, era impensabile che le confessasse a Tritt… Ma quelli erano i tempi precedenti l’arrivo di Dua.

— Allora perché chiedi?

Aveva esitato di nuovo. Poi aveva detto, lentamente: — Ho paura delle caverne disabitate perché, quando ero piccolo, mi avevano detto che là dentro c’erano tantissimi mostri. Ma non lo so per mia esperienza diretta. So soltanto quello che mi hanno raccontato i miei compagni, e nemmeno loro potevano averne un’esperienza diretta. Voglio scoprire la verità, adesso, e il desiderio di verità è cresciuto dentro di me al punto che la curiosità è diventata più forte della paura.

Losten era sembrato molto contento. — Ottimo! La curiosità è utile, la paura inutile. Il tuo sviluppo interiore è eccellente, Odeen, e ricorda sempre che la più importante tra le cose importanti è proprio e soltanto il tuo sviluppo interiore. L’aiuto che ti diamo noi è relativo. Dato che ora vuoi sapere, è facile dirti che le caverne disabitate sono effettivamente disabitate. Sono tutte vuote. In esse restano soltanto le poche cose senza importanza lasciatevi nei tempi passati.

— Lasciatevi da chi, Duro signore? — Benché a disagio, Odeen si sentiva costretto a usare l’appellativo onorifico tutte le volte che si trovava in presenza di una conoscenza che a lui mancava, ma che l’altro possedeva.

— Da coloro che le avevano occupate nei tempi passati. Un tempo, migliaia di cicli fa, esistevano parecchie migliaia di Duri e milioni di Morbidi. Oggi noi siamo molto meno di quanti eravamo in passato, Odeen. Oggi non vi sono più di trecento Duri e un po’ meno di diecimila Morbidi.

— Perché? — aveva chiesto Odeen, scioccato. (Erano rimasti soltanto trecento Duri. Questa non era altro che l’ammissione che anche i Duri trapassavano, ma non era il momento di pensare alla questione.)

— Perché l’energia sta diminuendo. Il Sole si raffredda. A ogni ciclo è sempre più difficile dare inizio a una nuova vita e vivere.

(E questo non significava che anche i Duri nascevano? E non significava che anche i Duri dipendevano dal Sole per il cibo, e non dalle rocce? Odeen mise da parte il pensiero, immagazzinandolo, e per il momento non ci pensò più.)

— Continuerà così? — aveva chiesto ancora.

— Il Sole diventerà sempre più piccolo, avviandosi alla fine, Odeen. E arriverà il giorno in cui non darà più cibo.

— Significa allora che tutti, Duri e Morbidi, un giorno trapasseremo?

— Cos’altro può significare?

— Non possiamo trapassare tutti. Se abbiamo bisogno di energia e il Sole si avvia alla fine, dobbiamo trovare altre fonti di energia. Altre stelle.

— Ma, Odeen, tutte le stelle si avviano alla fine. È l’universo che si avvia alla fine.

— Se le stelle arrivano alla fine, non ci sarà più cibo? Da nessuna parte? Nessun’altra fonte di energia?

— No. Tutte le fonti di energia di tutto l’universo stanno avviandosi alla fine.

Odeen aveva considerato il problema con un senso di ribellione, poi aveva detto: — Gli altri universi, allora. Non possiamo darci per vinti solo perché lo fa l’universo. — Mentre lo diceva, tremava tutto. Si era espanso in modo davvero scortese, imperdonabile, fino a diventare traslucido e di dimensioni maggiori del Duro.

Ma Losten non si era offeso, anzi, aveva espresso un grande compiacimento. — Magnifico, mio caro sinistride. Lascia che lo dica agli altri!

Odeen era ritornato di colpo alle sue dimensioni normali, per l’imbarazzo e insieme il piacere di sentirsi chiamare “mio caro”, un’espressione che nessuno gli aveva mai rivolto… tranne Tritt, naturalmente.

Non era passato molto tempo da quella conversazione che lo stesso Losten aveva condotto loro Dua. Odeen si era chiesto vagamente se tra le due cose vi fosse un nesso, ma dopo un po’ il dubbio era svanito. Tritt ripeteva tanto spesso che era stato a causa della sua richiesta diretta che Losten aveva portato Dua, che Odeen aveva smesso di riflettere sulla questione. Era troppo confusa.

Ma adesso stava andando da Losten ancora una volta. Era trascorso un tempo lunghissimo da quei lontani giorni in cui aveva imparato che l’universo stava avviandosi alla fine e che (lo aveva scoperto più tardi) i Duri stavano dandosi da fare con decisione per continuare a vivere comunque. Lui stesso era ormai diventato un esperto in molti campi e Losten era arrivato a confessare che nella fisica gli restava da insegnargli ben poco che Odeen, in quanto Morbido, potesse imparare con profitto. E c’erano altri giovani Razionali di cui Losten doveva occuparsi, perciò non lo vedeva più tanto sovente come prima.

Lo trovò con due adolescenti Razionali nella Camera delle Radiazioni. Losten lo vide subito attraverso il vetro e uscì, chiudendosi accuratamente la porta alle spalle.

— Mio caro sinistride — disse, estendendo le estremità in un gesto di amicizia (e in un modo che fece provare a Odeen, come gli era capitato spesso in passato, il perverso desiderio di toccarlo, desiderio che lui naturalmente controllò). — Come stai?

— Non volevo interrompervi, Losten maestro.

— Interrompermi? Quei due possono andare avanti benissimo da soli per un po’. Anzi, forse sono felici di vedermi andar via, perché di sicuro io li annoio con le mie eccessive chiacchiere.

— Assurdo — disse Odeen. — Voi mi avete sempre affascinato e di sicuro affascinate anche loro.

— Bene, bene. Sei gentile a dirmelo. Ti vedo spesso in biblioteca e ho sentito dagli altri che vai molto bene nei corsi superiori, il che mi fa sentire la mancanza del mio miglior allievo. Come sta Tritt? È sempre il solito testardo, nella sua qualità di Paterno?

— Più testardo ogni giorno che passa. È lui la forza trainante della triade.

— E Dua?

— Dua? Sono venuto per… Lei è molto fuori del comune, sapete?

Losten annuì. — Sì, lo so. — Aveva un’espressione che Odeen aveva imparato ad associare alla malinconia.

Odeen aspettò un momento, poi decise di affrontare direttamente l’argomento. Disse: — Losten maestro, Dua ci è stata condotta, a Tritt e a me intendo, proprio perché era fuori del comune?

Losten replicò: — Ne saresti sorpreso? Tu stesso sei fuori del comune, Odeen, e mi hai detto moltissime volte che anche Tritt lo è.

— È vero — assentì Odeen, convinto. — Anche Tritt lo è.

— Perché allora la vostra triade non dovrebbe comprendere un’Emotiva fuori del comune?

— Ci sono molti modi di essere fuori del comune — disse Odeen, pensoso. — Non so perché, le stranezze di Dua dispiacciono a Tritt e preoccupano me. Posso chiedervi consiglio?

— Quando vuoi.

— Lei… a lei non piace… ecco, fondersi.

Losten ascoltava molto serio, ma in apparenza per niente imbarazzato.

Odeen continuò: — Cioè, le piace la fusione quando ci fondiamo, ma non è facile convincerla a farla.

Losten chiese: — Che cosa prova Tritt in merito alla fusione? Voglio dire, oltre al piacere immediato dell’atto in sé? Che cosa significa per lui la fusione, a parte il piacere?

— I bambini, naturalmente — rispose Odeen. — A me piacciono e anche a Dua piacciono, ma Tritt è il Paterno. Lo capite, vero? (D’un tratto gli sembrava che Losten non fosse in grado di capire tutte le sottigliezze della triade.)

— Cerco di capire — affermò Losten. — A me pare, quindi, che Tritt ricavi dalla fusione qualcosa di più che la semplice fusione. E tu? Che cosa ne ricavi, oltre al piacere?

Odeen rifletté. — Credo che voi lo sappiate. Una specie di stimolo mentale.

— Sì, lo so, ma voglio essere sicuro che lo sappia tu. Voglio essere sicuro che tu non abbia dimenticato. Mi hai raccontato spesso che, uscendo da un periodo di fusione, con quella sua strana perdita di tempo… durante la quale, devo ammettere, a me succedeva di non vederti talvolta per periodi piuttosto lunghi… dunque mi dicevi che all’improvviso ti accorgevi di capire molte cose che prima non ti erano chiare.

— Era come se la mia mente rimanesse attiva per tutto l’intervallo di tempo — confermò Odeen. — Come se quel tempo, sebbene io non fossi consapevole del suo trascorrere e addirittura ignaro della mia stessa esistenza, mi fosse necessario, perché allora potevo pensare più profondamente e più intensamente, senza essere distratto dal lato meno intellettuale della vita.

— Sì — disse Losten. — E al ritorno il tuo intelletto aveva fatto un balzo quantico in avanti. È un fatto comune tra voi Razionali, però devo ammettere che nessuno è mai migliorato a balzi prodigiosi come i tuoi. Sinceramente ritengo che nessun Razionale sia migliorato tanto come te, mai, in tutta la storia.

— Davvero? — disse Odeen, tentando di non sembrare troppo inorgoglito.

— D’altra parte potrei sbagliarmi — e Lpsten parve divertito all’improvviso calo dello scintillio di Odeen — ma non è questo che importa. Il punto importante è che tu, come Tritt, ricavi dalla fusione qualcosa di più della fusione stessa.

— Questo è più che certo.

— E che cosa ricava Dua dalla fusione, a parte la fusione?

Ci fu una lunga pausa. — Non lo so — disse Odeen, alla fine.

— Non glielo hai mai chiesto?

— Mai.

— Ma allora — riprese a dire Losten — se tutto quello che lei ricava dalla fusione è la fusione, e se tu e Tritt ne ricavate la fusione più qualcos’altro, per quale motivo lei dovrebbe essere desiderosa di fondersi più di voi due?

— Non mi pare che le altre Emotive abbiano bisogno… — cominciò a dire Odeen, in tono difensivo.

— Le altre Emotive non sono come Dua. Questo me lo hai detto abbastanza spesso e, ritengo, con una certa soddisfazione.

Odeen si sentì colmo di vergogna. — Avevo pensato che ci fosse qualcos’altro.

— Che cosa?

— È difficile da spiegare. Nella triade noi tre ci conosciamo bene, reciprocamente; ci sentiamo anche. In un certo senso è come se noi tre fossimo le tre parti di una sola persona. Una persona vaga, che va e viene. E quasi sempre a un livello non cosciente. Se ci pensiamo sopra con troppa concentrazione, la perdiamo, perciò non possiamo mai averne una visione reale. Noi… — Odeen s’interruppe, come per disperazione. — È difficile spiegare la triade a chi…

— Comunque sto tentando di capire. Tu ritieni di aver conosciuto o capito o sentito, nella parte della mente più profonda di Dua, qualcosa che lei ha sempre cercato di mantenere nascosto. Non è così?

— Non so. È un’impressione molto vaga, percepita appena con la coda della mia mente e solo di quando in quando.

— Allora?

— Ecco, qualche volta penso che Dua non voglia avere la nostra piccola Emotiva.

Losten lo guardò molto serio. — Fino a questo momento avete soltanto due bambini, mi pare. Il piccolo sinistride e il piccolo destride.

— Sì, solo due. L’Emotiva è difficile da iniziare, lo sapete.

— Lo so.

— E Dua non vuole assorbire l’energia necessaria. O quanto meno provarci. Ha sempre una quantità di scuse pronte, ma io non credo in nessuna. A me sembra che, per qualche suo motivo, semplicemente lei non voglia l’Emotiva. Per quanto mi riguarda… se davvero Dua non volesse il terzo bambino per un po’, ecco, io l’accontenterei. Ma Tritt è un Paterno e vuole l’Emotiva. Deve averla. E io non me la sento di deludere Tritt, nemmeno per Dua.

— Se Dua avesse un motivo razionale per non voler iniziare un’Emotiva, per te farebbe qualche differenza?

— Per me, certo. Ma non per Tritt. Lui non capisce certe cose.

— Ma tu ti daresti da fare per farlo pazientare?

— Sì, lo farei. Per tutto il tempo che mi fosse possibile.

Losten disse allora: — Ti è mai venuto in mente che è molto difficile che un Morbido… — Esitò, come se cercasse la parola adatta, poi usò l’abituale modo di dire dei Morbidi: — …trapassi prima che i bambini siano nati? Tutti e tre, cioè, con la piccola Emotiva per ultima?

— Sì, lo so. — Odeen si chiese come mai Losten lo ritenesse ignaro di una nozione tanto elementare.

— Allora la nascita di una piccola Emotiva equivale all’arrivo del giorno del trapasso.

— Di solito non succede finché l’Emotiva non è abbastanza grande da…

— Ma il giorno del trapasso è comunque in arrivo. Non può essere che Dua non voglia trapassare?

— Non è possibile, Losten! Quando viene il giorno di trapassare è come quando viene il giorno di fondersi. Come si fa a non volerlo? (I Duri non si fondevano: forse non erano in grado di capirlo.)

— Supponi semplicemente che Dua non voglia trapassare mai. Cosa ne diresti?

— Be’, che noi dobbiamo trapassare lo stesso, alla fine. Se Dua vuole solo ritardare l’arrivo dell’ultimo bambino, posso dargliela vinta e magari convincere anche Tritt… forse. Ma se non vuole averlo mai, ecco, questo non si può fare, semplicemente.

— Perché?

Odeen rimase un attimo a riflettere. — Non lo so, Losten maestro, ma so che dobbiamo trapassare. A ogni ciclo che passa lo so e lo sento meglio e con più forza, e talvolta penso quasi di capirne il perché.

— Io talvolta penso che tu sia un filosofo, Odeen — disse Losten, asciutto. — Ma riflettiamo. Dopo che il vostro terzo bambino sarà arrivato e sarà cresciuto, Tritt avrà avuto tutti e tre i suoi bambini e potrà attendere con serenità di trapassare, soddisfatto di avere pienamente vissuto. Anche tu avrai avuto la soddisfazione di avere molto imparato e anche tu, perciò, trapasserai dopo aver pienamente vissuto. Ma Dua?

— Non so — rispose Odeen, infelice. — Le altre Emotive non fanno altro che riunirsi in gruppo e sembrano ricavare molto piacere dal chiacchierare tra loro. Dua, però, non lo fa mai.

— Be’, lei è fuori del comune. Non c’è nient’altro che le piaccia fare?

— Le piace ascoltarmi quando parlo del mio lavoro — borbottò Odeen.

Losten disse: — Non devi vergognartene, Odeen. Tutti i Razionali parlano del loro lavoro ai loro congiunti, destroide e mediana. Dite tutti che non è vero, invece lo fate.

Odeen replicò: — Ma Dua ascolta, Losten maestro.

— Ne sono certo. E non come fanno le altre Emotive. E non ti sembra che lei capisca anche meglio dopo una fusione?

— Sì, me ne sono accorto. Non vi ho prestato molta attenzione, ma…

— Perché sei convinto che le Emotive non siano realmente in grado di capire le cose dei Razionali. Ma pare che in Dua ci sia una parte considerevole di Razionale.

(Odeen guardò Losten con improvvisa costernazione. Una volta Dua gli aveva detto della sua infanzia infelice. Soltanto una volta. E delle prese in giro delle altre Emotive, e dell’orribile nome che le davano: Emo-Sinistride. Che Losten ne avesse sentito parlare? Ma come?… No, Losten lo stava solo guardando, calmo.)

Disse: — Qualche volta l’ho pensato anch’io. — Poi proruppe: — E sono fiero di lei proprio per questo!

— Non c’è niente di male — commentò Losten. — Perché non lo dici anche a lei? E, se le piace indulgere alla sua parte di Razionalità, perché non permetterglielo? Insegnale quello che conosci meglio. Rispondi alle sue domande. Oppure sarebbe un disonore per la vostra triade fare una cosa del genere?

— Non me ne importa niente del disonore… E poi perché dovrebbe? Tritt penserà che è una pura perdita di tempo, ma so come trattarlo.

— Spiegagli che, se Dua otterrà di più dalla vita e ne ricaverà un senso di soddisfazione più completo, potrebbe superare la paura di trapassare ed essere più disposta ad avere la piccola Emotiva.

Per Odeen fu come se gli avessero tolto di dosso il tremendo peso di un disastro incombente. Si affrettò a dire: — Avete ragione. Sento che avete ragione. Losten maestro, voi capite tantissimo. Con voi alla guida dei Duri, come potremmo fallire nella prosecuzione del progetto relativo all’altro universo?

— Con me alla guida? — Losten era divertito. — Dimentichi che ora è Estwald che ci guida. È lui il vero protagonista del progetto. Senza di lui non saremmo approdati a niente.

— Ah, sì — mormorò Odeen, un po’ deluso. Non aveva ancora mai visto Estwald. A dir la verità, non sapeva di nessun Morbido che l’avesse effettivamente conosciuto, anche se ogni tanto qualcuno affermava di averlo intravisto in distanza. Estwald era un nuovo Duro; nuovo quanto meno nel senso che, da giovane, Odeen non aveva mai sentito parlare di lui. Il che poteva solo significare che Estwald era un Duro giovane, che era stato un bambino Duro quando Odeen era stato un bambino Morbido.

Ma al momento non importava. Al momento Odeen voleva solo tornarsene a casa. Non poteva toccare Losten in segno di gratitudine, ma lo ringraziò più volte e poi si accomiatò colmo di gioia.

C’era una certa porzione di egoismo nella sua gioia. Non era lieto unicamente per la lontana prospettiva di avere la piccola Emotiva o per il prevedibile piacere di Tritt. E nemmeno per la futura soddisfazione di Dua. Quello che, in quel preciso istante, contava di più per lui era il suo immediato futuro felice: avrebbe potuto insegnare. Nessun altro Razionale avrebbe provato il piacere dell’insegnamento, ne era sicuro, poiché nessun altro Razionale aveva un’Emotiva come Dua tra i componenti della triade.

Sarebbe stato meraviglioso, se solo fosse riuscito a far capire a Tritt che era una cosa necessaria. Doveva parlare a Tritt e convincerlo a essere paziente.


2c

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Tritt non si era mai sentito meno paziente. Non pretendeva di capire perché Dua si comportasse nel modo in cui si comportava. E non voleva neanche provare. Non gliene importava. Non aveva mai capito perché le Emotive si comportassero così. E Dua non si comportava neanche come le altre Emotive.

Lei non pensava mai alla cosa più importante. Sarebbe andata a guardare il Sole. Ma poi si sarebbe rarefatta tanto che la luce e il cibo le sarebbero semplicemente passati attraverso. E allora avrebbe detto che era bello. Ma non era quella la cosa importante. La cosa importante era mangiare. Cosa c’era di bello nel mangiare? E cos’era poi questo bello?

Lei voleva sempre fondersi in un modo diverso. Una volta aveva detto: — Prima parliamone. Non ne parliamo mai. Non ci pensiamo mai.

Odeen avrebbe detto, come sempre: — Lasciala fare a modo suo, Tritt. Così sarà meglio.

Odeen era sempre paziente. Lui pensava sempre che le cose sarebbero andate meglio se aspettavano. Altrimenti avrebbe voluto pensarci sopra.

Tritt non sapeva bene che cosa voleva dire Odeen con “pensarci sopra”. A lui pareva che volesse dire solo che Odeen non faceva niente.

Come, per esempio, avere Dua con loro. Se era per Odeen, sarebbe stato ancora là a pensarci sopra. Lui, Tritt, era andato dritto al punto e aveva chiesto. Era così che bisognava fare.

E adesso Odeen non avrebbe fatto niente circa Dua. E circa la piccola Emotiva, che era la cosa più importante? Be’, Tritt avrebbe fatto qualcosa, se non la faceva Odeen.

In effetti stava già facendo qualcosa. Stava procedendo giù per il lungo corridoio proprio intanto che nella sua mente pensava a tutte quelle cose. Non si era neanche accorto di essere arrivato tanto lontano. Era quello il “pensarci sopra”? Be’, non si sarebbe lasciato spaventare. E non sarebbe tornato indietro.

Stolidamente si guardò intorno. Quella era la strada per le caverne dei Duri. Lui sapeva che sarebbe dovuto passare di lì dopo non molto tempo, con il suo piccolo sinistride. Si era fatto mostrare la strada da Odeen, una volta.

Ma stavolta, quando fosse arrivato, non sapeva che cosa fare. Eppure, non aveva per niente paura. Lui voleva la sua bambina Emotiva. Era suo diritto avere una piccola Emotiva. Niente era più importante di quello. I Duri avrebbero fatto in modo che l’avesse. Non avevano forse portato Dua da loro, quando lui glielo aveva chiesto?

Ma a chi avrebbe dovuto chiedere questa volta? A un Duro qualunque? In modo vago era convinto che non doveva essere un Duro qualunque. Com’era il nome di quello a cui chiedere? Allora avrebbe parlato a lui di quello che importava.

Ecco, ricordava il nome. Ricordava persino quando lo aveva sentito per la prima volta. Era stato quando il piccolo sinistride era cresciuto abbastanza da cominciare a cambiare forma volontariamente. (Che gran giorno era stato, quello! “Vieni, Odeen, svelto! Annis è tutto ovale e solido. E l’ha fatto tutto da solo! Dua, guarda!” Erano arrivati di corsa tutti e due. Annis era il loro unico bambino, allora. E poi avevano dovuto aspettare un mucchio di tempo prima di avere il secondo. Così erano arrivati di corsa, e lui si era appena riappiattito nel suo angolo. Si riavvoltolava su se stesso e volteggiava sopra il suo giaciglio, simile a creta umida. Odeen aveva dovuto andarsene perché aveva da fare. Ma Dua aveva detto: “Oh, lo farà di nuovo, Tritt, vedrai”. E loro due erano rimasti ad aspettare per ore, ma Annis non l’aveva rifatto.)

Tritt se n’era avuto a male che Odeen non fosse rimasto. Lo avrebbe anche rimproverato se non si fosse accorto che era tanto sciupato. Aveva un mucchio di grinze sull’ovoide non si sforzava nemmeno di lisciarle.

Tritt gli aveva detto, con ansia: — C’è qualcosa che non va, Odeen?

— È stata una giornata pesante e non so nemmeno se riuscirò a ricavare le equazioni del differenziale prima della prossima fusione. (Tritt non ricordava esattamente quei paroloni difficili, ma era qualcosa del genere. Odeen usava sempre paroloni difficili.)

— Vuoi che ci fondiamo adesso?

— Oh, no. Ho appena visto Dua salire, e sai come fa se la interrompiamo adesso. Non c’è fretta, davvero. C’è un nuovo Duro, sai?

— Un nuovo Duro? — aveva ripetuto Tritt, con palese mancanza d’interesse. Odeen trovava molto interessante stare in compagnia dei Duri, mentre Tritt avrebbe addirittura voluto che quell’interesse non esistesse. Odeen si dedicava troppo a quello che lui chiamava la sua istruzione, più di tutti gli altri Razionali della zona. Non era giusto. Odeen era davvero troppo impegnato in quella faccenda. E Dua era troppo impegnata nel vagabondare in superficie da sola. Nessuno era decentemente interessato alla triade. Nessuno, tranne lui, Tritt.

— Si chiama Estwald — aveva detto Odeen.

— Estwald? — Tritt aveva sentito una punta d’interesse. Forse perché stava ansiosamente percependo le sensazioni di Odeen.

— Io non l’ho mai visto, ma tutti parlano di lui. — Gli occhi di Odeen si erano appiattiti come succedeva quando lui diventava introspettivo. — È il responsabile della nuova scoperta dei Duri.

— Quale nuova scoperta?

— La Pompa Positro… Non capiresti, Tritt. È una cosa del tutto nuova che hanno loro. Rivoluzionerà il mondo intero.

— Cosa vuol dire “rivoluzionare”?

— Rendere tutto diverso da prima.

Tritt si era subito allarmato. — Loro non devono rendere tutto diverso!

— Renderanno tutto migliore, Tritt. Diverso non vuol dire sempre che sarà peggio. A ogni modo, il responsabile è Estwald. È molto, molto intelligente. Ne ho la chiara sensazione.

— Allora perché non ti piace?

— Io non ho detto che non mi piace.

— Io sento come se non ti piacesse.

— Ma no, non è vero, Tritt. È solo che io… io forse… — Odeen si era messo a ridere. — Ne sono invidioso. I Duri sono così intelligenti che un Morbido, in confronto, non è niente, ma ormai non ci pensavo più perché Losten mi diceva sempre quant’ero bravo… per essere un Morbido, immagino. Però adesso è arrivato questo Estwald e persino Losten non fa che cantarne le lodi, e io sono davvero niente.

Tritt aveva gonfiato la sua superficie piana anteriore per portarla appena appena in contatto con Odeen. Questi lo aveva guardato e aveva sorriso. Poi aveva aggiunto: — Ma questa è solo una dimostrazione della mia stupidità. A chi importa se un Duro è tanto intelligente? Nessuno di loro ha un Tritt come ho io!

Dopo di che, in definitiva, erano andati in cerca di Dua. E per un magnifico caso lei aveva smesso di vagabondare in giro e stava tornando giù. Era stata una bellissima fusione, anche se il tempo perso era stato solo di un giorno o poco più. In quel periodo Tritt era preoccupato, quando si fondevano. Con Annis tanto piccolo, anche una breve assenza era rischiosa, benché ci fossero sempre gli altri Paterni a prendersi cura di lui.

Ogni tanto, dopo di allora, Odeen nominava Estwald. Lo chiamava sempre “il Nuovo”, anche se ormai era passato parecchio tempo. Ma non l’aveva ancora conosciuto. — Credo di essere io a evitarlo — aveva detto una volta che c’era anche Dua con loro — perché lui sa tantissimo della nuova apparecchiatura. Io non voglio, invece, scoprirla tutta troppo presto. È troppo divertente imparare.

— La Pompa Positronica? — aveva chiesto Dua.

…Quella era un’altra cosa strana di Dua, pensò Tritt. Una cosa che lo irritava. Lei era capace di dire le parole difficili quasi bene come Odeen. Un’Emotiva non avrebbe dovuto essere così.

Perciò Tritt aveva deciso di parlare con Estwald: perché Odeen aveva detto che era molto intelligente. Inoltre, Odeen non lo aveva mai visto, così Estwald non avrebbe potuto rispondere: — Ho già parlato di questo con Odeen, Tritt, e tu non devi preoccupartene.

Tutti erano convinti che, se si parlava al Razionale, si parlava alla triade. E nessuno faceva caso ai Paterni. Ma adesso quelli avrebbero dovuto farci caso.

Tritt era arrivato nelle caverne dei Duri, ma tutto là dentro era strano, differente. Non c’era niente che sembrasse uguale a qualcosa che lui conosceva. Era tutto sbagliato e metteva paura. Però lui era troppo ansioso di vedere Estwald per lasciarsi spaventare sul serio. Disse a se stesso: “Io voglio la mia piccola mediana”. E questo lo rese abbastanza saldo da continuare ad andare avanti.

Finalmente vide un Duro. C’era solo quello. Faceva qualcosa. Era chino su una certa cosa e faceva qualcosa. Odeen una volta gli aveva detto che i Duri stavano sempre lavorando a quella loro… chissà che cos’era. Tritt non se lo ricordava e non gl’importava.

Si mosse in silenzio verso il Duro e si fermò. — Duro signore — disse.

Il Duro alzò gli occhi verso di lui e l’aria gli vibrò tutt’intorno, nel modo che Odeen diceva che succedeva, qualche volta, quando due Duri parlavano tra di loro. Poi il Duro sembrò accorgersi che lì c’era Tritt e disse: — Ehi, è un destride. Che cosa sei venuto a fare qui? Hai accompagnato il tuo piccolo sinistride? È oggi che comincia la scuola?

Tritt ignorò tutte le domande. Chiese: — Dove posso trovare Estwald, signore?

— Trovare chi?

— Estwald.

Il Duro rimase zitto per un lungo momento. Poi disse: — Che cosa devi fare con Estwald, destride?

Tritt si sentiva ostinato. — È importante, devo parlargli. Siete voi Estwald, Duro signore?

— No, io non sono… Come ti chiami, destride?

— Tritt, Duro signore.

— Capisco. Tu sei il destride della triade di Odeen, vero?

— Sì.

La voce del Duro sembrò addolcirsi. — Ho paura che tu non possa vedere Estwald in questo momento. Non è qui. Se qualcun altro può esserti utile…

Tritt non sapeva più cosa dire. Rimase lì, fermo e muto.

Il Duro disse ancora: — Vai a casa, adesso. Parla a Odeen. Ti aiuterà lui. Va bene? Va’ a casa, destride.

Il Duro si girò e tornò al suo lavoro. Pareva che Tritt non lo interessasse più, e Tritt rimase ancora lì fermo, incerto su cosa fare. Poi si spostò in un’altra parte della caverna in silenzio, scorrendo senza nessun rumore. Il Duro non alzò nemmeno gli occhi.

In un primo momento Tritt non capì perché si fosse mosso in quella particolare direzione. In un primo momento sentì soltanto che era giusto fare così. Poi gli fu tutto chiaro. Intorno a lui c’era un leggero calore di cibo e lui stava già assaggiandolo.

Non sapeva nemmeno di aver fame, eppure stava già mangiando e gli piaceva.

Il Sole però non c’era. Istintivamente alzò gli occhi, ma naturalmente era in una caverna. Eppure il cibo era persino migliore di quello che avesse mai mangiato in superficie. Si guardò in giro, chiedendosi meravigliato il perché. Si meravigliava, soprattutto, di chiedersi il perché.

Più di una volta lui si era spazientito con Odeen, perché Odeen si chiedeva il perché di tantissime cose che non avevano nessuna importanza. Adesso era lui, proprio lui — Tritt! — a chiedersi il perché. Ma la cosa di cui se lo chiedeva aveva importanza. Improvvisamente vide quella cosa che aveva davvero importanza. E con un lampo quasi accecante si rese conto che lui, Tritt, non si sarebbe mai chiesto meravigliato il perché a meno che, dentro di lui, qualcosa non gli avesse detto che aveva importanza.

Agì velocemente, sorpreso del proprio coraggio. Dopo pochissimo tempo tornò sui suoi passi. Oltrepassò di nuovo il Duro, quello cui aveva parlato prima, e gli disse: — Sto andando a casa, Duro signore.

Il Duro si limitò a borbottare qualcosa d’incomprensibile. Stava ancora facendo qualcosa, era chino su una certa cosa e faceva cose sciocche e non vedeva la cosa più importante.

Se i Duri erano così in gamba e potenti e intelligenti, pensò Tritt, come facevano a essere così stupidi?


3a

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Dua si ritrovò a fluttuare senza fretta in direzione delle caverne dei Duri. Ci andava in parte perché, essendo ormai tramontato il Sole, quello l’avrebbe tenuta ancora per un po’ lontana da casa — dove non aveva voglia di tornare a sorbirsi le noiose insistenze di Tritt e le esortazioni per metà imbarazzate e per metà rassegnate di Odeen — e in parte per l’attrazione che su di lei esercitavano i Duri in quanto tali.

La provava da moltissimo tempo, quell’attrazione (fin da quando era piccola in effetti) e ormai aveva smesso di fare finta che non fosse così. Un’Emotiva non avrebbe dovuto sentirsi attratta in quel modo, si affermava. Talvolta le più piccole ne erano incuriosite — Dua era abbastanza vecchia e sperimentata da riconoscerlo — ma la curiosità svaniva alla svelta oppure gliela facevano svanire i rimbrotti dei Paterni.

Tuttavia, anche da bambina, lei aveva testardamente continuato a essere curiosa del mondo e del Sole e delle caverne e… di tutto, insomma, tanto che il suo Paterno le diceva: — Sei davvero strana, Dua, cara. Sei una buffa piccola mediana. Cosa ne sarà di te?

Allora, in principio, non aveva la minima idea di cosa ci fosse di strano o di buffo nel desiderio di sapere. Aveva presto scoperto che il suo Paterno non era in grado di rispondere alle sue domande, e una volta aveva provato a rivolgersi a suo padre sinistride, ma lui non aveva la dolcezza e le perplessità del Paterno. — Perché fai tante domande, Dua? — era sbottato, fissandola con severità.

Lei era scappata via, spaventata, e non gli aveva mai più chiesto niente.

Ma poi un giorno un’altra Emotiva della sua stessa età l’aveva schernita strillandole dietro: “Emo-Sin”, dopo che lei aveva detto qualcosa… non se la ricordava più, ma all’epoca le era sembrata una cosa naturale. Ci era rimasta malissimo senza sapere perché, e aveva chiesto a suo fratello sinistride, molto maggiore di lei, cosa volesse dire “Emo-Sin”. Lui si era tirato indietro imbarazzato, palesemente imbarazzato, borbottando: — Non lo so — mentre era evidente che lo sapeva benissimo.

Dopo qualche riflessione era andata dal Paterno e aveva detto: — Io sono una Emo-Sin, papà?

E lui aveva ribattuto: — Chi ti ha chiamato così, Dua? Non devi ripetere certe parole.

Dua si era estesa, fluttuando, fin contro il suo spigolo più vicino, aveva riflettuto, poi aveva detto: — È brutta?

Lui aveva risposto: — Crescerai e ne verrai fuori — e si era gonfiato un pochino in modo da farla oscillare verso l’esterno e vibrare tutta, nel gioco che tanto le piaceva. Però quella volta non si era divertita, perché aveva capito che anche lui, in realtà, non le aveva risposto. E poi se n’era andata via, pensierosa. Il Paterno aveva detto: “Crescerai e ne verrai fuori”, perciò adesso c’era dentro. Ma dentro cosa?

Persino allora aveva poche amiche vere tra le Emotive. A loro piaceva chiacchierare e ridacchiare insieme, ma lei preferiva fluttuare sopra le rocce aguzze e sgretolate, per godere la sensazione della loro scabrosità. C’era, tuttavia, qualche mediana più amichevole delle altre o che lei considerava meno esasperante. Per esempio c’era Doral, sciocca come tutto il resto del mucchio, in effetti, ma che ogni tanto era divertente. (Diventata adulta, Doral aveva formato la triade con il fratello destride di Dua e un giovane sinistride proveniente da un altro complesso di caverne, che però a Dua piaceva poco. Doral aveva cominciato subito a dare inizio al piccolo sinistride e al piccolo destride in rapida successione, e alla bambina mediana non molto tempo dopo. Era anche diventata così densa che pareva che in quella triade ci fossero due Paterni, e Dua si era addirittura chiesta come riuscissero ancora a fondersi. E pensare che Tritt non faceva altro che ripeterle, con intenzione: “Guarda che bella triade ha messo insieme Doral!”.)

Un giorno che erano sole lei le aveva domandato, sussurrando: — Doral, tu lo sai cos’è un’Emo-Sin?

E Doral aveva sobbalzato, ridacchiando, e si era compressa, come se non volesse essere vista, e aveva risposto: — È un’Emotiva che si comporta come un Razionale. Lo sai, come un sinistride. Capisci? Emotiva-Sinistride… Emo-Sin! Hai capito?

Naturale che lei avesse capito! Era lampante, una volta spiegato. Ci sarebbe arrivata da sola, subito, se fosse stata capace d’immaginare una situazione simile.

Aveva chiesto: — Come fai a saperlo?

— Me l’hanno detto le grandi. — Il corpo di Doral si era arricciolato in un movimento che Dua aveva trovato sgradevole. — È una parola sporca — aveva aggiunto.

— Perché? — aveva chiesto ancora lei.

— Perché è sporca. Le Emotive non devono comportarsi come i Razionali.

Era un’eventualità cui Dua non aveva mai pensato, ma allora lo aveva fatto. E aveva detto: — Perché non dovrebbero?

— Perché sì! Vuoi sentire un’altra cosa sporca?

Era rimasta perplessa: — Cosa?

Doral non aveva risposto, ma una sua parte si era espansa di colpo e aveva sfiorato Dua prima che lei avesse avuto il tempo di formare una concavità. A Dua la cosa non era piaciuta. Si era scansata e aveva detto: — Non fare così.

— Lo sai cos’altro è sporco? Si può andare dentro una roccia.

— No, non si può! — aveva esclamato lei. Era stupido negarlo, dato che era spesso penetrata attraverso la superficie esterna della roccia e le piaceva. Ma ora, a causa delle sciocche risatine dell’amica, ne era disgustata e non voleva ammetterlo, nemmeno con se stessa.

— Sì che puoi! Si chiama stropicciamento, e a noi Emotive viene facile anche contro la roccia. Destridi e sinistridi lo possono fare solo da bambini ma, sai?, quando sono grandi lo fanno l’uno con l’altro.

— Non ti credo! Te lo stai inventando!

— Invece lo fanno. Conosci Dimit?

— No.

— Ma sì che la conosci! È quella ragazza che ha un angolo denso, quella della Caverna C.

— Quella che fluttua in quel modo storto?

— Sì, proprio per quel suo angolo denso. Be’, lei andava sempre dentro la roccia, ogni volta che poteva, meno il suo angolo naturalmente. E una volta lo ha fatto intanto che suo fratello sinistride stava a guardare, e lui lo ha detto al Paterno, e che cosa non s’è presa! Non l’ha fatto mai più.

Dua se n’era andata subito, tutta sottosopra e per molto tempo non aveva più parlato con Doral. Anzi, non erano più state tanto amiche, da allora, però la sua curiosità era aumentata.

La sua curiosità? Perché non chiamarla la sua “Emo-Sinistrezza”?

Un giorno, dopo essersi assicurata che il suo Paterno non fosse nelle vicinanze, si era infilata dentro una roccia, fondendosi con essa lentamente, per un pochino. Era la prima volta che ci provava, da grande, e non aveva la minima idea che avrebbe osato andare tanto in profondità. Dava una magnifica sensazione di calore, ma, quando ne era emersa, si era sentita come se tutti sapessero cos’aveva fatto, come se la roccia le avesse lasciato addosso una macchia.

L’aveva fatto ancora, ogni tanto e con maggiore baldanza, godendosela ogni volta un po’ di più. Naturalmente non era mai andata troppo in profondità.

Alla fine il Paterno l’aveva colta sul fatto e aveva borbottato per il disgusto, così che dopo di allora lei era stata più attenta. Ma adesso era molto più vecchia e sapeva benissimo che, nonostante le risatine chiocce di Doral, non era un’azione inusitata. In pratica tutte le Emotive lo facevano, di quando in quando, e qualcuna l’ammetteva anche.

Avveniva con minore frequenza, diventando adulte, e Dua riteneva che nessuna delle Emotive da lei conosciute l’avesse più fatto dopo essersi unita a una triade e aver cominciato le fusioni vere e proprie. Era uno dei suoi segreti (non l’aveva mai detto ad alcuno, infatti), ma lei aveva continuato a farlo, e un paio di volte anche dopo la formazione della triade. (Quelle volte aveva pensato: “Cosa succederebbe se Tritt mi scoprisse?” e le era parso che le conseguenze sarebbero state orribili e tutto il divertimento era svanito.)

Confusamente, però, trovava — di fronte a se stessa — una giustificazione del suo comportamento nella dura prova che erano i suoi rapporti con le altre. Le grida “Emo-Sin! Emo-Sin!” avevano cominciato a seguirla ovunque, proprio allora, come una specie di umiliazione pubblica. Era quello il periodo della sua vita durante il quale era stata spinta a un isolamento quasi totale per sfuggire a quella tortura e la sua precedente propensione alla solitudine si era pertanto rafforzata. Essendo sempre sola, poi, aveva trovato consolazione nelle rocce. Lo stropicciamento, fosse una cosa sporca o no, era un atto solitario e loro la costringevano a stare sempre sola.

Per lo meno, questo era quanto lei si diceva.

Aveva tentato di rendergli pan per focaccia, una volta. Le aveva insultate, urlando: — Siete un branco di Emo-Destridi! Un branco di sporche Emo-Destridi! — a tutte quelle mediane che la prendevano in giro.

Ma loro si erano messe a ridere, e Dua era corsa via, confusa e frustrata. Loro erano davvero Emo-Destridi. Quando si avvicinava l’età di formare una triade, quasi tutte le Emotive cominciavano a interessarsi ai bambini, svolazzando sui piccoli a imitazione dei Paterni, cosa che lei trovava repellente. Non aveva mai provato quell’interesse: i bambini erano solo bambini ed erano i fratelli destridi a occuparsene!

Il soprannome odioso non le era stato più rivolto dopo che era cresciuta. In parte aveva contribuito il fatto di essere rimasta con una struttura molto giovanile, quasi da ragazzina, tanto rarefatta e agile che era in grado di fluttuare in un unico ricciolo fumoso, impossibile da imitare. E poi, quando sinistridi e destridi avevano cominciato a mostrare un sempre più vivo interesse per lei, le altre Emotive non avevano proprio più potuto schernirla.

Tuttavia… tuttavia, adesso che nessuno più osava mancare di rispetto a Dua (perché in tutte le caverne si sapeva che Odeen era il più importante Razionale della sua generazione e lei era la sua congiunta mediana), aveva raggiunto l’intima certezza di essere irrimediabilmente un’Emo-Sin.

Non riteneva che fosse una cosa sporca, no, ma in qualche occasione si era scoperta a desiderare di essere un Razionale e ne era rimasta sconcertata. Si chiedeva se le altre Emotive avessero mai avuto, anche una volta sola, un simile desiderio e se per caso non fosse quello il motivo, almeno in parte, per cui lei non voleva una bambina Emotiva — cioè perché lei stessa non era una vera Emotiva — e non copriva degnamente il suo ruolo nella triade…

A Odeen non era mai importato che lei fosse un’Emo-Sin. Non l’aveva mai chiamata così, sebbene gli piacesse molto che lei s’interessasse al suo lavoro, gli piacessero le sue domande cui lui immancabilmene rispondeva, e gli piacesse anche il fatto che lei capiva le risposte. La difendeva sempre quando Tritt si mostrava geloso, be’, non proprio geloso, ma contrario, nella sua visione testarda e limitata del mondo, a tutto quanto riteneva inutile e inadatto alla triade.

Qualche volta Odeen l’aveva condotta alle caverne dei Duri, fiero della sua posizione e palesemente compiaciuto dell’impressione che suscitava in lei. E Dua ne era rimasta davvero impressionata, non tanto per la sua intelligenza e la sua immensa cultura, quanto per il fatto che Odeen era lieto di dividere con lei tutto quello che sapeva. (Ricordava bene l’aspra risposta del suo padre sinistride quell’unica volta che gli aveva fatto una domanda!) Non era mai stata così felice e lo aveva amato ancora di più, perché lui la rendeva partecipe della propria vita… anche se quella era un’altra prova della sua diversità.

Forse era a causa di quella sua natura ibrida — le veniva da pensare sempre più spesso — che si sentiva ogni giorno più vicina a Odeen mentre si allonanava da Tritt, e trovava sempre più insopportabile l’insistenza del secondo. Odeen non le aveva mai accennato, nelle sue spiegazioni, a niente del genere, ma forse Tritt la percepiva vagamente e, benché incapace di capirla, ne ricavava ugualmente un senso d’infelicità.

La prima volta che era andata in una caverna dei Duri, ne aveva udito due parlare tra loro. Allora non sapeva che parlassero, naturalmente. Aveva sentito una vibrazione nell’aria, rapidissima e mutevole, che si trasformava in uno spiacevole ronzio dentro di lei. Si era rarefatta e aveva lasciato che la vibrazione l’attraversasse.

Odeen aveva detto: — Stanno parlando. — Poi, anticipando la sua obiezione: — Nella loro maniera di parlare. Tra loro si capiscono.

Dua si era sforzata e aveva afferrato subito quel concetto. Era più che mai felice di riuscire a capire subito una cosa perché, tra l’altro, così rendeva contento Odeen. (Lui le aveva detto, una volta: “Tutti gli altri Razionali che conosco hanno un’Emotiva con la testa vuota. Io sono più fortunato”. Lei aveva ribattuto: “Ma agli altri Razionali le teste vuote piacciono molto. Perché tu sei diverso da loro, Odeen?”. Lui non aveva negato che agli altri piacessero le teste vuote, aveva detto solo: “Non ci ho mai pensato e non credo che sia una cosa tanto importante da pensarci sopra. Io sono molto contento di avere te, e contento di esserne contento”.)

Gli aveva chiesto: — Tu capisci il modo di parlare dei Duri?

— Non proprio — aveva risposto Odeen. — Posso sentire i cambiamenti abbastanza in fretta. Qualche volta percepisco la sensazione che provano per quello che stanno dicendo, anche senza capire le parole, soprattutto dopo che ci siamo fusi. Ma solo qualche volta. Percepire le sensazioni è in realtà una specialità delle Emotive, solo che, se mai ci si provasse, un’Emotiva non saprebbe dare un senso a quello che percepisce. Però, tu potresti.

Dua si era schermita. — Non posso, ne ho paura. Magari a loro non piace.

— Su, prova. Sono curioso. Vedi se riesci a dirmi di cosa stanno parlando.

— Davvero potrei?… Davvero?

— Sì, forza. Se ti scoprono e la cosa ti disturba, gli dirò che sono stato io a chiedertelo.

— Promesso?

— Te lo prometto.

Piuttosto nervosa, Dua si era estesa in direzione dei due Duri, ponendosi in uno stato di completa passività per facilitare l’afflusso delle sensazioni.

— Eccitazione! — aveva detto. — Sono eccitati. Per qualcuno nuovo.

Odeen aveva avanzato una supposizione: — Magari per Estwald.

Era stata la prima volta che Dua aveva sentito quel nome. — Questo è buffo.

— Che cosa?

— Ho la sensazione di un sole grande. Molto, molto grande.

Odeen aveva riflettuto. — Forse stanno parlandone.

— Ma come può esistere?…

In quel momento i Duri li avevano visti. Si erano avvicinati, accogliendoli amichevolmente, e li avevano salutati parlando alla maniera dei Morbidi. Dua era tremendamente imbarazzata, per timore che si fossero accorti che lei li aveva spiati, ma loro non avevano detto niente.

(In seguito Odeen le aveva raccontato che era inconsueto imbattersi in Duri che parlavano tra di loro, alla loro maniera. Di solito si sottomettevano alle richieste dei Morbidi e sospendevano sempre quello che stavano facendo quando arrivava un Morbido. “Ci vogliono molto bene” diceva Odeen. “Sono gentilissimi con noi.”)

Di tanto in tanto l’avrebbe portata ancora nelle caverne dei Duri, quasi sempre mentre Tritt era totalmente occupato con i bambini. E non si sarebbe fatto in quattro per dire a Tritt che l’aveva condotta con sé, per non provocare l’avvio di qualche predica sul fatto di viziare Dua e d’incoraggiarne la brutta abitudine di sfuggire il Sole e proprio per quello rendere così inefficace la fusione che… Era impossibile parlare con Tritt per più di cinque minuti senza che la fusione comparisse nel discorso.

Un paio di volte era scesa nelle caverne da sola. Aveva sempre provato un po’ di timore nel farlo, benché i Duri che incontrava fossero sempre amichevoli, sempre “gentilissimi”, come diceva Odeen. Ma si comportavano come se non la prendessero sul serio. Erano lieti, ma anche segretamente divertiti — questo lei lo percepiva con assoluta certezza — quando gli poneva qualche domanda. E le loro risposte erano lineari e non fornivano informazioni. “È una semplice macchina, Dua” dicevano. Oppure: “Fattelo spiegare da Odeen”.

Non era sicura di avere o no incontrato Estwald, dato che non aveva mai osato chiedere il nome dei Duri che le parlavano (tranne Losten, al quale Odeen l’aveva presentata e di cui le aveva raccontato moltissimo). Qualche volta aveva avuto l’impressione che questo o quel Duro fosse lui: Odeen ne parlava con grande rispetto e con un po’ d’invidia. Ma lei supponeva che fosse troppo impegnato in qualche lavoro di enorme importanza per trovarsi nelle caverne accessibili ai Morbidi.

E poi a poco a poco, mettendo insieme le informazioni che Odeen le dava, aveva scoperto che il mondo aveva uno spaventoso bisogno di cibo. Odeen, però, non lo chiamava mai “cibo”, lui diceva “energia” e le aveva spiegato che così lo chiamavano i Duri.

Il Sole stava indebolendosi e morendo, ma Estwald aveva scoperto come trovare altra energia molto lontano, ben più lontano del Sole e delle sette stelle che brillavano nel buio cielo della notte. (Odeen diceva che le sette stelle erano sette soli lontanissimi, e che esistevano molte altre stelle ancora più lontane e troppo deboli per essere viste. Tritt aveva sentito quella spiegazione e aveva chiesto a cosa serviva che quelle stelle esistessero, se non potevano essere viste, e che comunque lui non credeva a una sola parola. Odeen aveva replicato: “Ma insomma, Tritt” nel suo solito tono paziente, mentre lei era stata sul punto di dire qualcosa che somigliava molto a quello che aveva detto Tritt, ma poi non ne aveva fatto niente.)

Così adesso pareva che ci sarebbe stato un mucchio di energia, e per sempre. Un mucchio di cibo, cioè, per lo meno appena Estwald e gli altri Duri avessero imparato a dare alla nuova energia un gusto migliore.

Era stato solo pochi giorni prima che lei aveva detto a Odeen: — Ti ricordi, tanto tempo fa, quando mi hai condotta alle caverne dei Duri e io ho percepito i Duri e ti ho detto di aver avuto la sensazione di un grande sole?

Per un momento Odeen era rimasto perplesso. — Mi pare. Ma va’ avanti, Dua. Che cosa vuoi dirmi?.

— Ci ho pensato molto. È il grande Sole, la fonte della nuova energia?

Felice, Odeen aveva esclamato: — Ma è magnifico, Dua! Non è del tutto esatto, ma è un’intuizione eccezionale per un’Emotiva!

E adesso Dua, di umore un po’ triste, stava di nuovo scendendo lentamente, e intanto rievocava tutti quegli episodi del passato. Senza quasi rendersi conto del tempo trascorso o della distanza percorsa, si ritrovò nelle caverne dei Duri, ed era in procinto di chiedersi se non fosse stata fuori abbastanza e se non fosse meglio ritornare a casa accettando l’inevitabile rimprovero di Tritt, quando — come se il pensarlo lo avesse portato fino a lei — percepì la presenza di Tritt.

La sensazione era talmente forte che solo per un attimo sospettò di captare emozioni provenienti dalla lontana caverna della triade. No! Tritt era lì, proprio laggiù vicino a lei, nelle caverne dei Duri!

Ma che cosa c’era andato a fare? La stava forse seguendo? Voleva magari mettersi a litigare con lei, lì? Era tanto stupido da fare appello ai Duri? Lei non avrebbe sopportato che…

E poi quel senso di fredda rabbia l’abbandonò e venne sostituito dallo sbalordimento: Tritt non stava affatto pensando a lei. Era persino inconsapevole della sua presenza. Tutto quello che percepiva in lui era una fortissima determinazione a fare qualcosa, mista ad apprensione per quello che intendeva fare.

Dua sarebbe stata in grado di penetrare più a fondo nelle emozioni di Tritt e, quanto meno, scoprire che cosa lui stesse facendo e perché, ma quello era l’ultimo dei suoi pensieri: dal momento che Tritt non sapeva che lei era vicina, voleva soltanto essere sicura che continuasse a non saperlo.

Perciò, quasi per un riflesso condizionato, fece qualcosa che un istante prima avrebbe giurato che mai e poi mai avrebbe fatto, in nessunissima circostanza.

Forse (rifletté in seguito) era successo perché aveva da poco ricordato quella particolare conversazione avuta con Doral da ragazzina, oppure i suoi stessi esperimenti di stropicciamento con la roccia. (Per definirlo, gli adulti usavano un’altra parola, più complicata, che però lei riteneva molto più imbarazzante di quella usata dai bambini.)

A ogni modo, senza quasi rendersi conto di quanto faceva e persino, per un breve periodo del tempo successivo, di quanto aveva fatto, s’immerse frettolosamente dentro la più vicina parete di roccia.

Dentro la roccia! E tutta intera, non solo una piccola parte di lei!

L’orrore per l’azione compiuta venne attenuato dalla perfetta scelta di tempo e dal modo impeccabile in cui raggiunse il suo scopo: Tritt, infatti, passò in quel medesimo momento a una distanza talmente ravvicinata da poterla toccare, se si fosse esteso, eppure non si accorse di lei.

Nel frattempo, però, Dua aveva perso ogni interesse nel motivo che aveva portato Tritt nelle caverne dei Duri, se non c’era andato per cercare lei. Anzi, Dua aveva completamente dimenticato Tritt.

Era colma di un’indicibile meraviglia per la sua attuale posizione nello spazio. Neppure da bambina si era mai completamente fusa dentro la roccia né aveva mai conosciuto un’Emotiva che ammettesse di averlo fatto (anche se invariabilmente girava la voce che l’aveva fatto qualcun’altra). Di certo nessuna Emotiva adulta l’aveva mai fatto o avrebbe potuto farlo, ma Dua era rarefatta in modo eccezionale anche per un’Emotiva (e Odeen amava farle i complimenti proprio per quello) e il suo rifiuto di nutrirsi la rendeva ancor più rarefatta (come spesso osservava Tritt).

L’azione appena compiuta sottolineava l’estensione della sua rarefazione molto più che tutti i rimbrotti del suo congiunto destride, e per qualche momento Dua se ne vergognò e fu dispiaciuta per Tritt. Ma subito fu oppressa da una vergogna più grande: e se qualcuno l’avesse vista? Lei, un’adulta…

Se un Duro fosse passato di lì e si fosse soffermato… Non se la sentiva certo di riemergere in presenza di qualcuno, ma per quanto tempo avrebbe potuto restare immersa? E cosa sarebbe successo se l’avessero scoperta dentro la roccia?

E, mentre rifletteva a questo modo, percepì la presenza dei Duri e anche — chissà come — si rese conto che erano molto lontani.

Restò ferma, cercando di riacquistare la calma. La roccia, che la permeava e la circondava, conferiva un certo grigiore al suo senso percettivo, ma non lo attenuava. Anzi, lo acuiva. Sentiva ancora Tritt, che proseguiva ostinato verso il basso, come se fosse al suo fianco, e poteva sentire i Duri, benché si trovassero al di là di un intero complesso di caverne. Li vedeva addirittura, uno per uno e ciascuno al proprio posto, e percepiva le vibrazioni del loro linguaggio in ogni particolare, tanto che era persino in grado di afferrare a pezzi e a bocconi quello che stavano dicendo.

Sentiva meglio di quanto avesse mai sentito prima e di quanto avesse creduto possibile.

Perciò, sebbene ora sapesse con certezza di essere sola e inosservata, non uscì dalla roccia, in parte per lo sbalordimento e in parte per la bizzarra esaltazione che le dava quel nuovo tipo di comprensione. Per di più desiderava continuare a sperimentarlo.

La sua percettività aveva raggiunto un tale livello che ormai sapeva persino perché era tanto percettiva. Odeen aveva sovente affermato che, dopo una fusione, capiva meglio anche quello che in precedenza gli risultava incomprensibile. Esisteva dunque qualcosa, nello stato di fusione, che accresceva in modo incredibile la sensibilità in ogni campo: si assorbiva di più e la si usava di più. Odeen aveva detto che succedeva così a causa della maggiore densità atomica durante la fusione.

Benché Dua non fosse sicura del significato dell’espressione “maggiore densità atomica”, sapeva che era quello che avveniva quando si fondevano, e il suo stato attuale non era molto simile a una fusione? Non si era forse fusa con la roccia?

Quando a fondersi era la triade, tutti i benefici dell’aumento del senso percettivo andavano a Odeen. Era il Razionale ad assorbire, ad accrescere le proprie capacità di comprensione, a conservare anche dopo la separazione le conoscenze acquisite. Ma ora Dua era la sola coscienza presente in quella fusione. Erano infatti soltanto lei e la roccia. Avveniva quindi una “maggiore densità atomica” (era così, no?) a suo esclusivo beneficio.

(Era per quello che lo stropicciamento con la roccia era considerato una perversione? Era quello il motivo per cui si ammonivano le Emotive a non farlo? Oppure era capitato solo a lei perché era tanto più rarefatta delle altre? O perché era un’Emo-Sin?)

E poi Dua lasciò da parte le congetture e si limitò a esercitare la sua percezione… affascinata da essa. Captò, registrandolo solo automaticamente, il ritorno di Tritt, che la oltrepassava di nuovo muovendosi nella direzione da cui era venuto. Captò, registrandolo solo automaticamente — e quasi senza sorpresa — l’arrivo di Odeen che risaliva, anche lui, dalle caverne dei Duri. Erano i Duri che lei stava ascoltando, soltanto loro, con la sua percezione acuita al massimo per tentare di ricavarne il più possibile.

Passò molto tempo prima che Dua la smettesse e fluttuasse fuori dalla roccia. Quando lo fece, non era più nemmeno preoccupata che qualcuno potesse vederla. Era ormai abbastanza sicura delle sue capacità percettive per sapere che nei dintorni non c’era nessuno.

E tornò verso casa immersa in profondi pensieri.


3b

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Tornato a casa, Odeen aveva trovato Tritt che lo aspettava, mentre Dua era ancora fuori. Contrariamente al solito, Tritt non ne era preoccupato; cioè, pareva preoccupato ma non per quello. Quindi, benché le sue emozioni fossero abbastanza forti da essere chiaramente percepite, Odeen non volle indagare a fondo. Era l’assenza di Dua che lo rendeva irrequieto, a tal punto che scoprì d’irritarsi per la presenza di Tritt solo perché Tritt non era Dua.

La constatazione lo sorprese. Non poteva negare che, dei suoi due congiunti, fosse Tritt quello che gli era più caro. In teoria i tre componenti la triade costituivano un’unità e ogni componente trattava gli altri due in modo esattamente uguale. Però lui non aveva mai conosciuto una triade in cui le cose stessero così, e meno che mai nelle triadi di coloro che proclamavano a gran voce di essere perfetti a tale riguardo. Di solito, invece, uno dei tre era lasciato un poco in disparte e se ne rendeva conto.

Non era quasi mai l’Emotiva, comunque. Le Emotive si sostenevano a vicenda, al di fuori della triade, in una misura che Razionali e Paterni non raggiungevano affatto. Il proverbio diceva, infatti: il Razionale ha il suo maestro e il Paterno i suoi bambini, ma l’Emotiva ha tutte le altre Emotive.

Le Emotive si scambiavano osservazioni e, se una di loro dichiarava di essere trascurata oppure la inducevano a dichiararsi tale, veniva rimandata a casa dopo un fitto cicaleccio di istruzioni: resta sulle tue, non cedere e, al contrario, pretendi! Dal momento, poi, che la riuscita della fusione dipendeva in gran parte dal suo comportamento, l’Emotiva veniva generalmente coccolata e blandita sia dal congiunto sinistride sia da quello destride.

Ma Dua era un’Emotiva così poco Emotiva! Sembrava non importarle che Odeen e Tritt fossero tanto intimi e non aveva nessun’amica tra le altre Emotive che glielo facesse notare. Era naturale, d’altra parte: era un’Emotiva pochissimo Emotiva.

Odeen l’amava. L’amava perché lei s’interessava al suo lavoro, l’amava perché se ne lasciava coinvolgere e perché era così sorprendentemente pronta a capire, ma il suo era un amore intellettuale. I suoi sentimenti più profondi erano per il serio, saldo, stupido Tritt, che sapeva stare tanto bene al proprio posto e che poteva offrire tanto poco, oltre a ciò che era effettivamente essenziale: la garanzia di una sicura e normale vita quotidiana.

Ma adesso Odeen si sentiva impaziente. Chiese: — Sai niente di Dua, Tritt?

Tritt non rispose direttamente. Disse: — Ho da fare. Ci vedremo dopo. Sono stato molto occupato.

— Dove sono i bambini? Sei uscito anche tu? Hai in te un senso di “fuori casa”.

Una nota d’irritazione comparve nella voce di Tritt. — I bambini stanno bene e sono beneducati. Sanno già abbastanza da poter vivere da soli nell’ambito della comunità. E poi, Odeen, non sono più tanto bambini! — Ma non negò l’aura di “fuori casa” che emetteva debolmente.

— Scusa. Sono solo ansioso di vedere Dua.

— Dovresti essere così più spesso — ribatté Tritt. — A me dici sempre di lasciarla andare, di lasciarla sola. Cercatela da te. — E se ne andò nei locali più interni della caverna di famiglia.

Odeen lo seguì con lo sguardo, sorpreso da quella reazione. In qualunque altro momento avrebbe seguito il suo congiunto destride per tentare di capire il motivo dell’insolito disagio che emergeva chiarissimo dalla sua naturale stolidità di Paterno. Chissà mai cos’aveva fatto Tritt?… Ma lui desiderava talmente vedere Dua e la sua ansietà aveva raggiunto un livello tale che lasciò andare Tritt.

L’ansietà, inoltre, acuì la sua sensibilità. Era con una specie di orgoglio perverso che i Razionali si vantavano della loro relativa mancanza di percezione, perché il senso percettivo non era una qualità della mente, bensì una caratteristica delle Emotive. In particolare Odeen, il più Razionale tra i Razionali, preferiva di gran lunga ragionare piuttosto che sentire, ma quel giorno estese più che poté il reticolo imperfetto della sua capacità percettiva, desiderando per un attimo essere un’Emotiva in modo da poterlo proiettare meglio e più lontano.

A ogni modo servì allo scopo. Dopo un po’ riuscì a captare Dua che si avvicinava a una distanza inusuale — per lui — e si affrettò ad andarle incontro. E proprio perché l’aveva sentita a tale distanza si accorse di quanto fosse rarefatta. Di solito non ci badava, ma Dua era soltanto una nebbiolina lieve e delicata, nient’altro.

…Tritt aveva ragione, pensò con improvvisa angoscia. Era indispensabile costringere Dua a mangiare e a fondersi. Era indispensabile ravvivare il suo interesse nella vita.

Era così concentrato in quel pensiero che, quando lei fluttuò nella sua direzione e praticamente lo avvolse tutto — senza badare al fatto che non erano in privato e che qualcuno poteva vederli — dicendo: — Odeen, devo sapere… devo sapere tante cose… — lui accettò il gesto come logica conseguenza della propria preoccupazione e non lo considerò nemmeno strano.

Si scostò un poco, con prudenza, tentando di assumere una posizione più decorosa senza farlo sembrare un moto di ripulsa. — Vieni — le disse. — Ti stavo aspettando. Chiedimi tutto quello che vuoi sapere. Cercherò di risponderti come meglio posso.

E si avviarono velocemente verso casa, con lui che accordava i propri movimenti al caratteristico ondeggiare delle Emotive.

Dua disse: — Parlami dell’altro universo. Perché sono diversi? In che cosa sono diversi? Racconta.

Lei non si rendeva conto di chiedere troppo. Odeen, invece, se ne rese conto. Si sentiva colmo di una sorprendente quantità di nozioni e fu sul punto di chiederle: “Come hai fatto a sapere qualcosa dell’altro universo, abbastanza da diventare tanto curiosa in proposito?”.

Represse la domanda: in fondo Dua proveniva dalla direzione in cui si trovavano le caverne dei Duri, e forse Losten gliene aveva accennato, dubitando che, nonostante i suoi consigli, lui fosse troppo orgoglioso della propria posizione per aderire alle richieste della sua congiunta mediana.

No, le cose non stavano così, pensò Odeen, serio. E lui non avrebbe chiesto spiegazioni a Dua. Le avrebbe semplicemente insegnato tutto.

Appena arrivati in casa, Tritt, indaffarato, andò loro incontro. — Se voi due dovete parlare, andate nella camera di Dua. Io ho da fare qua in giro. Devo assicurarmi che i bambini siano puliti e facciano esercizio. Non c’è tempo di fondersi adesso. No, niente fusione.

Né Odeen né Dua avevano la minima voglia di fondersi, in quel momento, ma nessuno dei due aveva nemmeno la minima voglia di disobbedire all’ordine di Tritt. La casa era il regno del Paterno. Il Razionale aveva le caverne dei Duri, giù nel profondo, e l’Emotiva i suoi posti di ritrovo, in superficie. Il Paterno aveva solo la sua casa.

Perciò Odeen disse: — Senz’altro, Tritt. Ce ne staremo fuori dai piedi.

E Dua estese, con un breve gesto affettuoso, una parte di sé e disse: — È bello vederti, destride caro. — (Odeen dubitò che in quella gentilezza vi fosse anche molto sollievo per non essere stata sollecitata a fondersi. A quel proposito Tritt esagerava sempre un tantino, persino più di quanto in media esagerassero gli altri Paterni.)

Una volta in camera sua, Dua si fermò a guardare il suo angolino privato di alimentazione, che di solito, invece, ignorava.

Era stata un’idea di Odeen. Sapeva che esistevano degli apparecchi per nutrirsi e, come aveva spiegato a Tritt, se a Dua non piaceva sciamare con le altre Emotive era possibilissimo convogliare l’energia del Sole dentro la loro caverna, in modo che potesse mangiare in casa.

Tritt ne era stato orripilato: erano cose che non si facevano, gli altri ne avrebbero riso, la triade ne avrebbe ricavato solo disonore. Ma perché Dua non si comportava come doveva?

— D’accordo, Tritt — aveva detto Odeen. — Ma Dua non si comporta come dovrebbe, perciò cosa costa accontentarla? È una cosa così tremenda? Mangerà per conto suo, metterà su un po’ di sostanza, ci farà felici e sarà più felice lei stessa, e forse alla fine imparerà a sciamare con le altre.

Allora Tritt aveva smesso di obiettare e poi anche Dua aveva accettato, dopo qualche discussione, ma aveva insistito che fosse un apparecchio semplicissimo. Di conseguenza si trattava unicamente di due aste verticali, che servivano da elettrodi, con un certo spazio in mezzo per Dua.

Lei lo usava raramente, ma quel giorno lo fissò e disse: — Tritt lo ha decorato… oppure lo hai fatto tu, Odeen?

— Io? Naturalmente no.

Alla base di ogni elettrodo c’erano dei ghirigori di argilla colorata.

— Credo che sia il suo modo di dirmi che vuole che lo adoperi — continuò Dua. — E oggi ho fame. E poi, se mangio, Tritt non si sognerà d’interromperci, vero?

— No — ammise Odeen, serio. — Tritt fermerebbe il mondo, se pensasse che il suo moto ti disturba mentre mangi.

— Be’, ho proprio fame — ripeté Dua.

Odeen percepì in lei un lieve senso di colpa. Si sentiva colpevole verso Tritt? Oppure perché era affamata? Perché poi avrebbe dovuto vergognarsi di avere fame? Oppure aveva fatto qualcosa che le aveva tolto energia ed era per quello che si sentiva…

Con impazienza, distolse la mente da quegli interrogativi. A volte un Razionale poteva essere troppo Razionale e risalire il filo di ogni suo minimo pensiero con pregiudizio di ciò che era davvero importante. E in quel preciso momento la cosa importante era parlare a Dua.

La guardò sedersi tra i due elettrodi, comprimendosi un poco nel farlo. Come risaltavano penosamente le sue piccole dimensioni! Strano, era affamato anche lui: se ne accorse perché d’un tratto gli sembrò che gli elettrodi risplendessero più del normale e sentì il gusto del cibo anche a quella distanza. Il sapore era ottimo. Ma, già, quando uno aveva appetito, i sensi gli si affinavano… No, lui avrebbe mangiato più tardi.

Dua disse: — Non stare lì a guardarmi in silenzio, sinistride caro. Parla. Voglio sapere. — Aveva assunto (inconsapevolmente?) la forma ovoide tipica dei Razionali, quasi volesse far capire che desiderava essere considerata una di loro.

Odeen cominciò: — Non posso spiegarti tutto. La parte scientifica della questione, voglio dire, perché a te non sono state date le basi. Cercherò quindi di semplificare al massimo, e tu limitati ad ascoltare. Quando avrò finito, mi dirai che cosa non hai capito e io vedrò di spiegartelo meglio. Tu sai, in primo luogo, che ogni cosa è composta di particelle piccolissime, chiamate atomi, che sono a loro volta composti di particelle ancora più piccole, subatomiche.

— Sì, sì — annuì Dua. — È per questo che possiamo fonderci.

— Esatto. Perché in realtà noi siamo per la maggior parte spazio vuoto. Tutte le particelle sono molto distanziate l’una dall’altra, e le tue e le mie e quelle di Tritt possono fondersi insieme in quanto ogni serie si sistema negli spazi vuoti delle altre serie. Il motivo per cui la materia non sfugge di qua e di là è che le minuscole particelle si attirano reciprocamente attraverso lo spazio che le divide. A tenerle unite sono le forze di attrazione, la più forte delle quali è quella che noi chiamiamo forza nucleare. Essa tiene insieme molto tenacemente le principali particelle subatomiche, che formano dei gruppi ben separati l’uno dall’altro, i quali a loro volta sono tenuti insieme da forze più deboli. Riesci a capire?

— Solo un po’ — ammise Dua.

— Be’, non importa, ci torneremo sopra in seguito… La materia, inoltre, esiste in diversi stati. Può essere molto rada, come nelle Emotive, cioè come in te, Dua. Può essere un po’ meno rada, come nei Razionali e nei Paterni, o ancora meno rada, come nelle rocce. Può essere anche molto compressa o compatta, come nei Duri. Ed è per questo che sono proprio duri e solidi: le loro particelle sono molto fitte.

— Vuoi dire che in loro non c’è spazio vuoto?

— No, non è quello che voglio dire — rispose Odeen, incerto circa il modo di rendere più chiaro il concetto. — Anche loro hanno una gran quantità di spazio vuoto, ma non tanto come noi. Le particelle hanno sempre bisogno di una certa e ben determinata quantità di spazio vuoto, intorno. E se tutte hanno quello che gli basta, allora le altre particelle non possono entrarci. Se poi le particelle vengono fatte entrare a forza, ecco che compare il dolore. Per questo ai Duri non piace che noi li tocchiamo. Tra le particelle di noi Morbidi, invece, c’è più spazio del necessario, perciò altre particelle possono entrarci in mezzo.

Dua non sembrava molto convinta di quel particolare aspetto dell’argomento.

Odeen si affrettò a proseguire: — Nell’altro universo le regole sono differenti. La forza nucleare non è forte come nel nostro. E questo vuol dire che le particelle hanno bisogno di più spazio.

— Perché?

Odeen scosse la testa. — Perché… perché… le particelle spargono molto più in giro le loro forme-onda. Non so spiegarmi meglio di così. Quando la forza nucleare è più debole, le particelle hanno bisogno di uno spazio maggiore e due pezzi di materia non sono in grado di fondersi insieme con la facilità con cui si fondono nel nostro universo.

— Possiamo vederlo, l’altro Universo?

— No, non è possibile. Possiamo solo dedurne la natura in base alle sue leggi fondamentali. Comunque, i Duri sono riusciti a tare cose straordinarie. Possiamo mandare di là un tipo di materia e ricevere da loro un altro tipo. Possiamo studiarlo, quel loro materiale, capisci? E possiamo far funzionare la Pompa Positronica. Lo sai cos’è, no?

— Be’, mi hai detto tu che da quella cosa noi ricaviamo energia. Ma non sapevo che c’entrasse anche un universo differente dal nostro… Com’è fatto l’altro universo, Odeen? Hanno anche loro stelle e pianeti come noi?

— Questa è una buona domanda, Dua! — Nell’insegnare, quel giorno Odeen provava un piacere più intenso del solito, perché era stato ufficialmente incoraggiato a farlo. (Prima, invece, aveva sempre l’impressione che tentare di spiegare qualcosa a un’Emotiva fosse un’azione indecente, da fare di nascosto.) Riprese a spiegare: — Anche se non possiamo vedere l’altro universo, siamo in grado di calcolarne l’aspetto dalle sue leggi. Sai cos’è che fa brillare le stelle? È la lenta e graduale trasformazione di combinazioni semplici di particelle in combinazioni più complesse. Si chiama fusione nucleare.

— Ce l’hanno anche nell’altro universo?

— Sì, ma poiché la forza nucleare là è più debole, la fusione è molto più lenta. Questo significa che le stelle devono essere molto, molto più grandi in quell’universo, altrimenti non si avrebbe una fusione sufficiente a farle brillare. Se le stelle dell’altro universo non fossero più grandi del nostro Sole, sarebbero fredde e morte. D’altra parte, se nel nostro universo le stelle fossero più grandi di quello che sono, la velocità di fusione sarebbe così enorme che esploderebbero. E questo significa che nel nostro universo devono esserci stelle piccole in quantità migliaia di volte superiore a quella delle grandi stelle dell’altro universo…

— Ma se ne abbiamo solo sette… — cominciò Dua. Poi disse: — Ah, dimenticavo.

Odeen sorrise con indulgenza. Era tanto facile dimenticare il numero infinito di stelle che non potevano essere viste se non con l’aiuto di strumenti speciali. — Ma va benissimo così, se non t’importa che continui ad annoiarti con le mie spiegazioni.

— Tu non mi annoi per niente — replicò Dua. — Mi piace tantissimo, anzi. Rende addirittura più buono il sapore del cibo. — E si mosse ondeggiando tra gli elettrodi con una specie di tremito voluttuoso.

Odeen se ne rallegrò tra sé e sé: prima di allora Dua non aveva mai detto una parola di lode nei riguardi del cibo. Continuò: — Naturalmente il nostro universo non durerà quanto l’altro universo. La fusione avviene tanto rapidamente che tutte le particelle saranno combinate insieme dopo un tempo uguale a un milione di vite.

— Ma ci sono tantissime stelle!

— Ah, ma stanno tutte morendo. Tutto l’universo sta morendo. Nell’altro universo, invece, dove le stelle sono molto più poche ma molto più grandi, la fusione è tanto lenta che le stelle durano milioni e milioni di volte più delle nostre. È difficile dire esattamente quanto, però, perché forse il tempo non scorre alla stessa velocità nei due universi. — Aggiunse, con una certa riluttanza: — Questo non lo capisco bene nemmeno io. È una parte della teoria di Estwald che non ho ancora studiato a fondo.

— È stato Estwald a scoprire tutte queste cose?

— Quasi tutte, sì.

Dua disse: — Allora è meraviglioso poter ottenere il cibo dall’altro universo. Voglio dire che non ha importanza se il nostro Sole muore, allora. Avremo sempre tutto il cibo che vorremo dall’altro universo.

— Esatto.

— Ma non succederà niente di brutto, vero? Io ho… io ho la sensazione che succederà qualcosa di brutto.

Odeen disse: — Ecco, per far funzionare la Pompa Positronica, si trasferisce una piccola quantità di materia avanti e indietro, il che significa che i due universi si mescolano un poco. La nostra forza nucleare diventa appena appena più debole, facendo rallentare ma di poco la fusione all’interno del nostro Sole e il Sole stesso si raffredda un poco più in fretta… Ma è roba da poco, veramente, e a ogni modo non ne abbiamo più bisogno.

— Non è questo il qualcosa di brutto che io sento. Se la forza nucleare diventa un po’ più debole, allora gli atomi occuperanno più spazio… è giusto, vero? E cosa succederà alla nostra fusione?

— Diventerà un po’ più difficile fondersi, infatti, ma occorrerà un tempo uguale a molti milioni di vite prima che sia evidente. E anche se un giorno fondersi diventasse impossibile e tutti i Morbidi morissero, be’, succederebbe moltissimo tempo dopo che saremmo tutti morti per mancanza di cibo… se non usassimo quello che ci arriva dall’altro Universo.

— Eppure non è questo il… qualcosa di brutto… lo sento. — Dua parlava in modo un po’ confuso, adesso. Si contorceva tutta tra gli elettrodi, e agli occhi di un Odeen soddisfatto pareva più grossa e più compatta. Era come se si fosse nutrita, oltre che di cibo, anche dei suoi insegnamenti.

Losten aveva ragione! L’istruzione rendeva Dua più soddisfatta della vita. In quel momento stava provando una gioia quasi sensuale — Odeen la percepiva — che non era solita provare.

Gli disse: — Sei tanto, tanto gentile a spiegarmi, Odeen. Sei un bravissimo congiunto sinistride.

— Vuoi che continui? — chiese Odeen, lusingato e compiaciuto come non mai. — Hai altre domande da farmi?

— Tantissime, Odeen, ma… ma non adesso. Non adesso, Odeen. Oh, Odeen… vuoi sapere cosa vorrei fare… adesso?

Lui lo intuì subito, ma era troppo prudente per dirlo a voce alta. I momenti di esaltazione e di profferte erotiche di Dua erano troppo rari per non essere trattati con la massima cautela. Sperò con tutte le sue forze che Tritt non fosse troppo occupato con i bambini al punto da dover rinunciare a quell’occasione inattesa.

Ma Tritt era già nella camera. Che fosse rimasto fuori dalla porta, ad aspettare? Non importava. Non era quello il momento di pensare!

Dua si era allontanata fluttuando dagli elettrodi e tutti i sensi di Odeen erano colmi della sua bellezza. Era tra lui e Tritt, adesso, e attraverso la sua sostanza Tritt scintillava, con tutti i màrgini risplendenti di un colore incredibile.

Non era mai stato così. Mai.

Con uno sforzo immenso Odeen si trattenne, in modo che la sua sostanza penetrasse in Dua e in Tritt un atomo per volta; contrastò con ogni stilla di forza che possedeva l’irresistibile penetrazione di Dua, non abbandonandosi all’estasi, ma cedendovi lentamente; si aggrappò alla propria consapevolezza fino all’ultimo istante possibile, e poi si annullò in uno slancio finale tanto intenso che fu simile a un’esplosione rimbombante e riecheggiante all’infinito dentro di lui.

Mai, in tutta la vita della triade, il periodo di perdita della coscienza durò a lungo come quella volta.


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Tritt era contento. La fusione era stata tanto soddisfacente! Al confronto, tutte le altre volte parevano misere e vuote. E lui era ancora più felice per quello che era successo. Eppure rimase zitto. Sentiva che era meglio non parlare.

Anche Odeen e Dua erano felici. Tritt ne era sicuro. E persino i bambini sembravano più risplendenti.

Ma Tritt era il più felice di tutti… naturalmente.

Restò ad ascoltare Odeen e Dua che parlavano. Non capiva niente di quello che dicevano, ma non aveva importanza Non gli importava nemmeno che sembrassero così contenti di essere insieme. Lui aveva la sua felicità e gli bastava stare ad ascoltare.

Dua disse, a un certo punto: — Ma davvero loro cercano di comunicare con noi?

(Tritt non riusciva proprio a capire chi fossero quei “loro”. Supponeva, però, che “comunicare” fosse una parola strana per “parlare”. Perché allora non dicevano semplicemente “parlare”? Qualche volta era tentato d’interromperli. Ma, se avesse fatto una domanda, Odeen avrebbe detto solo: “Ma insomma, Tritt”, e Dua si sarebbe arricciolata per l’impazienza.)

Odeen rispose: — Sì, certo. I Duri ne sono del tutto certi. Qualche volta fanno dei segni sul materiale che ci mandano, e i Duri dicono che è possibile comunicare per mezzo di quei segni. In effetti, molto tempo fa, anche loro facevano dei segni sul materiale di scambio quando era ancora necessario spiegare agli esseri-altri come mettere insieme la loro parte della Pompa Positronica.

— Chissà che aspetto hanno gli esseri-altri? A cosa immagini che assomiglino?

— In base alle leggi possiamo dedurre la natura delle stelle, perché è una cosa semplice. Ma come si fa a dedurre la natura degli esseri? Non sapremo mai come sono.

— Non potrebbero essere loro a comunicarci come sono?

— Se comprendessimo cosa ci comunicano, forse potremmo dedurne qualcosa. Ma non comprendiamo i loro segni.

Dua ne parve molto addolorata. — I Duri non li capiscono?

— Non lo so. Se anche li capiscono, a me non l’hanno fatto sapere. Una volta Losten mi ha detto che non importava quale aspetto avessero, finché la Pompa Positronica funzionava e, anzi, veniva allargata.

— Forse ti ha detto così solo perché non voleva che tu lo scocciassi.

Odeen replicò, rigido: — Io non scoccio Losten.

— Oh, sai bene cos’intendevo dire! Semplicemente non aveva voglia di spiegarti tutto nei particolari.

A quel punto Tritt non ne poteva già più di stare ad ascoltarli. Odeen e Dua continuarono a discutere per un bel po’ se i Duri avrebbero o non avrebbero permesso a Dua di vedere quei segni. Dua diceva che lei avrebbe potuto sentire quello che volevano dire, forse.

Queste parole fecero arrabbiare un poco Tritt. In fin dei conti Dua era solo una Morbida e… non era nemmeno un Razionale! Cominciò a chiedersi se Odeen facesse bene a raccontarle tutto quello che le raccontava. Metteva certe strane idee a Dua…

Le parole di Dua avevano fatto arrabbiare anche Odeen. Dapprima lui fece una risatina. Poi disse che un’Emotiva non poteva capire quelle cose complicate. Poi si rifiutò semplicemente di continuare il discorso. Così Dua fu costretta a essere molto carina con Odeen per un bel po’, per fargli tornare il buonumore.

In un’altra occasione fu Dua ad arrabbiarsi, e arrabbiarsi sul serio.

Cominciò tranquillamente. In effetti era una di quelle volte in cui erano tutti insieme, compresi i due bambini. Odeen era ben disposto e si era messo a giocare con loro. Non s’inquietò neanche quando Torun, il piccolo destride, si mise a spingerlo qua e là. Anzi, si lasciò andare in una forma molto poco dignitosa. Sembrava che non gl’importasse di essere tutto storto. Era la prova sicura che Odeen era contento. Tritt rimase in un angolo, a riposare, felice e soddisfatto di quello che stava succedendo.

Dua rise alla disavventura di Odeen e con la sua sostanza lo toccò proprio sulla bozza, in modo provocante. Sapeva benissimo, e Tritt sapeva che lei lo sapeva, che la superficie dei sinistridi era tanto sensibile quando non erano nella forma ovoidale!

Dua disse: — Ho pensato una cosa, Odeen… Se l’altro universo manda un po’ delle sue leggi dentro il nostro per mezzo della Pompa Positronica, anche il nostro universo manderà lo stesso po’ delle sue dentro il loro, vero?

Odeen mugolò sotto il tocco di Dua e cercò di scansarla senza sconvolgere troppo i bambini. Poi ansimò: — Non posso risponderti se non la smetti, mascalzoncella di una mediana!

Dua smise subito e Odeen riprese: — Il tuo è un ottimo ragionamento, Dua! Sei una creatura piena di sorprese, sai? La tua idea è esatta, naturalmente. Le leggi si mescolano nei due sensi… Tritt, per favore, vuoi portar fuori i piccoli?

Ma i due briganti scapparono via da soli. Non erano più “piccoli”, infatti! Erano quasi del tutto cresciuti, quasi adulti. Annis avrebbe presto cominciato la sua istruzione e Torun aveva già assunto la forma squadrata dei Paterni.

Tritt rimase dov’era e pensò che Dua diventava bellissima quando Odeen le parlava in quel modo.

Dua disse: — Se le altre leggi rallentano il nostro Sole e lo raffreddano, le nostre leggi non accelereranno forse i loro soli e non li riscalderanno?

— Perfettamente esatto, Dua! Un Razionale non potrebbe ragionare meglio.

— E di quanto li riscalderanno?

— Oh, non di molto. Diventeranno solo un pochino più caldi, appena appena.

Dua ribatté: — Ma è proprio qui dove io sento quel qualcosa di brutto!

— Be’, ecco, il guaio sta nel fatto che i loro soli sono così enormi. Non ha molta importanza che i nostri piccoli soli diventino un poco più freddi. Persino se diventassero freddi del tutto non importerebbe, finché avessimo in funzione la Pompa Positronica. Però, con stelle grandi, anzi enormi, anche un piccolo aumento di calore può causare guai. In ognuno di quei soli c’è talmente tanta materia, che accelerare anche di poco la fusione nucleare lo farà esplodere.

— Esplodere! Ma allora cosa succederà alla gente?

— Che gente?

— La gente dell’altro universo.

Per un momento Odeen restò interdetto, poi mormorò: — Non lo so.

— Be’, cosa succederebbe se il nostro Sole esplodesse?

— Il nostro Sole non può esplodere.

(Tritt si chiese dove fosse il motivo di tutta quell’eccitazione. Come poteva esplodere un Sole? Eppure, Dua sembrava sempre più arrabbiata e Odeen sempre più confuso.)

Dua replicò: — Ma se esplodesse? Diventerebbe molto caldo?

— Immagino di sì.

— Non ci ucciderebbe tutti?

Odeen esitò, poi rispose, chiaramente seccato: — Che differenza fa, Dua? Il nostro Sole non può esplodere. Non fare domande sciocche!

— Mi hai detto tu di fare domande, Odeen!, e fa una grossa differenza, perché la Pompa Positronica funziona nei due sensi. Noi abbiamo bisogno della loro metà di pompa, come loro della nostra metà.

Odeen la fissò sbalordito — Questo io non te l’ho mai detto.

— Ma io lo sento.

Odeen disse: — Tu senti una gran quantità di cose, fin troppe. Dua…

Ma Dua si mise a urlare. Era fuori di sé. Tritt non l’aveva mai vista in quelle condizioni. Disse: — Non cambiare argomento, Odeen! E non tirarti indietro e non tentare di farmi passare per una stupida totale… un’Emotiva qualunque! L’hai detto tu che ragiono quasi come un Razionale, e io so di essere abbastanza Razionale da capire che la Pompa Positronica non funzionerebbe senza gli esseri-altri. Se la gente di quell’altro universo verrà distrutta, la Pompa Positronica si fermerà e il nostro Sole diventerà più freddo che mai e noi moriremo di fame. Non credi che questo sia importante?

Anche Odeen si mise a urlare, adesso: — Questo dimostra quello che sai tu! Noi abbiamo bisogno del loro aiuto perché l’energia che ci fornisce la Pompa è a bassa concentrazione e siamo costretti a trasferire materia di qua e di là. Ma se il Sole dell’altro universo esploderà, avremo un flusso gigantesco di energia. Un flusso enorme che durerà per un tempo uguale a un milione di vite. Ci sarà così tanta energia che potremo spillarla direttamente, senza scambi di materia nei due sensi. Perciò noi non abbiamo bisogno di loro, e non ha importanza che cosa gli succederà…

Erano così vicini che quasi si toccavano. Tritt ne fu inorridito. Avrebbe dovuto dire qualcosa, dividerli, parlargli per farli calmare. Ma non riusciva a pensare a niente da dire. Poi risultò che non era necessario.

Sulla soglia della caverna era comparso un Duro. No, ce n’erano tre. Avevano anche cercato di parlare ma nessuno li aveva sentiti.

Tritt strillò: — Odeen! Dua!

Poi tacque, tremando tutto. Aveva il pauroso presentimento di quello che i Duri erano venuti a fare, di quello che avrebbero detto. Decise che doveva andarsene.

Ma un Duro estese una delle sue opache appendici permanenti e disse: — Non andar via.

Il tono era aspro, per niente amichevole. E Tritt ebbe più paura che mai.


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Dua era furibonda. Era talmente piena di collera che, quasi, non percepiva i Duri. Le sembrava di soffocare per tutti gli elementi che componevano quella collera, ognuno dei quali la colmava fino all’orlo, separatamente: erano un senso d’ingiustizia per il fatto che Odeen aveva tentato di mentirle, un senso d’ingiustizia che la gente di un intero pianeta dovesse morire, un senso d’ingiustizia che le fosse tanto facile imparare, mentre non le era mai stato permesso di farlo.

Dopo quel giorno, quando si era immersa nella roccia, era tornata altre due volte nelle caverne dei Duri. Altre due volte, senza che nessuno si accorgesse di lei, si era nascosta completamente nella roccia, e ogni volta aveva percepito, sentito e imparato, così che, quando in seguito Odeen le aveva spiegato questo o quello, lei sapeva in anticipo che cosa le avrebbe spiegato.

Perché, allora, non insegnavano anche a lei come avevano insegnato a Odeen? Perché solo i Razionali dovevano sapere? Lei possedeva forse la capacità d’imparare solo perché era un’Emo-Sin, una mediana pervertita? E allora che le insegnassero, perversione e tutto. Era sbagliato e ingiusto lasciarla nell’ignoranza!

Alla fine le parole del Duro si fecero strada dentro di lei. C’era anche Losten, ma non era lui che parlava. Chi parlava era un Duro strano, quello proprio di fronte. Non lo conosceva, ma in effetti conosceva pochi Duri.

Il Duro aveva chiesto: — Chi di voi è stato di recente nelle caverne più profonde, nelle caverne dei Duri?

Dua la considerò una sfida. Avevano senz’altro scoperto il suo stropicciamento con la roccia, ma a lei non importava. Che lo dicessero pure a tutti! Lo avrebbe detto anche lei! Rispose: — Io ci sono stata. Molte volte.

— Da sola? — chiese ancora il Duro, calmo.

— Da sola. Molte volte — sbottò Dua. Erano state solo tre, le volte, ma non importava.

Odeen borbottò: — Anch’io, naturalmente, sono stato all’occasione nelle caverne “più profonde.

Il Duro parve ignorarlo. Si girò invece verso Tritt e chiese, secco: — E tu, destride?

Tritt tremò tutto. — Sì, Duro signore.

— Da solo?

— Sì, Duro signore.

— Quante volte?

— Una.

Dua era contrariata per quell’interrogatorio. Il povero Tritt si spaventava sempre tanto e per niente! Era lei la responsabile ed era pronta al confronto. — Lasciatelo stare — s’intromise. — Sono io quella che cercate.

Il Duro si rigirò lentamente verso di lei. — Per che cosa? — chiese.

— Per… per tutto quello che volete. — Messa di fronte alle proprie azioni, alla fin fine non se la sentiva di descrivere che cos’aveva fatto. Non davanti a Odeen per lo meno.

— Bene, ne parleremo dopo. Prima, il destride… Tritt, mi pare che ti chiami, vero? Perché sei andato da solo nelle caverne più profonde?

— Per parlare al Duro Estwald, Duro signore.

Al che Dua intervenne nuovamente: — Siete voi Estwald?

Il Duro rispose, secco: — No.

Odeen sembrò irritato, come se trovasse imbarazzante il fatto che Dua non riconoscesse quel Duro. Ma a lei la cosa non importava.

Il Duro chiese ancora a Tritt: — Che cos’hai portato via dalle caverne più profonde?

Tritt rimase zitto.

Il Duro insisté, senza agitarsi: — Sappiamo che hai preso qualcosa. Vogliamo sapere se sai che cos’era. Potrebbe essere molto pericoloso.

Tritt rimase ancora zitto, e Losten s’intromise, dicendo con più gentilezza: — Per favore, Tritt, dillo. Sappiamo che sei stato tu, e non vorremmo doverti costringere.

Allora Tritt borbottò: — Ho preso una palla di cibo.

— Ah. — Questo era il primo Duro. — E che cosa ne hai fatto?

Tritt esplose: — Era per Dua! Lei non voleva mangiare. Era per Dua!

Dua guizzò e si riaddensò per lo sbalordimento.

Il Duro si girò immediatamente verso di lei. — Tu ne sapevi niente?

— No!

— Nemmeno tu? — Questa era per Odeen.

Tanto immobile che pareva congelato, Odeen rispose: — No, Duro signore.

Per qualche istante l’aria fu impregnata dalle spiacevoli vibrazioni dei Duri che parlavano tra loro, ignorando la triade.

Sia che le sue sedute di stropicciamento con la roccia l’avessero resa più percettiva, sia che fosse la recente tempesta di emozioni ad acuire la sua sensibilità — lei non lo sapeva e non si sognava nemmeno di perdere tempo ad analizzare la faccenda — Dua riuscì ad afferrare zaffate, non di parole, ma di comprensione…

I Duri si erano accorti del furto qualche tempo prima. Con calma, avevano fatto le loro ricerche che, sia pure con riluttanza, li avevano condotti ai Morbidi come possibili colpevoli. Avevano continuato a indagare e alla fine erano giunti alla triade di Odeen, con riluttanza anche maggiore. (Perché? Questo Dua non lo percepì.) Tutto considerato, secondo loro Odeen non poteva avere commesso la stupidaggine di rubare e Dua non ne aveva affatto la propensione. A Tritt non avevano proprio pensato.

Poi il Duro che fino a quel momento non aveva detto una parola ai Morbidi si era ricordato di avere visto Tritt nelle caverne dei Duri. (Certo, pensò Dua, Era stato il giorno in cui lei era entrata nella roccia per la prima volta. Anche lei aveva sentito Tritt. E se lo era dimenticato.)

Era sembrata a tutti una cosa estremamente improbabile, ma alla fine, dato che nessun’altra soluzione era possibile e che il passare del tempo rendeva la situazione sempre più pericolosa, erano andati personalmente da loro. Avrebbero voluto potersi consultare con Estwald, ma questi non era reperibile fin da prima che i sospetti si appuntassero su Tritt.

Dua captò tutte queste notizie in un attimo, quindi si girò verso Tritt, sentendosi insieme piena di meraviglia e oltremodo offesa.

Con ansia, Losten stava vibrando che non era successo niente d’irreparabile, che Dua stava bene e che, in definitiva, ne era risultato un esperimento utile. Il Duro al quale Tritt aveva parlato era d’accordo, mentre l’altro, il primo, emanava ancora preoccupazione.

E intanto Dua rivolgeva la sua attenzione non solo a loro ma anche a Tritt.

Il primo Duro chiese: — Dov’è adesso la palla di cibo, Tritt?

Tritt gliela mostrò.

Era nascosta bene e i collegamenti con gli elettrodi erano rozzi ma efficienti.

Il Duro chiese ancora: — Hai fatto tutto da solo, Tritt?

— Sì, Duro signore.

— Come facevi a sapere come fare?

— Ho guardato bene com’era fatto nelle caverne dei Duri. E l’ho rifatto esattamente com’era là.

— Non sapevi che avresti potuto fare del male alla tua congiunta mediana?

— Non ho fatto del male… Io non volevo… Io… - Per un momento Tritt non fu capace di parlare. Riprese: — Non era per farle del male. Era per farla mangiare. L’ho messa in modo che finisse nel suo alimentatore e ho anche decorato l’alimentatore. Volevo che lei lo provasse, e lo ha fatto. Ha mangiato! Per la prima volta dopo tanto tempo ha mangiato bene. E ci siamo fusi. — S’interruppe, poi concluse, quasi gridando tanto grande era la sua agitazione: — E aveva anche abbastanza energia per dare inizio a una piccola Emotiva. Ha preso il seme da Odeen e lo ha passato a me. Mi sta crescendo dentro, adesso. Una piccola Emotiva sta crescendo dentro di me!

Dua era ammutolita. Barcollò, poi si precipitò verso la porta con movimenti tanto rapidi e convulsi che i Duri non fecero in tempo a scansarsi. Urtò l’appendice di quello che era davanti, l’attraversò passando in profondità, poi scappò via con un aspro lamento.

L’appendice ricadde, inerte, e l’espressione del Duro si contorse per il dolore. Odeen fece il gesto di aggirarlo per seguire Dua, ma il Duro disse, con una certa difficoltà: — Lasciala andare, per adesso. È già stato fatto sufficiente danno. Ce ne occuperemo noi.


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Odeen si ritrovò a vivere in un incubo. Dua se n’era andata. Poi se n’erano andati i Duri. Solo Tritt era ancora lì, silenzioso.

Come mai era successa una cosa simile?, pensò, torturato. Come aveva fatto Tritt a trovare da solo la strada per scendere nelle caverne dei Duri? Come aveva fatto a portare via una batteria di accumulatori caricati alla Pompa Positronica e costruiti appositamente per cedere le radiazioni in una forma molto più concentrata di quella della luce solare, e poi avere il coraggio di…

Lui, Odeen, non avrebbe avuto il coraggio di correre quel rischio. Dove l’aveva trovato, Tritt, il goffo e ignorante Tritt? Oppure era fuori del comune anche lui? Odeen, il Razionale geniale; Dua, l’Emotiva curiosa… e Tritt, il Paterno coraggioso?

Chiese: — Come sei riuscito a farlo, Tritt?

Tritt replicò, accalorato: — E cos’ho fatto? Le ho dato da mangiare. L’ho nutrita meglio di quanto lei si sia mai nutrita da sola. E così, finalmente, abbiamo iniziato una piccola Emotiva. Non avevamo aspettato abbastanza? Avremmo aspettato in eterno, se fosse stato per Dua!

— Ma non capisci, Tritt? Avresti potuto farla star male. Non era la solita luce del Sole. Era una fonte sperimentale di radiazioni, che avrebbero potuto essere troppo concentrate e quindi pericolose.

— Non capisco quello che dici, Odeen. Come poteva farle male? Io ho assaggiato quella specie di cibo che i Duri avevano fatto una volta. Aveva un gusto cattivo. Anche tu l’hai assaggiato, no? Era semplicemente disgustoso, ma non ha fatto male a nessuno dei due. Però era così cattivo che Dua non lo avrebbe neanche toccato. Poi sono capitato su quella palla di cibo. E aveva un gusto ottimo. Ne ho mangiato un po’. Delizioso. Quello che è delizioso non può far male. Hai visto, Dua l’ha mangiato. E le è piaciuto. Così la piccola Emotiva ha avuto inizio. In che cosa, secondo te, io avrei sbagliato?

Odeen rinunciò a farsi capire. Disse invece: — Dua si è molto arrabbiata.

— Le passerà.

— Ne dubito. Tritt, lei non è uguale alle solite Emotive. È per questo che è tanto difficile vivere insieme a lei, ma è anche tanto meraviglioso quando ci si riesce. Può darsi che adesso non voglia più fondersi con noi.

I contorni di Tritt erano solidissimi e con tutte le superfici piane. Dopo un po’ disse: — Be’, e allora?

— Come, e allora? E sei tu a dirlo! Vuoi smetterla con la fusione?

— No, ma se lei non vuole, non vuole. Io ho il mio terzo bambino e il resto non m’importa. So tutto dei Morbidi dei tempi andati. Loro avevano anche due triadi di bambini, qualche volta. Ma a me non importa. A me ne basta una.

— Ma, Tritt, non ci si fonde solo per dare inizio ai bambini!

— E per cos’altro? Una volta ho sentito che dicevi che dopo una fusione imparavi più in fretta. Be’, imparerai più adagio. A me non importa. Io ho il mio terzo bambino.

Odeen si allontanò, tremando tutto, e uscì dalla stanza fluttuando a scatti. A cosa serviva sgridare Tritt? Tritt non capiva. D’altra parte nemmeno lui era sicuro di avere capito.

Dopo che il terzo bambino fosse nato e fosse un po’ cresciuto, sarebbe certamente arrivato il momento di trapassare. E sarebbe stato lui, Odeen, a dover dare il segnale, lui a dover dire quando, lui a dover fare in modo che avvenisse senza paura. Altrimenti sarebbe stato il disonore per la triade, o peggio. Eppure, lui non se la sentiva di affrontare l’avvenimento senza più fondersi, persino adesso che tutti e tre i bambini erano stati generati.

La fusione avrebbe eliminato la paura, chissà come… Forse perché fondersi era molto simile a trapassare. C’era infatti un periodo di tempo in cui si perdeva conoscenza, e tuttavia non si soffriva. Era un po’ come non esistere più, e tuttavia lo si desiderava. Ecco, fondendosi abbastanza spesso avrebbe trovato il coraggio di trapassare senza paura e senza…

Oh, Sole e Stelle del cielo! Quello non era “trapassare”! Perché continuava a usare la perifrasi con tanta solennità? Lui conosceva l’altra parola, la parola che non veniva mai pronunciata tranne che, qualche volta, dai bambini che volevano scandalizzare gli adulti. Quello era morire. Dunque, lui doveva prepararsi a morire senza paura, e fare in modo che Dua e Tritt fossero pronti a morire insieme a lui.

E non sapeva come fare… Non senza fondersi…


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Tritt restò solo nella stanza, impaurito, oh, quanto impaurito!, ma ostinatamente deciso a rimanere fermo, saldo, impassibile. Aveva il suo terzo bambino. Lo sentiva dentro di sé.

Era quello che contava.

Era tutto quello che contava.

Eppure come mai, allora, in fondo in fondo dentro di lui, aveva la debole ma persistente sensazione che non fosse tutto quello che contava?


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Dua provava un senso di vergogna quasi insopportabile. Le occorse un tempo lunghissimo per combatterlo e per dominarlo a sufficienza da avere modo di pensare. Era corsa via, in fretta… in fretta… muovendosi alla cieca per allontanarsi dall’orrore presente nella caverna di famiglia e non preoccupandosi affatto di sapere dove stava andando e nemmeno dov’era.

Era notte, un’ora in cui nessun Morbido perbene, nemmeno la più frivola delle Emotive, sarebbe mai andato in superficie. E mancava ancora molto tempo al sorgere del Sole. Dua ne fu felice. Il Sole voleva dire cibo, e al momento lei odiava il cibo e ciò che le aveva fatto.

Faceva anche freddo, ma Dua ne era a malapena consapevole. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi del freddo, pensò, quando l’avevano rimpinzata affinché facesse il suo dovere?… rimpinzata nel corpo e nella mente! In fondo freddo e fame erano quasi i suoi migliori amici.

Lei capiva benissimo Tritt. Poverino! Era talmente facile da capire! Le sue azioni erano puro istinto: avrebbe dovuto essere lodato per averle eseguite con tanto coraggio. Era tornato dalle caverne dei Duri con la sua palla di cibo in modo talmente audace (e lei… lei lo aveva percepito e avrebbe sentito che cosa stava succedendo, se Tritt non fosse stato così paralizzato da quello che stava facendo da non osare nemmeno pensarlo, e se lei stessa non fosse stata così paralizzata da quello che stava facendo e dalle nuove, profonde sensazioni che provava, da non preoccuparsi di captare ciò che era veramente importante!).

Tritt era riuscito a tornare a casa senza che nessuno lo scoprisse e aveva sistemato la sua pietosa, stupida trappola, decorando l’alimentatore per allettarla. E anche lei era tornata a casa, eccitata di essere tanto rarefatta da essere riuscita a immergersi nella roccia, e colma di vergogna per la sua azione e di compassione per Tritt. A causa di quella vergogna e di quella compassione aveva mangiato e così aveva contribuito a dare inizio all’ultimo bambino.

Dopo di allora aveva mangiato altre volte, ma pochissimo, com’era sua abitudine, e mai all’alimentatore. Non ne aveva più sentito il bisogno e Tritt non l’aveva in nessun modo spinta a farlo. Le era sembrato soddisfatto (per forza!) e perciò niente aveva riacceso la sua vergogna. Con tutto questo Tritt non si era liberato della palla di cibo. Già, non si era arrischiato a riportarla al suo posto: dopo aver ottenuto quello che voleva, era meglio e più facile lasciare le cose come stavano e non pensarci più.

…Finché non l’avevano colto sul fatto.

Ma Odeen, l’intelligente Odeen, doveva aver intuito il piano di Tritt, doveva avere scoperto il nuovo collegamento con gli elettrodi e doveva aver compreso lo scopo di Tritt. Senza alcun dubbio a Tritt non aveva detto niente: la rivelazione avrebbe soltanto causato imbarazzo e timore al povero congiunto destride, mentre Odeen era sempre molto protettivo e affettuoso con lui.

E poi, naturalmente, non c’era bisogno che Odeen dicesse qualcosa: bastava soltanto che tappasse le falle dell’ingenuo piano di Tritt e lo facesse funzionare.

Ormai Dua non si faceva più illusioni: lei si sarebbe accorta del gusto diverso del cibo, del suo strano sapore, e avrebbe fatto caso all’altrettanto strano modo con cui la saziava senza darle alcuna sensazione di pienezza… se non fosse stato per Odeen che la teneva occupata con le sue chiacchiere.

Era stata tutta una cospirazione tra gli altri due, che Tritt ne facesse parte consapevolmente o no. Ma come aveva fatto a credere che Odeen potesse diventare all’improvviso un maestro attento e coscienzioso? Come aveva fatto a non capirne il motivo nascosto? La loro preoccupazione per lei era in realtà la loro preoccupazione per il completamento della nuova triade, il che era la chiara indicazione di quanto poco i suoi due congiunti si curassero di lei.

D’accordo…

Sostò abbastanza a lungo in superficie da rendersi conto di quanto fosse stanca. Allora s’insinuò in una crepa della roccia che l’avrebbe riparata dal lieve vento gelido della notte. Nel suo campo visivo c’erano due delle sette stelle, e lei le osservò distrattamente, solo per tenere occupati i sensi esterni in cose di poco conto mentre si concentrava al massimo nei pensieri interiori.

Era profondamente delusa.

— Tradita — mormorò tra sé. — Sono stata tradita!

Era mai possibile che quei due non vedessero nient’altro che loro stessi? Che Tritt fosse disposto ad accettare che tutto venisse distrutto, purché gli assicurassero l’esistenza dei suoi bambini, era comprensibile. Ma Odeen?

Odeen ragionava. Il che voleva forse dire che al solo scopo di esercitare il suo raziocinio avebbe sacrificato tutto il resto? Bastava che una cosa fosse un prodotto della ragione per giustificarne l’esistenza… a ogni costo? Poiché Estwald l’aveva ideata, la Pompa Positronica doveva obbligatoriamente essere fatta funzionare, in modo che tutto il mondo, e Duri e Morbidi insieme, fossero in sua balia, e in balia della gente dell’altro universo? E se quell’altra gente l’avesse fermata e il mondo fosse rimasto senza la Pompa Positronica e con un Sole più freddo, molto più freddo?…

No, quell’altra gente non l’avrebbe fermata. No, quell’altra gente era stata convinta a farla partire e sarebbe stata convinta a tenerla in funzione fino a quando non sarebbe stata tutta distratta… perché allora, quella gente, non sarebbe più stata necessaria ai Razionali o ai Duri o ai Morbidi… così come lei, Dua, avrebbe dovuto trapassare (essere distrutta cioè) adesso che ormai non era più necessaria.

Lei e quell’altra gente, tutt’e due tradite.

Quasi senza accorgersene, stava rannicchiandosi sempre più profondamente nella roccia. Vi si seppellì del tutto, lontano dalla vista delle stelle, lontano dalla carezza del vento, inconsapevole del mondo che la circondava. Era, ormai, puro pensiero.

Quello che odiava di più era Estwald. Lui era la personificazione di tutto ciò che era egoista e rigido e duro. Era lui che aveva inventato la Pompa Positronica e avrebbe distratto un intero mondo di forse molte decine di migliaia di esseri, senza neanche averne coscienza. Era sempre così appartato che non si faceva mai vedere e così potente che persino gli altri Duri parevano avere paura di lui.

Be’, lei lo avrebbe combattuto. Lei lo avrebbe fermato.

La gente dell’altro universo era stata aiutata a impiantare la Pompa Positronica per mezzo di comunicazioni di qualche tipo. Gliene aveva parlato Odeen, sì… Dov’erano tenute quelle comunicazioni? A cosa somigliavano? Avrebbero potuto essere usate ancora per comunicare?

Era sorprendente come riuscisse a pensare chiaramente! Sorprendente? Addirittura eccezionale! E provava anche un enorme piacere al pensiero di adoperare la ragione per sconfiggere quei crudeli ragionatori!

Non sarebbero stati in grado di fermarla, perché lei sarebbe andata dove nessun Duro poteva andare, dove non poteva andare nemmeno un Razionale o un Paterno… e dove nessun’altra Emotiva voleva andare.

Forse prima o poi l’avrebbero presa, ma in quel momento non le importava. Era pronta a lottare per fare a modo suo, per ottenere quello che voleva… a qualunque costo, qualunque. Anche se significava che avrebbe dovuto attraversare la roccia, vivere nella roccia, restare ai margini delle caverne dei Duri, rubare il cibo immagazzinato nelle loro batterie di accumulatori di energia, quando avesse dovuto farlo, e unirsi al gregge delle altre Emotive e assorbire la luce del Sole, quando avesse potuto.

Alla fine, però, avrebbe dato a tutti una bella lezione. Dopo di che… che facessero quello che volevano! Lei sarebbe stata persino pronta a trapassare, allora… ma solo allora.


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Odeen era presente quando nacque la piccola Emotiva, perfetta in ogni sua parte, ma non fu capace di entusiasmarsene. Persino Tritt, che se ne prendeva cura con totale dedizione, da bravo Paterno, sembrava meno estasiato del normale.

Era trascorso molto tempo ed era come se Dua fosse svanita nell’aria. Non era trapassata — un Morbido non può trapassare a meno che non lo faccia l’intera triade — ma non era nemmeno più con loro. Era proprio come se fosse trapassata, pur senza trapassare.

Odeen l’aveva vista una volta, solo una volta, non molto tempo dopo la sua selvaggia fuga alla notizia di aver dato inizio al terzo bambino.

Era in superficie, quel giorno, e stava andando in giro spinto dalla vaga, sciocca idea di poterla trovare, quando era passato vicino a un gruppo di Emotive. Si erano messe a ridacchiare, perché un Razionale che si aggirava intorno a un gruppo di Emotive era una cosa rara, e si erano assottigliate e rarefatte in una provocazione di massa, e non perché in tutta quella massa di scioccherelle vi fosse un solo pensiero logico, ma semplicemente per reclamizzare il fatto che erano Emotive.

Aveva provato per loro soltanto disprezzo, e nessun brivido di risposta gli era corso per le lisce curve. Al contrario, aveva pensato a Dua e a come fosse diversa da tutte quelle sciocche! Dua non si assottigliava mai se non per un proprio bisogno interiore. Non aveva mai tentato di attrarre nessuno, e per questo motivo era ancor più attraente. Quand’anche si fosse rassegnata a unirsi a quella frotta di teste vuote, sarebbe stata facilmente riconoscibile (lui ne era sicuro), perché sarebbe stata l’unica a non assottigliarsi, anzi, probabilmente si sarebbe ispessita proprio perché le altre si assottigliavano.

E, mentre pensava, aveva rapidamente controllato le Emotive stese al Sole e si era accorto che una non si era affatto mossa.

Si era affrettato ad andarle vicino, dimentico di tutte le altre Emotive che incrociava, incurante dei loro strilli mentre si scostavano fluttuando dal suo cammino e delle loro voci concitate mentre tentavano di non scontrarsi e unirsi l’una all’altra… per lo meno non all’aperto e in presenza di un Razionale.

Era proprio Dua, e non aveva nemmeno fatto il gesto di allontanarsi. Era rimasta immobile e in silenzio.

— Dua — le aveva detto, con umiltà, — non vieni a casa?

— Io non ho nessuna casa, Odeen — aveva risposto lei. Così, senza astio, senza odio… ed era stato ancor più tremendo.

— Non puoi avercela con Tritt per quello che ha fatto, Dua. Lo sai che il povero Tritt non ragiona.

— Ma tu ragioni, Odeen. E tu hai tenuto occupata la mia mente a pensare, mentre lui sistemava le cose in modo da dar da mangiare al mio corpo, non è così? La tua ragione ti diceva che sarei caduta in trappola più facilmente con te che con lui.

— Dua, no!

— No che cosa? Non hai forse fatto quella gran commedia d’insegnarmi, d’istruirmi?

— L’ho fatto, ma non era una commedia, era vero. E non era perché Tritt facesse quello che ha fatto. Io non sapevo che cos’avesse fatto Tritt.

— Non ti credo. — Fluttuando, Dua si era mossa lentamente. Odeen l’aveva seguita. Ed erano rimasti soli, con il Sole rosso che li illuminava dall’alto.

Dua si era girata verso di lui. — Mi permetti di farti una domanda, Odeen? Perché hai voluto insegnarmi?

Le aveva risposto: — Perché lo volevo. Perché a me piace molto insegnare e perché io preferisco insegnare che fare qualunque altra cosa… tranne imparare.

— E fonderti, naturalmente… Non badarci — aveva aggiunto subito lei, per evitare che lui la interrompesse. — Non stare a dire che parlavi di ragione e non di istinto. Senti, se parli seriamente e se davvero ti piace insegnare e se io posso davvero crederti, allora forse potrai capire quello che adesso ti dirò. Ho imparato moltissime cose da quando ti ho lasciato, Odeen. Non importa come, adesso. Le ho imparate e non sono più un’Emotiva, tranne che fisiologicamente. Dentro di me, dov’è quello che più conta, io sono tutta Razionale, tranne che spero di avere più comprensione per gli altri di quanta ne hanno i Razionali. E una delle cose che ho imparato, Odeen, è che cosa siamo noi in realtà. Tu, io e Tritt e tutte le altre triadi di questo pianeta… quello che siamo realmente e siamo sempre stati.

— Che cosa? — aveva chiesto. Era pronto ad ascoltarla per tutto il tempo che fosse stato necessario, e in silenzio, se solo lei fosse tornata a casa insieme a lui dopo aver detto quello che aveva da dire. Avrebbe eseguito qualunque penitenza, fatto qualunque cosa. Bastava che lei tornasse… Eppure, in un angolo triste e oscuro dentro di sé, sapeva anche che lei avrebbe dovuto tornare di sua volontà.

— Che cosa siamo? Niente, in realtà, Odeen — aveva risposto lei, in tono leggero, quasi ridendo. — Non è strano? I Duri sono l’unica specie vivente sulla faccia del pianeta. Non te l’hanno insegnato questo? Esiste una sola specie di esseri perché tu e io, i Morbidi cioè, non siamo vivi, in realtà. Noi siamo macchine, Odeen. Dobbiamo esserlo, perché solo i Duri sono vivi. Non te l’hanno insegnato questo, Odeen?

— Dua, questa è un’assurdità! — aveva esclamato lui, sconcertato.

La voce di Dua era diventata aspra. — Macchine, Odeen! Costruite dai Duri! Distrutte dai Duri! Loro sono vivi. Solo loro, i Duri. Non ne parlano molto. Non ne hanno bisogno, perché tutti loro lo sanno. Ma io ho imparato a pensare, Odeen, e l’ho ricavato dai pochi indizi che avevo. I Duri hanno una vita terribilmente lunga, ma alla fine muoiono. E non hanno più nascite, perché il Sole fornisce ormai troppo poca energia. E, dato che muoiono raramente ma non hanno più nascite, il loro numero cala molto, molto lentamente. E non hanno giovani che gli forniscano sangue nuovo e nuovi pensieri, perciò i vecchi Duri dalla vita lunghissima si annoiano tremendamente. E allora che cosa pensi che facciano, Odeen?

— Che cosa fanno? — Quello che Dua diceva era affascinante. Affascinante in modo repellente.

— Fabbricano bambini meccanici ai quali insegnare. L’hai detto tu, Odeen. Preferisci insegnare che fare qualunque altra cosa, tranne imparare… e fonderti, naturalmente. I Razionali sono fatti a immagine mentale dei Duri, e i Duri non si fondono, e imparare è molto difficile, per loro, perché sanno già tantissime cose. Non gli resta altro divertimento che l’insegnare. Perciò hanno creato i Razionali al solo scopo d’insegnargli. Le Emotive e i Paterni sono stati creati perché erano necessari per perpetuare automaticamente il meccanismo che fabbrica i nuovi Razionali. E i Duri hanno costantemente bisogno di nuovi Razionali, perché quelli vecchi non servono più dopo che hanno imparato tutto quello che possono imparare. Infatti, quando i vecchi Razionali hanno assorbito tutto quello che possono, vengono distrutti, ma in precedenza gli hanno insegnato a chiamare il procedimento di distruzione “trapasso”, per non ferire i loro sentimenti. E naturalmente Emotive e Paterni trapassano insieme a loro. È logico! Dopo che hanno aiutato a formare una nuova triade non servono più a niente!

— Ma queste tue idee sono tutte sbagliate, Dua! — era riuscito a dire Odeen, con fatica. Non aveva argomentazioni da contrapporre a quella teoria da incubo, ma sapeva con una certezza indiscutibile che Dua aveva torto. (Eppure, dentro di lui, una punta di dubbio non gli diceva forse che quella certezza avrebbe potuto essergli stata instillata, tanto per cominciare?… No, certamente no, perché allora anche in Dua, sicuramente, sarebbe stata instillata la certezza di avere torto… Oppure, dato che lei era un’Emotiva fuori del comune, magari era un’Emotiva imperfetta, priva di quelle adeguate nozioni preventivamente instillate e mancante anche… Ah, cos’andava mai a pensare! Era pazzo quanto lei!)

Dua stava dicendo: — Mi sembri sconvolto, Odeen. Sei proprio sicuro che io mi sbagli? Ovviamente, adesso loro hanno la Pompa Positronica e quindi tutta l’energia di cui hanno bisogno, oppure l’avranno tra poco. E presto saranno in grado di dare inizio a nuovi piccoli Duri. Forse ne sono già in grado. E così non avranno più bisogno delle macchine che sono i Morbidi, e noi verremo tutti distrutti… scusa, volevo dire: noi trapasseremo tutti.

— No, Dua — aveva detto lui, coraggiosamente e con forza, tanto per se stesso che per lei. — Io non so da dove tu abbia ricavato queste idee, ma i Duri non sono come dici tu. Noi non veniamo distrutti.

— Non mentire a te stesso, Odeen! I Duri sono proprio così. Sono pronti a distruggere un intero mondo di esseri-altri per il loro personale vantaggio, o addirittura un intero universo! Credi che si tratterranno dal distruggere pochi Morbidi, se non gli faranno più comodo?… Ma hanno commesso un errore. Qualcosa è andato storto nelle loro macchine e la mente di un Razionale è finita nel corpo di un’Emotiva. Io sono un’Emo-Sin, lo sai? Mi chiamavano così quando ero piccola, e dicevano giusto. Io ragiono come un Razionale e sento come un’Emotiva. E, grazie a questa combinazione, combatterò ì Duri.

Odeen si era sentito la mente in subbuglio. Dua era impazzita di sicuro, ma lui non aveva il coraggio di dirglielo. Anzi, doveva blandirla per riportarla a casa. Le aveva detto, con sincera convinzione: — Dua, quando trapassiamo noi non veniamo distrutti.

— No? Cosa ci succede allora?

— Io… io non lo so. Penso che entriamo in un altro mondo, un mondo migliore e più felice, e diventiamo… diventiamo come… be’, molto migliori di quello che siamo.

Dua aveva riso. — Dove hai sentito una storia del genere? Te l’hanno raccontata i Duri?

— No, Dua. Sono sicuro che dev’essere così, l’ho ricavato dal mio ragionamento. Ho pensato molto anche a questo dopo che tu te ne sei andata.

Dua aveva ribattuto: — Allora pensa di meno, così sarai meno stupido! Povero Odeen! Ciao, ciao! — Ed era fluttuata via un’altra volta, rarefatta, evanescente. Pareva stanchissima.

Odeen aveva gridato: — Aspetta, Dua! Non vuoi essere presente quando arriverà la tua nuova piccola mediana?

Lei non aveva risposto.

Lui aveva gridato ancora: — Quando tornerai a casa?

Lei non aveva risposto.

E lui non l’aveva seguita più, ma era rimasto a guardarla, disperato e infelice, mentre rimpiccioliva in lontananza.

Non aveva raccontato a Tritt di avere visto Dua. A cosa sarebbe servito? E dopo quella volta non l’aveva rivista più, anche se aveva continuato a frequentare i posti di ritrovo al sole preferiti delle Emotive della zona. Lo faceva ormai tanto spesso che di tanto in tanto qualche Paterno emergeva in superficie per osservarlo con sospetto. (Tritt era mentalmente un gigante a paragone di tutti gli altri Paterni!)

L’assenza di Dua divenne sempre più dolorosa da sopportare, con il trascorrere dei giorni. E, con il trascorrere dei giorni, Odeen si rese conto che, insieme al dolore, stava crescendo in lui una grande paura per quell’assenza. Ma perché?

Un giorno, tornando alla caverna di famiglia, trovò Losten che lo aspettava. Il Duro, serio e cortese, stava osservando Tritt che gli mostrava la nuova bambina, sforzandosi d’impedire a quel batuffolo di nebbia di toccare l’ospite.

Losten disse: — È una vera bellezza, Tritt. Si chiama Derala, vero?

— Derola — lo corresse Tritt. — Non so quando Odeen sarà di ritorno. Di questi tempi va sempre molto in giro e…

— Sono tornato, Losten — si affrettò a intervenire Odeen. — Tritt, per favore, porta via la bambina. Questo è un mio amico.

Tritt ubbidì e Losten si girò verso Odeen con evidente sollievo, dicendo: — Devi essere contento di aver completato la triade.

Odeen tentò di rispondere con una frase di circostanza, ma non ci riuscì e rimase silenzioso e impacciato. Negli ultimi tempi tra lui e i Duri era sorto un certo cameratismo, quasi un senso di uguaglianza, che gli aveva permesso di parlare con loro su un piano di parità. Poi la pazzia di Dua aveva rovinato tutto. Pur sapendo che lei si sbagliava, ogni volta che aveva visto Losten si era comportato rigidamente, così come faceva in quei lontanissimi giorni in cui si riteneva di gran lunga inferiore a loro, inferiore come… una macchina?

Losten parlò di nuovo e chiese: — Hai visto Dua?

Questa era una vera domanda, non una frase di cortesia, si accorse Odeen.

Rispose: — Una volta sola, Du… — (Per poco non disse “Duro signore”, come se fosse ancora un bambino o un Paterno.) — Una volta sola, Losten. Non ha voluto tornare a casa.

— Deve tornare a casa — dichiarò Losten, pacato.

— Non so come riuscirci.

Losten lo guardava con espressione molto seria. — Sai almeno che cosa sta facendo?

Odeen non osava alzare gli occhi. (Che Losten avesse scoperto qualcosa delle folli teorie di Dua? Cos’avrebbe fatto in proposito?) Si limitò a un cenno di diniego, senza parlare.

Losten disse: — È un’Emotiva molto fuori del comune, Odeen. Questo lo sai, vero?

— Sì — sospirò lui.

— E lo stesso sei tu, a modo tuo, e anche Tritt, a modo suo. Dubito molto che esista un solo Paterno al mondo che abbia il coraggio o lo spirito d’iniziativa di rubare una batteria di energia, oppure l’ingenuità perversa di farne quello che lui ne ha fatto. Voi tre formate la triade più fuori del comune di cui si abbia notizia.

— Grazie.

— Ma questa stessa triade possiede dei lati inquietanti, che non avevamo previsto. Per esempio, noi volevamo che tu insegnassi a Dua nel modo più dolce e più esatto possibile, per blandirla e convincerla a compiere le sue funzioni volontariamente. Non avevamo previsto la stravagante e generosa azione di Tritt proprio in quel momento. E nemmeno, per dirti tutta la verità, l’esagerata reazione di Dua al fatto che il pianeta dell’altro universo dev’essere distrutto.

— Avrei dovuto stare più attento nel rispondere alle sue domande — disse Odeen, infelice.

— Non sarebbe servito. Stava già scoprendo tutto da sola. Non avevamo previsto nemmeno questo, sai? Odeen, mi dispiace, ma devo dirti una cosa… Dua è diventata un pericolo, un pericolo mortale. Sta tentando di fermare la Pompa Positronica.

— Ma come può riuscirci? Non può arrivare dov’è la Pompa e, anche se potesse, manca delle conoscenze necessarie.

— Ah, ma lei può arrivare alla Pompa. — Losten esitò un attimo, poi continuò: — Resta immersa nella roccia, dove sa di essere al sicuro da noi.

Ci volle qualche istante prima che Odeen afferrasse il significato di quelle parole. Disse: — Impossibile! Nessuna Emotiva adulta farebbe… Dua non farebbe mai…

— Lo fa. Lo vuole fare e lo fa. Non perdiamo tempo a discuterne. Dua può penetrare nelle caverne e arrivare dove vuole. Non le si può nascondere niente. Ha studiato le comunicazioni che abbiamo ricevuto dall’altro universo. Non ne abbiamo una prova evidente, ma non c’è altro modo per spiegare quello che sta succedendo.

— Oh… oh… — Odeen barcollò, avanti e indietro, mentre la sua superficie diventava opaca per la vergogna e il dolore. — Estwald lo sa?

Losten rispose, cupo: — Non ancora, ma un giorno lo saprà.

— Ma che cosa vuole farne Dua, di quelle comunicazioni?

— Se ne serve per trovare il sistema di mandare lei un messaggio nell’altra direzione.

— Ma lei non sa tradurre né trasmettere!

— Sta imparando come fare tutt’e due le cose. Ne sa più lei, di quelle comunicazioni, che lo stesso Estwald. È un fenomeno terrificante, un’Emotiva che ragiona e che è fuori controllo.

Odeen rabbrividì. Fuori controllo? Era un’espressione che si usava per le macchine! Disse: — La situazione non può essere tanto brutta.

— È brutta. Dua è già riuscita a comunicare, e io temo che consigli agli esseri viventi dell’altro universo di fermare la loro metà della Pompa Positronica. E se quelli lo faranno prima che il loro Sole esploda, noi saremo finiti.

— Ma allora…

— Dua dev’essere fermata, Odeen.

— Ma… ma come? Avete intenzione di far brillare?… — La voce gli mancò. Sapeva vagamente che i Duri possedevano strumenti per scavare la roccia del pianeta e ricavarne le caverne, ma erano strumenti che usavano raramente da quando, intere epoche prima, la popolazione aveva cominciato a diminuire. Avrebbero localizzato Dua all’interno della roccia e avrebbero fatto brillare tutt’e due?

— No — disse Losten, con forza. — Noi non possiamo far del male a Dua.

— Estwald potrebbe…

— Nemmeno Estwald può farle del male.

— Allora cosa si può fare?

— Devi pensarci tu, Odeen. Solo tu puoi fare qualcosa. Noi non possiamo reagire, perciò dipendiamo da te.

— Da me? Ma cosa posso fare io?

— Pensaci sopra — disse Losten, in tono pressante. — Pensaci sopra.

— Pensare sopra a cosa?

— Non posso dirti niente più di questo — rispose Losten, con angoscia. — Pensa! Resta ormai pochissimo tempo.

Poi si girò e se ne andò, muovendosi molto in fretta per un Duro, come se non si fidasse a rimanere, oppure come se avesse detto troppo.

E Odeen non poté fare altro che guardarlo allontanarsi, smarrito, confuso… sperduto.


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Tritt aveva un mucchio di cose da fare. I bambini richiedevano una quantità di attenzioni, ma anche due piccoli sinistridi e due piccoli destridi messi insieme non ne richiedevano tante come una sola neonata mediana… specialmente se era una mediana perfetta come Derola. Bisognava farle fare esercizio e poi tenerla calma, impedirle di finire dentro a tutto quello che toccava, distrarla e coccolarla per convincerla a condensarsi e a riposare.

Trascorse parecchio tempo prima che rivedesse Odeen e, a essere sinceri, non gliene importò molto. Derola lo teneva costantemente occupato. Ma un giorno per caso lo vide: Odeen era in un angolo della sua stessa camera, tutto iridescente come quando pensava molto.

Ricordando, d’un tratto, gli ultimi avvenimenti, gli disse: — Magari Losten era arrabbiato per Dua?

Odeen tornò in sé con un sussulto. — Losten?… Sì, era arrabbiato. Dua sta facendo un gran danno.

— Dovrebbe tornare a casa, no?

Odeen lo guardò fisso. — Tritt — disse poi — noi due convinceremo Dua a tornare a casa. Prima dobbiamo trovarla, però. Tu puoi trovarla. Quando in casa c’è un nuovo bambino, la tua sensibilità di Paterno è più intensa. Puoi usarla per cercare Dua.

— No — disse Tritt, scioccato. — Dev’essere usata per Derola. Sarebbe sbagliato usarla per Dua. E poi, se insiste a star via per tanto tempo, mentre la sua bambina mediana ha tanto bisogno di lei… e anche lei è stata una piccola mediana, una volta, forse sarà meglio che impariamo a fare senza di lei.

— Ma, Tritt, non vuoi più fonderti?

— Be’, adesso la triade è completa.

— La fusione non serve solo a quello.

Tritt protestò: — Ma dove dovremo andare per cercarla? Derola ha bisogno di me. È ancora piccolissima. Io non voglio lasciarla sola.

— I Duri faranno in modo che Derola abbia tutte le cure possibili. Tu e io andremo nelle caverne dei Duri a cercare Dua.

Tritt rifletté sulla faccenda. Di Dua a lui non importava niente. Quasi quasi non gli importava niente neanche di Odeen. Per il momento gli importava solo di Derola. Replicò: — Un giorno. Un giorno, quando Derola sarà più grande. Per adesso non posso.

— Tritt, noi due dobbiamo trovare Dua — insisté Odeen, pressante. — Altrimenti… altrimenti ci porteranno via i bambini.

— Chi ce li porterà via?

— I Duri.

Tritt rimase in silenzio. Non sapeva cosa dire. Non aveva mai sentito parlare di una cosa simile. Non gli riusciva nemmeno di pensarla, una cosa simile!

Odeen riprese: — Tritt, noi dobbiamo trapassare. Conosco il perché, adesso. Ci ho pensato sopra da quando Losten… ma questo non importa. E anche tu e Dua dovete trapassare. Adesso che io so il perché, tu sentirai che devi farlo e spero… cioè penso che anche Dua lo sentirà. E dobbiamo trapassare presto, perché Dua sta distruggendo il mondo.

Tritt indietreggiava, spaventato. — Non guardarmi così, Odeen… Tu mi fai… tu mi fai…

— Non ti faccio niente, Tritt — disse Odeen, malinconico. — È solo che adesso io so, e tu devi… Ma prima dobbiamo trovare Dua.

— No, no… — Era una vera agonia, per Tritt, tentare di resistere. C’era qualcosa di nuovo e di tremendo in Odeen, e lui sentiva che la vita si stava inesorabilmente avvicinando alla fine. Non ci sarebbe stato più nessun Tritt, e nessuna piccola, piccolissima mediana. Gli altri Paterni potevano tenersi la loro piccola mediana per tanto, tantissimo tempo. Tritt, invece, l’avrebbe persa quasi subito.

Non era giusto. Oh, no, non era giusto!

Tritt ansimò: — È colpa di Dua. Falla trapassare per prima.

Con una calma mortale Odeen ribatté: — È impossibile. Bisogna trapassare tutti e tre insieme…

E Tritt sapeva che era così… era così… era così.


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Dua si sentiva rarefatta e fredda, e sottile sottile. I suoi tentativi di riposarsi all’aperto e di assorbire la luce del Sole erano cessati dopo quella volta che Odeen l’aveva trovata. Si nutriva alle batterie dei Duri quando poteva e non regolarmente: non osava restare troppo a lungo fuori dal sicuro nascondiglio della roccia, perciò mangiava a rapidi bocconi e mai a sufficienza.

Sentiva di continuo i morsi della fame, tanto più forti da quando rimanere fusa nella roccia pareva stancarla. Era una specie di punizione, pensava, per tutto il tempo che aveva passato in superficie solo al tramonto, mangiando così poco.

Se non fosse stato per il lavoro che stava facendo, non sarebbe riuscita a sopportare quella stanchezza e quella fame. A volte sperava addirittura che i Duri la distruggessero… ma solo dopo che avesse finito quello che intendeva fare.

I Duri non potevano farle niente finché lei rimaneva dentro la roccia. Qualche volta li captava vicinissimi a dov’era lei, in uno spazio aperto. Avevano tutti paura. In principio aveva pensato che avessero paura per lei, ma era impossibile. Perché dovevano avere paura per lei, paura che lei trapassasse per totale mancanza di nutrimento, per totale esaurimento? No, dovevano avere paura di lei: avevano paura di una macchina che non funzionava come loro avevano progettato che funzionasse, erano sbigottiti per un prodigio così grande, atterriti perché impotenti nei suoi confronti.

Stava molto attenta a evitarli. Sapeva sempre dove si trovavano, perciò non potevano né prenderla né fermarla. Loro non erano in grado di controllare tutti i vari posti in continuazione, e a volte aveva pensato di non tener nemmeno conto della pochissima percezione che possedevano.

Usciva dalla roccia vorticando e andava a studiare le copie registrate delle comunicazioni che i Duri avevano ricevuto dall’altro universo. Loro non sapevano cosa lei cercasse di fare, ma, anche se le avessero nascoste, lei le avrebbe ritrovate ovunque. E se le avessero distrutte, be’, non importava più. Ormai lei le ricordava benissimo.

Al principio non le aveva capite, ma poi, a causa della sua lunga permanenza nelle rocce, tutti i suoi sensi si erano affinati, tanto che le pareva di capire senza nemmeno pensare. Cioè, sebbene non conoscesse il loro significato, i simboli le ispiravano determinate sensazioni, li sentiva.

Aveva scelto i segni che percepiva esatti e li aveva sistemati dove sarebbero stati trasmessi nell’altro universo. I segni erano: P-A-U-B-A. Non aveva idea di cosa volessero dire in realtà, ma la loro forma le dava un senso di paura e così aveva fatto del suo meglio per imprimere quel senso di paura sugli stessi segni. Forse gli esseri-altri, studiandoli, avrebbero provato paura anche loro.

Quando erano cominciate a giungere le risposte, Dua aveva percepito in esse molta eccitazione. Non riusciva sempre a riceverle lei. Talvolta erano i Duri a trovarle per primi e ormai, certamente, avevano capito cosa lei stesse facendo. Eppure loro non sapevano leggere i messaggi, non potevano nemmeno percepire le emozioni di chi li aveva mandati e che le giungevano insieme ai segni.

Perciò non si preoccupava più dei Duri. Nessuno l’avrebbe fermata, finché lei non avesse finito… qualunque cosa i Duri scoprissero di lei non importava più.

Adesso aspettava l’arrivo di un messaggio che avesse trasportato l’emozione che lei desiderava. E finalmente arrivò: P-O-M-P-A M-A-L-E.

Ecco, in esso c’erano la paura e l’odio che lei voleva. Lo rimandò indietro ampliandolo, aggiungendovi più paura, più odio. Ora la gente dell’altro universo avrebbe capito. Ora avrebbero fermato la Pompa. I Duri avrebbero dovuto trovare qualche altro sistema, qualche altra fonte di energia, poiché non l’avebbero più ottenuta a prezzo della morte di tutte le migliaia di esseri viventi di quell’altro universo.

Si accorse di rimanere a riposare troppo a lungo all’interno della roccia, di cadere in una specie di torpore. Aveva un disperato desiderio di cibo, e attese di poter strisciare fuori, fino a una batteria. Ma ancor più disperatamente del nutrimento contenuto in una batteria, desiderava che tutta la batteria di accumulatori si spegnesse. Desiderava poterne assorbire l’energia fino all’ultima scintilla, sapendo che dall’altro universo non ne sarebbe più giunta e che il suo compito era terminato.

Alla fine emerse dalla roccia e ne rimase fuori a lungo, sconsideratamente, succhiando e succhiando a una delle batterie. Voleva vederne il fondo, vuotarla, essere sicura che non entrasse più energia… ma la fonte era inesauribile, inesauribile, inesauribile…

Dua vibrò e si allontanò dalla batteria con disgusto. Così, la Pompa Positronica funzionava ancora. Che i suoi messaggi non avessero convinto gli esseri viventi dell’altro universo a fermare la loro Pompa? Oppure non li avevano ricevuti? O non ne avevano capito il significato?

Doveva ritentare. Doveva renderglielo chiaro, chiarissimo. Gli avrebbe mandato tutte le combinazioni di segni che le sembravano dare una sensazione di pericolo, tutte le combinazioni che trasportassero la preghiera di fermare la Pompa.

Con disperazione si mise a incidere i simboli nel metallo, fondendolo con tutta l’energia che possedeva. Per farlo attinse senza nessuna limitazione all’energia che aveva appena assorbito dalla batteria, finché non l’ebbe spesa tutta e si sentì più esausta che mai: POMPA NON FERMA NON FERMA NOI NON FERMA POMPA NOI NON SENTE PERICOLO NON SENTE NON SENTE VOI FERMA FAVORE FERMA VOI FERMA COSÌ NOI FERMA FAVORE VOI FERMA PERICOLO PERICOLO PERICOLO FERMA FERMA VOI FERMA POMPA.

Era tutto quello che poteva fare. Dentro di lei non restava altro che un dolore continuo, tormentoso. Sistemò il messaggio nel posto in cui poteva essere trasmesso, ma non attese che fossero i Duri a trasmetterlo involontariamente come al solito: attraverso una nebbia di agonia manovrò i comandi, così come aveva visto fare ai Duri, raccogliendo gli ultimi sprazzi di energia che possedeva.

Il messaggio sparì e così fece la caverna, in uno scintillio violetto di vertigine. Lei stava… trapassando… di totale… esaurimento.

Odeen… Tri…


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Odeen era già in arrivo, fluttuando più veloce di quanto avesse mai fluttuato prima d’allora. Dapprima aveva seguito la direzione indicata dal senso percettivo di Tritt, acuito a causa della nuova bambina, ma ormai era abbastanza vicino da captare e localizzare Dua soltanto coi i suoi sensi più ottusi. Sentiva da sé che la coscienza di Dua tremolava e andava spegnendosi, e corse ancora più in fretta, mentre Tritt faceva del suo meglio per arrancargli dietro, ansimando e incitando: — Più svelto… più svelto…

Odeen la trovò in uno stato di collasso totale, viva a malapena, e così piccola che pareva un’Emotiva bambina.

— Tritt — ordinò, brusco — porta qui quella batteria. No, no… non toccare lei. È troppo rarefatta per poterla trasportare. Fa’ presto. Se affonda nel pavimento…

Nel frattempo, anche i Duri cominciarono ad arrivare e a raccogliersi intorno a loro. Erano in ritardo, naturalmente, a causa della loro incapacità di percepire a distanza le altre forme di vita. Se fosse dipeso da loro, sarebbe stato troppo tardi per salvare Dua. Non sarebbe trapassata, sarebbe stata davvero distrutta e… e insieme a lei sarebbe andato distrutto molto più di quello che lei sapeva.

Adesso, invece, stava lentamente riacquistando vita e vigore dalla batteria di energia, con tutti i Duri fermi e silenziosi intorno.

Odeen si raddrizzò, ed era un nuovo Odeen, che sapeva esattamente che cosa stava succedendo. Fece un gesto imperioso, ordinando loro di allontanarsi, ed essi se ne andarono. In silenzio. Senza una protesta.

Dua si agitò un poco.

Tritt chiese: — Adesso sta bene, Odeen?

— Zitto, Tritt — disse Odeen. — Dua?

— Odeen? — Dua si mosse ancora e sussurrò: — Credevo di essere trapassata.

— Non ancora, Dua. Non ancora. Prima devi mangiare e riposare.

— È qui anche Tritt?

— Sono qui, Dua — intervenne Tritt.

— Non tentate di riportarmi indietro — bisbigliò Dua. — È tutto finito. Ho fatto quello che volevo fare. La Pompa Positronica si… si fermerà presto. Ne sono sicura. Così i Duri continueranno ad avere bisogno dei Morbidi… e si prenderanno cura di voi, o almeno dei bambini.

Odeen non disse niente, e impedì anche a Tritt di parlare. Ma continuò a riversare energia radiante in Dua, lentamente, molto lentamente. Di tanto in tanto si fermava per lasciarla riposare, poi riprendeva.

Lei cominciò a mormorare: — Basta, basta… — La sua sostanza, adesso, si arricciolava tutta con più forza.

Odeen continuò a nutrirla.

Alla fine parlò. Le disse: — Dua, ti sbagliavi. Noi non siamo macchine. Io so esattamente che cosa siamo. Sarei venuto prima da te, se lo avessi scoperto più presto, ma non l’ho saputo finché Losten non mi ha supplicato di pensare. Allora io ho pensato, ho pensato molto. Eppure anche così la cosa è quasi prematura.

Dua si lamentò, e Odeen s’interruppe per un poco. Riprese: — Ascolta, Dua. Esiste una sola specie di esseri viventi. E i Duri sono davvero gli unici esseri viventi su tutto il pianeta. Tu l’avevi capito, e fino a qui avevi ragione. Ma questo non vuol dire che i Morbidi non siano vivi. Vuol dire semplicemente che anche noi facciamo parte di quella sola, unica specie. I Morbidi sono le forme immature dei Duri. Noi siamo dapprima bambini Morbidi, poi siamo adulti Morbidi, e poi siamo Duri. Capisci?

Tritt intervenne, colmo di confusione: — Cosa? Cosa?

Odeen disse: — Non adesso, Tritt. Non adesso. Capirai anche tu, ma questa spiegazione è per Dua.

Nel frattempo continuava a osservare Dua, che pian piano riprendeva la sua opalescenza.

Dopo un attimo Odeen riattaccò: — Ascolta, Dua, ogni volta che ci fondiamo, ogni volta che la triade si fonde, noi diventiamo un Duro. Il Duro è tre persone in una, ed è per questo che è duro e solido. Durante tutto il periodo in cui perdiamo conoscenza, mentre ci fondiamo, noi siamo un Duro. Ma è uno stato temporaneo, e in seguito non riusciamo mai a ricordarlo. Non possiamo nemmeno rimanere un Duro per molto tempo, e dobbiamo tornare Morbidi. Però, nel corso della vita noi continuiamo a svilupparci, per stadi successivi marcati da punti-chiave. Ogni bambino che nasce è il segno del passaggio allo stadio seguente. E con la nascita del terzo, cioè dell’Emotiva, diventa possibile raggiungere lo stadio finale, quando la mente del Razionale, da sola, senza l’aiuto degli altri due, riesce finalmente a ricordare a sprazzi il tempo vissuto come Duro. Allora, e soltanto allora, il Razionale è in grado di guidare la triade in una fusione perfetta che formerà il Duro in modo permanente e definitivo, così che la triade, unita, viva una nuova vita completa di apprendimento, di emozioni e d’intelletto. Ti avevo detto, no?, che trapassare era come rinascere? Allora stavo brancolando un po’ nel buio, cercando qualcosa che ancora non capivo bene, ma adesso lo so.

Dua lo guardava, con un mezzo sorriso. Disse: — E vuoi che ti creda, Odeen? Se fosse davvero così, perché i Duri non l’avebbero detto tanto tempo fa? A te e anche a tutti?

— Non potevano, Dua. C’è stato un tempo, molte epoche fa, in cui fondersi significava soltanto mettere insieme gli atomi per formare un corpo. Ma l’evoluzione ha lentamente fatto sviluppare le menti. Credimi, Dua. Fondersi significa mettere insieme anche le menti, e questa è una cosa molto più difficile e molto più delicata. Per poterle tenere unite in modo appropriato e per sempre, esattamente!, il Razionale deve raggiungere un determinato e alto livello di sviluppo. E questo livello lo raggiunge quando scopre, da sé, quello che ti ho appena detto, e quando la sua mente è ormai abbastanza affinata da ricordare tutto quello che è successo durante le unioni temporanee nelle fusioni normali. Se i Duri lo dicessero e il Razionale lo sapesse in precedenza, lo sviluppo della sua mente non sarebbe perfetto e non potrebbe decidere il momento della fusione perfetta. Così, il Duro che si formerebbe sarebbe imperfetto. Quando Losten mi ha incitato a pensare, ha corso un grosso rischio. Persino quel semplice suggerimento poteva essere causa… Spero di no, spero proprio di no. Perché è ancora più vero nel nostro caso, Dua! Sono ormai molte generazioni che i Duri pongono grande cura nel combinare le triadi, per formare Duri sempre più specializzati o speciali, e la nostra triade era la migliore che avessero mai ottenuto. Per merito tuo, Dua. Soprattutto per merito tuo. Losten, una volta, era la triade di cui tu eri la bambina mediana. Una parte di lui era il tuo Paterno. E lui ti conosceva bene. È stato lui a sceglierti e a portarti a Tritt e a me.

Dua si rizzò a mezzo, e la sua voce era quasi normale quando sbottò: — Odeen! Stai inventandoti tutta questa storia per tenermi buona?

Tritt intervenne: — No, Dua. Anch’io sento che è così. Lo sento proprio. Non so come, ma lo sento.

— Lui lo sente, Dua — disse Odeen. — Lo sentirai anche tu. Non cominci forse a ricordare di essere stata un Duro durante le nostre fusioni? Non vorresti fonderti, adesso? Per un’ultima volta? Per l’ultima volta?

La sollevò, con una specie di ansia febbrile. E anche Dua era agitata e, sebbene si opponesse un poco, stava già rarefacendosi.

— Se quello che dici è vero, Odeen… — ansimò — …se noi tre siamo un Duro, allora mi pare… da quello che hai detto… che saremo un Duro importante. È così?

— Il più importante. Il migliore che si sia mai formato. Voglio dire… Tritt, vieni qui. Mettiti là. Non è un addio, Tritt. Saremo tutti insieme, come abbiamo sempre voluto essere. Anche tu, Dua. Tu… anche, Dua.

Dua disse ancora: — Allora possiamo far capire a Estwald che la Pompa non può continuare a funzionare. Lo costringeremo…

La fusione era già cominciata. A uno a uno i Duri si avvicinavano di nuovo, nel momento cruciale. Odeen li vide indistintamente, perché stava già fondendosi in Dua.

Non era come le altre volte. Non vi fu quell’estasi improvvisa e dolorosa, ma solo un lento, fluido, freddo e calmo movimento. Odeen si sentì diventare parte di Dua, e tutto il mondo sembrò riversarsi nell’affinata percezione dei sensi di lui/lei. Le Pompe Positroniche erano ancora in funzione… Lui/Lei lo sentiva… Come mai funzionavano ancora?

Era anche Tritt, e un’acuta, dolorosa sensazione di perdita colmò la mente di lui/lei/lui. Oh, bambini miei!…

E allora Tritt gridò, e fu l’ultimo grido consapevole di Odeen, tranne che era anche il grido di Dua: — No, non possiamo fermare Estwald. Noi siamo Estwald! Noi…

Il grido che era di Dua, eppure non lo era, s’interruppe. Non c’era più nessuna Dua e non ci sarebbe stata mai più. E non c’era più Odeen. E non c’era più Tritt.


7abc

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Estwald fece un passo avanti e ai Duri che lo attendevano disse, con tristezza, nel modo di parlare costituito da onde che vibravano nell’aria: — Ora sono con voi per sempre, e c’è tanto da fare…


PARTE TERZA

Possono nulla?

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<p>PARTE TERZA</p> <p>…<emphasis>Possono nulla?</emphasis></p>
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Selene Lindstrom sorrideva gaiamente, camminando con quell’andatura leggera e scattante che sorprendeva i turisti la prima volta che la vedevano, ma in cui non si poteva fare a meno di notare una grazia particolare.

— È ora di pranzo — disse con brio. — Tutti alimenti locali, signore e signori. Forse il sapore vi sembrerà insolito ma sono nutrienti… Di qui, per favore. Signore? Non vi dispiace sedere con queste signore, vero?… Un momento, calma. C’è posto per tutti… Mi spiace, ma la scelta delle bevande è limitata… Quello è vitello… No, no. Sapore e consistenza sono artificiali, ma è carne buonissima.

Infine sedette anche lei, con un lieve sospiro e un ancora più lieve mutamento dell’espressione cordiale.

Uno del gruppo prese posto al suo tavolo, dirimpetto a lei. — Vi spiace? — le chiese.

Gli gettò un’occhiata rapida e penetrante. Possedeva la dote di giudicare le persone a prima vista, naturalmente, e quell’uomo le parve innocuo. Rispose: — Per niente. Ma non siete con qualcuno del gruppo?

Lui scosse la testa. — No, sono solo, ma, se anche non lo fossi, i Terragni non mi attirano molto.

Lei tornò a guardarlo. Era sulla cinquantina e aveva un aspetto stanco che però gli occhi brillanti e dallo sguardo inquisitore sembravano smentire: aveva cioè l’aspetto inconfondibile del Terrestre schiacciato dalla forza di gravità. Gli disse: — Terragno è un’espressione della Luna, e non molto lusinghiera.

— Io vengo dalla Terra — replicò lui — perciò spero di poterla usare senza offendere nessuno. A meno che a voi dispiaccia.

Selene alzò le spalle come per dire: “Fate come vi pare”.

Aveva gli occhi leggermente a mandorla, comuni a molte ragazze lunari, ma i capelli erano colore del miele e il naso pronunciato. Pur senza essere una bellezza classica, era indubbiamente attraente.

Il Terrestre aveva gli occhi fissi sulla piastrina con il nome che lei portava appuntata sulla camicetta, nella parte superiore del seno sinistro, sostenuto anche se non troppo voluminoso. Giudicò che stesse guardando proprio la piastrina e non il seno, per quanto la camicetta fosse quasi trasparente, specie se la luce la colpiva da un’angolazione particolare, e lei non indossasse niente, sotto. Lui chiese: — Ci sono molte Selene sulla Luna?

— Oh, sì. Centinaia, credo. E anche Cinzie, Diane e Artemidi. Selene è un nome piuttosto sfruttato. La metà delle Selene che conosco si fa chiamare “Silly” e l’altra metà “Lena”.

— E voi come vi fate chiamare?

— In nessuno dei due modi. Io sono Selene per esteso. Sé-le-ne — ripeté, marcando forte la prima sillaba, — per chi mi chiama solo col nome proprio. Per gli amici.

Un lieve sorriso aleggiò sul viso del terrestre, che sedeva un po’ a disagio, come se non vi fosse abituato. — E se qualche estraneo vi chiedesse di potervi chiamare così, cosa fareste, Selene?

— Non me lo chiederebbe due volte — gli rispose, ferma.

— Ma ve lo hanno chiesto?

— C’è sempre qualche sciocco, al mondo.

Al loro tavolo era arrivata una cameriera, che posò loro davanti i piatti colmi con gesti veloci e fluidi.

Il Terrestre ne rimase impressionato e disse alla ragazza: — Sembra che li facciate volare.

La cameriera sorrise e se ne andò.

— Non cercate di imitarla — lo avvertì Selene. — Lei è abituata alla gravità lunare.

— Mentre se lo facessi io, lascerei cadere tutto, vero?

— Fareste un gran pasticcio — confermò lei.

— Bene, allora non mi ci proverò.

— Ma vedrete che prima o poi qualcuno vorrà farlo, e allora il piatto gli andrà a finire sul pavimento e se si chinerà per prenderlo, finirà anche per cadere dalla sedia lui! Io avverto sempre i turisti, ma è inutile, perché si sentono solo imbarazzati. Vedrete, tutti rideranno… tutti i turisti, naturalmente, perché noi lo abbiamo visto troppe volte per trovarlo ancora divertente, e poi le pulizie restano da fare a noi!

Sollevando con cautela la forchetta, il Terrestre disse: — Capisco. Qui anche i gesti più semplici sembrano strani.

— Sì, ma ci si abitua in fretta. Almeno alle cose più semplici, come il mangiare. Camminare è più difficile. E non ho mai visto un Terrestre correre in modo efficace, qui sulla Luna.

Mangiarono per un poco in silenzio. Poi lui disse: — Cosa significa la elle? — Stava di nuovo osservando la piastrina, su cui era scritto “Selene Lindstrom L.”.

— Sta per Luna — rispose lei con indifferenza. — Per distinguermi dagli immigrati. Io sono nata qui.

— Davvero?

— Non c’è da meravigliarsi. La comunità lunare esiste da più di cinquant’anni. Credete che sulla Luna non nascano bambini? C’è gente nata qui che ha già dei nipoti.

— Voi, quanti anni avete?

— Trentadue.

L’uomo parve incredulo, poi mormorò: — Naturalmente.

Selene inarcò le sopracciglia. — Ah, avete capito? Mi tocca spiegarlo a quasi tutti i Terrestri.

— Sono abbastanza informato da sapere che i segni più visibili dell’invecchiamento come guance o seno cascanti, sono dovuti all’ineluttabile vittoria della gravità sui tessuti — replicò il Terrestre. — E dal momento che sulla Luna la gravità è un sesto di quella della Terra, non è difficile capire che qui la gente conserva più a lungo un aspetto giovanile.

— Solo l’aspetto - precisò Selene. — Non significa che qui siamo immortali. La durata della vita è pressappoco uguale che sulla Terra, ma di solito invecchiamo meglio.

— Non è un vantaggio da poco… Naturalmente ci sono anche i lati negativi, immagino. — Il Terrestre aveva appena bevuto il primo sorso di caffè. — Dovete bere questa… — S’interruppe per cercare un termine adatto, poi preferì non aggiungere altro.

— Potremmo importare cibi e bevande dalla Terra — disse lei, divertita. — Ma solo per nutrire una minima parte di noi e per un tempo minimo. Perciò usiamo lo spazio disponibile sulle navi per articoli più importanti e utili. E poi siamo abituati a questa schifezza… o vi pare che il termine sia troppo blando?

— Non per il caffè. Per il cibo, forse… ma non importa, ditemi, signorina Lindstrom, nel nostro itinerario turistico non vedo citata nessuna visita al protosincrotrone.

— Il protosincrotone? — Selene stava finendo il caffè e il suo sguardo stava facendo il giro della sala in attesa del momento di avvertire i turisti che dovevano alzarsi. — È di proprietà della Terra e non è aperto ai turisti.

— Volete dire che ne è vietato l’ingresso ai Lunariti?

— Oh, no! La maggior parte del personale è composta da Lunariti. È solo che il regolamento è fatto dal governo terrestre. Niente turisti.

— A me piacerebbe visitarlo.

— Lo immagino… Sapete che mi avete portato fortuna? Niente piatti per terra, nessun turista caduto dalla sedia. — Si alzò e, rivolgendosi a tutti, disse: — Signore e signori, fra dieci minuti usciremo. Vi prego di lasciare i piatti dove stanno. Per chi lo voglia, ci sono locali di riposo. Poi andremo a visitare gli impianti alimentari dove si producono i pasti come quello che avete appena consumato.

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L’alloggio di Selene era piccolo, naturalmente, e ridotto all’essenziale, ma complicato. Aveva tre finestre panoramiche con scene raffiguranti gruppi di stelle che si rinnovavano di continuo e non avevano niente a che fare con le vere costellazioni. Inoltre, era possibile ingrandire a volontà quelle vedute.

Barron Neville detestava quelle scene, e non mancava di sbottare, dopo aver spento di colpo i panorami: — Come fai a sopportarle? Sei l’unica persona che conosco che abbia il cattivo gusto di mettersi in casa un simile orrore. E quelle nebulose e quegli ammassi stellari, non esistono nemmeno.

E Selene rispondeva alzando le spalle: — Cos’è la realtà? Come fai a sapere che le stelle visibili in cielo esistono? E poi, quei panorami mi danno una sensazione di libertà e di movimento. Non posso tenerli in casa mia se mi piacciono?

Al che Neville brontolava qualcosa e poi rimetteva in funzione i meccanismi, cercando di sistemare gli indici nel punto in cui li aveva trovati. E Selene diceva: — Lascia perdere!

Il mobilio era tutto curve e le pareti tinteggiate a colori tenui e riposanti che formavano disegni astratti. Non c’era alcuna riproduzione di creature viventi.

— La vita appartiene alla Terra, non alla Luna — diceva Selene.

Adesso, entrando, come spesso accadeva, trovò Barron Neville, steso su un divano, e con un solo sandalo infilato. L’altro era sul pavimento dove lui lo aveva lasciato cadere, e sul suo stomaco c’era una lunga fila di segni rossi, dove si era grattato distrattamente.

— Ci facciamo un caffè, Barron? — disse lei, sgusciando fuori dagli abiti con un unico aggraziato movimento, unito a un sospiro di sollievo. Poi li buttò con un calcio in un angolo. — Che sollievo spogliarsi! — esclamò. — Doversi vestire come i Terragni è la parte peggiore del lavoro.

Neville era nell’angolo cucina a preparare il caffè. Non fece commenti perché aveva già sentito più d’una volta quelle parole. Disse invece: — Cos’ha la tua scorta d’acqua? È già finita.

— Davvero? Be’, si vede che ne ho adoperata troppa. Abbi pazienza.

— Niente di spiacevole, oggi?

— No, tutto normale e piuttosto disgustoso, come al solito. Fingono di gustare i nostri cibi e hanno paura che gli si chieda di spogliarsi… Figurati che roba se lo facessero!

— Sei diventata pudica? — Le chiese portando due tazzine di caffè e deponendole sul tavolino.

— In questo caso il pudore è necessario. I miei turisti sono rugosi, cascanti, panciuti, nonché pieni di germi. C’è la quarantena, lo so, ma per me sono sempre pieni di germi… E tu, hai novità?

Barron rispose con un cenno di diniego. Era tarchiato, per essere un Lunarita, e teneva sempre la fronte aggrottata e gli occhi socchiusi, quasi per vezzo. Ma, a parte questo, aveva lineamenti regolari ed era nel complesso un bell’uomo, almeno secondo Selene.

Le rispose: — Niente d’importante. Stiamo ancora aspettando il cambio del Commissario. Staremo a vedere com’è questo nuovo, questo Gottstein.

— Potrebbe creare difficoltà?

— Non più di quante ne abbiano sempre fatte. In fin dei conti, cosa possono fare? Non possono infiltrarsi. È impossibile che un Terragno riesca a farsi passare per un Lunarita! — Ma pareva a disagio, dicendolo.

Selene bevve il caffè fissandolo. — Ci sono dei Lunariti che, nel loro intimo, sono dei Terragni.

— Lo so, e vorrei sapere chi sono. Qualche volta penso che non dovrei fidarmi… Oh, be’, sto perdendo un sacco di tempo col progetto del mio sincrotrone, senza approdare a niente. Non ho fortuna con le richieste e i diritti di precedenza!

— È probabile che non si fidino di te, e non li biasimo. Ti comporti come se fossi un cospiratore!

— Non è vero. Mi farebbe un immenso piacere uscire dalla camera del sincrotrone e non ritornarci mai più, ma allora sì che diventerebbero sospettosi… Se hai consumato tutta la razione di acqua, Selene, forse sarà difficile farci una seconda tazza di caffè.

— Infatti. E, già che siamo sul discorso, mi hai aiutato anche tu a sprecare acqua. La settimana scorsa ti sei fatto due docce in casa mia!

— Ti darò un buono. Non sapevo che tu ne tenessi conto!

— Non io, ma il serbatoio.

Finì di bere il caffè e rimase a fissare con aria pensosa la tazzina vuota. — I turisti fanno sempre delle smorfie quando lo bevono — disse. — Chissà perché. A me pare buono. Tu hai mai assaggiato il caffè terrestre Barron?

— No.

— Io sì. Un turista aveva portato di contrabbando un pacchetto di quello che loro chiamano caffè istantaneo. Me l’ha offerto in cambio di quello che sai. Pareva convinto che fosse uno scambio equo.

— E l’hai accettato?

— Ero curiosa di assaggiarlo. Era amaro e metallico. Uno schifo. Poi ho detto a quel tizio che la mescolanza razziale era contraria all’uso dei Lunariti e allora è diventato lui amaro e metallico.

— Non me lo avevi mai raccontato. E ha tentato altro, vero?

— Non è cosa che ti riguardi, ti pare? Comunque, no, non ha tentato altro. Se si fosse provato, alla gravità per lui sbagliata, l’avrei mandato a finire in fondo al corridoio uno.

Fece una breve pausa, poi continuò: — Ah, sì. Ho conosciuto un altro Terragno, oggi. Ha voluto sedersi al mio tavolo.

— E che cosa ti ha offerto in cambio di quello che tu con tanta delicatezza definisci “quello che sai”?

— Niente, voleva solo sedersi al mio tavolo e basta.

— A guardarti il seno?

— È uno spettacolo che merita di essere guardato, lo ammetto, ma invece quello ha guardato la targhetta… Ma a te cosa importa quello che guardava o non guardava quel tizio? Ognuno è libero di guardare e di pensare quel che gli pare. E non per questo io mi sento obbligata ad assecondare le fantasie altrui. Cosa credi? Che se lui aveva voglia di venire a letto con me, io ci sarei andata di corsa? A letto con un Terragno? Sai che bel risultato, con uno che non è ancora abituato al nostro campo gravitazionale? Non dico che non riuscirebbe a concludere qualcosa, ma non con me. Ti basta? Sei soddisfatto? Posso tornare al Terragno? Il quale ha almeno cinquant’anni e non dev’essere stato bello neanche a venti. Ammetto però che è un tipo interessante, questo sì.

— Va bene. Faccio a meno di una descrizione dettagliata. Cosa mi dici di lui?

— Mi ha chiesto del protosincrotrone.

Neville si alzò in piedi di scatto, barcollando un poco, cosa inevitabile dopo un movimento brusco in ambiente a bassa gravità, e sbottò:

— Cosa ti ha domandato del sincrotrone?

— Niente! Perché ti ecciti tanto? Mi hai raccomandato di dirti tutte le cose fuori dal normale che i miei turisti fanno o dicono. Finora nessuno mi aveva chiesto del sincrotrone, perciò te l’ho riferito.

— Va bene. — Tacque, poi aggiunse in tono normale: — Perché gl’interessava il sincrotrone?

— Non ne ho la più pallida idea — rispose Selene. — Mi ha chiesto solo se poteva visitarlo. Può darsi che sia un turista con interessi scientifici. Secondo me era solo una scusa per rendersi interessante ai miei occhi.

— E immagino che ci sia riuscito. Come si chiama?

— Non lo so, non gliel’ho chiesto.

— Perché?

— Perché a me non interessa! Insomma, si può sapere cosa vuoi? Inoltre, la sua è una domanda proprio da turista. Se fosse un fisico, non me l’avrebbe fatta. Lavorerebbe qui.

— Mia cara Selene — disse Neville — lascia che ti spieghi. Date le attuali circostanze, chiunque chieda di visitare il sincrotrone è un tizio fuori dell’ordinario, sul quale è necessario indagare a fondo. E mi sai dire come mai è venuto a chiederlo proprio a te? — Si mise nervosamente a passeggiare da un capo all’altro della stanza, come se volesse smaltire un po’ d’energia, poi disse: — Tu che sei l’esperta conoscitrice d’uomini. Lo trovi interessante?

— Dal punto di vista sessuale?

— Sai bene cosa intendo. Non scherzare, Selene!

Con palese riluttanza, lei rispose: — È interessante, anzi preoccupante. Ma non so perché. Non ha detto né fatto niente di particolare.

— Interessante e preoccupante? Allora lo rivedrai.

— Per fare che?

— E cosa ne so? Sono fatti tuoi. Scopri come si chiama. Scopri tutto quello che puoi sul suo conto. Hai cervello, quindi fallo funzionare per uno scopo utile, tanto per cambiare.

— Ah, bene ordini dall’alto! — disse Selene. — D’accordo.

<p>3</p>

L’alloggio del Commissario, quanto a dimensioni, non si distingueva da quello di un qualunque Lunanta. Sulla Luna non c’era spazio, nemmeno per gli alti funzionali terrestri: niente sprechi, niente lussi, nemmeno come simbolo del pianeta natale. Né, quanto a questo, c’era modo di cambiare l’opprimente realtà della Luna — ambiente sotterraneo a bassa gravità — nemmeno per il più grand’uomo della Terra.

— L’uomo è ancora una creatura legata al suo ambiente — sospirò Luiz Montez. — Vivo da due anni sulla Luna e ci sono state volte in cui ho avuto la tentazione di restare, ma… sono ormai in là con gli anni. Ne ho più di quaranta e, se voglio tornare sulla Terra, è meglio che mi decida subito. Più si invecchia, meno si riesce a riadattarsi alla gravità terrestre.

Konrad Gottstein aveva solo trentaquattro anni e ne dimostrava meno. Aveva una faccia tonda dai lineamenti marcati, quel tipo di faccia che non si vedeva tra i Lunariti e che sembrava loro la caricatura della faccia di un Terragno. Era snello — non mandavano mai uomini troppo robusti sulla Luna — e forse per questo la sua faccia sembrava più larga.

Disse, nello Standard Planetario, ma con accento diverso da quello di Montez: — Pare che vogliate scusarvi di qualcosa.

— È vero, è vero — ammise Montez. Se il viso di Gottstein era nell’insieme bonario e ottimista, le linee allungate del viso di Montez avevano un che di tragicomico.

— Mi sento imbarazzato in due sensi — spiegò. — Mi imbarazza lasciare la Luna, perché è un mondo attraente ed eccitante, e mi imbarazza di essere imbarazzato. Mi vergogno perché provo una certa riluttanza a riprendere sulle spalle il peso terrestre… gravità compresa.

— Già, immagino che riprendere gli altri cinque sesti sarà dura — ammise Gottstein. — Io sono qui solo da pochi giorni, ma sento già che un sesto di g è perfetto.

— Cambierete parere quando comincerà la stitichezza e sarete costretto a bere olio di vaselina — ribatté Montez con un sospiro. — Ma poi passa… e non pensate di potervi muovere con la leggerezza di una gazzella, solo perché vi sentite leggero. È un’arte che bisogna imparare.

— L’ho già capito.

— Lo credete, Gottstein. Avete mai visto come camminano i canguri?

— In televisione.

— Be’, ne danno una pallida idea. Bisogna provarlo. È il modo migliore, anzi l’unico, per muoversi a velocità elevata sulla superficie lunare. I piedi vanno all’unisono indietro, dando una spinta che sulla Terra vi permetterebbe solo di fare un salto. A mezz’aria i piedi vi si spostano in avanti, e cominciano a tornare indietro appena prima di toccare il suolo in modo di rimandarvi in aria, e così via. È un movimento che secondo gli standard terrestri sembra lento con una gravità così scarsa a dare il rimbalzo, ma ogni passo si fanno sei o sette metri e lo sforzo muscolare è minimo. Si ha la sensazione di volare.

— Voi avete provato? Siete in grado di muovervi così?

— Ho provato, ma nessun Terrestre può dire di esserne capace. Io sono riuscito a far cinque balzi di fila, ma poi si perde la sincronizzazione, si sbagliano i calcoli e si finisce a ruzzoloni per tre o quattrocento metri. I Lunariti sono molto educati e non vi prendono mai in giro. Loro, naturalmente, sono degli esperti. Cominciano da bambini e ci riescono subito senza difficoltà.

— È il loro mondo — commentò Gottstein. — Pensate come si troverebbero loro sulla Terra!

— Non potrebbero trovarsi sulla Terra. Anzi, non possono. E questo, credo, è uno dei nostri vantaggi.’Noi possiamo vivere sia sulla Terra che sulla Luna. Loro possono vivere solo qui. Lo dimentichiamo spesso, perché confondiamo i Lunariti con gli Immi.

— Con cosa?

— È così che loro chiamano gli immigranti terrestri, quelli che vivono più o meno in permanenza sulla Luna, ma che sono nati e cresciuti sulla Terra. Gli immigranti, naturalmente, possono tornare sulla Terra, ma i veri Lunariti non hanno né ossa né muscoli adatti a sopportare la forza di gravità terrestre. Per questo motivo accaddero delle vere tragedie nei primi tempi della storia della Luna.

— Ah?

— Sì. Gente che tornò sulla Terra con i loro figli nati sulla Luna. Ma noi abbiamo tendenza a dimenticare. Avevamo in corso o appena passato la nostra Crisi e la morte di qualche bambino non era rilevante, in confronto all’enorme numero di morti che avevamo avuto verso la fine del ventesimo secolo e a tutto quello che ne seguì. Qui sulla Luna, però, viene mantenuto vivo il ricordo di tutti i Lunariti che dovettero soccombere alla forza di gravità terrestre… Li aiuta, credo, a sentirsi un mondo a sé stante.

— Credevo che sulla Terra mi avessero dato tutte le informazioni necessarie, ma vedo che ho ancora molto da imparare — osservò Gottstein.

— È impossibile arrivare a conoscere tutto della Luna restando sulla Terra, perciò vi ho lasciato una relazione esauriente, così come fece il mio predecessore per me. Troverete la Luna affascinante, ma anche atroce, sotto certi punti di vista. Non credo che sulla Terra abbiate mai mangiato razioni lunari e, se le conoscete solo per sentito dire, non siete preparato ad affrontare la realtà… però le mangerete e vi ci abituerete, per forza. Non è buona politica farsi mandare viveri terrestri. Dobbiamo mangiare e bere prodotti locali.

— Visto che voi avete resistito per due anni, penso che anch’io riuscirò a sopravvivere.

— Non sono rimasto qui due anni di fila. Ho fatto qualche scappata sulla Terra. Sono viaggi obbligatoli. Ve l’hanno detto, no?

— Infatti — disse Gottstein.

— Nonostante tutto l’esercizio fisico che farete qui, è necessario tornare di tanto in tanto a gravità normale, perché le ossa e i muscoli non se ne dimentichino. E quando sarete sulla Terra, ah, che mangiate! E un po’ di contrabbando di viveri non guasta.

Gottstein disse: — All’arrivo hanno accuratamente ispezionato il mio bagaglio, naturalmente, ma avevo in tasca una scatoletta di carne. Non l’avevo vista… e anche loro hanno fatto finta di niente.

Montez sorrise, poi disse, esitando: — Immagino che adesso mi offrirete di dividerla con voi.

— No — disse Gottstein giudiziosamente, arricciando il naso a patata. — Stavo per dire con tutta la tragica nobiltà di cui sono capace: “Ecco, Montez, tenetevela tutta! Ne avete più bisogno di me”.

Il sorriso di Montez si allargò, ma poi si spense. — No — disse, scuotendo la testa. — Fra una settimana potrò mangiare cibi terrestri a sazietà. Voi no. Dovrete tirare la cinghia nei prossimi anni e passerete fin troppo tempo a rimpiangere la generosità di adesso. Tenetevela voi… Insisto. Non vorrei guadagnarmi il vostro odio retroattivo.

Parlava con serietà, tenendo una mano sulla spalla di Gottstein, e fissandolo negli occhi. — Inoltre — aggiunse — voglio parlarvi di una cosa che ho continuato a rinviare perché non so come abbordarla, e quella scatoletta sarebbe una scusa per un ulteriore rinvio.

Gottstein si affrettò a rimettere in tasca la scatoletta e tornò serio a sua volta. — Si tratta di qualcosa che non potevate inserire nei vostri dispacci, signor Montez?

— Si tratta di qualcosa che ho tentato di inserire nei dispacci, signor Gottstein, ma fra la mia incapacità a esprimermi e la riluttanza terrestre ad afferrare i miei sottintesi, abbiamo finito col non capirci. Voi, me lo auguro, potrete fare meglio di me. Uno dei motivi per cui non ho chiesto la proroga del mio mandato è il fatto che non riuscivo a sopportare la responsabilità del mio fallimento nelle comunicazioni.

— Da come parlate, mi pare che si tratti di una cosa grave.

— Vorrei che la riteneste grave, ma francamente potrebbe sembrarvi sciocca. Nella colonia lunare ci sono alcune decine di migliaia di persone, di cui meno della metà Lunariti di nascita. Essi sono ostacolati dall’insufficienza delle risorse naturali, dall’insufficienza di spazio, da un mondo ostile, e tuttavia… tuttavia…

— Tuttavia? — ripeté Gottstein in tono incoraggiante.

— Sta succedendo qualcosa qui… Non so esattamente cosa, ma potrebbe esser pericoloso.

— Pericoloso in che senso? Che cosa possono fare? Far guerra alla Terra? — Gottstein faceva fatica a mantenersi serio.

— No, no, è qualcosa di indefinibile. — Montez si passò una mano sulla faccia, fregandosi a lungo gli occhi. — Permettetemi di essere franco con voi. La Terra si è infiacchita.

— Come sarebbe a dire?

— Be’, in che altro modo potreste definire la situazione? Nell’epoca in cui venne fondata la colonia lunare la Terra fu colpita dalla Grande Crisi. Questo non c’è bisogno che ve lo ricordi.

— No di certo — rispose con disgusto Gottstein.

— Da sei, la popolazione terrestre scese a due miliardi.

— E sulla Terra si sta meglio, adesso, non è vero?

— Senza dubbio, anche se io sono del parere che poteva esserci un sistema migliore per diminuire la popolazione… A ogni modo dopo la Crisi è rimasta una grande sfiducia nella tecnologia, un’inerzia diffusa, la riluttanza a correre rischi per il timore degli effetti collaterali. Progetti molto importanti, ma ritenuti pericolosi, sono stati abbandonati perché si temeva più il pericolo di quanto non se ne desiderassero i risultati.

— Immagino che vogliate alludere al programma d’ingegneria genetica.

— Questo, ovviamente, fu il caso più spettacolare, ma non fu l’unico — disse Montez, con amarezza.

— Francamente non rimpiango che abbiano abbandonato l’ingegneria genetica. Era stata un seguito di fallimenti.

— Ma abbiamo perso l’intuitivismo.

— Be’, non c’era nessuna prova che l’intuitivismo fosse una qualità mentale desiderabile, e molte che dimostravano la sua pericolosità… Ma, a proposito della colonia lunare? Vi pare che sia una prova dell’inerzia della Terra?

— Sissignore! — esclamò con enfasi Montez. — La colonia lunare è un pesante retaggio dei giorni precedenti la Crisi: qualcosa di simile all’estrema avanzata dell’umanità, prima di ritirarsi definitivamente.

— Come siete drammatico, Montez!

— Non direi. La Terra è in ritirata. L’umanità è in ritirata, ovunque meno che sulla Luna. La colonia lunare è l’ultima frontiera dell’uomo, non solo materialmente ma anche psicologicamente. Questo è un mondo in cui non è mai esistita una forma di vita da distruggere o un ambiente complesso in equilibrio precario da sovvertire. Tutto quello che sulla Luna vi è di utile all’uomo, è un manufatto dell’uomo. La Luna è un mondo costruito dall’uomo fin dall’inizio e perciò senza fondamenta. Qui non hanno un passato.

— E allora?

— Sulla Terra stiamo andando alla deriva a causa della nostalgia di un passato pastorale che in realtà non è mai esistito e, se anche fosse esistito, non potrebbe mai più tornare. Sotto alcuni aspetti l’ecologia è stata sconvolta dalla Crisi e noi stiamo facendo del nostro meglio con i cocci, perciò abbiamo paura, una paura che non ci abbandona un istante… Sulla Luna non esiste un passato da temere o da sognare. Qui esiste un’unica direzione: verso l’avvenire. — Infervorato dalle sue stesse parole, Montez proseguì: — Gottstein, io l’ho osservato per due anni, e voi farete altrettanto, forse per più tempo. C’è un fuoco che arde senza mai spegnersi, qui sulla Luna! Qui si espandono in tutte le direzioni. Fisicamente. Tutti i mesi vengono scavati nuovi corridoi e sistemati nuovi alloggi per fare posto a potenziali nuovi abitanti. E sfruttano al massimo le risorse locali, trovano nuovi materiali da costruzione, nuove sorgenti d’acqua, nuovi filoni. Allargano le stazioni di accumulatori a energia solare, ingrandiscono le fabbriche di materiale elettronico… Immagino sappiate che le diecimila persone che vivono qui costituiscono la maggior fonte produttiva di congegni elettronici miniaturizzati e prodotti biochimici di altissima qualità per la Terra.

— So che ne sono importanti fornitori.

— I principali: la Terra non può farne a meno. Andando avanti di questo passo, saranno anche gli unici in un prossimo futuro… Qui progrediscono anche intellettualmente, Gottstein. Sono sicuro che non esiste sulla Terra un giovane d’ingegno portato per le scienze che non sogni più o meno vagamente, o forse non tanto vagamente, di venire un giorno sulla Luna. Con la Terra in ritirata dalla tecnologia, la Luna è l’unico posto in cui si combatta.

— Immagino che vogliate alludere al protosincrotrone.

— È un esempio. Quando è stato costruito l’ultimo protosincrotrone sulla Terra? Ma è solo l’esempio più evidente e più grande. Se volete sapere qual è l’apparecchio scientifico più importante qui sulla Luna…

— Una cosa segreta di cui non mi hanno informato?

— No, anzi, una cosa talmente ovvia che non ci si bada neppure. I diecimila migliori cervelli umani che sono qui. L’unico gruppo compatto di cervelli umani, portati per le scienze che è qui.

Gottstein si mosse dalla sedia, ma questa, essendo inchiodata al pavimento, restò immobile. Sarebbe caduto se Montez non si fosse sporto a impedirglielo.

— Scusate — disse Gottstein, arrossendo.

— Di che? Vi abituerete alla gravità.

— Gottstein chiese: — Non credete di dipingere le cose a tinte troppo fosche? Sulla Terra, in fin dei conti, non siamo nati ieri. Abbiamo inventato la Pompa Elettronica. È una conquista terrestre. Nessun Lunarita ci ha messo mano.

Montez scosse la testa mormorando qualcosa nel suo spagnolo natio. Il tono non era calmo. Poi disse: — Avete mai conosciuto Frederick Hallam?

Gottstein sorrise. — Sì, in effetti l’ho conosciuto. Il Padre della Pompa Elettronica. Credo che questa frase l’abbia tatuata sul petto.

— Quello che dite e il vostro sorriso mi fanno capire che condividete il mio punto di vista. Provate a domandarvi: è possibile che un uomo come Hallam abbia inventato la Pompa Elettronica? L’uomo della strada può anche esserne convinto, ma in realtà sapete benissimo che non esiste un Padre della Pompa Elettronica. L’hanno inventata i para-abitanti del para-universo, chiunque siano. Hallam è stato il loro strumento, e solo per caso. Tutta la Terra è il loro strumento.

— Ma noi siamo stati abbastanza intelligenti da approfittare della loro iniziativa.

— Sì, allo stesso modo che le mucche sono abbastanza intelligenti da mangiare il fieno che noi forniamo loro. La Pompa non significa un passo avanti per l’umanità, anzi il contrario.

— Se la Pompa è un passo indietro, allora ringrazio l’arretramento. Non potrei farne a meno.

— E chi lo farebbe? Ma il punto fondamentale è che la Pompa si adatta alla perfezione all’attuale stato d’animo terrestre. Energia in quantità illimitata a costo zero, tranne che per la manutenzione, e a zero inquinamento. Però sulla Luna non ci sono Pompe Elettroniche.

— Immagino che non ce ne sia bisogno — disse Gottstein. — Le batterie solari sopperiscono a tutte le necessità dei Lunariti. Energia illimitata a costo zero, o quasi, e a zero inquinamento… Non è la stessa litania?

— Già, però le batterie solari sono in tutto e per tutto un manufatto dell’uomo. Ecco dove volevo arrivare: era stata prevista una Pompa anche per la Luna, e si tentò d’installarla.

— E?

— Non ha funzionato. Nel para-universo non hanno accettato il tungsteno.

— Non lo sapevo. Come mai?

— E chi lo sa? — ribatté Montez inarcando spalle e sopracciglia. — Possiamo presumere che i para-abitanti vivano in un pianeta privo di satelliti; che non concepiscano l’esistenza di due mondi vicini e ambedue abitati; che, avendone trovato uno, non ne cerchino un secondo. Chi lo sa? Resta il fatto che non collaborarono, e noi da soli non possiamo far niente.

— Noi da soli — ripeté pensoso Gottstein. — Con questo, intendete noi Terrestri?

— Sì.

— E i Lunariti?

— Loro non c’entravano.

— Ma erano interessati al progetto?

— Non lo so. Ecco il motivo principale della mia incertezza e anche della mia paura. I Lunariti, quelli nati sulla Luna in particolare, hanno reazioni diverse da quelle dei Terrestri. Ignoro quali siano i loro progetti o le loro intenzioni. Non sono riuscito a scoprirlo.

— Ma che cosa possono fare? — domandò Gottstein, sempre più pensoso. — Avete motivo di supporre che vogliano farci del male? O che possano far del male alla Terra se ne avessero l’intenzione?

— Non sono in grado di rispondere alle vostre domande. Sono in gamba, molto intelligenti. Io ho l’impressione che siano incapaci di vero odio, come anche di vera paura. Ma forse è solo una mia impressione. Quello che mi preoccupa di più è quello che non so.

— Le apparecchiature scientifiche sulla Luna sono tutte in mano ai Terrestri, mi pare.

— Infatti, come il protosincrotrone. E così pure il radiotelescopio sulla faccia invisibile alla Terra, e il telescopio ottico da trecento pollici. Insomma, tutte le apparecchiature più grosse, installate già da una cinquantina d’anni.

— E dopo di allora cos’è stato fatto?

— Pochissimo, almeno da parte dei Terrestri.

— E da parte dei Lunariti?

— Non lo so. I loro scienziati lavorano nelle installazioni di gran mole che vi ho detto e in altre. Ma una volta ho controllato i cartellini orari e ho trovato delle lacune.

— Lacune?

— Passano molto tempo fuori da quelle istallazioni. Come se avessero dei laboratori personali.

— Ma non è ovvio, se fabbricano congegni miniaturizzati e prodotti biochimici?

— Sì, ma… Gottstein, non lo so. La mia ignoranza mi fa paura.

Seguì un lungo silenzio che Gottstein ruppe per dire: — Montez, suppongo che mi abbiate parlato così per farmi capire che devo stare attento e cercare di scoprire cosa stanno facendo i Lunariti?

— Più o meno — ammise Montez, impacciato.

— Però non siete nemmeno sicuro che stiano realmente facendo qualcosa.

— Non lo so, ma lo sento.

— È strano — riprese Gottstein. — Dovrei cercare di persuadervi che sono tutte impressioni dettate da un vostro timore… mistico, ma, è strano…

— Cosa?

— A bordo della nave che mi ha portato sulla Luna c’era un uomo… Voglio dire c’era un mucchio di gente, ma un viso, in particolare, mi ha colpito. Non gli ho parlato, non ne ho avuto l’occasione. Non ci avevo pensato più, ma le vostre parole hanno fatto scattare la molla del ricordo.

— E allora?

— Una volta ho fatto parte di un comitato relativo a certe faccende circa la Pompa Elettronica. Problemi di sicurezza. Come dite voi, la Terra si è infiacchita e tutti hanno paura di tutto. Be’, temevano per qualcosa in rapporto alla Pompa… È un bene, comunque, avere paura di qualcosa. I particolari mi sfuggono, ora, ma ricordo di avere visto quell’uomo che ho rivisto a bordo.

— Credete, che fosse importante?

— Non vi saprei dire. Però, associo quella faccia a qualcosa di preoccupante. Ci penserò sopra e un giorno o l’altro ricorderò. Casomai posso consultare l’elenco dei passeggeri, per vedere se un nome mi aiuta. Colpa vostra, Montez, mi avete messo una pulce nell’orecchio.

— Ne sono contento non dispiaciuto. Quanto a quell’uomo, potrebbe essere un qualsiasi turista che ripartirà fra quindici giorni. Ma sono contento che vi dia da pensare.

Gottstein pareva non lo ascoltasse. Mormorò: — Dev’essere un fisico o uno scienziato. Non so perché, ma lo associo a un pericolo.

<p>4</p>

— Salve! — esclamò allegramente Selene.

Il Terrestre si voltò e la riconobbe immediatamente — Selene! Dico giusto? Selene?

— Giusto. Pronuncia esatta. Vi state divertendo?

— Moltissimo — rispose serio il Terrestre. — Mi sto rendendo conto di quanto straordinario sia il nostro secolo. Fino a poco tempo fa ero sulla Terra, e mi sentivo stanco del mio ambiente e di me stesso. Poi ho pensato: “Be, se fossi vissuto cent’anni fa, l’unico modo di lasciare questo mondo sarebbe stato morire, invece adesso… posso andare sulla Luna”. — Sorrise, ma senza gaiezza.

— Siete più felice adesso che ci siete? — domandò Selene.

— Un poco. — Si guardò in giro. — Non avete un branco di turisti da curare, oggi?

— Oggi, no. È il mio giorno di libertà. Chissà, forse riuscirò ad averne due o tre. Il mio è un lavoro monotono.

— Che peccato, allora, che vi siate imbattuta in un turista proprio oggi!

— Non mi sono imbattuta, vi stavo cercando. E ho faticato a trovarvi. Non dovreste andarvene in giro da solo.

Il Terrestre la guardò con interesse.

— Perché mi cercavate? Vi piacciono i Terrestri?

— No — rispose lei con disarmante franchezza. — Mi danno la nausea. Non mi piacciono per principio, e avere a che fare con loro per lavoro non fa che peggiorare ulteriormente le cose.

— Eppure siete venuta a cercarmi, e non c’è niente sulla Terra… voglio dire sulla Luna, che possa convincermi che lo avete fatto perché sono giovane e bello.

— Anche se lo foste, sarebbe lo stesso. I Terrestri non m’interessano, come sanno tutti, eccetto Barron.

— Allora perché mi cercavate?

— Perché ci sono altri modi di essere interessanti e perché voi interessate a Barron.

— Chi è? Il vostro ragazzo? Un amico?

Selene rise: — Barron Neville. È molto più di un ragazzo e anche di un amico. Quando ne abbiamo voglia ce la spassiamo insieme.

— È quello che intendevo dire. Avete bambini?

— Un maschio di dieci anni. Vive quasi sempre nella sezione ragazzi. E, per risparmiarvi la prossima domanda, aggiungo che non è figlio di Barron. Può darsi che avrò un figlio anche da Barron, se saremo ancora insieme quando… se mi verrà dato il permesso di avere un secondo figlio. Ma sono sicura che me lo daranno.

— Siete molto franca.

— Riguardo ad argomenti che non considero segreti? Certo… Ma cosa vi piacerebbe fare adesso?

Stavano camminando lungo un corridoio dalle pareti di roccia color latte, nella cui superficie levigata erano incastonate schegge di “gemme lunari” che si trovavano facilmente in molte zone della superficie. Selene calzava sandali che sfioravano a malapena il terreno, mentre lui portava stivali dalla pesante suola di piombo che lo aiutavano a camminare con relativa facilità.

Il corridoio era a senso unico. Di tanto in tanto venivano sorpassati da un piccolo e silenzioso veicolo elettrico.

Il Terrestre rispose: — Che cosa avrei voglia di fare, dite? Be’, è un invito a raggio talmente ampio!… Non vorreste porvi qualche condizione limitativa in modo che io non possa offendervi, anche senza volerlo?

— Siete un fisico?

Il Terrestre esitò. — Perché me lo domandate?

— Per sentire cosa mi rispondete. Lo so che siete un fisico.

— Come fate a saperlo?

— Nessuno parla di “condizioni limitative”, se non lo è specialmente se la prima cosa che vuole vedere della Luna è il protosincrotrone.

— È per questo che mi cercavate? Perché sembro un fisico?

— È il motivo per cui Barron mi ha mandato a cercarvi. Perché lui è un fisico. Io sono venuta perché penso, che… siate fuori del comune, per un Terrestre.

— In che senso?

— Se andate in cerca di complimenti… non è un complimento. È solo che mi pare che i Terrestri non vi piacciano.

— Come fate a dirlo?

— Vi ho osservato mentre guardavate gli altri turisti. E poi io lo sento. Sono i Terragni a cui non piacciono gli altri Terragni quelli che tendono a rimanere sulla Luna. E questo mi riporta alla domanda di prima. Che cos’avete voglia di fare, adesso? E porrò le mie condizioni limitative… voglio dire, per quanto riguarda le cose che andremo a vedere.

— È strano, Selene — ribatté lui, lanciandole un’occhiata penetrante. — Avete un giorno di libertà e, dal momento che il vostro lavoro non vi dà nessuna soddisfazione, dovreste godervelo. Invece siete disposta a lavorare volontariamente per me… Solo perché v’interesso un pochino.

— Perché interessate a Barron. Lui ha da fare, adesso e non c’è niente di male se v’intrattengo io finché non sarà libero… E poi è diverso. Non lo capite? Il mio lavoro consiste nel guidare un branco di Terragni… Non vi offenderete se uso questo termine?

— Lo uso anch’io.

— Perché siete un Terrestre. Alcuni Terrestri lo considerano denigratorio e si offendono se lo usano i Lunariti.

— Volete dire se lo usano i lunatici?

Selene arrossì, poi disse: — Sì. Proprio così.

— Bene, allora non stiamo a scambiarci insulti. Su, continuate a parlarmi del vostro lavoro.

— Nel mio lavoro ci sono questi Terragni che devo sorvegliare perché non finiscano con l’ammazzarsi e a cui devo dire come muoversi e camminare, e devo badare che mangino e bevano secondo il manuale. E loro vedono le loro cosette, fanno le loro cosette, e io devo essere tremendamente materna e gentile.

— Orribile — commentò il Terrestre.

— Ma voi e io possiamo fare quello che preferiamo spero! Voi forse dovrete affidarvi alla sorte, ma io non dovrò soppesare ogni parola!

— Vi ho già detto che siete liberissima di chiamarmi Terragno.

— D’accordo. Allora, cosa vogliamo fare?

— Sapete già la risposta. Voglio visitare il protosincrotrone.

— Questo no. Forse Barron riuscirà a farvi ottenere un permesso in seguito.

— Be’, se non posso visitare il protosincrotrone, non so cos’altro ci sia da vedere. So che il radiotelescopio è sull’altra faccia della Luna, e poi non è una novità. Ditemi voi. I turisti-tipo cosa visitano?

— Un mucchio di cose. Ci sono le colture di alghe, per esempio, ma l’odore è tale che un Terragno… un Terrestre non lo apprezzerebbe molto. I turisti fanno già i difficili con i nostri cibi!

— Vi sorprende? Non avete mai assaggiato cibi terrestri?

— No, ma credo che non mi piacerebbero. Dipende da cosa si è abituati a mangiare.

— Già — convenne il Terrestre con un sospiro. — Se mangiaste una vera bistecca forse vi darebbero fastidio i nervi e il grasso.

— Potremmo andare in periferia dove stanno aprendo nuovi corridoi, ma dovreste indossare una tuta protettiva. Poi ci sono le fabbriche…

— Selene, lascio a voi la scelta.

— D’accordo, se prima risponderete sinceramente a una mia domanda.

— Non posso promettere prima di averla sentita.

— Dicevo che i Terragni a cui non piacciono i Terragni tendono a restare sulla Luna. Voi non avete negato. Avete intenzione di fermarvi sulla Luna?

Il Terrestre fissava le punte dei suoi goffi stivali. Poi disse: — Selene, ho faticato a ottenere il visto. Dicevano che ero troppo vecchio per affrontare il viaggio e che, se fossi rimasto qui troppo a lungo forse non sarei più riuscito a riadattarmi alla Terra. Così ho detto che avevo intenzione di restare per sempre sulla Luna.

— Eravate sincero?

— Allora ero incerto, ma adesso penso che rimarrò.

— È strano che vi abbiano concesso il visto, date le circostanze.

— Perché?

— In genere le autorità terrestri non hanno piacere che un fisico si trasferisca definitivamente sulla Luna.

— Quanto a questo, non ho avuto difficoltà — dichiarò il Terrestre, con una smorfia.

— Be’, allora, se volete diventare uno di noi, penso che dovreste visitare la palestra. I Terragni lo chiedono spesso, ma noi non li incoraggiamo, di solito, anche se non è vietato. Con gli immigranti è diverso.

— Perché?

— Be’, tanto per cominciare, noi facciamo ginnastica nudi o quasi. E perché non dovremmo? — si affrettò ad aggiungere in tono difensivo come per prevenire delle obiezioni. — La temperatura è controllata e l’ambiente pulito. Solo i Terrestri reagiscono in modo esagerato al nudo: o si eccitano o lo trovano indecente, o tutt’e due le cose insieme. Be’, noi non abbiamo voglia di vestirci in palestra per amor loro, e così, per evitare fastidi, facciamo a meno di portarceli.

— Ma gli immigranti?…

— Loro ci si devono abituare. Prima o poi dovranno spogliarsi anche loro, e hanno più bisogno di fare ginnastica dei Lunariti indigeni.

— Voglio essere onesto con voi, Selene: se vedo un nudo femminile mi ecciterò. Non sono così decrepito!

— Be’, eccitatevi pure — disse lei, con indifferenza. — Ma per conto vostro. D’accordo?

— Dobbiamo spogliarci anche noi? — domandò lui, guardandola con divertito interesse.

— Come semplici spettatori non è necessario. Voi vi sentireste a disagio e per noi non costituireste certo un bello spettacolo!

— Siete schietta!

— Credete forse che lo spettacolo sarebbe bello? Siate onesto. E poi, per quanto mi riguarda, non ho voglia di aggravare la tensione del vostro eccitamento… privato. Perciò è meglio restare vestiti tutti e due.

— Nessuno protesterà? Voglio dire per il fatto che sarò là come Terragno di aspetto non proprio gradevole.

— Se ci sarò anch’io, no.

— Allora d’accordo. È lontano?

— Ci siamo. Quella è l’entrata.

— Ah! Avevate già programmato di condurmi qui.

— Ho solo pensato che poteva essere interessante.

— Perché?

Selene sorrise all’improvviso. — Così, solo un pensiero.

Il Terrestre scosse la testa. — Comincio a credere che voi non abbiate mai solo un pensiero. Lasciatemi indovinare. Se devo rimanere sulla Luna, avrò bisogno di fare spesso ginnastica, per conservare in forma, forse, muscoli, ossa e tutti gli altri miei organi.

— Vero. Facciamo tutti ginnastica, ma gli immigrati devono farla. Arriverà il giorno in cui la palestra sarà per voi un noioso dovere quotidiano.

Erano davanti a una porta. Quando l’ebbero varcata, il Terrestre si fermò, sbalordito. — Questo è il primo posto che mi ricorda la Terra!

— In che senso?

— Per la sua grandezza. Non sapevo che ci fossero locali così grandi sulla Luna. Scrivanie, macchine da ufficio, donne sedute alle scrivanie…

— Donne a seno nudo — aggiunse Selene, seria.

— In questo, devo ammettere, non c’è nessuna somiglianza con la Terra.

— Abbiamo anche un pozzo di discesa e un ascensore per i Terragni. Ci sono molti piani… Ma aspettate.

Si avvicinò a una donna seduta a una delle scrivanie più vicine e scambiò qualche parola con lei, mente il Terrestre si guardava in giro con curiosità non invadente.

Selene tornò. — Nessuna difficoltà. Pare che stia per cominciare una mischia. Sarà bella, conosco le squadre.

— Questo posto è davvero imponente.

— Se alludete all’ampiezza, non è sufficiente. Abbiamo tre palestre. Questa è la più grande.

— In un certo senso mi fa piacere che nell’ambiente lunare, così spartano, vi permettiate il lusso di sprecare tanto spazio per una frivolezza.

— Frivolezza? — ripeté Selene con aria offesa. — Quale frivolezza?

— Avete parlato di una mischia… Un tipo di gioco, no?

— Chiamatelo pure gioco. Sulla Terra lo fate per sport: dieci uomini in azione, diecimila che li stanno a guardare. Sulla Luna è diverso. Quello che per voi è una frivolezza, un passatempo, per noi è una necessità… Da questa parte. Prenderemo l’ascensore, il che significa che forse ci toccherà aspettare un poco.

— Non volevo farvi arrabbiare.

— Non sono arrabbiata, però voi dovete essere ragionevole. Voi Terrestri avete avuto modo di abituarvi alla gravità del pianeta da trecento milioni di anni, cioè da quando il primo anfibio si è arrampicato sulla terraferma. Anche se non fate ginnastica, vivete abbastanza bene lo stesso. Ma qui sulla Luna noi non abbiamo avuto tempo di adattarci alla gravità.

— Però avete un aspetto diverso da noi.

— Se foste nato e cresciuto in un ambiente con gravità pari a quella lunare, le vostre ossa e i vostri muscoli sarebbero per forza di cose più lunghi e meno massicci che sulla Terra. Ma si tratta di uno solo dei tanti particolari. Non esiste una sola funzione fisiologica… digestione, secrezioni ormonali e così via, che non risenta della forza di gravità e che non richieda, per essere equilibrata, esercitazioni adatte. Se poi riusciamo a trasformare queste esercitazioni in ginnastica, divertimento e giochi, tanto meglio, ma non significa che siano dei passatempi frivoli… Ah, ecco l’ascensore.

Il Terrestre arretrò, un po’ allarmato, ma Selene, impaziente, lo incitò a prender posto. — Adesso, come tutti i Terragni, mi direte che vi sembra un canestro di vimini! Be’, data la forza di gravità della Luna, non è assolutamente necessaria una cabina più solida.

— Immagino che non venga molto usato — disse il Terrestre.

Selene, sorrise: — Avete ragione. — Erano soli a bordo, e la cabina, prese a scendere lentamente. — La caduta frenata è più usata, perché è più divertente.

— In che cosa consiste?

— Il nome stesso ve lo dice… Eccoci arrivati. Sono solo due piani… Si tratta di un condotto verticale, dotato di appigli per salire e scendere. Ma sconsigliamo i Terragni dal servirsene.

— Perché è troppo rischioso?

— Di per se stesso non lo è, in quanto si può salire o scendere come su una scala a pioli. Però ci sono sempre i ragazzini che si lanciano a gran velocità, e i Terragni non sono abbastanza abili da evitarli. E così succedono scontri con spiacevoli conseguenze. Ma col tempo vi ci abituerete anche voi. Quello che vi mostrerò adesso è un condotto piuttosto largo, ideato apposta per le mischie.

Guidò il compagno verso un parapetto circolare al quale stavano appoggiate parecchie persone che chiacchieravano tra loro. Erano tutti praticamente nudi. Molti calzavano sandali, o avevano una borsa a tracolla.

Il Terrestre si protese a guardare. Sotto di lui si apriva un ampio pozzo cilindrico dalle pareti lisce dipinte in rosa e interrotte da sbarre metalliche disposte a caso. Talune erano corte, altre attraversavano diametralmente l’apertura. Il pozzo aveva una profondità di centoventi, centocinquanta metri, e un diametro di quindici circa.

La presenza del Terrestre non suscitò particolare attenzione. Qualcuno l’aveva guardato distrattamente, mentre passava, qualche altro aveva salutato con un cenno o un sorriso Selene. Ma tutti avevano subito distolto gli occhi. Quel disinteresse, così ostentato, aveva un che di offensivo.

Il Terrestre riportò la sua attenzione al pozzo. Sul fondo scorse delle figure, schiacciate dalla prospettiva. Notò che alcune indossavano un succinto indumento rosso, altre blu. Dovevano essere i componenti le due squadre. Quegli indumenti avevano una funzione utilitaristica e protettiva: erano sandali, guanti e fasce intorno ai gomiti e alla ginocchia. Alcuni avevano anche un perizoma, altri una fascia intorno al petto.

— Ah — mormorò il Terrestre. — Uomini e donne!

— Proprio così — convenne Selene. — I due sessi gareggiano su un piede di parità, e le fasce servono solo a evitare il dondolìo incontrollato di parti che potrebbero intralciare i movimenti. Inoltre, esiste una differenza tra i sessi relativa ai punti vulnerabili al dolore. Vedete dunque che non si tratta di pudore.

Intanto, due figure stavano rapidamente salendo dal fondo del pozzo, diametralmente opposte, e un sommesso rullare di tamburi accompagnava i loro movimenti. In principio i due salirono attaccandosi alle maniglie, poi presero velocità e a metà si limitavano ad appoggiarvi una mano, via via che ne incontravano una.

— Sulla Terra una cosa simile sarebbe impossibile — ammise il Terrestre.

— Non si tratta solo di gravità inferiore — disse Selene. — Provare per credere. Per salire con tanta rapidità e tanta grazia bisogna fare ore ed ore d’esercizio.

I due raggiunsero il parapetto e si rigirarono a testa in giù con un guizzo fulmineo, rituffandosi per scendere.

— Caspita, come sono veloci! — esclamò il Terrestre.

— Uhm — osservò Selene mentre intorno si levava un applauso. — Credo che i Terrestri, quelli che non sono mai venuti sulla Luna, siano convinti che qui ci si sposti solo in superficie e con addosso le tute spaziali. Il che, ovviamente, rende i movimenti goffi e lenti.

— Proprio così — disse il Terrestre. — Ho visto il film dei primi astronauti, che proiettano in tutte le scuole elementari, e pareva che camminassero sott’acqua. E nonostante tutti sappiano che adesso le cose sono cambiate, l’impressione suscitata da quei primi filmetti è sempre tale che molti sono convinti che sulla Luna siate rimasti fermi a quel punto.

— E invece rimarreste tutti meravigliati nel constatare come oggi sia possibile spostarsi rapidamente in superficie, anche con le tute e gli apparecchi respiratori — dichiarò Selene. — Qui sottoterra, poi, avete avuto modo voi stesso di vedere che ci muoviamo con scioltezza e rapidità. Basta saper adoperare i muscoli e si annullano gli svantaggi della gravità ridotta.

— Però siete anche capaci di muovervi lentamente — osservò il Terrestre, che non aveva distolto lo sguardo dagli acrobati.

Questi, dopo esser saliti velocemente, stavano scendendo con deliberata lentezza, fluttuando, toccando gli appigli più per ritardare la caduta che non per darsi una spinta come avevano fatto salendo. Appena i primi due furono giunti sul fondo, vennero sostituiti da un’altra coppia, e così via, in una gara di destrezza e di virtuosismo.

Tutte le coppie salivano all’unisono, per sbizzarrirsi poi nella discesa con complicati giochi di equilibrio. Una coppia si staccò simultaneamente dall’appiglio, con un colpo di tallone, passò al di sopra di una sbarra trasversale con una bassa parabola, sfiorandosi senza toccarsi, e ciascun componente andò ad afferrare l’appiglio che l’altro aveva appena lasciato. Fu uno scrosciare di applausi.

— Non sono abbastanza esperto per apprezzare la loro bravura — dichiarò il Terrestre. — Sono tutti Lunariti indigeni?

— Per forza! La palestra è aperta a tutti i Lunariti e, anche alcuni immigrati si comportano proprio benino, per arrivare a virtuosismi come questi bisogna essere nati e cresciuti qui. Gli indigeni hanno il fisico adatto, più di quanto lo abbiano i nati sulla Terra, e inoltre si esercitano fin da piccoli. La maggior parte di quelli che si esibiscono oggi non hanno superato i diciott’anni.

— Però mi pare che siano esercizi piuttosto pericolosi, nonostante la gravità inferiore.

— Qualche osso rotto ogni tanto, ma non credo che si siano mai verificati incidenti mortali. Per quanto ne so, il più grave è stato la frattura della colonna vertebrale di un atleta che è rimasto paralizzato. È stata una cosa terribile, l’ho vista accadere con i miei occhi… Oh, guardate, adesso ci sono i liberi.

— I cosa?

— Fino a ora abbiamo visto esercizi obbligati, con movimenti stabiliti da regole fisse.

Il rullio dei tamburi si attenuò, mentre un atleta, che era salito a metà pozzo, si lanciò nel vuoto, afferrò una sbarra trasversale, vi ruotò intorno in verticale e poi la lasciò andare.

— Stupefacente — commentò il Terrestre. — Quei volteggi sulla Terra li fanno solo i gibboni.

— Cosa sono?

— Scimmie, anzi, l’unica specie di scimmia che esista ancora allo stato selvatico, sono… — S’interruppe notando l’espressione di Selene, per affrettarsi ad aggiungere: — Non volevo offendere nessuno. I gibboni sono creature agilissime, piene di grazia.

— Ho visto delle foto di scimmie — disse seccamente lei.

— Ma non avete certamente visto i gibboni in movimento. Vi assicuro che il paragone non voleva essere insultante, tutt’altro! — Appoggiò i gomiti alla ringhiera seguendo i movimenti degli atleti che sembravano danzare nel vuoto. — Come trattate gli immigranti qui sulla Luna? — domandò poi. — Parlo di quelli che vengono per non tornare più sulla Terra. Poiché non possiedono le doti innate dei Lunariti…

— Non ci sono differenze. Gli Immi sono cittadini come gli altri. Non esistono discriminazioni legali.

— Perché dite discriminazioni legali?

— Be’, l’avete detto voi. Ci sono cose che non possono fare. Esistono delle differenze. Hanno problemi medici diversi dai nostri e il loro fisico è meno resistente. E, se vengono qui in età matura, sembrano dei vecchi.

Il Terrestre distolse lo sguardo, imbarazzato. — Sono permessi i matrimoni misti tra Terrestri e Lunariti?

— Certo. Mio padre, per esempio, era un immigrato, mentre mia madre era nata sulla Luna.

— Immagino che vostro padre fosse venuto qui… Oh, santo cielo!…

Si aggrappò alla ringhiera trattenendo il fiato. — Temevo che mancasse l’appiglio.

— Niente paura. Quello è Marco Fore. È uno dei suoi trucchi, afferrare l’appiglio all’ultimo momento. A dire il vero adesso non è molto in forma, e un vero campione non ricorre a questi giochetti. Però… Mio padre aveva ventidue anni quando venne sulla Luna.

— Immagino che sia l’età migliore. Ancora abbastanza giovani per adattarsi al nuovo ambiente e non avere troppi legami sentimentali con la Terra. Dal punto di vista del maschio terrestre medio, credo che sia eccitante avere dei rapporti sessuali con…

— Rapporti sessuali? — l’espressione divertita di Selene nascondeva male il disgusto. — Non penserete che mio padre abbia avuto rapporti sessuali con mia madre! Se mia madre vi sentisse, vi farebbe correre!

— Ma…

— Fecondazione artificiale per grazia del cielo! Sesso con un Terrestre?

— Non dicevate che non esistono discriminazioni?

— Non si tratta di discriminazioni, ma di realtà fisica. Un Terrestre non riesce ad adattarsi del tutto all’attrazione gravitazionale. Per quanto esperto, nell’impeto della passione potrebbe tornare ai gesti cui è abituato. È un rischio che non mi piacerebbe correre. Nella confusione, ci potrebbe scappare un braccio o una gamba rotta. La mescolanza dei geni è una cosa, il sesso un’altra.

— Scusate, ma la fecondazione artificiale non è proibita dalla legge?

Fissando con sguardo assorto gli atleti, lei disse: — Ecco di nuovo Marco Fore. Quando non vuole strafare, è davvero in gamba, e sua sorella è brava come lui. A vederli lavorare insieme sono un poema d’armonia e di sincronismo. Lui a volte esagera un po’, ma ha un perfetto controllo dei muscoli… Sì, la fecondazione artificiale è vietata dalle leggi terrestri, ma è permessa quando sia necessaria per motivi clinici, il che, non occorre dirlo: è sempre il caso in questione.

Tutti gli acrobati erano saliti sulla sommità del pozzo e s’erano disposti in cerchio appena sotto il parapetto, i rossi da una parte e i blu dall’altra. Una piccola folla plaudente si era raggruppata attorno alla ringhiera.

— Dovreste mettere dei posti a sedere — osservò il Terrestre.

— Perché? Questo non è uno spettacolo, ma un esercizio fisico. Se a qualcuno interessa guardare, può appoggiarsi al parapetto. Non è un posto da spettatori, questo, ma una palestra, e noi dovremmo essere nel pozzo e non fuori.

— Come? Anche voi fate questi esercizi, Selene?

— Certo, tutti i Lunariti li fanno, anche se in diversa misura. Io non ho mai fatto parte di nessuna squadra… Ecco, adesso ci sarà una gara di discesa collettiva, è l’esercizio più pericoloso. Ogni squadra deve cercare di mantenersi in aria il più possibile, cercando di far cadere gli avversari. Guardate!

Il rullio dei tamburi pareva adesso un rombo di tuono, e ciascun membro delle due squadre si staccò dagli appigli saettando come una freccia. Ci fu un momento di gran confusione a mezz’aria, ma, quando l’intreccio dei corpi si districò, ciascuno era saldamente ancorato a una sbarra. Ci fu un altro momento di tensione, nell’attesa, poi uno si lanciò e un secondo lo seguì e il centro del pozzo fu di nuovo un vorticare di corpi volanti. Il gioco si ripeté più volte.

— Le regole sono complesse — spiegò Selene. — Ogni lancio vale un punto e così pure ogni appiglio. Due punti di penalità se l’appiglio è mancato, dieci a chi atterra. Poi ci sono altri falli, penalizzati in modo vario.

— Chi segna i punti?

— Ci sono gli arbitri e comunque tutta la gara viene filmata, in caso di controversie. Ma anche così, a volte, è difficile decidere.

Il gioco si andava riscaldando. Il Terrestre rinunciò a cercare di dare un senso a tutte quelle piroette e a quei volteggi complicati. A volte un atleta mancava l’appiglio, altre, gli spettatori si sporgevano tanto che sembrava volessero gettarsi anche loro nel pozzo. Una volta un avversario afferrò Marco Fore per un polso e qualcuno gridò: — Fallo!

Fore mancò un appiglio e precipitò. Agli occhi del Terrestre, data la gravità lunare, la caduta sembrava lenta, e il corpo snello di Fore piroettava alla ricerca di una sbarra su cui fermarsi, ma senza riuscirci. Gli altri atleti erano fermi, forse perché le regole esigevano così, quando uno cadeva.

Fore scendeva velocemente, adesso, sebbene fosse riuscito a rallentare più volte, sfiorando una sbarra. Era ormai quasi sul fondo, quando, con mossa fulminea, allungò la gamba destra e riuscì ad afferrarsi a una traversa: rimase appeso, dondolando, a testa in giù a meno di tre metri da terra. Rimase così, a braccia spalancate, finché durò il lungo applauso tributatogli dal pubblico, poi si rigirò, si mise ritto sulla sbarra e riprese a salire.

— È stato un fallo? — domandò il Terrestre.

— Se Jean Wong gli ha davvero afferrato il polso invece di spingerlo, era fallo. Ho visto che l’arbitro l’ha segnato. Marco però è sceso più del necessario. Gli piace interrompere la caduta in extremis, e un giorno o l’altro finirà col farsi del male… Oh, oh!

Il Terrestre alzò di scatto la testa a guardare cos’avesse, ma Selene non badava a lui. — C’è qualcuno dell’ufficio del Commissario che vi cerca — disse.

— Ma come…

— Non vedo chi altri potrebbe cercare voi.

— Ma non c’è motivo.

Tuttavia il nuovo venuto, che era indubbiamente un Terrestre o un immigrato e che pareva a disagio in mezzo ai corpi nudi dei Lunariti, stava dirigendosi verso di lui.

— Signore — disse — il Commissario Gottstein vi prega di seguirmi…

<p>5</p>

L’alloggio di Barron Neville era meno elegante di quello di Selene. C’erano libri sparpagliati qua e là, il computer, personale, in mostra nel suo angolo, e un’ampia scrivania in disordine. Le finestre, infine, erano cieche.

Selene entrò, incrociando le braccia e disse: — Se vivi in un porcile, Barron, come puoi pretendere di avere le idee chiare e ordinate?

— Mi arrangio — rispose lui, brusco. — Come mai non hai portato con te il Terrestre?

— Il nuovo Commissario è arrivato prima di me.

— Gottstein?

— Sì. Ma tu, perché non ti sei fatto vivo prima?

— Le ricerche sono lunghe e complesse. Sai che non mi piace lavorare male.

— Be’, allora dovremo pazientare — commentò lei.

Neville si mordicchiò un’unghia, esaminò il risultato con molta attenzione, e poi disse: — Non so se la situazione dovrebbe piacermi, o no… Tu cosa ne pensi di quell’uomo?

— A me piace — dichiarò Selene in tono deciso. — È piuttosto simpatico, tenendo conto del fatto che è un Terragno. Si è lasciato guidare, ha dimostrato interesse, non ha espresso giudizi né si è dato arie di superiorità. E io mi sono comportata bene e ho evitato di insultarlo.

— Ha fatto altre domande sul sincrotrone?

— No, non ne aveva bisogno.

— Perché?

— Gli ho detto che tu volevi vederlo, e gli ho spiegato che sei un fisico. Quindi, suppongo che chiederà a te tutto quello che vuole sapere, quando vi vedrete.

— Non ti pare strano che abbia attaccato discorso proprio con una guida che ha un amico fisico?

— Perché strano? Gli ho detto che andiamo a letto insieme e non c’è niente di strano che a un fisico piaccia una guida turistica.

— Smettila, Selene.

— Oh, senti, Barron! Secondo me, se quel tizio aveva dei piani e se mi ha avvicinato allo scopo di poter arrivare fino a te, sarebbe stato teso, ansioso. Più un complotto è stupido e complicato, più i cospiratori sono tesi e ansiosi. Io ho fatto di tutto per comportarmi in modo normale. Gli ho parlato di tutto fuorché del sincrotrone. L’ho portato in palestra.

— E lui?

— Si è molto interessato ai nostri esercizi. Era calmo, rilassato e si divertiva. Qualsiasi cosa abbia in mente, sono certa che non è niente di losco e complicato.

— Sei sicura? Però il Commissario è arrivato prima di te. Ti pare bene?

— Non vedo perché dovrei considerarlo un male. Un aperto invito a una riunione, fatto alla presenza di parecchi Lunariti, non mi pare una cosa sospetta.

— Selene, ti prego, non insistere a voler giudicare quando non te lo chiedo. Diventi irritante. In primo luogo quell’uomo non è un fisico. Sai cos’è in realtà?

— Io gli ho detto che era un fisico e lui non ha ammesso né negato — rispose Selene dopo averci pensato su. — Eppure… eppure sono sicura che lo è.

— La sua è una bugia per omissione, Selene. Può darsi che gli piaccia la fisica, ma non ha svolto studi né lavoro da fisico. Sono certo che ha fatto studi scientifici, ma non lavora in campo scientifico. Anche se volesse, non ci riuscirebbe: nessun laboratorio terrestre gli offrirebbe un posto. È sulla lista nera di Fred Hallam, e tu sai che tipo è Hallam.

— Ne sei sicuro?

— Credimi, ho controllato. Mi hai criticato perché ero in ritardo… Be’, quello che ho saputo è troppo bello per essere vero.

— Perché troppo bello? Non capisco dove vuoi arrivare.

— Non ti pare che dovremmo fidarci di lui? Dopo tutto ha seri motivi di rancore nei confronti della Terra.

— Se quello che hai scoperto è vero, possiamo fargli credito.

— Sì, quello che ho scoperto, è vero, almeno nel senso che cercando, ho scoperto quanto ti ho detto. Ma chi dice che non sia tutto predisposto a questo fine?

— Barron, sei disgustoso! Possibile che tu veda cospirazioni dappertutto? Ben non mi pare…

— Ben? — ripeté Neville, sardonico.

— Ben! — confermò lei, decisa. — Ben non mi pare roso dal rancore né tanto meno uno che reciti la parte di quello che deve apparire roso dal rancore.

— No, ma è riuscito a rendersi simpatico. L’hai detto tu, no? Con enfasi. Forse l’ha fatto apposta.

— Sai bene che non è facile ingannarmi.

— Be’, aspetterò a giudicare quando l’avrò conosciuto.

— Oh, va’ al diavolo, Barron! Ho conosciuto migliaia di Terragni di tutti i generi. È il mio lavoro. E tu non hai il minimo motivo di considerare con tanto sarcasmo i miei giudizi. Sai invece che puoi fidarti ciecamente di me.

— Vedremo. Non arrabbiarti. È che dobbiamo aspettare ancora… E intanto potremmo… Indovini cosa penso?

— Non m’interessa di saperlo — ribatté Selene allontanandosi da lui.

— Sei seccata perché ho messo in dubbio la tua capacità di giudicare la gente?

— Mi sono seccata perché… Oh, al diavolo, perché non cerchi di mettere un po’ d’ordine, in questa stanza? — E se ne andò.

<p>6</p>

— Vorrei potervi offrire qualche comodità terrestre, dottore — disse Gottstein — ma per una questione di principio non ho portato niente. I bravi abitanti della Luna si offendono se qualcuno venuto dalla Terra gode di un trattamento speciale. Per non urtare la loro suscettibilità mi è parso meglio adeguarsi alle abitudini locali finché è possibile. Temo però che il mio modo di camminare mi tradisca. La loro gravità è impossibile!

— Anch’io la penso così — disse il Terrestre. — Congratulazioni per il vostro nuovo incarico…

— Non è ancora mio, sapete?

— Congratulazioni lo stesso. Però, non posso fare a meno di chiedervi perché abbiate voluto vedermi.

— Eravamo compagni di viaggio. Siamo arrivati poco tempo fa sulla stessa nave.

Il Terrestre aspettò che si spiegasse meglio.

— E, inoltre noi ci conosciamo da molto tempo — continuò Gottstein. — Ci siamo incontrati anni fa, di sfuggita.

— Mi spiace, ma non ricordo…

— Non ne sono sorpreso. Non c’è motivo perché ve ne ricordiate. A quell’epoca io facevo parte dello staff del senatore Burt, che era allora, ed è tuttora, presidente del Comitato per la Tecnologia e l’Ambiente. Era l’epoca in cui egli faceva di tutto per tenersi buono Hallam… Frederick Hallam.

Il Terrestre parve irrigidirsi un poco sulla sedia.

— Conoscete Hallam?

— Siete la seconda persona che me lo chiede da che sono arrivato sulla Luna. Sì, l’ho conosciuto, non intimamente. E ho conosciuto altri che lo conoscevano. Cosa strana, la loro opinione coincideva con la mia. Per essere un uomo idolatrato da tutto il pianeta Hallam ispira pochissima simpatia quando lo si conosce di persona.

— Pochissima? Nessuna, credo.

Gottstein ignorò l’interruzione. — A quell’epoca il senatore mi aveva incaricato di fare ricerche sulla Pompa Elettronica per vedere se l’installazione avesse comportato sprechi o indebiti profitti. Questo era lo scopo ufficiale e legittimo, ma, detto tra noi, il senatore sperava di scoprire qualcosa che danneggiasse Hallam. Voleva ridurre il suo strapotere in campo scientifico e politico. Ma non vi riuscì.

— È evidente. Hallam è più potente che mai anche oggi!

— D’altra parte, non c’erano irregolarità che risalissero ad Hallam. È un uomo onesto fino all’eccesso.

— In un certo senso è vero. Il potere ha un valore di mercato che non sempre si misura in denaro.

— Comunque, quello che mi interessò allora, sebbene fosse una cosa che non seguissi io, fu l’incontro con una persona che avanzò un reclamo non contro Hallam, ma contro la Pompa Elettronica in sé. Ero presente al colloquio, ma non lo condussi io. Eravate voi, non è vero?

Il Terrestre rispose, circospetto: — Ricordo il fatto, ma non voi.

— Allora mi parve incredibile che qualcuno avesse da recriminare contro la Pompa su base scientifica. Mi avevate colpito, tanto che, rivedendovi, mi si ridestò qualcosa nella memoria. Poi ci ripensai e alla… fine, senza consultare la lista dei passeggeri, mi è tornato in mente anche il vostro nome. Non siete il dottor Benjamin Andrew Denison?

Il Terrestre sospirò. — Benjamin Allan Denison. Sì. Ma vi prego, Commissario, non ho voglia di rivangare il passato. Sono venuto sulla Luna con l’intenzione di ricominciare da capo. Accidenti, era meglio se cambiavo nome!

— Non sarebbe servito. Io vi ho riconosciuto dalla faccia. Siete liberissimo di rifarvi una nuova vita, dottor Denison, io non vi metterò bastoni tra le ruote. Tuttavia vorrei sapere una cosa che non vi riguarda direttamente. Non ricordo più il vostro reclamo contro la Pompa Elettronica. Potreste spiegarmi le ragioni della vostra ostilità di allora?

Denison chinò la testa. Il silenzio si prolungò e il Commissario Designato non lo interruppe: si trattenne persino dallo schiarirsi la gola.

Alla fine Denison disse: — In realtà non era niente. Solo una mia supposizione. Un certo timore circa l’alterazione dell’intensità del campo nucleare forte. Niente!

— Niente? — Stavolta Gottstein si schiarì la gola. — Vi prego di non seccarvi se cerco di capire. Vi ho detto che all’epoca mi avevate colpito. Non potei seguire la faccenda e non credo che riuscirei a scoprire qualcosa adesso, andando a spulciare negli archivi. Il senatore non riuscì nel suo intento e non è certo interessato a riaprire la questione. Però, io ricordo qualcosa. Non eravate un collega di Hallam, un tempo? Ma non eravate un fisico.

— È vero. Ero un radiochimico. Come lui, del resto.

— Interrompetemi se sbaglio, ma il vostro curriculum nei primi tempi era ottimo, vero?

— I giudizi di merito erano obiettivi. Io non mi ero montato la testa, però il mio lavoro mi piaceva e avevo ottenuto dei brillanti risultati.

— È davvero stupefacente come mi tornino in mente i ricordi. Hallam, invece, non era un gran che.

— Infatti.

— In seguito, però, le cose non vi andarono bene. Quando vi intervistammo… mi pare che vi foste presentato spontaneamente… lavoravate per una fabbrica di giocattoli.

— Cosmetici — corresse Denison con voce strozzata. — Cosmetici per uomini. Non era un lavoro che mi qualificasse.

— Già, purtroppo. Eravate un venditore.

— Direttore delle vendite. Ero sempre in gamba nel mio lavoro. Quando ho piantato tutto, ero vice presidente.

— C’entrò lo zampino di Hallam? Voglio dire col fatto che avevate abbandonato la ricerca scientifica.

— Commissario, vi prego! — esclamò Denison. — Sono cose che non hanno più la minima importanza. Io c’ero quando Hallam scoprì lo scambio del tungsteno ed ebbe inizio la catena di eventi che culminarono con la costruzione della Pompa Elettronica. Non saprei dirvi che cosa sarebbe successo, se non mi fossi trovato là in quel momento. Forse io e Hallam saremmo morti per avvelenamento da radiazioni nel giro di un mese o in un’esplosione atomica quindici giorni dopo. Non so. Invece, io ero là e, in parte per causa mia, Hallam è diventato quello che è adesso. E, a causa della parte da me avuta, io sono quello che sono adesso. Ma al diavolo i particolari. Siete soddisfatto? Spero di sì, perché non ho intenzione di dire altro.

— Sì, credo che mi basti. Dunque, allora avevate un certo risentimento nei confronti di Hallam?

— Certamente non gli ero affezionato a quel tempo. E non gli sono affezionato adesso, quanto a questo.

— Direste, quindi, che le vostre critiche alla Pompa Elettronica erano ispirate al desiderio di distruggere Hallam?

— Questo interrogatorio non mi piace — dichiarò Denison.

— Scusate. Tutto quanto stiamo dicendo resterà tra noi. Cerco di saperne di più, perché sono preoccupato per la Pompa e per certe altre faccende.

— Allora, se volete, pensate pure che io fossi emotivamente coinvolto. E che, perché detestavo Hallam, fossi disposto a credere che la sua grandezza e la sua popolarità avessero delle basi inconsistenti. E che studiassi la Pompa Elettronica nella speranza di trovarvi qualche punto debole.

— E quindi ne trovaste uno?

— No! — eslamò Denison, calando il pugno sul bracciolo della seggiola e spostandosi un poco in avanti per reazione. — Non “quindi”. Lo trovai perché c’era realmente… o così almeno pensavo. Potete star certo che non me lo inventai al solo scopo di denigrare Hallam.

— Non è questione di inventare, dottor Denison — obiettò Gottstein cercando di calmarlo. — Non mi sognerei mai di sottintendere una simile ipotesi. Però sappiamo tutti che quando si cerca di determinare qualcosa entro i confini del cognito, è necessario partire da determinati presupposti. I quali spaziano su un’area molto vasta di incertezze. Perciò si può andare in una direzione piuttosto che in un’altra, in tutta onestà ma secondo le… emozioni del momento. Sono certo che i vostri presupposti partivano dalla poca fiducia e dall’antipatia che nutrivate per Hallam.

— Questa è una discussione inutile. Commissario. All’epoca, secondo me, i miei presupposti partivano da una base valida. Però non sono un fisico. Sono, o meglio ero, un radiochimico.

— Anche Hallam lo era, il che non impedisce che oggi sia il più celebre fisico del mondo.

— Però continua a essere un radiochimico, e per di più in arretrato di venticinque anni.

— Con voi invece le cose sono andate diversamente. Ce l’avete messa tutta per diventare un buon fisico.

— Vedo che avete indagato a fondo su di me.

— Ve l’ho detto: mi avevate colpito. Ma passiamo ad altro. Conoscete un fisico che si chiama Peter Lamont?

— L’ho conosciuto tempo fa — ammise con riluttanza Denison.

— Lo giudicate brillante?

— Non lo conosco abbastanza per poterlo giudicare, e non voglio esprimere opinioni avventate.

— Ma direste che non è tipo da parlare a vanvera?

— A meno che non esistano prove contrarie, direi di no.

— Vi seccherebbe dirmi come avete conosciuto Lamont? Solo per sentito dire o di persona?

— Ho parlato alcune volte con lui, perché a quel tempo aveva intenzione di scrivere la storia della Pompa Elettronica. Il fatto che Lamont venisse da me mi lusingò… Al diavolo, Commissario, ero lusingato per il solo fatto che Lamont sapesse che esistevo! Ma non avevo molto da dirgli. A cosa sarebbe servito? Io non ci avrei guadagnato altro che scherni, e ne sono stufo, ormai, stufo di rimuginare sul passato, stufo di autocompassione!

— Sapete niente dell’attività di Lamont in questi ultimi anni?

— Dove volete andare a parare, Commissario? — domandò Denison, con cautela.

— Un anno fa, circa Lamont andò da Burt. Non lavoravo più per il senatore, all’epoca, ma ci vedevamo di tanto in tanto. Mi parlò della visita di Lamont. Era preoccupato. Secondo lui, Lamont aveva scoperto qualcosa di serio contro la Pompa, ma non riusciva ad approfondire la cosa. Anch’io me ne preoccupai.

— Quante preoccupazioni! — esclamò con sarcasmo Denison.

— Adesso però mi chiedo… se voi avete parlato con Lamont…

— Basta! Non una parola di più, Commissario. Vedo che state arrivando a un punto che io non voglio toccare. Se vi aspettate che vi dica che Lamont mi ha rubato l’idea, che una volta di più sono stato preso a calci, vi sbagliate. Torno a ripetervi che non avevo nessuna teoria valida, le mie erano solo supposizioni. C’era qualcosa che mi preoccupava, esposi quel reclamo, ne parlai, non fui creduto, mi persi d’animo e, poiché non avevo modo di dimostrare la validità della mia idea, rinunciai. Non ne accennai a Lamont, quando venne da me. Parlammo infatti solo delle origini della Pompa. Anche se le ipotesi che è arrivato a formulare in seguito avevano punti in comune con le mie, ci è arrivato per conto proprio. E si tratta di ipotesi solide, basate su solide analisi matematiche. Non rivendico nessuna precedenza. Nessuna.

— Mi pare che conosciate la teoria di Lamont.

— Se ne è parlato in questi ultimi mesi. Lui non l’ha potuta pubblicare e nessuno lo prende sul serio, ma è circolata ugualmente. È arrivata persino a me.

— Capisco, dottore. Io, però, la prendo molto sul serio. Per me si tratta del secondo avvertimento, capite? Il rapporto relativo al primo, cioè il vostro, non è mai finito sotto gli occhi del senatore, in quanto allora stavamo dando la caccia a eventuali irregolarità finanziarie, e lui non aveva altro per la testa. E il capo della commissione di ricerca incaricato dal senatore giudicò le vostre ipotesi… scusatemi se ve lo dico, pazzesche. Io no. Quando Lamont ha riportato la questione sul tappeto, ne sono rimasto turbato. Avrei voluto parlargli, ma i fisici che ho interrogato…

— Compreso Hallam?

— No, lui non l’ho consultato. Ma quelli con cui ho parlato mi assicuravano che la teoria di Lamont era priva di fondamento. Nonostante ciò, ero deciso a cercarlo, quando mi hanno assegnato questo incarico. E poi ho incontrato voi. Adesso potete capire perché ho voluto parlarvi. Secondo voi, le teorie di Lamont e vostre sono valide?

— Volete dire che, se si continua a usare la Pompa Elettronica, il Sole e forse tutto questo braccio della Galassia finiranno per esplodere?

— Esatto.

— E come faccio a saperlo? La mia era una supposizione. Quanto alla teoria di Lamont, non l’ho studiata a fondo. Non è stata pubblicata. Ma, se anche l’avessi letta, la parte matematica sarebbe certamente superiore alla mia comprensione… E poi, cosa importa? Lamont non riuscirà mai a convincere nessuno. Hallam lo ha rovinato, come tanti anni fa ha rovinato me, e il pubblico non vede al di là della punta del proprio naso e ha molto più interesse a credere nella Pompa che nelle teorie sballate di uno sconosciuto. Ma figuratevi! Chi mai rinuncerebbe alla Pompa per dar credito a Lamont?

— Però voi non siete rimasto indifferente, vero?

— Be’, ammetto che non mi piace l’idea di saltar per aria tutti.

— Così siete venuto sulla Luna a fare qualcosa che il vostro antico nemico Hallam vi avrebbe impedito di fare sulla Terra.

— Anche a voi piace fare supposizioni — osservò Denison, a bassa voce.

— Vi pare? — ribatté con indifferenza Gottstein. — Forse anch’io sono brillante. Ebbene, la mia supposizione è esatta?

— Può darsi. Non ho rinunciato alla speranza di tornare alla scienza. Sarei contento di fare qualcosa per allontanare dal mondo lo spettro della distruzione, sia dimostrando che esiste davvero sia dimostrando che non esiste.

— Capisco. Passando ad altro dottor Denison, il mio predecessore, il signor Montez, mi ha detto che la Luna è all’avanguardia della scienza. Secondo lui, quassù c’è una quantità spropositata di cervelli.

— Può darsi che abbia ragione — disse Denison. — Non so.

— Può darsi che abbia ragione — convenne Gottstein, pensoso. — Se così fosse, non credete che sarebbe un inconveniente per i vostri propositi? Qualsiasi cosa possiate fare, gli uomini direbbero e penserebbero che siete riuscito a ottenerla solo grazie alle installazioni scientifiche lunari. Personalmente ve ne deriverebbe poco merito, anche se sarebbe ingiusto.

— Sono stufo della corsa alla fama, Commissario Gottstein. Cerco un interesse nella vita, più interesse di quanto avevo come vice-presidente della Ultrasonic Depilatories. Lo troverò tornando alla scienza e, se otterrò qualcosa, mi basterà la soddisfazione personale.

— Diciamo che a me questo non basterebbe. Se avrete dei meriti, vi saranno riconosciuti. E a me, come Commissario, dovrebbe essere possibile presentare i fatti alla comunità terrestre in modo che non siate privato di quanto vi spetta. Penso che siate abbastanza umano da desiderare ciò che vi spetta.

— Siete davvero gentile. E in cambio?

— Siete cinico. Ma non avete torto. In cambio voglio la vostra collaborazione. L’ex-Commissario Montez ha dei dubbi sul tipo di ricerche scientifiche effettuate sulla Luna. Le comunicazioni tra Terrestri e Lunariti lasciano a desiderare, mentre il coordinamento degli sforzi dei due mondi sarebbe utile per tutti. È comprensibile che vi sia diffidenza, ma se voi sarete in grado di fare qualcosa per dissiparla, per noi potrebbe essere della stessa utilità delle vostre eventuali scoperte scientifiche.

— Non penserete sul serio, Commissario, che io sia l’uomo ideale per dimostrare ai Lunariti che gli scienziati terrestri sono leali e ben disposti nei loro confronti!

— Non dovete confondere uno scienziato vendicativo con i Terrestri in generale, dottor Denison. Mettiamola così. Vi sarei grato se mi teneste al corrente delle vostre scoperte scientifiche, e in cambio io farò in modo che ne otteniate il merito dovuto. E, per poter capire a fondo le vostre scoperte, dato che io, non dimentichiamolo, non sono uno scienziato, mi sarebbe molto utile se voi me le spiegaste alla luce delle attuali condizioni della scienza qui sulla Luna. Siete d’accordo?

— Pretendete molto — disse Denison. — Esporre prematuramente dei risultati preliminari, sia per trascuratezza che per eccesso di entusiasmo, può danneggiare irreparabilmente una reputazione. Io detesto parlare di qualsiasi cosa con qualcuno, finché non ne sono più che sicuro. E la mia esperienza col Comitato, di cui voi facevate parte, m’incoraggia ad andare coi piedi di piombo.

— Vi capisco. — Gottstein era sincero. — Lascio a voi decidere se e quando sarà opportuno mettermi al corrente… Ma vi sto trattenendo troppo, mentre con tutta probabilità avrete voglia di andare a dormire.

Essendo questo un congedo, Denison uscì, e Gottstein lo seguì con lo sguardo pensoso.

<p>7</p>

Denison aprì la porta a mano. Esisteva un comando che l’apriva automaticamente, ma, non essendo ancora ben sveglio, non gli riuscì di trovarlo.

L’uomo brano, dall’espressione preoccupata, disse: — Scusatemi… sono venuto troppo presto?

Denison ripeté l’ultima parola per avere il tempo di mettere a fuoco le idee: — Presto?… No, sono io che mi sono svegliato tardi, credo.

— Avevamo un appuntamento. — Finalmente Denison capì. — Ah, siete il dottor Neville!

— Esatto. Posso entrare?

La stanza di Denison era angusta, occupata quasi per intero dal letto ora disfatto. Il ventilatore sibilava in sordina.

— Spero che abbiate dormito bene — disse Neville con formale cortesia.

Denison abbassò lo sguardo sul pigiama spiegazzato e si passò le dita tra i capelli scomposti — No — disse brusco. — Ho passato una nottata tremenda. Potete pazientare finché non mi sia reso un po’ più presentabile?

— Certamente. Volete che intanto vi prepari la colazione? Forse non vi siete ancora familiarizzato con gli elettrodomestici.

— Mi fareste un vero favore.

Tornò dopo una ventina di minuti lavato e rasato, in camiciola e calzoni. — Spero di non aver guastato la doccia — disse. — Non veniva più acqua e non sono riuscito a farla tornare.

— È razionata e non si può averne più di una determinata quantità. Siamo sulla Luna, dottore. Mi sono preso la libertà di preparare uova strapazzate e minestra calda per tutti e due.

— Uova…

— Noi le chiamiamo così, ma i Terrestri no, credo.

Denison fece: — Oh! — e, messosi a sedere, assaggiò con scarso entusiasmo la pastetta collosa che l’altro aveva definito “uova strapazzate”. Dominò una smorfia appena si fu messo in bocca la prima forchettata, ma la ingoiò eroicamente, facendola seguire da una seconda.

— Col tempo vi ci abituerete — disse Neville. — E poi è molto nutriente. Vi faccio notare che l’alto contenuto di proteine e la gravità ridotta faranno diminuire il vostro fabbisogno di cibo.

— Tanto meglio — mormorò Denison.

— Selene mi ha detto che avete intenzione di stabilirvi sulla Luna.

— Già — ammise Denison. — Però ho passato una notte così orribile che ha dato una forte scossa alla mia decisione.

— Quante volte siete caduto dal letto?

— Due… Ma ho sentito dire che è una cosa normale.

— Inevitabile, direi, per i Terrestri. Da svegli, potete concentrarvi in modo da regolare i movimenti adattandoli alla forza di gravità della Luna; ma nel sonno vi muovete come se foste sulla Terra. Per fortuna che, cadendo, non ci si fa male.

— La seconda volta ho dormito sul pavimento. Non mi ero accorto di essere caduto. Come diavolo si può ovviare a un simile inconveniente?

— Non dovete dimenticare di sottoporvi a periodici controlli della pressione sanguigna, della funzione cardiaca e così via, per esser certo che il cambiamento di gravità non influisca negativamente sul vostro fisico.

— Me l’hanno già raccomandato da più parti — rispose Denison con aria annoiata. — Nel corso del prossimo mese mi sottoporrò a diversi esami, e prenderò delle pillole.

— Bene — disse Neville, come a porre fine a un argomento banale — entro una settimana vi sarete probabilmente adattato… Ma avete anche bisogno di vestiario adatto. Questi calzoni non vanno bene e la camiciola è inutile.

— Spero che ci sia un posto dove posso rifornirmi di abiti.

— Certo. Se avete modo, di vederla quando è in libertà, Selene sarà ben felice di esservi utile, ne sono sicuro. Vi considera una persona simpatica e per bene, dottore.

— Sono lusingato che la pensi così. — Avendo ingollato una cucchiaiata di minestra, Denison aveva l’aria di non saper cosa fare del resto. A malincuore, si decise a finirla.

— Pensava che foste un fisico, ma naturalmente si sbagliava.

— Ho studiato radiochimica.

— Ma è molto tempo che non esercitate la vostra professione, dottore. Quassù non siamo poi isolati del tutto. Voi siete una delle vittime di Hallam.

— Sono tante da parlarne al plurale?

— E come no? Tutta la Luna è una vittima di Hallam.

— La Luna?

— Si fa per dire.

— Non capisco.

— Sulla Luna non ci sono Stazioni della Pompa Elettronica. Non ne sono state installate per mancanza di collaborazione da parte dei para-uomini che non hanno accettato i nostri campioni di tungsteno.

— Non vorrete dire, Neville, che sia colpa di Hallam.

— In senso negativo, sì. Perché solo il para-universo può dare l’avvio al funzionamento di una Pompa? Perché non anche noi?

— A quanto ne so, perché non possediamo le nozioni che ci consentono di prendere l’iniziativa.

— E sarà sempre così se continuerà a essere vietato far ricerche in materia.

— È vietato? — domandò sorpreso Denison.

— A conti fatti, sì. Il fatto che nessuno dei lavori necessari a far diffondere la conoscenza in materia trovi la dovuta priorità al protosincrotrone o in qualsiasi altra delle maggiori installazioni (tutte controllate dalla Terra e tutte sotto l’influenza di Hallam) equivale a dire che le ricerche in quel senso sono vietate.

Denison si sfregò gli occhi. — Temo che fra non molto avrò ancora bisogno di dormire… Scusatemi, con questo non voglio dire che mi annoiate. Ditemi, la Pompa Elettronica è davvero tanto importante per la Luna? Le batterie solari sono efficienti e sufficienti.

— Ma ci costringono a dipendere dal Sole, dottore. Cioè, ci legano alla superficie.

— Be’… Secondo voi, dottor Neville, perché Hallam sarebbe contrario?

— Dato che lo conoscete di persona, lo conoscete meglio di me. Tende sempre a comportarsi in modo che il pubblico ignori che la Pompa in realtà è una creazione dei para-uomini, mentre noi non siamo che degli esecutori, dei servi dei padroni. Ma se qui sulla Luna arrivassimo a capire quello che stiamo facendo, la data di nascita della tecnologia della Pompa saremmo noi a stabilirla, non più lui.

— Perché mi dite questo? — volle sapere Denison.

— Perché non voglio sprecare il mio tempo. Di solito, accogliamo a braccia aperte i fisici che vengono dalla Terra. Siamo tagliati fuori, qui sulla Luna, vittime di una politica terrestre che ci è deliberatamente avversa, e un fisico che ci viene a visitare serve se non altro a farci sentire meno isolati; un fisico immigrante poi, ci è molto più utile e siamo assai lieti di spiegargli la situazione e lo incoraggiamo a lavorare con noi. In fin dei conti, mi dispiace che non siate un fisico.

— Ma io non ho mai detto di esserlo! — esclamò irritato Denison.

— Però avete chiesto di visitare il sincrotrone. Perché?

— Ah, eravate preoccupato per questo? Caro signore, lasciate che vi spieghi. La mia carriera scientifica è stata stroncata moltissimi anni fa. Ho deciso di riabilitarmi, di dare un nuovo scopo alla mia vita… tenendomi il più possibile alla larga da Hallam. E dove posso essere più lontano da lui se non sulla Luna? Ho studiato da radiochimico, ma questa specializzazione non mi ha condizionato al punto da togliermi l’interesse e la capacità di dedicarmi ad altri studi. La branca più importante, oggi, è la para-fisica. Io ho fatto del mio meglio per studiarla, come autodidatta, con la sensazione che mi potesse offrire la speranza più concreta di riabilitarmi.

— Capisco — disse Neville, ma il tono era dubbioso.

— A proposito della Pompa Elettronica, avete sentito parlare della teoria di Peter Lamont?

— No — rispose Neville, scrutandolo. — Non credo di aver mai sentito nominare questo individuo.

— Già, non è ancora famoso, e probabilmente non lo diventerà mai… probabilmente per la stessa ragione per cui non lo diventerò io. Ha pestato i calli a Hallam… Il suo nome è salito alla ribalta di recente, e io gli ho dedicato qualche pensiero… come stanotte, per esempio, quando non riuscivo a dormire — e sbadigliò.

— E allora, dottore? — incalzò Neville. — Parlatemi di quell’uomo. Come si chiama?

— Peter Lamont. Ha formulato una teoria secondo cui l’uso continuo e indiscriminato della Pompa farà sì che la forte interazione nucleare diventerà fondamentalmente più intensa nello spazio del sistema solare, finché raggiunto un punto critico, subirà un cambiamento di fase che produrrà un’esplosione.

— Quante sciocchezze! Sapete a quanto ammonta il mutamento prodotto su scala cosmica dall’uso su scala umana della Pompa? Anche se siete un fisico dilettante non dovreste trovar difficoltà a capire che la Pompa non può produrre un mutamento apprezzabile nelle condizioni generali dell’universo durante il ciclo vitale del sistema solare.

— Credete?

— Ma certo! Voi no?

— Non ne sono sicuro. Lamont agisce sotto la spinta di forti rancori personali. L’ho conosciuto, sia pur di sfuggita, e mi ha fatto l’impressione di essere un uomo passionale ed emotivo. Considerando quello che gli ha fatto Hallam, è probabilmente trascinato dal rancore che lo domina.

— Siete sicuro che sia sul libro nero di Hallam? — obiettò Neville.

— Sono un esperto in materia.

— Non vi è passato per la mente che la diffusione di un dubbio come questo, e cioè che la Pompa potrebbe essere pericolosa, sarebbe un ottimo trucco per impedire alla Luna di installare delle Stazioni per conto suo?

— A costo di suscitare ostilità e allarme in tutto il mondo? Sarebbe come voler rompere delle noci facendo esplodere un’atomica. No, sulla sincerità di Lamont non vi sono dubbi. E aggiungo che, pur senza esser stato capace di formulare teorie, ebbi io pure gli stessi dubbi, anni fa.

— Perché anche voi eravate spinto dal rancore contro Hallam.

— Io non sono Lamont. Non reagisco come lui. A esser franchi, vi dirò che avevo la vaga speranza di approfondire la questione qui sulla Luna, senza l’interferenza di Hallam e lontano dall’emotività di Lamont.

— Qui?

— Sì. Pensavo di potermi servire del sincrotrone.

— Per questo vi interessa?

Denison annuì.

— Credete davvero di potervi servire del sincrotrone? Non sapete quante richieste arretrate ci sono?

— Pensavo di poter ottenere la collaborazione di qualche scienziato lunare.

Neville scoppiò a ridere scuotendo la testa: — Abbiamo le stesse vostre probabilità di accedervi… Però vi dirò cosa possiamo fare. Noi abbiamo delle installazioni nostre. Possiamo cedervi un po’ di spazio e anche l’uso di qualche strumento dei meno importanti. Voi ne farete l’uso che vorrete, ma forse ricaverete qualcosa.

— Pensate che mi sarebbe possibile avere i mezzi per fare delle osservazioni utili nel campo della para-teoria?

— Dipende dalla vostra abilità. Vi proponete di confermare la validità della teoria di quel Lamont?

— O la sua inattendibilità.

— Credo che la seconda sia l’ipotesi più probabile. Anzi, ne sono certo.

— È chiaro, no, che sono solo un fisico dilettante? E allora, come mai mi avete subito offerto di lavorare nei vostri lavoratori?

— Perché venite dalla Terra. Vi ho già detto che chi è disposto a lavorare qui è il benvenuto, anche se autodidatta. Non si sa mai… Selene garantisce per voi, e questo è un fatto a cui forse do più importanza di quanta non meriti. E poi, siamo tutti vittime di Hallam. Se volete riabilitarvi, noi vi aiuteremo.

— Scusatemi se sono cinico, ma voi cosa pensate di guadagnarci?

— Il vostro aiuto. Fra gli scienziati della Terra e quelli della Luna esiste una certa incomprensione. Voi siete un uomo della Terra venuto spontaneamente sulla Luna e potreste agire da intermediario, per il bene di tutti. Avete già preso contatto col nuovo Commissario e può darsi che, riabilitando voi stesso, riabiliterete anche noi.

— Volete dire che se mai riuscissi a indebolire l’influenza di Hallam ne trarrebbe beneficio anche la scienza lunare?

— Qualunque cosa farete, sarà certo utile… Ma forse adesso è meglio che me ne vada e vi lasci dormire. Fatevi vivo tra un paio di giorni; vedrò di sistemarvi in un laboratorio e anche — concluse dando un’occhiata in giro — di trovarvi un alloggio migliore.

Si scambiarono una stretta di mano, e Neville se ne andò.

<p>8</p>

— Immagino che sebbene il vostro incarico non sia stato dei più divertenti, tuttavia ora che dovete andarvene provate un briciolo di dispiacere — osservò Gottstein.

— Un grosso dispiacere, direi — confessò Montez con una eloquente alzata di spalle. — Specie quando penso alla forza di gravità terrestre, alla difficoltà di respirazione, al mal di piedi, al sudore… Sento che vivrò costantemente immerso in un bagno di sudore.

— Un giorno verrà anche il mio turno.

— Seguite il mio consiglio: non restate qui mai più di due mesi per volta. Non importa quel che possono dire i medici o quali esercizi isometrici vi consiglino di fare… tornate sulla Terra ogni sessanta giorni e restatevi per una settimana. Così sopporterete tutto meglio.

— Non lo dimenticherò… oh, dimenticavo, ho visto il mio amico.

— Quale amico?

— L’uomo che era a bordo con me quando sono arrivato qui. Mi pareva che avesse una faccia nota, e infatti non sbagliavo. Si chiama Denison, ed è un radiochimico. E quel che mi ricordavo di lui corrispondeva alla realtà.

— Davvero?

— Ricordavo una certa sua interessante irrazionalità, e ho cercato di sondarlo. Mi ha resistito, in modo molto astuto. Era razionale, talmente razionale da insospettirmi. Certi tipi di svitati dispongono di una razionalità che costituisce una specie di meccanismo di difesa.

— Signore! — esclamò Montez perplesso. — Temo proprio di non riuscire a seguirvi. Se non vi spiace, mi metto a sedere un momento. Fra il dover badare a che tutto sia impacchettato a dovere e pensare alla gravità terrestre, sono rimasto a corto di fiato… Di che irrazionalità stavate parlando?

— Una volta, tentò di spiegarci che l’uso delle Pompe Elettroniche era pericoloso. Secondo lui, avrebbero fatto esplodere l’universo.

— Sul serio? Ed è vero?

— Spero di no. Allora, fu mandato via alquanto bruscamente. Quando gli scienziati si occupano di qualche cosa ai limiti della comprensibilità, diventano molto suscettibili, sapete. Una volta, uno psichiatra che conoscevo lo definì il fenomeno del “Chi lo sa?”. Se niente di quel che fate vi porterà alla conoscenza che vi è utile, finirete col dire “Chissà cosa succederà”, e la fantasia vi dirà il resto.

— Sì, ma se i fisici si comportano a questo modo, anche se non tutti…

— Ma non si comportano così, almeno non ufficialmente. Esiste la responsabilità scientifica e le riviste specializzate badano bene a non pubblicare notizie cervellotiche… Ma per tornare a noi, la controversia è tornata a galla. Un certo Lamont è andato dal senatore Burt, da quel Chen che si autodefinisce un messia o che so io e da altri, insistendo a dire che potrà verificarsi un’esplosione cosmica. Nessuno gli ha creduto, ma la voce si è diffusa e ha finito col trovare credito.

— E questo tizio che è venuto sulla Luna ci crede?

— Credo di sì — ammise Gottstein con un ampio sorriso. — Diavolo, di notte, quando non riesco a dormire — fra l’altro continuo a cadere dal letto — arrivo a crederci anch’io. Forse lui pensa di poter esperimentare la sua teoria, qui.

— E allora?

— E allora lasciatelo fare. Gli ho fatto capire che lo avremmo aiutato.

— È rischioso — commentò Montez scuotendo la testa. — Non mi piace dare un sostegno ufficiale alle teorie cervellotiche.

— Sapete, esiste una sia pur minima possibilità che non sia poi tanto cervellotica. Il fatto importante è che se possiamo farlo restare qui sulla Luna, tramite suo possiamo arrivare a scoprire cosa sta succedendo qui. Non vede l’ora di essere riabilitato e io gli ho suggerito che poteva raggiungere lo scopo dandoci una mano… Farò in modo che siate tenuto al corrente, in via amichevole.

— Grazie — rispose Montez. — E addio.

<p>9</p>

Con espressione ingrugnita, Neville dichiarò: — No, non mi piace.

— Perché è un Terragno? — Selene si tolse un peluzzo dal seno e lo esaminò attentamente tenendolo fra due dita. — Non è della mia camicetta. L’ho sempre detto io, che il sistema di depurazione dell’aria funziona male.

— Quel Denison non vale una cicca. Non è un para-fisico. Ha qualche nozione dilettantesca in materia — a quanto racconta — e, per dimostrare la sua competenza, tira fuori delle idee assurde.

— Quali, per esempio?

— Dice che la Pompa potrebbe far esplodere l’universo.

— Davvero?

— Proprio così… Oh, sono obiezioni che ho già sentito non so quante volte! Ma non si tratta solo di questo… E poi sono tutte assurdità.

— Forse la pensi così perché vorresti che non fossero vere.

— Non cominciare!

— Be’, cosa vuoi farne, di lui? — tornò alla carica lei dopo una breve pausa.

— Lo sistemerò in qualche laboratorio. Non varrà niente come scienziato, ma potrebbe esserci ugualmente utile. Deve essere abbastanza conosciuto, se il Commissario ha già conferito con lui.

— Lo so.

— Mi ha raccontato una romantica storia, secondo cui gli hanno rovinato la carriera, e ora vorrebbe riabilitarsi.

— Sul serio?

— Certo. Sono sicuro che ti piacerà, e del resto, se lo metti sull’argomento, sarà felice di raccontartela. Anche questo è un bene. Il Terrestre romantico che lavora sulla Luna a un progetto pazzesco costituirà un magnifico motivo di preoccupazione per il Commissario, e ci servirà da paravento. E chissà che, tramite suo, non si riesca a sapere qualche cosa di più di quello che succede sulla Terra… Perciò sarà meglio che tu continui a mostrarti cordiale con lui, Selene.

<p>10</p>

La risata di Selene risuonò stridula negli auricolari di Denison. La tuta spaziale in cui era infagottata nascondeva la sua figuretta.

— Avanti, Ben, venite — incitò. — Non c’è da aver paura. Oramai siete un veterano. È un mese che vivete sulla Luna.

— Ventotto giorni — borbottò Denison che si sentiva soffocare nella tuta.

— Un mese — insisté Selene. — C’era la mezzaterra quando siete arrivato, e adesso c’è di nuovo mezzaterra — e così dicendo indicò la curva luminosa della Terra nel cielo meridionale.

— D’accordo, ma aspettate. Qui in superficie non sono così bravo a cavarmela come di sotto… E se casco?

— Non succede proprio niente. La forza di gravità è minima, il pendio dolce e la tuta robusta. Se doveste perdere l’equilibrio, lasciatevi cadere e rotolare. Fra l’altro, è molto più divertente scendere a questo modo.

Ma Denison non era per niente tranquillo. La superficie della Luna si stendeva bellissima alla fredda luce della Terra, tutta una sinfonia di bianchi e di neri. Un bianco tenue e delicato in confronto a quello delle zone illuminate dal Sole che aveva visto una settimana prima durante una gita fatta allo scopo di visitare le batterie solari installate nel Mare Imbrium. Anche il nero era più tenue e morbido non essendovi il contrasto della cruda luce del giorno. Le stelle avevano uno splendore incomparabile, e la Terra era così invitante, con le sue pennellate di bianco e di azzurro, fra cui comparivano qua e là tratti marrone.

— Bene — disse Denison — vi secca se mi aggrappo a voi?

— No di certo. Del resto, non risaliremo fino alla sommità, ma percorreremo solo un tratto del pendio adatto ai principianti: cercate di stare al passo con me. Camminerò lentamente.

I passi di Selene erano lenti, lunghi e ondeggianti, e lui cercava di imitarne il ritmo. Il pendio che stavano risalendo era coperto di polvere, e ad ogni passo Denison ne scalciava una nuvoletta che ricadeva subito nel vuoto. Riusciva a star al passo con Selene, ma a fatica.

— Bene — commentò lei tenendolo sottobraccio. — Vi comportate proprio benino, per essere un Terragno… scusate, un Immi.

— Grazie.

— Be’, non è che ci sia molta differenza. Immi, per Immigrante, è un epiteto spregiativo come Terragno per Terrestre. Devo ammettere che avete un buon carattere, per la vostra età.

— No! Questo è peggio ancora. — Denison ansimava e aveva la fronte sudata.

— Ogni volta che state per posare un piede, date una leggera spinta con l’altro — consigliò Selene. — Così i passi si allungano e camminare diventa più facile. No, non così… guardate me.

Denison fu ben lieto di fermarsi un momento, e guardò Selene, che, nonostante fosse impacciata dalla tuta, procedeva a passi aggraziati. Poi lei tornò indietro e gli si inginocchiò accanto.

— Su, adesso provate a muovere un passo… lentamente, e io vi batterò sul piede quando sarà il momento di calcare per darvi una spinta.

Dopo parecchi tentativi, Denison commentò: — È peggio che correre sulla Terra. Sarà meglio che riposi un po’.

— Va bene. La colpa è dei muscoli che non sono avvezzi ai movimenti coordinati. Fate fatica non per colpa della forza di gravità, ma per mancanza di coordinamento muscolare… D’accordo, mettetevi a sedere e riprendete fiato. Non ho intenzione di farvi salire molto più in alto.

— Se mi sdraio comprometto il funzionamento delle bombole?

— No, ma è meglio che non vi sdraiate. Mancano solo 120° allo zero assoluto, cioè siamo a 150° sottozero, e più piccola è la zona di contatto con il terreno, tanto meglio è. Io, se fossi in voi, mi limiterei a star seduto.

— Va bene. — Denison si mise a sedere col viso rivolto verso il nord.

— Guardate quelle stelle! — esclamò.

Selene si era messa anche lei a sedere, ad angolo retto rispetto a Denison, che, di tanto in tanto, quando la luce della Terra colpiva il visore a un’angolazione giusta, riusciva a vederla in faccia.

— Sulla Terra si vedono le stelle? — domandò lei.

— Non così. Anche quando non ci sono nuvole, l’atmosfera terrestre assorbe parte della loro luce. Le differenze di temperature nei diversi strati atmosferici le fanno sembrare tremule, e le luci delle città, anche se lontane, le offuscano.

— Dev’essere disgustoso!

— Vi piace stare qui in superficie, Selene?

— Non in modo folle, però non ho niente in contrario a venirci, qualche volta. Fa parte del mio lavoro accompagnare i turisti.

— E adesso l’avete fatto per me.

— Riuscirò mai a convincervi che con voi è diverso, Ben? E poi abbiamo un itinerario fisso per i turisti, breve e per niente interessante. Non penserete che li porti qui sullo scivolo, eh? Qui ci vengono i Lunariti e gli Immi. Anzi, più che altro gli Immi.

— Non deve attirarli molto, visto che ci siamo solo noi.

— Be’, non ci vengono tutti i giorni. Ma dovreste vedere quando ci sono le gare. Non vi piacerebbe, ve l’assicuro.

— Non credo che mi piaccia molto nemmeno adesso. Lo scivolo è uno sport da Immi?

— In genere sì. Ai Lunariti piace poco salire in superficie.

— E al dottor Neville?

— Per dir la verità non credo che sia mai venuto qui. È un vero cittadino, lui. Ma perché v’interessa saperlo?

— Quando ho chiesto di visitare le batterie solari, mi ha dato subito il permesso, però non mi ha accompagnato. Glielo avevo chiesto, per avere con me qualcuno in grado di fornirmi delucidazioni in materia, ma il suo rifiuto è stato netto.

— Spero che avrete trovato qualcun altro in grado di rispondere alle vostre domande.

— Oh, sì. Un Immi. Forse questo spiega l’atteggiamento del dottor Neville nei riguardi della Pompa.

— Come sarebbe a dire?

— Be’… — Denison si piegò all’indietro mettendosi ad agitare alternativamente le gambe. — Ehi, è divertente! Guardate, Selene… Volevo dire che Neville ci tiene tanto a installare una stazione di pompaggio, mentre per il fabbisogno locale sono sufficienti le batterie solari. Sulla Terra non possiamo usarle perché il Sole non è sempre presente, non è sempre limpido, e non irradia su tutte le lunghezze d’onda. In tutto il sistema solare non esiste un solo pianeta più adatto all’uso delle batterie della Luna. Anche Mercurio è troppo caldo. Ma, per adoperarle, bisogna dipendere dalla superficie, e se a voi non piace starci…

Selene si alzò di scatto in piedi, dicendo:

— Basta, avete riposato abbastanza, Ben. Su, su…

Lui si rialzò a fatica, continuando a parlare. — Una stazione di pompaggio, però, permetterebbe ai Lunariti di non salire mai in superficie, se non vogliono.

— Avanti, saliamo ancora un po’. Vedete quel dosso, più in alto, dove la luce della Terra viene tagliata in linea orizzontale?

Salirono in silenzio fino alla cima. Denison notò che ai lati il terreno era più liscio: un’ampia distesa in pendio, pressoché priva di polvere.

— È troppo liscio per un principiante — disse Selene rispondendo a una domanda inespressa del compagno. — Non cercate di essere troppo ambizioso, altrimenti finirete col chiedermi di insegnarvi anche il salto del canguro.

Così dicendo, saltò come un canguro, roteando su se stessa prima di ricadere. Poi esclamò: — Ecco qua! Mettetevi a sedere, mentre io sistemo…

Denison ubbidì, sedendosi con la faccia rivolta al pendio che osservò con aria incerta: — Siete davvero capace di scivolare fino in fondo?

— Ma certo! La forza di gravità ridotta fa sì che si prema meno sul terreno. Sulla Luna è sempre molto più facile scivolare. Per questo voi avete l’impressione che i pavimenti dei nostri alloggi siano mal rifiniti. Volete che vi tenga una piccola lezione sull’argomento, come ai turisti?

— No, grazie.

— E poi, naturalmente, si adoperano gli scivoli. — Stringeva in mano una piccola cartuccia a cui erano attaccati dei morsetti e un paio di tubi sottili.

— Che cos’è? — domandò Ben.

— Una bomboletta di gas liquido che emette un getto di vapore sotto la suola degli stivali. Il sottile strato di gas fra la suola e il terreno riduce l’attrito a zero, per cui ci si muove come se si fosse sospesi nel vuoto.

— Non mi va — disse Denison. — È uno spreco adoperare così il gas sulla Luna.

— Andiamo! Che gas credete che ci sia negli scivoli? Ossido di carbonio? Ossigeno? In questo caso, sì che sarebbe uno spreco! Si tratta di argon, disponibile a tonnellate nel suolo lunare, derivato da miliardi di anni di degradazione del potassio 40… L’argon serve a pochissimi usi sulla Luna. Potremmo adoperarlo per milioni di anni negli scivoli senza esaurire le scorte… Ecco fatto, vi ho sistemato gli scivoli. Adesso aspettate che metta i miei.

— Come funzionano?

— Automaticamente. Appena si comincia a scivolare il contatto fa uscire il gas. La riserva dura solo pochi minuti, ma sono sufficienti. — Si alzò e lo aiutò a rialzarsi in piedi. — Mettetevi di fronte alla discesa. Così! È un pendio molto dolce, coraggio, Ben, da qui il terreno sembra addirittura pianeggiante.

— No — protestò spaventato Denison — a me sembra ripidissimo.

— Macché! Adesso statemi bene a sentire e tenete a mente quello che vi dico. Tenete i piedi appena divaricati, uno pochi centimetri più avanti dell’altro. Non importa quale. Le ginocchia devono essere piegate. Non guardate indietro né in alto; se è necessario potete guardare di fianco. Soprattutto, quando sarete arrivato in fondo alla discesa, non cercate di fermarvi subito: perché la velocità è più alta di quanto sembri. Lasciate che il gas finisca, e l’attrito vi farà rallentare fino a fermarvi.

— Non sarò mai capace di ricordare tutte queste cose.

— Ma sì, invece! E poi io sarò al vostro fianco, pronta ad aiutarvi. Caso mai poi doveste cadere senza che riesca a impedirvelo, non fate niente; lasciatevi semplicemente andare, scivolando a ruzzoloni. Non ci sono sassi contro cui possiate urtare.

Denison deglutì a vuoto fissando la discesa: il pendio, rivolto a sud, scintillava alla luce della Terra, e le più piccole imperfezioni risaltavano nitide, facendo spiccare minuscole zone d’ombra, cosicché il terreno pareva macchiato. Il grande semicerchio della Terra solcava il cielo nero proprio davanti a lui.

— Pronto? — domandò Selene posandogli una mano guantata fra le scapole.

— Pronto — rispose Denison con un filo di voce.

— E allora… via! — disse lei dandogli una spinta. Denison cominciò a muoversi, dapprima lentamente. Si voltò vacillando, e lei gli disse: — Non preoccupatevi, sono qui di fianco a voi.

D’un tratto Denison non sentì più il terreno sotto i piedi. Il gas cominciava ad uscire. Per un momento gli sembrò di star fermo. Non c’era l’attrito dell’aria contro il corpo, né aveva la sensazione di scivolare. Ma quando tornò a voltarsi verso Selene, notò che al suo fianco le luci e le ombre fuggivano all’indietro a velocità crescente.

— Tenete gli occhi fissi sulla Terra finché la velocità aumenta — disse lei. — Più andrete forte, più sarete stabile. Piegate le ginocchia… Andate proprio benino.

— Per un Immi — ansimò Denison.

— Come va?

— Mi pare di volare. — Le luci e le ombre si confondevano ai suoi fianchi in un grigiore uniforme. Gli parve di perdere l’equilibrio e tornò a fissare la Terra. — Ma non è un paragone che possiate capire — aggiunse poi — dato che sulla Luna non si vola.

— No, non capisco. Volare deve essere come scivolare!

Denison andava ormai abbastanza forte da provare una sensazione di moto senza bisogno di guardare di fianco. Il panorama lunare che gli sfuggiva rapido ai lati, andava allargandosi davanti a lui. — Che velocità si può raggiungere con gli scivoli? — domandò.

— Durante una gara sono state cronometrate velocità superiori alle cento miglia orarie, su pendenze più forti di questa, naturalmente. Voi starete andando sulle trentacinque…

— A me pare di essere molto più veloce.

— No. Guardate, Ben, abbiamo raggiunto il piano e non siete caduto. Su, reggetevi… Il gas sta per finire e sentirete attrito. Non fate niente; continuate a lasciarvi andare.

Selene non aveva ancora finito di parlare che Denison cominciò a sentire una pressione sotto le suole. Gli parve che la velocità fosse improvvisamente aumentata e strinse forte i pugni per impedirsi di sollevare le braccia in un gesto istintivo di equilibrio. Sapeva che, se l’avesse fatto, sarebbe invece caduto disastrosamente.

Socchiuse gli occhi trattenendo il respiro finché gli parve di sentirsi scoppiare i polmoni, e poi sentì la ragazza che diceva: — Perfetto, Ben, perfetto. Non ho mai visto un Immi fare la sua prima discesa senza cadere. Perciò, se anche adesso doveste cadere, non ci sarebbe niente di male.

— Ma io non voglio cadere! — protestò Denison, che aspirò a fondo prima di riaprire gli occhi. La Terra era là davanti a lui, come prima, serena e indifferente. Lui stava rallentando, sempre più, sempre più…

— Sono fermo, Selene? — domandò. — Io non lo so.

— Sì, siete fermo. Non muovetevi. Dovete riposarvi prima che ci rimettiamo in cammino per tornare in città… Accidenti… L’ho lasciato qui da qualche parte quando siamo saliti…

Denison la guardò incredulo. Era salita e discesa con lui, ma mentre lui si sentiva esausto per la stanchezza e la tensione, ecco che Selene stava allontanandosi a grandi balzi da canguro. Era distante cento metri buoni quando sentì negli auricolari la sua voce che diceva: Eccolo! — risuonandogli nelle orecchie come se fosse a due passi da lui.

Tornò dopo un momento stringendo sottobraccio un voluminoso foglio di plastica ripiegato.

— Ricordate di avermi chiesto che cos’era mentre venivamo qui?… Vi avevo detto che l’avremmo adoperato prima di tornare — disse, aprendo il foglio e stendendolo sulla superficie polverosa della Luna.

— Si chiama “salotto lunare” — spiegò. — Ma noi lo chiamiamo semplicemente salotto perché tanto l’aggettivo è superfluo. — Inserì nel foglio una cartuccia e spinse una leva. Il foglio incominciò a gonfiarsi. — Prima che troviate da dire, vi avverto che anche questo è argon.

Il foglio si trasformò in un materasso sonetto da sei tozze gambe.

— Vi reggerà — disse Selene. — Ha pochissimo contatto col terreno e il vuoto che lo circonda mantiene il calore.

— Non vorrete dirmi che è caldo! — eslamò Denison.

— Man mano che esce, il gas si scalda, ma solo quanto basta per evitare che la vostra tuta isolata si raffreddi più in fretta di quanto voi non riusciate a mantenerla calda. Su, sdraiatevi!

Denison ubbidì, con enorme sollievo.

— Magnifico! — esclamò esalando un lungo sospiro.

— Mamma Selene pensa a tutto — commentò la ragazza.

Poi si mise a scivolare intorno a Denison ponendo un piede davanti all’altro come se avesse i pattini; quindi si sollevò e ricadde con grazia su un fianco e su un gomito, accanto a lui. Magnifico! — esclamò Denison. — Come fate?

— Ci vuol pratica. Voi non tentate di imitarmi. Vi rompereste un gomito. Se avrò freddo vi pregherò di farmi un po’ di posto sul divano. Ma intanto riposatevi finché il cuore non avrà ripreso il ritmo normale. Poi torneremo a casa. Se allungate le gambe dalla mia parte, vi toglierò gli scivoli. La prossima volta vi insegnerò a metterli e a toglierli da solo.

— Non sono tanto sicuro di aver voglia di riprovare un’altra volta.

— Proverete, proverete! Non vi siete divertito?

— Un po’. Ma avevo troppa paura.

— Ne avrete meno la prossima volta, finché a poco a poco la paura scomparirà del tutto. Farò di voi un vero scivolista.

— No, no, sono troppo vecchio.

— Non sulla Luna. “Sembrate” soltanto vecchio.

L’assoluta tranquillità della Luna si era comunicata a Denison. Guardava la Terra, la cui presenza nel cielo gli aveva dato, più di ogni altra cosa, un senso di stabilità mentre scivolava, e provò verso di essa un senso di gratitudine.

— Venite spesso, qui, Selene? — domandò. — Non coi turisti, intendo, né quando c’è qualche gara.

— Praticamente mai. A meno che non ci sia altra gente, questo è un po’ troppo anche per me. A dir la verità mi stupisco di quello che sto facendo.

— Davvero? — disse con indifferenza Denison.

— Non vi sorprende?

— Dovrei? Secondo me ognuno fa quel che fa o perché gli piace o per dovere, e comunque sia non è una cosa che mi riguardi.

— Grazie, Ben. Grazie di cuore. Mi fa piacere sentirvi parlare così. Una delle cose migliori in voi è che pur essendo un Immi, non ci criticate. Noi siamo abituati a vivere sotto terra, siamo dei cavernicoli… cosa c’è di male?

— Niente.

— A sentire i Terragni non si direbbe. E siccome sono una guida turistica, non posso fare a meno di sentire quello che dicono. Li ho sentiti ripetere un milione di volte le stesse cose, ma più di tutto dicono — e continuò con l’accento tipico dei Terrestri che parlavano lo standard planetario: — “Ma, cara, come fate a vivere nelle caverne? Non vi fa venire la claustrofobia? Non vi viene mai la voglia di vedere il cielo azzurro, gli alberi, l’oceano, sentire il vento e odorare i fiori?”… Potrei continuare a lungo, Ben. E non mancano mai di aggiungere: “Già, voi non avete mai visto gli alberi, e il cielo azzurro, e così non sentite nostalgia”… Come se non fossimo collegati alle reti TV terrestri e non disponessimo di film, diapositive, eccetera.

— Qual è la risposta ufficiale a queste osservazioni? — chiese Denison divertito.

— Ci limitiamo a ribattere: “Ci siamo abituati, signora (o signore)”. Ma di solito sono le donne. Gli uomini sono troppo occupati a guardarci le camicette chiedendosi quando ce le toglieremo, o almeno credo. E sapete cosa vorrei rispondere a quegli idioti? “Scusate, signora, ma perché mai credete che dovrebbe interessarci il vostro mondo? Non vogliamo starcene appesi sulla superficie di un pianeta aspettando di precipitare o di essere scagliati via, coll’aria che ci schiaccia e l’acqua sporca che ci bagna. Non vogliamo i vostri schifosi germi, né le vostre stupide nuvole, o la vostra erba puzzolente e il vostro monotono cielo blu. Quando ne abbiamo voglia possiamo vedere la Terra nel nostro cielo, ma non ci interessa molto. La Luna è la nostra casa, e ce la siamo fatta noi, alla lettera. È nostra, ci siamo creati il nostro ambiente, e non ci rincresce minimamente che sia diverso dal vostro. Tornatevene nel vostro mondo e lasciate che la forza di gravità vi faccia cadere i seni fino alle ginocchia”. Ecco che cosa direi.

— Bene! — disse Denison. — Quando vi verrà voglia di rispondere così a qualche Terragno, venite a sfogarvi da me.

— Sapete una cosa? Ogni tanto qualche Immi propone di costruire una Terra-Park sulla Luna, sapete, una piccola riproduzione della Terra con piante e fiori, e magari qualche animale.

— E voi naturalmente siete contrari.

— Certo! La Luna è casa nostra, e se qualche Immi ha nostalgia di casa sua, se ne torni sulla Terra.

— Cercherò di ricordarmelo.

— No, non mi pare che siate il tipo. — Seguì un breve silenzio, poi Selene riprese: — Vi secca se vi faccio una domanda?

— Per niente. Se vi interessa la mia vita privata, non ho segreti. Sono alto un metro e settanta, sulla Luna peso quattordici chili, avevo una moglie da cui ho divorziato, una figlia sposata assistente all’Università di…

— No, Ben, parlo sul serio. Posso chiedervi del vostro lavoro?

— Certamente, però non so cosa potrei dirvi.

— Be’, voi sapete che Barron ed io…

— Sì, lo so — tagliò corto lui.

— …Parliamo spesso insieme. Mi ha detto che secondo voi la Pompa Elettronica potrebbe fare esplodere l’universo.

— La nostra parte di universo. Potrebbe trasformare in un quasar il braccio della galassia dove ci troviamo.

— Davvero? Ci credete sul serio?

— Quando sono arrivato sulla Luna non ne ero sicuro — rispose Denison. — Adesso lo sono. Sono personalmente convinto che succederà.

— Quando?

— Non lo so di preciso. Forse tra qualche anno, forse tra qualche decennio…

— Barron non ci crede — dichiarò Selene.

— Lo so e non tento neanche di fargli cambiare idea. Non si può pretendere di riuscirci con un attacco frontale. Questo è stato l’errore di Lamont.

— Chi è Lamont?

— Niente, Selene… parlavo tra me.

— No, Ben, per favore… mi interessa molto.

Denison si voltò a guardarla: — E va bene! — esclamò. — Non ho niente in contrario a parlarvene. Lamont è un fisico che cercò di metter in guardia il mondo contro i pericoli della Pompa. Ma non ci riuscì. La gente non vuol rinunciare all’energia gratuita, la desidera al punto da rifiutare di credere alla possibilità di non poterla più avere.

— Ma perché dovrebbero continuare a volerla se è così pericolosa?

— Perché si rifiutano di credere che sia pericolosa. Il modo più semplice di risolvere un problema è negare che esista. È quel che fa il vostro amico, il dottor Neville. Non gli piace stare in superficie e così si impone di credere che le batterie solari non bastano, anche se a un osservatore imparziale sembrano la più perfetta fonte di energia per la Luna. Vuole la Pompa, perché così può restarsene sempre nel sottosuolo, e siccome la vuole a tutti i costi, si rifiuta di credere che sia pericolosa.

— Barron non è tipo da rifiutarsi di credere a una cosa solo perché va contro ai suoi desideri — obiettò Selene. — Naturalmente, ci vogliono delle prove. Ne avete?

— Penso di sì. È davvero stupefacente, Selene. Tutto dipende da fattori quasi imponderabili di interazione nucleare. Sapete cosa significa?

— Non occorre che me lo spieghiate. Ho parlato tanto e di tanti argomenti con Barron che riesco benissimo a seguirvi.

— Bene. Pensavo che avrei avuto bisogno del sincrotrone per raggiungere il mio scopo. Ha un diametro di 25 miglia, ha dei magneti superconduttori, e inoltre è in grado di disporre di energie di 20.000 bevatroni e più. Ho però scoperto che voi Lunariti possedete un apparecchio che avete battezzato Pionizzatore, racchiuso in uno spazio relativamente piccolo, ma capace di svolgere le stesse funzioni del sincrotrone. Bisogna fare le congratulazioni alla Luna per questo meraviglioso progresso tecnico.

— Grazie — disse Selene. — Parlo a nome della Luna.

— Bene. I risultati che ho ottenuto col Pionizzatore rivelano la quantità dell’aumento dell’intensità della interazione nucleare forte, e l’aumento corrisponde ai dati di Lamont e non a quelli della teoria ortodossa.

— Ne avete parlato a Barron?

— No. Tanto, se lo facessi, non ci crederebbe lo stesso. Direbbe che si tratta di risultati marginali, che ho commesso un errore, che non ho tenuto conto di tutti i fattori o che non ho eseguito tutti i controlli… Insomma, potrebbe dire che vuole la Pompa a qualunque costo, e sarebbe la stessa cosa.

— Quindi, secondo voi, non c’è via d’uscita.

— Sì che c’è, ma non bisogna ricorrere al metodo diretto come ha fatto Lamont.

— E allora?

— Lamont propone di chiudere la Pompa, ma non basta. Non si possono far rientrare i pulcini una volta usciti dall’uovo, il vino nell’uva o un bambino nell’utero. Se si vuole che un bambino non giochi col nostro orologio non ci si limita a dirgli che non deve farlo, ma gli si offre in cambio qualcosa.

— E sarebbe?

— Ah, è ben qui che non sono sicuro! Ho un’idea, un’idea molto semplice basata sul fatto ovvio che il numero due è ridicolo e non può esistere.

Seguì un silenzio che si protrasse per un paio di minuti. Selene lo ruppe per dire con voce assorta: — Vediamo se riesco a indovinare quello che volete dire.

— Ma se non ne sono sicuro nemmeno io!

— Lasciatemi provare lo stesso. Era sensato supporre che il nostro universo fosse l’unico che potesse esistere ed esistesse, in quanto è l’unico in cui viviamo e che ricade sotto la nostra esperienza diretta. Ma una volta avute le prove che esiste anche un secondo universo — quello che noi chiamiamo para-universo — diventa ridicolo supporre che ne esistano due e solo due. Se esiste un secondo universo, allora è possibile che ne esistano in numero infinito. In casi come questi non ci sono numeri reali accettabili. Non due soltanto, ma qualsiasi numero finito è ridicolo, e non può esistere.

— Proprio quello che pensavo io — disse Denison. Tornò a cadere il silenzio e Denison si drizzò a sedere guardando la ragazza chiusa nella tuta. — Sarà meglio che torniamo in città — disse.

— Ho tirato a indovinare — disse lei.

— No, non è vero. Una riposta così non è dettata dal caso.

<p>11</p>

Barron Neville la fissava senza parlare e lei ricambiava lo sguardo senza scomporsi. Il panorama alle finestre era cambiato. A una finestra si vedeva la Terra quasi piena.

Finalmente lui disse: — Perché?

E lei: — È stato un caso, ti dico; avevo capito al volo e il troppo entusiasmo mi ha spinto a parlare. Avrei dovuto dirtelo già da parecchi giorni, ma temevo che la tua reazione fosse quella che in effetti è.

— Dunque, lui sa. Che stupida sei stata!

— Cosa sa? — ribatté Selene, punta sul vivo. — Solo quello che prima o poi avrebbe finito per capire, e cioè che io ho delle intuizioni? Quante volte mi hai detto che le intuizioni più profonde possono essere sbagliate? Dunque, che valore potrebbe dare, lui, a una semplice intuizione?

Neville era impallidito, ma Selene non sapeva se per la rabbia o per l’apprensione. — Tu sei diversa — disse lui. — Il tuo intuito non ha mai fatto cilecca una volta.

— È vero, però lui lo ignora.

— Ma finirà per supporto. Parlerà con Gottstein.

— E cosa vuoi che vada a dire a Gottstein? Non sa certo che cosa stiamo realmente facendo.

— Credi?

— No, non lo sa. — Si era alzata e stava passeggiando avanti e indietro. Poi si voltò di scatto ed esclamò con impeto: — No! È meschino da parte tua voler sottintendere che sarei capace di tradire te e gli altri. Se non accetti la mia integrità, accetta almeno il mio buonsenso. Sarebbe perfettamente inutile dirglielo. Se moriremo tutti, che vantaggio ne avremmo, sia noi che loro?

— Ti prego, Selene! — esclamò Neville agitando una mano con aria disgustata. — Piantala con questo argomento.

— No, stammi a sentire, invece. Mi ha parlato diffusamente del suo lavoro. Tu mi tieni nascosta come se fossi un’arma segreta. Sostieni che valgo più di qualsiasi strumento o scienziato. Ti diverti a fare il cospiratore, insisti a farmi recitare la parte di guida turistica in modo che possa dedicare tutte le mie straordinarie facoltà solo e sempre ai Lunariti. E cioè a te. E cosa ottieni?

— Lo sai bene, no? Per quanto tempo credi che saremmo rimasti liberi, se loro…

— Non fai che ripetere sempre le stesse cose. Ma chi mai è stato arrestato? Chi messo in condizioni di non poter agire? Dove sono le prove della cospirazione che tu vedi ovunque? I Terrestri impediscono a te e a quelli del tuo gruppo l’accesso ai loro strumenti più perché tu li hai costretti a farlo che per secondi fini da parte loro. E questo in fondo per noi è un bene piuttosto che un male in quanto ci ha costretto a inventare altri strumenti molto più capaci.

— Basati sulle tue intuizioni teoriche, Selene.

— Lo so — sorrise lei. — Ben mi ha detto che li apprezza molto.

— Tu e il tuo Ben! Che cosa diavolo vuoi da quel miserabile Terragno?

— È un immigrante, e voglio da lui delle informazioni. Tu me ne dai mai? Hai una tale maledetta fifa che mi peschino, che non mi permetti nemmeno di parlare con un fisico. Solo con te. E tu sei il mio… be’, per quest’ultima ragione, probabilmente.

— Andiamo, Selene! — Voleva rabbonirla, ma il tono era troppo impaziente.

— No, le cose stanno proprio come ho detto. Mi hai spiegato che ho questo compito ed io ho cercato di concentrarmi in modo da ottenere dei risultati, e, matematica o no, a volte ci sono riuscita. Posso visualizzare come vanno fatte le cose… è una visione rapida, che scompare subito. Ma, comunque sia, a che serve, se la Pompa distruggerà tutto?

— Torno a chiedertelo un’altra volta — disse Neville. — Puoi asserire con certezza che ci distruggerà? Niente se e ma. Sì o no.

— Non posso! — esclamò con rabbia Selene. — È una questione così marginale che non sono in grado di rispondere con sicurezza. Un semplice “forse” non ti basterebbe?

— Oh, Signore!

— Non alzare gli occhi al cielo, Non assumere quell’aria sprezzante! Tu non hai mai cercato le prove. Perché? Ti ho detto che è possibile trovarle.

— Non ti erano mai venute in mente certe idee prima di conoscere quell’Immi.

— Immigrante. Insomma, sei disposto a cercare le prove?

— No! Ti ho detto che in questo caso le tue intenzioni non si possono mettere in pratica. Non sei uno sperimentatore, tu, e quello che, a pensarci, pare valido, non può essere sempre applicato al mondo reale degli strumenti, del caso, dell’incertezza.

— Il cosiddetto mondo reale del tuo laboratorio. — Selene era rossa e irritata e stringeva i pugni. — Sprechi tanto di quel tempo a cercare di ottenere un vuoto tale per cui… Ma qui c’è, il vuoto, su in superficie, con temperature che a volte arrivano a metà strada dallo zero assoluto. Perché non fai i tuoi esperimenti in superficie?

— Sarebbe inutile.

— Come fai a saperlo? Non hai mai provato. Denison ha provato. Si è preso la briga di escogitare un sistema valido anche in superficie e lo ha collaudato quando è andato a visitare le batterie solari. Voleva che tu l’accompagnassi, ma hai rifiutato, ricordi? È un aggeggio semplicissimo, che sarei capace di descrivere anch’io dopo che Denison me l’ha spiegato. Funziona a temperatura ambiente, sia diurna che notturna, ed è stato in grado di istradarlo verso una nuova linea di ricerche col Pionizzatore.

— A sentirti, parrebbe una cosa semplicissima.

— E lo è. Quando ha scoperto che sono un’Intuitiva, Denison mi ha parlato come non aveva mai fatto prima. Mi ha spiegato le ragioni che lo inducono a pensare come la forte interazione nucleare, accentuandosi, si stia accumulando in modo catastrofico in prossimità della Terra. Fra pochi anni il Sole esploderà, e…

— No, no, no e no! — urlò Neville. — Ho visto i risultati e non mi persuadono.

— Li hai visti?

— Ma certo! Credi che lo lasci lavorare nei nostri laboratori senza sapere quel che fa? Ti ripeto che ho visto i suoi risultati, e che non hanno alcun valore. Basa i suoi calcoli su piccolissime deviazioni che rientrano nell’ambito dell’errore sperimentale. Fa di tutto per persuadersi che quelle deviazioni sono significative, e se tu sei disposta a crederci, liberissima di farlo. Ma per quanto uno possa esserne convinto, non per questo diventano significative quando — com’è il caso — non lo sono.

— Ma tu cosa vuoi, Barron?

— Voglio la verità.

— Non hai però deciso in anticipo che la verità deve essere quella che vuoi tu? Tu vuoi una Stazione di Pompaggio sulla Luna, non è così? In modo da non avere niente a che fare con la superficie. E qualsiasi cosa contrasti con i tuoi desideri non può essere vera… per definizione.

— Non voglio discutere con te. Voglio la Stazione, e più ancora, voglio… il resto. Ma una cosa non serve, senza l’altra. Sei sicura di non avere…?

— Sicurissima.

— E per l’avvenire?

Selene gli si piazzò di fronte, battendo nervosamente un piede.

— Non gli dirò niente — disse. — Ma io devo saperne di più. Tu non hai informazioni da darmi, ma lui forse sì, o può ottenerne grazie agli esperimenti che tu ti rifiuti di fare. Gli parlerò, e riuscirò a sapere che cosa ha scoperto. Se cercherai di interporti fra noi, non riuscirai mai a ottenere quello che vuoi. Non aver paura che lui riesca ad arrivarci prima di me. È troppo abituato al modo di pensare terrestre. Non si azzarderà mai a fare il passo decisivo.

— Bene, ma non dimenticare anche la differenza tra Terra e Luna. Questo è il tuo mondo. Non ne hai altri. Quell’uomo, il tuo Ben… Denison, questo immigrante venuto dalla Terra può anche tornarci, se vuole. Ma tu non potrai mai andare sulla Terra. Sei una Lunarita e non puoi cambiare.

— Una vergine lunare — disse con scherno Selene.

— Vergine no — corresse Neville. — E quanto al pericolo dell’esplosione, se il rischio connesso al mutamento delle costanti fondamentali dell’universo è così grande, come mai i para-uomini, tanto più progrediti di noi tecnologicamente, non hanno pensato di fermare loro la Pompa?

Detto questo, se ne andò.

Stringendo i pugni e le mascelle, lei rimase a fissare a lungo la porta chiusa. Poi disse: — Perché le loro condizioni sono diverse dalle nostre, imbecille! — Ma parlava solo per sé. Neville era già lontano.

Con un calcio, spinse il pulsante che faceva scendere il letto e vi si sdraiò. Di quanto si erano avvicinati al vero obiettivo cui tendevano da anni, Barron e gli altri?

Di niente. Erano sempre allo stesso punto. Energia! Tutti cercavano energia. Parola magica! La cornucopia, la chiave della ricchezza universale… Ma l’energia non era tutto.

Trovando l’energia, si poteva anche trovare… l’altra cosa. Se si scopriva la chiave per ottenere energia, la chiave per ottenere il resto diventava ovvia. Lei lo sapeva, questo, ma sapeva anche che per trovare quella chiave avrebbe dovuto afferrare un punto così sottile da apparire ovvio solo dopo averlo afferrato. (Santo cielo, i sospetti cronici di Barron l’avevano contagiata al punto che perfino nei pensieri si limitava a definirla “l’altra cosa”?)

Nessun Terrestre sarebbe mai stato capace di afferrare quel punto sottile, specie perché non aveva motivo di cercarlo.

Ma Ben Denison l’avrebbe trovato per lei, pur senza cercarlo per sé.

Salvo che… Se l’universo veniva distrutto, niente importava più.

<p>12</p>

Con uno sforzo notevole Denison cercò di mantenere un tono disinvolto. Allungando più volte la mano, cercò di tirarsi su i calzoni che non aveva. Tutto quel che indossava, infatti, erano un paio di sandali e uno slip ridotto al minimo, troppo stretto. Oltre, naturalmente, al lenzuolo.

Selene, addobbata come lui, si mise a ridere. — Ben, non dovete proprio vergognarvi del vostro corpo. È solo un po’ flaccido, ma neanche poi tanto. Anzi, se lo slip vi stringe, toglietelo.

— No, no — mormorò Denison avvolgendosi il lenzuolo intorno all’addome. Ma lei glielo strappò di dosso.

— Datelo a me — disse. — Che razza di Lunarita siete, se non rinunciate al puritanesimo terrestre? Sapete bene che il pudore non è che l’altra faccia della libidine.

— È un’abitudine inveterata, Selene.

— Potreste cominciare a guardare me, ogni tanto, senza far scivolare via lo sguardo come se fossi unta d’olio. Ho notato che guardate le donne con molta disinvoltura. Ecco, mi fermo, tolgo lo slip e voi mi guardate.

— Selene, c’è tanta gente in giro — protestò lui — e non è bello che vi facciate gioco di me in questo modo. Fatemi il favore di camminare e lasciate che mi abitui a poco a poco.

— D’accordo, però vi prego di notare che nessuno bada a noi.

— A voi vorrete dire. Me, mi guardano tutti. Probabilmente non hanno mai visto nessuno così vecchio e flaccido.

— Può anche darsi — ammise lei con noncuranza — però ci si abitueranno.

Denison camminava in preda alla più cupa infelicità, pensosamente consapevole di ognuno dei peli grigi che gli spuntavano sul petto e del tremolio dell’addome. Solo quando il corridoio cominciò a restringersi e la folla si diradò, poté tirare un sospiro di sollievo.

Adesso, si guardava intorno incuriosito senza far più troppo caso ai seni eretti di Selene e alle sue cosce levigate. Sembrava che il corridoio non finisse mai.

— Quanta strada abbiamo fatto? — domandò.

— Siete stanco? Mi spiace. Avremmo potuto prendere uno scooter. Ogni tanto mi dimentico che venite dalla Terra.

— Meglio così, invece. Non dovete ricordarmi che sono un immigrante. Comunque, non sono stanco. Nemmeno un poco. Casomai, ho freddo.

— È frutto dell’immaginazione — disse lei. — Solo perché siete nudo credete di avere freddo.

— Si fa presto a dirlo — sospirò lui. — Spero almeno di camminare bene.

— Benissimo. Potreste cominciare a fare i salti del canguro.

— E partecipare alle gare di scivolo. Non dimenticate che non sono più giovane. Quanta strada abbiamo fatto?

— Circa un paio di miglia.

— Santo cielo! Ma quanto sono lunghi questi corridoi?

— Non lo so. Quelli residenziali costituiscono solo una piccola parte del complesso. Ci sono corridoi minerari, geologici, industriali, micologici… In tutto assommano a parecchie centinaia di miglia.

— Esistono delle mappe?

— Naturalmente. Non possiamo certo lavorare alla cieca.

— Ma voi ne avete?

— Io? Be’, no, almeno non qui. Ma per questa zona non mi occorrono. La conosco bene, perché la frequento fin da quando ero bambina. Questi corridoi sono i più vecchi. Quelli nuovi — ne apriamo due o tre miglia all’anno — sono a nord. Per orizzontarmi da quelle parti avrei bisogno anch’io di una mappa.

— Adesso dove stiamo andando?

— Vi ho promesso uno spettacolo insolito, e sarete soddisfatto. È la più insolita delle miniere lunari, e non rientra nel giro turistico.

— Una miniera di diamanti?… No, non credo.

— Oh, molto meglio!

In quel tratto, le pareti del corridoio erano di roccia grigia non levigata, e illuminata a tratti. La temperatura si manteneva sui valori medi e la circolazione dell’aria dava perfino l’idea che ci fosse un leggero vento. Lì riusciva difficile persuadersi di essere a una settantina di metri sotto la superficie battuta dal sole e dal gelo.

— Sono tutti a tenuta stagna? — domandò con un improvviso senso di disagio Denison, che si era improvvisamente ricordato di trovarsi sotto un oceano di vuoto che si estendeva all’infinito.

— Certamente. Le pareti sono impermeabili, e la pressione è mantenuta costante. Se dovesse cadere solo del dieci per cento in una qualsiasi parte dei corridoi, sentireste un concerto di sirene da farvi diventare sordo, e si accenderebbero luci e frecce in quantità per indicare le zone sicure.

— È già successo molte volte?

— No, raramente. Negli ultimi cinque anni credo che nessuno sia morto per mancanza d’aria. Poi, in tono difensivo: — Sulla Terra si verificano pure le catastrofi naturali come i terremoti o le inondazioni, che causano migliaia di vittime!

— Per carità, Selene, non ho voglia di discutere, calmatevi.

— Va bene, non volevo prendermela… — Si fermò, in ascolto, e aggiunse: — Sentite?

Denison tese le orecchie, ma poco dopo scosse la testa: — C’è un silenzio assoluto. Dove sono gli altri? Non vedo più anima viva. Siete sicura che non ci siamo smarriti?

— Queste non sono grotte naturali con passaggi sconosciuti, come ne avete sulla Terra. So che esistono perché ho visto le foto.

— Sì, sono per lo più grotte di arenaria scavate dall’acqua. Sulla Luna non esiste niente del genere, vero?

— No, e quindi non possiamo esserci smarriti. Se siamo soli, attribuitelo alla superstizione.

— Alla superstizione? Non capisco.

— Be’, in effetti non è il termine esatto, forse, ma in genere i Lunariti hanno la tendenza a starsene alla larga da questa zona.

— Perché?

— Per quello che vi mostrerò. — Intanto, si erano rimessi in cammino. — Sentite, adesso?

Tornò a fermarsi, e Denison tese le orecchie.

— Alludete a quel leggero “tap-tap”? — disse dopo un po’.

Lei non rispose, e partì di corsa a lunghi balzi armoniosi. Denison la seguì, cercando di imitare le sue movenze.

— Qui… qui…

Denison seguì la direzione indicata dalla mano di Selene.

— Buon Dio! — esclamò. — Da dove viene?

Era una cascatella d’acqua limpida, un rivoletto che ricadeva sgocciolando in un piccolo condotto di ceramica che entrava poi nella roccia.

— Dall’interno delle rocce. C’è acqua nella Luna, non lo sapevate? La maggior parte la ricaviamo dalla pietra da gesso, e ci basta, perché sappiamo adoperarla con giudizio.

— Lo so, lo so. Però non sono ancora riuscito a fare una doccia come si deve.

— Eppure vi ho spiegato come dovete fare. Prima, bagnarsi. Poi, chiudere il rubinetto, insaponarsi e strofinarsi… oh, Ben, non ho voglia di tornare a ripeterlo. E poi, sulla Luna non ci si sporca mai molto… Ma non è di questo che volevo parlare. Ci sono dei veri e propri depositi di acqua, in un paio di posti, di solito sotto forma di ghiaccio, in prossimità della superficie, all’ombra delle montagne. Quando li localizziamo, cominciano a sgocciolare attraverso il canale di trivellazione. Questo cola da quando fu scavato il corridoio, otto anni fa.

— Non capisco cosa c’entri la superstizione.

— Naturalmente l’acqua è la maggior risorsa naturale da cui dipende la vita sulla Luna. Ci serve per bere, per lavarci, per coltivazioni, per ricavarne ossigeno… insomma, per infinite necessità vitali. L’acqua allo stato libero viene riguardata da noi col massimo rispetto. Quando fu scoperto questo deposito, il progetto per il completamento della galleria fu rinviato al giorno in cui si sarebbe esaurito. Non rifinirono nemmeno le pareti.

— Questa è dunque la superstizione?

— Forse sarebbe meglio dire rispetto, riverenza. Si pensava che, come sempre succede in questi casi, si esaurisse in un mese, due al massimo. Be’, passato un anno, si cominciò a considerarlo eterno. E infatti hanno ribattezzato questa cascatella “L’Eterna”. Non è neanche indicata dalle mappe. E tutti pensano che se un giorno o l’altro dovesse scomparire, sarebbe un brutto segno.

Denison rise.

— Nessuno ci crede sul serio — protestò Selene con calore. — Tuttavia… Vedete, non è certo eterna e prima o poi non colerà più. Adesso, per esempio, la quantità d’acqua che sgocciola ammonta a un terzo, rispetto ai primi tempi. Quindi, è segno che il deposito sta lentamente esaurendosi. Penso che tutti siano convinti che se si trovassero qui quando cesserà di colare, succederebbe loro qualche disgrazia. Almeno io mi spiego in questo modo la riluttanza a venire qui.

— Ne deduco che voi non condividete questa convinzione.

— Che io ci creda o meno, non importa. Intanto, sono certa che non smetterà di colare all’improvviso, per cui c’è sempre il tempo di allontanarsi prima che smetta. Andrà via via sempre più rallentando e nessuno sarà in grado di determinare con esattezza il momento in cui avrà smesso di sgocciolare. Quindi, perché preoccuparsi?

— Avete ragione.

— Però ci sono altre cose che mi preoccupano — continuò Selene. — Vorrei discuterne con voi, approfittando del fatto che qui siamo soli.

Stese il lenzuolo sul pavimento e ci si sedette sopra a gambe incrociate.

— Qual è il vero motivo per cui mi avete portato qui? — volle sapere Denison sdraiandosi accanto a lei.

— Vedete, ormai vi state abituando a guardarmi senza imbarazzo… e sicuramente ci sono state epoche sulla Terra quando la nudità non era giudicata sconveniente.

— Epoche e località — convenne lui — ma non dopo la Crisi. Da quando sono nato…

— Be’, sulla Luna comportatevi come i Lunariti. È il meglio che vi conviene fare.

— Per favore, volete sì o no dirmi il motivo per cui mi avete portato qui, o devo incominciare a credere che volete sedurmi?

— Se volessi, potrei farlo benissimo a casa, dove staremmo molto più comodi. No, si tratta di ben altro… — esitò, prima di continuare.

— E allora? — la incitò Denison.

— Barron è arrabbiato. Molto arrabbiato.

— Non mi sorprende. Vi avevo detto che si sarebbe arrabbiato se gli aveste svelato che io so che siete una Intuitiva. Non capisco perché abbiate ritenuto necessario dirglielo.

— Perché è difficile nascondere a lungo qualche cosa al mio… compagno di letto. Anche se forse non si considera più tale.

— Mi spiace.

— Oh, tanto le cose si stavano già guastando. È durato anche troppo. Quello che mi preoccupa veramente — e molto — è che lui rifiuta di accettare la vostra interpretazione dei risultati degli esperimenti fatti col Pionizzatore in superficie.

— Vi ho detto che sarebbe successo così.

— Barron dice di aver visto i vostri risultati.

— Gli ha dato una rapida occhiata e li ha subito scartati.

— È davvero deludente! Possibile che uno debba credere solo a quello che desidera?

— Sì, finché gli è possibile. E talvolta anche oltre.

— E voi?

— Vi domandate se sono umano? Certo. Non credo di essere davvero vecchio. Sono convinto di essere attraente. Credo che voi cerchiate la mia compagnia perché mi trovate affascinante… anche se insistete a parlare di cose serie.

— Per piacere! Non sto scherzando.

— Be’, penso che Neville vi abbia detto che i dati da me raccolti non sono indicativi al di là di un margine di errore; il che li rende dubbi. E questo è abbastanza vero, tuttavia io penso che abbiano il significato che mi aspettavo di trovare.

— Solo perché ci volete credere?

— Non solo per questo. Guardiamo le cose da un altro punto di vista. Supponiamo che la Pompa non sia pericolosa ma che io insista a crederla tale. In questo caso sarei uno stupido, e la mia reputazione scientifica ne risentirebbe. Ma io sono già uno stupido agli occhi della gente che conta e non godo della minima reputazione scientifica.

— Perché, Ben? Avete fatto spesso delle allusioni, ma non mi avete mai raccontato tutto per filo e per segno.

— Oh, rimarrete stupita nel constatare quanto poco c’è da dire. A venticinque anni ero ancora così infantile da insultare uno stupido per il solo motivo che era stupido. E poiché non aveva colpa, se era così, mi rivelavo più stupido io di lui. Grazie ai miei insulti, quel tale ha raggiunto vette che altrimenti non credo sarebbe mai riuscito a scalare.

— State parlando di Hallam?

— Proprio di lui. E mentre Hallam saliva, io scendevo, finché non precipitai… sulla Luna.

— È stato un gran male?

— Tutt’altro. Credo anzi che sia stato un bene. Diciamo quindi che, alla lunga, mi ha addirittura fatto un piacere… Ma torniamo all’argomento di prima. Vi ho spiegato che se fossi convinto che la Pompa è pericolosa mentre non lo è, non avrei niente da perdere. Invece, se credessi che la Pompa è innocua, mentre non lo è, contribuirei alla distruzione del mondo. Ormai ho già vissuto più di metà della vita e non ho alcun motivo per amare l’umanità. Però quelli che mi hanno fatto del male sono pochi, e se in cambio io danneggiassi tutti farei pagare un interesse troppo esoso. Se poi volete un motivo meno nobile, Selene, pensate a mia figlia. Poco prima della mia partenza per la Luna ha richiesto il permesso di avere un bambino. Credo che lo otterrà e quindi fra non molto diventerò nonno. Ebbene, mi piace pensare che il mio nipotino possa avere una vita lunga e normale. Per questo, preferisco credere che la Pompa sia pericolosa, e agire di conseguenza.

— È proprio questo che voglio sapere! — esclamò Selene. — La Pompa è pericolosa, o no? Voglio la verità, non quello che uno preferisce credere.

— Dovrei essere io a chiederlo a voi. Siete voi l’Intuitiva. Cosa vi suggerisce l’intuito?

— È proprio questo che mi preoccupa, Ben. Non riesco a esser certa di niente. Tendo a pensare che la Pompa è pericolosa, ma può darsi che lo faccia perché voglio crederlo.

— D’accordo. Forse è così. Perché?

Selene sorrise, alzando le spalle. — Sarebbe bello se Barron avesse torto. Quando è sicuro di qualche cosa, lo è in modo talmente offensivo!

— Capisco. Vi piacerebbe vedere la sua faccia quando fosse costretto a ritrattare le sue convinzioni. Mi rendo benissimo conto di quanto possa essere intenso un desiderio di questo genere. Per esempio, se la Pompa fosse pericolosa e io potessi provarlo, sarei considerato il salvatore dell’umanità. Ma quello che mi interesserebbe più di ogni altra cosa sarebbe l’espressione della faccia di Hallam. Non è un sentimento di cui andare fiero, per cui ho il sospetto che insisterò a divi, dere a metà il merito con Lamont, il quale dopotutto se lo merita, e mi limiterò a godere osservando la faccia di Lamont mentre lui guarda quella di Hallam. Così, non mi sentirei più tanto meschino… Ma sto dicendo un sacco di sciocchezze… Selene?

— Sì, Ben.

— Quando avete scoperto di essere una Intuitiva?

— Non lo so.

— Immagino che all’università abbiate studiato fisica.

— Sì, e anche un po’ di matematica. Ma non ci ero molto portata. A pensarci, non riuscivo molto bene neppure in fisica. Quando mi trovavo con l’acqua alla gola, tiravo a indovinare le risposte, e spesso imbroccavo quelle giuste. E se chiedevano come ci fossi arrivata, non sapevo spiegarlo. I professori pensavano che li volessi prendere in giro, ma non potevano provarlo.

— Non sospettavano, che foste una Intuitiva?

— Non credo. Allora, non ci pensavo neanch’io. Finché, be’, uno dei miei primi compagni di letto era un fisico. Anzi, è il padre di mio figlio, dato che ha fornito lui il seme. Aveva un problema di fisica che non riusciva a risolvere, é me ne parlò un giorno, a letto, così, tanto per parlare, credo. E io gli dissi: “Sai cosa dovrebbe essere, secondo me?” e gli spiegai quella che, a mio parere, era la soluzione. Lui l’applicò, tanto per il gusto di farlo, e scoprì che funzionava. Fu il primo passo per la realizzazione del Pionizzatore, che — come avete detto anche voi — è molto superiore al protosincrotrone.

— Volete dire che è stato idea vostra? — Denison mise un dito sotto l’acqua che sgocciolava, e fece per metterselo in bocca. Ma prima domandò: — È potabile?

— Assolutamente sterile, ma viene immessa nelle cisterne per essere depurata, in quanto è satura di solfati, carbonati e altre sostanze che le conferiscono un sapore sgradevole.

— Avete inventato voi il Pionizzatore? — insisté Denison.

— Inventato, no. Io ho solo intuito il concetto originale. Svilupparlo, è stata una cosa molto, molto difficile e laboriosa. Il merito va quasi tutto a Barron.

— Selene, voi siete un fenomeno stupefacente. Dovreste essere esaminata a fondo dai biologi molecolari.

— Credete? Io preferisco divertirmi in modo diverso.

— Una cinquantina d’anni fa il boom della tecnica genetica era al culmine.

— Lo so, ma poi raggiunse tali eccessi, per cui venne posta fuori legge. Però conosco qualcuno che si dedica ancora a questo genere di studi…

— Volete dire che si occupano dell’intuitività?

— No, questo non credo.

— Ah, ma è invece lì che voglio arrivare. Quando gli studi di tecnica genetica avevano raggiunto il massimo della diffusione, si fecero dei tentativi per stimolare le doti di intuizione. Si sosteneva che un intuito superiore fosse il prodotto di una particolare combinazione genetica, e si fecero le più svariate speculazioni sulle qualità di questa combinazione.

— Immagino che ne esistesse più d’una.

— E io immagino che se è stato l’intuito a suggerirvi questa risposta, avete indovinato. Ma qualcuno insisteva che un gene o un piccolo gruppo di geni avesse un’importanza particolare nella combinazione, al punto da poterlo definire Gene Intuitivo… poi gli studi furono interrotti.

— Come dicevo.

— Prima, però — proseguì Denison — erano stati fatti tentativi per accrescere il potenziale dell’intuito, e pare che in certi casi i risultati fossero stati positivi. Sono sicuro che i geni alterati entrarono nel circolo genetico, e se voi per caso ereditaste… Qualcuno dei vostri nonni fu sottoposto a esperimenti di tecnica genetica?

— No, che io sappia — rispose Selene — ma non posso escluderlo. Uno di loro avrebbe anche potuto… ma, se non vi spiace, preferisco non indagare a fondo. Non voglio sapere.

— Forse è meglio. Quel genere di esperimenti piaceva molto poco al grosso pubblico, e chiunque fosse considerato un prodotto della tecnica genetica non era ben visto. Dicevano, per esempio, che l’intuito era legato ad altre caratteristiche poco simpatiche.

— Grazie.

— Non sono io a dirlo. Chi possiede un intuito eccezionale ispira immancabilmente invidia e ostilità. Perfino un intuitivo gentile e angelico come Michael Faraday suscitò l’invidia e l’odio di Humphry Davy. E nel vostro caso…

— Io non suscito di certo odio e invidia.

— No, non credo. Ma cosa ne pensa Barron Neville?

Selene non rispose.

— Quando vi conosceste, immagino che le vostre doti fossero già note.

— Non molto note. Solo alcuni fisici sapevano, ma poiché anche qui, come sulla Terra, nessuno è disposto a cedere il merito ad altri, penso che fossero convinti più o meno in buona fede che si fosse trattato di una supposizione fortuita, niente più. Ma Barron, naturalmente, sapeva.

— Capisco.

Selene torse le labbra: — Ho la sensazione che vorreste dire: “Dunque, è per questo che si è interessato a voi”.

— Ma no, Selene. Siete abbastanza attraente perché un uomo possa desiderarvi senza secondi fini.

— Sono anch’io dello stesso parere, ma — come si dice — tutto fa brodo, e Barron non poteva non interessarsi alle mie doti di Intuitiva. E perché mai non avrebbe dovuto? Solo, insistette perché continuassi a fare la guida turistica. Sosteneva che io sono una importante risorsa naturale della Luna e non voleva che la Terra mi monopolizzasse come ha monopolizzato il protosincrotrone.

— Che strana idea. Ma forse pensava che meno gente era al corrente delle vostre doti, meno sarebbero stati quelli che avrebbero attribuito a voi parte del merito delle sue invenzioni.

— Adesso parlate come Barron!

— Ah sì? E suppongo che si secchi molto quando il vostro intuito dà risultati particolarmente brillanti.

— Barron è un tipo sospettoso — disse lei scrollando le spalle, — Ognuno ha i suoi difetti.

— Allora vi pare prudente stare sola con me?

— Adesso non irritatevi perché lo difendo — protestò brusca Selene. — Non pensa neppur lontanamente che fra noi due possano esserci rapporti sessuali. Voi venite dalla Terra. Anzi, dirò più: incoraggia la nostra amicizia. Pensa che possa imparare molto da voi.

— Ed è vero? — domandò freddamente Denison.

— Sì… Però, se questo è il motivo principale per cui lui incoraggia la nostra amicizia, per me non è così.

— Qual è il vostro motivo?

— Come sapete benissimo, e come bramate di sentirmi dire, mi piace stare con voi. Se così non fosse, potrei ottenere ciò che voglio in molto meno tempo.

— Va bene. Amici, allora?

— Amici, sicuro!

— Potrei sapere cosa avete imparato da me?

— È lungo da spiegare. Sapete che il motivo per cui non possiamo installare una Stazione di Pompaggio è che non siamo in grado di localizzare il para-universo, mentre loro possono localizzare noi. Questo accade o perché sono molto più intelligenti o perché sono molto più progrediti di noi.

— Il che non è detto che sia la stessa cosa — disse Denison.

— Lo so, e per questo ho detto “o”. Ma potrebbero anche essere più tardi e meno progrediti, ma molto più difficili da localizzare. Il problema potrebbe esser tutto qui: è difficile localizzarli. Se la interazione nucleare forte è molto più forte nel loro universo, le loro stelle devono per forza essere molto più piccole e più piccoli saranno anche, di conseguenza, i pianeti. Quindi, il loro mondo individuale dovrebbe essere più difficile da localizzare del nostro.

— È un’ipotesi affascinante.

— Prendiamo poi in considerazione gli scambi di proprietà tra un universo e l’altro, che servono a indebolire la loro interazione nucleare forte, a raffreddare i loro soli, mentre rafforzano la nostra interazione nucleare e riscaldano i nostri soli fino a farli esplodere. Che cosa implica tutto questo? Immaginiamo che loro riescano a procurarsi energia senza il nostro aiuto, ma solo a un rendimento rovinosamente basso. In circostanze normali, questo sarebbe molto, molto poco pratico. Loro hanno bisogno che li aiutiamo a dirigere nella loro direzione energia concentrata, fornendo tungsteno 186 e ricevendo in cambio plutonio 186. Ma supponiamo che il nostro braccio galattico esploda, trasformandosi in una quasar. In questo caso si verificherebbe una produzione di energia concentrata in prossimità del sistema solare molto più intensa dell’attuale e della durata di milioni di anni.

“Una volta formatasi una quasar, anche una produzione rovinosamente bassa sarebbe sufficiente. Perciò a loro non importerebbe se noi fossimo distrutti o meno, anzi, la nostra distruzione li avvantaggerebbe. Finché esistiamo, sussiste la possibilità che per un motivo o per l’altro facciamo fermare la Pompa, e loro non potrebbero riattivarla da soli. Ma dopo l’esplosione, non dovrebbero più dipendere da noi. E per questo chi dice ’Se la Pompa è pericolosa perché quei cervelloni dei para-uomini non la fermano?’ non sa quello che dice.”

— È un’idea di Neville, questa?

— Sì.

— Ma il para-sole continuerebbe a raffreddarsi, no?

— Che importerebbe? — ribatté con impazienza Selene. — Con la Pompa, non dipendono più dal sole.

— Forse non lo sapete — disse allora Denison con un profondo sospiro — ma sulla Terra correva voce che Lamont avesse ricevuto dai para-uomini un messaggio in cui dicevano che la Pompa è pericolosa ma che loro non possono fermarla. Naturalmente, nessuno l’ha preso sul serio… ma supponiamo che sia vero. Supponiamo che Lamont abbia ricevuto questo messaggio. Non potrebbe darsi il caso che qualche para-uomo sia così altruista da non volere la nostra distruzione, ma sia nel contempo impossibilitato ad agire perché la maggioranza bada solo al proprio vantaggio?

— Potrebbe essere così — ammise Selene. — Sapevo, o meglio, intuivo tutto questo prima che entraste in scena voi. Ma poi diceste che tra uno e l’infinito niente ha senso, ricordate?

— Certo.

— Bene. La differenza tra universo e para-universo sta così palesemente nell’interazione nucleare forte, che finora non si è preso in considerazione altro. Ma di interazioni non ce n’è una sola, bensì quattro. Oltre alla nucleare forte, c’è l’elettromagnetica, la nucleare debole e la gravitazionale con gradi di intensità di 130:1:10-10:10-42. Ma se ne prendiamo in considerazione quattro, perché non possiamo supporre che ne esista un numero infinito, con tutte le altre troppo deboli per essere evidenziate o per influenzare in qualche modo il nostro universo?

— Se un’interazione è troppo debole per essere scoperta o per avere un’influenza, allora è come se non esistesse per definizione — obiettò Denison.

— In questo universo — disse Selene facendo schioccare le dita. — Ma chi sa cosa esiste o non esiste nei para-universi? Con un numero infinito di interazioni possibili, ciascuna delle quali può variare all’infinito in intensità confrontata ad una di esse presa come base, il numero di universi differenti possibili è infinito.

— È l’infinità del continuum: alfa-uno piuttosto che alfa-zero.

Selene aggrottò la fronte. — Cosa vuol dire?

— Non ha importanza, proseguite.

— Allora, invece di cercare di lavorare con l’unico para-universo che si è imposto a noi, e che forse non risponde per nulla alle nostre necessità, perché non cerchiamo di scoprire quale universo fra tutte le infinite possibilità si adatta meglio a noi e può venire localizzato più facilmente? Progettiamo un universo partendo dal presupposto che tutto quello che progettiamo deve esistere, e cerchiamolo.

Denison sorrise. — Selene, ho avuto anch’io la stessa idea. E se non esistono leggi che dicono che sbaglio, è altamente improbabile che un uomo del mio ingegno sbagli quando una persona intelligente come voi giunge per suo conto alla stessa conclusione… Sapete una cosa?

— Cosa?

— Dal momento che lavoriamo insieme, un bacio tra sperimentalista e Intuitiva non ci starebbe bene?

Selene ci pensò su e poi disse: — Tutti e due abbiamo baciato e siamo stati baciati moltissime volte, credo. Non potremmo baciarci semplicemente da uomo a donna?

— Be’, credo che potrebbe andare. Ma come devo fare per non essere troppo goffo? Quali sono le regole per baciarsi, sulla Luna?

— Affidatevi all’istinto — disse Selene.

Con circospezione, Denison intrecciò le mani dietro la schiena, e si protese verso Selene. Poi, dopo un poco, allungò le braccia e le cinse la vita.

<p>13</p>

— E allora ho ricambiato il bacio — disse Selene, pensosa.

— Ma davvero? — disse aspro Barron. — Be’, questo è zelo eccessivo.

— Non saprei. Non è stato poi brutto, anzi… — aggiunse con un sorriso — direi che lui era commovente. Aveva paura di comportarsi in modo goffo e ha cominciato intrecciando le mani dietro la schiena. Forse aveva paura di stritolarmi.

— Risparmiami i particolari.

— Perché? Cosa diavolo te ne importa? — disse lei accalorandosi. — Tu non sei il signor platonico?

— Vuoi che mi comporti in modo diverso? Adesso, subito?

— Non hai bisogno di recitare, per dare ordini.

— E tu dovresti comportarti meglio. Comunque, quando pensi di darci quel che ci occorre?

— Appena mi sarà possibile.

— Senza che lui lo sappia?

— A lui interessa solo, l’energia.

— E salvare il mondo — disse Ne ville con scherno. — E diventare un eroe. E dimostrarlo a tutti. E baciarti.

— Lui non nega niente di tutto questo. E tu, cosa ammetti?

— Ammetto di essere impaziente — rispose con ira Neville. — Molto, molto impaziente!

<p>14</p>

— Sono contento che la giornata sia finita — disse con intenzione Denison. Allungò un braccio coperto dagli strati protettivi della tuta, e lo esaminò. — Il Sole lunare è una cosa a cui non posso e non voglio abituarmi. In confronto, perfino questa tuta mi pare una cosa naturale.

— Cos’ha il Sole che non va? — domandò Selene.

— Non ditemi che a voi piace?

— No di sicuro. Lo detesto. Però io non lo vedo mai… voi invece ci siete abituato.

— Ma non è come qui sulla Luna. Qui risplende in mezzo a un cielo nero. Fa scomparire le stelle abbagliandole, invece di offuscarle. È rovente, spietato, pericoloso. È un nemico, e quando è in cielo non posso far a meno di pensare che i nostri tentativi di ridurre il campo di intensità falliranno.

— Ma questa è superstizione, Ben — disse Selene con impazienza. — Il Sole non c’entra. Per di più eravamo nell’ombra del cratere ed era come notte, con le stelle, eccetera.

— Non proprio — corresse Denison. — Tutte le volte che guardavamo a nord, Selene, potevamo vedere quella luce abbacinante. Non volevo guardare da quella parte, pure non riuscivo a farne a meno. E ogni volta che guardavo sentivo gli ultravioletti colpire il visore del mio casco.

— Tutta immaginazione! In primo luogo, nella luce riflessa non ci sono ultravioletti in tal quantità da poterli considerare dannosi, e poi la tuta protegge dalle radiazioni.

— Ma non dal calore… almeno non molto.

— Però adesso è notte.

— Sì — disse lui in tono soddisfatto — e mi piace. — Si guardò intorno con sempre rinnovata meraviglia. La Terra era una falce un po’ ingrossata, con la parte arrotondata rivolta a sud. La sovrastava Orione, il cacciatore, che si ergeva dalla luminosa sedia a dondolo della Terra. L’orizzonte era soffuso dalla tenue luce terrestre.

— È bellissimo — disse lui. E poi: — Selene, il Pionizzatore non rivela niente?

— Non ancora, ma non c’è da preoccuparsi. L’intensità di campo si mantiene un po’ al di sopra dei 50.

— Non è abbastanza bassa — osservò Denison.

— La si può abbassare ancora. Sono certa che tutti i parametri sono esatti.

— Anche il campo magnetico?

— Non ne sono tanto sicura.

— Se lo rafforzassimo, tutto diventerebbe instabile.

— No, non dovrebbe. Sono certa di no!

— Selene, mi fido del vostro intuito finché non è contraddetto dai fatti. Diventa instabile. L’abbiamo provato.

— Lo so, Ben, ma non con questa geometria. Sta reggendo sui 52 da un tempo eccezionalmente lungo. Sono sicura che se cominciassimo a mantenerlo per ore, invece che per minuti, dovremmo essere in grado di rafforzare dieci volte il campo magnetico per la durata di alcuni minuti invece che per qualche secondo. Proviamo…

— Non ancora.

Selene esitò, poi si voltò e disse: — Non avete ancora nostalgia della Terra, Ben?

— No, è piuttosto strano, ma non ne sento per niente la mancanza. Eppure avevo creduto inevitabile che mi mancasse il cielo azzurro, la terra verde, l’acqua corrente… tutti i cliché nome-aggettivo, insomma, che si riferiscono a particolari aspetti della Terra. Invece non ne sento per niente la mancanza e non me li sogno neppure.

— Capita, a volte. Per lo meno, ci sono Immigranti che dicono di non soffrire di nostalgia. Naturalmente, sono una minoranza e nessuno è riuscito a stabilire cos’abbia in comune questa minoranza. Si va dalle ipotesi di carenze emotive o incapacità di sentire, alla paura o alla vergogna di ammettere la nostalgia per timore — ammettendolo — di arrivare a un punto di rottura.

— Nel mio caso credo che la spiegazione sia semplice. Per più di vent’anni, la mia vita sulla Terra è stata tutt’altro che piacevole, mentre qui almeno lavoro in un campo che ho scelto io. E ho il vostro aiuto, Selene… e quel che più conta, la vostra compagnia.

— Molto gentile accomunare l’aiuto alla compagnia, nei nostri rapporti — disse lei, seria. — Però non mi pare che abbiate bisogno di molto aiuto. Fingete, per il piacere della mia compagnia?

— Non so quale risposta vi farebbe più piacere — disse Denison ridendo.

— Dite la verità.

— Non è facile stabilirla, dato che annetto tanta importanza a tutte e due le cose. — Si voltò per guardare il Pionizzatore. — L’intensità di campo continua a reggere, Selene.

Il visore di Selene rifletteva la luce della Terra. — Barron dice che non provare nostalgia è naturale — disse — e che è segno di una mente sana. Secondo lui il corpo umano è fatto per vivere sulla superficie terrestre e ha bisogno di adattamenti per abituarsi alla Luna, mentre per il cervello la cosa è diversa. Quantitativamente, il cervello umano è così diverso da tutti gli altri cervelli che può essere considerato un fenomeno particolare. Non ha avuto il tempo di adeguarsi alla superficie terrestre e può, senza modifiche, adattarsi ad altri ambienti. Barron dice che la vita al chiuso nelle caverne lunari è probabilmente quella che meglio gli si addice perché esse non sono che una versione ingigantita della caverna cranica in cui è chiuso.

— Ne siete convinta anche voi? — domandò Denison divertito.

— Quando parla, Barron ha la facoltà di far sembrare tutto attendibile.

— Credo che si possa ritenere altrettanto attendibile sostenere che la comodità offerta dalle caverne lunari è il risultato del raggiungimento del desiderio di tornare nel grembo materno. Infatti — aggiunse pensoso — se consideriamo la temperatura e la pressione costanti, la natura e la digeribilità dei cibi, l’ambiente lunare non è altro che una deliberata ricostruzione dell’ambiente fetale.

— Non credo che Barron condividerebbe questa ipotesi — osservò lei.

— No di certo — confermò Denison osservando la Terra ai cui margini si distinguevano i lontani banchi di nuvole. Tacque e anche quando Selene si mosse per tornare al Pionizzatore, lui rimase immobile.

Guardava la Terra nel suo nido di stelle e l’orizzonte angusto, dove, a tratti, gli pareva di scorgere uno sbuffo di polvere nel punto in cui forse era caduta una piccola meteorite. La notte prima aveva indicato uno di quegli sbuffi di polvere a Selene con una certa preoccupazione. Ma lei aveva preso il fenomeno alla leggera.

— La Terra oscilla lievemente nel vuoto a causa della librazione della Luna — gli aveva spiegato — e a volte un raggio di luce terrestre colpisce un punto un po’ elevato, per poi riabbassarsi sul terreno sottostante. A vederlo, sembra un piccolo sbuffo di polvere. È un fenomeno comune, noi non ci badiamo.

— Però qualche volta può trattarsi di una meteorite — aveva obiettato lui. — Ma ne cadono?

— Sì, moltissime, ma la tuta vi protegge.

— Non alludo alle particelle microscopiche. Parlo di meteoriti di dimensioni tali da sollevare effettivamente la polvere. Meteoriti capaci di uccidere.

— Be’, ne cadono anche di quelle, ma poche, e la Luna è grande. Almeno finora, nessuno è stato colpito.

E mentre Denison osservava il cielo pensando a questo, vide una cosa che — forse proprio perché ci stava pensando — scambiò per una meteorite. Era una luce che striava il cielo, attraversandolo; ma avrebbe potuto trattarsi di una meteorite solo sulla Terra, con la sua atmosfera, e non sulla Luna che ne era priva.

La luce in cielo era opera dell’uomo, ma Denison non se ne era ancora reso conto appieno che già si era trasformata in un piccolo velivolo che scese velocemente accanto a lui.

Ne smontò una figura in tuta, mentre il pilota, a mala pena visibile tra la luce dei fari, restò a bordo.

Denison aspettava. L’etichetta, fra persone in tuta spaziale, voleva che a presentarsi fosse l’ultimo arrivato.

— Qui il commissario Gottstein — disse una voce.

— Qui Ben Denison.

— Già, lo supponevo.

— Siete venuto qui a cercarmi?

— Sì.

— Con un razzo? Ma avreste potuto…

— Avrei potuto servirmi dell’Uscita P-4 che dista meno di un chilometro da qui. È vero. Ma non cercavo solo voi.

— Be’, non voglio chiedervi chi o cosa cercate.

— Non ho motivi per nasconderlo. Certamente non vi parrà strano che mi interessino i vostri esperimenti sulla superficie lunare.

— Non hanno niente di segreto e chiunque ha il diritto di interessarsene.

— Però nessuno sa di cosa si tratta, oltre al fatto che sono in rapporto con la Pompa Elettronica.

— È un’ipotesi logica.

— Sì? A me pare che esperimenti di tale natura, per avere un valore qualsiasi, richiedano apparecchiature imponenti. Sono cose che mi hanno detto, perché io non sono un esperto in materia. Però è evidente che voi non disponete di un tal genere di apparecchiature. Allora mi è balenata l’idea che non dovrei concentrare il mio interesse su di voi. Forse, tentando di attirare la mia attenzione su di voi, qualcuno cerca di distraimi da altre cose che potrei notare.

— Perché dovrei servire da paravento?

— Lo ignoro. Se lo sapessi, sarei meno preoccupato.

— Quindi, sono stato messo sotto osservazione.

— Già — ammise ridacchiando Gottstein. — Fin dal vostro arrivo. Ma mentre voi lavorate qui in superficie, noi abbiamo tenuto d’occhio tutta questa zona per miglia e miglia in ogni direzione. È strano, ma sembra che in superficie ci siate solo voi due, occupati a far qualcosa che non sia un lavoro di routine.

— Strano, perché?

— Perché significa che voi pensate realmente di star facendo qualcosa con quel vostro trabiccolo che ignoro cosa sia. Non posso credere che siate un incompetente, perciò penso che valga la pena di ascoltarvi, se volete spiegarmi cosa state facendo.

— Faccio degli esperimenti di para-fisica, Commissario, proprio come dicono in giro. Alle voci che circolano, posso aggiungere che finora i miei esperimenti sono riusciti solo in parte.

— Suppongo che la vostra compagna sia Selene Lindstrom L., guida turistica.

— Sì.

— Strano tipo di assistente.

— È intelligente, pronta, interessata al mio lavoro, e molto carina.

— È disposta a lavorare con un Terrestre?

— Disposta a lavorare con un immigrante che diventerà cittadino lunare appena la sua domanda sarà accettata.

Selene stava avvicinandosi e la sua voce gli risuonò nelle orecchie.

— Buongiorno, Commissario. Mi spiace di aver ascoltato e di essermi intromessa in una conversazione privata, ma quando si è dentro a una tuta spaziale non si può far a meno di sentire tutto quello che viene detto entro il giro dell’orizzonte.

Gottstein si voltò. — Salve, signorina Lindstrom. Quello che ho detto non aveva niente di segreto. Vi interessa la para-fisica?

— Oh, sì!

— Vedo che la mancata riuscita degli esperimenti non vi ha scoraggiato.

— Non è esatto dire che non sono riusciti — rispose lei — anzi, lo sono molto più di quanto non creda il dottor Denison.

— Come? — Denison roteò sui tacchi rischiando di perdere l’equilibrio e sollevando una nuvoletta di polvere. Ora, tutti e tre stavano di fronte al Pionizzatore, al di sopra del quale — a circa un metro e mezzo d’altezza — brillava una luce simile a una grossa stella.

— Ho aumentato l’intensità del campo magnetico — spiegò Selene — e in principio il campo nucleare restava stabile, ma poi ha cominciato a cedere… a cedere…

— E si è fratturato! — esclamò Denison. — Accidenti, e io non l’ho visto!

— Mi spiace, Ben, ma prima eravate immerso nei vostri pensieri, e poi è arrivato il Commissario, e io non ho saputo resistere alla tentazione di provare da sola.

— Cos’è quella luce? — volle sapere Gottstein.

— Energia emessa spontaneamente da materia che trabocca da un altro universo nel nostro — spiegò Denison. Mentre parlava, la luce tremolò e si spense, e a distanza di parecchi metri ne comparve un’altra meno brillante.

Denison si slanciò verso il Pionizzatore, ma Selene, tutta grazia lunare, avanzò più rapidamente e arrivò per prima. Annullò la struttura del campo e la stella lontana si spense.

— Il punto di rottura non è stabile, vedete? — disse.

— Non su piccola scala — corresse Denison — ma se consideriamo che uno spostamento di un anno luce equivale teoricamente a uno spostamento di cento metri, uno di cento metri soltanto è miracolosamente stabile.

— Non abbastanza miracolosamente — disse Selene con voce incolore.

— Lasciate che indovini di cosa state parlando — si intromise Gottstein. — Volete dire che la materia può traboccare qui, o là, o altrove, a caso, nel nostro universo.

— Non proprio a caso, Commissario — spiegò Denison. — La probabilità di rottura si attenua allontanandosi dal Pionizzatore, e anche piuttosto bruscamente, direi. La precisione dipende da vari fattori, ma direi che ormai abbiamo delimitato con sufficiente precisione il campo. Anche cosi, però, uno spostamento di qualche centinaio di metri è possibile, come avete potuto constatare con i vostri occhi.

— E il fenomeno avrebbe potuto verificarsi ovunque, nell’interno della città o anche dentro ai nostri caschi, immagino.

— No, no — disse con impazienza Denison. — Il punto di rottura, almeno con le tecniche che usiamo noi, dipende strettamente dalla densità della materia già presente in questo universo. Non esiste praticamente la possibilità che la posizione di passaggio si sposti da un punto dove c’è il vuoto a un altro ove esiste atmosfera anche cento volte meno densa di quella esistente in città o nell’interno del nostro casco. Sarebbe stato poco pratico cercare di creare il passaggio in qualunque posto, oltre che nel vuoto. Per questo abbiamo fatto i nostri tentativi in superficie.

— Allora questa non è come la Pompa Elettronica?

— Per niente — rispose Denison. — Nella Pompa Elettronica, il passaggio di materia avviene nei due sensi, qui in uno solo. E gli universi interessati non sono gli stessi.

— Verreste a cena da me stasera, dottor Denison? — propose Gottstein.

— Io solo?

Gottstein abbozzò un inchino che risultò una grottesca parodia, all’indirizzo di Selene.

— Sarò felicissimo di godere della compagnia della signorina Lindstrom in una prossima occasione — disse. — Ma questa volta devo parlare a tu per tu con il dottor Denison.

— Avanti, accettate — disse bruscamente Selene a Denison vedendo che costui esitava. — Tanto, domani avrò una giornata molto faticosa, e voi avete bisogno di tempo per pensare alla stabilità del punto di passaggio.

— Be’ — rispose incerto Denison — allora fatemi sapere quando avrete un altro giorno libero, d’accordo?

— Non l’ho sempre fatto? E poi ci vedremo anche prima… Perché non ve ne andate, voi due? Penso io a sistemare gli apparecchi.

<p>15</p>

Barron Neville si bilanciava prima su un tallone e poi sull’altro costretto a questo dall’ambiente angusto, mentre se fosse stato sulla Terra avrebbe passeggiato avanti e indietro.

— Sei sicura che funzioni? Proprio sicura?

— Sicurissima — affermò Selene. — È la quinta volta che te lo ripeto.

Neville non l’ascoltava. A bassa voce, in fretta, disse: — Allora non importa anche se era presente Gottstein? Non ha cercato di interrompere l’esperimento?

— Ma no!

— Non hai avuto l’impressione che volesse valersi della sua autorità…?

— Senti, Barron, quale autorità avrebbe potuto far valere? Poteva inviare un corpo di polizia terrestre? E poi… oh, sai bene che, tanto, non potrebbero fermarci.

Neville smise di agitarsi e domandò: — Non lo sanno? Non lo sanno ancora?

— No, naturalmente. Ben stava guardando le stelle, e poi è arrivato Gottstein. Ho approfittato della situazione per cercar di provocare la rottura del campo, e ci sono riuscita, come era già riuscita l’altra. Le apparecchiature di Ben…

— Non dir così. È stata un’idea tua.

— Io ho dato solo dei vaghi suggerimenti — precisò Selene scuotendo la testa. — I particolari sono opera di Ben.

— Però sei in grado di riprodurre da sola gli esperimenti, no? Per amor del cielo, non dovremo ricorrere al Terragno, spero!

— Credo di esserne capace. Poi, al resto, penseranno gli altri.

— Bene. Allora incominciamo.

— Non ancora, Barron. Accidenti, non ancora.

— Perché?

— Abbiamo anche bisogno di energia.

— Quella l’abbiamo.

— No. Il punto di rottura è ancora troppo instabile.

— Hai detto che è possibile stabilizzarlo.

— Ho detto che lo credo possibile.

— Fa lo stesso.

— Comunque, è meglio che ci pensi Ben a trovare il modo di stabilizzarlo.

Seguì un breve silenzio, e infine Barron, con espressione seccata, quasi ostile, domandò: — Non starai pensando che potrei farlo io, vero?

— Vuoi salire con me in superficie e provvedere al necessario?

Seguì un altro silenzio, e poi Barron disse con voce incerta: — Non apprezzo il tuo sarcasmo, e non voglio aspettare troppo.

— Non posso comandare alle leggi naturali, però credo che non ci vorrà molto… E adesso, se non ti spiace, avrei bisogno di dormire. Domani ho i turisti.

Per un attimo, sembrò che Neville stesse per indicare il suo letto come per offrire ospitalità, ma il gesto, posto che volesse esser tale, restò allo stato d’intenzione, e Selene non dimostrò di aver capito, né di averlo anticipato. Salutato Barron con un cenno, se ne andò.

<p>16</p>

— Per esser sinceri — disse Gottstein sorridendo al di sopra del pasticcio dolce e colloso che fungeva da dessert — avevo sperato che ci saremmo visti più spesso.

— È molto gentile da parte vostra interessarvi tanto al mio lavoro — disse Denison. — Se l’instabilità del punto di rottura potrà esser superata, credo che il risultato ottenuto da me e dalla signorina Lindstrom sarà molto significativo.

— Vi esprimete con molta cautela, Denison, da vero scienziato… Non v’insulterò offrendovi l’equivalente lunare di un liquore. È l’unica imitazione di prodotti alimentari terrestri che ho fermamente deciso di non tollerare… Potete dirmi in parole povere che cosa rende significativo il risultato da voi ottenuto?

— Mi ci proverò — incominciò Denison soppesando le parole. — Partiamo dal para-universo, dove l’interazione nucleare forte è più intensa che nel nostro, cosicché le masse relativamente piccole di protoni, laggiù, sono in grado di tollerare una reazione di fusione capace di formare una stella. Masse equivalenti alle nostre stelle esploderebbero violentemente nel para-universo, che ha più stelle del nostro, però molto più piccole.

“Immaginiamo adesso di avere una interazione nucleare forte meno intensa di quella che esiste nel nostro universo. In questo caso, per formare una stella occorrerebbe una massa immensa di idrogeno, in quanto grandi masse di protoni avrebbero pochissima tendenza a fondersi. Un simile antipara-universo (cioè un universo che, in altre parole, fosse il contrario del para-universo) sarebbe formato da meno stelle del nostro, però molto più grandi. Infatti, se l’interazione nucleare forte venisse indebolita in modo sufficiente, ne deriverebbe un universo composto da un’unica stella contenente tutta la massa di questo universo. Sarebbe una stella estremamente densa, ma relativamente non reattiva e forse non emetterebbe più radiazioni del nostro sole.

— Sbaglio — lo interruppe Gottstein — o non è questa la situazione in cui si trovava il nostro universo prima della grande scissione… una sola, enorme massa stellare?

— Sì — rispose Denison — in realtà, l’anti-para-universo che sto descrivendo è quello che alcuni definiscono un uovo cosmico (cosmic egg), o più brevemente “cosmeg”. Un universo cosmeg è quello di cui abbiamo bisogno per un passaggio di materia in una sola direzione. Il para-universo con cui siamo attualmente collegati, con le sue piccole stelle, virtualmente non è che spazio vuoto. Si può continuare a sondare, a sondare, senza arrivare a toccar niente.

— Però i para-uomini ci hanno trovato.

— Sì, forse hanno seguito i campi magnetici. Ho fondati motivi per supporre che nel para-universo non esistano campi magnetici rilevanti, il che ci toglie il vantaggio che invece essi hanno nei nostri confronti. Se sondiamo invece l’universo cosmeg, non possiamo fallire. Il cosmeg di per se stesso è tutto un universo, e ovunque sondiamo, tocchiamo materia.

— Ma come avvengono questi sondaggi?

— Questa è la parte più difficile da spiegare — rispose Denison. — I pioni sono le particelle che fungono da intermediarie nell’interazione nucleare forte. L’intensità dell’interazione dipende dalla massa dei pioni, massa che può venir alterata, in condizioni speciali. I fisici lunari hanno inventato uno strumento, da loro battezzato Pionizzatore, con cui è possibile fare quanto vi ho detto. Una volta diminuita, o aumentata, la massa di pioni diventa parte effettiva di un altro universo. Diventa un punto d’incontro, di passaggio. Se viene diminuita a sufficienza, può entrare a far parte di un universo cosmeg, ed è questo che noi vogliamo.

— E potete anche risucchiare materia da quel… cosmeg? — domandò Gottstein.

— Questa è la parte più facile. Una volta formatosi il passaggio, l’afflusso è spontaneo. La materia entra con le proprie leggi, e quando arriva è stabile. Gradatamente s’infiltrano in essa le leggi del nostro universo, l’interazione forte diventa ancora più forte, la materia si fonde e comincia a sprigionare enorme quantità di energia.

— Ma se è super densa come mai non evapora in uno sbuffo di fumo?

— Anch’esso produrrebbe energia, ma tutto dipende dal campo elettromagnetico e, nel caso in questione, la forte interazione ha la precedenza, in quanto noi teniamo sotto controllo il campo elettromagnetico. Ci vorrebbe molto tempo a spiegare tutti i particolari.

— Bene. Allora, il globo di luce che ho visto quando eravamo in superficie era materia del cosmeg in fusione?

— Sì, Commissario.

— E si può imbrigliare quell’energia per usarla secondo necessità?

— Certamente, e nella quantità che si vuole. Quello a cui voi avete assistito era l’arrivo nel nostro universo di masse di cosmeg valutate in microgrammi. In teoria, niente impedisce che se ne trasporti a tonnellate.

— Allora può servire a sostituire la Pompa Elettronica.

— No — rispose Denison scuotendo la testa. — Anche l’uso di energia cosmeg altera le proprietà degli universi interessati. L’interazione forte si intensifica poco per volta nell’universo cosmeg e si indebolisce nel nostro, via via che le leggi naturali passano da un universo nell’altro. Questo significa che il cosmeg accelera lentamente i tempi di fusione e si scalda. Alla fine…

— Alla fine, esplode scindendosi — terminò per lui Gottstein.

— Così almeno suppongo.

— Credete che la stessa cosa si sia verificata nel nostro universo dieci miliardi di anni fa?

— È probabile. I cosmologi si sono chiesti come mai l’uovo cosmico sia esploso in un determinato momento piuttosto che in un altro. Alcuni hanno immaginato un universo oscillante in cui si formò l’uovo cosmico, e che poi improvvisamente esplose. Ma la possibilità dell’universo oscillante è stata scartata, e si è giunti alla conclusione che l’uovo cosmico dovette esistere per un lungo periodo di tempo prima di soggiacere a una crisi di instabilità prodottasi per ragioni sconosciute.

— Ma che potrebbero esser state il risultato del passaggio di energia attraverso gli universi.

— Forse. Comunque, non è necessario che questo sia avvenuto per l’intervento di qualche intelligenza. Forse, a volte, si verificano spontaneamente delle fratture.

— E quando avverrà l’esplosione finale sarà ancora possibile ricavare energia dal cosmeg? — domandò Gottstein.

— Non lo so, ma non è questo che può preoccuparci, per il momento. La fessura prodotta dal nostro campo di interazione forte nell’universo cosmeg può funzionare anche per milioni di anni prima che si arrivi al punto critico. E devono esserci altri universi cosmeg, forse in numero infinito.

— E quanto ai cambiamenti nel nostro universo?

— L’interazione forte va gradatamente indebolendosi. Molto, molto lentamente, il nostro Sole si raffredda.

— Per ovviare a questo possiamo ricorrere all’energia cosmeg?

— Non è detto che sia necessario — rispose Denison — perché se da una parte, qui nel nostro universo, l’interazione forte si indebolisce, in seguito all’azione della pompa cosmeg, dall’altra si rafforza grazie a quella della Pompa Elettronica già funzionante. Se riusciamo ad equilibrare la produzione di energia delle due pompe, sebbene le leggi naturali continuino a modificarsi nel para-universo e in quello cosmeg, nel nostro rimarranno inalterate. Noi siamo una strada, non il capolinea nell’una o nell’altra direzione, né il comportamento dei capolinea esercita una qualsiasi influenza su di noi. Da una parte, i para-uomini finiranno per adattarsi al raffreddamento del loro sole, che, tanto per cominciare, dev’essere già abbastanza freddo. Quanto poi all’universo cosmeg, non c’è motivo di supporre che vi sia vita. Infatti è proprio creando le condizioni necessarie all’esplosione finale che noi forse daremo inizio a un nuovo tipo di universo, in cui non è da escludere che un giorno vi sarà vita.

Per un po’, Gottstein non disse niente: la sua faccia paffuta pareva impassibile, mentre, a tratti, chinava la testa come ad approvare qualcosa che stava pensando.

Infine, disse: — Sapete, Denison, credo che questo sia proprio quel che ci vuole. Qualunque difficoltà si potrebbe incontrare nel tentativo di persuadere gli alti papaveri della scienza che la Pompa Elettronica sta distruggendo il mondo, non avrebbe più ragione d’essere.

— Infatti — confermò Denison — la riluttanza emotiva ad accettare questa realtà, non esisterà più, in quanto sia il problema sia la sua soluzione verranno esposti contemporaneamente.

— Quando credete di poter preparare una relazione in merito, relazione che vi assicuro sarà immediatamente inoltrata?

— Me lo potete garantire, questo?

— Se non ci riuscirò in altro modo, la farò pubblicare a spese del governo.

— Prima, preferirei neutralizzare l’instabilità del punto di rottura.

— È logico.

— E mi pare sarebbe cosa avveduta cercar di avere come coautore il dottor Peter Lamont. Lui, contrariamente a me, è in grado di fornire una rigorosa esattezza alla parte matematica. Inoltre, è stato proprio Lamont ad aprirmi la strada. Ah, un’altra cosa ancora, commissario…

— Sì?

— Vorrei che una parte del merito andasse anche ai fisici lunari. Uno di loro, il dottor Barron Neville, potrebbe figurare come terzo autore.

— Ma perché? Non state creando inutili complicazioni?

— È stato il loro Pionizzatore a rendere possibile quello che ho fatto.

— Lo si potrà menzionare… ma il dottor Barron ha lavorato insieme a voi al progetto?

— Indirettamente.

— E allora perché tirarlo in ballo?

Denison abbassò lo sguardo, lisciando con la mano la piega dei calzoni. — Sarebbe una buona mossa diplomatica — disse. — Bisognerà installare la pompa cosmeg sulla Luna.

— Perché non sulla Terra?

— In primo luogo perché bisogna lavorare nel vuoto assoluto. Si tratta di un trasferimento a senso unico, e non nei due sensi, come avviene nella Pompa Elettronica. E le condizioni necessarie al funzionamento sono diverse nei due casi. Sulla superficie della Luna possiamo disporre di vuoto assoluto naturale in gran quantità, mentre creare sulla Terra un ambiente in cui esista il vuoto comporterebbe sforzi e difficoltà.

— Però sarebbe una cosa fattibile, no?

— In secondo luogo — proseguì Denison senza rilevare l’interruzione — se disponiamo di due enormi fonti di energia situate in direzioni opposte, col nostro universo in mezzo, se i due sbocchi fossero troppo vicini si verificherebbe una specie di corto circuito. Tenendoli alla distanza di un quarto di milione di miglia di vuoto, con la Pompa Elettronica che funziona solo sulla Terra e la cosmeg sulla Luna, avremmo una situazione ideale… anzi, necessaria. E quindi, se dovremo operare sulla Luna sarebbe saggio, per non dire doveroso, tener conto della suscettibilità dei fisici lunari. Dobbiamo dividere la torta anche con loro.

— Questo è il parere della signorina Lindstrom? — domandò Gottstein con un sorriso.

— Penso di sì. Basterebbe chiederglielo. Comunque, mi pare una proposta abbastanza logica perché possa essermi venuta in mente senza bisogno che me la suggerisse qualcuno.

Gottstein si alzò, stiracchiandosi, poi fece qualche saltello flettendo le ginocchia e ricadendo con lo strano effetto al rallentatore dovuto alla gravità lunare.

Infine, tornò a sedersi, e disse: — Non avete mai provato a farlo, dottor Denison?

Denison fece un cenno di diniego.

— Pare che favorisca la circolazione nelle estremità inferiori — spiegò. — Lo faccio tutte le volte che sento le gambe intorpidirsi. Fra non molto farò un breve viaggio sulla Terra e cerco di non assuefarmi troppo alla gravità lunare… E adesso, vogliamo parlare della signorina Lindstrom, dottor Denison?

— Cosa c’è da dire? — disse l’altro, cambiando tono. — È una guida turistica.

— Sì, me l’avete già detto. E io vi ho fatto osservare che mi pare un tipo insolito di assistente, per un fisico.

— Per la precisione, io sono un fisico dilettante, come credo che lei sia un’assistente dilettante.

Gottstein non sorrideva più. — Non cercate di ingannarmi, dottore. Mi sono presa la briga di fare indagini sul suo conto. Il suo curriculum è rivelatore, oserei dire, e chiunque avesse indagato in merito se ne sarebbe accorto. Io credo che sia un’Intuitiva.

— L’intuito è un dono comune a molti. In un certo senso, arriverei a dire che anche voi siete un Intuitivo. In un altro senso ancora, anch’io lo sono, e di sicuro.

— È diverso. Voi siete uno scienziato che sa il fatto suo, e io, almeno lo spero, sono un esperto amministratore. La signorina Lindstrom di professione fa la guida turistica, mentre invece possiede tali doti di intuito per cui vi è utile nei vostri lavori di fisica teorica.

Denison ebbe un momento di esitazione. — Ha fatto un po’ di pratica. Possiede, è vero, un intuito eccezionale, che però non tiene sotto controllo consapevole.

— Che sia un risultato dei programmi di tecnica genetica svoltisi qualche decennio fa?

— Non lo so, però non mi stupirei se lo fosse.

— Vi fidate di lei?

— In che senso? Mi ha aiutato.

— Sapete che è la moglie del dottor Barron Neville?

— Sono legati da un rapporto sentimentale, non legale, almeno credo.

— Qui sulla Luna nessun rapporto si può definire legale secondo i nostri schemi. Si tratta dello stesso Neville che vorreste far figurare come terzo autore della relazione che scriverete?

— Sì.

— Ed è solo una coincidenza?

— No. Neville si è interessato a me quando sono arrivato, e credo che abbia chiesto a Selene di aiutarmi nel mio lavoro.

— È stata lei a dirvelo?

— Lei mi ha detto che il mio lavoro lo interessava, il che mi pare abbastanza naturale.

— Non avete mai pensato, dottor Denison, che la signorina Lindstrom possa lavorare anche per il suo interesse e per quello del dottor Neville?

— In che cosa i loro interessi differirebbero dai nostri? Lei mi ha aiutato senza riserve.

Gottstein cambiò posizione e allargò le spalle come se volesse stendere i muscoli. — Il dottor Neville non può ignorare che la donna con cui è in rapporti intimi è una Intuitiva. E credete che non se ne approfitti? Perché dovrebbe continuare a fare la guida turistica se non per mascherare le sue capacità per uno scopo preciso?

— Pare che il dottor Neville sia solito ragionare in modo contorto. Io invece non sono portato a vedere complotti inutili.

— Come fate a sapere che sono inutili? Quando la mia capsula spaziale stava per scendere sulla superficie, subito prima che sopra le vostre apparecchiature si formasse quella sfera di radiazioni, vi guardavo, e voi non eravate al Pionizzatore.

— No, infatti — ammise Denison dopo averci pensato. — Guardavo le stelle come mi capita spesso di fare quando sono in superficie.

— E la signorina Lindstrom cosa stava facendo?

— Non lo so. Lei dice che continuò a rafforzare il campo magnetico finché non le riuscì di produrre la frattura.

— È normale che sia lei a manovrare gli apparecchi in vostra assenza?

— No, ma capisco come abbia provato l’impulso di farlo.

— E si sarebbe verificata una specie di… fuoruscita?

— Non capisco.

— Forse non capisco nemmeno io. Alla luce della Terra, ho notato una scintilla che pareva un oggetto in volo. Non so cosa fosse.

— Nemmeno io.

— Non vi viene in mente che possa aver attinenza con l’esperimento, per cui…?

— No.

— E allora che cosa stava facendo la signorina Lindstrom?

— Continuo a ignorarlo.

Seguì un breve silenzio, che il Commissario ruppe per dire: — Torniamo a noi. Per prima cosa, cercate di ovviare a quella instabilità, poi pensate alla relazione. Io intanto mi darò da fare, e durante la mia prossima visita sulla Terra prenderò accordi perché venga pubblicata e sottoposta all’attenzione del governo…

Era un congedo. Denison si alzò, e il Commissario disse: — E pensate a Neville e alla signorina Lindstrom.

<p>17</p>

Era una pesante stella di radiazioni, più grossa e più luminosa, e Denison, avvertendone il calore attraverso il visore del casco, arretrò. In quelle radiazioni erano presenti tracce di raggi X, e sebbene la tuta gli offrisse una protezione sufficiente, tuttavia era meglio non correre rischi inutili.

— Credo che ormai non ci siano più dubbi — mormorò Denison. — Il punto di rottura è stabile.

— Ne sono assolutamente sicura — disse Selene.

— Interrompiamo le prove e torniamo in città.

Si incamminarono lentamente, Denison, per quanto strano possa sembrare, si sentiva demoralizzato. Ormai incertezze ed eccitazione erano superate. Non c’erano più da temere insuccessi. Il governo stava già occupandosi della scoperta, e la cosa gli sarebbe sfuggita sempre più dalle mani.

— Penso che sia venuto il momento di incominciare la relazione.

— Già — si limitò a dire Selene.

— Avete parlato ancora con Barron?

— Sì.

— Ha cambiato idea?

— Per niente. Si rifiuta di partecipare… Ben…

— Cosa?

— Credo che sia inutile parlargli. Si rifiuta di collaborare a qualsiasi progetto di cui si occupi anche il governo terrestre.

— Non gli avete spiegato la situazione?

— Fin nei minimi particolari.

— E continua a rifiutare?

— Ha chiesto di parlare con Gottstein, e il Commissario gli ha fissato un appuntamento al suo ritorno dalla Terra. Bisognerà aspettare fino ad allora. Forse, Gottstein riuscirà a persuaderlo, ma ne dubito.

Denison scrollò le spalle, gesto del tutto inutile all’interno di una tuta spaziale. — Non lo capisco.

— Io sì — disse piano Selene.

Denison non rispose. Mise il Pionizzatore e il resto dell’attrezzatura al riparo in una piccola caverna, e disse: — Pronta?

— Pronta.

Si avviarono in silenzio verso l’Uscita P-4, che sboccava in superficie, e Denison scese la scaletta, Selene lo superò con un agile salto, sfiorando appena il corrimano. Si tolsero poi le tute e le sistemarono negli appositi armadietti. — Volete venire a colazione con me? — propose Denison.

— Mi sembrate giù di corda — osservò lei. — C’è qualcosa che non va?

— Sarà la reazione… Allora, venite?

— Sì, certo.


Mangiarono nell’appartamento di Selene, che aveva insistito dicendo: — Devo parlarvi, e al ristorante non si può farlo in pace.

Mentre Denison stava masticando lentamente qualcosa che aveva il vago sapore di vitello alla noce moscata, lei disse: — Ben, non avete ancora aperto bocca, ed è una settimana che non parlate.

— Non è vero — disse lui.

— Sì, invece. — E lo fissò preoccupata. — Non so. se il mio intuito valga qualcosa anche in altri campi che non siano la fisica, ma penso che ci sia qualcosa che non mi volete dire.

Denison scrollò le spalle. — Sulla Terra stanno facendo un caos del diavolo. Gottstein si dà un gran da fare a muovere tutte le pedine utili prima del ritorno. Lamont è diventato una celebrità, e una volta scritta la relazione vogliono che torni anch’io sulla Terra. A quanto pare sono anch’io un eroe.

— In fin dei conti è vero.

— Riabilitazione completa — continuò pensoso Denison. — Ecco cosa mi offrono. È chiaro che, arrivato a questo punto, potrei aspirare a un ottimo posto in qualche università o associazione scientifica terrestre.

— Non è quello che volevate?

— Immagino che sia quello che vuole Lamont, che certamente lo otterrà. Ma io non lo voglio.

— Cosa volete, allora?

— Restare sulla Luna.

— Perché?

— Perché è la punta di diamante dell’umanità e io voglio farne parte. Voglio lavorare nelle installazioni delle pompe cosmeg, il che è possibile solo qui. Voglio lavorare nel campo della para-teoria con gli strumenti che voi siete in grado di ideare e manovrare, Selene… Voglio stare con voi… Ma voi volete stare con me?

— Anche a me interessa la para-teoria.

— Ma adesso Neville non vi impedirà di lavorare?

— Barron impedirmi di lavorare? — ribatté lei con voce tesa. — Volete insultarmi, Ben?

— Me ne guardo bene.

— Allora, forse, vi ho frainteso. Volevate insinuare che ho lavorato con voi perché Barron me l’ha ordinato.

— Non è forse vero?

— Sì, però io non l’ho fatto perché me lo ha detto lui, ma perché lo volevo io. Lui è padrone di credere di potermi ordinare qualsiasi cosa, ma questo è vero solo quando i suoi ordini coincidono con la mia volontà, com’è stato appunto nel vostro caso. Altrimenti mi offenderei, come mi offende sapere che voi pensate una cosa del genere.

— Però siete amanti.

— Lo siamo stati, ma cosa c’entra? Ragionando a questo modo, allora anch’io potrei ordinargli di fare una cosa o un’altra.

— Allora potete lavorare con me, Selene?

— Certo — rispose freddamente lei. — Basta che lo voglia.

— E lo volete?

— Adesso come adesso, sì.

Denison sorrise. — La possibilità che voi non poteste o voleste lavorare con me è quello che mi preoccupava in questi ultimi giorni. Paventavo la fine del progetto perché avevo avuto paura che dovessero terminare anche i nostri rapporti. Perdonatemi, Selene, non voglio affliggervi con l’attaccamento sentimentale di un vecchio Terragno…

— Be’, nella vostra mentalità non c’è niente del vecchio Terragno, Ben. E ci sono altri attaccamenti, oltre a quello sessuale. Mi piace stare con voi.

Nella pausa che seguì il sorriso di Denison scomparve, per poi riapparire, forse un tantino sforzato. — Grazie per la mia mentalità. — Distolse lo sguardo scuotendo la testa, e poi tornò a voltarsi. — Selene — disse — nei passaggi da universo a universo è coinvolto qualcos’altro oltre al rifornimento di energia. Ho il sospetto che abbiate pensato proprio a questo.

Il silenzio si prolungò fino a diventare penoso, e finalmente Selene disse: — Oh, quello…

Rimasero a fissarsi per un poco; Denison imbarazzato, Selene quasi furtiva.

<p>18</p>

— Non mi sono ancora riabituato a camminare sulla Luna — disse Gottstein — ma non è niente al confronto della fatica che facevo a camminare sulla Terra. Denison, sarà meglio che rinunciate all’idea di tornarci. Vi trovereste malissimo.

— Non ho nessuna intenzione di tornare sulla Terra, Commissario — disse Denison.

— Sotto un certo punto di vista, però, è un peccato. Sareste acclamato. E quanto a Hallam…

— Mi sarebbe piaciuto vedere la sua faccia — sogghignò Denison. — Ma è un desiderio di poco conto.

— Lamont, naturalmente, ha avuto la parte del leone. È al centro dell’interesse mondiale.

— Sono contento, perché se lo merita… Pensate che Neville accetterà di unirsi a noi?

— Non so, comunque sta per arrivare… Sentite — aggiunse Gottstein abbassando la voce, in tono da cospiratore — prima che arrivi gradireste una tavoletta di cioccolata?

— Come?

— Una tavoletta di cioccolata, con le mandorle. Una. Ne ho alcune.

L’espressione di Denison, dapprima confusa, si schiarì. — Cioccolata vera?

— Sì.

— Certo che… — L’espressione s’indurì. — No, Commissario.

— No?

— No! Se assaggiassi un pezzetto di cioccolata vera, finché non mi si fosse sciolta in bocca proverei una gran nostalgia della Terra. E questa è una cosa che non posso permettermi di sopportare. Non voglio… Non fatemela nemmeno vedere, né tantomeno odorare.

— Avete ragione — ammise il Commissario con aria avvilita, e, con sforzo palese, cambiò argomento. — Sulla Terra, regna un enorme fermento. Naturalmente abbiamo fatto il possibile per salvare la faccia di Hallam, che continuerà a coprire una carica di primo piano. Ma sarà puramente onorifica.

— Avrà sempre più considerazione di quanto lui non ne abbia avuta per gli altri — disse Denison.

— Non è per lui, ma perché non si può distruggere un’immagine che per tanti anni ha avuto tanta importanza per tutti; il suo crollo avrebbe effetti disastrosi sulla scienza. E il buon nome della scienza è più importante di Hallam.

— È una cosa che io disapprovo per principio — disse Denison. — La scienza deve incassare i colpi che si merita.

— Tutto a tempo e luogo… Ma ecco il dottor Neville.

Gottstein assunse un’espressione impassibile, e Denison si girò sulla sedia per guardare verso la porta.

Barron Neville fece un ingresso solenne. La sua figura imponente mancava della grazia e della delicatezza comuni ai Lunariti. Salutò con un breve cenno i due, prese posto a sedere, incrociò le gambe. Era chiaro che si aspettava che fosse Gottstein il primo a parlare.

— Sono lieto di vedervi, dottor Neville — disse il Commissario. — Il dottor Denison mi ha detto che vi rifiutate di figurare come co-autore di quello che a mio parere sarà un trattato classico sulla pompa cosmeg.

— È perfettamente inutile — asserì Neville. — Quel che succede sulla Terra non m’interessa.

— Siete al corrente degli esperimenti della pompa cosmeg? Sapete quali ne sono le implicazioni?

— So tutto. Sono perfettamente al corrente, come voi due.

— Allora tralascerò i preliminari. Sono appena tornato dalla Terra, dottor Neville, ed è già stato stabilito il programma per il prossimo futuro. In tre diversi punti della superficie lunare verranno installate tre grandi stazioni di pompe cosmeg, in maniera che una stia sempre nell’ombra. Le altre due lo saranno per metà del tempo. Quelle che si troveranno nell’ombra genereranno di continuo energia, che per la maggior parte verrà irradiata nello spazio. Il nostro scopo non sarà di servirci per fini pratici di quella energia, ma per controbilanciare i mutamenti nelle intensità di campo prodotti dalla Pompa Elettronica.

— Per qualche anno — lo interruppe Denison — dovremo controbilanciarla allo scopo di riportare questa parte di universo nelle condizioni in cui era prima che la Pompa incominciasse a funzionare.

— E Luna City ne avrà dei vantaggi? — volle sapere Neville.

— Sì, se sarà necessario. Secondo noi le batterie solari dovrebbero essere sufficienti ai vostri fabbisogni, ma non vi sono obiezioni a che possiate avere qualche supplemento d’energia.

— Molto gentile da parte vostra — disse Neville senza curarsi di nascondere il sarcasmo. — E chi costruirà e farà funzionare le pompe cosmeg?

— Tecnici e operai lunariti, speriamo.

— Tecnici e operai lunariti senza dubbio — corresse Neville. — I Terrestri sarebbero troppo goffi e impacciati per poter lavorare con profitto sulla Luna.

— Avete ragione — ammise Gottstein. — Abbiamo fiducia nella collaborazione dei Lunariti.

— E chi deciderà sulla quantità di energia da produrre, su quanta ne andrà adoperata per i fabbisogni locali e quanta invece dovrà essere dispersa nello spazio?

— Le decisioni toccheranno al Governo — dichiarò Gottstein.

— Allora i Lunariti dovranno lavorare mentre i Terrestri si limiteranno a impartire gli ordini — disse Neville.

— No — rispose calmo Gottstein. — Lavoreremo di comune accordo, per il bene di tutti.

— Parole! Ma resta il fatto che sarete voi a prendere le decisioni — insisté Neville. — No, Commissario. La mia risposta è no.

— Volete dire che vi rifiuterete di costruire le stazioni cosmeg?

— No, le costruiremo, ma per nostro uso e consumo. Decideremo noi quanta energia usare e quanta disperdere.

— No, così non può andare. Bisogna che lavoriate in continuo contatto col governo terrestre in quanto l’energia della pompa cosmeg dovrà servire a controbilanciare quella della Pompa Elettronica.

— Provvederemo anche a questo, ma abbiamo anche altri progetti in cantiere. L’energia non è l’unico prodotto di quantità illimitata derivante dal contatto di due o più universi.

— Sappiamo che ci sono anche alcune leggi di conservazione — lo interruppe Denison.

— Sono lieto che ve ne siate resi conto — disse Neville lanciandogli un’occhiata ostile. — E fra queste ci sono la velocità lineare e la velocità angolare. Fin quando un oggetto risponde al campo gravitazionale in cui è immerso, e a quello solamente, si trova in caduta libera e può conservare la propria massa. Per potersi muovere in qualsiasi altra direzione deve accelerare in senso anti-gravitazionale e perché ciò si possa verificare parte di esso deve sottostare a un cambio in senso opposto.

— Come nei reattori — commentò Denison — che devono emettere massa in una direzione perché il resto della massa possa accelerare nella direzione opposta.

— Immaginavo che voi lo sapeste, dottor Denison — disse Neville — ma volevo che la cosa fosse chiara per il Commissario. La perdita di massa può essere ridotta al minimo se la sua velocità viene enormemente aumentata, poiché la quantità di moto è uguale alla massa moltiplicata per la velocità. Ciononostante, per quanto grande sia la velocità, parte della massa deve essere eliminata. Se la massa che deve accelerare è originariamente enorme, anche la massa che deve essere scartata sarà enorme. Se, per esempio, la Luna…

— La Luna! — esclamò sbalordito Gottstein.

— Sì, la Luna — disse imperturbabile Neville. — Se dovessimo far uscire la Luna dalla sua orbita per lanciarla verso la parte esterna del sistema solare, per mantenere la quantità di moto occorrerebbero enormi sforzi, che renderebbero inattuabile la cosa. Ma se invece la quantità di moto potesse esser trasferita dal cosmeg in un altro universo, la Luna potrebbe accelerare senza perdere massa. Sarebbe come spingere una barca controcorrente piantando un palo sul fondo, per darvi un’idea che ho ricavato da un libro terrestre.

— Ma perché? Voglio dire, perché vorreste spostare la Luna?

— Mi pare ovvio. A cosa ci serve la presenza soffocante della Terra? Abbiamo l’energia che ci occorre; disponiamo di un mondo dotato di tutte le comodità e in cui c’è spazio anche per le generazioni future, almeno per qualche secolo. Perché non dovremmo essere indipendenti? E poi, sarà così, Sono venuto apposta per dirvi che non ci potete fermare e per consigliarvi caldamente di non interferire. Faremo come vi ho detto. Noi Lunariti sappiamo come e dove costruire le pompe cosmeg. Adopereremo tutta l’energia di cui avremo bisogno e ne produrremo in eccesso allo scopo di neutralizzare i cambiamenti provocati dalle vostre stazioni di pompaggio.

— Da come presentate le cose — disse con ironia Denison — pare che agiate per il nostro bene, ma non è certo così. Se le nostre Pompe Elettroniche fanno esplodere il Sole, questo avverrà molto prima che voi riusciate a uscire dalla zona interna del sistema solare, e sarete coinvolti nella catastrofe.

— Può anche darsi — ammise Neville — ma dal momento che produrremo energia in sovrabbondanza, questo non si verificherà.

— Ma non potete farlo! — esclamò eccitato Gottstein — non potete andarvene. Se vi allontanerete troppo, la pompa cosmeg non riuscirà a neutralizzare la Pompa Elettronica. Non è vero, Denison?

Denison scrollò le spalle. — Secondo un rapido calcolo mentale che ho fatto in questo momento, questo dovrebbe avvenire quando raggiungeranno la zona di Saturno. Ma ci vorranno anni prima che arrivino fin là e ora di allora noi avremo certamente fatto in tempo a costruire stazioni spaziali nell’orbita che era della Luna, e sulle quali avremo installato pompe cosmeg. In effetti, dunque, non abbiamo bisogno della Luna. Può andarsene… solo che non lo farà.

— Cosa ve lo fa pensare? — domandò Neville con un sorriso beffardo. — Nessuno può impedircelo. I Terrestri non potranno in alcun modo imporci la loro volontà.

— Non ve ne andrete perché è perfettamente inutile farlo. Perché smuovere tutta la Luna? Per poter raggiungere un’accelerazione sufficiente ci vorrebbero anni, data la massa della Luna. Vi sposterete, sì, ma con una lentezza esasperante. Perché invece non costruite delle navi stellari, grandissime, dotate di pompe cosmeg, con un’ecologia indipendente? Con la spinta del cosmeg farete meraviglie. Se anche doveste impiegare vent’anni a costruire le navi, poi potreste viaggiare a una tale velocità da superare in meno di un anno la Luna, supponendo che cominciasse adesso a muoversi. Le navi potrebbero cambiar rotta in una frazione di secondo rispetto al tempo che ci impiegherebbe la Luna.

— E cosa succederebbe all’universo se le pompe cosmeg non fossero controbilanciate?

— La quantità di energia necessaria a una o più navi stellari sarà molto ma molto minore di quella necessaria per spostare un pianeta e sarà distribuita in diverse e ampie zone dell’universo. Occorreranno milioni di anni prima che si verifichino cambiamenti degni di nota. E inoltre ci guadagnareste enormemente in manovrabilità e velocità.

— Non abbiamo fretta — mormorò Neville che aveva perso la sua primitiva baldanza. — Abbiamo solo fretta di allontanarci dalla Terra.

— In fin dei conti ci sono dei vantaggi ad avere la Terra vicina — gli fece notare Denison. — Avete l’afflusso degli immigranti, godete degli scambi culturali. Avete a portata di mano un pianeta abitato da due miliardi di persone. Perché volete rinunciare a tutto questo?

— Ci rinunceremo molto volentieri.

— Parlate a nome vostro o di tutta la popolazione lunare? Io credo che parliate solo per voi, Neville. Nel vostro carattere ci sono dei lati strani. Vi rifiutate di salire in superficie, mentre gli altri Lunariti lo fanno senza difficoltà, anche se non con entusiasmo. L’interno della Luna non è il grembo materno, per loro, come invece lo è per voi. Non è la loro prigione, come invece è la vostra. In voi esiste un fattore nevrotico che la maggior parte dei Lunariti non ha, o ha in maniera molto inferiore. Se allontanate la Luna dalla Terra, essa diventerà una prigione per tutti. Diventerà una prigione da cui nessuno — e non solo voi — potrà mai uscire… Ma forse è proprio questo che volete.

— Voglio che il mio mondo sia libero e indipendente, e senza influenze esterne.

— Potete costruirvi tutte le navi che volete. Con esse, vi sarà facile muovervi a velocità prossime a quella della luce, dopo che avete trasferito l’inerzia nel cosmeg. Sarete in grado di esplorare tutto l’universo in un ciclo vitale. Non vi piacerebbe disporre di una nave capace di tanto?

— No — rispose Neville con disgusto.

— Davvero? O è solo perché così non vi sarebbe possibile portarvi con voi la Luna ovunque andrete? Ma sono sicuro che la maggior parte dei Lunariti non la pensa così.

— Non è affar vostro.

— Come no? Io sono un immigrante che fra poco avrà la cittadinanza. Non voglio che, a scegliere per me, sia qualcuno che non ha la forza di emergere in superficie e che vuole trasformare la sua prigione personale in una prigione comune. Io ho lasciato la Terra per sempre, ma solo per venire sulla Luna, per restare a un quarto di milione di miglia dal pianeta dove sono nato. Non voglio finire chissà dove.

— E allora tornatevene sulla Terra — ribatté Neville con indifferenza. — Ne avete ancora il tempo.

— E gli altri cittadini della Luna? Gli altri immigranti?

— Ormai è deciso.

— Non è vero… Selene!

Selene entrò.

Aveva un’espressione solenne e gli occhi pieni di sfida.

— Da quanto tempo eri in ascolto nella stanza vicina? — le domandò Neville.

— Da prima che tu arrivassi, Barron.

Neville guardò Selene, poi Denison, poi ancora Selene. — Voi due… — cominciò, puntando l’indice contro di loro.

— Non so cosa vuoi dire con quel “voi due” — lo interruppe Selene — ma Ben ha scoperto da tempo quello che ti ha appena spiegato sull’inerzia.

— Non è stata colpa di Selene — intervenne Denison. — Il Commissario notò un oggetto volante, una volta che nessuno pensava che potesse vederlo. Quando me lo disse, pensai che Selene stesse facendo degli esperimenti relativi a un problema che ignoravo. Ci pensai e scoprii che era possibile trasferire l’inerzia. Dopo di che…

— Be’, se sapevate tutto non importa — disse Neville.

— Importa, eccome! — ribatté Selene. — Ne ho parlato con Ben e ho scoperto che non ero poi obbligata ad accettare sempre le tue opinioni. Forse non andrò mai sulla Terra, e può anche darsi che non ne abbia voglia. Ma ho scoperto che mi piace vederla in cielo, e sapere che è sempre lì, quando ho voglia di guardarla. Ho parlato con gli altri del Gruppo. Non tutti hanno voglia di andarsene. La maggior parte preferisce che si costruiscano navi stellari. Chi vuole, potrà partire, e chi non vuole resterà qui.

— Tu hai parlato — disse Neville con voce strozzata. — Chi ti aveva dato il diritto di…

— Me lo sono preso io, Barron. E del resto, non ha più importanza. Abbiamo votato, e tu sei in minoranza.

— Tutto per causa di… — Neville si alzò, avventandosi minaccioso contro Denison.

— Vi prego di non perdere la calma — intervenne il Commissario. — Dottor Neville, anche se voi siete nato sulla Luna non credo che avreste la meglio, contro noi due.

— Noi tre, vorrete dire — lo corresse Selene. — Anch’io sono nata sulla Luna, e se vai a cercare la causa e la colpa, sono stata io, non loro, Barron.

— Sentite, Neville — s’intromise a questo punto Denison. — Per quel che importa alla Terra, la Luna può anche andare in malora. La Terra può costruire delle stazioni spaziali. Ma tutta la faccenda sta molto a cuore ai cittadini della Luna… a Selene, a me, a tutti. Nessuno vi impedirà di avventurarvi nello spazio, di andarvene, di essere libero. Potete fare quello che volete, andarvene, star chiuso nel grembo materno… Ma anche gli altri hanno il diritto di scegliere quello che vogliono. E chi vuol restare, resterà.

<p>19</p>

Adesso, nell’appartamento di Selene le finestre, mostravano panorami terrestri.

— La stragrande maggioranza ha votato contro di lui, Ben — disse Selene.

— Non per questo, però, lui rinuncerà. Se nel corso dell’installazione delle stazioni ci saranno attriti con la Terra, la pubblica opinione della Luna potrà cambiare.

— Non è detto che debbano esserci attriti.

— No, infatti. A ogni modo, nella storia il lieto fine non esiste. Esistono solo momenti critici da superare. Noi abbiamo superato questo, ritengo, e ci preoccuperemo degli altri quando sarà il momento. Ma credo che con la costruzione delle navi stellari la tensione diminuirà notevolmente.

— Vivremo abbastanza per vederlo, ne sono sicura.

— Voi, di certo, Selene.

— Anche voi, Ben. Non esagerate con la vostra età. Avete solo quarantotto anni.

— Voi partireste con una delle navi stellari, Selene?

— No. Allora sarò troppo vecchia, e poi mi piace vedere la Terra nel cielo. Forse ci andrà mio figlio. Ben?

— Sì, Selene?

— Ho chiesto il permesso di avere un secondo figlio. Hanno accettato la domanda. Vuoi contribuire?

Denison la fissò negli occhi. Lei non distolse lo sguardo.

— Fecondazione artificiale? — domandò.

— Certo — rispose lei. — La combinazione dei geni dovrebbe essere interessante.

Denison abbassò gli occhi. — Ne sarei lunsigato, Selene.

— È solo questione di buonsenso, Ben — disse lei, sulla difensiva. — È importante che le combinazioni dei geni siano buone, e non c’è niente di male in un po’ d’ingegneria genetica naturale.

— Sicuro.

— Ma questo non significa che io non lo voglia anche per altri motivi… perché tu mi piaci.

Denison annuì ma non disse niente.

— È più importante l’amore del sesso — disse lei quasi con rabbia.

— In questo, sono d’accordo. Se non altro, ti amo anche senza sesso.

— E, già che siamo in tema — riprese lei — è meglio il sesso dell’acrobazia.

— Sono d’accordo anche in questo.

— E inoltre… Oh, maledizione, tu potresti cercare d’imparare!

Denison annuì e disse, sottovoce: — Se tu vuoi insegnarmi.

Con esitazione, fece un passo verso di lei. Selene non si mosse.

Lui smise di esitare.


FINE

1

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Selene Lindstrom sorrideva gaiamente, camminando con quell’andatura leggera e scattante che sorprendeva i turisti la prima volta che la vedevano, ma in cui non si poteva fare a meno di notare una grazia particolare.

— È ora di pranzo — disse con brio. — Tutti alimenti locali, signore e signori. Forse il sapore vi sembrerà insolito ma sono nutrienti… Di qui, per favore. Signore? Non vi dispiace sedere con queste signore, vero?… Un momento, calma. C’è posto per tutti… Mi spiace, ma la scelta delle bevande è limitata… Quello è vitello… No, no. Sapore e consistenza sono artificiali, ma è carne buonissima.

Infine sedette anche lei, con un lieve sospiro e un ancora più lieve mutamento dell’espressione cordiale.

Uno del gruppo prese posto al suo tavolo, dirimpetto a lei. — Vi spiace? — le chiese.

Gli gettò un’occhiata rapida e penetrante. Possedeva la dote di giudicare le persone a prima vista, naturalmente, e quell’uomo le parve innocuo. Rispose: — Per niente. Ma non siete con qualcuno del gruppo?

Lui scosse la testa. — No, sono solo, ma, se anche non lo fossi, i Terragni non mi attirano molto.

Lei tornò a guardarlo. Era sulla cinquantina e aveva un aspetto stanco che però gli occhi brillanti e dallo sguardo inquisitore sembravano smentire: aveva cioè l’aspetto inconfondibile del Terrestre schiacciato dalla forza di gravità. Gli disse: — Terragno è un’espressione della Luna, e non molto lusinghiera.

— Io vengo dalla Terra — replicò lui — perciò spero di poterla usare senza offendere nessuno. A meno che a voi dispiaccia.

Selene alzò le spalle come per dire: “Fate come vi pare”.

Aveva gli occhi leggermente a mandorla, comuni a molte ragazze lunari, ma i capelli erano colore del miele e il naso pronunciato. Pur senza essere una bellezza classica, era indubbiamente attraente.

Il Terrestre aveva gli occhi fissi sulla piastrina con il nome che lei portava appuntata sulla camicetta, nella parte superiore del seno sinistro, sostenuto anche se non troppo voluminoso. Giudicò che stesse guardando proprio la piastrina e non il seno, per quanto la camicetta fosse quasi trasparente, specie se la luce la colpiva da un’angolazione particolare, e lei non indossasse niente, sotto. Lui chiese: — Ci sono molte Selene sulla Luna?

— Oh, sì. Centinaia, credo. E anche Cinzie, Diane e Artemidi. Selene è un nome piuttosto sfruttato. La metà delle Selene che conosco si fa chiamare “Silly” e l’altra metà “Lena”.

— E voi come vi fate chiamare?

— In nessuno dei due modi. Io sono Selene per esteso. Sé-le-ne — ripeté, marcando forte la prima sillaba, — per chi mi chiama solo col nome proprio. Per gli amici.

Un lieve sorriso aleggiò sul viso del terrestre, che sedeva un po’ a disagio, come se non vi fosse abituato. — E se qualche estraneo vi chiedesse di potervi chiamare così, cosa fareste, Selene?

— Non me lo chiederebbe due volte — gli rispose, ferma.

— Ma ve lo hanno chiesto?

— C’è sempre qualche sciocco, al mondo.

Al loro tavolo era arrivata una cameriera, che posò loro davanti i piatti colmi con gesti veloci e fluidi.

Il Terrestre ne rimase impressionato e disse alla ragazza: — Sembra che li facciate volare.

La cameriera sorrise e se ne andò.

— Non cercate di imitarla — lo avvertì Selene. — Lei è abituata alla gravità lunare.

— Mentre se lo facessi io, lascerei cadere tutto, vero?

— Fareste un gran pasticcio — confermò lei.

— Bene, allora non mi ci proverò.

— Ma vedrete che prima o poi qualcuno vorrà farlo, e allora il piatto gli andrà a finire sul pavimento e se si chinerà per prenderlo, finirà anche per cadere dalla sedia lui! Io avverto sempre i turisti, ma è inutile, perché si sentono solo imbarazzati. Vedrete, tutti rideranno… tutti i turisti, naturalmente, perché noi lo abbiamo visto troppe volte per trovarlo ancora divertente, e poi le pulizie restano da fare a noi!

Sollevando con cautela la forchetta, il Terrestre disse: — Capisco. Qui anche i gesti più semplici sembrano strani.

— Sì, ma ci si abitua in fretta. Almeno alle cose più semplici, come il mangiare. Camminare è più difficile. E non ho mai visto un Terrestre correre in modo efficace, qui sulla Luna.

Mangiarono per un poco in silenzio. Poi lui disse: — Cosa significa la elle? — Stava di nuovo osservando la piastrina, su cui era scritto “Selene Lindstrom L.”.

— Sta per Luna — rispose lei con indifferenza. — Per distinguermi dagli immigrati. Io sono nata qui.

— Davvero?

— Non c’è da meravigliarsi. La comunità lunare esiste da più di cinquant’anni. Credete che sulla Luna non nascano bambini? C’è gente nata qui che ha già dei nipoti.

— Voi, quanti anni avete?

— Trentadue.

L’uomo parve incredulo, poi mormorò: — Naturalmente.

Selene inarcò le sopracciglia. — Ah, avete capito? Mi tocca spiegarlo a quasi tutti i Terrestri.

— Sono abbastanza informato da sapere che i segni più visibili dell’invecchiamento come guance o seno cascanti, sono dovuti all’ineluttabile vittoria della gravità sui tessuti — replicò il Terrestre. — E dal momento che sulla Luna la gravità è un sesto di quella della Terra, non è difficile capire che qui la gente conserva più a lungo un aspetto giovanile.

— Solo l’aspetto - precisò Selene. — Non significa che qui siamo immortali. La durata della vita è pressappoco uguale che sulla Terra, ma di solito invecchiamo meglio.

— Non è un vantaggio da poco… Naturalmente ci sono anche i lati negativi, immagino. — Il Terrestre aveva appena bevuto il primo sorso di caffè. — Dovete bere questa… — S’interruppe per cercare un termine adatto, poi preferì non aggiungere altro.

— Potremmo importare cibi e bevande dalla Terra — disse lei, divertita. — Ma solo per nutrire una minima parte di noi e per un tempo minimo. Perciò usiamo lo spazio disponibile sulle navi per articoli più importanti e utili. E poi siamo abituati a questa schifezza… o vi pare che il termine sia troppo blando?

— Non per il caffè. Per il cibo, forse… ma non importa, ditemi, signorina Lindstrom, nel nostro itinerario turistico non vedo citata nessuna visita al protosincrotrone.

— Il protosincrotone? — Selene stava finendo il caffè e il suo sguardo stava facendo il giro della sala in attesa del momento di avvertire i turisti che dovevano alzarsi. — È di proprietà della Terra e non è aperto ai turisti.

— Volete dire che ne è vietato l’ingresso ai Lunariti?

— Oh, no! La maggior parte del personale è composta da Lunariti. È solo che il regolamento è fatto dal governo terrestre. Niente turisti.

— A me piacerebbe visitarlo.

— Lo immagino… Sapete che mi avete portato fortuna? Niente piatti per terra, nessun turista caduto dalla sedia. — Si alzò e, rivolgendosi a tutti, disse: — Signore e signori, fra dieci minuti usciremo. Vi prego di lasciare i piatti dove stanno. Per chi lo voglia, ci sono locali di riposo. Poi andremo a visitare gli impianti alimentari dove si producono i pasti come quello che avete appena consumato.


2

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L’alloggio di Selene era piccolo, naturalmente, e ridotto all’essenziale, ma complicato. Aveva tre finestre panoramiche con scene raffiguranti gruppi di stelle che si rinnovavano di continuo e non avevano niente a che fare con le vere costellazioni. Inoltre, era possibile ingrandire a volontà quelle vedute.

Barron Neville detestava quelle scene, e non mancava di sbottare, dopo aver spento di colpo i panorami: — Come fai a sopportarle? Sei l’unica persona che conosco che abbia il cattivo gusto di mettersi in casa un simile orrore. E quelle nebulose e quegli ammassi stellari, non esistono nemmeno.

E Selene rispondeva alzando le spalle: — Cos’è la realtà? Come fai a sapere che le stelle visibili in cielo esistono? E poi, quei panorami mi danno una sensazione di libertà e di movimento. Non posso tenerli in casa mia se mi piacciono?

Al che Neville brontolava qualcosa e poi rimetteva in funzione i meccanismi, cercando di sistemare gli indici nel punto in cui li aveva trovati. E Selene diceva: — Lascia perdere!

Il mobilio era tutto curve e le pareti tinteggiate a colori tenui e riposanti che formavano disegni astratti. Non c’era alcuna riproduzione di creature viventi.

— La vita appartiene alla Terra, non alla Luna — diceva Selene.

Adesso, entrando, come spesso accadeva, trovò Barron Neville, steso su un divano, e con un solo sandalo infilato. L’altro era sul pavimento dove lui lo aveva lasciato cadere, e sul suo stomaco c’era una lunga fila di segni rossi, dove si era grattato distrattamente.

— Ci facciamo un caffè, Barron? — disse lei, sgusciando fuori dagli abiti con un unico aggraziato movimento, unito a un sospiro di sollievo. Poi li buttò con un calcio in un angolo. — Che sollievo spogliarsi! — esclamò. — Doversi vestire come i Terragni è la parte peggiore del lavoro.

Neville era nell’angolo cucina a preparare il caffè. Non fece commenti perché aveva già sentito più d’una volta quelle parole. Disse invece: — Cos’ha la tua scorta d’acqua? È già finita.

— Davvero? Be’, si vede che ne ho adoperata troppa. Abbi pazienza.

— Niente di spiacevole, oggi?

— No, tutto normale e piuttosto disgustoso, come al solito. Fingono di gustare i nostri cibi e hanno paura che gli si chieda di spogliarsi… Figurati che roba se lo facessero!

— Sei diventata pudica? — Le chiese portando due tazzine di caffè e deponendole sul tavolino.

— In questo caso il pudore è necessario. I miei turisti sono rugosi, cascanti, panciuti, nonché pieni di germi. C’è la quarantena, lo so, ma per me sono sempre pieni di germi… E tu, hai novità?

Barron rispose con un cenno di diniego. Era tarchiato, per essere un Lunarita, e teneva sempre la fronte aggrottata e gli occhi socchiusi, quasi per vezzo. Ma, a parte questo, aveva lineamenti regolari ed era nel complesso un bell’uomo, almeno secondo Selene.

Le rispose: — Niente d’importante. Stiamo ancora aspettando il cambio del Commissario. Staremo a vedere com’è questo nuovo, questo Gottstein.

— Potrebbe creare difficoltà?

— Non più di quante ne abbiano sempre fatte. In fin dei conti, cosa possono fare? Non possono infiltrarsi. È impossibile che un Terragno riesca a farsi passare per un Lunarita! — Ma pareva a disagio, dicendolo.

Selene bevve il caffè fissandolo. — Ci sono dei Lunariti che, nel loro intimo, sono dei Terragni.

— Lo so, e vorrei sapere chi sono. Qualche volta penso che non dovrei fidarmi… Oh, be’, sto perdendo un sacco di tempo col progetto del mio sincrotrone, senza approdare a niente. Non ho fortuna con le richieste e i diritti di precedenza!

— È probabile che non si fidino di te, e non li biasimo. Ti comporti come se fossi un cospiratore!

— Non è vero. Mi farebbe un immenso piacere uscire dalla camera del sincrotrone e non ritornarci mai più, ma allora sì che diventerebbero sospettosi… Se hai consumato tutta la razione di acqua, Selene, forse sarà difficile farci una seconda tazza di caffè.

— Infatti. E, già che siamo sul discorso, mi hai aiutato anche tu a sprecare acqua. La settimana scorsa ti sei fatto due docce in casa mia!

— Ti darò un buono. Non sapevo che tu ne tenessi conto!

— Non io, ma il serbatoio.

Finì di bere il caffè e rimase a fissare con aria pensosa la tazzina vuota. — I turisti fanno sempre delle smorfie quando lo bevono — disse. — Chissà perché. A me pare buono. Tu hai mai assaggiato il caffè terrestre Barron?

— No.

— Io sì. Un turista aveva portato di contrabbando un pacchetto di quello che loro chiamano caffè istantaneo. Me l’ha offerto in cambio di quello che sai. Pareva convinto che fosse uno scambio equo.

— E l’hai accettato?

— Ero curiosa di assaggiarlo. Era amaro e metallico. Uno schifo. Poi ho detto a quel tizio che la mescolanza razziale era contraria all’uso dei Lunariti e allora è diventato lui amaro e metallico.

— Non me lo avevi mai raccontato. E ha tentato altro, vero?

— Non è cosa che ti riguardi, ti pare? Comunque, no, non ha tentato altro. Se si fosse provato, alla gravità per lui sbagliata, l’avrei mandato a finire in fondo al corridoio uno.

Fece una breve pausa, poi continuò: — Ah, sì. Ho conosciuto un altro Terragno, oggi. Ha voluto sedersi al mio tavolo.

— E che cosa ti ha offerto in cambio di quello che tu con tanta delicatezza definisci “quello che sai”?

— Niente, voleva solo sedersi al mio tavolo e basta.

— A guardarti il seno?

— È uno spettacolo che merita di essere guardato, lo ammetto, ma invece quello ha guardato la targhetta… Ma a te cosa importa quello che guardava o non guardava quel tizio? Ognuno è libero di guardare e di pensare quel che gli pare. E non per questo io mi sento obbligata ad assecondare le fantasie altrui. Cosa credi? Che se lui aveva voglia di venire a letto con me, io ci sarei andata di corsa? A letto con un Terragno? Sai che bel risultato, con uno che non è ancora abituato al nostro campo gravitazionale? Non dico che non riuscirebbe a concludere qualcosa, ma non con me. Ti basta? Sei soddisfatto? Posso tornare al Terragno? Il quale ha almeno cinquant’anni e non dev’essere stato bello neanche a venti. Ammetto però che è un tipo interessante, questo sì.

— Va bene. Faccio a meno di una descrizione dettagliata. Cosa mi dici di lui?

— Mi ha chiesto del protosincrotrone.

Neville si alzò in piedi di scatto, barcollando un poco, cosa inevitabile dopo un movimento brusco in ambiente a bassa gravità, e sbottò:

— Cosa ti ha domandato del sincrotrone?

— Niente! Perché ti ecciti tanto? Mi hai raccomandato di dirti tutte le cose fuori dal normale che i miei turisti fanno o dicono. Finora nessuno mi aveva chiesto del sincrotrone, perciò te l’ho riferito.

— Va bene. — Tacque, poi aggiunse in tono normale: — Perché gl’interessava il sincrotrone?

— Non ne ho la più pallida idea — rispose Selene. — Mi ha chiesto solo se poteva visitarlo. Può darsi che sia un turista con interessi scientifici. Secondo me era solo una scusa per rendersi interessante ai miei occhi.

— E immagino che ci sia riuscito. Come si chiama?

— Non lo so, non gliel’ho chiesto.

— Perché?

— Perché a me non interessa! Insomma, si può sapere cosa vuoi? Inoltre, la sua è una domanda proprio da turista. Se fosse un fisico, non me l’avrebbe fatta. Lavorerebbe qui.

— Mia cara Selene — disse Neville — lascia che ti spieghi. Date le attuali circostanze, chiunque chieda di visitare il sincrotrone è un tizio fuori dell’ordinario, sul quale è necessario indagare a fondo. E mi sai dire come mai è venuto a chiederlo proprio a te? — Si mise nervosamente a passeggiare da un capo all’altro della stanza, come se volesse smaltire un po’ d’energia, poi disse: — Tu che sei l’esperta conoscitrice d’uomini. Lo trovi interessante?

— Dal punto di vista sessuale?

— Sai bene cosa intendo. Non scherzare, Selene!

Con palese riluttanza, lei rispose: — È interessante, anzi preoccupante. Ma non so perché. Non ha detto né fatto niente di particolare.

— Interessante e preoccupante? Allora lo rivedrai.

— Per fare che?

— E cosa ne so? Sono fatti tuoi. Scopri come si chiama. Scopri tutto quello che puoi sul suo conto. Hai cervello, quindi fallo funzionare per uno scopo utile, tanto per cambiare.

— Ah, bene ordini dall’alto! — disse Selene. — D’accordo.


3

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L’alloggio del Commissario, quanto a dimensioni, non si distingueva da quello di un qualunque Lunanta. Sulla Luna non c’era spazio, nemmeno per gli alti funzionali terrestri: niente sprechi, niente lussi, nemmeno come simbolo del pianeta natale. Né, quanto a questo, c’era modo di cambiare l’opprimente realtà della Luna — ambiente sotterraneo a bassa gravità — nemmeno per il più grand’uomo della Terra.

— L’uomo è ancora una creatura legata al suo ambiente — sospirò Luiz Montez. — Vivo da due anni sulla Luna e ci sono state volte in cui ho avuto la tentazione di restare, ma… sono ormai in là con gli anni. Ne ho più di quaranta e, se voglio tornare sulla Terra, è meglio che mi decida subito. Più si invecchia, meno si riesce a riadattarsi alla gravità terrestre.

Konrad Gottstein aveva solo trentaquattro anni e ne dimostrava meno. Aveva una faccia tonda dai lineamenti marcati, quel tipo di faccia che non si vedeva tra i Lunariti e che sembrava loro la caricatura della faccia di un Terragno. Era snello — non mandavano mai uomini troppo robusti sulla Luna — e forse per questo la sua faccia sembrava più larga.

Disse, nello Standard Planetario, ma con accento diverso da quello di Montez: — Pare che vogliate scusarvi di qualcosa.

— È vero, è vero — ammise Montez. Se il viso di Gottstein era nell’insieme bonario e ottimista, le linee allungate del viso di Montez avevano un che di tragicomico.

— Mi sento imbarazzato in due sensi — spiegò. — Mi imbarazza lasciare la Luna, perché è un mondo attraente ed eccitante, e mi imbarazza di essere imbarazzato. Mi vergogno perché provo una certa riluttanza a riprendere sulle spalle il peso terrestre… gravità compresa.

— Già, immagino che riprendere gli altri cinque sesti sarà dura — ammise Gottstein. — Io sono qui solo da pochi giorni, ma sento già che un sesto di g è perfetto.

— Cambierete parere quando comincerà la stitichezza e sarete costretto a bere olio di vaselina — ribatté Montez con un sospiro. — Ma poi passa… e non pensate di potervi muovere con la leggerezza di una gazzella, solo perché vi sentite leggero. È un’arte che bisogna imparare.

— L’ho già capito.

— Lo credete, Gottstein. Avete mai visto come camminano i canguri?

— In televisione.

— Be’, ne danno una pallida idea. Bisogna provarlo. È il modo migliore, anzi l’unico, per muoversi a velocità elevata sulla superficie lunare. I piedi vanno all’unisono indietro, dando una spinta che sulla Terra vi permetterebbe solo di fare un salto. A mezz’aria i piedi vi si spostano in avanti, e cominciano a tornare indietro appena prima di toccare il suolo in modo di rimandarvi in aria, e così via. È un movimento che secondo gli standard terrestri sembra lento con una gravità così scarsa a dare il rimbalzo, ma ogni passo si fanno sei o sette metri e lo sforzo muscolare è minimo. Si ha la sensazione di volare.

— Voi avete provato? Siete in grado di muovervi così?

— Ho provato, ma nessun Terrestre può dire di esserne capace. Io sono riuscito a far cinque balzi di fila, ma poi si perde la sincronizzazione, si sbagliano i calcoli e si finisce a ruzzoloni per tre o quattrocento metri. I Lunariti sono molto educati e non vi prendono mai in giro. Loro, naturalmente, sono degli esperti. Cominciano da bambini e ci riescono subito senza difficoltà.

— È il loro mondo — commentò Gottstein. — Pensate come si troverebbero loro sulla Terra!

— Non potrebbero trovarsi sulla Terra. Anzi, non possono. E questo, credo, è uno dei nostri vantaggi.’Noi possiamo vivere sia sulla Terra che sulla Luna. Loro possono vivere solo qui. Lo dimentichiamo spesso, perché confondiamo i Lunariti con gli Immi.

— Con cosa?

— È così che loro chiamano gli immigranti terrestri, quelli che vivono più o meno in permanenza sulla Luna, ma che sono nati e cresciuti sulla Terra. Gli immigranti, naturalmente, possono tornare sulla Terra, ma i veri Lunariti non hanno né ossa né muscoli adatti a sopportare la forza di gravità terrestre. Per questo motivo accaddero delle vere tragedie nei primi tempi della storia della Luna.

— Ah?

— Sì. Gente che tornò sulla Terra con i loro figli nati sulla Luna. Ma noi abbiamo tendenza a dimenticare. Avevamo in corso o appena passato la nostra Crisi e la morte di qualche bambino non era rilevante, in confronto all’enorme numero di morti che avevamo avuto verso la fine del ventesimo secolo e a tutto quello che ne seguì. Qui sulla Luna, però, viene mantenuto vivo il ricordo di tutti i Lunariti che dovettero soccombere alla forza di gravità terrestre… Li aiuta, credo, a sentirsi un mondo a sé stante.

— Credevo che sulla Terra mi avessero dato tutte le informazioni necessarie, ma vedo che ho ancora molto da imparare — osservò Gottstein.

— È impossibile arrivare a conoscere tutto della Luna restando sulla Terra, perciò vi ho lasciato una relazione esauriente, così come fece il mio predecessore per me. Troverete la Luna affascinante, ma anche atroce, sotto certi punti di vista. Non credo che sulla Terra abbiate mai mangiato razioni lunari e, se le conoscete solo per sentito dire, non siete preparato ad affrontare la realtà… però le mangerete e vi ci abituerete, per forza. Non è buona politica farsi mandare viveri terrestri. Dobbiamo mangiare e bere prodotti locali.

— Visto che voi avete resistito per due anni, penso che anch’io riuscirò a sopravvivere.

— Non sono rimasto qui due anni di fila. Ho fatto qualche scappata sulla Terra. Sono viaggi obbligatoli. Ve l’hanno detto, no?

— Infatti — disse Gottstein.

— Nonostante tutto l’esercizio fisico che farete qui, è necessario tornare di tanto in tanto a gravità normale, perché le ossa e i muscoli non se ne dimentichino. E quando sarete sulla Terra, ah, che mangiate! E un po’ di contrabbando di viveri non guasta.

Gottstein disse: — All’arrivo hanno accuratamente ispezionato il mio bagaglio, naturalmente, ma avevo in tasca una scatoletta di carne. Non l’avevo vista… e anche loro hanno fatto finta di niente.

Montez sorrise, poi disse, esitando: — Immagino che adesso mi offrirete di dividerla con voi.

— No — disse Gottstein giudiziosamente, arricciando il naso a patata. — Stavo per dire con tutta la tragica nobiltà di cui sono capace: “Ecco, Montez, tenetevela tutta! Ne avete più bisogno di me”.

Il sorriso di Montez si allargò, ma poi si spense. — No — disse, scuotendo la testa. — Fra una settimana potrò mangiare cibi terrestri a sazietà. Voi no. Dovrete tirare la cinghia nei prossimi anni e passerete fin troppo tempo a rimpiangere la generosità di adesso. Tenetevela voi… Insisto. Non vorrei guadagnarmi il vostro odio retroattivo.

Parlava con serietà, tenendo una mano sulla spalla di Gottstein, e fissandolo negli occhi. — Inoltre — aggiunse — voglio parlarvi di una cosa che ho continuato a rinviare perché non so come abbordarla, e quella scatoletta sarebbe una scusa per un ulteriore rinvio.

Gottstein si affrettò a rimettere in tasca la scatoletta e tornò serio a sua volta. — Si tratta di qualcosa che non potevate inserire nei vostri dispacci, signor Montez?

— Si tratta di qualcosa che ho tentato di inserire nei dispacci, signor Gottstein, ma fra la mia incapacità a esprimermi e la riluttanza terrestre ad afferrare i miei sottintesi, abbiamo finito col non capirci. Voi, me lo auguro, potrete fare meglio di me. Uno dei motivi per cui non ho chiesto la proroga del mio mandato è il fatto che non riuscivo a sopportare la responsabilità del mio fallimento nelle comunicazioni.

— Da come parlate, mi pare che si tratti di una cosa grave.

— Vorrei che la riteneste grave, ma francamente potrebbe sembrarvi sciocca. Nella colonia lunare ci sono alcune decine di migliaia di persone, di cui meno della metà Lunariti di nascita. Essi sono ostacolati dall’insufficienza delle risorse naturali, dall’insufficienza di spazio, da un mondo ostile, e tuttavia… tuttavia…

— Tuttavia? — ripeté Gottstein in tono incoraggiante.

— Sta succedendo qualcosa qui… Non so esattamente cosa, ma potrebbe esser pericoloso.

— Pericoloso in che senso? Che cosa possono fare? Far guerra alla Terra? — Gottstein faceva fatica a mantenersi serio.

— No, no, è qualcosa di indefinibile. — Montez si passò una mano sulla faccia, fregandosi a lungo gli occhi. — Permettetemi di essere franco con voi. La Terra si è infiacchita.

— Come sarebbe a dire?

— Be’, in che altro modo potreste definire la situazione? Nell’epoca in cui venne fondata la colonia lunare la Terra fu colpita dalla Grande Crisi. Questo non c’è bisogno che ve lo ricordi.

— No di certo — rispose con disgusto Gottstein.

— Da sei, la popolazione terrestre scese a due miliardi.

— E sulla Terra si sta meglio, adesso, non è vero?

— Senza dubbio, anche se io sono del parere che poteva esserci un sistema migliore per diminuire la popolazione… A ogni modo dopo la Crisi è rimasta una grande sfiducia nella tecnologia, un’inerzia diffusa, la riluttanza a correre rischi per il timore degli effetti collaterali. Progetti molto importanti, ma ritenuti pericolosi, sono stati abbandonati perché si temeva più il pericolo di quanto non se ne desiderassero i risultati.

— Immagino che vogliate alludere al programma d’ingegneria genetica.

— Questo, ovviamente, fu il caso più spettacolare, ma non fu l’unico — disse Montez, con amarezza.

— Francamente non rimpiango che abbiano abbandonato l’ingegneria genetica. Era stata un seguito di fallimenti.

— Ma abbiamo perso l’intuitivismo.

— Be’, non c’era nessuna prova che l’intuitivismo fosse una qualità mentale desiderabile, e molte che dimostravano la sua pericolosità… Ma, a proposito della colonia lunare? Vi pare che sia una prova dell’inerzia della Terra?

— Sissignore! — esclamò con enfasi Montez. — La colonia lunare è un pesante retaggio dei giorni precedenti la Crisi: qualcosa di simile all’estrema avanzata dell’umanità, prima di ritirarsi definitivamente.

— Come siete drammatico, Montez!

— Non direi. La Terra è in ritirata. L’umanità è in ritirata, ovunque meno che sulla Luna. La colonia lunare è l’ultima frontiera dell’uomo, non solo materialmente ma anche psicologicamente. Questo è un mondo in cui non è mai esistita una forma di vita da distruggere o un ambiente complesso in equilibrio precario da sovvertire. Tutto quello che sulla Luna vi è di utile all’uomo, è un manufatto dell’uomo. La Luna è un mondo costruito dall’uomo fin dall’inizio e perciò senza fondamenta. Qui non hanno un passato.

— E allora?

— Sulla Terra stiamo andando alla deriva a causa della nostalgia di un passato pastorale che in realtà non è mai esistito e, se anche fosse esistito, non potrebbe mai più tornare. Sotto alcuni aspetti l’ecologia è stata sconvolta dalla Crisi e noi stiamo facendo del nostro meglio con i cocci, perciò abbiamo paura, una paura che non ci abbandona un istante… Sulla Luna non esiste un passato da temere o da sognare. Qui esiste un’unica direzione: verso l’avvenire. — Infervorato dalle sue stesse parole, Montez proseguì: — Gottstein, io l’ho osservato per due anni, e voi farete altrettanto, forse per più tempo. C’è un fuoco che arde senza mai spegnersi, qui sulla Luna! Qui si espandono in tutte le direzioni. Fisicamente. Tutti i mesi vengono scavati nuovi corridoi e sistemati nuovi alloggi per fare posto a potenziali nuovi abitanti. E sfruttano al massimo le risorse locali, trovano nuovi materiali da costruzione, nuove sorgenti d’acqua, nuovi filoni. Allargano le stazioni di accumulatori a energia solare, ingrandiscono le fabbriche di materiale elettronico… Immagino sappiate che le diecimila persone che vivono qui costituiscono la maggior fonte produttiva di congegni elettronici miniaturizzati e prodotti biochimici di altissima qualità per la Terra.

— So che ne sono importanti fornitori.

— I principali: la Terra non può farne a meno. Andando avanti di questo passo, saranno anche gli unici in un prossimo futuro… Qui progrediscono anche intellettualmente, Gottstein. Sono sicuro che non esiste sulla Terra un giovane d’ingegno portato per le scienze che non sogni più o meno vagamente, o forse non tanto vagamente, di venire un giorno sulla Luna. Con la Terra in ritirata dalla tecnologia, la Luna è l’unico posto in cui si combatta.

— Immagino che vogliate alludere al protosincrotrone.

— È un esempio. Quando è stato costruito l’ultimo protosincrotrone sulla Terra? Ma è solo l’esempio più evidente e più grande. Se volete sapere qual è l’apparecchio scientifico più importante qui sulla Luna…

— Una cosa segreta di cui non mi hanno informato?

— No, anzi, una cosa talmente ovvia che non ci si bada neppure. I diecimila migliori cervelli umani che sono qui. L’unico gruppo compatto di cervelli umani, portati per le scienze che è qui.

Gottstein si mosse dalla sedia, ma questa, essendo inchiodata al pavimento, restò immobile. Sarebbe caduto se Montez non si fosse sporto a impedirglielo.

— Scusate — disse Gottstein, arrossendo.

— Di che? Vi abituerete alla gravità.

— Gottstein chiese: — Non credete di dipingere le cose a tinte troppo fosche? Sulla Terra, in fin dei conti, non siamo nati ieri. Abbiamo inventato la Pompa Elettronica. È una conquista terrestre. Nessun Lunarita ci ha messo mano.

Montez scosse la testa mormorando qualcosa nel suo spagnolo natio. Il tono non era calmo. Poi disse: — Avete mai conosciuto Frederick Hallam?

Gottstein sorrise. — Sì, in effetti l’ho conosciuto. Il Padre della Pompa Elettronica. Credo che questa frase l’abbia tatuata sul petto.

— Quello che dite e il vostro sorriso mi fanno capire che condividete il mio punto di vista. Provate a domandarvi: è possibile che un uomo come Hallam abbia inventato la Pompa Elettronica? L’uomo della strada può anche esserne convinto, ma in realtà sapete benissimo che non esiste un Padre della Pompa Elettronica. L’hanno inventata i para-abitanti del para-universo, chiunque siano. Hallam è stato il loro strumento, e solo per caso. Tutta la Terra è il loro strumento.

— Ma noi siamo stati abbastanza intelligenti da approfittare della loro iniziativa.

— Sì, allo stesso modo che le mucche sono abbastanza intelligenti da mangiare il fieno che noi forniamo loro. La Pompa non significa un passo avanti per l’umanità, anzi il contrario.

— Se la Pompa è un passo indietro, allora ringrazio l’arretramento. Non potrei farne a meno.

— E chi lo farebbe? Ma il punto fondamentale è che la Pompa si adatta alla perfezione all’attuale stato d’animo terrestre. Energia in quantità illimitata a costo zero, tranne che per la manutenzione, e a zero inquinamento. Però sulla Luna non ci sono Pompe Elettroniche.

— Immagino che non ce ne sia bisogno — disse Gottstein. — Le batterie solari sopperiscono a tutte le necessità dei Lunariti. Energia illimitata a costo zero, o quasi, e a zero inquinamento… Non è la stessa litania?

— Già, però le batterie solari sono in tutto e per tutto un manufatto dell’uomo. Ecco dove volevo arrivare: era stata prevista una Pompa anche per la Luna, e si tentò d’installarla.

— E?

— Non ha funzionato. Nel para-universo non hanno accettato il tungsteno.

— Non lo sapevo. Come mai?

— E chi lo sa? — ribatté Montez inarcando spalle e sopracciglia. — Possiamo presumere che i para-abitanti vivano in un pianeta privo di satelliti; che non concepiscano l’esistenza di due mondi vicini e ambedue abitati; che, avendone trovato uno, non ne cerchino un secondo. Chi lo sa? Resta il fatto che non collaborarono, e noi da soli non possiamo far niente.

— Noi da soli — ripeté pensoso Gottstein. — Con questo, intendete noi Terrestri?

— Sì.

— E i Lunariti?

— Loro non c’entravano.

— Ma erano interessati al progetto?

— Non lo so. Ecco il motivo principale della mia incertezza e anche della mia paura. I Lunariti, quelli nati sulla Luna in particolare, hanno reazioni diverse da quelle dei Terrestri. Ignoro quali siano i loro progetti o le loro intenzioni. Non sono riuscito a scoprirlo.

— Ma che cosa possono fare? — domandò Gottstein, sempre più pensoso. — Avete motivo di supporre che vogliano farci del male? O che possano far del male alla Terra se ne avessero l’intenzione?

— Non sono in grado di rispondere alle vostre domande. Sono in gamba, molto intelligenti. Io ho l’impressione che siano incapaci di vero odio, come anche di vera paura. Ma forse è solo una mia impressione. Quello che mi preoccupa di più è quello che non so.

— Le apparecchiature scientifiche sulla Luna sono tutte in mano ai Terrestri, mi pare.

— Infatti, come il protosincrotrone. E così pure il radiotelescopio sulla faccia invisibile alla Terra, e il telescopio ottico da trecento pollici. Insomma, tutte le apparecchiature più grosse, installate già da una cinquantina d’anni.

— E dopo di allora cos’è stato fatto?

— Pochissimo, almeno da parte dei Terrestri.

— E da parte dei Lunariti?

— Non lo so. I loro scienziati lavorano nelle installazioni di gran mole che vi ho detto e in altre. Ma una volta ho controllato i cartellini orari e ho trovato delle lacune.

— Lacune?

— Passano molto tempo fuori da quelle istallazioni. Come se avessero dei laboratori personali.

— Ma non è ovvio, se fabbricano congegni miniaturizzati e prodotti biochimici?

— Sì, ma… Gottstein, non lo so. La mia ignoranza mi fa paura.

Seguì un lungo silenzio che Gottstein ruppe per dire: — Montez, suppongo che mi abbiate parlato così per farmi capire che devo stare attento e cercare di scoprire cosa stanno facendo i Lunariti?

— Più o meno — ammise Montez, impacciato.

— Però non siete nemmeno sicuro che stiano realmente facendo qualcosa.

— Non lo so, ma lo sento.

— È strano — riprese Gottstein. — Dovrei cercare di persuadervi che sono tutte impressioni dettate da un vostro timore… mistico, ma, è strano…

— Cosa?

— A bordo della nave che mi ha portato sulla Luna c’era un uomo… Voglio dire c’era un mucchio di gente, ma un viso, in particolare, mi ha colpito. Non gli ho parlato, non ne ho avuto l’occasione. Non ci avevo pensato più, ma le vostre parole hanno fatto scattare la molla del ricordo.

— E allora?

— Una volta ho fatto parte di un comitato relativo a certe faccende circa la Pompa Elettronica. Problemi di sicurezza. Come dite voi, la Terra si è infiacchita e tutti hanno paura di tutto. Be’, temevano per qualcosa in rapporto alla Pompa… È un bene, comunque, avere paura di qualcosa. I particolari mi sfuggono, ora, ma ricordo di avere visto quell’uomo che ho rivisto a bordo.

— Credete, che fosse importante?

— Non vi saprei dire. Però, associo quella faccia a qualcosa di preoccupante. Ci penserò sopra e un giorno o l’altro ricorderò. Casomai posso consultare l’elenco dei passeggeri, per vedere se un nome mi aiuta. Colpa vostra, Montez, mi avete messo una pulce nell’orecchio.

— Ne sono contento non dispiaciuto. Quanto a quell’uomo, potrebbe essere un qualsiasi turista che ripartirà fra quindici giorni. Ma sono contento che vi dia da pensare.

Gottstein pareva non lo ascoltasse. Mormorò: — Dev’essere un fisico o uno scienziato. Non so perché, ma lo associo a un pericolo.


4

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— Salve! — esclamò allegramente Selene.

Il Terrestre si voltò e la riconobbe immediatamente — Selene! Dico giusto? Selene?

— Giusto. Pronuncia esatta. Vi state divertendo?

— Moltissimo — rispose serio il Terrestre. — Mi sto rendendo conto di quanto straordinario sia il nostro secolo. Fino a poco tempo fa ero sulla Terra, e mi sentivo stanco del mio ambiente e di me stesso. Poi ho pensato: “Be, se fossi vissuto cent’anni fa, l’unico modo di lasciare questo mondo sarebbe stato morire, invece adesso… posso andare sulla Luna”. — Sorrise, ma senza gaiezza.

— Siete più felice adesso che ci siete? — domandò Selene.

— Un poco. — Si guardò in giro. — Non avete un branco di turisti da curare, oggi?

— Oggi, no. È il mio giorno di libertà. Chissà, forse riuscirò ad averne due o tre. Il mio è un lavoro monotono.

— Che peccato, allora, che vi siate imbattuta in un turista proprio oggi!

— Non mi sono imbattuta, vi stavo cercando. E ho faticato a trovarvi. Non dovreste andarvene in giro da solo.

Il Terrestre la guardò con interesse.

— Perché mi cercavate? Vi piacciono i Terrestri?

— No — rispose lei con disarmante franchezza. — Mi danno la nausea. Non mi piacciono per principio, e avere a che fare con loro per lavoro non fa che peggiorare ulteriormente le cose.

— Eppure siete venuta a cercarmi, e non c’è niente sulla Terra… voglio dire sulla Luna, che possa convincermi che lo avete fatto perché sono giovane e bello.

— Anche se lo foste, sarebbe lo stesso. I Terrestri non m’interessano, come sanno tutti, eccetto Barron.

— Allora perché mi cercavate?

— Perché ci sono altri modi di essere interessanti e perché voi interessate a Barron.

— Chi è? Il vostro ragazzo? Un amico?

Selene rise: — Barron Neville. È molto più di un ragazzo e anche di un amico. Quando ne abbiamo voglia ce la spassiamo insieme.

— È quello che intendevo dire. Avete bambini?

— Un maschio di dieci anni. Vive quasi sempre nella sezione ragazzi. E, per risparmiarvi la prossima domanda, aggiungo che non è figlio di Barron. Può darsi che avrò un figlio anche da Barron, se saremo ancora insieme quando… se mi verrà dato il permesso di avere un secondo figlio. Ma sono sicura che me lo daranno.

— Siete molto franca.

— Riguardo ad argomenti che non considero segreti? Certo… Ma cosa vi piacerebbe fare adesso?

Stavano camminando lungo un corridoio dalle pareti di roccia color latte, nella cui superficie levigata erano incastonate schegge di “gemme lunari” che si trovavano facilmente in molte zone della superficie. Selene calzava sandali che sfioravano a malapena il terreno, mentre lui portava stivali dalla pesante suola di piombo che lo aiutavano a camminare con relativa facilità.

Il corridoio era a senso unico. Di tanto in tanto venivano sorpassati da un piccolo e silenzioso veicolo elettrico.

Il Terrestre rispose: — Che cosa avrei voglia di fare, dite? Be’, è un invito a raggio talmente ampio!… Non vorreste porvi qualche condizione limitativa in modo che io non possa offendervi, anche senza volerlo?

— Siete un fisico?

Il Terrestre esitò. — Perché me lo domandate?

— Per sentire cosa mi rispondete. Lo so che siete un fisico.

— Come fate a saperlo?

— Nessuno parla di “condizioni limitative”, se non lo è specialmente se la prima cosa che vuole vedere della Luna è il protosincrotrone.

— È per questo che mi cercavate? Perché sembro un fisico?

— È il motivo per cui Barron mi ha mandato a cercarvi. Perché lui è un fisico. Io sono venuta perché penso, che… siate fuori del comune, per un Terrestre.

— In che senso?

— Se andate in cerca di complimenti… non è un complimento. È solo che mi pare che i Terrestri non vi piacciano.

— Come fate a dirlo?

— Vi ho osservato mentre guardavate gli altri turisti. E poi io lo sento. Sono i Terragni a cui non piacciono gli altri Terragni quelli che tendono a rimanere sulla Luna. E questo mi riporta alla domanda di prima. Che cos’avete voglia di fare, adesso? E porrò le mie condizioni limitative… voglio dire, per quanto riguarda le cose che andremo a vedere.

— È strano, Selene — ribatté lui, lanciandole un’occhiata penetrante. — Avete un giorno di libertà e, dal momento che il vostro lavoro non vi dà nessuna soddisfazione, dovreste godervelo. Invece siete disposta a lavorare volontariamente per me… Solo perché v’interesso un pochino.

— Perché interessate a Barron. Lui ha da fare, adesso e non c’è niente di male se v’intrattengo io finché non sarà libero… E poi è diverso. Non lo capite? Il mio lavoro consiste nel guidare un branco di Terragni… Non vi offenderete se uso questo termine?

— Lo uso anch’io.

— Perché siete un Terrestre. Alcuni Terrestri lo considerano denigratorio e si offendono se lo usano i Lunariti.

— Volete dire se lo usano i lunatici?

Selene arrossì, poi disse: — Sì. Proprio così.

— Bene, allora non stiamo a scambiarci insulti. Su, continuate a parlarmi del vostro lavoro.

— Nel mio lavoro ci sono questi Terragni che devo sorvegliare perché non finiscano con l’ammazzarsi e a cui devo dire come muoversi e camminare, e devo badare che mangino e bevano secondo il manuale. E loro vedono le loro cosette, fanno le loro cosette, e io devo essere tremendamente materna e gentile.

— Orribile — commentò il Terrestre.

— Ma voi e io possiamo fare quello che preferiamo spero! Voi forse dovrete affidarvi alla sorte, ma io non dovrò soppesare ogni parola!

— Vi ho già detto che siete liberissima di chiamarmi Terragno.

— D’accordo. Allora, cosa vogliamo fare?

— Sapete già la risposta. Voglio visitare il protosincrotrone.

— Questo no. Forse Barron riuscirà a farvi ottenere un permesso in seguito.

— Be’, se non posso visitare il protosincrotrone, non so cos’altro ci sia da vedere. So che il radiotelescopio è sull’altra faccia della Luna, e poi non è una novità. Ditemi voi. I turisti-tipo cosa visitano?

— Un mucchio di cose. Ci sono le colture di alghe, per esempio, ma l’odore è tale che un Terragno… un Terrestre non lo apprezzerebbe molto. I turisti fanno già i difficili con i nostri cibi!

— Vi sorprende? Non avete mai assaggiato cibi terrestri?

— No, ma credo che non mi piacerebbero. Dipende da cosa si è abituati a mangiare.

— Già — convenne il Terrestre con un sospiro. — Se mangiaste una vera bistecca forse vi darebbero fastidio i nervi e il grasso.

— Potremmo andare in periferia dove stanno aprendo nuovi corridoi, ma dovreste indossare una tuta protettiva. Poi ci sono le fabbriche…

— Selene, lascio a voi la scelta.

— D’accordo, se prima risponderete sinceramente a una mia domanda.

— Non posso promettere prima di averla sentita.

— Dicevo che i Terragni a cui non piacciono i Terragni tendono a restare sulla Luna. Voi non avete negato. Avete intenzione di fermarvi sulla Luna?

Il Terrestre fissava le punte dei suoi goffi stivali. Poi disse: — Selene, ho faticato a ottenere il visto. Dicevano che ero troppo vecchio per affrontare il viaggio e che, se fossi rimasto qui troppo a lungo forse non sarei più riuscito a riadattarmi alla Terra. Così ho detto che avevo intenzione di restare per sempre sulla Luna.

— Eravate sincero?

— Allora ero incerto, ma adesso penso che rimarrò.

— È strano che vi abbiano concesso il visto, date le circostanze.

— Perché?

— In genere le autorità terrestri non hanno piacere che un fisico si trasferisca definitivamente sulla Luna.

— Quanto a questo, non ho avuto difficoltà — dichiarò il Terrestre, con una smorfia.

— Be’, allora, se volete diventare uno di noi, penso che dovreste visitare la palestra. I Terragni lo chiedono spesso, ma noi non li incoraggiamo, di solito, anche se non è vietato. Con gli immigranti è diverso.

— Perché?

— Be’, tanto per cominciare, noi facciamo ginnastica nudi o quasi. E perché non dovremmo? — si affrettò ad aggiungere in tono difensivo come per prevenire delle obiezioni. — La temperatura è controllata e l’ambiente pulito. Solo i Terrestri reagiscono in modo esagerato al nudo: o si eccitano o lo trovano indecente, o tutt’e due le cose insieme. Be’, noi non abbiamo voglia di vestirci in palestra per amor loro, e così, per evitare fastidi, facciamo a meno di portarceli.

— Ma gli immigranti?…

— Loro ci si devono abituare. Prima o poi dovranno spogliarsi anche loro, e hanno più bisogno di fare ginnastica dei Lunariti indigeni.

— Voglio essere onesto con voi, Selene: se vedo un nudo femminile mi ecciterò. Non sono così decrepito!

— Be’, eccitatevi pure — disse lei, con indifferenza. — Ma per conto vostro. D’accordo?

— Dobbiamo spogliarci anche noi? — domandò lui, guardandola con divertito interesse.

— Come semplici spettatori non è necessario. Voi vi sentireste a disagio e per noi non costituireste certo un bello spettacolo!

— Siete schietta!

— Credete forse che lo spettacolo sarebbe bello? Siate onesto. E poi, per quanto mi riguarda, non ho voglia di aggravare la tensione del vostro eccitamento… privato. Perciò è meglio restare vestiti tutti e due.

— Nessuno protesterà? Voglio dire per il fatto che sarò là come Terragno di aspetto non proprio gradevole.

— Se ci sarò anch’io, no.

— Allora d’accordo. È lontano?

— Ci siamo. Quella è l’entrata.

— Ah! Avevate già programmato di condurmi qui.

— Ho solo pensato che poteva essere interessante.

— Perché?

Selene sorrise all’improvviso. — Così, solo un pensiero.

Il Terrestre scosse la testa. — Comincio a credere che voi non abbiate mai solo un pensiero. Lasciatemi indovinare. Se devo rimanere sulla Luna, avrò bisogno di fare spesso ginnastica, per conservare in forma, forse, muscoli, ossa e tutti gli altri miei organi.

— Vero. Facciamo tutti ginnastica, ma gli immigrati devono farla. Arriverà il giorno in cui la palestra sarà per voi un noioso dovere quotidiano.

Erano davanti a una porta. Quando l’ebbero varcata, il Terrestre si fermò, sbalordito. — Questo è il primo posto che mi ricorda la Terra!

— In che senso?

— Per la sua grandezza. Non sapevo che ci fossero locali così grandi sulla Luna. Scrivanie, macchine da ufficio, donne sedute alle scrivanie…

— Donne a seno nudo — aggiunse Selene, seria.

— In questo, devo ammettere, non c’è nessuna somiglianza con la Terra.

— Abbiamo anche un pozzo di discesa e un ascensore per i Terragni. Ci sono molti piani… Ma aspettate.

Si avvicinò a una donna seduta a una delle scrivanie più vicine e scambiò qualche parola con lei, mente il Terrestre si guardava in giro con curiosità non invadente.

Selene tornò. — Nessuna difficoltà. Pare che stia per cominciare una mischia. Sarà bella, conosco le squadre.

— Questo posto è davvero imponente.

— Se alludete all’ampiezza, non è sufficiente. Abbiamo tre palestre. Questa è la più grande.

— In un certo senso mi fa piacere che nell’ambiente lunare, così spartano, vi permettiate il lusso di sprecare tanto spazio per una frivolezza.

— Frivolezza? — ripeté Selene con aria offesa. — Quale frivolezza?

— Avete parlato di una mischia… Un tipo di gioco, no?

— Chiamatelo pure gioco. Sulla Terra lo fate per sport: dieci uomini in azione, diecimila che li stanno a guardare. Sulla Luna è diverso. Quello che per voi è una frivolezza, un passatempo, per noi è una necessità… Da questa parte. Prenderemo l’ascensore, il che significa che forse ci toccherà aspettare un poco.

— Non volevo farvi arrabbiare.

— Non sono arrabbiata, però voi dovete essere ragionevole. Voi Terrestri avete avuto modo di abituarvi alla gravità del pianeta da trecento milioni di anni, cioè da quando il primo anfibio si è arrampicato sulla terraferma. Anche se non fate ginnastica, vivete abbastanza bene lo stesso. Ma qui sulla Luna noi non abbiamo avuto tempo di adattarci alla gravità.

— Però avete un aspetto diverso da noi.

— Se foste nato e cresciuto in un ambiente con gravità pari a quella lunare, le vostre ossa e i vostri muscoli sarebbero per forza di cose più lunghi e meno massicci che sulla Terra. Ma si tratta di uno solo dei tanti particolari. Non esiste una sola funzione fisiologica… digestione, secrezioni ormonali e così via, che non risenta della forza di gravità e che non richieda, per essere equilibrata, esercitazioni adatte. Se poi riusciamo a trasformare queste esercitazioni in ginnastica, divertimento e giochi, tanto meglio, ma non significa che siano dei passatempi frivoli… Ah, ecco l’ascensore.

Il Terrestre arretrò, un po’ allarmato, ma Selene, impaziente, lo incitò a prender posto. — Adesso, come tutti i Terragni, mi direte che vi sembra un canestro di vimini! Be’, data la forza di gravità della Luna, non è assolutamente necessaria una cabina più solida.

— Immagino che non venga molto usato — disse il Terrestre.

Selene, sorrise: — Avete ragione. — Erano soli a bordo, e la cabina, prese a scendere lentamente. — La caduta frenata è più usata, perché è più divertente.

— In che cosa consiste?

— Il nome stesso ve lo dice… Eccoci arrivati. Sono solo due piani… Si tratta di un condotto verticale, dotato di appigli per salire e scendere. Ma sconsigliamo i Terragni dal servirsene.

— Perché è troppo rischioso?

— Di per se stesso non lo è, in quanto si può salire o scendere come su una scala a pioli. Però ci sono sempre i ragazzini che si lanciano a gran velocità, e i Terragni non sono abbastanza abili da evitarli. E così succedono scontri con spiacevoli conseguenze. Ma col tempo vi ci abituerete anche voi. Quello che vi mostrerò adesso è un condotto piuttosto largo, ideato apposta per le mischie.

Guidò il compagno verso un parapetto circolare al quale stavano appoggiate parecchie persone che chiacchieravano tra loro. Erano tutti praticamente nudi. Molti calzavano sandali, o avevano una borsa a tracolla.

Il Terrestre si protese a guardare. Sotto di lui si apriva un ampio pozzo cilindrico dalle pareti lisce dipinte in rosa e interrotte da sbarre metalliche disposte a caso. Talune erano corte, altre attraversavano diametralmente l’apertura. Il pozzo aveva una profondità di centoventi, centocinquanta metri, e un diametro di quindici circa.

La presenza del Terrestre non suscitò particolare attenzione. Qualcuno l’aveva guardato distrattamente, mentre passava, qualche altro aveva salutato con un cenno o un sorriso Selene. Ma tutti avevano subito distolto gli occhi. Quel disinteresse, così ostentato, aveva un che di offensivo.

Il Terrestre riportò la sua attenzione al pozzo. Sul fondo scorse delle figure, schiacciate dalla prospettiva. Notò che alcune indossavano un succinto indumento rosso, altre blu. Dovevano essere i componenti le due squadre. Quegli indumenti avevano una funzione utilitaristica e protettiva: erano sandali, guanti e fasce intorno ai gomiti e alla ginocchia. Alcuni avevano anche un perizoma, altri una fascia intorno al petto.

— Ah — mormorò il Terrestre. — Uomini e donne!

— Proprio così — convenne Selene. — I due sessi gareggiano su un piede di parità, e le fasce servono solo a evitare il dondolìo incontrollato di parti che potrebbero intralciare i movimenti. Inoltre, esiste una differenza tra i sessi relativa ai punti vulnerabili al dolore. Vedete dunque che non si tratta di pudore.

Intanto, due figure stavano rapidamente salendo dal fondo del pozzo, diametralmente opposte, e un sommesso rullare di tamburi accompagnava i loro movimenti. In principio i due salirono attaccandosi alle maniglie, poi presero velocità e a metà si limitavano ad appoggiarvi una mano, via via che ne incontravano una.

— Sulla Terra una cosa simile sarebbe impossibile — ammise il Terrestre.

— Non si tratta solo di gravità inferiore — disse Selene. — Provare per credere. Per salire con tanta rapidità e tanta grazia bisogna fare ore ed ore d’esercizio.

I due raggiunsero il parapetto e si rigirarono a testa in giù con un guizzo fulmineo, rituffandosi per scendere.

— Caspita, come sono veloci! — esclamò il Terrestre.

— Uhm — osservò Selene mentre intorno si levava un applauso. — Credo che i Terrestri, quelli che non sono mai venuti sulla Luna, siano convinti che qui ci si sposti solo in superficie e con addosso le tute spaziali. Il che, ovviamente, rende i movimenti goffi e lenti.

— Proprio così — disse il Terrestre. — Ho visto il film dei primi astronauti, che proiettano in tutte le scuole elementari, e pareva che camminassero sott’acqua. E nonostante tutti sappiano che adesso le cose sono cambiate, l’impressione suscitata da quei primi filmetti è sempre tale che molti sono convinti che sulla Luna siate rimasti fermi a quel punto.

— E invece rimarreste tutti meravigliati nel constatare come oggi sia possibile spostarsi rapidamente in superficie, anche con le tute e gli apparecchi respiratori — dichiarò Selene. — Qui sottoterra, poi, avete avuto modo voi stesso di vedere che ci muoviamo con scioltezza e rapidità. Basta saper adoperare i muscoli e si annullano gli svantaggi della gravità ridotta.

— Però siete anche capaci di muovervi lentamente — osservò il Terrestre, che non aveva distolto lo sguardo dagli acrobati.

Questi, dopo esser saliti velocemente, stavano scendendo con deliberata lentezza, fluttuando, toccando gli appigli più per ritardare la caduta che non per darsi una spinta come avevano fatto salendo. Appena i primi due furono giunti sul fondo, vennero sostituiti da un’altra coppia, e così via, in una gara di destrezza e di virtuosismo.

Tutte le coppie salivano all’unisono, per sbizzarrirsi poi nella discesa con complicati giochi di equilibrio. Una coppia si staccò simultaneamente dall’appiglio, con un colpo di tallone, passò al di sopra di una sbarra trasversale con una bassa parabola, sfiorandosi senza toccarsi, e ciascun componente andò ad afferrare l’appiglio che l’altro aveva appena lasciato. Fu uno scrosciare di applausi.

— Non sono abbastanza esperto per apprezzare la loro bravura — dichiarò il Terrestre. — Sono tutti Lunariti indigeni?

— Per forza! La palestra è aperta a tutti i Lunariti e, anche alcuni immigrati si comportano proprio benino, per arrivare a virtuosismi come questi bisogna essere nati e cresciuti qui. Gli indigeni hanno il fisico adatto, più di quanto lo abbiano i nati sulla Terra, e inoltre si esercitano fin da piccoli. La maggior parte di quelli che si esibiscono oggi non hanno superato i diciott’anni.

— Però mi pare che siano esercizi piuttosto pericolosi, nonostante la gravità inferiore.

— Qualche osso rotto ogni tanto, ma non credo che si siano mai verificati incidenti mortali. Per quanto ne so, il più grave è stato la frattura della colonna vertebrale di un atleta che è rimasto paralizzato. È stata una cosa terribile, l’ho vista accadere con i miei occhi… Oh, guardate, adesso ci sono i liberi.

— I cosa?

— Fino a ora abbiamo visto esercizi obbligati, con movimenti stabiliti da regole fisse.

Il rullio dei tamburi si attenuò, mentre un atleta, che era salito a metà pozzo, si lanciò nel vuoto, afferrò una sbarra trasversale, vi ruotò intorno in verticale e poi la lasciò andare.

— Stupefacente — commentò il Terrestre. — Quei volteggi sulla Terra li fanno solo i gibboni.

— Cosa sono?

— Scimmie, anzi, l’unica specie di scimmia che esista ancora allo stato selvatico, sono… — S’interruppe notando l’espressione di Selene, per affrettarsi ad aggiungere: — Non volevo offendere nessuno. I gibboni sono creature agilissime, piene di grazia.

— Ho visto delle foto di scimmie — disse seccamente lei.

— Ma non avete certamente visto i gibboni in movimento. Vi assicuro che il paragone non voleva essere insultante, tutt’altro! — Appoggiò i gomiti alla ringhiera seguendo i movimenti degli atleti che sembravano danzare nel vuoto. — Come trattate gli immigranti qui sulla Luna? — domandò poi. — Parlo di quelli che vengono per non tornare più sulla Terra. Poiché non possiedono le doti innate dei Lunariti…

— Non ci sono differenze. Gli Immi sono cittadini come gli altri. Non esistono discriminazioni legali.

— Perché dite discriminazioni legali?

— Be’, l’avete detto voi. Ci sono cose che non possono fare. Esistono delle differenze. Hanno problemi medici diversi dai nostri e il loro fisico è meno resistente. E, se vengono qui in età matura, sembrano dei vecchi.

Il Terrestre distolse lo sguardo, imbarazzato. — Sono permessi i matrimoni misti tra Terrestri e Lunariti?

— Certo. Mio padre, per esempio, era un immigrato, mentre mia madre era nata sulla Luna.

— Immagino che vostro padre fosse venuto qui… Oh, santo cielo!…

Si aggrappò alla ringhiera trattenendo il fiato. — Temevo che mancasse l’appiglio.

— Niente paura. Quello è Marco Fore. È uno dei suoi trucchi, afferrare l’appiglio all’ultimo momento. A dire il vero adesso non è molto in forma, e un vero campione non ricorre a questi giochetti. Però… Mio padre aveva ventidue anni quando venne sulla Luna.

— Immagino che sia l’età migliore. Ancora abbastanza giovani per adattarsi al nuovo ambiente e non avere troppi legami sentimentali con la Terra. Dal punto di vista del maschio terrestre medio, credo che sia eccitante avere dei rapporti sessuali con…

— Rapporti sessuali? — l’espressione divertita di Selene nascondeva male il disgusto. — Non penserete che mio padre abbia avuto rapporti sessuali con mia madre! Se mia madre vi sentisse, vi farebbe correre!

— Ma…

— Fecondazione artificiale per grazia del cielo! Sesso con un Terrestre?

— Non dicevate che non esistono discriminazioni?

— Non si tratta di discriminazioni, ma di realtà fisica. Un Terrestre non riesce ad adattarsi del tutto all’attrazione gravitazionale. Per quanto esperto, nell’impeto della passione potrebbe tornare ai gesti cui è abituato. È un rischio che non mi piacerebbe correre. Nella confusione, ci potrebbe scappare un braccio o una gamba rotta. La mescolanza dei geni è una cosa, il sesso un’altra.

— Scusate, ma la fecondazione artificiale non è proibita dalla legge?