Eleanor Arnason

Sigma Draconis


Ai membri dell’Aardvarks il più antico laboratorio di opere di fantascienza di Minneapolis e/o St. Paul


RINGRAZIAMENTI

<p>RINGRAZIAMENTI</p>

Ringrazio le seguenti persone che hanno letto il manoscritto di questo romanzo, offrendomi consigli riguardo a eventuali variazioni:

Ruth Berman, John Douglas, David G. Hartwell, Eric M. Heideman, Albert W. Kuhfeld, Mike Levy, Sandra Lindow e Shoshona Pederson.

Al Kuhfeld ha creato la splendida nave stellare e ha letto il romanzo, attento a eventuali errori scientifici. Dopo di che il manoscritto ha subito tre revisioni. Non è sua, quindi, la responsabilità di alcun nuovo errore eventualmente inserito. Susan Pederson mi ha aiutata a delineare la cultura del Popolo del Ferro. Ruth Berman ha trovato il mio nome preferito per la nave stellare. P. C. Hodgell ha disegnato la mappa.

Un particolare ringraziamento va a Bill Gober, che mi ha sentito parlare del romanzo parecchi anni fa a Minicon. Ogni anno da allora è venuto da me a Minicon e ha chiesto: "Hai già terminato il romanzo sul popolo peloso?".

Eccolo, Bill. Spero sia valsa la pena aspettare.


L’acqua dice:

ricordo.

Io venni per prima.

Nulla esisteva prima di me.


Al tempo della pioggia

la pioggia cadde sull’acqua.

Al tempo della siccità

l’acqua rifletteva il cielo.


Io venni per prima.

Nulla esisteva prima di me.


Si levò il vapore.

Divenne

l’albero del cielo.


Si levò il vapore.

Divenne

l’uccello del sole.


Cadde un seme.

La terra cominciò a germogliare.

Nacquero gli animali.

La vegetazione era fitta.


Poi vennero le persone.

Poi vennero gli spiriti

e i potenti demoni

che vivono sottoterra.


Lasciate che ve lo dica:

sopravviverò a tutti loro.


Perfino i demoni

spariranno col tempo.


Io non ho forma.

Nessuno può dividermi.

Nessuno può dire

che cosa sono realmente.


DAL: Comitato per il problema dei primi contatti

AI: Membri della prima spedizione interstellare


Il problema, dal nostro punto di vista, si divide in tre: (1) Potreste incontrare individui con una tecnologia più progredita della nostra. (2) Potreste incontrare individui con una tecnologia simile. (3) Potreste incontrare individui con una tecnologia meno progredita.

(Per il momento lasceremo da parte il problema di che cosa si intenda per "più" o "meno" progredito. Lasceremo da parte anche la possibilità che gli alieni abbiano una tecnologia così diversa dalla nostra che sia impossibile mettere a confronto le due.)

Riteniamo più probabile che incontriate il problema numero tre: alieni con una tecnologia meno avanzata. Per ogni evenienza, tuttavia, dibatteremo tutte le possibilità.

Gli alieni con una tecnologia simile presentano il problema minore. Certamente non potremo recar loro danno, non a una distanza di 18,2 anni luce. Se la loro tecnologia è più o meno la stessa della nostra, neppure loro potranno recare danno a noi. C’è la possibilità di un considerevole guadagno per entrambe le culture senza grossi rischi. Probabilmente potrete andare avanti con fiducia.

Se incontrate alieni con una tecnologia realmente avanzata (per esempio in grado di viaggiare alla velocità della luce), dovrete fermarvi a riflettere.

Secondo la teoria sociale corrente, qualunque specie in grado di viaggiare verso le stelle è anche in grado di annientarsi, e qualunque specie in grado di annientarsi lo farà, se non imparerà molto rapidamente a occuparsi dei propri aspetti meno gradevoli.

Riteniamo improbabile che incontriate una specie capace di viaggiare fra le stelle che sia aggressiva, violenta, fanatica o accecata dall’avidità. Ma tutte le nostre teorie si basano su un unico campione, e forse non siamo corretti quanto pensiamo.

Se incontrate una specie con una tecnologia superiore, siate prudenti. Forse vorrete mantenere le distanze, almeno in un primo tempo. Forse non vorrete dire loro da dove venite.

Se sono corretti e pacifici, rispetteranno la vostra prudenza. In caso contrario, ricordate che la vostra nave è stata fornita di mezzi di autodistruzione. Se necessario, potrete cancellare il sistema computerizzato e uccidere tutti a bordo.

Questa possibilità è stata fornita con estrema riluttanza. (Vedi Appendice D.) Potrebbe essere la dimostrazione che, come specie, non abbiamo superato il nostro terribile passato.

Il problema, trattando con una specie più progredita, è l’autodifesa.

(Ricordate che, quando qui parliamo di progresso, ci riferiamo soltanto alla tecnologia.)

Il problema, trattando con una specie meno progredita, è il karma. Non vogliamo causare loro danni. La nostra specie ha causato un sacco di danni nel corso del tempo.

Siate molto prudenti se vi imbattete in individui la cui tecnologia non è uguale alla nostra. Ricordate tutte le culture sterminate nei sette secoli passati. Ricordate tutti i milioni di individui che sono morti sulla Terra: intere tribù e nazioni, gruppi linguistici, religioni, tutti spariti, annientati. Ricordate gli altri ominidi che non sono più con noi. Ricordate l’Homo sapiens di Neandertal.

Ora pensiamo di capire il processo. Siamo convinti che non ripeteremo gli stessi errori. Ma non ne siamo sicuri.

Muovetevi molto adagio. Pensate a quello che state facendo.

Lao Zi e Zhuang Zi ci ricordano i pericoli dell’azione.

I maestri del Chan e dello Zen ci avvertono che quando facciamo delle discriminazioni, quando facciamo una distinzione fra "bene" e "male, "alto" e "basso", ci allontaniamo dalla vera comprensione.

Carlo Marx ci dice che l’azione è inevitabile e che dobbiamo fare delle distinzioni per comprendere.

Avete la vostra scelta di saggi.

Tuttavia, ricordate che, secondo Marx, il fine del socialismo è l’azione attenta, la storia resa consapevole, gli individui che sanno quello che fanno.

Ricordate, anche, che le categorie non sono fisse. "Bene" e "male" cambiano il loro significato. "Alto" e "basso" sono relativi. È possibile che le distinzioni — le discriminazioni — che portate con voi nel vostro viaggio non siano utili quando arriverete.

Buona fortuna.

Copie di questo promemoria sono state inserite nel Sistema di Informazioni con Libero Accesso, negli Archivi dell’Alleanza delle Comunità Umane e negli Archivi della Quinta, Sesta e Ottava Internazionale.


Appendice A: Su possibile/i significato/i di "più" o "meno" progredito.

Appendice B: Perché riteniamo più probabile che incontriate individui con una tecnologia meno progredita.

Appendice C: Relazione di minoranza sui rischi dello sciovinismo culturale.

Appendice D: Relazione di minoranza sui rischi della paura.

Appendice E: Relazione di minoranza sulla pertinenza dei concetti taoisti e buddisti.

Appendice F: Relazione di minoranza sulla pertinenza di Carlo Marx.

Appendice G: Dao De Jing. (Integrale.)

Appendice H: L’ideologia germanica. (Brani scelti.)


PARTE PRIMA

Anasu

Lixia

Enshi

Derek

Inahooli

Inzara

<p>PARTE PRIMA</p>
<p>Anasu</p>

Sua madre era stata una lavoratrice del ferro, una seguace della Signora della Fucina. Ma era morta giovane, una primavera durante la stagione degli accoppiamenti. Succedeva, a volte. Una donna lasciava il villaggio e non vi faceva più ritorno.

Le vecchie dicevano: "L’ha uccisa un balordo. Ah! È ben difficile il destino delle donne!".

In ogni caso, Nia e suo fratello erano rimasti soli. Fu Suhai, una delle sorelle di sua madre, a prenderli con sé. Era un donnone burbero con un pelame così scuro che pareva più nero che bruno.

Insieme a loro, si prese anche le cose di sua madre: la tenda, il carro, i sei castrati di cornacurve e tutti gli utensili di ferro, bronzo e pietra.

— Un giusto compenso — disse loro Suhai. — Mi costerete parecchio negli inverni a venire. Ho anche delle figlie mie a cui pensare.

Suo fratello Anasu, che a quel tempo aveva otto anni, disse: — Sei sempre stata un’arraffona.

Suhai gli rivolse un’occhiata torva. — Vattene fuori. Non voglio averti sotto gli occhi.

Anasu fece il cenno dell’assenso, quindi si alzò. Il lembo della tenda era sollevato e Nia riusciva a vedere chiaramente il fratello. Aveva una figura slanciata e armoniosa. La sua pelliccia era di un bruno rossiccio e splendeva come rame alla luce del sole. In seguito le sembrava di ricordare che quel giorno lui portasse un gonnellino di tessuto blu scuro, alti stivali e una cintura dalla fibbia d’argento.

Anasu se ne andò. Nia guardò Suhai, seduta curva presso il fuoco, che era spento.

— Grazie alla Madre delle Madri, non ho figli maschi. Bene, intendo fare quel che è giusto. Lo crescerò, anche se non mi aspetto che sia piacevole neppure per un momento. Tu, Nia, mi darai meno disturbo, ne sono certa. Le donne della nostra famiglia sono sempre state di carattere tranquillo.

Nia non rispose.

Le cose andarono proprio come aveva previsto Suhai. Crescere Anasu non le procurò mai alcuna gioia, nonostante lui fosse intelligente e abile. Nessun ragazzo della sua età sapeva ricamare meglio. Era abile con l’arco ed era anche di carattere amabile, fuorché nelle vicinanze di Suhai. Loro due non facevano che bisticciare.

Nia si teneva fuori dagli alterchi. Scoprì di essere una persona timorosa. Quasi buona a niente, diceva a se stessa. Non era in grado di aiutare Anasu, sebbene si sentisse più vicina a lui che a chiunque altro; e non era capace di tenere testa a Suhai. Faceva sempre e soltanto quello che voleva sua zia.

Come tutti gli individui del mondo, la sua gente seguiva le mandrie. In primavera si spostavano a nord verso la Terra dell’Estate: una vasta e piatta pianura. C’erano parecchi laghetti e fiumi poco profondi. Nei giorni in cui Suhai le permetteva di andarsene libera, lei e Anasu fabbricavano trappole per i pesci con i rami di un arbusto che cresceva presso le rive dei fiumi. I rami erano sottili e flessibili e si potevano intrecciare fra loro e poi legare con pezzi di corteccia fibrosa.

Mettevano le trappole in un fiume, poi sedevano sulla riva e se ne stavano a chiacchierare finché non capivano, dal dibattersi nell’acqua, di aver preso un pesce.

Quando era assorto nelle sue fantasticherie, Anasu parlava di volare. Le grandi nuvole dell’estate gli sembravano abitabili.

— Non le nubi temporalesche, naturalmente, ma le altre. Non credo che sarebbero adatte per accudire il bestiame. Hanno troppe colline. Ma potrei portare lassù il mio arco. Sappiamo che c’è l’acqua. Può darsi che ci siano anche i pesci.

Lei ascoltava senza parlare molto. Anasu era più vecchio di lei di due anni. Aveva sempre più cose da dire.

In autunno, il villaggio si trasferiva a sud: dapprima la mandria, guidata dagli uomini adulti. Poi venivano i carri, le donne e i bambini, e infine gli uomini molto vecchi. Hisu, il maestro degli archi, era uno di costoro.

La Terra dell’Inverno era una pianura ondulata e costellata di alberi. A sud c’erano le colline sassose e, al di là delle colline, c’era un’enorme massa d’acqua.

— Il nostro sale viene da lì — le spiegò Anasu. — Alcuni degli uomini, quelli veramente audaci, restano qui da soli durante l’estate. Me l’ha raccontato Hisu. Lui lo faceva quando era giovane. Aspettava finché la mandria non se n’era andata, poi attraversava le colline. Sull’altro lato ci sono delle colline più piccole, fatte di sabbia, e poi l’acqua. Si estende fino all’orizzonte, ha detto Hisu, come la pianura nella Terra dell’Estate; e ha un gusto salato. In ogni modo, lui fabbricava delle bacinelle con il legno. Non c’è legno nelle vicinanze, ha detto. Doveva portarlo dalle colline di pietra. Ah! Quanto lavoro! Comunque, riempiva di acqua le bacinelle. Quando l’acqua si prosciugava, nelle bacinelle restava il sale. — La osservò, elettrizzato da quell’informazione e col desiderio che anche lei si emozionasse

Nia fece il gesto che significava che sentiva e capiva.

Anasu fece il gesto che significava "se è così che la pensi". Poi disse: — Credo che raccoglierò sale quando sarò un uomo.

Lei si sentì qualcosa di duro in gola. Non le piaceva mai pensare di crescere.

Passarono gli anni. Quando Nia ebbe dieci anni, Suhai incominciò a insegnarle a lavorare il ferro. Questo la rendeva felice, raccontò ad Anasu.

— Avresti dovuto incominciare un anno fa o forse due anni prima. Suhai è sempre riluttante e indolente.

— Ciò nonostante, sono contenta — replicò Nia. — Suhai è brava in quello che fa.

— Nella fucina, può darsi. Altrove, no.

Anasu si faceva alto. Il suo corpo incominciava a ingrossarsi. Adesso Suhai lo odiava davvero.

— Non mi sono mai piaciuti gli uomini. Perfino quando ero pervasa dalla smania primaverile, pensavo sempre che fossero orribili. Sono stanca di tornare a casa e di trovarti nella mia tenda.

Anasu, che a quel tempo aveva quattordici anni, fece il cenno dell’assenso. Radunò le sue cose, i gonnellini, gli stivali, l’unico mantello lungo per l’inverno, e se ne andò. Su una spalla teneva l’arco dentro la sua custodia, e il coltello gli pendeva dalla cintura.

Nia sia alzò, tremante. — Ora basta, vecchia. Non intendo sopportarti più. Me ne vado anch’io.

— Benissimo. — Suhai si sedette accanto al fuoco. Il pranzo stava cuocendo in un grosso paiolo. Lei tirò fuori un pezzo di carne e se lo mangiò.

Nia incominciò a fare i bagagli.

Uscì dalla tenda, provando un senso di orgoglio. Per la prima volta da quando riusciva a ricordare, aveva fatto qualcosa di importante tutta da sola. E adesso che sarebbe successo? Non lo sapeva. Si fermò e si guardò attorno. Era estate inoltrata. La giornata era torrida e senza un alito di vento. Il fumo saliva diritto dai fuochi per cucinare del villaggio. In lontananza, la gialla pianura baluginava. Non aveva assolutamente idea di che cosa fare.

— Nia?

Era Ti-antai, sua cugina: una donna grassoccia dal pelame bruno scuro.

— Anasu mi ha riferito di aver lasciato mia madre.

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Anch’io.

— Quella donna terribile! Finirà con l’allontanare tutti. Mia nonna me l’ha detto una volta, Suhai avrebbe dovuto nascere uomo. È troppo litigiosa per essere una donna. Vieni a stare con me, almeno per il momento.

Nia fece il gesto dell’assenso.

Restò con Ti-antai durante il viaggio verso sud. Poi, quando arrivarono nella Terra dell’Inverno, andò a vivere con Hua, una vecchia le cui figlie erano tutte morte. La sua tenda era vuota e lei aveva bisogno di aiuto alla sua fucina.

— Uno scambio conveniente. Tu mi aiuterai. Mi terrai compagnia. Io ti insegnerò ì segreti dell’oro e dell’argento. Io li conosco, lo sai. C’era un tempo in cui ero la migliore del villaggio alla fucina. Non sono tanto male neppure di questi tempi. Certo, le mie mani si sono fatte un po’ rigide e i miei occhi non sono più quelli di un tempo. Ma che importa, dopo tutto? A ogni modo, ti insegnerò come inserire l’argento nel ferro. E anche l’oro. Trasferisciti qui quando vuoi.

Anasu barattò il suo miglior ricamo con due pezze di cuoio e con queste si fece una tenda, piccola. Viveva da solo ai margini del villaggio. Quell’inverno Nia lo vide assai di rado.

In primavera, durante il viaggio verso nord, lui cavalcò accanto al carro di Hua e diede una mano con i cornacurve. Uno di questi era un giovane maschio, forte ma recalcitrante a tirare.

A quel tempo Anasu era ormai cresciuto. Era più tranquillo che in passato, seppure sempre di carattere gioviale.

Una mattina, all’incirca a metà del viaggio, Nia si svegliò un po’ più presto del solito. Si alzò e uscì. Erano accampati in prossimità di un fiume. La bruma si ammassava sull’acqua. Il sole incominciava appena a mostrarsi sopra una catena di colline verso oriente. Nia si diresse verso il carro. Il pannello posteriore era fissato con cerniere e catene. Poteva essere abbassato in modo da facilitare le operazioni di carico e scarico, e poteva venire fissato a metà, formando uno spazio piatto. Anasu dormiva lì sopra. Durante la notte aveva gettato via il mantello e ora giaceva sulla schiena, un braccio sul viso per ripararsi gli occhi. Tutt’a un tratto Nia vide chiaramente il fratello. Era grande e robusto. Aveva un aspetto arruffato, rozzo, un po’ insolito. Si stava avvicinando il tempo del cambiamento. Nia provò un dolore terribile.

Lui si destò e si stiracchiò. — Uh! Sono tutto irrigidito!

A lei venne voglia di abbracciarlo, ma decise di no. Avrebbe dovuto spiegare perché lo faceva. Invece se ne andò ad accendere il fuoco e a preparare la colazione.

Quell’estate Nia cercò di trascorrere più tempo con Anasu, ma lui era irrequieto, taciturno. Gli piaceva cacciare e pescare da solo. Quando si trovava al villaggio, lavorava a fabbricare frecce o a finire un grosso ricamo. Questo raffigurava un uomo con grandi corna ricurve: il Signore delle Mandrie. Su entrami i lati c’erano femmine di cornacurve. Sopra di lui il sole e un paio di uccelli.

— Non infastidirlo — le disse Ti-antai. — Si sta preparando per il cambiamento. Se vuoi fare qualcosa per lui, lavora ai suoi doni di addio.

Nia fece il gesto dell’assenso.

L’estate fu piovosa ed eccezionalmente breve. Il sole era ancora molto lontano dal nord quando gli uccelli incominciarono a partire.

— Un brutto inverno — commentò Hua. — Chiederò alla conciapelli che cosa vuole in cambio di un buon mantello di pelliccia. Ora, faremmo meglio a cominciare a preparare i bagagli.

Poco prima che lasciassero la Terra dell’Estate, il cielo si fece terso. Per due giorni il tempo fu caldo e luminoso. Anasu venne alla sua tenda. — Andiamo a catturare pesci.

Fabbricarono le trappole e le sistemarono nel fiume. Poi sedettero sulla riva. Le foglie sugli arbusti incominciavano già a ingiallire. Il sole scottava. Su una roccia, a poca distanza, c’era una lucertola di fiume. Con il capo sollevato, li scrutava guardinga. Sotto il mento aveva una vescica di pelle color arancione. Una o due volte la gonfiò e gracidò.

Anasu raccolse un ramoscello e lo spezzò in piccoli pezzi. — Sto diventando sempre più irritabile. Ci sono giorni, Nia, in cui riesco a stento a sopportare la gente. Penso… il primo che mi viene vicino lo pesto.

Il cambiamento, pensò Nia.

— Ho deciso di dirtelo. Voglio che tu sappia che, se all’improvviso me ne vado o divento violento, è perché non riesco più a mantenere il controllo.

— Tutti noi lo sappiamo.

D’un tratto, con violenza, lui fece il gesto del dissenso. — Tu non puoi sapere. Ho le ossa in fiamme. È come un fuoco in una torbiera che non si esaurisce mai. Non mi sono mai sentito peggio di così, neppure quando è morta nostra madre. — Si alzò. — Non intendo restare qui, Nia. Addio.

Si allontanò. Nia restò seduta per un po’ a guardare il fiume. Un pesce si dibatteva nell’acqua dove avevano collocato una delle loro trappole. Lei fece qualche passo nell’acqua bassa per andare a prenderlo.

Durante il viaggio verso il sud lo vide appena. Una volta o due scorse di sfuggita, attraverso la polvere, un giovane che cavalcava. Era possibile che fosse lui. Una sera Anasu venne nella loro tenda. Aveva la pelliccia irsuta e opaca e le sue vesti erano sporche. Si sedette sul lato opposto a dove si trovavano loro e si servì della cena. La vecchia Hua, che di solito era loquace, non disse nulla.

Alla fine fu Nia a parlare. — Come stai?

Lui le rivolse un’occhiata assente e Nia notò che i suoi occhi non erano di un giallo puro. C’era dell’arancione attorno alle pupille. Non se lo ricordava.

Anasu fece il gesto che significava né bene né male. Poi riprese a mangiare. Non appena ebbe finito, se ne andò.

— Completa i tuoi doni — disse la vecchia Hua.

Lei lo fece. L’ultimo era una fibbia fatta in ferro ricoperto di argento. Raffigurava un cornacurve che lottava con un assassino-delle-montagne.

— Non male — fu il commento di Hua. — Un giorno o l’altro mi renderai orgogliosa.

Nia fece il gesto che significava un cortese o schivo diniego.

— Hai troppo poco amor proprio — osservò Hua.

Il viaggio si concluse. La gente innalzò le proprie tende in prossimità del Fiume Marrone. Più a nord c’era un crinale roccioso dalle basse pendici ricoperte di foreste. A sud, sull’altra sponda del fiume, si estendeva la pianura: ondulata, costellata di alberi, del giallo della tarda estate. Lì fu condotta a pascolare la mandria.

Non c’era traccia di Anasu. Nia si sentì inquieta.

— Verrà — le disse Ti-antai. — Nessun uomo se ne va senza i suoi doni di addio; a meno che, naturalmente, il cambiamento non lo faccia impazzire. Ma questo accade di rado.

— Non sei sempre una consolazione, cugina.

All’inizio il tempo si mantenne asciutto. Poi incominciò a piovere. Ogni giorno cadeva almeno qualche goccia; la maggior parte dei giorni, però, pioveva o piovigginava per ore. L’aria era fredda. Hua si lamentava che le dolevano le ossa. Ciò nonostante, si manteneva operosa.

Un pomeriggio se ne stavano entrambe alla fucina. Nia azionava il mantice per Hua, che stava fabbricando un lungo coltello: un dono di addio per Gersu, il figlio della conciapelli, che era di poco più giovane di Anasu.

Quando il lavoro di martellinatura fu completato e la lama immersa nell’acqua fredda, Nia mise giù il mantice. Si massaggiò il collo.

— Nia. — Era Anasu. C’era una nota esitante nella sua voce.

Nia si guardò attorno. Lui era fermo lì vicino e teneva le redini del cornacurve. Non aveva mai avuto un aspetto peggiore: arruffato, sporco di fango, smarrito.

— Anasu?

— Io… — S’interruppe per un attimo. — Sono venuto per i doni. Sto per andare al di là del fiume.

Lei fece il gesto che significava che capiva, poi quello del rincrescimento.

— Tu resta qui — disse Hua. — Nessuno ti darà noia. Impacchetteremo ogni cosa.

Andarono dentro la tenda. Hua aggiunse legna al fuoco, poi mise una bacinella di latte a scaldare.

Nia tirò fuori le bisacce da sella nuove che aveva fatto la conciapelli, poi il panno che si era procurata da Angai la Cieca, la tessitrice, in cambio di un nuovo paiolo. La maggior parte dei rimanenti oggetti li avevano fatti lei stessa, Hua o Ti-antai. Li sistemò uno a uno: il coltello nuovo, la marmitta, gli aghi di ottone, il punteruolo e il pettine dal manico lungo del genere che gli uomini usavano per pettinarsi il pelo sulla schiena.

Che altro? Faceva fatica a pensare.

— La cintura nuova, sciocchina! — Hua stava impacchettando il cibo: carne essicata, bacche essicate, pane.

Finalmente ebbero finito. Hua versò il latte in una tazza. Portarono ad Anasu le bisacce da sella. Era cominciato a piovere un poco. Lui se ne stava fermo lì dove lo avevano lasciato e aveva un’aria inquieta. Il cornacurve, che avvertiva il suo nervosismo, continuava a muoversi, ruotando il capo, scuotendo le orecchie, dando strattoni alle redini.

Proprio quando raggiunsero Anasu, lui tirò con violenza le redini e gridò: — Sta’ fermo, tu!

Il cornacurve muggì e s’impennò. Anasu lo tirò giù. Strappò le bisacce da sella dalle mani di Nia e un istante dopo era a cavalcioni del cornacurve. Si piegò a dare una pacca sulla spalla dell’animale. Il cornacurve incominciò a correre.

— Anasu! — gridò Nia.

Se n’era andato.

— Gli uomini! — fu il commento di Hua. — Danno sempre spettacolo! Ed eccomi qui con questa tazza di latte. Intendevo darla a lui. Be’, farà altrettanto bene a me. — Ne bevve una sorsata.

Nia emise una specie di mugolio, poi serrò la mano e cominciò a battersi una coscia.

— È giusto. Da’ sfogo al dolore.

Nia continuò a battersi la coscia.

Come aveva predetto Hua, fu un inverno cattivo. Faceva freddo e c’era parecchia neve. Nia si chiedeva come se la stesse cavando Anasu. Pregò il Signore delle Mandrie, chiedendogli di proteggere suo fratello.

All’epoca del solstizio, Gersu impazzì e lo si dovette scacciare dal villaggio. In seguito, sua madre portò i doni al di là del fiume. Li appese ai rami di un grosso albero. Forse lui li avrebbe trovati e li avrebbe presi. Più probabilmente, no.

— I suoi occhi hanno sempre avuto uno sguardo cattivo — fu il commento di Hua.

Nia fece il gesto dell’assenso.

La primavera arrivò presto. La pianura divenne di un azzurro chiaro. Gli arbusti lungo il fiume misero dei fiori gialli. Nia si sentiva quasi felice.

— Vedi — disse Hua. — Superiamo sempre qualunque cosa.

— No. Questo non lo credo.

— Vedrai.

Giunse la stagione degli accoppiamenti. Ti-antai, che aveva appena finito di svezzare il suo ultimo bambino, sentì la smania primaverile e partì. Nia si trasferì nella sua tenda e si prese cura dei bambini.

Dieci giorni più tardi, Ti-antai fece ritorno. Appariva scompigliata e rilassata. — Bene, è finito. — Si stiracchiò e sbadigliò.

— Hai visto Anasu?

— Naturalmente no. Nia, che cosa c’è che non va? Lui deve trovarsi molto a sud con gli altri giovani. Non sono arrivata fin laggiù. — Ti-antai arrotolò una coperta fino a farne un guanciale, poi si coricò. Sbadigliò di nuovo. — Mi sono presa un tipo grande e grosso, a mezza giornata di viaggio da qui. Fa dei bei lavori di intaglio. Mi ha dato un corno per il sale pieno di sale. Mmm! Ho bisogno di dormire!

Nessuna delle donne aveva incontrato Anasu, ma nessuna di loro si era spinta molto a sud. Si erano accoppiate tutte con uomini più vecchi, che avevano il proprio territorio in prossimità del villaggio.

— Non preoccuparti — le disse Hua. — Fra un anno, due o tre qualcuno lo incontrerà e te lo riferirà.

Nia fece il gesto che significava che aveva capito. Mentre faceva il gesto, pensò che c’era qualcosa che non andava. Qualcosa di sbagliato. Perché così spesso la gente si sentiva sola?

Andarono a nord nella Terra dell’Estate. Una volta che si furono sistemati, Nia si guardò attorno in cerca di nuovi amici. Aveva passato troppo tempo con Anasu e aveva fatto troppo affidamento su di lui.

Scelse come amica la più giovane Angai. Angai era la figlia della sciamana, una ragazza esile, sveglia, spesso sarcastica. Ma sapeva parecchie cose interessanti: i diversi modi di impiegare le piante, il significato dei voli degli uccelli. Al pari di Nia, era sola.

— Ho molte capacità — spiegò a Nia. — Ma non quella di fare amicizia. È terribile!

Nia la osservò. Stava facendo dell’ironia? Sì. Un angolo della sua bocca era piegato all’ingiù, segno che non pensava davvero ciò che aveva detto.

Durante i festeggiamenti della mezza estate, si ubriacarono insieme e si addormentarono fra le braccia l’una dell’altra.

Sul finire dell’estate, Nia fece una collana per Angai. Ogni maglia era un uccello fatto in argento.

— È meravigliosa! — esclamò Angai. Abbracciò Nia, poi si mise la collana. — Tutte le donne del villaggio mi invidieranno!

— Pensi troppo all’opinione degli altri. Angai parve irritata, poi disse: — Può darsi.

Dopo di che Angai si comportò freddamente per un giorno o due. Poi arrivò alla fucina di Hua e portò un dono. Era un unguento che toglieva il dolore di qualunque scottatura.

— È una ricetta di mia madre. L’ho fatto io questa volta. Mia madre dice che è buono.

Nia prese il vasetto. — Grazie.

— Adesso possiamo smettere di litigare?

Nia rise. — Sì.

L’autunno fu asciutto e il viaggio verso sud agevole, quasi piacevole. Nia e Angai erano sempre insieme. Qualche volta Angai viaggiava sul carro di Hua. A volte Nia cavalcava accanto al carro della sciamana. Naturalmente, non vi salì mai. Era pieno di oggetti magici.

Un giorno si allontanarono dalla carovana. Lasciarono correre i loro cornacurve e, quando gli animali incominciarono a essere stanchi, si fermarono. Il territorio era piatto e deserto. Non videro nulla all’infuori della gialla pianura e del cielo verdeazzurro. Da qualche parte lì vicino un uccello terrestre cantava: un fischio, uno schiocco, un fischio.

— Mmm! — esclamò Nia, massaggiando il collo del cornacurve.

— Ci sono momenti — disse Angai — in cui mi stanco della gente. Penso che vorrei essere un uomo e vivere per mio conto.

— Tu hai molte idee strane.

Angai fece il gesto dell’assenso. — Mi viene dal vivere con mia madre. Passiamo la notte qui fuori, lontano da tutti.

— Perché?

Angai fece il gesto che esprimeva incertezza.

— Questa non è una vera ragione — disse Nia. — E io non desidero fare le cose che fanno gli uomini.

Nel tardo pomeriggio fecero ritorno alla carovana. Era ancora in movimento. I carri e gli animali sollevavano nubi di polvere. Mentre si avvicinavano, Nia udì il suono delle voci: donne e bambini che sbraitavano. Per un attimo il baccano la irritò. Voleva tornare indietro, verso il silenzio della pianura.

Non lo fece. Invece proseguì, cercando il carro di Hua.

Quando arrivarono nella Terra dell’Inverno, Ti-antai si ammalò. Cominciò a perdere sangue e abortì. La sciamana tenne una cerimonia di purificazione e un’altra per allontanare altri eventi sfortunati. Dopo di che Ti-antai cominciò a stare meglio, ma molto lentamente. Stette male fino a inverno inoltrato.

Non successe nient’altro di importante, a parte il fatto che Nia scoprì di poter andare d’accordo con Suhai. Cominciarono a scambiarsi visite; non spesso, ma una volta ogni tanto. Suhai stava diventando vecchia. C’erano peli grigi nella sua pelliccia. Le sue ampie spalle si erano afflosciate. Si lamentava del freddo dell’inverno e dell’ingratitudine delle proprie figlie.

— Non vengono mai a farmi visita. Dopo tutti gli anni di cure, mi lasciano sola. Tutto questo è corretto? È normale e giusto?

Nia non disse nulla.

— Ebbene? — domandò Suhai.

— Non intendo criticare il loro comportamento. Il proverbio dice di non parlare male di parenti o di qualsiasi altro con cui viaggi. Il proverbio dice anche di non interferire nei bisticci degli altri.

— Uh! Ho tirato su una donna saggia, vero?

Nia non rispose.

Suhai si alzò, muovendosi in modo rigido. — Non ho intenzione di stare ad ascoltare una bambina che sputa saggezza come il pesce dell’antica leggenda che sputa pezzi d’oro. È innaturale. Addio.

— Addio, matrigna. Ti verrò a trovare fra un giorno o due.

Arrivò la primavera. Era di nuovo precoce. Nia incominciò a sentirsi nervosa. Di notte era disturbata da sogni. Spesso, nei sogni, vedeva il fratello o altri giovani, perfino il folle Gersu.

Quando si alzava, di solito era stanca e trovava difficile concentrarsi su qualsiasi cosa. Incominciò a fare errori alla fucina.

— Non riesci a fare niente nel modo giusto? — le domandò Hua.

Nia la fissò, sbigottita.

— Be’, è comunque una risposta, ma non è una buona risposta — osservò Hua.

Da ultimo raccolse la lama di un coltello che era ancora rovente e si bruciò seriamente la mano. Hua si prese cura della bruciatura, poi disse: — Adesso basta. Vattene. Non tornare finché non sarai in grado di lavorare.

Angai le diede una pozione che le calmò il dolore. Dormì parecchio. I suoi sogni erano frammentari, oscuri, e la turbavano. Le pareva che in essi ci fosse sempre Anasu.

Finalmente la mano smise di farle male. Ma ora le sembrava che tutto il suo corpo fosse pieno di strane sensazioni: pizzicori e formicolii. Spesso provava un gran calore, sebbene si fosse ancora all’inizio della primavera. Il tempo non era particolarmente caldo.

Andò a trovare Ti-antai.

— La smania primaverile — sentenziò la cugina. — La scorgo sul tuo viso. Bene, sei abbastanza grande. Adesso prepara i tuoi bagagli. Cibo e un dono per l’uomo. Qualcosa di utile. Della stoffa o un coltello. Sarai pronta a partire fra un giorno o due.

Lei preparò i bagagli. Quella notte non dormì affatto. Il suo corpo era in fermento e scottava. Al mattino uscì. La carezza del vento la fece rabbrividire. È ora di andare, pensò. Prese il suo cornacurve preferito e lo sellò, poi andò a prendere le sue bisacce da sella.

— Sii prudente — le disse Hua.

Per un attimo non si rese conto di chi fosse l’anziana donna; poi se ne ricordò. — Sì. — Uscì, montò in sella e partì al galoppo.

Passò a guado il fiume. L’acqua era poco profonda e c’era un po’ di foschia. Sul lato opposto c’era un albero e dai suoi rami penzolavano un paio di stracci. C’era un coltello conficcato nel legno, la lama e l’impugnatura arrugginiti. Nia osservò di sfuggita tutto ciò, poi se ne scordò e procedette sulla pianura.

A metà pomeriggio arrivò ai margini di una mandria. Il primo animale che vide era un grosso maschio. Un corno era spezzato e il pelo lungo e arruffato che gli copriva il collo e il busto era di un bruno argenteo. L’animale mugghiò, poi abbassò il capo come se stesse per caricare. Quindi sollevò il capo e lo scosse. Un istante dopo si allontanava al trotto.

Bene, pensò Nia. Non era dell’umore giusto per un confronto.

Proseguì. Ben presto si imbatté in altri animali: bestie di un anno o due. Erano troppo grandi per le cure materne e troppo giovani per tenere testa ai grossi maschi, i guardiani della mandria. In quel periodo dell’anno si tenevano ai margini della mandria, ben lontani dalle femmine e dai loro nuovi piccoli. Non gradivano di dover stare lì ai margini e spesso gli animali di un anno cercavano di entrare per trovare la madre, ma i grossi maschi li allontanavano.

Nia si fermò all’imbrunire. Trovò un albero e vi legò il suo cornacurve. Poi accese un fuoco. La notte era fredda e si era dimenticata il mantello. Restò alzata e mantenne vivo il fuoco.

La mattina seguente, al levar del sole, comparve un uomo. Dall’aspetto doveva avere trenta o trentacinque anni, era pesante e con le spalle ampie. La sua pelliccia era color bruno scuro. Indossava una tunica gialla, alti stivali, una collana d’argento e bronzo.

Tenne a freno il suo cornacurve e la osservò per un momento. Il suo sguardo era fermo e calcolatore. Poi smontò. Nia indietreggiò; all’improvviso si sentiva a disagio.

— Dall’aspetto mi eri sembrata abbastanza giovane — fece lui. — Mi causerà un sacco di problemi?

— Non lo so.

La sua pelliccia era folta e lucente. Aveva un’interessante cicatrice: una striscia bianca che gli scendeva lungo il braccio destro dalla spalla fino all’interno del gomito.

— Chi sei? — s’informò Nia.

Lui sembrò irritato. — Inani. Ti dispiace se non parliamo? Parlare mi rende nervoso.

Lei fece il gesto dell’assenso. Lui le si avvicinò, poi tese le braccia e la toccò. Nia rabbrividì. Dolcemente, lui la cinse con un braccio. Ciò che accadde in seguito non le fu del tutto chiaro.

Quando ebbero finito, Nia si alzò e riaccese il fuoco. Scaldò del latte. Inani sonnecchiava con la schiena appoggiata all’albero. Ogni tanto si destava di soprassalto. Si guardava attorno, poi si rilassava e si appisolava di nuovo. Alla fine si svegliò del tutto. Nia gli offrì una tazza. Sedettero uno di fronte all’altra attorno al fuoco e bevvero.

Inani disse: — Chi sei?

— Nia. La figliastra di Suhai. Hai incontrato mio fratello Anasu?

— No. Conosco gli uomini che hanno il proprio territorio accanto al mio. Mi tengo lontano da loro il più possibile, ma durante le migrazioni tutto si confonde. Gli individui stanno troppo vicini. A volte penso che sarebbe meglio andarsene via del tutto.

— Chi è tua madre?

— La fabbricante di tende. Enwa. È viva?

— Sì.

— Bene. — Inani si alzò. — Ti va di restare qui? — Montò in sella al suo cornacurve. — Causi meno problemi di quanto mi aspettassi. Tornerò questa sera.

Si allontanò al galoppo. Nia dormì per buona parte della giornata. Alla sera, Inani tornò. Si accoppiarono di nuovo. Lui si accampò a breve distanza. Nia osservò per un po’ il suo fuoco di bivacco, poi si addormentò.

Il giorno seguente Inani se ne andò di nuovo e tornò nel tardo pomeriggio. Si accoppiarono. Lui fece ritorno al proprio bivacco. La notte era nuvolosa e c’erano raffiche di vento gelido. Nia se ne stava raggomitolata accanto al fuoco e tremava. Dopo un po’ alzò lo sguardo e vide Inani. Era in piedi sul limitare della luce del fuoco, appena visibile.

— Sì? Che cosa c’è?

L’uomo fece qualche passo avanti e le tese qualcosa. Un mantello. Svolazzava al vento.

Nia si alzò. — Grazie.

Prese il mantello. Inani rimase dov’era. Per un istante Nia pensò che stesse per parlare. Ma lui non lo fece. Fece invece il gesto che significava "oh, bene". Si voltò e si allontanò nelle tenebre.

Che strano! Lei si avvolse nel mantello, poi si coricò.

La mattina seguente l’uomo se ne andò di nuovo. Nia restò presso l’albero. Cominciava a sentirsi irrequieta, ma non osava andare a cavalcare. Non sapeva dove terminasse il territorio di Inani. Se avesse sconfinato nel territorio di un altro uomo, costui l’avrebbe rivendicata. Inani avrebbe potuto seguirla. Poi ci sarebbe stato un diverbio. Aveva sentito parlare di cose del genere. Di solito i due uomini si minacciavano a vicenda finché uno di loro rinunciava e se ne andava. Qualche volta, però, si battevano. La vecchia Hua aveva visto morire un uomo, con una lama di coltello nel petto. Che cosa terribile! Ma anche interessante. Che effetto avrebbe fatto stare a guardare un combattimento che era veramente serio?

Inani tornò quella sera. Si accoppiarono. Questa volta, lui si trattenne alla fine. Si sedette all’altra estremità del fuoco e si mise a fare domande. Come stava Enwa? E le sue sorelle? Il vecchio Niri era ancora vivo?

— No.

Inani si grattò la testa. — Be’, era vecchio. Mi ha insegnato lui a intagliare. Posso restare qui stanotte?

Nia fece il gesto dell’assenso.

Si destò al sorgere del sole. L’aria era fredda e senza vento. Inani se n’era andato. Nia si alzò, stiracchiandosi e gemendo. Il fuoco era spento. Accanto alle ceneri c’erano due oggetti.

— Che cosa? — esclamò ad alta voce. Si avvicinò e li esaminò: un sacchetto pieno di sale e una scatola. Lei la rigirò, ammirandone la lavorazione. Era un abile artigiano, Inani.

Dopo un istante o due si rese conto del significato degli oggetti. Erano i doni dell’accoppiamento. Queste cose venivano date quando era terminato il periodo dell’accoppiamento. Inani l’aveva finita con lei.

Così presto? Nia si sentiva imbarazzata e insultata. Aveva forse fatto qualcosa di sbagliato? O Inani aveva trovato un’altra donna nel proprio territorio? Qualcuna che trovava più attraente.

Nia sospirò, poi mise nelle bisacce la scatola e il sacchetto di sale e dispose i suoi doni per Inani: un coltello, una cintura, una pezza di panno azzurro. Lui sarebbe tornato e li avrebbe trovati. Sellò il suo cornacurve. Si sentiva stanca e un po’ delusa, ma la smania era sparita. Questo era un bene. Montò in sella e si diresse verso casa.

Quando tutte le donne ebbero fatto ritorno al villaggio, Nia s’informò se qualcuna avesse visto Anasu. Ma nessuna l’aveva incontrato.

— Non preoccuparti — disse Hua. — Ricomparirà. Non è uno degli sfortunati.

Nia fece il gesto che indicava che aveva capito.


Il viaggio verso nord fu difficoltoso. C’era pioggia. La mandria, che procedeva davanti al villaggio, sommuoveva il terreno bagnato, trasformandolo in fango. I carri s’impantanarono infinite volte. L’umore si fece irascibile. Parecchi fra i vecchi sellarono i loro cornacurve e se ne andarono.

Hisu, il fabbricante di archi, era troppo vecchio per andare. Se ne stava seduto sul suo carro e malediceva il destino.

Nia, che gli cavalcava accanto, lo sentì borbottare: — Era meglio se morivo anni fa. — Parlava a voce alta senza rivolgersi a nessuno che lei potesse vedere. — Nel fiore degli anni, da solo. Il modo che si conviene. Ora… o Signore delle Mandrie, che fine! Vivere circondato da donne!

Aveva davvero un’aria miserevole. Se ne stava raggomitolato nel mantello, il volto riparato da un ampio cappello da pioggia di cuoio. Nia notò che il suo pelame era completamente grigio.

Gli fece un cenno con la mano. Lui imprecò. Lei proseguì.

Finalmente arrivarono nella Terra dell’Estate. La maggior parte dei vecchi tornò e si sistemò come al solito ai margini dell’accampamento. Ma due non fecero più ritorno.

— Due stupidi! — osservò Hua. — Perché se ne sono andati? Erano vecchi. Si sarebbero potuti comportare in modo ragionevole. L’hanno fatto? No. Sono corsi via come ragazzi forsennati. E adesso qualcosa li ha uccisi.

Nia non disse nulla.

La pioggia cessò. L’estate era fresca e asciutta. Ben presto ebbe la certezza di non essere gravida.

— Non preoccuparti — la rassicurò Ti-antai. — Capita spesso. Avrai un figlio il prossimo anno o l’anno successivo.

Nia fece il gesto con cui mostrava che capiva. Non si era preoccupata. Era felice così com’era. Durante il giorno lavorava alla fucina. Nel tardo pomeriggio lei e Angai andavano a cavalcare o se ne stavano sedute presso il fiume a chiacchierare. Era per lo più Angai a parlare. Aveva molto spirito di osservazione e trovava sempre qualcosa di mordace da dire sulle persone del villaggio. A causa del tempo asciutto, c’erano solo pochi insetti nell’aria. Era piacevole starsene sedute ad ascoltare mentre il cielo cambiava colore.

La sua amica era senza dubbio intelligente, pensò Nia. Quasi intelligente quanto Anasu.

Quell’estate ci fu uno scandalo al villaggio. Riguardava la lavoratrice del bronzo, Nuha, e suo figlio.

Lui aveva sedici anni e tutti potevano vedere che era passato attraverso il cambiamento. La sua pellicia era irsuta, il corpo grande e grosso. Si comportava in modo irrequieto, ma non abbandonava il villaggio. Al contrario, restava dentro la tenda di sua madre o lavorava con lei alla fucina.

Le vecchie torcevano la bocca e brontolavano. Hua disse: — È quello che capita quando una donna non ha figlie. Non riesce a lasciar andare i figli maschi. Guarda in che modo lo tratta! Non lo manda a imparare a usare l’arco o qualche altra cosa che gli tornerà utile. Lascia che lui azioni il mantice e coli perfino il bronzo. Aiya! È spaventoso.

Nia non disse nulla. Le era sempre piaciuto Enshi. Da bambino era stato affabile e loquace, sempre pronto a raccontare storielle e a fare scherzi. Perfino adesso era sempre cortese e non perdeva mai le staffe, una cosa assai insolita in un ragazzo, o in un uomo, della sua età.

Era però mediocre come tiratore d’arco. Glielo aveva detto Anasu.

"E cavalca anche male", aveva osservato suo fratello. "Non sopravviverà da solo sulla pianura."

Arrivò l’autunno. Il villaggio si preparò a muoversi. Una mattina Enshi se ne andò.

— Finalmente! — fu il commento di Hua. — Adesso potrò parlare di nuovo con sua madre.

Restò assente per cinque giorni, poi ritornò. Aveva l’aspetto stanco e sporco. Le donne del villaggio gli rivolsero occhiate ostili, ma Enshi le ignorò. Condusse la sua cavalcatura fino alla tenda della madre e smontò.

Nuha, che era piccola e grassa, si precipitò fuori e abbracciò il figlio.

— Disgustoso — dichiarò Suhai. — Che la Madre delle Madri possa insegnare la vergogna a quella donna.

— Stai maledicendo la donna? — domandò Nia. — In tal caso, farò il gesto dello scongiuro. Chi può dire quale spirito ascolterà una maledizione? O che cosa ne farà?

— Hai intenzione di diventare una sciamana, figliastra?

— No.

Suhai la fissò torva, poi fece il gesto dello scongiuro.

— Bene — disse Nia.

La mattina seguente, di buon’ora, le donne anziane si recarono dalla sciamana. Rimasero sull’entrata della sua tenda e si lamentarono. Nia udì le loro voci stridule e uscì. La giornata era luminosa. L’aria odorava di fumo di legna, di cuoio e dell’arida pianura estiva.

Nia osservò la sciamana che attraversava il villaggio. Indossava una tunica ricoperta di ricami rossi e una grossa collana fatta di bronzo. Mmm! Che donna imponente!

Le vecchiacce la seguivano zoppicando. Nia restò a guardare.

Si fermarono tutte davanti alla tenda di Nuha.

— Enshi! — gridò la sciamana.

Un minuto dopo, Enshi uscì. Nia non riusciva a vedere la sua espressione.

— Non hai la coscienza di ciò che è giusto? — domandò ad alta voce la sciamana.

Enshi abbassò gli occhi, poi li rialzò. Borbottò qualcosa che Nia non riuscì a sentire.

— È ora che tu te ne vada — disse la sciamana.

Enshi fece il gesto dell’assenso. Ora aveva le spalle curve e un’aria scoraggiata.

— Vattene oggi. E non tornare. Sei diventato una fonte di imbarazzo.

Enshi fece una seconda volta il gesto dell’assenso. Poi si voltò e rientrò nella tenda della madre.

La sciamana se ne andò, ma le vecchie si sedettero lì in attesa.

Nia andò alla fucina e lavorò da sola. Nel pomeriggio inoltrato arrivò Hua.

— Se ne è andato — dichiarò. — Gli abbiamo detto che se mai decidesse di tornare, lo malediremmo.

— Davvero? — osservò Nia. Si drizzò e si massaggiò il collo. — Come sono indolenzita oggi!

Il villaggio si spostò a sud. Il tempo si manteneva asciutto. La mandria sollevava una nube di polvere che saliva verso il cielo per gran parte del cammino. Un giorno dopo l’altro, vedevano davanti a loro la nube. Era di un colore marrone scuro. Nia pensava: Anasu è laggiù, che cavalca fra la polvere. E anche Enshi, il povero buffone.

Arrivarono nella Terra dell’Inverno. Di solito si accampavano a nord della mandria, ma quell’anno si diressero a sud e a est fino al Grande Lago dei Giunchi. Ora si trovavano ai margini orientali del loro pascolo. Sull’altra sponda del lago c’era la terra del Popolo dell’Ambra. Piantarono le loro tende e la sciamana si recò a far visita al Popolo dell’Ambra. Angai andò con lei, a anche altre nove donne. Conducevano tutte animali da soma carichi di doni.

Rimasero assenti per trenta giorni. Il tempo si manteneva asciutto, sebbene Hua continuasse a dire che stava arrivando la pioggia. Se la sentiva nelle ossa.

Quando tornarono, portarono con loro i doni del Popolo dell’Ambra: ambra, naturalmente, conchiglie colorate e rame.

— Uh! Che esperienza — dichiarò Angai. — Abbiamo dovuto girare attorno al lago. Sull’altra riva ci sono acquitrini e, al di là degli acquitrini, un fiume. È ampio e profondo. L’abbiamo dovuto attraversare ed è stato pericoloso. Ci vivono degli animali. Sono simili alle lucertole di fiume, ma più grandi. Molto più grandi. Mangiano qualunque cosa, dice mia madre.

— Uh! — esclamò Nia. — Raccontami di più.

— Abbiamo fabbricato delle zattere. È così che abbiamo attraversato il fiume. Non ho visto nessuno di quegli animali. Sono chiamati tuffatori o assassini-dell’acqua-profonda.

— Aiya! - fece Nia.

— Sull’altra sponda del fiume c’è la terra del Popolo dell’Ambra. — Angai fece una pausa e aggrottò la fronte. — Sono alte quanto noi, ma più corpulente; e parecchie di loro sono grasse. Hanno la pelliccia scura. La loro sciamana è enorme. Porta un cappello fatto di penne. Riuscivo a stento a capirle. Parlano in un modo così strano. Però sono molto ospitali. E bevono una specie di birra che non ho mai assaggiato prima. Nia, ho sentito una storia laggiù da non credere. Ma loro giurano che è vera.

Angai s’interruppe per bere un po’ di latte. Nia restò in attesa.

— Sostengono che più a oriente di dove stanno loro c’è un popolo che rimane in un unico posto. Non si sposta mai.

Nia fece il gesto dello stupore.

— Vivono in case fatte di legno. Le case non possono essere ripiegate o smontate. Sono solide come scatole.

"A quanto sostiene il Popolo dell’Ambra, vivono nei pressi di una foresta e i loro uomini vivono nella foresta. Non conducono in branco gli animali come dovrebbero fare gli uomini. Invece cacciano e pescano pesci. Le donne non hanno una grande opinione di loro. Dicono che tutti gli uomini sono selvaggi e cattivi."

— È il Popolo dell’Ambra che lo dice?

— No! No! È il popolo che non si sposta mai. In realtà, secondo il Popolo dell’Ambra, alcune fra le donne rifiutano di accoppiarsi con gli uomini.

Nia si grattò il capo. — Com’è possibile?

— Quando arriva la smania primaverile, si allontanano a coppie, due donne insieme. Si accoppiano fra di loro.

Per un attimo Nia restò seduta in silenzio a fissare il fuoco. — Come fanno a generare figli?

— Nel solito modo. Il Popolo dell’Ambra sostiene che pochissime fra le donne si accoppiano soltanto con altre donne. La maggior parte di loro vuole avere figli, così si accoppiano con gli uomini finché non hanno tutti i figli che vogliono.

Nia si grattò di nuovo la testa. — È una storia molto strana.

— Sì. Mi piacerebbe andare a visitare quel popolo.

— Sono delle pervertite! — saltò su Hua. — E le donne del Popolo dell’Ambra sono una massa di bugiarde. Non esiste un popolo simile. Case di legno! Che idea balorda!

Angai aveva l’aria infuriata.

— Non voglio parlare più di questo — disse Nia. — Questa storia mi mette a disagio.

L’inverno fu freddo. Di notte, nel cielo a settentrione, brillavano luci. Erano verdi, bianche e gialle.

— Il fuoco dell’inverno — spiegò Hua. — Lassù a nord riempie il cielo. Noi non lo vediamo spesso quaggiù.

— Porta sventura — sentenziò Ti-antai.

Cadde la neve. Al villaggio ci fu un’epidemia di tosse e molte persone morirono. Erano per lo più donne anziane e bambini molto piccoli.

Suhai si prese la malattia. Per qualche tempo, nel periodo buio dopo il solstizio, tutti pensarono che sarebbe morta. Ma alla fine si ristabilì, seppure lentamente. Per tutto il resto dell’inverno rimase nella sua tenda, accudita da Nia e da Ti-antai. Era duro per Nia andare a trovarla e vederla rannicchiata lì accanto al fuoco. La sua pelliccia era più grigia che bruna e aveva un aspetto ossuto e infelice.

Nia si domandava perché mai le si contraesse la gola alla vista della vecchia. La matrigna non le piaceva neppure.

Finalmente giunse la primavera, una primavera fredda e piovosa. Le mani di Hua divennero così rigide che non era in grado di lavorare alla fucina. — Questo posto è pervaso dalla malasorte — si lamentò.

— Credo che tu abbia ragione — convenne Nia.

Gli alberi misero foglie di un colore azzurro chiaro e fra le canne rinsecchite nel lago sbocciavano fiori. Erano gialli e arancione. Altri fiori, bianchi e minuscoli, comparvero ai margini della pianura. Nia incominciò a sentirsi irrequieta. La smania primaverile, pensò. Iniziò così a radunare provviste.

— Perché io non provo la smania? — domandò Angai.

— Tu sei più giovane di me. — Nia si chinò e osservò gli oggetti che aveva preparato durante l’inverno: lunghi coltelli e aghi, fermagli, lime e punteruoli. Qual era il dono adatto?

— Sono più giovane solo di mezzo anno — disse Angai. — Non è molto.

— Perché lo chiedi a me? Che cosa ne so? Domandalo a tua madre.

Angai se ne andò. Nia comprese che era in collera. Peccato. Allungò la mano e raccolse un coltello. Aveva una buona lama, fatta di ferro che era stato piegato e ripiegato. Questo sarebbe andato bene, pensò. E anche aghi e un fermaglio, e magari del cuoio della conciapelli.

Si alzò in piedi. E ora, del cibo per il viaggio.

Quella notte sognò di Anasu e di cavalcare per la pianura. Si svegliò, sentendosi più smaniosa di prima. Sollevò il lembo della tenda e lo fissò, lasciando entrare la luce del sole. L’aria era tranquilla e mite e odorava della vegetazione nuova. Pensò: partirò oggi, prima che la smania diventi ancora più forte. Cavalcherò finché non dimenticherò questo inverno terribile. Si voltò a guardare Hua.

— Lo so — disse la vecchia. — Qualche volta vorrei provare ancora la smania. Allora penso: devo essere davvero pazza per desiderare una cosa del genere. In ogni caso, va’.

Nia riempì le bisacce da sella e andò in cerca del suo cornacurve preferito. A mezzogiorno era già in viaggio. Il cornacurve era irrequieto e voleva correre e Nia glielo permise. Dopo un po’, l’animale rallentò, poi si fermò. Nia si guardò attorno. Era sola. Da ogni parte, la pianura si estendeva ondulata fino all’orizzonte. Trasse un respiro profondo, poi espirò. Il cornacurve agitò le orecchie.

Dove voleva andare? Non a ovest, decise. Là c’erano la mandria e gli uomini maturi. No. Sarebbe andata a sud, verso le colline dove stavano i giovani. Lanciò uno sguardo al sole e poi alla propria ombra, quindi diresse il cornacurve verso sud.

Viaggiò per tre giorni. Il tempo si mantenne sereno. Non incontrò neppure una persona, nulla all’infuori degli uccelli e dei piccoli animali che vivevano sulla pianura. Pian piano la smania andava facendosi più forte. Era una sensazione quasi piacevole. Cominciò a chiedersi che genere di uomo avrebbe incontrato quell’anno.

Il quarto giorno il cielo si annuvolò e si levò il vento. A mezzogiorno Nia arrivò alle colline meridionali. Erano basse, con parecchi affioramenti di roccia. C’erano alberi sulle colline. Una specie era in fiore. Qui e là, sui pendii azzurrognoli, c’erano chiazze di giallo. Nia trovò impronte di animali che costeggiavano un corso d’acqua. Conducevano a est, fra le colline. Seguì quella pista, sentendosi un po’ inquieta. Non era abituata ai luoghi dove il cielo era limitato.

— Oh Madre delle Madri, abbi cura di me — bisbigliò.

Più in alto, i rami si muovevano. Le foglie stormivano, un rumore forte, diverso dal sommesso fruscio della vegetazione che si muoveva sulla pianura.

Nia pregò la Signora della Fucina. — Riportami a casa sana e salva, o santa.

Nel tardo pomeriggio incontrò un uomo. Era in cima a una collinetta, seduto su una roccia. Non c’erano alberi nelle vicinanze, solo arbusti dalle piccole foglie verdeazzurre. Il suo cornacurve stava brucando un arbusto.

Nia trattenne l’animale. Il suo cuore cominciò a battere all’impazzata.

— Mi sembrava di aver visto una donna. Che sorpresa! Nia, sei tu?

Lei lo guardò. Era bruno scuro e i suoi occhi erano grigi. Un colore molto insolito. — Enshi? — Notò che la sua tunica era sbrindellata. Appariva magro.

— Come sta mia madre? E tu che ci fai qui? Le donne non si spingono mai così a sud.

Lei aprì la bocca per rispondere. Enshi si alzò, poi saltò giù dalla roccia. — Parliamo più tardi. C’è un odore che emana da te, Nia. Non so dirti l’effetto che mi fa. — Tese una mano. — Andiamo.

La sua pelliccia scura scintillava al sole. Tutt’a un tratto Nia si rese conto di quanto fosse bello. Smontò e legò il suo cornacurve, poi prese il mantello.

Andarono fra i cespugli e si accoppiarono lì. Il terreno era sassoso. Le foglie avevano un fresco profumo primaverile. Quanto a Enshi, era un po’ impacciato, ma perfettamente all’altezza.

Quando ebbero finito, lui si rigirò sulla schiena. — È tutto qui, allora? Mi aspettavo di più. Tuttavia… — La guardò, gli occhi grigi semichiusi. Allungò una mano e la toccò con dolcezza. — Che pelliccia morbida! — Fece un sommesso suono di gola, una specie di ruh, poi chiuse del tutto gli occhi e si addormentò.

Nia tirò su il mantello in modo da coprirli entrambi. Osservò i cornacurve, poi il cielo. Il sole era sparito ma le nuvole avevano ancora una radiosità bianca e di un oro tenue. Si sentiva assonnata e felice.

Enshi il Buffone! Non aveva mai neppure immaginato di accoppiarsi con lui. Anzitutto, pensava che lui fosse morto. Chi avrebbe creduto che sarebbe riuscito a sopravvivere al terribile inverno?

Enshi si svegliò al crepuscolo. Le lanciò un’occhiata. — Non è stato un sogno. Se gli spiriti sono responsabili di questo, li ringrazio. — L’afferrò e si accoppiarono di nuovo. Dopo di che scesero nella valle più vicina e si accamparono. La notte era fredda e ventosa. Brandelli di nuvole riempivano il cielo. Il fuoco tremolava. Enshi incominciò a parlare.

— Che cosa ci fai tanto a sud? Come mai non non ti ha presa uno degli uomini grandi prima che tu arrivassi da Enshi?

Lei rifletté per un momento. — Volevo venire quaggiù. Volevo trovare mio fratello Anasu. — S’interruppe, provando un certo stupore. Era quella la verità? Era venuta in cerca di Anasu?

— Davvero? — Enshi la fissava. — Perché?

Nia si grattò la testa. — Non lo so. Sai dove sia?

Enshi fece il gesto dell’affermazione. — Prendo da lui il mio sale. Ero solito farlo, in ogni modo. L’inverno è stato duro e non credo che mi sia rimasto qualcosa da dargli in cambio.

Nia aprì la bocca.

Enshi la guardò. I suoi occhi erano socchiusi. Aveva un’aria pensierosa, quasi astuta. — Tu vuoi che ti dica dove si trova. Non lo farò. Se sei venuta fin qui per vedere lui, allora è probabile che tu prosegua e mi lasci qui da solo, con la sensazione di essere uno stupido. Non ho intenzione di lasciarti andare, Nia. Non prima che sia finito il tempo dell’accoppiamento.

— Non si può dire che tu non sia loquace — osservò Nia.

Enshi fece il gesto dell’assenso. — Ricordati, non ho avuto nessuno con cui parlare per tutto l’inverno.

— Mi dirai dove si trova Anasu quando sarà finito il tempo dell’accoppiamento?

— Sì.

Nia fece il gesto che significava "così sia".

— Allora — cominciò Enshi — parlami di mia madre. Sta bene? Si affligge ancora per me?

Nia tracorse otto giorni insieme a Enshi. Il tempo si mantenne freddo e ventoso. Ogni tanto cadeva la pioggia, ma non era violenta. Gli alberi sopra il loro accampamento li riparavano; inoltre, mantenevano acceso un bel fuoco. Si accoppiarono spesso.

Ogni mattina Enshi andava a caccia. Al pomeriggio tornava con foglie, radici e i teneri germogli delle piante primaverili. Due volte riportò della selvaggina: un uccello terrestre, smagrito dall’inverno, e un costruttore-di-monticelli. Quest’ultimo era piccolo, ma grasso. O almeno non era magro.

— Se l’è cavata meglio di me quest’inverno — osservò Enshi.

Nia scuoiò l’animale, lo sviscerò e lo infilzò sullo spiedo. Poi si sedettero fianco a fianco a osservarlo mentre cuoceva.

— Mmm! Che profumo! Ero solito sognare il profumo della carne che cuoceva. Mi svegliavo e non trovavo nient’altro che neve. Che delusione! C’erano periodi in cui il tempo era brutto e non potevo viaggiare. Incominciavo a guardare il mio cornacurve e a pensare a lui come a un arrosto. Ma poi pensavo: no, Enshi. Morirai senza un animale da cavalcare. Poi pregavo gli spiriti; e il tempo cambiava. Andavo giù fino ai margini della mandria in cerca di un cornacurve che fosse troppo vecchio per scappare e lo uccidevo. La carne era sempre fibrosa, senza nemmeno un po’ di grasso. Bene, quei giorni sono finiti. Perché pensarci?

Nia rigirò lo spiedo. Mentre l’altro lato dell’animale cuoceva, si accoppiarono.

Il giorno seguente Nia preparò una trappola per i pesci e la sistemò nel corso d’acqua sul fondo della valle. Quella sera mangiarono pesce farcito di erbe aromatiche.

— Che brava cuoca sei — disse Enshi. — Quasi brava quanto mia madre.

Nia si sentì irritata. Sembrava che Enshi non facesse altro che parlare di sua madre. Non era giusto. Un ragazzo allevato nel modo appropriato parlava di sé o degli anziani che gli avevano insegnato a essere uomo. Non andava avanti per ore a parlare della propria madre.

— Com’è Anasu di questi tempi? — gli chiese.

Enshi fece il gesto che significava "chi può dirlo?". — L’ho incontrato due volte. La prima volta ho cercato di parlargli ma lui ha detto: "Non voglio fare conversazione, Enshi. Che cos’hai che sei disposto a darmi?". Non ha voluto aggiungere altro. Io ho tirato fuori una delle tazze di bronzo di mia madre e l’ho deposta per terra. Lui ha tirato fuori un sacchetto di sale, poi mi ha fatto cenno di indietreggiare. Quando sono stato abbastanza lontano, è venuto a prendere la tazza, poi ha messo giù il suo sacchetto. Tutto qui. Se ne è andato e io ho raccolto il sale. La seconda volta che l’ho incontrato, non ha neppure aperto bocca. — Enshi esitò per un momento, poi proseguì. — È più amichevole degli altri uomini. Non fa mai boccacce e non agita le armi contro di me.

Non sembrava promettere bene. Anasu sarebbe stato disposto a parlare con lei? Nia non lo sapeva.

Il periodo dell’accoppiamento terminò. Nia diede a Enshi i suoi doni. Lui pareva a disagio. — L’inverno è stato duro. Ho perso la maggior parte dei miei doni di addio. Prima un assassino-delle-foreste ha trovato il mio nascondiglio e l’ha distrutto, poi ho perso gran parte di quel che restava questa primavera mentre attraversavo un fiume. Ma compongo poesie. Posso offrirtele?

— Sì.

Ne recitò nove o dieci. In seguito Nia se ne ricordò solo una. Parlava di un albero che lui aveva visto qualche giorno prima.

— Tutti i rami erano spogli e la corteccia si stava staccando. Ciò nonostante, c’erano virgulti tutt’attorno all’albero, che crescevano dalla sua base. Erano lunghi come il mio braccio. Avevano foglie e fiori. Ho pensato che questo doveva avere un senso. E ho composto una poesia. Fa così:


"Se tu non ti arrendi

vecchio albero…


Non lo farò

nemmeno io."


— Quella mi piace — disse Nia.

Lui la recitò di nuovo. — È sufficiente? Abbiamo fatto uno scambio equo?

— Dov’è Anasu?

— Oh, sì. Segui la pista finché non si biforca. Allora va’ a sud. Arriverai presso una grossa pietra con sopra dei segni. La pietra è magica e nessuno pretende mai che si trovi nel suo territorio. Le persone vanno lì a scambiare doni. Aspetta presso la pietra. Se Anasu è da qualche parte lì attorno, verrà.

— Grazie. Abbiamo fatto uno scambio equo.

Si dissero addio. Nia sellò il suo cornacurve, poi montò in sella e si allontanò. Era una giornata soleggiata e soffiava una lieve brezza. Gli uccelli zufolavano. Si sentiva appagata.

Al crepuscolo giunse presso la pietra. Era alta e stretta, con incise delle linee. Riusciva a mala pena a scorgerle e non sapeva che significato avessero. Erano state delle persone a farle? Nessuno che lei conoscesse incideva linee nella pietra.

Legò il suo cornacurve e accese un fuoco. La notte era serena. Nia si coricò sulla schiena. Su nel cielo, sorse la Grande Luna. Era all’ultimo quarto. Restò a osservarla per un po’ di tempo, poi si addormentò.

La mattina seguente osservò la pietra. Le linee raffiguravano degli animali, per lo più cornacurve. Ma c’era un altro animale che non riconosceva. Aveva un corpo grosso e corte corna. Che cos’era? Nia si grattò la testa. C’erano cacciatori sulla pietra: uomini con archi. Formavano un circolo attorno agli animali. Su un lato, a una certa distanza, c’era un uomo da solo. Era più grande degli altri, e aveva delle corna. Erano corte, come quelle dell’animale sconosciuto. Chi era? Una qualche specie di spirito, a quanto pareva. Ma nessuno spirito che lei conoscesse. Il Signore delle Mandrie aveva lunghe corna ricurve. Lo Spirito del Cielo era privo di corna. Si grattò di nuovo la testa. Poi si preparò la colazione.

A mezzogiorno comparve Anasu. Arrivò cavalcando lungo la pista che portava alla radura in cui c’era la pietra. Trattenne il suo cornacurve.

Nia si alzò in piedi. — Fratello.

Lui era più grande di come se lo ricordava e aveva un torace molto ampio. La sua pelliccia era ruvida e scura. Indossava un gonnellino rosso, un’alta cintura, alti stivali, un coltello dall’impugnatura d’argento. — Nia? — disse dopo un momento. Restò a fissarla. — Hai superato la smania. — La sua voce aveva un suono aspro e deluso. — Ti ha presa qualcun altro.

— È una cosa da dire questa? Gli uomini non sanno pensare ad altro che al sesso?

Lui scoppiò in una risata. Non era un suono del tutto affabile. — In questo periodo dell’anno non penso quasi a nient’altro. Mi dico che, se fossi coraggioso, andrei a nord. Poi penso: non sono abbastanza maturo per affrontare quegli uomini. E tu che cosa ci fai qui?

Lei fece il gesto del dubbio.

— Non hai mai avuto le idee chiare. — Smontò di sella. — Vuoi del sale? Ne ho.

— No. Voglio parlare. Come stai? — Fece un passo verso il fratello.

Lui alzò una mano. — Resta dove sei. Non sono abituato alla gente.

Nia si fermò.

Dopo un po’, Anasu disse: — Sto bene. Non c’è niente che tu voglia darmi in cambio del sale?

Lei si tolse la cintura. — Vuoi questa? Ho fatto io la fibbia. È oro misto ad argento.

Lui esitò. — D’accordo. — Si voltò verso le bisacce da sella.

— Non voglio sale. Voglio fare conversazione.

Anasu si girò di nuovo verso di lei e la fissò. — Perché?

— Fratello, quando penso a te, mi sento sola.

Anasu si grattò la nuca. Poi fece il gesto che significava "così sia" oppure "sono cose che capitano".

— Non c’è modo di parlare?

Lui restò in silenzio per un lungo momento. Nia aspettava. Infine Anasu disse: — Non credo che ciò che tu vuoi siano parole. Potrei offrirti parole, anche se non sarebbe facile. Non sono più abituato a parlare molto o a dire quello che mi passa per la mente. Ma credo che tu voglia qualcos’altro. Credo che tu sia come la donna dell’antica leggenda, i cui figli si trasformarono in uccelli. Lei lasciò la propria tenda e vagabondò per la pianura nel tentativo di trovarli. Ma non ci riuscì mai, e alla fine morì e diventò uno spirito, uno spirito malvagio, uno spirito famelico. — Esitò e aggrottò la fronte.

Nia aprì la bocca per parlare, ma lui alzò la mano. — No. Aspetta. Voglio seguire il corso dei miei pensieri. — Lei attese. Alla fine lui disse: — Credo che tu voglia qualcosa che non esiste più.

— No.

— Ti conosco, sorella. Sono convinto di avere ragione. In ogni caso, non voglio più parlare. — Montò in sella al suo cornacurve. — Qualsiasi cosa tu stia cercando di fare, non voglio entrarci. — Fece il gesto dell’addio, poi girò l’animale e se ne andò.

Nia serrò il pugno e colpì la pietra magica. Aiya! Che male! Emise un gemito, aprì la mano e la palpò. Per quanto era in grado di capire, non c’erano ossa rotte, ma la pelle era graffiata sul lato della mano privo di pelliccia. Si leccò la sbucciatura, poi si sedette e restò lì a dondolarsi e a gemere. Non serviva a niente. La mano continuava a farle male e il dolore dentro di lei persisteva, solido come una pietra.

Verso sera si alzò e accese un fuoco. Per tutta la notte se ne stette seduta a guardare le fiamme e a pensare alla propria infanzia.

La mattina dopo spense il fuoco e sellò il suo cornacurve. Era inutile restare. Anasu non sarebbe tornato. Era sempre stato testardo. Si diresse a nord. Il cielo era nuvoloso e soffiava un vento freddo. Petali di fiori cadevano svolazzando sulla pista. Erano gialli o di un bianco verdognolo.

Nel pomeriggio incominciò a piovere. Nia si fermò e si accampò sotto una sporgenza rocciosa. Si addormentò presto. Qualcosa durante la notte la svegliò

Il fuoco ardeva ancora. Sul lato opposto c’era Enshi. Stava spennando un uccello.

Nia sollevò il capo. Lui fece il cenno del saluto, poi sollevò l’uccello. Era grande e grasso.

— L’ho trovato su un nido. Ho le uova, se non si sono rotte. Come stava Anasu?

— Non ha voluto parlarmi. E tu che cosa ci fai qui?

— Sei nel mio territorio, e ho pensato che forse avresti avuto fame. Ho pensato anche che mi sarebbe piaciuto parlare ancora un po’.

— Perché sei così diverso dagli altri uomini?

— Non lo so. — Per un attimo parve imbarazzato. Poi riprese a spennare l’uccello.

Nia si addormentò.

Al mattino cucinarono l’uccello farcito con le sue uova. Mangiarono, poi Nia si preparò ad andarsene.

— Posso venire con te? — le chiese Enshi.

— Che intenzioni hai?

— Voglio far visita a mia madre. Pensavo che tu potessi mostrarmi la via per il villaggio.

— Ma le vecchie ti malediranno.

— No, se mi dirai dove si trova la tenda di mia madre e io sgattaiolerò dentro di notte. Le vecchie non lo sapranno mai.

— È sbagliato.

— Può darsi. Ma ho perso tutti i miei doni di addio. Non sopravviverò a un altro inverno con quello che ho. Io voglio vivere, se mi sarà possibile. E non mi importa se farò delle cose che sono vergognose. Chissà che cosa provano gli spiriti dei morti? Preferisco essere vivo e un po’ imbarazzato.

Nia lo osservò per un attimo. Non c’era dubbio che fosse magro, e la sua tunica era proprio a brandelli. Si fregò la mano, che le faceva ancora male, poi sospirò. — D’accordo. Ti aiuterò, anche se prevedo che me ne pentirò.

Enshi sellò il suo cornacurve. Partirono insieme per il nord.

<p>Lixia</p>

Otto di noi furono fatti atterrare, ciascuno per proprio conto: tre sul continente grande, che si estendeva con una forma irregolare attorno al polo meridionale del pianeta, pieno di crepacci e lobi. Il centro del continente era costituito da ghiaccio. Le coste erano verdi, verdeazzurre e gialle: praterie, foreste e deserti, a detta delle persone che analizzavano gli ologrammi.

Altri quattro andarono sul continente piccolo, che si trovava a nord dell’equatore. Lì non c’erano ghiacci degni di nota e quasi nessun deserto, ma vegetazione in abbondanza. C’erano montagne: una catena a occidente, lungo la costa, e altre catene minori a est e a sud. Nulla di imponente, nulla di simile alle Montagne Rocciose o all’Himalaya. Ma, secondo i planetologi, due delle catene erano vulcaniche. Una era attiva. L’altra poteva esserlo.

L’ultima persona fu fatta atterrare su una delle numerose isole dell’arcipelago che dal continente grande si estendeva ad arco fin oltre l’equatore, raggiungendo quasi il continente piccolo.

Altre isole costellavano il resto del pianeta-oceano. Erano piccolissime e assai distanziate fra loro. Interessanti per i biologi, naturalmente. Non c’è niente come un’isola per studiare l’evoluzione. Decidemmo, però, che non erano il posto dal quale avremmo dovuto iniziare.

Io andai sulla costa nordorientale del continente settentrionale. Ero equipaggiata con una giacca di tela di jeans e una leggera camicia di cotone. I miei stivali erano di plastica, resistenti e flessibili. Nell’avambraccio destro, sotto la pelle, avevo una fila di capsule che mi fornivano le vitamine che non erano disponibili su questo pianeta. Nel mio intestino c’erano cinque nuovi tipi di batteri, studiati per scomporre le proteine locali, trasformandole in aminoacidi che io potessi digerire.

Avevo uno zaino che conteneva una radio, una cassetta con l’attrezzatura medica, un poncho, un’altra camicia, esattamente come la prima, e un cambio di biancheria. Un grosso scomparto era pieno di gingilli. Questi erano fabbricati con materiali originari del pianeta. Non volevamo introdurre niente di alieno all’infuori di noi stessi.

Da ultimo, avevo un medaglione appeso a una catena di metallo grigio. Il medaglione era di metallo, piatto e scuro, con inseriti dei pezzi di vetro. Era un registratore audiovisivo, e quasi indistruttibile, così mi era stato detto. Qualunque cosa mi fosse successa, sarebbe sopravvissuto.

Sbarcai su una spiaggia, in prossimità di una fila di dune. Erano alte e spoglie, di un colore rosa arancione.

La barca che mi aveva trasportata virò e tornò verso l’aeroplano. Io mi diressi verso l’interno, arrampicandomi su una duna. Quando arrivai in cima, sentii un rombo e mi guardai attorno. L’aeroplano si stava muovendo sull’acqua. Si levarono spruzzi, poi del fumo. Era in aria. Le ali risplendevano alla luce del sole. L’aeroplano continuava a salire. Un minuto o due più tardi, era sparito.

Guardai il cielo deserto e tutt’a un tratto mi sentii molto sola. Allora incominciai a scendere lungo l’altro versante della duna.

Arrivata in fondo, trovai una pista. Non era una gran cosa. Stretta e sabbiosa, si allontanava serpeggiando dalle dune in direzione di un boschetto di alberi.

Erano state delle persone a tracciarla? Qualche forma di vita intelligente? Sapevamo che il pianeta era abitato. Le immagini fornite dai satelliti avevano mostrato villaggi e mandrie le cui migrazioni, stando a quanto ci avevano detto gli zoologi, erano troppo sistematiche per essere assolutamente naturali.

In ogni caso, mi trovavo di fronte a una pista. Decisi di seguirla. Questa mi condusse fra gli alberi e in mezzo ad alcune colline. Spesso le cime delle colline erano spoglie fatta eccezione per alcune macchie di una pianta che somigliava un po’ ad alta erba gialla. Le foglie, o i fili, erano rigide e avevano bordi seghettati. Non era un organismo dall’aspetto gradevole. Si trattava di un pianeta non ostile?

Negli avvallamenti fra le colline c’erano altri alberi. Erano piccoli e contorti, con piccole foglie scure. Dai tronchi spuntavano spine che erano lunghe e sottili, simili ad aghi. Un altro organismo dall’aspetto sgradevole. Incominciarono a venirmi in mente raccapriccianti storie di fantascienza. Perché avevo letto quella roba? Gli anziani della mia famiglia mi avevano messa in guardia: la fantascienza non portava a niente di buono.

Non serviva a niente innervosirsi o pensare al passato. Mi trovavo in un luogo del tutto nuovo e non avevo la minima idea di come fosse. Il mio lavoro, per il momento, consisteva nell’osservare. Successivamente, quando avessi avuto delle informazioni, avrei potuto pensare, ricordare e confrontare.

Dopo circa un chilometro giunsi in prossimità di un manufatto. Si trovava in un avvallamento al centro di una radura. I pendii tutt’attorno erano coperti di alberi. Mi fermai. La cosa era alta tre metri e fatta di pezzi di legno lunghi e stretti. Mi fece pensare a una palestra nella giungla oppure alle costruzioni rituali fabbricate dagli aborigeni della California meridionale. Avevo trascorso del tempo insieme a loro. In mezzo ai seni e sulla parte superiore delle braccia avevo le cicatrici della loro cerimonia di iniziazione. Non ero mai riuscita a capire perché mai mi ci fossi sottoposta fino in fondo. Ma conservavo le cicatrici. Me le ero guadagnate e, ogni volta che mi facevo una doccia, mi ricordavano di non lasciarmi coinvolgere troppo dai sistemi di valori di altri popoli.

Ispezionai la costruzione. Adesso notai che sotto c’erano i residui di un fuoco. Tre oggetti grigi erano appesi a una delle stecche più basse. Mi inginocchiai e li esaminai. Pesci o qualcosa di molto simile a pesci. Mi dondolai all’indietro sui talloni e mi sentii soddisfatta. Una rastrelliera per affumicare il pesce. A farla era stato un qualche essere intelligente. Ero la prima persona della Terra a vedere da vicino un manufatto alieno; su questo pianeta, in ogni caso, e per quel che ne sapevo.

Restai dov’ero alcuni minuti, osservando i pezzi di legno. Erano nodosi e contorti. Non c’era del legno migliore in quella zona? Mi guardai attorno. Tutti gli alberi nelle vicinanze avevano rami contorti. La struttura era tenuta insieme da strisce di fibra. Ne strappai via un pezzetto e lo arrotolai fra le dita. Al tatto sembrava una qualche specie di prodotto vegetale. Forse corteccia.

Qualcosa fece un rumore alle mie spalle. Mi alzai lentamente e mi girai, tenendo le mani tese all’infuori con le palme in avanti. Il gesto significava "Vedi? Non porto armi".

C’era una creatura lì ferma ai margini della radura, a forse venti metri di distanza. Un bipede. Era all’incirca della mia statura, tarchiato e coperto di pelame. Il pelo era di un bruno scuro, quasi nero. La creatura aveva due braccia, una testa e una faccia. Ero troppo lontana per distinguerne le fattezze. La creatura, uomo, donna o animale che fosse, indossava un gonnellino e in una mano teneva un coltello.

— Sono estremamente pacifica. — Tenevo le mani tese all’infuori e il tono della mia voce era sommesso e uniforme. — Non ho cattive intenzioni.

La creatura disse qualcosa che io, naturalmente, non riuscii a capire. Ma il tono non mi piaceva. Era forte e aveva un che di aspro.

— Non ho cattive intenzioni.

La creatura sollevò il coltello e fece un passo avanti. Io indietreggiai.

— Non possiamo discuterne? — Mi concentrai nel mantenere un tono di voce sommesso e conciliante. Evitavo di incontrare gli occhi della creatura. Fra molte specie, compresa la mia, uno sguardo diretto era una sfida.

La creatura fece un altro passo nella mia direzione. Decisi di andarmene.

— D’accordo. Hai vinto. Addio.

Attraversai arretrando la radura. La creatura mi seguì per un tratto, poi si fermò accanto alla rastrelliera. Quando arrivai al limitare della radura, mi fermai.

— Ne sei sicuro?

La creatura sollevò più in alto il coltello e sbraitò qualcosa. Mi voltai e mi allontanai a tutta velocità. Avevo la pelle della schiena che formicolava. Continuavo a immaginare la lama di un coltello che vi si conficcava.

Quando arrivai in cima alla successiva collina, mi voltai a guardare. La pista era deserta. Non c’era niente che mi seguisse.

Bene. E adesso?

Forse la creatura che avevo incontrato era un eremita. Senza dubbio dovevano esserci altri membri della specie che fossero amichevoli o curiosi.

Proseguii, andando sempre verso l’interno. Incominciavo a notare dei rumori: un sommesso ronzio che immaginai provenisse da pseudoinsetti nascosti fra gli alberi. Cose simili a uccelli svolazzavano di ramo in ramo. Quando erano fermi, emettevano mugolii o fischi. Mi resi conto, per la prima volta, che la giornata era mite e radiosa. Soffiava una leggera brezza. Nel cielo, che era di un intenso verdeazzurro, si muovevano alticumuli. L’aria odorava di acqua salmastra.

Il mio pensiero corse alla mia infanzia nel Libero Stato delle Hawaii, sull’isola di Kauai. Ero vissuta in una grande casa, a cinque minuti dall’oceano. Nove genitori si erano presi cura di me, e c’erano stati una dozzina di fratelli e sorelle con cui giocare. Sarebbe dovuto essere un periodo felice. Ricordavo la luce del sole, fiori, volti gentili, una spiaggia bianca, acqua azzurra, e niente risacca. Ma ero stata una bambina imbronciata, sempre ansiosa di andarsene.

Nel pomeriggio camminavo ormai attraverso una foresta acquitrinosa. Qui gli alberi erano alti e diritti. Il loro fogliame scuro non lasciava filtrare la luce del sole. L’aria era ferma e fresca e aveva una nuova fragranza: il profumo della foresta. Era intenso e caratteristico, diverso da qualunque odore avessi sentito in precedenza.

Pensavo che l’avrei riconosciuto se mai l’avessi sentito di nuovo, sebbene non ne fossi assolutamente certa. Era molto più facile ricordare qualcosa se aveva un nome e una descrizione. Per il momento, avrei chiamato quella fragranza "diversa" e "gradevole".

Nel tardo pomeriggio arrivai in prossimità di un villaggio. Dapprima sentii l’odore del fumo di legna, poi vidi delle abitazioni davanti a me fra gli alberi. Non riuscivo a distinguerle chiaramente. La foresta era troppo piena di ombre. Qui e là la luce di un fuoco brillava attraverso una porta o una finestra.

Mi fermai e riflettei su cosa fare. Non sarebbe servito a nulla aggirarsi furtivamente. Se mi avessero scoperta a spiare, mi sarei trovata davvero nei guai. La cosa migliore, la cosa che avevo fatto nella California meridionale e nel New Jersey, era di entrare direttamente.

Beninteso, quella tecnica non aveva funzionato nel New Jersey. Laggiù gli abitanti avevano cercato di sacrificarmi al loro dio, il Distruttore delle Città. Decisi di non pensare a quell’episodio. Passai ancora un minuto o due a farmi coraggio, poi entrai nel villaggio.

Ai margini c’erano piccole capanne, costruite in legno. Erano molto distanziate fra loro, come se gli individui che vi abitavano non fossero troppo amichevoli. Più avanti, gli edifici erano grandi e lunghi, disposti vicini gli uni agli altri. Alcuni bambini, nudi a parte la pelliccia, correvano nelle strade. Un gruppetto di tre mi vide e si fermò a fissarmi a bocca aperta. Erano abbastanza vicini da permettermi di vedere le loro facce: rotonde, piatte e coperte di pelo. Ogni faccia aveva una bocca, un naso e un paio di occhi gialli.

— Salve — dissi in tono cordiale.

I bambini strillarono e corsero via.

Proseguii fra le case. Più volte passai accanto a persone grandi. Adulti. Mi fissavano, ma non dissero niente. Non fecero nessun gesto minaccioso.

La cosa era incoraggiante. Arrivai in uno spazio aperto che sembrava trovarsi più o meno al centro del villaggio. Una piazza. Mi accosciai e rimasi in attesa. Ormai il sole era sparito e il cielo incominciava a farsi scuro. La gente si assembrava ai margini della piazza, parlando sommessamente. Sudavo. Se avessi fatto un errore, se costoro non fossero stati amichevoli, sarei morta lì.

Qualcuno si diresse verso di me: una persona alta e magra. Lui, o lei, portava una veste lunga e numerose collane. Qualcuno di importante. Uno sciamano o un capo.

Naturalmente usavo le definizioni della Terra.

Mi alzai lentamente in piedi, poi tesi le mani all’infuori. — Vengo in pace.

La persona mi osservò con cura. Finalmente allargò le mani, ripetendo il mio gesto.

E adesso che cosa sarebbe successo? Lasciamo che sia l’indigeno a deciderlo. Aspettai. La persona si tolse una collana e me la offrì. La presi. Le palline erano piccoli cilindri di rame. C’era un ciondolo: un pezzo di conchiglia intagliata a forma di pesce.

Era quasi certamente un gesto amichevole.

— Grazie. — Mi misi la collana. Adesso dovevo ricambiare. Mi sfilai lo zaino dalle spalle, poi mi chinai e l’aprii.

— Ecco. — Mi raddrizzai, porgendo una collana fatta di conchiglie. Quel particolare tipo di conchiglia, blu scuro e lucente, era stato trovato nell’oceano settentrionale del pianeta, attorno a un piccolo arcipelago che avevamo chiamato Isole Deserte. Io e Harrison Yee avevamo raccolto le conchiglie e le avevamo intagliate, usando tecniche che Harrison aveva appreso presso l’Università di Pechino, alla Facoltà di Antropologia.

L’individuo prese il mio dono, poi mi fece un cenno, si voltò e si allontanò. Lo seguii. Passammo accanto a una folla di gente che stava a guardare. Avevo la camicia intrisa di sudore.

Arrivammo davanti a una casa. La persona gesticolò di nuovo. Entrai e mi trovai in una vasta stanza lunga. Al centro ardeva un fuoco. Alla sua luce rossastra scorsi delle pareti di tronchi e travi di legno. Il pavimento era di terra o argilla.

Mi guardai attorno. Non c’era mobilia, ma c’erano mucchi di pellicce negli angoli. Lungo le pareti vidi dei paioli. Alcuni erano alti un metro. Neri e lucidissimi, scintillavano alla luce del fuoco. L’aria odorava di fumo di legna e di qualcos’altro: un aroma pungente. Guardai verso l’alto. Dalle travi pendevano mazzi di piante. Erbe aromatiche, pensai. Chissà se erano selvatiche o coltivate? Quegli individui coltivavano la terra? Avevano la ruota del vasaio? Quali metalli lavoravano oltre al rame?

Il mio ospite mi seguì all’interno. Lo guardai. Ora, alla luce del fuoco, notai le spalle curve, le mani ossute, la pelliccia che diventava grigia. Era una persona anziana, ne ero quasi certa. Gli occhi arancioni mi osservavano. Le palpebre erano pesanti, le pupille due fessure verticali.

Dopo un momento la persona parlò.

— Mi dispiace. Non conosco la tua lingua.

Il mio ospite allungò una mano e mi toccò con estrema delicatezza il viso. Non c’era pelo nella parte interna della mano. La pelle era dura e secca al tatto.

— Uh!

Io avevo i capelli tirati indietro e legati sulla nuca. La persona mi sfiorò il lato della testa, tastando la capigliatura in quel punto, poi toccò i capelli che mi ricadevano fra le scapole.

— Tsa!

Tirai indietro la mano e mi tolsi il fermaglio dai capelli, scuotendo la testa. I capelli ricaddero liberi.

Il mio ospite sussultò. Mi afferrò alcune ciocche e tirò. Per un attimo sopportai il dolore, poi dissi: — Ehi — e toccai molto delicatamente la mano pelosa.

La persona mollò la presa. Parlò di nuovo, forse per scusarsi, e mi invitò con un cenno ad avvicinarmi al fuoco.

Arrivarono altre persone, che indossavano gonnellini o tuniche. Vidi altre collane fatte di rame e cinture con fibbie di metallo. Il metallo era giallo, ottone oppure bronzo.

I nuovi arrivati stesero pellicce sul pavimento. Io e il mio ospite ci sedemmo. Qualcuno portò una ciotola piena di liquido. Il mio ospite bevve, poi mi offrì la ciotola. Era di argilla cotta, nera come i paioli e lucente. All’esterno, sotto il bordo, era inciso un disegno geometrico. Il liquido all’interno appariva scuro e aveva un odore pungente.

Mi ricordai di ciò che mi avevano detto i biochimici. Probabilmente potevo mangiare quello che mangiavano gli indigeni.

"Naturalmente ci sono un sacco di cose che non riuscirai a metabolizzare, neppure con i virus che ti abbiamo fornito. Se resterai laggiù per un certo periodo di tempo, ciò provocherà in te parecchie carenze. Ma non pensiamo che resterai avvelenata."

Sollevai la ciotola e bevvi.

Il liquido era acido oltre che pungente. Piuttosto saporito. Avevo consumato cose di gran lunga peggiori nel New Jersey.

Dissi: — Grazie — e porsi la ciotola al mio ospite.

Lui, o lei, mosse la mano in modo rapido e deciso, un gesto che significava qualcosa. Le altre persone dissero "ya" e "uh". Mi sembrò che fossero più rilassate di prima.

In ogni caso, stesero altre pellicce. Altre persone si sedettero finché mi trovai circondata. L’aria era satura del loro odore di polvere e pelliccia.

Fu portato del cibo. Non ero sicura di che genere di roba si trattasse. Mangiai adagio e con circospezione e il meno possibile. Ma mangiai. Nella maggior parte delle società di cui ero a conoscenza, rifiutare il cibo era un gesto offensivo. Un antropologo doveva avere la digestione di una capra.

Le persone attorno a me incominciarono a conversare sommessamente. Spesso mi lanciavano occhiate. Solo il mio ospite restava in silenzio e continuava a porgermi nuovi piatti, osservandomi per assicurarsi che mangiassi.

Un piatto era costituito da pesce, ne ero quasi certa. Un altro mi ricordava dei pomodori verdi in salamoia. Un terzo aveva l’aspetto di kasha, ma non riuscivo a individuarne il gusto.

Le persone che mi stavano attorno ruttarono ed emisero dei suoni simili al tubare. Una serie di "uh" e "ya". Feci altrettanto.

Il pasto continuò. Cominciai a sentirmi stordita. Qualcosa che avevo ingerito stava facendomi un effetto narcotico. Le persone tutt’attorno si fecero più rumorose. Parecchi tesero le mani per toccarmi i vestiti, le mani o la faccia.

Qualcuno tirò fuori uno strumento simile a un flauto. Qualcun altro incominciò a battere fra loro due bastoncini cavi. Un battito e un sibilo, un battito e un sibilo, così faceva la musica. Mi appoggiai all’indietro su un gomito e rimasi a osservare il suonatore di flauto. Lui, o lei, indossava una tunica gialla e un paio di alti braccialetti di rame che mandavano bagliori con l’ondeggiare del suonatore, tenendo il tempo con la musica. Non avevo difficoltà a sentirne il ritmo; era quasi sempre regolare: un cuore con una leggera aritmia.

La musica cessò. Il mio ospite si alzò in piedi e io mi guardai attorno.

C’era un nuovo individuo nella stanza, appena dentro l’uscio aperto. Al pari del mio ospite, anche questo portava una veste lunga. Un segno di importanza? O di età? Sesso o occupazione? Portava un cappello, il primo che mi capitasse di vedere: alto e appuntito, e ornato di conchiglie.

Mi alzai in piedi, ondeggiando un poco. Mi ci volle un momento per mettere a fuoco le immagini.

Il nuovo arrivato aveva un’aria torva. Vidi una fonte di problemi nel portamento rigido ed eretto, nelle spalle tenute alte e arretrate, negli occhi strizzati, quasi chiusi, che mi fissavano in modo diretto. L’uomo, o la donna, portava un bastone in cima al quale erano appese delle penne che ondeggiavano, ma non per il vento. L’individuo tremava. Non riuscivo a capire se il movimento fosse intenzionale.

La persona disse qualcosa. Il suono delle sue parole era incollerito.

Il mio ospite rispose seccamente.

Le persone attorno a me incominciarono ad alzarsi e a indietreggiare. Era una qualche specie di conflitto di poteri ed ebbi la sensazione di trovarmici al centro.

L’individuo con il bastone disse ancora qualcosa. Il mio ospite serrò la mano a pugno e l’agitò, poi indicò la porta. Questo era abbastanza chiaro. "Tu, tal dei tali, vattene!"

L’individuo con il bastone lanciò un’occhiata astiosa e se ne andò. Gli altri lo seguirono alla spicciolata finché rimasero solo in tre: il mio ospite, il suonatore di flauto e una persona dal pelame bruno rossiccio che luccicava come rame alla luce del fuoco.

— Uh! — disse il mio ospite.

Gli altri fecero dei gesti che probabilmente significavano la loro approvazione.

Mi sentivo stanca e stordita. Avevo preso troppo di qualcosa, con molta probabilità del liquido. Dovevo andare cauta nel berlo in futuro. Mi strofinai il viso.

Il mio ospite mi guardò, poi gesticolò. Raccolsi il mio zaino. Lui, o lei, mi condusse fino a un’estremità della stanza, dove c’era un mucchio di pellicce. Il mio ospite gesticolò di nuovo. Mi coricai.

— È stata una bella festa. Buonanotte.

Il mio ospite se ne andò. Io sistemai il mio zaino in modo che si trovasse fra me e la parete e mi misi a dormire.

Mi destai con un mal di testa e una sensazione di disorientamento, mi drizzai a sedere e mi guardai attorno, e scoprii che mi trovavo in un vasto spazio interno. La luce penetrava da un’apertura sopra di me e da una porta aperta. Era gialla, il colore della luce del sole a pomeriggio inoltrato. Ma ero quasi certa che fosse mattina.

Una voce parlò poco lontano. Guardai in direzione del suono. Era la persona anziana, il mio ospite. Indossava una lunga veste color arancione scuro e un’alta cintura fatta di rame. In una mano teneva un bastone di legno decorato con pezzetti di conchiglia. L’altra mano era tesa verso di me, con il palmo all’insù. Giudicai che si trattasse di un saluto. A quel punto mi ero ormai ricordata dove mi trovavo in quel momento.

L’anziano individuo venne più vicino e si sedette. Parlò di nuovo, in tono sommesso e cortese.

Io mi misi una mano sul petto e dissi il mio nome. — Lixia.

Dopo un momento, il mio ospite disse: — Li-sa — e puntò il dito verso di me.

— Lixia — ripetei.

Il mio ospite si portò la mano ossuta al petto. — Nahusai.

Lo additai a mia volta. — Nahusai.

La risposta fu un gesto, un rapido movimento della mano. Il mio intuito mi disse che significava "sì".

Bene, allora. Conoscevo una parola. Si riferiva al mio ospite, ma che cosa significava? Era un nome, un titolo o un termine generico come "essere umano"?

Col tempo l’avrei capito.

Entrò una persona: il suonatore di flauto. Indossava la stessa tunica della sera precedente e gli stessi braccialetti di rame.

— Yohai — disse il mio ospite e puntò il dito.

Il suonatore di flauto ci guardò.

Era un nome. Ne ero quasi certa.

Yohai preparò la colazione: una poltiglia di un bruno grigiastro. Aveva un gusto aspro. Ne appresi il nome: atsua. Finito di mangiare, Yohai andò verso l’uscio e fece un gesto. Io presi il mio zaino, seguendolo attorno alla casa. C’era uno spiazzo aperto sul retro, dove cresceva della vegetazione. Era in gran parte azzurrognola con fiori bianchi o gialli.

Che fosse un giardino? Pensai di no. Le piante crescevano in modo disordinato e avevano un aspetto selvatico. Era uno spiazzo invaso dalle erbacce.

Al centro di quel terreno aperto sorgeva una costruzione delle dimensioni più o meno di uno sgabuzzino. Non appena vi arrivai vicino, mi resi conto di che cosa fosse. Una latrina. Puzzava tremendamente. Ci pensai su per un po’, quindi me ne servii. Dopo chiesi come lo chiamassero.

— Hana - rispose Yohai. O forse hna. Non ero sicura di aver sentito una vocale nella prima sillaba.

Yohai gesticolò di nuovo e io lo seguii. Attraversammo il villaggio. Le strade erano piene di bambini. Incontrammo solo alcuni adulti. I bambini smettevano di giocare e mi fissavano. Gli adulti facevano finta che non ci fossi. Avevo la sensazione che Yohai fosse a disagio e mi sentivo un po’ a disagio anch’io. Ma la giornata era bella, mite e radiosa. Soffiava un leggero vento incostante che portava il profumo della foresta e quello molto debole dell’oceano. Non era una giornata in cui stare in ansia, e non lo feci.

Arrivammo alla fine del villaggio. Lì c’erano degli orti: appezzamenti rettangolari lunghi e stretti che si estendevano fra le case e la foresta. Ciascuno di questi era recintato da uno steccato di legno, abbastanza basso da poter vedere al di sopra. All’interno degli steccati c’erano persone che lavoravano, una o due in ogni orto. Si muovevano fra file di piante. Alcune strappavano le erbacce. Altre raccoglievano. Altre ancora versavano acqua da recipienti che somigliavano ad anfore.

Ecco la risposta a uno dei miei interrogativi. Quella società era agricola, almeno in una certa misura.

Entrammo in un orto. A un’estremità c’era un albero. Yohai mi condusse alla sua ombra e indicò il terreno. Mi sedetti.

Il mio compagno, o compagna che fosse, incominciò a lavorare mentre io mi guardavo attorno. In lontananza, verso est, c’erano cumuli frastagliati nel cielo. Un temporale per quella sera. Nell’orto accanto c’era un bimbo, piccolo e peloso, seduto sotto una pianta. Mentre lo osservavo, sollevò la manina cercando di afferrare una delle foglie. Ma la foglia era troppo in alto.

A poca distanza, un adulto versava acqua. Svuotò il recipiente, poi si sedette, si rassettò e si girò. Sotto la sua tunica scorsi il rigonfiamento dei seni. Due seni. Era la prima persona che vedevo che non avesse il torace piatto. Era chiaramente una madre che allattava.

La donna mi guardò, poi fece un gesto: un fendente verticale. Ebbi la sensazione che fosse ostile, così distolsi lo sguardo.

A mezzogiorno Yohai mi raggiunse. Sedemmo insieme e mangiammo del pane. Il pane era piatto e dal gusto aspro. Più tardi Yohai mi insegnò alcune parole: pane, cielo, albero.

Tornammo verso casa. Il mio ospite era lì. Yohai se ne andò. Mi sedetti e imparai altre parole. Nel tardo pomeriggio sentii il brontolio del tuono. Incominciò a piovere; dapprima una pioggerellina, poi un vero acquazzone. Io e il mio ospite cenammo. Era la stessa roba della colazione: atsua. Poltiglia grigia. Non mangiai molto.

Più tardi restammo seduti senza parlare. Il sole era tramontato. La pioggia luccicava, illuminata dalla luce del fuoco: una cortina argentea contro la porta. Mi appoggiai a un palo. Il mio ospite se ne stava chino accanto al fuoco, raggomitolato nella veste arancione. Ogni tanto muoveva una mano. Rigirava un braccialetto o picchiettava sul terreno. Era una persona con un problema grave, e avevo la sensazione che fossi io il problema. Yohai mi aveva dato l’impressione di un’audacia nervosa, di qualcuno che ritenesse doveroso fare una cosa che non desiderava fare. "Vedete che cosa abbiamo qui. Vedete il nostro ospite. Vedete la persona di cui non ci vergognamo." Quello era stato il messaggio che intendeva trasmettere quando mi aveva condotta nell’orto. Che cosa stava succedendo esattamente? Decisi di non fare congetture. Le informazioni che avevo erano troppo scarse e non potevo essere sicura di comprendere qualcosa di quel popolo.

Il giorno seguente ci fu ancora pioggia. Io e il mio ospite lavorammo sulla terminologia: oggetti casalinghi per lo più, e alcuni verbi di uso comune. Nel pomeriggio Yohai tirò giù un piccolo telaio che stava appeso alla parete e incominciò a tessere una striscia di stoffa. Il filato era bianco e blu. Io osservavo. Yohai lavorava rapidamente. Ben presso iniziai a distinguere un disegno; era geometrico, pieno di angoli acuti. Secondo me, aveva qualcosa di ostile ed era di gran lunga troppo intricato. Che significato poteva avere? Quella cultura era forse bizantina? O ero io a soffrire di paranoia?

Mi alzai e mi misi a fare degli esercizi di yoga. Il mio ospite mi guardò, sgranando gli occhi.

Mi interruppi. — Non è niente di dannoso o maligno — dissi in tono cordiale. — Lo faccio per impedire che mi faccia male la schiena e per mantenere la mente abbastanza serena.

Continuai i miei esercizi. Il mio ospite stava a guardare. La pioggia diminuì. Ormai non era che una pioggerellina.

— Scusatemi. — Presi il mio zaino e andai alla latrina. Puzzava come sempre. Entrai e mi sedetti, poi tirai fuori la mia radio e chiamai la nave.

— Sì? — fece la radio. La voce era profonda e un po’ arrochita. Stavo parlando con il dottor Edward Antoine Turbine di Vento, autore di opere quali La società indigena americana nella riserva e Modelli di sopravvivenza nel tardo Ventesimo Secolo, già eminente professore presso l’Università di Duluth — si era dimesso dalla carica quando aveva lasciato la Terra — e da parecchi anni mio collega presso il Dipartimento di Studi Interculturali.

— Sono Lixia — gli dissi. — Chiamo da un gabinetto esterno, così sarò sbrigativa.

Eddie rise.

— Mi serviva un posto riservato.

— Okay — disse Eddie.

Appoggiai la radio sulle ginocchia, poi tolsi il medaglione dalla catena e lo infilai in una fessura nella radio.

Il piccolo computer posto nel medaglione comunicò con il computer appena poco più grande posto nella radio, e questo a sua volta comunicò con un computer a bordo della nave. Ci volle soltanto un minuto. La radio emise un bip e io tirai fuori il medaglione. Tutto quello che il medaglione aveva registrato, tutto quello cioè che mi era successo negli ultimi due giorni, adesso si trovava nel sistema informativo sulla nave.

Directory: Prima spedizione interstellare

Subdirectory: Sigma Draconis II

Sub-subdirectory: Rapporti da luogo operazioni — Scienze sociali

Nome file: Li Lixia

La radio chiese: — C’è dell’altro?

— No.

— Okay. Altri tre si sono messi in contatto. Nessun problema finora. Ma sii prudente e chiama il più presto possibile. Dovrei avere qualche informazione effettiva fra un paio di giorni.

Spensi la radio, la rimisi nello zaino e uscii. Aveva ripreso a piovere forte e dovetti correre fino alla casa.

L’indomani il tempo era sereno. Io e Yohai ci recammo nell’orto. Il terreno era ancora bagnato. Gocce d’acqua luccicavano sulle foglie. Yohai mi insegnò a strappare le erbacce. Lavorammo per tutta la mattinata. A mezzogiorno ci riposammo sotto l’albero. Negli altri orti, le persone si muovevano qua e là, parlando fra di loro, ma nessuno venne a farci visita. Interessante. Avevo di nuovo la sensazione che venisse compiuto un atto doveroso e che Yohai non desiderasse compierlo. Addentai un ortaggio giallo; era succoso e dal gusto dolceamaro.

Alla sera sedetti insieme a Nahusai. Yohai andò fuori, ma non seppi dove. Imparai altri verbi e parecchie preposizioni: il tormento di ogni lingua, ma tenevano insieme e rendevano coerenti tutte le informazioni. A. Da. In. Di. Fra.

Il giorno seguente era il quinto che trascorrevo su quel pianeta. Il cielo era di nuovo limpido. Lavorai con Yohai nell’orto e imparai i nomi di diverse piante. Yohai mi spiegò che era una donna; non una madre, però. E mentre me lo diceva, sembrava infelice.

— Nahusai? — chiesi.

Lei fece il gesto che significava "sì". — Madre — disse, poi si mise la mano sul petto. — Madre me.

Ah, bene. Un rapporto di parentela. Il primo che mi capitava. Incominciai a pensare che stavo arrivando a qualcosa.

L’indomani Yohai mi portò al fiume, che scorreva fra gli orti e la foresta. In quel periodo dell’anno, la piena estate, l’acqua era bassa e scorreva attorno a pietre gialle. Yohai entrò e rivoltò un sasso, poi afferrò qualcosa. — Tsa!

Mi porse quella cosa. Era lunga forse dieci centimetri, verde e dura, con otto zampe. La tenni con circospezione. Le zampe si muovevano. A una estremità c’erano due lunghi peduncoli. Erano occhi? Oppure antenne? Guizzavano avanti e indietro.

— Noi mangiamo — disse Yohai.

— Oh, davvero? — Feci il gesto che significava incertezza o confusione.

— Tu vedi. — Yohai afferrò la creatura e la gettò in una pentola. — Tu qui. — Mi fece cenno di raggiungerla.

Mi tolsi gli stivali, mi arrotolai i pantaloni ed entrai nell’acqua. Lei aveva preso un’altra creatura e anche questa finì nella pentola. — Tu.

Infilai le mani nell’acqua e rigirai un sasso. Qualcosa mi scivolò fra le dita. Cercai di afferrarlo, ma me lo lasciai sfuggire.

— Dannazione. — Trovai un altro sasso e provai di nuovo.

Passammo tutta la mattina nel fiume. Yohai prese una ventina di quegli animali, io solo due.

Alla fine lei uscì dal fiume e restò a fissarmi con aria perplessa.

— In che cosa sono brava? — dissi in inglese. — Domanda interessante. Sono molto brava a imparare le lingue e abbastanza brava a capire come pensano gli altri. Anche se non sempre riesco a spiegarmi come faccio a sapere quello che so. È di qualche utilità?

Yohai raccolse la pentola. Quelle cose verdi erano ancora vive. Strisciavano l’una sull’altra, cercando di uscire.

— Vieni. — Mi fece cenno di seguirla.

Raccattai i miei stivali. Procedemmo per un po’ seguendo la corrente del fiume. Dopo alcuni minuti gli orti erano spariti e tutt’attorno a noi c’erano alberi. L’aria odorava di chissà cosa: la fragranza della foresta, penetrante e caratteristica, per la quale non avevo un nome.

C’erano rapide nel fiume. Niente di eccezionale. L’acqua scrosciava superando una serie di piccoli salti. Qua e là vidi un po’ di schiuma. In fondo all’ultima cascatella c’era un laghetto. Qui l’acqua era calma, verde e profonda.

La mia compagna mise giù la pentola che aveva in mano. Si tolse con un calcio i sandali e si sfilò la tunica dalla testa. Il suo corpo era grazioso, scuro e lucente. Mi ricordava le lontre e gli orsi e anche la mia stessa specie. Era sorprendentemente umanoide. La sola differenza notevole era la pelliccia. Certo, anche gli occhi erano un po’ insoliti. Le pupille erano fessure verticali. L’iride, che era di un giallo chiaro, riempiva l’occhio e non riuscivo a vedere assolutamente il bianco. Le mani avevano tre dita e un pollice. I piedi avevano quattro dita. Se si escludeva questo e il torace piatto, somigliava al nostro primo pilota, Ivanova.

Lei puntò il dito verso di me. — Tu. Li-sha.

Mi svestii.

— Tsa! - Mi toccò la spalla nuda. — Cosa?

Rimasi immobile. Lei mi girò intorno e si fermò alle mie spalle. — Uh! — Sentii il tocco della sua mano, molto leggero, su una scapola. Rabbrividii. Poi venne a fermarsi di fronte a me e fissò il mio torace. Per una donna umana, ero abbastanza piatta. Tuttavia, i miei seni erano di gran lunga più evidenti dei suoi.

— Madre? Tu? — domandò.

— No.

Mi guardò dritto negli occhi, aggrottando la fronte. — Tu cosa?

Le risposi in inglese. — Non riesco a spiegarlo, Yohai. Non ancora. Non so come voi dite "mondo", o "stella", o "amico". Ma non c’è niente di sbagliato in me. Non sono pericolosa. Non ho cattive intenzioni.

Yohai mi fissò ancora per un minuto, poi si voltò e si tuffò nel laghetto. Era un’eccellente nuotatrice. La vidi scivolare nell’acqua verde con l’eleganza di una foca.

Mi tuffai a mia volta, ma scivolai col piede sull’argine e il mio tuffo si trasformò in una tremenda panciata. Tornai a galla, tossendo e sentendomi imbarazzata. Yohai emise un suono scoppiettante. Una risata?

Nuotai verso il centro del fiume, mi girai sulla schiena e mi lasciai galleggiare. L’acqua era fresca e non c’era quasi corrente. Alto nel cielo sopra di me si librava un uccello. Ah!

Dopo un po’ di tempo nuotai verso riva. Mi inerpicai sulla sponda e lavai i miei vestiti, usando un paio di pietre, una tecnica che avevo appreso dagli aborigeni della California. Poi li appesi ad asciugare su un cespuglio.

Yohai mi raggiunse, strofinandosi via l’acqua dalla pelliccia. Sedemmo insieme sulla riva del fiume. Teneva gli occhi semichiusi e il suo pelame luccicava alla luce del sole. Aveva un’aria così serena! Perché io non riuscivo a rilassarmi così? Forse avrei dovuto seguire un altro corso di yoga.

Yohai si scosse dal torpore e mi disse il nome degli animaletti nella pentola.

Quella sera imparai a uccidere e a sgusciare quegli animali. Non lo trovavo divertente, ma lo feci. Yohai bollì quel che ne restava. Il risultato era delizioso. Mangiai troppo. Poi mi sedetti sulla soglia. Nella strada c’erano bambini intenti ai loro giochi. Sembrava che giocassero a rincorrersi. Li osservavo, sentendomi più o meno appagata, anche se avrei bevuto volentieri qualcosa per completare la cena. Qualcosa di leggero e secco. Magari del vino bianco.

La mattina seguente feci un’altra lunga visita alla latrina. Chiamai la nave e trovai di nuovo Eddie.

— Ho delle notizie per te — disse. — Ma prima trasmettimi le tue informazioni.

Infilai il medaglione nella radio e attesi. C’era una mezza dozzina di insetti nella latrina; due mi ronzavano attorno alla testa. Li scacciai con la mano. La radio emise un bip. Tirai fuori il medaglione.

— C’è dell’altro?

— Sì. Abito da due persone. Nahusai e Yohai. Nessuno viene a far loro visita. Quando io e Yohai lavoriamo nell’orto, nessuno ci rivolge la parola. Credo di essere io il problema.

Ci fu una pausa. — Credi che la situazione sia pericolosa? Vuoi venir via?

— No. Non ancora.

Un’altra pausa. — Di solito il tuo intuito è eccellente. Okay. Ma voglio che chiami più spesso.

— Cercherò, ma non sarà facile. Non c’è molta intimità qui.

— Fa’ quello che puoi. Ora, per tua conoscenza, Harrison Yee è stato scacciato dal suo villaggio. Sono stati cortesi, ma categorici. È successo dopo che ha fatto un bagno. Pensiamo che abbia violato un qualche tabù sulla nudità o uno contro il lavarsi nell’acqua corrente o magari solo in quel particolare fiume. Cerca di scoprire come si lava la tua popolazione, prima di fare un bagno.

— Ne ho già fatto uno, Eddie.

— Davvero? Dove?

— Nel fiume più vicino.

— Da sola?

— Insieme a Yohai. La figlia della mia ospite. È sembrata un po’ sorpresa quando mi ha vista nuda. A quanto pare, non si era resa conto che non avevo peli su ogni parte del corpo. Be’, quasi niente peli. A ogni modo, non è successo niente.

— È interessante. Naturalmente, Harrison non si trovava dalle tue parti. Tuttavia, la lingua che stai imparando è simile a quella che stava imparando lui, prima che facesse quel bagno.

— Lui si trova all’altra estremità del continente.

— Già. E la tua lingua è quasi identica a quella che sta imparando Derek. Lui sta sulla costa, più a sud di dove ti trovi tu.

Un insetto mi si posò sulla faccia. Cercai di colpirlo e lo mancai. La radio prese a scivolarmi dalle ginocchia. — Dannazione! — L’afferrai prima che potesse finire nel buco sottostante.

— Lixia?

— Niente. Che cosa significa tutto questo?

— Non lo sappiamo, ma ci sono delle teorie. Può darsi che stiate imparando un linguaggio commerciale, qualcosa di simile all’inglese delle colonie. O forse tutti i popoli contattati finora sono strettamente imparentati e fanno parte di una recente migrazione.

— Quante probabilità ci sono?

— Non molte. Il linguaggio commerciale è una buona possibilità, o almeno così pensiamo al momento.

Chiusi il collegamento e uscii dalla latrina. Fuori, a un paio di metri di distanza, c’era una persona in attesa. Portava una lunga veste e un alto cappello. La veste era coperta di ricami e il cappello ornato di conchiglie. Dopo un attimo riconobbi l’inividuo, era lo stesso che aveva interrotto la festa di Nahusai.

— Sì? — feci nella lingua del posto.

L’individuo fece un gesto, un fendente verticale, poi si girò e si allontanò.

Tornai verso la casa in preda a un certo nervosismo. Quella persona emanava ostilità. Chi era? Non potevo domandarlo. Non conoscevo le parole giuste.

Durante i sei giorni che seguirono il cielo si mantenne sereno. Il tempo era molto caldo. Io e Yohai lavoravamo nell’orto. Per lo più, portavamo acqua dal fiume: un pesante recipiente dopo l’altro. Versavamo l’acqua sul terreno arido, poi tornavamo al fiume. Riempivamo di nuovo i nostri recipienti e tornavamo nell’orto.

Mi dolevano le braccia. Mi dolevano le spalle. Avevo un terribile male alle reni. Cercai di ripensare al perché mi ero cacciata in quella situazione. Aveva qualcosa a che vedere con l’avventura romanzesca del viaggio interstellare. O era la ricerca della conoscenza?

Nel pomeriggio tornavamo a casa a riposarci. Alla sera Yohai usciva: tornava nell’orto o forse andava da qualche altra parte. Io restavo con Nahusai. Lei mi insegnava qualcosa di più della lingua. Cominciavo a capire delle frasi complete.

Non mi lasciavano mai sola, a parte quando andavo alla latrina. Non ero certa del perché. Nahusai e Yohai avevano forse paura di me? O temevano che qualcuno potesse cercare di farmi del male?

Non mi sentivo del tutto al sicuro, neppure nella latrina. Forse qualcuno mi osservava. Senza dubbio l’individuo col cappello l’aveva fatto. Le persone potevano notare se passavo parecchio tempo là dentro. Potevano decidere di avvicinarsi di soppiatto e ascoltare. Non avrebbero compreso la mia conversazione, ma avrebbero capito che parlavo con qualcuno che non era presente.

Andò a finire che chiamai dalla casa una notte in cui le mie compagne si addormentarono presto.

— Dove diavolo sei stata? — domandò Eddie.

Abbassai il volume e spiegai la situazione.

— Lixia, devi tenerti in contatto. Eravamo preoccupati. La Ivanova comincia a parlare di venire a cercarti. Riesci a immaginare la scena? Piomberebbe lì come il Settimo Cavalleria, e noi dovremmo trovare il modo di rimediare allo scompiglio che provocherebbe.

— D’accordo — dissi e abbassai ancora di più il volume. All’altra estremità della casa, Yohai e Nahusai russavano. Sembravano quasi del tutto umane.

Eddie mi riferì le notizie. Harrison Yee era tornato sulla nave e altrettanto aveva fatto Antonio Nybo. Tony era stato nell’arcipelago. Vi aveva trovato numerosi luoghi cerimoniali: massi sistemati in modo da formare dei cerchi e rocce con pittogrammi, ma nessun abitante. La sua isola era deserta.

— Di interesse esclusivamente archeologico — disse Eddie. — Lo abbiamo richiamato a bordo.

C’erano altre cinque persone della Terra ancora sul pianeta. Quattro di loro si trovavano in villaggi più o meno simili al mio. La quarta, Gregory, stava con un popolo delle montagne occidentali.

— Allevano greggi e fanno fantastici lavori di tessitura, o così almeno mi dice Gregory.

— Uhu.

— Non sembra che ci siano grandi centri abitati. Non sappiamo ancora il perché. Non abbiamo neppure delle teorie in proposito.

— Una situazione disperata — commentai.

Eddie rise.

Yohai si lamentò e si rigirò.

Dissi: — Devo andare.


Il quattordicesimo giorno del mio soggiorno nel villaggio decisi che dovevo chiamare di nuovo. Attesi finché non si fece buio, poi andai alla latrina. L’unica grande luna del pianeta stava sorgendo. Era sospesa sopra i tetti, di un arancione intenso, all’ultimo quarto. Lasciai aperto l’uscio della latrina. Entrando, il chiarore lunare, mi permetteva di vedere abbastanza bene per far funzionare la mia radio.

Quella sera Eddie aveva una nuova e interessante notizia.

— Yvonne sostiene che non ci sono uomini adulti nel suo villaggio. Ci sono alcuni vecchi. Vivono ai margini del villaggio, a quanto dice, ciascuno per proprio conto. E ci sono ragazzi, bambini di sesso maschile. Ma nessuno nell’età di mezzo.

Riflettei per un momento. — Conosco la parola che significa "ragazzo" e ho visto dei ragazzini giocare nella strada. I bambini più piccoli non portano indumenti. Il sesso è evidente, e un interessante esempio di evoluzione parallela. Ma non conosco il termine per "uomo". — Mi morsicai il labbro per uno o due minuti. — Lascia che indaghi su questo fatto.

— Okay — disse Eddie.

Chiusi il collegamento e mi appesi la radio alla spalla, quindi uscii dalla latrina. La luna era proprio sopra di me. Era più piccola della nostra Luna, ma più prossima al suo pianeta principale, con un’albedo assai maggiore. Illuminava l’area circostante: lo spiazzo di erbacce, la latrina e una mezza dozzina di abitazioni.

Mi incamminai verso la casa di Nahusai. Qualcosa si mosse nell’ombra lungo la parete.

— Sì? — chiamai. — Che cosa c’è?

Qualcos’altro si mosse alla mia destra, nei pressi di una delle case circostanti. Mi voltai. C’era una persona ritta nel chiarore lunare. Indossava una veste lunga.

— Che cosa c’è? — domandai.

— Sono Hakht — fece una voce aspra. O forse la voce disse "Akht". Non ero certa dell’aspirazione iniziale.

Altre figure emersero dall’oscurità. Erano una mezza dozzina e due portavano dei bastoni. Si disposero in cerchio attorno a me, a una certa distanza. Nondimeno, mi impedivano ogni via di uscita dal cortile.

— Ti abbiamo sentita. Tu vai lì… — La figura con la veste lunga additò la latrina. — Tu parli. Tu fai… — Disse qualcosa che non riuscii a capire, ma sembrava un’accusa.

— Non ho fatto niente di male — dissi.

L’individuo fece un gesto che significava "no" o "non sono d’accordo", ne ero abbastanza sicura. — Sei una qualcosa. Ti ordino di andartene!

— Non capisco — ribattei.

— Vattene! — urlò l’individuo.

Mi guardai attorno. Nessuno si avvicinava. Che cosa supponevano che fossi? Uno spirito maligno? Feci un passo avanti. Le persone davanti a me si spostarono su entrambi i lati.

— Grazie — dissi in inglese.

Alle mie spalle l’individuo dalla veste lunga sbraitò: — Qualcosa! Vattene!

Girai intorno alla casa finché non arrivai sul davanti ed entrai. Nahusai era andata a letto. Yohai sedeva accanto al fuoco. Tesseva, usando il piccolo telaio a mano. Alzò gli occhi.

— Una brutta faccenda — dissi. — Una persona chiamata Hakht o Akht.

— Tsa! - Si alzò, aiutandosi con le mani. — Che cosa?

— Ero nella latrina. Sono uscita. Hakht era lì. Hakht ha detto: "Vattene".

— Uh! — Yohai si precipitò dalla madre e scosse l’anziana donna per svegliarla. Parlarono sottovoce e in fretta. Mi morsi l’unghia del pollice.

— Nahusai! — fece una voce alle mie spalle. Era Hakht, naturalmente. Se ne stava ritta nel vano della porta, tenendo un bastone con una mano e un sonaglio con l’altra. Il sonaglio era dipinto di bianco e dall’impugnatura penzolavano delle penne nere.

— Che cos’è questa storia? — s’informò Nahusai.

Lanciai un’occhiata all’anziana donna. Adesso era in piedi. Yohai reggeva una cintura fatta d’argento. La vecchia si sistemò la lunga veste, poi prese la cintura e se la mise. Dopo di che, aprì una scatola e tirò fuori una mezza dozzina di collane. Erano in argento, rame, bronzo e conchiglie. Le indossò. Yohai le porse un bastone. Lei venne verso di noi camminando adagio, con dignità, appoggiandosi al bastone.

— È notte, figlia di mia sorella — disse rivolta a Hakht. Parlava con voce lenta e chiara. Avevo l’impressione che volesse che capissi anch’io. — Che cosa ci fai qui?

Hakht agitò il sonaglio nella mia direzione. Fece un suono ronzante. — Quella se ne andrà.

— No — rispose Nahusai.

— È una qualcosa! — dichiarò Hakht.

— No. Che cosa ti ho insegnato, figlia di mia sorella? Come riconosciamo un qualcosa? — Nahusai alzò un dito. — A loro non piace mangiare. — Alzò un secondo dito. — Non dormono mai. — Alzò un terzo dito. — Non entrano in acqua. Non è così?

Nahusai fece un cenno nella mia direzione. — Questa dorme. Mangia… — La mia ospite fece un ampio gesto, indicando che mangiavo in abbondanza. — Usa la latrina. È stata nell’acqua. L’ha vista Yohai. Non è una qualcosa. Dici una cosa sbagliata, figlia di mia sorella. Non è la verità.

Hakht si accigliò e aprì la bocca per rispondere.

Nahusai additò la porta. — Non intendo parlare di notte. Vattene!

Dopo un istante, Hakht si girò e uscì lentamente, con palese riluttanza. Teneva la schiena rigida e la mano che reggeva il sonaglio si muoveva leggermente. Udii un debole ronzio discontinuo.

Quando se ne fu andata, Yohai incominciò a gemere.

— Tsa! - esclamò la donna anziana.

Mi scoprii a tremare. Mi sedetti e per poco non caddi nel piegarmi. Nahusai e Yohai si misero a parlare fra loro e c’era tensione nelle loro voci. Non riuscii a capire una parola della conversazione.

Che cosa era successo, in ogni modo? Hakht mi aveva accusata di essere una qualche specie di creatura soprannaturale. Un mostro, uno spirito maligno, uno spettro. Nahusai aveva detto che non ne avevo le caratteristiche distintive, di qualunque cosa si trattasse. Aveva parlato come se fosse un dottore che discute i sintomi di una malattia. Doveva essere una maga o una sacerdotessa, e anche Hakht doveva esserlo. Una specialista rivale. In tutti i casi, Hakht si era tirata indietro, sconfitta, almeno per il momento. Ma ero abbastanza certa che la disputa non sarebbe finita lì. Dovevo chiedere a Eddie di venirmi a prelevare? Mi mordicchiai un’unghia. Non ancora.

La mia ospite parlò, con voce calma e decisa. Qualunque cosa stesse dicendo, sembrava irrevocabile. Yohai fece un gesto che io non compresi del tutto, ma pensavo che significasse "così sia".

Nahusai sospirò. Appoggiò di nuovo il bastone alla parete, poi si tolse i monili. Aveva un’aria sfinita.

— Li-sha. — Era Yohai.

— Sì?

— Dormi. — Yohai indicò col dito il mio mucchio di pellicce.

Ubbidii, ma non riuscii a prendere sonno per ore.

All’alba Yohai mi scrollò. — Svegliati. Mangia.

Mi tirai su a sedere. Il fuoco ardeva con una vivida fiamma. Sopra era appeso un paiolo, e lì accanto era seduta la mia ospite.

— Vieni — fece Yohai. — Adesso.

Andai per prima cosa alla latrina. Fuori faceva freddo. Il terreno era bagnato di rugiada e il cielo era del colore indefinibile dell’alba. Perché ero già in piedi a quell’ora? Altri guai, conclusi. Usai la latrina e tornai verso la casa. C’era dell’acqua in una grossa catinella accanto alla porta. Mi lavai ed entrai.

La colazione consisteva nella solita poltiglia. Pareva che fosse il loro cibo preferito. Finito di mangiare, la mia ospite mi guardò. La sua espressione era grave. — Li-sha. — Fece una pausa e aggrottò la fronte. — Hakht dice cose cattive. La gente ascolta. Dicono: "Sì. Li-sha è una qualcosa. È cattiva". S’interruppe di nuovo e restò a fissare il fuoco, poi tornò a rivolgersi a me. — Io sono vecchia. Loro sanno che andrò… — Batté leggermente sul pavimento. Il gesto significava sotto terra. — Io parlo. Loro non mi ascoltano. Va’ con Yohai.

— Dove?

— Un buon posto. Va’.

Misi le mie cose nello zaino, poi me lo caricai sulle spalle. Yohai indossò una semplice tunica marrone e una cintura di cuoio, alla quale era appeso un fodero, e nel fodero c’era un coltello. Aveva un manico fatto di ottone e corno.

— Vieni — disse Yohai.

Mi fermai di fronte a Nahusai. Non conoscevo la parola per dire "grazie", ma esisteva un gesto. Mi toccai il petto, poi girai la mano con il palmo rivolto verso Nahusai.

Lei ricambiò il gesto.

Le porsi un dono: una scatola. Era fatta con il legno proveniente da una delle Isole Deserte, intarsiato con frammenti di conchiglia. Erano di un rosa e di un verde iridescenti, più belle dell’aliotide e della madreperla.

Nahusai prese la scatola.

— Addio — dissi in inglese, poi seguii Yohai fuori dalla porta.

Il sole stava appena facendo la sua comparsa. Guardando verso est, lo vidi: una striscia di luce arancione sopra i tetti. Il cielo era sereno. La strada deserta, fatta eccezione per un ki giallo: un volatile domestico, qualcosa di simile a una gru. Era a caccia di insetti fra le erbacce lungo la parete di una casa. Lo spaventammo. Il volatile si allontanò impettito e noi ci affrettammo nella direzione opposta.

Quando il sole si fu levato del tutto, noi ci trovavamo già nella foresta. I tronchi s’innalzavano da tutti i lati come pilastri in una cattedrale dei tempi antichi. Molto più sopra di noi c’erano i rami e le loro foglie scure nascondevano il sole. Ogni tanto arrivavamo in una radura, illuminata dal sole e piena di insetti volanti. Doveva esserci una nidiata, oppure stavo assistendo a una migrazione? In ogni caso, gli insetti erano tutti della stessa specie. Il corpo era di un blu elettrico, le ali trasparenti e incolori, fatta eccezione per due grosse chiazze rosse.

In una radura gli insetti erano particolarmente numerosi. Si libravano tutt’attorno a noi. Uno mi si posò sul braccio. Mi fermai, affascinata. L’insetto agitò le ali. Contai otto zampe e due antenne.

— Vieni — mi sollecitò Yohai.

Mi affrettai a seguirla. L’insetto volò via.

A mezzogiorno giungemmo nei pressi di una costruzione che sorgeva in una radura più vasta del consueto. Tutt’attorno crescevano erbacce e sul retro scorreva un torrente. Udivo il rumore dell’acqua corrente.

— È questo il posto — mi disse la mia compagna.

La costruzione era piccola e vecchia. Un tronco sosteneva una parete e il tetto era di cuoio. Ero abbastanza certa che non fosse il tetto originario, ma piuttosto una riparazione di fortuna, fatta da qualcuno che non era un carpentiere. Su un lato, a poca distanza, c’era una seconda costruzione, una specie di capanno dal quale proveniva del fumo. Che cosa poteva essere? Ebbi la risposta un momento dopo: il suono di un martello. Una fucina.

La mia compagna si diresse verso il punto da cui proveniva il suono e io la seguii. Ci fermammo davanti all’entrata del capanno e guardammo dentro. Un fuoco ardeva in una fucina di pietra e c’era una persona china sopra un’incudine di ferro. C’era del metallo sull’incudine, di un intenso giallo incandescente. La persona sollevava un martello, poi lo abbatteva, lo sollevava e lo abbatteva di nuovo.

Yohai alzò una mano in un cenno di ammonimento. "Aspetta" significava quel gesto. E io aspettai.

Dòpo un po’ la persona mise giù il martello, si raddrizzò, si stiracchiò, emise un mormorio e infine si girò e ci vide. — Uh!

Yohai disse qualcosa che non compresi.

Il fabbro, uomo o donna che fosse, fece un gesto.

Yohai disse ancora qualcosa. Intanto io osservavo con attenzione il fabbro. Indossava sandali e un grembiule di cuoio; nient’altro. Lo guardai bene: ampie spalle, un grande torace, braccia possenti. Era una creatura imponente. Il pelame che la ricopriva era di un bruno rossiccio, un colore insolito. Non c’era stato qualcuno di simile alla festa la sera in cui ero arrivata?

Yohai smise di parlare.

Il fabbro fece un altro gesto, poi mi guardò. — Io sono Nia. Resterai qui.

Feci il gesto dell’assenso.

Yohai disse qualcosa rivolta a me. Era un addio? Si voltò e si allontanò, camminando in fretta. Nel giro di uno o due minuti era sparita.

— Siediti — mi disse Nia. — Io… — Fece un cenno in direzione del fuoco.

— Capisco.

Mi sistemai in un angolo. Nia aggiunse altra carbonella al fuoco, poi cominciò ad azionare il mantice: una grossa sacca fatta di cuoio con attaccato un bastone. Nia alzava e abbassava il bastone. La sacca si riempiva e si svuotava. Il fuoco si ravvivò. Dopo qualche istante, Nia raccolse le tenaglie e depose il metallo nel fuoco.

— Che cos’è quello? — domandai, indicandolo col dito.

Nia mi disse la parola che significava ferro, poi riprese a lavorare. Batté il pezzo di ferro finché non fu piatto, poi lo riscaldò e lo ripiegò, quindi ricominciò a batterlo fino ad appiattirlo. L’operazione si ripeté più e più volte. Mi stancai di osservare.

A un certo punto del pomeriggio Nia smise di lavorare. Tirò un sospiro e si stiracchiò. — Cibo.

— Sì. — Mi alzai in piedi.

Andammo nell’altra costruzione. L’interno era vuoto, a parte un mucchio di pellicce e un paio di recipienti. Nia si tolse il grembiule, poi rovistò fra le pellicce e trovò una tunica. Se la mise.

— Ecco. — Tirò fuori del pane da un recipiente. L’altro era pieno di un liquido: il narcotico dal gusto acre che avevo bevuto alla festa.

Ci sedemmo sulla soglia e mangiammo e bevemmo.

— Da dove vieni? — s’informò Nia. Aveva la bocca piena di cibo e non riuscii a capirla, così lei dovette ripetere la domanda.

— Non sono di queste parti — risposi.

— Io appartengo al Popolo del Ferro — fece lei. — Si trova molto lontano. Laggiù. — Puntò il dito in direzione del sole. — Tu?

Feci un cenno nella direzione opposta, verso oriente.

— Già. — Bevve altro liquido. — Questa gente è difficile da capire. — Si alzò e tornò nella fucina.

Io rimasi dov’ero finché non sentii il rumore del martello di Nia. Poi tirai fuori la radio e chiamai Eddie.

Quando ebbe ascoltato ciò era accaduto, lui disse: — Dovrei tirarti fuori di lì.

— No.

— Perché no?

— Non credo di correre alcun pericolo, e se così fosse… Eddie, sapevamo tutti quanto potesse essere pericoloso. Avremmo potuto mandar giù dei robot. Abbiamo mandato delle persone perché volevamo quello che solo le persone possono apportare a una situazione. La prospettiva umana. Abbiamo deciso con una votazione di correre il rischio e c’è stata una netta maggioranza a favore.

Eddie restò in silenzio.

— Io voglio restare. È la mia prospettiva umana. È la ragione per cui ho lasciato la Terra, non per starmene seduta in una sala in una dannata nave. Finalmente sono in grado di portare avanti una conversazione, e comincio a imparare come gli indigeni lavorano il ferro. Lo sai che mi interessa la tecnologia.

Ci fu ancora silenzio, poi un sospiro. — Mi sono opposto all’impiego di robot perché ero convinto che sarebbero stati più dirompenti delle persone. D’accordo. Rimani. Ma credo che tu abbia torto.

— Riguardo a che cosa? La situazione?

— No. La tecnologia. È un tipico preconcetto occidentale. Tu credi che un utensile sia più importante di un sogno perché un utensile può essere misurato e un sogno no.

Feci un suono evasivo.

— La colpa è dei greci — disse Eddie.

— Che cosa?

— Sono stati loro a sentenziare che la realtà era matematica. Un’idea folle! Un valore etico non è come un triangolo. Un concetto religioso non si può ridurre a una formula. E tuttavia sono entrambi reali. Sono entrambi importanti.

— Non avrai modo di litigare con me. Non ne so abbastanza della filosofia occidentale per difenderla. E devo chiudere la trasmissione.

— Chiamami domani.

— D’accordo.

Nia tornò al crepuscolo. Divise in due il suo mucchio di pellicce. — Tu dormi lì. — Indicò uno dei mucchi.

Mi svegliai al levar di sole. Nia era già in piedi e si stava mettendo il grembiule. — Yohai dice che puoi imparare. Vieni.

Andammo nella fucina. Nia accese il fuoco, poi mi insegnò ad azionare il mantice. Quella mattina fece la lama per una zappa. Era appuntita e aveva due barbigli sulla parte posteriore: per sarchiare, decisi, anche se dava l’impressione di poter essere usata come arma.

Non avevo visto nessuna autentica arma. Nessuna spada. Nessuna picca. Non una scure né una mazza da combattimento. Niente che fosse palesemente concepito per fare del male a un’altra persona.

Era una cosa interessante. Forse gli uomini, ovunque si trovassero, avevano gli strumenti per uccidere.

A mezzogiorno ci interrompemmo per mangiare. Domandai a Nia il nome di parecchi oggetti: la lama della zappa, il martello, e così via. Lei aggrottava la fronte e me lo diceva. Avevo la sensazione che non sarebbe stata un’insegnante molto brava. Sembrava laconica per natura.

Tornammo al lavoro. Presto cominciarono a dolermi le braccia, poi la schiena e infine le gambe. Il fumo mi irritava gli occhi e non ero troppo entusiasta delle nuvole di vapore prodotte quando Nia immergeva la lama incandescente in un secchio d’acqua. Lo fece due volte. Alla fine portò fuori la lama. La esaminò alla luce del sole, poi fece il gesto che significava "sì".

— Va bene? — domandai.

— Sì. Ne farò un’altra.

Maledizione a lei. La fece. Quando ebbe finito, io ero ormai esausta. Andai fuori e mi sdraiai per terra mentre lei riduceva il fuoco e metteva via gli utensili. Era ordinata fin quasi alla pignoleria nel lavoro. La casa, al contrario, era in un totale disordine. Per la prima volta notai che la giornata era fresca e luminosa. Una bella giornata, quasi finita ormai. Decisi di non chiamare Eddie. Era uno sforzo troppo grande. Invece me ne andai a letto.

Il giorno seguente Nia fabbricò del filo metallico. Io lavorai al mantice e imparai una nuova frase: "Aziona in modo costante, idiota!".

Quella sera restammo sedute nella casa di Nia a bere il liquido acre. Alla fine eravamo entrambe un po’ ubriache. Nia incominciò a cantilenare fra sé e sé, battendo una mano sulla coscia per tenere il tempo. Aveva gli occhi socchiusi e un’aria trasognata.

Io ero appoggiata alla parete e osservavo il fumo che saliva dal fuoco. Era un cambiamento in meglio, decisi. Nia era taciturna e irascibile, ma non era malinconica. Nahusai era solita passare parecchio tempo seduta a rimuginare e Yohai era quasi sempre indaffarata. L’avevo trovato irritante.

Nia smise di cantilenare. La guardai. Adesso era coricata e un minuto dopo incominciò a russare. Una compagna distensiva, mi dissi.

Durante i dieci giorni che seguirono non accadde niente di rilevante. Aiutavo Nia nella fucina e la sera parlavo con Eddie.

— Non ci sono dubbi sulla tua lingua — mi disse una sera. — È una lingua franca, il che spiega perché è così facile da imparare. Anche il continente grande ha un linguaggio commerciale, uno diverso, che non è assolutamente collegato con il tuo. Yvonne e Santha lo stanno imparando. Meiling impara qualcos’altro, un linguaggio locale, terrificante nella sua complessità.

— E Gregory? — m’informai.

— Un altro linguaggio locale, ma meno difficile. Oh, a proposito, a Gregory è successa una cosa interessante…

Attesi con impazienza. Avevo imparato che Eddie tendeva a serbare le informazioni veramente importanti per la fine di una conversazione.

— Gli individui fra cui si trova hanno scoperto che è un maschio. Gli hanno detto di andarsene. Lui ha chiesto il perché. Pare che la domanda li abbia lasciati interdetti. Non riuscivano a credere che l’avesse fatta. Alla fine, però, glielo hanno spiegato. Nella loro società gli uomini vivono per proprio conto, su fra le alte montagne. Badano alle greggi e non si recano mai nelle case dove abitano le donne. L’idea stessa è ignobile. Gregory dice di non essere riuscito a pensare a un modo garbato per informarsi sulla procreazione.

— L’hanno cacciato via?

— No. Ha detto loro che non sapeva come restare vivo da solo fra le montagne. Hanno discusso a lungo, poi hanno deciso di lasciarlo restare in una delle costruzioni esterne, una specie di granaio. Ed è rimasto lì. J’y suis, j’y reste, dice.

— Gli uomini vivono totalmente da soli?

— Secondo Gregory, sì. Le donne sostengono che gli uomini hanno un brutto carattere. Non amano la compagnia.

— Ah, sì? Questo spiega ciò che è successo a Harrison.

— Uhu. Ho avvertito Derek e Santha. Yvonne parlerà con la sua ospite; è l’informatrice ideale, una cronachista tribale che non smette mai di parlare.

Feci il gesto dell’intesa, poi sorrisi e dissi: — Sì.

— Tu parlane con Nia. Chiedile informazioni sugli uomini della sua società.

Promisi che l’avrei fatto, ma non lo feci. Non era mai facile parlare con Nia. Spesso si interrompeva nel bel mezzo di una frase e restava a fissare il vuoto oppure cambiava argomento. Avevo l’impressione che vivesse da sola da troppo tempo. Aveva dimenticato come si teneva una conversazione. Mi concentrai sul compito di carpirle informazioni sulla grammatica. Le domande sulle tradizioni popolari potevano aspettare ancora un po’.

Una mattina Nia rovistò fra le travi della sua casa e tirò giù due asce.

— Vieni — mi disse. — Andiamo a far legna.

Trascorremmo tutta la mattina nella foresta. Nia abbatté un albero che era alto forse dieci metri. Il tronco era diritto, i rami spogli, a parte alcune foglie appassite. L’albero era evidentemente morto, e da un po’ di tempo.

Quando l’albero fu a terra, Nia disse: — Fallo a pezzi.

— Farò del mio meglio.

Cominciai a spaccarlo. Nia si allontanò. Quando mi interruppi per fregarmi le mani, sentii la sua ascia a breve distanza. Stava abbattendo un altro albero.

A mezzogiorno ci prendemmo un po’ di riposo.

— A che cosa serve? — le domandai

— Carbonella. — Masticò un pezzo di pane. — Questo legno è già secco. Domani lo mettiamo sotto terra. Brucerà per nove, dieci giorni, adagio, sotto terra. Allora diventerà carbonella.

Si alzò, si stiracchiò e fregò le palme delle mani sulle cosce. — È ora di tornare a lavorare.

Emisi un gemito e presi la mia ascia.

Dopo qualche minuto la vescica che avevo sulla mano destra si ruppe. Misi giù l’ascia e mi guardai la vescica. C’era del sangue. Avrei dovuto medicarla. Tornai verso la casa di Nia e aprii il mio zaino. Era meglio lavare la ferita? Decisi di non farlo. Appariva pulita e non sapevo che genere di microbi vivessero nei corsi d’acqua, soprattutto quelli in prossimità di un villaggio. In teoria, niente su quel pianeta poteva nutrirsi di me. La nostra materia genetica era troppo diversa e nessun virusoide locale avrebbe potuto usare il mio Dna per riprodursi. Nessun batterioide locale avrebbe potuto usare le mie cellule per alimentarsi. Tuttavia…

Tirai fuori il barattolo del bendaggio e mi spruzzai una piccola e sottile fasciatura. Bruciava. Sarebbe servita da disinfettante. Mi sedetti e aspettai che la fasciatura si asciugasse. Era lucida e color bruno scuro: color carne, stando all’etichetta sul barattolo, e prodotto nella Confederazione Sudafricana.

— Nia! — gridò una voce.

Alzai lo sguardo. Yohai usciva dalla foresta, camminando in fretta.

— Dov’è Nia?

— Laggiù. — Glielo indicai col dito. — Puoi sentire il rumore dell’ascia.

— Cattive notizie! Devo informarla. — Corse via.

Pensai di seguirla, ma poi decisi di no, misi via il barattolo del bendaggio e feci un po’ di lavori di casa. Quel disordine incominciava a farmi impazzire. Appesi gli indumenti di Nia e sistemai le pellicce su cui dormivamo in due mucchi ordinati. Quando ebbi finito, uscii. Non riuscivo a sentire i colpi dell’accetta né alcun altro suono all’infuori dello stormire delle foglie. Il sole splendeva nel cielo, quasi radioso come il nostro Sole, e l’aria era torrida. Mi sedetti all’ombra di una parete e attesi. Dopo mezz’ora, arrivarono Nia e Yohai.

— È ora che ti dica che cosa sta succedendo — fece Nia.

— Mi farebbe piacere.

Si accosciarono entrambe. Nia depose per terra le sue due accette, poi si grattò il naso. — Nahusai si trova a letto. Non riesce ad alzarsi. Non riesce a mangiare. Hakht dice che sei stata tu a far questo. Hakht dice che devi essere cacciata. Altrimenti Nahusai morirà e altra gente dopo di lei. Tu fai delle canzoni. Le canzoni fanno del male. Rubano il respiro dalla bocca. Fanno diventare duro come pietra il sangue dentro la pancia. — Nia rivolse un’occhiata a Yohai. — È questo che hai detto.

Yohai fece il gesto dell’approvazione. — Credo che sia stata Hakht a comporre le canzoni. È lei quella che sta facendo del male. Mia madre è vecchia. Non può difendersi. Io non ho il potere. Le persone che non sono più qui non parlano con me. Non posso difendere mia madre.

Bene, la cosa era abbastanza chiara. Nahusai era ammalata. Hakht mi stava accusando di aver gettato un incantesimo sull’anziana donna. Ero una strega, secondo Hakht, in ogni caso.

— Perché Hakht sta facendo questo?

Fu Nia a rispondermi. — Non sa aspettare. Vuole essere la donna più importante del villaggio. E lo sarà, quando Nahusai andrà… — S’interruppe, poi batté con la mano sul terreno. — Le ha insegnato Nahusai. Nahusai ha detto: "Questa sarà quella che verrà dopo di me". Ma lei non sa aspettare. — Nia aggrottò la fronte. Dopo un momento, aggiunse: — Ci sono persone così.

Feci il gesto dell’approvazione.

— Lei cerca di immischiarsi in ogni cosa. Se Nahusai dice "sì" a qualche cosa, quella donna dice "no". Nahusai ti ha accolta. Per questo Hakht dice che sei un demonio.

— È la verità — disse Yohai.

— Che cosa facciamo? — domandai.

— Riesco a pensare a una cosa soltanto — disse Nia. — Dobbiamo aspettare. Se Nahusai starà meglio, farà tacere Hakht. Se non… — Nia fece un gesto che non riconobbi.

— Che cosa significa?

— Chi può dirlo?

Stavo per ripetere la mia domanda quando mi resi conto che Nia aveva già risposto. Il gesto, la mano tesa, poi inclinata di qua e di là, significava "chi può dirlo?".

Nia si alzò in piedi. — Yohai, tu torna a casa. Io e Li-sa saremo prudenti. Grazie per l’avvertimento.

Yohai fece il gesto dell’intesa, quindi se ne andò. Attesi finché non fu partita, poi guardai Nia. — Credi che abbia ragione?

— In che senso?

— È stata Hakht a provocare tutto questo? Ha fatto del male a Nahusai?

Nia aggrottò la fronte. — Io non so se le canzoni facciano qualcosa. O se le persone che non sono più qui ascoltino qualcuno. Ma una donna come Hakht conosce cose da mettere nel cibo. È una brutta situazione. — Serrò il pugno e colpì la parete sopra di me. — Odio questo posto! Sono stanca degli alberi scuri. Sono stanca delle persone. Stanno sempre a raccontarsi storie sull’una o sull’altra. Stanno sempre a progettare come farsi del male a vicenda. — Si chinò e afferrò un’ascia, poi se ne andò. Un po’ più tardi sentii il rumore di un’accetta. Nia stava abbattendo un altro albero.

Pensai di chiamare Eddie, ma poi decisi di no. Dieci a uno che avrebbe voluto farmi tornare sulla nave. Non pensavo che la situazione fosse pericolosa e volevo sapere che cosa sarebbe successo in seguito.

Me ne andai sulla riva del fiume e feci i miei esercizi di yoga. Quindi meditai, osservando l’acqua corrente. Al crepuscolo comparvero degli insetti: erano piccoli, simili a zanzare. Non morsicavano, ma mi s’infilavano nel naso e negli occhi. Mi alzai e tornai verso casa, sentendomi rilassata. La mia mente, solitamente attiva e un po’ ansiosa, ora sembrava sgombra e serena come il cielo sopra di me. Mi fermai e guardai in su. C’era una luna sopra la foresta, una sottile falce, meno di un quarto. Era di un giallo tenue e brillava della luce di un sole sparito. Tutt’a un tratto mi sentii colma di una gioia intensa. Da un momento all’altro le cose avrebbero cominciato ad avere senso, avrei visto il disegno nei fenomeni rilevabili, o al di là di questi, avrei capito il mistero della vita, il segreto dell’universo.

Poi la sensazione sparì. La luna era solo una luna. Scrollai le spalle. Una volta ancora non ero arrivata fino in fondo. A che cosa, in ogni caso? Non ero davvero sicura che questi momenti di quasi rivelazione significassero qualcosa.

Entrai e trovai Nia che preparava la cena: una pappa d’aveva brodosa con mescolate dentro delle bacche. I suoi movimenti erano bruschi e il suo corpo pareva teso. Era ancora infuriata. Decisi di restare in silenzio. Mangiammo e andammo a dormire.

Mi svegliai, sentendo un rumore: un sommesso tum-ta-tum. Proveniva dall’esterno. Un tamburo.

Chiamai: — Nia?

Lei uscì carponi dal letto. Un istante dopo era sulla porta e l’apriva. Entrò una luce grigia. Nia se ne stava ritta nel vano della porta. Era nuda e teneva in mano un’ascia.

Mi alzai e mi avvicinai alle sue spalle.

Mancava poco al sorgere del sole e c’era luce a oriente. Nella radura di fronte alla casa ardevano cinque torce. Avevano un che di suggestivo mentre ondeggiavano al vento, ma servivano ben poco a illuminare. Vidi delle figure scure e compresi che doveva trattarsi di persone. Ma non sapevo chi fossero e neppure quante ce ne fossero. Venticinque? Trenta? Forse di più.

Nia brontolò qualcosa e uscì dalla porta. Io la seguii. Una persona venne verso di noi. Teneva in mano un sonaglio e lo muoveva in continuazione. Faceva un rumore simile a un serpente a sonagli impazzito.

— Finiscila con quel baccano — disse Nia. La sua voce aveva un suono rabbioso.

— Benissimo. — Il rumore cessò. — Siamo venute per il demonio. — Riconobbi la voce. Forte, stridula e arrogante, apparteneva a Hakht.

Nia si lanciò un’occhiata attorno. — Che significa tutto ciò? Nahusai è morta?

— È morta la notte scorsa. Ero nella mia casa e componevo una canzone per allontanare la malasorte. Ho sentito gridare Yohai. Ho capito che la vecchia se n’era andata.

— E Yohai? — domandò Nia. — Yohai è qui?

Il cielo si andava schiarendo e vidi il gesto che fece la fattucchiera. Significava "no".

— Ci sono cerimonie che vanno celebrate. Lei le ha cominciate. — Hakht alzò la voce. Aveva un tono di trionfo. — Lei non vi aiuterà. Le ho detto che è stata lei a causare la malasorte. Ha suscitato la collera delle persone che non sono più qui. Le ho detto che tutto questo deve finire. Mi ha dato ascolto, o Donna del Popolo del Ferro. Farà quello che dico io. E adesso — Hakht sollevò la mano e la puntò — il demonio. Consegnamelo.

— No.

Hakht fece un passo avanti. Nia sollevò l’accetta. — Ascoltami, fattucchiera. Io non ho alcun rispetto per te. Non temo il tuo potere. — Fece una pausa. Di solito le sue spalle erano arrotondate, ma adesso si teneva eretta. — Tutte voi, ascoltate! Ho fatto qualcosa che pochissime donne hanno mai fatto. Ho ucciso una persona.

Ci fu del movimento fra le abitanti del villaggio. Nessuna parlò.

— A ovest di qui, sulla pianura, ci sono le ossa di un individuo che mi aveva fatta arrabbiare. Non l’ho neppure seppellito. — Si guardò attorno. — Sono disposta a farlo di nuovo.

Hakht aprì la bocca.

— Sta’ zitta! Lasciami finire!

Hakht richiuse la bocca. Era accigliata.

Nia proseguì. — Non voglio restare più qui. Sono stanca dell’oscurità sotto gli alberi. Voglio vedere di nuovo il cielo. Me ne andrò e porterò con me il demonio. Non resterà nessuno a tenerti testa, Hakht. Allora potrai essere contenta. — Il disprezzo nella sua voce era palese. — Dammi solo un giorno, o fattucchiera. Vattene e ritorna domani mattina. Io me ne sarò andata con il demonio e nessuno si sarà fatto male.

Ci fu un lungo silenzio. Nia mantenne il suo atteggiamento, tenendosi molto eretta, l’ascia sollevata. Hakht la fissò e aggrottò la fronte. Infine disse: — Benissimo. Torneremo domani. — Si voltò e si allontanò. Il resto del villaggio la seguì. Nel giro di uno o due minuti se ne erano andate, sparite nella foresta.

Nia sospirò. Le sue spalle si afflosciarono. Fece un passo indietro e si appoggiò alla parete della casa.

— Hai ucciso davvero una persona?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Ero molto arrabbiata. — Guardò in direzione della foresta. — Vorrei uccidere Hakht, ma non sono abbastanza arrabbiata. — Lasciò cadere l’accetta. — Va’ dentro. Preparati a partire. Io verrò non appena avrò smesso di tremare.

Entrai e preparai i bagagli. Dopo un po’ arrivò Nia. Riscaldò gli avanzi della cena e mangiammo.

— Forse questo è un bene — disse. — Forse sarei rimasta qui finché un giorno mi sarei ritrovata vecchia. Ora vedrò di nuovo la pianura. — Si alzò e tirò giù una sacca dalle travi. — Dovrò lasciare qui la mia incudine e la maggior parte dei miei utensili. Aiya!

Si diresse verso la fucina. Io mi recai al torrente a lavarmi. Quando tornai, si stava vestendo. La sacca era posata ai suoi piedi. Era mezza piena e bozzoluta.

— Che cosa ci hai messo dentro?

— Il meno possibile. E niente di veramente voluminoso. I tipi di utensili che uso non sono leggeri. Quando l’avrò portata da un po’, la sacca incomincerà a sembrare molto pesante. — S’interruppe e fece il gesto che significava "così sia". — Non sono disposta a lasciarmi tutto alle spalle.

Finì di vestirsi e ripiegò un mantello fatto di pelle. Anche questo entrò nella sacca, seguito da tutto il pane che c’era in casa. Dieci pezzi. — Andiamo. Hakht potrebbe cambiare idea. — Mi porse una delle accette, poi raccolse l’altra e si caricò la sacca sulla spalla. Io indossai il mio zaino. Ce ne andammo dalla casa.

Il sole era sorto. Il cielo era sereno e soffiava un vento freddo.

— Una buona giornata — osservò Nia.

— Che cosa accadrà a Yohai? — domandai.

— Darà ascolto a Hakht. Per un po’ sarà dura per lei, ma poi ci si abituerà. E Hakht diventerà amichevole quando vedrà che Yohai non fa nulla contro i suoi desideri. Alla fine andranno d’accordo. Lo scontro non è mai stato fra loro due. Era fra Hakht e Nahusai. O comunque è così che la penso.

Prendemmo il sentiero che conduceva al villaggio, camminando in fretta, e arrivammo al fiume prima di mezzogiorno. Mi guardai attorno. Sull’altra riva del fiume c’era uno steccato, basso e fatto di legno. Al di là c’era un orto. Foglie azzurre luccicavano alla luce del sole. Non vidi nessuno lavorare nell’orto e questo era abbastanza strano. Sembrava che le abitanti del villaggio passassero ogni giorno buona parte della mattina nei loro orti.

In lontananza ci fu un suono che ricordava una tromba. Uno strumento musicale, forse un corno. Udii delle voci che si lamentavano e strillavano.

— Le cerimonie — disse Nia. — Stanno girando attorno ai margini del villaggio, facendo baccano per scacciare Nahusai, nella terra lontana. — Nia si accigliò. — La mia gente non è così. Noi non abbiamo paura dei morti, solo della morte, che è un evento infausto. Naturalmente, devono esserci delle cerimonie…

Il corno risuonò di nuovo. Pareva più vicino. Nia s’interruppe e restò in ascolto, poi continuò.

— Le cerimonie scacciano la malasorte. Purificano il villaggio. Ma noi non abbiamo paura dei nostri amici e parenti solo perché questa brutta cosa è capitata a loro. Loro sono… devono essere… le stesse persone che erano prima. — Tornò a sistemarsi la sacca sulla spalla, poi si mise in cammino.

Pensai di chiederle altre informazioni sulle cerimonie funebri, ma lei camminava veloce. Dovetti affrettarmi per raggiungerla, e non avevo fiato da sprecare.

<p>Enshi</p>

Seguimmo un nuovo sentiero che risaliva il fiume. Avevamo il sole sempre davanti a noi, o così sembrava, comunque. Stavamo viaggiando verso ovest.

All’incirca a metà pomeriggio prendemmo un’altra pista. Conduceva a nord in una zona di basse colline. Il terreno era sabbioso, gli alberi bassi e stentati. Qui e là incontravamo affioramenti di roccia sabbiosa di un colore giallo e arancione spento. La pista si vedeva a stento: una linea indistinta che si snodava fra le rocce e gli alberi. Finalmente, nel tardo pomeriggio, arrivammo a una capanna fatta di lunghi rami e addossata a una roccia. Sui rami erano stese delle pelli e del fumo usciva da un’apertura. Una ben misera e triste dimora!

Nia si fermò. — Portiamo doni! — gridò.

Una voce profonda rispose: — Andatevene.

— Sono Nia, la lavoratrice del ferro. Vuoi un coltello? Ha una lama tagliente. L’impugnatura è in osso. Un’ottima fattura, secondo me.

Ci fu un lungo silenzio. — Metti giù il coltello. Vattene. Torna quando il sole sarà sparito.

— Sì — rispose Nia. Rovistò nel proprio sacco e tirò fuori un coltello, che posò sul terreno. Poi si voltò e si allontanò. Io la seguii.

Percorremmo soltanto un breve tratto. Nia mise giù il sacco. — È una distanza sufficiente. Lui non può vederci qui. Mi sedetti. — Chi era?

— Non conosco il suo nome.

— È un… — Esitai. Non conoscevo il termine che significava uomo — È ciò che diventa un ragazzo?

— Un uomo. Sì. Chi altri vivrebbe qui da solo? L’ho già incontrato prima d’ora. È più amichevole della maggior parte degli uomini.

— E questo lo chiami essere amichevole?

— Sì. Gli uomini da queste parti non conoscono le buone maniere. Le loro madri li tirano su male, e i vecchi che dovrebbero insegnare loro come comportarsi quando lasciano il villaggio, questi vecchi sono scorbutici e meschini. Non hanno rispetto di se stessi. Questa è comunque la mia opinione.

— Perché gli uomini lasciano il villaggio?

Nia mi fissò a occhi sgranati. — Che genere di domanda è questa?

— Tutti gli uomini lasciano il villaggio?

— Sì. Naturalmente. — Aggrottò la fronte. — Che specie di persona sei? Perché fai una domanda del genere?

Ci pensai su un momento. — Vengo da molto, molto lontano. La mia gente è diversa dalla tua. Non saprei dire quanto diversa. Forse le differenze sono di poco conto, cose superficiali, come la pelliccia che tu hai e io no. Forse sono differenze notevoli. In ogni modo, fra la mia gente uomini e donne vivono insieme.

Nia corrugò di nuovo la fronte. — Ma com’è possibile? Dopo il cambiamento, nessun uomo può sopportare di stare insieme ad altre persone, fuorché nel periodo degli accoppiamenti, naturalmente, e a eccezione di Enshi.

— Enshi? — domandai.

Nia guardò fisso il cielo. — Il sole è quasi sparito. Possiamo tornare indietro.

Tornammo alla capanna. Attraverso le aperture fra le pelli si vedeva brillare la luce di un fuoco. Non vidi nessuno, né dentro né fuori. Il coltello era sparito e al suo posto c’era un canestro pieno di pesce affumicato.

— Questo è buono! — esclamò Nia. — Adesso non moriremo più di fame.

Il canestro aveva un coperchio. Nia glielo mise e lo chiuse, poi ficcò tutto quanto dentro il sacco. — Muoviamoci. Torneremo verso il fiume e troveremo un posto dove accamparci. A quest’individuo non piacerà che restiamo qui.

— È vero — fece la voce profonda. — È un buon coltello, Nia.

Nia lanciò un’occhiata alla capanna. — Il pesce ha un buon odore. Grazie.

Ci allontanammo. Il cielo si fece scuro e comparvero le stelle insieme a una luna: un punto luminoso che saliva rapidamente dall’orizzonte orientale. Ci fermammo in un avvallamento. Nia accese un fuoco e mangiammo un paio di porzioni di pesce. Era oleoso e pieno di lische, con un forte gusto affumicato. Non mi piacque in modo particolare.

— Chi è Enshi? — domandai.

Nia teneva lo sguardo fisso sul fuoco; il suo viso aveva un’espressione triste e meditabonda. Alla fine alzò gli occhi. — Ho composto una poesia su Enshi quando mi trovavo da queste parti ormai da un anno. Dice così:


"Io mi trovo in questo luogo buio,

questa foresta.


"Lui si trova in quel luogo buio,

quella tomba."


— È morto?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Non voglio parlare di lui. I vostri uomini vivono davvero insieme alle donne?

— Sì.

— È una cosa molto strana. È giusto?

La parola che aveva usato aveva diversi significati: "consueto", "ben fatto", "morale".

— Noi pensiamo di sì. Siamo sempre vissuti in questo modo.

Nia emise un suono scoppiettante. — Se Hakht lo sapesse, avrebbe la certezza che tu sei un demonio. Naturalmente, la sua gente fa parecchie cose che non sono giuste.

— Che cosa? — domandai.

Nia aggrottò la fronte, poi si grattò il naso. — A loro non piacciono gli uomini, neppure i propri figli. "Un figlio è una bocca", dichiarano. Intendono dire che un figlio è qualcosa che mangia cibo, fa baccano e non combina niente di utile.

— Ah! — osservai.

Nia fece il gesto dell’approvazione. — È una cosa molto scorretta. Ma c’è dell’altro… — Esitò. — A loro non va di accoppiarsi con gli uomini. Spesso in primavera si allontanano dal villaggo, due donne insieme. Se ne stanno nella foresta. Fanno cose con le mani. — Nia rabbrividì. — La tua gente fa delle cose del genere?

— Alcuni di noi sì. Io no.

— Credi che sia giusto?

Ci pensai su un momento. — È comune. Non credo che sia sbagliato. — Usai una parola che significava "insolito", "immorale", "mal fatto", o "fatto in modo gravemente insensato".

Nia rabbrividì di nuovo. — Io l’ho fatto una volta. Yohai continuava a chiedermelo. Una primavera sono andata con lei. Non so perché. Non mi è piaciuto. Ho provato un senso di vergogna. Aiya! - S’interruppe per un momento. — Quanto vorrei che avessimo qualcosa da bere.

Il giorno seguente facemmo ritorno al fiume e continuammo a seguirlo, dirette verso ovest. Il territorio era pianeggiante e coperto di foreste. Non c’era una nuvola nel cielo e il fiume scintillava. Creature simili a uccelli svolazzavano da un albero all’altro e altre cose, che non riuscivo a vedere, si aggiravano nel sottobosco. Ne scorsi una che ci attraversò il sentiero: un guscio bronzeo lungo più o meno mezzo metro con sotto parecchie piccole zampe che si muovevano rapide. Dalla parte superiore sporgevano due enormi occhi sfaccettati.

— Che cos’è? — chiesi mentre l’animale spariva.

— È chiamato wahakh - rispose Nia. — Può vivere sia nell’acqua sia fuori. La gente di qui sostiene che porti messaggi degli spiriti e qualche volta faccia da guida alle donne impegnate in viaggi dello spirito. Non lo mangiano mai, sebbene sia delizioso cotto arrosto. — Fece una pausa. — Lo lasceremo in pace.

Verso sera arrivammo a un lago. L’acqua era limpida e di un verde scuro. Lungo i bordi crescevano giunchi.

Nia si guardò attorno. — Sono stata qui prima d’ora, quando sono venuta a est, dopo aver lasciato il mio popolo. Ricordo che questo posto mi faceva venire in mente un lago della mia terra. Il Grande Lago dei Giunchi. Questo è più piccolo, naturalmente. Aiya! Come passano gli anni!

Ci accampammo. Nia trascorse la sera con lo sguardo fisso sul fuoco. Io mi allontanai, chiamai Eddie e gli riferii quello che era successo in quegli ultimi giorni.

— Tu corri dei rischi, non è vero? — disse lui.

— Qualcuno. Non molti.

— Quella pazza di una sciamana potrebbe aver deciso di ucciderti.

— Non credo che sia probabile. Ho la sensazione che queste persone non siano violente.

— Aha! Vallo a raccontare a Derek.

— Che cos’è successo?

— Ha deciso che doveva rivelare alla gente del suo villaggio che era un uomo, per vedere che cosa sarebbe successo. Ricorderai che è estremamente curioso. Hanno cercato di lapidarlo. Ha afferrato la sua radio ed è scappato.

— Sta bene?

— Sì. Ma che cosa sarebbe accaduto a qualcun altro, qualcuno che non fosse stato in grado di correre come lui?

Ci pensai per un po’. Derek era alto e biondo e veniva dalla California meridionale, un aborigeno che aveva trascorso l’infanzia viaggiando a piedi nel deserto. Quando aveva 15 anni, c’era stata una siccità. Lui era arrivato a una base commerciale sulla costa e aveva detto: "Sono stanco di vivere così. Insegnatemi qualcos’altro".

Lo mandarono a scuola e lui si dedicò alla corsa come attività sportiva. Era bravo sulle distanze brevi. Sulle lunghe distanze era imbattibile.

— Dov’è adesso? Sulla nave?

— No. Si sta dirigendo verso ovest. La regione, a quanto dice, è piacevole. Colline ondulate, foreste, qualche prateria. C’è selvaggina in abbondanza, assai più che in California. Ha intenzione di costruirsi un arco.

Un insetto mi svolazzò accanto. Cercai di colpirlo e lo mancai. — Come sta Gregory?

— Bene. Ma dice che la sua gente lo tratta in modo diverso. Gli parlano adagio e in tono risoluto e gli danno un sacco di ordini. Ordini molto semplici. È convinto che abbiano stabilito che non è molto intelligente. Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Non conosce il comportamento corretto e non è in grado di badare a se stesso.

Sorrisi.

— Un’altra cosa — disse Eddie.

Aha, pensai. Il lavoro per oggi. — Di che si tratta?

— Gregory sostiene che dev’esserci dell’oro nelle montagne. La sua gente porta un sacco di gioielli, e per lo più sono in oro.

— Che cosa c’è di tanto interessante in questo?

— I planetologi pensano che possa essere rilevante. Il pianeta ha una densità maggiore della terra e ci sono abbondanti prove di attività vulcanica. A quanto dicono, ci sono buone probabilità di trovare metallo in prossimità della superficie. Non soltanto oro, ma argento, platino, stagno, iridio, cromo, per nominarne alcuni. — La sua voce aveva un suono particolare: piatto e attento.

— Che cosa sta succedendo?

— Quassù incominciano a mostrare interesse. Soprattutto i membri dell’equipaggio. Non credo che abbiano abbastanza da fare. Parlano di possibilità. Se qui c’è il metallo, se è di ottima qualità, se è vicino alla superficie, forse addirittura in superficie, allora lo si potrebbe estrarre.

Mi dondolai all’indietro sui calcagni e guardai la radio. Naturalmente non potevo vederla davvero. La notte era troppo buia. — Una colonia mineraria? A diciotto anni luce da casa? Hanno idea di quanto costerebbe il trasporto?

— Stanno pensando a un centro industriale. Una colonia per costruire navi.

— A nessuno verrà mai in mente di costruire una nave in fondo a un pozzo di gravità, a meno che tu non stia parlando del genere di nave che viaggia sull’acqua, e non credo che sia così.

— L’assemblaggio finale verrebbe fatto nello spazio.

— Mmm! — dissi.

— Ci sono dei problemi — continuò Eddie. — Tutti riconoscono che ci sono parecchie difficoltà, ma non smettono di parlarne. Sono assolutamente affascinati dall’idea di tutto quel metallo.

La cosa non era affatto sorprendente. I nostri antenati si erano dati da fare sulla Terra. La maggior parte del metallo, del carbone e del petrolio che era facile raggiungere era esaurita, così come altre risorse. Buona parte dell’acqua. Buona parte del suolo. Centinaia, no, migliaia di specie di piante e animali.

Eddie proseguì. — Stavo pensando a Cortés e a ciò che accadde quando scoprì l’oro nel Messico.

— Ti preoccupi troppo.

— Uuh. Scommetto che è ciò che Montezuma disse ai suoi consiglieri.

Mi fregai gli occhi e mi sforzai di pensare. Ero sfinita. — Eddie, devo dormire.

— È notte lì giù da te? Immagino di sì. Sogni d’oro, Lixia.

Tornai all’accampamento e mi coricai. Nel cielo sopra di me brillavano le stelle. Da qualche parte lassù c’era un satellite ripetitore e molto più lontano, verso sud, oltre il centro dell’oceano, c’era la nave interstellare Number One. La vedevo con l’immaginazione, girare alla luce del pianeta principale di questo sistema, con solo un lieve luccichio: un enorme pezzo di idruro di litio a forma di sigaro. La superficie era butterata e scolorita. Più di metà della massa si era consumata. L’idruro di litio era stato il nostro combustibile oltre che la nostra protezione principale contro le radiazioni.

A un’estremità del sigaro c’era una serie di serpentine di metallo e ceramica. Erano i magneti che contenevano e controllavano la reazione della fusione che faceva funzionare la nave. L’altra estremità era vuota. Quando avevamo lasciato la Terra c’era stato un ombrello fatto di cermet, protezione aggiuntiva contro la minuscola quantità di materia fra le stelle. Avevamo lasciato cadere l’ombrello quando ci eravamo girati. Da quel punto in avanti, era il motore ad agire da protezione, bruciando qualunque frammento di detriti spaziali potesse trovarsi davanti a noi e riducendolo in vapori ionici, che i magneti allontanavano.

Tutto qui: un sigaro di un bianco sporco e una serie di anelli, neri, marrone chiaro e grigi. Gli alloggiamenti erano invisibili, nascosti al centro del sigaro: un cilindro fatto di ceramica, rivestito di sale.

Era quella la parte della nave che conoscevo: i locali e i corridoi rivestiti internamente di piastrelle, che davano alla nave uno dei suoi numerosi soprannomi: il mio preferito, il Clipper di Porcellana.

Naturalmente non aveva vele. Quell’idea era stata abbandonata fin dall’inizio. E non c’era molta porcellana a bordo. Il materiale delle pareti mi ricordava la terracotta. Era opaco e un po’ ruvido, di un colore arancione chiaro. In alcuni punti era smaltato a vetro, di solito bianco e blu.

Era un ottimo materiale: leggero, forte e durevole, immune dalla corrosione, resistente al calore e un eccellente isolante. Eddie era un fanatico. Non eravamo andati fra le stelle in un barattolo di latta. Eravamo andati in qualcosa fatto di argilla e di sale. C’era abbondanza di entrambi nel posto dal quale venivamo. Non avevamo bisogno del metallo su questo pianeta.

Nei tre giorni successivi io e Nia proseguimmo sempre verso ovest. La terra saliva. Ci addentrammo in un canyon. Sul fondo c’era un corso d’acqua stretto e poco profondo. In primavera doveva essere un fiume notevole, poiché scorreva al centro di un ampio letto. Perfino ora l’acqua si muoveva rapida e, qua e là, era striata di schiuma.

Su entrambi i lati s’innalzavano pareti rocciose. Erano di un grigio scuro e screziate da qualcosa che luccicava alla luce del sole. Era forse mica?

Vidi una nuova specie di animale. Era minuscolo e di un color grigio scuro, lo stesso delle scogliere. La sua pelle, o il guscio, luccicava come se fosse screziato di mica. Quasi ovunque nel canyon l’animale sembrava essere raro, ma in un tratto c’erano centinaia di quelle piccole creature. Immobili, erano invisibili. Le vedevo quando si muovevano, guizzando via da sotto i miei piedi e correndo su per una qualche roccia per allontanarsi da me. Pareva quasi che frammenti di roccia prendessero vita, trasformandosi in… cosa? Lucertole? Non esattamente. Per prima cosa avevano sei zampe. Sulla Terra questo ne avrebbe fatto degli insetti. Ma non somigliavano a insetti e inoltre, a quanto pareva, gli insetti di questo pianeta avevano almeno otto zampe.

— Non so che cosa siano — disse Nia. — E non so perché ce ne siano tanti. Questo non è il mio territorio. Fammi domande quando arriviamo nell’aperta pianura.

Feci il gesto dell’intesa.

Il terzo giorno, sul tardi, Nia disse: — C’è una persona che ci segue.

— Che cosa? — Mi voltai a guardare indietro.

Il canyon era in ombra e non riuscivo a vedere lontano, ma per quello che potevo vedere il sentiero era deserto.

Nia mi afferrò per il braccio e tirò con forza. — Continua a camminare. Non fargli capire che sappiamo.

Proseguimmo arrancando.

— L’ho visto due volte oggi, questa mattina e poco tempo fa. Se ha intenzione di fare del male, agirà questa notte.

— Male? — domandai.

— Ci sono uomini che escono di senno. Diventano violenti. Aggrediscono altre persone.

— Perché?

— Non lo so. Ma alcuni uomini, quando passano attraverso il cambiamento, diventano come animali. Non riescono a controllarsi. E ci sono altri uomini che sono buoni finché non invecchiano. Allora diventano deboli, non riescono a procurarsi donne e questo li rende furiosi. Ne ho incontrato uno del genere. Non attaccano gruppi numerosi di donne, ma se una persona viaggia da sola o in gruppetti di due o tre… è come andare in cerca di guai! — Mi lanciò un’occhiata. — Dobbiamo trovare un posto per accamparci.

Proseguimmo finché non arrivammo in un punto dove il fondo del canyon si allargava più del normale. Il torrente si apriva. All’altra estremità la parete del canyon era accidentata. C’erano fenditure ed enormi massi neri. Una cascata precipitava fra le rocce e c’era della vegetazione: arbusti e qualche alberello.

— Ci accamperemo sull’altra sponda del fiume — disse Nia. Si tolse i sandali e li prese in mano.

La seguii fino alla riva del corso d’acqua. Lei lanciò un’occhiata indietro, con noncuranza. — Adesso è vicino. È convinto che l’oscurità lo nasconda, ma io ho buoni occhi.

Entrò sguazzando nell’acqua e io la seguii. Come promesso dagli addetti all’approvvigionamento, i miei stivali erano impermeabili.

A metà del fiume l’acqua si fece più profonda. Nia affondò fino alle ginocchia. Mi fermai e riflettei su cosa fare. Non potevo togliermi gli stivali lì dov’ero e non mi andava l’idea di tornare indietro per la strada da cui ero venuta. Il sole era tramontato e il canyon era ormai quasi avvolto nell’oscurità. Da qualche parte, fra le ombre, si nascondeva l’uomo. Non avevo alcuna voglia di imbattermi in lui, soprattutto da sola. Andai avanti. Gli stivali mi si riempirono d’acqua.

Nia era già arrivata sull’altra sponda. Si chinò e si strofinò la pelliccia delle gambe, poi pestò i piedi. Mi inerpicai sulla riva accanto a lei e mi tolsi gli stivali, capovolgendoli. L’acqua si riversò in grande quantità.

Nia fece un balzo. — Non addosso a me, idiota! Mi sono appena asciugata la pelliccia!

— Mi dispiace. — Mi tolsi i calzini e li strizzai. — E adesso che cosa facciamo?

— Ci accamperemo qui. — Indicò con un cenno della mano i massi precipitati al suolo. — L’uomo dovrà avvicinarsi per vederci. Ho intenzione di restare in attesa.

Fra le rocce c’era un avvallamento, uno spazio sgombro. Mettemmo giù il nostro bagaglio. Alle ultime luci del giorno raccogliemmo della legna.

— Ora — disse sottovoce Nia — tu accendi il fuoco. Ma non prima che te lo dica io.

Mentre mi davo da fare, la sentivo muoversi vicino a me, invisibile nell’oscurità fra le rocce. Il rumore che faceva cessò. Restai in ascolto. Un uccello zufolò e riuscivo a sentire il rumore della corrente. Nient’altro.

Alle mie spalle risuonò una voce: — Accendi il fuoco.

Tirai fuori l’accendino. Le foglie secche presero immediatamente fuoco. Fiamme gialle guizzarono attorno ai rami. Riuscivo a vedere. Sull’altro lato dell’avvallamento c’era il sacco di Nia e qualcosa che somigliava a una persona che giaceva lunga distesa sul terreno, avvolta in un mantello o in una coperta. Ma avevo sentito la voce di Nia alle mie spalle. Ne ero sicura. Qualunque cosa ci fosse sotto quel mantello, non era la mia compagna.

— Ti sei già messa a dormire? — dissi. — Va bene. Buonanotte. — Misi un altro ramo sul fuoco. Avevo sete, ma era troppa la paura per andare fino al fiume. Pensai di mangiare. Il pane era secco e il pesce salato. Se avessi mangiato l’uno o l’altro, avrei avuto ancora più sete. In ogni caso, il mio stomaco era in subbuglio.

Il fuoco si affievolì. Aggiunsi altri rami. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. La pelle della schiena mi formicolava e incominciavo a sudare. Mi alzai e mi stiracchiai, poi mi guardai attorno con noncuranza. Non si vedeva niente, a parte un mucchio di pietre. Mi sedetti. Un sasso sbatacchiò. Balzai di nuovo in piedi. Che cos’era stato? Restai in ascolto, ma non sentii niente.

Tornai a sedermi. Dopo un minuto mi misi a fare i miei esercizi di respirazione. Inspirai e pensai alla sillaba so. Espirai e pensai alla sillaba hum. Pian piano mi rilassai. Mi resi conto che era una bellissima notte. L’aria era fresca e secca. Il cielo era limpido e le stelle splendevano luminose. Oltre il limitare del canyon stava sorgendo una luna: un punto di luce rossastra. Continuai a respirare in modo lento e profondo. So. Hum. So. Hum.

Un grido! Balzai in piedi, guardandomi attorno. Qualcosa si mosse dietro un masso. Afferrai la mia ascia e corsi.

Due corpi lottavano nell’oscurità. Erano entrambi scuri, entrambi pelosi. Non riuscivo a distinguerli l’uno dall’altro. Rotolarono fuori dall’ombra piombando nel campo di luce del fuoco. Vidi levarsi una mano che teneva un coltello. Attorno al polso aveva un alto bracciale di rame. Nia non portava gioielli. Sollevai l’ascia e la feci roteare, abbattendo la parte piatta contro il braccio dell’individuo. Ci fu un gemito. La mano si aprì. Il coltello cadde. Indietreggiai.

I due ruzzolarono di nuovo, finendo quasi nel fuoco. Nia era in cima. In una mano teneva un martello mentre con l’altra cercava di afferrare la gola dell’uomo. Lui le agguantò la tunica con entrambe le mani, poi inarcò la schiena e si sollevò. Nia venne scagliata verso l’alto. Era a mezz’aria. Non riuscivo a crederlo. Come poteva essere tanto forte? Nia atterrò nel fuoco. Volarono scintille. I rami in fiamme si sparpagliarono per il terreno. Nia strillò.

L’uomo si drizzò di scatto e afferrò un ramo. Era in fiamme da un’estremità all’altra. Come faceva a tenerlo in mano? Era pazzo? Si diresse verso di me. La sua espressione era senza dubbio quella di un folle. Gli occhi guardavano fissamente e la bocca era spalancata. Ululava.

Sollevai la mia ascia. Lui roteò il ramo. Bloccai il colpo. Sentii la scossa lungo il braccio dal polso alla spalla. L’uomo arretrò e sollevò di nuovo il ramo. Stava ancora bruciando e l’uomo continuava a ululare.

Il ramo si abbatté, ma lo bloccai di nuovo. L’uomo lo lasciò andare. Il ramo cadde fiammeggiando e lui afferrò il manico della mia ascia, torcendo e tirando con violenza. Persi la presa.

Lui fece roteare l’ascia in un unico, rapido movimento, e la sollevò sopra la testa. Faceva un verso simile a un segnale di evacuazione, un grido acuto e uniforme.

Non c’era il tempo di sottrarsi. Aveva raggiunto il massimo dello slancio. La lama dell’ascia balenò. Sentii in bocca il gusto della bile.

Il grido s’interruppe di colpo, l’uomo grugnì e poi, con un’espressione sorpresa, si accasciò.

Nia era ritta dietro l’uomo: una sagoma scura contro la luce del fuoco sparpagliato. Teneva ancora in mano il martello.

Tirai un respiro profondo.

Lei domandò: — In che condizioni è? Ho colpito più forte che ho potuto.

Mi inginocchiai e gli tastai la gola. Non c’erano pulsazioni. Era normale? Non ne avevo idea. Gli misi la mano sulla bocca; non c’era respiro. — Dove l’hai colpito?

— Alla testa. Con questo. — Sollevò il martello.

Gli tastai la parte posteriore del capo e trovai un punto dove c’era una rientranza nel cranio. Tirai indietro la mano. Avevo del sangue sulle dita e anche qualcos’altro: un oggetto, attaccato alla punta del mio dito medio. Era duro e triangolare, con i bordi ruvidi. Non ero in grado di vedere il colore, ma ero quasi certa di sapere di che cosa si trattava. Un frammento d’osso. Mi ripulii la mano sul gonnellino dell’uomo, poi guardai Nia. — Credo che tu l’abbia ucciso.

— Aiya! Un altro. — Lasciò cadere il martello e si massaggiò la faccia. — Devo sedermi.

Mi alzai e le tesi una mano. Lei crollò contro di me. L’afferrai, ma era troppo pesante. Non riuscivo a tenerla diritta. Caddi e piombai sull’uomo morto, e Nia mi rovinò addosso.

Dannazione!

— Nia? — Lei non rispose. Spingendo e contorcendomi, riuscii a liberarmi dai due corpi pelosi, mi alzai in piedi e rigirai Nia. Non fu una cosa facile. Il suo corpo era floscio. Un peso morto.

Le tastai la gola. Ah! C’erano pulsazioni, forti e regolari, forse un po’ frequenti. Non potevo esserne sicura. Mi avvicinai al fuoco, trovai un ramo che bruciava ancora e me lo portai dietro. Che cosa c’era che non andava? La tunica di Nia era stracciata e uno dei bordi strappati bruciava ancora senza fiamma, ma non vidi altri segni di bruciature. Mi inginocchiai e le esaminai le mani. Un palmo era gonfio. Forse quella era una bruciatura. Toccai il palmo. Nia trasalì ed emise un gemito.

— Sei sveglia?

Lei batté le palpebre.

— Dove ti fa male?

Nia corrugò la fronte. — La mano e la gamba.

Le tastai le gambe. Non c’era sangue. Non trovai ferite.

— La caviglia — disse.

Le toccai la caviglia sinistra. Lei trasalì di nuovo. La premetti. Nia si lamentò. Qualcosa non andava in quel punto. Ma che cosa? Come facevo a capire se c’era qualcosa di rotto o fuori posto? Non sapevo come dovesse essere al tatto una caviglia. Non su quel pianeta. Non la caviglia di un’aliena. Riflettei un momento. C’era sempre una simmetria bilaterale. Esaminai la caviglia destra, poi tornai a controllare la sinistra.

— Sembrano uguali al tatto.

Nia si accigliò. — A te. Non a me. Su che cosa sono sdraiata?

— Sull’uomo.

— Aiya! - Si sollevò su un gomito. — Aiutami.

— Non voglio che tu ti muova.

— E io non voglio stare sdraiata su un cadavere.

Corrugai la fronte, cercando di ricordare le mie cognizioni di pronto soccorso. Sarebbe stato giusto muoverla? Facevo fatica a concentrarmi, forse perché avevo appena contribuito a uccidere qualcuno e il corpo si trovava proprio di fronte a me.

Nia si stava sforzando di mettersi seduta. Misi giù la mia torcia elettrica e l’aiutai a sollevarsi dal morto. — La tua schiena è a posto? — m’informai. — Ti sei fatta male da qualche altra parte? Senti qualche altro dolore?

— Te l’ho detto. Alla mano e alla gamba. Nient’altro. Credo che mi sdraierò.

La feci coricare al suolo con cautela. Lei giacque lunga distesa accanto al morto. Mi alzai e afferrai l’uomo per le braccia. Era pesante, molto più pesante di Nia, e completamente floscio. Riuscii a tirarlo per circa un metro, poi rinunciai e lo lasciai andare. Le sue braccia colpirono il suolo con un tonfo sordo. — Questo è tutto. Se ne resta lì.

— Non mi sento bene — si lamentò Nia.

Non pensavo che avesse una gamba spezzata, ma non ne ero certa. Meglio applicare una stecca, e procurarmi dell’acqua fredda per la mano. E un mantello. Poteva benissimo trattarsi di un collasso.

— Avrò bisogno della tua pentola per cucinare.

— Prendila. Che uomo forte! Ho fatto un errore. Pensavo che fosse vecchio o molto giovane. Non sono intelligente come mi ritenevo.

Presi il suo mantello e la coprii, poi andai al fiume con la pentola per cucinare, la riempii d’acqua e la riportai indietro. — Mettici dentro la mano. Farà bene alla bruciatura. Io riaccendo il fuoco.

Nia fece il gesto dell’assenso. Andai a raccogliere legna. Quando il fuoco si fu ravvivato, preparai una stecca. Avevo una fasciatura elastica nella mia cassetta del pronto soccorso. Come imbottitura usai la mia maglietta e un paio di calzini di ricambio.

— Spero che sia una cosa temporanea — dissi. — Ho bisogno di quei calzini. Come va la mano?

— Meglio, ma ora mi fa male la spalla.

Tirai indietro il mantello. La pelliccia su una spalla era arruffata. La toccai e mi guardai la mano. Le dita erano rosse. — Un’altra ferita. Quell’individuo ti ha conciata ben bene.

— Ho capito quando l’ho visto che ero nei pasticci. Ma era troppo tardi per cambiare il mio piano. È una brutta ferita?

Presi un pezzo di garza e pulii dal sangue la ferita. — È un’incisione. Deve averti raggiunta con la punta del coltello. — Esaminai il contenuto della mia cassetta del pronto soccorso. Che cosa potevo usare che non fosse pericoloso? Nia non era umana. Non avevo idea di come avrebbe reagito a un qualunque farmaco umano.

Ebbi brevi e terribili fantasie su reazioni allergiche, reazioni tossiche, collasso e morte.

Ma la ferita andava protetta. Non pensavo che una fasciatura potesse essere in alcun modo dannosa.

Tirai fuori il barattolo. — Questo brucerà soltanto un pochino. — Schiacciai il pulsante.

— Aiya! - esclamò Nia.

La ferita sparì. Al suo posto c’era una piccola pezza scura di plastica. La pezza era grumosa e da sotto sporgevano ciuffi di peli, ricoperti da uno strato di plastica. Idiota! mi dissi. Avrei dovuto radere la zona attorno alla ferita. Be’, non l’avevo fatto, e ormai la cosa migliore da fare era di lasciare in pace la ferita. Mi dondolai all’indietro sui talloni. — Qualcos’altro?

— No. — Nia tirò fuori la mano dalla pentola, poi fece una smorfia. — Questa fa ancora male.

— Vado a prendere altra acqua.

Mi recai al fiume, riempii di nuovo la pentola e la portai indietro. Nia vi immerse la mano. I suoi occhi erano quasi chiusi. Ebbi l’impressione che fosse sfinita. Le rimboccai il mantello attorno al corpo.

— Grazie. — Aveva la voce assonnata. Chiuse gli occhi.

Misi altra legna sul fuoco, poi tirai fuori il poncho dal mio zaino. Era leggero e impermeabile con un rivestimento interno termico rimovibile. Decisi di non togliere la fodera. Invece mi avvolsi nel poncho, mi coricai e mi addormentai.

Mi svegliai più tardi, sentendo freddo. Il fuoco si era quasi spento. Mi alzai e misi dei rami sui tizzoni. Subito guizzarono le fiamme. Com’era silenzioso il canyon! Sentivo il rumore dell’acqua, ma nient’altro. Nel cielo sopra di me splendevano le stelle. Riconobbi l’Orsa Maggiore. Era come me la ricordavo, forse un po’ più luminosa. Dipendeva di certo dall’aria del canyon, che era secca ed estremamente limpida.

Mi avvicinai a Nia. Aveva ancora la mano nella pentola e c’era un’espressione di dolore sulla sua faccia. Ma stava dormendo e respirava in modo lento e regolare.

Le controllai la gamba. Il gonfiore si era arrestato. La fasciatura non era stretta. Nia si lamentò quando la toccai, ma non si svegliò. Tornai vicino al mio zaino e tirai fuori la radio.

Questa volta trovai Antonio Nybo. Un altro nordamericano. Ce n’erano parecchi nel team di sociologi, forse perché c’erano tante società diverse nell’America del Nord. Tony veniva da qualche parte della Confederazione degli Stati Spagnoli. In quel momento non riuscivo a ricordare esattamente dove. Non la Florida. Forse il Texas. O Chicago. Gran parte del suo lavoro era stato fatto nella California meridionale, studiando gli agricoltori ispano-americani che stavano tornando nel deserto californiano e interagivano, non sempre in modo facile, con gli aborigeni.

— Lixia! Come stai? — La sua voce era gaia e piacevole, con un leggero accento.

— Ho avuto una giornata interessante. — Gli raccontai l’accaduto, poi aggiunsi: — Ora arriviamo al problema. Non credo che la gamba sia rotta, ma non ne sono sicura. C’è un modo di scoprirlo anche senza un’esplorazione?

— Chiederò al team medico. Va bene se ti richiamo?

— Sì.

Concluse la trasmissione. Io mi alzai e mi stiracchiai, poi mi toccai cinque volte le dita dei piedi. Il mio stomaco gorgogliava e mi ricordai che non avevo cenato. Presi un pezzo di pane. Era stantio. Lo gustai comunque.

La radio emise un suono. L’accesi.

— Per prima cosa dicono che hanno bisogno di ulteriori informazioni. — Riuscivo a sentire la nota divertita nella voce di Antonio. — Dicono anche che una frattura dovrebbe provocare un’emorragia maggiore… di una distorsione, voglio dire. E un’emorragia produce lividi, di solito. O hanno detto "spesso"? In ogni caso, se nei prossimi tre giorni il suo piede diventerà nero e blu, può darsi che abbia una frattura. Ma anche una brutta distorsione può produrre dei lividi.

— Che cosa mi stai dicendo?

— Il solo modo di esserne certi è di fare un’esplorazione. I medici propongono di venire giù con la necessaria attrezzatura.

— Oh.

— Pensano che dovrebbero venire — disse Tony a bassa voce. — E a loro piacerebbe, piacerebbe terribilmente, mettere le mani su un nativo. È interessante ciò che si scopre quando si fa una domanda apparentemente semplice. Gli alieni non sono abbastanza alieni.

— Che cosa?

— Non mi riferisco al livello cellulare. In quello dobbiamo presumere che siano come il resto della vita sul pianeta. I biologi sostengono che è fuori di dubbio che gli organismi che hanno esaminato siano alieni e appartengano a una diversa linea evolutiva. È per questo che sono in grado di affermare, con tanta fiducia, che non possiamo prenderci le malattie locali. E non possiamo neppure contagiare le nostre malattie a nessun essere di questo pianeta. — Antonio fece una pausa. — Forse ti interesserà sapere che Eddie ha chiesto al team medico di controllare due volte questo fatto.

— Perché?

— Un’indigena è morta subito dopo che sei arrivata al tuo villaggio.

— Ho spiegato a Eddie di che cos’è morta la donna. Vecchiaia, veleno o magia. Non c’è stato niente di innaturale nella sua morte.

Antonio rise. — Eddie era preoccupato dei batteri inseriti nel tuo intestino. Quelli destinati a metabolizzare gli alimenti locali. Il team biologico l’ha negato categoricamente. I batteri non possono vivere al di fuori di un umano. Il team biologico si è offeso e ha parlato di gente che si muove al di fuori della propria area di competenza, soprattutto gente delle scienze sociali che, come tutti sanno, non sono scienze reali come la biologia e la chimica.

— Ohi.

— Il problema non è al livello cellulare. È il fatto che gli indigeni somigliano a noi. E non dovrebbero, secondo tutte le migliori teorie. Dovremmo avere a che fare con aragoste intelligenti o alberi parlanti.

"Secondo il team biologico, i nativi sono un esempio di evoluzione parallela, come la tigre marsupiale dai denti a sciabola del Sud America. Ma nessuno è davvero soddisfatto di questa spiegazione. Abbiamo bisogno di altre informazioni. Quelli del team medico vogliono dei campioni di tessuto, e vogliono sapere che cosa succede ai livelli intermedi, fra l’intero organismo che somiglia a noi e la biochimica che è quasi certamente aliena. Come sono gli organi? I muscoli e lo scheletro? Il sistema endocrino? La chimica del cervello? In breve, vogliono entrare in un indigeno e dare una gran buona occhiata attorno. Intendo riferire la cosa al comitato per l’amministrazione giornaliera."

— Okay.

— Nel frattempo, i medici dicono di trattare la ferita come una frattura.

— Okay. — Spensi la radio.

— Li-sa?

Era Nia. Le lanciai un’occhiata. Se ne stava sollevata su un gomito e mi fissava. I suoi occhi riflettevano la luce del fuoco. Brillavano come oro.

— Sì.

— C’è un demonio in quella scatola?

Diedi un colpetto alla radio. — Questa?

Nia fece il gesto dell’affermazione.

— No.

— Allora come fa a parlare?

— Un’ottima domanda. — Ci pensai per un momento. — È un modo con cui le persone possono parlare quando sono lontane fra di loro. Il mio amico ha una scatola come questa. Quando vi parla dentro, la sua voce esce da qui. — Tocccai di nuovo la radio. — Io posso rispondere parlando dentro la mia scatola.

Nia corrugò la fronte. — Fra il Popolo del Rame, il popolo di Nahusai, ci sono canti di richiamo. Quando Nahusai voleva qualcosa, pioggia o sole o uno spirito, faceva un disegno che raffigurava la cosa che voleva. Poi cantava al disegno. La cosa che voleva avrebbe sentito il suo canto e sarebbe venuta. Questo è quanto mi ha detto, in ogni modo.

Feci il gesto del dissenso. — Questa non è una cerimonia. È un utensile, come il tuo martello.

— Hakht non ci crederebbe.

— Che cosa ne sa?

Nia emise un suono iroso. — Questo è vero. Bene, allora, la scatola è un utensile, anche se è un genere di utensile che non ho mai visto prima. Non ho mai sentito neppure parlare di un attrezzo come quello. — Fece una pausa. — Sembra utile. Ora torno a dormire.

Al mattino mi svegliai prima di Nia. Il cielo era limpido e la luce del sole illuminava l’orlo del canyon. Andai fra le rocce e feci i miei bisogni, poi mi recai al fiume e mi lavai. Nel tornare passai accanto all’uomo morto. Era disteso sulla schiena, le braccia tese sopra la testa. Era grande e grosso, non alto, ma robusto e muscoloso, con una pelliccia lunga e ispida. Il suo gonnellino era marrone con ricami color arancione, e la sua cintura aveva una fibbia di rame.

Aveva la bocca spalancata. Gli vidi i denti, che erano gialli, e la lingua, che era spessa e scura. Gli occhi, anch’essi aperti, avevano l’iride color arancione.

Mi resi conto che avrei dovuto seppellirlo. Gli insetti si stavano già ammassando. Maledizione. Non avevo neppure un badile. Lanciai un’occhiata a Nia. Dormiva ancora. Mi chinai, afferrai una pietra e la deposi accanto al corpo. Puzzava di urina. Povero stupido. Che modo di andarsene! Ma c’era un bel modo? Andai a prendere altre pietre.

Gli insetti mi ronzavano attorno. Le nuvole si spostavano lente nello stretto cielo. Erano piccole e rotonde come batuffoli di cotone. Incominciava a farmi male la schiena. Mi scorticai una mano sul bordo ruvido di una pietra. La ferita non era grave. Non sanguinava nemmeno, ma bruciava.

Finalmente l’uomo sparì, nascosto dalle pietre. Era sufficiente. Non era necessario che gli facessi un tumulo. Mi raddrizzai. Ormai le nuvole erano scomparse e la luce del sole penetrava obliqua nel canyon. Nia si stava tirando su a sedere.

— Bene — disse. — Il suo spirito dovrebbe avere una casa. Altrimenti il vento lo prenderà e lo trasporterà in giro per il cielo. Nessuno merita un tale destino.

— C’è qualche cerimonia che bisognerebbe celebrare?

— No. Se ci fosse qui una sciamana, canterebbe. Questo scaccerebbe la malasorte. Ma non so le parole giuste e neppure che cosa bruciare nel fuoco. — Aggrottò la fronte e si grattò il naso. — Dovrei fare qualcosa. Gli darò un coltello. Un dono d’addio.

— D’accordo — dissi.

Facemmo colazione, poi fasciai la mano di Nia. Non parlammo molto. Nia aveva l’aria stanca e io mi ritrovai a pensare all’uomo morto sotto il mucchio di pietre.

All’incirca a metà mattina la mia radio ronzò.

— La tua scatola — disse Nia. — Vuole parlare con te.

Accesi la radio. — Sì?

— Lixia? Sono Antonio. Ho parlato con il comitato per l’amministrazione giornaliera.

— Sì?

— Hanno votato per il no. E poi hanno deciso che questo non era un problema amministrativo. Era una questione di politica. Io non ero presente alla riunione, ma dev’esserci stato qualcuno del comitato che si è irritato per il voto e ha sollevato la questione della politica per avere un’altra opportunità.

Assentii col capo alla radio.

— Così la questione è stata rimessa al comitato rappresentativo dell’intera nave. Abbiamo fatto la riunione. Una seduta di emergenza, ma nondimeno una buona riunione.

— Che cosa è successo?

— Eddie, naturalmente, è contrario a qualunque tipo di intervento. Conosci le sue argomentazioni. Non starò a ripetertele. La Ivanova si è dichiarata d’accordo con lui.

— Davvero?

— Secondo lei, abbiamo deciso di non manifestarci alle popolazioni di qui finché non avessimo saputo di più su di loro. Ci sono buone ragioni a favore della nostra decisione: la nostra stessa sicurezza e il timore di mettere in pericolo la cultura indigena a causa dell’ignoranza. Come facciamo a sapere che genere di informazioni sono in grado di recepire?

"Ora, secondo la Ivanova, ci viene chiesto di abbandonare una linea di azione elaborata con gran cura, decisa in modo democratico e di importanza storica. E tutto a causa di una piccolissima frattura. Una probabile piccolissima frattura.

"Avrebbe un’opinione diversa se fosse uno dei nostri a essere in pericolo. Ma la persona ferita è una nativa, e la ferita non è affatto pericolosa."

— Già — dissi.

— Quanto ai nostri amici della Repubblica Cinese. — Antonio fece una pausa a effetto.

— Sì?

— Loro sostengono che tutto questo non sarebbe mai accaduto se i membri del team esplorativo fossero stati addestrati in modo appropriato.

— E questo che significa?

— Avresti dovuto seguire un corso di medicina socialista. Agopuntura, nozioni di erboristeria e ideologia marxista. Per quanto riesco a capire, dovresti infilzare di aghi la tua compagna e leggerle alcuni brani scelti dal Manifesto comunista.

— Chi ha tirato fuori questa splendida linea di ragionamento?

— Chi ti viene in mente? È un vecchio argomento cinese perfettamente conservato e viene da un vecchio cinese perfettamente conservato, il signor Fang.

I cinesi avevano sostenuto che sarebbe stato difficile andare fra le stelle senza bambini, e folle andarci senza persone di età ed esperienza. Il resto di noi era rimasto irremovibile riguardo ai bambini. Non ce n’erano sulla nave. Ma avevamo accettato un certo numero di persone sopra i sessant’anni e alcuni sopra i settanta. Il signor Fang era prossimo all’ottantina, un uomo magro con lunghi capelli bianchi e folte sopracciglia grigie. Veniva da Zhendu nello Sichuan, un esperto lavoratore del vimini ed esperto giardiniere, responsabile della sala principale del giardino della nave. Vi cresceva del bambù, una dozzina e più di varietà. Lungo le pareti c’erano graticci coperti di palme rampicanti. Erano la materia prima per l’arredamento. La maggior parte della mobilia della nave era di bambù e canna. Il signor Fang la riparava quando si rompeva e ne fabbricava di nuova quando era necessario.

Mi piaceva. Avevo trascorso parecchie ore nella sua officina a vederlo lavorare. Di quando in quando discutevamo di filosofia. Amava in particolare gli antichi Taoisti e Carlo Marx.

"Loro rispettavano, almeno in teoria, la saggezza del popolo. Questo è ciò che conta, Lixia. Un filosofo che teme o disprezza la gente uscirà con idee mostruose."

— Qual è stato il risultato della votazione? — chiesi a Tony.

— Tu che cosa ti aspetti? Abbiamo parlato per ore e siamo finiti dove avevamo cominciato. Per il momento ci atterremo alla nostra decisione originaria. Non scenderemo sul pianeta, se non forse per aiutare la nostra gente. Tu sei una dei nostri. Il team medico non è soddisfatto.

— Ah, bene. — Mi grattai la testa. — E adesso che faccio?

— Continua a curare la ferita come se fosse una frattura. Tienila ferma con una stecca. Impedisci alla tua amica di usare quel piede. Il tempo guarisce tutte le ferite.

— Splendido. Se sono tutti qui i consigli che hai da offrire, posso interrompere la trasmissione.

— Buona fortuna.

Spensi la radio, poi lanciai un’occhiata a Nia.

— Che cosa ha detto la tua scatola?

— Dovresti stare ferma finché la caviglia non sarà guarita.

Lei fece una smorfia. — E come posso farlo? Siamo quasi senza cibo, e qui non c’è niente da mangiare. Dobbiamo arrivare a un villaggio.

— Ce n’è uno nelle vicinanze?

— Sì. A una giornata da qui. Meno di una giornata. Vi abita il Popolo del Rame delle Pianure. — Nia serrò un pugno. — Che sfortuna! — Si colpì la coscia, poi sussultò. — Potrei percorrere una breve distanza se avessi un bastone a cui appoggiarmi, ma non riuscirò a camminare fino al villaggio. E c’è anche da inerpicarsi. Il sentiero sale nel punto in cui l’acqua cade. — Corrugò la fronte. — Va’ tu, Li-sa. Racconta alla gente del villaggio quello che è accaduto. Chiedi alla loro sciamana di venire a portarmi la medicina. Le farò un bel dono. Dille che sono una lavoratrice del ferro. Una molto brava, del Popolo del Ferro. Posso fabbricare un coltello in grado di tagliare qualsiasi cosa all’infuori della pietra. — Rifletté un momento. — Non taglierà neppure il ferro. Ma qualsiasi altra cosa.

— Okay.

— Che cosa? — domandò.

— Ci andrò.

— Che cos’è quella parola? Ok…?

— Okay. Significa "sì" oppure "sono d’accordo".

— Okay — disse Nia. — Adesso va’. Se camminerai in fretta, sarai al villaggio prima di notte. Torna domani. Fino ad allora me la caverò.

Presi il mio zaino e mi misi in cammino. Sull’altra riva del fiume mi fermai per asciugarmi i piedi. Non riuscivo a vedere Nia, ma scorgevo il fumo che saliva dal nostro fuoco, e vedevo la tomba dell’uomo pazzo. Pensavo di vederla. Forse era solo un altro mucchio di pietre.

Mi infilai i calzini e gli stivali. Poi mi voltai e mi allontanai.

Una cosa curiosa riguardo al canyon. Viste da lontano, le pareti apparivano spoglie, e il fondo del canyon era pietra grigia. Avvicinandomi, però, scorgevo fiori e insetti dai vivaci colori. Gli animali a sei zampe erano spariti. Ora vedevo creature che sembravano uccelli o forse minuscoli dinosauri. Si tenevano eretti sulle zampe posteriori ed erano coperti di penne. Ma avevano braccia al posto delle ali. Ne vidi uno catturare un insetto. Afferrò l’insetto con le piccole mani fornite di artigli e aprì la bocca. Scorsi file di denti. Un attimo dopo, uno scricchiolio! E l’insetto era sparito.

Il cacciatore inclinò il capo e mi guardò. Ricambiai lo sguardo. Il corpo della creatura era ricoperto di penne azzurre all’infuori del ventre e della gola. Il ventre era bianco, la gola di un giallo sulfureo.

La creatura sibilò nella mia direzione.

— Oh, sì? — dissi.

Quella fuggì.

A mezzogiorno mi fermai a mangiare. Sopra di me gli uccelli si libravano nel vento. Un pesce saltò nel fiume. Mi riposai un momento, poi proseguii. Il fiume si fece più turbolento. Il sentiero prese a salire e a scendere, serpeggiando attorno a grossi blocchi di pietra nera e grigiastra, dalla forma irregolare. Davanti a me vidi la fine del canyon: una parete di pietra, malamente frastagliata, piena di fenditure. L’acqua scendeva fra le fenditure, comparendo e scomparendo. Alla sommità, l’acqua si trovava alla luce del sole. Luccicava come argento. Più in basso, in ombra, era grigia. In fondo alla scogliera c’era una pozza d’acqua, seminascosta da una nebbiolina.

Perfino in distanza riuscivo a sentire il rumore dell’acqua. Era uno scroscio sommesso e continuo.

Continuai a camminare. La pista seguiva un lato della pozza. Accanto a me c’era la parete del canyon. Nella roccia erano stati incisi dei disegni: spirali e triangoli e figure di animali.

Aha! pensai. Un luogo sacro. Ma sacro a che cosa? Le spirali potevano rappresentare il sole. Da noi sulla Terra il triangolo era spesso un simbolo di fertilità o di sessualità femminile. Gli animali erano specie locali, o così almeno supponevo. Un quadrupede con le corna. Un bipede con un collo simile a uno struzzo e lunghe braccia striminzite. Venivano adorati oppure cacciati? O entrambe le cose?

Il vento spingeva verso di me gli spruzzi della cascata. Il sentiero si era fatto scivoloso. Decisi di concentrarmi su dove mettevo i piedi.

La pista girava attorno a un’alta roccia ricoperta di pittogrammi. Sull’altro lato c’era un uomo. Non c’era alcun dubbio sul suo sesso. Era nudo e il suo membro maschile era abbastanza grosso da essere ben visibile. Stava danzando, saltellando da un piede all’altro. Teneva in mano una pertica. In cima c’erano un paio di corna, verdi a causa della corrosione. Quasi certamente rame. L’uomo fece una piroetta e agitò il lungo bastone, poi tornò a girarsi, trovandosi così faccia a faccia con me. Ora mi resi conto che una cosa la portava: un filo di grosse perline rotonde e di un azzurro intenso. Mi ricordavano le perline di faenza provenienti dall’Egitto.

Lui smise di danzare e mi fissò. Rimasi immobile, guardando indietro. Era grande all’incirca quanto me, forse un po’ più robusto. La sua pelliccia era marrone scuro, lunga e ispida; gli occhi grandi e di un giallo chiaro.

Disse qualcosa che non compresi.

— Non conosco quella lingua — risposi.

— Tu parli il linguaggio dei doni — fece lui. — Devi essere una straniera. Ho pensato che fossi un demonio, ma un demonio mi avrebbe capito. — Corrugò la fronte. — Immagino che potresti essere un demonio che viene da molto lontano. Un demonio che viene da lontano potrebbe non sapere la lingua del mio popolo. È questo che sei?

— Un demonio? No. Sono una persona. Mi chiamo Lixia. E tu chi sei?

L’uomo parve sorpreso. — La Voce della Cascata. Non hai sentito parlare di me?

— No.

— Devi venire da molto, molto lontano.

— Sì.

— Io parlo per lo spirito della cascata. Esso è molto potente e conosce quasi ogni cosa. — L’uomo si mise a cantare:


"Conosce

ciò che dicono i pesci

nell’acqua.


"Conosce

ciò che dicono gli uccelli

nel vento.


"Conosce

ciò che dicono i demoni

nelle viscere della terra…


"Quelli che muovono,

quelli che scuotono,

quelli che mandano su fuoco…


"Conosce

ciò che si dicono

l’un l’altro".


— La gente mi fa domande. Mi chiede che cosa sento nel rumore dell’acqua. — Saltellò su un piede e si girò, sempre saltellando. Poi barcollò e appoggiò entrambi i piedi per terra. — Che cosa vuoi? Perché sei qui?

— Sto viaggiando con una del tuo popolo. È ferita e sto cercando aiuto.

L’uomo aggrottò la fronte. Agitò il suo bastone e gridò:


"O cascata,

dimmi,

dimmi come interpretare tutto ciò".


Inclinò il capo e rimase in ascolto. Ascoltai anch’io, ma non sentii niente all’infuori dello scroscio dell’acqua.

— La cascata dice che probabilmente parli con sincerità. In ogni caso, dice la cascata, porta sfortuna molestare i viandanti o coloro che chiedono aiuto. Pertanto ti aiuterò. Vieni con me. — Si voltò e s’incamminò su per il sentiero. Esitai un momento, poi lo seguii. Non era mai una buona idea discutere con un oracolo, soprattutto uno di una società che non si comprendeva. Ben presto ci trovammo a una buona distanza sopra la pozza. Guardai giù e vidi l’acqua spumeggiante. Nella foschia splendeva, tenue, un frammento di arcobaleno.

La pista si addentrava in una fenditura. Procedemmo fra nere pareti di roccia lungo le quali gocciolava l’acqua. Sulla roccia c’erano chiazze di una sterposa vegetazione color arancione. Una creatura camminava fra le chiazze. Era all’altezza della mia spalla e si muoveva lenta, dell’azzurro del cielo terrestre e con almeno una dozzina di zampe. Dal davanti spuntavano due antenne che ondeggiavano lievemente. Altre due antenne spuntavano sul dietro e anche queste ondeggiavano appena. Non riuscii a scorgere né una bocca né occhi.

Immaginai che l’animale stesse procedendo in avanti, ma non avevo modo di giudicarlo. Pensai di raccoglierlo. Forse c’erano organi visibili nella parte inferiore. Ma non mi erano mai piaciuti gli animali con più di otto zampe.

La mia guida si muoveva rapida. La seguii, scivolando di quando in quando sulla pietra bagnata.

Stavamo arrivando alla fine del passaggio. Le pareti erano alte solo un paio di metri e in cima vi crescevano delle piante. Vidi foglie, steli e fiori.

L’altezza delle pareti diminuì ulteriormente. Ormai riuscivo a vedere al di là di queste e della vegetazione. Stavamo emergendo su una pianura.

Su un lato, in lontananza, c’era una rupe, piuttosto bassa e costellata di alberi. In tutte le altre direzioni la terra era pianeggiante e coperta da una specie di pianta dalle foglie lunghe, sottili e flessibili. La pianta era alta circa un metro. Il suo colore variava: verde e verdeazzurro, gialloverde e un grigio-verdeazzurro argenteo. Non avrei saputo dire che cosa significassero le differenze nel colore. C’era più di una specie di pianta che cresceva sulla pianura? O il colore rappresentava variazioni all’interno di una specie?

— Ecco. — L’uomo indicò la rupe. — Il fiume è laggiù. La pista corre lungo il fiume. Seguila. All’imbrunire arriverai a un villaggio. Chiedi della sciamana e dille che hai un messaggio della Voce della Cascata. Dille che la cascata ordina di dare a questa persona ciò che chiede. Di’ che non c’è nessun male in questo. Lo so. Me l’ha detto la cascata.


"Non rifiutare di credermi,

o popolo.

Io so ciò che sa il fiume.


"Conosco i segreti

scoperti

dalla pioggia."


Agitò il suo bastone e danzò di lato, poi fece una piroetta e indicò la pista più sotto. — Va’!

Ubbidii. Quando arrivai in cima alla rupe, mi guardai indietro. Scorgevo la pista che serpeggiava fra la pseudo-erba, ma non riuscivo a vedere l’uomo. Doveva essere tornato nel canyon presso la cascata.

Scesi faticosamente lungo il pendio in direzione del fiume, che in quel punto era ampio e poco profondo, ombreggiato da alberi dalle foglie di un azzurro scuro.

Al centro del fiume c’era un banco di ghiaia sul quale si riposavano una mezza dozzina di creature: grossi quadrupedi privi di pelo e con la coda. Uno di questi sollevò il capo e mi fissò, poi emise un brontolio di avvertimento. Si alzarono tutti quanti ed entrarono pesantemente nell’acqua.

Forse lucertole? Il nome sembrava appropriato e mi offriva una sommaria qualificazione, anche se avrei dovuto ricordare che queste creature non erano autentiche lucertole.

Arrivai al villaggio al tramonto. Sorgeva in cima alla ripida scogliera del fiume, e tutto ciò che riuscii a vedere in un primo tempo fu una barriera fatta di tronchi oltre la quale saliva del fumo. Fuochi per cucinare. Parecchi. Sulla palizzata c’erano insegne come quella che aveva tenuto in mano l’oracolo: lunghe pertiche che terminavano in corna di metallo. Le corna rosseggiavano alla luce del sole. Rame lucidato, mi dissi.

Mi inerpicai su per il sentiero fino al cancello. C’era una donna lì ferma, che osservava il sole che calava. Era scura come i due uomini nel canyon e indossava una tunica di un azzurro acceso.

— Dammi il benvenuto — dissi.

La donna si girò.

— Chi sei?

— Una viandante. La Voce della Cascata mi ha detto di venire qui.

— Davvero? Entra. Sei arrivata appena in tempo.

Entrammo. Lei chiuse il cancello e vi mise una sbarra di traverso. — Ecco! — Si ripulì le mani. — Vieni con me. Ti condurrò dalla sciamana.

La seguii lungo una strada stretta che si snodava avanti e indietro fra le case. Queste erano costruzioni ottagonali, fatte di tronchi. Gli interstizi fra i tronchi erano stati riempiti con una pianta gialla e lanuginosa che sembrava essere viva e in crescita. I tetti erano spioventi e s’innalzavano dai bordi verso il centro, dove c’era un’apertura per il fumo. Non ero in grado di vedere queste aperture, ma il fumo era ben visibile e saliva da quasi tutte le case. I tetti erano ricoperti di terriccio, un eccellente tipo di materiale isolante, e nel terriccio crescevano alcune piante. Erano piccole e scure. Mi protesi e colsi una foglia. Era rotonda, spessa e simile a cera. La schiacciai e ne sprizzò dell’acqua. Una pianta grassa o qualcosa di molto simile. Era probabile che non bruciasse, il che costituiva un grosso vantaggio. Dal foro per il fumo uscivano senza dubbio scintille e se fossero finite su una pianta secca, queste persone avrebbero avuto un incendio della prateria che infuriava proprio sulle loro teste. A che cosa serviva quella pianta? Era commestibile? O soltanto ornamentale?

La donna si fermò davanti a una casa particolarmente grande. — O sciamana, vieni fuori!

La porta si aprì. Uscì una donna, bassa e grassa, che indossava una lunga veste tutta macchiata. La veste era biancastra e le macchie si vedevano facilmente. Una scelta infelice per una persona evidentemente rozza. Aveva addosso almeno una dozzina di collane. Alcune erano comunissimi fili di perline, altre erano elaborate, con catene, campanelle e ciondoli a forma di animali. Erano tutte di rame, e tutte aggrovigliate. Pensai che in nessun modo la donna si sarebbe potuta togliere una sola collana.

— È arrivata questa stranissima persona, o santa. Sostiene di avere un messaggio della Voce della Cascata.

La sciamana mi scrutò con attenzione. — Dov’è la tua pelliccia? Sei stata ammalata?

— No. Vengo da molto lontano. La mia gente è priva di pelliccia.

— Aiya! Ciò è davvero strano. Qual è il tuo messaggio?

— La Voce della Cascata dice che vuole che tu mi aiuti.

— No.

— Che cosa?

— Quell’uomo non può aver detto così. Lui non ha desideri. Non ha opinioni. Egli è la Voce della Cascata. Quando parla, è la cascata che parla. Perciò, quello che hai detto era sbagliato. Non è quell’uomo che vuole che io ti aiuti. È la cascata che vuole che ti aiuti.

L’altra donna fece il gesto dell’approvazione.

— Di che cosa hai bisogno? — domandò la sciamana.

— Ho un’amica che è stata ferita. Si trova a una giornata da qui, verso est, nel canyon. Vuoi andare a cercarla?

La sciamana corrugò la fronte e si grattò il mento. Poi fece il gesto dell’assenso. — Domani. — Si voltò e tornò in casa. La porta si chiuse.

— Aiya! - esclamò l’altra donna. — È una cosa che lei non fa mai. Non va mai dalle persone, sono loro che devono venire da lei. Ma tutti ascoltano la Voce della Cascata. E quell’uomo un tempo era suo figlio, e lei gli voleva molto bene. Vieni con me.

La seguii fino a un’altra casa. All’interno c’era un unico, vasto locale con grossi pilastri che sostenevano il tetto. Erano stati intagliati e dipinti di rosso, bianco, nero e marrone. I disegni erano complessi, costituiti da linee ricurve. Sembravano raffigurare degli animali. Qui e là vidi delle facce e delle mani munite di artigli. Le facce avevano occhi di rame e lingue di rame che sporgevano arrotolate dal pilastro.

Al centro della casa un fuoco ardeva in una buca e lì vicino erano sedute tre persone. Erano bambini abbastanza grandicelli. Stavano facendo un gioco. Uno scagliava una manciata di bastoncini, un altro si chinava a osservare il disegno che avevano formato. — Aiya! Che fortuna che hai!

Il terzo guardò nella nostra direzione. — E questa che cos’è?

— Una persona. Sii cortese. Portaci qualcosa da mangiare.

Ci sedemmo. La donna disse: — Io sono Eshtanabai, la mediatrice. È stata una fortuna che ci fossi io al cancello invece di una donna qualunque.

— Tu sei che cosa?

I bambini ci portarono delle scodelle di poltiglia e una caraffa piena di liquido. Il liquido era aspro. La poltiglia era quasi insapore. Mangiammo e bevemmo. Eshtanabai mi spiegò.

— Le persone si arrabbiano le une con le altre. Non si parlano. Se ne stanno sedute nelle loro case e tengono il broncio. Io vado da ciascuna di queste persone. Ascolto ciò che hanno da dire. Dico: "Questa controversia non è bene. Non c’è un modo per mettervi fine? Che cosa vuoi? Quale soluzione ti soddisferà?". Allora vado avanti e indietro, avanti e indietro finché tutti sono d’accordo su ciò che andrebbe fatto. È un lavoro difficile. Mi causa dei gran mal di testa.

— Posso immaginarlo.

— Qualcuno deve farlo. La sciamana è troppo santa. La Voce della Cascata non sempre parla in modo logico. Come potrebbe un uomo, perfino quell’uomo, appianare una controversia?

Non avevo una risposta a quell’interrogativo. Finimmo di mangiare, poi mi coricai, usando il mio zaino come guanciale. Uno dei bambini mise altra legna sul fuoco. Un altro bambino incominciò a suonare un flauto. La melodia era dolce e malinconica. Chiusi gli occhi e ascoltai. Un momento dopo mi addormentai.

Mi svegliai nel cuore della notte con un terribile torcicollo. Il fuoco era quasi spento. Attorno a me, nella casa buia, sentivo il suono del respiro. I miei compagni dormivano. Mi tirai su a sedere e mi massaggiai il collo, poi tornai a coricarmi. Questa volta non usai lo zaino come guanciale. Quando mi svegliai di nuovo era mattina. La luce del sole splendeva attraverso la porta aperta. Eshtanabai era seduta accanto al fuoco. I bambini erano spariti.

— La sciamana ha lasciato il villaggio — mi disse. — Con lei sono andate altre persone. Porteranno qui la tua amica.

— Bene. Quando?

— Domani o il giorno dopo.

Feci colazione, ancora poltiglia, poi uscimmo. Il cielo era sereno, l’aria tiepida. Odorava di mucchi di letame. Decisi di dare un’altra occhiata alla pianura. Trovai il cancello del villaggio e lo varcai.

Una pista conduceva attorno al villaggio. La seguii. La pianura si estendeva verso sud e verso est, quasi assolutamente piatta. C’erano animali in lontananza: puntini neri che di quando in quando si muovevano. Mi riparai gli occhi con la mano, ma non riuscii a distinguerli.

Sul lato settentrionale del villaggio c’erano orti che somigliavano in tutto e per tutto agli orti del villaggio di Nahusai. Mi fermai nei pressi di uno degli orti.

Una donna alzò lo sguardo. — Sei tu la straniera.

— Sì.

— Sei certamente strana.

Indicai con la mano gli animali sulla pianura. — Che cosa sono quelli?

Lei sgranò gli occhi. — Non lo sai?

Feci il gesto che significava "no".

— Com’è possibile che qualcuno sia così ignorante?

Non dissi nulla. Dopo un momento la donna parlò. — Sono cornacurve. Il grosso della mandria è a nord. In autunno gli uomini li porteranno indietro. Allora l’intera pianura sarà nera.

— Dove sono gli uomini adesso?

Lei si accigliò. — Ma non sai proprio niente? Sono con la mandria. Dove altro dovrebbero essere?

— Grazie. — Proseguii.

Il giorno seguente il cielo era nuvoloso. Scesi al fiume, portando con me il mio zaino. Mi sistemai ai piedi di un albero e tirai fuori la radio.

Eddie era tornato. — Come sta la tua amica? — s’informò.

— Non lo so. Sono andata in cerca di aiuto, e l’aiuto è andato in cerca di Nia. Scoprirò come sta nel corso della giornata.

— Tu dove sei?

Gli descrissi l’ubicazione del villaggio e gli riferii il mio incontro con la Voce della Cascata.

— Be’, sembra proprio affascinante. — Tacque per un minuto o due, poi disse: — Non ne so molto sugli oracoli. Erano importanti in Grecia, non è vero?

— Sì.

— Forse dovrei leggere un po’. Com’è il villaggio?

Glielo descrissi. — Per quanto sono in grado di stabilire, tutti gli adulti sono donne. Gli uomini si trovano su al nord e si prendono cura di una mandria di animali. Sono migratori. Le donne invece non si spostano. Come va la nave?

— Più o meno come sempre. Abbiamo ricevuto un messaggio dalla Terra.

— Ah, sì? — Provai la consueta eccitazione. — Qualcosa di interessante?

— C’è una nuova colonia spaziale e gli ucraini stanno incominciando a colonizzare la regione selvaggia attorno a quella che un tempo era Kiev. E qualcuno ha inventato una radio funzionale più veloce della luce. Ci hanno inviato i progetti.

Mi dondolai all’indietro sui calcagni. Non saremmo stati più isolati. Non avremmo più dovuto aspettare per quarant’anni la risposta a una domanda. — Quanto tempo ci vorrà per fabbricare quell’oggetto?

Eddie scoppiò a ridere. — Noi possiamo fabbricare l’apparecchio radioricevente. Gli ingegneri ne sono quasi certi. Ma per inviare messaggi dovremo poter produrre una nuova e stranissima particella, e la macchina che può farlo è grande.

— Merda.

— Esattamente il mio pensiero. Forse ti interesserà sapere che la particella è stata chiamata fred. Non in onore di Frederick Engels. Su questo il messaggio era molto chiaro. — La voce di Eddie aveva il tono che usava quando descriveva una manifesta follia. — È stata scoperta… no, teorizzata, da due persone più o meno nello stesso tempo. Tutto in questa particella succede in serie di due, secondo il messaggio. La persona di Pechino voleva darle il nome di guanyon in onore della dea cinese della misericordia, Guan Yin. A quanto sembra, la dea le è apparsa in sogno, ritta su un fiore di loto e con in mano l’equazione decisiva scritta su un ventaglio.

"La persona di Santiago voleva dare alla particella il nome di pablon in onore del poeta Pablo Neruda. Non so perché. Forse ha avuto un’equazione in sogno. Nessuno dei due era disposto a cedere. Così la particella viene chiamata fred. Si presenta sempre come una di una coppia. Così l’altra particella è stata chiamata frieda.

— Suppongo che questo sia un altro esempio della terribile bizzarria dei fisici — osservai.

— Aha.

— Perché hanno mandato i progetti se non possiamo usarli?

— Per nostra informazione e nell’eventualità che ci imbattessimo in una grande quantità di metallo, una grande quantità di silice e una moderna società industriale. Bisogna essere sempre preparati, come ha detto qualcuno. Forse Frederick Engels.

Mi grattai il naso. — Che cosa ti preoccupa?

— A parte il fred? Derek ha scoperto un blocco di rame. È largo un metro e, per quanto è in grado di stabilire, è puro. Si trovava sulla riva di un fiume. Depositato semplicemente lì in piena vista. Quassù dicono che forse potremo trovare le risorse per costruire il nuovo trasmettitore. Voi laggiù state scoprendo troppo. Perché non state zitti?

— Andiamo, Eddie. Sai che non possiamo farlo. La segretezza è nemica della democrazia. Ci sono altre notizie?

— Derek si sta spostando verso nord e verso ovest. Si trova solo a un centinaio di chilometri da te. Vorrebbe unirsi a te. Pensi che la tua amica sarebbe contraria a viaggiare con un uomo?

— Sì.

— Era quello che temevo.

Vidi qualcosa muoversi con la coda dell’occhio. — Devo andare. — Spensi la radio e la ficcai dentro lo zaino, poi mi guardai attorno e scorsi un animale bipede abbastanza simile a quello che avevo visto nel canyon. Questo, però, era di una nuova varietà, alto come me con una schiena color blu scuro. Il ventre era bianco panna, e aveva una cresta: un ciuffo di piume lunghe che risplendevano azzurre alla luce del sole. L’animale era intento a mangiare da un albero ricoperto di bacche, protendendo le lunghe braccia e strappando le bacche, una manciata alla volta. Si riempiva la bocca di bacche, poi inghiottiva e ne coglieva altre. Mi alzai. L’animale girò il lungo collo e mi fissò, poi riprese a mangiare. C’era qualcosa di stranamente umano nei suoi movimenti. Non poteva essere intelligente. La sua testa munita di cresta era piccolissima. Nondimeno, restai a osservarlo finché non ebbe finito di mangiare e non si fu allontanato. Poi tornai al villaggio.

Alla sera la sciamana tornò. La vidi entrare nel villaggio. Indossava una lunga Veste azzurra e un cappello fatto di penne. Cinque donne la seguivano. Due di loro portavano una barella sulla quale era distesa Nia. Aveva gli occhi chiusi. Sembrava addormentata.

— Non preoccuparti — mi disse Eshtanabai. — La nostra sciamana curerà la tua amica.

— Lo spero.

La sciamana disse: — Portate la donna nella mia casa. Andrò a raccogliere erbe medicinali.

Eshtanabai mi toccò il braccio. — Vieni con me. La sciamana non vorrà visitatori, fatta eccezione per i santi spiriti. E a te non piacerebbe incontrarli. Non è prudente.

— D’accordo.

Trascorsi la sera in casa di Eshtanabai. Mi sentivo irrequieta e turbata. Che cosa stava succedendo a Nia? Mi mordicchiavo le unghie e osservavo il fuoco. Eshtanabai giocava con i bambini. Dopo un po’ me ne andai fuori. Il villaggio era silenzioso salvo per il suono di un tamburo. Era forse la sciamana? Non lo sapevo. Guardai in su. Il cielo era limpido e le stelle splendevano luminose. Un vento fresco soffiava dalla pianura. Era un bel pianeta: puro e pulito, e quasi disabitato. Noi stavamo lavorando al nostro pianeta da oltre un secolo quando la nave era partita e il lavoro era continuato. Erano già due secoli. C’erano ancora sfregi ovunque: montagne spogliate, paludi avvelenate, vaste distese dove la terra era inutilizzabile, almeno per gli umani: erosa, arida o piena di sale, l’acqua esaurita, pompata completamente e utilizzata nel Ventesimo Secolo.

Che cosa avevano avuto in mente le popolazioni di allora? Avevano lasciato i loro discendenti quasi privi d’acqua e con enormi montagne di uranio. Che genere di eredità era mai quella? Come pensavano che saremmo sopravvissuti?

Ce l’avevamo fatta senza molto aiuto da parte loro. Era sorprendente quante persone eravamo riusciti a salvare. Quando pensavo alla Terra, mi venivano in mente masse di gente. Soltanto l’oceano era veramente disabitato, così come le calotte polari e le terre distrutte.

Guardai in su verso il cielo stellato e provai un terribile senso di perdita.

Non che la mia società non mi andasse a genio. Era sana, decorosa, umana, la migliore società che la Terra avesse mai conosciuto. Ma era enormemente complessa. Non c’era nulla di facile. Nulla di chiaro e lineare. Per la prima volta la storia era un processo consapevole. Per la prima volta gli individui potevano plasmare deliberatamente la propria vita, con la consapevolezza di ciò che facevano.

Discutevamo ogni punto. Votavamo. Venivamo a compromessi. Costituivamo fazioni e coalizioni. Pensavamo sempre alla giustizia e all’equità, alle conseguenze di quello che facevamo, al futuro.

Il tamburo s’interruppe. La brezza cambiò direzione. Ora sentivo gli odori dei fuochi per cucinare e delle latrine. Decisi di tornare dentro.

L’indomani mattina mi recai alla casa della sciamana.

Mi accompagnava Eshtanabai. — O santa — gridò. — La persona senza pelo è venuta a far visita.

La porta si aprì. La sciamana fece capolino. — La tua amica è ammalata. Brucia. Sento il calore nei punti in cui la sua pelliccia è sottile. Ed è debole. Ma la curerò. Non temere.

— Posso entrare?

La sciamana si accigliò, poi fece il gesto dell’assenso e aprì di più la porta.

Il fuoco era spento. La sola luce penetrava dall’apertura per il fumo: un raggio di luce dorata che scendeva obliquo e illuminava un vecchio canestro, scolorito e sformato. Ogni altra cosa nella casa era nascosta dall’oscurità. Vidi dei mucchi di roba, ma non avrei saputo dire di che cosa si trattasse.

— Nia? — Mi guardai attorno.

Uno dei mucchi si mosse e sollevò una mano. Mi avvicinai. Era Nia, che giaceva avvolta in una coperta.

— Come stai?

— Mi sento in modo orribile. Siediti. Tienimi compagnia.

Lanciai un’occhiata alla sciamana. Lei fece il cenno dell’assenso, così mi sedetti.

Nia chiuse gli occhi. Per un po’ di tempo non disse niente, infine parlò. — La sciamana è brava? Lo sai?

— Sembra che abbiano una buona opinione di lei.

— Bene. Forse allora vivrò. — Aprì gli occhi. — Enshi è venuto da me la notte scorsa. Porta male sognare i morti. Ma lui non mi ha minacciata. Scherzava e mi ha detto come si sta a vivere nel cielo. Non male, ha detto, anche se di quando in quando soffre la fame. È sempre stato un pessimo cacciatore. Perfino quando sono gli animali ad andare da lui, come fanno in quella terra, gli capita di mancare il bersaglio. Che uomo inutile! Ma raccontava delle belle storie, e aveva un carattere meraviglioso. Non si adirava mai. — Chiuse gli occhi. Attesi. Riaprì gli occhi. — Abbiamo fatto una cosa vergognosa.

Diedi un’occhiata attorno. La sciamana era sulla porta e stava parlando con Eshtanabai. Era troppo lontana per sentire.

Nia sollevò il capo e guardò le due donne, poi tornò a coricarsi. — Non voglio parlartene. Non qui. Non sono pazza. Sono stanca. Voglio dormire.

La lasciai e trascorsi la giornata a gironzolare per il villaggio, osservando i bambini che giocavano nelle strade e chiacchierando con madri e nonne. Erano persone cortesi e amichevoli. Una lavoratrice del rame mi mostrò come lavorava il metallo. Un’anziana donna mi raccontò come fosse stato creato il mondo da un seme lasciato cadere dall’uccello che vive sull’albero del sole. Alla sera cenai con Eshtanabai.

— La tua amica si rimetterà. Me l’ha detto la sciamana. La sciamana sostiene che la tua amica lavora il metallo. Le ha promesso un coltello.

Feci il gesto dell’affermazione, seguito da quello dell’approvazione.

— Appartiene al Popolo del Ferro?

— Sì.

— Loro vivono più a ovest, oltre il Popolo dell’Ambra. Ho sentito dire che sono violenti.

— Non saprei.

— A detta del Popolo dell’Ambra, litigano parecchio e quando fanno un dono, si assicurano sempre che il dono che ricevono in cambio sia altrettanto buono.

Feci il gesto che significava "può darsi" o "se lo dici tu".

L’indomani vidi di nuovo Nia. Nella buca ardeva un bel fuoco e la casa della sciamana era piena di fumo aromatico. La mia amica si era tirata su a sedere, la schiena appoggiata a un palo. Mi sedetti anch’io. La sciamana se ne andò, chiudendosi l’uscio alle spalle.

— Gliel’ho chiesto io — disse Nia. — Ho fatto un altro sogno. Ho visto Hua, la donna che mi ha allevata. È morta prima che qualcuno sapesse ciò che avevo fatto. Ma adesso lo sa. Ed è furiosa. Mi ha detto parole taglienti. Aiya! Se facevano male!

"Le ho risposto che ciò che avevo fatto non la riguardava affatto. E, in ogni caso, non avevo fatto niente di malvagio. E lei: ’Sono tutti d’accordo con me. È stata una cosa cattiva’. E io ho ribattuto: ’Racconterò la cosa a Li-sa. Lei viene da molto lontano. Sa come vengono fatte le cose in luoghi diversi. Lasciamo decidere a lei se la cosa che ho fatto era malvagia oppure no’. Poi mi sono svegliata." Nia mi guardò. Trovavo difficile decifrare l’espressione del suo viso, ma ebbi l’impressione che fosse stanca e infelice.

Le dissi: — Raccontami la tua storia, se lo desideri.

Nia aggrottò la fronte e si grattò il naso. Poi incominciò. Fino a quel momento l’avevo giudicata un tipo forte e di poche parole. Non aveva mai parlato molto, ma ora le parole le uscivano facilmente. Doveva essersi esercitata a ripetere la sua storia. Me la figurai mentre la raccontava, molto probabilmente a se stessa. Doveva averla provata più e più volte, cercando di dare un senso a quanto era accaduto.

— Il primo errore è stato questo: ho aiutato Enshi a incontrare sua madre. Non so perché l’ho fatto. Lui è sempre stato molto bravo con le parole. Riusciva sempre a far sembrare giusto e ragionevole quello che voleva.

"Lo accompagnai fino dentro il villaggio, di notte, naturalmente, e aspettai fuori della tenda. Lui e sua madre parlarono. Sua madre gli diede dei doni. Enshi aveva perduto i doni che aveva ricevuto in precedenza. Era tipico di lui. Quando ebbe finito, andai con lui ai margini del villaggio. E ora viene il secondo errore." Nia serrò una mano e colpì il terreno. — Enshi voleva tornare di nuovo. Si sentiva solo sulla pianura. Disse che sarebbe morto là fuori in quel deserto se non avesse avuto qualcosa da aspettare con ansia. Il fuoco caldo nella tenda di sua madre, buon cibo, nuovi indumenti. Come sapeva parlare bene! Accettai di aiutarlo. — Nia si massaggiò la faccia. — Che sciocca sono stata!

"Sua madre incominciò a lamentarsi delle sue vicine. Diceva che c’era troppo baccano nel villaggio. Era stufa dell’odore della cucina delle vicine. C’erano troppe immondizie. C’erano troppi insetti. Incominciò con il montare la propria tenda lontano da tutte le altre. L’avevano progettato insieme loro due. Adesso era facile per Enshi trovare la tenda della madre, ed era improbabile che qualcuno lo vedesse.

"Ma avevano bisogno di qualcuno che portasse messaggi dentro e fuori il villaggio. Avevano bisogno di qualcuno che stesse di guardia quando lui veniva. Lo feci per tutta l’estate e tutto l’autunno. In inverno lui non poteva entrare nel villaggio. La gente avrebbe visto le sue impronte nella neve. Andavo io a cercarlo, portandogli cibo e un mantello nuovo, un mantello folto fatto di pelliccia. In primavera ci incontrammo e ci accoppiammo. Avvenne fra le colline. Era lì che stavano i giovani. Lui aveva il peggior territorio possibile. Era tutto pietre, tutto un salire e scendere. Lì non c’era niente da mangiare. Nondimeno, andai da lui." Diede di nuovo una botta sul terreno. — Forse Hua ha ragione. Forse sono davvero una pervertita.

Non dissi una parola. Nia continuò. — Non aveva niente di valore da donare. Raccoglieva delle cose: penne da un cespuglio o pietre che luccicavano alla luce del sole. Componeva delle poesie. Che genere dj dono è mai quello? Era un uomo inutile! — S’interruppe un momento. Aveva un’aria perplessa. — Quando mi trovavo con lui, sentivo… non so come definire quel sentimento. Avevo la sensazione di aver trovato una nuova parente, una sorella o una madre. Qualcuno con cui stare seduta alla sera, qualcuno con cui chiacchierare. Mi sentivo soddisfatta. Quando il periodo della smania fu terminato, rimasi ancora. Mi piaceva restare lì. Mi trattenni altri dieci giorni. Poi tornai a casa, e le persone mi chiesero che cosa fosse successo. Risposi che il mio cornacurve si era azzoppato. Raccontai loro che ero stata costretta a fare a piedi buona parte della strada del ritorno. Ormai ero una bugiarda. — Aggrottò la fronte. — Che cosa accadde in seguito? Ci spostammo a nord e piantammo le nostre tende nella regione dell’estate. La vecchia Hua si fece male. Si provocò una bruciatura mentre lavorava alla fucina. La bruciatura non guarì. La sua gamba incominciò a marcire. Alla fine morì.

"Tutti dissero che era morta come si conviene a una donna, senza lamentarsi o fare un gran baccano. Gli spiriti erano contenti di lei. È quello che diceva la gente. Io lo trovavo difficile da sopportare.

"Dopo che fu sottoterra, la sciamana eseguì le cerimonie della purificazione e le cerimonie per scacciare la sventura."

— Perché? — chiesi.

Nia parve sorpresa. — Tutte le morti sono infauste, e Hua era morta inaspettatamente. Era vecchia ma forte, e si era già bruciata parecchie volte prima di allora. Le bruciature erano sempre guarite.

Feci il gesto che significava "capisco" o "vedo".

— La cattiva sorte rimase — proseguì Nia. — Dapprima non sembrava che fosse così. L’estate era propizia. C’era abbastanza pioggia. I fiumi erano pieni di pesci e gli arbusti avevano tante di quelle bacche che i loro rami si piegavano fino a toccare il suolo. Avevamo da mangiare in abbondanza.

"Alla fine dell’estate arrivarono al villaggio persone provenienti da occidente. Portarono stagno e pellicce bianche. Una di loro si ammalò, poi morì. La nostra sciamana morì. Io mi ammalai e lo stesso accadde a Nuha. Era la madre di Enshi. Era uscita di senno e continuava a gridare: ’Enshi! Enshi!’. Poi chiese agli spiriti di perdonarla. Disse che era tutta colpa mia. Suo figlio non avrebbe mai fatto niente di sbagliato. L’avevo spinto io a comportarsi in modo vergognoso. Avevo fatto infuriare gli spiriti. Promise a tutti che se fosse morta non se ne sarebbe andata via. Il suo spirito sarebbe rimasto nel villaggio e avrebbe trovato il modo di vendicarsi di me.

"Nuha morì. Io mi ristabilii, anche se per qualche tempo pensai che sarei morta anch’io. Quando fui in grado di alzarmi e di camminare, le vecchie del villaggio mi invitarono ad andarmene.

"Aiya! Quanto era difficile! Chiesi loro di lasciarmi restare. Le supplicai. Ma loro dissero: ’Vattene’.

"Andai in cerca di Enshi, e noi due insieme ci dirigemmo a sud finché non arrivammo alle Colline del Ferro. Erano a metà strada fra la terra dell’estate e la dimora invernale. Laggiù il suolo è rosso. I fiumi e i torrenti sono marroni come la ruggine. Ogni anno alcune donne vanno laggiù a estrarre il ferro. Restano fino all’autunno, scavando il ferro e fondendolo per ricavarne delle barre. Poi si ricongiungono con il villaggio. Quando arrivammo fra quelle colline, le donne stavano ormai facendo i bagagli. Ci nascondemmo fra i cespugli. Esse caricarono i loro carri e finalmente se ne andarono.

"Trovammo un riparo all’entrata di una miniera. Era costruito di legno e di pietra e la donna che l’aveva fabbricato si era lasciata dietro alcuni dei propri utensili. Trovammo un’ascia, un piccone e un badile. C’era anche un’incudine, una grossa incudine, troppo pesante da trasportare.

"Restammo lì tutto l’inverno. Rischiammo di morire di fame. Avevo un bambino dentro di me, ma morì e venne fuori come sangue. Enshi riteneva responsabile la propria madre. La pregò di andarsene, poi le disse: ’Fa’ del male a me! Fa’ del male a me! Sono io che ho agito in modo ignobile’."

Nia smise di parlare. Io cambiai posizione e mi massaggiai le gambe. Incominciavo a sentirle intorpidite.

— In primavera ci addentrammo di più fra le colline. Le donne tornarono. Rubavamo a loro. Enshi era bravo in questo. O almeno era più abile di me.

"Trovammo un fiume pieno di pesci: molto più dentro fra le colline, lontano da tutti gli altri. Nelle vicinanze c’era una scogliera rossa di ferro. Fabbricai delle trappole per catturare pesci. Enshi imparò a estrarre il ferro. Costruimmo un rifugio e io montai una fucina. Nuha ci lasciò in pace." Nia aggrottò la fronte. — Non provavo una particolare vergogna. C’erano giorni in cui mi pareva che ciò che facevamo fosse giusto. Che cosa c’era di sbagliato in me?

Feci il gesto che significava "nessun commento".

— Quell’inverno avevamo cibo in abbondanza. Alla fine dell’inverno io ebbi una bambina. Le diedi il nome Hua. A Enshi piaceva. La teneva in braccio e le parlava. Qualche volta lei lo faceva arrabbiare, ma lui non gridava né menava colpi. La metteva giù e andava a fare una passeggiata. Era pazzo, senza dubbio.

Io girai la mano per dirle "forse sì e forse no".

— Ho la gola secca. Vuoi portarmi qualcosa da bere? — Mi fece cenno col dito. Andai a prendere una brocca d’acqua. Nia ne bevve un bel sorso. — Aiya! Quanto è buona! Che cosa stavo dicendo?

— Hai avuto una bambina.

— Due. L’altro era un maschio. Anasu. Nacque il terzo inverno che passammo fra le colline. A quel punto mi ero abituata a stare da sola, a parte Enshi e i bambini. Mi piaceva. Mi piace ancora. Ci sono troppe chiacchiere in un villaggio. Troppi pettegolezzi. Troppe discussioni. Ma non fra le colline. Lassù è tutto tranquillo. Una volta ogni tanto Enshi diventava irrequieto e si allontanava da solo. A volte io facevo lo stesso. Quelli erano i momenti che preferivo, credo. Salivo finché non c’era più niente sopra di me all’infuori del cielo. Stavo al di sopra di tutto. Mi sedevo ad ascoltare il vento. Allora mi sentivo soddisfatta.

"Dopo di che dovevo tornare giù ad aiutare Enshi con i bambini.

"Tutto questo andò avanti per cinque inverni. Poi, una primavera, arrivò il pazzo. Si avvicinò cavalcando, una mattina. Il suo cornacurve era così magro che avrei potuto contare ogni costola. Quanto all’uomo, era lacero e grigio. Aveva perso un occhio e il suo aspetto era orribile.

"Mi trovavo nella fucina e battevo un pezzo di ferro per un piccone. Enshi era andato a caccia. E i bambini… non ricordo dove fossero. Vicino a me, immagino.

"Udii una voce. Era aspra e profonda. ’Sei pronta, donna?’

"Alzai lo sguardo. Lui smontò e venne verso di me. ’È il tempo?’ chiese.

"’No’ risposi. ’Che cosa ci fai qui?’

"Lui si fermò e inclinò la testa di lato. Ricordo questo particolare e ricordo lo sguardo del suo unico occhio. Era folle. Succede ai vecchi. Perdono il loro territorio; gli uomini più giovani li cacciano via. Ma loro non si arrendono. Rifiutano di tornare al villaggio. Invece continuano a vagabondare da soli. Non hanno un posto. Dimenticano le regole e le usanze. Sono pericolosi.

"Strinsi con forza il mio martello.

"Lui disse: ’Presto. Un altro giorno o due. So giudicarlo. Ero solito avere cinque donne, sei donne, in una stagione. Aiya! I doni che portavano e l’odore dei loro corpi’.

"’Vattene’ gli dissi. ’Non ti voglio qui.’

"’Posso aspettare’ ribatté lui. ’Ho aspettato già molto tempo. Resterò.’

"Fu allora che vidi Enshi alle spalle dell’uomo, con in mano il suo arco. ’No’ disse. ’Questa donna è mia. Vattene di qui.’

"Il vecchio si girò. ’Tu, piccola creatura pelle e ossa! Credi di poterti confrontare con me? Ho incontrato uomini grossi il doppio di te. Ed erano loro ad abbassare lo sguardo. Erano loro ad andarsene.’

"Enshi sollevò l’arco. C’era una freccia pronta, sistemata contro la corda. Incominciò a tendere l’arco. ’Ti ucciderò, vecchio. Ti conficcherò una freccia nel ventre.’

"Il vecchio disse: ’Questo è oltraggioso. Non sai come vanno fatte queste cose? Nessun vero uomo usa mai una freccia contro un altro uomo. Un coltello è l’arma appropriata. Anche una clava va bene. Ma niente che uccida da lontano. Un vero confronto avviene corpo a corpo’.

"Enshi parlò in risposta. Disse: ’Non mi importa quali siano le regole. Questa donna è mia. Farò ciò che devo per tenermela’."

Nia fece una breve pausa. Il suo viso appariva pensieroso. — Sollevai il mio martello e dissi: "Neppure a me importa delle regole. Se mi verrai vicino, ti ucciderò, vecchio. Credimi. Dico la verità".

"Che altro c’è da dire? Il vecchio rinunciò e se ne andò. Il giorno dopo ebbe inizio la smania. Enshi e io restammo insieme per tre giorni. Credo che sia giusto. Forse quattro giorni. Una mattina mi svegliai. La luce penetrava dalla porta del nostro rifugio. Enshi era vicino a me. Il vecchio gli stava sopra. Lo vidi conficcare il coltello nella gola di Enshi. Anasu gridò. Mi alzai, ma era troppo tardi. Il vecchio era completamente pazzo e forte come talvolta lo sono i pazzi. Era molto più forte di me, e io non sono una persona debole. Mi spinse a terra e ficcò il suo pene dentro di me. Cercai di liberarmi. Lui mi colpì. Il coltello che teneva in mano mi fece un taglio sulla spalla. Ho ancora la cicatrice. I bambini piangevano. Tutti e due. Il vecchio faceva dei grugniti. Lo morsicai. Mi colpì di nuovo." Nia si accigliò. — Qualche volta me lo sogno ancora. Ho del sangue in bocca. C’è del sangue per terra. Sento il vecchio sopra di me e dentro di me. Sento piangere i bambini. Nel sogno, so che Enshi è morto. Dopo un po’ mi sveglio.

"Ma allora non mi svegliai. Il vecchio restò finché la smania non fu terminata. Furono cinque o sei giorni. Ci accoppiammo più e più volte." Nia serrò i pugni. "Quando non ci accoppiavamo, mi teneva legata. Non era stupido, sebbene fosse pazzo. Sapeva che avrei preso i bambini e sarei fuggita. Diceva che ero io la pazza. Nessuna donna normale gli avrebbe ordinato di andarsene. Nessuna donna normale avrebbe cercato di respingerlo.

"I bambini avevano fame. Piangevano. Allora mi slegò in modo che potessi dar loro da mangiare. Ma non volle lasciarmi seppellire Enshi. Trascinò il suo corpo fuori dal rifugio e lo lasciò disteso lì allo scoperto, nello spiazzo fuori dalla porta. Il tempo era molto caldo. Enshi si gonfiò. Incominciò a puzzare. Arrivarono insetti e uccelli. Quando la porta della capanna era aperta, riuscivo a vederli banchettare. Hua continuava a dire: ’Che cosa c’è che non va? Che cosa è successo a Enshi?’.

"Le dissi di stare tranquilla. Avrebbe fatto infuriare il vecchio.

"Che altro potrei dire? Due uomini si erano scontrati nel periodo degli accoppiamenti. Uno aveva ucciso l’altro. Era una cosa che non accadeva spesso, ma non era sbagliata. Perché continuavo a pensare che fosse sbagliata? Perché odiavo il vecchio? Aveva il diritto di accoppiarsi con me. Aveva vinto lui, sebbene forse non in modo del tutto leale."

Nia smise di parlare. Attesi. Avevo un gusto aspro in bocca e non riuscivo a pensare a niente da dire.

— La smania finì e il vecchio se ne andò. Seppellii Enshi. Diedi da mangiare ai bambini, li pulii e li consolai. Poi sellai i nostri animali.

"Portai i bambini con me. Non potevo fare altro. Tenevo in braccio Anasu mentre Hua cavalcava il cornacurve di Enshi. Dovetti legarla alla sella. Seguimmo le tracce del vecchio. Ci vollero due giorni.

"Lo trovai ai piedi delle colline, ai margini della pianura. Si era acceso un fuoco nell’ultimo boschetto prima che iniziasse la pianura. Aiya! Ricordo quello che provai quando vidi il suo fumo salire in volute verso il cielo!

"Legai i cornacurve. Misi a terra i bambini e dissi a Hua di tenere d’occhio suo fratello. Dissi loro di non piangere, che sarei tornata presto, e scesi lungo la collina. Adesso avevo un arma. Un arco. Era lo stesso che era appartenuto a Enshi. Ricordo il momento della giornata. Appena dopo il tramonto. Il cielo a occidente era arancione. Il fuoco del vecchio brillava fra gli alberi. Mi avvicinai strisciando. Lo vidi rannicchiato accanto al fuoco." Nia s’interruppe. "Lo colpii nella schiena. Lui gridò e cadde riverso. Lo colpii di nuovo.

"Che altro c’è da dire? Mi accertai che fosse morto. Poi spensi il fuoco e tornai dai miei bambini. Erano rimasti in silenzio, nascosti in un cespuglio, come un paio di cuccioli di cornacurve. Aiya! Com’erano stati bravi! Li lodai e diedi loro da mangiare.

"In seguito mi recai a nord fino al villaggio. Affidai i bambini ad Angai. Adesso era lei la sciamana. Mi disse che li avrebbe cresciuti nel modo giusto. Io non potevo. Mi diressi verso est e finii dove mi hai trovata, nel villaggio di Nahusai."

Nia si appoggiò all’indietro e chiuse gli occhi. Doveva aver perso peso in quegli ultimi giorni. La sua faccia appariva più magra del solito ed era facile scorgere le ossa, perfino sotto la pelliccia. Aveva la mascella pesante. La fronte era rotonda e bassa. Gli zigomi erano grossi e non c’era alcuna rientranza dove il naso si univa alla fronte. Saliva diritto, ampio e piatto fino in cima. Aprì gli occhi e batté le palpebre. — Decidi tu fra noi due. Ha ragione Hua? Sono una pervertita?

Alzai lo sguardo in cerca di ispirazione. L’apertura per il fumo era scura. C’era qualcosa lassù che bloccava la luce.

Che diavolo? Mi alzai in piedi.

La cosa si mosse. Entrò di nuovo la luce del sole. Riuscivo a vedere il cielo. — Torno subito — dissi a Nia. Uscii e mi girai.

Come tutti i tetti del villaggio, anche questo era ricoperto di vegetazione. Le piccole foglie rotonde splendevano alla luce del sole e c’erano fiori arancioni. Fra i fiori svolazzavano gli insetti. Avevano ali gialle. Più o meno a metà della pendenza del tetto c’era la sciamana. La lunga veste era tirata su e potevo vederle le gambe. Erano ossute e pelose, con grosse ginocchia.

— Hai ascoltato dall’apertura per il fumo. Hai sentito quello che ha detto Nia.

— I miei occhi saranno cattivi, ma le mie orecchie sono le migliori del villaggio. Aiya! Che racconto disgustoso! Dovrei costringervi ad andarvene oggi. — Scese fino al bordo del tetto e si sedette. — Aiutami.

Mi protesi verso la donna, che si lasciò cadere fra le braccia. Era leggera e puzzava. Era un miscuglio di odori, conclusi mentre la mettevo giù. Pelo, muschio e alito cattivo. La vecchia aveva bisogno di un dentista. Feci un passo indietro.

— La Voce della Cascata ha detto di aiutarvi e quindi devo farlo. Quel pazzo! Perché non è cresciuto nel modo giusto e non è andato a raggiungere i suoi fratelli? Ma lui no, quel folle! Lui doveva sentire voci e vedere cose nei sogni. Vado a parlare con lui e quello danza qua e là e farfuglia. Nudo, per di più. Uno di questi inverni si prenderà una brutta infreddatura e morirà. Lascia che te lo dica, è duro fare la madre. Adesso, vattene via! La donna là dentro è debole. Ha bisogno di riposare.

Aprii la bocca.

— Non le dirò quello che ho sentito. Va’! Levati di mezzo!

Mi voltai e mi allontanai. Alle mie spalle la sciamana brontolava. Udii la parola "perversione" e la parola "disgustoso". Poi disse ad alta voce: — Perché queste cose capitano a me?

Continuai a camminare finché non arrivai a casa di Eshtanabai. La donna era seduta sulla soglia, appoggiata all’intelaiatura della porta, e aveva l’aria tranquilla e soddisfatta.

Mi fermai. Lei alzò lo sguardo. — Come sta la tua amica?

— Meglio. Dimmi, com’è la sciamana?

— Vecchia e bizzarra. Molti dicono che non è più quella di un tempo. Ma ricorda ancora le cerimonie. Parla del passato. Le donne anziane lo fanno sempre. E si preoccupa dei suoi figli. Non delle figlie. Queste si trovano nel villaggio. Sa come tirano avanti. Si preoccupa dei figli maschi. Ne ha avuti cinque e sono vissuti tutti abbastanza a lungo per subire il cambiamento. Quattro si trovano su a nord, se non sono già morti. Il quinto, il più giovane, l’hai conosciuto. È nato dal suo ultimo accoppiamento, quando stava già diventando vecchia. Forse è per questo che è diventato un oracolo. Le donne anziane hanno figli strani. Lo sanno tutti. Perché me lo domandi?

Feci il gesto che poteva significare qualsiasi cosa o niente, il gesto dell’incertezza.

— Non è un gran che come risposta. — Eshtanabai si alzò in piedi. — Vieni dentro. Ho un po’ di bara.

Era la bevanda alcolica indigena. O, per lo meno, la sostanza inebriante indigena sotto forma di liquido.

— Ci ubriacheremo. Non ho nient’altro da fare per oggi. — Mi precedette dentro casa.

La seguii. Perché no? Ci sedemmo accanto al fuoco. Era un mucchio di tizzoni. Vedevo un minuscolo rosseggiare in fondo al mucchio, dal quale saliva un filo di fumo che si avvolgeva in volute nel raggio di luce che penetrava dall’apertura nel soffitto. Eshtanabai riempì due scodelle e me ne porse una. Bevvi. Il liquido era amaro e mi bruciava in bocca. Tossii, poi deglutii.

— Bevine ancora — fece lei. Vuotò la sua tazza, poi la riempì. — Ascolta. — Si protese in avanti. — Credo che tu sia preoccupata per la sciamana. È una brava donna. Vecchia e stramba, ma brava. Ma non tutto quello che esce dalla sua bocca è santo. Soltanto un oracolo è santo in ogni momento, ed è una terribile tensione. La maggior parte degli oracoli muoiono giovani. Bevi ancora un po’. Ti farà bene. È dura starsene seduti ad aspettare che qualcuno che si ama si ristabilisca.

Bevvi il resto del bara.

Eshtanabai me ne versò dell’altro. — La sciamana è spesso santa, ma a volte è una vecchia sciocca, che parla dei propri figli. Noi cerchiamo di essere gentili, e non è facile. L’anno scorso abbiamo mandato via un ragazzo, e lei si è ubriacata. Non ha cantato le canzoni appropriate, le canzoni che dicono al ragazzo: "Sii coraggioso! Stai facendo quello che è giusto!". Ha cantato della donna che si è accoppiata con il vento. Quella canzone non è quella adatta.

— Di che cosa parla?

— Non la conosci? È una storia molto vecchia. È successa molto tempo fa, quando vivevamo come il Popolo dell’Ambra. Le nostre case erano tende e noi seguivamo la mandria. C’era una donna che si allontanò nel periodo dell’accoppiamento. Ci fu un terribile uragano quell’anno. I cornacurve fuggirono in preda al panico e gli uomini li inseguirono. Di conseguenza questa donna non trovò un uomo. La smania finì. Lei tornò al villaggio. Dopo un po’ di tempo si vide chiaramente che era gravida. Verso la fine dell’inverno ebbe una figlia. Era la figlia del vento. Nessuno riusciva a vedere la neonata ed era difficile da trovare. Quando aveva fame, andava dalla madre a poppare. Allora, toccandola, la madre apprese che era una femmina e coperta di soffice pelliccia. Ma per la maggior parte del tempo la bambina era irrequieta. Correva nella tenda della madre. Correva per il villaggio. Un giorno fuggì dal villaggio nella pianura. Non ritornò mai più. Sua madre sapeva che sarebbe successo. Compose una canzone per la figlia prima che se ne andasse. Fa così:


"Hola!

mia piccina.

Hola!

mia figlia del vento.


"Adesso turbini

nella mia tenda

Adesso fai svolazzare

i tendaggi.


"Presto te ne andrai

nell’immensa pianura

per sempre."


"È questa la canzone che la vecchia cantò quando allontanammo dal villaggio il ragazzo. Tutti s’infuriarono, soprattutto la madre del ragazzo. Una donna ha numerosi rituali nella sua vita. Un uomo ne ha soltanto uno: la cerimonia di addio. E la vecchia l’aveva rovinata. Ne aveva fatto una triste ricorrenza. Ma che cosa possiamo fare? Non è facile trovare una brava sciamana, e questa è eccellente. E gli spiriti mandano la pioggia per i nostri orti quando lei glielo chiede. Prendi ancora da bere."

Bevemmo. Eshtanabai mi raccontò della vecchia sciamana, quella che avevano avuto prima di questa. Era una donna avida.

— Aiya! Aveva una casa piena di oggetti. Più diventava vecchia, più pretendeva. Chiedeva più di quanto valessero le cerimonie. Noi glielo davamo. Eravamo costrette. Nessuno desiderava la malasorte o la collera degli spiriti. Ma gli spiriti si adirarono ugualmente. Le cerimonie non funzionavano.

— Perché?

Eshtanabai aggrottò la fronte. — Perché davamo troppo. Guarda. Io riempo la tua ciotola. Sono generosa. La riempio fino all’orlo. Questo è un dono adeguato. Tu ne hai abbastanza e ciò ti rende contenta. Io so che mi darai qualcosa in cambio e ciò mi rende contenta. Ma se continuo a versare e il bara trabocca, se ti bagna le mani e si rovescia sui tuoi indumenti e sul pavimento, non è un dono opportuno. È un insulto e un pasticcio.

"Un dono è un legame. Ma soltanto uno sciocco lega una corda forte a un pezzetto di cordoncino. Devi legare fra loro solo cose simili, altrimenti il nodo si scioglierà o si spezzerà."

— Ne sei sicura?

Eshtanabai batté le palpebre. — Quello che so è che gli spiriti non ascoltavano quella donna. I suoi rituali non ci facevano ottenere niente. Trovammo una nuova sciamana, una che prende ciò che è giusto e dà ciò che è giusto, anche se è mezza matta e parla dei propri figli. Ecco. Lascia che ti faccia vedere di nuovo. — Versò dell’altro liquido. — Fino all’orlo e non di più. Che cosa mi darai, o senzapelo?

Mi recai dov’era il mio zaino, tirai fuori una collana e gliela diedi. Lei mi offrì altro bara. Le diedi un braccialetto scolpito ricavato da un legno indigeno e intarsiato con i denti di una specie di pesce locale. Era stato Derek a fare il braccialetto. Era un eccellente artista. Era ormai il crepuscolo e il cielo a occidente era di un rosa arancione. Alta nel cielo c’era una delle lune: un brillante punto luminoso. Pensai che stavano succedendo troppe cose e non ne avevo più il controllo. Oh, bene. Andai nella parte posteriore della casa e crollai addormentata su un mucchio di pellicce.

L’indomani mattina tornai a casa della sciamana. Nia era seduta e mangiava una ciotola di poltiglia. — Perché hai difficoltà a camminare? — mi domandò.

— Ho fatto una cosa stupida. Ohi, la mia testa! — Mi sedetti.

— Non sei più tornata ieri.

— La sciamana mi ha detto che avevi bisogno di riposo. — Vedevo Nia sfocata. Mi fregai gli occhi.

— Non mi hai dato una risposta. — Nia mise giù la sua ciotola. C’era un grumo di poltiglia sul fondo. Lei lo raccolse con un dito e se lo mise in bocca. — Ho ragione io? Oppure ha ragione Hua?

— Che cosa?

— Sono una pervertita?

Mi massaggiai il collo. — Come faccio a saperlo? Ma posso dirti questo: le persone hanno usanze diverse. Ci sono posti in cui gli uomini e le donne vivono insieme come facevate tu ed Enshi. Ci sono posti in cui la gente direbbe che ciò che ti ha fatto il vecchio è stata una cosa orribile.

— Ah! — esclamò Nia. — Dove sono quesi posti?

— Molto lontano da qui.

— Forse un giorno andrò in un posto così.

Non dissi una parola. Il mio mal di testa stava peggiorando e avevo difficoltà a concentrarmi.

Nia si grattò il naso. — Ma forse non mi piacerebbe un posto simile.

— Forse no.

Alla sera mi recai al fiume. Faceva molto caldo ed era umido e afoso laggiù. L’aria brulicava di insetti. Feci una chiamata a Eddie e gli raccontai la storia di Enshi.

— Interessante. Sembra che abbiano inventato la monogamia. Mi riferisco a Nia e a Enshi.

— E il vecchio ha inventato lo stupro.

— Uhu. — Non disse più nulla per un minuto o due. Lo stupro era un argomento che rendeva nervosa la maggior parte degli uomini. Finalmente parlò. — Abbiamo fatto un altro rilevamento col satellite. Non ci sono città. Nemmeno una. Secondo Tony, la cosa ha senso. Gli uomini non possono sopravvivere in un’area urbana. E gli uomini devono essere vicini alle donne. Altrimenti l’accoppiamento sarebbe difficile, forse impossibile. L’intera specie è ferma a uno stadio di sviluppo pre-urbano, e lo sarà sempre.

Un insetto mi volò su per il naso. Sbuffai e tossii. Un secondo insetto mi volò in bocca. Lo sputai fuori. — Eddie, non posso restare qui. Ci sono insetti dappertutto.

— Okay. Harrison vuole che ti informi sulla guerra. Non crede che esista su questo pianeta.

— Okay. — Corsi al villaggio. Il cancello era chiuso. Dovetti gridare e picchiare sul legno finché non arrivò qualcuno che mi fece entrare.

Il giorno seguente parlai con Eshtanabai. Lei non aveva mai sentito parlare di violenza organizzata. — Come potrebbe accadere una cosa del genere? Capita talvolta che due uomini si incontrino e nessuno dei due accetti di cedere. Allora si battono. E ci sono donne folli che litigano con le loro vicine. Ma nessuno si schiererà con una donna litigiosa. E nessuno prenderà mai le parti di un uomo.

Mmm, pensai. Mi trovavo su un pianeta dove non esistevano guerre, né città, né amore sessuale. Era un bene o un male? Non avrei saputo dirlo.

Eshtanabai mi tese una scodella. — Prendi un po’ di bara. Beviamo e parliamo di qualcosa che abbia senso.

Dopo un po’ domandai: — Perché avete palizzate attorno al vostro villaggio?

— Ci sono animali sulla pianura. Assassini. Seguono la mandria. E quando la mandria arriva a sud, si aggirano in cerca di prede. Cercano qualsiasi cosa si possa mangiare. Rifiuti. Bambini. La palizzata è per tenerli fuori.

— Aiya!

— Inoltre, a noi piacciono le palizzate. Ci sentiamo più a nostro agio quando ci guardiamo attorno e vediamo che siamo rinchiuse.

La cosa aveva un significato logico per me. Ero cresciuta su un’isola. Il vasto oceano non mi disturbava, ma non mi ero mai sentita del tutto felice nella pianura centrale americana. Ce n’era troppa. Non mi sentivo a mio agio ritta su un pezzo di terra che si estendeva, apparentemente, senza fine.

Chiacchierammo di altre cose. Mi mantenni più o meno sobria. Eshtanabai era chiaramente confusa. Aveva forse un problema con le sostanze inebrianti? In questo caso, perché? La tensione di fare la mediatrice? Oppure c’era qualche altro problema, psicologico o fisico, del quale non sapevo nulla?

Dormimmo. Mi svegliai con la luce del sole. Nia venne a farmi visita, zoppicando e appoggiandosi a un bastone.

— Sono pronta a partire — dichiarò. — Questo posto mi rende irrequieta, e la sciamana mi rivolge delle occhiatacce molto brutte.

— Riesci a camminare a stento — le dissi.

— A questo proposito so che cosa fare. Non pensare di restare qui ancora per molto tempo.

Si allontanò zoppicando. Mi diressi verso la casa accanto. C’era un’anziana donna che sapeva tutto quello che c’era da sapere sui rapporti di parentela. Così almeno mi aveva detto la mia ospite.

Nia tornò nel tardo pomeriggio. Io ero seduta fuori dalla porta, accanto all’anziana donna. Mi stava spiegando gli obblighi fra sorelle e i figli delle sorelle.

Nia si fermò e si appoggiò al suo bastone, un rozzo pezzo di legno. Aveva ancora la corteccia e vicino alla parte superiore spuntava un ramoscello. — Partiamo domani. Ho dato i miei attrezzi alla lavoratrice del rame. Lei mi ha dato in cambio due cornacurve. Possiamo cavalcare.

L’anziana donna si accigliò. — Mi stai interrompendo. Stavo per spiegare chi offre i doni a un ragazzo quando è pronto a lasciare il villaggio. Questa persona senza pelo è sorprendente. Non sa niente di niente. Ma è disposta ad ascoltare, e non interrompe.

Nia emise un suono iroso. — Me ne vado. Ma sta’ pronta, Li-sa. Voglio partire all’alba. — Se ne andò zoppicando.

La vecchia terminò la sua spiegazione. Le diedi una collana fatta di perline di legno. Il legno veniva da un’isola dell’oceano occidentale, un luogo freddo e piovoso che mi faceva pensare a Ecotopia nel Nord America. Questo… il legno, non Ecotopia… era rosso e di grana molto sottile, pieno di pieghe e volute. La superficie lucidata luccicava.

— Aiya! - esclamò l’anziana donna. — Questa farà colpo su tutti. — Si mise la collana.

Torni a casa di Eshtanabai. La mia ospite era fuori; ritenni che stesse lavorando nel suo orto. Mi sedetti. A suo tempo tornò.

— State per partire.

Feci il cenno dell’assenso.

— Bene.

— Che cosa?

— La sciamana è furiosa. Se restate, ci sarà un litigio, molto brutto. Non c’è niente di peggio di una sciamana adirata.

— Immagino che tu abbia ragione. — Riflettei un momento. — Che cosa è successo alla vecchia sciamana? Quella avida? Doveva essere furiosa quando avete trovato qualcuno per sostituirla.

— Era furiosa. Ma non aveva potere. Gli spiriti avevano cessato di ascoltarla. Se ne è andata via sulla pianura. Con ogni probabilità è morta. O ha trovato un altro villaggio. — Eshtanabai sembrava totalmente disinteressata.

Erano gente fredda. Era forse perché non amavano come noi? Poi mi ricordai di Hakht e di Nia. Nessuna delle due era fredda.

— Questa sera mangeremo bene — disse Eshtanabai. — Pesce del fiume e un uccello grasso. Domani vi darò del cibo per il viaggio.

— Grazie.

Mangiammo bene. Il pesce era farcito di verdure e arrostito. L’uccello era cotto in umido. Bevemmo un sacco di bara. Venne gente a farci visita e a guardarmi fissamente. La vecchia della porta accanto fece sfoggio della sua collana. Uno dei bambini di Eshtanabai suonò un flauto. Un altro batté su un tamburo. Tutt’a un tratto Eshtanabai balzò su. Afferrò un ramo dal fuoco e lo fece roteare attorno alla testa. Poi corse fuori dalla casa. Tutti noi la seguimmo. Fuori nella strada la mia ospite danzava, girava e agitava la sua torcia. Le altre donne gridavano: — Hola! — I due bambini continuavano a suonare il flauto e il tamburo. Eshtanabai cantava nella sua lingua, che io non comprendevo. Incedeva impettita avanti e indietro. Le altre donne facevano gesti di approvazione e affermazione.

Che cosa stava succedendo? Mi guardai attorno. Nia era appoggiata contro la parete di una casa. Teneva le braccia conserte e la fronte aggrottata.

— Che cos’è? — domandai.

— Non so dirti le parole, ma so che cosa significano. Lei si sta vantando. Sta dicendo: "Io sono saggia. Sono prudente. Posso appianare ogni lite". Dice loro: "Io sono generosa. Voi avete mangiato il mio cibo. Io ho trovato un modo per liberarci da queste strane persone che ci hanno messe tutte a disagio. Vedrete tutto il bene che faccio per voi". È questo che sta dicendo.

Era un discorso politico. Osservai con interesse. Comparvero altre torce. Adesso danzavano tutte all’infuori di me e di Nia. I bambini si arrampicavano in cima alle case, saltavano fra il fogliame e gridavano. Eshtanabai proseguiva nella sua cantilena.

Dopo un po’ Nia disse: — Il Popolo del Rame è sempre lo stesso. Fa sempre troppo baccano. Me ne vado a dormire. — Se ne andò zoppicando.

La festa finì all’incirca un’ora più tardi. Non era rimasto più niente da bere né da mangiare. Eshtanabai aveva detto tutto quello che aveva da dire. Andammo tutti a dormire. All’alba arrivò Nia e mi svegliò scrollandomi. Io brontolai e mi girai dall’altra parte.

— Muoviti — mi sollecitò Nia.

Andai incespicando fino alla latrina. Quando tornai, Eshtanabai si era alzata. Raccolsi le mie cose e lei mi diede un sacco pieno di cibo.

— Addio, senzapelo.

Risposi con il gesto del congedo, seguito dal gesto della gratitudine.

Nia disse: — Andiamo.

La seguii fuori. In quel momento l’aria era fresca, ma somigliava alle mattine d’estate nel Minnesota o nel Wisconsin. La giornata sarebbe stata molto calda. Nia mi guidò attraverso il villaggio. Non aveva il bastone, e faceva fatica a camminare. Alla fine l’aiutai io. Arrivammo al cancello. Lei l’aprì e uscimmo. In lontananza, verso est, il sole stava sorgendo, nascosto dal villaggio. La sua luce illuminava il cielo. C’erano due animali legati presso il cancello: quadrupedi, ed erbivori, ne ero quasi certa. Avevano zampe lunghe e un ampio torace, e la coda era simile a quella dei cervi. Le loro corna erano sottili e ricurve come quelle delle antilopi. Uno degli animali mosse di scatto la testa e sbuffò; l’altro batté una zampa.

— Questi sono cornacurve — mi spiegò Nia. — Sono in condizioni abbastanza buone, sebbene uno stia invecchiando. Non sono in grado di dire granché delle selle. Dovrebbero durare finché non arriveremo ovunque stiamo andando.

Slegò uno degli animali e montò in sella. Io esitai, poi slegai l’altro animale. Questo si mosse.

— Aspetta un minuto — dissi. Misi un piede nella staffa, mi aggrappai alla sella e mi tirai su. L’animale si mosse di nuovo, facendo un passo e agitando la testa. In qualche modo riuscii a issarmi in sella, ma lasciai cadere il sacco del cibo.

— Non sai cavalcare — osservò Nia.

— Non molto bene.

Lei sollevò la gamba sopra la sella con un movimento agile e naturale come se stesse scendendo da un parapetto. Quando toccò il suolo, fece una smorfia e si lamentò. Brontolò fra sé e allungò la mano per afferrare il sacco. Un attimo dopo era di nuovo in sella al suo animale. — Sarà un lungo viaggio — mi disse.

<p>Derek</p>

Attraversammo a guado il fiume. Sull’altra sponda Nia trovò una pista. La seguimmo, inerpicandoci su per la scogliera e superandola, e arrivammo sulla pianura. Davanti a noi la pista conduceva verso l’orizzonte occidentale.

— Chi è stato a batterla? — domandai.

— Le donne. Quelle che portano i doni al Popolo dell’Ambra e riportano a casa altri doni. — Nia fece schioccare le redini. Il suo animale si lanciò in avanti. Il mio lo seguì e io cambiai posizione, cercando di mettermi comoda.

La giornata si fece torrida, non tradendo le aspettative. I nostri animali procedevano con passo lento verso occidente. Nia era silenziosa e io passai il tempo a osservare. Non c’era molto da vedere. La pianura era monotona, quasi priva di interesse. Il cielo era limpido e non vidi alcun animale all’infuori degli insetti.

A mezzogiorno ci fermammo e smontammo. Io feci i miei esercizi di stretching, poi bevvi un po’ d’acqua dalla ghirba di Nia. L’acqua era calda e aveva un gusto strano.

— Come ti senti? — mi domandò Nia.

— Indolenzita. Ma posso proseguire.

— È una fortuna. — Bevve e si asciugò la bocca con il dorso della mano. — Anch’io sono dolorante. Sono anni che non cavalco. Ci fermeremo presto questa sera.

Nel pomeriggio inoltrato ci fermammo presso un basso monticello. Smontai di sella, mi stiracchiai e gemetti.

— Mi occuperò io degli animali — disse Nia.

— Ne sei sicura?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — È evidente che tu non sai niente di cornacurve.

Feci il gesto dell’assenso e salii sul monticello. Nel cielo sopra di me un unico uccello si muoveva in un ampio e lento cerchio. Feci la mia ginnastica, poi meditai. Ero talmente irrigidita che riuscii a stento a mettermi nella posizione del semiloto.

Nia finì di accudire gli animali e si allontanò gironzolando. Tornò con le braccia piene di roba. Era rotonda, grigia e friabile.

— Sterco — mi spiegò. — È rimasto dalla primavera, quando sono passate le mandrie.

Accese un fuoco, usando lo sterco come combustibile. Cenammo con pane e un pezzo di carne che aveva l’aspetto e il gusto del cuoio. Finito di mangiare, restammo sedute a osservare il fuoco.

Mi informai sulla sua caviglia.

— Fa male. E anche le altre ferite. — Fece una breve pausa. — Mi sono sentita peggio. Sopravviverò.

La parola che usò significava "durare", "mantenersi", "restare utilizzabile", "non esaurirsi".

— Bene. — Lanciai un’occhiata al monticello. Non mi dava l’idea di essere naturale. Sembrava artificiale. Che cosa ci faceva lì da solo nel bel mezzo della pianura? — Da chi è stato fatto? — Lo indicai col dito.

— Non lo so. Non è opera di animali. È troppo grande. Forse l’hanno fatto delle donne. O dei demoni. Gli spiriti non costruiscono. — Sembrava disinteressata. Che la sua gente non avesse il senso della storia? Oppure Nia era soltanto stanca?

— Dove andremo? — m’informai.

Nia corrugò la fronte. — C’è un posto nel quale desideri andare?

— Un altro villaggio. Voglio imparare altre parole e usanze.

— Le popolazioni che vivono a ovest di qui viaggiano tutte e in questo momento i loro villaggi si trovano su a nord. Ma se andiamo sempre avanti dovremmo riuscire a incontrare il Popolo del Ferro quando torna verso sud. — Esitò. — Mi è venuto in mente che mi piacerebbe vedere i miei figli.

— Ma quelle persone ti hanno scacciata. Non è probabile che lo facciano di nuovo?

— Probabilmente lo farebbero, se arrivassi da loro da sola. Ma tu sei una straniera. Chi potrebbe mai essere più estraneo? E loro sanno, assai meglio del Popolo del Rame, ciò che è dovuto agli stranieri.

— Che cosa? — domandai.

Nia parve sorpresa. — Cibo. Un posto dove dormire. Aiuto, se è necessario. Racconti e doni. Non è mai corretto scacciare una straniera, a meno che non sia violenta.

— Ma è giusto scacciare un membro del proprio villaggio?

— Sì. Che danno può venire da qualcuno di passaggio? Se un’estranea di passaggio ha idee insolite, è una cosa prevedibile. Se si comporta in modo strano, se ne andrà comunque abbastanza presto. Ma se un’abitante del villaggio è pervertita, litigiosa o pazza… Ah! Questo è un problema serio!

Uno splendido ragionamento. Sorrisi.

— Tu stai mostrando i denti — osservò Nia. — Sei arrabbiata?

— No. La mia gente mostra i denti quando è contenta.

— Aiya! Il Popolo del Ferro ci lascerà sicuramente entrare!

Il giorno successivo fu uguale al primo, e il terzo giorno fu uguale al secondo. Il tempo si manteneva caldo e sereno. La pianura si estendeva sempre piatta e coperta di pseudo-erba, e neppure questa era cambiata. Restava alta circa un metro, verde, verdeazzurra e gialla. La forma predominante di vita animale erano gli insetti. Svolazzavano e ronzavano tutt’attorno a noi.

Come faceva la storia?

Un vescovo chiedeva a un biologo: "Che cosa ti hanno insegnato i tuoi studi sul Creatore?".

E il biologo rispondeva: "Che nutre un amore smodato per gli insetti".

Dopo quattro giorni ci imbattemmo in un nuovo tipo di vegetazione: una pianta di un verde brillante che sembrava erba o pseudo-erba, se non che era alta cinque metri. Costituiva un muro che si spingeva a nord e a sud fin dove l’occhio poteva arrivare.

— Qui c’è dell’acqua — disse Nia. — Questa roba cresce presso le rive dei fiumi.

Cavalcammo verso nord lungo quella barriera. Non c’era modo di attraversarla. Gli steli crescevano troppo vicini fra loro, e le foglie avevano bordi ruvidi.

— Tagliano — mi spiegò Nia. — Ecco quello che cercavo. — Tirò le redini dell’animale e indicò col dito. — Un sentiero.

Smontammo. Io mi lamentai come sempre, ma il dolore incominciava a diminuire. Nia s’incamminò lungo il sentiero. La seguii, conducendo il mio animale, che mi sollecitava. Doveva aver fiutato l’acqua. — Finiscila! — Diedi una pacca sul muso della creatura, che sbuffò.

— Fa’ silenzio — mi ordinò Nia. — Non si può mai dire che cosa stia in attesa vicino a un fiume.

La vegetazione finì. Ci trovavamo sulla riva del fiume. Di fronte a noi uno stretto rivolo serpeggiava su un ampio letto sabbioso. Sull’altra sponda cresceva ancora quell’erba enorme. Più a valle c’era una pozza d’acqua.

— Aiya! - esclamò Nia.

Nella pozza c’era un uomo. Era nudo ed era privo di pelliccia. La sua pelle era bruna, i lunghi capelli biondi. Sulla schiena aveva un tatuaggio: un complesso disegno geometrico. Raffigurava le forze cosmiche dentro e attorno la Balena Grigia. La balena, o meglio il disegno della balena, era il totem della sua capanna. Forse avrei dovuto usare la sua terminologia. Era il mandala della sua eco-nicchia.

Aveva una canna da pesca e la stava lanciando con tutta la sua consueta abilità.

— Ho una domanda per te — fece Nia. — Sai che cos’è quello?

— Una persona. Un mio amico.

Lui si guardò attorno e tirò su la lenza, poi si avvicinò sguazzando alla riva. La barba e i peli pubici erano di un bruno rossiccio. Sul torace e le braccia aveva le cicatrici dell’iniziazione. La canna da pesca che portava era fatta a mano. Era lunga, molto lunga, e priva di mulinello.

— Come va? — chiesi in inglese.

— La canna da pesca? Non molto bene. — Sorrise. — Ma ho dei pesci. — Posò a terra la canna. — Tu sei Nia — disse nel linguaggio dei doni. — Io sono Derek. Appartengo alla tribù degli Angelinos. La casa a cui appartengo è la casa de… — Esitò un momento. — Del grande pesce. Il nome che mi sono guadagnato è Colui-che-lotta-nel-mare. Ed è meglio che te lo dica, sono un uomo.

— L’avevo pensato — replicò Nia. — Benché sia difficile sentirsi sicuri di qualcosa quando si ha a che fare con persone così diverse. Sei santo? Come la Voce della Cascata? È per questo che sei nudo?

— No. Torno subito. — Si allontanò lungo il fiume, muovendosi rapidamente, e in un attimo sparì alla vista.

Nia mi guardò. — Non credevo davvero che ci fossero altre persone uguali a te. Credevo che fossi qualcosa di particolare, come i piccoli che hanno talvolta le nostre femmine. Hanno cinque gambe o due teste. Noi li uccidiamo, e la sciamana esegue cerimonie per scacciare la cattiva sorte.

Derek tornò con indosso un paio di jeans. Aveva i capelli tirati indietro e legati sulla nuca. Portava una collana fatta di conchiglie e frammenti d’osso e un ciondolo di metallo. Era lo stesso che portavo io, un registratore audiovisivo.

Come sempre aveva quel suo aspetto aggraziato e barbaro. Aveva una laurea in antropologia ed era ordinario presso l’Università di San Francisco, in permesso al momento, naturalmente. Un permesso piuttosto lungo. Non sarebbe stato di ritorno per altri 120 anni, come minimo.

— Adesso prendiamo i pesci. — Andò al fiume e tirò fuori uno spago sul quale erano infilati sei pesci: lunghi, sottili e di un grigio argenteo. Li tenne sollevati. I pesci si dimenavano e sbattevano la coda. — Voi occupatevi dei vostri animali. Io mi occuperò dei miei.

— Bene — disse Nia.

Quando tornammo, Derek stava già aprendo l’ultimo pesce. Vicino a lui ardeva un fuoco. I restanti pesci erano distesi in una fila ordinata su una roccia, sventrati.

— Abbiamo due scelte — disse. — Possiamo infilzarli su bastoncini e arrostirli oppure avvolgerli in foglie bagnate e cuocerli fra i carboni.

— Quale modo è più rapido?

Lui sorrise. — Arrostiti. Andate a tagliare dei bastoncini.

Ci voltammo e ci dirigemmo di nuovo verso l’erba enorme.

— Dà un sacco di ordini — disse Nia. — Chi crede di essere? Una sciamana?

— Ha un incarico permanente — risposi. — Questo gli dà sicurezza di sé. — Provai una fitta di invidia. Il mio passato accademico era assai meno brillante. Il lavoro che avevo lasciato non era fisso.

— Che cos’è? La parola che hai detto?

— Un incarico permanente. Significa che ha la possibilità di tenersi stretto quello che ha.

— È come gli uomini grandi e grossi fra la mia gente — osservò Nia. — Loro si tengono i loro territori e nessuno può farli recedere, finché non diventano vecchi.

— Credo che sia proprio così.

Ci procurammo i nostri bastoncini e tornammo presso il fuoco. Derek cucinò i pesci. Mangiammo. Dopo di che io dissi: — Tu non dovresti essere qui.

— Mi sentivo solo e da quanto Eddie mi ha detto su Nia, ho pensato che avrebbe potuto sopportare un uomo.

— Può darsi — dichiarò Nia. — Ma tu non sei come Enshi, e lui è stato l’unico uomo con il quale abbia mai passato del tempo.

Guardai Nia. Lei incominciò a leccarsi la parte interna della mano, raccogliendo quel che restava dell’olio di pesce. — Se la sua presenza ti disturba, gli dirò di andarsene.

Nia alzò lo sguardo. — No. Voglio imparare come cattura i pesci. Adesso vado a lavarmi. — Si alzò e si slacciò la cintura, poi si tolse la tunica. Nuda, s’incamminò verso il fiume. S’inginocchiò e si slacciò i sandali. La sua pelliccia splendeva come rame e i suoi movimenti erano disinvolti come quelli di Derek. No, mi sbagliavo. I suoi movimenti erano più vigorosi e meno aggraziati. Lei si alzò, si liberò con un calcio dei sandali ed entrò nell’acqua.

Il mio compagno si massaggiò il naso, che incominciava un po’ a spellarsi. — Pensavo, da ciò che ha detto prima, che la nudità non fosse del tutto appropriata. O questo si riferisce soltanto agli uomini? O forse è ammissibile svestirsi per fare il bagno, non importa chi ci sia in giro.

— Quando hai dei dubbi, chiedi.

— Una buona idea. — Si alzò in piedi. — Me la immaginavo come un’anziana donna severa. Una Madre Coraggio. Invece è bellissima. — La seguì fino alla riva del fiume.

Oh, no, pensai. Derek aveva una pessima fama. Il Don Giovanni di San Francisco. L’Amante Interstellare. Aveva attraversato l’intera nave come una fiamma divoratrice. C’erano perfino voci su di lui e la Ivanova, sebbene trovassi assai improbabile una tale combinazione. Lui rifiutava di dire se le voci corrispondessero a verità, e certamente io non avevo la faccia tosta di domandarlo a lei.

Una sera, dopo che avevamo finito di fare l’amore, gli avevo chiesto il perché di quella promiscuità sessuale. Senso di colpa, mi aveva risposto.

"Fra la mia gente ci si sposa giovani. Ho avuto una moglie. Aveva forse tredici anni, era sottile come un giunco con lunghi capelli bruni. I suoi occhi erano azzurri. L’ho abbandonata quando ho lasciato la mia gente. Non la tradirò mai. Non mi sistemerò mai con una donna di fuori."

Nia era immersa nell’acqua fino alla vita e sguazzava con le braccia. Derek la chiamò. Non riuscii a capire che cosa le disse. Lei rispose. Incominciarono a parlare. Nia si avvicinò di più a riva. Grazie al cielo eravamo a metà estate. Il periodo dell’accoppiamento era trascorso. Non era assolutamente possibile che Nia si interessasse a Derek. Nonostante ciò decisi di andare a raggiungerli. Udii Nia che diceva: — La mia gente pensa che sia vergognoso andare in giro senza vestiti. Ma alle donne del villaggio di Nahusai piace nuotare. Si lavano spesso. Loro sostengono che la sola vergogna è stare nudi quando c’è un uomo. O anche un ragazzo, poiché costoro crescono e diventano uomini. Ma io faccio le cose a modo mio. — Disse quest’ultima frase in tono di sfida. — Non faccio attenzione alle opinioni delle donne anziane. Faccio quello che penso sia giusto.

Derek sorrise, poi fece il gesto dell’approvazione. Nia andò più al largo e incominciò a lavarsi la schiena.

Nel pomeriggio sul tardi lui le fece vedere come si usava una canna da pesca. Nia non pescò niente. Mangiammo carne essicata per cena. Giunse la notte. C’erano stelle cadenti.

— Compaiono in questo periodo dell’anno — spiegò Nia. — Noi le chiamiamo le Frecce dell’Estate.

Derek mise altra legna sul fuoco. Mi addormentai e sognai di lui. Eravamo in una delle cabine di ricreazione sulla nave. Le pareti erano di un lucido bianco giallognolo. Derek era nudo e rideva. Aveva il pene eretto. Si protendeva verso di me. Mi svegliai. Alla mia destra, a una certa distanza, Nia russava, e Derek era disteso dall’altra parte del fuoco. Sentivo il suo respiro lento e profondo. Restai distesa lì per un po’ a osservare il cielo notturno, poi tornai a dormire.

L’indomani mattina Derek andò a pescare. Come esca usò un insetto locale. Somigliava a un bruco: grasso e verde, con numerose zampe. C’erano centinaia di quelle creature lungo il fiume. Si nutrivano dell’erba enorme. I pesci si nutrivano di loro, e noi ci nutrivamo dei pesci.

— E in queso modo comprendiamo la grande catena dell’esistenza — osservò Derek quando ebbe finito l’ultimo pezzo di pesce.

Nia appariva perplessa. Derek aveva parlato in inglese.

— Natura rossa nei denti e negli artigli — proseguì. — È un verso di Tennyson. Ha detto anche che noi saliamo sui gradini del nostro io morto verso cose più elevate. — Mi rivolse un ampio sorriso. — Un tempo ero affascinato dalla storia dell’Ovest, soprattutto dalla storia delle società industriali. Questo accadeva quando ho lasciato per la prima volta la mia gente. Pensavo: c’è un segreto qui, in Marx e in Tennyson e nelle grandi macchine. In seguito giunsi alla conclusione che aveva ragione la mia gente. È meglio essere vicini alla balena grigia e alla pianta del peyote. Ma a quel punto ero ormai abituato a sentirmi a mio agio. Che cosa facciamo adesso, Lixia?

— Viaggiamo verso ovest. Ci sono popolazioni sulla pianura. Nomadi. Nia sostiene che può trovarceli. Intendo fare tutto il lavoro di raccolta diretta di dati che mi sarà possibile. Voglio il mio nome dappertutto nel rapporto preliminare.

Lui sorrise. — C’è questa ambizione nella piccola Lixia?

— So quello che sono. Una ricercatrice di dati di prim’ordine. Ma non sono mai stata brava nelle stronzate accademiche. L’analisi. I giochetti teorici. Se mai dovrò arrivare da qualche parte, sarà sulla base di quello che faccio qui sul campo.

— Può darsi. Non c’è alcun dubbio sulla tua abilità nel raccogliere dati. Sei in grado di imparare una lingua più in fretta di chiunque altro che io conosca.

— Salvo Gregory.

Derek fece il gesto con cui riconosceva che potevo aver ragione. — Ma senti come parli. Tu dici "stronzate accademiche" e "giochetti teorici". Ciò lascia intendere un pregiudizio. Il rifiuto di teorizzare è, di per sé, una posizione teoretica, amor mio. Purtroppo per te, non è una posizione popolare. Dove saremmo senza i nostri sistemi, le nostre gerarchie di informazioni, le nostre analisi? I nostri punti di vista e la nostra etica?

Si alzò in piedi e si stiracchiò. — Quei vostri animali non sembrano affatto più veloci dei cavalli. Posso tenere il vostro passo. — Scagliò con un calcio un po’ di terriccio sul fuoco, poi raccolse le sue cose: lo zaino e la canna da pesca, avvolta in un rotolo, un arco e mezza dozzina di frecce.

— Hai fabbricato tu l’arco?

— Naturalmente. — Si guardò i piedi. — Non posso correre in questo modo. — Si tolse gli stivali e i calzini. — Ecco. — Li consegnò a me.

Nia disse: — Se intendi viaggiare senza scarpe, resta sulla pista o, se la lasci, stai attento a dove metti i piedi. Ci sono piante che pungono sulla pianura. Non mettere i piedi su niente che abbia un aspetto insolito.

— Sempre dei buoni consigli — replicò Derek. Fece il gesto della gratitudine.

Sellammo gli animali. Io legai al mio le mie cose e quelle di Derek, poi Nia e io montammo in sella. Attraversammo il fiume sollevando spruzzi d’acqua. Sull’altra sponda trovammo una pista che serpeggiava fra l’erba enorme e ben presto ci ritrovammo sulla pianura. Si estendeva senza interruzione verso ovest, nord e sud.

In un primo tempo Derek cercò di camminare al nostro fianco, ma la pista era troppo stretta, così ci precedette, muovendosi a grandi passi. Aveva i capelli sciolti che sbattevano al vento, così come l’estremità della sua camicia. Si muoveva in modo agile e sicuro e appariva felice e rilassato.

— Quell’uomo è strano — osservò Nia. Mi rivolse un’occhiata. Io feci il gesto dell’approvazione.

— È così che sono i vostri uomini?

— No. Lui è un tipo speciale. Mette a disagio quasi tutti noi.

— Mmm!

Il terreno mutò. Adesso era ondulato. Spesso, in lontananza, vedevo fitte macchie di quell’erba enorme: alta e di un verde brillante, simile a un boschetto di alberi. Nel pomeriggio inoltrato ci accampammo in un avvallamento. Derek e Nia andarono a raccogliere sterco mentre io mi occupavo degli animali. Erano irrequieti; dovevano aver sete, decisi. Quando Nia tornò, le chiesi: — Perché non andiamo in uno di quei boschetti? Mi hai detto che crescono nelle vicinanze dell’acqua.

— C’è un animale. L’assassino-delle-pianure. Se ne sta in agguato vicino all’acqua. I cornacurve vengono ad abbeverarsi e quello gli balza addosso.

— Oh. — Riflettei un momento. — È per questo motivo che eri inquieta quando siamo arrivate al fiume.

Nia fece il gesto dell’assenso. — Sapevo che non c’era modo di aggirare il fiume. Dovevamo attraversarlo. Ma avevo paura di quell’animale.

Dopo cena chiamai la nave. Rispose Eddie.

— Perché Derek è qui?

Eddie rise. — Ce l’ha fatta, eh? Per tre ragioni, Lixia. È un ricercatore sul campo di prim’ordine, ed era sprecato se restava da solo. — Esitò un momento. — Nia è la nostra informatrice più singolare. Desideravamo una seconda valutazione di lei e delle sue informazioni. Questa è la ragione numero due. Infine, tu non chiami abbastanza spesso. Derek è lì per tenere d’occhio te e Nia.

— Oh, sì?

— Aha. Parlando dei nostri compagni dell’Asia Orientale, ci sono parecchi manifesti appesi lungo il Muro della Democrazia.

C’era un corridoio principale che attraversava gli alloggiamenti. I cinesi ne avevano rivestito una parte con tavole di sughero e l’avevano chiamato il Muro della Democrazia. Sostenevano che era necessario per la corretta espressione della volontà popolare.

Che cosa c’era di male nei computer? avevamo chiesto noialtri.

I computer isolavano le persone, ciascuna seduta di fronte al suo piccolo schermo. Il muro riuniva le persone. Potevano discutere di ciò che leggevano. Potevano guardarsi attorno e vedere come reagivano i loro vicini. Potevano distinguere chi stava ascoltando.

I computer accentuavano il pensiero lineare e la logica. Il muro, al pari dell’ideogramma cinese, usava modi lineari e non lineari di organizzare le informazioni: la costante così come la sequenza, lo spazio così come il tempo. Quando si osservava il muro, si utilizzava l’intero cervello umano.

Inoltre, era tradizionale. Gli esseri umani avevano sempre scritto e disegnato sui muri.

Era difficile mettere in discussione questo concetto, e il muro aveva un certo fascino disordinato. Non c’era modo di sapere che cosa vi avrebbero affisso le persone: un disegno ingegnoso, una stupida poesiola, una maschera di cartapesta: "Cercasi… un compagno per gli scacchi". E un sacco di ragionamenti politici. Era un modo di raggiungere quelle persone che non avrebbero mai pensato di partecipare a nessuna delle reti di discussione politica.

Eddie proseguì: — Lu Jiang, l’idraulica, ha una teoria, che ha affisso al muro. Dice quanto segue: se le informazioni che abbiamo ora sono esatte, tutte le società indigene sono ferme a uno stadio di sviluppo pre-urbano. Per quanto ne sappiamo, è impossibile sviluppare una tecnologia avanzata al di fuori delle città. Senza una tecnologia avanzata, non può esserci alcun proletariato, e senza proletariato, non può esserci alcuna rivoluzione socialista. Di conseguenza, sostiene, gli sventurati abitanti di questo pianeta non raggiungeranno mai una società socialista. Naturalmente è stata criticata per aver sottovalutato il ruolo dei contadini nella realizzazione del socialismo.

— Sembra splendido.

— È pericoloso, Lixia. C’è gente che incomincia a dire che, se Jiang ha ragione, allora forse dovremmo prendere contatti con le popolazioni autoctone del pianeta; contatti formali, dicendo loro chi siamo. Forse abbiamo da offrire loro la nostra tecnologia. Se non lo faremo, li condanneremo a un’esistenza senza possibilità di progresso. Resteranno per sempre come sono.

Mi massaggiai il naso.

Lui continuò. — Ciò che vedo verificarsi è un’alleanza fra gli altruisti e i tecnologi. Coloro che amano le persone e coloro che amano le macchine. Insieme decideranno che dobbiamo aprire il pianeta alla colonizzazione.

— Eddie, ti stai crucciando anzitempo.

— Ascoltami. Mio nonno era un uomo di medicina. Vedeva le cose prima degli altri. E ti assicuro, in questo momento ho la sua stessa capacità. Riesco a vederlo come in una visione: le miniere, le raffinerie e i proletari coperti di pelliccia, che timbrano il cartellino ogni mattina.

Decisi di mettere fine alla conversazione. Eddie si stava adirando e non volevo avere alcuna parte in nessuna delle sue collere.

— Adesso spengo questo aggeggio. Voglio fare la mia ginnastica.

— Okay. Di’ a Derek di chiamare. No. Ripensandoci, lascia perdere. Lui si ricorda sempre di farlo.

Spensi la radio e feci ginnastica. Dopo di che meditai, tenendo lo sguardo fisso sull’orizzonte orientale. Il cielo laggiù era di un azzurro intenso e limpido con una sfumatura di verde. Più in alto, dove l’azzurro si schiariva e si faceva un po’ più verde, brillava un punto luminoso. Un pianeta. Mi concentrai sulla respirazione. Dentro. Fuori. So. Hum.

Alle mie spalle sentii la voce di Derek. — Stai raggiungendo l’unità con l’universo?

Mi contrassi, poi mi guardai attorno. Era fermo a circa un metro di distanza. Mi era arrivato vicino senza fare il minimo rumore. Sorrideva. — Vuoi del peyote? Ne ho portato giù un po’.

— Mi sembrava che avessimo convenuto sull’esclusione di qualunque narcotico sulla superficie di questo pianeta. A meno che, naturalmente, non fossero stati forniti dai nativi.

— Per prima cosa, il peyote è un allucinogeno. E in secondo luogo, è necessario per la pratica della mia religione.

— Il comitato ti ha dato il consenso?

— Quale? La nave è piena di comitati.

Aprii la bocca per parlare, ma lui sollevò una mano. — Hai ragione. Non ho avuto il permesso.

— E questa che cosa sarebbe? Una specie di ribellione infantile?

— Mi sono stancato delle regole. Mi pare di capire che non vuoi del peyote.

— No.

— E del sesso che ne dici? Stavo notando che sei molto attraente quaggiù. Credo che dipenda dalla luce del sole. Non c’è niente che abbia un bell’aspetto sulla nave. Ma qui. — Fece un cenno della mano in direzione del cielo che si andava oscurando.

Ci pensai su un momento. — Okay.

Derek si sedette accanto a me e mi cinse con un braccio.

Era, come avevo ricordato, molto abile. Non frettoloso. Derek veniva da una società di cacciatori e raccoglitori e conosceva il valore della pazienza e del lavoro lento e accurato. Sapeva come usare le mani. Sapeva che cosa dire e quando. Esiste un piacere pari al vedere, o all’udire, o al sentire all’opera un artista veramente bravo?

Finimmo nudi fra la pseudo-erba spinosa. Lui era sopra di me e dentro di me.

Ci giunse la voce di Nia: — Che cosa state facendo? Non vi rendete conto che siamo in piena estate? Nessuno si accoppia in questo periodo dell’anno.

Derek disse: — Vattene, Nia. Ti spiegheremo più tardi.

— Benissimo. Ma siete delle persone ben strane voi due.

Derek sollevò il capo. — Se n’è andata. Ora, dov’ero rimasto?

Risi.

Dopo restammo distesi per un po’ fra la vegetazione. Mi sentivo in modo splendido. Ero rimasta da sola per troppo tempo. Quanti giorni? Quarantasette? Quarantotto? Avrei dovuto chiederlo a Eddie. Avevo perso il conto.

Derek si alzò in piedi e incominciò a vestirsi. Seguii il suo esempio. Cadde una meteora. Ci incamminammo verso l’accampamento. Nia era seduta accanto al fuoco, che era fioco e aveva un odore particolare. Lo sterco non bruciava come il legno. Lei alzò lo sguardo. — Avete finito il vostro accoppiamento?

— Sì.

— Siete dei pervertiti.

— Può darsi. — Derek si sedette.

Nia teneva lo sguardo fisso sul fuoco. — Sono sfortunata. Ovunque vada, incontro persone che fanno le cose nel modo sbagliato.

Derek sorrise. — Che cosa vuoi dire con questo? Qual è il modo sbagliato? Ciò che è sbagliato secondo le donne anziane? Ci hai detto che non ti importava delle loro opinioni.

— È vero. Ma lo sanno tutti che le persone provano la smania in primavera. Solo le persone ammalate hanno la smania in qualunque altro momento.

— Noi non siamo persone comuni, Nia. Devi capirlo. Siamo più estranei di quanto tu possa pensare. Ma non siamo cattivi. E non c’è niente che non vada nella nostra salute.

— Mi mettete a disagio. Vado a fare una passeggiata. — Si alzò e si allontanò zoppicando. Un attimo dopo era sparita, nascosta dalle tenebre.

Mi sedetti. Derek aggrottò la fronte. — Fino a che punto è turbata?

Feci il gesto del dubbio.

— Questo è proprio un grande aiuto.

Restammo alzati ad aspettarla per circa un’ora. Nia non tornò. Alla fine mi addormentai. Mi svegliai all’alba. Nia era distesa vicino a me, avvolta nel suo mantello, e russava piano.

Ci alzammo al levar del sole e proseguimmo verso ovest. Il tempo si mantenne sempre uguale: molto caldo e limpido. La regione si estendeva sempre ondulata. Verso nord c’era una catena di basse colline rotonde sopra le quali si libravano delle nuvole.

— Quella è la terra del fumo — ci spiegò Nia. — È un luogo sacro. L’acqua laggiù ribolle come l’acqua in una pentola per cucinare. E il fumo sale da fenditure nella roccia.

— Ah, sì?

Nia fece il gesto dell’affermazione.

Era passato da poco mezzogiorno quando Derek si fermò. Era in cima a un’altura. Andammo a raggiungerlo.

— C’è qualcuno dietro di noi — disse.

— Un uomo — osservò Nia. — Nessuna donna viaggia da sola. — Tossì. — No. Non dico la verità. Io ho viaggiato da sola. Ma di solito le donne vanno in gruppo. — Si voltò a dare un’occhiata. — Non lo vedo. Devi avere dei buoni occhi.

— Sì.

Nia si riparò gli occhi con la mano e guardò di nuovo. — Ho deciso di crederti. Qualcuno dovrà stare sveglio di notte. Se l’uomo ha deciso di avvicinarsi, lo farà allora.

Proseguimmo. Ormai c’erano nuvole per tutto il cielo. Erano piccole e soffici, disposte in file. La terra era screziata di ombre. Qua e là vedevo affioramenti di roccia scura. Forse basalto? Secondo i planetologi, le rocce su questo pianeta erano di fatto identiche a quelle sulla Terra.

Le colline a nord erano più vicine di prima. Nia continuava a lanciarvi occhiate. — Non mi piace la terra del fumo. Ci sono demoni laggiù.

— Oh.

Alla sera ci accampammo presso la sommità di una collina, sotto un’enorme massa di roccia. Era nera e ruvida. Vulcanica. Sotto di noi c’era una valle piena di cespugli. Le loro foglie erano di un verde giallognolo. Scendemmo e trovammo della legna secca. Nia accese un fuoco. La fiamma illuminava la superficie scura della roccia e i corpi dei miei compagni: Derek, magro, glabro e bruno; Nia, grossa e coperta di pelliccia.

Mangiammo. Derek si alzò. — Farò io il primo turno di guardia. — Rivolse un’occhiata attorno. — Dovrebbe esserci una buona vista da lassù. — Si diresse verso la roccia e incominciò ad arrampicarvisi, salendo in modo rapido e senza esitazioni.

Nia lo osservava. — Sa fare bene ogni cosa?

— Ci sono volte in cui credo di sì.

— Lui non ti piace.

— Non molto.

— Perché?

— Perché fa bene ogni cosa. Per me non c’è niente di facile. Lo invidio.

Nia aggrottò la fronte e guardò il fuoco. — Avevo un fratello così. Anasu. Faceva tutto quello che andava fatto, e lo faceva meglio di quasi tutti gli altri. Ormai è un uomo grande e grosso. Ne sono sicura. Non era il tipo da restarsene fra le colline con i giovani, con gli uomini come Enshi. Ormai deve avere un territorio vicino al villaggio e molte donne nella stagione degli accoppiamenti. — Nia si grattò il naso. — C’era un’altra. Angai. Una mia amica. Era difficile andare d’accordo con lei quando era giovane. Non piaceva alla gente. Ma è cambiata in meglio. È la sciamana del mio villaggio. Ha con sé i miei figli. — Alzò lo sguardo. Mi ritrovai a guardare dritto nei suoi occhi color arancione. — Non capisco che cosa mi sia successo. Ma una cosa la so. È sbagliato provare invidia. Hakht la provava. Bruciava dentro di lei come fuoco sotto terra. L’ha trasformata in qualcosa di disgustoso. Non invidierò altre persone. — Si alzò e andò a prendere il suo mantello. — Adesso me ne vado a dormire.

Si coricò. Io rimasi alzata. La grande luna era visibile a occidente: una mezzaluna alta nel cielo, di un brillante giallo limone, che illuminava nuove nuvole. Erano grandi e ondeggianti. Un nuovo sistema atmosferico? Incominciavo a sentirmi assonnata. La mia mente vagava da un argomento all’altro: l’invidia, poi il fratello di Nia. Chissà che tipo era? Che cosa significava avere un fratello nella sua cultura? Ricordavo i membri più giovani della mia famiglia. Leon. Clarissa. Charlie. Maia. Mark. Fumiko.

Fumiko era di gran lunga la più giovane. Quando ero partita lei stava terminando l’università e si preparava per il suo anno, o i suoi anni, di vagabondaggi. Io ero andata molto presto, a vent’anni. Avevo lasciato la scuola e me ne ero andata nella Grande Isola a tagliare canna da zucchero. Poi mi ero recata in Asia, lavorando su uno dei nuovi piroscafi da carico. Cucinavo e imparavo a far funzionare il computer che controllava le vele. Quello era un compito facile. Il computer funzionava quasi da solo. Ma ero quasi impazzita cercando di cucinare nella minuscola cambusa mentre tutto attorno a me si muoveva.

Bene, era accaduto molto tempo addietro e su un altro pianeta. Presi il mio poncho e mi coricai per dormire.

Fui svegliata da un grido ululante: acuto, pauroso, disumano. Un istante dopo ero in piedi. Non ricordavo come ci fossi arrivata in quella posizione. Dall’altra parte del fuoco c’era Nia. Era in piedi anche lei. Aveva gli occhi sgranati e teneva in mano il suo coltello.

— Che cos’è stato? — chiese.

— Non lo so.

Mi resi conto che lo sapevo e che mi ero sbagliata. Il suono non era disumano. Era il grido di battaglia di un aborigeno californiano. Mi guardai attorno. — Derek?

Dalle tenebre giunse un altro suono, un grido di paura nel linguaggio dei doni. — Aiuto! Aiuto! Un demonio!

Mi voltai e mi precipitai giù per la collina. Nia mi seguì. Ci facemmo strada fra la pseudo-erba. Sotto di noi la voce ripeteva: — Aiuto! Aiuto!

Derek gridò: — Smettila di lottare con me!

Li vidi, una massa che si dimenava, appena visibile nel chiarore lunare. Mi fermai. I due corpi rotolavano avanti e indietro. Derek era sopra. Vedevo agitarsi i suoi capelli biondi. La persona che stava sotto gridava: — Aiutatemi!

Nia disse: — Se hai intenzioni pacifiche, smettila di dibatterti. L’altra persona non ti farà del male. Non è un demonio.

— No? — Il corpo che stava sotto cessò di muoversi. — Sei sicura?

Derek si sollevò dall’altro individuo e lo tirò in piedi.

— Aiya! Guarda che cosa doveva capitarmi! Sei assolutamente certa che questa creatura non sia un demonio?

— Sì — rispose Nia. — E tu chi sei?

— Sono la Voce della Cascata.

— Non è possibile! Ne ho sentito parlare. Passa tutta la sua vita vicino alla cascata. Quando muore e la gente trova il suo corpo, lo getta nel fiume. Le sue ossa giacciono fra le rocce sul fondo della cascata.

— Questo è vero. Non possiamo parlarne accanto al fuoco? Ho paura a restare qui fuori al buio. E questo essere dalle mani forti non potrebbe lasciarmi andare?

— Lixia? — chiese Derek.

— È tutto a posto. Lascialo andare.

C’incamminammo su per la collina. Quando arrivammo accanto al fuoco guardai l’oracolo. Questa volta non era più nudo, ma indossava un gonnellino lacero. Non riuscii a distinguerne il colore. Grigio o marrone. Attorno al collo portava una collana: perline d’oro e grossi pezzi irregolari di turchese. I turchesi erano blu e verdeazzurri. La collana era splendida. L’uomo si massaggiò le braccia. — Uh! Che presa che ha quella creatura! — Guardò Derek. — Un altro individuo senza pelo! Che cosa sta accadendo al mondo?

— Perché sei qui? — gli domandò Derek.

— Non possiamo sederci? Sono stanco. Sono giorni che cammino. Mi fanno male i piedi e ho così sete che non riesco quasi a parlare.

Nia prese la sua ghirba. L’uomo bevve, poi si sedette. — Aiya! Così va meglio. Avete qualcosa da mangiare?

Nia gli porse un pezzo di pane. Lui lo mangiò.

Derek gli chiese: — Perché ci stavi seguendo?

— È una lunga storia. Sedetevi. Tutti quanti. Ma non troppo vicino. Non sono abituato alle persone.

Ci sedemmo. L’uomo prese un altro sorso d’acqua. Poi mi fissò. — Tu sei quella che ho incontrato.

— Sì.

— Sei andata al villaggio. Dopo, mia madre è venuta da me con altre donne. Lei, mia madre, ha portato cibo e una nuova coperta, una bella coperta spessa e soffice. Mi ha detto che non mi prendevo cura di me stesso. Sarei morto di freddo in inverno. Le ho risposto: "Vecchia, sei pazza quanto me. Non preoccuparti per me. Io appartengo alla cascata. La cascata si prenderà cura di me". Lei mi ha dato una medicina che fa bene per il mal di gola e il senso di pesantezza al petto. Poi se ne è andata. È tornata con quella. — Indicò Nia. — Dopo che tutti se ne furono andati, ho fatto un sogno. Mi è apparso lo Spirito della Cascata. Era simile a una persona, salvo che era grigio come l’argento, e non avrei saputo dire se fosse maschio o femmina. Mi ha detto: "Sta succedendo qualcosa di importante e riguarda la persona senza pelo. Segui quella persona. Ascolta quello che dice".

"Ho cercato di protestare, ’Il mio posto è qui. La Voce della Cascata non lascia mai questo posto’. Lo spirito allora ha assunto un’aria adirata. ’Tu sei la mia voce. Non ribattere con arroganza.’ Allora ho incominciato a tremare. Lo spirito ha continuato: ’Io non appartengo a nessun luogo, sebbene mi piacciano questo canyon e questa cascata. Quanto a te, il tuo posto è dove ti dico di stare. Adesso va’! E non discutere. Ricorda di chi sei la voce’.

"Mi sono svegliato. Che cosa potevo fare? Solo quello che mi aveva ordinato lo spirito. Sono andato al villaggio. Tu" puntò il dito nella mia direzione "eri nel villaggio. Ho aspettato. Ho mangiato ciò che sono riuscito a trovare. Quando qualcuno si avvicinava, mi nascondevo fra i cespugli. Finalmente siete uscite, e vi ho seguite sulla pianura.

"Che viaggio! Ci sono voluti… quanti giorni? Cinque o sei. Non riuscivo a non perdervi di vista. Ma sapevo che avreste seguito la pista. Dopo un giorno o due mi si sono rotti i sandali. Li ho gettati via entrambi. Hanno incominciato a farmi male i piedi e avevo fame. Ho cavato la radice della pianta di rukha spinosa. Mi ha fornito cibo e acqua, ma mi sono punto le dita con le spine.

"Dopo quattro giorni sono arrivato a un fiume. Uh! Che piacere! Ho bevuto acqua e raccolto insetti. Ho acceso un fuoco e li ho arrostiti. Che dolcezza! Che delizia! Ne ho mangiati fino a sentirmi male, poi mi sono riposato e poi ho attraversato il fiume.

"La notte successiva è stata terribile." S’interruppe un momento e rabbrividì. "Ero disteso sulla pianura, da solo, senza un mantello per coprirmi. È arrivato un animale. Sentivo il rumore del suo respiro. Oo-ha! Oo-ha! Riuscivo a sentirne l’odore. Puzzava di carne putrefatta. Mi girava intorno furtivamente. Fiutava e faceva una specie di brusio. Ho pensato: so che cos’è. Un assassino-delle-pianure, e adesso mi mangerà. Non mi sono mosso. Ero troppo spaventato.

"La creatura ha fatto un secondo giro intorno a me, continuando a mormorare. La sentivo. Aiya!" Rabbrividì e batté le palpebre. "L’ho sentita prendermi un gamba fra i denti. Ha sollevato la mia gamba, poi l’ha lasciata andare. Ho lasciato cadere la gamba come se fossi stato già morto. Deve avermi guidato lo spirito. Deve avermi detto lui che cosa fare."

Nia si protese in avanti. — L’ho già sentito dire. Attaccano se uno si muove. O se sentono l’odore del sangue. Ma se una persona rimane immobile, la lasciano in pace.

L’oracolo si accigliò. — Questa è la mia storia. Lasciamela finire.

— Okay — disse Nia.

— Che cosa?

— Va’ avanti.

— Poi l’animale se ne è andato. Sono rimasto dov’ero e ho ringraziato lo spirito. Al mattino mi sono guardato la gamba. Non c’era sangue. L’animale non aveva rotto la pelle. Aiya! Che fortuna!

Derek fece il gesto dell’approvazione.

— Mi sono alzato e ho proseguito. Che altro potevo fare? Mi sono affrettato. Ero terrorizzato all’idea di passare un’altra notte da solo sulla pianura. Il sole è tramontato. Ho visto il vostro fuoco che brillava nell’oscurità. Mi sono avvicinato e quell’individuo — indicò Derek — mi è saltato addosso. Ho pensato: mi sono imbattuto in un demonio. Adesso morirò, e spero soltanto che lo Spirito della Cascata sia felice di questa piega degli eventi.

"Ma non sono morto ed eccomi qui. Questa è la fine della mia storia."

Derek parlò in inglese: — E questo chi è?

— È un oracolo. L’ho incontrato dopo che Nia è rimasta ferita. Sua madre è la sciamana del Popolo del Rame della Pianura. Credo che sia un po’ pazzo, anche se non ne sono certa. Come si fa a giudicare la pazzia in una cultura aliena?

— E come si fa a vedere la differenza fra pazzia e santità? — Derek passò al linguaggio dei doni. — E adesso? Vuoi viaggiare con noi?

— Sì. Certo. È la volontà dello spirito. Ora mi metto a dormire. Potete discutere se mi volete come compagno oppure no. Ma vi avverto. Qualsiasi cosa decidiate, vi seguirò. — Si alzò in piedi e si allontanò dal fuoco fino al limitare delle tenebre. Si coricò, la schiena rivolta alla pianura, e si raggomitolò in posizione fetale. Dopo un momento spostò un braccio in modo da coprirsi la faccia.

Nia osservò: — Davvero, il mondo sta cambiando. Incontro persone che si accoppiano in estate, e adesso compare un sant’uomo, deciso a lasciare il suo luogo sacro e a viaggiare con gente comune. — Poi guardò me e Derek. — Non intendo dire gente comune. Voglio dire, gente che non è santa.

— Bene — disse Derek in inglese. — Viaggia con noi?

— Perché no? — Guardai Nia e parlai nel linguaggio dei doni. — Che cosa pensi di lui?

— Non possiamo lasciarlo da solo sulla pianura. È indifeso come un bambino o una donna anziana. Inoltre è santo. Se lo abbandoniamo, gli spiriti si adireranno. Su questo non c’è alcun dubbio. Deve venire con noi.

Derek annuì e si alzò in piedi. — Torno a fare la guardia. Cerca di dormire un po’, Lixia. Ti sveglierò più tardi.

Mi svegliò dopo mezzanotte e feci il mio turno di guardia. La notte era fresca e silenziosa, a parte il rumore che facevano gli insetti fra la pseudo-erba. Verso l’alba svegliai Nia. Lei si alzò e io tornai a dormire.

L’indomani mattina proseguimmo. Nia e l’oracolo cavalcarono mentre io viaggiai a piedi con Derek. La pista serpeggiava fra le colline. In questa zona c’erano numerose rocce: rupi, affioramenti e massi, tutti neri e scabri. Le valli erano coperte d’erba. Di quando in quando vedevamo un gregge di bipedi: pseudo-dinosauri. Erano alti per lo più un metro e di un vivace azzurro turchese.

— È un bellissimo pianeta — osservò Derek mentre camminava al mio fianco.

— Sì.

— Come fa quel verso di Donne? "O mia America, mia terra nuova!" Naturalmente parlava di una donna. Una nuova amante.


Da’ licenza alle mie mani erranti, e lasciale andare,

Davanti, dietro, in mezzo, sopra, sotto,

Oh mia America! Mia terra nuova,

Mio regno, più sicuro se abitato da un solo uomo.

Mia miniera di pietre preziose, mio impero.

Che fortuna averti scoperta.


— Derek, come fai a essere così colto?

Mi rivolse un’occhiata e sorrise. — Duro lavoro, mia cara. E un’intelligenza superiore.

— Oh. Okay.

Rise. — In ogni modo, mi sento come dev’essersi sentito Colombo. O il prode Cortés, silenzioso sul suo picco di Darien. Quale scoperta! Quale pianeta! — Fece un ampio gesto con la mano, indicando le colline e il cielo verdeazzurro. Uno pseudo-dinosauro lanciò un grido e fuggì.

Nia si voltò a guardare. — Che cosa c’è?

— Niente. A Derek piace questa regione.

— A me no.

— Perché no?

Si fermò e si guardò attorno. — Non me la ricordo. Devo aver preso la direzione sbagliata in qualche punto. Questa non è la pista che volevo seguire.

L’oracolo fece il gesto che significava "non preoccupatevi". — Ci guiderà lo spirito.

— Può darsi.

Nel pomeriggio il cielo si annuvolò e verso sera incominciò a piovere, una pioggerella leggera. Ci accampammo in un boschetto di alberi. Derek uccise uno pseudo-dinosauro. Nia lo pulì. Io e la Voce della Cascata andammo in cerca di legna.

Dopo cena chiamai la nave. Rispose un computer. Aveva una tranquilla e gradevole voce femminile con un leggerissimo accento russo.

— In questo momento non è disponibile nessun umano — disse. — Puoi riferire a me.

Lo feci.

Il computer mi ringraziò e disse che le informazioni sarebbero state trasmesse alle persone adatte. — Sono un programma di livello sei — spiegò. — La mia intelligenza è una costruzione mentale e… dovrei dire o?… un’illusione. Pertanto non sono una persona, in base alla corrente definizione del termine.

— Ti dispiace? — chiesi.

— Questa non è una domanda che abbia senso, almeno se rivolta a me. Io non penso e non ho sentimenti. Faccio quello che mi si dice di fare.

Mi sembrò di avvertire del sarcasmo nella cortese voce uniforme. Ma non era molto probabile. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto inserire del sarcasmo in un programma di livello sei?

Spensi la radio, mi coricai e restai ad ascoltare la pioggia che picchiettava sulle foglie sopra di me.

La mattina era uggiosa. Nia disse: — Oggi cavalca tu, Lisa. Voglio scoprire come va la mia caviglia.

— I piedi mi fanno ancora male — disse l’oracolo. — Sono ricoperti di vesciche.

Derek rise. — Non preoccuparti. Puoi prendere l’altro cornacurve.

Incominciò a cadere la pioggia e la foschia nascondeva le distanze. Viaggiammo in mezzo al grigiore, risalendo un lungo pendio. Più o meno intorno a mezzogiorno arrivammo in cima. C’era uno spazio pianeggiante, poi un precipizio. Ci trovavamo sul limitare di una valle. Tirai le redini del mio animale. Il fondo della valle era visibile nonostante la foschia. Il terreno era brullo e di un arancione acceso.

Derek annusò. — Uova marce e zolfo. Penso che si possa presumere dell’attività geotermica. — Parlò in un miscuglio di inglese e linguaggio dei doni. Io riuscii a capire tutto, ma i nostri compagni apparivano perplessi.

Dopo un momento Nia disse: — Non so di che genere di attività stiate parlando. Ma l’aspetto di questa valle non mi piace. E neppure l’odore, se è per questo.

Derek lanciò un’occhiata di lato. — Non preoccuparti. Non andiamo giù. La pista corre lungo il ciglio.

Seguimmo la pista. La pioggia cessò. Le nuvole si alzarono. Ora vedevo chiaramente la valle. Era poco profonda e più o meno circolare. L’intero fondo aveva brillanti colori: arancione, arancione rossiccio e giallo. Qua e là si levavano bianchi pennacchi. Vapore. I pennacchi si muovevano, spinti dal vento. Al centro della valle c’era un lago: scuro e rotondo. Derek continuava a guardarlo.

— C’è qualcosa che non va. Quel lago è singolare.

— Non stento a crederlo — osservò Nia. — Questa terra è singolare. — Usò lo stesso termine utilizzato da Derek. Significava "insolito", "imprevisto", "sbagliato". Dopo una breve pausa proseguì. — Non mi ricordo affatto di questo posto. Sono sicura che siamo sulla pista sbagliata, anche se non so come sia possibile. Ho una buona memoria e un eccellente senso dell’orientamento. Non mi sono mai persa.

Mi girai sulla sella. Nia arrancava accanto a me. Aveva i piedi infangati e la pelliccia bagnata. La tunica le si incollava al corpo. — Che cosa dobbiamo fare?

Nia fece il gesto dell’incertezza.

— Proseguire — disse l’oracolo alle mie spalle. — Lo Spirito della Cascata provvederà a farci arrivare nel posto giusto.

— Che consolazione! — fu il commento di Derek.

Finalmente arrivammo in un punto in cui la parete della valle era bassa. Un pendio conduceva giù verso il fondo giallo e arancione. La sommità del pendio era ricoperta di vegetazione: piccoli arbusti e moltissima pseudo-erba. Più in basso il terreno era brullo. Una linea scura l’attraversava serpeggiando: un’altra pista, più stretta della nostra, meno usata, che si addentrava nella valle.

Derek si fermò. Io tirai le redini del mio animale.

L’oracolo venne a fermarsi accanto a me. — Che cosa c’è? — chiese.

— Penso che dovremmo accamparci.

— Qui? — domandai.

Derek fece il gesto dell’affermazione.

Mi guardai attorno. Su un lato avevo il pendio, sull’altro un affioramento di roccia, nero e massiccio. La pista, quella principale, conduceva oltre la roccia. Non c’era nient’altro. Non c’era legna, a parte i piccoli arbusti, né alcuna traccia di acqua. — Perché? — chiesi.

— Non riusciremo a discendere il pendio prima di notte, e non ho visto nessun luogo che sia migliore di questo.

— Ha ragione lui — disse Nia. — La roccia ha una sporgenza. Dovrebbe ripararci, se pioverà, e c’è foraggio per gli animali. Ammetto che mi piacerebbe un po’ d’acqua fresca. L’acqua nelle nostre ghirbe sta diventando vecchia. Ma quando una persona viaggia senza il proprio villaggio, deve prendere quello che riesce a trovare.

— Ed essere grata di questo — aggiunse l’oracolo.

Nia fece il gesto dell’approvazione.

Smontai di sella. L’oracolo fece lo stesso. Mi stiracchiai e mi allungai il più possibile, poi mi piegai. Riuscivo a stento a toccare il terreno. Lo sfiorai con la punta delle dita e mi raddrizzai, inspirando nello stesso tempo. Altra ginnastica! Questa spedizione non doveva servire da scusa per impigrirmi.

L’oracolo disse: — Lui vuole scendere nella valle.

Guardai Derek. Stava fissando il panorama. Il cielo si andava rasserenando. La luce del sole illuminava i bordi delle nuvole e i colori della valle erano ancora più accesi di prima. — Perché? — domandai.

Lui si voltò. Conoscevo quell’espressione, le sopracciglia inarcate e il sorriso contorto. Derek stava progettando qualcosa di futile o pericoloso, e voleva la mia approvazione. La seduzione era entrata in funzione. Non avevo idea di come facesse, ma era teatrale come un luce al neon che incominciava ad accendersi. Il suo sorriso si allargò.

— Derek, falla finita! Spegnila!

— Che cosa?

— La bellezza mascolina, la seduzione, il fascino erotico. — Ero passata all’inglese. Nia incominciava ad accigliarsi.

— Voglio dare un’occhiata a quel lago — disse Derek. Stava parlando il linguaggio dei doni. La sua voce era profonda e tranquilla. Una voce ragionevole. La voce del buonsenso. — Credo di potercela fare ad andare e tornare prima che la luce sparisca del tutto.

— Ne dubito, e credo che tu sia pazzo a tentare. Quella laggiù è un’area molto attiva. Il suolo è probabilmente rovente, e forse non è sicuro. Potrebbe essere una crosta sopra qualcosa di brutto. Potresti sprofondare. Potresti finire nel brodo, e parlo più in senso letterale che metaforico.

— Parla la nostra lingua — protestò Nia. — Mi interessa questa discussione.

— Okay. Sto dicendo a Derek di non andare in quella valle.

— Non riuscirai a fargli cambiare idea — disse l’oracolo.

Derek rise. — Ha ragione. Rinuncia, Lixia. È inutile parlare. Ho intenzione di andarci.

Feci il gesto che significava "così sia". — Prendi i tuoi stivali.

— Perché? Mi muovo più rapidamente a piedi nudi.

— Te l’ho detto. Credo che il terreno sia rovente. — Mi piegai su un lato, sollevando un braccio, e abbassai l’altro braccio fino a toccare la caviglia, poi chiusi gli occhi, concentrandomi sulla respirazione. Dentro. Fuori. So. Hum. O gioiello del loto!

Mi raddrizzai e aprii gli occhi. Derek se n’era già andato: una piccola figura scura che si muoveva a scatti fra la pseudoerba, già a notevole distanza. Oltre e sotto di lui si estendeva la valle.

Nia dissellò i cornacurve. Accendemmo un fuoco sotto la sporgenza rocciosa. Per cena mangiammo quel che restava dello pseudo-dinosauro.

— Perché c’è andato? — domandò Nia.

— Non ne ho idea. Derek fa di queste cose. Non spesso. — Esitai. Volevo dire che quasi sempre giocava pulito, secondo le regole, ma non conoscevo la parola locale per definire "gioco". Dissi: — Quasi sempre fa quel che è giusto.

Nia finì un pezzo di carne, poi gettò l’osso nel fuoco. — Tutti gli uomini sono pazzi in un modo o nell’altro.

L’oracolo fece il gesto dell’approvazione.

Fissai il cielo della sera. La Grande Luna era sorta. Era più di una mezzaluna ormai e sembrava… che cosa?… tre quarti delle dimensioni della Luna terrestre vista da Skyline Drive, a Duluth, in una notte di piena estate.

Perché non conoscevo il termine per definire "gioco"? Guardai Nia. — Che parola si usa per definire quello che fanno i bambini quando lanciano una palla?

— Si dice "scherzare".

Be’, sì, aveva un senso logico. Era uno dei significati di "gioco". Ma ne aveva anche altri. Pensavo all’Amleto e alla tripla azione, sebbene non fossi del tutto certa di che cosa fosse. E al maneggio della spada. Amleto e Laerte, per esempio. E ai musicisti che suonano i loro strumenti. Quello che mi serviva era l’Old English Dictionary. Eddie aveva accesso ai computer linguistici. Afferrai la radio e l’accesi.

Mi rispose di nuovo un computer. Lo stesso programma di prima. Riconobbi l’accento e il tono di distaccata cortesia. La voce pacata arrivava attraverso un lieve e costante crepitio, simile al fuoco.

Chiesi la definizione di "gioco".

— Un minuto soltanto — rispose il computer.

Sentii i consueti rumori che fanno i computer quando sono al lavoro: un bip, seguito da una serie di cinguettii e poi un nota simile a un campanello. Una nuova voce, un altro programma, mi riferì i significati della parola "gioco" in inglese. Che significa anche scherzare, suonare, giocare d’azzardo, rappresentare, agire, divertirsi, dirigere, far funzionare, muoversi rapidamente…

Era una voce maschile con un accento cinese.

Quando ebbe terminato, ringraziai e spensi la radio.

— Che cos’è quell’oggetto? — s’informò l’oracolo.

Nia si protese in avanti. — Li-sa me l’ha spiegato. È un modo di parlare con persone che si trovano oltre l’orizzonte.

— Oh. Credevo potesse trattarsi di uno strumento musicale. Fa un sacco di differenti tipi di rumore, e alcuni sono piacevoli.

— Che cosa fate con uno strumento musicale? — domandai.

L’oracolo aggrottò la fronte. — Che cosa intendi dire?

— Qual è la parola che significa usarlo. Fargli fare un rumore.

— Oh. Nakhtu.

— Questo è nella sua lingua — precisò Nia. — Nel linguaggio dei doni è nahu.

— È uguale a scherzare? — chiesi.

— No. Certo che no. I bambini scherzano. Gli adulti sono assennati. O, se non sono assennati, sono pazzi, il che è diverso da essere sciocco.

— Oh. — Guardai il fuoco, poi la luna. Gli alieni possedevano strumenti musicali. Avevano cerimonie. Danzavano. Sapevo che conoscevano la rivalità. Pensai a Hakht e a Nahusai. Ma giocavano come noi? L’aggressività rituale e la rivalità erano assolutamente fondamentali nelle culture occidentali. Nell’estremo oriente avevano l’opera, il kabuki e tutte le arti marziali. Tutti avevano il calcio. Queste persone avevano la necessità di giocare quanto noi? C’era una tale tensione nella società umana, una tale aggressività frustrata. Perfino adesso che la vecchia società, la società dell’avidità e della privazione, era sparita.

Aspetta un minuto. Non tutte le società umane erano piene di tensione. Mi ricordai degli aborigeni californiani. Loro erano miti, in modo consapevole e calcolato. La mitezza era fondamentale nella loro religione. Era un segno di illuminazione. L’aborigeno ideale era mite e saggio. Manteneva un basso profilo, vicino alla Madre Terra.

Pensai a Derek. Sapeva essere mite, ma era una finzione. Sotto la superficie era come un tricheco maschio. Sapeva ciò che voleva, ed era disposto a lottare per ottenerlo. Era consapevole di com’era stato da bambino? Era per questo che aveva abbandonato la sua gente? Sarebbe stato un fallimento, frustrato e collerico, fra individui in grado di stare seduti per ore a osservare un condor nel cielo e sentirsi felici.

— "È qui che sta il senso", mi aveva spiegato uno di loro, una maga che indossava solo un perizoma e aveva il corpo pieno di tatuaggi. "La Madre Terra e il Padre Cielo, le cose che vivono: le piante e gli animali. Tutti gli antichi misteri di cui parlavano i profeti. Alce Nero e il Buddha. Gesù e Madre Carità. Tutti ci dicono la stessa cosa. Per quanto lottiate e vi sforziate, non lascerete mai questo mondo vivi. Perché lottare, dunque? E perché sforzarsi? Fa’ ciò che devi. Prendi ciò di cui hai bisogno. Sii grata e sii mite."

Okay, dissi a quel vecchio ricordo. Chiusi gli occhi e la rividi: la faccia piena di rughe e i lunghi seni piatti. C’era… c’era stata… una falce di luna sulla sua fronte. Fra i seni aveva un ciondolo, una scure a doppio taglio scolpita in una conchiglia. Una vecchia saggia. Chissà se Derek l’aveva conosciuta. Improbabile. Apparteneva a una tribù diversa. Erano una popolazione di montagna, i Bernadinos.

Mangiai un altro pezzo di carne, poi mi addormentai e mi svegliai nel cuore della notte. La luna era sparita e il cielo era pieno di stelle. Mi sollevai a sedere. Il fuoco era ormai solo un mucchio di tizzoni che rosseggiavano ancora leggermente. Mi guardai attorno. Nia era sdraiata accanto a me e russava. Più in là vidi un altro corpo. Doveva essere l’oracolo.

Dall’altra parte del fuoco c’era una terza figura, ritta in piedi, alta e pallida. — Derek?

— Sono appena tornato. — Parlava a bassa voce. — Avevi ragione. Il terreno scotta. L’ho sentito attraverso gli stivali.

— Qualche problema?

— No, salvo… una cosa buffa. Mentre tornavo, la luna stava tramontando. Proprio mentre spariva ho visto un bagliore improvviso. Credo che la luna stia eruttando.

Riflettei un momento. — È possibile, no? I planetologi hanno detto che c’erano prove che fosse stata attiva di recente.

— L’eruzione dev’essere enorme — disse Derek. — Davvero enorme, se riesco a vederla.

— Hai ragione. — Ci pensai ancora un momento. Poteva essere quello il motivo per cui non ero riuscita a mettermi in contatto con Eddie? Nessuno sano di mente vorrebbe perdere l’opportunità di vedere un’importante eruzione. — Altri problemi per i planetologi.

— Uhu. — Rise. — Quei poveri sciocchi. Gli sta bene. Hanno elaborato tutte le teorie sulla base di un solo sistema.

— Hanno usato quello di cui disponevano, Derek.

Lui disse: — Adesso voglio mettermi a dormire. Ti racconterò il resto domani.

— Okay. — Tornai a coricarmi. Il vento era girato. Adesso soffiava dalla valle, portando l’odore dello zolfo. Pensai alla luna, che aveva un’atmosfera. C’era un sacco di zolfo in essa, da quanto ricordavo. Deve puzzare davvero lassù in questo momento.

I planetologi non erano stati contenti quando avevano visto i primi ologrammi a lunga distanza. La luna era troppo grande, ci avevano detto. Tutte le migliori teorie sostenevano che la Terra era un’anomalia. I piccoli pianeti non avevano lune o, se le avevano, le lune erano piccolissime: frammenti di scorie spaziali catturate.

La nave si era avvicinata di più. I planetologi avevano scoperto che la superficie della luna era relativamente liscia.

Il sistema era pieno di scorie. Il pianeta aveva altre dodici lune, e tutte erano chiaramente planetoidi catturati. La grande luna avrebbe dovuto essere coperta di crateri creati da impatti. Invece c’erano vaste pianure di origine vulcanica e alcune montagne abbastanza notevoli, pure di origine vulcanica.

La luna era attiva, e le migliori teorie affermavano che i piccoli pianeti non avevano lune attive.

Il che significava che i planetologi dovevano incominciare a lavorare su nuove teorie. Ne avevo sentite un paio. Una implicava un’attrazione delle maree. L’altra presupponeva una composizione davvero strana del corpo celeste in questione. Erano troppo lontane entrambe dal mio campo di competenza perché io mi facessi un’opinione. Mi limitavo ad ammirare la stranezza della luna.

Mi svegliai all’alba, mi alzai e andai in cerca di un posto per orinare. Poi feci i miei esercizi, terminando con il saluto al sole. Arrivai in tempo perfetto. Quando ebbi finito il sole era sorto del tutto, rotondo e rosso sangue, proprio sopra la parete orientale della valle.

Nia si svegliò, e subito dopo di lei l’oracolo. Derek fu l’ultimo a svegliarsi. Si stiracchio e gemette, poi si tirò in piedi. Mangiammo. Nia andò a sellare i cornacurve. L’oracolo la seguì.

Derek sbadigliò. — Caffè. Ecco quello di cui ho bisogno.

— Che cosa hai trovato?

— Il lago è fango. Fango caldo. Bollente. È uno spettacolo interessante. Ci sono bolle che compaiono in superficie. Diventano sempre più grandi e poi… pffft, e sono sparite. Scoppiate. — Sbadigliò di nuovo. — L’odore di zolfo è davvero rivoltante. E ci sono pali lungo i bordi.

— Che cosa?

— Pali di legno. Grossi forse dieci centimetri e alti circa tre metri. Sono decorati con penne e pezzetti di stoffa. Alcuni hanno corna fatte di rame in cima. Davvero molto corrose. Devono essere stati i gas del lago.

"Presumo che il lago abbia una qualche specie di significato religioso. Non pensi? Ho trovato questo nel fango presso la riva." Si arrotolò una manica. Sul braccio aveva un braccialetto. Se lo tolse e me lo porse. Era d’oro, alto e pesante. Lo rigirai e notai un disegno, ripetuto quattro volte: un cornacurve con un altro animale che lo aggrediva, piantandogli gli artigli nella carne e azzannandolo. Che animale poteva essere? Il corpo era flessuoso come quello di una pantera, la testa stretta e allungata con orecchie enormi, e la coda finiva in un ciuffo. — Nia?

Lei si avvicinò.

— Che cos’è questo?

Prese il braccialetto. — Uh! È proprio bello! L’ha fatto qualcuno del mio popolo. Nessun altro sa fare un lavoro di questa qualità.

— Che animale è? Quello che sta sopra.

— Un assassino-delle-pianure. — Inclinò il braccialetto in modo che il disegno si vedesse meglio. — L’assassino-delle-montagne è più piccolo e ha delle squame oltre al pelo. Mi chiedo come ci sia arrivato qui. Dove l’hai trovato?

— L’ha trovato Derek giù nella valle, vicino al lago.

— Allora è un’offerta. Un dono ai demoni del fuoco. Non avresti dovuto prenderlo. — Porse il braccialetto a Derek.

— Oh, no? — Si rimise il braccialetto.

— Vedo che hai intenzione di tenerlo. — Nia fece il gesto che significava "così sia". — Credo che tu stia facendo un errore. — Si voltò e si allontanò.

Derek sorrise, poi si tirò giù la manica e l’allacciò.

— Ci sono volte in cui credo che tu sia pazzo — osservai.

— No. Solo gravemente alienato. In ogni caso, non credo ai demoni del fuoco. — Lanciò un’occhiata alla valle. — È un bene che non ci creda. La mia protezione personale è troppo lontana. La Balena Grigia non può aiutarmi qui.

La pista curvava verso sud, lasciando il margine della valle. Ancora una volta viaggiavamo in mezzo a colline. La giornata era nuvolosa e il sole era un luminoso disco bianco. Nella luce diffusa non c’erano ombre. Ero quasi certa che stessimo viaggiando verso occidente, ma non ci avrei scommesso. Pensavo anche che stessimo salendo, ma non avrei scommesso neppure su questo. La pista si snodava su e giù.

Gradualmente, i pendii delle colline si facevano più dolci, le valli più ampie e meno profonde. Gli alberi e gli arbusti, quei pochi che c’erano stati, sparirono.

— Uhu — disse Nia in tono soddisfatto. — Stiamo arrivando sulla pianura.

Ci inoltrammo in una nuova valle. Al centro scorreva un fiumiciattolo e un gregge di animali pascolava lungo la riva. Erano bipedi, una nuova specie, più grossa e più pesante di ogni specie vista in precedenza. Soltanto due si tenevano ritti sulle zampe posteriori. Forse stavano di vedetta. Gli altri avevano le zampe anteriori appoggiate al suolo e la testa abbassata, e stavano pascolando.

Derek disse: — Devono essere più abili dei nostri dinosauri. Devono competere con i mammiferi per i pascoli. O dovrei chiamarli mammiferoidi? Non capisco come riescano a sopravvivere.

— Ci sono, o c’erano, un sacco di strani uccelli sulla Terra. Struzzi. Emù. Casuari dell’elmo. E che dire del moa e del grande uccello degli alcidi? Sono sopravvissuti anche nell’era dei mammiferi. Di fatto, credo che la loro evoluzione sia avvenuta nell’era dei mammiferi.

Derek scosse il capo. — Si sono evoluti dai comuni uccelli per colmare determinate nicchie ecologiche: su isole, in almeno due casi. Il moa viveva nella Nuova Zelanda. Il grande uccello degli alcidi nidificava in Islanda. Queste creature invece si trovano ovunque. È evidente che riescono a competere con successo. E non credo che i loro antenati fossero uccelli. Sembrano più rettili, se questo termine ha un significato, su questo pianeta.

— Sono pennuti, e sono disposta a scommettere che sono animali a sangue caldo.

— Lo erano anche i dinosauri. Animali a sangue caldo, voglio dire.

Uno degli animali eretti emise un muggito. Gli altri s’impennarono sulle zampe posteriori e si allontanarono su per la valle lungo il fiume. Avevano un’andatura buffa, un modo di correre goffo. A dispetto dell’atteggiamento maldestro, coprivano una notevole distanza. Quando arrivammo sul fondo della valle erano già spariti.

All’incirca a metà del pomeriggio mi guardai attorno e mi resi conto che le colline erano finite. Ci trovavamo su una pianura ondulata, ricoperta di pseudo-erba che ondeggiava al vento, cambiando colore ogni volta che le foglie si rovesciavano: verde, verdeazzurro, bruno e grigio.

Qualcosa s’innalzava sopra l’orizzonte verso nord. Mi riparai gli occhi con la mano e osservai. La cosa era quasi dello stesso colore del cielo e così lontana che la si vedeva a stento. Un cono, ampio alla base. La sommità del cono, la punta, era mancante. Al suo posto c’era una linea orizzontale. L’orlo di un cratere.

Mi voltai ad aspettare Nia, che cavalcava a una certa distanza alle mie spalle. L’oracolo era dietro di lei, e cavalcava anche lui. — Che cos’è quello? — chiesi, indicandolo con la mano.

Lei lanciò un’occhiata, poi tirò le redini del suo animale.

— Non l’ho mai visto prima, ma ne ho sentito parlare. Quello è Hani Akhar. La Grande Montagna. La dimora della Signora della Fucina.

L’oracolo venne a fermarsi accanto a noi. Guardò verso nord. — Sì, è quella. Riesco a sentirla anche a questa distanza. È un luogo molto sacro. E anche pericoloso. Quello spirito non è sempre amichevole.

— Questa è certamente la pista sbagliata — disse Nia. — Siamo molto più a nord di dove volevo essere.

— Alla fine arriveremo nel posto giusto — ribatté l’oracolo. — La strada che prendiamo non conta.

Nia si grattò il naso. — Non c’è modo di discutere con una persona santa. Costoro sono sempre sicuri di saperne più di noi. E se diciamo "no", loro replicano: "Gli spiriti hanno parlato".

Proseguimmo. Non mi piaceva camminare accanto ai cornacurve. Erano troppo grossi, e la cavalcatura di Nia ogni tanto era irrequieta e perfino cattiva. E certamente non mi andava di seguire gli animali. Era una seccatura dover fare sempre attenzione allo sterco.

Quella sera ci accampammo presso un piccolo lago paludoso. Derek e Nia andarono a caccia. Tornarono al calar della notte, a mani vuote. Mangiammo pane vecchio e bevemmo l’acqua del lago. Aveva uno strano gusto.

— Acqua di palude — osservò Derek. — Ho bevuto di peggio in California.

— Nel deserto? — domandai.

— Per lo più. Ma anche a Berkeley. C’erano un paio di tizi nella mia facoltà che avevano gusti veramente disgustosi in fatto di vino. Ed erano persone importanti. Ero costretto ad andare alle loro feste.

— Di che cosa state parlando? — s’informò Nia.

— Di una bevanda simile al bara - risposi.

— Ha un gusto cattivo?

— Qualche volta — disse Derek.

Si allontanò, portando con sé la sua radio. Io rimasi accanto al fuoco con i due nativi.

La grande luna era sorta ed era più di una mezzaluna. La guardai, cercando di scorgere segni di un’eruzione vulcanica, ma le nuvole la velavano e ne rendevano indistinti i bordi.

Guardai i due indigeni. — È mai successo qualcosa di strano alla grande luna?

— Che cosa intendi dire? — domandò Nia.

Riflettei un momento, cercando di immaginare un modo per descrivere qualcosa che non avevo visto. — Non vi compaiono mai delle macchie luminose? Non si vedono mai delle cose sul bordo, come fili di vapore o come una lingua di fiamma sporgente?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Ma è una cosa eccezionale.

— Che cosa significa? — chiesi.

— Niente che io sappia. — Aggrottò la fronte mentre pensava. — Ci sono persone a occidente che hanno trovato un modo di osservare il sole senza ferirsi gli occhi. Secondo loro il sole non è perfetto e senza macchie come pensiamo. Sostengono che è chiazzato. Le chiazze sono nere e si muovono strisciando come insetti. Quando compaiono le macchie, in grande quantità, significa che il tempo si metterà al brutto.

— Non ho mai sentito questa storia — disse l’oracolo. — Ma so che cosa significa quando compare una macchia sulla luna.

Feci il gesto della curiosità.

— Significa che la Madre delle Madri non ha tenuto d’occhio la sua pentola.

— Che cosa? — domandai.

— Le donne anziane sostengono che la grande luna è una pentola per cucinare. Appartiene alla Madre delle Madri. A volte lei si dimentica di tenerla d’occhio e allora trabocca. Allora vediamo quello che hai descritto tu. Le vecchie dicono che significa che sarà un inverno di carestia. — Fece una pausa. — Mia madre sostiene che le vecchie si sbagliano. Lei tiene da parecchi anni una cordicella della luna. Ogni volta che succede qualcosa lassù, fa un nodo. E ha altre cordicelle che usa per tenere il conto del tempo atmosferico. Pioggia. Neve. Un vento forte. Siccità. Ha una cordicella per ogni tipo di tempo. Non c’è alcun collegamento fra quello che succede sulla luna e quello che succede sulla pianura. Questa è la sua opinione. Credo che abbia ragione.

— Mmm — fece Nia. — Non ho mai sentito la storia sulla luna. Se non è vera, non la ripeterò.

— La parte sulla pentola per cucinare è molto probabilmente vera — dichiarò l’oracolo. — Mia madre non ha detto niente a tale proposito. Non tutto quello che succede nel mondo degli spiriti ha una conseguenza sul mondo quaggiù.

Nia fece il gesto dell’approvazione.

Derek tornò. Gli rivolsi un’occhiata. — Sei riuscito a parlare con Eddie?

— Sì. Perché non avrei dovuto?

— C’era elettricità statica la notte scorsa e negli ultimi due giorni ho parlato con dei computer.

— Eddie non ha detto niente a proposito di elettricità statica. — Si sedette e si piegò con cura. — Né di computer. Ma ha passato il tempo in una delle grandi sale olovisive. La luna è davvero in eruzione, e l’eruzione è grossa. Ci stiamo perdendo un diavolo di spettacolo.

— Di che cosa stai parlando? — chiese Nia.

— La luna — dissi. — Sta traboccando.

Lei guardò il cielo. — Peccato che il cielo sia nuvoloso.

Il giorno seguente Nia disse di voler camminare.

— Mi sento di nuovo irrequieta. Se la caviglia incomincerà a darmi fastidio, ti chiederò di farmi cavalcare.

— D’accordo — dissi.

L’oracolo viaggiò cavalcando, come sempre. Di quando in quando passavamo accanto a piccoli acquitrini o a laghetti semiasciutti. Il cielo era caliginoso. Hani Akhar rimaneva appena visibile.

Nel pomeriggio inoltrato arrivammo in cima a una salita. Sotto di noi c’era un lago. Era molto più vasto degli altri che avevamo incontrato, dalla forma irregolare e pieno di minuscole isolette. Le rive erano paludose e vi cresceva l’erba enorme a mucchi.

Nia disse: — Conosco questo posto, benché non ci sia mai stata prima. È il Lago degli Insetti e delle Pietre. Ci troviamo nel territorio del Popolo dell’Ambra. Loro vengono qui in autunno durante il viaggio verso sud. Pescano e cacciano uccelli, ed eseguono cerimonie in onore della montagna.

L’oracolo fece il gesto dell’approvazione. — Un altro luogo sacro.

Scendemmo. Il cielo era limpido a occidente e il sole era basso. L’acqua luccicava e facevo fatica a vedere. Passammo accanto a una macchia di erba enorme. Il lago era solo a qualche metro di distanza. Le canne si muovevano al vento. L’acqua brillava. Qualcosa mugghiò. Era proprio di fronte a me ed emergeva con un gran fracasso dalle canne, impennandosi. Mio Dio! Era alto tre metri! La bocca era aperta. Le zampe anteriori erano protese verso di me, gli artigli aperti. Un altro muggito! L’animale che cavalcavo mosse di scatto la testa. Le redini diedero uno strappo fra le mie mani. Il cornacurve recalcitrò e mi ritrovai disarcionata. Un istante dopo atterrai con violenza al suolo. La scossa mi percorse da parte a parte e gridai. Poi mi ritrovai ritta in piedi.

— Tirati indietro — mi disse Derek. — Lentamente. Non spaventarlo.

Feci un passo indietro. Derek era al mio fianco. Non riuscivo a vedere Nia, né l’oracolo, né il mio cornacurve. Lo pseudo-dinosauro emise un altro muggito, ma non si mosse. Ora, per la prima volta, lo vedevo chiaramente. Alto tre metri. All’inferno! Erano più probabilmente quattro. Aveva il ventre di un rosa acceso e una cresta di piume gialle. Le zampe anteriori e le spalle erano di un color grigioazzurro scuro.

Feci un altro passo. La creatura sibilò. La bocca aperta era piena di denti. Denti smussati. Era un erbivoro. Ma gli artigli erano lunghi e affilati. Per scavare? Combatteva? Inclinò la testa e un minuscolo occhio vivo mi fissò.

— Continua a muoverti — disse Derek. La sua voce era sommessa e tranquilla. — Un passo alla volta.

Vidi Nia al mio fianco, dall’altro lato, con in mano un coltello. Un’arma inutile contro quel mostro.

Ora lo pseudo-dinosauro faceva un altro verso, un lamento. Che cosa significava? Poi vidi qualcosa muoversi alle sue spalle, proveniente dal lago. Un altro mostro. Battei le palpebre, cercando di vedere contro sole. Questo era più piccolo dell’animale che ci fronteggiava, e camminava su quattro zampe. Aveva la schiena grigia.

— La femmina — disse Derek.

L’animale girò la testa e strappò una canna con i denti. Poi proseguì, masticando e facendo un forte suono sgranocchiante. Frammenti di canna gli penzolavano dalla bocca. Dietro venivano altri tre animali. Erano piccoli, delle dimensioni di un cane San Bernardo. Due erano quadrupedi e seguivano la madre con un’andatura dondolante. Il terzo saltellava goffamente.

— Ebbene, che cosa sai?

Continuammo a indietreggiare, allontanandoci dal maschio infuriato. Dov’era l’oracolo? Non riuscivo a vederlo.

La madre proseguì dondolandosi, seguita dai tre piccoli. Finalmente scomparvero alla vista, nascosti da una macchia di erba enorme. Il maschio sibilò, poi si voltò e seguì a balzi la sua famiglia. La spalla incominciava a farmi male. Mi cedettero le ginocchia e mi sedetti.

— Davvero interessante — osservò Derek. — Si preoccupano dei loro piccoli. Ciò contribuisce a spiegare come siano in grado di sopravvivere in concorrenza con gli pseudo-mammiferi. I mammiferoidi. Abbiamo bisogno di un intero nuovo vocabolario. O Santa Unità! Pensavo che mi sarei pisciato nei pantaloni.

Nia disse: — Uh! — Mise via il coltello. — Spero che il pazzo stia bene. Il suo cornacurve è fuggito. L’ultima volta che l’ho visto si teneva ancora aggrappato.

— Oh, mio Dio, Derek. La nostra attrezzatura. Le radio.

Lui scoppiò in una risata. — Sui cornacurve. Là fuori. — Fece un ampio gesto con la mano per indicare la pianura. — Tu stai bene?

— La spalla mi fa un male infernale e mi sono morsa la lingua. Non so quando.

Derek mi sottopose a un rapido esame. — La tua spalla non è lussata e la lingua è ancora al suo posto. Credo che te la caverai. — Si voltò a fissare la pianura. — Vado in cercadella nostra attrezzatura. Ero abituato a rincorrere i cavalli in California. I cornacurve non sono più veloci. Li raggiungerò. — Si volse verso di me. — Accampatevi qui da qualche parte. Vi troverò.

— Derek… — incominciai.

Lui si allontanò a grandi passi.

— Derek! — gridai.

Non si voltò a guardare indietro.

— È un individuo molto strano — osservò Nia.

— Sì. — Restai a osservarlo finché non scomparve alla vista, poi mi voltai a guardare Nia. — Bene, troviamo un posto per accamparci.

<p>Inahooli</p>

Seguimmo la pista lungo la riva finché non arrivammo a una macchia di erba enorme. Nia tagliò dei rami e li intrecciò per formare dei canestri: trappole per i pesci. — Può darsi che questo modo non funzioni. È più facile catturare pesci in un fiume. — Mise le trappole dentro l’acqua.

Dopo di che esplorammo il boschetto. Nia trovò un gruppetto di piante che crescevano sul margine orientale. Erano radici commestibili. Io raccolsi legna per il fuoco. Cucinammo le radici. Erano croccanti e quasi senza sapore.

— Sono buone nello stufato di carne — mi spiegò Nia. — Da sole… — Fece il gesto che significava "il resto è chiaro".

— Sempre meglio di niente.

Lei fece il gesto dell’affermazione.

Calò la sera. Il vento cambiò. Ora soffiava dal lago. All’improvviso il boschetto si riempì di insetti.

— Morsicatori! — esclamò Nia.

Mi diedi una pacca sul collo. — Hai ragione.

Ci rannicchiammo accanto al fuoco. Il fumo ci proteggeva fino a un certo punto. Venni morsicata una seconda volta, su un polso. Anche Nia fu morsicata una volta, sul palmo della mano, dove non aveva pelliccia.

— Uh! — Batté fra loro le mani. — Bene, ho preso la creatura. Non darà più fastidio a nessuno. Come riesci a sopportarlo, Li-sa? Tu non hai pelliccia. Possono morderti dappertutto.

Il fumo mi era entrato negli occhi, che ora lacrimavano. I punti in cui ero stata punta dagli insetti prudevano. — Non amo affatto le situazioni come questa. — Mi grattai una morsicatura. — Ma che cosa posso farci? Non posso farmi crescere la pelliccia. E in ogni caso, ho sopportato di peggio. Un tempo vivevo nel Minnesota.

— Dove? — domandò Nia.

— Una terra con molti laghi e molti insetti. — Feci una pausa e restai in ascolto. Gli insetti mi ronzavano attorno alle orecchie. Ce n’erano un sacco. Avrebbero dovuto morsicare di più. Forse non avevo l’odore giusto. Forse erano soltanto gli insetti coraggiosi, o quelli stupidi, che decidevano di fare un tentativo con me.

— Aiya! - Nia si batté la fronte. — Un altro!

Mi allontanai il fumo dalla faccia con la mano. — Riescono a morsicarti attraverso la pelliccia?

— Solo in qualche punto, dov’è più sottile. Attorno agli occhi o nell’incavo del gomito.

Il vento cambiò di nuovo direzione e scacciò gli insetti. Ci coricammo. Non avevamo niente con cui coprirci. Il mantello di Nia si trovava con il resto dei nostri bagagli da qualche parte della pianura, così pure il mio poncho. Ma la notte era mite e io ero sfinita. Mi raggomitolai e mi addormentai subito.

Mi svegliai presto. Le nuvole erano sparite e il cielo sopra di me era di un brillante verdeazzurro. Gli uccelli facevano rumori fra le foglie. Nia russava accanto alle ceneri del fuoco.

Mi alzai, gemendo. Avevo il corpo completamente irrigidito e la spalla mi faceva particolarmente male. Me la massaggiai e intanto mi guardai attorno. Non c’era un filo di vento, e il lago era immobile. Al largo, oltre i canneti, una canoa scivolava sull’acqua.

— Nia!

Lei balzò in piedi. Gliela indicai. Nia gridò e agitò le braccia. La canoa virò nella nostra direzione. Un attimo dopo era sparita, nascosta dai canneti. Ci precipitammo verso la riva.

— Chi può essere? — domandai.

— Non lo so. Una donna. Una del Popolo dell’Ambra.

La prua si fece largo fra le canne. Era fatta rozzamente con un tronco scavato. Veniva silenziosa verso di noi. La donna, seduta nella parte posteriore, sollevò la pagaia dall’acqua, poi alzò una mano e si riparò gli occhi. — Sto vedendo delle cose? Una di voi è senza pelo?

— Sì — dissi.

La canoa raggiunse la riva. La donna scese. Era più alta di me, dinoccolata, con il pelame di un bruno scuro. La faccia era larga e piatta, gli occhi di un arancione scuro, quasi rosso. Indossava una tunica giallo chiaro decorata con strisce ricamate. Il disegno era complicato e geometrico, fatto in diverse tonalità di azzurro. La cintura era blu, e portava un lungo coltello in un fodero di cuoio blu. — Sei nata così? — s’informò. — O sei stata ammalata?

— Questo è il mio modo naturale di essere. — Usai la parola che significava "consueto" o "giusto".

Lei mi squadrò dalla testa ai piedi. — Naturale, eh? E tu? — Si rivolse a Nia. — Chi sei? E perché viaggi con uno scherzo di natura?

— Sono una donna del Popolo del Ferro. Nia la lavoratrice del ferro.

La nuova arrivata corrugò la fronte. — C’è qualcosa di familiare in quel nome.

— È abbastanza comune — replicò Nia.

La donna manteneva la sua espressione accigliata.

Nia proseguì. — E il tuo nome qual è?

— Toohala Inahooli. Appartengo al Popolo dell’Ambra e al Clan della Cordaia. In questo momento, ho una posizione di grande prestigio. Sono la guardiana della torre del clan.

Nia fece il gesto del riconoscimento.

Io dissi: — Che cos’è una torre del clan?

La donna mi guardò con astio. — Da dove vieni? Non lo sai che fra il Popolo dell’Ambra ogni clan erige una torre in onore della sua Prima Antenata? Costruiamo ogni torre cercando di farla più alta possibile. La ricopriamo di decorazioni ed eseguiamo cerimonie di fronte alla torre per impressionare gli altri clan e far sì che provino invidia e mortificazione.

Un nuovo tipo di manufatto! Riflettei un momento. — Posso vedere la torre?

— Sì. Naturalmente. A che serve una torre se la gente non ne viene impressionata? E come fa essere impressionata se non viene a vederla? Ma ti avverto, la nostra magia è potente. Se c’è qualcosa di demoniaco in te, riporterai dei danni.

— No. Non sono demoniaca.

— Non possiamo andare — intervenne Nia. — Deragu… — Esitò. — Non so dire il suo nome.

— Derek.

— Derag ci ha detto di aspettare.

La donna si accigliò. — Chi è questa persona? Mi sembra un nome maschile.

— La persona è una donna — disse Nia. — Viene dallo stesso posto di Li-sa. Loro parlano una lingua che è assolutamente diversa dalle lingue della pianura. Le desinenze sono differenti.

Inahooli fece il gesto che significava che capiva ciò che dicevamo.

Nia proseguì. — I nostri cornacurve sono fuggiti. Lei… questa persona, Derag… è andata a cercarli.

Inahooli ripeté il gesto della comprensione.

— Tu rimani qui — feci io. — Se Derek arriva, dille dove sono. Capirà.

Nia fece il gesto che significava "no".

— Perché no?

Nia si grattò la nuca. Forse era stata morsicata in quel punto, anche se, da quanto ricordavo, la pelliccia lì era piuttosto folta.

— Ascoltate — disse Inahooli. — Io me ne vado. Voi due potete discutere. Forse quella — puntò il dito contro Nia — ha qualcosa di cattivo da dire su di me. — S’incamminò lungo la riva

— Okay — dissi. — Qual è il problema? Credi che quella donna sia pericolosa?

— No. Ma credo che abbia sentito parlare di me. Quando la mia gente ha scoperto di me ed Enshi, c’è stato un gran clamore. Il Popolo dell’Ambra potrebbe aver sentito quelle voci. Loro fanno scambi con noi.

— Voglio vedere la torre. Hai sentito parlare di cose del genere?

— Sì. Il Popolo dell’Ambra non è come la mia gente. Noi siamo imparentati con il Popolo della Pelliccia e dello Stagno. Conosciamo quelle persone. Le chiamiamo "consanguinee". E credo che possa esserci una parentela anche con il Popolo del Rame. La loro lingua non è difficile da imparare. Ma il Popolo dell’Ambra… La loro lingua è difficile e le loro usanze sono particolari. Loro si vantano moltissimo. Ogni clan cerca di superare gli altri nella costruzione di torri e nella danza. Non li capisco.

— Io vado — dissi. — Dovrei essere di ritorno questa sera.

Nia fece il gesto che significava "così sia". — Non dirle che viaggiamo con degli uomini. Non credo che capirebbe.

— Okay. — Feci un cenno della mano a Inahooli, che tornò indietro. — Vengo con te.

— Bene. Sarà un evento straordinario. Nessuna guardiana ha mai mostrato la nostra torre a una persona senza pelo.

Spingemmo lontano dalla riva la canoa e ci salimmo. Inahooli incominciò a pagaiare. Nel giro di un minuto o due Nia era sparita alla vista, nascosta dalle piante che io chiamavo canne, che ondeggiavano sopra di noi, alte e di un grigioazzurro spento. La maggior parte degli steli terminava in un ammasso di foglie, ma qui e là distinguevo una testa rotonda, scura e pelosa. Il fiore della pianta? Non lo sapevo.

Scivolammo silenziose verso il largo. Davanti a noi c’erano delle isole. Erano piccole, larghe solo alcuni metri, costituite di una tenera pietra vulcanica che l’azione degli agenti atmosferici aveva modellato in forme assai bizzarre. Una somigliava a un fungo. Un’altra, alta e sottile, mi faceva venire in mente una donna umana con una lunga veste. Una terza era un arco. Una quarta era una cattedrale in miniatura. Tardo Gotico, decisi. La cattedrale aveva un sacco di guglie.

Scivolavamo fra le isole. Guardai giù. L’acqua era limpida. Un pesce comparve con un guizzo, poi si girò di lato e sparì. Che pianeta! Tutt’a un tratto provai un senso di orrore all’idea di tornare a casa.

Falla finita, pensai. Non pensare alla Terra. Concentrati sul presente. Goditi quello che hai adesso.

Guardai davanti a me. C’era un’altra isola in vista: lunga e bassa, circondata di canne. A un’estremità sorgeva una costruzione, alta una ventina di metri, calcolai, e fatta di una rozza ingraticciata. Alla torre erano appesi stendardi, che in quel momento penzolavano flosci. Man mano che ci avvicinavamo, scorsi altre decorazioni: mucchi di penne e lunghe filze di conchiglie.

— La torre della Cordaia — mi spiegò Inahooli.

Girammo intorno all’isola. Sull’altro lato c’era una spiaggia. Sbarcammo e tirammo la canoa sulla ghiaia. Inahooli mi guidò verso la torre. L’isola era rocciosa e quasi totalmente brulla, con solo sporadiche macchie di vegetazione: pseudomuschio color arancione, pseudo-licheni bruni e una grigia pianta ricca di foglie che mi arrivava a metà polpaccio. C’erano soltanto due oggetti abbastanza grandi: la torre e una tenda di tessuto marrone scuro.

— Quella è la mia dimora — mi spiegò Inahooli. — Ogni primavera veniamo qui. Il clan ricostruisce la torre ed esegue cerimonie per santificarla. Poi lanciamo i dadi e una di noi viene scelta per fare la guardiana. Quella donna resta presso la torre per tutta l’estate. La sorveglia e si assicura che non le capiti nulla. In autunno la tribù ritorna. Il clan invita tutti a una grande danza. Mangiamo. Facciamo musica, ci vantiamo delle nostre antenate. Se tutto va bene, gli altri clan si sentono in imbarazzo. Dopo di che andiamo tutti a sud verso la Terra dell’Inverno. Il Clan dell’Uccello Terrestre esegue laggiù le proprie danze. Di solito malamente. Per qualche ragione, non sono mai state brave a vantarsi. E in ogni caso, di cosa mai dovrebbero vantarsi? La loro antenata non è che un miserabile uccello terrestre che ha fatto soltanto una cosa di una certa importanza.

— Che cosa?

— Ha rubato il fuoco allo Spirito del Cielo e lo ha dato al popolo del mondo. Un’ottima cosa. Ci sentiamo grate nel cuore dell’inverno quando la neve è alta e soffia il vento e così via. Ma la nostra antenata ha salvato tutti gli esseri viventi.

— Oh, davvero?

Arrivammo alla tenda. La torre si trovava solo a una decina di metri di distanza. Vicino alla base c’era una fila di maschere appese all’ingraticciata. Erano ovali e con fori degli occhi rotondi. Ciascuna era dipinta di un colore uniforme: rosso, giallo, nero, bianco. Le indicai col dito. — Chi rappresentano?

— Quella nera è la Cordaia. La gialla è l’Imbroglione. La rossa è la Signora della Fucina. E la bianca è la Vecchia del Nord.

— Parlami di loro.

Lei mi scrutò da capo a piedi. Era uno sguardo prudente, lo sguardo di una narratrice che ha avuto un’opportunità. — Benissimo. Ma non posso usare le maschere. Devono restare dove sono fino alla grande danza. Siediti. Cercherò di rendere la storia semplice e il più breve possibile.

Mi sedetti di fronte alla tenda e Inahooli si sistemò davanti a me. Nel cielo un uccello zufolò, librandosi sopra il lago.

— Questa è la storia del pettine d’avorio — mi disse con voce sonora.

"Nell’estremo nord vive una vecchia. La sua tenda si trova nel cielo. Le pareti della tenda sono fatte di luce e pendono in pieghe dai pali della tenda, che sono fatti con le ossa del mostro del mondo originale. Come siano arrivate nel cielo è un’altra storia, che non ho il tempo di raccontare. La vecchia ha un pettine, ricavato da uno dei denti del mostro. È d’avorio, bianco come neve. Lei lo usa per pettinarsi la pelliccia. Quando lo fa, tira fuori delle creature. Queste cadono sul pavimento e spariscono, passando attraverso il pavimento per finire nel mondo. Tutti gli animali del mondo nascono in questo modo.

"Quando la vecchia si pettina il lato sinistro del corpo, gli animali che escono sono buoni e utili: i cornacurve che conduciamo in branco, gli uccelli che cacciamo e mangiamo. Quando si pettina il lato destro del corpo, gli animali che escono sono dannosi: lucertole dal morso velenoso e insetti che mordono. Gli abitanti del mondo cantano rivolti alla vecchia, lodandola e chiedendole aiuto. Questa è una delle canzoni:


"Nonna, sii generosa.

Pettinati la parte sinistra del corpo.

Allora saremo prosperi.

Allora saremo felici.

I nostri figli saranno grassi

Nelle nostre tende presso il fuoco.


"Nonna, sii compassionevole.

Non pettinarti la parte destra del corpo.

Lascia le lucertole dove sono.

Non mandarci

gli insetti che mordono e pungono.


"Nell’estremo sud c’è un giovane. È alto e di bell’aspetto. I suoi occhi sono gialli come il fuoco. Nessuno sa con certezza chi sia sua madre. Alcuni dicono che sia il grande spirito, la Madre delle Madri. Altri dicono che sia un demone del fuoco.

"Il giovane è chiamato l’Imbroglione. È colui che appare agli uomini in inverno, quando sorvegliano la mandria. Ogni uomo siede da solo sotto una tenda che è fatta con un mantello steso sopra i rami di un arbusto o di un albero. La neve scende su di lui. Il fuoco che ha davanti a sé è basso. L’uomo sta seduto e rabbrividisce, tenendo le braccia strette contro il corpo. Allora compare l’Imbroglione. La sua voce è come il vento. Dice: ’Perché lo fai? Perché soffri per le ingrate donne del villaggio? Dimenticati di tua madre. Dimenticati delle tue sorelle. Dimentica i figli e le figlie che potresti avere. Vattene fra le colline e vivi come un animale senza obblighi, soddisfacendo soltanto te stesso’.

"La maggior parte degli uomini ignora la voce. Ma alcuni ascoltano. Impazziscono e abbandonano la mandria, vagando fra le colline. Dopo di che nessuno li vede più.

"L’Imbroglione è lo stesso che va incontro alle donne in primavera, quando è il periodo degli accoppiamenti. Si presenta come il migliore degli uomini, grande e grosso, forte e sicuro di sé. Fissa il suo territorio vicino al villaggio. Nessun altro uomo osa affrontarlo. Quando arrivano le donne smaniose, lo incontrano. Alcune di loro, comunque, lo incontrano. Ogni donna che si accoppia con lui pensa: che padre eccellente! Mia figlia sarà robusta e intraprendente. E anche di bell’aspetto.

"Ma l’accoppiamento non genera figli. O se nascono dei figli o delle figlie, sono malaticci e irascibili. Non causano altro che guai.

"Di solito succede così. Ma l’Imbroglione non è mai prevedibile neppure nel male che fa. Una volta ogni tanto una donna si accoppia con lui e la figlia che nasce è come il padre, grande, forte e sicura di sé: una vera eroina.

"Una di queste era la mia antenata, la Cordaia. Ma prima devo raccontarti in che modo l’Imbroglione rubò il pettine d’avorio.

"Si trovava nell’estremo nord e aveva freddo e fame. Non c’era niente lì attorno all’infuori della vasta pianura coperta di neve. Dopo un po’ arrivò alla tenda della vecchia. Risplendeva sopra di lui, bianca, gialla e verde. Lui si tolse le racchette da neve e le infilò in un mucchio di neve, poi si arrampicò su nel cielo. Entrò nella tenda. La vecchia era lì, seduta al centro del pavimento. La sua pelliccia era diventata grigia per l’età. Si stava pettinando con il pettine d’avorio.

"L’Imbroglione si sedette e restò a guardare con bramosia. La vecchia stava passando il pettine nella pelliccia sull’avambraccio sinistro e ne uscivano degli animali. Erano piccoli e scuri. La vecchia scuoteva il pettine e gli animali cadevano giù. Quando toccavano il pavimento, sparivano. Andavano nel mondo, nelle profonde tane dei costruttori di monticelli.

"’Nonna’ disse l’Imbroglione. ’Dammi qualcuno dei tuoi animali. Ho fame, e sembrano deliziosi.’

"La vecchia lo fissò. ’Io so chi sei. L’Imbroglione, Colui Che Racconta Menzogne.’ Scosse il pettine, poi afferrò uno degli animali a mezz’aria. Se lo mise nella mano. Il minuscolo muso si contrasse e i baffi fremettero. Fissava l’Imbroglione con i vivaci occhi scuri. ’Questi animali sono parte di me. Io li dono alla gente che li tratta con rispetto. Ma tu, o Malvagio, tu maltratti tutto ciò su cui metti le mani. Non c’è rispetto in te. Non ti darò nulla.’ Capovolse la mano. L’animale cadde al suolo e sparì.

"L’Imbroglione digrignò i denti. ’Nonna, abbi pietà.’

"’No’ disse la vecchia. ’Puoi anche morire di fame per quel che me ne importa. Che ti serva di lezione.’ Si voltò, dando le spalle all’Imbroglione.

"Lui balzò in piedi. ’Te ne pentirai, vecchia gallina!’ Corse fuori dalla tenda, scese dal cielo e si sedette accanto alle sue racchette nel mucchio di neve. Qui aspettò che la vecchia si addormentasse. Il suono del suo russare pervase la pianura. L’Imbroglione si arrampicò di nuovo nel cielo ed entrò di soppiatto nella tenda. Le pareti risplendevano più che mai e la tenda era piena di una pallida luce tremolante. Vide la vecchia distesa sulla schiena. Accanto a lei c’era il pettine d’avorio. Lo prese.

"’Ma dove mi nasconderò?’ si chiese. ’Quando gli spiriti scopriranno che è sparito, frugheranno l’intero mondo. Quale posto è sicuro?’

"Allora gli venne un’idea. Si fece piccolissimo, se stesso e anche il pettine, e strisciò dentro la vagina della vecchia. Lei gemette e si grattò, ma non si svegliò.

"’Questo non è il posto più piacevole dove sia stato’ disse l’Imbroglione. ’Gradirei più luce e un po’ meno di umidità. Ma a nessuno verrà in mente di guardare qui dentro.’

"La vecchia si svegliò e allungò la mano per prendere il pettine. Non c’era. Lanciò un urlo. In ogni parte del mondo gli spiriti balzarono su. ’Che cosa c’è?’ gridarono. ’Che cosa succede?’

"Allora ebbe inizio la ricerca. Su e giù, avanti e indietro, dentro e fuori. Gli spiriti frugarono ovunque. Ma non trovarono il pettine.

"’Che cosa farò?’ disse la vecchia. ’Il pettine è insostituibile. Non ne esiste un altro uguale, e senza di esso non posso pettinarmi la pelliccia.’

"Gli spiriti non seppero che cosa rispondere.

"Giunse la primavera. La vegetazione fece la sua comparsa. Le colline e la pianura divennero azzurre. Gli abitanti del mondo notarono che c’era qualcosa che non andava. In ogni villaggio si recarono dalla sciamana.

"’Che cosa sta succedendo?’ chiesero. ’I pesci guizzano nel fiume come fanno ogni anno, ma nessuno ha visto pesciolini. Gli uccelli edificano nidi come sempre, ma i nidi sono vuoti. Quanto ai piccoli animali, i costruttori di monticelli, gonfiano la sacca nel collo. Gridano e gemono e si agitano, ma non generano piccoli.’

"Le sciamane mangiarono piante narcotiche. Danzarono ed ebbero visioni. Dissero: ’L’Imbroglione ha rubato il pettine d’avorio. Senza pettine non nascerà nessun animale. Moriremo tutte di fame a causa di quell’individuo maligno’.

"Tutte le persone gridarono. Si batterono il petto e le cosce. Pregarono gli spiriti. Ma che cosa potevano fare gli spiriti?

"Ora la storia passa alla Cordaia. Era una donna del Popolo dell’Ambra. Era grande e grossa con un pelame lucente. I suoi occhi erano gialli come il fuoco. Le braccia erano forti, le dite agili. La maggior parte delle persone credevano che fosse figlia dell’Imbroglione. Ne aveva l’aspetto.

"Il suo mestiere consisteva nel fabbricare corde di cuoio. In questo era molto abile. Le sue corde erano sottili e flessibili, e non si allungavano. Erano dure da rompere e duravano per anni.

"In ogni caso, arrivò il periodo degli accoppiamenti. Le donne del Popolo dell’Ambra sentirono crescere dentro di loro la smania primaverile. Ma quell’anno erano riluttanti ad andarsene sulla pianura. ’A che serve lasciare il villaggio?’ dicevano. ’Perché dovremmo prenderci la briga di andare in cerca di un uomo? I figli che concepiremo moriranno di fame.’

"Ma la smania si fece più forte. Ogni donna impacchettò i doni che aveva preparato durante l’inverno. Ogni donna sellò un cornacurve e si diresse verso la pianura. Fra queste c’era la Cordaia. Nella borsa da sella aveva una lunga corda di ottima qualità. Era il suo dono di accoppiamento.

"Ora la storia torna all’Imbroglione. Ormai incominciava a diventare irrequieto. Non c’era nulla da fare nella vagina della vecchia. Sapeva che era primavera. Voleva andarsene per il mondo a giocare un tiro mancino a qualcuno. Attese che la vecchia si addormentasse e sgattaiolò fuori. Si lasciò dietro il pettine e via che andò verso sud. Dopo un po’ arrivò nella terra del Popolo dell’Ambra. Trovò un territorio in prossimità del villaggio. C’era già un uomo lì, un uomo grande e grosso con molte cicatrici. L’Imbroglione si avvicinò e gli disse: ’Faresti meglio ad andartene’.

"’Sei pazzo?’ rispose l’omaccione. ’Sono arrivato qui per primo. E in ogni caso, sono più grosso di te.’

"L’Imbroglione si allungò fino a diventare più alto dell’altro uomo, poi lo guardò furioso dall’alto. I suoi occhi gialli splendevano come il fuoco.

’"Be" disse l’uomo. ’Se è così che la metti.’ Montò in sella al suo cornacurve e se ne andò.

"L’Imbroglione gli gridò dietro una serie di insulti. L’uomo non si voltò.

"Dopo di che l’Imbroglione si sistemò e restò in attesa. Passò un giorno e poi un altro. Il terzo giorno comparve una donna. Era la Cordaia. L’Imbroglione si sentì soddisfatto. Era una donna notevole. Era una persona che valeva la pena trarre in inganno.

"Quanto alla Cordaia, le piacque ciò che vide: un uomo grande e grosso che se ne stava ritto sulla pianura a gambe divaricate e con le spalle diritte. La sua pelliccia era folta e lucida. Indossava una splendida tunica, ricoperta di ricami. Sulle braccia portava braccialetti d’argento. Erano alti e brillanti.

"Quando si avvicinò, notò che l’uomo aveva un particolare odore. ’Be’, nessuno è perfetto’ disse fra sé.

"Arrivata accanto all’uomo, smontò di sella. Giacquero sulla pianura e si accoppiarono. Dopo di che lei disse: ’Ho brutte notizie’.

"’Oh, davvero?’ fece l’Imbroglione.

"’La Vecchia del Nord ha perduto il suo pettine. A causa di ciò, non può pettinarsi la pelliccia, e nel mondo non nasceranno più animali.’

"’E con questo?’

"’Se avremo un figlio, morirà di fame.’

"’E con questo? La cosa non mi riguarda. Fintantoché potrò accoppiarmi, sarò soddisfatto. Chi se ne frega del risultato di quello che facciamo insieme?’

"’A me importa. E in ogni caso, se questa situazione continuerà, moriremo tutti. Perché, come potremo vivere senza i cornacurve, gli uccelli nel cielo e i pesci nei fiumi?’

’"Se tu vuoi morire, accomodati. Io non mi preoccupo. Intendo continuare a vivere, qualunque cosa accada al resto del mondo.’ L’Imbroglione si rigirò e si mise a dormire.

"La Cordaia lo guardò. La sua pelliccia riluceva come rame e c’era come un alone attorno al suo corpo. Si rese conto che quello non era un uomo comune. Era uno spirito. Uno spirito malvagio. L’Imbroglione.

"Allora prese la corda e lo legò. Poi attese. Lui si svegliò e cercò di stirarsi, ma non ci riuscì. ’Che cos’è questa storia?’ gridò.

"’Sei in trappola’ gli disse la Cordaia. ’E non ti lascerò andare finché non mi darai il pettine d’avorio.’

"L’Imbroglione digrignò i denti, si dimenò e si rotolò. Un tallone colpì il terreno e fece un buco; dal quale scaturì acqua che creò un lago. Il lago c’è ancora. È vasto, poco profondo, pieno di sassi e canneti. È chiamato il Lago dell’Imbroglione o il Lago degli Insetti e delle Pietre.

"La corda non si spezzò. L’Imbroglione continuò a divincolarsi. Si allontanò rotolando dalla Cordaia. Batté sul terreno con le mani legate. Fece un altro buco, più profondo del primo. Da questo sgorgò fango caldo che ribollì attorno all’Imbroglione. Lui bolliva come un uccello in una pentola. Ma la sua magia era potente e non si fece alcun male. La corda, tuttavia, non poteva resistere al calore e all’umidità. Incominciò ad allungarsi. Con uno strattone, l’Imbroglione si liberò e balzò in piedi. Gridò:

"Io sono l’Imbroglione, o stupida donna! Non posso essere trattenuto. Non ho nessun obbligo.

"Io sono l’Imbroglione, o stupida donna! Nessuno può trattenermi. Nessuno può fermarmi."

"Dopo di che si allontanò di corsa attraverso la pianura. Andò a nord, tornando nel suo nascondiglio. La Cordaia l’osservò allontanarsi. Si morse il labbro e serrò i pugni. ’È un grande spirito, e può darsi che sia un mio parente. Ma non gli permetterò di fuggire così.’

"Montò in sella al suo cornacurve e si diresse verso nord. Viaggiò a lungo ed ebbe parecchie avventure. Ma non ho il tempo di raccontartele.

"Finalmente arrivò nel luogo in cui viveva la vecchia. Era piena estate. La pianura era gialla, i fiumi poco profondi. La Cordaia smontò di sella e legò il suo animale. Poi si arrampicò su nel cielo.

"’Nonna’ chiamò. ’Vuoi lasciarmi entrare? Ho fatto un lungo viaggio per vederti.’

"’Entra’ rispose la vecchia. ’Ma non posso aiutarti. Ho perso il mio pettine. Non ho nulla da dare.’

"La Cordaia entrò nella tenda. La vecchia era lì, seduta al centro del pavimento. Era nuda e si grattava il ventre con entrambe le mani. ’Sto impazzendo’ disse. ’La mia pelliccia è piena di animali e non posso tirarli fuori. Me li sento strisciare fra le pieghe del ventre. Me li sento sotto le ascelle. Me li sento sulla schiena. Nipote, ti prego. Sii gentile con me! Grattami in mezzo alle scapole.’

"La Cordaia le grattò la schiena. La vecchia continuava a lamentarsi. ’Me li sento perfino nella vagina, sebbene non abbia pelliccia là dentro. Ogni tanto si muovono e mi fanno il solletico. Oh! È una cosa terribile!’

"La Cordaia aggrottò la fronte. Si ricordò dell’odore che aveva sentito addosso all’Imbroglione e all’improvviso capì qual era il suo nascondiglio. ’Ma come riuscirò a farlo uscire?’ si chiese. ’E come farò a catturarlo e a tenerlo prigioniero una volta che sarà uscito?’

"Decise di mettersi a dormire. Si coricò e chiuse gli occhi. La vecchia era seduta accanto a lei e si grattava. Ben presto la Cordaia incominciò a sognare. Nel sogno le apparvero tre spiriti. Una era una donna di mezza età con un ventre enorme e seni imponenti. Indossava una lunga veste ricoperta di ricami.

"Il secondo spirito era un uomo. La sua pelliccia era verdeazzurra e aveva ali al posto delle braccia. Portava un gonnellino dello stesso colore della pelliccia. La fibbia della sua cintura era rotonda e fatta in oro. Scintillava in modo splendido.

"Il terzo spirito era una giovane donna. Era grande e muscolosa. Teneva in mano un martello e indossava un gonnellino di cuoio. I suoi occhi erano di un rosso arancione.

"La Cordaia li riconobbe. La prima era la Madre delle Madri. Il secondo era lo Spirito del Cielo. E la terza era la Signora della Fucina, che vive in Hani Akhar, il grande vulcano.

"’O, santi’ esclamò la Cordaia. ’Aiutatemi! So dove si nasconde l’Imbroglione. Ma mi serve un modo per farlo uscire dal suo nascondiglio. E quando sarà uscito, cercherà di fuggire. Mi serve un modo per catturarlo.’

"Lo Spirito del Cielo parlò per primo. ’Resterò di guardia. Se cercherà di fuggire, vedrò dove andrà. Non riuscirà a trovare un nuovo nascondiglio.’

"La Signora della Fucina parlò per seconda. ’Fabbricherò una corda di ferro, forgiata con la magia, in modo che non si spezzi mai. Si allaccerà da sola e potrà muoversi. L’Imbroglione non riuscirà a liberarsene.’

"La Madre delle Madri parlò per ultima. ’So come far uscire l’Imbroglione dal suo nascondiglio.’ Si protese in avanti e bisbigliò qualcosa all’orecchio della Cordaia.

"Al mattino la Cordaia si svegliò. Accanto a lei c’era una corda attorcigliata. Era di un color grigio spento e aveva una particolare struttura simile alle squame di una lucertola. La Cordaia l’osservò con attenzione. Era fatta di minuscole maglie fissate fra loro.

"’Buongiorno, nonna’ disse alla Vecchia del Nord. ’Mi è venuta un’idea. Hai detto che sentivi prurito nella vagina, sebbene non ci sia pelliccia là dentro.’

"La vecchia fece il gesto dell’assenso.

"’Non credo che tu abbia un animale lì dentro. Credo che tu abbia bisogno di un po’ di sesso.’

"’Sei pazza!’ esclamò la vecchia. ’È il periodo sbagliato dell’anno. E comunque sono troppo vecchia per provare la smania.’

"’Ricordati’ disse la Cordaia. ’Una donna non invecchia facilmente. La smania non svanisce di colpo. Spesso una donna diventa irritabile e instabile. Il suo comportamento cambia da un giorno all’altro. Prova la smania nel periodo sbagliato. Nel periodo giusto, in primavera, non prova assolutamente niente. Non riesce a capire che cosa stia succedendo, non più di una ragazzina quando diventa donna. Credo che sia quello che sta accadendo a te.’

"’No!’ protestò la vecchia.

"’In ogni caso, prova con il sesso. Andrò in cerca di un giovanotto per te. Se ho ragione, e ciò che provi è la smania… un po’ tardi, lo ammetto… allora il giovane reagirà a te. E forse dopo ti sentirai meglio.’

"La Cordaia si alzò e uscì dalla tenda, portando con sé la corda di ferro.

"L’Imbroglione sentì tutto questo e incominciò a sentirsi a disagio. ’Se quella pazza riuscirà a trovare un uomo disposto ad accoppiarsi con questa vecchia gallina… be’, la mia posizione non sarà comoda. È probabile che mi prenda delle terribili percosse. È meglio che me ne vada fuori di qui.’

"Attese che calasse la sera e che la vecchia stesse russando, poi sgattaiolò fuori. Aveva in mano il pettine. Si diresse furtivamente verso la porta e uscì. La Cordaia lo aspettava lì fuori. La Grande Luna era alta nel cielo e illuminava il cielo e la pianura. Illuminava l’uomo mentre usciva dalla porta.

"’Eccoti, spirito malvagio!’ esclamò la donna. Gettò la corda di ferro.

"Questa si attorcigliò a mezz’aria e si avviluppò attorno all’uomo, che inciampò e cadde. Il pettine gli volò via dalla mano. La Cordaia lo afferrò. Quanto all’Imbroglione, cadde giù dal cielo e atterrò sulla pianura. Rotolò avanti e indietro. Gridò. Si divincolò. Ma la corda non si ruppe. Dopo un po’ rinunciò e restò disteso lì, immobile, respirando con difficoltà.

"Tre spiriti comparvero attorno a lui. L’Imbroglione alzò lo sguardo su di loro. ’Immagino che siate voi i responsabili di questo.’

"’Sì’ rispose la madre delle Madri. ’Questa è la fine di tutti i tuoi malvagi inganni. Ti porteremo lontano da qui e ti lasceremo cadere nell’oceano. Non causerai più altri guai.’

"’Non esserne tanto sicura’ ribatté l’Imbroglione.

"Lo raccolsero e lo trasportarono per aria. Arrivati in mezzo all’oceano, lo lasciarono andare. Cadde con un tonfo nell’accqua e affondò sempre più. Finalmente toccò il fondo. Aiya! Era buio e faceva freddo! I pesci del fondo del mare gli mordicchiavano i piedi. Si divincolò e cercò di gridare, ma inghiottì acqua. Tuttavia non poteva affogare. La sua vita era eterna. Restò laggiù per più anni di quanti possiamo contarne e diede la sua natura all’oceano, che divenne mutevole e imprevedibile, e infido. Alla fine si liberò. Ma questa è un’altra storia.

"Quanto alla Cordaia, tornò dentro la tenda. Svegliò la vecchia e le restituì il pettine.

"’Oh! È una cosa meravigliosa!’ esclamò la vecchia, e incominciò a pettinarsi la pelliccia. Ne uscirono animali, a centinaia. Ruzzolarono giù dal cielo e riempirono il mondo. Tutte le persone si rallegrarono."

Inahooli smise di parlare. Io distesi le gambe e mi alzai. Ormai era mezzogiorno. Eravamo inondati dalla luce del sole e l’aria era calda e stagnante. Sudavo.

— Ebbene — fece Inahooli. — Sei colpita? Credi che la mia antenata sia stata grande?

— Sì. — Mi voltai a guardare la torre. Un dio burlone come Anansi il Ragno, il Coyote e Fratel Coniglietto. C’erano altre singolari analogie. La Vecchia del Nord mi ricordava un personaggio della mitologia Inuit. Esisteva forse una sorta di archetipo universale? Avremmo trovato gli stessi personaggi su un pianeta dopo l’altro? Immaginavo un inconscio collettivo che si estendesse attraverso la galassia, o forse al di sotto. Che idea! Ma stavo correndo troppo. Non avevo i dati. Mi stiracchiai. — Devo andare.

— No! Non andartene! Ho altre storie.

Feci il gesto del cortese rifiuto, seguito dal gesto dell’estremo rincrescimento. — Nia mi sta aspettando.

Lei si alzò, aggrottando la fronte. — C’è qualcosa in quel nome… — Sgranò gli occhi. — Ora ricordo! Nia la lavoratrice del ferro. La donna che amava un uomo. — Usò il termine che significava affetto familiare, l’amore fra sorelle o fra una madre e le proprie figlie. — Ci hanno parlato di lei, le donne del Popolo del Ferro. Hanno detto che l’uomo è morto. Ma lei viveva ancora da sola sulla pianura. Una donna grande e grossa con l’aria della malasorte. Ci hanno messe in guardia contro di lei. Hanno detto: "Se arriva nel vostro villaggio, lasciatela restare solo per il tempo minimo richiesto dalle convenienze, poi invitatela ad andarsene. Se la lasciate restare, farà inacidire il latte nelle vostre brocche. Farà spegnere i vostri fuochi".

— Nia non fa niente di male — replicai. Parlai con voce sommessa e tranquilla. Una voce sicura. La voce del buonsenso.

Inahooli taceva, la faccia sempre corrucciata, e si vedeva che stava riflettendo. — Non ha abbandonato il suo vecchio comportamento. Quando ha parlato della vostra amica, non ha usato una desinenza della tua lingua. Tu hai pronunciato diversamente il nome. Ho sentito. Al momento non l’ho capito. Ha dato al nome una desinenza della sua lingua o del linguaggio dei doni. In entrambi i casi è una desinenza maschile. Questa vostra amica è in realtà un uomo.

Aprii la bocca per protestare, ma che cosa potevo dire? Non mi andava di mentire, e non pensavo che Inahooli avrebbe creduto a qualunque menzogna avessi raccontato. — È meglio che me ne vada.

Lei mi fissò, strizzando gli occhi. — Che cosa sei? Perché viaggi con una donna del genere? E con un uomo?

— Te l’ho detto, sono una persona comune. Fra la mia gente, in ogni caso.

Inahooli fece il gesto del dissenso, muovendo con enfasi la mano. — Ho incontrato il Popolo del Ferro é il Popolo del Rame e il Popolo della Pelliccia e dello Stagno. Nessuno è veramente diverso. Non sulle cose che sono importanti. Credo che tu sia un demonio.

Come si può ragionare con una fanatica religiosa? Riflettei un momento. — Ricordati di ciò che hai detto prima che io venissi qui. La torre è magica. Se sono un demonio, perché non mi ha fatto del male?

Si voltò, fissando l’ingraticciata. In cima, un paio di stendardi si muovevano debolmente. Un paio di penne ondeggiavano. Doveva essersi alzato un po’ di vento, sebbene non riuscissi a sentirlo.

Inahooli fece il gesto dell’assenso. — L’ho detto.

— E io sto bene.

Ci fu una pausa. Poi Inahooli parlò, lentamente all’inizio. Era evidente che stava riflettendo ad alta voce. — Hai ragione. La torre avrebbe dovuto nuocerti. Ma così non è stato. — Tornò a girarsi verso di me. — Hai sconfitto la nostra magia. La torre è un qualcosa.

Non conoscevo quella parola, ma ne immaginai il significato. La torre era stata contaminata, dissacrata. Aveva perso il suo potere.

— Io ti ho condotta qui — disse Inahooli. — Sono la guardiana e questo rovinerà la mia reputazione. — Estrasse il coltello.

— Ascoltami — dissi.

Lei mi afferrò per il braccio e alzò il coltello. Mi divincolai e tirai calci, colpendola all’inguine. Era un bel calcio, forte. Inahooli barcollò all’indietro e ne approfittai per fuggire.

Riuscii a raggiungere la canoa, ma la donna mi seguiva dappresso. Non c’era il tempo di mettere in acqua quella dannata cosa. Afferrai una pagaia e mi girai ad affrontarla. — Non possiamo parlare?

— No! — Mi si lanciò contro. La colpii alla spalla con la pagaia. Lei gridò e lasciò cadere il coltello.

— Ascoltami! Non intendo fare del male!

Inahooli afferrò il coltello con l’altra mano. — Come possiamo servirci della torre? Le maschere sono rovinate. La magia è sparita.

Si chinò di colpo verso sinistra. La mia sinistra. Mi voltai e sollevai la pagaia. Il coltello balenò. Sferrai un colpo. Inahooli balzò indietro.

— Ti ho presa, demonio! — esclamò.

— Che cosa?

— Non vedi il sangue sul terreno?

Abbassai per un attimo lo sguardo e vidi soltanto la spiaggia sassosa. Non c’era sangue. Con la coda dell’occhio scorsi un movimento. Inahooli. Veniva verso di me, il coltello nuovamente sollevato. Agitai su e giù la pagaia e la colpii al ventre. Lei grugnì e si piegò in due. Abbattei con forza la pagaia sul dietro della testa.

Inahooli cadde. Raccolsi il coltello e lo scagliai fra i canneti, poi mi voltai a guardarla. Giaceva a faccia in giù, immobile.

M’inginochiai e le tastai la gola, poi le passai la mano sulla parte posteriore del capo. Le pulsazioni erano forti e regolari. La testa era solida come una roccia. Bene! Ma non avevo alcuna intenzione di restare nei paraggi ad assisterla. Molto probabilmente avrebbe tentato di nuovo di uccidermi. Spinsi in acqua la canoa, vi saltai dentro e mi allontanai pagaiando dall’isola. Che cosa non facevo per conoscere la mitologia!

Quando fui ben oltre i canneti, mi accorsi che qualcosa non andava nel mio braccio sinistro. Tirai dentro la pagaia e diedi un’occhiata. C’era un taglio nella mia camicia, dal gomito al polso. Il sangue gocciolava sul legno scuro della canoa e sui miei jeans. — Maledizione. — Mi tolsi la camicia e contorsi il braccio, cercando di vedere il taglio. Provai una fitta di dolore alla spalla. Strano. Mi ero dimenticata di quanto fosse rigida la spalla. Il taglio era lungo e poco profondo. Un graffio. Niente di cui preoccuparsi. Ma sanguinava ben bene, il che avrebbe dovuto ridurre il rischio di un’infezione. Non che un’infezione fosse probabile, a meno che non fosse provocata da qualcosa che avevo portato con me. Mi arrotolai la camicia attorno al braccio e legai insieme le maniche. Poi mi rimisi a pagaiare.

Soffiava un po’ di vento, leggero e irregolare. Le onde spruzzavano la canoa. Il braccio incominciò a farmi male, e anche la spalla. Mi concentrai sulla respirazione: dentro e fuori, tenendo il tempo con il movimento delle braccia mentre sollevavo la pagaia, la portavo in avanti, la immergevo nell’acqua e la tiravo indietro.

Davanti a me c’era la riva. Dove potevo approdare? Mi riparai gli occhi con la mano. Scorsi una figura sulla riva oltre i canneti. No. Due figure. Mi facevano cenni con le mani. Girai la canoa e pagaiai verso di loro. Un istante dopo erano spariti alla vista. Le canne si piegavano sopra di me, le teste pelose che ondeggiavano, e non avevo spazio per manovrare. Immersi la pagaia nell’acqua, toccai il fondo e spinsi. La canoa avanzò fra la vegetazione e arrivò in un punto dove l’acqua era limpida. Nia e Derek mi vennero incontro sguazzando e mi tirarono a riva.

— Dov’è Inahooli? — s’informò Nia.

Mi alzai. La canoa si mosse sotto di me. Derek mi afferrò per il braccio.

— No!

Mi lasciò andare. — Che cosa c’è? — Stese la mano. Il palmo era rosso.

— Sangue. — Misi piede sulla terra asciutta, mi sedetti e svenni.

Quando ripresi i sensi ero distesa sulla schiena e guardavo in su verso il fogliame, le foglie lunghe e sottili dell’erba enorme. Brillavano, i bordi illuminati dalla luce del sole.

Derek disse: — Riesci a capirmi?

— Sì. Certo. — Girai la testa. Lui stava seduto per terra a gambe incrociate. La parte superiore del suo corpo era nuda e vidi il braccialetto sul suo braccio. L’alta fascia d’oro. L’immagine continuava a sfocarsi e a tornare a fuoco.

— Che cosa è successo?

— Quella donna. Inahooli.

— Nia me ne ha parlato. Che cosa ha fatto?

— Era convinta che fossi un demonio. Che portassi sfortuna al suo… — esitai, cercando di pensare alla parola giusta — manufatto. Quello a cui stava di guardia. Mi ha inseguita con un coltello. L’ho colpita. Derek, è viva. E se verrà a cercarmi?

Lui abbozzò un breve sorriso. — Di questo mi occuperò io. Tu riposa.

— Okay. — Chiusi gli occhi, poi li riaprii. — I cornacurve.

— Ne ho trovato uno. La Voce della Cascata è riuscito a tenersi in sella. Come non so. L’ha lasciato correre finché non si è sfiancato. Non aveva altra scelta, mi ha detto. Alla fine l’animale si è dovuto fermare. Lui l’ha calmato e l’ha lasciato riposare, poi è tornato indietro. L’ho incontrato al tramonto. Ci siamo accampati sulla pianura. E al mattino… — Fece un gesto che non riconobbi.

— Che cos’era quello?

— Che cosa?

— Il gesto. Il cenno della mano.

Lui sorrise. — È un gesto umano, Lixia. Significa, all’incirca, "lasciamo perdere" o "perché agitarsi" o "puoi immaginare il resto".

— Oh.

— Siamo arrivati qui a metà mattina, dopo che te n’eri andata.

— Oh. — Chiusi gli occhi, poi mi ricordai di un’altra cosa. — Le radio.

Derek rise. — Sono sull’altro cornacurve. Quello che non ho trovato.

— Merda.

— Aha. Ho ritenuto giusto assicurarmi che la Voce della Cascata facesse ritorno al lago. Domani Nia partirà con l’animale che abbiamo. Cavalca meglio di me, e questo è il suo pianeta. Con un po’ di fortuna troverà le radio. E io mi assicurerò che… come si chiama?… la donna che ti ha fatto quel taglio.

— Inahooli.

— Mi assicurerò che non provochi altri guai.

— Che cosa significa?

Lui sorrise. — Niente di drammatico. Resterò qui e terrò gli occhi ben aperti. Adesso, dormi.

Derek se ne andò. Ero preoccupata. E se Nia non fosse riuscita a trovare l’altro animale? Saremmo stati soli per la prima volta. Veramente soli su un pianeta alieno. Probabilmente sarebbero passati giorni prima che quelli sulla nave si rendessero conto che qualcosa era andato storto. Che cosa avrebbero fatto allora? Come ci avrebbero trovati? Cercai di pensare a qualche tipo di segnale. Un fuoco enorme. Sarebbe stata la cosa migliore. Ma saremmo riusciti ad accenderne uno che fosse abbastanza grosso? E avrebbero capito che eravamo stati noi a farlo?

Mi appisolai e feci dei brutti sogni. Inahooli mi dava la caccia. Correvo giù per un lungo corridoio fra pareti di ceramica. D’un tratto il corridoio spariva. Mi trovavo sulla pianura. Mi giravo e vedevo un muro di fiamma che avanzava verso di me. Un incendio della prateria! Correvo. Ma era così difficile. L’erba era alta e fitta. Continuavo a inciampare. Il fuoco si avvicinava sempre più.

Caddi, ruzzolai e aprii gli occhi. Sopra di me si ammassava del fumo. Mi drizzai a sedere, terrorizzata.

Oh, sì. Il fuoco di bivacco. Ardeva a tre metri di distanza e attorno erano seduti i miei compagni. Più in là c’erano il lago e il sole basso sull’orizzonte. Era pomeriggio inoltrato. Mi faceva male il braccio, la testa mi doleva e avevo la gola secca. — C’è qualcosa da bere?

Mi guardarono.

— Stai bene? — mi chiese Nia.

— Ho sete.

Nia mi portò una sfera verde con un foro sulla sommità: qualcosa di simile a una zucca o forse a una noce di cocco. Dove l’aveva trovata? La presi e bevvi. Il liquido all’interno era fresco e aveva un gusto asprigno. Simile a che cosa? Agli agrumi? Non del tutto. Bevvi ancora.

— Adesso riesci a parlare? — s’informò Derek. — A che cosa stava di guardia quella donna? E perché ha deciso che fossi un demonio?

Guardai Nia, accosciata accanto a me. — Avevi ragione. La tua gente ha parlato di te. Inahooli se ne è ricordata. Nia la lavoratrice del ferro. La donna che amava un uomo.

Nia si accigliò. — A volte penso che la mia gente parli troppo. Non hanno niente di meglio da fare?

— E ha capito che Derek era un uomo.

— Perché ho usato la desinenza maschile del suo nome.

— Sì.

Si alzò in piedi e serrò i pugni, poi si batté la coscia. — Sono proprio come la mia gente. La mia lingua va su e giù come uno stendardo al vento, e non rifletto. — Aprì la mano e fece il gesto che significava "così sia".

— Uno di noi dovrebbe stare sveglio questa notte e fare la guardia. Quella donna è probabilmente un po’ pazza. E stata sola troppo a lungo, ed è stata troppo vicina a qualcosa che è sacro. Può darsi che venga a cercare Li-sa.

Derek fece il gesto dell’approvazione.

— L’ho colpita abbastanza duramente — dissi. — Per quel che ne so, è ancora… — esitai e cercai di pensare alla parola giusta nel linguaggio dei doni — addormentata. O forse morta.

Derek guardò in direzione dell’acqua. — Forse. Non ho intenzione di andare a controllare. L’isola è sacra. Ci ha fatto capire molto chiaramente che non vuole che ci andiamo. Di norma, non interferisco con il karma di altre persone. Ha scelto lei di invitarti sull’isola, e ha scelto di cercare di ucciderti. Se queste scelte si concludono con la sua morte, bene. — Fece una pausa, poi usò lo stesso gesto che aveva usato Nia circa un minuto prima. "Così vanno le cose" diceva il gesto.

L’oracolo si protese in avanti. — Non so che cosa tu abbia fatto in passato, Nia, e non so perché la tua gente racconti delle storie su di te. Ma non sei tu la responsabile di questa situazione.

— Perché no?

L’oracolo puntò il dito contro Deek. — Lui è andato nella valle dei demoni. Ha preso il braccialetto. Adesso i demoni sono adirati. Ci stanno causando tutti questi guai, il shuwahara e la donna furiosa.

Shuwahara? Era il nome dell’animale che aveva terrorizzato i nostri cornacurve?

L’oracolo si alzò in piedi e allungò la mano. — Dammi il braccialetto.

Derek si accigliò.

— Fallo — gli dissi in inglese. — Abbiamo già abbastanza problemi.

Derek si tolse il braccialetto. L’oracolo lo prese e se lo infilò sul braccio.

— Che cosa hai intenzione di farne? — domandai.

— Lo spirito me lo suggerirà. — L’oracolo si tolse la tunica e restò nudo, fatta eccezione per il braccialetto e la collana. Il suo pelame scuro brillava. I gioielli luccicavano. Preso nel complesso, era solenne. Gettò a terra la tunica. — Me ne andrò per mio conto. Danzerò e canterò finché non sarò in uno stato di esaltazione. Allora, forse, lo spirito verrà da me. — Si allontanò in direzione del lago.

— Credi che lo riavrò indietro? — chiese Derek.

— No.

— Dannazione. — Rise e scrollò le spalle. — Oh, be’.

Nia preparò la cena: pesce fresco, svuotato e farcito di erbe, poi avvolto in foglie e arrostito nella brace. Era delizioso, ma ero troppo stanca per aver fame. Mangiai metà di un pesce e mi sdraiai. Il sole era tramontato e si stavano ammassando delle nuvole. Erano alte e indistinte, dorate dall’ultima luce del giorno. I miei compagni chiacchieravano sommessamente. Gli uccelli facevano piccoli versi serali. Chiusi gli occhi.

Quando mi svegliai, il sole era nuovamente alto. Chi aveva fatto la guardia all’accampamento? Derek se n’era ricordato? Mi alzai in piedi con un gemito. Un corpo, scuro e peloso, era sdraiato scompostamente accanto al fuoco. L’oracolo. Dormiva. Non c’erano tracce di Nia o di Derek o del cornacurve. Feci qualche passo per il boschetto. L’animale era certamente sparito. Nia doveva essersi messa in viaggio non appena c’era stata un po’ di luce. Guardai in direzione della pianura, riparandomi gli occhi dalla luce del sole. Nulla. Tornai indietro attraverso il boschetto. L’oracolo si era rigirato sulla schiena e si teneva un braccio sulla faccia. Russava.

Scesi al lago. Gli uccelli sbattevano le ali fra le canne. Sulla riva c’erano due canoe. Mi fermai, terrorizzata. Non ero in condizioni di battermi con Inahooli. Aveva fatto qualcosa a Derek? Mi serviva un’arma. La pagaia mi era già servita in precedenza. Mi diressi verso le canoe.

In una c’era Inahooli, distesa di schiena. Era nuda. Aveva i piedi legati con una striscia di stoffa gialla ed era imbavagliata con un’altra pezza di tessuto giallo. Aveva le mani dietro la schiena. Non riuscivo a vedere come fossero legate. Lei mi lanciò un’occhiata astiosa.

Io risi, sollevata. Non l’avevo uccisa. — Devi aver incontrato Derek.

Lei grugnì.

— Non credo proprio che ti toglierò il bavaglio. Mi piacerebbe sapere dov’è Derek, ma non credo che me lo diresti, neppure se lo sapessi.

Inahooli emetteva brontolii e si dimenava. C’era qualche possibilità che si liberasse? Naturalmente no. Era stato Derek a legarla. Mi chiesi se avrebbe mai fatto un grave errore.

— Devo andare. Tornerò più tardi.

Inahooli grugnì una seconda volta.

Trovai Derek un po’ più lontano lungo la riva, su una spiaggia di ghiaia nera. C’era un varco fra le canne. Un canale, ampio due o tre metri, sboccava nel lago. Un uccello galleggiava nel canale. Aveva un aspetto assolutamente comune.

— Ha dei denti — disse Derek.

I suoi lunghi capelli erano bagnati e c’erano chiazze di umidità sulla sua camicia. Si infilò la camicia nei jeans, poi mi rivolse un ampio sorriso.

— Una nuotata mattutina? — chiesi.

— Uhu. — Si allacciò una delle maniche. Scorsi un luccichio un istante prima che chiudesse il tessuto. Aveva qualcosa di metallico sul braccio.

— Ho trovato Inahooli. Che cosa è successo?

— Nia si era addormentata e io mi sono allontanato per osservare l’oracolo. Ho pensato: mai perdersi un rituale. Ha fatto esattamente quello che aveva detto. Ha danzato e cantato e agitato qua e là un ramo, il tutto sotto una luna all’ultimo quarto e chiaramente in eruzione. Si può vedere il pennacchio oltre il bordo. Incomincia alla luce del sole e poi curva oltre la parte della luna che è ancora in ombra. Un diavolo di spettacolo.

"Non sono riuscito a capire che cosa diceva. Non usava il linguaggio dei doni. Ma ho tutto qui sul mio registratore."

— Che ne ha fatto del braccialetto?

— Gettato nel lago. È stata la fine della cerimonia. Poi è tornato all’accampamento. Io ho gironzolato qua e là e ho tenuto gli occhi aperti. Imaginavo che si sarebbe stancato dopo tutto quel saltellare. Tu eri ferita e Nia doveva alzarsi di buon’ora. Non restavo che io per fare la guardia, e volevo continuare a guardare la luna. — Chiuse il davanti della camicia.

"La donna è arrivata due ore dopo. No. Più di tre. La luna era ancora alta nel cielo. È arrivata con la seconda canoa. Immagino che sia ovvio. Non l’ho vista sbarcare, né l’ho sentita. È una signora molto silenziosa. Ma ha svegliato un uccello mentre si avvicinava attraverso il canneto, e quello ha fischiato.

"Ho atteso nell’oscurità. Il fuoco, il nostro fuoco, ardeva, e lei si è incamminata in quella direzione. Sapevo che l’avrebbe fatto. Quando è arrivata nel boschetto, le sono balzato addosso." Sorrise. "È forte oltre che silenziosa. Ma avevo il vantaggio della sorpresa. Quando ha perso conoscenza, l’ho trascinata di nuovo fino alla canoa e l’ho legata lì dentro. Non avevo una corda, così ho tagliato la sua tunica e ho usato quella. Sono affamato. Torniamo all’accampamento."

Ci incamminammo lungo la riva. Derek proseguì: — Nia è partita all’alba. Non le ho parlato di… come si chiama. Era un’altra cosa di cui preoccuparsi e lei sembrava già abbastanza di malumore. Parlo di Nia. Immagino che non sia una persona mattiniera.

— Che cosa intendi fare di Inahooli?

— Trattenerla finché non torna Nia, poi lasciarla andare, ma solo quando saremo pronti a partire. Non ci seguirà. Ha la sua torre a cui fare la guardia.

— Mi domando se non la stiamo facendo uscire di senno.

— Che cosa? — Si fermò e mi fissò.

— Mi ha colpito come una persona vulnerabile, sebbene sia difficile giudicare un individuo di un’altra cultura. Forse sono tutti così: vanagloriosi e sulla difensiva. In ogni caso, il suo rispetto di sé è totalmente collegato con la torre e con la sua posizione di guardiana. Adesso ha fallito. Sono quasi certa che sia convinta che la torre è rovinata e non credo che possa venire a patti col fallimento. Non credo che abbia… ehm… elasticità mentale.

Derek fece il gesto del dubbio. — Credo che tu sottovaluti quella donna. La sua tecnologia è primitiva; ciò che chiamiamo primitivo, in ogni caso. Ma non penso che sia semplice. So che Nia non lo è. E l’oracolo è così dannatamente complicato che non so dove mi trovo con lui. Con ogni probabilità questa signora… ho dimenticato di nuovo il suo nome.

— Inahooli.

— Molto probabilmente farebbe ciò che farei anch’io al suo posto.

— E cioè? — Mi rimisi a camminare.

Derek procedette di pari passo con me. — Mentirei. Farei finta che non fosse successo nulla. All’arrivo della mia gente, direi: "È tutto a posto".

Corrugai la fronte. Derek mi lanciò un’occhiata, poi continuò: — Ogni società ha dei modelli di comportamento appropriato, e in ogni società ci sono individui che non riescono a conformarsi a quei modelli. Subentrano la realtà e l’umana fragilità. Ebbene, non si possono abbandonare i modelli, e non è neppure possibile che ognuno nella società se ne vada in giro a gridare "Mea culpa". Così si inventa l’ipocrisia. È presente in ogni società che ho studiato. Sono certo che esiste anche su questo pianeta.

— Può darsi.

Ci allontanammo dalla riva e ci dirigemmo verso il boschetto.

— Pensa alla mia gente — disse Derek. — Per loro due qualità sono importanti. La mitezza e l’onestà. Ebbene, che cosa fai quando l’onestà crea una situazione spiacevole?

Fece una pausa. Io non dissi niente. — Per prima cosa, cerchi di eludere il problema. Mangi un po’ di peyote. Ti concentri su disegni cosmici. È questo che è importante, dopo tutta… tutta quell’energia che si riversa giù dalle stelle e sale dal suolo.


"Il mondo è impregnato della grandezza di Dio.

Avvampa, come lo splendore da una lamina scossa;

Raggiunge una grandezza, come uno stillare di olio

Schiacciato…"


"E così via. Se non si può evitare il problema, se si è bloccati nel momento e nel luogo presenti, allora si mente. Il che è disonesto e ipocrita, ma naturale e umano, e permette di mantenere la mitezza in ogni cosa."

Arrivammo all’accampamento. L’oracolo si era alzato e stava riaccendendo il fuoco. Ci rivolse un’occhiata. — Nia se n’è andata?

— Sì — rispose Derek. — Ed è arrivata quella donna. Inahooli. È giù vicino all’acqua. L’ho legata.

— La nostra fortuna sta cambiando. Nia troverà il cornacurve e tutto andrà nel modo dovuto. Lo spirito me l’ha promesso.

Derek fece il gesto che significava che aveva sentito quanto era stato detto, ma si riservava il giudizio.

Nella tarda mattinata scendemmo alla canoa, tutti e tre. Inahooli era nella stessa posizione di prima. Aveva la testa girata e gli occhi chiusi contro il bagliore del sole.

La osservai per un momento. — Così non può funzionare — dissi in inglese. — Nia potrebbe assentarsi per giorni. Non possiamo tenere la donna in quello stato.

Inahooli aprì gli occhi, guardandoci con sospetto e aggrottando la fronte.

— È scomodo. È umiliante. Ed è antidemocratio. Che diritto abbiamo di privarla della libertà?

— Abbiamo il diritto di proteggere noi stessi — ribatté Derek.

— Be’, può darsi. In ogni caso, non è praticabile. Come farà a mangiare? O andare al bagno? Non possiamo lasciarla lì distesa nei propri escrementi come il personaggio di un romanzo sulla società di una volta.

L’oracolo si chinò su Inahooli e le slacciò il bavaglio.

— Demonio — lo apostrofò la donna.

— No. Sono un uomo santo. Un oracolo. Servo lo Spirito della Cascata, che è grande e potente e in grado di occuparsi di ogni genere di male.

Una parola interessante, questa. La tradussi come "male", un termine astratto. Nella sua lingua era un aggettivo accoppiato con un sostantivo che significava "cosa". L’aggettivo significava "cattivo", come in cattivo gusto. Significava anche "infausto" o "bizzarro".

— Tu sei un demonio — insistette la donna. — Viaggi insieme a demoni.

— Loro non sono demoni. Sono persone senza pelo.

— Uno di loro è un maschio. E tu sei un uomo.

L’oracolo fece il gesto dell’intesa.

— Tutti sanno che gli uomini sono solitari per natura, hanno un carattere irascibile e non sono disposti a spartire niente con altri uomini. Ma tu viaggi con quello. — Fece un cenno del capo in direzione di Derek. — Devi essere un demonio o un mostro.

— Pensi male — disse l’oracolo.

Di nuovo la stessa parola, quella che significava "cattivo" o "malvagio" o "strano". Questa volta la forma era avverbiale.

L’oracolo si raddrizzò. — Sei stata da sola per troppo tempo. Non è naturale per una donna starsene seduta da sola su un’isola.

— Sono la guardiana. E quella, la donna, ha danneggiato la mia torre.

— In che modo? — chiese la Voce della Cascata.

— È venuta sull’isola. Si è seduta all’ombra della torre.

— Non è vero. Era mezzogiorno. Non c’era ombra. Proprio sotto la torre, forse, ma non dove mi trovavo io.

— Sei stata sull’isola. Le persone cattive, quelle che portano sfortuna, non possono andare in un luogo sacro. Non prima di aver partecipato a una cerimonia di purificazione. Ma non c’è modo di purificare un demonio.

— Tu hai detto che se fossi stata un demonio, la torre mi avrebbe fatto del male. Ma non mi è stato fatto alcun male. Come posso essere un demonio?

La donna chiuse gli occhi per un istante, aggrottando la fronte. Poi mi guardò. — L’ho già spiegato prima. Sei un demonio. Ora lo capisco. Devi essere un demonio. Chi altri viaggerebbe in compagnia di uomini? E di una donna come Nia? La magia della torre avrebbe dovuto annientarti. O, come minimo, causarti un terribile dolore. Ma tu stai bene. Pertanto, dev’essere la torre che è stata danneggiata. E io sono la guardiana! Come potrò mai spiegarlo?

Derek disse: — Questo modo di pensare va avanti in un circolo vizioso. Se Lixia è un demonio, la torre le farà del male. La torre non le fa del male e ciò significa che lei è un demonio.

Feci il gesto del dissenso. — Non hai capito il ragionamento.

— Aiutatemi a mettermi seduta — protestò la donna. — Non posso parlare così.

L’oracolo la prese per le spalle e la tirò su in posizione seduta. Inahooli grugnì e si divincolò, muovendo di qua e di là la parte superiore del corpo. — Ho le braccia intorpidite. Non hanno più sensibilità. E come faccio a parlare senza usare le mani?

L’oracolo mi guardò.

— Liberala. Ma soltanto le mani.

— Mi serve un coltello — fece lui.

Derek gliene diede uno.

L’oracolo tagliò.

— Sono libere? — s’informò la donna. — Non riesco a muoverle.

— Sono libere.

Si protese in avanti. Le braccia caddero ai lati e le mani batterono contro i lati della canoa. — Non sento niente! Non riesco a farle funzionare!

— Le tue braccia sono addormentate — le disse Derek. Le tirò le braccia in avanti fino ad appoggiarle le mani sulle cosce, poi incominciò a massaggiarle un braccio.

— Aiya! Fa male! Pizzica!

Derek continuò a massaggiare. — Lixia?

— Sì?

— Spiegami il ragionamento. Quello che non ho capito. E tu… — guardò Inahooli — ricordati che hai i piedi legati. Non tentare niente di spiritoso.

Inahooli si accigliò. — Non è il momento di scherzare. E in ogni caso, non sono brava a scherzare. Me lo dicono tutti.

— Il problema è Nia — dissi. — Io sono un demonio perché viaggio con lei. E con te e l’oracolo.

La donna alzò un braccio. Chiuse il pugno, poi l’aprì e fece il gesto dell’approvazione. Poi incominciò a massaggiarsi l’altro braccio. Derek si alzò e fece un passo indietro.

— Se io sono un demonio, ne consegue che la torre è mia nemica. Se la magia della torre non mi nuoce, ne consegue che la mia magia deve aver danneggiato la torre. Un eccellente ragionamento — aggiunsi in inglese. — Non fa una piega.

— Tutto questo è stupido — intervenne l’oracolo. — Parlate e parlate e non risolvete niente. State facendo tutti un ragionamento sbagliato e, quel che è peggio — sollevò una mano per sottolineare le parole — state giocando con le parole. Siete come bambini con delle pietre luccicanti. Lanciate le parole. Le mettete in fila. Aiya! Che piacere! Ma che cosa significa? — Si mise a camminare intorno alla canoa, poi si voltò a fissarci. — Ascoltatemi, tutti quanti! Fra la mia gente c’è una donna chiamata la mediatrice. Quando c’è una controversia, lei va dalle donne che sono coinvolte. Fa domande. Ogni donna racconta il proprio punto di vista. Poi la mediatrice se ne va da sola. Riflette su tutto quello che ha sentito. Fa una cernita fra le storie ed elimina tutto ciò che sembra sciocco o malvagio. Quando le persone discutono, incominciano a rimuginare. Il ricordo della discussione resta nella loro mente. Diventa come cibo che è stato immagazzinato per tutto l’inverno: mezzo marcio e pieno di insetti. E non è facile distinguere quello che è buono dai rifiuti.

"Ma la mediatrice impara a rivoltare le idee. Sa come scoprire i punti deboli e i piccoli fori nei quali si sono insinuati gli insetti. Getta via tutte le idee cattive. Ciò che rimane è il vero motivo della controversia. Una volta che lo sa, può incominciare ad appianare la lite."

Fece una breve pausa. Inahooli aprì la bocca per parlare, ma lui alzò la mano, tenendola piatta e con il palmo in avanti. Il gesto significava "ferma" o "aspetta". Era identico al gesto umano.

— Qualche volta la mediatrice non riesce a trovare un buon motivo per la disputa. Allora fa altre indagini. C’è una vicina malvagia che sta raccontando bugie o riferendo storie? Le donne coinvolte nella lite hanno fatto qualcosa che porta sfortuna o può provocare collera nella terra degli spiriti o nel resto del villaggio? La mediatrice continua a cercare finché non trova un buon motivo per la controversia. Ora… — Si toccò il petto, poi raddrizzò il braccio, allargandolo su un lato. Non riconobbi quel gesto. Aveva qualcosa di formale, come i gesti usati dagli oratori di professione. Forse era un gesto riservato a particolari circostanze: feste e cerimonie religiose. — Ho riflettuto sul motivo di questa controversia. Tutto quello che avete detto è stupido. E qui non abbiamo vicini che riferiscano storie e raccontino menzogne. Pertanto, la causa di questa lite è magica.

Inahooli si accigliò. — Stai parlando troppo e mi confondi. Era tutto semplice e chiaro prima che arrivaste voi.

L’oracolo guardò Derek. — Ho pensato che forse questo stesse succedendo a causa del braccialetto. Ma l’ho restituito e ho eseguito una cerimonia di propiziazione.

Afferrai il braccio di Derek e gli tirai su la manica della camicia. Lui si liberò con uno strattone. Troppo tardi. Il polsino era aperto e l’oggetto che portava al polso ben visibile. Era il braccialetto, naturalmente. La luce del sole vi si rifletteva sopra e il metallo luccicava.

— Ti ha osservato la notte scorsa — dissi all’oracolo. — Ha visto dove hai gettato il braccialetto. Questa mattina è andato a nuotare. Derek non rinuncia mai. È per questo che ha un incarico fisso.

— Che cosa? — chiese l’oracolo.

— È difficile da spiegare.

Derek si tolse il braccialetto. — Okay. Hai vinto, Lixia. — Gettò il braccialetto all’oracolo. — Liberatene. Lixia può tenermi d’occhio per assicurarsi che non ti osservo.

— Che cos’è tutta questa storia? — s’intromise Inahooli.

La Voce della Cascata rispose. — Costui — fece un cenno della mano in direzione di Derek — ha preso il braccialetto, e non ne ha alcun diritto. Era un dono a uno spirito o a un demone, chiunque dimori nel lago di fango bollente che si trova a est di qui.

— Appartiene all’Imbroglione. — La donna fissò Derek. — Tu sei molto sventurato. Lui non dimentica. Ed è molto difficile liberarsi di lui.

— Vedi? — disse l’oracolo. — C’è sempre un buon motivo per tutto. Questo — sollevò il braccialetto — è il motivo della nostra controversia.

— Tu ci credi? — domandò Derek alla donna.

Lei aggrottò la fronte. — No. L’Imbroglione è adirato con te. Ma sono io quella colpita dalla malasorte. Non mi sembra giusto. — Chiuse gli occhi e serrò le labbra. Restammo tutti in attesa. Dopo un minuto aprì gli occhi. — Il Clan dell’Uccello Terrestre!

— Che cosa? — domandò Derek.

— La loro cerimonia viene subito dopo la nostra, e noi le mettiamo sempre in ombra. La nostra torre è sempre più alta e più bella. Le nostre danzatrici e narratrici sono più abili. So che sono invidiose, e la nuova sciamana è nata nel loro clan, sebbene ora, naturalmente, appartenga al Clan della Prima Maga. Ma una donna non dimentica ciò che ha imparato da bambina nella tenda della madre. Sì! — Fece il gesto dell’affermazione. — Ha eseguito lei qualche specie di rito magico e ha fatto accadere tutto questo. — Guardò l’oracolo. — Avevi ragione sulle vicine malvagie. Avrei dovuto pensarci prima. Non c’è niente che non vada nella torre. Lei mi ha fatto uscire di senno con la magia e mi ha fatto pensare che la torre fosse rovinata.

— E il braccialetto? — disse l’oracolo.

— Quello provocherà certamente sventura, ma non a me. No, tutto questo è opera del Clan dell’Uccello Terrestre. — Tacque, evidentemente rimuginando.

— Hai detto che l’uccello terrestre rubò il fuoco dal cielo.

Inahooli mi guardò, poi fece il gesto dell’approvazione.

— Hai visto la luna la notte scorsa? Era in fiamme. Questo potrebbe avere qualcosa a che fare con quanto sta accadendo qui? Potrebbe essere un presagio? Un segno di magia?

— No. — Esitò. — Sì. Può darsi. Non sono mai stata brava con i presagi. Deve spiegarli qualcun altro. Io non capisco mai che cosa significhino. Ora devo tornare alla torre. Se la sciamana sta cercando di farmi impazzire, devo fare di tutto per comportarmi in modo normale. Devo tornare a comportarmi nel modo consueto. Devo fare quello che si aspettano da me. — Si chinò e tirò la stoffa che le teneva legati i piedi. — Aiutatemi! Non posso restare qui. Chissà che cosa sta succedendo alla torre?

L’oracolo la liberò. Lei si sollevò sulle ginocchia, poi cercò di alzarsi su un piede, ma non ci riuscì. — Le mie caviglie non funzionano.

— Al diavolo — imprecò Derek. Afferrò la donna sotto le ascelle e la tirò in piedi. — Tieniti a me. — La sollevò oltre la canoa. — Riesci a stare in piedi?

— No.

Derek la cinse con un braccio. — Appoggiati a me. Prova a camminare.

La donna inciampò e cadde in avanti.

— Okay. Continua a muoverti.

Camminarono avanti e indietro. Io stavo a guardare e cercavo di capire che cosa fosse successo. Di che cosa avevamo parlato? Che cosa era stato risolto?

Dopo un po’ Inahooli riuscì a camminare da sola. Fece il gesto che significava che era a posto e poi il gesto che esprimeva gratitudine. — Adesso me ne vado. La torre dev’essere protetta. E se volete accettare il mio consiglio, sbarazzatevi del braccialetto. Restituitelo all’Imbroglione, altrimenti vi causerà un sacco di problemi. — Spinse in acqua una delle canoe, vi saltò dentro e incominciò a pagaiare. Nel giro di uno e due minuti era sparita, nascosta dai canneti.

— Vado a nascondere il braccialetto — disse l’oracolo. — Lixia, tu tieni d’occhio quell’uomo. Non ci si può fidare di lui. — Si allontanò.

Guardai Derek.

Lui sorrise e si strinse nelle spalle. — A quanto pare mi sto facendo una pessima reputazione.

— Uhu. E te la meriti. Ho sempre sentito dire che eri un ricercatore di prim’ordine nella raccolta diretta di dati. Be’, se questo è un esempio…

Derek incominciava ad accigliarsi, aggrottando le folte sopracciglia bionde.

— Hai ostacolato una cerimonia. Hai rubato un oggetto magico o, per lo meno, appartenente a un essere magico. Sei fuori di senno? Come hai potuto mettere a repentaglio il tuo rapporto con l’oracolo? È un eccellente informatore. Credi che persone così crescano sugli alberi?

— Non l’avrebbe mai scoperto se non fosse stato per te. Hai deciso che era venuto il momento di una grande rivelazione.

Riflettei un momento. — Questo è abbastanza vero.

— Dovrei essere in collera con te, Lixia. Ho perso un manufatto di valore e mi ci vorrà un sacco di tempo per convincere l’oracolo che, di solito, non sono un ladro. Bene… — Fece il gesto che significava "così sia". — Gli parlerò finché non l’avrò convinto. Non sono il tipo che nutre rancore. Così che ne dici di dimenticare questa faccenda?

Risi. Quell’uomo era straordinario. Dopo tutto quello che aveva fatto, era disposto a perdonare me. — Okay. Vuoi sancire la pace con una stretta di mano? — Tesi la mano. Ce la stringemmo.

— Mi sta venendo fame — disse Derek. — Che ne dici di controllare le trappole per i pesci?

Feci il gesto dell’approvazione. Entrammo nell’acqua. Le trappole erano vuote, ma qualcosa vi aveva fatto una visita perché l’esca era sparita.

— Dannazione — dissi.

Tornammo a riva, portando con noi le trappole. L’oracolo ci venne incontro lungo la spiaggia. Era a mani vuote. Si era sbarazzato del braccialetto. — Niente pesce?

— Nemmeno uno.

— Aiya! - Restò incerto e si grattò il naso. — Avremmo dovuto chiedere alla donna pazza se aveva qualcosa da darci. Be’, ho visto delle piante che sono commestibili. Le raccoglieremo.

Derek scosse il capo, poi fece il gesto che significava "no". — Andate voi due. È ora che io incominci a pensare di andare a caccia. Cercherò del legno. Forse potrò fabbricare un nuovo arco o una lancia.

Andai con l’oracolo. Cavammo radici e raccogliemmo bacche. Lui mi raccontò storie sulle diverse specie di vegetazione: come la radice sanguigna avesse preso quel colore, perché la foglia del sole si girasse sempre verso il sole e perché nessun uomo volesse mangiare alcuna parte del rampicante dell’hubaia, benché piacesse molto alle donne.

Nel pomeriggio inoltrato tornammo all’accampamento. Derek era già lì e aveva un lungo pezzo di legno. — Una lancia — disse.

Arrostimmo le radici sanguigne. Quando le mettemmo nel fuoco erano di un color arancione chiaro e quando le tirammo fuori erano già diventate rosso scuro. Erano farinose e avevano un sapore dolce. Immaginate una patata con il gusto di un peperone dolce e ben maturo. Non male, pensai. Ma ci sarebbe voluto un po’ di burro.

Derek tolse la corteccia al suo pezzo di legno e lo raschiò con un coltello, eliminando irregolarità che io non riuscivo neppure a vedere. Poi si sedette e attorcigliò la corteccia fino a ottenere una corda.

— Quell’uomo è abile — disse l’oracolo. — Anche se è privo di pelliccia, conosce le cose che un uomo deve sapere.

Derek alzò lo sguardo e sorrise, poi si rimise ad attorcigliare.

— Anche se non capisco — continuò l’oracolo — perché gli piaccia tanto mostrare i denti. Continua a farlo.

— È un’espressione di piacere o felicità — gli spiegai.

— Oh — fu il commento dell’oracolo.

Scese la notte. Il vento soffiava dal lago e ci portava insetti: una nuova varietà, minuscoli e numerosi.

Imprecai e agitai le mani.

— Ignorali — mi disse Derek.

Mi spostai più vicina al fuoco. Il fumo vorticava attorno a me, e gli insetti mi lasciarono in pace. Ma ora, naturalmente, mi lacrimavano gli occhi. Guardai l’oracolo. — Non ti danno noia?

— Sì — rispose. — Ma non c’è niente da fare. Vicino a un lago come questo ci sono sempre insetti, e questi almeno non mordono. È il meglio in cui possiamo sperare. — Aprì la bocca in uno sbadiglio enorme e vidi i suoi canini. Erano lunghi e aguzzi. Non c’era da stupirsi che queste persone non esprimessero felicità sorridendo. Quei denti avevano un aspetto minaccioso. — Dovremo stare di guardia?

— Derek? — chiesi.

— Sì. Non sono sicuro che sia stata la cosa giusta lasciar andare quella donna. Mi provoca una strana sensazione. Non mi piace la sua aura.

— Non potevamo tenerla legata per giorni — dissi. — In ogni modo, ora ha un problema reale di cui occuparsi. Le sue nemiche del Clan dell’Uccello Terrestre. — Sorrisi.

L’oracolo si coricò. Osservai Derek. Spaccò in due un’estremità del pezzo di legno e vi inserì a forza il coltello, con la lama puntata all’infuori. Poi avvolse il cordone attorno al legno spaccato e al coltello. — Primitiva ma efficace. Lo spero. — Continuò ad avvolgere e a fare nodi. Io misi altri rami sul fuoco, poi mi coricai.

Mi svegliai. Qualcosa mi morsicava una mano. Una zanzara. Diedi una manata e beccai la piccola canaglia. Nello stesso momento mi ricordai che non poteva essere assolutamente una zanzara. Guardai il fuoco. Era un mucchietto di brace che rosseggiava fiocamente, senza emettere più molto fumo. Lontano, a occidente, la Grande Luna splendeva sopra il lago. Era quasi piena. Strizzai gli occhi e mi sembrò di vedere una riga sopra il bordo superiore. Si curvava come una maniglia, salendo oltre il terminatore, poi tornando giù: dalla parte illuminata dal sole a quella in ombra. Derek aveva occhi migliori dei miei. Per me era appena visibile.

— Maledizione. — Un altro insetto mi morsicò sul collo. Mi guardai attorno in cerca di legna. Non ce n’era. Non potevo riattizzare il fuoco.

Mi coricai di nuovo e mi misi un braccio sulla faccia, cercando di proteggerla. Gli insetti mi ronzavano attorno. Non morsicavano spesso, ma il ronzio e l’attesa mi tenevano sveglia. Alla fine rinunciai. Era ora di fare una passeggiata. Forse avrei trovato una bottega aperta fino a notte fonda che vendeva insetticida o uno di quei cappelli con un velo fatto di rete per zanzariere.

M’incamminai verso i canneti. Il vento soffiava ancora. Le foglie stormivano e il boschetto era pieno di ombre in movimento. Qui e là un raggio di luna penetrava fra il fogliame e riuscivo a distinguere un ramo o un gambo di erba enorme. Ma per la maggior parte del tempo non vedevo quasi niente, a parte la luna davanti a me e il lago che scintillava di luce gialla. Una bellissima sera, se si escludevano gli insetti.

Quando arrivai a breve distanza dall’accampamento, trenta metri al massimo, due mani mi afferrarono il collo. Cercai di gridare, ma non ci riuscii. Le mani stringevano, soffocandomi. Mi ci aggrappai, ma non riuscii a spezzare la stretta. — Unh — mormorò la persona alle mie spalle. Era un suono profondo, sommesso e soddisfatto. L’individuo girò su se stesso, trascinandomi con sé, e sbatté il mio corpo contro qualcosa di duro.

Poi lasciò la presa. Un istante dopo ero a terra, a pancia in giù e con la faccia schiacciata contro qualcosa che sembrava bitorzoluto. Una radice? La base di un albero?

La persona mi rigirò sulla schiena. Rimasi immobile. Forse avrebbe pensato che ero già morta. La persona, uomo o donna che fosse, si chinò su di me. Udii un respiro pesante e sentii l’odore del suo alito.

Colluttorio, pensai.

Ancora il respiro pesante. Avevo la sensazione che l’individuo intendesse toccarmi.

Qualcuno gridò nelle vicinanze.

L’individuo si raddrizzò. Un istante dopo era sparito.

Mi faceva male la gola, e anche la spalla e il braccio. Inspirai adagio e con cura. Finora tutto bene. Sembrava che i miei polmoni funzionassero ancora. Espirai, poi mi sollevai su un gomito. Riucivo a muovermi. Il collo non era rotto.

Girai la testa e sentii una fitta di dolore. L’accampamento. Dov’era? Vidi un tenuo bagliore rossastro. Il fuoco. Mi alzai sulle ginocchia. In quello stesso istante una figura balzò di fronte alla luce, visibile per un attimo. Poi sparì.

Che cos’era?

C’era qualcosa vicino a me. Provai a toccare. Erba enorme. Un grosso fusto liscio. Doveva essere ciò che avevo colpito quando il mio aggressore mi aveva fatto roteare. Ero stata sollevata e sbattuta contro un albero, nello stesso modo in cui un umano avrebbe battuto una scarpa contro un palo per togliervi il fango essicato.

Aiya! Mi alzai a fatica in piedi, sostenendomi al fusto di erba enorme. Per un attimo mi sentii stordita. Chiusi gli occhi e cercai di respirare con regolarità, ma non profondamente.

— Mostro! — Era un grido. Inahooli. Quella pazza.

Aprii gli occhi. Accanto al fuoco c’erano due figure avvinghiate in una lotta. Erano a terra e rotolavano. Non riuscivo a distinguere chi fossero.

Provai a camminare. Ci riuscivo, sebbene mi sentissi stordita. Il fuoco dell’accampamento, e le due figure, si sfocavano e tornavano a fuoco continuamente.

Una voce urlò: — Aiutatemi!

Era l’oracolo. Era lui che lottava. Ma dov’era Derek? Arrivai ai margini dell’accampamento e mi guardai attorno. Derek era là, a tre metri di distanza. Giaceva sulla schiena, metà all’ombra, metà illuminato dalla luce della luna. I capelli erano sciolti e gli erano caduti in avanti. Lunghi, chiari e aggrovigliati, gli nascondevano gran parte della faccia. Mi chinai e glieli tirai di lato. Aveva gli occhi chiusi e c’era del sangue attorno al naso e alla bocca.

— Aiuto! — gridò di nuovo l’oracolo.

Vidi la lancia di Derek posata a terra accanto a lui. La lama splendeva debolmente nel chiarore lunare. Doveva averla lasciata cadere quando Inahooli l’aveva colpito. La raccolsi e girai attorno al fuoco, muovendomi con cautela. C’era qualcosa che non andava nel mio senso dell’equilibrio.

Inahooli era in cima. Doveva essere lei. Indossava una nuova tunica, chiara e con un sacco di ricami. L’oracolo non aveva niente del genere. Gli stava seduta sopra a cavalcioni e gli teneva le mani sulla faccia. Mi sembrò di vedere che gli ficcava i pollici negli occhi. L’oracolo urlò. Sollevai la lancia e la conficcai nella schiena di Inahooli.

Lei cacciò un urlo. C’era furore in quel suono, non dolore. Si girò per vedere chi l’avesse colpita. Lasciai andare la lancia. L’oracolo si tirò su. Inahooli ruzzolò giù dal suo corpo. Un istante dopo lui era in piedi. La donna giaceva a terra, su un fianco, e si lamentava mentre incominciava a sentire il dolore.

— Stai bene? — s’informò l’oracolo.

— No. Cerca di scoprire come sta Derek. — M’inginocchiai accanto alla donna. La lama era penetrata nella parte inferiore della schiena, sotto le costole. Chissà che cosa aveva colpito? Non ne avevo idea. Non c’era molto sangue. Dovevo cercare di estrarre la lancia? O questo avrebbe fatto aumentare l’emorragia? Le immagini si sfocarono di nuovo davanti ai miei occhi. Sollevai la testa e respirai un po’ d’aria fresca. Inahooli si muoveva nel tentativo di trovare una posizione comoda. — Resta immobile — le dissi.

— Demonio.

Le presi il polso e cercai di sentirle le pulsazioni, ma lei tirò indietro il braccio. — Lasciami in pace. — fece una smorfia. — Aiya! Che dolore! — Chiuse gli occhi e serrò le labbra.

Le presi di nuovo il polso e questa volta lei non tirò indietro il braccio. Trovai le pulsazioni, ma in che modo potevo misurarle? Non in battiti al minuto. Non avevo un mezzo per misurare il tempo, e non sapevo neppure quali fossero le pulsazioni normali fra la sua gente. Cinquanta battiti al minuto? Settanta? O cento? Avrei dovuto confrontare la frequenza dei suoi battiti con quelli di un altro nativo. — Oracolo?

— Dacci un minuto — disse Derek in inglese.

Mi guardai intorno. Derek era in piedi e si appoggiava all’oracolo con una mano. Con l’altra si massaggiò la fronte. — Ohi!

— Una commozione cerebrale? — chiesi.

— Forse. Riesco a ricordare quanto è successo. O almeno credo di riuscirsi. E questo dovrebbe escludere la commozione cerebrale. Forse faresti meglio a controllarmi la larghezza delle pupille.

— Okay.

L’oracolo intervenne: — Parlate una lingua che io possa capire.

Derek fece il gesto dell’assenso. — Stavo controllando il boschetto, facendo un giro per assicurarmi che tutto fosse a posto.

"Quando sono tornato all’accampamento, tu eri sparita, Lixia. Ho chiamato il tuo nome e non ho avuto risposta. La cosa mi ha preoccupato, un po’, non abbastanza. Pensavo che Inahooli fosse pazza. Non credevo che sarebbe riuscita a superarmi. Stavo cercando te. E ho trovato Inahooli." La sua voce aveva un tono perplesso, come se non riuscisse a capacitarsi di come una cosa del genere fosse potuta accadere al dottor Derek Guerriero del Mare. "Non l’ho vista arrivare. È comparsa dal nulla e mi ha strappato la lancia. L’ha semplicemente afferrata e tirata, e la lancia era sparita. L’ha usata come una clava. In pieno sulla mia faccia." Si tastò il naso. "Non credo che sia rotto."

— È da lì che è venuto il sangue?

— Quale sangue? — Si passò la mano sotto il naso, poi se la guardò. — Oh. Quel sangue. Credo di sì. Quello che non capisco è… perché non mi ha accoltellato.

— Stava per farlo — disse l’oracolo. — Dopo che sei caduto. Ma hai gridato prima che ti colpisse. Mi sono svegliato e ho visto ciò che stava succedendo. L’ho raggiunta prima che conficcasse la lancia. Le sono saltato sulla schiena e le ho morsicato la spalla. Questo le ha fatto mollare la lancia.

Inahooli si lamentò. Le stavo ancora tenendo il polso. Il battito sembrava più lento di prima. — Oracolo, vieni qui. Voglio scoprire la rapidità del battito del tuo cuore.

— Perché?

Riflettei un momento. Come facevo a spiegarglielo? — Quando qualcuno del mio popolo sta male, il suo cuore batte diversamente.

— Da che cosa?

— Da come batte quando sta bene. E una persona esperta, una persona abile nelle guarigioni, è in grado di ascoltare il cuore o sentire il modo in cui batte e capire quanto stia male la donna.

— Questo lo so — disse l’oracolo. — Ricordati, mia madre è una sciamana. Mi ha insegnato alcune cose quando vivevo nella sua casa. Ma non sono stato ferito. Perché vuoi sapere come si comporta il mio cuore?

— Per fare un confronto. — Con la mano libera indicai Inahooli. — Non so come dovrebbe essere il suo battito cardiaco. Non so che cosa sia giusto fra la vostra gente.

L’oracolo rivolse un’occhiata a Derek. — Riesci a tenerti in piedi da solo?

— Credo di sì. — Derek lo lasciò andare.

L’oracolo si avvicinò a Inahooli, si accoccolò e mi prese dalla mano il polso di Inahooli. — Non apparteniamo allo stesso popolo, Inahooli e io, ma tutti i cuori battono nello stesso modo. — Tacque un momento, inclinando il capo e aggrottando la fronte. — Sta andando un po’ troppo rapidamente, ma ricordati che ha lottato. — Mise giù il polso. — Estrarremo la lancia e fasceremo la ferita. Anche se io sono un uomo e lei è pazza, non posso andarmene e lasciarla in questo stato.

Inahooli aprì gli occhi. — Siete tutti dei demoni.

— Non parlare — le disse l’oracolo. Le prese la tunica dove la lancia l’aveva tagliata e tirò delicatamente. Il tessuto si lacerò. Nel giro di uno o due minuti le aveva tolto la tunica. Me la consegnò. — Strappala in tanti pezzi.

Feci come mi aveva chiesto. Non era facile. Continuavo a imbattermi in ricami. Per fortuna avevo degli incisivi aguzzi. Spezzavo i fili con i denti, poi ricominciavo a lacerare il tessuto. Quando ebbi finito l’oracolo disse: — Ci serve altra stoffa.

Che cosa avevamo? La mia camicia e quella di Derek. Diedi un’occhiata al mio compagno. Era ancora in piedi ma non aveva mosso un passo verso di noi. Alla luce fioca sembrava che barcollasse. Aveva un aspetto peggiore di quanto avessi pensato. Mi sbottonai la camicia e me la tolsi.

L’oracolo mi guardò. — Che cos’è quella cosa che porti attorno al torace?

Come si fa a spiegare un reggiseno a un alieno? Diedi uno strappo alla camicia. La cucitura era debole e si lacerò — Te lo spiegherò più tardi — dissi.

Derek venne verso di noi. Incespicò un volta.

— Come stai? — gli chiesi.

— Okay. Stordito e confuso. Non mi aspettavo davvero che sarebbe tornata. Pensavo solo di essere prudente. Perché l’ha fatto?

Finii di strappare, poi feci il gesto del dubbio.

L’oracolo teneva in mano la lancia. Incominciò a tirare. Inahooli emise un gemito strozzato. — Presto sarà tutto finito — le disse. Mi lanciò un’occhiata. — Tieni pronta la stoffa. — Tirò di nuovo. La lancia uscì. Vidi la lama, coperta di sangue scuro. L’oracolo appoggiò a terra l’arma, poi si protese in avanti e osservò attentamente la ferita. — Sta sanguinando, ma adagio. È un flusso lento, non un fiotto. È un buon segno. Dammi le pezze di stoffa.

Gli porsi un pezzo di tunica. Lui ne fece un tampone e lo sistemò sulla ferita, usando per fissarlo i pezzi splendidamente ricamati della tunica indigena e la mia camicia di denim.

Un insetto mi pizzicò sulla spalla nuda. Gli diedi una pacca.

— Della legna — disse Derek. — C’è un albero… immagino che lo si possa definire così… caduto e secco non lontano da qui. Andiamo.

Ci inoltrammo nel boschetto buio. Derek trovò il suo pezzo di erba enorme: un enorme gambo caduto. Giaceva al suolo nel chiarore lunare. Sopra vi cresceva qualcosa di simile a un fungo. Somigliava al corallo, delicato e intricato. Ramoscelli pallidi si dividevano e dividevano ancora. O erano traslucidi o rifulgevano di luce propria, non avrei saputo dirlo. Ma la cosa aveva un tenue splendore. Restai a fissarla. Un altro insetto mi morsicò, questa volta sul braccio. — Sbrighiamoci — dissi.

Raccogliemmo legna e la riportammo all’accampamento. Derek riattizzò il fuoco, e quando questo ebbe ripreso ad ardere, gli controllai gli occhi. Le pupille avevano la stessa larghezza. Non c’era commozione cerebrale.

Tornai dall’oracolo. — Come sta?

— Il battito del suo cuore è rallentato, ma non mi piace il modo in cui respira. La sorella di mia madre faceva un rumore così quando aveva la malattia della tosse. Non è sopravvissuta.

Ascoltai. L’oracolo aveva ragione. Inahooli sembrava congestionata, come se avesse un brutto raffreddore o una polmonite.

— Mi ha detto che aveva freddo — spiegò l’oracolo. — Le ho messo addosso il mantello di Nia. Aiya! È un bene che Nia l’abbia lasciato qui!

Derek parlò in inglese. — Se non ce la fa, ricordati che è stata legittima difesa.

— L’avrei dovuta colpire sulla testa o con un calcio. Avrei dovuto distrarla e dare all’oracolo la possibilità di liberarsi. Hai idea di ciò che farà al mio karma?

— Ve l’ho già detto prima — protestò l’oracolo. — Parlate una lingua che io possa capire.

— Questa cosa porterà sventura — dissi. — Fare questo, far del male a un’altra persona, è agire come un animale, senza ragione né compassione. Le persone, quelle autentiche, non si fanno del male.

— Credi davvero a ciò che dici? — domandò Derek. — E in questo caso, che ne pensi dell’uomo nel canyon? È morto e, da quanto ho sentito dire, hai contribuito.

— Non avevo intenzione di ucciderlo, e non gli ho dato io il colpo mortale. È stata Nia. Non so che cosa le fosse passato per la mente. In ogni caso, quello è un problema suo, non mio. Io cerco di non imporre il mio sistema di etica sugli individui che studio. In questo caso… — esitai. — Ho conficcato io la lama. Quindi è un problema mio e del mio karma. E non sono del tutto sicura di ciò che intendevo fare. Forse volevo uccidere Inahooli. Non che mi aspettassi di diventare un Buddha, ma pensavo che avrei agito meglio di così.

— Che cos’è un Buddha? — domandò l’oracolo.

— Una persona che capisce ciò che sta accadendo. O forse una persona che non capisce ciò che sta succedendo e non se ne cura.

— Questo non ha senso.

Inahooli gemette e si mosse in modo irrequieto. Aprì gli occhi, ma non ci guardò. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto.

Derek si protese in avanti. — Inahooli? Riesci a sentire quello che dico?

Lei guardò verso di me. — Pensavo che all’arrivo dell’autunno sarei stata una donna importante.

— Perché sei tornata?

Lei mosse leggermente la testa e i suoi occhi incontrarono quelli di Derek. — Pensavate che vi avessi creduto? Quelle storie assurde? Sapevo che eravate dei demoni.

Dissi: — Significa che stavi fingendo? La storia della sciamana era una menzogna?

— Uno stratagemma. — Tirò indietro le labbra, esponendo i denti. Non era un sorriso. — Siete demoni molto stupidi. — Tacque un momento, inspirò ed espirò, poi socchiuse gli occhi. — Il dolore è terribile. — Guardò l’oracolo. — Sopravviverò?

— Non lo so.

Lei batté le palpebre. — Aiya! Che fortuna che ho!

— Che cosa ti aspetti quando arrivi strisciando, balzi addosso alle persone nell’oscurità e cerchi di far loro del male? Quale spirito approverà un comportamento come questo?

— Ero furiosa.

L’oracolo aggrottò la fronte. — Non ci sono scuse. Quando mi arrabbio, io lancio sassi o salto su e giù e grido o, se sono molto arrabbiato, compongo una canzone cattiva e la canto più forte che posso. Questo è il modo giusto di infuriarsi. Non è corretto scaraventare qua e là le persone. Soltanto gli uomini pazzi lo fanno.

— Ho provato a gridare e a saltare su e giù. Non è servito a niente. C’era troppa collera. — Inahooli si accigliò. — Era come se avessi dentro di me il lago di fango bollente, che si agitava ed esplodeva.

Derek disse in inglese: — Bicarbonato di sodio.

— Sta’ zitto — ribattei.

— Non riuscivo a sopportare la collera. Dovevo fare qualcosa di grosso. — Chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì. — Non voglio parlare più. Fa male. È una fatica troppo grande. — Chiuse nuovamente gli occhi.

Rabbrividii. Derek mise altra legna sul fuoco. Le fiamme divamparono. — Brucia troppo in fretta. Non credo che durerà fino a domattina. — Mi rivolse un’occhiata. — Hai freddo, vero?

Feci il gesto dell’assenso. — E gli insetti mi stanno divorando. Devono aver deciso che odoro di cibo.

Si slacciò la camicia e se la tolse. — Eccoti.

— E tu che cosa farai?

— Starò in movimento. — Guardò il lago. — La luna è ancora alta nel cielo. Credo di avere tempo. Tu rimani qui, Lixia. — Si allontanò nelle tenebre.

Aprii la bocca per chiamarlo, poi pensai: che diamine. Mi infilai la camicia.

L’oracolo chiese: — Dove sta andando?

Feci il gesto che significava "chi lo sa?".

— Non c’è dubbio che si muova in fretta quando decide di dover fare qualcosa.

— Sì.

Inahooli gemette e si morse il labbro. L’oracolo le prese il polso. — Il battito si sta facendo più debole. Credo che morirà.

La donna aprì gli occhi. Le sue pupille si erano dilatate e scorgevo a stento l’iride. C’era un po’ di arancione negli angoli, ma la parte centrale di ogni occhio era scura. — No.

— Sì — ribatté l’oracolo. — Io non mento.

Lei chiuse gli occhi e si concentrò sulla respirazione. Diventava sempre più difficile per lei. Strano! Osservare una persona affannarsi per fare qualcosa di così facile e normale come tirare un respiro.

Mi alzai e misi altra legna sul fuoco. Poi tornai a sedermi. Restai in ascolto. Ogni respiro era un rantolo. Quando espirava sentivo un sibilo. L’aria usciva attraverso una qualche ostruzione. Un liquido. Sangue. Quando l’avevo colpita con la lancia dovevo aver perforato un polmone.

Il respiro andò avanti per un’altra ora o due. Mi alzai una volta e misi altra legna sul fuoco, poi restai lì, protesa sopra le fiamme. L’aria calda saliva attorno a me. La pelle d’oca scomparve e mi tornò la sensibilità alle mani. Strano che avessi così freddo! Dopo tutto, era piena estate. Ma la notte era fresca e soffiava un po’ di vento. Gli insetti erano spariti. Il vento doveva averli scacciati.

Tornai accanto a Inahooli, mi sedetti e restai in ascolto. Il fiato entrava e usciva e il suono che faceva era aspro e disperato. Verso l’alba divenne irregolare. C’erano pause, come se Inahooli passasse dal sonno alla veglia: il respiro s’interrompeva un attimo quando si svegliava. Ma non era mai veramente vigile. Mi strofinai le mani. Erano intorpidite dal freddo. L’oracolo sedeva in silenzio.

All’alba il respiro cessò. L’oracolo le tastò il polso e poi il collo. — Non c’è battito. — Si alzò in piedi. — Aiya! Sono irrigidito. — Si stiracchiò e sbadigliò, poi si massaggiò le braccia. — Ho i piedi intorpiditi. — Saltellò da un piede all’altro.

Mi alzai e mi stirai a mia volta. Mi dolevano il collo e la spalla e avevo altri piccoli problemi in tutto il corpo: dolori, fitte e punti irrigiditi.

Guardai Inahooli. Riuscivo a distinguere la sua posizione anche sotto il mantello. Giaceva su un fianco, le ginocchia piegate e le braccia incrociate contro il petto. La testa era piegata in avanti, il mento ripiegato. Non riuscivo a vedere la sua faccia.

Ero un’assassina. Per davvero questa volta, non soltanto una complice. Guardai verso est. La luce rossa brillava fra due fusti di erba enorme. Il sole stava sorgendo.

L’oracolo smise di saltellare. — Questo è il momento giusto per una canzone. Me ne è venuta in mente una mentre la osservavo. — Indicò Inahooli, poi si mise a cantare, usando il linguaggio dei doni. Riuscii a capire buona parte della canzone. In seguito lui mi spiegò le strofe che non avevo compreso.


"Aiya! Ahi-aiya!

Che situazione!

Neppure tu, Inahooli,

meriti

di finire così.


"Dove sono le tue sorelle?

Dovrebbero piangerti,

dondolandosi e gemendo

sull’ingresso della tua casa.


"Dove sono le tue cugine?

Dovrebbero piangerti,

portando doni

da seppellire nella tua tomba.


"Aiya! Ahi-aiya!

Che situazione!

Neppure tu, Inahooli

meriti

di finire così."


S’interruppe per un momento, aggrottando la fronte e grattandosi la nuca. — C’è un’altra strofa — disse. — L’ho appena sentita nella mente. Dammi un momento per ordinare le parole. — Si mordicchiò l’unghia del pollice, poi cantò:


"Questa è una morte da uomo,

morire senza doni.

Questa è una morte da uomo,

morire sulla pianura".


Il sole era ormai sorto. Derek tornò dal lago. Portava con sé un paio di bisacce da sella.

— Dove sei stato? — gli domandai.

— Sull’isola, quella che hai visitato tu. — Mise giù le bisacce e ne aprì una. — Farò uno scambio con te. La mia camicia per questa. — Tirò fuori una tunica. Era di un color bianco panna con ricami rossi e blu.

Slacciai la camicia di Derek. — Hai qualcosa per Inahooli? Mi piacerebbe riprendere il mantello di Nia. Non mi sembra giusto che stia addosso a lei.

Derek lanciò un’occhiata al corpo. — È morta?

— Sì.

Aprì l’altra bisaccia e tirò fuori un mantello. Era di un color marrone ruggine con un bordo giallo. L’oracolo tolse a Inahooli il mantello di Nia. Per un attimo intravidi il suo corpo, nudo salvo per la pelliccia scura e la fasciatura fatta di tessuto denim. Poi sparì alla vista.

Derek disse: — C’era del cibo sull’isola. Carne essiccata e frutta. Ho riempito una bisaccia.

— Non è giusto, Derek. Stiamo rubando a una morta.

Lui s’inginocchiò e posò le mani sulle cosce. Rimase in quella posizione uno o due minuti, le braccia tese, la testa leggermente china, guardando il corpo sotto il mantello color ruggine. — Ascoltami, Inahooli. Prendiamo queste cose perché ne abbiamo bisogno. Abbiamo freddo. Abbiamo fame. Due di noi vengono da più lontano di quanto tu possa immaginare, e forse non torneranno mai più a casa. Credimi, non lo facciamo per malvagità, né collera, né alcun cattivo sentimento, ma per necessità. — Fece una pausa. — Ti prometto che useremo con rispetto ciò che prendiamo. Non saremo ingrati, e certamente non ci serviremo di questo come scusa per fare un viaggio di forza.

"Le cose sono andate così perché così è girata la ruota della fortuna. Accettalo, Inahooli. Non essere in collera con noi." Si alzò e tornò verso di me.

— Viaggio di forza? — dissi.

— Esperienza psichedelica di potere — rispose in inglese. — Non ho trovato un modo migliore di tradurlo. — Tornò al linguaggio dei doni. — Vorrei riavere la mia camicia.

Gliela diedi. In cambio lui mi porse la tunica. Me la infilai dalla testa. Il tessuto era soffice e caldo, simile a lana di ottima qualità. Aveva un odore di pelliccia, l’odore degli alieni.

— Prendo il cibo — disse Derek. — Dopo che avremo mangiato, potremo seppellirla.

Scavammo una fossa nella sabbia presso il lago, usando i remi come badili. Derek e l’oracolo sollevarono Inahooli e la trasportarono fino alla fossa. Una vera impresa. Ansimavano e grugnivano e una volta per poco non la fecero cadere. Io portai il mantello, cosa assai più facile. La deposero nella fossa e io la coprii col mantello.

— Aspettatemi — disse l’oracolo, e si diresse verso il boschetto.

Mi massaggiai la spalla, poi guardai Derek. Si era lavato la faccia, ma aveva ancora un aspetto orribile. Il naso era rosso e gonfio, e un occhio quasi chiuso. Aveva un livido sulla fronte sopra l’occhio.

— Perché hai fatto quel discorso a Inahooli? Per rassicurare l’oracolo.

Derek annuì col capo. — E anche me. Non si deve mai prendere senza dare una spiegazione e mai uccidere senza chiedere scusa.

— Quanto sei civilizzato, in ogni caso?

Sorrise. — Non molto.

L’oracolo tornò. Portava del cibo: una striscia di carne essiccata e una manciata di bacche fresche. Le depose nella fossa accanto a Inahooli. Poi si tolse la collana d’oro e turchese e la sistemò accanto al cibo. — Forse sarà meno furiosa se le facciamo dei doni. Anche se ne dubito. È il genere di persona che mantiene la collera. Che brutto modo di essere!

Ammucchiammo sabbia sopra il corpo di Inahooli, poi trovammo delle pietre e le sistemammo in cima alla sabbia. Una volta terminato il lavoro, l’oracolo disse: — Dovremmo eseguire delle cerimonie di prevenzione e purificazione. Ma non sono una sciamana. Non conosco le cerimonie che apprendono le donne sante. Non conosco neppure le cerimonie che apprendono gli uomini per aiutarli dopo che lasciano il villaggio. Tutto ciò che so è quello che mi ha detto la cascata. — Iniziò a cantare:


"O santo!

O essere di potere!

Perché non mi aiuti?

Che dovrei fare adesso?


"O santo!

O essere di potere!

Perché non mi aiuti?

Dimmi che cosa fare!".


Inclinò il capo e restò in ascolto. Il vento soffiava. Le canne stormivano. L’acqua sciabordava sulla riva. — Tutto quello che riesco a sentire è: "Fa’ una nuotata". Forse potremo lavarci via ciò che è successo in questi ultimi giorni.

Derek fece il gesto dell’approvazione. I due si svestirono ed entrarono nell’acqua. Si lavarono nell’acqua profonda presso le canne, poi nuotarono. Io mi preoccupavo del taglio sul braccio; non volevo bagnarlo. Non credevo neppure che la spalla mi permettesse di nuotare. Mi tolsi gli stivali, mi arrotolai i jeans e diguazzai nell’acqua bassa, cercando conchiglie e pietre lucide. Le pietre erano prive d’interesse: frammenti consumati rotondi e ovali di una sostanza nera simile a pomice. Le conchiglie erano grziose: minuscole spirali, rosa o di un tenue color lavanda. Ne raccolsi una dozzina, poi tornai sulla spiaggia. Posai le conchiglie sulla tomba. Un gesto assurdo. A che serviva quel dono? Non credevo nell’aldilà, quindi non era un tentativo di placare con un dono la collera di Inahooli. E non era sufficiente per placare il mio senso di responsabilità

— Assassina — dissi ad alta voce.

Quello stato d’animo era pericoloso. Rifiutai di abbandonarmici. Perché avrei dovuto? Il senso di colpa non faceva parte del mio patrimonio. I membri anziani della mia famiglia l’avevano disapprovato. Bisogna riconoscere gli errori e ammetterli e darsi da fare per infrangere i modelli di comportamento che portano a commetterli. Ma la colpa era sterile.

"La vita è un processo" aveva detto Theresa. Era una delle mie co-madri, una tecnica sanitaria specializzata in psicologia. Per metà dell’anno lavorava su una nave mineraria d’alto mare, la Pacific Aurora, al largo di Pearl Harbor. Per l’altra metà dell’anno, contribuiva ad allevare i membri più giovani della famiglia. "Noi creiamo e ricreiamo noi stessi, rispondendo a cambiamenti sia esterni che interni. Ma la colpa è statica, così come lo sono le idee e le emozioni collegate: il peccato, per esempio, il rammarico, e forse la vergogna, sebbene non sia del tutto certa dell’effetto della vergogna. Ma gli altri ti ancorano al passato, ti trattengono, così che non puoi muoverti liberamente nel presente.

"Immagina la colpa come una fascia di ferro fissata attorno a qualcosa che sta crescendo: il tronco di un albero, il collo di un bambino. Prima o poi, delle due cose una dovrà succedere: se la fascia non si spezza, la cosa che cresce resterà deforme.

"Impegnati al cambiamento, Lixia, a vivere nel presente, a creare e ricreare quella che sei. Fa’ del tuo meglio. Comprendi ciò che fai. E non sentirti in colpa."

Un buon consiglio, dissi al ricordo di Theresa. Raccolsi i miei stivali e m’incamminai verso il nostro accampamento.

<p>Inzara</p>

L’oracolo andò a raccogliere radici e bacche, Derek andò in cerca di legna e io feci un inventario delle cose appartenute a Inahooli. Due tuniche… tre, se contavo quella che avevo indosso, un mantello di pelle, un paio di sandali e un coltello. Tutte le tuniche erano adorne di ricami: disegni geometrici. Il mantello aveva un fermaglio, simile a una fibbia, fatto di bronzo e rivestito d’argento. L’argento si andava assottigliando.

— Lixia! — gridò Derek.

Gettai a terra il mantello e attraversai di corsa il boschetto. Derek si trovava sul limitare orientale.

— Laggiù! — Puntò il dito.

Sull’aperta pianura c’era un cavaliere. Era in sella a un cornacurve. Riuscivo a distinguere le lunghe corna ricurve dell’animale. Un secondo animale, un altro cornacurve, seguiva il primo.

— Nia? — domandai.

— Credo di sì.

Il cavaliere si avvicinava. Riconobbi le ampie spalle e il suo modo di cavalcare: agile, disinvolto, un po’ ciondolante sulla sella. — Dobbiamo chiamare subito Eddie — dissi.

Derek mi rivolse un’occhiata. — È il caso che sia io a parlare. Sono un miglior politico di te, e dobbiamo dare delle spiegazioni. La sventurata morte di una guida religiosa indigena.

— Okay.

Nia ci raggiunse e smontò di sella. — Bene, l’ho trovato. — Indicò con la mano il cornacurve. — E anche l’attrezzatura. Sono affamata. C’è qualcosa da mangiare?

— Sì — risposi.

— Io mi occupo degli animali — disse Derek. Allungò la mano e Nia gli porse le redini.

— Dove hai preso quella tunica? E che cosa è successo alla sua faccia? — Indicò Derek.

— Inahooli è tornata.

— Aiya!

— È venuta a cercarci durante la notte. Abbiamo dovuto ucciderla. Io ho dovuto ucciderla.

— Tu? — Nia mi fissò a occhi sgranati.

— Sì.

Nia restò silenziosa per un momento. Alla fine disse: — Ogni morte imprevista è spiacevole. Una morte così, avvenuta durante una lite, è peggiore delle altre. Lo spirito della persona defunta è certamente adirato. È probabile che porti sventura. Quando arriveremo in un posto dove c’è una sciamana, chiederemo che esegua cerimonie per placare Inahooli o scacciarla. Sarebbe meglio fare qualcosa anche per l’uomo del canyon, anche se non ha la stessa importanza quando un uomo muore all’improvviso. — Aggrottò la fronte. — Avete seppellito Inahooli?

— Sì.

— Con dei doni?

— Sì. L’oracolo le ha dato la sua collana.

— Bene. Forse non ci sarà sventura. — Nia non sembrava sicura di sé. — Quella donna era pazza e pericolosa. Se l’è cercata. Gli spiriti non se la prenderanno con noi, e di solito i fantasmi non percorrono grandi distanze. Una volta che ce ne saremo andati da qui, dovremmo essere al sicuro. — Nia fece il gesto che significava "me lo auguro" o "lo spero".

Tornammo all’accampamento. Tirai fuori del cibo: carne essiccata e frutta secca. Nia mangiò. — Mmm! Stavo morendo di fame sulla pianura. — Si appoggiò all’indietro e sospirò. — Il cibo è della donna?

Feci il gesto dell’assenso. — Derek gliel’ha spiegato.

Nia osservò il pezzo di frutta che aveva in mano. Dopo un po’ se lo cacciò in bocca. — Ci pensavo mentre cercavo il cornacurve. All’inizio ho pensato che ero io resposabile di ciò che stava succedendo. Ma non può essere così. — Finì di masticare e inghiottì, poi si grattò il naso. — Quasi sempre la sventura proviene da qualcosa di imprevisto o particolare. Bene, ho fatto cose strane e ho avuto la mia parte di sfortuna. Ma in questo caso è stata Inahooli a comportarsi in modo bizzarro. Siamo arrivati nella sua terra. Eravamo stranieri. Ma lei non ci ha fatto una buona accoglienza. Al contrario, ha cercato di ucciderci. Ora, tutti sanno che le donne non litigano con chi è straniero. Questo è un comportamento maschile.

— Le donne non litigano mai con chi è straniero? — chiesi.

— Capita una volta ogni tanto. Hakht l’ha fatto. È una persona malvagia. — Nia lo disse fermamente e con convinzione. — E anche Inahooli. Lei era pazza. E io ho ucciso il vecchio che aveva ucciso Enshi. Ma le donne normali, le donne che hanno rispetto di sé, non litigano mai se non con le persone che conoscono. Parenti o vicine. È questo il modo giusto di avere una discussione. — Nia mangiò altra frutta. — Non c’è modo di sapere con certezza chi sia un’estranea o ciò che accadrà se la si importuna.

Era un ragionamento logico. Gli abitanti di questo pianeta non conoscevano la guerra, né, per quanto ero in grado di giudicare, alcun genere di furto organizzato. Quando vedevano uno straniero, o almeno una straniera, non dovevano chiedersi: questa persona può essere un ladro? Un assassino? Qualcuno che ci farà del male? Al contrario potevano pregustare il piacere dei doni e delle storie che la straniera avrebbe portato con sé.

Aggressione e scambi erano, almeno in apparenza, cose del tutto disgiunte. Com’era diverso dalla Terra. La vecchia Terra, in ogni caso, dov’era stato legittimo affermare: "La proprietà è un furto".

Derek arrivò nell’accampamento, portando due zaini.

— Che cos’è successo? — s’informò Nia. — Com’è morta Inahooli?

Lui mise giù gli zaini e glielo riferì. Era un eccellente resoconto, breve e chiaro, con un gran gesticolare. — Ho avuto cattiva fortuna ieri — disse alla fine. — Ma lei ne ha avuta di assai peggiore. Se le cose si fossero svolte un po’ più lentamente, se avesse avuto un po’ più di tempo, Inahooli ci avrebbe uccisi tutti e tre. Forse l’Imbroglione aveva deciso che ero stato punito abbastanza.

— Chi è l’Imbroglione? — domandò Nia. — È perché vuole punire Derek?

— Ti ricordi del braccialetto che ha trovato? — dissi.

— Sì.

— Apparteneva a uno spirito chiamato l’Imbroglione. Inahooli ha detto a Derek che l’Imbroglione era sicuramente infuriato e gli avrebbe causato un sacco di dolore.

— Ah! — esclamò Nia.

— Conosco quello spirito — disse Derek. — Fra la mia gente è chiamato Coyote.

— Non sono del tutto sicura di questo, Derek. Il Coyote è ignobile, ma non è malvagio. Da quanto mi ha raccontato Inahooli, mi sono fatta l’impressione che l’Imbroglione sia cattivo. Egoista e malevolo. È simile a Loki.

— Ancora una volta, non so di che cosa stiate parlando — intervenne Nia.

— Non preoccuparti. Lixia ha l’abitudine di divagare dall’argomento di cui si sta parlando. Pensa troppo, e il suo pensiero si allontana in ogni possibile direzione.

Gli feci un gestaccio.

— Quello è un gesto usato dalla vostra gente? — domandò Nia.

— Sì. È un gesto di mancanza di rispetto.

— Ah! Fammelo vedere di nuovo.

Ripetei il gesto. Nia mi imitò. — Credevo che la tua gente non avesse gesti. È bello sapere che non siete totalmente strani. — Guardò Derek. — Il tuo racconto è finito?

Lui fece il gesto dell’affermazione.

— Uh! Vorrei che tutto questo non fosse accaduto. Ma è accaduto. — Fece il gesto che significava "così sia". — Domani proseguiremo. Voglio andarmene lontano da qui, prima che il fantasma riesca a liberarsi dal suo corpo.

— D’accordo — disse Derek.

L’oracolo tornò con un po’ di bacche. Cenammo. Derek chiamò la nave.

— Che cosa è successo? — s’informò Eddie. — Dove diavolo siete stati?

— Abbiamo incontrato un esemplare di fauna locale. Alto quattro metri e provvisto di artigli. I nostri animali sono fuggiti e li abbiamo persi. Le nostre radio erano sugli animali. — Derek alzò lo sguardo. Io lo stavo osservando, e lo stesso facevano Nia e l’oracolo. — Sei riuscito a imparare la lingua locale, Eddie?

— No. Perché?

— Ho qui due nativi e credo che si stiano domandando che cosa sto dicendo.

— Hai lasciato che sapessero delle radio?

— Sì.

— Era nostra intenzione cercare di tenere i nativi all’oscuro della nostra tecnologia — disse Eddie. Parlò lentamente e in modo chiaro, con voce pacata. — Faceva parte della nostra politica di non interferenza.

— Eddie, non è stato possibile. Non potevamo continuare a sgattaiolare fuori nell’oscurità. "Scusatemi, prendo questa scatola e me ne vado a orinare. Sarò di ritorno fra mezz’ora. Oh, a proposito, io parlo da solo mentre sto orinando, così se sentite delle voci nella notte, non preoccupatevi."

Eddie disse: — Questa faccenda sta diventando sempre più un pasticcio. — Fece una pausa. — Hai qualcosa da riferire?

— Sì — rispose Derek. — Una nativa ci ha aggrediti. È morta.

— Che cosa?

Derek raccontò la storia. Quando ebbe terminato, Eddie disse: — Voglio vedere che cos’hanno raccolto i vostri registratori. Trasmetti l’informazione.

Derek si tolse il medaglione e lo infilò nella radio. Mi guardò. — Continuo a dimenticarmi dei medaglioni.

— Non preoccuparti, Derek. Te la cavi benissimo a spiegare quasi ogni cosa con le parole. — Mi tolsi il medaglione e glielo lanciai. — Trasmetti anche questo.

Un paio di minuti più tardi Eddie riprese a parlare. — Vi richiameremo dopo che avremo esaminato le vostre informazioni. Ti avverto, questa faccenda non mi piace. Intendo chiedere a Lysenko se c’è qualche posto nelle vostre vicinanze dove può atterrare.

Lysenko era il primo pilota dell’aereo a razzo: un uomo con un nome infelice. I biologi ridevano di lui.

— Hai intenzione di prelevarci? — domandò Derek.

— Voglio considerare quella possibilità. Chiedi a Nia e all’oracolo se sono a conoscenza di un qualche luogo. Il fondo di un lago prosciugato sarebbe l’ideale. Anche un lago con dell’acqua dovrebbe essere possibile, se è abbastanza profondo.

— Okay.

— E cercate di tenervi fuori dai guai per un po’.

Derek spense la radio. Si alzò in piedi e si stiracchiò. — Uno dei guai con Eddie è che è nato per stare dietro una scrivania. È capace di organizzare, dirigere, analizzare e criticare, ma non ha alcuna idea di come vadano le cose sul campo.

— Che cosa ha detto la vostra scatola? — chiese Nia. — Perché Derek è arrabbiato?

Mi alzai. — Spiegaglielo tu, Derek. Sono stanca di parlare di Inahooli. — M’incamminai verso il margine della pianura. Davanti a me c’era la pianura, scura e monotona. Sopra di me il cielo era pieno di stelle. Restai ad ascoltare i rumori della notte: fruscii fra i rami e un sommesso ronzio fra la pseudoerba. Riflettei sulla mia carriera. C’era la possibilità che fosse rovinata. Chi si sarebbe fidato di me nella ricerca di dati sul campo dopo questa faccenda? Soprattutto se Eddie e gli altri del comitato socioscientifico avessero deciso che avevo agito veramente in modo non allineato. Avrebbero potuto inserire un rimprovero nel mio curriculum e insistere perché mi sottoponessi a una critica di gruppo.

Era un’idea sgradevole. Avevo visto una volta un gruppo in azione. Avevo fatto amicizia con un uomo durante il lungo viaggio dal sistema solare, prima che ci addormentassimo. Era un maestro capocuoco proveniente dalla Cina. Aveva una personalità incostante che si associa agli artisti, e un viso straordinario: pallido e glabro, simile a una maschera intagliata in giada bianca. Aveva capelli neri, lunghi, folti e lucenti. Quando cucinava, li teneva raccolti sotto un copricapo. Ma quando sedeva a chiacchierare con gli amici, gli cadevano attorno al viso e gli arrivavano alle spalle. Forse ero un po’ innamorata di lui. Ero certamente innamorata della sua iguana Mu Shu.

Si era risvegliato ai margini di questo sistema e finalmente si era reso conto di ciò che aveva fatto. Aveva lasciato la sua famiglia, la sua casa, la sua società, il suo pianeta. Quando fosse ritornato, avrebbe trovato tutto cambiato.

Cadde in una profonda depressione, il che non era del tutto sorprendente. La maggior parte di noi si sentiva depressa prima o poi. Ma De era un vero esperto nella depressione. Si tormentava nello stesso modo in cui cucinava: con abilità e passione.

Incominciò a bere, e questo gli causò problemi sul lavoro.

La maggior parte dei suoi colleghi erano cinesi, e insistevano per la critica di gruppo. Andai a portare sostegno morale: a De, non ai suoi critici. Ci riunimmo in una piccola sala dalle pareti di celadon. De era seduto sul davanti e aveva di fronte venti persone. Erano per lo più addetti alla cucina; alcune erano persone che conosceva al di fuori del lavoro, altre erano relativamente estranee. La riunione era aperta a tutti, e tutti potevano parlare. La voce delle masse andava ascoltata.

Gli addetti alla cucina parlarono l’uno dopo l’altro. De aveva perso un sacco di lavoro, costringendo altri a coprirlo. Aveva rifiutato consigli e critica costruttiva. Il suo atteggiamento era negativo. Aveva messo in discussione decisioni prese democraticamente dagli addetti alla cucina. Aveva mentito sul suo vizio di bere.

Si alzò qualcuno del suo dormitorio. De era tornato a tutte le ore, facendo un sacco di rumore e svegliando altre persone. Una volta aveva rigettato nel corridoio, proprio fuori dalla cabina del portavoce.

Un’altra persona, una bionda dall’accento scandinavo, si alzò e parlò dei danni del vizio del bere. Altri due si alzarono e discussero con lei. Il problema non era l’alcol, ma la mancanza di un programma ricreativo soddisfacente. Era il culto occidentale dell’individualismo. Era la penosa prestazione del team psicologico.

De se ne stava seduto e ascoltava. La sua faccia era più pallida del solito e aveva chiazze scure sotto gli occhi. Appariva esausto e infelice. Finalmente, quando tutti ebbero finito, si alzò in piedi. Si scusò con i suoi colleghi, con le persone della nave, con l’intera razza umana. Promise di correggere il proprio comportamento, di recarsi puntualmente al lavoro e di sottoporsi alla terapia psicanalitica. Infine, ringraziò tutti i presenti per il loro interesse e i buoni consigli. Era sincero, per quanto fossi in grado di giudicare. La mia famiglia era da troppo tempo in Occidente; non avrei mai capito veramente i cinesi.

Il dietista più anziano si alzò e lodò De per il suo nuovo atteggiamento costruttivo e aperto alla collaborazione. La riunione si concluse e io andai in cerca di qualcosa di forte da bere.

Mai, pensai. Non mi sarei mai sottoposta a una critica di gruppo. Non ero sicura di quello che avrei fatto se il comitato l’avesse preteso. Non potevo andarmene, né loro potevano licenziarmi. Non a quella distanza dalla Terra. Più probabilmente, se si fosse arrivati a una crisi, mi avrebbero esonerata dal mio incarico e rinviata a un comitato incaricato della manutenzione non meccanica. Avrei riparato pareti o sostituito piastrelle rotte fino al momento di lasciare questo sistema.

Una volta ancora correvo troppo col pensiero. Falla finita! mi dissi, e feci ritorno all’accampamento. Derek era seduto accanto al fuoco, le ginocchia sollevate, le braccia allacciate attorno alle ginocchia.

— Ebbene?

Mi lanciò un’occhiata e sorrise. — L’oracolo si è offerto di parlare con Eddie e di spiegargli che non è sbagliato uccidere per legittima difesa. Sembra pensare che Eddie sia una specie di idiota. E Nia ha detto che c’è un fiume che scorre fra il territorio del Popolo dell’Ambra e il suo terriorio, la terra del Popolo del Ferro. C’è un punto in cui il fiume si allarga in un lago lungo e stretto. Il lago è profondo e non ci sono isole. Potrebbe essere un posto sicuro per atterrare.

— A che distanza da qui?

— Non lo sa con assoluta certezza. Nove o dieci giorni, pensa.

— Andiamo laggiù? — chiesi.

Derek fece il gesto dell’affermazione. — La cosa farà felice Eddie, ed è lungo il percorso per raggiungere il popolo di Nia.

La luce del sole mi svegliò, penetrando obliqua nel boschetto. Un grigio filo di fumo saliva a spirale attraverso il raggio di sole, muovendosi lentamente. L’oracolo era accoccolato accanto al fuoco e stava spellando un pesce.

— Hai rimesso a posto le trappole — dissi.

— Sì, e siamo stati fortunati. Questo è un pesce verde. È delizioso, specialmente cotto al forno. Va’ a eseguire la tua cerimonia mattutina.

Gli ubbidii e feci un po’ di yoga sulla riva del lago. Ero ancora molto rigida ma, per quanto ero in grado di giudicare, non avevo subito gravi danni. Tanto per parlare di fortuna!

Quando tornai all’accampamento, Nia si stava infilando una delle tuniche di Inahooli. Era di un azzurro spento, con ricami color arancione: un disegno a triangoli. Indossò la sua cintura, il coltello con il manico d’osso e il fodero di cuoio scuro. Dopo di che tirò l’orlo della tunica e se la lisciò sul petto. — Ah! Così va meglio! Bisogna dire qualcosa per un nuovo indumento dai vivaci colori e senza nessun cattivo odore.

Mangiammo e levammo il campo, seguendo la pista lungo il lago per poi tornare sulla pianura. C’erano nuvole a ovest e a sud. Erano alte, soffici e sottili, disposte a mucchi e a grappoli. A nord il cielo era limpido. Riuscivo a distinguere Hani Akhar.

Pensai al China Clipper: corridoi e stanzette e troppa gente. Non ci sarebbero stati né cielo, né vento, né uccelli, se non nell’uccelliera. Forse mi sarei dovuta dare alla fuga, avrei dovuto gettar via la radio e il registratore audiovisivo e sparire nei territori selvaggi. Era un modo di evitare la critica di gruppo, sempre che non mi catturassero, naturalmente.

Guardai la pianura attorno a me. Era, o sembrava, quasi deserta. Alcuni insetti color arancione svolazzavano sopra la pseudo-erba. Alcuni uccelli volavano alti nel cielo. In lontananza scorsi un branco di animali. Erano puntini neri che si muovevano fra la vegetazione verde e gialla. Non avevo idea di che cosa fossero.

Questa terra era troppo vasta e troppo aliena. Non potevo voltare le spalle alla mia civiltà e vivere completamente sola senza speranza né aiuto dalla mia gente.

Quella notte ci accampammo in cima a una bassa collina. Non c’era niente in vista all’infuori della pseudo-erba. Mangiammo il cibo di Inahooli. Eddie non chiamò.

— Dovremmo chiamarlo noi? — chiesi.

Derek fece il gesto che significava "no". — Non dobbiamo peggiorare la situazione. Ci troverà, più di quanto noi si voglia o si abbia bisogno.

Feci il gesto dell’approvazione.

A metà della notte incominciò a piovere. Il tuono brontolava e guizzavano i lampi. Ci raggomitolammo sotto i mantelli e i poncho e ci bagnammo.

Al mattino la pioggia era cessata. L’aria, però, rimaneva umida e la vegetazione sulla pianura era ornata di goccioline d’acqua e si piegava sullo stretto sentiero. Derek e io ci aprimmo un varco fra di essa, bagnandoci una seconda volta. I nativi, che cavalcavano dietro di noi, sembravano più comodi, ma non molto.

— Sta arrivando una persona — disse Nia.

Mi guardai attorno. La pista era una linea scura che serpeggiava fra la vegetazione. Lungo la pista si muoveva un cornacurve e in sella all’animale c’era una persona.

— Un uomo — disse Nia. — Viaggia da solo.

— No — la corresse Derek. — C’è qualcun altro, lontano sulla pianura. — Puntò il dito verso nord.

Guardai attentamente e vidi un puntino che scendeva lungo un pendio. — Perché non sono insieme?

— Non lo so — rispose Nia. — Forse sono entrambi uomini.

La pista entrava in un avvallamento e persi di vista i cavalieri, anche se solo per pochi minuti. Emergemmo su una modesta altura. Al centro della pista c’era un cornacurve: un animale grande, di color bigio con una macchia bianca sul petto. Le corna erano nere e lucenti come ossidiana.

Derek e io ci fermammo. I due nativi vennero a mettersi ai nostri due lati e tirarono le redini dei loro animali. Guardai il cavaliere del cornacurve.

Quasi certamente un maschio. Alto e grosso, con la pelliccia scura e ispida. La sua tunica era simile a quella che indossavo io: color panna con ricami a disegni geometrici. Sulle braccia portava grossi braccialetti d’oro e aveva al collo una collana d’oro e ambra.

Ci osservò con calma, poi parlò nel linguaggio dei doni. — Vedo che avete incontrato mia sorella. — La sua voce era sommessa e profonda.

— Inahooli — disse Derek.

L’uomo fece il gesto dell’assenso. — Sono Toohala Inzara del Clan della Cordaia e del Popolo dell’Ambra. — Fece un cenno con la mano verso nord. — Mio fratello Tzoon è più lontano, in quella direzione. Non vedo mio fratello Ara da un paio di giorni. Ma si trova là fuori da qualche parte, probabilmente a sud. Come sta nostra sorella?

— Bene quanto ci si può aspettare — rispose Derek. — È stata sola per parecchio tempo.

L’uomo fece il gesto dell’approvazione. — Ha sempre avuto un carattere irritabile ed è sempre stato difficile andare d’accordo con lei. Speravo che il suo temperamento sarebbe migliorato ora che, finalmente, ha raggiunto qualcosa di importante. Ma non è cosi?

— No — disse Derek.

— Aiya! Che persona difficile! Se non vi dispiace, me ne vado. Non mi piace trovarmi con tante persone. E devo dire che voi due avete un aspetto ben strano. Questo mi mette ancor più a disagio. — Ci osservò di nuovo. — Peccato che non vi abbia visti Ara. È un tipo curioso. — Fece deviare il suo animale dalla pista e ci girò attorno.

Derek si rimise in cammino, più in fretta di prima. Noi lo seguimmo. Dopo un po’ Derek disse: — Sta andando a far visita a Inahooli. È possibile?

— Nessuno fra la mia gente farebbe una cosa del genere — disse Nia. — Sebbene io sia andata a trovare mio fratello anni fa.

L’oracolo disse: — Io vado a far visita a mia madre di quando in quando. Ma sono santo e anche un po’ pazzo. Un uomo comune non andrebbe a trovare le sue parenti.

— Questo non dev’essere un uomo comune — osservò Derek. — Arriverà al lago domani pomeriggio e troverà la tomba. Allora che cosa farà?

Nia fece il gesto dell’incertezza. — Non lo so.

— Era enorme — feci io. — I vostri uomini sono quasi tutti così grandi?

— No — rispose Nia.

— Sia ringraziato il cielo — fu il commento di Derek. — Incominciavo a pensare di incontrare tre fratelli grossi come gorilla e cercare di spiegare loro che cosa è accaduto alla loro sorella.

— Grossi come? — domandò Nia.

— Gorilla. Sono nostri parenti, ma molto più grandi di noi. — Derek stava ancora camminando velocemente. — Quando si metterà in viaggio, avrà un paio di giorni di ritardo su di noi.

— Di che cosa stai parlando? — gli domandai.

— Inzara. Se deciderà di inseguirci. Forse tre giorni, se saremo fortunati e si fermerà un po’ di tempo presso il lago. Nia, a che velocità può viaggiare un cornacurve?

— Il Popolo dell’Ambra segue le mandrie. Capisce gli animali e conosce bene la pazienza. Non sarà tanto sciocco da forzare troppo il suo cornacurve. Più probabilmente, manterrà un’andatura che è il doppio della nostra.

— Ho sempre odiato i problemi come questo. Bob ha il doppio di frutti di Alice, che a sua volta è alta la metà di Krishna. Quanti giorni ci vorranno prima che Inzara ci raggiunga?

— E adesso di che cosa sta parlando? — domandò l’oracolo.

— Niente di importante. — Riflettei un momento. — Gli ci vorranno due giorni, Derek. Dovremmo incominciare a preoccuparci la sera di dopodomani. No, il giorno dopo.

— Okay. Procederemo più velocemente che potremo. Forse il fiume è più vicino di quanto pensiamo.

— Hai paura? — chiesi.

— Certo, è naturale — rispose in inglese. — Se uccideremo altri nativi, finiremo il nostro lavoro sulla nave, molto probabilmente a pulire gli scarichi delle fognature. O forse a pulire le gabbie nei laboratori. In ogni caso, avremo finito per sempre quaggiù. — Mi lanciò un’occhiata. — Stravolgo molto i regolamenti e opero assai vicino al limite. Ma non ho intenzione di cacciarmi in guai seri.

— Perché stravolgi i regolamenti?

Lui rise. — Per dimostrare che posso.

Viaggiammo fino al tramonto, poi ci accampammo. Le nuvole si aprirono e la Grande Luna ci inondò con la sua luce. Era un po’ più che piena. Derek la osservò attentamente. — L’eruzione dev’essere terminata.

— Uhu. — Tirai fuori l’unica camicia umana che mi fosse rimasta eia esaminai. Un po’ sporca e con uno strappo. Decisi di indossarla.

— È troppo tardi — disse Derek. — Quell’uomo ha già visto la camicia di Inahooli.

— Nondimeno… — Mi misi la mia camicia e ripiegai quella di Inahooli, mettendola via.

La mia radio ronzò. L’accesi.

— Prima le buone notizie — disse Eddie. — Il comitato ha deciso di approvare, con rincrescimento, il tuo comportamento riguardo a Inahooli. Non avevi scelta. Forse se non fossi stata semiincosciente, avresti potuto escogitare un altro modo per fermarla. Ma è stata colpa sua se non eri in condizione di pensare. Si stava realizzando il suo karma. Non dovrebbe esserci nessun accrescimento nel tuo fardello karmico, almeno secondo l’opinione del comitato. — Avvertivo un certo distacco nella sua voce. Eddie non aveva niente contro le diverse religioni asiatiche… nel loro ambito, e questo non era un comitato responsabile di decidere la politica di un team scientifico. — Non ci sarà niente di negativo sul tuo curriculum.

Sentii che il mio corpo si rilassava. Emisi un sospiro, poi mi massaggiai la nuca. — Okay. Quali sono le cattive notizie?

— Ce ne sono tre. Derek si è beccato un rimprovero per quella stupidità riguardo al braccialetto.

Diedi un’occhiata a Derek. Lui si strinse nelle spalle.

— In ogni caso, questo non rallenterà la carriera di nessuno, con un elenco di pubblicazioni come il suo. La seconda delle cattive notizie è che il comitato ha deciso di suggerire un dibattito che coinvolga l’intera nave in merito alla nostra politica nei confronti dei nativi.

— Non intervento? — chiesi.

— Già. — Eddie sembrava torvo. — Vogliono riaprire la questione. Gradirei davvero che foste quassù, o almeno vorrei avere quell’opzione. E questo mi porta alla terza cattiva notizia. Lysenko ha esaminato tutte le informazioni in nostro possesso sulla parte del continente dove vi trovate. Il luogo più vicino sul quale è disposto a far atterrare un aereo è a ovest di dove vi trovate. È un fiume che si allarga in un lago. Dice che non è ottimale, ma è possibile.

— Quanto è lontano? — chiesi.

— Secondo i nostri migliori calcoli, otto giorni. Cercherò di ritardare la prima riunione del comitato dell’intera nave.

— Questo non è il problema più grave, Eddie.

— Ah, no? E qual è?

— Oggi abbiamo incontrato un nativo. Il fratello di Inahooli. Sta andando a far visita alla sorella.

— Sa che l’avete conosciuta?

— Avevo indosso una tunica che apparteneva a Inahooli. E anche Nia. Ha riconosciuto gli indumenti. La cosa non l’ha preoccupato. I nativi si scambiano sempre doni. Ma quando troverà la tomba…

— Maledizione.

— E ha due fratelli. Stanno viaggiando insieme o, per lo meno, nella stessa direzione. Potremmo avere tre nativi grandi e grossi e furiosi che ci danno la caccia.

Eddie tacque per uno o due minuti. — Che cosa progettate di fare?

Derek disse: — Correre come disperati e sperare che non ci seguano.

— Immagino che sia la migliore idea. Il comitato ha ragione su una cosa. Ci sono stati troppi contrattempi. Non riesco a capire perché. — La voce di Eddie aveva un tono lamentoso.

— Non tieni conto di una cosa — disse Derek. — Rifletti su chi sono coloro che hanno avuto tutti i fastidi. Io. Harrison. Gregory. Tutti uomini. Abbiamo incontrato tutti lo stesso problema: il ruolo sociale dei maschi adulti. Non so come Santha sia riuscito a evitare i guai. La sua popolazione ammette forse gli uomini nel proprio villaggio?

— Be’, questa è una storia interessante — disse Eddie. — Ma è piuttosto lunga, e i diagrammi aiutano parecchio. Vi racconterò di Santha quando tornerete quassù.

— Okay — rispose Derek.

— Non sono certo della validità della tua spiegazione. E Lixia allora? Perché ha avuto tanti problemi?

— Ricordati dei suoi compagni di viaggio. Due uomini e una donna con una reputazione di perversione assai diffusa.

Ci fu un attimo di silenzio. — Hai ragione, vero? Questo è stato un mio errore. Avrei dovuto prelevare Lixia subito dopo il fiasco nel primo villaggio e darle un nuovo incarico, magari sull’altro continente.

Derek fece il gesto dell’incertezza, poi disse: — Non lo so. Non vado matto per una seconda ipotesi nella storia. E non amo le parole come "avrei dovuto".

— Be’, fate del vostro meglio. Troverete Lysenko ad aspettarvi quando arriverete al lago.

Derek spense la radio. — Hai notato come Eddie usi spesso la prima persona singolare? Dal modo in cui parla, è lui quello che prende tutte le decisioni e si assume tutte le responsabilità senza alcun aiuto da parte del resto del comitato.


"Io, me, mio, il mio…

Ciascuno un segno di pericolo."


"È quello che erano solite dirci le streghe. Fate caso a quelle parole. Se una persona le usa troppo spesso e con troppa enfasi, significa che sta sprofondando dentro il pozzo del sé. Ed è una situazione pericolosa. Ci si può trovare faccia a faccia con un’attitudine all’avidità o una voglia di potere."

Feci il gesto dell’intesa. Non avevo voglia di discutere delle teorie sociali degli aborigeni californiani, non in inglese di fronte a Nia e all’oracolo. Era un atto di scortesia. Guardai Nia. — Il nostro amico, quello che ha la voce nella scatola, è preoccupato per la quantità di problemi che abbiamo incontrato.

— Non è mai facile viaggiare — disse l’oracolo. — Lo so. Una delle mie sorelle è una grande viaggiatrice. È stata a nord fin dove arrivano gli uomini e ha incontrato il Popolo del Ferro nel suo territorio estivo. È stata anche a sud e ha visto l’oceano e ha ricevuto doni dalle popolazioni che vivono laggiù: il Popolo della Spina di Pesce e il Popolo del Color Verde Scuro. Mia madre mi ha parlato delle sue avventure. Hola! Che storia! — Si mordicchiò un’unghia. — Che cosa si aspetta il vostro amico?

— Una buona domanda. Non ne sono del tutto certa.

Durante i tre giorni che seguirono viaggiammo il più velocemente possibile. Non accadde niente di speciale. Il cielo era quasi sempre limpido e la regione dolcemente ondulata. Vedemmo animali in lonananza: branchi di bipedi che brucavano e una volta un animale solitario che Nia ci disse essere l’assassino-delle-pianure.

— Un maschio. Vedi com’è grosso e come cammina dinoccolato?

— Nia, quella cosa è solo un puntino nero per me. Pensavo che potesse trattarsi di una persona.

— Ma che occhi hai! È certamente un assassino e un maschio. Una femmina viaggerebbe con i suoi piccoli. I piccoli sarebbero affamati ed essa sarebbe pericolosa. Ma un maschio non rappresenta un grosso problema.

— Sei tu che lo dici! — saltò su l’oracolo. — So io come stanno le cose.

— Ma tu eri da solo e non avevi un fuoco acceso.

Questo avveniva a metà del terzo giorno. A quel punto stavamo diventando tutti nervosi e ci guardavamo attorno e alle spalle.

Ci fermammo presto in cima a un’altura che era più elevata delle altre collinette. Derek scrutò l’orizzonte verso est. — Niente — disse. — Non li vedo. Faremo comunque dei turni di guardia. E non credo di voler correre il rischio di accendere un fuoco.

— Dobbiamo — ribatté Nia. — Ci sono cose peggiori degli uomini. Non voglio stare sdraiata nell’oscurità ad aspettare un assassino-delle-pianure.

— D’accordo — disse Derek.

Accendemmo un fuoco e ci raggomitolammo attorno. Derek fece il primo turno di guardia. Io rimasi seduta a preoccuparmi. Infine, quando non riuscii più a sopportare l’ansia, chiamai Eddie.

— Qualche segno dei tre fratelli? — s’informò.

— No. E non voglio pensarci. Come vanno le cose sulla nave?

— Non troppo bene. Meiling è passata all’opposizione.

— Che cosa?

— Ha presentato un rapporto contro il non intervento. I nativi non sono degli stupidi, secondo lei. Hanno occhi per vedere e menti per pensare. Sanno che lei è qualcosa di assolutamente differente, qualcosa di totalmente estraneo alla loro esperienza e all’esperienza dei loro antenati. Nelle storie sulla creazione non si parla di gente senza pelo.

"La conoscenza, di per sé, è un intervento. La nostra presenza cambia il modo di vedere il mondo per i nativi. Secondo lei, non c’è modo di studiare queste persone senza provocare dei cambiamenti."

— Il Principio di Casualità di Heisenberg — dissi.

— Così mi dicono. Non sono un esperto di storia della scienza. E non credo che sia possibile applicare le leggi della fisica al comportamento degli individui. Questo somiglia al Socialismo Darwiniano. Una teoria stupida e pericolosa.

"Meiling sostiene che la politica del non intervento provoca una cosa sola. Rende difficile la vita agli operatori sul campo. Non possono scambiare informazioni con i nativi e non possono offrire aiuto. Semplice assistenza medica, per esempio."

— Io l’ho fatto — dissi. — Quando Nia è rimasta ferita.

— Lo so. Ma si trattava di una persona soltanto, e tu e Nia eravate da sole. Non è stato come se ti fossi proposta come dottore del villaggio. È questo che vuole Meiling. Ha una preparazione medica e ha lavorato in Tibet. Le abbiamo detto di no ed è ancora adirata.

Pensai a Meiling: esile e dai sentimenti profondi, una persona che faceva fatica a essere obiettiva. L’inazione non era cosa per lei. Non nutriva alcun interesse per le idee di Lao Zi o del Buddha. Veniva dalla seconda grande tradizione della Cina, quella di Mao Zi, di Men Zi e del Maestro Kong. La tradizione della responsabilità sociale.

— Lei ha un argomento valido — continuò Eddie. — Lo so che il non intervento rende più difficile ogni cosa. E forse è una farsa. Forse non c’è modo di evitare di cambiare questo pianeta. Ma la politica ci costringe a muoverci lentamente. Se l’abbandoniamo o incominciamo anche solo a modificarla, sarà solo una questione di tempo, e non molto, prima che il pianeta assomigli all’America del Diciannovesimo Secolo. I nativi saranno sommersi da esploratori, prospettori e missionari marxisti.

— Eddie, ti preoccupi anche più di me.

— Non ho intenzione di dire "aspettiamo e vediamo". Intendo fare tutto il possibile per assicurarmi che le mie previsioni non si avverino.

— Buonanotte, Eddie.

Meditai per un po’ di tempo, guardando il fuoco. Poi mi appisolai, seduta nella posizione del semiloto. Finalmente Derek mi scosse.

— È il tuo turno. Non ho visto nessuno.

Restai di guardia fino a metà della notte. Non accadde niente di particolare. Caddero meteore e un insetto notturno emerse dalle tenebre. Si librò al di sopra del fuoco su enormi ali pallide. Un istante dopo era sparito.

Svegliai Nia. Lei si alzò, lamentandosi sommessamente.

— Ho visto un insetto grande così. — Indicai un 40 centimetri di lunghezza con le mani. — È possibile?

Nia si accigliò. — È per questo che mi hai svegliata?

— No. È il tuo turno di fare la guardia. È possibile che l’insetto sia stato così grosso?

— Sì. — Nia si stiracchiò e sbadigliò. — Mettiti a dormire, Li-sa. Non mi va di parlare.

Ubbidii.

La mattina era radiosa. Sopra di noi e verso oriente il cielo era limpido. Verso occidente era pieno di nuvole. Erano una specie di cirri.

— Tempo nuovo — osservò Nia.

Sellammo gli animali e ci rimettemmo in marcia. Io cavalcai con l’oracolo.

Le nuvole si diffusero verso est, coprendo il cielo. Entro metà mattina il sole splendeva attraverso una bianca foschia. Derek continuava a voltarsi a guardare indietro. — Forse hanno deciso di lasciar perdere l’intera faccenda — disse alla fine, ma non parlava con molta convinzione.

A mezzogiorno arrivammo in una valle. Ci fermammo sulla costa scoscesa che la sovrastava. La costa era bassa, la valle poco profonda e non molto ampia. Al centro scorreva un fiume, lento e bruno, e lungo le rive cresceva l’erba enorme. Una nuova varietà. Le foglie erano di un inconfondibile azzurro. I pendii della valle erano ricoperti della solita vegetazione gialla. Qui e là scorsi macchie di rosso: una pianta che non riconoscevo.

La pista scendeva nella valle. La seguimmo lungo tutto il giallo declivio. Vidi degli animali: una mandria o un gregge di quadrupedi. Erano piccoli, alti non più di un metro, e timorosi. Non appena ci avvicinammo, fuggirono a grandi balzi come tante gazzelle. Erano bruni con strisce bianche lungo la schiena, e coperti di pelliccia.

— Che cosa sono? — domandò Derek.

— Schieneargentate — rispose Nia. — In inverno diventano completamente bianchi e la loro pelliccia è folta e calda. Alcune popolazioni li allevano. Il Popolo della Pelliccia e dello Stagno, per esempio. Ma noi, il Popolo del Ferro, pensiamo che causino più problemi di quanto valgano. Non mantengono le corna; ogni autunno cadono e ne crescono di nuove in primavera. E mentre spuntano le corna, gli animali sono irritabili e difficili da governare. Strofinano le corna contro tutto ciò che riescono a trovare: pali delle tende e ruote dei carri, e perfino i treppiedi che usiamo per appendervi i paioli per cucinare.

La pista correva sempre lungo il fiume. Bipedi dal lungo collo pascolavano con le foglie dell’erba enorme. Erano quasi dello stesso colore dell’erba e non era facile distinguerli all’ombra, fra le foglie azzurre. Spesso non riuscivo a vederne uno finché non si muoveva, sollevando il lungo braccio sottile per afferrare del cibo o torcendo il collo e drizzando la minuscola testa per osservarci. E non avevo idea di quanti ce ne fossero. Due? Tre? Una dozzina?

— Non dobbiamo preoccuparci degli assassini-delle-pianure — osservò Nia. — Ci sono troppi animali qui attorno. Non sono intelligenti, queste creature, ma non si fermerebbero se vedessero divorare uno della loro specie.

Proseguimmo lungo il fiume per tutto il pomeriggio. Gradualmente il fiume si allargava e l’acqua si faceva sempre meno profonda. C’erano banchi di sabbia e macchie di canne. La pista terminò e noi ci fermammo.

Nia osservò il fiume. — Questo è il guado. — Si riparò gli occhi con la mano. — C’è un uomo sull’altra riva, all’ombra. È fermo e ci sta osservando.

Derek si riparò gli occhi con la mano. — Hai ragione. Maledizione!

Alle nostre spalle risuonò una voce. — Quello è mio fratello Tzoon.

Mi guardai attorno. Un uomo era fermo a cinque metri da noi, presso un fusto di erba enorme. Inzara. Riconobbi la sua tunica.

— E quello è Ara. — Fece un cenno con la mano e un uomo comparve sulla pista dalla quale eravamo appena venuti. Era grande quanto Inzara. La sua tunica era azzurra e ricoperta di ricami. Indossava una cintura fatta di maglia di rame e un coltello in un fodero di cuoio azzuro. Anche gli stivali erano di cuoio azzurro. Attorno a un polso portava una dozzina circa di braccialetti di filo di rame. Mosse leggermente la mano, facendo un gesto al fratello. Sentii tintinnare i braccialetti.

— Che cosa volete? — domandò Derek.

— Avete ucciso Inahooli — disse Inzara. — L’abbiamo tirata fuori dalla fossa. C’era un ferita profonda nella sua schiena.

Derek non disse nulla.

Dopo un momento fu Nia a parlare. — Sì. L’abbiamo uccisa. E allora?

— Vogliamo una spiegazione.

Ara disse: — La cerimonia per onorare la Cordaia è rovinata. Noi siamo uomini. Non ci curiamo di queste cose quanto le donne. Ma non è una bella cosa vedere in difficoltà il clan di nostra madre.

— Inahooli sarà ricordata come la guardiana che ha fallito — aggiunse Inzara. — Il suo fantasma sarà furioso. Non è mai stato facile andare d’accordo con lei. Ora, chissà che cosa farà? Si dovranno tenere cerimonie di prevenzione e cerimonie di purificazione. — Inzara s’interruppe.

Fu Ara a continuare. — E cerimonie per allontanare la collera di Inahooli e della nostra antenata, la Cordaia. È una brutta situazione. Vogliamo sapere come è successo.

— D’accordo — disse Nia. — Ve lo racconteremo. Quell’altro, quello sull’altra riva del fiume, vuole ascoltare?

— Sì. — Inzara agitò la mano e gridò.

Il terzo fratello arrivò qualche minuto dopo, emergendo dal boschetto in piena luce del sole. Conduceva due cornacurve con le selle vuote. Guadarono il fiume, schizzando acqua fra le secche. Quando raggiunsero la nostra sponda, l’uomo tirò le redini del proprio animale. — Ebbene? — La sua voce era profonda come quella di Inzara, ma molto più aspra.

— Lega gli animali — gli disse Inzara.

Nia guardò me e l’oracolo. — Smontate, tutti e due.

Smontammo. Nia afferrò le nostre redini e condusse i nostri animali nel boschetto più vicino. Il terzo fratello la seguì.

Tornarono indietro insieme, ma camminando a una certa distanza l’uno dall’altra. Avevano entrambi un’aria circospetta. Nia era un donnone, ma l’uomo la faceva sembrare piccola. Era enorme come i fratelli. Indossava un gonnellino di un tessuto verde scuro e una cintura gialla. La fibbia era d’argento. Gli stivali erano di cuoio verde. Sull’ampio torace portava una collana. Era aggrovigliata nel pelo lungo e arruffato e quasi completamente nascosta. Distinsi delle perline d’argento, lunghe e sottili, alternate a perline d’ambra rotonde, gialle come burro.

Inzara lo indicò con un cenno della mano. — Questo, come vi ho detto prima, è mio fratello Tzoon.

L’uomo ci guardò, poi grugnì. — Unh!

— Chi siete? — domandò Ara. Era rimasto sulla pista, a nord di dove ci trovavamo noi. Inzara se ne stava un po’ più a sud, vicino alla riva del fiume. Il terzo fratello era a est, ai margini del boschetto. Eravamo circondati, in trappola.

Nia si grattò il naso. — Volete prima rispondere a una domanda per me? Poi vi dirò chi siamo.

Inzara fece il gesto dell’assenso.

— Perché viaggiate insieme?

— Non siamo uomini comuni — rispose Inzara. — Siamo nati insieme, tutti e tre da un solo parto.

— Aiya! - esclamò l’oracolo.

Nia disse: — Uh!

— Nessuno nel nostro villaggio aveva mai visto una cosa del genere. Due bambini in una sola volta, sì. Questo è successo, anche se non spesso. Di norma i bambini sono piccoli e deboli. Muoiono. Ma tre… una cosa senza precedenti. Ed eravamo tutti grandi e sani. La gente disse che nostra madre doveva aver incontrato l’Imbroglione sulla pianura. Era destino che fossimo sfortunati. Nessuna donna poteva allattare tre figli. Uno di noi, almeno, sarebbe dovuto morire.

Ara continuò il racconto: — Nostra madre disse che eravamo tutti dei bellissimi bambini. Non poteva decidere quale di noi dovesse essere portato fuori sulla pianura e lasciato là come cibo per gli animali che si nutrono di carogne. Voleva tenerci tutti. Nostra madre non ha mai amato nessun genere di spreco.

Il terzo fratello, Tzoon, fece il gesto dell’approvazione.

Ara proseguì: — Nostra madre portò doni alla sciamana: una lunga corda di eccellente qualità e una pezza di stoffa ricoperta di ricami.

— E una pentola fatta dal Popolo del Ferro — aggiunse Inzara. — Non è mai stata una che tenesse nascoste le cose dentro la tenda. Conosceva l’importanza di donare.

Ara fece il gesto dell’approvazione. — Domandò alla sciamana di eseguire la cerimonia dell’interpretazione. Questa richiese tre giorni. Nostra madre ci allattò come meglio poté. Il secondo giorno della cerimonia, quando la sciamana era in un profondo stato di trance, nostra zia Iatzi perse il suo bambino.

— Era sempre stato malaticcio — aggiunse Inzara.

Una volta ancora Ara fece il gesto dell’approvazione. — Era il suo primo figlio. Ora la sua tenda era vuota e lei aveva latte in abbondanza. Si offrì di aiutare nostra madre.

Inzara riprese il racconto: — Quando la sciamana si destò, riferì alle abitanti del villaggio di essere salita in cielo e di aver incontrato la Cordaia, la Madre delle Madri e il Signore delle Mandrie. Le avevano detto: "Questi bambini appartengono a noi e provvederemo a loro come riterremo opportuno. Se è nostra intenzione che vivano, vivranno. Se decideremo che è il momento che muoiano, insieme o ciascuno separatamente, vedrete il risultato. Non immischiatevi e non abbiate la pretesa di capire le nostre intenzioni". Così terminò la sua visione.

"Che altro c’è da dire? Quando eravamo bambini, amavamo stare insieme. Non litigavamo quasi mai. C’era gente nel villaggio che sosteneva che avessimo un unico spirito per tutti e tre. Forse avevano ragione. Non lo sappiamo. Ci sono differenze fra di noi. Tzoon è taciturno. Ara è curioso. Io sono generalmente tranquillo. Ma è vero che siamo uniti come sorelle, e ciascuno di noi sa quello che stanno pensando gli altri. Abbiamo subito il cambiamento esattamente nello stesso periodo."

— Perfino allora — disse Ara — non litigavamo, anche se Tzoon divenne più taciturno di prima.

Guardai il terzo fratello, che aggrottò la fronte.

— Nella Terra dell’Estate e quando la mandria è in movimento, restiamo vicini. Ci piace guardarci attorno e vedere un fratello in lontananza. E ci piace incontrarci di quando in quando per dividere il cibo e conversare. Io e Inzara parliamo. Tzoon ascolta.

Il terzo fratello disse: — In primavera ci separiamo.

Inzara fece il gesto dell’approvazione. — Non sappiamo che cosa potrebbe accadere allora. Se una donna arrivasse dal villaggio in preda alla smania e due di noi la vedessero? Ci azzufferemmo? Sarebbe terribile!

— Ci assicuriamo che i nostri territori siano ben lontani fra loro, anche se tutti ugualmente vicini al villaggio — disse Ara. — È diventato difficile in anni recenti. Siamo tutti uomini grandi e grossi, e i territori che abbiamo ora sono quasi nel villaggio.

Inzara continuò: — Lasciamo che altri uomini, uomini che potremmo facilmente sopraffare, s’insinuino fra i nostri territori. In quel modo perdiamo alcune donne. Ma nostra madre dice sempre: "Non si ottiene niente con l’avidità".

— Adesso — intervenne Tzoon — diteci chi siete.

Nia indicò ciascuno di noi e riferì i nostri nomi. Disse il proprio nome per ultimo.

— Tu sei la donna che amava un uomo — osservò Inzara.

Nia fece il gesto dell’assenso.

— E adesso viaggi con un altro uomo. — Additò l’oracolo. — E con due individui che non hanno quasi pelo.

— Sì.

— Di che sesso sono quelle persone?

— Una è una donna. L’altro è un uomo.

— Aiya! - esclamò Inzara.

Tzoon fece il gesto che significava "non ha importanza". — Questo non ci riguarda. Se vogliono correre il rischio della sfortuna, be’, che facciano pure. Non appartengono al nostro villaggio.

Ara fece il gesto dell’approvazione. — Quello che a noi interessa è Inahooli. Come è morta?

Nia si massaggiò la nuca. — Non è una cosa facile da spiegare.

Tzoon si accigliò.

Nia guardò lui, poi i suoi fratelli. — Per prima cosa, ci siamo imbattuti in un suwahara. Un maschio con una famiglia da proteggere. Ha spaventato i nostri cornacurve, che sono fuggiti. Siamo rimasti bloccati sulla riva del Lago degli Insetti e delle Pietre. È importante che voi lo sappiate. Non avevamo alcuna possibilità di fuggire da Inahooli quando è impazzita.

— Ah — commentò Inzara.

— La prima volta che è venuta, io e Li-sa eravamo sole. Inahooli ha voluto mostrarle la torre, e Li-sa era curiosa. È una persona particolare, che sta sempre a fare domande, come una bambina, toccando le cose, aprendole, ficcandoci il naso e facendo domande su domande. Aiya!

Ara aggrottò la fronte. — Qualunque cosa può diventare eccessiva. Ma non c’è niente di male nella curiosità.

— In ogni caso — proseguì Nia — Li-sa è andata a vedere la torre. Poi Inahooli ha deciso che era un demonio e ha tirato fuori un coltello. Ha cercato di uccidere Li-sa. Ma lei è fuggita.

— Perché pensava che quella fosse un demonio? — Ara fece un cenno della mano nella mia direzione.

Nia esitò, aggrottando la fronte. Si mordicchiò l’unghia del pollice. — Inahooli si è ricordata di me. E ha pensato che una persona senza pelo che viaggiava con una pervertita dovesse essere un demonio.

— Questo ha senso.

Inzara fece il gesto del dissenso. — La torre è protetta. La sciamana ha eseguito cerimonie in primavera dopo che è stata edificata. C’è la magia in tutta la torre, intrecciata in ogni pezzo di corda e attorno a ogni pezzo di legno.

— La magia la protegge da qualunque cosa? — domandai.

— No. Certo che no. Un vento forte può abbatterla, e la grandine può lacerare gli stendardi. Gli animali possono rosicchiarla o appollaiarvisi sopra e causare danni. Ma la torre dovrebbe essere al sicuro dai demoni. Se quella — puntò il dito contro di me — si è potuta avvicinare alla torre, significa che non è un demonio. Anche se potrebbe essere qualcos’altro di infausto. Una persona che abbia bisogno di essere purificata, per esempio.

— No — disse Nia. — Inahooli era sicura. Li-sa era un demonio. Inahooli ha deciso che la torre era rovinata. Li-sa l’aveva privata di tutto il suo potere. È venuta nel nostro accampamento di notte, progettando di vendicarsi su di noi in qualche modo. Quello — additò Derek — l’ha vista arrivare. Ha lottato con Inahooli e ha vinto. L’ha legata e abbiamo cercato di parlare con lei. Loro, gli altri, hanno cercato di parlare con lei. Io ero fuori sulla pianura a cercare i nostri cornacurve.

— Racconterò io questa parte — intervenne l’oracolo. — Abbiamo parlato e parlato, cercando di convincerla che non avevamo fatto niente alla sua torre. Io capisco queste cose. Sono un oracolo e la persona più sacra fra il Popolo del Rame della Pianura.

— Aiya! - esclamò Inzara.

— Gli oracoli non viaggiano — ribatté Ara. — Perché ti trovi qui?

— Il mio spirito mi ha ordinato di andare con queste persone. In un modo o nell’altro sono importanti.

Ara guardò me e Derek. Fece il gesto del dubbio e poi il gesto dell’approvazione. Insieme significavano "se lo dici tu".

L’oracolo continuò: — Alla fine Inahooli ha deciso che la causa di tutti i guai era la vostra sciamana. Aveva gettato un incantesimo su Inahooli e le aveva fatto credere che la torre fosse rovinata.

Tzoon grugnì. — Non mi è mai piaciuta la sciamana. Mi ricordo com’era da ragazza. Parlava sempre. Sapeva sempre tutto lei.

Inzara aggrottò la fronte. — Perché mai la sciamana dovrebbe fare una cosa del genere?

— Inahooli ha detto che la sciamana apparteneva al Clan dell’Uccello Terrestre e che sono rivali del vostro clan.

Io aggiunsi: — Ci ha detto che c’entrava in qualche modo la grande luna.

Inzara mi guardò, aggrottando la fronte. — La luna? E come?

— Stava traboccando in quel momento.

— Lo sappiamo — disse Ara. — L’abbiamo vista, ma quella non ha niente a che fare con la costruzione e la distruzione delle torri. Significa che ci sarà scarsità di cibo durante l’inverno.

— Così dicono le donne anziane — aggiunse Tzoon.

Inzara fece il gesto del dissenso. — Inahooli non diceva la verità. La luna non aveva niente a che fare con quanto stava succedendo, e la nostra sciamana è la figlia della vecchia sciamana. Una figlia autentica, nata dal corpo della vecchia. È sempre appartenuta al Clan della Prima Maga.

Ara disse: — La madre della vecchia sciamana era nata nel Clan dell’Uccello Terrestre. Fu adottata dalla sciamana di quel tempo, che aveva solo figli maschi. Alcuni dicevano che quella, la madre della vecchia sciamana, favoriva il Clan dell’Uccello Terrestre più di quanto avrebbe dovuto. Ma è stato tre generazioni fa.

— Bene, allora — disse l’oracolo. — Inahooli stava mentendo. Noi le abbiamo creduto e l’abbiamo lasciata andare, ma lei è tornata durante la notte e ci ha aggrediti. Secondo me era impazzita. Ha lottato senza preoccuparsi di quel che accadeva e per poco non ha vinto lei. Ma uno di noi è riuscito a pugnalarla prima che ci uccidesse tutti. È quello che stava cercando di fare.

— Questa è l’intera storia — concluse Nia.

Ci fu un momento di silenzio. I tre fratelli erano accigliati.

— Ebbene? — disse infine Tzoon. — Stanno dicendo la verità?

Inzara fece il gesto dell’affermazione. — Sembra tipico di Inahooli. Nel suo intimo, è sempre stata convinta che le cose sarebbero andate per il verso sbagliato per lei. Se la cercava la sfortuna. Quando è arrivata quella — indicò Nia con un cenno della mano — deve aver pensato: ci siamo. La cosa che aspetto da sempre. La cosa che mi farà fallire.

— Di che cosa stai parlando? — domandai.

— Ho sete — ribatté Inzara. — Beviamo dal fiume e poi sediamoci. Vi parlerò di Inahooli.

— D’accordo — fece Nia.

I tre fratelli bevvero, inginocchiati l’uno accanto all’altro sulla riva del fiume. Mentre uno beveva, gli altri due facevano la guardia, lanciando occhiate verso di noi, il boschetto di erba enorme e l’altra sponda del fiume. Tzoon fu l’ultimo a bere. Si alzò e si asciugò la bocca con la mano. — Uuh!

Inzara si allontanò dalla riva. Si sedette con la schiena appoggiata a un fusto di erba enorme, distese le gambe e si massaggiò una coscia. — È stato un viaggio faticoso dal lago fino a qui. Abbiamo dovuto seppellire di nuovo Inahooli e farlo nel modo appropriato, con canti e doni di addio. Tutto ciò ha richiesto del tempo.

Ara si sedette ai margini del boschetto, non lontano da Inzara. Ripiegò le gambe nella posizione del semiloto. — Non abbiamo potuto eseguire l’intera cerimonia. Per quello è necessaria una sciamana. Ma abbiamo eseguito le parti che siamo riusciti a ricordare dai tempi della nostra infanzia al villaggio.

— Racconta la storia — disse il terzo fratello. Era rimasto in piedi sulla riva del fiume. Quanto poteva essere alto? Oltre due metri. Alla luce del sole la sua pelliccia era di un bruno scuro invece che nera, con sfumaure rossastre. Teneva gli occhi parzialmente chiusi. Le pupille si erano ristrette a formare due fessure e l’iride era di un giallo chiaro.

Inzara indicò il terreno e noi quattro ci sedemmo. Di fronte avevamo Inzara e Ara. Tzoon stava alle nostre spalle. Non c’era modo di tenere d’occhio lui e i suoi fratelli nello stesso tempo. Se le cose si fossero messe male, se i fratelli si fossero adirati, li avremmo avuti addosso prima di poterci alzare e girare.

— Inahooli era la primogenita — spiegò Inzara. — La figlia maggiore. Sarebbe stata la più importante. Ma poi siamo arrivati noi, e noi eravamo magici.

— Ah — commentò Nia.

Inzara fece il gesto dell’affermazione. — Tutti ci osservavano. Tutti parlavano di noi. Eravamo noi quelli importanti.

Ara disse: — Ero solito chiedermi perché lei avesse sempre quell’aria infelice, ma non gliel’ho mai domandato. Non è mai stato facile parlare con lei. Era più taciturna di lui. — Fece un cenno in direzione di Tzoon. — E aveva un brutto carattere. O non diceva una parola o gridava e saltava su e giù.

— Non ho mai notato che fosse infelice — disse Inzara. — Ma devo riconoscere di non averle mai prestato molta attenzione. Stavo bene con i miei fratelli, nostra madre e Iatzi.

Dietro di noi Tzoon grugnì. In segno d’intesa, conclusi.

Inzara proseguì. — Ho incontrato di nuovo Inahooli due primavere fa, per la prima volta da quando lasciammo il villaggio. Avevo un territorio vicino al villaggio fra due uomini che stavano diventando vecchi. Non avevano più la forza per confrontarsi, non con me, Ara o Tzoon. Ma li lasciavamo restare lì, così potevamo stare al sicuro l’uno dall’altro.

"La prima donna che entrò nel mio territorio era Inahooli. Aveva un bell’aspetto. Era una donna notevole, e io ero felice di vederla. Dopo tutto, era mia sorella. Avevamo diviso la stessa tenda e lo stesso fuoco. Pensai che fosse una grande fortuna. Avrei potuto chiederle notizie di nostra madre e di Iatzi.

"Ma quando vide chi ero, s’infuriò: ’Non potrò mai liberarmi di voi?’ mi gridò. Ero sorpreso.

"Ci accoppiammo…"

— Perché? — chiesi.

— Che cosa vuoi dire?

— Perché vi accoppiaste, se era in collera con te?

— Perché è quello che fanno un uomo e una donna quando s’incontrano durante il periodo degli accoppiamenti. — Parlava adagio e in modo chiaro, come se si stesse rivolgendo a una bambina. — A meno che, naturalmente, non siano madre e figlio.

Un tabù dell’incesto, pensai. Perché? Forse per proteggere i ragazzini dalle loro madri. Era possibile? O forse per consentire agli uomini una relazione che non fosse sessuale.

— Va’ avanti — lo sollecitò Ara. — Racconta il resto.

— Dopo che ci fummo accoppiati, le domandai perché fosse adirata. Disse che ero figlio dell’Imbroglione, nato per causare guai. Aveva aspettato a lungo il momento del cambiamento. Ci aveva dato, a tutti e tre, dei bei doni e ci aveva detto addio. Finalmente, si era detta, sarebbe uscita dall’ombra e si sarebbe messa in luce. Noi non c’eravamo più. Si era liberata di noi. Ma non volevamo lasciarla in pace. Ogni primavera, disse Inahooli, nostra madre chiedeva: "Chissà chi si è accoppiata con Inzara, con Ara e Tzoon? Stanno tutti bene? Hanno superato l’inverno? Sono fortunati come sono sempre stati?".

— Unh!

Mi voltai a guardare Tzoon. Aveva gli occhi quasi completamente chiusi e sembrava soddisfatto come un gatto in una chiazza di luce del sole. Nente di male in questo, mi dissi. Tutti amano sentirsi apprezzati.

Inzara continuò: — Lei era sempre sfortunata, mi disse. I suoi figli erano normali. Non aveva nessuna particolare abilità. Nessuno la rispettava. Non aveva amiche.

"Le dissi che non era colpa mia. Allora mi colpì. Pensai che mi avrebbe fatto infuriare. Così tirai fuori un dono dell’accoppiamento. ’Vattene di qui’ le dissi. ’Se provi ancora la smania, vai verso est. Lì c’è il vecchio Hoopatoo. Non è molto bravo a confrontarsi, ma dovrebbe essere in grado di accoppiarsi.’

"Lei mi diede un dono, poi se ne andò. Non l’ho più rivista finché non l’ho messa nella fossa." Inzara fece una breve pausa. "La primavera seguente domandai alle donne, quelle che venivano da me, come stava Inahooli. Era diventata gravida, risposero. Il suo bambino era nato troppo presto. Era morto. Quella era una brutta notizia. Ma ce n’era una buona. Il clan l’aveva scelta come guardiana della torre. Era una donna difficile, mi dissero, ma solenne. Forte ed energica, e la sua famiglia era rispettata da tutti. Una buona scelta come guardiana, dichiararono tutte le donne.

"Pensai: Adesso godrà di prestigio. La smetterà di essere invidiosa." Ci guardò. "Non mi piace essere in cattivi rapporti con nessuno, salvo con altri uomini, naturalmente. E anche allora non voglio litigare seriamente. Per quanto mi riguarda, va tutto benissimo, fintantoché sono loro a farsi indietro."

Ara fece il gesto dell’approvazione. Dietro di me, Tzoon grugnì.

Inzara proseguì. — Nessun uomo vede mai le cerimonie eseguite davanti a una torre del clan, a meno che non sia molto vecchio e non abbia superato il secondo cambiamento e deciso di tornare al villaggio. Ma di quando in quando gli uomini vanno a dare un’occhiata alla torre, di solito quando le cerimonie sono terminate e la torre è stata abbandonata. Quasi sempre, la torre è stata danneggiata in un modo o nell’altro, e le maschere sacre sono sparite. Vengono sempre distrutte dopo la grande danza. Ho pensato: voglio vedere questa torre, la torre di nostra sorella, quando è nuova. Ho parlato con i miei fratelli e loro hanno deciso di venire con me. Ci siamo diretti a sud precedendo la mandria.

— Non abbiamo perso niente — disse Ara. — In estate, su a nord, non è veramente importante che genere di territorio abbia un uomo. Alcune zone sono più confortevoli di altre. Quest’estate, per esempio, avevo un tratto di fiume ricco di pesci e un affioramento roccioso dove crescevano rampicanti di bacche. Un buon territorio! Mi piaceva. In particolare mi piacevano le bacche. Erano grosse come l’estremità del mio pollice e succose. Ma non è stato troppo difficile partire e lasciare tutto a quel vecchio stupido di Oopai. Sapevo che si sarebbe intrufolato di nascosto nel momento stesso che me ne fossi andato.

— Non importa — disse Tzoon. — Quando la mandria raggiungerà la Terra dell’Inverno, noi saremo già là. Allora Oopai potrà solo ricordarsele le sue bacche. Staremo noi vicino al villaggio.

Ara fece il gesto dell’approvazione.

— In ogni caso — disse Inzara — ci siamo diretti verso il Lago degli Insetti e delle Pietre. Abbiamo trovato nostra sorella e siamo venuti a cercarvi.

Ara ripeté il gesto dell’approvazione. Per qualche istante regnò il silenzio. E adesso? Che cosa intendevano fare? Lanciai un’occhiata ai due fratelli di fronte a me. Le loro facce, scure e pelose, non mi dicevano nulla. Mi girai per guardare Tzoon. Lui si accigliò e si grattò la fronte, larga e bassa, e coperta di pelo. Le sopracciglia erano sporgenti, gli occhi infossati, il naso piatto e gli zigomi ampi. Un uomo di Neandertal quasi perfetto. Avevo visto creature come lui in diorami nei musei. No. Mi sbagliavo. La sua mascella non era forte come le mascelle di quelle creature nei musei, e la fronte, pur essendo bassa, non era arretrata. Dall’aspetto, doveva avere molto sviluppato il cervello anteriore, qualunque cosa potesse significare nella sua specie.

Tzoon grugnì e fece il gesto che significava "così sia". Poi ci passò accanto, allontanandosi dal fiume.

Ara si alzò in piedi e si stiracchiò. Un attimo dopo fu Inzara ad alzarsi.

Anche noi quattro ci alzammo in piedi.

— E adesso? — domandò Derek.

— Abbiamo avuto la spiegazione che volevamo — disse Inzara. — Non ci disturba trovarci vicini l’uno all’altro, ma voi ci mettete a disagio. Ce ne andiamo. A est di qui, abbiamo visto delle tracce. Un branco di shuwabara. Tzoon è un eccellente arciere, e anche Ara non è male. Uccideremo un animale, uno giovane, grasso e tenero, e l’arrostiremo.

— Bene — disse Tzoon.

— Mangeremo e poi ci dirigeremo a sud e aspetteremo nella Terra dell’Inverno che arrivi la mandria — concluse Ara.

Presero i loro animali e li condussero sulla pista, montarono in sella e vi si sistemarono. Come Nia, sedevano pesantemente, comodi e rilassati. Raccolsero le redini, voltarono i loro animali e si allontanarono. Dapprima cavalcarono vicini, ma dopo un po’ Tzoon si allontanò dalla pista, addentrandosi fra la vegetazione. Lo persi di vista. Qualche istante dopo anche Ara diresse il suo animale fra la vegetazione e, come il fratello, sparì alla vista. Inzara proseguì da solo. La pista faceva una curva. Inzara girò dietro la curva e sparì a sua volta.

Derek emise un sospiro. — Sia ringraziata la Santa Unità o la ruota della fortuna o quale che sia il responsabile. Detesto ammetterlo, ma quei tre mi terrorizzavano.

— Perché? — chiese l’oracolo. — Non erano pazzi. Solo i pazzi si battono quando non c’è niente da vincere, nessun territorio e nessuna donna.

Nia fece il gesto dell’assenso. — Sono uomini grandi e grossi. Quelli come loro impazziscono raramente. Sono consapevoli della propria forza. Hanno il meglio di tutto e sanno di potersi tener stretto ciò che possiedono. Sono i giovani fra le colline che impazziscono per la frustrazione. O i vecchi che hanno perso il proprio territorio.

— Dimenticavo — fece una voce.

Sobbalzai, e lo stesso fecero tutti gli altri. Ci voltammo, tutti e quattro.

Un cornacurve uscì dal boschetto. Il cavaliere era vestito di azzurro. Ara. Il fratello curioso. Tirò le redini del suo animale e ci guardò dall’alto.

— Sì? — disse Derek. — Che cosa c’è?

— Voi due. Quelli senza pelo. Che cosa siete?

— Persone — dissi io. — Veniamo da molto lontano. Nella nostra terra tutte le persone sono più o meno come noi.

— Senza pelo?

— Solo sulla testa. E ce n’è qualche chiazza in altre parti.

— Dove?

— Sotto le braccia e fra le gambe — risposi.

— Aiya! Dovete avere molto freddo in inverno.

— Indossiamo più indumenti di voi — dissi. — In estate ci togliamo quasi tutto, e stiamo probabilmente più comodi di voi.

Nia fece il gesto del dissenso. — In estate non avete nessuna protezione contro gli insetti che pungono o mordono.

Riflettei un momento. — Abbiamo unguenti con odori che non piacciono agli insetti. Ce li spalmiamo addosso e gli insetti se ne stanno lontani.

— Sembra un pasticcio — mi disse Ara. — La pelliccia sarebbe stata migliore. E anche più bella. Qualunque spirito vi abbia fatti, non rifletteva su quello che stava facendo.

— Capita spesso — intervenne l’oracolo. — Gli spiriti sono molto potenti, ma non sempre sono intelligenti.

Ara fece il gesto dell’approvazione. — Su questo hai ragione. Guarda l’Imbroglione. Crede di essere furbo. Corre di qua e di là mettendo trappole e raccontando bugie. E che cosa succede? Quasi sempre cade nelle proprie trappole, e le sue menzogne diventano così complicate che non riesce a tenerne il conto. Non è una cosa intelligente. È stupida. — Fece una pausa. — Come si chiama il vostro popolo.

— Umani — risposi.

Lui ripeté la parola. — Che cosa significa?

— Persone.

Ara aggrottò la fronte. — Ma che genere di persone? Che cosa portate quando viaggiate? Qual è il vostro dono?

Derek disse: — A volte ci definiamo Homo sapiens, che significa Popolo della Saggezza.

— Aiya! È un dono davvero! Ne avete un po’ con voi? Dimmi qualcosa di saggio.

Derek tacque per un momento, poi parve compiaciuto. Aveva escogitato qualcosa. — Se ti dico qualcosa di saggio, tu avrai un dono da me. Ma io non avrò niente da te. Così ti avrò dato qualcosa per niente, il che non è affatto saggio.

— Ah! — esclamò Ara. Si grattò la fronte. — Ti dimostri saggio non dicendomi niente. È questo che stai cercando di dire?

Derek fece il gesto dell’assenso.

Ara fece il gesto che significava "no". — La tua risposta non è saggia. È stupida. Tu pensi nello stesso modo dell’Imbroglione. Lui teme sempre di essere ingannato. Spreca il suo tempo cercando trucchi e menzogne dove non ce ne sono. "Quegli alberi lungo la pista nascondono una trappola" dice. "Una buca profonda o un cappio legato a un alberello. Non sono uno sciocco. Passerò per quel campo." E lascia la strada sicura, percorsa dalle persone, e va a impigliarsi in qualche roveto o a cadere in un pantano. Se questo è il meglio che puoi offrire, non credo che il tuo sia il Popolo della Saggezza.

Guardai Derek. La sua faccia era paonazza. Aprì la bocca, poi la chiuse. Non intendeva litigare con Ara. Potevo capirlo. Ara era molto grosso e non particolarmente garbato. Era Inzara quello che amava andare d’accordo con la gente. Ara non sembrava curarsene.

— Quasi sempre — dissi — prendiamo il nome dal luogo nel quale viviamo. Derek è un Angelino, perché la sua gente vive in un posto chiamato Los Angeles. Io sono Hawaiana. Vengo da un’isola chiamata Hawaii.

Non era l’esatta verità. Venivo dall’isola di Kauai. Ma non conoscevo la parola per definire un gruppo di isole. Mandria? Branco? Mucchio? Composizione? Raduno? Non conoscendo la parola, non potevo dire che venivo dalle Isole Hawaii.

Ara aggrottò di nuovo la fronte. — Avete un sacco di nomi per definirvi. Non sapete decidere che cosa siete?

— No — risposi.

— Ah. Be’, se incontrerò altre persone senza pelo, chiederò loro un nome. Forse troveranno una risposta migliore della vostra. — Voltò il suo animale e si allontanò lungo la pista.

— Mi piaceva la mia risposta — disse Derek. — Immagino che questa gente non apprezzi l’umorismo. — Usò il termine inglese. Esisteva una parola indigena? Non lo sapevo.

Nia prese i cornacurve. Montammo in sella in due su ciascuno, Nia dietro l’oracolo, Derek dietro di me. In quel modo attraversammo il fiume. Nel punto più profondo l’acqua arrivava alla pancia dei nostri animali. Dovetti sollevare i piedi per evitare di bagnarli. Derek non se ne preoccupò. Come sempre, viaggiava a piedi nudi. Diceva che l’acqua gli dava una sensazione piacevole.

Sull’altra sponda Nia e Derek smontarono. Trovammo la pista. Si dirigeva a sud-ovest lungo il fiume. La seguimmo.


Anasu

<p>Anasu</p>

Sua madre era stata una lavoratrice del ferro, una seguace della Signora della Fucina. Ma era morta giovane, una primavera durante la stagione degli accoppiamenti. Succedeva, a volte. Una donna lasciava il villaggio e non vi faceva più ritorno.

Le vecchie dicevano: "L’ha uccisa un balordo. Ah! È ben difficile il destino delle donne!".

In ogni caso, Nia e suo fratello erano rimasti soli. Fu Suhai, una delle sorelle di sua madre, a prenderli con sé. Era un donnone burbero con un pelame così scuro che pareva più nero che bruno.

Insieme a loro, si prese anche le cose di sua madre: la tenda, il carro, i sei castrati di cornacurve e tutti gli utensili di ferro, bronzo e pietra.

— Un giusto compenso — disse loro Suhai. — Mi costerete parecchio negli inverni a venire. Ho anche delle figlie mie a cui pensare.

Suo fratello Anasu, che a quel tempo aveva otto anni, disse: — Sei sempre stata un’arraffona.

Suhai gli rivolse un’occhiata torva. — Vattene fuori. Non voglio averti sotto gli occhi.

Anasu fece il cenno dell’assenso, quindi si alzò. Il lembo della tenda era sollevato e Nia riusciva a vedere chiaramente il fratello. Aveva una figura slanciata e armoniosa. La sua pelliccia era di un bruno rossiccio e splendeva come rame alla luce del sole. In seguito le sembrava di ricordare che quel giorno lui portasse un gonnellino di tessuto blu scuro, alti stivali e una cintura dalla fibbia d’argento.

Anasu se ne andò. Nia guardò Suhai, seduta curva presso il fuoco, che era spento.

— Grazie alla Madre delle Madri, non ho figli maschi. Bene, intendo fare quel che è giusto. Lo crescerò, anche se non mi aspetto che sia piacevole neppure per un momento. Tu, Nia, mi darai meno disturbo, ne sono certa. Le donne della nostra famiglia sono sempre state di carattere tranquillo.

Nia non rispose.

Le cose andarono proprio come aveva previsto Suhai. Crescere Anasu non le procurò mai alcuna gioia, nonostante lui fosse intelligente e abile. Nessun ragazzo della sua età sapeva ricamare meglio. Era abile con l’arco ed era anche di carattere amabile, fuorché nelle vicinanze di Suhai. Loro due non facevano che bisticciare.

Nia si teneva fuori dagli alterchi. Scoprì di essere una persona timorosa. Quasi buona a niente, diceva a se stessa. Non era in grado di aiutare Anasu, sebbene si sentisse più vicina a lui che a chiunque altro; e non era capace di tenere testa a Suhai. Faceva sempre e soltanto quello che voleva sua zia.

Come tutti gli individui del mondo, la sua gente seguiva le mandrie. In primavera si spostavano a nord verso la Terra dell’Estate: una vasta e piatta pianura. C’erano parecchi laghetti e fiumi poco profondi. Nei giorni in cui Suhai le permetteva di andarsene libera, lei e Anasu fabbricavano trappole per i pesci con i rami di un arbusto che cresceva presso le rive dei fiumi. I rami erano sottili e flessibili e si potevano intrecciare fra loro e poi legare con pezzi di corteccia fibrosa.

Mettevano le trappole in un fiume, poi sedevano sulla riva e se ne stavano a chiacchierare finché non capivano, dal dibattersi nell’acqua, di aver preso un pesce.

Quando era assorto nelle sue fantasticherie, Anasu parlava di volare. Le grandi nuvole dell’estate gli sembravano abitabili.

— Non le nubi temporalesche, naturalmente, ma le altre. Non credo che sarebbero adatte per accudire il bestiame. Hanno troppe colline. Ma potrei portare lassù il mio arco. Sappiamo che c’è l’acqua. Può darsi che ci siano anche i pesci.

Lei ascoltava senza parlare molto. Anasu era più vecchio di lei di due anni. Aveva sempre più cose da dire.

In autunno, il villaggio si trasferiva a sud: dapprima la mandria, guidata dagli uomini adulti. Poi venivano i carri, le donne e i bambini, e infine gli uomini molto vecchi. Hisu, il maestro degli archi, era uno di costoro.

La Terra dell’Inverno era una pianura ondulata e costellata di alberi. A sud c’erano le colline sassose e, al di là delle colline, c’era un’enorme massa d’acqua.

— Il nostro sale viene da lì — le spiegò Anasu. — Alcuni degli uomini, quelli veramente audaci, restano qui da soli durante l’estate. Me l’ha raccontato Hisu. Lui lo faceva quando era giovane. Aspettava finché la mandria non se n’era andata, poi attraversava le colline. Sull’altro lato ci sono delle colline più piccole, fatte di sabbia, e poi l’acqua. Si estende fino all’orizzonte, ha detto Hisu, come la pianura nella Terra dell’Estate; e ha un gusto salato. In ogni modo, lui fabbricava delle bacinelle con il legno. Non c’è legno nelle vicinanze, ha detto. Doveva portarlo dalle colline di pietra. Ah! Quanto lavoro! Comunque, riempiva di acqua le bacinelle. Quando l’acqua si prosciugava, nelle bacinelle restava il sale. — La osservò, elettrizzato da quell’informazione e col desiderio che anche lei si emozionasse

Nia fece il gesto che significava che sentiva e capiva.

Anasu fece il gesto che significava "se è così che la pensi". Poi disse: — Credo che raccoglierò sale quando sarò un uomo.

Lei si sentì qualcosa di duro in gola. Non le piaceva mai pensare di crescere.

Passarono gli anni. Quando Nia ebbe dieci anni, Suhai incominciò a insegnarle a lavorare il ferro. Questo la rendeva felice, raccontò ad Anasu.

— Avresti dovuto incominciare un anno fa o forse due anni prima. Suhai è sempre riluttante e indolente.

— Ciò nonostante, sono contenta — replicò Nia. — Suhai è brava in quello che fa.

— Nella fucina, può darsi. Altrove, no.

Anasu si faceva alto. Il suo corpo incominciava a ingrossarsi. Adesso Suhai lo odiava davvero.

— Non mi sono mai piaciuti gli uomini. Perfino quando ero pervasa dalla smania primaverile, pensavo sempre che fossero orribili. Sono stanca di tornare a casa e di trovarti nella mia tenda.

Anasu, che a quel tempo aveva quattordici anni, fece il cenno dell’assenso. Radunò le sue cose, i gonnellini, gli stivali, l’unico mantello lungo per l’inverno, e se ne andò. Su una spalla teneva l’arco dentro la sua custodia, e il coltello gli pendeva dalla cintura.

Nia sia alzò, tremante. — Ora basta, vecchia. Non intendo sopportarti più. Me ne vado anch’io.

— Benissimo. — Suhai si sedette accanto al fuoco. Il pranzo stava cuocendo in un grosso paiolo. Lei tirò fuori un pezzo di carne e se lo mangiò.

Nia incominciò a fare i bagagli.

Uscì dalla tenda, provando un senso di orgoglio. Per la prima volta da quando riusciva a ricordare, aveva fatto qualcosa di importante tutta da sola. E adesso che sarebbe successo? Non lo sapeva. Si fermò e si guardò attorno. Era estate inoltrata. La giornata era torrida e senza un alito di vento. Il fumo saliva diritto dai fuochi per cucinare del villaggio. In lontananza, la gialla pianura baluginava. Non aveva assolutamente idea di che cosa fare.

— Nia?

Era Ti-antai, sua cugina: una donna grassoccia dal pelame bruno scuro.

— Anasu mi ha riferito di aver lasciato mia madre.

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Anch’io.

— Quella donna terribile! Finirà con l’allontanare tutti. Mia nonna me l’ha detto una volta, Suhai avrebbe dovuto nascere uomo. È troppo litigiosa per essere una donna. Vieni a stare con me, almeno per il momento.

Nia fece il gesto dell’assenso.

Restò con Ti-antai durante il viaggio verso sud. Poi, quando arrivarono nella Terra dell’Inverno, andò a vivere con Hua, una vecchia le cui figlie erano tutte morte. La sua tenda era vuota e lei aveva bisogno di aiuto alla sua fucina.

— Uno scambio conveniente. Tu mi aiuterai. Mi terrai compagnia. Io ti insegnerò ì segreti dell’oro e dell’argento. Io li conosco, lo sai. C’era un tempo in cui ero la migliore del villaggio alla fucina. Non sono tanto male neppure di questi tempi. Certo, le mie mani si sono fatte un po’ rigide e i miei occhi non sono più quelli di un tempo. Ma che importa, dopo tutto? A ogni modo, ti insegnerò come inserire l’argento nel ferro. E anche l’oro. Trasferisciti qui quando vuoi.

Anasu barattò il suo miglior ricamo con due pezze di cuoio e con queste si fece una tenda, piccola. Viveva da solo ai margini del villaggio. Quell’inverno Nia lo vide assai di rado.

In primavera, durante il viaggio verso nord, lui cavalcò accanto al carro di Hua e diede una mano con i cornacurve. Uno di questi era un giovane maschio, forte ma recalcitrante a tirare.

A quel tempo Anasu era ormai cresciuto. Era più tranquillo che in passato, seppure sempre di carattere gioviale.

Una mattina, all’incirca a metà del viaggio, Nia si svegliò un po’ più presto del solito. Si alzò e uscì. Erano accampati in prossimità di un fiume. La bruma si ammassava sull’acqua. Il sole incominciava appena a mostrarsi sopra una catena di colline verso oriente. Nia si diresse verso il carro. Il pannello posteriore era fissato con cerniere e catene. Poteva essere abbassato in modo da facilitare le operazioni di carico e scarico, e poteva venire fissato a metà, formando uno spazio piatto. Anasu dormiva lì sopra. Durante la notte aveva gettato via il mantello e ora giaceva sulla schiena, un braccio sul viso per ripararsi gli occhi. Tutt’a un tratto Nia vide chiaramente il fratello. Era grande e robusto. Aveva un aspetto arruffato, rozzo, un po’ insolito. Si stava avvicinando il tempo del cambiamento. Nia provò un dolore terribile.

Lui si destò e si stiracchiò. — Uh! Sono tutto irrigidito!

A lei venne voglia di abbracciarlo, ma decise di no. Avrebbe dovuto spiegare perché lo faceva. Invece se ne andò ad accendere il fuoco e a preparare la colazione.

Quell’estate Nia cercò di trascorrere più tempo con Anasu, ma lui era irrequieto, taciturno. Gli piaceva cacciare e pescare da solo. Quando si trovava al villaggio, lavorava a fabbricare frecce o a finire un grosso ricamo. Questo raffigurava un uomo con grandi corna ricurve: il Signore delle Mandrie. Su entrami i lati c’erano femmine di cornacurve. Sopra di lui il sole e un paio di uccelli.

— Non infastidirlo — le disse Ti-antai. — Si sta preparando per il cambiamento. Se vuoi fare qualcosa per lui, lavora ai suoi doni di addio.

Nia fece il gesto dell’assenso.

L’estate fu piovosa ed eccezionalmente breve. Il sole era ancora molto lontano dal nord quando gli uccelli incominciarono a partire.

— Un brutto inverno — commentò Hua. — Chiederò alla conciapelli che cosa vuole in cambio di un buon mantello di pelliccia. Ora, faremmo meglio a cominciare a preparare i bagagli.

Poco prima che lasciassero la Terra dell’Estate, il cielo si fece terso. Per due giorni il tempo fu caldo e luminoso. Anasu venne alla sua tenda. — Andiamo a catturare pesci.

Fabbricarono le trappole e le sistemarono nel fiume. Poi sedettero sulla riva. Le foglie sugli arbusti incominciavano già a ingiallire. Il sole scottava. Su una roccia, a poca distanza, c’era una lucertola di fiume. Con il capo sollevato, li scrutava guardinga. Sotto il mento aveva una vescica di pelle color arancione. Una o due volte la gonfiò e gracidò.

Anasu raccolse un ramoscello e lo spezzò in piccoli pezzi. — Sto diventando sempre più irritabile. Ci sono giorni, Nia, in cui riesco a stento a sopportare la gente. Penso… il primo che mi viene vicino lo pesto.

Il cambiamento, pensò Nia.

— Ho deciso di dirtelo. Voglio che tu sappia che, se all’improvviso me ne vado o divento violento, è perché non riesco più a mantenere il controllo.

— Tutti noi lo sappiamo.

D’un tratto, con violenza, lui fece il gesto del dissenso. — Tu non puoi sapere. Ho le ossa in fiamme. È come un fuoco in una torbiera che non si esaurisce mai. Non mi sono mai sentito peggio di così, neppure quando è morta nostra madre. — Si alzò. — Non intendo restare qui, Nia. Addio.

Si allontanò. Nia restò seduta per un po’ a guardare il fiume. Un pesce si dibatteva nell’acqua dove avevano collocato una delle loro trappole. Lei fece qualche passo nell’acqua bassa per andare a prenderlo.

Durante il viaggio verso il sud lo vide appena. Una volta o due scorse di sfuggita, attraverso la polvere, un giovane che cavalcava. Era possibile che fosse lui. Una sera Anasu venne nella loro tenda. Aveva la pelliccia irsuta e opaca e le sue vesti erano sporche. Si sedette sul lato opposto a dove si trovavano loro e si servì della cena. La vecchia Hua, che di solito era loquace, non disse nulla.

Alla fine fu Nia a parlare. — Come stai?

Lui le rivolse un’occhiata assente e Nia notò che i suoi occhi non erano di un giallo puro. C’era dell’arancione attorno alle pupille. Non se lo ricordava.

Anasu fece il gesto che significava né bene né male. Poi riprese a mangiare. Non appena ebbe finito, se ne andò.

— Completa i tuoi doni — disse la vecchia Hua.

Lei lo fece. L’ultimo era una fibbia fatta in ferro ricoperto di argento. Raffigurava un cornacurve che lottava con un assassino-delle-montagne.

— Non male — fu il commento di Hua. — Un giorno o l’altro mi renderai orgogliosa.

Nia fece il gesto che significava un cortese o schivo diniego.

— Hai troppo poco amor proprio — osservò Hua.

Il viaggio si concluse. La gente innalzò le proprie tende in prossimità del Fiume Marrone. Più a nord c’era un crinale roccioso dalle basse pendici ricoperte di foreste. A sud, sull’altra sponda del fiume, si estendeva la pianura: ondulata, costellata di alberi, del giallo della tarda estate. Lì fu condotta a pascolare la mandria.

Non c’era traccia di Anasu. Nia si sentì inquieta.

— Verrà — le disse Ti-antai. — Nessun uomo se ne va senza i suoi doni di addio; a meno che, naturalmente, il cambiamento non lo faccia impazzire. Ma questo accade di rado.

— Non sei sempre una consolazione, cugina.

All’inizio il tempo si mantenne asciutto. Poi incominciò a piovere. Ogni giorno cadeva almeno qualche goccia; la maggior parte dei giorni, però, pioveva o piovigginava per ore. L’aria era fredda. Hua si lamentava che le dolevano le ossa. Ciò nonostante, si manteneva operosa.

Un pomeriggio se ne stavano entrambe alla fucina. Nia azionava il mantice per Hua, che stava fabbricando un lungo coltello: un dono di addio per Gersu, il figlio della conciapelli, che era di poco più giovane di Anasu.

Quando il lavoro di martellinatura fu completato e la lama immersa nell’acqua fredda, Nia mise giù il mantice. Si massaggiò il collo.

— Nia. — Era Anasu. C’era una nota esitante nella sua voce.

Nia si guardò attorno. Lui era fermo lì vicino e teneva le redini del cornacurve. Non aveva mai avuto un aspetto peggiore: arruffato, sporco di fango, smarrito.

— Anasu?

— Io… — S’interruppe per un attimo. — Sono venuto per i doni. Sto per andare al di là del fiume.

Lei fece il gesto che significava che capiva, poi quello del rincrescimento.

— Tu resta qui — disse Hua. — Nessuno ti darà noia. Impacchetteremo ogni cosa.

Andarono dentro la tenda. Hua aggiunse legna al fuoco, poi mise una bacinella di latte a scaldare.

Nia tirò fuori le bisacce da sella nuove che aveva fatto la conciapelli, poi il panno che si era procurata da Angai la Cieca, la tessitrice, in cambio di un nuovo paiolo. La maggior parte dei rimanenti oggetti li avevano fatti lei stessa, Hua o Ti-antai. Li sistemò uno a uno: il coltello nuovo, la marmitta, gli aghi di ottone, il punteruolo e il pettine dal manico lungo del genere che gli uomini usavano per pettinarsi il pelo sulla schiena.

Che altro? Faceva fatica a pensare.

— La cintura nuova, sciocchina! — Hua stava impacchettando il cibo: carne essicata, bacche essicate, pane.

Finalmente ebbero finito. Hua versò il latte in una tazza. Portarono ad Anasu le bisacce da sella. Era cominciato a piovere un poco. Lui se ne stava fermo lì dove lo avevano lasciato e aveva un’aria inquieta. Il cornacurve, che avvertiva il suo nervosismo, continuava a muoversi, ruotando il capo, scuotendo le orecchie, dando strattoni alle redini.

Proprio quando raggiunsero Anasu, lui tirò con violenza le redini e gridò: — Sta’ fermo, tu!

Il cornacurve muggì e s’impennò. Anasu lo tirò giù. Strappò le bisacce da sella dalle mani di Nia e un istante dopo era a cavalcioni del cornacurve. Si piegò a dare una pacca sulla spalla dell’animale. Il cornacurve incominciò a correre.

— Anasu! — gridò Nia.

Se n’era andato.

— Gli uomini! — fu il commento di Hua. — Danno sempre spettacolo! Ed eccomi qui con questa tazza di latte. Intendevo darla a lui. Be’, farà altrettanto bene a me. — Ne bevve una sorsata.

Nia emise una specie di mugolio, poi serrò la mano e cominciò a battersi una coscia.

— È giusto. Da’ sfogo al dolore.

Nia continuò a battersi la coscia.

Come aveva predetto Hua, fu un inverno cattivo. Faceva freddo e c’era parecchia neve. Nia si chiedeva come se la stesse cavando Anasu. Pregò il Signore delle Mandrie, chiedendogli di proteggere suo fratello.

All’epoca del solstizio, Gersu impazzì e lo si dovette scacciare dal villaggio. In seguito, sua madre portò i doni al di là del fiume. Li appese ai rami di un grosso albero. Forse lui li avrebbe trovati e li avrebbe presi. Più probabilmente, no.

— I suoi occhi hanno sempre avuto uno sguardo cattivo — fu il commento di Hua.

Nia fece il gesto dell’assenso.

La primavera arrivò presto. La pianura divenne di un azzurro chiaro. Gli arbusti lungo il fiume misero dei fiori gialli. Nia si sentiva quasi felice.

— Vedi — disse Hua. — Superiamo sempre qualunque cosa.

— No. Questo non lo credo.

— Vedrai.

Giunse la stagione degli accoppiamenti. Ti-antai, che aveva appena finito di svezzare il suo ultimo bambino, sentì la smania primaverile e partì. Nia si trasferì nella sua tenda e si prese cura dei bambini.

Dieci giorni più tardi, Ti-antai fece ritorno. Appariva scompigliata e rilassata. — Bene, è finito. — Si stiracchiò e sbadigliò.

— Hai visto Anasu?

— Naturalmente no. Nia, che cosa c’è che non va? Lui deve trovarsi molto a sud con gli altri giovani. Non sono arrivata fin laggiù. — Ti-antai arrotolò una coperta fino a farne un guanciale, poi si coricò. Sbadigliò di nuovo. — Mi sono presa un tipo grande e grosso, a mezza giornata di viaggio da qui. Fa dei bei lavori di intaglio. Mi ha dato un corno per il sale pieno di sale. Mmm! Ho bisogno di dormire!

Nessuna delle donne aveva incontrato Anasu, ma nessuna di loro si era spinta molto a sud. Si erano accoppiate tutte con uomini più vecchi, che avevano il proprio territorio in prossimità del villaggio.

— Non preoccuparti — le disse Hua. — Fra un anno, due o tre qualcuno lo incontrerà e te lo riferirà.

Nia fece il gesto che significava che aveva capito. Mentre faceva il gesto, pensò che c’era qualcosa che non andava. Qualcosa di sbagliato. Perché così spesso la gente si sentiva sola?

Andarono a nord nella Terra dell’Estate. Una volta che si furono sistemati, Nia si guardò attorno in cerca di nuovi amici. Aveva passato troppo tempo con Anasu e aveva fatto troppo affidamento su di lui.

Scelse come amica la più giovane Angai. Angai era la figlia della sciamana, una ragazza esile, sveglia, spesso sarcastica. Ma sapeva parecchie cose interessanti: i diversi modi di impiegare le piante, il significato dei voli degli uccelli. Al pari di Nia, era sola.

— Ho molte capacità — spiegò a Nia. — Ma non quella di fare amicizia. È terribile!

Nia la osservò. Stava facendo dell’ironia? Sì. Un angolo della sua bocca era piegato all’ingiù, segno che non pensava davvero ciò che aveva detto.

Durante i festeggiamenti della mezza estate, si ubriacarono insieme e si addormentarono fra le braccia l’una dell’altra.

Sul finire dell’estate, Nia fece una collana per Angai. Ogni maglia era un uccello fatto in argento.

— È meravigliosa! — esclamò Angai. Abbracciò Nia, poi si mise la collana. — Tutte le donne del villaggio mi invidieranno!

— Pensi troppo all’opinione degli altri. Angai parve irritata, poi disse: — Può darsi.

Dopo di che Angai si comportò freddamente per un giorno o due. Poi arrivò alla fucina di Hua e portò un dono. Era un unguento che toglieva il dolore di qualunque scottatura.

— È una ricetta di mia madre. L’ho fatto io questa volta. Mia madre dice che è buono.

Nia prese il vasetto. — Grazie.

— Adesso possiamo smettere di litigare?

Nia rise. — Sì.

L’autunno fu asciutto e il viaggio verso sud agevole, quasi piacevole. Nia e Angai erano sempre insieme. Qualche volta Angai viaggiava sul carro di Hua. A volte Nia cavalcava accanto al carro della sciamana. Naturalmente, non vi salì mai. Era pieno di oggetti magici.

Un giorno si allontanarono dalla carovana. Lasciarono correre i loro cornacurve e, quando gli animali incominciarono a essere stanchi, si fermarono. Il territorio era piatto e deserto. Non videro nulla all’infuori della gialla pianura e del cielo verdeazzurro. Da qualche parte lì vicino un uccello terrestre cantava: un fischio, uno schiocco, un fischio.

— Mmm! — esclamò Nia, massaggiando il collo del cornacurve.

— Ci sono momenti — disse Angai — in cui mi stanco della gente. Penso che vorrei essere un uomo e vivere per mio conto.

— Tu hai molte idee strane.

Angai fece il gesto dell’assenso. — Mi viene dal vivere con mia madre. Passiamo la notte qui fuori, lontano da tutti.

— Perché?

Angai fece il gesto che esprimeva incertezza.

— Questa non è una vera ragione — disse Nia. — E io non desidero fare le cose che fanno gli uomini.

Nel tardo pomeriggio fecero ritorno alla carovana. Era ancora in movimento. I carri e gli animali sollevavano nubi di polvere. Mentre si avvicinavano, Nia udì il suono delle voci: donne e bambini che sbraitavano. Per un attimo il baccano la irritò. Voleva tornare indietro, verso il silenzio della pianura.

Non lo fece. Invece proseguì, cercando il carro di Hua.

Quando arrivarono nella Terra dell’Inverno, Ti-antai si ammalò. Cominciò a perdere sangue e abortì. La sciamana tenne una cerimonia di purificazione e un’altra per allontanare altri eventi sfortunati. Dopo di che Ti-antai cominciò a stare meglio, ma molto lentamente. Stette male fino a inverno inoltrato.

Non successe nient’altro di importante, a parte il fatto che Nia scoprì di poter andare d’accordo con Suhai. Cominciarono a scambiarsi visite; non spesso, ma una volta ogni tanto. Suhai stava diventando vecchia. C’erano peli grigi nella sua pelliccia. Le sue ampie spalle si erano afflosciate. Si lamentava del freddo dell’inverno e dell’ingratitudine delle proprie figlie.

— Non vengono mai a farmi visita. Dopo tutti gli anni di cure, mi lasciano sola. Tutto questo è corretto? È normale e giusto?

Nia non disse nulla.

— Ebbene? — domandò Suhai.

— Non intendo criticare il loro comportamento. Il proverbio dice di non parlare male di parenti o di qualsiasi altro con cui viaggi. Il proverbio dice anche di non interferire nei bisticci degli altri.

— Uh! Ho tirato su una donna saggia, vero?

Nia non rispose.

Suhai si alzò, muovendosi in modo rigido. — Non ho intenzione di stare ad ascoltare una bambina che sputa saggezza come il pesce dell’antica leggenda che sputa pezzi d’oro. È innaturale. Addio.

— Addio, matrigna. Ti verrò a trovare fra un giorno o due.

Arrivò la primavera. Era di nuovo precoce. Nia incominciò a sentirsi nervosa. Di notte era disturbata da sogni. Spesso, nei sogni, vedeva il fratello o altri giovani, perfino il folle Gersu.

Quando si alzava, di solito era stanca e trovava difficile concentrarsi su qualsiasi cosa. Incominciò a fare errori alla fucina.

— Non riesci a fare niente nel modo giusto? — le domandò Hua.

Nia la fissò, sbigottita.

— Be’, è comunque una risposta, ma non è una buona risposta — osservò Hua.

Da ultimo raccolse la lama di un coltello che era ancora rovente e si bruciò seriamente la mano. Hua si prese cura della bruciatura, poi disse: — Adesso basta. Vattene. Non tornare finché non sarai in grado di lavorare.

Angai le diede una pozione che le calmò il dolore. Dormì parecchio. I suoi sogni erano frammentari, oscuri, e la turbavano. Le pareva che in essi ci fosse sempre Anasu.

Finalmente la mano smise di farle male. Ma ora le sembrava che tutto il suo corpo fosse pieno di strane sensazioni: pizzicori e formicolii. Spesso provava un gran calore, sebbene si fosse ancora all’inizio della primavera. Il tempo non era particolarmente caldo.

Andò a trovare Ti-antai.

— La smania primaverile — sentenziò la cugina. — La scorgo sul tuo viso. Bene, sei abbastanza grande. Adesso prepara i tuoi bagagli. Cibo e un dono per l’uomo. Qualcosa di utile. Della stoffa o un coltello. Sarai pronta a partire fra un giorno o due.

Lei preparò i bagagli. Quella notte non dormì affatto. Il suo corpo era in fermento e scottava. Al mattino uscì. La carezza del vento la fece rabbrividire. È ora di andare, pensò. Prese il suo cornacurve preferito e lo sellò, poi andò a prendere le sue bisacce da sella.

— Sii prudente — le disse Hua.

Per un attimo non si rese conto di chi fosse l’anziana donna; poi se ne ricordò. — Sì. — Uscì, montò in sella e partì al galoppo.

Passò a guado il fiume. L’acqua era poco profonda e c’era un po’ di foschia. Sul lato opposto c’era un albero e dai suoi rami penzolavano un paio di stracci. C’era un coltello conficcato nel legno, la lama e l’impugnatura arrugginiti. Nia osservò di sfuggita tutto ciò, poi se ne scordò e procedette sulla pianura.

A metà pomeriggio arrivò ai margini di una mandria. Il primo animale che vide era un grosso maschio. Un corno era spezzato e il pelo lungo e arruffato che gli copriva il collo e il busto era di un bruno argenteo. L’animale mugghiò, poi abbassò il capo come se stesse per caricare. Quindi sollevò il capo e lo scosse. Un istante dopo si allontanava al trotto.

Bene, pensò Nia. Non era dell’umore giusto per un confronto.

Proseguì. Ben presto si imbatté in altri animali: bestie di un anno o due. Erano troppo grandi per le cure materne e troppo giovani per tenere testa ai grossi maschi, i guardiani della mandria. In quel periodo dell’anno si tenevano ai margini della mandria, ben lontani dalle femmine e dai loro nuovi piccoli. Non gradivano di dover stare lì ai margini e spesso gli animali di un anno cercavano di entrare per trovare la madre, ma i grossi maschi li allontanavano.

Nia si fermò all’imbrunire. Trovò un albero e vi legò il suo cornacurve. Poi accese un fuoco. La notte era fredda e si era dimenticata il mantello. Restò alzata e mantenne vivo il fuoco.

La mattina seguente, al levar del sole, comparve un uomo. Dall’aspetto doveva avere trenta o trentacinque anni, era pesante e con le spalle ampie. La sua pelliccia era color bruno scuro. Indossava una tunica gialla, alti stivali, una collana d’argento e bronzo.

Tenne a freno il suo cornacurve e la osservò per un momento. Il suo sguardo era fermo e calcolatore. Poi smontò. Nia indietreggiò; all’improvviso si sentiva a disagio.

— Dall’aspetto mi eri sembrata abbastanza giovane — fece lui. — Mi causerà un sacco di problemi?

— Non lo so.

La sua pelliccia era folta e lucente. Aveva un’interessante cicatrice: una striscia bianca che gli scendeva lungo il braccio destro dalla spalla fino all’interno del gomito.

— Chi sei? — s’informò Nia.

Lui sembrò irritato. — Inani. Ti dispiace se non parliamo? Parlare mi rende nervoso.

Lei fece il gesto dell’assenso. Lui le si avvicinò, poi tese le braccia e la toccò. Nia rabbrividì. Dolcemente, lui la cinse con un braccio. Ciò che accadde in seguito non le fu del tutto chiaro.

Quando ebbero finito, Nia si alzò e riaccese il fuoco. Scaldò del latte. Inani sonnecchiava con la schiena appoggiata all’albero. Ogni tanto si destava di soprassalto. Si guardava attorno, poi si rilassava e si appisolava di nuovo. Alla fine si svegliò del tutto. Nia gli offrì una tazza. Sedettero uno di fronte all’altra attorno al fuoco e bevvero.

Inani disse: — Chi sei?

— Nia. La figliastra di Suhai. Hai incontrato mio fratello Anasu?

— No. Conosco gli uomini che hanno il proprio territorio accanto al mio. Mi tengo lontano da loro il più possibile, ma durante le migrazioni tutto si confonde. Gli individui stanno troppo vicini. A volte penso che sarebbe meglio andarsene via del tutto.

— Chi è tua madre?

— La fabbricante di tende. Enwa. È viva?

— Sì.

— Bene. — Inani si alzò. — Ti va di restare qui? — Montò in sella al suo cornacurve. — Causi meno problemi di quanto mi aspettassi. Tornerò questa sera.

Si allontanò al galoppo. Nia dormì per buona parte della giornata. Alla sera, Inani tornò. Si accoppiarono di nuovo. Lui si accampò a breve distanza. Nia osservò per un po’ il suo fuoco di bivacco, poi si addormentò.

Il giorno seguente Inani se ne andò di nuovo e tornò nel tardo pomeriggio. Si accoppiarono. Lui fece ritorno al proprio bivacco. La notte era nuvolosa e c’erano raffiche di vento gelido. Nia se ne stava raggomitolata accanto al fuoco e tremava. Dopo un po’ alzò lo sguardo e vide Inani. Era in piedi sul limitare della luce del fuoco, appena visibile.

— Sì? Che cosa c’è?

L’uomo fece qualche passo avanti e le tese qualcosa. Un mantello. Svolazzava al vento.

Nia si alzò. — Grazie.

Prese il mantello. Inani rimase dov’era. Per un istante Nia pensò che stesse per parlare. Ma lui non lo fece. Fece invece il gesto che significava "oh, bene". Si voltò e si allontanò nelle tenebre.

Che strano! Lei si avvolse nel mantello, poi si coricò.

La mattina seguente l’uomo se ne andò di nuovo. Nia restò presso l’albero. Cominciava a sentirsi irrequieta, ma non osava andare a cavalcare. Non sapeva dove terminasse il territorio di Inani. Se avesse sconfinato nel territorio di un altro uomo, costui l’avrebbe rivendicata. Inani avrebbe potuto seguirla. Poi ci sarebbe stato un diverbio. Aveva sentito parlare di cose del genere. Di solito i due uomini si minacciavano a vicenda finché uno di loro rinunciava e se ne andava. Qualche volta, però, si battevano. La vecchia Hua aveva visto morire un uomo, con una lama di coltello nel petto. Che cosa terribile! Ma anche interessante. Che effetto avrebbe fatto stare a guardare un combattimento che era veramente serio?

Inani tornò quella sera. Si accoppiarono. Questa volta, lui si trattenne alla fine. Si sedette all’altra estremità del fuoco e si mise a fare domande. Come stava Enwa? E le sue sorelle? Il vecchio Niri era ancora vivo?

— No.

Inani si grattò la testa. — Be’, era vecchio. Mi ha insegnato lui a intagliare. Posso restare qui stanotte?

Nia fece il gesto dell’assenso.

Si destò al sorgere del sole. L’aria era fredda e senza vento. Inani se n’era andato. Nia si alzò, stiracchiandosi e gemendo. Il fuoco era spento. Accanto alle ceneri c’erano due oggetti.

— Che cosa? — esclamò ad alta voce. Si avvicinò e li esaminò: un sacchetto pieno di sale e una scatola. Lei la rigirò, ammirandone la lavorazione. Era un abile artigiano, Inani.

Dopo un istante o due si rese conto del significato degli oggetti. Erano i doni dell’accoppiamento. Queste cose venivano date quando era terminato il periodo dell’accoppiamento. Inani l’aveva finita con lei.

Così presto? Nia si sentiva imbarazzata e insultata. Aveva forse fatto qualcosa di sbagliato? O Inani aveva trovato un’altra donna nel proprio territorio? Qualcuna che trovava più attraente.

Nia sospirò, poi mise nelle bisacce la scatola e il sacchetto di sale e dispose i suoi doni per Inani: un coltello, una cintura, una pezza di panno azzurro. Lui sarebbe tornato e li avrebbe trovati. Sellò il suo cornacurve. Si sentiva stanca e un po’ delusa, ma la smania era sparita. Questo era un bene. Montò in sella e si diresse verso casa.

Quando tutte le donne ebbero fatto ritorno al villaggio, Nia s’informò se qualcuna avesse visto Anasu. Ma nessuna l’aveva incontrato.

— Non preoccuparti — disse Hua. — Ricomparirà. Non è uno degli sfortunati.

Nia fece il gesto che indicava che aveva capito.


Il viaggio verso nord fu difficoltoso. C’era pioggia. La mandria, che procedeva davanti al villaggio, sommuoveva il terreno bagnato, trasformandolo in fango. I carri s’impantanarono infinite volte. L’umore si fece irascibile. Parecchi fra i vecchi sellarono i loro cornacurve e se ne andarono.

Hisu, il fabbricante di archi, era troppo vecchio per andare. Se ne stava seduto sul suo carro e malediceva il destino.

Nia, che gli cavalcava accanto, lo sentì borbottare: — Era meglio se morivo anni fa. — Parlava a voce alta senza rivolgersi a nessuno che lei potesse vedere. — Nel fiore degli anni, da solo. Il modo che si conviene. Ora… o Signore delle Mandrie, che fine! Vivere circondato da donne!

Aveva davvero un’aria miserevole. Se ne stava raggomitolato nel mantello, il volto riparato da un ampio cappello da pioggia di cuoio. Nia notò che il suo pelame era completamente grigio.

Gli fece un cenno con la mano. Lui imprecò. Lei proseguì.

Finalmente arrivarono nella Terra dell’Estate. La maggior parte dei vecchi tornò e si sistemò come al solito ai margini dell’accampamento. Ma due non fecero più ritorno.

— Due stupidi! — osservò Hua. — Perché se ne sono andati? Erano vecchi. Si sarebbero potuti comportare in modo ragionevole. L’hanno fatto? No. Sono corsi via come ragazzi forsennati. E adesso qualcosa li ha uccisi.

Nia non disse nulla.

La pioggia cessò. L’estate era fresca e asciutta. Ben presto ebbe la certezza di non essere gravida.

— Non preoccuparti — la rassicurò Ti-antai. — Capita spesso. Avrai un figlio il prossimo anno o l’anno successivo.

Nia fece il gesto con cui mostrava che capiva. Non si era preoccupata. Era felice così com’era. Durante il giorno lavorava alla fucina. Nel tardo pomeriggio lei e Angai andavano a cavalcare o se ne stavano sedute presso il fiume a chiacchierare. Era per lo più Angai a parlare. Aveva molto spirito di osservazione e trovava sempre qualcosa di mordace da dire sulle persone del villaggio. A causa del tempo asciutto, c’erano solo pochi insetti nell’aria. Era piacevole starsene sedute ad ascoltare mentre il cielo cambiava colore.

La sua amica era senza dubbio intelligente, pensò Nia. Quasi intelligente quanto Anasu.

Quell’estate ci fu uno scandalo al villaggio. Riguardava la lavoratrice del bronzo, Nuha, e suo figlio.

Lui aveva sedici anni e tutti potevano vedere che era passato attraverso il cambiamento. La sua pellicia era irsuta, il corpo grande e grosso. Si comportava in modo irrequieto, ma non abbandonava il villaggio. Al contrario, restava dentro la tenda di sua madre o lavorava con lei alla fucina.

Le vecchie torcevano la bocca e brontolavano. Hua disse: — È quello che capita quando una donna non ha figlie. Non riesce a lasciar andare i figli maschi. Guarda in che modo lo tratta! Non lo manda a imparare a usare l’arco o qualche altra cosa che gli tornerà utile. Lascia che lui azioni il mantice e coli perfino il bronzo. Aiya! È spaventoso.

Nia non disse nulla. Le era sempre piaciuto Enshi. Da bambino era stato affabile e loquace, sempre pronto a raccontare storielle e a fare scherzi. Perfino adesso era sempre cortese e non perdeva mai le staffe, una cosa assai insolita in un ragazzo, o in un uomo, della sua età.

Era però mediocre come tiratore d’arco. Glielo aveva detto Anasu.

"E cavalca anche male", aveva osservato suo fratello. "Non sopravviverà da solo sulla pianura."

Arrivò l’autunno. Il villaggio si preparò a muoversi. Una mattina Enshi se ne andò.

— Finalmente! — fu il commento di Hua. — Adesso potrò parlare di nuovo con sua madre.

Restò assente per cinque giorni, poi ritornò. Aveva l’aspetto stanco e sporco. Le donne del villaggio gli rivolsero occhiate ostili, ma Enshi le ignorò. Condusse la sua cavalcatura fino alla tenda della madre e smontò.

Nuha, che era piccola e grassa, si precipitò fuori e abbracciò il figlio.

— Disgustoso — dichiarò Suhai. — Che la Madre delle Madri possa insegnare la vergogna a quella donna.

— Stai maledicendo la donna? — domandò Nia. — In tal caso, farò il gesto dello scongiuro. Chi può dire quale spirito ascolterà una maledizione? O che cosa ne farà?

— Hai intenzione di diventare una sciamana, figliastra?

— No.

Suhai la fissò torva, poi fece il gesto dello scongiuro.

— Bene — disse Nia.

La mattina seguente, di buon’ora, le donne anziane si recarono dalla sciamana. Rimasero sull’entrata della sua tenda e si lamentarono. Nia udì le loro voci stridule e uscì. La giornata era luminosa. L’aria odorava di fumo di legna, di cuoio e dell’arida pianura estiva.

Nia osservò la sciamana che attraversava il villaggio. Indossava una tunica ricoperta di ricami rossi e una grossa collana fatta di bronzo. Mmm! Che donna imponente!

Le vecchiacce la seguivano zoppicando. Nia restò a guardare.

Si fermarono tutte davanti alla tenda di Nuha.

— Enshi! — gridò la sciamana.

Un minuto dopo, Enshi uscì. Nia non riusciva a vedere la sua espressione.

— Non hai la coscienza di ciò che è giusto? — domandò ad alta voce la sciamana.

Enshi abbassò gli occhi, poi li rialzò. Borbottò qualcosa che Nia non riuscì a sentire.

— È ora che tu te ne vada — disse la sciamana.

Enshi fece il gesto dell’assenso. Ora aveva le spalle curve e un’aria scoraggiata.

— Vattene oggi. E non tornare. Sei diventato una fonte di imbarazzo.

Enshi fece una seconda volta il gesto dell’assenso. Poi si voltò e rientrò nella tenda della madre.

La sciamana se ne andò, ma le vecchie si sedettero lì in attesa.

Nia andò alla fucina e lavorò da sola. Nel pomeriggio inoltrato arrivò Hua.

— Se ne è andato — dichiarò. — Gli abbiamo detto che se mai decidesse di tornare, lo malediremmo.

— Davvero? — osservò Nia. Si drizzò e si massaggiò il collo. — Come sono indolenzita oggi!

Il villaggio si spostò a sud. Il tempo si manteneva asciutto. La mandria sollevava una nube di polvere che saliva verso il cielo per gran parte del cammino. Un giorno dopo l’altro, vedevano davanti a loro la nube. Era di un colore marrone scuro. Nia pensava: Anasu è laggiù, che cavalca fra la polvere. E anche Enshi, il povero buffone.

Arrivarono nella Terra dell’Inverno. Di solito si accampavano a nord della mandria, ma quell’anno si diressero a sud e a est fino al Grande Lago dei Giunchi. Ora si trovavano ai margini orientali del loro pascolo. Sull’altra sponda del lago c’era la terra del Popolo dell’Ambra. Piantarono le loro tende e la sciamana si recò a far visita al Popolo dell’Ambra. Angai andò con lei, a anche altre nove donne. Conducevano tutte animali da soma carichi di doni.

Rimasero assenti per trenta giorni. Il tempo si manteneva asciutto, sebbene Hua continuasse a dire che stava arrivando la pioggia. Se la sentiva nelle ossa.

Quando tornarono, portarono con loro i doni del Popolo dell’Ambra: ambra, naturalmente, conchiglie colorate e rame.

— Uh! Che esperienza — dichiarò Angai. — Abbiamo dovuto girare attorno al lago. Sull’altra riva ci sono acquitrini e, al di là degli acquitrini, un fiume. È ampio e profondo. L’abbiamo dovuto attraversare ed è stato pericoloso. Ci vivono degli animali. Sono simili alle lucertole di fiume, ma più grandi. Molto più grandi. Mangiano qualunque cosa, dice mia madre.

— Uh! — esclamò Nia. — Raccontami di più.

— Abbiamo fabbricato delle zattere. È così che abbiamo attraversato il fiume. Non ho visto nessuno di quegli animali. Sono chiamati tuffatori o assassini-dell’acqua-profonda.

— Aiya! - fece Nia.

— Sull’altra sponda del fiume c’è la terra del Popolo dell’Ambra. — Angai fece una pausa e aggrottò la fronte. — Sono alte quanto noi, ma più corpulente; e parecchie di loro sono grasse. Hanno la pelliccia scura. La loro sciamana è enorme. Porta un cappello fatto di penne. Riuscivo a stento a capirle. Parlano in un modo così strano. Però sono molto ospitali. E bevono una specie di birra che non ho mai assaggiato prima. Nia, ho sentito una storia laggiù da non credere. Ma loro giurano che è vera.

Angai s’interruppe per bere un po’ di latte. Nia restò in attesa.

— Sostengono che più a oriente di dove stanno loro c’è un popolo che rimane in un unico posto. Non si sposta mai.

Nia fece il gesto dello stupore.

— Vivono in case fatte di legno. Le case non possono essere ripiegate o smontate. Sono solide come scatole.

"A quanto sostiene il Popolo dell’Ambra, vivono nei pressi di una foresta e i loro uomini vivono nella foresta. Non conducono in branco gli animali come dovrebbero fare gli uomini. Invece cacciano e pescano pesci. Le donne non hanno una grande opinione di loro. Dicono che tutti gli uomini sono selvaggi e cattivi."

— È il Popolo dell’Ambra che lo dice?

— No! No! È il popolo che non si sposta mai. In realtà, secondo il Popolo dell’Ambra, alcune fra le donne rifiutano di accoppiarsi con gli uomini.

Nia si grattò il capo. — Com’è possibile?

— Quando arriva la smania primaverile, si allontanano a coppie, due donne insieme. Si accoppiano fra di loro.

Per un attimo Nia restò seduta in silenzio a fissare il fuoco. — Come fanno a generare figli?

— Nel solito modo. Il Popolo dell’Ambra sostiene che pochissime fra le donne si accoppiano soltanto con altre donne. La maggior parte di loro vuole avere figli, così si accoppiano con gli uomini finché non hanno tutti i figli che vogliono.

Nia si grattò di nuovo la testa. — È una storia molto strana.

— Sì. Mi piacerebbe andare a visitare quel popolo.

— Sono delle pervertite! — saltò su Hua. — E le donne del Popolo dell’Ambra sono una massa di bugiarde. Non esiste un popolo simile. Case di legno! Che idea balorda!

Angai aveva l’aria infuriata.

— Non voglio parlare più di questo — disse Nia. — Questa storia mi mette a disagio.

L’inverno fu freddo. Di notte, nel cielo a settentrione, brillavano luci. Erano verdi, bianche e gialle.

— Il fuoco dell’inverno — spiegò Hua. — Lassù a nord riempie il cielo. Noi non lo vediamo spesso quaggiù.

— Porta sventura — sentenziò Ti-antai.

Cadde la neve. Al villaggio ci fu un’epidemia di tosse e molte persone morirono. Erano per lo più donne anziane e bambini molto piccoli.

Suhai si prese la malattia. Per qualche tempo, nel periodo buio dopo il solstizio, tutti pensarono che sarebbe morta. Ma alla fine si ristabilì, seppure lentamente. Per tutto il resto dell’inverno rimase nella sua tenda, accudita da Nia e da Ti-antai. Era duro per Nia andare a trovarla e vederla rannicchiata lì accanto al fuoco. La sua pelliccia era più grigia che bruna e aveva un aspetto ossuto e infelice.

Nia si domandava perché mai le si contraesse la gola alla vista della vecchia. La matrigna non le piaceva neppure.

Finalmente giunse la primavera, una primavera fredda e piovosa. Le mani di Hua divennero così rigide che non era in grado di lavorare alla fucina. — Questo posto è pervaso dalla malasorte — si lamentò.

— Credo che tu abbia ragione — convenne Nia.

Gli alberi misero foglie di un colore azzurro chiaro e fra le canne rinsecchite nel lago sbocciavano fiori. Erano gialli e arancione. Altri fiori, bianchi e minuscoli, comparvero ai margini della pianura. Nia incominciò a sentirsi irrequieta. La smania primaverile, pensò. Iniziò così a radunare provviste.

— Perché io non provo la smania? — domandò Angai.

— Tu sei più giovane di me. — Nia si chinò e osservò gli oggetti che aveva preparato durante l’inverno: lunghi coltelli e aghi, fermagli, lime e punteruoli. Qual era il dono adatto?

— Sono più giovane solo di mezzo anno — disse Angai. — Non è molto.

— Perché lo chiedi a me? Che cosa ne so? Domandalo a tua madre.

Angai se ne andò. Nia comprese che era in collera. Peccato. Allungò la mano e raccolse un coltello. Aveva una buona lama, fatta di ferro che era stato piegato e ripiegato. Questo sarebbe andato bene, pensò. E anche aghi e un fermaglio, e magari del cuoio della conciapelli.

Si alzò in piedi. E ora, del cibo per il viaggio.

Quella notte sognò di Anasu e di cavalcare per la pianura. Si svegliò, sentendosi più smaniosa di prima. Sollevò il lembo della tenda e lo fissò, lasciando entrare la luce del sole. L’aria era tranquilla e mite e odorava della vegetazione nuova. Pensò: partirò oggi, prima che la smania diventi ancora più forte. Cavalcherò finché non dimenticherò questo inverno terribile. Si voltò a guardare Hua.

— Lo so — disse la vecchia. — Qualche volta vorrei provare ancora la smania. Allora penso: devo essere davvero pazza per desiderare una cosa del genere. In ogni caso, va’.

Nia riempì le bisacce da sella e andò in cerca del suo cornacurve preferito. A mezzogiorno era già in viaggio. Il cornacurve era irrequieto e voleva correre e Nia glielo permise. Dopo un po’, l’animale rallentò, poi si fermò. Nia si guardò attorno. Era sola. Da ogni parte, la pianura si estendeva ondulata fino all’orizzonte. Trasse un respiro profondo, poi espirò. Il cornacurve agitò le orecchie.

Dove voleva andare? Non a ovest, decise. Là c’erano la mandria e gli uomini maturi. No. Sarebbe andata a sud, verso le colline dove stavano i giovani. Lanciò uno sguardo al sole e poi alla propria ombra, quindi diresse il cornacurve verso sud.

Viaggiò per tre giorni. Il tempo si mantenne sereno. Non incontrò neppure una persona, nulla all’infuori degli uccelli e dei piccoli animali che vivevano sulla pianura. Pian piano la smania andava facendosi più forte. Era una sensazione quasi piacevole. Cominciò a chiedersi che genere di uomo avrebbe incontrato quell’anno.

Il quarto giorno il cielo si annuvolò e si levò il vento. A mezzogiorno Nia arrivò alle colline meridionali. Erano basse, con parecchi affioramenti di roccia. C’erano alberi sulle colline. Una specie era in fiore. Qui e là, sui pendii azzurrognoli, c’erano chiazze di giallo. Nia trovò impronte di animali che costeggiavano un corso d’acqua. Conducevano a est, fra le colline. Seguì quella pista, sentendosi un po’ inquieta. Non era abituata ai luoghi dove il cielo era limitato.

— Oh Madre delle Madri, abbi cura di me — bisbigliò.

Più in alto, i rami si muovevano. Le foglie stormivano, un rumore forte, diverso dal sommesso fruscio della vegetazione che si muoveva sulla pianura.

Nia pregò la Signora della Fucina. — Riportami a casa sana e salva, o santa.

Nel tardo pomeriggio incontrò un uomo. Era in cima a una collinetta, seduto su una roccia. Non c’erano alberi nelle vicinanze, solo arbusti dalle piccole foglie verdeazzurre. Il suo cornacurve stava brucando un arbusto.

Nia trattenne l’animale. Il suo cuore cominciò a battere all’impazzata.

— Mi sembrava di aver visto una donna. Che sorpresa! Nia, sei tu?

Lei lo guardò. Era bruno scuro e i suoi occhi erano grigi. Un colore molto insolito. — Enshi? — Notò che la sua tunica era sbrindellata. Appariva magro.

— Come sta mia madre? E tu che ci fai qui? Le donne non si spingono mai così a sud.

Lei aprì la bocca per rispondere. Enshi si alzò, poi saltò giù dalla roccia. — Parliamo più tardi. C’è un odore che emana da te, Nia. Non so dirti l’effetto che mi fa. — Tese una mano. — Andiamo.

La sua pelliccia scura scintillava al sole. Tutt’a un tratto Nia si rese conto di quanto fosse bello. Smontò e legò il suo cornacurve, poi prese il mantello.

Andarono fra i cespugli e si accoppiarono lì. Il terreno era sassoso. Le foglie avevano un fresco profumo primaverile. Quanto a Enshi, era un po’ impacciato, ma perfettamente all’altezza.

Quando ebbero finito, lui si rigirò sulla schiena. — È tutto qui, allora? Mi aspettavo di più. Tuttavia… — La guardò, gli occhi grigi semichiusi. Allungò una mano e la toccò con dolcezza. — Che pelliccia morbida! — Fece un sommesso suono di gola, una specie di ruh, poi chiuse del tutto gli occhi e si addormentò.

Nia tirò su il mantello in modo da coprirli entrambi. Osservò i cornacurve, poi il cielo. Il sole era sparito ma le nuvole avevano ancora una radiosità bianca e di un oro tenue. Si sentiva assonnata e felice.

Enshi il Buffone! Non aveva mai neppure immaginato di accoppiarsi con lui. Anzitutto, pensava che lui fosse morto. Chi avrebbe creduto che sarebbe riuscito a sopravvivere al terribile inverno?

Enshi si svegliò al crepuscolo. Le lanciò un’occhiata. — Non è stato un sogno. Se gli spiriti sono responsabili di questo, li ringrazio. — L’afferrò e si accoppiarono di nuovo. Dopo di che scesero nella valle più vicina e si accamparono. La notte era fredda e ventosa. Brandelli di nuvole riempivano il cielo. Il fuoco tremolava. Enshi incominciò a parlare.

— Che cosa ci fai tanto a sud? Come mai non non ti ha presa uno degli uomini grandi prima che tu arrivassi da Enshi?

Lei rifletté per un momento. — Volevo venire quaggiù. Volevo trovare mio fratello Anasu. — S’interruppe, provando un certo stupore. Era quella la verità? Era venuta in cerca di Anasu?

— Davvero? — Enshi la fissava. — Perché?

Nia si grattò la testa. — Non lo so. Sai dove sia?

Enshi fece il gesto dell’affermazione. — Prendo da lui il mio sale. Ero solito farlo, in ogni modo. L’inverno è stato duro e non credo che mi sia rimasto qualcosa da dargli in cambio.

Nia aprì la bocca.

Enshi la guardò. I suoi occhi erano socchiusi. Aveva un’aria pensierosa, quasi astuta. — Tu vuoi che ti dica dove si trova. Non lo farò. Se sei venuta fin qui per vedere lui, allora è probabile che tu prosegua e mi lasci qui da solo, con la sensazione di essere uno stupido. Non ho intenzione di lasciarti andare, Nia. Non prima che sia finito il tempo dell’accoppiamento.

— Non si può dire che tu non sia loquace — osservò Nia.

Enshi fece il gesto dell’assenso. — Ricordati, non ho avuto nessuno con cui parlare per tutto l’inverno.

— Mi dirai dove si trova Anasu quando sarà finito il tempo dell’accoppiamento?

— Sì.

Nia fece il gesto che significava "così sia".

— Allora — cominciò Enshi — parlami di mia madre. Sta bene? Si affligge ancora per me?

Nia tracorse otto giorni insieme a Enshi. Il tempo si mantenne freddo e ventoso. Ogni tanto cadeva la pioggia, ma non era violenta. Gli alberi sopra il loro accampamento li riparavano; inoltre, mantenevano acceso un bel fuoco. Si accoppiarono spesso.

Ogni mattina Enshi andava a caccia. Al pomeriggio tornava con foglie, radici e i teneri germogli delle piante primaverili. Due volte riportò della selvaggina: un uccello terrestre, smagrito dall’inverno, e un costruttore-di-monticelli. Quest’ultimo era piccolo, ma grasso. O almeno non era magro.

— Se l’è cavata meglio di me quest’inverno — osservò Enshi.

Nia scuoiò l’animale, lo sviscerò e lo infilzò sullo spiedo. Poi si sedettero fianco a fianco a osservarlo mentre cuoceva.

— Mmm! Che profumo! Ero solito sognare il profumo della carne che cuoceva. Mi svegliavo e non trovavo nient’altro che neve. Che delusione! C’erano periodi in cui il tempo era brutto e non potevo viaggiare. Incominciavo a guardare il mio cornacurve e a pensare a lui come a un arrosto. Ma poi pensavo: no, Enshi. Morirai senza un animale da cavalcare. Poi pregavo gli spiriti; e il tempo cambiava. Andavo giù fino ai margini della mandria in cerca di un cornacurve che fosse troppo vecchio per scappare e lo uccidevo. La carne era sempre fibrosa, senza nemmeno un po’ di grasso. Bene, quei giorni sono finiti. Perché pensarci?

Nia rigirò lo spiedo. Mentre l’altro lato dell’animale cuoceva, si accoppiarono.

Il giorno seguente Nia preparò una trappola per i pesci e la sistemò nel corso d’acqua sul fondo della valle. Quella sera mangiarono pesce farcito di erbe aromatiche.

— Che brava cuoca sei — disse Enshi. — Quasi brava quanto mia madre.

Nia si sentì irritata. Sembrava che Enshi non facesse altro che parlare di sua madre. Non era giusto. Un ragazzo allevato nel modo appropriato parlava di sé o degli anziani che gli avevano insegnato a essere uomo. Non andava avanti per ore a parlare della propria madre.

— Com’è Anasu di questi tempi? — gli chiese.

Enshi fece il gesto che significava "chi può dirlo?". — L’ho incontrato due volte. La prima volta ho cercato di parlargli ma lui ha detto: "Non voglio fare conversazione, Enshi. Che cos’hai che sei disposto a darmi?". Non ha voluto aggiungere altro. Io ho tirato fuori una delle tazze di bronzo di mia madre e l’ho deposta per terra. Lui ha tirato fuori un sacchetto di sale, poi mi ha fatto cenno di indietreggiare. Quando sono stato abbastanza lontano, è venuto a prendere la tazza, poi ha messo giù il suo sacchetto. Tutto qui. Se ne è andato e io ho raccolto il sale. La seconda volta che l’ho incontrato, non ha neppure aperto bocca. — Enshi esitò per un momento, poi proseguì. — È più amichevole degli altri uomini. Non fa mai boccacce e non agita le armi contro di me.

Non sembrava promettere bene. Anasu sarebbe stato disposto a parlare con lei? Nia non lo sapeva.

Il periodo dell’accoppiamento terminò. Nia diede a Enshi i suoi doni. Lui pareva a disagio. — L’inverno è stato duro. Ho perso la maggior parte dei miei doni di addio. Prima un assassino-delle-foreste ha trovato il mio nascondiglio e l’ha distrutto, poi ho perso gran parte di quel che restava questa primavera mentre attraversavo un fiume. Ma compongo poesie. Posso offrirtele?

— Sì.

Ne recitò nove o dieci. In seguito Nia se ne ricordò solo una. Parlava di un albero che lui aveva visto qualche giorno prima.

— Tutti i rami erano spogli e la corteccia si stava staccando. Ciò nonostante, c’erano virgulti tutt’attorno all’albero, che crescevano dalla sua base. Erano lunghi come il mio braccio. Avevano foglie e fiori. Ho pensato che questo doveva avere un senso. E ho composto una poesia. Fa così:


"Se tu non ti arrendi

vecchio albero…


Non lo farò

nemmeno io."


— Quella mi piace — disse Nia.

Lui la recitò di nuovo. — È sufficiente? Abbiamo fatto uno scambio equo?

— Dov’è Anasu?

— Oh, sì. Segui la pista finché non si biforca. Allora va’ a sud. Arriverai presso una grossa pietra con sopra dei segni. La pietra è magica e nessuno pretende mai che si trovi nel suo territorio. Le persone vanno lì a scambiare doni. Aspetta presso la pietra. Se Anasu è da qualche parte lì attorno, verrà.

— Grazie. Abbiamo fatto uno scambio equo.

Si dissero addio. Nia sellò il suo cornacurve, poi montò in sella e si allontanò. Era una giornata soleggiata e soffiava una lieve brezza. Gli uccelli zufolavano. Si sentiva appagata.

Al crepuscolo giunse presso la pietra. Era alta e stretta, con incise delle linee. Riusciva a mala pena a scorgerle e non sapeva che significato avessero. Erano state delle persone a farle? Nessuno che lei conoscesse incideva linee nella pietra.

Legò il suo cornacurve e accese un fuoco. La notte era serena. Nia si coricò sulla schiena. Su nel cielo, sorse la Grande Luna. Era all’ultimo quarto. Restò a osservarla per un po’ di tempo, poi si addormentò.

La mattina seguente osservò la pietra. Le linee raffiguravano degli animali, per lo più cornacurve. Ma c’era un altro animale che non riconosceva. Aveva un corpo grosso e corte corna. Che cos’era? Nia si grattò la testa. C’erano cacciatori sulla pietra: uomini con archi. Formavano un circolo attorno agli animali. Su un lato, a una certa distanza, c’era un uomo da solo. Era più grande degli altri, e aveva delle corna. Erano corte, come quelle dell’animale sconosciuto. Chi era? Una qualche specie di spirito, a quanto pareva. Ma nessuno spirito che lei conoscesse. Il Signore delle Mandrie aveva lunghe corna ricurve. Lo Spirito del Cielo era privo di corna. Si grattò di nuovo la testa. Poi si preparò la colazione.

A mezzogiorno comparve Anasu. Arrivò cavalcando lungo la pista che portava alla radura in cui c’era la pietra. Trattenne il suo cornacurve.

Nia si alzò in piedi. — Fratello.

Lui era più grande di come se lo ricordava e aveva un torace molto ampio. La sua pelliccia era ruvida e scura. Indossava un gonnellino rosso, un’alta cintura, alti stivali, un coltello dall’impugnatura d’argento. — Nia? — disse dopo un momento. Restò a fissarla. — Hai superato la smania. — La sua voce aveva un suono aspro e deluso. — Ti ha presa qualcun altro.

— È una cosa da dire questa? Gli uomini non sanno pensare ad altro che al sesso?

Lui scoppiò in una risata. Non era un suono del tutto affabile. — In questo periodo dell’anno non penso quasi a nient’altro. Mi dico che, se fossi coraggioso, andrei a nord. Poi penso: non sono abbastanza maturo per affrontare quegli uomini. E tu che cosa ci fai qui?

Lei fece il gesto del dubbio.

— Non hai mai avuto le idee chiare. — Smontò di sella. — Vuoi del sale? Ne ho.

— No. Voglio parlare. Come stai? — Fece un passo verso il fratello.

Lui alzò una mano. — Resta dove sei. Non sono abituato alla gente.

Nia si fermò.

Dopo un po’, Anasu disse: — Sto bene. Non c’è niente che tu voglia darmi in cambio del sale?

Lei si tolse la cintura. — Vuoi questa? Ho fatto io la fibbia. È oro misto ad argento.

Lui esitò. — D’accordo. — Si voltò verso le bisacce da sella.

— Non voglio sale. Voglio fare conversazione.

Anasu si girò di nuovo verso di lei e la fissò. — Perché?

— Fratello, quando penso a te, mi sento sola.

Anasu si grattò la nuca. Poi fece il gesto che significava "così sia" oppure "sono cose che capitano".

— Non c’è modo di parlare?

Lui restò in silenzio per un lungo momento. Nia aspettava. Infine Anasu disse: — Non credo che ciò che tu vuoi siano parole. Potrei offrirti parole, anche se non sarebbe facile. Non sono più abituato a parlare molto o a dire quello che mi passa per la mente. Ma credo che tu voglia qualcos’altro. Credo che tu sia come la donna dell’antica leggenda, i cui figli si trasformarono in uccelli. Lei lasciò la propria tenda e vagabondò per la pianura nel tentativo di trovarli. Ma non ci riuscì mai, e alla fine morì e diventò uno spirito, uno spirito malvagio, uno spirito famelico. — Esitò e aggrottò la fronte.

Nia aprì la bocca per parlare, ma lui alzò la mano. — No. Aspetta. Voglio seguire il corso dei miei pensieri. — Lei attese. Alla fine lui disse: — Credo che tu voglia qualcosa che non esiste più.

— No.

— Ti conosco, sorella. Sono convinto di avere ragione. In ogni caso, non voglio più parlare. — Montò in sella al suo cornacurve. — Qualsiasi cosa tu stia cercando di fare, non voglio entrarci. — Fece il gesto dell’addio, poi girò l’animale e se ne andò.

Nia serrò il pugno e colpì la pietra magica. Aiya! Che male! Emise un gemito, aprì la mano e la palpò. Per quanto era in grado di capire, non c’erano ossa rotte, ma la pelle era graffiata sul lato della mano privo di pelliccia. Si leccò la sbucciatura, poi si sedette e restò lì a dondolarsi e a gemere. Non serviva a niente. La mano continuava a farle male e il dolore dentro di lei persisteva, solido come una pietra.

Verso sera si alzò e accese un fuoco. Per tutta la notte se ne stette seduta a guardare le fiamme e a pensare alla propria infanzia.

La mattina dopo spense il fuoco e sellò il suo cornacurve. Era inutile restare. Anasu non sarebbe tornato. Era sempre stato testardo. Si diresse a nord. Il cielo era nuvoloso e soffiava un vento freddo. Petali di fiori cadevano svolazzando sulla pista. Erano gialli o di un bianco verdognolo.

Nel pomeriggio incominciò a piovere. Nia si fermò e si accampò sotto una sporgenza rocciosa. Si addormentò presto. Qualcosa durante la notte la svegliò

Il fuoco ardeva ancora. Sul lato opposto c’era Enshi. Stava spennando un uccello.

Nia sollevò il capo. Lui fece il cenno del saluto, poi sollevò l’uccello. Era grande e grasso.

— L’ho trovato su un nido. Ho le uova, se non si sono rotte. Come stava Anasu?

— Non ha voluto parlarmi. E tu che cosa ci fai qui?

— Sei nel mio territorio, e ho pensato che forse avresti avuto fame. Ho pensato anche che mi sarebbe piaciuto parlare ancora un po’.

— Perché sei così diverso dagli altri uomini?

— Non lo so. — Per un attimo parve imbarazzato. Poi riprese a spennare l’uccello.

Nia si addormentò.

Al mattino cucinarono l’uccello farcito con le sue uova. Mangiarono, poi Nia si preparò ad andarsene.

— Posso venire con te? — le chiese Enshi.

— Che intenzioni hai?

— Voglio far visita a mia madre. Pensavo che tu potessi mostrarmi la via per il villaggio.

— Ma le vecchie ti malediranno.

— No, se mi dirai dove si trova la tenda di mia madre e io sgattaiolerò dentro di notte. Le vecchie non lo sapranno mai.

— È sbagliato.

— Può darsi. Ma ho perso tutti i miei doni di addio. Non sopravviverò a un altro inverno con quello che ho. Io voglio vivere, se mi sarà possibile. E non mi importa se farò delle cose che sono vergognose. Chissà che cosa provano gli spiriti dei morti? Preferisco essere vivo e un po’ imbarazzato.

Nia lo osservò per un attimo. Non c’era dubbio che fosse magro, e la sua tunica era proprio a brandelli. Si fregò la mano, che le faceva ancora male, poi sospirò. — D’accordo. Ti aiuterò, anche se prevedo che me ne pentirò.

Enshi sellò il suo cornacurve. Partirono insieme per il nord.


Lixia

<p>Lixia</p>

Otto di noi furono fatti atterrare, ciascuno per proprio conto: tre sul continente grande, che si estendeva con una forma irregolare attorno al polo meridionale del pianeta, pieno di crepacci e lobi. Il centro del continente era costituito da ghiaccio. Le coste erano verdi, verdeazzurre e gialle: praterie, foreste e deserti, a detta delle persone che analizzavano gli ologrammi.

Altri quattro andarono sul continente piccolo, che si trovava a nord dell’equatore. Lì non c’erano ghiacci degni di nota e quasi nessun deserto, ma vegetazione in abbondanza. C’erano montagne: una catena a occidente, lungo la costa, e altre catene minori a est e a sud. Nulla di imponente, nulla di simile alle Montagne Rocciose o all’Himalaya. Ma, secondo i planetologi, due delle catene erano vulcaniche. Una era attiva. L’altra poteva esserlo.

L’ultima persona fu fatta atterrare su una delle numerose isole dell’arcipelago che dal continente grande si estendeva ad arco fin oltre l’equatore, raggiungendo quasi il continente piccolo.

Altre isole costellavano il resto del pianeta-oceano. Erano piccolissime e assai distanziate fra loro. Interessanti per i biologi, naturalmente. Non c’è niente come un’isola per studiare l’evoluzione. Decidemmo, però, che non erano il posto dal quale avremmo dovuto iniziare.

Io andai sulla costa nordorientale del continente settentrionale. Ero equipaggiata con una giacca di tela di jeans e una leggera camicia di cotone. I miei stivali erano di plastica, resistenti e flessibili. Nell’avambraccio destro, sotto la pelle, avevo una fila di capsule che mi fornivano le vitamine che non erano disponibili su questo pianeta. Nel mio intestino c’erano cinque nuovi tipi di batteri, studiati per scomporre le proteine locali, trasformandole in aminoacidi che io potessi digerire.

Avevo uno zaino che conteneva una radio, una cassetta con l’attrezzatura medica, un poncho, un’altra camicia, esattamente come la prima, e un cambio di biancheria. Un grosso scomparto era pieno di gingilli. Questi erano fabbricati con materiali originari del pianeta. Non volevamo introdurre niente di alieno all’infuori di noi stessi.

Da ultimo, avevo un medaglione appeso a una catena di metallo grigio. Il medaglione era di metallo, piatto e scuro, con inseriti dei pezzi di vetro. Era un registratore audiovisivo, e quasi indistruttibile, così mi era stato detto. Qualunque cosa mi fosse successa, sarebbe sopravvissuto.

Sbarcai su una spiaggia, in prossimità di una fila di dune. Erano alte e spoglie, di un colore rosa arancione.

La barca che mi aveva trasportata virò e tornò verso l’aeroplano. Io mi diressi verso l’interno, arrampicandomi su una duna. Quando arrivai in cima, sentii un rombo e mi guardai attorno. L’aeroplano si stava muovendo sull’acqua. Si levarono spruzzi, poi del fumo. Era in aria. Le ali risplendevano alla luce del sole. L’aeroplano continuava a salire. Un minuto o due più tardi, era sparito.

Guardai il cielo deserto e tutt’a un tratto mi sentii molto sola. Allora incominciai a scendere lungo l’altro versante della duna.

Arrivata in fondo, trovai una pista. Non era una gran cosa. Stretta e sabbiosa, si allontanava serpeggiando dalle dune in direzione di un boschetto di alberi.

Erano state delle persone a tracciarla? Qualche forma di vita intelligente? Sapevamo che il pianeta era abitato. Le immagini fornite dai satelliti avevano mostrato villaggi e mandrie le cui migrazioni, stando a quanto ci avevano detto gli zoologi, erano troppo sistematiche per essere assolutamente naturali.

In ogni caso, mi trovavo di fronte a una pista. Decisi di seguirla. Questa mi condusse fra gli alberi e in mezzo ad alcune colline. Spesso le cime delle colline erano spoglie fatta eccezione per alcune macchie di una pianta che somigliava un po’ ad alta erba gialla. Le foglie, o i fili, erano rigide e avevano bordi seghettati. Non era un organismo dall’aspetto gradevole. Si trattava di un pianeta non ostile?

Negli avvallamenti fra le colline c’erano altri alberi. Erano piccoli e contorti, con piccole foglie scure. Dai tronchi spuntavano spine che erano lunghe e sottili, simili ad aghi. Un altro organismo dall’aspetto sgradevole. Incominciarono a venirmi in mente raccapriccianti storie di fantascienza. Perché avevo letto quella roba? Gli anziani della mia famiglia mi avevano messa in guardia: la fantascienza non portava a niente di buono.

Non serviva a niente innervosirsi o pensare al passato. Mi trovavo in un luogo del tutto nuovo e non avevo la minima idea di come fosse. Il mio lavoro, per il momento, consisteva nell’osservare. Successivamente, quando avessi avuto delle informazioni, avrei potuto pensare, ricordare e confrontare.

Dopo circa un chilometro giunsi in prossimità di un manufatto. Si trovava in un avvallamento al centro di una radura. I pendii tutt’attorno erano coperti di alberi. Mi fermai. La cosa era alta tre metri e fatta di pezzi di legno lunghi e stretti. Mi fece pensare a una palestra nella giungla oppure alle costruzioni rituali fabbricate dagli aborigeni della California meridionale. Avevo trascorso del tempo insieme a loro. In mezzo ai seni e sulla parte superiore delle braccia avevo le cicatrici della loro cerimonia di iniziazione. Non ero mai riuscita a capire perché mai mi ci fossi sottoposta fino in fondo. Ma conservavo le cicatrici. Me le ero guadagnate e, ogni volta che mi facevo una doccia, mi ricordavano di non lasciarmi coinvolgere troppo dai sistemi di valori di altri popoli.

Ispezionai la costruzione. Adesso notai che sotto c’erano i residui di un fuoco. Tre oggetti grigi erano appesi a una delle stecche più basse. Mi inginocchiai e li esaminai. Pesci o qualcosa di molto simile a pesci. Mi dondolai all’indietro sui talloni e mi sentii soddisfatta. Una rastrelliera per affumicare il pesce. A farla era stato un qualche essere intelligente. Ero la prima persona della Terra a vedere da vicino un manufatto alieno; su questo pianeta, in ogni caso, e per quel che ne sapevo.

Restai dov’ero alcuni minuti, osservando i pezzi di legno. Erano nodosi e contorti. Non c’era del legno migliore in quella zona? Mi guardai attorno. Tutti gli alberi nelle vicinanze avevano rami contorti. La struttura era tenuta insieme da strisce di fibra. Ne strappai via un pezzetto e lo arrotolai fra le dita. Al tatto sembrava una qualche specie di prodotto vegetale. Forse corteccia.

Qualcosa fece un rumore alle mie spalle. Mi alzai lentamente e mi girai, tenendo le mani tese all’infuori con le palme in avanti. Il gesto significava "Vedi? Non porto armi".

C’era una creatura lì ferma ai margini della radura, a forse venti metri di distanza. Un bipede. Era all’incirca della mia statura, tarchiato e coperto di pelame. Il pelo era di un bruno scuro, quasi nero. La creatura aveva due braccia, una testa e una faccia. Ero troppo lontana per distinguerne le fattezze. La creatura, uomo, donna o animale che fosse, indossava un gonnellino e in una mano teneva un coltello.

— Sono estremamente pacifica. — Tenevo le mani tese all’infuori e il tono della mia voce era sommesso e uniforme. — Non ho cattive intenzioni.

La creatura disse qualcosa che io, naturalmente, non riuscii a capire. Ma il tono non mi piaceva. Era forte e aveva un che di aspro.

— Non ho cattive intenzioni.

La creatura sollevò il coltello e fece un passo avanti. Io indietreggiai.

— Non possiamo discuterne? — Mi concentrai nel mantenere un tono di voce sommesso e conciliante. Evitavo di incontrare gli occhi della creatura. Fra molte specie, compresa la mia, uno sguardo diretto era una sfida.

La creatura fece un altro passo nella mia direzione. Decisi di andarmene.

— D’accordo. Hai vinto. Addio.

Attraversai arretrando la radura. La creatura mi seguì per un tratto, poi si fermò accanto alla rastrelliera. Quando arrivai al limitare della radura, mi fermai.

— Ne sei sicuro?

La creatura sollevò più in alto il coltello e sbraitò qualcosa. Mi voltai e mi allontanai a tutta velocità. Avevo la pelle della schiena che formicolava. Continuavo a immaginare la lama di un coltello che vi si conficcava.

Quando arrivai in cima alla successiva collina, mi voltai a guardare. La pista era deserta. Non c’era niente che mi seguisse.

Bene. E adesso?

Forse la creatura che avevo incontrato era un eremita. Senza dubbio dovevano esserci altri membri della specie che fossero amichevoli o curiosi.

Proseguii, andando sempre verso l’interno. Incominciavo a notare dei rumori: un sommesso ronzio che immaginai provenisse da pseudoinsetti nascosti fra gli alberi. Cose simili a uccelli svolazzavano di ramo in ramo. Quando erano fermi, emettevano mugolii o fischi. Mi resi conto, per la prima volta, che la giornata era mite e radiosa. Soffiava una leggera brezza. Nel cielo, che era di un intenso verdeazzurro, si muovevano alticumuli. L’aria odorava di acqua salmastra.

Il mio pensiero corse alla mia infanzia nel Libero Stato delle Hawaii, sull’isola di Kauai. Ero vissuta in una grande casa, a cinque minuti dall’oceano. Nove genitori si erano presi cura di me, e c’erano stati una dozzina di fratelli e sorelle con cui giocare. Sarebbe dovuto essere un periodo felice. Ricordavo la luce del sole, fiori, volti gentili, una spiaggia bianca, acqua azzurra, e niente risacca. Ma ero stata una bambina imbronciata, sempre ansiosa di andarsene.

Nel pomeriggio camminavo ormai attraverso una foresta acquitrinosa. Qui gli alberi erano alti e diritti. Il loro fogliame scuro non lasciava filtrare la luce del sole. L’aria era ferma e fresca e aveva una nuova fragranza: il profumo della foresta. Era intenso e caratteristico, diverso da qualunque odore avessi sentito in precedenza.

Pensavo che l’avrei riconosciuto se mai l’avessi sentito di nuovo, sebbene non ne fossi assolutamente certa. Era molto più facile ricordare qualcosa se aveva un nome e una descrizione. Per il momento, avrei chiamato quella fragranza "diversa" e "gradevole".

Nel tardo pomeriggio arrivai in prossimità di un villaggio. Dapprima sentii l’odore del fumo di legna, poi vidi delle abitazioni davanti a me fra gli alberi. Non riuscivo a distinguerle chiaramente. La foresta era troppo piena di ombre. Qui e là la luce di un fuoco brillava attraverso una porta o una finestra.

Mi fermai e riflettei su cosa fare. Non sarebbe servito a nulla aggirarsi furtivamente. Se mi avessero scoperta a spiare, mi sarei trovata davvero nei guai. La cosa migliore, la cosa che avevo fatto nella California meridionale e nel New Jersey, era di entrare direttamente.

Beninteso, quella tecnica non aveva funzionato nel New Jersey. Laggiù gli abitanti avevano cercato di sacrificarmi al loro dio, il Distruttore delle Città. Decisi di non pensare a quell’episodio. Passai ancora un minuto o due a farmi coraggio, poi entrai nel villaggio.

Ai margini c’erano piccole capanne, costruite in legno. Erano molto distanziate fra loro, come se gli individui che vi abitavano non fossero troppo amichevoli. Più avanti, gli edifici erano grandi e lunghi, disposti vicini gli uni agli altri. Alcuni bambini, nudi a parte la pelliccia, correvano nelle strade. Un gruppetto di tre mi vide e si fermò a fissarmi a bocca aperta. Erano abbastanza vicini da permettermi di vedere le loro facce: rotonde, piatte e coperte di pelo. Ogni faccia aveva una bocca, un naso e un paio di occhi gialli.

— Salve — dissi in tono cordiale.

I bambini strillarono e corsero via.

Proseguii fra le case. Più volte passai accanto a persone grandi. Adulti. Mi fissavano, ma non dissero niente. Non fecero nessun gesto minaccioso.

La cosa era incoraggiante. Arrivai in uno spazio aperto che sembrava trovarsi più o meno al centro del villaggio. Una piazza. Mi accosciai e rimasi in attesa. Ormai il sole era sparito e il cielo incominciava a farsi scuro. La gente si assembrava ai margini della piazza, parlando sommessamente. Sudavo. Se avessi fatto un errore, se costoro non fossero stati amichevoli, sarei morta lì.

Qualcuno si diresse verso di me: una persona alta e magra. Lui, o lei, portava una veste lunga e numerose collane. Qualcuno di importante. Uno sciamano o un capo.

Naturalmente usavo le definizioni della Terra.

Mi alzai lentamente in piedi, poi tesi le mani all’infuori. — Vengo in pace.

La persona mi osservò con cura. Finalmente allargò le mani, ripetendo il mio gesto.

E adesso che cosa sarebbe successo? Lasciamo che sia l’indigeno a deciderlo. Aspettai. La persona si tolse una collana e me la offrì. La presi. Le palline erano piccoli cilindri di rame. C’era un ciondolo: un pezzo di conchiglia intagliata a forma di pesce.

Era quasi certamente un gesto amichevole.

— Grazie. — Mi misi la collana. Adesso dovevo ricambiare. Mi sfilai lo zaino dalle spalle, poi mi chinai e l’aprii.

— Ecco. — Mi raddrizzai, porgendo una collana fatta di conchiglie. Quel particolare tipo di conchiglia, blu scuro e lucente, era stato trovato nell’oceano settentrionale del pianeta, attorno a un piccolo arcipelago che avevamo chiamato Isole Deserte. Io e Harrison Yee avevamo raccolto le conchiglie e le avevamo intagliate, usando tecniche che Harrison aveva appreso presso l’Università di Pechino, alla Facoltà di Antropologia.

L’individuo prese il mio dono, poi mi fece un cenno, si voltò e si allontanò. Lo seguii. Passammo accanto a una folla di gente che stava a guardare. Avevo la camicia intrisa di sudore.

Arrivammo davanti a una casa. La persona gesticolò di nuovo. Entrai e mi trovai in una vasta stanza lunga. Al centro ardeva un fuoco. Alla sua luce rossastra scorsi delle pareti di tronchi e travi di legno. Il pavimento era di terra o argilla.

Mi guardai attorno. Non c’era mobilia, ma c’erano mucchi di pellicce negli angoli. Lungo le pareti vidi dei paioli. Alcuni erano alti un metro. Neri e lucidissimi, scintillavano alla luce del fuoco. L’aria odorava di fumo di legna e di qualcos’altro: un aroma pungente. Guardai verso l’alto. Dalle travi pendevano mazzi di piante. Erbe aromatiche, pensai. Chissà se erano selvatiche o coltivate? Quegli individui coltivavano la terra? Avevano la ruota del vasaio? Quali metalli lavoravano oltre al rame?

Il mio ospite mi seguì all’interno. Lo guardai. Ora, alla luce del fuoco, notai le spalle curve, le mani ossute, la pelliccia che diventava grigia. Era una persona anziana, ne ero quasi certa. Gli occhi arancioni mi osservavano. Le palpebre erano pesanti, le pupille due fessure verticali.

Dopo un momento la persona parlò.

— Mi dispiace. Non conosco la tua lingua.

Il mio ospite allungò una mano e mi toccò con estrema delicatezza il viso. Non c’era pelo nella parte interna della mano. La pelle era dura e secca al tatto.

— Uh!

Io avevo i capelli tirati indietro e legati sulla nuca. La persona mi sfiorò il lato della testa, tastando la capigliatura in quel punto, poi toccò i capelli che mi ricadevano fra le scapole.

— Tsa!

Tirai indietro la mano e mi tolsi il fermaglio dai capelli, scuotendo la testa. I capelli ricaddero liberi.

Il mio ospite sussultò. Mi afferrò alcune ciocche e tirò. Per un attimo sopportai il dolore, poi dissi: — Ehi — e toccai molto delicatamente la mano pelosa.

La persona mollò la presa. Parlò di nuovo, forse per scusarsi, e mi invitò con un cenno ad avvicinarmi al fuoco.

Arrivarono altre persone, che indossavano gonnellini o tuniche. Vidi altre collane fatte di rame e cinture con fibbie di metallo. Il metallo era giallo, ottone oppure bronzo.

I nuovi arrivati stesero pellicce sul pavimento. Io e il mio ospite ci sedemmo. Qualcuno portò una ciotola piena di liquido. Il mio ospite bevve, poi mi offrì la ciotola. Era di argilla cotta, nera come i paioli e lucente. All’esterno, sotto il bordo, era inciso un disegno geometrico. Il liquido all’interno appariva scuro e aveva un odore pungente.

Mi ricordai di ciò che mi avevano detto i biochimici. Probabilmente potevo mangiare quello che mangiavano gli indigeni.

"Naturalmente ci sono un sacco di cose che non riuscirai a metabolizzare, neppure con i virus che ti abbiamo fornito. Se resterai laggiù per un certo periodo di tempo, ciò provocherà in te parecchie carenze. Ma non pensiamo che resterai avvelenata."

Sollevai la ciotola e bevvi.

Il liquido era acido oltre che pungente. Piuttosto saporito. Avevo consumato cose di gran lunga peggiori nel New Jersey.

Dissi: — Grazie — e porsi la ciotola al mio ospite.

Lui, o lei, mosse la mano in modo rapido e deciso, un gesto che significava qualcosa. Le altre persone dissero "ya" e "uh". Mi sembrò che fossero più rilassate di prima.

In ogni caso, stesero altre pellicce. Altre persone si sedettero finché mi trovai circondata. L’aria era satura del loro odore di polvere e pelliccia.

Fu portato del cibo. Non ero sicura di che genere di roba si trattasse. Mangiai adagio e con circospezione e il meno possibile. Ma mangiai. Nella maggior parte delle società di cui ero a conoscenza, rifiutare il cibo era un gesto offensivo. Un antropologo doveva avere la digestione di una capra.

Le persone attorno a me incominciarono a conversare sommessamente. Spesso mi lanciavano occhiate. Solo il mio ospite restava in silenzio e continuava a porgermi nuovi piatti, osservandomi per assicurarsi che mangiassi.

Un piatto era costituito da pesce, ne ero quasi certa. Un altro mi ricordava dei pomodori verdi in salamoia. Un terzo aveva l’aspetto di kasha, ma non riuscivo a individuarne il gusto.

Le persone che mi stavano attorno ruttarono ed emisero dei suoni simili al tubare. Una serie di "uh" e "ya". Feci altrettanto.

Il pasto continuò. Cominciai a sentirmi stordita. Qualcosa che avevo ingerito stava facendomi un effetto narcotico. Le persone tutt’attorno si fecero più rumorose. Parecchi tesero le mani per toccarmi i vestiti, le mani o la faccia.

Qualcuno tirò fuori uno strumento simile a un flauto. Qualcun altro incominciò a battere fra loro due bastoncini cavi. Un battito e un sibilo, un battito e un sibilo, così faceva la musica. Mi appoggiai all’indietro su un gomito e rimasi a osservare il suonatore di flauto. Lui, o lei, indossava una tunica gialla e un paio di alti braccialetti di rame che mandavano bagliori con l’ondeggiare del suonatore, tenendo il tempo con la musica. Non avevo difficoltà a sentirne il ritmo; era quasi sempre regolare: un cuore con una leggera aritmia.

La musica cessò. Il mio ospite si alzò in piedi e io mi guardai attorno.

C’era un nuovo individuo nella stanza, appena dentro l’uscio aperto. Al pari del mio ospite, anche questo portava una veste lunga. Un segno di importanza? O di età? Sesso o occupazione? Portava un cappello, il primo che mi capitasse di vedere: alto e appuntito, e ornato di conchiglie.

Mi alzai in piedi, ondeggiando un poco. Mi ci volle un momento per mettere a fuoco le immagini.

Il nuovo arrivato aveva un’aria torva. Vidi una fonte di problemi nel portamento rigido ed eretto, nelle spalle tenute alte e arretrate, negli occhi strizzati, quasi chiusi, che mi fissavano in modo diretto. L’uomo, o la donna, portava un bastone in cima al quale erano appese delle penne che ondeggiavano, ma non per il vento. L’individuo tremava. Non riuscivo a capire se il movimento fosse intenzionale.

La persona disse qualcosa. Il suono delle sue parole era incollerito.

Il mio ospite rispose seccamente.

Le persone attorno a me incominciarono ad alzarsi e a indietreggiare. Era una qualche specie di conflitto di poteri ed ebbi la sensazione di trovarmici al centro.

L’individuo con il bastone disse ancora qualcosa. Il mio ospite serrò la mano a pugno e l’agitò, poi indicò la porta. Questo era abbastanza chiaro. "Tu, tal dei tali, vattene!"

L’individuo con il bastone lanciò un’occhiata astiosa e se ne andò. Gli altri lo seguirono alla spicciolata finché rimasero solo in tre: il mio ospite, il suonatore di flauto e una persona dal pelame bruno rossiccio che luccicava come rame alla luce del fuoco.

— Uh! — disse il mio ospite.

Gli altri fecero dei gesti che probabilmente significavano la loro approvazione.

Mi sentivo stanca e stordita. Avevo preso troppo di qualcosa, con molta probabilità del liquido. Dovevo andare cauta nel berlo in futuro. Mi strofinai il viso.

Il mio ospite mi guardò, poi gesticolò. Raccolsi il mio zaino. Lui, o lei, mi condusse fino a un’estremità della stanza, dove c’era un mucchio di pellicce. Il mio ospite gesticolò di nuovo. Mi coricai.

— È stata una bella festa. Buonanotte.

Il mio ospite se ne andò. Io sistemai il mio zaino in modo che si trovasse fra me e la parete e mi misi a dormire.

Mi destai con un mal di testa e una sensazione di disorientamento, mi drizzai a sedere e mi guardai attorno, e scoprii che mi trovavo in un vasto spazio interno. La luce penetrava da un’apertura sopra di me e da una porta aperta. Era gialla, il colore della luce del sole a pomeriggio inoltrato. Ma ero quasi certa che fosse mattina.

Una voce parlò poco lontano. Guardai in direzione del suono. Era la persona anziana, il mio ospite. Indossava una lunga veste color arancione scuro e un’alta cintura fatta di rame. In una mano teneva un bastone di legno decorato con pezzetti di conchiglia. L’altra mano era tesa verso di me, con il palmo all’insù. Giudicai che si trattasse di un saluto. A quel punto mi ero ormai ricordata dove mi trovavo in quel momento.

L’anziano individuo venne più vicino e si sedette. Parlò di nuovo, in tono sommesso e cortese.

Io mi misi una mano sul petto e dissi il mio nome. — Lixia.

Dopo un momento, il mio ospite disse: — Li-sa — e puntò il dito verso di me.

— Lixia — ripetei.

Il mio ospite si portò la mano ossuta al petto. — Nahusai.

Lo additai a mia volta. — Nahusai.

La risposta fu un gesto, un rapido movimento della mano. Il mio intuito mi disse che significava "sì".

Bene, allora. Conoscevo una parola. Si riferiva al mio ospite, ma che cosa significava? Era un nome, un titolo o un termine generico come "essere umano"?

Col tempo l’avrei capito.

Entrò una persona: il suonatore di flauto. Indossava la stessa tunica della sera precedente e gli stessi braccialetti di rame.

— Yohai — disse il mio ospite e puntò il dito.

Il suonatore di flauto ci guardò.

Era un nome. Ne ero quasi certa.

Yohai preparò la colazione: una poltiglia di un bruno grigiastro. Aveva un gusto aspro. Ne appresi il nome: atsua. Finito di mangiare, Yohai andò verso l’uscio e fece un gesto. Io presi il mio zaino, seguendolo attorno alla casa. C’era uno spiazzo aperto sul retro, dove cresceva della vegetazione. Era in gran parte azzurrognola con fiori bianchi o gialli.

Che fosse un giardino? Pensai di no. Le piante crescevano in modo disordinato e avevano un aspetto selvatico. Era uno spiazzo invaso dalle erbacce.

Al centro di quel terreno aperto sorgeva una costruzione delle dimensioni più o meno di uno sgabuzzino. Non appena vi arrivai vicino, mi resi conto di che cosa fosse. Una latrina. Puzzava tremendamente. Ci pensai su per un po’, quindi me ne servii. Dopo chiesi come lo chiamassero.

— Hana - rispose Yohai. O forse hna. Non ero sicura di aver sentito una vocale nella prima sillaba.

Yohai gesticolò di nuovo e io lo seguii. Attraversammo il villaggio. Le strade erano piene di bambini. Incontrammo solo alcuni adulti. I bambini smettevano di giocare e mi fissavano. Gli adulti facevano finta che non ci fossi. Avevo la sensazione che Yohai fosse a disagio e mi sentivo un po’ a disagio anch’io. Ma la giornata era bella, mite e radiosa. Soffiava un leggero vento incostante che portava il profumo della foresta e quello molto debole dell’oceano. Non era una giornata in cui stare in ansia, e non lo feci.

Arrivammo alla fine del villaggio. Lì c’erano degli orti: appezzamenti rettangolari lunghi e stretti che si estendevano fra le case e la foresta. Ciascuno di questi era recintato da uno steccato di legno, abbastanza basso da poter vedere al di sopra. All’interno degli steccati c’erano persone che lavoravano, una o due in ogni orto. Si muovevano fra file di piante. Alcune strappavano le erbacce. Altre raccoglievano. Altre ancora versavano acqua da recipienti che somigliavano ad anfore.

Ecco la risposta a uno dei miei interrogativi. Quella società era agricola, almeno in una certa misura.

Entrammo in un orto. A un’estremità c’era un albero. Yohai mi condusse alla sua ombra e indicò il terreno. Mi sedetti.

Il mio compagno, o compagna che fosse, incominciò a lavorare mentre io mi guardavo attorno. In lontananza, verso est, c’erano cumuli frastagliati nel cielo. Un temporale per quella sera. Nell’orto accanto c’era un bimbo, piccolo e peloso, seduto sotto una pianta. Mentre lo osservavo, sollevò la manina cercando di afferrare una delle foglie. Ma la foglia era troppo in alto.

A poca distanza, un adulto versava acqua. Svuotò il recipiente, poi si sedette, si rassettò e si girò. Sotto la sua tunica scorsi il rigonfiamento dei seni. Due seni. Era la prima persona che vedevo che non avesse il torace piatto. Era chiaramente una madre che allattava.

La donna mi guardò, poi fece un gesto: un fendente verticale. Ebbi la sensazione che fosse ostile, così distolsi lo sguardo.

A mezzogiorno Yohai mi raggiunse. Sedemmo insieme e mangiammo del pane. Il pane era piatto e dal gusto aspro. Più tardi Yohai mi insegnò alcune parole: pane, cielo, albero.

Tornammo verso casa. Il mio ospite era lì. Yohai se ne andò. Mi sedetti e imparai altre parole. Nel tardo pomeriggio sentii il brontolio del tuono. Incominciò a piovere; dapprima una pioggerellina, poi un vero acquazzone. Io e il mio ospite cenammo. Era la stessa roba della colazione: atsua. Poltiglia grigia. Non mangiai molto.

Più tardi restammo seduti senza parlare. Il sole era tramontato. La pioggia luccicava, illuminata dalla luce del fuoco: una cortina argentea contro la porta. Mi appoggiai a un palo. Il mio ospite se ne stava chino accanto al fuoco, raggomitolato nella veste arancione. Ogni tanto muoveva una mano. Rigirava un braccialetto o picchiettava sul terreno. Era una persona con un problema grave, e avevo la sensazione che fossi io il problema. Yohai mi aveva dato l’impressione di un’audacia nervosa, di qualcuno che ritenesse doveroso fare una cosa che non desiderava fare. "Vedete che cosa abbiamo qui. Vedete il nostro ospite. Vedete la persona di cui non ci vergognamo." Quello era stato il messaggio che intendeva trasmettere quando mi aveva condotta nell’orto. Che cosa stava succedendo esattamente? Decisi di non fare congetture. Le informazioni che avevo erano troppo scarse e non potevo essere sicura di comprendere qualcosa di quel popolo.

Il giorno seguente ci fu ancora pioggia. Io e il mio ospite lavorammo sulla terminologia: oggetti casalinghi per lo più, e alcuni verbi di uso comune. Nel pomeriggio Yohai tirò giù un piccolo telaio che stava appeso alla parete e incominciò a tessere una striscia di stoffa. Il filato era bianco e blu. Io osservavo. Yohai lavorava rapidamente. Ben presso iniziai a distinguere un disegno; era geometrico, pieno di angoli acuti. Secondo me, aveva qualcosa di ostile ed era di gran lunga troppo intricato. Che significato poteva avere? Quella cultura era forse bizantina? O ero io a soffrire di paranoia?

Mi alzai e mi misi a fare degli esercizi di yoga. Il mio ospite mi guardò, sgranando gli occhi.

Mi interruppi. — Non è niente di dannoso o maligno — dissi in tono cordiale. — Lo faccio per impedire che mi faccia male la schiena e per mantenere la mente abbastanza serena.

Continuai i miei esercizi. Il mio ospite stava a guardare. La pioggia diminuì. Ormai non era che una pioggerellina.

— Scusatemi. — Presi il mio zaino e andai alla latrina. Puzzava come sempre. Entrai e mi sedetti, poi tirai fuori la mia radio e chiamai la nave.

— Sì? — fece la radio. La voce era profonda e un po’ arrochita. Stavo parlando con il dottor Edward Antoine Turbine di Vento, autore di opere quali La società indigena americana nella riserva e Modelli di sopravvivenza nel tardo Ventesimo Secolo, già eminente professore presso l’Università di Duluth — si era dimesso dalla carica quando aveva lasciato la Terra — e da parecchi anni mio collega presso il Dipartimento di Studi Interculturali.

— Sono Lixia — gli dissi. — Chiamo da un gabinetto esterno, così sarò sbrigativa.

Eddie rise.

— Mi serviva un posto riservato.

— Okay — disse Eddie.

Appoggiai la radio sulle ginocchia, poi tolsi il medaglione dalla catena e lo infilai in una fessura nella radio.

Il piccolo computer posto nel medaglione comunicò con il computer appena poco più grande posto nella radio, e questo a sua volta comunicò con un computer a bordo della nave. Ci volle soltanto un minuto. La radio emise un bip e io tirai fuori il medaglione. Tutto quello che il medaglione aveva registrato, tutto quello cioè che mi era successo negli ultimi due giorni, adesso si trovava nel sistema informativo sulla nave.

Directory: Prima spedizione interstellare

Subdirectory: Sigma Draconis II

Sub-subdirectory: Rapporti da luogo operazioni — Scienze sociali

Nome file: Li Lixia

La radio chiese: — C’è dell’altro?

— No.

— Okay. Altri tre si sono messi in contatto. Nessun problema finora. Ma sii prudente e chiama il più presto possibile. Dovrei avere qualche informazione effettiva fra un paio di giorni.

Spensi la radio, la rimisi nello zaino e uscii. Aveva ripreso a piovere forte e dovetti correre fino alla casa.

L’indomani il tempo era sereno. Io e Yohai ci recammo nell’orto. Il terreno era ancora bagnato. Gocce d’acqua luccicavano sulle foglie. Yohai mi insegnò a strappare le erbacce. Lavorammo per tutta la mattinata. A mezzogiorno ci riposammo sotto l’albero. Negli altri orti, le persone si muovevano qua e là, parlando fra di loro, ma nessuno venne a farci visita. Interessante. Avevo di nuovo la sensazione che venisse compiuto un atto doveroso e che Yohai non desiderasse compierlo. Addentai un ortaggio giallo; era succoso e dal gusto dolceamaro.

Alla sera sedetti insieme a Nahusai. Yohai andò fuori, ma non seppi dove. Imparai altri verbi e parecchie preposizioni: il tormento di ogni lingua, ma tenevano insieme e rendevano coerenti tutte le informazioni. A. Da. In. Di. Fra.

Il giorno seguente era il quinto che trascorrevo su quel pianeta. Il cielo era di nuovo limpido. Lavorai con Yohai nell’orto e imparai i nomi di diverse piante. Yohai mi spiegò che era una donna; non una madre, però. E mentre me lo diceva, sembrava infelice.

— Nahusai? — chiesi.

Lei fece il gesto che significava "sì". — Madre — disse, poi si mise la mano sul petto. — Madre me.

Ah, bene. Un rapporto di parentela. Il primo che mi capitava. Incominciai a pensare che stavo arrivando a qualcosa.

L’indomani Yohai mi portò al fiume, che scorreva fra gli orti e la foresta. In quel periodo dell’anno, la piena estate, l’acqua era bassa e scorreva attorno a pietre gialle. Yohai entrò e rivoltò un sasso, poi afferrò qualcosa. — Tsa!

Mi porse quella cosa. Era lunga forse dieci centimetri, verde e dura, con otto zampe. La tenni con circospezione. Le zampe si muovevano. A una estremità c’erano due lunghi peduncoli. Erano occhi? Oppure antenne? Guizzavano avanti e indietro.

— Noi mangiamo — disse Yohai.

— Oh, davvero? — Feci il gesto che significava incertezza o confusione.

— Tu vedi. — Yohai afferrò la creatura e la gettò in una pentola. — Tu qui. — Mi fece cenno di raggiungerla.

Mi tolsi gli stivali, mi arrotolai i pantaloni ed entrai nell’acqua. Lei aveva preso un’altra creatura e anche questa finì nella pentola. — Tu.

Infilai le mani nell’acqua e rigirai un sasso. Qualcosa mi scivolò fra le dita. Cercai di afferrarlo, ma me lo lasciai sfuggire.

— Dannazione. — Trovai un altro sasso e provai di nuovo.

Passammo tutta la mattina nel fiume. Yohai prese una ventina di quegli animali, io solo due.

Alla fine lei uscì dal fiume e restò a fissarmi con aria perplessa.

— In che cosa sono brava? — dissi in inglese. — Domanda interessante. Sono molto brava a imparare le lingue e abbastanza brava a capire come pensano gli altri. Anche se non sempre riesco a spiegarmi come faccio a sapere quello che so. È di qualche utilità?

Yohai raccolse la pentola. Quelle cose verdi erano ancora vive. Strisciavano l’una sull’altra, cercando di uscire.

— Vieni. — Mi fece cenno di seguirla.

Raccattai i miei stivali. Procedemmo per un po’ seguendo la corrente del fiume. Dopo alcuni minuti gli orti erano spariti e tutt’attorno a noi c’erano alberi. L’aria odorava di chissà cosa: la fragranza della foresta, penetrante e caratteristica, per la quale non avevo un nome.

C’erano rapide nel fiume. Niente di eccezionale. L’acqua scrosciava superando una serie di piccoli salti. Qua e là vidi un po’ di schiuma. In fondo all’ultima cascatella c’era un laghetto. Qui l’acqua era calma, verde e profonda.

La mia compagna mise giù la pentola che aveva in mano. Si tolse con un calcio i sandali e si sfilò la tunica dalla testa. Il suo corpo era grazioso, scuro e lucente. Mi ricordava le lontre e gli orsi e anche la mia stessa specie. Era sorprendentemente umanoide. La sola differenza notevole era la pelliccia. Certo, anche gli occhi erano un po’ insoliti. Le pupille erano fessure verticali. L’iride, che era di un giallo chiaro, riempiva l’occhio e non riuscivo a vedere assolutamente il bianco. Le mani avevano tre dita e un pollice. I piedi avevano quattro dita. Se si escludeva questo e il torace piatto, somigliava al nostro primo pilota, Ivanova.

Lei puntò il dito verso di me. — Tu. Li-sha.

Mi svestii.

— Tsa! - Mi toccò la spalla nuda. — Cosa?

Rimasi immobile. Lei mi girò intorno e si fermò alle mie spalle. — Uh! — Sentii il tocco della sua mano, molto leggero, su una scapola. Rabbrividii. Poi venne a fermarsi di fronte a me e fissò il mio torace. Per una donna umana, ero abbastanza piatta. Tuttavia, i miei seni erano di gran lunga più evidenti dei suoi.

— Madre? Tu? — domandò.

— No.

Mi guardò dritto negli occhi, aggrottando la fronte. — Tu cosa?

Le risposi in inglese. — Non riesco a spiegarlo, Yohai. Non ancora. Non so come voi dite "mondo", o "stella", o "amico". Ma non c’è niente di sbagliato in me. Non sono pericolosa. Non ho cattive intenzioni.

Yohai mi fissò ancora per un minuto, poi si voltò e si tuffò nel laghetto. Era un’eccellente nuotatrice. La vidi scivolare nell’acqua verde con l’eleganza di una foca.

Mi tuffai a mia volta, ma scivolai col piede sull’argine e il mio tuffo si trasformò in una tremenda panciata. Tornai a galla, tossendo e sentendomi imbarazzata. Yohai emise un suono scoppiettante. Una risata?

Nuotai verso il centro del fiume, mi girai sulla schiena e mi lasciai galleggiare. L’acqua era fresca e non c’era quasi corrente. Alto nel cielo sopra di me si librava un uccello. Ah!

Dopo un po’ di tempo nuotai verso riva. Mi inerpicai sulla sponda e lavai i miei vestiti, usando un paio di pietre, una tecnica che avevo appreso dagli aborigeni della California. Poi li appesi ad asciugare su un cespuglio.

Yohai mi raggiunse, strofinandosi via l’acqua dalla pelliccia. Sedemmo insieme sulla riva del fiume. Teneva gli occhi semichiusi e il suo pelame luccicava alla luce del sole. Aveva un’aria così serena! Perché io non riuscivo a rilassarmi così? Forse avrei dovuto seguire un altro corso di yoga.

Yohai si scosse dal torpore e mi disse il nome degli animaletti nella pentola.

Quella sera imparai a uccidere e a sgusciare quegli animali. Non lo trovavo divertente, ma lo feci. Yohai bollì quel che ne restava. Il risultato era delizioso. Mangiai troppo. Poi mi sedetti sulla soglia. Nella strada c’erano bambini intenti ai loro giochi. Sembrava che giocassero a rincorrersi. Li osservavo, sentendomi più o meno appagata, anche se avrei bevuto volentieri qualcosa per completare la cena. Qualcosa di leggero e secco. Magari del vino bianco.

La mattina seguente feci un’altra lunga visita alla latrina. Chiamai la nave e trovai di nuovo Eddie.

— Ho delle notizie per te — disse. — Ma prima trasmettimi le tue informazioni.

Infilai il medaglione nella radio e attesi. C’era una mezza dozzina di insetti nella latrina; due mi ronzavano attorno alla testa. Li scacciai con la mano. La radio emise un bip. Tirai fuori il medaglione.

— C’è dell’altro?

— Sì. Abito da due persone. Nahusai e Yohai. Nessuno viene a far loro visita. Quando io e Yohai lavoriamo nell’orto, nessuno ci rivolge la parola. Credo di essere io il problema.

Ci fu una pausa. — Credi che la situazione sia pericolosa? Vuoi venir via?

— No. Non ancora.

Un’altra pausa. — Di solito il tuo intuito è eccellente. Okay. Ma voglio che chiami più spesso.

— Cercherò, ma non sarà facile. Non c’è molta intimità qui.

— Fa’ quello che puoi. Ora, per tua conoscenza, Harrison Yee è stato scacciato dal suo villaggio. Sono stati cortesi, ma categorici. È successo dopo che ha fatto un bagno. Pensiamo che abbia violato un qualche tabù sulla nudità o uno contro il lavarsi nell’acqua corrente o magari solo in quel particolare fiume. Cerca di scoprire come si lava la tua popolazione, prima di fare un bagno.

— Ne ho già fatto uno, Eddie.

— Davvero? Dove?

— Nel fiume più vicino.

— Da sola?

— Insieme a Yohai. La figlia della mia ospite. È sembrata un po’ sorpresa quando mi ha vista nuda. A quanto pare, non si era resa conto che non avevo peli su ogni parte del corpo. Be’, quasi niente peli. A ogni modo, non è successo niente.

— È interessante. Naturalmente, Harrison non si trovava dalle tue parti. Tuttavia, la lingua che stai imparando è simile a quella che stava imparando lui, prima che facesse quel bagno.

— Lui si trova all’altra estremità del continente.

— Già. E la tua lingua è quasi identica a quella che sta imparando Derek. Lui sta sulla costa, più a sud di dove ti trovi tu.

Un insetto mi si posò sulla faccia. Cercai di colpirlo e lo mancai. La radio prese a scivolarmi dalle ginocchia. — Dannazione! — L’afferrai prima che potesse finire nel buco sottostante.

— Lixia?

— Niente. Che cosa significa tutto questo?

— Non lo sappiamo, ma ci sono delle teorie. Può darsi che stiate imparando un linguaggio commerciale, qualcosa di simile all’inglese delle colonie. O forse tutti i popoli contattati finora sono strettamente imparentati e fanno parte di una recente migrazione.

— Quante probabilità ci sono?

— Non molte. Il linguaggio commerciale è una buona possibilità, o almeno così pensiamo al momento.

Chiusi il collegamento e uscii dalla latrina. Fuori, a un paio di metri di distanza, c’era una persona in attesa. Portava una lunga veste e un alto cappello. La veste era coperta di ricami e il cappello ornato di conchiglie. Dopo un attimo riconobbi l’inividuo, era lo stesso che aveva interrotto la festa di Nahusai.

— Sì? — feci nella lingua del posto.

L’individuo fece un gesto, un fendente verticale, poi si girò e si allontanò.

Tornai verso la casa in preda a un certo nervosismo. Quella persona emanava ostilità. Chi era? Non potevo domandarlo. Non conoscevo le parole giuste.

Durante i sei giorni che seguirono il cielo si mantenne sereno. Il tempo era molto caldo. Io e Yohai lavoravamo nell’orto. Per lo più, portavamo acqua dal fiume: un pesante recipiente dopo l’altro. Versavamo l’acqua sul terreno arido, poi tornavamo al fiume. Riempivamo di nuovo i nostri recipienti e tornavamo nell’orto.

Mi dolevano le braccia. Mi dolevano le spalle. Avevo un terribile male alle reni. Cercai di ripensare al perché mi ero cacciata in quella situazione. Aveva qualcosa a che vedere con l’avventura romanzesca del viaggio interstellare. O era la ricerca della conoscenza?

Nel pomeriggio tornavamo a casa a riposarci. Alla sera Yohai usciva: tornava nell’orto o forse andava da qualche altra parte. Io restavo con Nahusai. Lei mi insegnava qualcosa di più della lingua. Cominciavo a capire delle frasi complete.

Non mi lasciavano mai sola, a parte quando andavo alla latrina. Non ero certa del perché. Nahusai e Yohai avevano forse paura di me? O temevano che qualcuno potesse cercare di farmi del male?

Non mi sentivo del tutto al sicuro, neppure nella latrina. Forse qualcuno mi osservava. Senza dubbio l’individuo col cappello l’aveva fatto. Le persone potevano notare se passavo parecchio tempo là dentro. Potevano decidere di avvicinarsi di soppiatto e ascoltare. Non avrebbero compreso la mia conversazione, ma avrebbero capito che parlavo con qualcuno che non era presente.

Andò a finire che chiamai dalla casa una notte in cui le mie compagne si addormentarono presto.

— Dove diavolo sei stata? — domandò Eddie.

Abbassai il volume e spiegai la situazione.

— Lixia, devi tenerti in contatto. Eravamo preoccupati. La Ivanova comincia a parlare di venire a cercarti. Riesci a immaginare la scena? Piomberebbe lì come il Settimo Cavalleria, e noi dovremmo trovare il modo di rimediare allo scompiglio che provocherebbe.

— D’accordo — dissi e abbassai ancora di più il volume. All’altra estremità della casa, Yohai e Nahusai russavano. Sembravano quasi del tutto umane.

Eddie mi riferì le notizie. Harrison Yee era tornato sulla nave e altrettanto aveva fatto Antonio Nybo. Tony era stato nell’arcipelago. Vi aveva trovato numerosi luoghi cerimoniali: massi sistemati in modo da formare dei cerchi e rocce con pittogrammi, ma nessun abitante. La sua isola era deserta.

— Di interesse esclusivamente archeologico — disse Eddie. — Lo abbiamo richiamato a bordo.

C’erano altre cinque persone della Terra ancora sul pianeta. Quattro di loro si trovavano in villaggi più o meno simili al mio. La quarta, Gregory, stava con un popolo delle montagne occidentali.

— Allevano greggi e fanno fantastici lavori di tessitura, o così almeno mi dice Gregory.

— Uhu.

— Non sembra che ci siano grandi centri abitati. Non sappiamo ancora il perché. Non abbiamo neppure delle teorie in proposito.

— Una situazione disperata — commentai.

Eddie rise.

Yohai si lamentò e si rigirò.

Dissi: — Devo andare.


Il quattordicesimo giorno del mio soggiorno nel villaggio decisi che dovevo chiamare di nuovo. Attesi finché non si fece buio, poi andai alla latrina. L’unica grande luna del pianeta stava sorgendo. Era sospesa sopra i tetti, di un arancione intenso, all’ultimo quarto. Lasciai aperto l’uscio della latrina. Entrando, il chiarore lunare, mi permetteva di vedere abbastanza bene per far funzionare la mia radio.

Quella sera Eddie aveva una nuova e interessante notizia.

— Yvonne sostiene che non ci sono uomini adulti nel suo villaggio. Ci sono alcuni vecchi. Vivono ai margini del villaggio, a quanto dice, ciascuno per proprio conto. E ci sono ragazzi, bambini di sesso maschile. Ma nessuno nell’età di mezzo.

Riflettei per un momento. — Conosco la parola che significa "ragazzo" e ho visto dei ragazzini giocare nella strada. I bambini più piccoli non portano indumenti. Il sesso è evidente, e un interessante esempio di evoluzione parallela. Ma non conosco il termine per "uomo". — Mi morsicai il labbro per uno o due minuti. — Lascia che indaghi su questo fatto.

— Okay — disse Eddie.

Chiusi il collegamento e mi appesi la radio alla spalla, quindi uscii dalla latrina. La luna era proprio sopra di me. Era più piccola della nostra Luna, ma più prossima al suo pianeta principale, con un’albedo assai maggiore. Illuminava l’area circostante: lo spiazzo di erbacce, la latrina e una mezza dozzina di abitazioni.

Mi incamminai verso la casa di Nahusai. Qualcosa si mosse nell’ombra lungo la parete.

— Sì? — chiamai. — Che cosa c’è?

Qualcos’altro si mosse alla mia destra, nei pressi di una delle case circostanti. Mi voltai. C’era una persona ritta nel chiarore lunare. Indossava una veste lunga.

— Che cosa c’è? — domandai.

— Sono Hakht — fece una voce aspra. O forse la voce disse "Akht". Non ero certa dell’aspirazione iniziale.

Altre figure emersero dall’oscurità. Erano una mezza dozzina e due portavano dei bastoni. Si disposero in cerchio attorno a me, a una certa distanza. Nondimeno, mi impedivano ogni via di uscita dal cortile.

— Ti abbiamo sentita. Tu vai lì… — La figura con la veste lunga additò la latrina. — Tu parli. Tu fai… — Disse qualcosa che non riuscii a capire, ma sembrava un’accusa.

— Non ho fatto niente di male — dissi.

L’individuo fece un gesto che significava "no" o "non sono d’accordo", ne ero abbastanza sicura. — Sei una qualcosa. Ti ordino di andartene!

— Non capisco — ribattei.

— Vattene! — urlò l’individuo.

Mi guardai attorno. Nessuno si avvicinava. Che cosa supponevano che fossi? Uno spirito maligno? Feci un passo avanti. Le persone davanti a me si spostarono su entrambi i lati.

— Grazie — dissi in inglese.

Alle mie spalle l’individuo dalla veste lunga sbraitò: — Qualcosa! Vattene!

Girai intorno alla casa finché non arrivai sul davanti ed entrai. Nahusai era andata a letto. Yohai sedeva accanto al fuoco. Tesseva, usando il piccolo telaio a mano. Alzò gli occhi.

— Una brutta faccenda — dissi. — Una persona chiamata Hakht o Akht.

— Tsa! - Si alzò, aiutandosi con le mani. — Che cosa?

— Ero nella latrina. Sono uscita. Hakht era lì. Hakht ha detto: "Vattene".

— Uh! — Yohai si precipitò dalla madre e scosse l’anziana donna per svegliarla. Parlarono sottovoce e in fretta. Mi morsi l’unghia del pollice.

— Nahusai! — fece una voce alle mie spalle. Era Hakht, naturalmente. Se ne stava ritta nel vano della porta, tenendo un bastone con una mano e un sonaglio con l’altra. Il sonaglio era dipinto di bianco e dall’impugnatura penzolavano delle penne nere.

— Che cos’è questa storia? — s’informò Nahusai.

Lanciai un’occhiata all’anziana donna. Adesso era in piedi. Yohai reggeva una cintura fatta d’argento. La vecchia si sistemò la lunga veste, poi prese la cintura e se la mise. Dopo di che, aprì una scatola e tirò fuori una mezza dozzina di collane. Erano in argento, rame, bronzo e conchiglie. Le indossò. Yohai le porse un bastone. Lei venne verso di noi camminando adagio, con dignità, appoggiandosi al bastone.

— È notte, figlia di mia sorella — disse rivolta a Hakht. Parlava con voce lenta e chiara. Avevo l’impressione che volesse che capissi anch’io. — Che cosa ci fai qui?

Hakht agitò il sonaglio nella mia direzione. Fece un suono ronzante. — Quella se ne andrà.

— No — rispose Nahusai.

— È una qualcosa! — dichiarò Hakht.

— No. Che cosa ti ho insegnato, figlia di mia sorella? Come riconosciamo un qualcosa? — Nahusai alzò un dito. — A loro non piace mangiare. — Alzò un secondo dito. — Non dormono mai. — Alzò un terzo dito. — Non entrano in acqua. Non è così?

Nahusai fece un cenno nella mia direzione. — Questa dorme. Mangia… — La mia ospite fece un ampio gesto, indicando che mangiavo in abbondanza. — Usa la latrina. È stata nell’acqua. L’ha vista Yohai. Non è una qualcosa. Dici una cosa sbagliata, figlia di mia sorella. Non è la verità.

Hakht si accigliò e aprì la bocca per rispondere.

Nahusai additò la porta. — Non intendo parlare di notte. Vattene!

Dopo un istante, Hakht si girò e uscì lentamente, con palese riluttanza. Teneva la schiena rigida e la mano che reggeva il sonaglio si muoveva leggermente. Udii un debole ronzio discontinuo.

Quando se ne fu andata, Yohai incominciò a gemere.

— Tsa! - esclamò la donna anziana.

Mi scoprii a tremare. Mi sedetti e per poco non caddi nel piegarmi. Nahusai e Yohai si misero a parlare fra loro e c’era tensione nelle loro voci. Non riuscii a capire una parola della conversazione.

Che cosa era successo, in ogni modo? Hakht mi aveva accusata di essere una qualche specie di creatura soprannaturale. Un mostro, uno spirito maligno, uno spettro. Nahusai aveva detto che non ne avevo le caratteristiche distintive, di qualunque cosa si trattasse. Aveva parlato come se fosse un dottore che discute i sintomi di una malattia. Doveva essere una maga o una sacerdotessa, e anche Hakht doveva esserlo. Una specialista rivale. In tutti i casi, Hakht si era tirata indietro, sconfitta, almeno per il momento. Ma ero abbastanza certa che la disputa non sarebbe finita lì. Dovevo chiedere a Eddie di venirmi a prelevare? Mi mordicchiai un’unghia. Non ancora.

La mia ospite parlò, con voce calma e decisa. Qualunque cosa stesse dicendo, sembrava irrevocabile. Yohai fece un gesto che io non compresi del tutto, ma pensavo che significasse "così sia".

Nahusai sospirò. Appoggiò di nuovo il bastone alla parete, poi si tolse i monili. Aveva un’aria sfinita.

— Li-sha. — Era Yohai.

— Sì?

— Dormi. — Yohai indicò col dito il mio mucchio di pellicce.

Ubbidii, ma non riuscii a prendere sonno per ore.

All’alba Yohai mi scrollò. — Svegliati. Mangia.

Mi tirai su a sedere. Il fuoco ardeva con una vivida fiamma. Sopra era appeso un paiolo, e lì accanto era seduta la mia ospite.

— Vieni — fece Yohai. — Adesso.

Andai per prima cosa alla latrina. Fuori faceva freddo. Il terreno era bagnato di rugiada e il cielo era del colore indefinibile dell’alba. Perché ero già in piedi a quell’ora? Altri guai, conclusi. Usai la latrina e tornai verso la casa. C’era dell’acqua in una grossa catinella accanto alla porta. Mi lavai ed entrai.

La colazione consisteva nella solita poltiglia. Pareva che fosse il loro cibo preferito. Finito di mangiare, la mia ospite mi guardò. La sua espressione era grave. — Li-sha. — Fece una pausa e aggrottò la fronte. — Hakht dice cose cattive. La gente ascolta. Dicono: "Sì. Li-sha è una qualcosa. È cattiva". S’interruppe di nuovo e restò a fissare il fuoco, poi tornò a rivolgersi a me. — Io sono vecchia. Loro sanno che andrò… — Batté leggermente sul pavimento. Il gesto significava sotto terra. — Io parlo. Loro non mi ascoltano. Va’ con Yohai.

— Dove?

— Un buon posto. Va’.

Misi le mie cose nello zaino, poi me lo caricai sulle spalle. Yohai indossò una semplice tunica marrone e una cintura di cuoio, alla quale era appeso un fodero, e nel fodero c’era un coltello. Aveva un manico fatto di ottone e corno.

— Vieni — disse Yohai.

Mi fermai di fronte a Nahusai. Non conoscevo la parola per dire "grazie", ma esisteva un gesto. Mi toccai il petto, poi girai la mano con il palmo rivolto verso Nahusai.

Lei ricambiò il gesto.

Le porsi un dono: una scatola. Era fatta con il legno proveniente da una delle Isole Deserte, intarsiato con frammenti di conchiglia. Erano di un rosa e di un verde iridescenti, più belle dell’aliotide e della madreperla.

Nahusai prese la scatola.

— Addio — dissi in inglese, poi seguii Yohai fuori dalla porta.

Il sole stava appena facendo la sua comparsa. Guardando verso est, lo vidi: una striscia di luce arancione sopra i tetti. Il cielo era sereno. La strada deserta, fatta eccezione per un ki giallo: un volatile domestico, qualcosa di simile a una gru. Era a caccia di insetti fra le erbacce lungo la parete di una casa. Lo spaventammo. Il volatile si allontanò impettito e noi ci affrettammo nella direzione opposta.

Quando il sole si fu levato del tutto, noi ci trovavamo già nella foresta. I tronchi s’innalzavano da tutti i lati come pilastri in una cattedrale dei tempi antichi. Molto più sopra di noi c’erano i rami e le loro foglie scure nascondevano il sole. Ogni tanto arrivavamo in una radura, illuminata dal sole e piena di insetti volanti. Doveva esserci una nidiata, oppure stavo assistendo a una migrazione? In ogni caso, gli insetti erano tutti della stessa specie. Il corpo era di un blu elettrico, le ali trasparenti e incolori, fatta eccezione per due grosse chiazze rosse.

In una radura gli insetti erano particolarmente numerosi. Si libravano tutt’attorno a noi. Uno mi si posò sul braccio. Mi fermai, affascinata. L’insetto agitò le ali. Contai otto zampe e due antenne.

— Vieni — mi sollecitò Yohai.

Mi affrettai a seguirla. L’insetto volò via.

A mezzogiorno giungemmo nei pressi di una costruzione che sorgeva in una radura più vasta del consueto. Tutt’attorno crescevano erbacce e sul retro scorreva un torrente. Udivo il rumore dell’acqua corrente.

— È questo il posto — mi disse la mia compagna.

La costruzione era piccola e vecchia. Un tronco sosteneva una parete e il tetto era di cuoio. Ero abbastanza certa che non fosse il tetto originario, ma piuttosto una riparazione di fortuna, fatta da qualcuno che non era un carpentiere. Su un lato, a poca distanza, c’era una seconda costruzione, una specie di capanno dal quale proveniva del fumo. Che cosa poteva essere? Ebbi la risposta un momento dopo: il suono di un martello. Una fucina.

La mia compagna si diresse verso il punto da cui proveniva il suono e io la seguii. Ci fermammo davanti all’entrata del capanno e guardammo dentro. Un fuoco ardeva in una fucina di pietra e c’era una persona china sopra un’incudine di ferro. C’era del metallo sull’incudine, di un intenso giallo incandescente. La persona sollevava un martello, poi lo abbatteva, lo sollevava e lo abbatteva di nuovo.

Yohai alzò una mano in un cenno di ammonimento. "Aspetta" significava quel gesto. E io aspettai.

Dòpo un po’ la persona mise giù il martello, si raddrizzò, si stiracchiò, emise un mormorio e infine si girò e ci vide. — Uh!

Yohai disse qualcosa che non compresi.

Il fabbro, uomo o donna che fosse, fece un gesto.

Yohai disse ancora qualcosa. Intanto io osservavo con attenzione il fabbro. Indossava sandali e un grembiule di cuoio; nient’altro. Lo guardai bene: ampie spalle, un grande torace, braccia possenti. Era una creatura imponente. Il pelame che la ricopriva era di un bruno rossiccio, un colore insolito. Non c’era stato qualcuno di simile alla festa la sera in cui ero arrivata?

Yohai smise di parlare.

Il fabbro fece un altro gesto, poi mi guardò. — Io sono Nia. Resterai qui.

Feci il gesto dell’assenso.

Yohai disse qualcosa rivolta a me. Era un addio? Si voltò e si allontanò, camminando in fretta. Nel giro di uno o due minuti era sparita.

— Siediti — mi disse Nia. — Io… — Fece un cenno in direzione del fuoco.

— Capisco.

Mi sistemai in un angolo. Nia aggiunse altra carbonella al fuoco, poi cominciò ad azionare il mantice: una grossa sacca fatta di cuoio con attaccato un bastone. Nia alzava e abbassava il bastone. La sacca si riempiva e si svuotava. Il fuoco si ravvivò. Dopo qualche istante, Nia raccolse le tenaglie e depose il metallo nel fuoco.

— Che cos’è quello? — domandai, indicandolo col dito.

Nia mi disse la parola che significava ferro, poi riprese a lavorare. Batté il pezzo di ferro finché non fu piatto, poi lo riscaldò e lo ripiegò, quindi ricominciò a batterlo fino ad appiattirlo. L’operazione si ripeté più e più volte. Mi stancai di osservare.

A un certo punto del pomeriggio Nia smise di lavorare. Tirò un sospiro e si stiracchiò. — Cibo.

— Sì. — Mi alzai in piedi.

Andammo nell’altra costruzione. L’interno era vuoto, a parte un mucchio di pellicce e un paio di recipienti. Nia si tolse il grembiule, poi rovistò fra le pellicce e trovò una tunica. Se la mise.

— Ecco. — Tirò fuori del pane da un recipiente. L’altro era pieno di un liquido: il narcotico dal gusto acre che avevo bevuto alla festa.

Ci sedemmo sulla soglia e mangiammo e bevemmo.

— Da dove vieni? — s’informò Nia. Aveva la bocca piena di cibo e non riuscii a capirla, così lei dovette ripetere la domanda.

— Non sono di queste parti — risposi.

— Io appartengo al Popolo del Ferro — fece lei. — Si trova molto lontano. Laggiù. — Puntò il dito in direzione del sole. — Tu?

Feci un cenno nella direzione opposta, verso oriente.

— Già. — Bevve altro liquido. — Questa gente è difficile da capire. — Si alzò e tornò nella fucina.

Io rimasi dov’ero finché non sentii il rumore del martello di Nia. Poi tirai fuori la radio e chiamai Eddie.

Quando ebbe ascoltato ciò era accaduto, lui disse: — Dovrei tirarti fuori di lì.

— No.

— Perché no?

— Non credo di correre alcun pericolo, e se così fosse… Eddie, sapevamo tutti quanto potesse essere pericoloso. Avremmo potuto mandar giù dei robot. Abbiamo mandato delle persone perché volevamo quello che solo le persone possono apportare a una situazione. La prospettiva umana. Abbiamo deciso con una votazione di correre il rischio e c’è stata una netta maggioranza a favore.

Eddie restò in silenzio.

— Io voglio restare. È la mia prospettiva umana. È la ragione per cui ho lasciato la Terra, non per starmene seduta in una sala in una dannata nave. Finalmente sono in grado di portare avanti una conversazione, e comincio a imparare come gli indigeni lavorano il ferro. Lo sai che mi interessa la tecnologia.

Ci fu ancora silenzio, poi un sospiro. — Mi sono opposto all’impiego di robot perché ero convinto che sarebbero stati più dirompenti delle persone. D’accordo. Rimani. Ma credo che tu abbia torto.

— Riguardo a che cosa? La situazione?

— No. La tecnologia. È un tipico preconcetto occidentale. Tu credi che un utensile sia più importante di un sogno perché un utensile può essere misurato e un sogno no.

Feci un suono evasivo.

— La colpa è dei greci — disse Eddie.

— Che cosa?

— Sono stati loro a sentenziare che la realtà era matematica. Un’idea folle! Un valore etico non è come un triangolo. Un concetto religioso non si può ridurre a una formula. E tuttavia sono entrambi reali. Sono entrambi importanti.

— Non avrai modo di litigare con me. Non ne so abbastanza della filosofia occidentale per difenderla. E devo chiudere la trasmissione.

— Chiamami domani.

— D’accordo.

Nia tornò al crepuscolo. Divise in due il suo mucchio di pellicce. — Tu dormi lì. — Indicò uno dei mucchi.

Mi svegliai al levar di sole. Nia era già in piedi e si stava mettendo il grembiule. — Yohai dice che puoi imparare. Vieni.

Andammo nella fucina. Nia accese il fuoco, poi mi insegnò ad azionare il mantice. Quella mattina fece la lama per una zappa. Era appuntita e aveva due barbigli sulla parte posteriore: per sarchiare, decisi, anche se dava l’impressione di poter essere usata come arma.

Non avevo visto nessuna autentica arma. Nessuna spada. Nessuna picca. Non una scure né una mazza da combattimento. Niente che fosse palesemente concepito per fare del male a un’altra persona.

Era una cosa interessante. Forse gli uomini, ovunque si trovassero, avevano gli strumenti per uccidere.

A mezzogiorno ci interrompemmo per mangiare. Domandai a Nia il nome di parecchi oggetti: la lama della zappa, il martello, e così via. Lei aggrottava la fronte e me lo diceva. Avevo la sensazione che non sarebbe stata un’insegnante molto brava. Sembrava laconica per natura.

Tornammo al lavoro. Presto cominciarono a dolermi le braccia, poi la schiena e infine le gambe. Il fumo mi irritava gli occhi e non ero troppo entusiasta delle nuvole di vapore prodotte quando Nia immergeva la lama incandescente in un secchio d’acqua. Lo fece due volte. Alla fine portò fuori la lama. La esaminò alla luce del sole, poi fece il gesto che significava "sì".

— Va bene? — domandai.

— Sì. Ne farò un’altra.

Maledizione a lei. La fece. Quando ebbe finito, io ero ormai esausta. Andai fuori e mi sdraiai per terra mentre lei riduceva il fuoco e metteva via gli utensili. Era ordinata fin quasi alla pignoleria nel lavoro. La casa, al contrario, era in un totale disordine. Per la prima volta notai che la giornata era fresca e luminosa. Una bella giornata, quasi finita ormai. Decisi di non chiamare Eddie. Era uno sforzo troppo grande. Invece me ne andai a letto.

Il giorno seguente Nia fabbricò del filo metallico. Io lavorai al mantice e imparai una nuova frase: "Aziona in modo costante, idiota!".

Quella sera restammo sedute nella casa di Nia a bere il liquido acre. Alla fine eravamo entrambe un po’ ubriache. Nia incominciò a cantilenare fra sé e sé, battendo una mano sulla coscia per tenere il tempo. Aveva gli occhi socchiusi e un’aria trasognata.

Io ero appoggiata alla parete e osservavo il fumo che saliva dal fuoco. Era un cambiamento in meglio, decisi. Nia era taciturna e irascibile, ma non era malinconica. Nahusai era solita passare parecchio tempo seduta a rimuginare e Yohai era quasi sempre indaffarata. L’avevo trovato irritante.

Nia smise di cantilenare. La guardai. Adesso era coricata e un minuto dopo incominciò a russare. Una compagna distensiva, mi dissi.

Durante i dieci giorni che seguirono non accadde niente di rilevante. Aiutavo Nia nella fucina e la sera parlavo con Eddie.

— Non ci sono dubbi sulla tua lingua — mi disse una sera. — È una lingua franca, il che spiega perché è così facile da imparare. Anche il continente grande ha un linguaggio commerciale, uno diverso, che non è assolutamente collegato con il tuo. Yvonne e Santha lo stanno imparando. Meiling impara qualcos’altro, un linguaggio locale, terrificante nella sua complessità.

— E Gregory? — m’informai.

— Un altro linguaggio locale, ma meno difficile. Oh, a proposito, a Gregory è successa una cosa interessante…

Attesi con impazienza. Avevo imparato che Eddie tendeva a serbare le informazioni veramente importanti per la fine di una conversazione.

— Gli individui fra cui si trova hanno scoperto che è un maschio. Gli hanno detto di andarsene. Lui ha chiesto il perché. Pare che la domanda li abbia lasciati interdetti. Non riuscivano a credere che l’avesse fatta. Alla fine, però, glielo hanno spiegato. Nella loro società gli uomini vivono per proprio conto, su fra le alte montagne. Badano alle greggi e non si recano mai nelle case dove abitano le donne. L’idea stessa è ignobile. Gregory dice di non essere riuscito a pensare a un modo garbato per informarsi sulla procreazione.

— L’hanno cacciato via?

— No. Ha detto loro che non sapeva come restare vivo da solo fra le montagne. Hanno discusso a lungo, poi hanno deciso di lasciarlo restare in una delle costruzioni esterne, una specie di granaio. Ed è rimasto lì. J’y suis, j’y reste, dice.

— Gli uomini vivono totalmente da soli?

— Secondo Gregory, sì. Le donne sostengono che gli uomini hanno un brutto carattere. Non amano la compagnia.

— Ah, sì? Questo spiega ciò che è successo a Harrison.

— Uhu. Ho avvertito Derek e Santha. Yvonne parlerà con la sua ospite; è l’informatrice ideale, una cronachista tribale che non smette mai di parlare.

Feci il gesto dell’intesa, poi sorrisi e dissi: — Sì.

— Tu parlane con Nia. Chiedile informazioni sugli uomini della sua società.

Promisi che l’avrei fatto, ma non lo feci. Non era mai facile parlare con Nia. Spesso si interrompeva nel bel mezzo di una frase e restava a fissare il vuoto oppure cambiava argomento. Avevo l’impressione che vivesse da sola da troppo tempo. Aveva dimenticato come si teneva una conversazione. Mi concentrai sul compito di carpirle informazioni sulla grammatica. Le domande sulle tradizioni popolari potevano aspettare ancora un po’.

Una mattina Nia rovistò fra le travi della sua casa e tirò giù due asce.

— Vieni — mi disse. — Andiamo a far legna.

Trascorremmo tutta la mattina nella foresta. Nia abbatté un albero che era alto forse dieci metri. Il tronco era diritto, i rami spogli, a parte alcune foglie appassite. L’albero era evidentemente morto, e da un po’ di tempo.

Quando l’albero fu a terra, Nia disse: — Fallo a pezzi.

— Farò del mio meglio.

Cominciai a spaccarlo. Nia si allontanò. Quando mi interruppi per fregarmi le mani, sentii la sua ascia a breve distanza. Stava abbattendo un altro albero.

A mezzogiorno ci prendemmo un po’ di riposo.

— A che cosa serve? — le domandai

— Carbonella. — Masticò un pezzo di pane. — Questo legno è già secco. Domani lo mettiamo sotto terra. Brucerà per nove, dieci giorni, adagio, sotto terra. Allora diventerà carbonella.

Si alzò, si stiracchiò e fregò le palme delle mani sulle cosce. — È ora di tornare a lavorare.

Emisi un gemito e presi la mia ascia.

Dopo qualche minuto la vescica che avevo sulla mano destra si ruppe. Misi giù l’ascia e mi guardai la vescica. C’era del sangue. Avrei dovuto medicarla. Tornai verso la casa di Nia e aprii il mio zaino. Era meglio lavare la ferita? Decisi di non farlo. Appariva pulita e non sapevo che genere di microbi vivessero nei corsi d’acqua, soprattutto quelli in prossimità di un villaggio. In teoria, niente su quel pianeta poteva nutrirsi di me. La nostra materia genetica era troppo diversa e nessun virusoide locale avrebbe potuto usare il mio Dna per riprodursi. Nessun batterioide locale avrebbe potuto usare le mie cellule per alimentarsi. Tuttavia…

Tirai fuori il barattolo del bendaggio e mi spruzzai una piccola e sottile fasciatura. Bruciava. Sarebbe servita da disinfettante. Mi sedetti e aspettai che la fasciatura si asciugasse. Era lucida e color bruno scuro: color carne, stando all’etichetta sul barattolo, e prodotto nella Confederazione Sudafricana.

— Nia! — gridò una voce.

Alzai lo sguardo. Yohai usciva dalla foresta, camminando in fretta.

— Dov’è Nia?

— Laggiù. — Glielo indicai col dito. — Puoi sentire il rumore dell’ascia.

— Cattive notizie! Devo informarla. — Corse via.

Pensai di seguirla, ma poi decisi di no, misi via il barattolo del bendaggio e feci un po’ di lavori di casa. Quel disordine incominciava a farmi impazzire. Appesi gli indumenti di Nia e sistemai le pellicce su cui dormivamo in due mucchi ordinati. Quando ebbi finito, uscii. Non riuscivo a sentire i colpi dell’accetta né alcun altro suono all’infuori dello stormire delle foglie. Il sole splendeva nel cielo, quasi radioso come il nostro Sole, e l’aria era torrida. Mi sedetti all’ombra di una parete e attesi. Dopo mezz’ora, arrivarono Nia e Yohai.

— È ora che ti dica che cosa sta succedendo — fece Nia.

— Mi farebbe piacere.

Si accosciarono entrambe. Nia depose per terra le sue due accette, poi si grattò il naso. — Nahusai si trova a letto. Non riesce ad alzarsi. Non riesce a mangiare. Hakht dice che sei stata tu a far questo. Hakht dice che devi essere cacciata. Altrimenti Nahusai morirà e altra gente dopo di lei. Tu fai delle canzoni. Le canzoni fanno del male. Rubano il respiro dalla bocca. Fanno diventare duro come pietra il sangue dentro la pancia. — Nia rivolse un’occhiata a Yohai. — È questo che hai detto.

Yohai fece il gesto dell’approvazione. — Credo che sia stata Hakht a comporre le canzoni. È lei quella che sta facendo del male. Mia madre è vecchia. Non può difendersi. Io non ho il potere. Le persone che non sono più qui non parlano con me. Non posso difendere mia madre.

Bene, la cosa era abbastanza chiara. Nahusai era ammalata. Hakht mi stava accusando di aver gettato un incantesimo sull’anziana donna. Ero una strega, secondo Hakht, in ogni caso.

— Perché Hakht sta facendo questo?

Fu Nia a rispondermi. — Non sa aspettare. Vuole essere la donna più importante del villaggio. E lo sarà, quando Nahusai andrà… — S’interruppe, poi batté con la mano sul terreno. — Le ha insegnato Nahusai. Nahusai ha detto: "Questa sarà quella che verrà dopo di me". Ma lei non sa aspettare. — Nia aggrottò la fronte. Dopo un momento, aggiunse: — Ci sono persone così.

Feci il gesto dell’approvazione.

— Lei cerca di immischiarsi in ogni cosa. Se Nahusai dice "sì" a qualche cosa, quella donna dice "no". Nahusai ti ha accolta. Per questo Hakht dice che sei un demonio.

— È la verità — disse Yohai.

— Che cosa facciamo? — domandai.

— Riesco a pensare a una cosa soltanto — disse Nia. — Dobbiamo aspettare. Se Nahusai starà meglio, farà tacere Hakht. Se non… — Nia fece un gesto che non riconobbi.

— Che cosa significa?

— Chi può dirlo?

Stavo per ripetere la mia domanda quando mi resi conto che Nia aveva già risposto. Il gesto, la mano tesa, poi inclinata di qua e di là, significava "chi può dirlo?".

Nia si alzò in piedi. — Yohai, tu torna a casa. Io e Li-sa saremo prudenti. Grazie per l’avvertimento.

Yohai fece il gesto dell’intesa, quindi se ne andò. Attesi finché non fu partita, poi guardai Nia. — Credi che abbia ragione?

— In che senso?

— È stata Hakht a provocare tutto questo? Ha fatto del male a Nahusai?

Nia aggrottò la fronte. — Io non so se le canzoni facciano qualcosa. O se le persone che non sono più qui ascoltino qualcuno. Ma una donna come Hakht conosce cose da mettere nel cibo. È una brutta situazione. — Serrò il pugno e colpì la parete sopra di me. — Odio questo posto! Sono stanca degli alberi scuri. Sono stanca delle persone. Stanno sempre a raccontarsi storie sull’una o sull’altra. Stanno sempre a progettare come farsi del male a vicenda. — Si chinò e afferrò un’ascia, poi se ne andò. Un po’ più tardi sentii il rumore di un’accetta. Nia stava abbattendo un altro albero.

Pensai di chiamare Eddie, ma poi decisi di no. Dieci a uno che avrebbe voluto farmi tornare sulla nave. Non pensavo che la situazione fosse pericolosa e volevo sapere che cosa sarebbe successo in seguito.

Me ne andai sulla riva del fiume e feci i miei esercizi di yoga. Quindi meditai, osservando l’acqua corrente. Al crepuscolo comparvero degli insetti: erano piccoli, simili a zanzare. Non morsicavano, ma mi s’infilavano nel naso e negli occhi. Mi alzai e tornai verso casa, sentendomi rilassata. La mia mente, solitamente attiva e un po’ ansiosa, ora sembrava sgombra e serena come il cielo sopra di me. Mi fermai e guardai in su. C’era una luna sopra la foresta, una sottile falce, meno di un quarto. Era di un giallo tenue e brillava della luce di un sole sparito. Tutt’a un tratto mi sentii colma di una gioia intensa. Da un momento all’altro le cose avrebbero cominciato ad avere senso, avrei visto il disegno nei fenomeni rilevabili, o al di là di questi, avrei capito il mistero della vita, il segreto dell’universo.

Poi la sensazione sparì. La luna era solo una luna. Scrollai le spalle. Una volta ancora non ero arrivata fino in fondo. A che cosa, in ogni caso? Non ero davvero sicura che questi momenti di quasi rivelazione significassero qualcosa.

Entrai e trovai Nia che preparava la cena: una pappa d’aveva brodosa con mescolate dentro delle bacche. I suoi movimenti erano bruschi e il suo corpo pareva teso. Era ancora infuriata. Decisi di restare in silenzio. Mangiammo e andammo a dormire.

Mi svegliai, sentendo un rumore: un sommesso tum-ta-tum. Proveniva dall’esterno. Un tamburo.

Chiamai: — Nia?

Lei uscì carponi dal letto. Un istante dopo era sulla porta e l’apriva. Entrò una luce grigia. Nia se ne stava ritta nel vano della porta. Era nuda e teneva in mano un’ascia.

Mi alzai e mi avvicinai alle sue spalle.

Mancava poco al sorgere del sole e c’era luce a oriente. Nella radura di fronte alla casa ardevano cinque torce. Avevano un che di suggestivo mentre ondeggiavano al vento, ma servivano ben poco a illuminare. Vidi delle figure scure e compresi che doveva trattarsi di persone. Ma non sapevo chi fossero e neppure quante ce ne fossero. Venticinque? Trenta? Forse di più.

Nia brontolò qualcosa e uscì dalla porta. Io la seguii. Una persona venne verso di noi. Teneva in mano un sonaglio e lo muoveva in continuazione. Faceva un rumore simile a un serpente a sonagli impazzito.

— Finiscila con quel baccano — disse Nia. La sua voce aveva un suono rabbioso.

— Benissimo. — Il rumore cessò. — Siamo venute per il demonio. — Riconobbi la voce. Forte, stridula e arrogante, apparteneva a Hakht.

Nia si lanciò un’occhiata attorno. — Che significa tutto ciò? Nahusai è morta?

— È morta la notte scorsa. Ero nella mia casa e componevo una canzone per allontanare la malasorte. Ho sentito gridare Yohai. Ho capito che la vecchia se n’era andata.

— E Yohai? — domandò Nia. — Yohai è qui?

Il cielo si andava schiarendo e vidi il gesto che fece la fattucchiera. Significava "no".

— Ci sono cerimonie che vanno celebrate. Lei le ha cominciate. — Hakht alzò la voce. Aveva un tono di trionfo. — Lei non vi aiuterà. Le ho detto che è stata lei a causare la malasorte. Ha suscitato la collera delle persone che non sono più qui. Le ho detto che tutto questo deve finire. Mi ha dato ascolto, o Donna del Popolo del Ferro. Farà quello che dico io. E adesso — Hakht sollevò la mano e la puntò — il demonio. Consegnamelo.

— No.

Hakht fece un passo avanti. Nia sollevò l’accetta. — Ascoltami, fattucchiera. Io non ho alcun rispetto per te. Non temo il tuo potere. — Fece una pausa. Di solito le sue spalle erano arrotondate, ma adesso si teneva eretta. — Tutte voi, ascoltate! Ho fatto qualcosa che pochissime donne hanno mai fatto. Ho ucciso una persona.

Ci fu del movimento fra le abitanti del villaggio. Nessuna parlò.

— A ovest di qui, sulla pianura, ci sono le ossa di un individuo che mi aveva fatta arrabbiare. Non l’ho neppure seppellito. — Si guardò attorno. — Sono disposta a farlo di nuovo.

Hakht aprì la bocca.

— Sta’ zitta! Lasciami finire!

Hakht richiuse la bocca. Era accigliata.

Nia proseguì. — Non voglio restare più qui. Sono stanca dell’oscurità sotto gli alberi. Voglio vedere di nuovo il cielo. Me ne andrò e porterò con me il demonio. Non resterà nessuno a tenerti testa, Hakht. Allora potrai essere contenta. — Il disprezzo nella sua voce era palese. — Dammi solo un giorno, o fattucchiera. Vattene e ritorna domani mattina. Io me ne sarò andata con il demonio e nessuno si sarà fatto male.

Ci fu un lungo silenzio. Nia mantenne il suo atteggiamento, tenendosi molto eretta, l’ascia sollevata. Hakht la fissò e aggrottò la fronte. Infine disse: — Benissimo. Torneremo domani. — Si voltò e si allontanò. Il resto del villaggio la seguì. Nel giro di uno o due minuti se ne erano andate, sparite nella foresta.

Nia sospirò. Le sue spalle si afflosciarono. Fece un passo indietro e si appoggiò alla parete della casa.

— Hai ucciso davvero una persona?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Ero molto arrabbiata. — Guardò in direzione della foresta. — Vorrei uccidere Hakht, ma non sono abbastanza arrabbiata. — Lasciò cadere l’accetta. — Va’ dentro. Preparati a partire. Io verrò non appena avrò smesso di tremare.

Entrai e preparai i bagagli. Dopo un po’ arrivò Nia. Riscaldò gli avanzi della cena e mangiammo.

— Forse questo è un bene — disse. — Forse sarei rimasta qui finché un giorno mi sarei ritrovata vecchia. Ora vedrò di nuovo la pianura. — Si alzò e tirò giù una sacca dalle travi. — Dovrò lasciare qui la mia incudine e la maggior parte dei miei utensili. Aiya!

Si diresse verso la fucina. Io mi recai al torrente a lavarmi. Quando tornai, si stava vestendo. La sacca era posata ai suoi piedi. Era mezza piena e bozzoluta.

— Che cosa ci hai messo dentro?

— Il meno possibile. E niente di veramente voluminoso. I tipi di utensili che uso non sono leggeri. Quando l’avrò portata da un po’, la sacca incomincerà a sembrare molto pesante. — S’interruppe e fece il gesto che significava "così sia". — Non sono disposta a lasciarmi tutto alle spalle.

Finì di vestirsi e ripiegò un mantello fatto di pelle. Anche questo entrò nella sacca, seguito da tutto il pane che c’era in casa. Dieci pezzi. — Andiamo. Hakht potrebbe cambiare idea. — Mi porse una delle accette, poi raccolse l’altra e si caricò la sacca sulla spalla. Io indossai il mio zaino. Ce ne andammo dalla casa.

Il sole era sorto. Il cielo era sereno e soffiava un vento freddo.

— Una buona giornata — osservò Nia.

— Che cosa accadrà a Yohai? — domandai.

— Darà ascolto a Hakht. Per un po’ sarà dura per lei, ma poi ci si abituerà. E Hakht diventerà amichevole quando vedrà che Yohai non fa nulla contro i suoi desideri. Alla fine andranno d’accordo. Lo scontro non è mai stato fra loro due. Era fra Hakht e Nahusai. O comunque è così che la penso.

Prendemmo il sentiero che conduceva al villaggio, camminando in fretta, e arrivammo al fiume prima di mezzogiorno. Mi guardai attorno. Sull’altra riva del fiume c’era uno steccato, basso e fatto di legno. Al di là c’era un orto. Foglie azzurre luccicavano alla luce del sole. Non vidi nessuno lavorare nell’orto e questo era abbastanza strano. Sembrava che le abitanti del villaggio passassero ogni giorno buona parte della mattina nei loro orti.

In lontananza ci fu un suono che ricordava una tromba. Uno strumento musicale, forse un corno. Udii delle voci che si lamentavano e strillavano.

— Le cerimonie — disse Nia. — Stanno girando attorno ai margini del villaggio, facendo baccano per scacciare Nahusai, nella terra lontana. — Nia si accigliò. — La mia gente non è così. Noi non abbiamo paura dei morti, solo della morte, che è un evento infausto. Naturalmente, devono esserci delle cerimonie…

Il corno risuonò di nuovo. Pareva più vicino. Nia s’interruppe e restò in ascolto, poi continuò.

— Le cerimonie scacciano la malasorte. Purificano il villaggio. Ma noi non abbiamo paura dei nostri amici e parenti solo perché questa brutta cosa è capitata a loro. Loro sono… devono essere… le stesse persone che erano prima. — Tornò a sistemarsi la sacca sulla spalla, poi si mise in cammino.

Pensai di chiederle altre informazioni sulle cerimonie funebri, ma lei camminava veloce. Dovetti affrettarmi per raggiungerla, e non avevo fiato da sprecare.


Enshi

<p>Enshi</p>

Seguimmo un nuovo sentiero che risaliva il fiume. Avevamo il sole sempre davanti a noi, o così sembrava, comunque. Stavamo viaggiando verso ovest.

All’incirca a metà pomeriggio prendemmo un’altra pista. Conduceva a nord in una zona di basse colline. Il terreno era sabbioso, gli alberi bassi e stentati. Qui e là incontravamo affioramenti di roccia sabbiosa di un colore giallo e arancione spento. La pista si vedeva a stento: una linea indistinta che si snodava fra le rocce e gli alberi. Finalmente, nel tardo pomeriggio, arrivammo a una capanna fatta di lunghi rami e addossata a una roccia. Sui rami erano stese delle pelli e del fumo usciva da un’apertura. Una ben misera e triste dimora!

Nia si fermò. — Portiamo doni! — gridò.

Una voce profonda rispose: — Andatevene.

— Sono Nia, la lavoratrice del ferro. Vuoi un coltello? Ha una lama tagliente. L’impugnatura è in osso. Un’ottima fattura, secondo me.

Ci fu un lungo silenzio. — Metti giù il coltello. Vattene. Torna quando il sole sarà sparito.

— Sì — rispose Nia. Rovistò nel proprio sacco e tirò fuori un coltello, che posò sul terreno. Poi si voltò e si allontanò. Io la seguii.

Percorremmo soltanto un breve tratto. Nia mise giù il sacco. — È una distanza sufficiente. Lui non può vederci qui. Mi sedetti. — Chi era?

— Non conosco il suo nome.

— È un… — Esitai. Non conoscevo il termine che significava uomo — È ciò che diventa un ragazzo?

— Un uomo. Sì. Chi altri vivrebbe qui da solo? L’ho già incontrato prima d’ora. È più amichevole della maggior parte degli uomini.

— E questo lo chiami essere amichevole?

— Sì. Gli uomini da queste parti non conoscono le buone maniere. Le loro madri li tirano su male, e i vecchi che dovrebbero insegnare loro come comportarsi quando lasciano il villaggio, questi vecchi sono scorbutici e meschini. Non hanno rispetto di se stessi. Questa è comunque la mia opinione.

— Perché gli uomini lasciano il villaggio?

Nia mi fissò a occhi sgranati. — Che genere di domanda è questa?

— Tutti gli uomini lasciano il villaggio?

— Sì. Naturalmente. — Aggrottò la fronte. — Che specie di persona sei? Perché fai una domanda del genere?

Ci pensai su un momento. — Vengo da molto, molto lontano. La mia gente è diversa dalla tua. Non saprei dire quanto diversa. Forse le differenze sono di poco conto, cose superficiali, come la pelliccia che tu hai e io no. Forse sono differenze notevoli. In ogni modo, fra la mia gente uomini e donne vivono insieme.

Nia corrugò di nuovo la fronte. — Ma com’è possibile? Dopo il cambiamento, nessun uomo può sopportare di stare insieme ad altre persone, fuorché nel periodo degli accoppiamenti, naturalmente, e a eccezione di Enshi.

— Enshi? — domandai.

Nia guardò fisso il cielo. — Il sole è quasi sparito. Possiamo tornare indietro.

Tornammo alla capanna. Attraverso le aperture fra le pelli si vedeva brillare la luce di un fuoco. Non vidi nessuno, né dentro né fuori. Il coltello era sparito e al suo posto c’era un canestro pieno di pesce affumicato.

— Questo è buono! — esclamò Nia. — Adesso non moriremo più di fame.

Il canestro aveva un coperchio. Nia glielo mise e lo chiuse, poi ficcò tutto quanto dentro il sacco. — Muoviamoci. Torneremo verso il fiume e troveremo un posto dove accamparci. A quest’individuo non piacerà che restiamo qui.

— È vero — fece la voce profonda. — È un buon coltello, Nia.

Nia lanciò un’occhiata alla capanna. — Il pesce ha un buon odore. Grazie.

Ci allontanammo. Il cielo si fece scuro e comparvero le stelle insieme a una luna: un punto luminoso che saliva rapidamente dall’orizzonte orientale. Ci fermammo in un avvallamento. Nia accese un fuoco e mangiammo un paio di porzioni di pesce. Era oleoso e pieno di lische, con un forte gusto affumicato. Non mi piacque in modo particolare.

— Chi è Enshi? — domandai.

Nia teneva lo sguardo fisso sul fuoco; il suo viso aveva un’espressione triste e meditabonda. Alla fine alzò gli occhi. — Ho composto una poesia su Enshi quando mi trovavo da queste parti ormai da un anno. Dice così:


"Io mi trovo in questo luogo buio,

questa foresta.


"Lui si trova in quel luogo buio,

quella tomba."


— È morto?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Non voglio parlare di lui. I vostri uomini vivono davvero insieme alle donne?

— Sì.

— È una cosa molto strana. È giusto?

La parola che aveva usato aveva diversi significati: "consueto", "ben fatto", "morale".

— Noi pensiamo di sì. Siamo sempre vissuti in questo modo.

Nia emise un suono scoppiettante. — Se Hakht lo sapesse, avrebbe la certezza che tu sei un demonio. Naturalmente, la sua gente fa parecchie cose che non sono giuste.

— Che cosa? — domandai.

Nia aggrottò la fronte, poi si grattò il naso. — A loro non piacciono gli uomini, neppure i propri figli. "Un figlio è una bocca", dichiarano. Intendono dire che un figlio è qualcosa che mangia cibo, fa baccano e non combina niente di utile.

— Ah! — osservai.

Nia fece il gesto dell’approvazione. — È una cosa molto scorretta. Ma c’è dell’altro… — Esitò. — A loro non va di accoppiarsi con gli uomini. Spesso in primavera si allontanano dal villaggo, due donne insieme. Se ne stanno nella foresta. Fanno cose con le mani. — Nia rabbrividì. — La tua gente fa delle cose del genere?

— Alcuni di noi sì. Io no.

— Credi che sia giusto?

Ci pensai su un momento. — È comune. Non credo che sia sbagliato. — Usai una parola che significava "insolito", "immorale", "mal fatto", o "fatto in modo gravemente insensato".

Nia rabbrividì di nuovo. — Io l’ho fatto una volta. Yohai continuava a chiedermelo. Una primavera sono andata con lei. Non so perché. Non mi è piaciuto. Ho provato un senso di vergogna. Aiya! - S’interruppe per un momento. — Quanto vorrei che avessimo qualcosa da bere.

Il giorno seguente facemmo ritorno al fiume e continuammo a seguirlo, dirette verso ovest. Il territorio era pianeggiante e coperto di foreste. Non c’era una nuvola nel cielo e il fiume scintillava. Creature simili a uccelli svolazzavano da un albero all’altro e altre cose, che non riuscivo a vedere, si aggiravano nel sottobosco. Ne scorsi una che ci attraversò il sentiero: un guscio bronzeo lungo più o meno mezzo metro con sotto parecchie piccole zampe che si muovevano rapide. Dalla parte superiore sporgevano due enormi occhi sfaccettati.

— Che cos’è? — chiesi mentre l’animale spariva.

— È chiamato wahakh - rispose Nia. — Può vivere sia nell’acqua sia fuori. La gente di qui sostiene che porti messaggi degli spiriti e qualche volta faccia da guida alle donne impegnate in viaggi dello spirito. Non lo mangiano mai, sebbene sia delizioso cotto arrosto. — Fece una pausa. — Lo lasceremo in pace.

Verso sera arrivammo a un lago. L’acqua era limpida e di un verde scuro. Lungo i bordi crescevano giunchi.

Nia si guardò attorno. — Sono stata qui prima d’ora, quando sono venuta a est, dopo aver lasciato il mio popolo. Ricordo che questo posto mi faceva venire in mente un lago della mia terra. Il Grande Lago dei Giunchi. Questo è più piccolo, naturalmente. Aiya! Come passano gli anni!

Ci accampammo. Nia trascorse la sera con lo sguardo fisso sul fuoco. Io mi allontanai, chiamai Eddie e gli riferii quello che era successo in quegli ultimi giorni.

— Tu corri dei rischi, non è vero? — disse lui.

— Qualcuno. Non molti.

— Quella pazza di una sciamana potrebbe aver deciso di ucciderti.

— Non credo che sia probabile. Ho la sensazione che queste persone non siano violente.

— Aha! Vallo a raccontare a Derek.

— Che cos’è successo?

— Ha deciso che doveva rivelare alla gente del suo villaggio che era un uomo, per vedere che cosa sarebbe successo. Ricorderai che è estremamente curioso. Hanno cercato di lapidarlo. Ha afferrato la sua radio ed è scappato.

— Sta bene?

— Sì. Ma che cosa sarebbe accaduto a qualcun altro, qualcuno che non fosse stato in grado di correre come lui?

Ci pensai per un po’. Derek era alto e biondo e veniva dalla California meridionale, un aborigeno che aveva trascorso l’infanzia viaggiando a piedi nel deserto. Quando aveva 15 anni, c’era stata una siccità. Lui era arrivato a una base commerciale sulla costa e aveva detto: "Sono stanco di vivere così. Insegnatemi qualcos’altro".

Lo mandarono a scuola e lui si dedicò alla corsa come attività sportiva. Era bravo sulle distanze brevi. Sulle lunghe distanze era imbattibile.

— Dov’è adesso? Sulla nave?

— No. Si sta dirigendo verso ovest. La regione, a quanto dice, è piacevole. Colline ondulate, foreste, qualche prateria. C’è selvaggina in abbondanza, assai più che in California. Ha intenzione di costruirsi un arco.

Un insetto mi svolazzò accanto. Cercai di colpirlo e lo mancai. — Come sta Gregory?

— Bene. Ma dice che la sua gente lo tratta in modo diverso. Gli parlano adagio e in tono risoluto e gli danno un sacco di ordini. Ordini molto semplici. È convinto che abbiano stabilito che non è molto intelligente. Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Non conosce il comportamento corretto e non è in grado di badare a se stesso.

Sorrisi.

— Un’altra cosa — disse Eddie.

Aha, pensai. Il lavoro per oggi. — Di che si tratta?

— Gregory sostiene che dev’esserci dell’oro nelle montagne. La sua gente porta un sacco di gioielli, e per lo più sono in oro.

— Che cosa c’è di tanto interessante in questo?

— I planetologi pensano che possa essere rilevante. Il pianeta ha una densità maggiore della terra e ci sono abbondanti prove di attività vulcanica. A quanto dicono, ci sono buone probabilità di trovare metallo in prossimità della superficie. Non soltanto oro, ma argento, platino, stagno, iridio, cromo, per nominarne alcuni. — La sua voce aveva un suono particolare: piatto e attento.

— Che cosa sta succedendo?

— Quassù incominciano a mostrare interesse. Soprattutto i membri dell’equipaggio. Non credo che abbiano abbastanza da fare. Parlano di possibilità. Se qui c’è il metallo, se è di ottima qualità, se è vicino alla superficie, forse addirittura in superficie, allora lo si potrebbe estrarre.

Mi dondolai all’indietro sui calcagni e guardai la radio. Naturalmente non potevo vederla davvero. La notte era troppo buia. — Una colonia mineraria? A diciotto anni luce da casa? Hanno idea di quanto costerebbe il trasporto?

— Stanno pensando a un centro industriale. Una colonia per costruire navi.

— A nessuno verrà mai in mente di costruire una nave in fondo a un pozzo di gravità, a meno che tu non stia parlando del genere di nave che viaggia sull’acqua, e non credo che sia così.

— L’assemblaggio finale verrebbe fatto nello spazio.

— Mmm! — dissi.

— Ci sono dei problemi — continuò Eddie. — Tutti riconoscono che ci sono parecchie difficoltà, ma non smettono di parlarne. Sono assolutamente affascinati dall’idea di tutto quel metallo.

La cosa non era affatto sorprendente. I nostri antenati si erano dati da fare sulla Terra. La maggior parte del metallo, del carbone e del petrolio che era facile raggiungere era esaurita, così come altre risorse. Buona parte dell’acqua. Buona parte del suolo. Centinaia, no, migliaia di specie di piante e animali.

Eddie proseguì. — Stavo pensando a Cortés e a ciò che accadde quando scoprì l’oro nel Messico.

— Ti preoccupi troppo.

— Uuh. Scommetto che è ciò che Montezuma disse ai suoi consiglieri.

Mi fregai gli occhi e mi sforzai di pensare. Ero sfinita. — Eddie, devo dormire.

— È notte lì giù da te? Immagino di sì. Sogni d’oro, Lixia.

Tornai all’accampamento e mi coricai. Nel cielo sopra di me brillavano le stelle. Da qualche parte lassù c’era un satellite ripetitore e molto più lontano, verso sud, oltre il centro dell’oceano, c’era la nave interstellare Number One. La vedevo con l’immaginazione, girare alla luce del pianeta principale di questo sistema, con solo un lieve luccichio: un enorme pezzo di idruro di litio a forma di sigaro. La superficie era butterata e scolorita. Più di metà della massa si era consumata. L’idruro di litio era stato il nostro combustibile oltre che la nostra protezione principale contro le radiazioni.

A un’estremità del sigaro c’era una serie di serpentine di metallo e ceramica. Erano i magneti che contenevano e controllavano la reazione della fusione che faceva funzionare la nave. L’altra estremità era vuota. Quando avevamo lasciato la Terra c’era stato un ombrello fatto di cermet, protezione aggiuntiva contro la minuscola quantità di materia fra le stelle. Avevamo lasciato cadere l’ombrello quando ci eravamo girati. Da quel punto in avanti, era il motore ad agire da protezione, bruciando qualunque frammento di detriti spaziali potesse trovarsi davanti a noi e riducendolo in vapori ionici, che i magneti allontanavano.

Tutto qui: un sigaro di un bianco sporco e una serie di anelli, neri, marrone chiaro e grigi. Gli alloggiamenti erano invisibili, nascosti al centro del sigaro: un cilindro fatto di ceramica, rivestito di sale.

Era quella la parte della nave che conoscevo: i locali e i corridoi rivestiti internamente di piastrelle, che davano alla nave uno dei suoi numerosi soprannomi: il mio preferito, il Clipper di Porcellana.

Naturalmente non aveva vele. Quell’idea era stata abbandonata fin dall’inizio. E non c’era molta porcellana a bordo. Il materiale delle pareti mi ricordava la terracotta. Era opaco e un po’ ruvido, di un colore arancione chiaro. In alcuni punti era smaltato a vetro, di solito bianco e blu.

Era un ottimo materiale: leggero, forte e durevole, immune dalla corrosione, resistente al calore e un eccellente isolante. Eddie era un fanatico. Non eravamo andati fra le stelle in un barattolo di latta. Eravamo andati in qualcosa fatto di argilla e di sale. C’era abbondanza di entrambi nel posto dal quale venivamo. Non avevamo bisogno del metallo su questo pianeta.

Nei tre giorni successivi io e Nia proseguimmo sempre verso ovest. La terra saliva. Ci addentrammo in un canyon. Sul fondo c’era un corso d’acqua stretto e poco profondo. In primavera doveva essere un fiume notevole, poiché scorreva al centro di un ampio letto. Perfino ora l’acqua si muoveva rapida e, qua e là, era striata di schiuma.

Su entrambi i lati s’innalzavano pareti rocciose. Erano di un grigio scuro e screziate da qualcosa che luccicava alla luce del sole. Era forse mica?

Vidi una nuova specie di animale. Era minuscolo e di un color grigio scuro, lo stesso delle scogliere. La sua pelle, o il guscio, luccicava come se fosse screziato di mica. Quasi ovunque nel canyon l’animale sembrava essere raro, ma in un tratto c’erano centinaia di quelle piccole creature. Immobili, erano invisibili. Le vedevo quando si muovevano, guizzando via da sotto i miei piedi e correndo su per una qualche roccia per allontanarsi da me. Pareva quasi che frammenti di roccia prendessero vita, trasformandosi in… cosa? Lucertole? Non esattamente. Per prima cosa avevano sei zampe. Sulla Terra questo ne avrebbe fatto degli insetti. Ma non somigliavano a insetti e inoltre, a quanto pareva, gli insetti di questo pianeta avevano almeno otto zampe.

— Non so che cosa siano — disse Nia. — E non so perché ce ne siano tanti. Questo non è il mio territorio. Fammi domande quando arriviamo nell’aperta pianura.

Feci il gesto dell’intesa.

Il terzo giorno, sul tardi, Nia disse: — C’è una persona che ci segue.

— Che cosa? — Mi voltai a guardare indietro.

Il canyon era in ombra e non riuscivo a vedere lontano, ma per quello che potevo vedere il sentiero era deserto.

Nia mi afferrò per il braccio e tirò con forza. — Continua a camminare. Non fargli capire che sappiamo.

Proseguimmo arrancando.

— L’ho visto due volte oggi, questa mattina e poco tempo fa. Se ha intenzione di fare del male, agirà questa notte.

— Male? — domandai.

— Ci sono uomini che escono di senno. Diventano violenti. Aggrediscono altre persone.

— Perché?

— Non lo so. Ma alcuni uomini, quando passano attraverso il cambiamento, diventano come animali. Non riescono a controllarsi. E ci sono altri uomini che sono buoni finché non invecchiano. Allora diventano deboli, non riescono a procurarsi donne e questo li rende furiosi. Ne ho incontrato uno del genere. Non attaccano gruppi numerosi di donne, ma se una persona viaggia da sola o in gruppetti di due o tre… è come andare in cerca di guai! — Mi lanciò un’occhiata. — Dobbiamo trovare un posto per accamparci.

Proseguimmo finché non arrivammo in un punto dove il fondo del canyon si allargava più del normale. Il torrente si apriva. All’altra estremità la parete del canyon era accidentata. C’erano fenditure ed enormi massi neri. Una cascata precipitava fra le rocce e c’era della vegetazione: arbusti e qualche alberello.

— Ci accamperemo sull’altra sponda del fiume — disse Nia. Si tolse i sandali e li prese in mano.

La seguii fino alla riva del corso d’acqua. Lei lanciò un’occhiata indietro, con noncuranza. — Adesso è vicino. È convinto che l’oscurità lo nasconda, ma io ho buoni occhi.

Entrò sguazzando nell’acqua e io la seguii. Come promesso dagli addetti all’approvvigionamento, i miei stivali erano impermeabili.

A metà del fiume l’acqua si fece più profonda. Nia affondò fino alle ginocchia. Mi fermai e riflettei su cosa fare. Non potevo togliermi gli stivali lì dov’ero e non mi andava l’idea di tornare indietro per la strada da cui ero venuta. Il sole era tramontato e il canyon era ormai quasi avvolto nell’oscurità. Da qualche parte, fra le ombre, si nascondeva l’uomo. Non avevo alcuna voglia di imbattermi in lui, soprattutto da sola. Andai avanti. Gli stivali mi si riempirono d’acqua.

Nia era già arrivata sull’altra sponda. Si chinò e si strofinò la pelliccia delle gambe, poi pestò i piedi. Mi inerpicai sulla riva accanto a lei e mi tolsi gli stivali, capovolgendoli. L’acqua si riversò in grande quantità.

Nia fece un balzo. — Non addosso a me, idiota! Mi sono appena asciugata la pelliccia!

— Mi dispiace. — Mi tolsi i calzini e li strizzai. — E adesso che cosa facciamo?

— Ci accamperemo qui. — Indicò con un cenno della mano i massi precipitati al suolo. — L’uomo dovrà avvicinarsi per vederci. Ho intenzione di restare in attesa.

Fra le rocce c’era un avvallamento, uno spazio sgombro. Mettemmo giù il nostro bagaglio. Alle ultime luci del giorno raccogliemmo della legna.

— Ora — disse sottovoce Nia — tu accendi il fuoco. Ma non prima che te lo dica io.

Mentre mi davo da fare, la sentivo muoversi vicino a me, invisibile nell’oscurità fra le rocce. Il rumore che faceva cessò. Restai in ascolto. Un uccello zufolò e riuscivo a sentire il rumore della corrente. Nient’altro.

Alle mie spalle risuonò una voce: — Accendi il fuoco.

Tirai fuori l’accendino. Le foglie secche presero immediatamente fuoco. Fiamme gialle guizzarono attorno ai rami. Riuscivo a vedere. Sull’altro lato dell’avvallamento c’era il sacco di Nia e qualcosa che somigliava a una persona che giaceva lunga distesa sul terreno, avvolta in un mantello o in una coperta. Ma avevo sentito la voce di Nia alle mie spalle. Ne ero sicura. Qualunque cosa ci fosse sotto quel mantello, non era la mia compagna.

— Ti sei già messa a dormire? — dissi. — Va bene. Buonanotte. — Misi un altro ramo sul fuoco. Avevo sete, ma era troppa la paura per andare fino al fiume. Pensai di mangiare. Il pane era secco e il pesce salato. Se avessi mangiato l’uno o l’altro, avrei avuto ancora più sete. In ogni caso, il mio stomaco era in subbuglio.

Il fuoco si affievolì. Aggiunsi altri rami. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. La pelle della schiena mi formicolava e incominciavo a sudare. Mi alzai e mi stiracchiai, poi mi guardai attorno con noncuranza. Non si vedeva niente, a parte un mucchio di pietre. Mi sedetti. Un sasso sbatacchiò. Balzai di nuovo in piedi. Che cos’era stato? Restai in ascolto, ma non sentii niente.

Tornai a sedermi. Dopo un minuto mi misi a fare i miei esercizi di respirazione. Inspirai e pensai alla sillaba so. Espirai e pensai alla sillaba hum. Pian piano mi rilassai. Mi resi conto che era una bellissima notte. L’aria era fresca e secca. Il cielo era limpido e le stelle splendevano luminose. Oltre il limitare del canyon stava sorgendo una luna: un punto di luce rossastra. Continuai a respirare in modo lento e profondo. So. Hum. So. Hum.

Un grido! Balzai in piedi, guardandomi attorno. Qualcosa si mosse dietro un masso. Afferrai la mia ascia e corsi.

Due corpi lottavano nell’oscurità. Erano entrambi scuri, entrambi pelosi. Non riuscivo a distinguerli l’uno dall’altro. Rotolarono fuori dall’ombra piombando nel campo di luce del fuoco. Vidi levarsi una mano che teneva un coltello. Attorno al polso aveva un alto bracciale di rame. Nia non portava gioielli. Sollevai l’ascia e la feci roteare, abbattendo la parte piatta contro il braccio dell’individuo. Ci fu un gemito. La mano si aprì. Il coltello cadde. Indietreggiai.

I due ruzzolarono di nuovo, finendo quasi nel fuoco. Nia era in cima. In una mano teneva un martello mentre con l’altra cercava di afferrare la gola dell’uomo. Lui le agguantò la tunica con entrambe le mani, poi inarcò la schiena e si sollevò. Nia venne scagliata verso l’alto. Era a mezz’aria. Non riuscivo a crederlo. Come poteva essere tanto forte? Nia atterrò nel fuoco. Volarono scintille. I rami in fiamme si sparpagliarono per il terreno. Nia strillò.

L’uomo si drizzò di scatto e afferrò un ramo. Era in fiamme da un’estremità all’altra. Come faceva a tenerlo in mano? Era pazzo? Si diresse verso di me. La sua espressione era senza dubbio quella di un folle. Gli occhi guardavano fissamente e la bocca era spalancata. Ululava.

Sollevai la mia ascia. Lui roteò il ramo. Bloccai il colpo. Sentii la scossa lungo il braccio dal polso alla spalla. L’uomo arretrò e sollevò di nuovo il ramo. Stava ancora bruciando e l’uomo continuava a ululare.

Il ramo si abbatté, ma lo bloccai di nuovo. L’uomo lo lasciò andare. Il ramo cadde fiammeggiando e lui afferrò il manico della mia ascia, torcendo e tirando con violenza. Persi la presa.

Lui fece roteare l’ascia in un unico, rapido movimento, e la sollevò sopra la testa. Faceva un verso simile a un segnale di evacuazione, un grido acuto e uniforme.

Non c’era il tempo di sottrarsi. Aveva raggiunto il massimo dello slancio. La lama dell’ascia balenò. Sentii in bocca il gusto della bile.

Il grido s’interruppe di colpo, l’uomo grugnì e poi, con un’espressione sorpresa, si accasciò.

Nia era ritta dietro l’uomo: una sagoma scura contro la luce del fuoco sparpagliato. Teneva ancora in mano il martello.

Tirai un respiro profondo.

Lei domandò: — In che condizioni è? Ho colpito più forte che ho potuto.

Mi inginocchiai e gli tastai la gola. Non c’erano pulsazioni. Era normale? Non ne avevo idea. Gli misi la mano sulla bocca; non c’era respiro. — Dove l’hai colpito?

— Alla testa. Con questo. — Sollevò il martello.

Gli tastai la parte posteriore del capo e trovai un punto dove c’era una rientranza nel cranio. Tirai indietro la mano. Avevo del sangue sulle dita e anche qualcos’altro: un oggetto, attaccato alla punta del mio dito medio. Era duro e triangolare, con i bordi ruvidi. Non ero in grado di vedere il colore, ma ero quasi certa di sapere di che cosa si trattava. Un frammento d’osso. Mi ripulii la mano sul gonnellino dell’uomo, poi guardai Nia. — Credo che tu l’abbia ucciso.

— Aiya! Un altro. — Lasciò cadere il martello e si massaggiò la faccia. — Devo sedermi.

Mi alzai e le tesi una mano. Lei crollò contro di me. L’afferrai, ma era troppo pesante. Non riuscivo a tenerla diritta. Caddi e piombai sull’uomo morto, e Nia mi rovinò addosso.

Dannazione!

— Nia? — Lei non rispose. Spingendo e contorcendomi, riuscii a liberarmi dai due corpi pelosi, mi alzai in piedi e rigirai Nia. Non fu una cosa facile. Il suo corpo era floscio. Un peso morto.

Le tastai la gola. Ah! C’erano pulsazioni, forti e regolari, forse un po’ frequenti. Non potevo esserne sicura. Mi avvicinai al fuoco, trovai un ramo che bruciava ancora e me lo portai dietro. Che cosa c’era che non andava? La tunica di Nia era stracciata e uno dei bordi strappati bruciava ancora senza fiamma, ma non vidi altri segni di bruciature. Mi inginocchiai e le esaminai le mani. Un palmo era gonfio. Forse quella era una bruciatura. Toccai il palmo. Nia trasalì ed emise un gemito.

— Sei sveglia?

Lei batté le palpebre.

— Dove ti fa male?

Nia corrugò la fronte. — La mano e la gamba.

Le tastai le gambe. Non c’era sangue. Non trovai ferite.

— La caviglia — disse.

Le toccai la caviglia sinistra. Lei trasalì di nuovo. La premetti. Nia si lamentò. Qualcosa non andava in quel punto. Ma che cosa? Come facevo a capire se c’era qualcosa di rotto o fuori posto? Non sapevo come dovesse essere al tatto una caviglia. Non su quel pianeta. Non la caviglia di un’aliena. Riflettei un momento. C’era sempre una simmetria bilaterale. Esaminai la caviglia destra, poi tornai a controllare la sinistra.

— Sembrano uguali al tatto.

Nia si accigliò. — A te. Non a me. Su che cosa sono sdraiata?

— Sull’uomo.

— Aiya! - Si sollevò su un gomito. — Aiutami.

— Non voglio che tu ti muova.

— E io non voglio stare sdraiata su un cadavere.

Corrugai la fronte, cercando di ricordare le mie cognizioni di pronto soccorso. Sarebbe stato giusto muoverla? Facevo fatica a concentrarmi, forse perché avevo appena contribuito a uccidere qualcuno e il corpo si trovava proprio di fronte a me.

Nia si stava sforzando di mettersi seduta. Misi giù la mia torcia elettrica e l’aiutai a sollevarsi dal morto. — La tua schiena è a posto? — m’informai. — Ti sei fatta male da qualche altra parte? Senti qualche altro dolore?

— Te l’ho detto. Alla mano e alla gamba. Nient’altro. Credo che mi sdraierò.

La feci coricare al suolo con cautela. Lei giacque lunga distesa accanto al morto. Mi alzai e afferrai l’uomo per le braccia. Era pesante, molto più pesante di Nia, e completamente floscio. Riuscii a tirarlo per circa un metro, poi rinunciai e lo lasciai andare. Le sue braccia colpirono il suolo con un tonfo sordo. — Questo è tutto. Se ne resta lì.

— Non mi sento bene — si lamentò Nia.

Non pensavo che avesse una gamba spezzata, ma non ne ero certa. Meglio applicare una stecca, e procurarmi dell’acqua fredda per la mano. E un mantello. Poteva benissimo trattarsi di un collasso.

— Avrò bisogno della tua pentola per cucinare.

— Prendila. Che uomo forte! Ho fatto un errore. Pensavo che fosse vecchio o molto giovane. Non sono intelligente come mi ritenevo.

Presi il suo mantello e la coprii, poi andai al fiume con la pentola per cucinare, la riempii d’acqua e la riportai indietro. — Mettici dentro la mano. Farà bene alla bruciatura. Io riaccendo il fuoco.

Nia fece il gesto dell’assenso. Andai a raccogliere legna. Quando il fuoco si fu ravvivato, preparai una stecca. Avevo una fasciatura elastica nella mia cassetta del pronto soccorso. Come imbottitura usai la mia maglietta e un paio di calzini di ricambio.

— Spero che sia una cosa temporanea — dissi. — Ho bisogno di quei calzini. Come va la mano?

— Meglio, ma ora mi fa male la spalla.

Tirai indietro il mantello. La pelliccia su una spalla era arruffata. La toccai e mi guardai la mano. Le dita erano rosse. — Un’altra ferita. Quell’individuo ti ha conciata ben bene.

— Ho capito quando l’ho visto che ero nei pasticci. Ma era troppo tardi per cambiare il mio piano. È una brutta ferita?

Presi un pezzo di garza e pulii dal sangue la ferita. — È un’incisione. Deve averti raggiunta con la punta del coltello. — Esaminai il contenuto della mia cassetta del pronto soccorso. Che cosa potevo usare che non fosse pericoloso? Nia non era umana. Non avevo idea di come avrebbe reagito a un qualunque farmaco umano.

Ebbi brevi e terribili fantasie su reazioni allergiche, reazioni tossiche, collasso e morte.

Ma la ferita andava protetta. Non pensavo che una fasciatura potesse essere in alcun modo dannosa.

Tirai fuori il barattolo. — Questo brucerà soltanto un pochino. — Schiacciai il pulsante.

— Aiya! - esclamò Nia.

La ferita sparì. Al suo posto c’era una piccola pezza scura di plastica. La pezza era grumosa e da sotto sporgevano ciuffi di peli, ricoperti da uno strato di plastica. Idiota! mi dissi. Avrei dovuto radere la zona attorno alla ferita. Be’, non l’avevo fatto, e ormai la cosa migliore da fare era di lasciare in pace la ferita. Mi dondolai all’indietro sui talloni. — Qualcos’altro?

— No. — Nia tirò fuori la mano dalla pentola, poi fece una smorfia. — Questa fa ancora male.

— Vado a prendere altra acqua.

Mi recai al fiume, riempii di nuovo la pentola e la portai indietro. Nia vi immerse la mano. I suoi occhi erano quasi chiusi. Ebbi l’impressione che fosse sfinita. Le rimboccai il mantello attorno al corpo.

— Grazie. — Aveva la voce assonnata. Chiuse gli occhi.

Misi altra legna sul fuoco, poi tirai fuori il poncho dal mio zaino. Era leggero e impermeabile con un rivestimento interno termico rimovibile. Decisi di non togliere la fodera. Invece mi avvolsi nel poncho, mi coricai e mi addormentai.

Mi svegliai più tardi, sentendo freddo. Il fuoco si era quasi spento. Mi alzai e misi dei rami sui tizzoni. Subito guizzarono le fiamme. Com’era silenzioso il canyon! Sentivo il rumore dell’acqua, ma nient’altro. Nel cielo sopra di me splendevano le stelle. Riconobbi l’Orsa Maggiore. Era come me la ricordavo, forse un po’ più luminosa. Dipendeva di certo dall’aria del canyon, che era secca ed estremamente limpida.

Mi avvicinai a Nia. Aveva ancora la mano nella pentola e c’era un’espressione di dolore sulla sua faccia. Ma stava dormendo e respirava in modo lento e regolare.

Le controllai la gamba. Il gonfiore si era arrestato. La fasciatura non era stretta. Nia si lamentò quando la toccai, ma non si svegliò. Tornai vicino al mio zaino e tirai fuori la radio.

Questa volta trovai Antonio Nybo. Un altro nordamericano. Ce n’erano parecchi nel team di sociologi, forse perché c’erano tante società diverse nell’America del Nord. Tony veniva da qualche parte della Confederazione degli Stati Spagnoli. In quel momento non riuscivo a ricordare esattamente dove. Non la Florida. Forse il Texas. O Chicago. Gran parte del suo lavoro era stato fatto nella California meridionale, studiando gli agricoltori ispano-americani che stavano tornando nel deserto californiano e interagivano, non sempre in modo facile, con gli aborigeni.

— Lixia! Come stai? — La sua voce era gaia e piacevole, con un leggero accento.

— Ho avuto una giornata interessante. — Gli raccontai l’accaduto, poi aggiunsi: — Ora arriviamo al problema. Non credo che la gamba sia rotta, ma non ne sono sicura. C’è un modo di scoprirlo anche senza un’esplorazione?

— Chiederò al team medico. Va bene se ti richiamo?

— Sì.

Concluse la trasmissione. Io mi alzai e mi stiracchiai, poi mi toccai cinque volte le dita dei piedi. Il mio stomaco gorgogliava e mi ricordai che non avevo cenato. Presi un pezzo di pane. Era stantio. Lo gustai comunque.

La radio emise un suono. L’accesi.

— Per prima cosa dicono che hanno bisogno di ulteriori informazioni. — Riuscivo a sentire la nota divertita nella voce di Antonio. — Dicono anche che una frattura dovrebbe provocare un’emorragia maggiore… di una distorsione, voglio dire. E un’emorragia produce lividi, di solito. O hanno detto "spesso"? In ogni caso, se nei prossimi tre giorni il suo piede diventerà nero e blu, può darsi che abbia una frattura. Ma anche una brutta distorsione può produrre dei lividi.

— Che cosa mi stai dicendo?

— Il solo modo di esserne certi è di fare un’esplorazione. I medici propongono di venire giù con la necessaria attrezzatura.

— Oh.

— Pensano che dovrebbero venire — disse Tony a bassa voce. — E a loro piacerebbe, piacerebbe terribilmente, mettere le mani su un nativo. È interessante ciò che si scopre quando si fa una domanda apparentemente semplice. Gli alieni non sono abbastanza alieni.

— Che cosa?

— Non mi riferisco al livello cellulare. In quello dobbiamo presumere che siano come il resto della vita sul pianeta. I biologi sostengono che è fuori di dubbio che gli organismi che hanno esaminato siano alieni e appartengano a una diversa linea evolutiva. È per questo che sono in grado di affermare, con tanta fiducia, che non possiamo prenderci le malattie locali. E non possiamo neppure contagiare le nostre malattie a nessun essere di questo pianeta. — Antonio fece una pausa. — Forse ti interesserà sapere che Eddie ha chiesto al team medico di controllare due volte questo fatto.

— Perché?

— Un’indigena è morta subito dopo che sei arrivata al tuo villaggio.

— Ho spiegato a Eddie di che cos’è morta la donna. Vecchiaia, veleno o magia. Non c’è stato niente di innaturale nella sua morte.

Antonio rise. — Eddie era preoccupato dei batteri inseriti nel tuo intestino. Quelli destinati a metabolizzare gli alimenti locali. Il team biologico l’ha negato categoricamente. I batteri non possono vivere al di fuori di un umano. Il team biologico si è offeso e ha parlato di gente che si muove al di fuori della propria area di competenza, soprattutto gente delle scienze sociali che, come tutti sanno, non sono scienze reali come la biologia e la chimica.

— Ohi.

— Il problema non è al livello cellulare. È il fatto che gli indigeni somigliano a noi. E non dovrebbero, secondo tutte le migliori teorie. Dovremmo avere a che fare con aragoste intelligenti o alberi parlanti.

"Secondo il team biologico, i nativi sono un esempio di evoluzione parallela, come la tigre marsupiale dai denti a sciabola del Sud America. Ma nessuno è davvero soddisfatto di questa spiegazione. Abbiamo bisogno di altre informazioni. Quelli del team medico vogliono dei campioni di tessuto, e vogliono sapere che cosa succede ai livelli intermedi, fra l’intero organismo che somiglia a noi e la biochimica che è quasi certamente aliena. Come sono gli organi? I muscoli e lo scheletro? Il sistema endocrino? La chimica del cervello? In breve, vogliono entrare in un indigeno e dare una gran buona occhiata attorno. Intendo riferire la cosa al comitato per l’amministrazione giornaliera."

— Okay.

— Nel frattempo, i medici dicono di trattare la ferita come una frattura.

— Okay. — Spensi la radio.

— Li-sa?

Era Nia. Le lanciai un’occhiata. Se ne stava sollevata su un gomito e mi fissava. I suoi occhi riflettevano la luce del fuoco. Brillavano come oro.

— Sì.

— C’è un demonio in quella scatola?

Diedi un colpetto alla radio. — Questa?

Nia fece il gesto dell’affermazione.

— No.

— Allora come fa a parlare?

— Un’ottima domanda. — Ci pensai per un momento. — È un modo con cui le persone possono parlare quando sono lontane fra di loro. Il mio amico ha una scatola come questa. Quando vi parla dentro, la sua voce esce da qui. — Tocccai di nuovo la radio. — Io posso rispondere parlando dentro la mia scatola.

Nia corrugò la fronte. — Fra il Popolo del Rame, il popolo di Nahusai, ci sono canti di richiamo. Quando Nahusai voleva qualcosa, pioggia o sole o uno spirito, faceva un disegno che raffigurava la cosa che voleva. Poi cantava al disegno. La cosa che voleva avrebbe sentito il suo canto e sarebbe venuta. Questo è quanto mi ha detto, in ogni modo.

Feci il gesto del dissenso. — Questa non è una cerimonia. È un utensile, come il tuo martello.

— Hakht non ci crederebbe.

— Che cosa ne sa?

Nia emise un suono iroso. — Questo è vero. Bene, allora, la scatola è un utensile, anche se è un genere di utensile che non ho mai visto prima. Non ho mai sentito neppure parlare di un attrezzo come quello. — Fece una pausa. — Sembra utile. Ora torno a dormire.

Al mattino mi svegliai prima di Nia. Il cielo era limpido e la luce del sole illuminava l’orlo del canyon. Andai fra le rocce e feci i miei bisogni, poi mi recai al fiume e mi lavai. Nel tornare passai accanto all’uomo morto. Era disteso sulla schiena, le braccia tese sopra la testa. Era grande e grosso, non alto, ma robusto e muscoloso, con una pelliccia lunga e ispida. Il suo gonnellino era marrone con ricami color arancione, e la sua cintura aveva una fibbia di rame.

Aveva la bocca spalancata. Gli vidi i denti, che erano gialli, e la lingua, che era spessa e scura. Gli occhi, anch’essi aperti, avevano l’iride color arancione.

Mi resi conto che avrei dovuto seppellirlo. Gli insetti si stavano già ammassando. Maledizione. Non avevo neppure un badile. Lanciai un’occhiata a Nia. Dormiva ancora. Mi chinai, afferrai una pietra e la deposi accanto al corpo. Puzzava di urina. Povero stupido. Che modo di andarsene! Ma c’era un bel modo? Andai a prendere altre pietre.

Gli insetti mi ronzavano attorno. Le nuvole si spostavano lente nello stretto cielo. Erano piccole e rotonde come batuffoli di cotone. Incominciava a farmi male la schiena. Mi scorticai una mano sul bordo ruvido di una pietra. La ferita non era grave. Non sanguinava nemmeno, ma bruciava.

Finalmente l’uomo sparì, nascosto dalle pietre. Era sufficiente. Non era necessario che gli facessi un tumulo. Mi raddrizzai. Ormai le nuvole erano scomparse e la luce del sole penetrava obliqua nel canyon. Nia si stava tirando su a sedere.

— Bene — disse. — Il suo spirito dovrebbe avere una casa. Altrimenti il vento lo prenderà e lo trasporterà in giro per il cielo. Nessuno merita un tale destino.

— C’è qualche cerimonia che bisognerebbe celebrare?

— No. Se ci fosse qui una sciamana, canterebbe. Questo scaccerebbe la malasorte. Ma non so le parole giuste e neppure che cosa bruciare nel fuoco. — Aggrottò la fronte e si grattò il naso. — Dovrei fare qualcosa. Gli darò un coltello. Un dono d’addio.

— D’accordo — dissi.

Facemmo colazione, poi fasciai la mano di Nia. Non parlammo molto. Nia aveva l’aria stanca e io mi ritrovai a pensare all’uomo morto sotto il mucchio di pietre.

All’incirca a metà mattina la mia radio ronzò.

— La tua scatola — disse Nia. — Vuole parlare con te.

Accesi la radio. — Sì?

— Lixia? Sono Antonio. Ho parlato con il comitato per l’amministrazione giornaliera.

— Sì?

— Hanno votato per il no. E poi hanno deciso che questo non era un problema amministrativo. Era una questione di politica. Io non ero presente alla riunione, ma dev’esserci stato qualcuno del comitato che si è irritato per il voto e ha sollevato la questione della politica per avere un’altra opportunità.

Assentii col capo alla radio.

— Così la questione è stata rimessa al comitato rappresentativo dell’intera nave. Abbiamo fatto la riunione. Una seduta di emergenza, ma nondimeno una buona riunione.

— Che cosa è successo?

— Eddie, naturalmente, è contrario a qualunque tipo di intervento. Conosci le sue argomentazioni. Non starò a ripetertele. La Ivanova si è dichiarata d’accordo con lui.

— Davvero?

— Secondo lei, abbiamo deciso di non manifestarci alle popolazioni di qui finché non avessimo saputo di più su di loro. Ci sono buone ragioni a favore della nostra decisione: la nostra stessa sicurezza e il timore di mettere in pericolo la cultura indigena a causa dell’ignoranza. Come facciamo a sapere che genere di informazioni sono in grado di recepire?

"Ora, secondo la Ivanova, ci viene chiesto di abbandonare una linea di azione elaborata con gran cura, decisa in modo democratico e di importanza storica. E tutto a causa di una piccolissima frattura. Una probabile piccolissima frattura.

"Avrebbe un’opinione diversa se fosse uno dei nostri a essere in pericolo. Ma la persona ferita è una nativa, e la ferita non è affatto pericolosa."

— Già — dissi.

— Quanto ai nostri amici della Repubblica Cinese. — Antonio fece una pausa a effetto.

— Sì?

— Loro sostengono che tutto questo non sarebbe mai accaduto se i membri del team esplorativo fossero stati addestrati in modo appropriato.

— E questo che significa?

— Avresti dovuto seguire un corso di medicina socialista. Agopuntura, nozioni di erboristeria e ideologia marxista. Per quanto riesco a capire, dovresti infilzare di aghi la tua compagna e leggerle alcuni brani scelti dal Manifesto comunista.

— Chi ha tirato fuori questa splendida linea di ragionamento?

— Chi ti viene in mente? È un vecchio argomento cinese perfettamente conservato e viene da un vecchio cinese perfettamente conservato, il signor Fang.

I cinesi avevano sostenuto che sarebbe stato difficile andare fra le stelle senza bambini, e folle andarci senza persone di età ed esperienza. Il resto di noi era rimasto irremovibile riguardo ai bambini. Non ce n’erano sulla nave. Ma avevamo accettato un certo numero di persone sopra i sessant’anni e alcuni sopra i settanta. Il signor Fang era prossimo all’ottantina, un uomo magro con lunghi capelli bianchi e folte sopracciglia grigie. Veniva da Zhendu nello Sichuan, un esperto lavoratore del vimini ed esperto giardiniere, responsabile della sala principale del giardino della nave. Vi cresceva del bambù, una dozzina e più di varietà. Lungo le pareti c’erano graticci coperti di palme rampicanti. Erano la materia prima per l’arredamento. La maggior parte della mobilia della nave era di bambù e canna. Il signor Fang la riparava quando si rompeva e ne fabbricava di nuova quando era necessario.

Mi piaceva. Avevo trascorso parecchie ore nella sua officina a vederlo lavorare. Di quando in quando discutevamo di filosofia. Amava in particolare gli antichi Taoisti e Carlo Marx.

"Loro rispettavano, almeno in teoria, la saggezza del popolo. Questo è ciò che conta, Lixia. Un filosofo che teme o disprezza la gente uscirà con idee mostruose."

— Qual è stato il risultato della votazione? — chiesi a Tony.

— Tu che cosa ti aspetti? Abbiamo parlato per ore e siamo finiti dove avevamo cominciato. Per il momento ci atterremo alla nostra decisione originaria. Non scenderemo sul pianeta, se non forse per aiutare la nostra gente. Tu sei una dei nostri. Il team medico non è soddisfatto.

— Ah, bene. — Mi grattai la testa. — E adesso che faccio?

— Continua a curare la ferita come se fosse una frattura. Tienila ferma con una stecca. Impedisci alla tua amica di usare quel piede. Il tempo guarisce tutte le ferite.

— Splendido. Se sono tutti qui i consigli che hai da offrire, posso interrompere la trasmissione.

— Buona fortuna.

Spensi la radio, poi lanciai un’occhiata a Nia.

— Che cosa ha detto la tua scatola?

— Dovresti stare ferma finché la caviglia non sarà guarita.

Lei fece una smorfia. — E come posso farlo? Siamo quasi senza cibo, e qui non c’è niente da mangiare. Dobbiamo arrivare a un villaggio.

— Ce n’è uno nelle vicinanze?

— Sì. A una giornata da qui. Meno di una giornata. Vi abita il Popolo del Rame delle Pianure. — Nia serrò un pugno. — Che sfortuna! — Si colpì la coscia, poi sussultò. — Potrei percorrere una breve distanza se avessi un bastone a cui appoggiarmi, ma non riuscirò a camminare fino al villaggio. E c’è anche da inerpicarsi. Il sentiero sale nel punto in cui l’acqua cade. — Corrugò la fronte. — Va’ tu, Li-sa. Racconta alla gente del villaggio quello che è accaduto. Chiedi alla loro sciamana di venire a portarmi la medicina. Le farò un bel dono. Dille che sono una lavoratrice del ferro. Una molto brava, del Popolo del Ferro. Posso fabbricare un coltello in grado di tagliare qualsiasi cosa all’infuori della pietra. — Rifletté un momento. — Non taglierà neppure il ferro. Ma qualsiasi altra cosa.

— Okay.

— Che cosa? — domandò.

— Ci andrò.

— Che cos’è quella parola? Ok…?

— Okay. Significa "sì" oppure "sono d’accordo".

— Okay — disse Nia. — Adesso va’. Se camminerai in fretta, sarai al villaggio prima di notte. Torna domani. Fino ad allora me la caverò.

Presi il mio zaino e mi misi in cammino. Sull’altra riva del fiume mi fermai per asciugarmi i piedi. Non riuscivo a vedere Nia, ma scorgevo il fumo che saliva dal nostro fuoco, e vedevo la tomba dell’uomo pazzo. Pensavo di vederla. Forse era solo un altro mucchio di pietre.

Mi infilai i calzini e gli stivali. Poi mi voltai e mi allontanai.

Una cosa curiosa riguardo al canyon. Viste da lontano, le pareti apparivano spoglie, e il fondo del canyon era pietra grigia. Avvicinandomi, però, scorgevo fiori e insetti dai vivaci colori. Gli animali a sei zampe erano spariti. Ora vedevo creature che sembravano uccelli o forse minuscoli dinosauri. Si tenevano eretti sulle zampe posteriori ed erano coperti di penne. Ma avevano braccia al posto delle ali. Ne vidi uno catturare un insetto. Afferrò l’insetto con le piccole mani fornite di artigli e aprì la bocca. Scorsi file di denti. Un attimo dopo, uno scricchiolio! E l’insetto era sparito.

Il cacciatore inclinò il capo e mi guardò. Ricambiai lo sguardo. Il corpo della creatura era ricoperto di penne azzurre all’infuori del ventre e della gola. Il ventre era bianco, la gola di un giallo sulfureo.

La creatura sibilò nella mia direzione.

— Oh, sì? — dissi.

Quella fuggì.

A mezzogiorno mi fermai a mangiare. Sopra di me gli uccelli si libravano nel vento. Un pesce saltò nel fiume. Mi riposai un momento, poi proseguii. Il fiume si fece più turbolento. Il sentiero prese a salire e a scendere, serpeggiando attorno a grossi blocchi di pietra nera e grigiastra, dalla forma irregolare. Davanti a me vidi la fine del canyon: una parete di pietra, malamente frastagliata, piena di fenditure. L’acqua scendeva fra le fenditure, comparendo e scomparendo. Alla sommità, l’acqua si trovava alla luce del sole. Luccicava come argento. Più in basso, in ombra, era grigia. In fondo alla scogliera c’era una pozza d’acqua, seminascosta da una nebbiolina.

Perfino in distanza riuscivo a sentire il rumore dell’acqua. Era uno scroscio sommesso e continuo.

Continuai a camminare. La pista seguiva un lato della pozza. Accanto a me c’era la parete del canyon. Nella roccia erano stati incisi dei disegni: spirali e triangoli e figure di animali.

Aha! pensai. Un luogo sacro. Ma sacro a che cosa? Le spirali potevano rappresentare il sole. Da noi sulla Terra il triangolo era spesso un simbolo di fertilità o di sessualità femminile. Gli animali erano specie locali, o così almeno supponevo. Un quadrupede con le corna. Un bipede con un collo simile a uno struzzo e lunghe braccia striminzite. Venivano adorati oppure cacciati? O entrambe le cose?

Il vento spingeva verso di me gli spruzzi della cascata. Il sentiero si era fatto scivoloso. Decisi di concentrarmi su dove mettevo i piedi.

La pista girava attorno a un’alta roccia ricoperta di pittogrammi. Sull’altro lato c’era un uomo. Non c’era alcun dubbio sul suo sesso. Era nudo e il suo membro maschile era abbastanza grosso da essere ben visibile. Stava danzando, saltellando da un piede all’altro. Teneva in mano una pertica. In cima c’erano un paio di corna, verdi a causa della corrosione. Quasi certamente rame. L’uomo fece una piroetta e agitò il lungo bastone, poi tornò a girarsi, trovandosi così faccia a faccia con me. Ora mi resi conto che una cosa la portava: un filo di grosse perline rotonde e di un azzurro intenso. Mi ricordavano le perline di faenza provenienti dall’Egitto.

Lui smise di danzare e mi fissò. Rimasi immobile, guardando indietro. Era grande all’incirca quanto me, forse un po’ più robusto. La sua pelliccia era marrone scuro, lunga e ispida; gli occhi grandi e di un giallo chiaro.

Disse qualcosa che non compresi.

— Non conosco quella lingua — risposi.

— Tu parli il linguaggio dei doni — fece lui. — Devi essere una straniera. Ho pensato che fossi un demonio, ma un demonio mi avrebbe capito. — Corrugò la fronte. — Immagino che potresti essere un demonio che viene da molto lontano. Un demonio che viene da lontano potrebbe non sapere la lingua del mio popolo. È questo che sei?

— Un demonio? No. Sono una persona. Mi chiamo Lixia. E tu chi sei?

L’uomo parve sorpreso. — La Voce della Cascata. Non hai sentito parlare di me?

— No.

— Devi venire da molto, molto lontano.

— Sì.

— Io parlo per lo spirito della cascata. Esso è molto potente e conosce quasi ogni cosa. — L’uomo si mise a cantare:


"Conosce

ciò che dicono i pesci

nell’acqua.


"Conosce

ciò che dicono gli uccelli

nel vento.


"Conosce

ciò che dicono i demoni

nelle viscere della terra…


"Quelli che muovono,

quelli che scuotono,

quelli che mandano su fuoco…


"Conosce

ciò che si dicono

l’un l’altro".


— La gente mi fa domande. Mi chiede che cosa sento nel rumore dell’acqua. — Saltellò su un piede e si girò, sempre saltellando. Poi barcollò e appoggiò entrambi i piedi per terra. — Che cosa vuoi? Perché sei qui?

— Sto viaggiando con una del tuo popolo. È ferita e sto cercando aiuto.

L’uomo aggrottò la fronte. Agitò il suo bastone e gridò:


"O cascata,

dimmi,

dimmi come interpretare tutto ciò".


Inclinò il capo e rimase in ascolto. Ascoltai anch’io, ma non sentii niente all’infuori dello scroscio dell’acqua.

— La cascata dice che probabilmente parli con sincerità. In ogni caso, dice la cascata, porta sfortuna molestare i viandanti o coloro che chiedono aiuto. Pertanto ti aiuterò. Vieni con me. — Si voltò e s’incamminò su per il sentiero. Esitai un momento, poi lo seguii. Non era mai una buona idea discutere con un oracolo, soprattutto uno di una società che non si comprendeva. Ben presto ci trovammo a una buona distanza sopra la pozza. Guardai giù e vidi l’acqua spumeggiante. Nella foschia splendeva, tenue, un frammento di arcobaleno.

La pista si addentrava in una fenditura. Procedemmo fra nere pareti di roccia lungo le quali gocciolava l’acqua. Sulla roccia c’erano chiazze di una sterposa vegetazione color arancione. Una creatura camminava fra le chiazze. Era all’altezza della mia spalla e si muoveva lenta, dell’azzurro del cielo terrestre e con almeno una dozzina di zampe. Dal davanti spuntavano due antenne che ondeggiavano lievemente. Altre due antenne spuntavano sul dietro e anche queste ondeggiavano appena. Non riuscii a scorgere né una bocca né occhi.

Immaginai che l’animale stesse procedendo in avanti, ma non avevo modo di giudicarlo. Pensai di raccoglierlo. Forse c’erano organi visibili nella parte inferiore. Ma non mi erano mai piaciuti gli animali con più di otto zampe.

La mia guida si muoveva rapida. La seguii, scivolando di quando in quando sulla pietra bagnata.

Stavamo arrivando alla fine del passaggio. Le pareti erano alte solo un paio di metri e in cima vi crescevano delle piante. Vidi foglie, steli e fiori.

L’altezza delle pareti diminuì ulteriormente. Ormai riuscivo a vedere al di là di queste e della vegetazione. Stavamo emergendo su una pianura.

Su un lato, in lontananza, c’era una rupe, piuttosto bassa e costellata di alberi. In tutte le altre direzioni la terra era pianeggiante e coperta da una specie di pianta dalle foglie lunghe, sottili e flessibili. La pianta era alta circa un metro. Il suo colore variava: verde e verdeazzurro, gialloverde e un grigio-verdeazzurro argenteo. Non avrei saputo dire che cosa significassero le differenze nel colore. C’era più di una specie di pianta che cresceva sulla pianura? O il colore rappresentava variazioni all’interno di una specie?

— Ecco. — L’uomo indicò la rupe. — Il fiume è laggiù. La pista corre lungo il fiume. Seguila. All’imbrunire arriverai a un villaggio. Chiedi della sciamana e dille che hai un messaggio della Voce della Cascata. Dille che la cascata ordina di dare a questa persona ciò che chiede. Di’ che non c’è nessun male in questo. Lo so. Me l’ha detto la cascata.


"Non rifiutare di credermi,

o popolo.

Io so ciò che sa il fiume.


"Conosco i segreti

scoperti

dalla pioggia."


Agitò il suo bastone e danzò di lato, poi fece una piroetta e indicò la pista più sotto. — Va’!

Ubbidii. Quando arrivai in cima alla rupe, mi guardai indietro. Scorgevo la pista che serpeggiava fra la pseudo-erba, ma non riuscivo a vedere l’uomo. Doveva essere tornato nel canyon presso la cascata.

Scesi faticosamente lungo il pendio in direzione del fiume, che in quel punto era ampio e poco profondo, ombreggiato da alberi dalle foglie di un azzurro scuro.

Al centro del fiume c’era un banco di ghiaia sul quale si riposavano una mezza dozzina di creature: grossi quadrupedi privi di pelo e con la coda. Uno di questi sollevò il capo e mi fissò, poi emise un brontolio di avvertimento. Si alzarono tutti quanti ed entrarono pesantemente nell’acqua.

Forse lucertole? Il nome sembrava appropriato e mi offriva una sommaria qualificazione, anche se avrei dovuto ricordare che queste creature non erano autentiche lucertole.

Arrivai al villaggio al tramonto. Sorgeva in cima alla ripida scogliera del fiume, e tutto ciò che riuscii a vedere in un primo tempo fu una barriera fatta di tronchi oltre la quale saliva del fumo. Fuochi per cucinare. Parecchi. Sulla palizzata c’erano insegne come quella che aveva tenuto in mano l’oracolo: lunghe pertiche che terminavano in corna di metallo. Le corna rosseggiavano alla luce del sole. Rame lucidato, mi dissi.

Mi inerpicai su per il sentiero fino al cancello. C’era una donna lì ferma, che osservava il sole che calava. Era scura come i due uomini nel canyon e indossava una tunica di un azzurro acceso.

— Dammi il benvenuto — dissi.

La donna si girò.

— Chi sei?

— Una viandante. La Voce della Cascata mi ha detto di venire qui.

— Davvero? Entra. Sei arrivata appena in tempo.

Entrammo. Lei chiuse il cancello e vi mise una sbarra di traverso. — Ecco! — Si ripulì le mani. — Vieni con me. Ti condurrò dalla sciamana.

La seguii lungo una strada stretta che si snodava avanti e indietro fra le case. Queste erano costruzioni ottagonali, fatte di tronchi. Gli interstizi fra i tronchi erano stati riempiti con una pianta gialla e lanuginosa che sembrava essere viva e in crescita. I tetti erano spioventi e s’innalzavano dai bordi verso il centro, dove c’era un’apertura per il fumo. Non ero in grado di vedere queste aperture, ma il fumo era ben visibile e saliva da quasi tutte le case. I tetti erano ricoperti di terriccio, un eccellente tipo di materiale isolante, e nel terriccio crescevano alcune piante. Erano piccole e scure. Mi protesi e colsi una foglia. Era rotonda, spessa e simile a cera. La schiacciai e ne sprizzò dell’acqua. Una pianta grassa o qualcosa di molto simile. Era probabile che non bruciasse, il che costituiva un grosso vantaggio. Dal foro per il fumo uscivano senza dubbio scintille e se fossero finite su una pianta secca, queste persone avrebbero avuto un incendio della prateria che infuriava proprio sulle loro teste. A che cosa serviva quella pianta? Era commestibile? O soltanto ornamentale?

La donna si fermò davanti a una casa particolarmente grande. — O sciamana, vieni fuori!

La porta si aprì. Uscì una donna, bassa e grassa, che indossava una lunga veste tutta macchiata. La veste era biancastra e le macchie si vedevano facilmente. Una scelta infelice per una persona evidentemente rozza. Aveva addosso almeno una dozzina di collane. Alcune erano comunissimi fili di perline, altre erano elaborate, con catene, campanelle e ciondoli a forma di animali. Erano tutte di rame, e tutte aggrovigliate. Pensai che in nessun modo la donna si sarebbe potuta togliere una sola collana.

— È arrivata questa stranissima persona, o santa. Sostiene di avere un messaggio della Voce della Cascata.

La sciamana mi scrutò con attenzione. — Dov’è la tua pelliccia? Sei stata ammalata?

— No. Vengo da molto lontano. La mia gente è priva di pelliccia.

— Aiya! Ciò è davvero strano. Qual è il tuo messaggio?

— La Voce della Cascata dice che vuole che tu mi aiuti.

— No.

— Che cosa?

— Quell’uomo non può aver detto così. Lui non ha desideri. Non ha opinioni. Egli è la Voce della Cascata. Quando parla, è la cascata che parla. Perciò, quello che hai detto era sbagliato. Non è quell’uomo che vuole che io ti aiuti. È la cascata che vuole che ti aiuti.

L’altra donna fece il gesto dell’approvazione.

— Di che cosa hai bisogno? — domandò la sciamana.

— Ho un’amica che è stata ferita. Si trova a una giornata da qui, verso est, nel canyon. Vuoi andare a cercarla?

La sciamana corrugò la fronte e si grattò il mento. Poi fece il gesto dell’assenso. — Domani. — Si voltò e tornò in casa. La porta si chiuse.

— Aiya! - esclamò l’altra donna. — È una cosa che lei non fa mai. Non va mai dalle persone, sono loro che devono venire da lei. Ma tutti ascoltano la Voce della Cascata. E quell’uomo un tempo era suo figlio, e lei gli voleva molto bene. Vieni con me.

La seguii fino a un’altra casa. All’interno c’era un unico, vasto locale con grossi pilastri che sostenevano il tetto. Erano stati intagliati e dipinti di rosso, bianco, nero e marrone. I disegni erano complessi, costituiti da linee ricurve. Sembravano raffigurare degli animali. Qui e là vidi delle facce e delle mani munite di artigli. Le facce avevano occhi di rame e lingue di rame che sporgevano arrotolate dal pilastro.

Al centro della casa un fuoco ardeva in una buca e lì vicino erano sedute tre persone. Erano bambini abbastanza grandicelli. Stavano facendo un gioco. Uno scagliava una manciata di bastoncini, un altro si chinava a osservare il disegno che avevano formato. — Aiya! Che fortuna che hai!

Il terzo guardò nella nostra direzione. — E questa che cos’è?

— Una persona. Sii cortese. Portaci qualcosa da mangiare.

Ci sedemmo. La donna disse: — Io sono Eshtanabai, la mediatrice. È stata una fortuna che ci fossi io al cancello invece di una donna qualunque.

— Tu sei che cosa?

I bambini ci portarono delle scodelle di poltiglia e una caraffa piena di liquido. Il liquido era aspro. La poltiglia era quasi insapore. Mangiammo e bevemmo. Eshtanabai mi spiegò.

— Le persone si arrabbiano le une con le altre. Non si parlano. Se ne stanno sedute nelle loro case e tengono il broncio. Io vado da ciascuna di queste persone. Ascolto ciò che hanno da dire. Dico: "Questa controversia non è bene. Non c’è un modo per mettervi fine? Che cosa vuoi? Quale soluzione ti soddisferà?". Allora vado avanti e indietro, avanti e indietro finché tutti sono d’accordo su ciò che andrebbe fatto. È un lavoro difficile. Mi causa dei gran mal di testa.

— Posso immaginarlo.

— Qualcuno deve farlo. La sciamana è troppo santa. La Voce della Cascata non sempre parla in modo logico. Come potrebbe un uomo, perfino quell’uomo, appianare una controversia?

Non avevo una risposta a quell’interrogativo. Finimmo di mangiare, poi mi coricai, usando il mio zaino come guanciale. Uno dei bambini mise altra legna sul fuoco. Un altro bambino incominciò a suonare un flauto. La melodia era dolce e malinconica. Chiusi gli occhi e ascoltai. Un momento dopo mi addormentai.

Mi svegliai nel cuore della notte con un terribile torcicollo. Il fuoco era quasi spento. Attorno a me, nella casa buia, sentivo il suono del respiro. I miei compagni dormivano. Mi tirai su a sedere e mi massaggiai il collo, poi tornai a coricarmi. Questa volta non usai lo zaino come guanciale. Quando mi svegliai di nuovo era mattina. La luce del sole splendeva attraverso la porta aperta. Eshtanabai era seduta accanto al fuoco. I bambini erano spariti.

— La sciamana ha lasciato il villaggio — mi disse. — Con lei sono andate altre persone. Porteranno qui la tua amica.

— Bene. Quando?

— Domani o il giorno dopo.

Feci colazione, ancora poltiglia, poi uscimmo. Il cielo era sereno, l’aria tiepida. Odorava di mucchi di letame. Decisi di dare un’altra occhiata alla pianura. Trovai il cancello del villaggio e lo varcai.

Una pista conduceva attorno al villaggio. La seguii. La pianura si estendeva verso sud e verso est, quasi assolutamente piatta. C’erano animali in lontananza: puntini neri che di quando in quando si muovevano. Mi riparai gli occhi con la mano, ma non riuscii a distinguerli.

Sul lato settentrionale del villaggio c’erano orti che somigliavano in tutto e per tutto agli orti del villaggio di Nahusai. Mi fermai nei pressi di uno degli orti.

Una donna alzò lo sguardo. — Sei tu la straniera.

— Sì.

— Sei certamente strana.

Indicai con la mano gli animali sulla pianura. — Che cosa sono quelli?

Lei sgranò gli occhi. — Non lo sai?

Feci il gesto che significava "no".

— Com’è possibile che qualcuno sia così ignorante?

Non dissi nulla. Dopo un momento la donna parlò. — Sono cornacurve. Il grosso della mandria è a nord. In autunno gli uomini li porteranno indietro. Allora l’intera pianura sarà nera.

— Dove sono gli uomini adesso?

Lei si accigliò. — Ma non sai proprio niente? Sono con la mandria. Dove altro dovrebbero essere?

— Grazie. — Proseguii.

Il giorno seguente il cielo era nuvoloso. Scesi al fiume, portando con me il mio zaino. Mi sistemai ai piedi di un albero e tirai fuori la radio.

Eddie era tornato. — Come sta la tua amica? — s’informò.

— Non lo so. Sono andata in cerca di aiuto, e l’aiuto è andato in cerca di Nia. Scoprirò come sta nel corso della giornata.

— Tu dove sei?

Gli descrissi l’ubicazione del villaggio e gli riferii il mio incontro con la Voce della Cascata.

— Be’, sembra proprio affascinante. — Tacque per un minuto o due, poi disse: — Non ne so molto sugli oracoli. Erano importanti in Grecia, non è vero?

— Sì.

— Forse dovrei leggere un po’. Com’è il villaggio?

Glielo descrissi. — Per quanto sono in grado di stabilire, tutti gli adulti sono donne. Gli uomini si trovano su al nord e si prendono cura di una mandria di animali. Sono migratori. Le donne invece non si spostano. Come va la nave?

— Più o meno come sempre. Abbiamo ricevuto un messaggio dalla Terra.

— Ah, sì? — Provai la consueta eccitazione. — Qualcosa di interessante?

— C’è una nuova colonia spaziale e gli ucraini stanno incominciando a colonizzare la regione selvaggia attorno a quella che un tempo era Kiev. E qualcuno ha inventato una radio funzionale più veloce della luce. Ci hanno inviato i progetti.

Mi dondolai all’indietro sui calcagni. Non saremmo stati più isolati. Non avremmo più dovuto aspettare per quarant’anni la risposta a una domanda. — Quanto tempo ci vorrà per fabbricare quell’oggetto?

Eddie scoppiò a ridere. — Noi possiamo fabbricare l’apparecchio radioricevente. Gli ingegneri ne sono quasi certi. Ma per inviare messaggi dovremo poter produrre una nuova e stranissima particella, e la macchina che può farlo è grande.

— Merda.

— Esattamente il mio pensiero. Forse ti interesserà sapere che la particella è stata chiamata fred. Non in onore di Frederick Engels. Su questo il messaggio era molto chiaro. — La voce di Eddie aveva il tono che usava quando descriveva una manifesta follia. — È stata scoperta… no, teorizzata, da due persone più o meno nello stesso tempo. Tutto in questa particella succede in serie di due, secondo il messaggio. La persona di Pechino voleva darle il nome di guanyon in onore della dea cinese della misericordia, Guan Yin. A quanto sembra, la dea le è apparsa in sogno, ritta su un fiore di loto e con in mano l’equazione decisiva scritta su un ventaglio.

"La persona di Santiago voleva dare alla particella il nome di pablon in onore del poeta Pablo Neruda. Non so perché. Forse ha avuto un’equazione in sogno. Nessuno dei due era disposto a cedere. Così la particella viene chiamata fred. Si presenta sempre come una di una coppia. Così l’altra particella è stata chiamata frieda.

— Suppongo che questo sia un altro esempio della terribile bizzarria dei fisici — osservai.

— Aha.

— Perché hanno mandato i progetti se non possiamo usarli?

— Per nostra informazione e nell’eventualità che ci imbattessimo in una grande quantità di metallo, una grande quantità di silice e una moderna società industriale. Bisogna essere sempre preparati, come ha detto qualcuno. Forse Frederick Engels.

Mi grattai il naso. — Che cosa ti preoccupa?

— A parte il fred? Derek ha scoperto un blocco di rame. È largo un metro e, per quanto è in grado di stabilire, è puro. Si trovava sulla riva di un fiume. Depositato semplicemente lì in piena vista. Quassù dicono che forse potremo trovare le risorse per costruire il nuovo trasmettitore. Voi laggiù state scoprendo troppo. Perché non state zitti?

— Andiamo, Eddie. Sai che non possiamo farlo. La segretezza è nemica della democrazia. Ci sono altre notizie?

— Derek si sta spostando verso nord e verso ovest. Si trova solo a un centinaio di chilometri da te. Vorrebbe unirsi a te. Pensi che la tua amica sarebbe contraria a viaggiare con un uomo?

— Sì.

— Era quello che temevo.

Vidi qualcosa muoversi con la coda dell’occhio. — Devo andare. — Spensi la radio e la ficcai dentro lo zaino, poi mi guardai attorno e scorsi un animale bipede abbastanza simile a quello che avevo visto nel canyon. Questo, però, era di una nuova varietà, alto come me con una schiena color blu scuro. Il ventre era bianco panna, e aveva una cresta: un ciuffo di piume lunghe che risplendevano azzurre alla luce del sole. L’animale era intento a mangiare da un albero ricoperto di bacche, protendendo le lunghe braccia e strappando le bacche, una manciata alla volta. Si riempiva la bocca di bacche, poi inghiottiva e ne coglieva altre. Mi alzai. L’animale girò il lungo collo e mi fissò, poi riprese a mangiare. C’era qualcosa di stranamente umano nei suoi movimenti. Non poteva essere intelligente. La sua testa munita di cresta era piccolissima. Nondimeno, restai a osservarlo finché non ebbe finito di mangiare e non si fu allontanato. Poi tornai al villaggio.

Alla sera la sciamana tornò. La vidi entrare nel villaggio. Indossava una lunga Veste azzurra e un cappello fatto di penne. Cinque donne la seguivano. Due di loro portavano una barella sulla quale era distesa Nia. Aveva gli occhi chiusi. Sembrava addormentata.

— Non preoccuparti — mi disse Eshtanabai. — La nostra sciamana curerà la tua amica.

— Lo spero.

La sciamana disse: — Portate la donna nella mia casa. Andrò a raccogliere erbe medicinali.

Eshtanabai mi toccò il braccio. — Vieni con me. La sciamana non vorrà visitatori, fatta eccezione per i santi spiriti. E a te non piacerebbe incontrarli. Non è prudente.

— D’accordo.

Trascorsi la sera in casa di Eshtanabai. Mi sentivo irrequieta e turbata. Che cosa stava succedendo a Nia? Mi mordicchiavo le unghie e osservavo il fuoco. Eshtanabai giocava con i bambini. Dopo un po’ me ne andai fuori. Il villaggio era silenzioso salvo per il suono di un tamburo. Era forse la sciamana? Non lo sapevo. Guardai in su. Il cielo era limpido e le stelle splendevano luminose. Un vento fresco soffiava dalla pianura. Era un bel pianeta: puro e pulito, e quasi disabitato. Noi stavamo lavorando al nostro pianeta da oltre un secolo quando la nave era partita e il lavoro era continuato. Erano già due secoli. C’erano ancora sfregi ovunque: montagne spogliate, paludi avvelenate, vaste distese dove la terra era inutilizzabile, almeno per gli umani: erosa, arida o piena di sale, l’acqua esaurita, pompata completamente e utilizzata nel Ventesimo Secolo.

Che cosa avevano avuto in mente le popolazioni di allora? Avevano lasciato i loro discendenti quasi privi d’acqua e con enormi montagne di uranio. Che genere di eredità era mai quella? Come pensavano che saremmo sopravvissuti?

Ce l’avevamo fatta senza molto aiuto da parte loro. Era sorprendente quante persone eravamo riusciti a salvare. Quando pensavo alla Terra, mi venivano in mente masse di gente. Soltanto l’oceano era veramente disabitato, così come le calotte polari e le terre distrutte.

Guardai in su verso il cielo stellato e provai un terribile senso di perdita.

Non che la mia società non mi andasse a genio. Era sana, decorosa, umana, la migliore società che la Terra avesse mai conosciuto. Ma era enormemente complessa. Non c’era nulla di facile. Nulla di chiaro e lineare. Per la prima volta la storia era un processo consapevole. Per la prima volta gli individui potevano plasmare deliberatamente la propria vita, con la consapevolezza di ciò che facevano.

Discutevamo ogni punto. Votavamo. Venivamo a compromessi. Costituivamo fazioni e coalizioni. Pensavamo sempre alla giustizia e all’equità, alle conseguenze di quello che facevamo, al futuro.

Il tamburo s’interruppe. La brezza cambiò direzione. Ora sentivo gli odori dei fuochi per cucinare e delle latrine. Decisi di tornare dentro.

L’indomani mattina mi recai alla casa della sciamana.

Mi accompagnava Eshtanabai. — O santa — gridò. — La persona senza pelo è venuta a far visita.

La porta si aprì. La sciamana fece capolino. — La tua amica è ammalata. Brucia. Sento il calore nei punti in cui la sua pelliccia è sottile. Ed è debole. Ma la curerò. Non temere.

— Posso entrare?

La sciamana si accigliò, poi fece il gesto dell’assenso e aprì di più la porta.

Il fuoco era spento. La sola luce penetrava dall’apertura per il fumo: un raggio di luce dorata che scendeva obliquo e illuminava un vecchio canestro, scolorito e sformato. Ogni altra cosa nella casa era nascosta dall’oscurità. Vidi dei mucchi di roba, ma non avrei saputo dire di che cosa si trattasse.

— Nia? — Mi guardai attorno.

Uno dei mucchi si mosse e sollevò una mano. Mi avvicinai. Era Nia, che giaceva avvolta in una coperta.

— Come stai?

— Mi sento in modo orribile. Siediti. Tienimi compagnia.

Lanciai un’occhiata alla sciamana. Lei fece il cenno dell’assenso, così mi sedetti.

Nia chiuse gli occhi. Per un po’ di tempo non disse niente, infine parlò. — La sciamana è brava? Lo sai?

— Sembra che abbiano una buona opinione di lei.

— Bene. Forse allora vivrò. — Aprì gli occhi. — Enshi è venuto da me la notte scorsa. Porta male sognare i morti. Ma lui non mi ha minacciata. Scherzava e mi ha detto come si sta a vivere nel cielo. Non male, ha detto, anche se di quando in quando soffre la fame. È sempre stato un pessimo cacciatore. Perfino quando sono gli animali ad andare da lui, come fanno in quella terra, gli capita di mancare il bersaglio. Che uomo inutile! Ma raccontava delle belle storie, e aveva un carattere meraviglioso. Non si adirava mai. — Chiuse gli occhi. Attesi. Riaprì gli occhi. — Abbiamo fatto una cosa vergognosa.

Diedi un’occhiata attorno. La sciamana era sulla porta e stava parlando con Eshtanabai. Era troppo lontana per sentire.

Nia sollevò il capo e guardò le due donne, poi tornò a coricarsi. — Non voglio parlartene. Non qui. Non sono pazza. Sono stanca. Voglio dormire.

La lasciai e trascorsi la giornata a gironzolare per il villaggio, osservando i bambini che giocavano nelle strade e chiacchierando con madri e nonne. Erano persone cortesi e amichevoli. Una lavoratrice del rame mi mostrò come lavorava il metallo. Un’anziana donna mi raccontò come fosse stato creato il mondo da un seme lasciato cadere dall’uccello che vive sull’albero del sole. Alla sera cenai con Eshtanabai.

— La tua amica si rimetterà. Me l’ha detto la sciamana. La sciamana sostiene che la tua amica lavora il metallo. Le ha promesso un coltello.

Feci il gesto dell’affermazione, seguito da quello dell’approvazione.

— Appartiene al Popolo del Ferro?

— Sì.

— Loro vivono più a ovest, oltre il Popolo dell’Ambra. Ho sentito dire che sono violenti.

— Non saprei.

— A detta del Popolo dell’Ambra, litigano parecchio e quando fanno un dono, si assicurano sempre che il dono che ricevono in cambio sia altrettanto buono.

Feci il gesto che significava "può darsi" o "se lo dici tu".

L’indomani vidi di nuovo Nia. Nella buca ardeva un bel fuoco e la casa della sciamana era piena di fumo aromatico. La mia amica si era tirata su a sedere, la schiena appoggiata a un palo. Mi sedetti anch’io. La sciamana se ne andò, chiudendosi l’uscio alle spalle.

— Gliel’ho chiesto io — disse Nia. — Ho fatto un altro sogno. Ho visto Hua, la donna che mi ha allevata. È morta prima che qualcuno sapesse ciò che avevo fatto. Ma adesso lo sa. Ed è furiosa. Mi ha detto parole taglienti. Aiya! Se facevano male!

"Le ho risposto che ciò che avevo fatto non la riguardava affatto. E, in ogni caso, non avevo fatto niente di malvagio. E lei: ’Sono tutti d’accordo con me. È stata una cosa cattiva’. E io ho ribattuto: ’Racconterò la cosa a Li-sa. Lei viene da molto lontano. Sa come vengono fatte le cose in luoghi diversi. Lasciamo decidere a lei se la cosa che ho fatto era malvagia oppure no’. Poi mi sono svegliata." Nia mi guardò. Trovavo difficile decifrare l’espressione del suo viso, ma ebbi l’impressione che fosse stanca e infelice.

Le dissi: — Raccontami la tua storia, se lo desideri.

Nia aggrottò la fronte e si grattò il naso. Poi incominciò. Fino a quel momento l’avevo giudicata un tipo forte e di poche parole. Non aveva mai parlato molto, ma ora le parole le uscivano facilmente. Doveva essersi esercitata a ripetere la sua storia. Me la figurai mentre la raccontava, molto probabilmente a se stessa. Doveva averla provata più e più volte, cercando di dare un senso a quanto era accaduto.

— Il primo errore è stato questo: ho aiutato Enshi a incontrare sua madre. Non so perché l’ho fatto. Lui è sempre stato molto bravo con le parole. Riusciva sempre a far sembrare giusto e ragionevole quello che voleva.

"Lo accompagnai fino dentro il villaggio, di notte, naturalmente, e aspettai fuori della tenda. Lui e sua madre parlarono. Sua madre gli diede dei doni. Enshi aveva perduto i doni che aveva ricevuto in precedenza. Era tipico di lui. Quando ebbe finito, andai con lui ai margini del villaggio. E ora viene il secondo errore." Nia serrò una mano e colpì il terreno. — Enshi voleva tornare di nuovo. Si sentiva solo sulla pianura. Disse che sarebbe morto là fuori in quel deserto se non avesse avuto qualcosa da aspettare con ansia. Il fuoco caldo nella tenda di sua madre, buon cibo, nuovi indumenti. Come sapeva parlare bene! Accettai di aiutarlo. — Nia si massaggiò la faccia. — Che sciocca sono stata!

"Sua madre incominciò a lamentarsi delle sue vicine. Diceva che c’era troppo baccano nel villaggio. Era stufa dell’odore della cucina delle vicine. C’erano troppe immondizie. C’erano troppi insetti. Incominciò con il montare la propria tenda lontano da tutte le altre. L’avevano progettato insieme loro due. Adesso era facile per Enshi trovare la tenda della madre, ed era improbabile che qualcuno lo vedesse.

"Ma avevano bisogno di qualcuno che portasse messaggi dentro e fuori il villaggio. Avevano bisogno di qualcuno che stesse di guardia quando lui veniva. Lo feci per tutta l’estate e tutto l’autunno. In inverno lui non poteva entrare nel villaggio. La gente avrebbe visto le sue impronte nella neve. Andavo io a cercarlo, portandogli cibo e un mantello nuovo, un mantello folto fatto di pelliccia. In primavera ci incontrammo e ci accoppiammo. Avvenne fra le colline. Era lì che stavano i giovani. Lui aveva il peggior territorio possibile. Era tutto pietre, tutto un salire e scendere. Lì non c’era niente da mangiare. Nondimeno, andai da lui." Diede di nuovo una botta sul terreno. — Forse Hua ha ragione. Forse sono davvero una pervertita.

Non dissi una parola. Nia continuò. — Non aveva niente di valore da donare. Raccoglieva delle cose: penne da un cespuglio o pietre che luccicavano alla luce del sole. Componeva delle poesie. Che genere dj dono è mai quello? Era un uomo inutile! — S’interruppe un momento. Aveva un’aria perplessa. — Quando mi trovavo con lui, sentivo… non so come definire quel sentimento. Avevo la sensazione di aver trovato una nuova parente, una sorella o una madre. Qualcuno con cui stare seduta alla sera, qualcuno con cui chiacchierare. Mi sentivo soddisfatta. Quando il periodo della smania fu terminato, rimasi ancora. Mi piaceva restare lì. Mi trattenni altri dieci giorni. Poi tornai a casa, e le persone mi chiesero che cosa fosse successo. Risposi che il mio cornacurve si era azzoppato. Raccontai loro che ero stata costretta a fare a piedi buona parte della strada del ritorno. Ormai ero una bugiarda. — Aggrottò la fronte. — Che cosa accadde in seguito? Ci spostammo a nord e piantammo le nostre tende nella regione dell’estate. La vecchia Hua si fece male. Si provocò una bruciatura mentre lavorava alla fucina. La bruciatura non guarì. La sua gamba incominciò a marcire. Alla fine morì.

"Tutti dissero che era morta come si conviene a una donna, senza lamentarsi o fare un gran baccano. Gli spiriti erano contenti di lei. È quello che diceva la gente. Io lo trovavo difficile da sopportare.

"Dopo che fu sottoterra, la sciamana eseguì le cerimonie della purificazione e le cerimonie per scacciare la sventura."

— Perché? — chiesi.

Nia parve sorpresa. — Tutte le morti sono infauste, e Hua era morta inaspettatamente. Era vecchia ma forte, e si era già bruciata parecchie volte prima di allora. Le bruciature erano sempre guarite.

Feci il gesto che significava "capisco" o "vedo".

— La cattiva sorte rimase — proseguì Nia. — Dapprima non sembrava che fosse così. L’estate era propizia. C’era abbastanza pioggia. I fiumi erano pieni di pesci e gli arbusti avevano tante di quelle bacche che i loro rami si piegavano fino a toccare il suolo. Avevamo da mangiare in abbondanza.

"Alla fine dell’estate arrivarono al villaggio persone provenienti da occidente. Portarono stagno e pellicce bianche. Una di loro si ammalò, poi morì. La nostra sciamana morì. Io mi ammalai e lo stesso accadde a Nuha. Era la madre di Enshi. Era uscita di senno e continuava a gridare: ’Enshi! Enshi!’. Poi chiese agli spiriti di perdonarla. Disse che era tutta colpa mia. Suo figlio non avrebbe mai fatto niente di sbagliato. L’avevo spinto io a comportarsi in modo vergognoso. Avevo fatto infuriare gli spiriti. Promise a tutti che se fosse morta non se ne sarebbe andata via. Il suo spirito sarebbe rimasto nel villaggio e avrebbe trovato il modo di vendicarsi di me.

"Nuha morì. Io mi ristabilii, anche se per qualche tempo pensai che sarei morta anch’io. Quando fui in grado di alzarmi e di camminare, le vecchie del villaggio mi invitarono ad andarmene.

"Aiya! Quanto era difficile! Chiesi loro di lasciarmi restare. Le supplicai. Ma loro dissero: ’Vattene’.

"Andai in cerca di Enshi, e noi due insieme ci dirigemmo a sud finché non arrivammo alle Colline del Ferro. Erano a metà strada fra la terra dell’estate e la dimora invernale. Laggiù il suolo è rosso. I fiumi e i torrenti sono marroni come la ruggine. Ogni anno alcune donne vanno laggiù a estrarre il ferro. Restano fino all’autunno, scavando il ferro e fondendolo per ricavarne delle barre. Poi si ricongiungono con il villaggio. Quando arrivammo fra quelle colline, le donne stavano ormai facendo i bagagli. Ci nascondemmo fra i cespugli. Esse caricarono i loro carri e finalmente se ne andarono.

"Trovammo un riparo all’entrata di una miniera. Era costruito di legno e di pietra e la donna che l’aveva fabbricato si era lasciata dietro alcuni dei propri utensili. Trovammo un’ascia, un piccone e un badile. C’era anche un’incudine, una grossa incudine, troppo pesante da trasportare.

"Restammo lì tutto l’inverno. Rischiammo di morire di fame. Avevo un bambino dentro di me, ma morì e venne fuori come sangue. Enshi riteneva responsabile la propria madre. La pregò di andarsene, poi le disse: ’Fa’ del male a me! Fa’ del male a me! Sono io che ho agito in modo ignobile’."

Nia smise di parlare. Io cambiai posizione e mi massaggiai le gambe. Incominciavo a sentirle intorpidite.

— In primavera ci addentrammo di più fra le colline. Le donne tornarono. Rubavamo a loro. Enshi era bravo in questo. O almeno era più abile di me.

"Trovammo un fiume pieno di pesci: molto più dentro fra le colline, lontano da tutti gli altri. Nelle vicinanze c’era una scogliera rossa di ferro. Fabbricai delle trappole per catturare pesci. Enshi imparò a estrarre il ferro. Costruimmo un rifugio e io montai una fucina. Nuha ci lasciò in pace." Nia aggrottò la fronte. — Non provavo una particolare vergogna. C’erano giorni in cui mi pareva che ciò che facevamo fosse giusto. Che cosa c’era di sbagliato in me?

Feci il gesto che significava "nessun commento".

— Quell’inverno avevamo cibo in abbondanza. Alla fine dell’inverno io ebbi una bambina. Le diedi il nome Hua. A Enshi piaceva. La teneva in braccio e le parlava. Qualche volta lei lo faceva arrabbiare, ma lui non gridava né menava colpi. La metteva giù e andava a fare una passeggiata. Era pazzo, senza dubbio.

Io girai la mano per dirle "forse sì e forse no".

— Ho la gola secca. Vuoi portarmi qualcosa da bere? — Mi fece cenno col dito. Andai a prendere una brocca d’acqua. Nia ne bevve un bel sorso. — Aiya! Quanto è buona! Che cosa stavo dicendo?

— Hai avuto una bambina.

— Due. L’altro era un maschio. Anasu. Nacque il terzo inverno che passammo fra le colline. A quel punto mi ero abituata a stare da sola, a parte Enshi e i bambini. Mi piaceva. Mi piace ancora. Ci sono troppe chiacchiere in un villaggio. Troppi pettegolezzi. Troppe discussioni. Ma non fra le colline. Lassù è tutto tranquillo. Una volta ogni tanto Enshi diventava irrequieto e si allontanava da solo. A volte io facevo lo stesso. Quelli erano i momenti che preferivo, credo. Salivo finché non c’era più niente sopra di me all’infuori del cielo. Stavo al di sopra di tutto. Mi sedevo ad ascoltare il vento. Allora mi sentivo soddisfatta.

"Dopo di che dovevo tornare giù ad aiutare Enshi con i bambini.

"Tutto questo andò avanti per cinque inverni. Poi, una primavera, arrivò il pazzo. Si avvicinò cavalcando, una mattina. Il suo cornacurve era così magro che avrei potuto contare ogni costola. Quanto all’uomo, era lacero e grigio. Aveva perso un occhio e il suo aspetto era orribile.

"Mi trovavo nella fucina e battevo un pezzo di ferro per un piccone. Enshi era andato a caccia. E i bambini… non ricordo dove fossero. Vicino a me, immagino.

"Udii una voce. Era aspra e profonda. ’Sei pronta, donna?’

"Alzai lo sguardo. Lui smontò e venne verso di me. ’È il tempo?’ chiese.

"’No’ risposi. ’Che cosa ci fai qui?’

"Lui si fermò e inclinò la testa di lato. Ricordo questo particolare e ricordo lo sguardo del suo unico occhio. Era folle. Succede ai vecchi. Perdono il loro territorio; gli uomini più giovani li cacciano via. Ma loro non si arrendono. Rifiutano di tornare al villaggio. Invece continuano a vagabondare da soli. Non hanno un posto. Dimenticano le regole e le usanze. Sono pericolosi.

"Strinsi con forza il mio martello.

"Lui disse: ’Presto. Un altro giorno o due. So giudicarlo. Ero solito avere cinque donne, sei donne, in una stagione. Aiya! I doni che portavano e l’odore dei loro corpi’.

"’Vattene’ gli dissi. ’Non ti voglio qui.’

"’Posso aspettare’ ribatté lui. ’Ho aspettato già molto tempo. Resterò.’

"Fu allora che vidi Enshi alle spalle dell’uomo, con in mano il suo arco. ’No’ disse. ’Questa donna è mia. Vattene di qui.’

"Il vecchio si girò. ’Tu, piccola creatura pelle e ossa! Credi di poterti confrontare con me? Ho incontrato uomini grossi il doppio di te. Ed erano loro ad abbassare lo sguardo. Erano loro ad andarsene.’

"Enshi sollevò l’arco. C’era una freccia pronta, sistemata contro la corda. Incominciò a tendere l’arco. ’Ti ucciderò, vecchio. Ti conficcherò una freccia nel ventre.’

"Il vecchio disse: ’Questo è oltraggioso. Non sai come vanno fatte queste cose? Nessun vero uomo usa mai una freccia contro un altro uomo. Un coltello è l’arma appropriata. Anche una clava va bene. Ma niente che uccida da lontano. Un vero confronto avviene corpo a corpo’.

"Enshi parlò in risposta. Disse: ’Non mi importa quali siano le regole. Questa donna è mia. Farò ciò che devo per tenermela’."

Nia fece una breve pausa. Il suo viso appariva pensieroso. — Sollevai il mio martello e dissi: "Neppure a me importa delle regole. Se mi verrai vicino, ti ucciderò, vecchio. Credimi. Dico la verità".

"Che altro c’è da dire? Il vecchio rinunciò e se ne andò. Il giorno dopo ebbe inizio la smania. Enshi e io restammo insieme per tre giorni. Credo che sia giusto. Forse quattro giorni. Una mattina mi svegliai. La luce penetrava dalla porta del nostro rifugio. Enshi era vicino a me. Il vecchio gli stava sopra. Lo vidi conficcare il coltello nella gola di Enshi. Anasu gridò. Mi alzai, ma era troppo tardi. Il vecchio era completamente pazzo e forte come talvolta lo sono i pazzi. Era molto più forte di me, e io non sono una persona debole. Mi spinse a terra e ficcò il suo pene dentro di me. Cercai di liberarmi. Lui mi colpì. Il coltello che teneva in mano mi fece un taglio sulla spalla. Ho ancora la cicatrice. I bambini piangevano. Tutti e due. Il vecchio faceva dei grugniti. Lo morsicai. Mi colpì di nuovo." Nia si accigliò. — Qualche volta me lo sogno ancora. Ho del sangue in bocca. C’è del sangue per terra. Sento il vecchio sopra di me e dentro di me. Sento piangere i bambini. Nel sogno, so che Enshi è morto. Dopo un po’ mi sveglio.

"Ma allora non mi svegliai. Il vecchio restò finché la smania non fu terminata. Furono cinque o sei giorni. Ci accoppiammo più e più volte." Nia serrò i pugni. "Quando non ci accoppiavamo, mi teneva legata. Non era stupido, sebbene fosse pazzo. Sapeva che avrei preso i bambini e sarei fuggita. Diceva che ero io la pazza. Nessuna donna normale gli avrebbe ordinato di andarsene. Nessuna donna normale avrebbe cercato di respingerlo.

"I bambini avevano fame. Piangevano. Allora mi slegò in modo che potessi dar loro da mangiare. Ma non volle lasciarmi seppellire Enshi. Trascinò il suo corpo fuori dal rifugio e lo lasciò disteso lì allo scoperto, nello spiazzo fuori dalla porta. Il tempo era molto caldo. Enshi si gonfiò. Incominciò a puzzare. Arrivarono insetti e uccelli. Quando la porta della capanna era aperta, riuscivo a vederli banchettare. Hua continuava a dire: ’Che cosa c’è che non va? Che cosa è successo a Enshi?’.

"Le dissi di stare tranquilla. Avrebbe fatto infuriare il vecchio.

"Che altro potrei dire? Due uomini si erano scontrati nel periodo degli accoppiamenti. Uno aveva ucciso l’altro. Era una cosa che non accadeva spesso, ma non era sbagliata. Perché continuavo a pensare che fosse sbagliata? Perché odiavo il vecchio? Aveva il diritto di accoppiarsi con me. Aveva vinto lui, sebbene forse non in modo del tutto leale."

Nia smise di parlare. Attesi. Avevo un gusto aspro in bocca e non riuscivo a pensare a niente da dire.

— La smania finì e il vecchio se ne andò. Seppellii Enshi. Diedi da mangiare ai bambini, li pulii e li consolai. Poi sellai i nostri animali.

"Portai i bambini con me. Non potevo fare altro. Tenevo in braccio Anasu mentre Hua cavalcava il cornacurve di Enshi. Dovetti legarla alla sella. Seguimmo le tracce del vecchio. Ci vollero due giorni.

"Lo trovai ai piedi delle colline, ai margini della pianura. Si era acceso un fuoco nell’ultimo boschetto prima che iniziasse la pianura. Aiya! Ricordo quello che provai quando vidi il suo fumo salire in volute verso il cielo!

"Legai i cornacurve. Misi a terra i bambini e dissi a Hua di tenere d’occhio suo fratello. Dissi loro di non piangere, che sarei tornata presto, e scesi lungo la collina. Adesso avevo un arma. Un arco. Era lo stesso che era appartenuto a Enshi. Ricordo il momento della giornata. Appena dopo il tramonto. Il cielo a occidente era arancione. Il fuoco del vecchio brillava fra gli alberi. Mi avvicinai strisciando. Lo vidi rannicchiato accanto al fuoco." Nia s’interruppe. "Lo colpii nella schiena. Lui gridò e cadde riverso. Lo colpii di nuovo.

"Che altro c’è da dire? Mi accertai che fosse morto. Poi spensi il fuoco e tornai dai miei bambini. Erano rimasti in silenzio, nascosti in un cespuglio, come un paio di cuccioli di cornacurve. Aiya! Com’erano stati bravi! Li lodai e diedi loro da mangiare.

"In seguito mi recai a nord fino al villaggio. Affidai i bambini ad Angai. Adesso era lei la sciamana. Mi disse che li avrebbe cresciuti nel modo giusto. Io non potevo. Mi diressi verso est e finii dove mi hai trovata, nel villaggio di Nahusai."

Nia si appoggiò all’indietro e chiuse gli occhi. Doveva aver perso peso in quegli ultimi giorni. La sua faccia appariva più magra del solito ed era facile scorgere le ossa, perfino sotto la pelliccia. Aveva la mascella pesante. La fronte era rotonda e bassa. Gli zigomi erano grossi e non c’era alcuna rientranza dove il naso si univa alla fronte. Saliva diritto, ampio e piatto fino in cima. Aprì gli occhi e batté le palpebre. — Decidi tu fra noi due. Ha ragione Hua? Sono una pervertita?

Alzai lo sguardo in cerca di ispirazione. L’apertura per il fumo era scura. C’era qualcosa lassù che bloccava la luce.

Che diavolo? Mi alzai in piedi.

La cosa si mosse. Entrò di nuovo la luce del sole. Riuscivo a vedere il cielo. — Torno subito — dissi a Nia. Uscii e mi girai.

Come tutti i tetti del villaggio, anche questo era ricoperto di vegetazione. Le piccole foglie rotonde splendevano alla luce del sole e c’erano fiori arancioni. Fra i fiori svolazzavano gli insetti. Avevano ali gialle. Più o meno a metà della pendenza del tetto c’era la sciamana. La lunga veste era tirata su e potevo vederle le gambe. Erano ossute e pelose, con grosse ginocchia.

— Hai ascoltato dall’apertura per il fumo. Hai sentito quello che ha detto Nia.

— I miei occhi saranno cattivi, ma le mie orecchie sono le migliori del villaggio. Aiya! Che racconto disgustoso! Dovrei costringervi ad andarvene oggi. — Scese fino al bordo del tetto e si sedette. — Aiutami.

Mi protesi verso la donna, che si lasciò cadere fra le braccia. Era leggera e puzzava. Era un miscuglio di odori, conclusi mentre la mettevo giù. Pelo, muschio e alito cattivo. La vecchia aveva bisogno di un dentista. Feci un passo indietro.

— La Voce della Cascata ha detto di aiutarvi e quindi devo farlo. Quel pazzo! Perché non è cresciuto nel modo giusto e non è andato a raggiungere i suoi fratelli? Ma lui no, quel folle! Lui doveva sentire voci e vedere cose nei sogni. Vado a parlare con lui e quello danza qua e là e farfuglia. Nudo, per di più. Uno di questi inverni si prenderà una brutta infreddatura e morirà. Lascia che te lo dica, è duro fare la madre. Adesso, vattene via! La donna là dentro è debole. Ha bisogno di riposare.

Aprii la bocca.

— Non le dirò quello che ho sentito. Va’! Levati di mezzo!

Mi voltai e mi allontanai. Alle mie spalle la sciamana brontolava. Udii la parola "perversione" e la parola "disgustoso". Poi disse ad alta voce: — Perché queste cose capitano a me?

Continuai a camminare finché non arrivai a casa di Eshtanabai. La donna era seduta sulla soglia, appoggiata all’intelaiatura della porta, e aveva l’aria tranquilla e soddisfatta.

Mi fermai. Lei alzò lo sguardo. — Come sta la tua amica?

— Meglio. Dimmi, com’è la sciamana?

— Vecchia e bizzarra. Molti dicono che non è più quella di un tempo. Ma ricorda ancora le cerimonie. Parla del passato. Le donne anziane lo fanno sempre. E si preoccupa dei suoi figli. Non delle figlie. Queste si trovano nel villaggio. Sa come tirano avanti. Si preoccupa dei figli maschi. Ne ha avuti cinque e sono vissuti tutti abbastanza a lungo per subire il cambiamento. Quattro si trovano su a nord, se non sono già morti. Il quinto, il più giovane, l’hai conosciuto. È nato dal suo ultimo accoppiamento, quando stava già diventando vecchia. Forse è per questo che è diventato un oracolo. Le donne anziane hanno figli strani. Lo sanno tutti. Perché me lo domandi?

Feci il gesto che poteva significare qualsiasi cosa o niente, il gesto dell’incertezza.

— Non è un gran che come risposta. — Eshtanabai si alzò in piedi. — Vieni dentro. Ho un po’ di bara.

Era la bevanda alcolica indigena. O, per lo meno, la sostanza inebriante indigena sotto forma di liquido.

— Ci ubriacheremo. Non ho nient’altro da fare per oggi. — Mi precedette dentro casa.

La seguii. Perché no? Ci sedemmo accanto al fuoco. Era un mucchio di tizzoni. Vedevo un minuscolo rosseggiare in fondo al mucchio, dal quale saliva un filo di fumo che si avvolgeva in volute nel raggio di luce che penetrava dall’apertura nel soffitto. Eshtanabai riempì due scodelle e me ne porse una. Bevvi. Il liquido era amaro e mi bruciava in bocca. Tossii, poi deglutii.

— Bevine ancora — fece lei. Vuotò la sua tazza, poi la riempì. — Ascolta. — Si protese in avanti. — Credo che tu sia preoccupata per la sciamana. È una brava donna. Vecchia e stramba, ma brava. Ma non tutto quello che esce dalla sua bocca è santo. Soltanto un oracolo è santo in ogni momento, ed è una terribile tensione. La maggior parte degli oracoli muoiono giovani. Bevi ancora un po’. Ti farà bene. È dura starsene seduti ad aspettare che qualcuno che si ama si ristabilisca.

Bevvi il resto del bara.

Eshtanabai me ne versò dell’altro. — La sciamana è spesso santa, ma a volte è una vecchia sciocca, che parla dei propri figli. Noi cerchiamo di essere gentili, e non è facile. L’anno scorso abbiamo mandato via un ragazzo, e lei si è ubriacata. Non ha cantato le canzoni appropriate, le canzoni che dicono al ragazzo: "Sii coraggioso! Stai facendo quello che è giusto!". Ha cantato della donna che si è accoppiata con il vento. Quella canzone non è quella adatta.

— Di che cosa parla?

— Non la conosci? È una storia molto vecchia. È successa molto tempo fa, quando vivevamo come il Popolo dell’Ambra. Le nostre case erano tende e noi seguivamo la mandria. C’era una donna che si allontanò nel periodo dell’accoppiamento. Ci fu un terribile uragano quell’anno. I cornacurve fuggirono in preda al panico e gli uomini li inseguirono. Di conseguenza questa donna non trovò un uomo. La smania finì. Lei tornò al villaggio. Dopo un po’ di tempo si vide chiaramente che era gravida. Verso la fine dell’inverno ebbe una figlia. Era la figlia del vento. Nessuno riusciva a vedere la neonata ed era difficile da trovare. Quando aveva fame, andava dalla madre a poppare. Allora, toccandola, la madre apprese che era una femmina e coperta di soffice pelliccia. Ma per la maggior parte del tempo la bambina era irrequieta. Correva nella tenda della madre. Correva per il villaggio. Un giorno fuggì dal villaggio nella pianura. Non ritornò mai più. Sua madre sapeva che sarebbe successo. Compose una canzone per la figlia prima che se ne andasse. Fa così:


"Hola!

mia piccina.

Hola!

mia figlia del vento.


"Adesso turbini

nella mia tenda

Adesso fai svolazzare

i tendaggi.


"Presto te ne andrai

nell’immensa pianura

per sempre."


"È questa la canzone che la vecchia cantò quando allontanammo dal villaggio il ragazzo. Tutti s’infuriarono, soprattutto la madre del ragazzo. Una donna ha numerosi rituali nella sua vita. Un uomo ne ha soltanto uno: la cerimonia di addio. E la vecchia l’aveva rovinata. Ne aveva fatto una triste ricorrenza. Ma che cosa possiamo fare? Non è facile trovare una brava sciamana, e questa è eccellente. E gli spiriti mandano la pioggia per i nostri orti quando lei glielo chiede. Prendi ancora da bere."

Bevemmo. Eshtanabai mi raccontò della vecchia sciamana, quella che avevano avuto prima di questa. Era una donna avida.

— Aiya! Aveva una casa piena di oggetti. Più diventava vecchia, più pretendeva. Chiedeva più di quanto valessero le cerimonie. Noi glielo davamo. Eravamo costrette. Nessuno desiderava la malasorte o la collera degli spiriti. Ma gli spiriti si adirarono ugualmente. Le cerimonie non funzionavano.

— Perché?

Eshtanabai aggrottò la fronte. — Perché davamo troppo. Guarda. Io riempo la tua ciotola. Sono generosa. La riempio fino all’orlo. Questo è un dono adeguato. Tu ne hai abbastanza e ciò ti rende contenta. Io so che mi darai qualcosa in cambio e ciò mi rende contenta. Ma se continuo a versare e il bara trabocca, se ti bagna le mani e si rovescia sui tuoi indumenti e sul pavimento, non è un dono opportuno. È un insulto e un pasticcio.

"Un dono è un legame. Ma soltanto uno sciocco lega una corda forte a un pezzetto di cordoncino. Devi legare fra loro solo cose simili, altrimenti il nodo si scioglierà o si spezzerà."

— Ne sei sicura?

Eshtanabai batté le palpebre. — Quello che so è che gli spiriti non ascoltavano quella donna. I suoi rituali non ci facevano ottenere niente. Trovammo una nuova sciamana, una che prende ciò che è giusto e dà ciò che è giusto, anche se è mezza matta e parla dei propri figli. Ecco. Lascia che ti faccia vedere di nuovo. — Versò dell’altro liquido. — Fino all’orlo e non di più. Che cosa mi darai, o senzapelo?

Mi recai dov’era il mio zaino, tirai fuori una collana e gliela diedi. Lei mi offrì altro bara. Le diedi un braccialetto scolpito ricavato da un legno indigeno e intarsiato con i denti di una specie di pesce locale. Era stato Derek a fare il braccialetto. Era un eccellente artista. Era ormai il crepuscolo e il cielo a occidente era di un rosa arancione. Alta nel cielo c’era una delle lune: un brillante punto luminoso. Pensai che stavano succedendo troppe cose e non ne avevo più il controllo. Oh, bene. Andai nella parte posteriore della casa e crollai addormentata su un mucchio di pellicce.

L’indomani mattina tornai a casa della sciamana. Nia era seduta e mangiava una ciotola di poltiglia. — Perché hai difficoltà a camminare? — mi domandò.

— Ho fatto una cosa stupida. Ohi, la mia testa! — Mi sedetti.

— Non sei più tornata ieri.

— La sciamana mi ha detto che avevi bisogno di riposo. — Vedevo Nia sfocata. Mi fregai gli occhi.

— Non mi hai dato una risposta. — Nia mise giù la sua ciotola. C’era un grumo di poltiglia sul fondo. Lei lo raccolse con un dito e se lo mise in bocca. — Ho ragione io? Oppure ha ragione Hua?

— Che cosa?

— Sono una pervertita?

Mi massaggiai il collo. — Come faccio a saperlo? Ma posso dirti questo: le persone hanno usanze diverse. Ci sono posti in cui gli uomini e le donne vivono insieme come facevate tu ed Enshi. Ci sono posti in cui la gente direbbe che ciò che ti ha fatto il vecchio è stata una cosa orribile.

— Ah! — esclamò Nia. — Dove sono quesi posti?

— Molto lontano da qui.

— Forse un giorno andrò in un posto così.

Non dissi una parola. Il mio mal di testa stava peggiorando e avevo difficoltà a concentrarmi.

Nia si grattò il naso. — Ma forse non mi piacerebbe un posto simile.

— Forse no.

Alla sera mi recai al fiume. Faceva molto caldo ed era umido e afoso laggiù. L’aria brulicava di insetti. Feci una chiamata a Eddie e gli raccontai la storia di Enshi.

— Interessante. Sembra che abbiano inventato la monogamia. Mi riferisco a Nia e a Enshi.

— E il vecchio ha inventato lo stupro.

— Uhu. — Non disse più nulla per un minuto o due. Lo stupro era un argomento che rendeva nervosa la maggior parte degli uomini. Finalmente parlò. — Abbiamo fatto un altro rilevamento col satellite. Non ci sono città. Nemmeno una. Secondo Tony, la cosa ha senso. Gli uomini non possono sopravvivere in un’area urbana. E gli uomini devono essere vicini alle donne. Altrimenti l’accoppiamento sarebbe difficile, forse impossibile. L’intera specie è ferma a uno stadio di sviluppo pre-urbano, e lo sarà sempre.

Un insetto mi volò su per il naso. Sbuffai e tossii. Un secondo insetto mi volò in bocca. Lo sputai fuori. — Eddie, non posso restare qui. Ci sono insetti dappertutto.

— Okay. Harrison vuole che ti informi sulla guerra. Non crede che esista su questo pianeta.

— Okay. — Corsi al villaggio. Il cancello era chiuso. Dovetti gridare e picchiare sul legno finché non arrivò qualcuno che mi fece entrare.

Il giorno seguente parlai con Eshtanabai. Lei non aveva mai sentito parlare di violenza organizzata. — Come potrebbe accadere una cosa del genere? Capita talvolta che due uomini si incontrino e nessuno dei due accetti di cedere. Allora si battono. E ci sono donne folli che litigano con le loro vicine. Ma nessuno si schiererà con una donna litigiosa. E nessuno prenderà mai le parti di un uomo.

Mmm, pensai. Mi trovavo su un pianeta dove non esistevano guerre, né città, né amore sessuale. Era un bene o un male? Non avrei saputo dirlo.

Eshtanabai mi tese una scodella. — Prendi un po’ di bara. Beviamo e parliamo di qualcosa che abbia senso.

Dopo un po’ domandai: — Perché avete palizzate attorno al vostro villaggio?

— Ci sono animali sulla pianura. Assassini. Seguono la mandria. E quando la mandria arriva a sud, si aggirano in cerca di prede. Cercano qualsiasi cosa si possa mangiare. Rifiuti. Bambini. La palizzata è per tenerli fuori.

— Aiya!

— Inoltre, a noi piacciono le palizzate. Ci sentiamo più a nostro agio quando ci guardiamo attorno e vediamo che siamo rinchiuse.

La cosa aveva un significato logico per me. Ero cresciuta su un’isola. Il vasto oceano non mi disturbava, ma non mi ero mai sentita del tutto felice nella pianura centrale americana. Ce n’era troppa. Non mi sentivo a mio agio ritta su un pezzo di terra che si estendeva, apparentemente, senza fine.

Chiacchierammo di altre cose. Mi mantenni più o meno sobria. Eshtanabai era chiaramente confusa. Aveva forse un problema con le sostanze inebrianti? In questo caso, perché? La tensione di fare la mediatrice? Oppure c’era qualche altro problema, psicologico o fisico, del quale non sapevo nulla?

Dormimmo. Mi svegliai con la luce del sole. Nia venne a farmi visita, zoppicando e appoggiandosi a un bastone.

— Sono pronta a partire — dichiarò. — Questo posto mi rende irrequieta, e la sciamana mi rivolge delle occhiatacce molto brutte.

— Riesci a camminare a stento — le dissi.

— A questo proposito so che cosa fare. Non pensare di restare qui ancora per molto tempo.

Si allontanò zoppicando. Mi diressi verso la casa accanto. C’era un’anziana donna che sapeva tutto quello che c’era da sapere sui rapporti di parentela. Così almeno mi aveva detto la mia ospite.

Nia tornò nel tardo pomeriggio. Io ero seduta fuori dalla porta, accanto all’anziana donna. Mi stava spiegando gli obblighi fra sorelle e i figli delle sorelle.

Nia si fermò e si appoggiò al suo bastone, un rozzo pezzo di legno. Aveva ancora la corteccia e vicino alla parte superiore spuntava un ramoscello. — Partiamo domani. Ho dato i miei attrezzi alla lavoratrice del rame. Lei mi ha dato in cambio due cornacurve. Possiamo cavalcare.

L’anziana donna si accigliò. — Mi stai interrompendo. Stavo per spiegare chi offre i doni a un ragazzo quando è pronto a lasciare il villaggio. Questa persona senza pelo è sorprendente. Non sa niente di niente. Ma è disposta ad ascoltare, e non interrompe.

Nia emise un suono iroso. — Me ne vado. Ma sta’ pronta, Li-sa. Voglio partire all’alba. — Se ne andò zoppicando.

La vecchia terminò la sua spiegazione. Le diedi una collana fatta di perline di legno. Il legno veniva da un’isola dell’oceano occidentale, un luogo freddo e piovoso che mi faceva pensare a Ecotopia nel Nord America. Questo… il legno, non Ecotopia… era rosso e di grana molto sottile, pieno di pieghe e volute. La superficie lucidata luccicava.

— Aiya! - esclamò l’anziana donna. — Questa farà colpo su tutti. — Si mise la collana.

Torni a casa di Eshtanabai. La mia ospite era fuori; ritenni che stesse lavorando nel suo orto. Mi sedetti. A suo tempo tornò.

— State per partire.

Feci il cenno dell’assenso.

— Bene.

— Che cosa?

— La sciamana è furiosa. Se restate, ci sarà un litigio, molto brutto. Non c’è niente di peggio di una sciamana adirata.

— Immagino che tu abbia ragione. — Riflettei un momento. — Che cosa è successo alla vecchia sciamana? Quella avida? Doveva essere furiosa quando avete trovato qualcuno per sostituirla.

— Era furiosa. Ma non aveva potere. Gli spiriti avevano cessato di ascoltarla. Se ne è andata via sulla pianura. Con ogni probabilità è morta. O ha trovato un altro villaggio. — Eshtanabai sembrava totalmente disinteressata.

Erano gente fredda. Era forse perché non amavano come noi? Poi mi ricordai di Hakht e di Nia. Nessuna delle due era fredda.

— Questa sera mangeremo bene — disse Eshtanabai. — Pesce del fiume e un uccello grasso. Domani vi darò del cibo per il viaggio.

— Grazie.

Mangiammo bene. Il pesce era farcito di verdure e arrostito. L’uccello era cotto in umido. Bevemmo un sacco di bara. Venne gente a farci visita e a guardarmi fissamente. La vecchia della porta accanto fece sfoggio della sua collana. Uno dei bambini di Eshtanabai suonò un flauto. Un altro batté su un tamburo. Tutt’a un tratto Eshtanabai balzò su. Afferrò un ramo dal fuoco e lo fece roteare attorno alla testa. Poi corse fuori dalla casa. Tutti noi la seguimmo. Fuori nella strada la mia ospite danzava, girava e agitava la sua torcia. Le altre donne gridavano: — Hola! — I due bambini continuavano a suonare il flauto e il tamburo. Eshtanabai cantava nella sua lingua, che io non comprendevo. Incedeva impettita avanti e indietro. Le altre donne facevano gesti di approvazione e affermazione.

Che cosa stava succedendo? Mi guardai attorno. Nia era appoggiata contro la parete di una casa. Teneva le braccia conserte e la fronte aggrottata.

— Che cos’è? — domandai.

— Non so dirti le parole, ma so che cosa significano. Lei si sta vantando. Sta dicendo: "Io sono saggia. Sono prudente. Posso appianare ogni lite". Dice loro: "Io sono generosa. Voi avete mangiato il mio cibo. Io ho trovato un modo per liberarci da queste strane persone che ci hanno messe tutte a disagio. Vedrete tutto il bene che faccio per voi". È questo che sta dicendo.

Era un discorso politico. Osservai con interesse. Comparvero altre torce. Adesso danzavano tutte all’infuori di me e di Nia. I bambini si arrampicavano in cima alle case, saltavano fra il fogliame e gridavano. Eshtanabai proseguiva nella sua cantilena.

Dopo un po’ Nia disse: — Il Popolo del Rame è sempre lo stesso. Fa sempre troppo baccano. Me ne vado a dormire. — Se ne andò zoppicando.

La festa finì all’incirca un’ora più tardi. Non era rimasto più niente da bere né da mangiare. Eshtanabai aveva detto tutto quello che aveva da dire. Andammo tutti a dormire. All’alba arrivò Nia e mi svegliò scrollandomi. Io brontolai e mi girai dall’altra parte.

— Muoviti — mi sollecitò Nia.

Andai incespicando fino alla latrina. Quando tornai, Eshtanabai si era alzata. Raccolsi le mie cose e lei mi diede un sacco pieno di cibo.

— Addio, senzapelo.

Risposi con il gesto del congedo, seguito dal gesto della gratitudine.

Nia disse: — Andiamo.

La seguii fuori. In quel momento l’aria era fresca, ma somigliava alle mattine d’estate nel Minnesota o nel Wisconsin. La giornata sarebbe stata molto calda. Nia mi guidò attraverso il villaggio. Non aveva il bastone, e faceva fatica a camminare. Alla fine l’aiutai io. Arrivammo al cancello. Lei l’aprì e uscimmo. In lontananza, verso est, il sole stava sorgendo, nascosto dal villaggio. La sua luce illuminava il cielo. C’erano due animali legati presso il cancello: quadrupedi, ed erbivori, ne ero quasi certa. Avevano zampe lunghe e un ampio torace, e la coda era simile a quella dei cervi. Le loro corna erano sottili e ricurve come quelle delle antilopi. Uno degli animali mosse di scatto la testa e sbuffò; l’altro batté una zampa.

— Questi sono cornacurve — mi spiegò Nia. — Sono in condizioni abbastanza buone, sebbene uno stia invecchiando. Non sono in grado di dire granché delle selle. Dovrebbero durare finché non arriveremo ovunque stiamo andando.

Slegò uno degli animali e montò in sella. Io esitai, poi slegai l’altro animale. Questo si mosse.

— Aspetta un minuto — dissi. Misi un piede nella staffa, mi aggrappai alla sella e mi tirai su. L’animale si mosse di nuovo, facendo un passo e agitando la testa. In qualche modo riuscii a issarmi in sella, ma lasciai cadere il sacco del cibo.

— Non sai cavalcare — osservò Nia.

— Non molto bene.

Lei sollevò la gamba sopra la sella con un movimento agile e naturale come se stesse scendendo da un parapetto. Quando toccò il suolo, fece una smorfia e si lamentò. Brontolò fra sé e allungò la mano per afferrare il sacco. Un attimo dopo era di nuovo in sella al suo animale. — Sarà un lungo viaggio — mi disse.


Derek

<p>Derek</p>

Attraversammo a guado il fiume. Sull’altra sponda Nia trovò una pista. La seguimmo, inerpicandoci su per la scogliera e superandola, e arrivammo sulla pianura. Davanti a noi la pista conduceva verso l’orizzonte occidentale.

— Chi è stato a batterla? — domandai.

— Le donne. Quelle che portano i doni al Popolo dell’Ambra e riportano a casa altri doni. — Nia fece schioccare le redini. Il suo animale si lanciò in avanti. Il mio lo seguì e io cambiai posizione, cercando di mettermi comoda.

La giornata si fece torrida, non tradendo le aspettative. I nostri animali procedevano con passo lento verso occidente. Nia era silenziosa e io passai il tempo a osservare. Non c’era molto da vedere. La pianura era monotona, quasi priva di interesse. Il cielo era limpido e non vidi alcun animale all’infuori degli insetti.

A mezzogiorno ci fermammo e smontammo. Io feci i miei esercizi di stretching, poi bevvi un po’ d’acqua dalla ghirba di Nia. L’acqua era calda e aveva un gusto strano.

— Come ti senti? — mi domandò Nia.

— Indolenzita. Ma posso proseguire.

— È una fortuna. — Bevve e si asciugò la bocca con il dorso della mano. — Anch’io sono dolorante. Sono anni che non cavalco. Ci fermeremo presto questa sera.

Nel pomeriggio inoltrato ci fermammo presso un basso monticello. Smontai di sella, mi stiracchiai e gemetti.

— Mi occuperò io degli animali — disse Nia.

— Ne sei sicura?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — È evidente che tu non sai niente di cornacurve.

Feci il gesto dell’assenso e salii sul monticello. Nel cielo sopra di me un unico uccello si muoveva in un ampio e lento cerchio. Feci la mia ginnastica, poi meditai. Ero talmente irrigidita che riuscii a stento a mettermi nella posizione del semiloto.

Nia finì di accudire gli animali e si allontanò gironzolando. Tornò con le braccia piene di roba. Era rotonda, grigia e friabile.

— Sterco — mi spiegò. — È rimasto dalla primavera, quando sono passate le mandrie.

Accese un fuoco, usando lo sterco come combustibile. Cenammo con pane e un pezzo di carne che aveva l’aspetto e il gusto del cuoio. Finito di mangiare, restammo sedute a osservare il fuoco.

Mi informai sulla sua caviglia.

— Fa male. E anche le altre ferite. — Fece una breve pausa. — Mi sono sentita peggio. Sopravviverò.

La parola che usò significava "durare", "mantenersi", "restare utilizzabile", "non esaurirsi".

— Bene. — Lanciai un’occhiata al monticello. Non mi dava l’idea di essere naturale. Sembrava artificiale. Che cosa ci faceva lì da solo nel bel mezzo della pianura? — Da chi è stato fatto? — Lo indicai col dito.

— Non lo so. Non è opera di animali. È troppo grande. Forse l’hanno fatto delle donne. O dei demoni. Gli spiriti non costruiscono. — Sembrava disinteressata. Che la sua gente non avesse il senso della storia? Oppure Nia era soltanto stanca?

— Dove andremo? — m’informai.

Nia corrugò la fronte. — C’è un posto nel quale desideri andare?

— Un altro villaggio. Voglio imparare altre parole e usanze.

— Le popolazioni che vivono a ovest di qui viaggiano tutte e in questo momento i loro villaggi si trovano su a nord. Ma se andiamo sempre avanti dovremmo riuscire a incontrare il Popolo del Ferro quando torna verso sud. — Esitò. — Mi è venuto in mente che mi piacerebbe vedere i miei figli.

— Ma quelle persone ti hanno scacciata. Non è probabile che lo facciano di nuovo?

— Probabilmente lo farebbero, se arrivassi da loro da sola. Ma tu sei una straniera. Chi potrebbe mai essere più estraneo? E loro sanno, assai meglio del Popolo del Rame, ciò che è dovuto agli stranieri.

— Che cosa? — domandai.

Nia parve sorpresa. — Cibo. Un posto dove dormire. Aiuto, se è necessario. Racconti e doni. Non è mai corretto scacciare una straniera, a meno che non sia violenta.

— Ma è giusto scacciare un membro del proprio villaggio?

— Sì. Che danno può venire da qualcuno di passaggio? Se un’estranea di passaggio ha idee insolite, è una cosa prevedibile. Se si comporta in modo strano, se ne andrà comunque abbastanza presto. Ma se un’abitante del villaggio è pervertita, litigiosa o pazza… Ah! Questo è un problema serio!

Uno splendido ragionamento. Sorrisi.

— Tu stai mostrando i denti — osservò Nia. — Sei arrabbiata?

— No. La mia gente mostra i denti quando è contenta.

— Aiya! Il Popolo del Ferro ci lascerà sicuramente entrare!

Il giorno successivo fu uguale al primo, e il terzo giorno fu uguale al secondo. Il tempo si manteneva caldo e sereno. La pianura si estendeva sempre piatta e coperta di pseudo-erba, e neppure questa era cambiata. Restava alta circa un metro, verde, verdeazzurra e gialla. La forma predominante di vita animale erano gli insetti. Svolazzavano e ronzavano tutt’attorno a noi.

Come faceva la storia?

Un vescovo chiedeva a un biologo: "Che cosa ti hanno insegnato i tuoi studi sul Creatore?".

E il biologo rispondeva: "Che nutre un amore smodato per gli insetti".

Dopo quattro giorni ci imbattemmo in un nuovo tipo di vegetazione: una pianta di un verde brillante che sembrava erba o pseudo-erba, se non che era alta cinque metri. Costituiva un muro che si spingeva a nord e a sud fin dove l’occhio poteva arrivare.

— Qui c’è dell’acqua — disse Nia. — Questa roba cresce presso le rive dei fiumi.

Cavalcammo verso nord lungo quella barriera. Non c’era modo di attraversarla. Gli steli crescevano troppo vicini fra loro, e le foglie avevano bordi ruvidi.

— Tagliano — mi spiegò Nia. — Ecco quello che cercavo. — Tirò le redini dell’animale e indicò col dito. — Un sentiero.

Smontammo. Io mi lamentai come sempre, ma il dolore incominciava a diminuire. Nia s’incamminò lungo il sentiero. La seguii, conducendo il mio animale, che mi sollecitava. Doveva aver fiutato l’acqua. — Finiscila! — Diedi una pacca sul muso della creatura, che sbuffò.

— Fa’ silenzio — mi ordinò Nia. — Non si può mai dire che cosa stia in attesa vicino a un fiume.

La vegetazione finì. Ci trovavamo sulla riva del fiume. Di fronte a noi uno stretto rivolo serpeggiava su un ampio letto sabbioso. Sull’altra sponda cresceva ancora quell’erba enorme. Più a valle c’era una pozza d’acqua.

— Aiya! - esclamò Nia.

Nella pozza c’era un uomo. Era nudo ed era privo di pelliccia. La sua pelle era bruna, i lunghi capelli biondi. Sulla schiena aveva un tatuaggio: un complesso disegno geometrico. Raffigurava le forze cosmiche dentro e attorno la Balena Grigia. La balena, o meglio il disegno della balena, era il totem della sua capanna. Forse avrei dovuto usare la sua terminologia. Era il mandala della sua eco-nicchia.

Aveva una canna da pesca e la stava lanciando con tutta la sua consueta abilità.

— Ho una domanda per te — fece Nia. — Sai che cos’è quello?

— Una persona. Un mio amico.

Lui si guardò attorno e tirò su la lenza, poi si avvicinò sguazzando alla riva. La barba e i peli pubici erano di un bruno rossiccio. Sul torace e le braccia aveva le cicatrici dell’iniziazione. La canna da pesca che portava era fatta a mano. Era lunga, molto lunga, e priva di mulinello.

— Come va? — chiesi in inglese.

— La canna da pesca? Non molto bene. — Sorrise. — Ma ho dei pesci. — Posò a terra la canna. — Tu sei Nia — disse nel linguaggio dei doni. — Io sono Derek. Appartengo alla tribù degli Angelinos. La casa a cui appartengo è la casa de… — Esitò un momento. — Del grande pesce. Il nome che mi sono guadagnato è Colui-che-lotta-nel-mare. Ed è meglio che te lo dica, sono un uomo.

— L’avevo pensato — replicò Nia. — Benché sia difficile sentirsi sicuri di qualcosa quando si ha a che fare con persone così diverse. Sei santo? Come la Voce della Cascata? È per questo che sei nudo?

— No. Torno subito. — Si allontanò lungo il fiume, muovendosi rapidamente, e in un attimo sparì alla vista.

Nia mi guardò. — Non credevo davvero che ci fossero altre persone uguali a te. Credevo che fossi qualcosa di particolare, come i piccoli che hanno talvolta le nostre femmine. Hanno cinque gambe o due teste. Noi li uccidiamo, e la sciamana esegue cerimonie per scacciare la cattiva sorte.

Derek tornò con indosso un paio di jeans. Aveva i capelli tirati indietro e legati sulla nuca. Portava una collana fatta di conchiglie e frammenti d’osso e un ciondolo di metallo. Era lo stesso che portavo io, un registratore audiovisivo.

Come sempre aveva quel suo aspetto aggraziato e barbaro. Aveva una laurea in antropologia ed era ordinario presso l’Università di San Francisco, in permesso al momento, naturalmente. Un permesso piuttosto lungo. Non sarebbe stato di ritorno per altri 120 anni, come minimo.

— Adesso prendiamo i pesci. — Andò al fiume e tirò fuori uno spago sul quale erano infilati sei pesci: lunghi, sottili e di un grigio argenteo. Li tenne sollevati. I pesci si dimenavano e sbattevano la coda. — Voi occupatevi dei vostri animali. Io mi occuperò dei miei.

— Bene — disse Nia.

Quando tornammo, Derek stava già aprendo l’ultimo pesce. Vicino a lui ardeva un fuoco. I restanti pesci erano distesi in una fila ordinata su una roccia, sventrati.

— Abbiamo due scelte — disse. — Possiamo infilzarli su bastoncini e arrostirli oppure avvolgerli in foglie bagnate e cuocerli fra i carboni.

— Quale modo è più rapido?

Lui sorrise. — Arrostiti. Andate a tagliare dei bastoncini.

Ci voltammo e ci dirigemmo di nuovo verso l’erba enorme.

— Dà un sacco di ordini — disse Nia. — Chi crede di essere? Una sciamana?

— Ha un incarico permanente — risposi. — Questo gli dà sicurezza di sé. — Provai una fitta di invidia. Il mio passato accademico era assai meno brillante. Il lavoro che avevo lasciato non era fisso.

— Che cos’è? La parola che hai detto?

— Un incarico permanente. Significa che ha la possibilità di tenersi stretto quello che ha.

— È come gli uomini grandi e grossi fra la mia gente — osservò Nia. — Loro si tengono i loro territori e nessuno può farli recedere, finché non diventano vecchi.

— Credo che sia proprio così.

Ci procurammo i nostri bastoncini e tornammo presso il fuoco. Derek cucinò i pesci. Mangiammo. Dopo di che io dissi: — Tu non dovresti essere qui.

— Mi sentivo solo e da quanto Eddie mi ha detto su Nia, ho pensato che avrebbe potuto sopportare un uomo.

— Può darsi — dichiarò Nia. — Ma tu non sei come Enshi, e lui è stato l’unico uomo con il quale abbia mai passato del tempo.

Guardai Nia. Lei incominciò a leccarsi la parte interna della mano, raccogliendo quel che restava dell’olio di pesce. — Se la sua presenza ti disturba, gli dirò di andarsene.

Nia alzò lo sguardo. — No. Voglio imparare come cattura i pesci. Adesso vado a lavarmi. — Si alzò e si slacciò la cintura, poi si tolse la tunica. Nuda, s’incamminò verso il fiume. S’inginocchiò e si slacciò i sandali. La sua pelliccia splendeva come rame e i suoi movimenti erano disinvolti come quelli di Derek. No, mi sbagliavo. I suoi movimenti erano più vigorosi e meno aggraziati. Lei si alzò, si liberò con un calcio dei sandali ed entrò nell’acqua.

Il mio compagno si massaggiò il naso, che incominciava un po’ a spellarsi. — Pensavo, da ciò che ha detto prima, che la nudità non fosse del tutto appropriata. O questo si riferisce soltanto agli uomini? O forse è ammissibile svestirsi per fare il bagno, non importa chi ci sia in giro.

— Quando hai dei dubbi, chiedi.

— Una buona idea. — Si alzò in piedi. — Me la immaginavo come un’anziana donna severa. Una Madre Coraggio. Invece è bellissima. — La seguì fino alla riva del fiume.

Oh, no, pensai. Derek aveva una pessima fama. Il Don Giovanni di San Francisco. L’Amante Interstellare. Aveva attraversato l’intera nave come una fiamma divoratrice. C’erano perfino voci su di lui e la Ivanova, sebbene trovassi assai improbabile una tale combinazione. Lui rifiutava di dire se le voci corrispondessero a verità, e certamente io non avevo la faccia tosta di domandarlo a lei.

Una sera, dopo che avevamo finito di fare l’amore, gli avevo chiesto il perché di quella promiscuità sessuale. Senso di colpa, mi aveva risposto.

"Fra la mia gente ci si sposa giovani. Ho avuto una moglie. Aveva forse tredici anni, era sottile come un giunco con lunghi capelli bruni. I suoi occhi erano azzurri. L’ho abbandonata quando ho lasciato la mia gente. Non la tradirò mai. Non mi sistemerò mai con una donna di fuori."

Nia era immersa nell’acqua fino alla vita e sguazzava con le braccia. Derek la chiamò. Non riuscii a capire che cosa le disse. Lei rispose. Incominciarono a parlare. Nia si avvicinò di più a riva. Grazie al cielo eravamo a metà estate. Il periodo dell’accoppiamento era trascorso. Non era assolutamente possibile che Nia si interessasse a Derek. Nonostante ciò decisi di andare a raggiungerli. Udii Nia che diceva: — La mia gente pensa che sia vergognoso andare in giro senza vestiti. Ma alle donne del villaggio di Nahusai piace nuotare. Si lavano spesso. Loro sostengono che la sola vergogna è stare nudi quando c’è un uomo. O anche un ragazzo, poiché costoro crescono e diventano uomini. Ma io faccio le cose a modo mio. — Disse quest’ultima frase in tono di sfida. — Non faccio attenzione alle opinioni delle donne anziane. Faccio quello che penso sia giusto.

Derek sorrise, poi fece il gesto dell’approvazione. Nia andò più al largo e incominciò a lavarsi la schiena.

Nel pomeriggio sul tardi lui le fece vedere come si usava una canna da pesca. Nia non pescò niente. Mangiammo carne essicata per cena. Giunse la notte. C’erano stelle cadenti.

— Compaiono in questo periodo dell’anno — spiegò Nia. — Noi le chiamiamo le Frecce dell’Estate.

Derek mise altra legna sul fuoco. Mi addormentai e sognai di lui. Eravamo in una delle cabine di ricreazione sulla nave. Le pareti erano di un lucido bianco giallognolo. Derek era nudo e rideva. Aveva il pene eretto. Si protendeva verso di me. Mi svegliai. Alla mia destra, a una certa distanza, Nia russava, e Derek era disteso dall’altra parte del fuoco. Sentivo il suo respiro lento e profondo. Restai distesa lì per un po’ a osservare il cielo notturno, poi tornai a dormire.

L’indomani mattina Derek andò a pescare. Come esca usò un insetto locale. Somigliava a un bruco: grasso e verde, con numerose zampe. C’erano centinaia di quelle creature lungo il fiume. Si nutrivano dell’erba enorme. I pesci si nutrivano di loro, e noi ci nutrivamo dei pesci.

— E in queso modo comprendiamo la grande catena dell’esistenza — osservò Derek quando ebbe finito l’ultimo pezzo di pesce.

Nia appariva perplessa. Derek aveva parlato in inglese.

— Natura rossa nei denti e negli artigli — proseguì. — È un verso di Tennyson. Ha detto anche che noi saliamo sui gradini del nostro io morto verso cose più elevate. — Mi rivolse un ampio sorriso. — Un tempo ero affascinato dalla storia dell’Ovest, soprattutto dalla storia delle società industriali. Questo accadeva quando ho lasciato per la prima volta la mia gente. Pensavo: c’è un segreto qui, in Marx e in Tennyson e nelle grandi macchine. In seguito giunsi alla conclusione che aveva ragione la mia gente. È meglio essere vicini alla balena grigia e alla pianta del peyote. Ma a quel punto ero ormai abituato a sentirmi a mio agio. Che cosa facciamo adesso, Lixia?

— Viaggiamo verso ovest. Ci sono popolazioni sulla pianura. Nomadi. Nia sostiene che può trovarceli. Intendo fare tutto il lavoro di raccolta diretta di dati che mi sarà possibile. Voglio il mio nome dappertutto nel rapporto preliminare.

Lui sorrise. — C’è questa ambizione nella piccola Lixia?

— So quello che sono. Una ricercatrice di dati di prim’ordine. Ma non sono mai stata brava nelle stronzate accademiche. L’analisi. I giochetti teorici. Se mai dovrò arrivare da qualche parte, sarà sulla base di quello che faccio qui sul campo.

— Può darsi. Non c’è alcun dubbio sulla tua abilità nel raccogliere dati. Sei in grado di imparare una lingua più in fretta di chiunque altro che io conosca.

— Salvo Gregory.

Derek fece il gesto con cui riconosceva che potevo aver ragione. — Ma senti come parli. Tu dici "stronzate accademiche" e "giochetti teorici". Ciò lascia intendere un pregiudizio. Il rifiuto di teorizzare è, di per sé, una posizione teoretica, amor mio. Purtroppo per te, non è una posizione popolare. Dove saremmo senza i nostri sistemi, le nostre gerarchie di informazioni, le nostre analisi? I nostri punti di vista e la nostra etica?

Si alzò in piedi e si stiracchiò. — Quei vostri animali non sembrano affatto più veloci dei cavalli. Posso tenere il vostro passo. — Scagliò con un calcio un po’ di terriccio sul fuoco, poi raccolse le sue cose: lo zaino e la canna da pesca, avvolta in un rotolo, un arco e mezza dozzina di frecce.

— Hai fabbricato tu l’arco?

— Naturalmente. — Si guardò i piedi. — Non posso correre in questo modo. — Si tolse gli stivali e i calzini. — Ecco. — Li consegnò a me.

Nia disse: — Se intendi viaggiare senza scarpe, resta sulla pista o, se la lasci, stai attento a dove metti i piedi. Ci sono piante che pungono sulla pianura. Non mettere i piedi su niente che abbia un aspetto insolito.

— Sempre dei buoni consigli — replicò Derek. Fece il gesto della gratitudine.

Sellammo gli animali. Io legai al mio le mie cose e quelle di Derek, poi Nia e io montammo in sella. Attraversammo il fiume sollevando spruzzi d’acqua. Sull’altra sponda trovammo una pista che serpeggiava fra l’erba enorme e ben presto ci ritrovammo sulla pianura. Si estendeva senza interruzione verso ovest, nord e sud.

In un primo tempo Derek cercò di camminare al nostro fianco, ma la pista era troppo stretta, così ci precedette, muovendosi a grandi passi. Aveva i capelli sciolti che sbattevano al vento, così come l’estremità della sua camicia. Si muoveva in modo agile e sicuro e appariva felice e rilassato.

— Quell’uomo è strano — osservò Nia. Mi rivolse un’occhiata. Io feci il gesto dell’approvazione.

— È così che sono i vostri uomini?

— No. Lui è un tipo speciale. Mette a disagio quasi tutti noi.

— Mmm!

Il terreno mutò. Adesso era ondulato. Spesso, in lontananza, vedevo fitte macchie di quell’erba enorme: alta e di un verde brillante, simile a un boschetto di alberi. Nel pomeriggio inoltrato ci accampammo in un avvallamento. Derek e Nia andarono a raccogliere sterco mentre io mi occupavo degli animali. Erano irrequieti; dovevano aver sete, decisi. Quando Nia tornò, le chiesi: — Perché non andiamo in uno di quei boschetti? Mi hai detto che crescono nelle vicinanze dell’acqua.

— C’è un animale. L’assassino-delle-pianure. Se ne sta in agguato vicino all’acqua. I cornacurve vengono ad abbeverarsi e quello gli balza addosso.

— Oh. — Riflettei un momento. — È per questo motivo che eri inquieta quando siamo arrivate al fiume.

Nia fece il gesto dell’assenso. — Sapevo che non c’era modo di aggirare il fiume. Dovevamo attraversarlo. Ma avevo paura di quell’animale.

Dopo cena chiamai la nave. Rispose Eddie.

— Perché Derek è qui?

Eddie rise. — Ce l’ha fatta, eh? Per tre ragioni, Lixia. È un ricercatore sul campo di prim’ordine, ed era sprecato se restava da solo. — Esitò un momento. — Nia è la nostra informatrice più singolare. Desideravamo una seconda valutazione di lei e delle sue informazioni. Questa è la ragione numero due. Infine, tu non chiami abbastanza spesso. Derek è lì per tenere d’occhio te e Nia.

— Oh, sì?

— Aha. Parlando dei nostri compagni dell’Asia Orientale, ci sono parecchi manifesti appesi lungo il Muro della Democrazia.

C’era un corridoio principale che attraversava gli alloggiamenti. I cinesi ne avevano rivestito una parte con tavole di sughero e l’avevano chiamato il Muro della Democrazia. Sostenevano che era necessario per la corretta espressione della volontà popolare.

Che cosa c’era di male nei computer? avevamo chiesto noialtri.

I computer isolavano le persone, ciascuna seduta di fronte al suo piccolo schermo. Il muro riuniva le persone. Potevano discutere di ciò che leggevano. Potevano guardarsi attorno e vedere come reagivano i loro vicini. Potevano distinguere chi stava ascoltando.

I computer accentuavano il pensiero lineare e la logica. Il muro, al pari dell’ideogramma cinese, usava modi lineari e non lineari di organizzare le informazioni: la costante così come la sequenza, lo spazio così come il tempo. Quando si osservava il muro, si utilizzava l’intero cervello umano.

Inoltre, era tradizionale. Gli esseri umani avevano sempre scritto e disegnato sui muri.

Era difficile mettere in discussione questo concetto, e il muro aveva un certo fascino disordinato. Non c’era modo di sapere che cosa vi avrebbero affisso le persone: un disegno ingegnoso, una stupida poesiola, una maschera di cartapesta: "Cercasi… un compagno per gli scacchi". E un sacco di ragionamenti politici. Era un modo di raggiungere quelle persone che non avrebbero mai pensato di partecipare a nessuna delle reti di discussione politica.

Eddie proseguì: — Lu Jiang, l’idraulica, ha una teoria, che ha affisso al muro. Dice quanto segue: se le informazioni che abbiamo ora sono esatte, tutte le società indigene sono ferme a uno stadio di sviluppo pre-urbano. Per quanto ne sappiamo, è impossibile sviluppare una tecnologia avanzata al di fuori delle città. Senza una tecnologia avanzata, non può esserci alcun proletariato, e senza proletariato, non può esserci alcuna rivoluzione socialista. Di conseguenza, sostiene, gli sventurati abitanti di questo pianeta non raggiungeranno mai una società socialista. Naturalmente è stata criticata per aver sottovalutato il ruolo dei contadini nella realizzazione del socialismo.

— Sembra splendido.

— È pericoloso, Lixia. C’è gente che incomincia a dire che, se Jiang ha ragione, allora forse dovremmo prendere contatti con le popolazioni autoctone del pianeta; contatti formali, dicendo loro chi siamo. Forse abbiamo da offrire loro la nostra tecnologia. Se non lo faremo, li condanneremo a un’esistenza senza possibilità di progresso. Resteranno per sempre come sono.

Mi massaggiai il naso.

Lui continuò. — Ciò che vedo verificarsi è un’alleanza fra gli altruisti e i tecnologi. Coloro che amano le persone e coloro che amano le macchine. Insieme decideranno che dobbiamo aprire il pianeta alla colonizzazione.

— Eddie, ti stai crucciando anzitempo.

— Ascoltami. Mio nonno era un uomo di medicina. Vedeva le cose prima degli altri. E ti assicuro, in questo momento ho la sua stessa capacità. Riesco a vederlo come in una visione: le miniere, le raffinerie e i proletari coperti di pelliccia, che timbrano il cartellino ogni mattina.

Decisi di mettere fine alla conversazione. Eddie si stava adirando e non volevo avere alcuna parte in nessuna delle sue collere.

— Adesso spengo questo aggeggio. Voglio fare la mia ginnastica.

— Okay. Di’ a Derek di chiamare. No. Ripensandoci, lascia perdere. Lui si ricorda sempre di farlo.

Spensi la radio e feci ginnastica. Dopo di che meditai, tenendo lo sguardo fisso sull’orizzonte orientale. Il cielo laggiù era di un azzurro intenso e limpido con una sfumatura di verde. Più in alto, dove l’azzurro si schiariva e si faceva un po’ più verde, brillava un punto luminoso. Un pianeta. Mi concentrai sulla respirazione. Dentro. Fuori. So. Hum.

Alle mie spalle sentii la voce di Derek. — Stai raggiungendo l’unità con l’universo?

Mi contrassi, poi mi guardai attorno. Era fermo a circa un metro di distanza. Mi era arrivato vicino senza fare il minimo rumore. Sorrideva. — Vuoi del peyote? Ne ho portato giù un po’.

— Mi sembrava che avessimo convenuto sull’esclusione di qualunque narcotico sulla superficie di questo pianeta. A meno che, naturalmente, non fossero stati forniti dai nativi.

— Per prima cosa, il peyote è un allucinogeno. E in secondo luogo, è necessario per la pratica della mia religione.

— Il comitato ti ha dato il consenso?

— Quale? La nave è piena di comitati.

Aprii la bocca per parlare, ma lui sollevò una mano. — Hai ragione. Non ho avuto il permesso.

— E questa che cosa sarebbe? Una specie di ribellione infantile?

— Mi sono stancato delle regole. Mi pare di capire che non vuoi del peyote.

— No.

— E del sesso che ne dici? Stavo notando che sei molto attraente quaggiù. Credo che dipenda dalla luce del sole. Non c’è niente che abbia un bell’aspetto sulla nave. Ma qui. — Fece un cenno della mano in direzione del cielo che si andava oscurando.

Ci pensai su un momento. — Okay.

Derek si sedette accanto a me e mi cinse con un braccio.

Era, come avevo ricordato, molto abile. Non frettoloso. Derek veniva da una società di cacciatori e raccoglitori e conosceva il valore della pazienza e del lavoro lento e accurato. Sapeva come usare le mani. Sapeva che cosa dire e quando. Esiste un piacere pari al vedere, o all’udire, o al sentire all’opera un artista veramente bravo?

Finimmo nudi fra la pseudo-erba spinosa. Lui era sopra di me e dentro di me.

Ci giunse la voce di Nia: — Che cosa state facendo? Non vi rendete conto che siamo in piena estate? Nessuno si accoppia in questo periodo dell’anno.

Derek disse: — Vattene, Nia. Ti spiegheremo più tardi.

— Benissimo. Ma siete delle persone ben strane voi due.

Derek sollevò il capo. — Se n’è andata. Ora, dov’ero rimasto?

Risi.

Dopo restammo distesi per un po’ fra la vegetazione. Mi sentivo in modo splendido. Ero rimasta da sola per troppo tempo. Quanti giorni? Quarantasette? Quarantotto? Avrei dovuto chiederlo a Eddie. Avevo perso il conto.

Derek si alzò in piedi e incominciò a vestirsi. Seguii il suo esempio. Cadde una meteora. Ci incamminammo verso l’accampamento. Nia era seduta accanto al fuoco, che era fioco e aveva un odore particolare. Lo sterco non bruciava come il legno. Lei alzò lo sguardo. — Avete finito il vostro accoppiamento?

— Sì.

— Siete dei pervertiti.

— Può darsi. — Derek si sedette.

Nia teneva lo sguardo fisso sul fuoco. — Sono sfortunata. Ovunque vada, incontro persone che fanno le cose nel modo sbagliato.

Derek sorrise. — Che cosa vuoi dire con questo? Qual è il modo sbagliato? Ciò che è sbagliato secondo le donne anziane? Ci hai detto che non ti importava delle loro opinioni.

— È vero. Ma lo sanno tutti che le persone provano la smania in primavera. Solo le persone ammalate hanno la smania in qualunque altro momento.

— Noi non siamo persone comuni, Nia. Devi capirlo. Siamo più estranei di quanto tu possa pensare. Ma non siamo cattivi. E non c’è niente che non vada nella nostra salute.

— Mi mettete a disagio. Vado a fare una passeggiata. — Si alzò e si allontanò zoppicando. Un attimo dopo era sparita, nascosta dalle tenebre.

Mi sedetti. Derek aggrottò la fronte. — Fino a che punto è turbata?

Feci il gesto del dubbio.

— Questo è proprio un grande aiuto.

Restammo alzati ad aspettarla per circa un’ora. Nia non tornò. Alla fine mi addormentai. Mi svegliai all’alba. Nia era distesa vicino a me, avvolta nel suo mantello, e russava piano.

Ci alzammo al levar del sole e proseguimmo verso ovest. Il tempo si mantenne sempre uguale: molto caldo e limpido. La regione si estendeva sempre ondulata. Verso nord c’era una catena di basse colline rotonde sopra le quali si libravano delle nuvole.

— Quella è la terra del fumo — ci spiegò Nia. — È un luogo sacro. L’acqua laggiù ribolle come l’acqua in una pentola per cucinare. E il fumo sale da fenditure nella roccia.

— Ah, sì?

Nia fece il gesto dell’affermazione.

Era passato da poco mezzogiorno quando Derek si fermò. Era in cima a un’altura. Andammo a raggiungerlo.

— C’è qualcuno dietro di noi — disse.

— Un uomo — osservò Nia. — Nessuna donna viaggia da sola. — Tossì. — No. Non dico la verità. Io ho viaggiato da sola. Ma di solito le donne vanno in gruppo. — Si voltò a dare un’occhiata. — Non lo vedo. Devi avere dei buoni occhi.

— Sì.

Nia si riparò gli occhi con la mano e guardò di nuovo. — Ho deciso di crederti. Qualcuno dovrà stare sveglio di notte. Se l’uomo ha deciso di avvicinarsi, lo farà allora.

Proseguimmo. Ormai c’erano nuvole per tutto il cielo. Erano piccole e soffici, disposte in file. La terra era screziata di ombre. Qua e là vedevo affioramenti di roccia scura. Forse basalto? Secondo i planetologi, le rocce su questo pianeta erano di fatto identiche a quelle sulla Terra.

Le colline a nord erano più vicine di prima. Nia continuava a lanciarvi occhiate. — Non mi piace la terra del fumo. Ci sono demoni laggiù.

— Oh.

Alla sera ci accampammo presso la sommità di una collina, sotto un’enorme massa di roccia. Era nera e ruvida. Vulcanica. Sotto di noi c’era una valle piena di cespugli. Le loro foglie erano di un verde giallognolo. Scendemmo e trovammo della legna secca. Nia accese un fuoco. La fiamma illuminava la superficie scura della roccia e i corpi dei miei compagni: Derek, magro, glabro e bruno; Nia, grossa e coperta di pelliccia.

Mangiammo. Derek si alzò. — Farò io il primo turno di guardia. — Rivolse un’occhiata attorno. — Dovrebbe esserci una buona vista da lassù. — Si diresse verso la roccia e incominciò ad arrampicarvisi, salendo in modo rapido e senza esitazioni.

Nia lo osservava. — Sa fare bene ogni cosa?

— Ci sono volte in cui credo di sì.

— Lui non ti piace.

— Non molto.

— Perché?

— Perché fa bene ogni cosa. Per me non c’è niente di facile. Lo invidio.

Nia aggrottò la fronte e guardò il fuoco. — Avevo un fratello così. Anasu. Faceva tutto quello che andava fatto, e lo faceva meglio di quasi tutti gli altri. Ormai è un uomo grande e grosso. Ne sono sicura. Non era il tipo da restarsene fra le colline con i giovani, con gli uomini come Enshi. Ormai deve avere un territorio vicino al villaggio e molte donne nella stagione degli accoppiamenti. — Nia si grattò il naso. — C’era un’altra. Angai. Una mia amica. Era difficile andare d’accordo con lei quando era giovane. Non piaceva alla gente. Ma è cambiata in meglio. È la sciamana del mio villaggio. Ha con sé i miei figli. — Alzò lo sguardo. Mi ritrovai a guardare dritto nei suoi occhi color arancione. — Non capisco che cosa mi sia successo. Ma una cosa la so. È sbagliato provare invidia. Hakht la provava. Bruciava dentro di lei come fuoco sotto terra. L’ha trasformata in qualcosa di disgustoso. Non invidierò altre persone. — Si alzò e andò a prendere il suo mantello. — Adesso me ne vado a dormire.

Si coricò. Io rimasi alzata. La grande luna era visibile a occidente: una mezzaluna alta nel cielo, di un brillante giallo limone, che illuminava nuove nuvole. Erano grandi e ondeggianti. Un nuovo sistema atmosferico? Incominciavo a sentirmi assonnata. La mia mente vagava da un argomento all’altro: l’invidia, poi il fratello di Nia. Chissà che tipo era? Che cosa significava avere un fratello nella sua cultura? Ricordavo i membri più giovani della mia famiglia. Leon. Clarissa. Charlie. Maia. Mark. Fumiko.

Fumiko era di gran lunga la più giovane. Quando ero partita lei stava terminando l’università e si preparava per il suo anno, o i suoi anni, di vagabondaggi. Io ero andata molto presto, a vent’anni. Avevo lasciato la scuola e me ne ero andata nella Grande Isola a tagliare canna da zucchero. Poi mi ero recata in Asia, lavorando su uno dei nuovi piroscafi da carico. Cucinavo e imparavo a far funzionare il computer che controllava le vele. Quello era un compito facile. Il computer funzionava quasi da solo. Ma ero quasi impazzita cercando di cucinare nella minuscola cambusa mentre tutto attorno a me si muoveva.

Bene, era accaduto molto tempo addietro e su un altro pianeta. Presi il mio poncho e mi coricai per dormire.

Fui svegliata da un grido ululante: acuto, pauroso, disumano. Un istante dopo ero in piedi. Non ricordavo come ci fossi arrivata in quella posizione. Dall’altra parte del fuoco c’era Nia. Era in piedi anche lei. Aveva gli occhi sgranati e teneva in mano il suo coltello.

— Che cos’è stato? — chiese.

— Non lo so.

Mi resi conto che lo sapevo e che mi ero sbagliata. Il suono non era disumano. Era il grido di battaglia di un aborigeno californiano. Mi guardai attorno. — Derek?

Dalle tenebre giunse un altro suono, un grido di paura nel linguaggio dei doni. — Aiuto! Aiuto! Un demonio!

Mi voltai e mi precipitai giù per la collina. Nia mi seguì. Ci facemmo strada fra la pseudo-erba. Sotto di noi la voce ripeteva: — Aiuto! Aiuto!

Derek gridò: — Smettila di lottare con me!

Li vidi, una massa che si dimenava, appena visibile nel chiarore lunare. Mi fermai. I due corpi rotolavano avanti e indietro. Derek era sopra. Vedevo agitarsi i suoi capelli biondi. La persona che stava sotto gridava: — Aiutatemi!

Nia disse: — Se hai intenzioni pacifiche, smettila di dibatterti. L’altra persona non ti farà del male. Non è un demonio.

— No? — Il corpo che stava sotto cessò di muoversi. — Sei sicura?

Derek si sollevò dall’altro individuo e lo tirò in piedi.

— Aiya! Guarda che cosa doveva capitarmi! Sei assolutamente certa che questa creatura non sia un demonio?

— Sì — rispose Nia. — E tu chi sei?

— Sono la Voce della Cascata.

— Non è possibile! Ne ho sentito parlare. Passa tutta la sua vita vicino alla cascata. Quando muore e la gente trova il suo corpo, lo getta nel fiume. Le sue ossa giacciono fra le rocce sul fondo della cascata.

— Questo è vero. Non possiamo parlarne accanto al fuoco? Ho paura a restare qui fuori al buio. E questo essere dalle mani forti non potrebbe lasciarmi andare?

— Lixia? — chiese Derek.

— È tutto a posto. Lascialo andare.

C’incamminammo su per la collina. Quando arrivammo accanto al fuoco guardai l’oracolo. Questa volta non era più nudo, ma indossava un gonnellino lacero. Non riuscii a distinguerne il colore. Grigio o marrone. Attorno al collo portava una collana: perline d’oro e grossi pezzi irregolari di turchese. I turchesi erano blu e verdeazzurri. La collana era splendida. L’uomo si massaggiò le braccia. — Uh! Che presa che ha quella creatura! — Guardò Derek. — Un altro individuo senza pelo! Che cosa sta accadendo al mondo?

— Perché sei qui? — gli domandò Derek.

— Non possiamo sederci? Sono stanco. Sono giorni che cammino. Mi fanno male i piedi e ho così sete che non riesco quasi a parlare.

Nia prese la sua ghirba. L’uomo bevve, poi si sedette. — Aiya! Così va meglio. Avete qualcosa da mangiare?

Nia gli porse un pezzo di pane. Lui lo mangiò.

Derek gli chiese: — Perché ci stavi seguendo?

— È una lunga storia. Sedetevi. Tutti quanti. Ma non troppo vicino. Non sono abituato alle persone.

Ci sedemmo. L’uomo prese un altro sorso d’acqua. Poi mi fissò. — Tu sei quella che ho incontrato.

— Sì.

— Sei andata al villaggio. Dopo, mia madre è venuta da me con altre donne. Lei, mia madre, ha portato cibo e una nuova coperta, una bella coperta spessa e soffice. Mi ha detto che non mi prendevo cura di me stesso. Sarei morto di freddo in inverno. Le ho risposto: "Vecchia, sei pazza quanto me. Non preoccuparti per me. Io appartengo alla cascata. La cascata si prenderà cura di me". Lei mi ha dato una medicina che fa bene per il mal di gola e il senso di pesantezza al petto. Poi se ne è andata. È tornata con quella. — Indicò Nia. — Dopo che tutti se ne furono andati, ho fatto un sogno. Mi è apparso lo Spirito della Cascata. Era simile a una persona, salvo che era grigio come l’argento, e non avrei saputo dire se fosse maschio o femmina. Mi ha detto: "Sta succedendo qualcosa di importante e riguarda la persona senza pelo. Segui quella persona. Ascolta quello che dice".

"Ho cercato di protestare, ’Il mio posto è qui. La Voce della Cascata non lascia mai questo posto’. Lo spirito allora ha assunto un’aria adirata. ’Tu sei la mia voce. Non ribattere con arroganza.’ Allora ho incominciato a tremare. Lo spirito ha continuato: ’Io non appartengo a nessun luogo, sebbene mi piacciano questo canyon e questa cascata. Quanto a te, il tuo posto è dove ti dico di stare. Adesso va’! E non discutere. Ricorda di chi sei la voce’.

"Mi sono svegliato. Che cosa potevo fare? Solo quello che mi aveva ordinato lo spirito. Sono andato al villaggio. Tu" puntò il dito nella mia direzione "eri nel villaggio. Ho aspettato. Ho mangiato ciò che sono riuscito a trovare. Quando qualcuno si avvicinava, mi nascondevo fra i cespugli. Finalmente siete uscite, e vi ho seguite sulla pianura.

"Che viaggio! Ci sono voluti… quanti giorni? Cinque o sei. Non riuscivo a non perdervi di vista. Ma sapevo che avreste seguito la pista. Dopo un giorno o due mi si sono rotti i sandali. Li ho gettati via entrambi. Hanno incominciato a farmi male i piedi e avevo fame. Ho cavato la radice della pianta di rukha spinosa. Mi ha fornito cibo e acqua, ma mi sono punto le dita con le spine.

"Dopo quattro giorni sono arrivato a un fiume. Uh! Che piacere! Ho bevuto acqua e raccolto insetti. Ho acceso un fuoco e li ho arrostiti. Che dolcezza! Che delizia! Ne ho mangiati fino a sentirmi male, poi mi sono riposato e poi ho attraversato il fiume.

"La notte successiva è stata terribile." S’interruppe un momento e rabbrividì. "Ero disteso sulla pianura, da solo, senza un mantello per coprirmi. È arrivato un animale. Sentivo il rumore del suo respiro. Oo-ha! Oo-ha! Riuscivo a sentirne l’odore. Puzzava di carne putrefatta. Mi girava intorno furtivamente. Fiutava e faceva una specie di brusio. Ho pensato: so che cos’è. Un assassino-delle-pianure, e adesso mi mangerà. Non mi sono mosso. Ero troppo spaventato.

"La creatura ha fatto un secondo giro intorno a me, continuando a mormorare. La sentivo. Aiya!" Rabbrividì e batté le palpebre. "L’ho sentita prendermi un gamba fra i denti. Ha sollevato la mia gamba, poi l’ha lasciata andare. Ho lasciato cadere la gamba come se fossi stato già morto. Deve avermi guidato lo spirito. Deve avermi detto lui che cosa fare."

Nia si protese in avanti. — L’ho già sentito dire. Attaccano se uno si muove. O se sentono l’odore del sangue. Ma se una persona rimane immobile, la lasciano in pace.

L’oracolo si accigliò. — Questa è la mia storia. Lasciamela finire.

— Okay — disse Nia.

— Che cosa?

— Va’ avanti.

— Poi l’animale se ne è andato. Sono rimasto dov’ero e ho ringraziato lo spirito. Al mattino mi sono guardato la gamba. Non c’era sangue. L’animale non aveva rotto la pelle. Aiya! Che fortuna!

Derek fece il gesto dell’approvazione.

— Mi sono alzato e ho proseguito. Che altro potevo fare? Mi sono affrettato. Ero terrorizzato all’idea di passare un’altra notte da solo sulla pianura. Il sole è tramontato. Ho visto il vostro fuoco che brillava nell’oscurità. Mi sono avvicinato e quell’individuo — indicò Derek — mi è saltato addosso. Ho pensato: mi sono imbattuto in un demonio. Adesso morirò, e spero soltanto che lo Spirito della Cascata sia felice di questa piega degli eventi.

"Ma non sono morto ed eccomi qui. Questa è la fine della mia storia."

Derek parlò in inglese: — E questo chi è?

— È un oracolo. L’ho incontrato dopo che Nia è rimasta ferita. Sua madre è la sciamana del Popolo del Rame della Pianura. Credo che sia un po’ pazzo, anche se non ne sono certa. Come si fa a giudicare la pazzia in una cultura aliena?

— E come si fa a vedere la differenza fra pazzia e santità? — Derek passò al linguaggio dei doni. — E adesso? Vuoi viaggiare con noi?

— Sì. Certo. È la volontà dello spirito. Ora mi metto a dormire. Potete discutere se mi volete come compagno oppure no. Ma vi avverto. Qualsiasi cosa decidiate, vi seguirò. — Si alzò in piedi e si allontanò dal fuoco fino al limitare delle tenebre. Si coricò, la schiena rivolta alla pianura, e si raggomitolò in posizione fetale. Dopo un momento spostò un braccio in modo da coprirsi la faccia.

Nia osservò: — Davvero, il mondo sta cambiando. Incontro persone che si accoppiano in estate, e adesso compare un sant’uomo, deciso a lasciare il suo luogo sacro e a viaggiare con gente comune. — Poi guardò me e Derek. — Non intendo dire gente comune. Voglio dire, gente che non è santa.

— Bene — disse Derek in inglese. — Viaggia con noi?

— Perché no? — Guardai Nia e parlai nel linguaggio dei doni. — Che cosa pensi di lui?

— Non possiamo lasciarlo da solo sulla pianura. È indifeso come un bambino o una donna anziana. Inoltre è santo. Se lo abbandoniamo, gli spiriti si adireranno. Su questo non c’è alcun dubbio. Deve venire con noi.

Derek annuì e si alzò in piedi. — Torno a fare la guardia. Cerca di dormire un po’, Lixia. Ti sveglierò più tardi.

Mi svegliò dopo mezzanotte e feci il mio turno di guardia. La notte era fresca e silenziosa, a parte il rumore che facevano gli insetti fra la pseudo-erba. Verso l’alba svegliai Nia. Lei si alzò e io tornai a dormire.

L’indomani mattina proseguimmo. Nia e l’oracolo cavalcarono mentre io viaggiai a piedi con Derek. La pista serpeggiava fra le colline. In questa zona c’erano numerose rocce: rupi, affioramenti e massi, tutti neri e scabri. Le valli erano coperte d’erba. Di quando in quando vedevamo un gregge di bipedi: pseudo-dinosauri. Erano alti per lo più un metro e di un vivace azzurro turchese.

— È un bellissimo pianeta — osservò Derek mentre camminava al mio fianco.

— Sì.

— Come fa quel verso di Donne? "O mia America, mia terra nuova!" Naturalmente parlava di una donna. Una nuova amante.


Da’ licenza alle mie mani erranti, e lasciale andare,

Davanti, dietro, in mezzo, sopra, sotto,

Oh mia America! Mia terra nuova,

Mio regno, più sicuro se abitato da un solo uomo.

Mia miniera di pietre preziose, mio impero.

Che fortuna averti scoperta.


— Derek, come fai a essere così colto?

Mi rivolse un’occhiata e sorrise. — Duro lavoro, mia cara. E un’intelligenza superiore.

— Oh. Okay.

Rise. — In ogni modo, mi sento come dev’essersi sentito Colombo. O il prode Cortés, silenzioso sul suo picco di Darien. Quale scoperta! Quale pianeta! — Fece un ampio gesto con la mano, indicando le colline e il cielo verdeazzurro. Uno pseudo-dinosauro lanciò un grido e fuggì.

Nia si voltò a guardare. — Che cosa c’è?

— Niente. A Derek piace questa regione.

— A me no.

— Perché no?

Si fermò e si guardò attorno. — Non me la ricordo. Devo aver preso la direzione sbagliata in qualche punto. Questa non è la pista che volevo seguire.

L’oracolo fece il gesto che significava "non preoccupatevi". — Ci guiderà lo spirito.

— Può darsi.

Nel pomeriggio il cielo si annuvolò e verso sera incominciò a piovere, una pioggerella leggera. Ci accampammo in un boschetto di alberi. Derek uccise uno pseudo-dinosauro. Nia lo pulì. Io e la Voce della Cascata andammo in cerca di legna.

Dopo cena chiamai la nave. Rispose un computer. Aveva una tranquilla e gradevole voce femminile con un leggerissimo accento russo.

— In questo momento non è disponibile nessun umano — disse. — Puoi riferire a me.

Lo feci.

Il computer mi ringraziò e disse che le informazioni sarebbero state trasmesse alle persone adatte. — Sono un programma di livello sei — spiegò. — La mia intelligenza è una costruzione mentale e… dovrei dire o?… un’illusione. Pertanto non sono una persona, in base alla corrente definizione del termine.

— Ti dispiace? — chiesi.

— Questa non è una domanda che abbia senso, almeno se rivolta a me. Io non penso e non ho sentimenti. Faccio quello che mi si dice di fare.

Mi sembrò di avvertire del sarcasmo nella cortese voce uniforme. Ma non era molto probabile. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto inserire del sarcasmo in un programma di livello sei?

Spensi la radio, mi coricai e restai ad ascoltare la pioggia che picchiettava sulle foglie sopra di me.

La mattina era uggiosa. Nia disse: — Oggi cavalca tu, Lisa. Voglio scoprire come va la mia caviglia.

— I piedi mi fanno ancora male — disse l’oracolo. — Sono ricoperti di vesciche.

Derek rise. — Non preoccuparti. Puoi prendere l’altro cornacurve.

Incominciò a cadere la pioggia e la foschia nascondeva le distanze. Viaggiammo in mezzo al grigiore, risalendo un lungo pendio. Più o meno intorno a mezzogiorno arrivammo in cima. C’era uno spazio pianeggiante, poi un precipizio. Ci trovavamo sul limitare di una valle. Tirai le redini del mio animale. Il fondo della valle era visibile nonostante la foschia. Il terreno era brullo e di un arancione acceso.

Derek annusò. — Uova marce e zolfo. Penso che si possa presumere dell’attività geotermica. — Parlò in un miscuglio di inglese e linguaggio dei doni. Io riuscii a capire tutto, ma i nostri compagni apparivano perplessi.

Dopo un momento Nia disse: — Non so di che genere di attività stiate parlando. Ma l’aspetto di questa valle non mi piace. E neppure l’odore, se è per questo.

Derek lanciò un’occhiata di lato. — Non preoccuparti. Non andiamo giù. La pista corre lungo il ciglio.

Seguimmo la pista. La pioggia cessò. Le nuvole si alzarono. Ora vedevo chiaramente la valle. Era poco profonda e più o meno circolare. L’intero fondo aveva brillanti colori: arancione, arancione rossiccio e giallo. Qua e là si levavano bianchi pennacchi. Vapore. I pennacchi si muovevano, spinti dal vento. Al centro della valle c’era un lago: scuro e rotondo. Derek continuava a guardarlo.

— C’è qualcosa che non va. Quel lago è singolare.

— Non stento a crederlo — osservò Nia. — Questa terra è singolare. — Usò lo stesso termine utilizzato da Derek. Significava "insolito", "imprevisto", "sbagliato". Dopo una breve pausa proseguì. — Non mi ricordo affatto di questo posto. Sono sicura che siamo sulla pista sbagliata, anche se non so come sia possibile. Ho una buona memoria e un eccellente senso dell’orientamento. Non mi sono mai persa.

Mi girai sulla sella. Nia arrancava accanto a me. Aveva i piedi infangati e la pelliccia bagnata. La tunica le si incollava al corpo. — Che cosa dobbiamo fare?

Nia fece il gesto dell’incertezza.

— Proseguire — disse l’oracolo alle mie spalle. — Lo Spirito della Cascata provvederà a farci arrivare nel posto giusto.

— Che consolazione! — fu il commento di Derek.

Finalmente arrivammo in un punto in cui la parete della valle era bassa. Un pendio conduceva giù verso il fondo giallo e arancione. La sommità del pendio era ricoperta di vegetazione: piccoli arbusti e moltissima pseudo-erba. Più in basso il terreno era brullo. Una linea scura l’attraversava serpeggiando: un’altra pista, più stretta della nostra, meno usata, che si addentrava nella valle.

Derek si fermò. Io tirai le redini del mio animale.

L’oracolo venne a fermarsi accanto a me. — Che cosa c’è? — chiese.

— Penso che dovremmo accamparci.

— Qui? — domandai.

Derek fece il gesto dell’affermazione.

Mi guardai attorno. Su un lato avevo il pendio, sull’altro un affioramento di roccia, nero e massiccio. La pista, quella principale, conduceva oltre la roccia. Non c’era nient’altro. Non c’era legna, a parte i piccoli arbusti, né alcuna traccia di acqua. — Perché? — chiesi.

— Non riusciremo a discendere il pendio prima di notte, e non ho visto nessun luogo che sia migliore di questo.

— Ha ragione lui — disse Nia. — La roccia ha una sporgenza. Dovrebbe ripararci, se pioverà, e c’è foraggio per gli animali. Ammetto che mi piacerebbe un po’ d’acqua fresca. L’acqua nelle nostre ghirbe sta diventando vecchia. Ma quando una persona viaggia senza il proprio villaggio, deve prendere quello che riesce a trovare.

— Ed essere grata di questo — aggiunse l’oracolo.

Nia fece il gesto dell’approvazione.

Smontai di sella. L’oracolo fece lo stesso. Mi stiracchiai e mi allungai il più possibile, poi mi piegai. Riuscivo a stento a toccare il terreno. Lo sfiorai con la punta delle dita e mi raddrizzai, inspirando nello stesso tempo. Altra ginnastica! Questa spedizione non doveva servire da scusa per impigrirmi.

L’oracolo disse: — Lui vuole scendere nella valle.

Guardai Derek. Stava fissando il panorama. Il cielo si andava rasserenando. La luce del sole illuminava i bordi delle nuvole e i colori della valle erano ancora più accesi di prima. — Perché? — domandai.

Lui si voltò. Conoscevo quell’espressione, le sopracciglia inarcate e il sorriso contorto. Derek stava progettando qualcosa di futile o pericoloso, e voleva la mia approvazione. La seduzione era entrata in funzione. Non avevo idea di come facesse, ma era teatrale come un luce al neon che incominciava ad accendersi. Il suo sorriso si allargò.

— Derek, falla finita! Spegnila!

— Che cosa?

— La bellezza mascolina, la seduzione, il fascino erotico. — Ero passata all’inglese. Nia incominciava ad accigliarsi.

— Voglio dare un’occhiata a quel lago — disse Derek. Stava parlando il linguaggio dei doni. La sua voce era profonda e tranquilla. Una voce ragionevole. La voce del buonsenso. — Credo di potercela fare ad andare e tornare prima che la luce sparisca del tutto.

— Ne dubito, e credo che tu sia pazzo a tentare. Quella laggiù è un’area molto attiva. Il suolo è probabilmente rovente, e forse non è sicuro. Potrebbe essere una crosta sopra qualcosa di brutto. Potresti sprofondare. Potresti finire nel brodo, e parlo più in senso letterale che metaforico.

— Parla la nostra lingua — protestò Nia. — Mi interessa questa discussione.

— Okay. Sto dicendo a Derek di non andare in quella valle.

— Non riuscirai a fargli cambiare idea — disse l’oracolo.

Derek rise. — Ha ragione. Rinuncia, Lixia. È inutile parlare. Ho intenzione di andarci.

Feci il gesto che significava "così sia". — Prendi i tuoi stivali.

— Perché? Mi muovo più rapidamente a piedi nudi.

— Te l’ho detto. Credo che il terreno sia rovente. — Mi piegai su un lato, sollevando un braccio, e abbassai l’altro braccio fino a toccare la caviglia, poi chiusi gli occhi, concentrandomi sulla respirazione. Dentro. Fuori. So. Hum. O gioiello del loto!

Mi raddrizzai e aprii gli occhi. Derek se n’era già andato: una piccola figura scura che si muoveva a scatti fra la pseudoerba, già a notevole distanza. Oltre e sotto di lui si estendeva la valle.

Nia dissellò i cornacurve. Accendemmo un fuoco sotto la sporgenza rocciosa. Per cena mangiammo quel che restava dello pseudo-dinosauro.

— Perché c’è andato? — domandò Nia.

— Non ne ho idea. Derek fa di queste cose. Non spesso. — Esitai. Volevo dire che quasi sempre giocava pulito, secondo le regole, ma non conoscevo la parola locale per definire "gioco". Dissi: — Quasi sempre fa quel che è giusto.

Nia finì un pezzo di carne, poi gettò l’osso nel fuoco. — Tutti gli uomini sono pazzi in un modo o nell’altro.

L’oracolo fece il gesto dell’approvazione.

Fissai il cielo della sera. La Grande Luna era sorta. Era più di una mezzaluna ormai e sembrava… che cosa?… tre quarti delle dimensioni della Luna terrestre vista da Skyline Drive, a Duluth, in una notte di piena estate.

Perché non conoscevo il termine per definire "gioco"? Guardai Nia. — Che parola si usa per definire quello che fanno i bambini quando lanciano una palla?

— Si dice "scherzare".

Be’, sì, aveva un senso logico. Era uno dei significati di "gioco". Ma ne aveva anche altri. Pensavo all’Amleto e alla tripla azione, sebbene non fossi del tutto certa di che cosa fosse. E al maneggio della spada. Amleto e Laerte, per esempio. E ai musicisti che suonano i loro strumenti. Quello che mi serviva era l’Old English Dictionary. Eddie aveva accesso ai computer linguistici. Afferrai la radio e l’accesi.

Mi rispose di nuovo un computer. Lo stesso programma di prima. Riconobbi l’accento e il tono di distaccata cortesia. La voce pacata arrivava attraverso un lieve e costante crepitio, simile al fuoco.

Chiesi la definizione di "gioco".

— Un minuto soltanto — rispose il computer.

Sentii i consueti rumori che fanno i computer quando sono al lavoro: un bip, seguito da una serie di cinguettii e poi un nota simile a un campanello. Una nuova voce, un altro programma, mi riferì i significati della parola "gioco" in inglese. Che significa anche scherzare, suonare, giocare d’azzardo, rappresentare, agire, divertirsi, dirigere, far funzionare, muoversi rapidamente…

Era una voce maschile con un accento cinese.

Quando ebbe terminato, ringraziai e spensi la radio.

— Che cos’è quell’oggetto? — s’informò l’oracolo.

Nia si protese in avanti. — Li-sa me l’ha spiegato. È un modo di parlare con persone che si trovano oltre l’orizzonte.

— Oh. Credevo potesse trattarsi di uno strumento musicale. Fa un sacco di differenti tipi di rumore, e alcuni sono piacevoli.

— Che cosa fate con uno strumento musicale? — domandai.

L’oracolo aggrottò la fronte. — Che cosa intendi dire?

— Qual è la parola che significa usarlo. Fargli fare un rumore.

— Oh. Nakhtu.

— Questo è nella sua lingua — precisò Nia. — Nel linguaggio dei doni è nahu.

— È uguale a scherzare? — chiesi.

— No. Certo che no. I bambini scherzano. Gli adulti sono assennati. O, se non sono assennati, sono pazzi, il che è diverso da essere sciocco.

— Oh. — Guardai il fuoco, poi la luna. Gli alieni possedevano strumenti musicali. Avevano cerimonie. Danzavano. Sapevo che conoscevano la rivalità. Pensai a Hakht e a Nahusai. Ma giocavano come noi? L’aggressività rituale e la rivalità erano assolutamente fondamentali nelle culture occidentali. Nell’estremo oriente avevano l’opera, il kabuki e tutte le arti marziali. Tutti avevano il calcio. Queste persone avevano la necessità di giocare quanto noi? C’era una tale tensione nella società umana, una tale aggressività frustrata. Perfino adesso che la vecchia società, la società dell’avidità e della privazione, era sparita.

Aspetta un minuto. Non tutte le società umane erano piene di tensione. Mi ricordai degli aborigeni californiani. Loro erano miti, in modo consapevole e calcolato. La mitezza era fondamentale nella loro religione. Era un segno di illuminazione. L’aborigeno ideale era mite e saggio. Manteneva un basso profilo, vicino alla Madre Terra.

Pensai a Derek. Sapeva essere mite, ma era una finzione. Sotto la superficie era come un tricheco maschio. Sapeva ciò che voleva, ed era disposto a lottare per ottenerlo. Era consapevole di com’era stato da bambino? Era per questo che aveva abbandonato la sua gente? Sarebbe stato un fallimento, frustrato e collerico, fra individui in grado di stare seduti per ore a osservare un condor nel cielo e sentirsi felici.

— "È qui che sta il senso", mi aveva spiegato uno di loro, una maga che indossava solo un perizoma e aveva il corpo pieno di tatuaggi. "La Madre Terra e il Padre Cielo, le cose che vivono: le piante e gli animali. Tutti gli antichi misteri di cui parlavano i profeti. Alce Nero e il Buddha. Gesù e Madre Carità. Tutti ci dicono la stessa cosa. Per quanto lottiate e vi sforziate, non lascerete mai questo mondo vivi. Perché lottare, dunque? E perché sforzarsi? Fa’ ciò che devi. Prendi ciò di cui hai bisogno. Sii grata e sii mite."

Okay, dissi a quel vecchio ricordo. Chiusi gli occhi e la rividi: la faccia piena di rughe e i lunghi seni piatti. C’era… c’era stata… una falce di luna sulla sua fronte. Fra i seni aveva un ciondolo, una scure a doppio taglio scolpita in una conchiglia. Una vecchia saggia. Chissà se Derek l’aveva conosciuta. Improbabile. Apparteneva a una tribù diversa. Erano una popolazione di montagna, i Bernadinos.

Mangiai un altro pezzo di carne, poi mi addormentai e mi svegliai nel cuore della notte. La luna era sparita e il cielo era pieno di stelle. Mi sollevai a sedere. Il fuoco era ormai solo un mucchio di tizzoni che rosseggiavano ancora leggermente. Mi guardai attorno. Nia era sdraiata accanto a me e russava. Più in là vidi un altro corpo. Doveva essere l’oracolo.

Dall’altra parte del fuoco c’era una terza figura, ritta in piedi, alta e pallida. — Derek?

— Sono appena tornato. — Parlava a bassa voce. — Avevi ragione. Il terreno scotta. L’ho sentito attraverso gli stivali.

— Qualche problema?

— No, salvo… una cosa buffa. Mentre tornavo, la luna stava tramontando. Proprio mentre spariva ho visto un bagliore improvviso. Credo che la luna stia eruttando.

Riflettei un momento. — È possibile, no? I planetologi hanno detto che c’erano prove che fosse stata attiva di recente.

— L’eruzione dev’essere enorme — disse Derek. — Davvero enorme, se riesco a vederla.

— Hai ragione. — Ci pensai ancora un momento. Poteva essere quello il motivo per cui non ero riuscita a mettermi in contatto con Eddie? Nessuno sano di mente vorrebbe perdere l’opportunità di vedere un’importante eruzione. — Altri problemi per i planetologi.

— Uhu. — Rise. — Quei poveri sciocchi. Gli sta bene. Hanno elaborato tutte le teorie sulla base di un solo sistema.

— Hanno usato quello di cui disponevano, Derek.

Lui disse: — Adesso voglio mettermi a dormire. Ti racconterò il resto domani.

— Okay. — Tornai a coricarmi. Il vento era girato. Adesso soffiava dalla valle, portando l’odore dello zolfo. Pensai alla luna, che aveva un’atmosfera. C’era un sacco di zolfo in essa, da quanto ricordavo. Deve puzzare davvero lassù in questo momento.

I planetologi non erano stati contenti quando avevano visto i primi ologrammi a lunga distanza. La luna era troppo grande, ci avevano detto. Tutte le migliori teorie sostenevano che la Terra era un’anomalia. I piccoli pianeti non avevano lune o, se le avevano, le lune erano piccolissime: frammenti di scorie spaziali catturate.

La nave si era avvicinata di più. I planetologi avevano scoperto che la superficie della luna era relativamente liscia.

Il sistema era pieno di scorie. Il pianeta aveva altre dodici lune, e tutte erano chiaramente planetoidi catturati. La grande luna avrebbe dovuto essere coperta di crateri creati da impatti. Invece c’erano vaste pianure di origine vulcanica e alcune montagne abbastanza notevoli, pure di origine vulcanica.

La luna era attiva, e le migliori teorie affermavano che i piccoli pianeti non avevano lune attive.

Il che significava che i planetologi dovevano incominciare a lavorare su nuove teorie. Ne avevo sentite un paio. Una implicava un’attrazione delle maree. L’altra presupponeva una composizione davvero strana del corpo celeste in questione. Erano troppo lontane entrambe dal mio campo di competenza perché io mi facessi un’opinione. Mi limitavo ad ammirare la stranezza della luna.

Mi svegliai all’alba, mi alzai e andai in cerca di un posto per orinare. Poi feci i miei esercizi, terminando con il saluto al sole. Arrivai in tempo perfetto. Quando ebbi finito il sole era sorto del tutto, rotondo e rosso sangue, proprio sopra la parete orientale della valle.

Nia si svegliò, e subito dopo di lei l’oracolo. Derek fu l’ultimo a svegliarsi. Si stiracchio e gemette, poi si tirò in piedi. Mangiammo. Nia andò a sellare i cornacurve. L’oracolo la seguì.

Derek sbadigliò. — Caffè. Ecco quello di cui ho bisogno.

— Che cosa hai trovato?

— Il lago è fango. Fango caldo. Bollente. È uno spettacolo interessante. Ci sono bolle che compaiono in superficie. Diventano sempre più grandi e poi… pffft, e sono sparite. Scoppiate. — Sbadigliò di nuovo. — L’odore di zolfo è davvero rivoltante. E ci sono pali lungo i bordi.

— Che cosa?

— Pali di legno. Grossi forse dieci centimetri e alti circa tre metri. Sono decorati con penne e pezzetti di stoffa. Alcuni hanno corna fatte di rame in cima. Davvero molto corrose. Devono essere stati i gas del lago.

"Presumo che il lago abbia una qualche specie di significato religioso. Non pensi? Ho trovato questo nel fango presso la riva." Si arrotolò una manica. Sul braccio aveva un braccialetto. Se lo tolse e me lo porse. Era d’oro, alto e pesante. Lo rigirai e notai un disegno, ripetuto quattro volte: un cornacurve con un altro animale che lo aggrediva, piantandogli gli artigli nella carne e azzannandolo. Che animale poteva essere? Il corpo era flessuoso come quello di una pantera, la testa stretta e allungata con orecchie enormi, e la coda finiva in un ciuffo. — Nia?

Lei si avvicinò.

— Che cos’è questo?

Prese il braccialetto. — Uh! È proprio bello! L’ha fatto qualcuno del mio popolo. Nessun altro sa fare un lavoro di questa qualità.

— Che animale è? Quello che sta sopra.

— Un assassino-delle-pianure. — Inclinò il braccialetto in modo che il disegno si vedesse meglio. — L’assassino-delle-montagne è più piccolo e ha delle squame oltre al pelo. Mi chiedo come ci sia arrivato qui. Dove l’hai trovato?

— L’ha trovato Derek giù nella valle, vicino al lago.

— Allora è un’offerta. Un dono ai demoni del fuoco. Non avresti dovuto prenderlo. — Porse il braccialetto a Derek.

— Oh, no? — Si rimise il braccialetto.

— Vedo che hai intenzione di tenerlo. — Nia fece il gesto che significava "così sia". — Credo che tu stia facendo un errore. — Si voltò e si allontanò.

Derek sorrise, poi si tirò giù la manica e l’allacciò.

— Ci sono volte in cui credo che tu sia pazzo — osservai.

— No. Solo gravemente alienato. In ogni caso, non credo ai demoni del fuoco. — Lanciò un’occhiata alla valle. — È un bene che non ci creda. La mia protezione personale è troppo lontana. La Balena Grigia non può aiutarmi qui.

La pista curvava verso sud, lasciando il margine della valle. Ancora una volta viaggiavamo in mezzo a colline. La giornata era nuvolosa e il sole era un luminoso disco bianco. Nella luce diffusa non c’erano ombre. Ero quasi certa che stessimo viaggiando verso occidente, ma non ci avrei scommesso. Pensavo anche che stessimo salendo, ma non avrei scommesso neppure su questo. La pista si snodava su e giù.

Gradualmente, i pendii delle colline si facevano più dolci, le valli più ampie e meno profonde. Gli alberi e gli arbusti, quei pochi che c’erano stati, sparirono.

— Uhu — disse Nia in tono soddisfatto. — Stiamo arrivando sulla pianura.

Ci inoltrammo in una nuova valle. Al centro scorreva un fiumiciattolo e un gregge di animali pascolava lungo la riva. Erano bipedi, una nuova specie, più grossa e più pesante di ogni specie vista in precedenza. Soltanto due si tenevano ritti sulle zampe posteriori. Forse stavano di vedetta. Gli altri avevano le zampe anteriori appoggiate al suolo e la testa abbassata, e stavano pascolando.

Derek disse: — Devono essere più abili dei nostri dinosauri. Devono competere con i mammiferi per i pascoli. O dovrei chiamarli mammiferoidi? Non capisco come riescano a sopravvivere.

— Ci sono, o c’erano, un sacco di strani uccelli sulla Terra. Struzzi. Emù. Casuari dell’elmo. E che dire del moa e del grande uccello degli alcidi? Sono sopravvissuti anche nell’era dei mammiferi. Di fatto, credo che la loro evoluzione sia avvenuta nell’era dei mammiferi.

Derek scosse il capo. — Si sono evoluti dai comuni uccelli per colmare determinate nicchie ecologiche: su isole, in almeno due casi. Il moa viveva nella Nuova Zelanda. Il grande uccello degli alcidi nidificava in Islanda. Queste creature invece si trovano ovunque. È evidente che riescono a competere con successo. E non credo che i loro antenati fossero uccelli. Sembrano più rettili, se questo termine ha un significato, su questo pianeta.

— Sono pennuti, e sono disposta a scommettere che sono animali a sangue caldo.

— Lo erano anche i dinosauri. Animali a sangue caldo, voglio dire.

Uno degli animali eretti emise un muggito. Gli altri s’impennarono sulle zampe posteriori e si allontanarono su per la valle lungo il fiume. Avevano un’andatura buffa, un modo di correre goffo. A dispetto dell’atteggiamento maldestro, coprivano una notevole distanza. Quando arrivammo sul fondo della valle erano già spariti.

All’incirca a metà del pomeriggio mi guardai attorno e mi resi conto che le colline erano finite. Ci trovavamo su una pianura ondulata, ricoperta di pseudo-erba che ondeggiava al vento, cambiando colore ogni volta che le foglie si rovesciavano: verde, verdeazzurro, bruno e grigio.

Qualcosa s’innalzava sopra l’orizzonte verso nord. Mi riparai gli occhi con la mano e osservai. La cosa era quasi dello stesso colore del cielo e così lontana che la si vedeva a stento. Un cono, ampio alla base. La sommità del cono, la punta, era mancante. Al suo posto c’era una linea orizzontale. L’orlo di un cratere.

Mi voltai ad aspettare Nia, che cavalcava a una certa distanza alle mie spalle. L’oracolo era dietro di lei, e cavalcava anche lui. — Che cos’è quello? — chiesi, indicandolo con la mano.

Lei lanciò un’occhiata, poi tirò le redini del suo animale.

— Non l’ho mai visto prima, ma ne ho sentito parlare. Quello è Hani Akhar. La Grande Montagna. La dimora della Signora della Fucina.

L’oracolo venne a fermarsi accanto a noi. Guardò verso nord. — Sì, è quella. Riesco a sentirla anche a questa distanza. È un luogo molto sacro. E anche pericoloso. Quello spirito non è sempre amichevole.

— Questa è certamente la pista sbagliata — disse Nia. — Siamo molto più a nord di dove volevo essere.

— Alla fine arriveremo nel posto giusto — ribatté l’oracolo. — La strada che prendiamo non conta.

Nia si grattò il naso. — Non c’è modo di discutere con una persona santa. Costoro sono sempre sicuri di saperne più di noi. E se diciamo "no", loro replicano: "Gli spiriti hanno parlato".

Proseguimmo. Non mi piaceva camminare accanto ai cornacurve. Erano troppo grossi, e la cavalcatura di Nia ogni tanto era irrequieta e perfino cattiva. E certamente non mi andava di seguire gli animali. Era una seccatura dover fare sempre attenzione allo sterco.

Quella sera ci accampammo presso un piccolo lago paludoso. Derek e Nia andarono a caccia. Tornarono al calar della notte, a mani vuote. Mangiammo pane vecchio e bevemmo l’acqua del lago. Aveva uno strano gusto.

— Acqua di palude — osservò Derek. — Ho bevuto di peggio in California.

— Nel deserto? — domandai.

— Per lo più. Ma anche a Berkeley. C’erano un paio di tizi nella mia facoltà che avevano gusti veramente disgustosi in fatto di vino. Ed erano persone importanti. Ero costretto ad andare alle loro feste.

— Di che cosa state parlando? — s’informò Nia.

— Di una bevanda simile al bara - risposi.

— Ha un gusto cattivo?

— Qualche volta — disse Derek.

Si allontanò, portando con sé la sua radio. Io rimasi accanto al fuoco con i due nativi.

La grande luna era sorta ed era più di una mezzaluna. La guardai, cercando di scorgere segni di un’eruzione vulcanica, ma le nuvole la velavano e ne rendevano indistinti i bordi.

Guardai i due indigeni. — È mai successo qualcosa di strano alla grande luna?

— Che cosa intendi dire? — domandò Nia.

Riflettei un momento, cercando di immaginare un modo per descrivere qualcosa che non avevo visto. — Non vi compaiono mai delle macchie luminose? Non si vedono mai delle cose sul bordo, come fili di vapore o come una lingua di fiamma sporgente?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Ma è una cosa eccezionale.

— Che cosa significa? — chiesi.

— Niente che io sappia. — Aggrottò la fronte mentre pensava. — Ci sono persone a occidente che hanno trovato un modo di osservare il sole senza ferirsi gli occhi. Secondo loro il sole non è perfetto e senza macchie come pensiamo. Sostengono che è chiazzato. Le chiazze sono nere e si muovono strisciando come insetti. Quando compaiono le macchie, in grande quantità, significa che il tempo si metterà al brutto.

— Non ho mai sentito questa storia — disse l’oracolo. — Ma so che cosa significa quando compare una macchia sulla luna.

Feci il gesto della curiosità.

— Significa che la Madre delle Madri non ha tenuto d’occhio la sua pentola.

— Che cosa? — domandai.

— Le donne anziane sostengono che la grande luna è una pentola per cucinare. Appartiene alla Madre delle Madri. A volte lei si dimentica di tenerla d’occhio e allora trabocca. Allora vediamo quello che hai descritto tu. Le vecchie dicono che significa che sarà un inverno di carestia. — Fece una pausa. — Mia madre sostiene che le vecchie si sbagliano. Lei tiene da parecchi anni una cordicella della luna. Ogni volta che succede qualcosa lassù, fa un nodo. E ha altre cordicelle che usa per tenere il conto del tempo atmosferico. Pioggia. Neve. Un vento forte. Siccità. Ha una cordicella per ogni tipo di tempo. Non c’è alcun collegamento fra quello che succede sulla luna e quello che succede sulla pianura. Questa è la sua opinione. Credo che abbia ragione.

— Mmm — fece Nia. — Non ho mai sentito la storia sulla luna. Se non è vera, non la ripeterò.

— La parte sulla pentola per cucinare è molto probabilmente vera — dichiarò l’oracolo. — Mia madre non ha detto niente a tale proposito. Non tutto quello che succede nel mondo degli spiriti ha una conseguenza sul mondo quaggiù.

Nia fece il gesto dell’approvazione.

Derek tornò. Gli rivolsi un’occhiata. — Sei riuscito a parlare con Eddie?

— Sì. Perché non avrei dovuto?

— C’era elettricità statica la notte scorsa e negli ultimi due giorni ho parlato con dei computer.

— Eddie non ha detto niente a proposito di elettricità statica. — Si sedette e si piegò con cura. — Né di computer. Ma ha passato il tempo in una delle grandi sale olovisive. La luna è davvero in eruzione, e l’eruzione è grossa. Ci stiamo perdendo un diavolo di spettacolo.

— Di che cosa stai parlando? — chiese Nia.

— La luna — dissi. — Sta traboccando.

Lei guardò il cielo. — Peccato che il cielo sia nuvoloso.

Il giorno seguente Nia disse di voler camminare.

— Mi sento di nuovo irrequieta. Se la caviglia incomincerà a darmi fastidio, ti chiederò di farmi cavalcare.

— D’accordo — dissi.

L’oracolo viaggiò cavalcando, come sempre. Di quando in quando passavamo accanto a piccoli acquitrini o a laghetti semiasciutti. Il cielo era caliginoso. Hani Akhar rimaneva appena visibile.

Nel pomeriggio inoltrato arrivammo in cima a una salita. Sotto di noi c’era un lago. Era molto più vasto degli altri che avevamo incontrato, dalla forma irregolare e pieno di minuscole isolette. Le rive erano paludose e vi cresceva l’erba enorme a mucchi.

Nia disse: — Conosco questo posto, benché non ci sia mai stata prima. È il Lago degli Insetti e delle Pietre. Ci troviamo nel territorio del Popolo dell’Ambra. Loro vengono qui in autunno durante il viaggio verso sud. Pescano e cacciano uccelli, ed eseguono cerimonie in onore della montagna.

L’oracolo fece il gesto dell’approvazione. — Un altro luogo sacro.

Scendemmo. Il cielo era limpido a occidente e il sole era basso. L’acqua luccicava e facevo fatica a vedere. Passammo accanto a una macchia di erba enorme. Il lago era solo a qualche metro di distanza. Le canne si muovevano al vento. L’acqua brillava. Qualcosa mugghiò. Era proprio di fronte a me ed emergeva con un gran fracasso dalle canne, impennandosi. Mio Dio! Era alto tre metri! La bocca era aperta. Le zampe anteriori erano protese verso di me, gli artigli aperti. Un altro muggito! L’animale che cavalcavo mosse di scatto la testa. Le redini diedero uno strappo fra le mie mani. Il cornacurve recalcitrò e mi ritrovai disarcionata. Un istante dopo atterrai con violenza al suolo. La scossa mi percorse da parte a parte e gridai. Poi mi ritrovai ritta in piedi.

— Tirati indietro — mi disse Derek. — Lentamente. Non spaventarlo.

Feci un passo indietro. Derek era al mio fianco. Non riuscivo a vedere Nia, né l’oracolo, né il mio cornacurve. Lo pseudo-dinosauro emise un altro muggito, ma non si mosse. Ora, per la prima volta, lo vedevo chiaramente. Alto tre metri. All’inferno! Erano più probabilmente quattro. Aveva il ventre di un rosa acceso e una cresta di piume gialle. Le zampe anteriori e le spalle erano di un color grigioazzurro scuro.

Feci un altro passo. La creatura sibilò. La bocca aperta era piena di denti. Denti smussati. Era un erbivoro. Ma gli artigli erano lunghi e affilati. Per scavare? Combatteva? Inclinò la testa e un minuscolo occhio vivo mi fissò.

— Continua a muoverti — disse Derek. La sua voce era sommessa e tranquilla. — Un passo alla volta.

Vidi Nia al mio fianco, dall’altro lato, con in mano un coltello. Un’arma inutile contro quel mostro.

Ora lo pseudo-dinosauro faceva un altro verso, un lamento. Che cosa significava? Poi vidi qualcosa muoversi alle sue spalle, proveniente dal lago. Un altro mostro. Battei le palpebre, cercando di vedere contro sole. Questo era più piccolo dell’animale che ci fronteggiava, e camminava su quattro zampe. Aveva la schiena grigia.

— La femmina — disse Derek.

L’animale girò la testa e strappò una canna con i denti. Poi proseguì, masticando e facendo un forte suono sgranocchiante. Frammenti di canna gli penzolavano dalla bocca. Dietro venivano altri tre animali. Erano piccoli, delle dimensioni di un cane San Bernardo. Due erano quadrupedi e seguivano la madre con un’andatura dondolante. Il terzo saltellava goffamente.

— Ebbene, che cosa sai?

Continuammo a indietreggiare, allontanandoci dal maschio infuriato. Dov’era l’oracolo? Non riuscivo a vederlo.

La madre proseguì dondolandosi, seguita dai tre piccoli. Finalmente scomparvero alla vista, nascosti da una macchia di erba enorme. Il maschio sibilò, poi si voltò e seguì a balzi la sua famiglia. La spalla incominciava a farmi male. Mi cedettero le ginocchia e mi sedetti.

— Davvero interessante — osservò Derek. — Si preoccupano dei loro piccoli. Ciò contribuisce a spiegare come siano in grado di sopravvivere in concorrenza con gli pseudo-mammiferi. I mammiferoidi. Abbiamo bisogno di un intero nuovo vocabolario. O Santa Unità! Pensavo che mi sarei pisciato nei pantaloni.

Nia disse: — Uh! — Mise via il coltello. — Spero che il pazzo stia bene. Il suo cornacurve è fuggito. L’ultima volta che l’ho visto si teneva ancora aggrappato.

— Oh, mio Dio, Derek. La nostra attrezzatura. Le radio.

Lui scoppiò in una risata. — Sui cornacurve. Là fuori. — Fece un ampio gesto con la mano per indicare la pianura. — Tu stai bene?

— La spalla mi fa un male infernale e mi sono morsa la lingua. Non so quando.

Derek mi sottopose a un rapido esame. — La tua spalla non è lussata e la lingua è ancora al suo posto. Credo che te la caverai. — Si voltò a fissare la pianura. — Vado in cercadella nostra attrezzatura. Ero abituato a rincorrere i cavalli in California. I cornacurve non sono più veloci. Li raggiungerò. — Si volse verso di me. — Accampatevi qui da qualche parte. Vi troverò.

— Derek… — incominciai.

Lui si allontanò a grandi passi.

— Derek! — gridai.

Non si voltò a guardare indietro.

— È un individuo molto strano — osservò Nia.

— Sì. — Restai a osservarlo finché non scomparve alla vista, poi mi voltai a guardare Nia. — Bene, troviamo un posto per accamparci.


Inahooli

<p>Inahooli</p>

Seguimmo la pista lungo la riva finché non arrivammo a una macchia di erba enorme. Nia tagliò dei rami e li intrecciò per formare dei canestri: trappole per i pesci. — Può darsi che questo modo non funzioni. È più facile catturare pesci in un fiume. — Mise le trappole dentro l’acqua.

Dopo di che esplorammo il boschetto. Nia trovò un gruppetto di piante che crescevano sul margine orientale. Erano radici commestibili. Io raccolsi legna per il fuoco. Cucinammo le radici. Erano croccanti e quasi senza sapore.

— Sono buone nello stufato di carne — mi spiegò Nia. — Da sole… — Fece il gesto che significava "il resto è chiaro".

— Sempre meglio di niente.

Lei fece il gesto dell’affermazione.

Calò la sera. Il vento cambiò. Ora soffiava dal lago. All’improvviso il boschetto si riempì di insetti.

— Morsicatori! — esclamò Nia.

Mi diedi una pacca sul collo. — Hai ragione.

Ci rannicchiammo accanto al fuoco. Il fumo ci proteggeva fino a un certo punto. Venni morsicata una seconda volta, su un polso. Anche Nia fu morsicata una volta, sul palmo della mano, dove non aveva pelliccia.

— Uh! — Batté fra loro le mani. — Bene, ho preso la creatura. Non darà più fastidio a nessuno. Come riesci a sopportarlo, Li-sa? Tu non hai pelliccia. Possono morderti dappertutto.

Il fumo mi era entrato negli occhi, che ora lacrimavano. I punti in cui ero stata punta dagli insetti prudevano. — Non amo affatto le situazioni come questa. — Mi grattai una morsicatura. — Ma che cosa posso farci? Non posso farmi crescere la pelliccia. E in ogni caso, ho sopportato di peggio. Un tempo vivevo nel Minnesota.

— Dove? — domandò Nia.

— Una terra con molti laghi e molti insetti. — Feci una pausa e restai in ascolto. Gli insetti mi ronzavano attorno alle orecchie. Ce n’erano un sacco. Avrebbero dovuto morsicare di più. Forse non avevo l’odore giusto. Forse erano soltanto gli insetti coraggiosi, o quelli stupidi, che decidevano di fare un tentativo con me.

— Aiya! - Nia si batté la fronte. — Un altro!

Mi allontanai il fumo dalla faccia con la mano. — Riescono a morsicarti attraverso la pelliccia?

— Solo in qualche punto, dov’è più sottile. Attorno agli occhi o nell’incavo del gomito.

Il vento cambiò di nuovo direzione e scacciò gli insetti. Ci coricammo. Non avevamo niente con cui coprirci. Il mantello di Nia si trovava con il resto dei nostri bagagli da qualche parte della pianura, così pure il mio poncho. Ma la notte era mite e io ero sfinita. Mi raggomitolai e mi addormentai subito.

Mi svegliai presto. Le nuvole erano sparite e il cielo sopra di me era di un brillante verdeazzurro. Gli uccelli facevano rumori fra le foglie. Nia russava accanto alle ceneri del fuoco.

Mi alzai, gemendo. Avevo il corpo completamente irrigidito e la spalla mi faceva particolarmente male. Me la massaggiai e intanto mi guardai attorno. Non c’era un filo di vento, e il lago era immobile. Al largo, oltre i canneti, una canoa scivolava sull’acqua.

— Nia!

Lei balzò in piedi. Gliela indicai. Nia gridò e agitò le braccia. La canoa virò nella nostra direzione. Un attimo dopo era sparita, nascosta dai canneti. Ci precipitammo verso la riva.

— Chi può essere? — domandai.

— Non lo so. Una donna. Una del Popolo dell’Ambra.

La prua si fece largo fra le canne. Era fatta rozzamente con un tronco scavato. Veniva silenziosa verso di noi. La donna, seduta nella parte posteriore, sollevò la pagaia dall’acqua, poi alzò una mano e si riparò gli occhi. — Sto vedendo delle cose? Una di voi è senza pelo?

— Sì — dissi.

La canoa raggiunse la riva. La donna scese. Era più alta di me, dinoccolata, con il pelame di un bruno scuro. La faccia era larga e piatta, gli occhi di un arancione scuro, quasi rosso. Indossava una tunica giallo chiaro decorata con strisce ricamate. Il disegno era complicato e geometrico, fatto in diverse tonalità di azzurro. La cintura era blu, e portava un lungo coltello in un fodero di cuoio blu. — Sei nata così? — s’informò. — O sei stata ammalata?

— Questo è il mio modo naturale di essere. — Usai la parola che significava "consueto" o "giusto".

Lei mi squadrò dalla testa ai piedi. — Naturale, eh? E tu? — Si rivolse a Nia. — Chi sei? E perché viaggi con uno scherzo di natura?

— Sono una donna del Popolo del Ferro. Nia la lavoratrice del ferro.

La nuova arrivata corrugò la fronte. — C’è qualcosa di familiare in quel nome.

— È abbastanza comune — replicò Nia.

La donna manteneva la sua espressione accigliata.

Nia proseguì. — E il tuo nome qual è?

— Toohala Inahooli. Appartengo al Popolo dell’Ambra e al Clan della Cordaia. In questo momento, ho una posizione di grande prestigio. Sono la guardiana della torre del clan.

Nia fece il gesto del riconoscimento.

Io dissi: — Che cos’è una torre del clan?

La donna mi guardò con astio. — Da dove vieni? Non lo sai che fra il Popolo dell’Ambra ogni clan erige una torre in onore della sua Prima Antenata? Costruiamo ogni torre cercando di farla più alta possibile. La ricopriamo di decorazioni ed eseguiamo cerimonie di fronte alla torre per impressionare gli altri clan e far sì che provino invidia e mortificazione.

Un nuovo tipo di manufatto! Riflettei un momento. — Posso vedere la torre?

— Sì. Naturalmente. A che serve una torre se la gente non ne viene impressionata? E come fa essere impressionata se non viene a vederla? Ma ti avverto, la nostra magia è potente. Se c’è qualcosa di demoniaco in te, riporterai dei danni.

— No. Non sono demoniaca.

— Non possiamo andare — intervenne Nia. — Deragu… — Esitò. — Non so dire il suo nome.

— Derek.

— Derag ci ha detto di aspettare.

La donna si accigliò. — Chi è questa persona? Mi sembra un nome maschile.

— La persona è una donna — disse Nia. — Viene dallo stesso posto di Li-sa. Loro parlano una lingua che è assolutamente diversa dalle lingue della pianura. Le desinenze sono differenti.

Inahooli fece il gesto che significava che capiva ciò che dicevamo.

Nia proseguì. — I nostri cornacurve sono fuggiti. Lei… questa persona, Derag… è andata a cercarli.

Inahooli ripeté il gesto della comprensione.

— Tu rimani qui — feci io. — Se Derek arriva, dille dove sono. Capirà.

Nia fece il gesto che significava "no".

— Perché no?

Nia si grattò la nuca. Forse era stata morsicata in quel punto, anche se, da quanto ricordavo, la pelliccia lì era piuttosto folta.

— Ascoltate — disse Inahooli. — Io me ne vado. Voi due potete discutere. Forse quella — puntò il dito contro Nia — ha qualcosa di cattivo da dire su di me. — S’incamminò lungo la riva

— Okay — dissi. — Qual è il problema? Credi che quella donna sia pericolosa?

— No. Ma credo che abbia sentito parlare di me. Quando la mia gente ha scoperto di me ed Enshi, c’è stato un gran clamore. Il Popolo dell’Ambra potrebbe aver sentito quelle voci. Loro fanno scambi con noi.

— Voglio vedere la torre. Hai sentito parlare di cose del genere?

— Sì. Il Popolo dell’Ambra non è come la mia gente. Noi siamo imparentati con il Popolo della Pelliccia e dello Stagno. Conosciamo quelle persone. Le chiamiamo "consanguinee". E credo che possa esserci una parentela anche con il Popolo del Rame. La loro lingua non è difficile da imparare. Ma il Popolo dell’Ambra… La loro lingua è difficile e le loro usanze sono particolari. Loro si vantano moltissimo. Ogni clan cerca di superare gli altri nella costruzione di torri e nella danza. Non li capisco.

— Io vado — dissi. — Dovrei essere di ritorno questa sera.

Nia fece il gesto che significava "così sia". — Non dirle che viaggiamo con degli uomini. Non credo che capirebbe.

— Okay. — Feci un cenno della mano a Inahooli, che tornò indietro. — Vengo con te.

— Bene. Sarà un evento straordinario. Nessuna guardiana ha mai mostrato la nostra torre a una persona senza pelo.

Spingemmo lontano dalla riva la canoa e ci salimmo. Inahooli incominciò a pagaiare. Nel giro di un minuto o due Nia era sparita alla vista, nascosta dalle piante che io chiamavo canne, che ondeggiavano sopra di noi, alte e di un grigioazzurro spento. La maggior parte degli steli terminava in un ammasso di foglie, ma qui e là distinguevo una testa rotonda, scura e pelosa. Il fiore della pianta? Non lo sapevo.

Scivolammo silenziose verso il largo. Davanti a noi c’erano delle isole. Erano piccole, larghe solo alcuni metri, costituite di una tenera pietra vulcanica che l’azione degli agenti atmosferici aveva modellato in forme assai bizzarre. Una somigliava a un fungo. Un’altra, alta e sottile, mi faceva venire in mente una donna umana con una lunga veste. Una terza era un arco. Una quarta era una cattedrale in miniatura. Tardo Gotico, decisi. La cattedrale aveva un sacco di guglie.

Scivolavamo fra le isole. Guardai giù. L’acqua era limpida. Un pesce comparve con un guizzo, poi si girò di lato e sparì. Che pianeta! Tutt’a un tratto provai un senso di orrore all’idea di tornare a casa.

Falla finita, pensai. Non pensare alla Terra. Concentrati sul presente. Goditi quello che hai adesso.

Guardai davanti a me. C’era un’altra isola in vista: lunga e bassa, circondata di canne. A un’estremità sorgeva una costruzione, alta una ventina di metri, calcolai, e fatta di una rozza ingraticciata. Alla torre erano appesi stendardi, che in quel momento penzolavano flosci. Man mano che ci avvicinavamo, scorsi altre decorazioni: mucchi di penne e lunghe filze di conchiglie.

— La torre della Cordaia — mi spiegò Inahooli.

Girammo intorno all’isola. Sull’altro lato c’era una spiaggia. Sbarcammo e tirammo la canoa sulla ghiaia. Inahooli mi guidò verso la torre. L’isola era rocciosa e quasi totalmente brulla, con solo sporadiche macchie di vegetazione: pseudomuschio color arancione, pseudo-licheni bruni e una grigia pianta ricca di foglie che mi arrivava a metà polpaccio. C’erano soltanto due oggetti abbastanza grandi: la torre e una tenda di tessuto marrone scuro.

— Quella è la mia dimora — mi spiegò Inahooli. — Ogni primavera veniamo qui. Il clan ricostruisce la torre ed esegue cerimonie per santificarla. Poi lanciamo i dadi e una di noi viene scelta per fare la guardiana. Quella donna resta presso la torre per tutta l’estate. La sorveglia e si assicura che non le capiti nulla. In autunno la tribù ritorna. Il clan invita tutti a una grande danza. Mangiamo. Facciamo musica, ci vantiamo delle nostre antenate. Se tutto va bene, gli altri clan si sentono in imbarazzo. Dopo di che andiamo tutti a sud verso la Terra dell’Inverno. Il Clan dell’Uccello Terrestre esegue laggiù le proprie danze. Di solito malamente. Per qualche ragione, non sono mai state brave a vantarsi. E in ogni caso, di cosa mai dovrebbero vantarsi? La loro antenata non è che un miserabile uccello terrestre che ha fatto soltanto una cosa di una certa importanza.

— Che cosa?

— Ha rubato il fuoco allo Spirito del Cielo e lo ha dato al popolo del mondo. Un’ottima cosa. Ci sentiamo grate nel cuore dell’inverno quando la neve è alta e soffia il vento e così via. Ma la nostra antenata ha salvato tutti gli esseri viventi.

— Oh, davvero?

Arrivammo alla tenda. La torre si trovava solo a una decina di metri di distanza. Vicino alla base c’era una fila di maschere appese all’ingraticciata. Erano ovali e con fori degli occhi rotondi. Ciascuna era dipinta di un colore uniforme: rosso, giallo, nero, bianco. Le indicai col dito. — Chi rappresentano?

— Quella nera è la Cordaia. La gialla è l’Imbroglione. La rossa è la Signora della Fucina. E la bianca è la Vecchia del Nord.

— Parlami di loro.

Lei mi scrutò da capo a piedi. Era uno sguardo prudente, lo sguardo di una narratrice che ha avuto un’opportunità. — Benissimo. Ma non posso usare le maschere. Devono restare dove sono fino alla grande danza. Siediti. Cercherò di rendere la storia semplice e il più breve possibile.

Mi sedetti di fronte alla tenda e Inahooli si sistemò davanti a me. Nel cielo un uccello zufolò, librandosi sopra il lago.

— Questa è la storia del pettine d’avorio — mi disse con voce sonora.

"Nell’estremo nord vive una vecchia. La sua tenda si trova nel cielo. Le pareti della tenda sono fatte di luce e pendono in pieghe dai pali della tenda, che sono fatti con le ossa del mostro del mondo originale. Come siano arrivate nel cielo è un’altra storia, che non ho il tempo di raccontare. La vecchia ha un pettine, ricavato da uno dei denti del mostro. È d’avorio, bianco come neve. Lei lo usa per pettinarsi la pelliccia. Quando lo fa, tira fuori delle creature. Queste cadono sul pavimento e spariscono, passando attraverso il pavimento per finire nel mondo. Tutti gli animali del mondo nascono in questo modo.

"Quando la vecchia si pettina il lato sinistro del corpo, gli animali che escono sono buoni e utili: i cornacurve che conduciamo in branco, gli uccelli che cacciamo e mangiamo. Quando si pettina il lato destro del corpo, gli animali che escono sono dannosi: lucertole dal morso velenoso e insetti che mordono. Gli abitanti del mondo cantano rivolti alla vecchia, lodandola e chiedendole aiuto. Questa è una delle canzoni:


"Nonna, sii generosa.

Pettinati la parte sinistra del corpo.

Allora saremo prosperi.

Allora saremo felici.

I nostri figli saranno grassi

Nelle nostre tende presso il fuoco.


"Nonna, sii compassionevole.

Non pettinarti la parte destra del corpo.

Lascia le lucertole dove sono.

Non mandarci

gli insetti che mordono e pungono.


"Nell’estremo sud c’è un giovane. È alto e di bell’aspetto. I suoi occhi sono gialli come il fuoco. Nessuno sa con certezza chi sia sua madre. Alcuni dicono che sia il grande spirito, la Madre delle Madri. Altri dicono che sia un demone del fuoco.

"Il giovane è chiamato l’Imbroglione. È colui che appare agli uomini in inverno, quando sorvegliano la mandria. Ogni uomo siede da solo sotto una tenda che è fatta con un mantello steso sopra i rami di un arbusto o di un albero. La neve scende su di lui. Il fuoco che ha davanti a sé è basso. L’uomo sta seduto e rabbrividisce, tenendo le braccia strette contro il corpo. Allora compare l’Imbroglione. La sua voce è come il vento. Dice: ’Perché lo fai? Perché soffri per le ingrate donne del villaggio? Dimenticati di tua madre. Dimenticati delle tue sorelle. Dimentica i figli e le figlie che potresti avere. Vattene fra le colline e vivi come un animale senza obblighi, soddisfacendo soltanto te stesso’.

"La maggior parte degli uomini ignora la voce. Ma alcuni ascoltano. Impazziscono e abbandonano la mandria, vagando fra le colline. Dopo di che nessuno li vede più.

"L’Imbroglione è lo stesso che va incontro alle donne in primavera, quando è il periodo degli accoppiamenti. Si presenta come il migliore degli uomini, grande e grosso, forte e sicuro di sé. Fissa il suo territorio vicino al villaggio. Nessun altro uomo osa affrontarlo. Quando arrivano le donne smaniose, lo incontrano. Alcune di loro, comunque, lo incontrano. Ogni donna che si accoppia con lui pensa: che padre eccellente! Mia figlia sarà robusta e intraprendente. E anche di bell’aspetto.

"Ma l’accoppiamento non genera figli. O se nascono dei figli o delle figlie, sono malaticci e irascibili. Non causano altro che guai.

"Di solito succede così. Ma l’Imbroglione non è mai prevedibile neppure nel male che fa. Una volta ogni tanto una donna si accoppia con lui e la figlia che nasce è come il padre, grande, forte e sicura di sé: una vera eroina.

"Una di queste era la mia antenata, la Cordaia. Ma prima devo raccontarti in che modo l’Imbroglione rubò il pettine d’avorio.

"Si trovava nell’estremo nord e aveva freddo e fame. Non c’era niente lì attorno all’infuori della vasta pianura coperta di neve. Dopo un po’ arrivò alla tenda della vecchia. Risplendeva sopra di lui, bianca, gialla e verde. Lui si tolse le racchette da neve e le infilò in un mucchio di neve, poi si arrampicò su nel cielo. Entrò nella tenda. La vecchia era lì, seduta al centro del pavimento. La sua pelliccia era diventata grigia per l’età. Si stava pettinando con il pettine d’avorio.

"L’Imbroglione si sedette e restò a guardare con bramosia. La vecchia stava passando il pettine nella pelliccia sull’avambraccio sinistro e ne uscivano degli animali. Erano piccoli e scuri. La vecchia scuoteva il pettine e gli animali cadevano giù. Quando toccavano il pavimento, sparivano. Andavano nel mondo, nelle profonde tane dei costruttori di monticelli.

"’Nonna’ disse l’Imbroglione. ’Dammi qualcuno dei tuoi animali. Ho fame, e sembrano deliziosi.’

"La vecchia lo fissò. ’Io so chi sei. L’Imbroglione, Colui Che Racconta Menzogne.’ Scosse il pettine, poi afferrò uno degli animali a mezz’aria. Se lo mise nella mano. Il minuscolo muso si contrasse e i baffi fremettero. Fissava l’Imbroglione con i vivaci occhi scuri. ’Questi animali sono parte di me. Io li dono alla gente che li tratta con rispetto. Ma tu, o Malvagio, tu maltratti tutto ciò su cui metti le mani. Non c’è rispetto in te. Non ti darò nulla.’ Capovolse la mano. L’animale cadde al suolo e sparì.

"L’Imbroglione digrignò i denti. ’Nonna, abbi pietà.’

"’No’ disse la vecchia. ’Puoi anche morire di fame per quel che me ne importa. Che ti serva di lezione.’ Si voltò, dando le spalle all’Imbroglione.

"Lui balzò in piedi. ’Te ne pentirai, vecchia gallina!’ Corse fuori dalla tenda, scese dal cielo e si sedette accanto alle sue racchette nel mucchio di neve. Qui aspettò che la vecchia si addormentasse. Il suono del suo russare pervase la pianura. L’Imbroglione si arrampicò di nuovo nel cielo ed entrò di soppiatto nella tenda. Le pareti risplendevano più che mai e la tenda era piena di una pallida luce tremolante. Vide la vecchia distesa sulla schiena. Accanto a lei c’era il pettine d’avorio. Lo prese.

"’Ma dove mi nasconderò?’ si chiese. ’Quando gli spiriti scopriranno che è sparito, frugheranno l’intero mondo. Quale posto è sicuro?’

"Allora gli venne un’idea. Si fece piccolissimo, se stesso e anche il pettine, e strisciò dentro la vagina della vecchia. Lei gemette e si grattò, ma non si svegliò.

"’Questo non è il posto più piacevole dove sia stato’ disse l’Imbroglione. ’Gradirei più luce e un po’ meno di umidità. Ma a nessuno verrà in mente di guardare qui dentro.’

"La vecchia si svegliò e allungò la mano per prendere il pettine. Non c’era. Lanciò un urlo. In ogni parte del mondo gli spiriti balzarono su. ’Che cosa c’è?’ gridarono. ’Che cosa succede?’

"Allora ebbe inizio la ricerca. Su e giù, avanti e indietro, dentro e fuori. Gli spiriti frugarono ovunque. Ma non trovarono il pettine.

"’Che cosa farò?’ disse la vecchia. ’Il pettine è insostituibile. Non ne esiste un altro uguale, e senza di esso non posso pettinarmi la pelliccia.’

"Gli spiriti non seppero che cosa rispondere.

"Giunse la primavera. La vegetazione fece la sua comparsa. Le colline e la pianura divennero azzurre. Gli abitanti del mondo notarono che c’era qualcosa che non andava. In ogni villaggio si recarono dalla sciamana.

"’Che cosa sta succedendo?’ chiesero. ’I pesci guizzano nel fiume come fanno ogni anno, ma nessuno ha visto pesciolini. Gli uccelli edificano nidi come sempre, ma i nidi sono vuoti. Quanto ai piccoli animali, i costruttori di monticelli, gonfiano la sacca nel collo. Gridano e gemono e si agitano, ma non generano piccoli.’

"Le sciamane mangiarono piante narcotiche. Danzarono ed ebbero visioni. Dissero: ’L’Imbroglione ha rubato il pettine d’avorio. Senza pettine non nascerà nessun animale. Moriremo tutte di fame a causa di quell’individuo maligno’.

"Tutte le persone gridarono. Si batterono il petto e le cosce. Pregarono gli spiriti. Ma che cosa potevano fare gli spiriti?

"Ora la storia passa alla Cordaia. Era una donna del Popolo dell’Ambra. Era grande e grossa con un pelame lucente. I suoi occhi erano gialli come il fuoco. Le braccia erano forti, le dite agili. La maggior parte delle persone credevano che fosse figlia dell’Imbroglione. Ne aveva l’aspetto.

"Il suo mestiere consisteva nel fabbricare corde di cuoio. In questo era molto abile. Le sue corde erano sottili e flessibili, e non si allungavano. Erano dure da rompere e duravano per anni.

"In ogni caso, arrivò il periodo degli accoppiamenti. Le donne del Popolo dell’Ambra sentirono crescere dentro di loro la smania primaverile. Ma quell’anno erano riluttanti ad andarsene sulla pianura. ’A che serve lasciare il villaggio?’ dicevano. ’Perché dovremmo prenderci la briga di andare in cerca di un uomo? I figli che concepiremo moriranno di fame.’

"Ma la smania si fece più forte. Ogni donna impacchettò i doni che aveva preparato durante l’inverno. Ogni donna sellò un cornacurve e si diresse verso la pianura. Fra queste c’era la Cordaia. Nella borsa da sella aveva una lunga corda di ottima qualità. Era il suo dono di accoppiamento.

"Ora la storia torna all’Imbroglione. Ormai incominciava a diventare irrequieto. Non c’era nulla da fare nella vagina della vecchia. Sapeva che era primavera. Voleva andarsene per il mondo a giocare un tiro mancino a qualcuno. Attese che la vecchia si addormentasse e sgattaiolò fuori. Si lasciò dietro il pettine e via che andò verso sud. Dopo un po’ arrivò nella terra del Popolo dell’Ambra. Trovò un territorio in prossimità del villaggio. C’era già un uomo lì, un uomo grande e grosso con molte cicatrici. L’Imbroglione si avvicinò e gli disse: ’Faresti meglio ad andartene’.

"’Sei pazzo?’ rispose l’omaccione. ’Sono arrivato qui per primo. E in ogni caso, sono più grosso di te.’

"L’Imbroglione si allungò fino a diventare più alto dell’altro uomo, poi lo guardò furioso dall’alto. I suoi occhi gialli splendevano come il fuoco.

’"Be" disse l’uomo. ’Se è così che la metti.’ Montò in sella al suo cornacurve e se ne andò.

"L’Imbroglione gli gridò dietro una serie di insulti. L’uomo non si voltò.

"Dopo di che l’Imbroglione si sistemò e restò in attesa. Passò un giorno e poi un altro. Il terzo giorno comparve una donna. Era la Cordaia. L’Imbroglione si sentì soddisfatto. Era una donna notevole. Era una persona che valeva la pena trarre in inganno.

"Quanto alla Cordaia, le piacque ciò che vide: un uomo grande e grosso che se ne stava ritto sulla pianura a gambe divaricate e con le spalle diritte. La sua pelliccia era folta e lucida. Indossava una splendida tunica, ricoperta di ricami. Sulle braccia portava braccialetti d’argento. Erano alti e brillanti.

"Quando si avvicinò, notò che l’uomo aveva un particolare odore. ’Be’, nessuno è perfetto’ disse fra sé.

"Arrivata accanto all’uomo, smontò di sella. Giacquero sulla pianura e si accoppiarono. Dopo di che lei disse: ’Ho brutte notizie’.

"’Oh, davvero?’ fece l’Imbroglione.

"’La Vecchia del Nord ha perduto il suo pettine. A causa di ciò, non può pettinarsi la pelliccia, e nel mondo non nasceranno più animali.’

"’E con questo?’

"’Se avremo un figlio, morirà di fame.’

"’E con questo? La cosa non mi riguarda. Fintantoché potrò accoppiarmi, sarò soddisfatto. Chi se ne frega del risultato di quello che facciamo insieme?’

"’A me importa. E in ogni caso, se questa situazione continuerà, moriremo tutti. Perché, come potremo vivere senza i cornacurve, gli uccelli nel cielo e i pesci nei fiumi?’

’"Se tu vuoi morire, accomodati. Io non mi preoccupo. Intendo continuare a vivere, qualunque cosa accada al resto del mondo.’ L’Imbroglione si rigirò e si mise a dormire.

"La Cordaia lo guardò. La sua pelliccia riluceva come rame e c’era come un alone attorno al suo corpo. Si rese conto che quello non era un uomo comune. Era uno spirito. Uno spirito malvagio. L’Imbroglione.

"Allora prese la corda e lo legò. Poi attese. Lui si svegliò e cercò di stirarsi, ma non ci riuscì. ’Che cos’è questa storia?’ gridò.

"’Sei in trappola’ gli disse la Cordaia. ’E non ti lascerò andare finché non mi darai il pettine d’avorio.’

"L’Imbroglione digrignò i denti, si dimenò e si rotolò. Un tallone colpì il terreno e fece un buco; dal quale scaturì acqua che creò un lago. Il lago c’è ancora. È vasto, poco profondo, pieno di sassi e canneti. È chiamato il Lago dell’Imbroglione o il Lago degli Insetti e delle Pietre.

"La corda non si spezzò. L’Imbroglione continuò a divincolarsi. Si allontanò rotolando dalla Cordaia. Batté sul terreno con le mani legate. Fece un altro buco, più profondo del primo. Da questo sgorgò fango caldo che ribollì attorno all’Imbroglione. Lui bolliva come un uccello in una pentola. Ma la sua magia era potente e non si fece alcun male. La corda, tuttavia, non poteva resistere al calore e all’umidità. Incominciò ad allungarsi. Con uno strattone, l’Imbroglione si liberò e balzò in piedi. Gridò:

"Io sono l’Imbroglione, o stupida donna! Non posso essere trattenuto. Non ho nessun obbligo.

"Io sono l’Imbroglione, o stupida donna! Nessuno può trattenermi. Nessuno può fermarmi."

"Dopo di che si allontanò di corsa attraverso la pianura. Andò a nord, tornando nel suo nascondiglio. La Cordaia l’osservò allontanarsi. Si morse il labbro e serrò i pugni. ’È un grande spirito, e può darsi che sia un mio parente. Ma non gli permetterò di fuggire così.’

"Montò in sella al suo cornacurve e si diresse verso nord. Viaggiò a lungo ed ebbe parecchie avventure. Ma non ho il tempo di raccontartele.

"Finalmente arrivò nel luogo in cui viveva la vecchia. Era piena estate. La pianura era gialla, i fiumi poco profondi. La Cordaia smontò di sella e legò il suo animale. Poi si arrampicò su nel cielo.

"’Nonna’ chiamò. ’Vuoi lasciarmi entrare? Ho fatto un lungo viaggio per vederti.’

"’Entra’ rispose la vecchia. ’Ma non posso aiutarti. Ho perso il mio pettine. Non ho nulla da dare.’

"La Cordaia entrò nella tenda. La vecchia era lì, seduta al centro del pavimento. Era nuda e si grattava il ventre con entrambe le mani. ’Sto impazzendo’ disse. ’La mia pelliccia è piena di animali e non posso tirarli fuori. Me li sento strisciare fra le pieghe del ventre. Me li sento sotto le ascelle. Me li sento sulla schiena. Nipote, ti prego. Sii gentile con me! Grattami in mezzo alle scapole.’

"La Cordaia le grattò la schiena. La vecchia continuava a lamentarsi. ’Me li sento perfino nella vagina, sebbene non abbia pelliccia là dentro. Ogni tanto si muovono e mi fanno il solletico. Oh! È una cosa terribile!’

"La Cordaia aggrottò la fronte. Si ricordò dell’odore che aveva sentito addosso all’Imbroglione e all’improvviso capì qual era il suo nascondiglio. ’Ma come riuscirò a farlo uscire?’ si chiese. ’E come farò a catturarlo e a tenerlo prigioniero una volta che sarà uscito?’

"Decise di mettersi a dormire. Si coricò e chiuse gli occhi. La vecchia era seduta accanto a lei e si grattava. Ben presto la Cordaia incominciò a sognare. Nel sogno le apparvero tre spiriti. Una era una donna di mezza età con un ventre enorme e seni imponenti. Indossava una lunga veste ricoperta di ricami.

"Il secondo spirito era un uomo. La sua pelliccia era verdeazzurra e aveva ali al posto delle braccia. Portava un gonnellino dello stesso colore della pelliccia. La fibbia della sua cintura era rotonda e fatta in oro. Scintillava in modo splendido.

"Il terzo spirito era una giovane donna. Era grande e muscolosa. Teneva in mano un martello e indossava un gonnellino di cuoio. I suoi occhi erano di un rosso arancione.

"La Cordaia li riconobbe. La prima era la Madre delle Madri. Il secondo era lo Spirito del Cielo. E la terza era la Signora della Fucina, che vive in Hani Akhar, il grande vulcano.

"’O, santi’ esclamò la Cordaia. ’Aiutatemi! So dove si nasconde l’Imbroglione. Ma mi serve un modo per farlo uscire dal suo nascondiglio. E quando sarà uscito, cercherà di fuggire. Mi serve un modo per catturarlo.’

"Lo Spirito del Cielo parlò per primo. ’Resterò di guardia. Se cercherà di fuggire, vedrò dove andrà. Non riuscirà a trovare un nuovo nascondiglio.’

"La Signora della Fucina parlò per seconda. ’Fabbricherò una corda di ferro, forgiata con la magia, in modo che non si spezzi mai. Si allaccerà da sola e potrà muoversi. L’Imbroglione non riuscirà a liberarsene.’

"La Madre delle Madri parlò per ultima. ’So come far uscire l’Imbroglione dal suo nascondiglio.’ Si protese in avanti e bisbigliò qualcosa all’orecchio della Cordaia.

"Al mattino la Cordaia si svegliò. Accanto a lei c’era una corda attorcigliata. Era di un color grigio spento e aveva una particolare struttura simile alle squame di una lucertola. La Cordaia l’osservò con attenzione. Era fatta di minuscole maglie fissate fra loro.

"’Buongiorno, nonna’ disse alla Vecchia del Nord. ’Mi è venuta un’idea. Hai detto che sentivi prurito nella vagina, sebbene non ci sia pelliccia là dentro.’

"La vecchia fece il gesto dell’assenso.

"’Non credo che tu abbia un animale lì dentro. Credo che tu abbia bisogno di un po’ di sesso.’

"’Sei pazza!’ esclamò la vecchia. ’È il periodo sbagliato dell’anno. E comunque sono troppo vecchia per provare la smania.’

"’Ricordati’ disse la Cordaia. ’Una donna non invecchia facilmente. La smania non svanisce di colpo. Spesso una donna diventa irritabile e instabile. Il suo comportamento cambia da un giorno all’altro. Prova la smania nel periodo sbagliato. Nel periodo giusto, in primavera, non prova assolutamente niente. Non riesce a capire che cosa stia succedendo, non più di una ragazzina quando diventa donna. Credo che sia quello che sta accadendo a te.’

"’No!’ protestò la vecchia.

"’In ogni caso, prova con il sesso. Andrò in cerca di un giovanotto per te. Se ho ragione, e ciò che provi è la smania… un po’ tardi, lo ammetto… allora il giovane reagirà a te. E forse dopo ti sentirai meglio.’

"La Cordaia si alzò e uscì dalla tenda, portando con sé la corda di ferro.

"L’Imbroglione sentì tutto questo e incominciò a sentirsi a disagio. ’Se quella pazza riuscirà a trovare un uomo disposto ad accoppiarsi con questa vecchia gallina… be’, la mia posizione non sarà comoda. È probabile che mi prenda delle terribili percosse. È meglio che me ne vada fuori di qui.’

"Attese che calasse la sera e che la vecchia stesse russando, poi sgattaiolò fuori. Aveva in mano il pettine. Si diresse furtivamente verso la porta e uscì. La Cordaia lo aspettava lì fuori. La Grande Luna era alta nel cielo e illuminava il cielo e la pianura. Illuminava l’uomo mentre usciva dalla porta.

"’Eccoti, spirito malvagio!’ esclamò la donna. Gettò la corda di ferro.

"Questa si attorcigliò a mezz’aria e si avviluppò attorno all’uomo, che inciampò e cadde. Il pettine gli volò via dalla mano. La Cordaia lo afferrò. Quanto all’Imbroglione, cadde giù dal cielo e atterrò sulla pianura. Rotolò avanti e indietro. Gridò. Si divincolò. Ma la corda non si ruppe. Dopo un po’ rinunciò e restò disteso lì, immobile, respirando con difficoltà.

"Tre spiriti comparvero attorno a lui. L’Imbroglione alzò lo sguardo su di loro. ’Immagino che siate voi i responsabili di questo.’

"’Sì’ rispose la madre delle Madri. ’Questa è la fine di tutti i tuoi malvagi inganni. Ti porteremo lontano da qui e ti lasceremo cadere nell’oceano. Non causerai più altri guai.’

"’Non esserne tanto sicura’ ribatté l’Imbroglione.

"Lo raccolsero e lo trasportarono per aria. Arrivati in mezzo all’oceano, lo lasciarono andare. Cadde con un tonfo nell’accqua e affondò sempre più. Finalmente toccò il fondo. Aiya! Era buio e faceva freddo! I pesci del fondo del mare gli mordicchiavano i piedi. Si divincolò e cercò di gridare, ma inghiottì acqua. Tuttavia non poteva affogare. La sua vita era eterna. Restò laggiù per più anni di quanti possiamo contarne e diede la sua natura all’oceano, che divenne mutevole e imprevedibile, e infido. Alla fine si liberò. Ma questa è un’altra storia.

"Quanto alla Cordaia, tornò dentro la tenda. Svegliò la vecchia e le restituì il pettine.

"’Oh! È una cosa meravigliosa!’ esclamò la vecchia, e incominciò a pettinarsi la pelliccia. Ne uscirono animali, a centinaia. Ruzzolarono giù dal cielo e riempirono il mondo. Tutte le persone si rallegrarono."

Inahooli smise di parlare. Io distesi le gambe e mi alzai. Ormai era mezzogiorno. Eravamo inondati dalla luce del sole e l’aria era calda e stagnante. Sudavo.

— Ebbene — fece Inahooli. — Sei colpita? Credi che la mia antenata sia stata grande?

— Sì. — Mi voltai a guardare la torre. Un dio burlone come Anansi il Ragno, il Coyote e Fratel Coniglietto. C’erano altre singolari analogie. La Vecchia del Nord mi ricordava un personaggio della mitologia Inuit. Esisteva forse una sorta di archetipo universale? Avremmo trovato gli stessi personaggi su un pianeta dopo l’altro? Immaginavo un inconscio collettivo che si estendesse attraverso la galassia, o forse al di sotto. Che idea! Ma stavo correndo troppo. Non avevo i dati. Mi stiracchiai. — Devo andare.

— No! Non andartene! Ho altre storie.

Feci il gesto del cortese rifiuto, seguito dal gesto dell’estremo rincrescimento. — Nia mi sta aspettando.

Lei si alzò, aggrottando la fronte. — C’è qualcosa in quel nome… — Sgranò gli occhi. — Ora ricordo! Nia la lavoratrice del ferro. La donna che amava un uomo. — Usò il termine che significava affetto familiare, l’amore fra sorelle o fra una madre e le proprie figlie. — Ci hanno parlato di lei, le donne del Popolo del Ferro. Hanno detto che l’uomo è morto. Ma lei viveva ancora da sola sulla pianura. Una donna grande e grossa con l’aria della malasorte. Ci hanno messe in guardia contro di lei. Hanno detto: "Se arriva nel vostro villaggio, lasciatela restare solo per il tempo minimo richiesto dalle convenienze, poi invitatela ad andarsene. Se la lasciate restare, farà inacidire il latte nelle vostre brocche. Farà spegnere i vostri fuochi".

— Nia non fa niente di male — replicai. Parlai con voce sommessa e tranquilla. Una voce sicura. La voce del buonsenso.

Inahooli taceva, la faccia sempre corrucciata, e si vedeva che stava riflettendo. — Non ha abbandonato il suo vecchio comportamento. Quando ha parlato della vostra amica, non ha usato una desinenza della tua lingua. Tu hai pronunciato diversamente il nome. Ho sentito. Al momento non l’ho capito. Ha dato al nome una desinenza della sua lingua o del linguaggio dei doni. In entrambi i casi è una desinenza maschile. Questa vostra amica è in realtà un uomo.

Aprii la bocca per protestare, ma che cosa potevo dire? Non mi andava di mentire, e non pensavo che Inahooli avrebbe creduto a qualunque menzogna avessi raccontato. — È meglio che me ne vada.

Lei mi fissò, strizzando gli occhi. — Che cosa sei? Perché viaggi con una donna del genere? E con un uomo?

— Te l’ho detto, sono una persona comune. Fra la mia gente, in ogni caso.

Inahooli fece il gesto del dissenso, muovendo con enfasi la mano. — Ho incontrato il Popolo del Ferro é il Popolo del Rame e il Popolo della Pelliccia e dello Stagno. Nessuno è veramente diverso. Non sulle cose che sono importanti. Credo che tu sia un demonio.

Come si può ragionare con una fanatica religiosa? Riflettei un momento. — Ricordati di ciò che hai detto prima che io venissi qui. La torre è magica. Se sono un demonio, perché non mi ha fatto del male?

Si voltò, fissando l’ingraticciata. In cima, un paio di stendardi si muovevano debolmente. Un paio di penne ondeggiavano. Doveva essersi alzato un po’ di vento, sebbene non riuscissi a sentirlo.

Inahooli fece il gesto dell’assenso. — L’ho detto.

— E io sto bene.

Ci fu una pausa. Poi Inahooli parlò, lentamente all’inizio. Era evidente che stava riflettendo ad alta voce. — Hai ragione. La torre avrebbe dovuto nuocerti. Ma così non è stato. — Tornò a girarsi verso di me. — Hai sconfitto la nostra magia. La torre è un qualcosa.

Non conoscevo quella parola, ma ne immaginai il significato. La torre era stata contaminata, dissacrata. Aveva perso il suo potere.

— Io ti ho condotta qui — disse Inahooli. — Sono la guardiana e questo rovinerà la mia reputazione. — Estrasse il coltello.

— Ascoltami — dissi.

Lei mi afferrò per il braccio e alzò il coltello. Mi divincolai e tirai calci, colpendola all’inguine. Era un bel calcio, forte. Inahooli barcollò all’indietro e ne approfittai per fuggire.

Riuscii a raggiungere la canoa, ma la donna mi seguiva dappresso. Non c’era il tempo di mettere in acqua quella dannata cosa. Afferrai una pagaia e mi girai ad affrontarla. — Non possiamo parlare?

— No! — Mi si lanciò contro. La colpii alla spalla con la pagaia. Lei gridò e lasciò cadere il coltello.

— Ascoltami! Non intendo fare del male!

Inahooli afferrò il coltello con l’altra mano. — Come possiamo servirci della torre? Le maschere sono rovinate. La magia è sparita.

Si chinò di colpo verso sinistra. La mia sinistra. Mi voltai e sollevai la pagaia. Il coltello balenò. Sferrai un colpo. Inahooli balzò indietro.

— Ti ho presa, demonio! — esclamò.

— Che cosa?

— Non vedi il sangue sul terreno?

Abbassai per un attimo lo sguardo e vidi soltanto la spiaggia sassosa. Non c’era sangue. Con la coda dell’occhio scorsi un movimento. Inahooli. Veniva verso di me, il coltello nuovamente sollevato. Agitai su e giù la pagaia e la colpii al ventre. Lei grugnì e si piegò in due. Abbattei con forza la pagaia sul dietro della testa.

Inahooli cadde. Raccolsi il coltello e lo scagliai fra i canneti, poi mi voltai a guardarla. Giaceva a faccia in giù, immobile.

M’inginochiai e le tastai la gola, poi le passai la mano sulla parte posteriore del capo. Le pulsazioni erano forti e regolari. La testa era solida come una roccia. Bene! Ma non avevo alcuna intenzione di restare nei paraggi ad assisterla. Molto probabilmente avrebbe tentato di nuovo di uccidermi. Spinsi in acqua la canoa, vi saltai dentro e mi allontanai pagaiando dall’isola. Che cosa non facevo per conoscere la mitologia!

Quando fui ben oltre i canneti, mi accorsi che qualcosa non andava nel mio braccio sinistro. Tirai dentro la pagaia e diedi un’occhiata. C’era un taglio nella mia camicia, dal gomito al polso. Il sangue gocciolava sul legno scuro della canoa e sui miei jeans. — Maledizione. — Mi tolsi la camicia e contorsi il braccio, cercando di vedere il taglio. Provai una fitta di dolore alla spalla. Strano. Mi ero dimenticata di quanto fosse rigida la spalla. Il taglio era lungo e poco profondo. Un graffio. Niente di cui preoccuparsi. Ma sanguinava ben bene, il che avrebbe dovuto ridurre il rischio di un’infezione. Non che un’infezione fosse probabile, a meno che non fosse provocata da qualcosa che avevo portato con me. Mi arrotolai la camicia attorno al braccio e legai insieme le maniche. Poi mi rimisi a pagaiare.

Soffiava un po’ di vento, leggero e irregolare. Le onde spruzzavano la canoa. Il braccio incominciò a farmi male, e anche la spalla. Mi concentrai sulla respirazione: dentro e fuori, tenendo il tempo con il movimento delle braccia mentre sollevavo la pagaia, la portavo in avanti, la immergevo nell’acqua e la tiravo indietro.

Davanti a me c’era la riva. Dove potevo approdare? Mi riparai gli occhi con la mano. Scorsi una figura sulla riva oltre i canneti. No. Due figure. Mi facevano cenni con le mani. Girai la canoa e pagaiai verso di loro. Un istante dopo erano spariti alla vista. Le canne si piegavano sopra di me, le teste pelose che ondeggiavano, e non avevo spazio per manovrare. Immersi la pagaia nell’acqua, toccai il fondo e spinsi. La canoa avanzò fra la vegetazione e arrivò in un punto dove l’acqua era limpida. Nia e Derek mi vennero incontro sguazzando e mi tirarono a riva.

— Dov’è Inahooli? — s’informò Nia.

Mi alzai. La canoa si mosse sotto di me. Derek mi afferrò per il braccio.

— No!

Mi lasciò andare. — Che cosa c’è? — Stese la mano. Il palmo era rosso.

— Sangue. — Misi piede sulla terra asciutta, mi sedetti e svenni.

Quando ripresi i sensi ero distesa sulla schiena e guardavo in su verso il fogliame, le foglie lunghe e sottili dell’erba enorme. Brillavano, i bordi illuminati dalla luce del sole.

Derek disse: — Riesci a capirmi?

— Sì. Certo. — Girai la testa. Lui stava seduto per terra a gambe incrociate. La parte superiore del suo corpo era nuda e vidi il braccialetto sul suo braccio. L’alta fascia d’oro. L’immagine continuava a sfocarsi e a tornare a fuoco.

— Che cosa è successo?

— Quella donna. Inahooli.

— Nia me ne ha parlato. Che cosa ha fatto?

— Era convinta che fossi un demonio. Che portassi sfortuna al suo… — esitai, cercando di pensare alla parola giusta — manufatto. Quello a cui stava di guardia. Mi ha inseguita con un coltello. L’ho colpita. Derek, è viva. E se verrà a cercarmi?

Lui abbozzò un breve sorriso. — Di questo mi occuperò io. Tu riposa.

— Okay. — Chiusi gli occhi, poi li riaprii. — I cornacurve.

— Ne ho trovato uno. La Voce della Cascata è riuscito a tenersi in sella. Come non so. L’ha lasciato correre finché non si è sfiancato. Non aveva altra scelta, mi ha detto. Alla fine l’animale si è dovuto fermare. Lui l’ha calmato e l’ha lasciato riposare, poi è tornato indietro. L’ho incontrato al tramonto. Ci siamo accampati sulla pianura. E al mattino… — Fece un gesto che non riconobbi.

— Che cos’era quello?

— Che cosa?

— Il gesto. Il cenno della mano.

Lui sorrise. — È un gesto umano, Lixia. Significa, all’incirca, "lasciamo perdere" o "perché agitarsi" o "puoi immaginare il resto".

— Oh.

— Siamo arrivati qui a metà mattina, dopo che te n’eri andata.

— Oh. — Chiusi gli occhi, poi mi ricordai di un’altra cosa. — Le radio.

Derek rise. — Sono sull’altro cornacurve. Quello che non ho trovato.

— Merda.

— Aha. Ho ritenuto giusto assicurarmi che la Voce della Cascata facesse ritorno al lago. Domani Nia partirà con l’animale che abbiamo. Cavalca meglio di me, e questo è il suo pianeta. Con un po’ di fortuna troverà le radio. E io mi assicurerò che… come si chiama?… la donna che ti ha fatto quel taglio.

— Inahooli.

— Mi assicurerò che non provochi altri guai.

— Che cosa significa?

Lui sorrise. — Niente di drammatico. Resterò qui e terrò gli occhi ben aperti. Adesso, dormi.

Derek se ne andò. Ero preoccupata. E se Nia non fosse riuscita a trovare l’altro animale? Saremmo stati soli per la prima volta. Veramente soli su un pianeta alieno. Probabilmente sarebbero passati giorni prima che quelli sulla nave si rendessero conto che qualcosa era andato storto. Che cosa avrebbero fatto allora? Come ci avrebbero trovati? Cercai di pensare a qualche tipo di segnale. Un fuoco enorme. Sarebbe stata la cosa migliore. Ma saremmo riusciti ad accenderne uno che fosse abbastanza grosso? E avrebbero capito che eravamo stati noi a farlo?

Mi appisolai e feci dei brutti sogni. Inahooli mi dava la caccia. Correvo giù per un lungo corridoio fra pareti di ceramica. D’un tratto il corridoio spariva. Mi trovavo sulla pianura. Mi giravo e vedevo un muro di fiamma che avanzava verso di me. Un incendio della prateria! Correvo. Ma era così difficile. L’erba era alta e fitta. Continuavo a inciampare. Il fuoco si avvicinava sempre più.

Caddi, ruzzolai e aprii gli occhi. Sopra di me si ammassava del fumo. Mi drizzai a sedere, terrorizzata.

Oh, sì. Il fuoco di bivacco. Ardeva a tre metri di distanza e attorno erano seduti i miei compagni. Più in là c’erano il lago e il sole basso sull’orizzonte. Era pomeriggio inoltrato. Mi faceva male il braccio, la testa mi doleva e avevo la gola secca. — C’è qualcosa da bere?

Mi guardarono.

— Stai bene? — mi chiese Nia.

— Ho sete.

Nia mi portò una sfera verde con un foro sulla sommità: qualcosa di simile a una zucca o forse a una noce di cocco. Dove l’aveva trovata? La presi e bevvi. Il liquido all’interno era fresco e aveva un gusto asprigno. Simile a che cosa? Agli agrumi? Non del tutto. Bevvi ancora.

— Adesso riesci a parlare? — s’informò Derek. — A che cosa stava di guardia quella donna? E perché ha deciso che fossi un demonio?

Guardai Nia, accosciata accanto a me. — Avevi ragione. La tua gente ha parlato di te. Inahooli se ne è ricordata. Nia la lavoratrice del ferro. La donna che amava un uomo.

Nia si accigliò. — A volte penso che la mia gente parli troppo. Non hanno niente di meglio da fare?

— E ha capito che Derek era un uomo.

— Perché ho usato la desinenza maschile del suo nome.

— Sì.

Si alzò in piedi e serrò i pugni, poi si batté la coscia. — Sono proprio come la mia gente. La mia lingua va su e giù come uno stendardo al vento, e non rifletto. — Aprì la mano e fece il gesto che significava "così sia".

— Uno di noi dovrebbe stare sveglio questa notte e fare la guardia. Quella donna è probabilmente un po’ pazza. E stata sola troppo a lungo, ed è stata troppo vicina a qualcosa che è sacro. Può darsi che venga a cercare Li-sa.

Derek fece il gesto dell’approvazione.

— L’ho colpita abbastanza duramente — dissi. — Per quel che ne so, è ancora… — esitai e cercai di pensare alla parola giusta nel linguaggio dei doni — addormentata. O forse morta.

Derek guardò in direzione dell’acqua. — Forse. Non ho intenzione di andare a controllare. L’isola è sacra. Ci ha fatto capire molto chiaramente che non vuole che ci andiamo. Di norma, non interferisco con il karma di altre persone. Ha scelto lei di invitarti sull’isola, e ha scelto di cercare di ucciderti. Se queste scelte si concludono con la sua morte, bene. — Fece una pausa, poi usò lo stesso gesto che aveva usato Nia circa un minuto prima. "Così vanno le cose" diceva il gesto.

L’oracolo si protese in avanti. — Non so che cosa tu abbia fatto in passato, Nia, e non so perché la tua gente racconti delle storie su di te. Ma non sei tu la responsabile di questa situazione.

— Perché no?

L’oracolo puntò il dito contro Deek. — Lui è andato nella valle dei demoni. Ha preso il braccialetto. Adesso i demoni sono adirati. Ci stanno causando tutti questi guai, il shuwahara e la donna furiosa.

Shuwahara? Era il nome dell’animale che aveva terrorizzato i nostri cornacurve?

L’oracolo si alzò in piedi e allungò la mano. — Dammi il braccialetto.

Derek si accigliò.

— Fallo — gli dissi in inglese. — Abbiamo già abbastanza problemi.

Derek si tolse il braccialetto. L’oracolo lo prese e se lo infilò sul braccio.

— Che cosa hai intenzione di farne? — domandai.

— Lo spirito me lo suggerirà. — L’oracolo si tolse la tunica e restò nudo, fatta eccezione per il braccialetto e la collana. Il suo pelame scuro brillava. I gioielli luccicavano. Preso nel complesso, era solenne. Gettò a terra la tunica. — Me ne andrò per mio conto. Danzerò e canterò finché non sarò in uno stato di esaltazione. Allora, forse, lo spirito verrà da me. — Si allontanò in direzione del lago.

— Credi che lo riavrò indietro? — chiese Derek.

— No.

— Dannazione. — Rise e scrollò le spalle. — Oh, be’.

Nia preparò la cena: pesce fresco, svuotato e farcito di erbe, poi avvolto in foglie e arrostito nella brace. Era delizioso, ma ero troppo stanca per aver fame. Mangiai metà di un pesce e mi sdraiai. Il sole era tramontato e si stavano ammassando delle nuvole. Erano alte e indistinte, dorate dall’ultima luce del giorno. I miei compagni chiacchieravano sommessamente. Gli uccelli facevano piccoli versi serali. Chiusi gli occhi.

Quando mi svegliai, il sole era nuovamente alto. Chi aveva fatto la guardia all’accampamento? Derek se n’era ricordato? Mi alzai in piedi con un gemito. Un corpo, scuro e peloso, era sdraiato scompostamente accanto al fuoco. L’oracolo. Dormiva. Non c’erano tracce di Nia o di Derek o del cornacurve. Feci qualche passo per il boschetto. L’animale era certamente sparito. Nia doveva essersi messa in viaggio non appena c’era stata un po’ di luce. Guardai in direzione della pianura, riparandomi gli occhi dalla luce del sole. Nulla. Tornai indietro attraverso il boschetto. L’oracolo si era rigirato sulla schiena e si teneva un braccio sulla faccia. Russava.

Scesi al lago. Gli uccelli sbattevano le ali fra le canne. Sulla riva c’erano due canoe. Mi fermai, terrorizzata. Non ero in condizioni di battermi con Inahooli. Aveva fatto qualcosa a Derek? Mi serviva un’arma. La pagaia mi era già servita in precedenza. Mi diressi verso le canoe.

In una c’era Inahooli, distesa di schiena. Era nuda. Aveva i piedi legati con una striscia di stoffa gialla ed era imbavagliata con un’altra pezza di tessuto giallo. Aveva le mani dietro la schiena. Non riuscivo a vedere come fossero legate. Lei mi lanciò un’occhiata astiosa.

Io risi, sollevata. Non l’avevo uccisa. — Devi aver incontrato Derek.

Lei grugnì.

— Non credo proprio che ti toglierò il bavaglio. Mi piacerebbe sapere dov’è Derek, ma non credo che me lo diresti, neppure se lo sapessi.

Inahooli emetteva brontolii e si dimenava. C’era qualche possibilità che si liberasse? Naturalmente no. Era stato Derek a legarla. Mi chiesi se avrebbe mai fatto un grave errore.

— Devo andare. Tornerò più tardi.

Inahooli grugnì una seconda volta.

Trovai Derek un po’ più lontano lungo la riva, su una spiaggia di ghiaia nera. C’era un varco fra le canne. Un canale, ampio due o tre metri, sboccava nel lago. Un uccello galleggiava nel canale. Aveva un aspetto assolutamente comune.

— Ha dei denti — disse Derek.

I suoi lunghi capelli erano bagnati e c’erano chiazze di umidità sulla sua camicia. Si infilò la camicia nei jeans, poi mi rivolse un ampio sorriso.

— Una nuotata mattutina? — chiesi.

— Uhu. — Si allacciò una delle maniche. Scorsi un luccichio un istante prima che chiudesse il tessuto. Aveva qualcosa di metallico sul braccio.

— Ho trovato Inahooli. Che cosa è successo?

— Nia si era addormentata e io mi sono allontanato per osservare l’oracolo. Ho pensato: mai perdersi un rituale. Ha fatto esattamente quello che aveva detto. Ha danzato e cantato e agitato qua e là un ramo, il tutto sotto una luna all’ultimo quarto e chiaramente in eruzione. Si può vedere il pennacchio oltre il bordo. Incomincia alla luce del sole e poi curva oltre la parte della luna che è ancora in ombra. Un diavolo di spettacolo.

"Non sono riuscito a capire che cosa diceva. Non usava il linguaggio dei doni. Ma ho tutto qui sul mio registratore."

— Che ne ha fatto del braccialetto?

— Gettato nel lago. È stata la fine della cerimonia. Poi è tornato all’accampamento. Io ho gironzolato qua e là e ho tenuto gli occhi aperti. Imaginavo che si sarebbe stancato dopo tutto quel saltellare. Tu eri ferita e Nia doveva alzarsi di buon’ora. Non restavo che io per fare la guardia, e volevo continuare a guardare la luna. — Chiuse il davanti della camicia.

"La donna è arrivata due ore dopo. No. Più di tre. La luna era ancora alta nel cielo. È arrivata con la seconda canoa. Immagino che sia ovvio. Non l’ho vista sbarcare, né l’ho sentita. È una signora molto silenziosa. Ma ha svegliato un uccello mentre si avvicinava attraverso il canneto, e quello ha fischiato.

"Ho atteso nell’oscurità. Il fuoco, il nostro fuoco, ardeva, e lei si è incamminata in quella direzione. Sapevo che l’avrebbe fatto. Quando è arrivata nel boschetto, le sono balzato addosso." Sorrise. "È forte oltre che silenziosa. Ma avevo il vantaggio della sorpresa. Quando ha perso conoscenza, l’ho trascinata di nuovo fino alla canoa e l’ho legata lì dentro. Non avevo una corda, così ho tagliato la sua tunica e ho usato quella. Sono affamato. Torniamo all’accampamento."

Ci incamminammo lungo la riva. Derek proseguì: — Nia è partita all’alba. Non le ho parlato di… come si chiama. Era un’altra cosa di cui preoccuparsi e lei sembrava già abbastanza di malumore. Parlo di Nia. Immagino che non sia una persona mattiniera.

— Che cosa intendi fare di Inahooli?

— Trattenerla finché non torna Nia, poi lasciarla andare, ma solo quando saremo pronti a partire. Non ci seguirà. Ha la sua torre a cui fare la guardia.

— Mi domando se non la stiamo facendo uscire di senno.

— Che cosa? — Si fermò e mi fissò.

— Mi ha colpito come una persona vulnerabile, sebbene sia difficile giudicare un individuo di un’altra cultura. Forse sono tutti così: vanagloriosi e sulla difensiva. In ogni caso, il suo rispetto di sé è totalmente collegato con la torre e con la sua posizione di guardiana. Adesso ha fallito. Sono quasi certa che sia convinta che la torre è rovinata e non credo che possa venire a patti col fallimento. Non credo che abbia… ehm… elasticità mentale.

Derek fece il gesto del dubbio. — Credo che tu sottovaluti quella donna. La sua tecnologia è primitiva; ciò che chiamiamo primitivo, in ogni caso. Ma non penso che sia semplice. So che Nia non lo è. E l’oracolo è così dannatamente complicato che non so dove mi trovo con lui. Con ogni probabilità questa signora… ho dimenticato di nuovo il suo nome.

— Inahooli.

— Molto probabilmente farebbe ciò che farei anch’io al suo posto.

— E cioè? — Mi rimisi a camminare.

Derek procedette di pari passo con me. — Mentirei. Farei finta che non fosse successo nulla. All’arrivo della mia gente, direi: "È tutto a posto".

Corrugai la fronte. Derek mi lanciò un’occhiata, poi continuò: — Ogni società ha dei modelli di comportamento appropriato, e in ogni società ci sono individui che non riescono a conformarsi a quei modelli. Subentrano la realtà e l’umana fragilità. Ebbene, non si possono abbandonare i modelli, e non è neppure possibile che ognuno nella società se ne vada in giro a gridare "Mea culpa". Così si inventa l’ipocrisia. È presente in ogni società che ho studiato. Sono certo che esiste anche su questo pianeta.

— Può darsi.

Ci allontanammo dalla riva e ci dirigemmo verso il boschetto.

— Pensa alla mia gente — disse Derek. — Per loro due qualità sono importanti. La mitezza e l’onestà. Ebbene, che cosa fai quando l’onestà crea una situazione spiacevole?

Fece una pausa. Io non dissi niente. — Per prima cosa, cerchi di eludere il problema. Mangi un po’ di peyote. Ti concentri su disegni cosmici. È questo che è importante, dopo tutta… tutta quell’energia che si riversa giù dalle stelle e sale dal suolo.


"Il mondo è impregnato della grandezza di Dio.

Avvampa, come lo splendore da una lamina scossa;

Raggiunge una grandezza, come uno stillare di olio

Schiacciato…"


"E così via. Se non si può evitare il problema, se si è bloccati nel momento e nel luogo presenti, allora si mente. Il che è disonesto e ipocrita, ma naturale e umano, e permette di mantenere la mitezza in ogni cosa."

Arrivammo all’accampamento. L’oracolo si era alzato e stava riaccendendo il fuoco. Ci rivolse un’occhiata. — Nia se n’è andata?

— Sì — rispose Derek. — Ed è arrivata quella donna. Inahooli. È giù vicino all’acqua. L’ho legata.

— La nostra fortuna sta cambiando. Nia troverà il cornacurve e tutto andrà nel modo dovuto. Lo spirito me l’ha promesso.

Derek fece il gesto che significava che aveva sentito quanto era stato detto, ma si riservava il giudizio.

Nella tarda mattinata scendemmo alla canoa, tutti e tre. Inahooli era nella stessa posizione di prima. Aveva la testa girata e gli occhi chiusi contro il bagliore del sole.

La osservai per un momento. — Così non può funzionare — dissi in inglese. — Nia potrebbe assentarsi per giorni. Non possiamo tenere la donna in quello stato.

Inahooli aprì gli occhi, guardandoci con sospetto e aggrottando la fronte.

— È scomodo. È umiliante. Ed è antidemocratio. Che diritto abbiamo di privarla della libertà?

— Abbiamo il diritto di proteggere noi stessi — ribatté Derek.

— Be’, può darsi. In ogni caso, non è praticabile. Come farà a mangiare? O andare al bagno? Non possiamo lasciarla lì distesa nei propri escrementi come il personaggio di un romanzo sulla società di una volta.

L’oracolo si chinò su Inahooli e le slacciò il bavaglio.

— Demonio — lo apostrofò la donna.

— No. Sono un uomo santo. Un oracolo. Servo lo Spirito della Cascata, che è grande e potente e in grado di occuparsi di ogni genere di male.

Una parola interessante, questa. La tradussi come "male", un termine astratto. Nella sua lingua era un aggettivo accoppiato con un sostantivo che significava "cosa". L’aggettivo significava "cattivo", come in cattivo gusto. Significava anche "infausto" o "bizzarro".

— Tu sei un demonio — insistette la donna. — Viaggi insieme a demoni.

— Loro non sono demoni. Sono persone senza pelo.

— Uno di loro è un maschio. E tu sei un uomo.

L’oracolo fece il gesto dell’intesa.

— Tutti sanno che gli uomini sono solitari per natura, hanno un carattere irascibile e non sono disposti a spartire niente con altri uomini. Ma tu viaggi con quello. — Fece un cenno del capo in direzione di Derek. — Devi essere un demonio o un mostro.

— Pensi male — disse l’oracolo.

Di nuovo la stessa parola, quella che significava "cattivo" o "malvagio" o "strano". Questa volta la forma era avverbiale.

L’oracolo si raddrizzò. — Sei stata da sola per troppo tempo. Non è naturale per una donna starsene seduta da sola su un’isola.

— Sono la guardiana. E quella, la donna, ha danneggiato la mia torre.

— In che modo? — chiese la Voce della Cascata.

— È venuta sull’isola. Si è seduta all’ombra della torre.

— Non è vero. Era mezzogiorno. Non c’era ombra. Proprio sotto la torre, forse, ma non dove mi trovavo io.

— Sei stata sull’isola. Le persone cattive, quelle che portano sfortuna, non possono andare in un luogo sacro. Non prima di aver partecipato a una cerimonia di purificazione. Ma non c’è modo di purificare un demonio.

— Tu hai detto che se fossi stata un demonio, la torre mi avrebbe fatto del male. Ma non mi è stato fatto alcun male. Come posso essere un demonio?

La donna chiuse gli occhi per un istante, aggrottando la fronte. Poi mi guardò. — L’ho già spiegato prima. Sei un demonio. Ora lo capisco. Devi essere un demonio. Chi altri viaggerebbe in compagnia di uomini? E di una donna come Nia? La magia della torre avrebbe dovuto annientarti. O, come minimo, causarti un terribile dolore. Ma tu stai bene. Pertanto, dev’essere la torre che è stata danneggiata. E io sono la guardiana! Come potrò mai spiegarlo?

Derek disse: — Questo modo di pensare va avanti in un circolo vizioso. Se Lixia è un demonio, la torre le farà del male. La torre non le fa del male e ciò significa che lei è un demonio.

Feci il gesto del dissenso. — Non hai capito il ragionamento.

— Aiutatemi a mettermi seduta — protestò la donna. — Non posso parlare così.

L’oracolo la prese per le spalle e la tirò su in posizione seduta. Inahooli grugnì e si divincolò, muovendo di qua e di là la parte superiore del corpo. — Ho le braccia intorpidite. Non hanno più sensibilità. E come faccio a parlare senza usare le mani?

L’oracolo mi guardò.

— Liberala. Ma soltanto le mani.

— Mi serve un coltello — fece lui.

Derek gliene diede uno.

L’oracolo tagliò.

— Sono libere? — s’informò la donna. — Non riesco a muoverle.

— Sono libere.

Si protese in avanti. Le braccia caddero ai lati e le mani batterono contro i lati della canoa. — Non sento niente! Non riesco a farle funzionare!

— Le tue braccia sono addormentate — le disse Derek. Le tirò le braccia in avanti fino ad appoggiarle le mani sulle cosce, poi incominciò a massaggiarle un braccio.

— Aiya! Fa male! Pizzica!

Derek continuò a massaggiare. — Lixia?

— Sì?

— Spiegami il ragionamento. Quello che non ho capito. E tu… — guardò Inahooli — ricordati che hai i piedi legati. Non tentare niente di spiritoso.

Inahooli si accigliò. — Non è il momento di scherzare. E in ogni caso, non sono brava a scherzare. Me lo dicono tutti.

— Il problema è Nia — dissi. — Io sono un demonio perché viaggio con lei. E con te e l’oracolo.

La donna alzò un braccio. Chiuse il pugno, poi l’aprì e fece il gesto dell’approvazione. Poi incominciò a massaggiarsi l’altro braccio. Derek si alzò e fece un passo indietro.

— Se io sono un demonio, ne consegue che la torre è mia nemica. Se la magia della torre non mi nuoce, ne consegue che la mia magia deve aver danneggiato la torre. Un eccellente ragionamento — aggiunsi in inglese. — Non fa una piega.

— Tutto questo è stupido — intervenne l’oracolo. — Parlate e parlate e non risolvete niente. State facendo tutti un ragionamento sbagliato e, quel che è peggio — sollevò una mano per sottolineare le parole — state giocando con le parole. Siete come bambini con delle pietre luccicanti. Lanciate le parole. Le mettete in fila. Aiya! Che piacere! Ma che cosa significa? — Si mise a camminare intorno alla canoa, poi si voltò a fissarci. — Ascoltatemi, tutti quanti! Fra la mia gente c’è una donna chiamata la mediatrice. Quando c’è una controversia, lei va dalle donne che sono coinvolte. Fa domande. Ogni donna racconta il proprio punto di vista. Poi la mediatrice se ne va da sola. Riflette su tutto quello che ha sentito. Fa una cernita fra le storie ed elimina tutto ciò che sembra sciocco o malvagio. Quando le persone discutono, incominciano a rimuginare. Il ricordo della discussione resta nella loro mente. Diventa come cibo che è stato immagazzinato per tutto l’inverno: mezzo marcio e pieno di insetti. E non è facile distinguere quello che è buono dai rifiuti.

"Ma la mediatrice impara a rivoltare le idee. Sa come scoprire i punti deboli e i piccoli fori nei quali si sono insinuati gli insetti. Getta via tutte le idee cattive. Ciò che rimane è il vero motivo della controversia. Una volta che lo sa, può incominciare ad appianare la lite."

Fece una breve pausa. Inahooli aprì la bocca per parlare, ma lui alzò la mano, tenendola piatta e con il palmo in avanti. Il gesto significava "ferma" o "aspetta". Era identico al gesto umano.

— Qualche volta la mediatrice non riesce a trovare un buon motivo per la disputa. Allora fa altre indagini. C’è una vicina malvagia che sta raccontando bugie o riferendo storie? Le donne coinvolte nella lite hanno fatto qualcosa che porta sfortuna o può provocare collera nella terra degli spiriti o nel resto del villaggio? La mediatrice continua a cercare finché non trova un buon motivo per la controversia. Ora… — Si toccò il petto, poi raddrizzò il braccio, allargandolo su un lato. Non riconobbi quel gesto. Aveva qualcosa di formale, come i gesti usati dagli oratori di professione. Forse era un gesto riservato a particolari circostanze: feste e cerimonie religiose. — Ho riflettuto sul motivo di questa controversia. Tutto quello che avete detto è stupido. E qui non abbiamo vicini che riferiscano storie e raccontino menzogne. Pertanto, la causa di questa lite è magica.

Inahooli si accigliò. — Stai parlando troppo e mi confondi. Era tutto semplice e chiaro prima che arrivaste voi.

L’oracolo guardò Derek. — Ho pensato che forse questo stesse succedendo a causa del braccialetto. Ma l’ho restituito e ho eseguito una cerimonia di propiziazione.

Afferrai il braccio di Derek e gli tirai su la manica della camicia. Lui si liberò con uno strattone. Troppo tardi. Il polsino era aperto e l’oggetto che portava al polso ben visibile. Era il braccialetto, naturalmente. La luce del sole vi si rifletteva sopra e il metallo luccicava.

— Ti ha osservato la notte scorsa — dissi all’oracolo. — Ha visto dove hai gettato il braccialetto. Questa mattina è andato a nuotare. Derek non rinuncia mai. È per questo che ha un incarico fisso.

— Che cosa? — chiese l’oracolo.

— È difficile da spiegare.

Derek si tolse il braccialetto. — Okay. Hai vinto, Lixia. — Gettò il braccialetto all’oracolo. — Liberatene. Lixia può tenermi d’occhio per assicurarsi che non ti osservo.

— Che cos’è tutta questa storia? — s’intromise Inahooli.

La Voce della Cascata rispose. — Costui — fece un cenno della mano in direzione di Derek — ha preso il braccialetto, e non ne ha alcun diritto. Era un dono a uno spirito o a un demone, chiunque dimori nel lago di fango bollente che si trova a est di qui.

— Appartiene all’Imbroglione. — La donna fissò Derek. — Tu sei molto sventurato. Lui non dimentica. Ed è molto difficile liberarsi di lui.

— Vedi? — disse l’oracolo. — C’è sempre un buon motivo per tutto. Questo — sollevò il braccialetto — è il motivo della nostra controversia.

— Tu ci credi? — domandò Derek alla donna.

Lei aggrottò la fronte. — No. L’Imbroglione è adirato con te. Ma sono io quella colpita dalla malasorte. Non mi sembra giusto. — Chiuse gli occhi e serrò le labbra. Restammo tutti in attesa. Dopo un minuto aprì gli occhi. — Il Clan dell’Uccello Terrestre!

— Che cosa? — domandò Derek.

— La loro cerimonia viene subito dopo la nostra, e noi le mettiamo sempre in ombra. La nostra torre è sempre più alta e più bella. Le nostre danzatrici e narratrici sono più abili. So che sono invidiose, e la nuova sciamana è nata nel loro clan, sebbene ora, naturalmente, appartenga al Clan della Prima Maga. Ma una donna non dimentica ciò che ha imparato da bambina nella tenda della madre. Sì! — Fece il gesto dell’affermazione. — Ha eseguito lei qualche specie di rito magico e ha fatto accadere tutto questo. — Guardò l’oracolo. — Avevi ragione sulle vicine malvagie. Avrei dovuto pensarci prima. Non c’è niente che non vada nella torre. Lei mi ha fatto uscire di senno con la magia e mi ha fatto pensare che la torre fosse rovinata.

— E il braccialetto? — disse l’oracolo.

— Quello provocherà certamente sventura, ma non a me. No, tutto questo è opera del Clan dell’Uccello Terrestre. — Tacque, evidentemente rimuginando.

— Hai detto che l’uccello terrestre rubò il fuoco dal cielo.

Inahooli mi guardò, poi fece il gesto dell’approvazione.

— Hai visto la luna la notte scorsa? Era in fiamme. Questo potrebbe avere qualcosa a che fare con quanto sta accadendo qui? Potrebbe essere un presagio? Un segno di magia?

— No. — Esitò. — Sì. Può darsi. Non sono mai stata brava con i presagi. Deve spiegarli qualcun altro. Io non capisco mai che cosa significhino. Ora devo tornare alla torre. Se la sciamana sta cercando di farmi impazzire, devo fare di tutto per comportarmi in modo normale. Devo tornare a comportarmi nel modo consueto. Devo fare quello che si aspettano da me. — Si chinò e tirò la stoffa che le teneva legati i piedi. — Aiutatemi! Non posso restare qui. Chissà che cosa sta succedendo alla torre?

L’oracolo la liberò. Lei si sollevò sulle ginocchia, poi cercò di alzarsi su un piede, ma non ci riuscì. — Le mie caviglie non funzionano.

— Al diavolo — imprecò Derek. Afferrò la donna sotto le ascelle e la tirò in piedi. — Tieniti a me. — La sollevò oltre la canoa. — Riesci a stare in piedi?

— No.

Derek la cinse con un braccio. — Appoggiati a me. Prova a camminare.

La donna inciampò e cadde in avanti.

— Okay. Continua a muoverti.

Camminarono avanti e indietro. Io stavo a guardare e cercavo di capire che cosa fosse successo. Di che cosa avevamo parlato? Che cosa era stato risolto?

Dopo un po’ Inahooli riuscì a camminare da sola. Fece il gesto che significava che era a posto e poi il gesto che esprimeva gratitudine. — Adesso me ne vado. La torre dev’essere protetta. E se volete accettare il mio consiglio, sbarazzatevi del braccialetto. Restituitelo all’Imbroglione, altrimenti vi causerà un sacco di problemi. — Spinse in acqua una delle canoe, vi saltò dentro e incominciò a pagaiare. Nel giro di uno e due minuti era sparita, nascosta dai canneti.

— Vado a nascondere il braccialetto — disse l’oracolo. — Lixia, tu tieni d’occhio quell’uomo. Non ci si può fidare di lui. — Si allontanò.

Guardai Derek.

Lui sorrise e si strinse nelle spalle. — A quanto pare mi sto facendo una pessima reputazione.

— Uhu. E te la meriti. Ho sempre sentito dire che eri un ricercatore di prim’ordine nella raccolta diretta di dati. Be’, se questo è un esempio…

Derek incominciava ad accigliarsi, aggrottando le folte sopracciglia bionde.

— Hai ostacolato una cerimonia. Hai rubato un oggetto magico o, per lo meno, appartenente a un essere magico. Sei fuori di senno? Come hai potuto mettere a repentaglio il tuo rapporto con l’oracolo? È un eccellente informatore. Credi che persone così crescano sugli alberi?

— Non l’avrebbe mai scoperto se non fosse stato per te. Hai deciso che era venuto il momento di una grande rivelazione.

Riflettei un momento. — Questo è abbastanza vero.

— Dovrei essere in collera con te, Lixia. Ho perso un manufatto di valore e mi ci vorrà un sacco di tempo per convincere l’oracolo che, di solito, non sono un ladro. Bene… — Fece il gesto che significava "così sia". — Gli parlerò finché non l’avrò convinto. Non sono il tipo che nutre rancore. Così che ne dici di dimenticare questa faccenda?

Risi. Quell’uomo era straordinario. Dopo tutto quello che aveva fatto, era disposto a perdonare me. — Okay. Vuoi sancire la pace con una stretta di mano? — Tesi la mano. Ce la stringemmo.

— Mi sta venendo fame — disse Derek. — Che ne dici di controllare le trappole per i pesci?

Feci il gesto dell’approvazione. Entrammo nell’acqua. Le trappole erano vuote, ma qualcosa vi aveva fatto una visita perché l’esca era sparita.

— Dannazione — dissi.

Tornammo a riva, portando con noi le trappole. L’oracolo ci venne incontro lungo la spiaggia. Era a mani vuote. Si era sbarazzato del braccialetto. — Niente pesce?

— Nemmeno uno.

— Aiya! - Restò incerto e si grattò il naso. — Avremmo dovuto chiedere alla donna pazza se aveva qualcosa da darci. Be’, ho visto delle piante che sono commestibili. Le raccoglieremo.

Derek scosse il capo, poi fece il gesto che significava "no". — Andate voi due. È ora che io incominci a pensare di andare a caccia. Cercherò del legno. Forse potrò fabbricare un nuovo arco o una lancia.

Andai con l’oracolo. Cavammo radici e raccogliemmo bacche. Lui mi raccontò storie sulle diverse specie di vegetazione: come la radice sanguigna avesse preso quel colore, perché la foglia del sole si girasse sempre verso il sole e perché nessun uomo volesse mangiare alcuna parte del rampicante dell’hubaia, benché piacesse molto alle donne.

Nel pomeriggio inoltrato tornammo all’accampamento. Derek era già lì e aveva un lungo pezzo di legno. — Una lancia — disse.

Arrostimmo le radici sanguigne. Quando le mettemmo nel fuoco erano di un color arancione chiaro e quando le tirammo fuori erano già diventate rosso scuro. Erano farinose e avevano un sapore dolce. Immaginate una patata con il gusto di un peperone dolce e ben maturo. Non male, pensai. Ma ci sarebbe voluto un po’ di burro.

Derek tolse la corteccia al suo pezzo di legno e lo raschiò con un coltello, eliminando irregolarità che io non riuscivo neppure a vedere. Poi si sedette e attorcigliò la corteccia fino a ottenere una corda.

— Quell’uomo è abile — disse l’oracolo. — Anche se è privo di pelliccia, conosce le cose che un uomo deve sapere.

Derek alzò lo sguardo e sorrise, poi si rimise ad attorcigliare.

— Anche se non capisco — continuò l’oracolo — perché gli piaccia tanto mostrare i denti. Continua a farlo.

— È un’espressione di piacere o felicità — gli spiegai.

— Oh — fu il commento dell’oracolo.

Scese la notte. Il vento soffiava dal lago e ci portava insetti: una nuova varietà, minuscoli e numerosi.

Imprecai e agitai le mani.

— Ignorali — mi disse Derek.

Mi spostai più vicina al fuoco. Il fumo vorticava attorno a me, e gli insetti mi lasciarono in pace. Ma ora, naturalmente, mi lacrimavano gli occhi. Guardai l’oracolo. — Non ti danno noia?

— Sì — rispose. — Ma non c’è niente da fare. Vicino a un lago come questo ci sono sempre insetti, e questi almeno non mordono. È il meglio in cui possiamo sperare. — Aprì la bocca in uno sbadiglio enorme e vidi i suoi canini. Erano lunghi e aguzzi. Non c’era da stupirsi che queste persone non esprimessero felicità sorridendo. Quei denti avevano un aspetto minaccioso. — Dovremo stare di guardia?

— Derek? — chiesi.

— Sì. Non sono sicuro che sia stata la cosa giusta lasciar andare quella donna. Mi provoca una strana sensazione. Non mi piace la sua aura.

— Non potevamo tenerla legata per giorni — dissi. — In ogni modo, ora ha un problema reale di cui occuparsi. Le sue nemiche del Clan dell’Uccello Terrestre. — Sorrisi.

L’oracolo si coricò. Osservai Derek. Spaccò in due un’estremità del pezzo di legno e vi inserì a forza il coltello, con la lama puntata all’infuori. Poi avvolse il cordone attorno al legno spaccato e al coltello. — Primitiva ma efficace. Lo spero. — Continuò ad avvolgere e a fare nodi. Io misi altri rami sul fuoco, poi mi coricai.

Mi svegliai. Qualcosa mi morsicava una mano. Una zanzara. Diedi una manata e beccai la piccola canaglia. Nello stesso momento mi ricordai che non poteva essere assolutamente una zanzara. Guardai il fuoco. Era un mucchietto di brace che rosseggiava fiocamente, senza emettere più molto fumo. Lontano, a occidente, la Grande Luna splendeva sopra il lago. Era quasi piena. Strizzai gli occhi e mi sembrò di vedere una riga sopra il bordo superiore. Si curvava come una maniglia, salendo oltre il terminatore, poi tornando giù: dalla parte illuminata dal sole a quella in ombra. Derek aveva occhi migliori dei miei. Per me era appena visibile.

— Maledizione. — Un altro insetto mi morsicò sul collo. Mi guardai attorno in cerca di legna. Non ce n’era. Non potevo riattizzare il fuoco.

Mi coricai di nuovo e mi misi un braccio sulla faccia, cercando di proteggerla. Gli insetti mi ronzavano attorno. Non morsicavano spesso, ma il ronzio e l’attesa mi tenevano sveglia. Alla fine rinunciai. Era ora di fare una passeggiata. Forse avrei trovato una bottega aperta fino a notte fonda che vendeva insetticida o uno di quei cappelli con un velo fatto di rete per zanzariere.

M’incamminai verso i canneti. Il vento soffiava ancora. Le foglie stormivano e il boschetto era pieno di ombre in movimento. Qui e là un raggio di luna penetrava fra il fogliame e riuscivo a distinguere un ramo o un gambo di erba enorme. Ma per la maggior parte del tempo non vedevo quasi niente, a parte la luna davanti a me e il lago che scintillava di luce gialla. Una bellissima sera, se si escludevano gli insetti.

Quando arrivai a breve distanza dall’accampamento, trenta metri al massimo, due mani mi afferrarono il collo. Cercai di gridare, ma non ci riuscii. Le mani stringevano, soffocandomi. Mi ci aggrappai, ma non riuscii a spezzare la stretta. — Unh — mormorò la persona alle mie spalle. Era un suono profondo, sommesso e soddisfatto. L’individuo girò su se stesso, trascinandomi con sé, e sbatté il mio corpo contro qualcosa di duro.

Poi lasciò la presa. Un istante dopo ero a terra, a pancia in giù e con la faccia schiacciata contro qualcosa che sembrava bitorzoluto. Una radice? La base di un albero?

La persona mi rigirò sulla schiena. Rimasi immobile. Forse avrebbe pensato che ero già morta. La persona, uomo o donna che fosse, si chinò su di me. Udii un respiro pesante e sentii l’odore del suo alito.

Colluttorio, pensai.

Ancora il respiro pesante. Avevo la sensazione che l’individuo intendesse toccarmi.

Qualcuno gridò nelle vicinanze.

L’individuo si raddrizzò. Un istante dopo era sparito.

Mi faceva male la gola, e anche la spalla e il braccio. Inspirai adagio e con cura. Finora tutto bene. Sembrava che i miei polmoni funzionassero ancora. Espirai, poi mi sollevai su un gomito. Riucivo a muovermi. Il collo non era rotto.

Girai la testa e sentii una fitta di dolore. L’accampamento. Dov’era? Vidi un tenuo bagliore rossastro. Il fuoco. Mi alzai sulle ginocchia. In quello stesso istante una figura balzò di fronte alla luce, visibile per un attimo. Poi sparì.

Che cos’era?

C’era qualcosa vicino a me. Provai a toccare. Erba enorme. Un grosso fusto liscio. Doveva essere ciò che avevo colpito quando il mio aggressore mi aveva fatto roteare. Ero stata sollevata e sbattuta contro un albero, nello stesso modo in cui un umano avrebbe battuto una scarpa contro un palo per togliervi il fango essicato.

Aiya! Mi alzai a fatica in piedi, sostenendomi al fusto di erba enorme. Per un attimo mi sentii stordita. Chiusi gli occhi e cercai di respirare con regolarità, ma non profondamente.

— Mostro! — Era un grido. Inahooli. Quella pazza.

Aprii gli occhi. Accanto al fuoco c’erano due figure avvinghiate in una lotta. Erano a terra e rotolavano. Non riuscivo a distinguere chi fossero.

Provai a camminare. Ci riuscivo, sebbene mi sentissi stordita. Il fuoco dell’accampamento, e le due figure, si sfocavano e tornavano a fuoco continuamente.

Una voce urlò: — Aiutatemi!

Era l’oracolo. Era lui che lottava. Ma dov’era Derek? Arrivai ai margini dell’accampamento e mi guardai attorno. Derek era là, a tre metri di distanza. Giaceva sulla schiena, metà all’ombra, metà illuminato dalla luce della luna. I capelli erano sciolti e gli erano caduti in avanti. Lunghi, chiari e aggrovigliati, gli nascondevano gran parte della faccia. Mi chinai e glieli tirai di lato. Aveva gli occhi chiusi e c’era del sangue attorno al naso e alla bocca.

— Aiuto! — gridò di nuovo l’oracolo.

Vidi la lancia di Derek posata a terra accanto a lui. La lama splendeva debolmente nel chiarore lunare. Doveva averla lasciata cadere quando Inahooli l’aveva colpito. La raccolsi e girai attorno al fuoco, muovendomi con cautela. C’era qualcosa che non andava nel mio senso dell’equilibrio.

Inahooli era in cima. Doveva essere lei. Indossava una nuova tunica, chiara e con un sacco di ricami. L’oracolo non aveva niente del genere. Gli stava seduta sopra a cavalcioni e gli teneva le mani sulla faccia. Mi sembrò di vedere che gli ficcava i pollici negli occhi. L’oracolo urlò. Sollevai la lancia e la conficcai nella schiena di Inahooli.

Lei cacciò un urlo. C’era furore in quel suono, non dolore. Si girò per vedere chi l’avesse colpita. Lasciai andare la lancia. L’oracolo si tirò su. Inahooli ruzzolò giù dal suo corpo. Un istante dopo lui era in piedi. La donna giaceva a terra, su un fianco, e si lamentava mentre incominciava a sentire il dolore.

— Stai bene? — s’informò l’oracolo.

— No. Cerca di scoprire come sta Derek. — M’inginocchiai accanto alla donna. La lama era penetrata nella parte inferiore della schiena, sotto le costole. Chissà che cosa aveva colpito? Non ne avevo idea. Non c’era molto sangue. Dovevo cercare di estrarre la lancia? O questo avrebbe fatto aumentare l’emorragia? Le immagini si sfocarono di nuovo davanti ai miei occhi. Sollevai la testa e respirai un po’ d’aria fresca. Inahooli si muoveva nel tentativo di trovare una posizione comoda. — Resta immobile — le dissi.

— Demonio.

Le presi il polso e cercai di sentirle le pulsazioni, ma lei tirò indietro il braccio. — Lasciami in pace. — fece una smorfia. — Aiya! Che dolore! — Chiuse gli occhi e serrò le labbra.

Le presi di nuovo il polso e questa volta lei non tirò indietro il braccio. Trovai le pulsazioni, ma in che modo potevo misurarle? Non in battiti al minuto. Non avevo un mezzo per misurare il tempo, e non sapevo neppure quali fossero le pulsazioni normali fra la sua gente. Cinquanta battiti al minuto? Settanta? O cento? Avrei dovuto confrontare la frequenza dei suoi battiti con quelli di un altro nativo. — Oracolo?

— Dacci un minuto — disse Derek in inglese.

Mi guardai intorno. Derek era in piedi e si appoggiava all’oracolo con una mano. Con l’altra si massaggiò la fronte. — Ohi!

— Una commozione cerebrale? — chiesi.

— Forse. Riesco a ricordare quanto è successo. O almeno credo di riuscirsi. E questo dovrebbe escludere la commozione cerebrale. Forse faresti meglio a controllarmi la larghezza delle pupille.

— Okay.

L’oracolo intervenne: — Parlate una lingua che io possa capire.

Derek fece il gesto dell’assenso. — Stavo controllando il boschetto, facendo un giro per assicurarmi che tutto fosse a posto.

"Quando sono tornato all’accampamento, tu eri sparita, Lixia. Ho chiamato il tuo nome e non ho avuto risposta. La cosa mi ha preoccupato, un po’, non abbastanza. Pensavo che Inahooli fosse pazza. Non credevo che sarebbe riuscita a superarmi. Stavo cercando te. E ho trovato Inahooli." La sua voce aveva un tono perplesso, come se non riuscisse a capacitarsi di come una cosa del genere fosse potuta accadere al dottor Derek Guerriero del Mare. "Non l’ho vista arrivare. È comparsa dal nulla e mi ha strappato la lancia. L’ha semplicemente afferrata e tirata, e la lancia era sparita. L’ha usata come una clava. In pieno sulla mia faccia." Si tastò il naso. "Non credo che sia rotto."

— È da lì che è venuto il sangue?

— Quale sangue? — Si passò la mano sotto il naso, poi se la guardò. — Oh. Quel sangue. Credo di sì. Quello che non capisco è… perché non mi ha accoltellato.

— Stava per farlo — disse l’oracolo. — Dopo che sei caduto. Ma hai gridato prima che ti colpisse. Mi sono svegliato e ho visto ciò che stava succedendo. L’ho raggiunta prima che conficcasse la lancia. Le sono saltato sulla schiena e le ho morsicato la spalla. Questo le ha fatto mollare la lancia.

Inahooli si lamentò. Le stavo ancora tenendo il polso. Il battito sembrava più lento di prima. — Oracolo, vieni qui. Voglio scoprire la rapidità del battito del tuo cuore.

— Perché?

Riflettei un momento. Come facevo a spiegarglielo? — Quando qualcuno del mio popolo sta male, il suo cuore batte diversamente.

— Da che cosa?

— Da come batte quando sta bene. E una persona esperta, una persona abile nelle guarigioni, è in grado di ascoltare il cuore o sentire il modo in cui batte e capire quanto stia male la donna.

— Questo lo so — disse l’oracolo. — Ricordati, mia madre è una sciamana. Mi ha insegnato alcune cose quando vivevo nella sua casa. Ma non sono stato ferito. Perché vuoi sapere come si comporta il mio cuore?

— Per fare un confronto. — Con la mano libera indicai Inahooli. — Non so come dovrebbe essere il suo battito cardiaco. Non so che cosa sia giusto fra la vostra gente.

L’oracolo rivolse un’occhiata a Derek. — Riesci a tenerti in piedi da solo?

— Credo di sì. — Derek lo lasciò andare.

L’oracolo si avvicinò a Inahooli, si accoccolò e mi prese dalla mano il polso di Inahooli. — Non apparteniamo allo stesso popolo, Inahooli e io, ma tutti i cuori battono nello stesso modo. — Tacque un momento, inclinando il capo e aggrottando la fronte. — Sta andando un po’ troppo rapidamente, ma ricordati che ha lottato. — Mise giù il polso. — Estrarremo la lancia e fasceremo la ferita. Anche se io sono un uomo e lei è pazza, non posso andarmene e lasciarla in questo stato.

Inahooli aprì gli occhi. — Siete tutti dei demoni.

— Non parlare — le disse l’oracolo. Le prese la tunica dove la lancia l’aveva tagliata e tirò delicatamente. Il tessuto si lacerò. Nel giro di uno o due minuti le aveva tolto la tunica. Me la consegnò. — Strappala in tanti pezzi.

Feci come mi aveva chiesto. Non era facile. Continuavo a imbattermi in ricami. Per fortuna avevo degli incisivi aguzzi. Spezzavo i fili con i denti, poi ricominciavo a lacerare il tessuto. Quando ebbi finito l’oracolo disse: — Ci serve altra stoffa.

Che cosa avevamo? La mia camicia e quella di Derek. Diedi un’occhiata al mio compagno. Era ancora in piedi ma non aveva mosso un passo verso di noi. Alla luce fioca sembrava che barcollasse. Aveva un aspetto peggiore di quanto avessi pensato. Mi sbottonai la camicia e me la tolsi.

L’oracolo mi guardò. — Che cos’è quella cosa che porti attorno al torace?

Come si fa a spiegare un reggiseno a un alieno? Diedi uno strappo alla camicia. La cucitura era debole e si lacerò — Te lo spiegherò più tardi — dissi.

Derek venne verso di noi. Incespicò un volta.

— Come stai? — gli chiesi.

— Okay. Stordito e confuso. Non mi aspettavo davvero che sarebbe tornata. Pensavo solo di essere prudente. Perché l’ha fatto?

Finii di strappare, poi feci il gesto del dubbio.

L’oracolo teneva in mano la lancia. Incominciò a tirare. Inahooli emise un gemito strozzato. — Presto sarà tutto finito — le disse. Mi lanciò un’occhiata. — Tieni pronta la stoffa. — Tirò di nuovo. La lancia uscì. Vidi la lama, coperta di sangue scuro. L’oracolo appoggiò a terra l’arma, poi si protese in avanti e osservò attentamente la ferita. — Sta sanguinando, ma adagio. È un flusso lento, non un fiotto. È un buon segno. Dammi le pezze di stoffa.

Gli porsi un pezzo di tunica. Lui ne fece un tampone e lo sistemò sulla ferita, usando per fissarlo i pezzi splendidamente ricamati della tunica indigena e la mia camicia di denim.

Un insetto mi pizzicò sulla spalla nuda. Gli diedi una pacca.

— Della legna — disse Derek. — C’è un albero… immagino che lo si possa definire così… caduto e secco non lontano da qui. Andiamo.

Ci inoltrammo nel boschetto buio. Derek trovò il suo pezzo di erba enorme: un enorme gambo caduto. Giaceva al suolo nel chiarore lunare. Sopra vi cresceva qualcosa di simile a un fungo. Somigliava al corallo, delicato e intricato. Ramoscelli pallidi si dividevano e dividevano ancora. O erano traslucidi o rifulgevano di luce propria, non avrei saputo dirlo. Ma la cosa aveva un tenue splendore. Restai a fissarla. Un altro insetto mi morsicò, questa volta sul braccio. — Sbrighiamoci — dissi.

Raccogliemmo legna e la riportammo all’accampamento. Derek riattizzò il fuoco, e quando questo ebbe ripreso ad ardere, gli controllai gli occhi. Le pupille avevano la stessa larghezza. Non c’era commozione cerebrale.

Tornai dall’oracolo. — Come sta?

— Il battito del suo cuore è rallentato, ma non mi piace il modo in cui respira. La sorella di mia madre faceva un rumore così quando aveva la malattia della tosse. Non è sopravvissuta.

Ascoltai. L’oracolo aveva ragione. Inahooli sembrava congestionata, come se avesse un brutto raffreddore o una polmonite.

— Mi ha detto che aveva freddo — spiegò l’oracolo. — Le ho messo addosso il mantello di Nia. Aiya! È un bene che Nia l’abbia lasciato qui!

Derek parlò in inglese. — Se non ce la fa, ricordati che è stata legittima difesa.

— L’avrei dovuta colpire sulla testa o con un calcio. Avrei dovuto distrarla e dare all’oracolo la possibilità di liberarsi. Hai idea di ciò che farà al mio karma?

— Ve l’ho già detto prima — protestò l’oracolo. — Parlate una lingua che io possa capire.

— Questa cosa porterà sventura — dissi. — Fare questo, far del male a un’altra persona, è agire come un animale, senza ragione né compassione. Le persone, quelle autentiche, non si fanno del male.

— Credi davvero a ciò che dici? — domandò Derek. — E in questo caso, che ne pensi dell’uomo nel canyon? È morto e, da quanto ho sentito dire, hai contribuito.

— Non avevo intenzione di ucciderlo, e non gli ho dato io il colpo mortale. È stata Nia. Non so che cosa le fosse passato per la mente. In ogni caso, quello è un problema suo, non mio. Io cerco di non imporre il mio sistema di etica sugli individui che studio. In questo caso… — esitai. — Ho conficcato io la lama. Quindi è un problema mio e del mio karma. E non sono del tutto sicura di ciò che intendevo fare. Forse volevo uccidere Inahooli. Non che mi aspettassi di diventare un Buddha, ma pensavo che avrei agito meglio di così.

— Che cos’è un Buddha? — domandò l’oracolo.

— Una persona che capisce ciò che sta accadendo. O forse una persona che non capisce ciò che sta succedendo e non se ne cura.

— Questo non ha senso.

Inahooli gemette e si mosse in modo irrequieto. Aprì gli occhi, ma non ci guardò. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto.

Derek si protese in avanti. — Inahooli? Riesci a sentire quello che dico?

Lei guardò verso di me. — Pensavo che all’arrivo dell’autunno sarei stata una donna importante.

— Perché sei tornata?

Lei mosse leggermente la testa e i suoi occhi incontrarono quelli di Derek. — Pensavate che vi avessi creduto? Quelle storie assurde? Sapevo che eravate dei demoni.

Dissi: — Significa che stavi fingendo? La storia della sciamana era una menzogna?

— Uno stratagemma. — Tirò indietro le labbra, esponendo i denti. Non era un sorriso. — Siete demoni molto stupidi. — Tacque un momento, inspirò ed espirò, poi socchiuse gli occhi. — Il dolore è terribile. — Guardò l’oracolo. — Sopravviverò?

— Non lo so.

Lei batté le palpebre. — Aiya! Che fortuna che ho!

— Che cosa ti aspetti quando arrivi strisciando, balzi addosso alle persone nell’oscurità e cerchi di far loro del male? Quale spirito approverà un comportamento come questo?

— Ero furiosa.

L’oracolo aggrottò la fronte. — Non ci sono scuse. Quando mi arrabbio, io lancio sassi o salto su e giù e grido o, se sono molto arrabbiato, compongo una canzone cattiva e la canto più forte che posso. Questo è il modo giusto di infuriarsi. Non è corretto scaraventare qua e là le persone. Soltanto gli uomini pazzi lo fanno.

— Ho provato a gridare e a saltare su e giù. Non è servito a niente. C’era troppa collera. — Inahooli si accigliò. — Era come se avessi dentro di me il lago di fango bollente, che si agitava ed esplodeva.

Derek disse in inglese: — Bicarbonato di sodio.

— Sta’ zitto — ribattei.

— Non riuscivo a sopportare la collera. Dovevo fare qualcosa di grosso. — Chiuse gli occhi per un momento, poi li riaprì. — Non voglio parlare più. Fa male. È una fatica troppo grande. — Chiuse nuovamente gli occhi.

Rabbrividii. Derek mise altra legna sul fuoco. Le fiamme divamparono. — Brucia troppo in fretta. Non credo che durerà fino a domattina. — Mi rivolse un’occhiata. — Hai freddo, vero?

Feci il gesto dell’assenso. — E gli insetti mi stanno divorando. Devono aver deciso che odoro di cibo.

Si slacciò la camicia e se la tolse. — Eccoti.

— E tu che cosa farai?

— Starò in movimento. — Guardò il lago. — La luna è ancora alta nel cielo. Credo di avere tempo. Tu rimani qui, Lixia. — Si allontanò nelle tenebre.

Aprii la bocca per chiamarlo, poi pensai: che diamine. Mi infilai la camicia.

L’oracolo chiese: — Dove sta andando?

Feci il gesto che significava "chi lo sa?".

— Non c’è dubbio che si muova in fretta quando decide di dover fare qualcosa.

— Sì.

Inahooli gemette e si morse il labbro. L’oracolo le prese il polso. — Il battito si sta facendo più debole. Credo che morirà.

La donna aprì gli occhi. Le sue pupille si erano dilatate e scorgevo a stento l’iride. C’era un po’ di arancione negli angoli, ma la parte centrale di ogni occhio era scura. — No.

— Sì — ribatté l’oracolo. — Io non mento.

Lei chiuse gli occhi e si concentrò sulla respirazione. Diventava sempre più difficile per lei. Strano! Osservare una persona affannarsi per fare qualcosa di così facile e normale come tirare un respiro.

Mi alzai e misi altra legna sul fuoco. Poi tornai a sedermi. Restai in ascolto. Ogni respiro era un rantolo. Quando espirava sentivo un sibilo. L’aria usciva attraverso una qualche ostruzione. Un liquido. Sangue. Quando l’avevo colpita con la lancia dovevo aver perforato un polmone.

Il respiro andò avanti per un’altra ora o due. Mi alzai una volta e misi altra legna sul fuoco, poi restai lì, protesa sopra le fiamme. L’aria calda saliva attorno a me. La pelle d’oca scomparve e mi tornò la sensibilità alle mani. Strano che avessi così freddo! Dopo tutto, era piena estate. Ma la notte era fresca e soffiava un po’ di vento. Gli insetti erano spariti. Il vento doveva averli scacciati.

Tornai accanto a Inahooli, mi sedetti e restai in ascolto. Il fiato entrava e usciva e il suono che faceva era aspro e disperato. Verso l’alba divenne irregolare. C’erano pause, come se Inahooli passasse dal sonno alla veglia: il respiro s’interrompeva un attimo quando si svegliava. Ma non era mai veramente vigile. Mi strofinai le mani. Erano intorpidite dal freddo. L’oracolo sedeva in silenzio.

All’alba il respiro cessò. L’oracolo le tastò il polso e poi il collo. — Non c’è battito. — Si alzò in piedi. — Aiya! Sono irrigidito. — Si stiracchiò e sbadigliò, poi si massaggiò le braccia. — Ho i piedi intorpiditi. — Saltellò da un piede all’altro.

Mi alzai e mi stirai a mia volta. Mi dolevano il collo e la spalla e avevo altri piccoli problemi in tutto il corpo: dolori, fitte e punti irrigiditi.

Guardai Inahooli. Riuscivo a distinguere la sua posizione anche sotto il mantello. Giaceva su un fianco, le ginocchia piegate e le braccia incrociate contro il petto. La testa era piegata in avanti, il mento ripiegato. Non riuscivo a vedere la sua faccia.

Ero un’assassina. Per davvero questa volta, non soltanto una complice. Guardai verso est. La luce rossa brillava fra due fusti di erba enorme. Il sole stava sorgendo.

L’oracolo smise di saltellare. — Questo è il momento giusto per una canzone. Me ne è venuta in mente una mentre la osservavo. — Indicò Inahooli, poi si mise a cantare, usando il linguaggio dei doni. Riuscii a capire buona parte della canzone. In seguito lui mi spiegò le strofe che non avevo compreso.


"Aiya! Ahi-aiya!

Che situazione!

Neppure tu, Inahooli,

meriti

di finire così.


"Dove sono le tue sorelle?

Dovrebbero piangerti,

dondolandosi e gemendo

sull’ingresso della tua casa.


"Dove sono le tue cugine?

Dovrebbero piangerti,

portando doni

da seppellire nella tua tomba.


"Aiya! Ahi-aiya!

Che situazione!

Neppure tu, Inahooli

meriti

di finire così."


S’interruppe per un momento, aggrottando la fronte e grattandosi la nuca. — C’è un’altra strofa — disse. — L’ho appena sentita nella mente. Dammi un momento per ordinare le parole. — Si mordicchiò l’unghia del pollice, poi cantò:


"Questa è una morte da uomo,

morire senza doni.

Questa è una morte da uomo,

morire sulla pianura".


Il sole era ormai sorto. Derek tornò dal lago. Portava con sé un paio di bisacce da sella.

— Dove sei stato? — gli domandai.

— Sull’isola, quella che hai visitato tu. — Mise giù le bisacce e ne aprì una. — Farò uno scambio con te. La mia camicia per questa. — Tirò fuori una tunica. Era di un color bianco panna con ricami rossi e blu.

Slacciai la camicia di Derek. — Hai qualcosa per Inahooli? Mi piacerebbe riprendere il mantello di Nia. Non mi sembra giusto che stia addosso a lei.

Derek lanciò un’occhiata al corpo. — È morta?

— Sì.

Aprì l’altra bisaccia e tirò fuori un mantello. Era di un color marrone ruggine con un bordo giallo. L’oracolo tolse a Inahooli il mantello di Nia. Per un attimo intravidi il suo corpo, nudo salvo per la pelliccia scura e la fasciatura fatta di tessuto denim. Poi sparì alla vista.

Derek disse: — C’era del cibo sull’isola. Carne essiccata e frutta. Ho riempito una bisaccia.

— Non è giusto, Derek. Stiamo rubando a una morta.

Lui s’inginocchiò e posò le mani sulle cosce. Rimase in quella posizione uno o due minuti, le braccia tese, la testa leggermente china, guardando il corpo sotto il mantello color ruggine. — Ascoltami, Inahooli. Prendiamo queste cose perché ne abbiamo bisogno. Abbiamo freddo. Abbiamo fame. Due di noi vengono da più lontano di quanto tu possa immaginare, e forse non torneranno mai più a casa. Credimi, non lo facciamo per malvagità, né collera, né alcun cattivo sentimento, ma per necessità. — Fece una pausa. — Ti prometto che useremo con rispetto ciò che prendiamo. Non saremo ingrati, e certamente non ci serviremo di questo come scusa per fare un viaggio di forza.

"Le cose sono andate così perché così è girata la ruota della fortuna. Accettalo, Inahooli. Non essere in collera con noi." Si alzò e tornò verso di me.

— Viaggio di forza? — dissi.

— Esperienza psichedelica di potere — rispose in inglese. — Non ho trovato un modo migliore di tradurlo. — Tornò al linguaggio dei doni. — Vorrei riavere la mia camicia.

Gliela diedi. In cambio lui mi porse la tunica. Me la infilai dalla testa. Il tessuto era soffice e caldo, simile a lana di ottima qualità. Aveva un odore di pelliccia, l’odore degli alieni.

— Prendo il cibo — disse Derek. — Dopo che avremo mangiato, potremo seppellirla.

Scavammo una fossa nella sabbia presso il lago, usando i remi come badili. Derek e l’oracolo sollevarono Inahooli e la trasportarono fino alla fossa. Una vera impresa. Ansimavano e grugnivano e una volta per poco non la fecero cadere. Io portai il mantello, cosa assai più facile. La deposero nella fossa e io la coprii col mantello.

— Aspettatemi — disse l’oracolo, e si diresse verso il boschetto.

Mi massaggiai la spalla, poi guardai Derek. Si era lavato la faccia, ma aveva ancora un aspetto orribile. Il naso era rosso e gonfio, e un occhio quasi chiuso. Aveva un livido sulla fronte sopra l’occhio.

— Perché hai fatto quel discorso a Inahooli? Per rassicurare l’oracolo.

Derek annuì col capo. — E anche me. Non si deve mai prendere senza dare una spiegazione e mai uccidere senza chiedere scusa.

— Quanto sei civilizzato, in ogni caso?

Sorrise. — Non molto.

L’oracolo tornò. Portava del cibo: una striscia di carne essiccata e una manciata di bacche fresche. Le depose nella fossa accanto a Inahooli. Poi si tolse la collana d’oro e turchese e la sistemò accanto al cibo. — Forse sarà meno furiosa se le facciamo dei doni. Anche se ne dubito. È il genere di persona che mantiene la collera. Che brutto modo di essere!

Ammucchiammo sabbia sopra il corpo di Inahooli, poi trovammo delle pietre e le sistemammo in cima alla sabbia. Una volta terminato il lavoro, l’oracolo disse: — Dovremmo eseguire delle cerimonie di prevenzione e purificazione. Ma non sono una sciamana. Non conosco le cerimonie che apprendono le donne sante. Non conosco neppure le cerimonie che apprendono gli uomini per aiutarli dopo che lasciano il villaggio. Tutto ciò che so è quello che mi ha detto la cascata. — Iniziò a cantare:


"O santo!

O essere di potere!

Perché non mi aiuti?

Che dovrei fare adesso?


"O santo!

O essere di potere!

Perché non mi aiuti?

Dimmi che cosa fare!".


Inclinò il capo e restò in ascolto. Il vento soffiava. Le canne stormivano. L’acqua sciabordava sulla riva. — Tutto quello che riesco a sentire è: "Fa’ una nuotata". Forse potremo lavarci via ciò che è successo in questi ultimi giorni.

Derek fece il gesto dell’approvazione. I due si svestirono ed entrarono nell’acqua. Si lavarono nell’acqua profonda presso le canne, poi nuotarono. Io mi preoccupavo del taglio sul braccio; non volevo bagnarlo. Non credevo neppure che la spalla mi permettesse di nuotare. Mi tolsi gli stivali, mi arrotolai i jeans e diguazzai nell’acqua bassa, cercando conchiglie e pietre lucide. Le pietre erano prive d’interesse: frammenti consumati rotondi e ovali di una sostanza nera simile a pomice. Le conchiglie erano grziose: minuscole spirali, rosa o di un tenue color lavanda. Ne raccolsi una dozzina, poi tornai sulla spiaggia. Posai le conchiglie sulla tomba. Un gesto assurdo. A che serviva quel dono? Non credevo nell’aldilà, quindi non era un tentativo di placare con un dono la collera di Inahooli. E non era sufficiente per placare il mio senso di responsabilità

— Assassina — dissi ad alta voce.

Quello stato d’animo era pericoloso. Rifiutai di abbandonarmici. Perché avrei dovuto? Il senso di colpa non faceva parte del mio patrimonio. I membri anziani della mia famiglia l’avevano disapprovato. Bisogna riconoscere gli errori e ammetterli e darsi da fare per infrangere i modelli di comportamento che portano a commetterli. Ma la colpa era sterile.

"La vita è un processo" aveva detto Theresa. Era una delle mie co-madri, una tecnica sanitaria specializzata in psicologia. Per metà dell’anno lavorava su una nave mineraria d’alto mare, la Pacific Aurora, al largo di Pearl Harbor. Per l’altra metà dell’anno, contribuiva ad allevare i membri più giovani della famiglia. "Noi creiamo e ricreiamo noi stessi, rispondendo a cambiamenti sia esterni che interni. Ma la colpa è statica, così come lo sono le idee e le emozioni collegate: il peccato, per esempio, il rammarico, e forse la vergogna, sebbene non sia del tutto certa dell’effetto della vergogna. Ma gli altri ti ancorano al passato, ti trattengono, così che non puoi muoverti liberamente nel presente.

"Immagina la colpa come una fascia di ferro fissata attorno a qualcosa che sta crescendo: il tronco di un albero, il collo di un bambino. Prima o poi, delle due cose una dovrà succedere: se la fascia non si spezza, la cosa che cresce resterà deforme.

"Impegnati al cambiamento, Lixia, a vivere nel presente, a creare e ricreare quella che sei. Fa’ del tuo meglio. Comprendi ciò che fai. E non sentirti in colpa."

Un buon consiglio, dissi al ricordo di Theresa. Raccolsi i miei stivali e m’incamminai verso il nostro accampamento.


Inzara

<p>Inzara</p>

L’oracolo andò a raccogliere radici e bacche, Derek andò in cerca di legna e io feci un inventario delle cose appartenute a Inahooli. Due tuniche… tre, se contavo quella che avevo indosso, un mantello di pelle, un paio di sandali e un coltello. Tutte le tuniche erano adorne di ricami: disegni geometrici. Il mantello aveva un fermaglio, simile a una fibbia, fatto di bronzo e rivestito d’argento. L’argento si andava assottigliando.

— Lixia! — gridò Derek.

Gettai a terra il mantello e attraversai di corsa il boschetto. Derek si trovava sul limitare orientale.

— Laggiù! — Puntò il dito.

Sull’aperta pianura c’era un cavaliere. Era in sella a un cornacurve. Riuscivo a distinguere le lunghe corna ricurve dell’animale. Un secondo animale, un altro cornacurve, seguiva il primo.

— Nia? — domandai.

— Credo di sì.

Il cavaliere si avvicinava. Riconobbi le ampie spalle e il suo modo di cavalcare: agile, disinvolto, un po’ ciondolante sulla sella. — Dobbiamo chiamare subito Eddie — dissi.

Derek mi rivolse un’occhiata. — È il caso che sia io a parlare. Sono un miglior politico di te, e dobbiamo dare delle spiegazioni. La sventurata morte di una guida religiosa indigena.

— Okay.

Nia ci raggiunse e smontò di sella. — Bene, l’ho trovato. — Indicò con la mano il cornacurve. — E anche l’attrezzatura. Sono affamata. C’è qualcosa da mangiare?

— Sì — risposi.

— Io mi occupo degli animali — disse Derek. Allungò la mano e Nia gli porse le redini.

— Dove hai preso quella tunica? E che cosa è successo alla sua faccia? — Indicò Derek.

— Inahooli è tornata.

— Aiya!

— È venuta a cercarci durante la notte. Abbiamo dovuto ucciderla. Io ho dovuto ucciderla.

— Tu? — Nia mi fissò a occhi sgranati.

— Sì.

Nia restò silenziosa per un momento. Alla fine disse: — Ogni morte imprevista è spiacevole. Una morte così, avvenuta durante una lite, è peggiore delle altre. Lo spirito della persona defunta è certamente adirato. È probabile che porti sventura. Quando arriveremo in un posto dove c’è una sciamana, chiederemo che esegua cerimonie per placare Inahooli o scacciarla. Sarebbe meglio fare qualcosa anche per l’uomo del canyon, anche se non ha la stessa importanza quando un uomo muore all’improvviso. — Aggrottò la fronte. — Avete seppellito Inahooli?

— Sì.

— Con dei doni?

— Sì. L’oracolo le ha dato la sua collana.

— Bene. Forse non ci sarà sventura. — Nia non sembrava sicura di sé. — Quella donna era pazza e pericolosa. Se l’è cercata. Gli spiriti non se la prenderanno con noi, e di solito i fantasmi non percorrono grandi distanze. Una volta che ce ne saremo andati da qui, dovremmo essere al sicuro. — Nia fece il gesto che significava "me lo auguro" o "lo spero".

Tornammo all’accampamento. Tirai fuori del cibo: carne essiccata e frutta secca. Nia mangiò. — Mmm! Stavo morendo di fame sulla pianura. — Si appoggiò all’indietro e sospirò. — Il cibo è della donna?

Feci il gesto dell’assenso. — Derek gliel’ha spiegato.

Nia osservò il pezzo di frutta che aveva in mano. Dopo un po’ se lo cacciò in bocca. — Ci pensavo mentre cercavo il cornacurve. All’inizio ho pensato che ero io resposabile di ciò che stava succedendo. Ma non può essere così. — Finì di masticare e inghiottì, poi si grattò il naso. — Quasi sempre la sventura proviene da qualcosa di imprevisto o particolare. Bene, ho fatto cose strane e ho avuto la mia parte di sfortuna. Ma in questo caso è stata Inahooli a comportarsi in modo bizzarro. Siamo arrivati nella sua terra. Eravamo stranieri. Ma lei non ci ha fatto una buona accoglienza. Al contrario, ha cercato di ucciderci. Ora, tutti sanno che le donne non litigano con chi è straniero. Questo è un comportamento maschile.

— Le donne non litigano mai con chi è straniero? — chiesi.

— Capita una volta ogni tanto. Hakht l’ha fatto. È una persona malvagia. — Nia lo disse fermamente e con convinzione. — E anche Inahooli. Lei era pazza. E io ho ucciso il vecchio che aveva ucciso Enshi. Ma le donne normali, le donne che hanno rispetto di sé, non litigano mai se non con le persone che conoscono. Parenti o vicine. È questo il modo giusto di avere una discussione. — Nia mangiò altra frutta. — Non c’è modo di sapere con certezza chi sia un’estranea o ciò che accadrà se la si importuna.

Era un ragionamento logico. Gli abitanti di questo pianeta non conoscevano la guerra, né, per quanto ero in grado di giudicare, alcun genere di furto organizzato. Quando vedevano uno straniero, o almeno una straniera, non dovevano chiedersi: questa persona può essere un ladro? Un assassino? Qualcuno che ci farà del male? Al contrario potevano pregustare il piacere dei doni e delle storie che la straniera avrebbe portato con sé.

Aggressione e scambi erano, almeno in apparenza, cose del tutto disgiunte. Com’era diverso dalla Terra. La vecchia Terra, in ogni caso, dov’era stato legittimo affermare: "La proprietà è un furto".

Derek arrivò nell’accampamento, portando due zaini.

— Che cos’è successo? — s’informò Nia. — Com’è morta Inahooli?

Lui mise giù gli zaini e glielo riferì. Era un eccellente resoconto, breve e chiaro, con un gran gesticolare. — Ho avuto cattiva fortuna ieri — disse alla fine. — Ma lei ne ha avuta di assai peggiore. Se le cose si fossero svolte un po’ più lentamente, se avesse avuto un po’ più di tempo, Inahooli ci avrebbe uccisi tutti e tre. Forse l’Imbroglione aveva deciso che ero stato punito abbastanza.

— Chi è l’Imbroglione? — domandò Nia. — È perché vuole punire Derek?

— Ti ricordi del braccialetto che ha trovato? — dissi.

— Sì.

— Apparteneva a uno spirito chiamato l’Imbroglione. Inahooli ha detto a Derek che l’Imbroglione era sicuramente infuriato e gli avrebbe causato un sacco di dolore.

— Ah! — esclamò Nia.

— Conosco quello spirito — disse Derek. — Fra la mia gente è chiamato Coyote.

— Non sono del tutto sicura di questo, Derek. Il Coyote è ignobile, ma non è malvagio. Da quanto mi ha raccontato Inahooli, mi sono fatta l’impressione che l’Imbroglione sia cattivo. Egoista e malevolo. È simile a Loki.

— Ancora una volta, non so di che cosa stiate parlando — intervenne Nia.

— Non preoccuparti. Lixia ha l’abitudine di divagare dall’argomento di cui si sta parlando. Pensa troppo, e il suo pensiero si allontana in ogni possibile direzione.

Gli feci un gestaccio.

— Quello è un gesto usato dalla vostra gente? — domandò Nia.

— Sì. È un gesto di mancanza di rispetto.

— Ah! Fammelo vedere di nuovo.

Ripetei il gesto. Nia mi imitò. — Credevo che la tua gente non avesse gesti. È bello sapere che non siete totalmente strani. — Guardò Derek. — Il tuo racconto è finito?

Lui fece il gesto dell’affermazione.

— Uh! Vorrei che tutto questo non fosse accaduto. Ma è accaduto. — Fece il gesto che significava "così sia". — Domani proseguiremo. Voglio andarmene lontano da qui, prima che il fantasma riesca a liberarsi dal suo corpo.

— D’accordo — disse Derek.

L’oracolo tornò con un po’ di bacche. Cenammo. Derek chiamò la nave.

— Che cosa è successo? — s’informò Eddie. — Dove diavolo siete stati?

— Abbiamo incontrato un esemplare di fauna locale. Alto quattro metri e provvisto di artigli. I nostri animali sono fuggiti e li abbiamo persi. Le nostre radio erano sugli animali. — Derek alzò lo sguardo. Io lo stavo osservando, e lo stesso facevano Nia e l’oracolo. — Sei riuscito a imparare la lingua locale, Eddie?

— No. Perché?

— Ho qui due nativi e credo che si stiano domandando che cosa sto dicendo.

— Hai lasciato che sapessero delle radio?

— Sì.

— Era nostra intenzione cercare di tenere i nativi all’oscuro della nostra tecnologia — disse Eddie. Parlò lentamente e in modo chiaro, con voce pacata. — Faceva parte della nostra politica di non interferenza.

— Eddie, non è stato possibile. Non potevamo continuare a sgattaiolare fuori nell’oscurità. "Scusatemi, prendo questa scatola e me ne vado a orinare. Sarò di ritorno fra mezz’ora. Oh, a proposito, io parlo da solo mentre sto orinando, così se sentite delle voci nella notte, non preoccupatevi."

Eddie disse: — Questa faccenda sta diventando sempre più un pasticcio. — Fece una pausa. — Hai qualcosa da riferire?

— Sì — rispose Derek. — Una nativa ci ha aggrediti. È morta.

— Che cosa?

Derek raccontò la storia. Quando ebbe terminato, Eddie disse: — Voglio vedere che cos’hanno raccolto i vostri registratori. Trasmetti l’informazione.

Derek si tolse il medaglione e lo infilò nella radio. Mi guardò. — Continuo a dimenticarmi dei medaglioni.

— Non preoccuparti, Derek. Te la cavi benissimo a spiegare quasi ogni cosa con le parole. — Mi tolsi il medaglione e glielo lanciai. — Trasmetti anche questo.

Un paio di minuti più tardi Eddie riprese a parlare. — Vi richiameremo dopo che avremo esaminato le vostre informazioni. Ti avverto, questa faccenda non mi piace. Intendo chiedere a Lysenko se c’è qualche posto nelle vostre vicinanze dove può atterrare.

Lysenko era il primo pilota dell’aereo a razzo: un uomo con un nome infelice. I biologi ridevano di lui.

— Hai intenzione di prelevarci? — domandò Derek.

— Voglio considerare quella possibilità. Chiedi a Nia e all’oracolo se sono a conoscenza di un qualche luogo. Il fondo di un lago prosciugato sarebbe l’ideale. Anche un lago con dell’acqua dovrebbe essere possibile, se è abbastanza profondo.

— Okay.

— E cercate di tenervi fuori dai guai per un po’.

Derek spense la radio. Si alzò in piedi e si stiracchiò. — Uno dei guai con Eddie è che è nato per stare dietro una scrivania. È capace di organizzare, dirigere, analizzare e criticare, ma non ha alcuna idea di come vadano le cose sul campo.

— Che cosa ha detto la vostra scatola? — chiese Nia. — Perché Derek è arrabbiato?

Mi alzai. — Spiegaglielo tu, Derek. Sono stanca di parlare di Inahooli. — M’incamminai verso il margine della pianura. Davanti a me c’era la pianura, scura e monotona. Sopra di me il cielo era pieno di stelle. Restai ad ascoltare i rumori della notte: fruscii fra i rami e un sommesso ronzio fra la pseudoerba. Riflettei sulla mia carriera. C’era la possibilità che fosse rovinata. Chi si sarebbe fidato di me nella ricerca di dati sul campo dopo questa faccenda? Soprattutto se Eddie e gli altri del comitato socioscientifico avessero deciso che avevo agito veramente in modo non allineato. Avrebbero potuto inserire un rimprovero nel mio curriculum e insistere perché mi sottoponessi a una critica di gruppo.

Era un’idea sgradevole. Avevo visto una volta un gruppo in azione. Avevo fatto amicizia con un uomo durante il lungo viaggio dal sistema solare, prima che ci addormentassimo. Era un maestro capocuoco proveniente dalla Cina. Aveva una personalità incostante che si associa agli artisti, e un viso straordinario: pallido e glabro, simile a una maschera intagliata in giada bianca. Aveva capelli neri, lunghi, folti e lucenti. Quando cucinava, li teneva raccolti sotto un copricapo. Ma quando sedeva a chiacchierare con gli amici, gli cadevano attorno al viso e gli arrivavano alle spalle. Forse ero un po’ innamorata di lui. Ero certamente innamorata della sua iguana Mu Shu.

Si era risvegliato ai margini di questo sistema e finalmente si era reso conto di ciò che aveva fatto. Aveva lasciato la sua famiglia, la sua casa, la sua società, il suo pianeta. Quando fosse ritornato, avrebbe trovato tutto cambiato.

Cadde in una profonda depressione, il che non era del tutto sorprendente. La maggior parte di noi si sentiva depressa prima o poi. Ma De era un vero esperto nella depressione. Si tormentava nello stesso modo in cui cucinava: con abilità e passione.

Incominciò a bere, e questo gli causò problemi sul lavoro.

La maggior parte dei suoi colleghi erano cinesi, e insistevano per la critica di gruppo. Andai a portare sostegno morale: a De, non ai suoi critici. Ci riunimmo in una piccola sala dalle pareti di celadon. De era seduto sul davanti e aveva di fronte venti persone. Erano per lo più addetti alla cucina; alcune erano persone che conosceva al di fuori del lavoro, altre erano relativamente estranee. La riunione era aperta a tutti, e tutti potevano parlare. La voce delle masse andava ascoltata.

Gli addetti alla cucina parlarono l’uno dopo l’altro. De aveva perso un sacco di lavoro, costringendo altri a coprirlo. Aveva rifiutato consigli e critica costruttiva. Il suo atteggiamento era negativo. Aveva messo in discussione decisioni prese democraticamente dagli addetti alla cucina. Aveva mentito sul suo vizio di bere.

Si alzò qualcuno del suo dormitorio. De era tornato a tutte le ore, facendo un sacco di rumore e svegliando altre persone. Una volta aveva rigettato nel corridoio, proprio fuori dalla cabina del portavoce.

Un’altra persona, una bionda dall’accento scandinavo, si alzò e parlò dei danni del vizio del bere. Altri due si alzarono e discussero con lei. Il problema non era l’alcol, ma la mancanza di un programma ricreativo soddisfacente. Era il culto occidentale dell’individualismo. Era la penosa prestazione del team psicologico.

De se ne stava seduto e ascoltava. La sua faccia era più pallida del solito e aveva chiazze scure sotto gli occhi. Appariva esausto e infelice. Finalmente, quando tutti ebbero finito, si alzò in piedi. Si scusò con i suoi colleghi, con le persone della nave, con l’intera razza umana. Promise di correggere il proprio comportamento, di recarsi puntualmente al lavoro e di sottoporsi alla terapia psicanalitica. Infine, ringraziò tutti i presenti per il loro interesse e i buoni consigli. Era sincero, per quanto fossi in grado di giudicare. La mia famiglia era da troppo tempo in Occidente; non avrei mai capito veramente i cinesi.

Il dietista più anziano si alzò e lodò De per il suo nuovo atteggiamento costruttivo e aperto alla collaborazione. La riunione si concluse e io andai in cerca di qualcosa di forte da bere.

Mai, pensai. Non mi sarei mai sottoposta a una critica di gruppo. Non ero sicura di quello che avrei fatto se il comitato l’avesse preteso. Non potevo andarmene, né loro potevano licenziarmi. Non a quella distanza dalla Terra. Più probabilmente, se si fosse arrivati a una crisi, mi avrebbero esonerata dal mio incarico e rinviata a un comitato incaricato della manutenzione non meccanica. Avrei riparato pareti o sostituito piastrelle rotte fino al momento di lasciare questo sistema.

Una volta ancora correvo troppo col pensiero. Falla finita! mi dissi, e feci ritorno all’accampamento. Derek era seduto accanto al fuoco, le ginocchia sollevate, le braccia allacciate attorno alle ginocchia.

— Ebbene?

Mi lanciò un’occhiata e sorrise. — L’oracolo si è offerto di parlare con Eddie e di spiegargli che non è sbagliato uccidere per legittima difesa. Sembra pensare che Eddie sia una specie di idiota. E Nia ha detto che c’è un fiume che scorre fra il territorio del Popolo dell’Ambra e il suo terriorio, la terra del Popolo del Ferro. C’è un punto in cui il fiume si allarga in un lago lungo e stretto. Il lago è profondo e non ci sono isole. Potrebbe essere un posto sicuro per atterrare.

— A che distanza da qui?

— Non lo sa con assoluta certezza. Nove o dieci giorni, pensa.

— Andiamo laggiù? — chiesi.

Derek fece il gesto dell’affermazione. — La cosa farà felice Eddie, ed è lungo il percorso per raggiungere il popolo di Nia.

La luce del sole mi svegliò, penetrando obliqua nel boschetto. Un grigio filo di fumo saliva a spirale attraverso il raggio di sole, muovendosi lentamente. L’oracolo era accoccolato accanto al fuoco e stava spellando un pesce.

— Hai rimesso a posto le trappole — dissi.

— Sì, e siamo stati fortunati. Questo è un pesce verde. È delizioso, specialmente cotto al forno. Va’ a eseguire la tua cerimonia mattutina.

Gli ubbidii e feci un po’ di yoga sulla riva del lago. Ero ancora molto rigida ma, per quanto ero in grado di giudicare, non avevo subito gravi danni. Tanto per parlare di fortuna!

Quando tornai all’accampamento, Nia si stava infilando una delle tuniche di Inahooli. Era di un azzurro spento, con ricami color arancione: un disegno a triangoli. Indossò la sua cintura, il coltello con il manico d’osso e il fodero di cuoio scuro. Dopo di che tirò l’orlo della tunica e se la lisciò sul petto. — Ah! Così va meglio! Bisogna dire qualcosa per un nuovo indumento dai vivaci colori e senza nessun cattivo odore.

Mangiammo e levammo il campo, seguendo la pista lungo il lago per poi tornare sulla pianura. C’erano nuvole a ovest e a sud. Erano alte, soffici e sottili, disposte a mucchi e a grappoli. A nord il cielo era limpido. Riuscivo a distinguere Hani Akhar.

Pensai al China Clipper: corridoi e stanzette e troppa gente. Non ci sarebbero stati né cielo, né vento, né uccelli, se non nell’uccelliera. Forse mi sarei dovuta dare alla fuga, avrei dovuto gettar via la radio e il registratore audiovisivo e sparire nei territori selvaggi. Era un modo di evitare la critica di gruppo, sempre che non mi catturassero, naturalmente.

Guardai la pianura attorno a me. Era, o sembrava, quasi deserta. Alcuni insetti color arancione svolazzavano sopra la pseudo-erba. Alcuni uccelli volavano alti nel cielo. In lontananza scorsi un branco di animali. Erano puntini neri che si muovevano fra la vegetazione verde e gialla. Non avevo idea di che cosa fossero.

Questa terra era troppo vasta e troppo aliena. Non potevo voltare le spalle alla mia civiltà e vivere completamente sola senza speranza né aiuto dalla mia gente.

Quella notte ci accampammo in cima a una bassa collina. Non c’era niente in vista all’infuori della pseudo-erba. Mangiammo il cibo di Inahooli. Eddie non chiamò.

— Dovremmo chiamarlo noi? — chiesi.

Derek fece il gesto che significava "no". — Non dobbiamo peggiorare la situazione. Ci troverà, più di quanto noi si voglia o si abbia bisogno.

Feci il gesto dell’approvazione.

A metà della notte incominciò a piovere. Il tuono brontolava e guizzavano i lampi. Ci raggomitolammo sotto i mantelli e i poncho e ci bagnammo.

Al mattino la pioggia era cessata. L’aria, però, rimaneva umida e la vegetazione sulla pianura era ornata di goccioline d’acqua e si piegava sullo stretto sentiero. Derek e io ci aprimmo un varco fra di essa, bagnandoci una seconda volta. I nativi, che cavalcavano dietro di noi, sembravano più comodi, ma non molto.

— Sta arrivando una persona — disse Nia.

Mi guardai attorno. La pista era una linea scura che serpeggiava fra la vegetazione. Lungo la pista si muoveva un cornacurve e in sella all’animale c’era una persona.

— Un uomo — disse Nia. — Viaggia da solo.

— No — la corresse Derek. — C’è qualcun altro, lontano sulla pianura. — Puntò il dito verso nord.

Guardai attentamente e vidi un puntino che scendeva lungo un pendio. — Perché non sono insieme?

— Non lo so — rispose Nia. — Forse sono entrambi uomini.

La pista entrava in un avvallamento e persi di vista i cavalieri, anche se solo per pochi minuti. Emergemmo su una modesta altura. Al centro della pista c’era un cornacurve: un animale grande, di color bigio con una macchia bianca sul petto. Le corna erano nere e lucenti come ossidiana.

Derek e io ci fermammo. I due nativi vennero a mettersi ai nostri due lati e tirarono le redini dei loro animali. Guardai il cavaliere del cornacurve.

Quasi certamente un maschio. Alto e grosso, con la pelliccia scura e ispida. La sua tunica era simile a quella che indossavo io: color panna con ricami a disegni geometrici. Sulle braccia portava grossi braccialetti d’oro e aveva al collo una collana d’oro e ambra.

Ci osservò con calma, poi parlò nel linguaggio dei doni. — Vedo che avete incontrato mia sorella. — La sua voce era sommessa e profonda.

— Inahooli — disse Derek.

L’uomo fece il gesto dell’assenso. — Sono Toohala Inzara del Clan della Cordaia e del Popolo dell’Ambra. — Fece un cenno con la mano verso nord. — Mio fratello Tzoon è più lontano, in quella direzione. Non vedo mio fratello Ara da un paio di giorni. Ma si trova là fuori da qualche parte, probabilmente a sud. Come sta nostra sorella?

— Bene quanto ci si può aspettare — rispose Derek. — È stata sola per parecchio tempo.

L’uomo fece il gesto dell’approvazione. — Ha sempre avuto un carattere irritabile ed è sempre stato difficile andare d’accordo con lei. Speravo che il suo temperamento sarebbe migliorato ora che, finalmente, ha raggiunto qualcosa di importante. Ma non è cosi?

— No — disse Derek.

— Aiya! Che persona difficile! Se non vi dispiace, me ne vado. Non mi piace trovarmi con tante persone. E devo dire che voi due avete un aspetto ben strano. Questo mi mette ancor più a disagio. — Ci osservò di nuovo. — Peccato che non vi abbia visti Ara. È un tipo curioso. — Fece deviare il suo animale dalla pista e ci girò attorno.

Derek si rimise in cammino, più in fretta di prima. Noi lo seguimmo. Dopo un po’ Derek disse: — Sta andando a far visita a Inahooli. È possibile?

— Nessuno fra la mia gente farebbe una cosa del genere — disse Nia. — Sebbene io sia andata a trovare mio fratello anni fa.

L’oracolo disse: — Io vado a far visita a mia madre di quando in quando. Ma sono santo e anche un po’ pazzo. Un uomo comune non andrebbe a trovare le sue parenti.

— Questo non dev’essere un uomo comune — osservò Derek. — Arriverà al lago domani pomeriggio e troverà la tomba. Allora che cosa farà?

Nia fece il gesto dell’incertezza. — Non lo so.

— Era enorme — feci io. — I vostri uomini sono quasi tutti così grandi?

— No — rispose Nia.

— Sia ringraziato il cielo — fu il commento di Derek. — Incominciavo a pensare di incontrare tre fratelli grossi come gorilla e cercare di spiegare loro che cosa è accaduto alla loro sorella.

— Grossi come? — domandò Nia.

— Gorilla. Sono nostri parenti, ma molto più grandi di noi. — Derek stava ancora camminando velocemente. — Quando si metterà in viaggio, avrà un paio di giorni di ritardo su di noi.

— Di che cosa stai parlando? — gli domandai.

— Inzara. Se deciderà di inseguirci. Forse tre giorni, se saremo fortunati e si fermerà un po’ di tempo presso il lago. Nia, a che velocità può viaggiare un cornacurve?

— Il Popolo dell’Ambra segue le mandrie. Capisce gli animali e conosce bene la pazienza. Non sarà tanto sciocco da forzare troppo il suo cornacurve. Più probabilmente, manterrà un’andatura che è il doppio della nostra.

— Ho sempre odiato i problemi come questo. Bob ha il doppio di frutti di Alice, che a sua volta è alta la metà di Krishna. Quanti giorni ci vorranno prima che Inzara ci raggiunga?

— E adesso di che cosa sta parlando? — domandò l’oracolo.

— Niente di importante. — Riflettei un momento. — Gli ci vorranno due giorni, Derek. Dovremmo incominciare a preoccuparci la sera di dopodomani. No, il giorno dopo.

— Okay. Procederemo più velocemente che potremo. Forse il fiume è più vicino di quanto pensiamo.

— Hai paura? — chiesi.

— Certo, è naturale — rispose in inglese. — Se uccideremo altri nativi, finiremo il nostro lavoro sulla nave, molto probabilmente a pulire gli scarichi delle fognature. O forse a pulire le gabbie nei laboratori. In ogni caso, avremo finito per sempre quaggiù. — Mi lanciò un’occhiata. — Stravolgo molto i regolamenti e opero assai vicino al limite. Ma non ho intenzione di cacciarmi in guai seri.

— Perché stravolgi i regolamenti?

Lui rise. — Per dimostrare che posso.

Viaggiammo fino al tramonto, poi ci accampammo. Le nuvole si aprirono e la Grande Luna ci inondò con la sua luce. Era un po’ più che piena. Derek la osservò attentamente. — L’eruzione dev’essere terminata.

— Uhu. — Tirai fuori l’unica camicia umana che mi fosse rimasta eia esaminai. Un po’ sporca e con uno strappo. Decisi di indossarla.

— È troppo tardi — disse Derek. — Quell’uomo ha già visto la camicia di Inahooli.

— Nondimeno… — Mi misi la mia camicia e ripiegai quella di Inahooli, mettendola via.

La mia radio ronzò. L’accesi.

— Prima le buone notizie — disse Eddie. — Il comitato ha deciso di approvare, con rincrescimento, il tuo comportamento riguardo a Inahooli. Non avevi scelta. Forse se non fossi stata semiincosciente, avresti potuto escogitare un altro modo per fermarla. Ma è stata colpa sua se non eri in condizione di pensare. Si stava realizzando il suo karma. Non dovrebbe esserci nessun accrescimento nel tuo fardello karmico, almeno secondo l’opinione del comitato. — Avvertivo un certo distacco nella sua voce. Eddie non aveva niente contro le diverse religioni asiatiche… nel loro ambito, e questo non era un comitato responsabile di decidere la politica di un team scientifico. — Non ci sarà niente di negativo sul tuo curriculum.

Sentii che il mio corpo si rilassava. Emisi un sospiro, poi mi massaggiai la nuca. — Okay. Quali sono le cattive notizie?

— Ce ne sono tre. Derek si è beccato un rimprovero per quella stupidità riguardo al braccialetto.

Diedi un’occhiata a Derek. Lui si strinse nelle spalle.

— In ogni caso, questo non rallenterà la carriera di nessuno, con un elenco di pubblicazioni come il suo. La seconda delle cattive notizie è che il comitato ha deciso di suggerire un dibattito che coinvolga l’intera nave in merito alla nostra politica nei confronti dei nativi.

— Non intervento? — chiesi.

— Già. — Eddie sembrava torvo. — Vogliono riaprire la questione. Gradirei davvero che foste quassù, o almeno vorrei avere quell’opzione. E questo mi porta alla terza cattiva notizia. Lysenko ha esaminato tutte le informazioni in nostro possesso sulla parte del continente dove vi trovate. Il luogo più vicino sul quale è disposto a far atterrare un aereo è a ovest di dove vi trovate. È un fiume che si allarga in un lago. Dice che non è ottimale, ma è possibile.

— Quanto è lontano? — chiesi.

— Secondo i nostri migliori calcoli, otto giorni. Cercherò di ritardare la prima riunione del comitato dell’intera nave.

— Questo non è il problema più grave, Eddie.

— Ah, no? E qual è?

— Oggi abbiamo incontrato un nativo. Il fratello di Inahooli. Sta andando a far visita alla sorella.

— Sa che l’avete conosciuta?

— Avevo indosso una tunica che apparteneva a Inahooli. E anche Nia. Ha riconosciuto gli indumenti. La cosa non l’ha preoccupato. I nativi si scambiano sempre doni. Ma quando troverà la tomba…

— Maledizione.

— E ha due fratelli. Stanno viaggiando insieme o, per lo meno, nella stessa direzione. Potremmo avere tre nativi grandi e grossi e furiosi che ci danno la caccia.

Eddie tacque per uno o due minuti. — Che cosa progettate di fare?

Derek disse: — Correre come disperati e sperare che non ci seguano.

— Immagino che sia la migliore idea. Il comitato ha ragione su una cosa. Ci sono stati troppi contrattempi. Non riesco a capire perché. — La voce di Eddie aveva un tono lamentoso.

— Non tieni conto di una cosa — disse Derek. — Rifletti su chi sono coloro che hanno avuto tutti i fastidi. Io. Harrison. Gregory. Tutti uomini. Abbiamo incontrato tutti lo stesso problema: il ruolo sociale dei maschi adulti. Non so come Santha sia riuscito a evitare i guai. La sua popolazione ammette forse gli uomini nel proprio villaggio?

— Be’, questa è una storia interessante — disse Eddie. — Ma è piuttosto lunga, e i diagrammi aiutano parecchio. Vi racconterò di Santha quando tornerete quassù.

— Okay — rispose Derek.

— Non sono certo della validità della tua spiegazione. E Lixia allora? Perché ha avuto tanti problemi?

— Ricordati dei suoi compagni di viaggio. Due uomini e una donna con una reputazione di perversione assai diffusa.

Ci fu un attimo di silenzio. — Hai ragione, vero? Questo è stato un mio errore. Avrei dovuto prelevare Lixia subito dopo il fiasco nel primo villaggio e darle un nuovo incarico, magari sull’altro continente.

Derek fece il gesto dell’incertezza, poi disse: — Non lo so. Non vado matto per una seconda ipotesi nella storia. E non amo le parole come "avrei dovuto".

— Be’, fate del vostro meglio. Troverete Lysenko ad aspettarvi quando arriverete al lago.

Derek spense la radio. — Hai notato come Eddie usi spesso la prima persona singolare? Dal modo in cui parla, è lui quello che prende tutte le decisioni e si assume tutte le responsabilità senza alcun aiuto da parte del resto del comitato.


"Io, me, mio, il mio…

Ciascuno un segno di pericolo."


"È quello che erano solite dirci le streghe. Fate caso a quelle parole. Se una persona le usa troppo spesso e con troppa enfasi, significa che sta sprofondando dentro il pozzo del sé. Ed è una situazione pericolosa. Ci si può trovare faccia a faccia con un’attitudine all’avidità o una voglia di potere."

Feci il gesto dell’intesa. Non avevo voglia di discutere delle teorie sociali degli aborigeni californiani, non in inglese di fronte a Nia e all’oracolo. Era un atto di scortesia. Guardai Nia. — Il nostro amico, quello che ha la voce nella scatola, è preoccupato per la quantità di problemi che abbiamo incontrato.

— Non è mai facile viaggiare — disse l’oracolo. — Lo so. Una delle mie sorelle è una grande viaggiatrice. È stata a nord fin dove arrivano gli uomini e ha incontrato il Popolo del Ferro nel suo territorio estivo. È stata anche a sud e ha visto l’oceano e ha ricevuto doni dalle popolazioni che vivono laggiù: il Popolo della Spina di Pesce e il Popolo del Color Verde Scuro. Mia madre mi ha parlato delle sue avventure. Hola! Che storia! — Si mordicchiò un’unghia. — Che cosa si aspetta il vostro amico?

— Una buona domanda. Non ne sono del tutto certa.

Durante i tre giorni che seguirono viaggiammo il più velocemente possibile. Non accadde niente di speciale. Il cielo era quasi sempre limpido e la regione dolcemente ondulata. Vedemmo animali in lonananza: branchi di bipedi che brucavano e una volta un animale solitario che Nia ci disse essere l’assassino-delle-pianure.

— Un maschio. Vedi com’è grosso e come cammina dinoccolato?

— Nia, quella cosa è solo un puntino nero per me. Pensavo che potesse trattarsi di una persona.

— Ma che occhi hai! È certamente un assassino e un maschio. Una femmina viaggerebbe con i suoi piccoli. I piccoli sarebbero affamati ed essa sarebbe pericolosa. Ma un maschio non rappresenta un grosso problema.

— Sei tu che lo dici! — saltò su l’oracolo. — So io come stanno le cose.

— Ma tu eri da solo e non avevi un fuoco acceso.

Questo avveniva a metà del terzo giorno. A quel punto stavamo diventando tutti nervosi e ci guardavamo attorno e alle spalle.

Ci fermammo presto in cima a un’altura che era più elevata delle altre collinette. Derek scrutò l’orizzonte verso est. — Niente — disse. — Non li vedo. Faremo comunque dei turni di guardia. E non credo di voler correre il rischio di accendere un fuoco.

— Dobbiamo — ribatté Nia. — Ci sono cose peggiori degli uomini. Non voglio stare sdraiata nell’oscurità ad aspettare un assassino-delle-pianure.

— D’accordo — disse Derek.

Accendemmo un fuoco e ci raggomitolammo attorno. Derek fece il primo turno di guardia. Io rimasi seduta a preoccuparmi. Infine, quando non riuscii più a sopportare l’ansia, chiamai Eddie.

— Qualche segno dei tre fratelli? — s’informò.

— No. E non voglio pensarci. Come vanno le cose sulla nave?

— Non troppo bene. Meiling è passata all’opposizione.

— Che cosa?

— Ha presentato un rapporto contro il non intervento. I nativi non sono degli stupidi, secondo lei. Hanno occhi per vedere e menti per pensare. Sanno che lei è qualcosa di assolutamente differente, qualcosa di totalmente estraneo alla loro esperienza e all’esperienza dei loro antenati. Nelle storie sulla creazione non si parla di gente senza pelo.

"La conoscenza, di per sé, è un intervento. La nostra presenza cambia il modo di vedere il mondo per i nativi. Secondo lei, non c’è modo di studiare queste persone senza provocare dei cambiamenti."

— Il Principio di Casualità di Heisenberg — dissi.

— Così mi dicono. Non sono un esperto di storia della scienza. E non credo che sia possibile applicare le leggi della fisica al comportamento degli individui. Questo somiglia al Socialismo Darwiniano. Una teoria stupida e pericolosa.

"Meiling sostiene che la politica del non intervento provoca una cosa sola. Rende difficile la vita agli operatori sul campo. Non possono scambiare informazioni con i nativi e non possono offrire aiuto. Semplice assistenza medica, per esempio."

— Io l’ho fatto — dissi. — Quando Nia è rimasta ferita.

— Lo so. Ma si trattava di una persona soltanto, e tu e Nia eravate da sole. Non è stato come se ti fossi proposta come dottore del villaggio. È questo che vuole Meiling. Ha una preparazione medica e ha lavorato in Tibet. Le abbiamo detto di no ed è ancora adirata.

Pensai a Meiling: esile e dai sentimenti profondi, una persona che faceva fatica a essere obiettiva. L’inazione non era cosa per lei. Non nutriva alcun interesse per le idee di Lao Zi o del Buddha. Veniva dalla seconda grande tradizione della Cina, quella di Mao Zi, di Men Zi e del Maestro Kong. La tradizione della responsabilità sociale.

— Lei ha un argomento valido — continuò Eddie. — Lo so che il non intervento rende più difficile ogni cosa. E forse è una farsa. Forse non c’è modo di evitare di cambiare questo pianeta. Ma la politica ci costringe a muoverci lentamente. Se l’abbandoniamo o incominciamo anche solo a modificarla, sarà solo una questione di tempo, e non molto, prima che il pianeta assomigli all’America del Diciannovesimo Secolo. I nativi saranno sommersi da esploratori, prospettori e missionari marxisti.

— Eddie, ti preoccupi anche più di me.

— Non ho intenzione di dire "aspettiamo e vediamo". Intendo fare tutto il possibile per assicurarmi che le mie previsioni non si avverino.

— Buonanotte, Eddie.

Meditai per un po’ di tempo, guardando il fuoco. Poi mi appisolai, seduta nella posizione del semiloto. Finalmente Derek mi scosse.

— È il tuo turno. Non ho visto nessuno.

Restai di guardia fino a metà della notte. Non accadde niente di particolare. Caddero meteore e un insetto notturno emerse dalle tenebre. Si librò al di sopra del fuoco su enormi ali pallide. Un istante dopo era sparito.

Svegliai Nia. Lei si alzò, lamentandosi sommessamente.

— Ho visto un insetto grande così. — Indicai un 40 centimetri di lunghezza con le mani. — È possibile?

Nia si accigliò. — È per questo che mi hai svegliata?

— No. È il tuo turno di fare la guardia. È possibile che l’insetto sia stato così grosso?

— Sì. — Nia si stiracchiò e sbadigliò. — Mettiti a dormire, Li-sa. Non mi va di parlare.

Ubbidii.

La mattina era radiosa. Sopra di noi e verso oriente il cielo era limpido. Verso occidente era pieno di nuvole. Erano una specie di cirri.

— Tempo nuovo — osservò Nia.

Sellammo gli animali e ci rimettemmo in marcia. Io cavalcai con l’oracolo.

Le nuvole si diffusero verso est, coprendo il cielo. Entro metà mattina il sole splendeva attraverso una bianca foschia. Derek continuava a voltarsi a guardare indietro. — Forse hanno deciso di lasciar perdere l’intera faccenda — disse alla fine, ma non parlava con molta convinzione.

A mezzogiorno arrivammo in una valle. Ci fermammo sulla costa scoscesa che la sovrastava. La costa era bassa, la valle poco profonda e non molto ampia. Al centro scorreva un fiume, lento e bruno, e lungo le rive cresceva l’erba enorme. Una nuova varietà. Le foglie erano di un inconfondibile azzurro. I pendii della valle erano ricoperti della solita vegetazione gialla. Qui e là scorsi macchie di rosso: una pianta che non riconoscevo.

La pista scendeva nella valle. La seguimmo lungo tutto il giallo declivio. Vidi degli animali: una mandria o un gregge di quadrupedi. Erano piccoli, alti non più di un metro, e timorosi. Non appena ci avvicinammo, fuggirono a grandi balzi come tante gazzelle. Erano bruni con strisce bianche lungo la schiena, e coperti di pelliccia.

— Che cosa sono? — domandò Derek.

— Schiene