Eleanor Arnason

Meduse


L’INCUDINE E IL MARTELLO

Per le sorelle Yard e le loro famiglie


RINGRAZIAMENTI

<p>RINGRAZIAMENTI</p>

Le seguenti persone hanno letto questo romanzo in manoscritto (o l’hanno sentito leggere da me). Le ringrazio tutte per i loro commenti.

Eugene L. Baryngton III

Ruth Berman

David Cummer

Terry A. Garey

David G. Hartwell

P. C. Hodgell

Virginia Kidd

Mike Levy

Sandra Lindow

K. Cassandra O’Malley

Laurel Winter

Desidero anche ringraziare il fisico Albert W. Kuhfeld che, all’ultimo momento, ha risposto a un paio di domande scientifiche e, in una conversazione telefonica di dieci minuti, ha disegnato per me una nuova e meravigliosa astronave. Non posso mettere l’astronave in questo romanzo ma sono fermamente deciso a farlo nella continuazione.


Tutto ha conseguenze, sia l’inattività che l’attività. Ma, come regola, è meglio piuttosto non fare niente o poco più di niente, che tanto.

detto Hwarhath


Se proprio devi agire, fallo con decisione.

appendice maschile da un detto Hwarhath


NOTA STORICA

<p>NOTA STORICA</p>

Nel primo decennio del ventunesimo secolo, un gruppo di importanti pensatori cambiarono le basi della fisica. Nel 2015, fu evidente che era possibile costruire un’unità Ftl (Più veloce della luce); nel 2030 l’unità fu costruita. L’umanità, che si era creduta intrappolata sulla Terra e condannata a soffocare nei veleni che lei stessa aveva creato, si trasferì di colpo nella galassia.

O, piuttosto, lo fece una parte di essa. La maggior parte delle persone (ce n’erano nove miliardi nel 2070) rimasero sul pianeta Terra e tentarono di venire a patti con le terribili conseguenze del collasso ambientale: l’effetto serra, l’esaurimento della fascia d’ozono, le piogge acide e la serie apparentemente infinita di epidemie che dilagavano, tutte causate per un verso o per l’altro dall’inquinamento.

Esploratori scoprirono una moltitudine di pianeti, molti abitabili, sebbene nessuno abitato da vita intelligente. Il problema era: la vita già esistente lassù non era compatibile con la vita sulla Terra. In certi casi, la vita indigena era tossica; in altri semplicemente non nutritiva. Quasi sempre, in quegli ambienti alieni, la vita proveniente dalla Terra non prosperava. C’erano molti viaggi esplorativi, molte stazioni di ricerca, ma poche colonie planetarie.

Ciononostante, continuavano a partire astronavi che percorrevano distanze quasi incomprensibili, spesso in competizione fra loro. (Le nazioni non si estinsero che verso la fine del secolo.) Cercavano due cose: pianeti che fossero abitabili per gli umani, e altra vita intelligente.


MEMO

<p>MEMO</p>

OGGETTO: Avvio di negoziati

MITTENTE: Sanders Nicholas, addetto alle informazioni presso lo staff del Primo Difensore Ettin Gwarha

DESTINATARIO: Primo Difensore Ettin Gwarha

STRETTAMENTE CONFIDENZIALE

Il problema, per come lo vedo io, consiste in una mancanza di informazioni. Il Popolo sa più cose sul nemico di quante il nemico non sappia su di loro. Questo è dovuto soprattutto alla differenza tra le due culture, ma anche a semplice fortuna.

Per lungo tempo, questo è stato un vantaggio e la maggior parte degli Uomini-che-stanno-di-fronte credono che lo sia ancora.

Io non sono d’accordo.

Il nemico continua a raccogliere informazioni. Prima o poi, sapranno abbastanza da preparare un attacco al Weaving. (Quel momento è vicino. Tutti gli scenari ipotizzati l’anno scorso non prevedono niente di buono.) Incerto che decidano di attaccare, altrettanto incerti i danni che potrebbero provocare.

Ciò che mi sembra chiaro è questo: il nemico non sa abbastanza da agire in modo intelligente.

Ci sono cose peggiori di un nemico ignorante. (Un nemico stupido. Un nemico furbo e pazzo.) Ma l’ignoranza mi fa paura.

L’altra parte non può giudicare le conseguenze. Quelli semplicemente non sanno quale tipo di comportamento possa essere inaccettabile o disastroso. Potrebbero distruggerci tutti per caso.

A me sembra imperativo che il Weaving cominci a cercare il sistema di procurarsi informazioni. Non informazioni militari, ovviamente. Ne abbiamo discusso più volte. Ti rimando alla tua memoria e ai memo precedenti.

Mi rendo conto che la maggior parte degli altri frontisti non sono d’accordo. Ritengono che non sia necessario alcun cambiamento. Il Popolo può continuare come ha sempre fatto. Questa guerra… con un nemico nuovo e strano… può essere combattuta come tutte le guerre precedenti, e non c’è alcun particolare pericolo nel combattere contro chi non sa quello che fa.

Mi rendo ugualmente conto che prudenza e onore richiedono che tu non faccia niente senza il consenso degli altri frontisti.

Il che rappresenta una trappola abbastanza grande da contenerci tutti: me, tu, i Frontisti-che-stanno-insieme, il Weaving e il Popolo. Non vedo vie d’uscita. Forse tu dovresti riflettere sulla situazione. Tenere presente gli scenari computerizzati. Non sembrano buoni.


PARTE PRIMA

NICHOLAS IL BUGIARDO

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<p>PARTE PRIMA</p> <p>NICHOLAS IL BUGIARDO</p>
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Il pianeta sul quale Anna era di postazione si trovava nella stessa posizione della Terra: 148 milioni di chilometri da una comune stella G2 non visibile dalla Terra. Nella parte interna, c’era un pianeta doppio, una di quelle anomalie tanto comuni da far impazzire i teorici. Entrambi i mondi avevano atmosfere, dense e velenose e, viste da lontano, d’un bianco accecante. Sul pianeta di Anna erano la stella mattino/sera, che spuntava e calava quando la coppia ruotava l’uno attorno all’altro. Al loro punto di massima separazione, la stella diventava due stelle, lucenti l’una accanto all’altra nel cielo grigio azzurro del tramonto o dell’alba.

Nella parte esterna… oltre il pianeta di Anna… c’erano quattro giganti gassosi, tutti visibili nel cielo notturno, sebbene nessuno di loro avesse tanta luce come i Gemelli. Nessuno si era mai preso la briga di dare un nome ai giganti. Non avevano proprio nulla di speciale.

E poi i soliti detriti spaziali: comete e asteroidi, lune e anelli e il buio compagno che viaggiava attorno al sole G2, a una buona distanza. Era una singolarità, e faceva del sistema un punto di trasferimento.

Il pianeta sul quale si trovava Anna era abitabile per gli umani. L’atmosfera era molto simile alla vecchia atmosfera preindustriale della Terra. L’oceano era H20. C’erano due continenti. Uno nell’emisfero meridionale e aveva grosso modo la forma di una clessidra; l’altro, molto più grosso, si estendeva dall’equatore al polo nord e assomigliava a un boomerang.

La stazione di Anna si trovava al centro della clessidra, sulla costa orientale della strozzatura. Fino a poco tempo prima, era stata l’unica località sul pianeta con vita sicuramente intelligente.

Ora c’era un’altra base sul pianeta: sulla costa meridionale del boomerang, proprio sulla curva. L’avevano costruita alieni che si chiamavano hwarhath. Gli umani li chiamavano "il nemico"; e la postazione di Anna… la sua bella e tranquilla postazione di sopravvivenza biologica… era piena di fottuti diplomatici.

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Nuvole scure si avvicinavano dall’oceano. C’erano cavalloni nella baia. Anna si abbottonò la giacca quando uscì dall’edificio principale, poi si avviò alla spiaggia. La forma locale di copertura del terreno… qualcosa che assomigliava a muschio giallo… aveva buttato steli di spore negli ultimi giorni. Erano alti, soffici e curvi per via del vento.

Primi d’autunno. Presto le correnti dell’oceano sarebbero cambiate e avrebbero spostato la sua area di studio lontano dalle acque fredde attorno al polo. Era in baie come quella che si sarebbero riuniti, mandandosi segnalazioni con elaborate manifestazioni luminose e si sarebbero scambiati il materiale genetico (con cura, con molta cura, viticci d’accoppiamento che spuntavano tra molti altri, pungenti), e avrebbero infine prodotto i giovani. Dopo di che, se in vena, alcuni avrebbero bighellonato nei dintorni e si sarebbero messi a chiacchierare con gli umani.

Anna salì sul pontile, che si estendeva nella baia, lungo e snodato.

Quella era la parte della giornata che preferiva. Muoversi sugli stretti segmenti era una specie di microviaggio. Come in tutti i viaggi, Anna si sentiva (per una volta) fuori della vita. Non era la persona che aveva lasciato la stazione di ricerca, né la persona che sarebbe arrivata alla barca di ricerca; poteva considerare passato e futuro con calma.

Si soffermò perlopiù sul presente. Il pontile si alzava e si abbassava, rispondendo al suo peso e al movimento dell’acqua. Il vento soffiava ora freddo ora soltanto fresco.

Sulla Terra, una giornata come quella sarebbe stata piena di gabbiani e del loro rumore; ma quel pianeta non aveva uccelli e le condizioni atmosferiche avevano indotto gli insetti del luogo a rintanarsi. Anna rimase in ascolto, udendo soltanto l’acqua e il vento e il cigolio metallico che i segmenti del pontile producevano sfregando l’uno contro l’altro.

La barca era alla punta estrema del pontile. Più in là, ancorato al centro della baia, c’era un galleggiante per le comunicazioni: lungo dieci metri e bianco, chiamato (inevitabile) Moby Dick.

Anna salì a bordo e si chinò nella cabina. Yoshi era lì che beveva tè e guardava gli schermi. Le lanciò un’occhiata. — La scorsa notte, è venuto Rosso-rosso-blu, battendo i flagelli e divertendosi un po’.

— In anticipo di tre settimane — osservò lei.

Yoshi annuì.

— La solita routine?

Lui annuì di nuovo, il che significava che l’alieno aveva lampeggiato una serie di luci che volevano dire "salute… benvenuti… non aggressione".

— Ho risposto. Le luci su Moby funzionano tutte bene. Rosso ha fatto un paio di volte il giro, poi ha mandato il segnale di riconoscimento e se n’è andato. — Batté su uno schermo con un punto luminoso. — Ecco Rosso. Vicino all’entrata e non si muove. Aspetta qualcuno sessualmente più interessante di Moby.

Dopo cinque anni, gli alieni… gli alieni di Anna… conoscevano Moby e sapevano che Moby non scambiava materiale genetico. Finché non avessero finito di accoppiarsi, non avrebbero mostrato alcun interesse per il galleggiante.

Anna guardò fuori dal finestrino la baia grigio-verde. C’erano gocce d’acqua sul plexiglass: spruzzi o l’inizio della pioggia. La sottobase hwar era là fuori, su un’isola al largo che sarebbe stata a malapena visibile in una giornata limpida, abbastanza vicina perché gli hwarhath potessero andare e venire dalla zona diplomatica, ma abbastanza lontana perché potessero essere ragionevolmente sicuri della loro privacy.

— Voleranno avanti e indietro tutti i giorni — osservò lei. — Proprio sulla baia. Spero che non diventi un problema.

— Non credo che Rosso e compagnia abbiano in mente qualcos’altro oltre al sesso e alla paura, ammesso che abbiano delle menti. — Yoshi si alzò e chiuse il thermos. — Divertiti, Anna.

Anna si sistemò per le otto ore che le toccavano, il thermos aperto, il caffè fumante in una tazza. Non appena Yoshi se ne fu andato, attivò il sistema audio.

Yoshi trovava che i rumori prodotti dagli animali della baia fossero un po’ irritanti. Ma ad Anna piacevano: i gemiti e i fischi dei vari tipi di pesci e gli scoppi secchi che provenivano (ne erano quasi sicuri) da creature che assomigliavano a trilobiti che vivevano nella melma sul fondo.

Ah! Quel giorno era di turno il pesce-fischio. Anna sorseggiò il caffè e rimase in ascolto, controllando di tanto in tanto gli schermi.

Alle dieci e zero-zero, udì il rumore di un motore, si alzò e uscì in coperta. Eccolo… l’aereo hwarhath… che arrivava da est. La pala di un ventilatore, le parve, quando passò sopra di lei. Assolutamente comune, forse un po’ tozzo, smussato e non elegante come le navi degli alieni. Sebbene stesse forse memorizzando; noi vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere. Adesso cadeva una pioggia regolare. Una giornata schifosa per il primo incontro tra l’umanità e l’unica altra specie interstellare conosciuta.

Rientrò e accese l’unità di comunicazione. Come promesso, c’era il campo d’atterraggio, un’ampia striscia di cemento battuta dalla pioggia. Una dozzina di figure erano ferme sulla pista tra le pozze d’acqua: i diplomatici umani. Erano tutti civili, con lunghe palandrane scure e gli ombrelli in mano, e tutti uomini. Gli alieni avevano insistito. Non avrebbero negoziato con donne, il che non prometteva niente di buono sulla loro apertura mentale. Ma forse c’era una spiegazione che andava al di là di un semplice fanatismo; era sempre una buona idea sospendere i giudizi quando si aveva a che fare con una cultura veramente estranea.

Gli umani militari non erano ripresi, e tutti gli altri si trovavano all’interno della stazione. Il campo sarebbe stato off-limits fino a quando il benvenuto ufficiale non fosse finito e gli alieni non fossero stati tutti al sicuro all’interno della zona diplomatica. Ma, come gesto di cortesia, era stata piazzata una telecamera ed era collegata col sistema di comunicazione della stazione. Ogni umano sul pianeta avrebbe potuto assistere a quel momento storico. Anna si versò dell’altro caffè nella tazza.

L’aereo atterrò sollevando nuvoloni d’acqua. Le lunghe palandrane svolazzarono e gli ombrelli cercarono di fuggire, sollevandosi come grandi avvoltoi neri. Uno si rovesciò. Anna rise. Ridicolo!

Il portello del velivolo si aprì. Anna attese, la tazza ferma a metà strada dalla bocca. Una scaletta venne srotolata e degli individui uscirono. Erano larghi e solidi, umanoidi, e grigi come il cielo e la foschia. Niente palandrane e niente ombrelli. Al contrario, gli alieni indossavano vestiti attillati dello stesso colore del pelo.

Si muovevano sotto la pioggia a loro agio… con casualità… come se le condizioni atmosferiche non avessero importanza, come se la pioggia non esistesse. I primi portavano fucili in spalla, un braccio sulla canna, la bocca delle armi rivolta verso il basso. Sembravano rilassati ma si muovevano (Anna notò) con precisione, sebbene non fosse una precisione militare. Come atleti o attori.

Bello, pensò. Davvero impressionante. Gli alieni avevano il senso della drammaticità.

Si sistemarono su due file, lasciando tra di loro un passaggio. Fu poi la volta delle persone importanti: corpi grigi più massicci e, tra loro, un corpo che era molto più alto e più magro, con spalle curve contro la pioggia.

Per un momento… chi era l’operatore? …la telecamera zumò. Anna vide un viso senza pelo, lungo e stretto, capelli che gocciolavano e occhi semichiusi. Un umano.

A quel punto, la trasmissione terminò.

Anna cominciò a premere pulsanti, cercando dapprima di far tornare l’immagine, poi di raggiungere qualcuno alla stazione. Inutile. La sua unità era ancora in funzione. Poteva sentirlo: un ronzio debole e basso. Ma nient’altro, solo un ronzio. L’intero sistema doveva essere stato chiuso.

Uscì in coperta. La zona diplomatica si trovava in cima alla collina che sorgeva alle spalle della stazione di ricerca. Era un agglomerato di cupole prefabbricate, a malapena visibili attraverso la pioggia. La pista d’atterraggio era al di là della zona, interamente nascosta.

Riusciva a vedere la stazione di ricerca, e aveva l’aspetto di sempre: basse costruzioni disposte in un paesaggio di muschio giallo. C’era luce a tutte le finestre. Una persona uscì da una porta e si affrettò ad attraversare uno spazio aperto, poi sparì oltre un’altra porta. Senza correre, si disse lei, solo affrettandosi a causa della pioggia.

Tornò dentro e provò di nuovo con la Uc. Ancora niente. Che cosa stava succedendo?

Provò a mantenere la mente ferma al problema che aveva davanti ma la mente continuava a tornare alla pista d’atterraggio e all’uomo che scendeva dalla scaletta, che usciva dall’aereo degli alieni.

L’umanità aveva incontrato i hwarhath… quando? Quarant’anni prima? In tutto quel tempo, nessuno aveva mai cambiato parte, per quanto ne sapeva lei, perlomeno.

Erano gli altri, gli inconoscibili, gli esseri su orribili e tozzi vascelli più veloci della luce che venivano nel nostro spazio e fuggivano se le nostre navi li trovavano, o combattevano e venivano distrutti. Dopo quarant’anni di schermaglie e di spionaggio, che cosa sapeva l’umanità di loro? Una delle loro lingue. Qualcosa sulla loro capacità militare. Avevamo tracciato i confini del loro spazio ma non avevamo mai trovato un loro pianeta, solo navi e navi e qualche stazione nello spazio profondo. (Anna aveva visto l’ologramma di una di esse: un enorme cilindro che girava nella luce di un cupo sole rosso.)

Tutto era armato. Per quello che potevano dirne gli umani, gli alieni non avevano una società civile. Non c’era mai stata una cultura umana… una Sparta, una Prussia, un’America… perciò tutto era interamente rivolto alla guerra.

Allora quell’uomo… quell’essere dall’aspetto così ordinariamente umano, con il viso pallido e i capelli biondi e lisci… che cosa ci faceva tra gli alieni? Era un prigioniero? Perché si erano portati un prigioniero con la squadra dei negoziatori?

Anna tornò in coperta. Non era cambiato niente. Forse doveva andare a chiedere che cosa stesse accadendo. Ma se c’erano problemi, preferiva starne fuori; ma poi, se ci fossero stati problemi, non avrebbe dovuto veder correre persone, il saettare dei lampi di luce delle armi?

Nell’ora che seguì, continuò a camminare avanti e indietro tra la cabina e il parapetto. Non accadde niente, tranne che i pesci-fischio continuavano a muoversi nell’acqua profonda e lei non ne poteva più di sentirli. Merda. Merda. Se avesse voluto partecipare a una guerra, si sarebbe unita ai militari e avrebbe ricevuto un’istruzione adeguata.

Alle tredici e zero-zero, lo schermo delle comunicazioni tornò a funzionare; Anna vide il viso di Mohammed, scuro e magro.

— Che cos’è accaduto? — domandò.

— Abbiamo avuto una temporanea interruzione di corrente — rispose lui, cauto. — Difficile che accada di nuovo. Me l’hanno assicurato.

Mohammed era il loro esperto di sistemi di comunicazione. Non sarebbe mai andato da un altro per un problema tecnico; perciò non si era trattato di un problema tecnico. Qualcuno aveva tolto la spina.

— E gli alieni?

— Sono andati nella zona diplomatica, come programmato.

Lei aprì la bocca per parlare ma lui sollevò una mano. — Non so altro, Anna.

Anna spense la Uc e si dedicò agli altri schermi.

Alle quattordici e zero-zero, uno dei compagni di Rosso entrò nella baia. Anna lo rilevò sul sonar, che nuotava rapidamente lungo lo stretto canale d’entrata e si fermava quando vedeva Rosso. Gli alieni non usavano luci durante il giorno. Comunicavano invece con escrezioni chimiche nell’acqua. Nessuno degli strumenti di Anna poteva rilevare sostanze chimiche a quella distanza. Anna poteva soltanto guardare i due punti sullo schermo. Restarono a lungo immobili.

Poi il nuovo alieno si mosse. Non si avvicinò a Moby Dick, anche se non era possibile che non avesse notato il galleggiante, e Moby assomigliava grosso modo a un alieno. Abbastanza da confondere Rosso, almeno a prima vista. Ma quel compagno non mostrava alcun interesse, il che sembrava indicare che aveva ricevuto una qualche informazione da Rosso.

Anna immaginò una conversazione.

C’è qualcun altro, qui?

Solo quella buffa creatura che sa parlare come noi, ma non tenta mai di mangiare nessuno o di accoppiarsi.

Oh, be’, allora è persino inutile prendersi la briga di salutarla.

L’alieno si fermò in mezzo alla baia. Alle quindici e zero-zero arrivò Maria.

— Sei in ritardo.

— Sono stata trattenuta alla stazione. Roba da farti impazzire, Anna. Cento ricercatori, tutti che fanno congetture contemporaneamente, e nessuno di loro con informazioni sufficienti per dire qualcosa che abbia senso.

— Grande. Rosso ha compagnia. È appena arrivato e non ha tentato di fare qualcosa con Moby. Se non sono intelligenti, ne danno un’imitazione davvero buona.

Maria scosse la testa. — Ciò che abbiamo qui, Anna, è un branco di enormi meduse con strani sistemi nervosi. Una specie intelligente si potrebbe definire quella gente sulla collina.

— Può darsi — disse Anna.

Tornò lentamente alla stazione. La pioggia si era trasformata in foschia e gli animali della sera stavano uscendo dai loro nascondigli. Appartenevano perlopiù a una specie: lunghi e segmentati e con molte zampe. I dorsi scintillavano alla luce dei lampioni stradali. (Era quello il nome giusto per delle cose che distavano decine di anni luce dalla strada più vicina?)

Cacciatori, avrebbe detto lei, alla ricerca di vermi che venivano spinti in superficie dall’umidità e assolutamente privi di intelligenza, anche se splendidamente adatti a ciò che facevano. Gli alieni di Anna erano diversi. Avevano cervelli, non meno di dieci per ogni singolo animale, tutti collegati; sebbene Rosso e i suoi amici nella baia non ne avessero più di cinque. Erano sviluppati soltanto per metà. Quelli grossi, con viticci lunghi cento metri, non si accoppiavano mai né si allontanavano dall’oceano profondo.

Quanto alla stazione, Maria aveva ragione. La sala da pranzo era piena di gente e il livello del rumore era più alto del normale. Anna si servì e andò a cercare Mohammed. Lui sedeva a un tavolo d’angolo, circondato da altri tutti con l’espressione attenta. Era ovvio che volevano sapere che cos’era successo al sistema di comunicazione.

Anna si fermò, il vassoio in mano, e Mohammed sollevò lo sguardo. — Non volevo parlare del sistema di comunicazione, Anna. C’era un militare con me durante la teletrasmissione dell’atterraggio. Quando ha visto che cosa usciva dall’aereo, mi ha tolto la corrente e non l’ha rimessa per oltre un’ora. Criptofascista! Ero furibondo, te l’assicuro.

— Qualcuno sa cos’è accaduto all’uomo? — domandò qualcuno al tavolo.

— Dev’essere nella zona diplomatica, no? Non è alla stazione e non è possibile che abbiano lasciato quel poveraccio sotto la pioggia e al buio.

Anna sorrise. Era tipico di Mohammed. Aveva usato la parola "fascista" come se ne conoscesse il significato, e, nel contempo, credeva che quella gente fosse civilizzata. C’è un modo giusto di comportarsi; non si può lasciare sotto la pioggia un membro di una missione diplomatica.

Qualcun altro disse: — Quelli non potranno passarla liscia, no?

Anna non sapeva chi fossero "quelli"… i hwar? I militari umani? E le semplici congetture non le interessavano. Annuì a Mohammed e si allontanò alla ricerca di un tavolo libero.

Più tardi, durante il tragitto tra una costruzione e l’altra, udì il rombo basso dell’aereo degli alieni e sollevò la testa. Ne vide le luci… bianche e ambra… che si muovevano sopra di lei e puntavano verso il mare.

<p>3</p>

L’aereo degli alieni tornò il mattino seguente e ripartì la sera. Questo sembrava indicare che i negoziati continuavano, come stabilito.

Dalla zona diplomatica non arrivò niente di ufficiale. I colloqui erano segreti; lo erano sempre stati, con nessun servizio su nessuna delle reti. La gente della stazione aveva ricevuto qualche notizia, per pura cortesia e perché erano troppo vicini per essere tenuti completamente all’oscuro; ora anche loro erano stati esclusi.

Dopo tre giorni, Anna ricevette le prime notizie ufficiose. Arrivarono da Katya, che se la intendeva con uno dei diplomatici: un uomo molto giovane che parlava troppo. Katya otteneva informazioni dal diplomatico… che si chiamava Etienne Corbeau… e le passava agli amici scelti, persone di cui si poteva stare tranquilli che avrebbero taciuto. Sarebbe stato un peccato se gli altri diplomatici l’avessero scoperto.

— Usano l’uomo come traduttore — spiegò Katya. — Il loro principale traduttore. Secondo Etienne, il primo giorno ha presentato il hwar più importante… una specie di generale… e poi ha detto: «Mi chiamo Nicholas. Non commettete l’errore di pensare che la mia lealtà sia in qualche modo divisa, e non pensate che ciò che dico abbia qualcosa a che fare con me. Quando parlo, parla il generale». O quello che è. A Etienne piace esagerare le storie. Quelli della Mi hanno mandato una sonda-messaggio fuori sistema. Vogliono sapere chi è questo tizio.

— Come vanno i colloqui? — domandò Anna. — Approdano a qualcosa?

Katya sorrise con dolcezza. Gran parte dei suoi antenati provenivano dall’Asia sudorientale; alcuni erano africani. Era piccola e scura e di ossatura minuta e la donna più bella che Anna avesse mai visto fuori da un ologramma. Era anche una botanica di prima classe; nessuno sapeva più di lei sul manto giallo simile a muschio del terreno.

— Etienne non lo dice. È un’informazione confidenziale; ma siamo d’accordo che mi passerà i pettegolezzi. È fluente, molto fluente, nella sua parlata hwar.

— L’uomo del mistero? — domandò Anna.

— Certamente. I traduttori dicono che usa almeno un’altra lingua… non spesso e non a lungo e solo quando parla con il generale. I nostri non sanno cosa sia. Stiamo registrando tutto, naturalmente, ma i traduttori dicono che non ne sanno abbastanza per decifrare l’altra lingua.

Anna non era certa che quelle notizie la interessassero. Non condivideva la passione di Katya per l’intrigo, una passione che Katya diceva di aver preso dallo studio delle piante. — Sono meravigliosamente complicate e tortuose, un’ispirazione costante per me. Quelle che non possono trasformarsi devono trovare modi più interessanti per sopravvivere.

Ma tutto ciò non aveva niente a che fare con l’uomo che diceva di chiamarsi Nicholas.


Il tempo cambiò; ebbero giorni e giorni di sole. L’estate indiana, l’avrebbero definita a casa. Il vento sparì. Di tanto in tanto, c’erano i cavalloni nell’oceano, ma non nella baia. Rosso e i suoi compagni nuotavano tranquillamente, non facendo quasi niente che gli strumenti potessero registrare. Risparmiavano energia, immaginò Anna. Non avrebbero mangiato finché non si fosse concluso il periodo degli accoppiamenti.

Non li raggiunse nessun altro alieno. E nessuno aveva qualche buona teoria sui motivi. Forse era il tempo. Anna sedeva nella cabina della barca e si metteva a leggere… i più recenti bollettini professionali arrivati per sonda-messaggio… o a scrivere lettere da inviare sulla Terra.

Le lettere erano tutte brevi, in parte a causa delle restrizioni della sicurezza… nessuno poteva dire niente dei negoziati… ma anche perché non aveva molto da dire. Come poteva spiegare qualcosa della sua vita a persone che vivevano in mezzo a nove miliardi di altri umani? Non sapevano niente di oscurità o di vuoto o di silenzio o di altre stranezze. Per loro, la realtà era l’umanità. Non esisteva nient’altro accanto a loro. I hwarhath erano leggenda e le creature che lei studiava erano incomprensibili. Anna aveva più cose in comune con i soldati, quelli almeno che erano lì con lei.

Una mattina, gonfiò una piccola zattera di gomma, vi attaccò un motore e si allontanò nella baia. Era una giornata d’autunno perfetta: chiara, calma e calda. In alto c’era la stella primaria del pianeta; Anna non aveva problemi a guardare dentro l’acqua limpida che si muoveva appena.

Inseguì Rosso, avvicinandosi lentamente, guardando su un sonar portatile. L’alieno non si muoveva. Quando gli arrivò vicino, fermò il motore e andò alla deriva per gli ultimi pochi metri. Eccolo lì, che galleggiava poco sotto la superficie.

La parte superiore dell’animale… la campana o l’ombrello… era larga tre metri e trasparente; e si increspava dolcemente. All’interno, appena visibili, c’erano i tubi d’alimentazione e cumuli di materiale neurologico. All’estremità inferiore della campana c’erano i tentacoli. Anna riuscì a notarne di tre varietà: quelli lunghi e consistenti che Rosso usava per nuotare; i tentacoli sensori, più corti e più sottili; e i tentacoli che producevano luce, poco più che monconi. Tutto ondeggiava gentilmente, al tempo con il movimento della campana.

Anna non riusciva a vedere il resto dell’animale: i viticci che pungevano, lunghi venti metri, e i viticci per l’accoppiamento, ancora più lunghi. Quelli erano attaccati sotto la campana.

Attorno a lei c’erano la baia azzurro cielo e le basse colline, coperte di vegetazione dorata. Vicino c’era l’animale, trasparente come vetro e pulsante come un cuore. Anna provò un tremendo senso di felicità e di benessere: era per quelle cose che viveva.

Dopo un po’, attaccò una bottiglia per i campioni a una corda e la calò nell’acqua… molto lentamente e con estrema cura. Rosso la notò. Dalla parte più vicina alla barca si allungarono dei tentacoli. Le bocche alle loro estremità si aprirono e inghiottirono l’acqua per saggiarla.

Una luce guizzò attorno alla campana. Interessante. Rosso si sarebbe servito di sostanze chimiche per parlare con un altro pseudosifonoforo. Ma doveva aver capito che lei non avrebbe colto un simile messaggio perciò provava il linguaggio notturno.

Rosso-rosso-blu, dissero le luci. (In realtà, il primo colore era un rosa intenso. Avevano anche pensato di chiamare l’animale Rosa, ma il nome non si addiceva. L’animale era troppo grosso e troppo pericoloso.)

Il primo messaggio percorse due volte il perimetro dell’animale. Poi fu seguito da un secondo messaggio: Arancione-arancione-arancione.

L’arancione era un colore preoccupante.

Io sono Rosso-rosso-blu, stava dicendo l’animale, e non mi piace quello che stai facendo.

Anna recuperò la bottiglia e l’animale si ritrasse, borbottando: un guizzo di luce priva di colore che girò attorno alla campana. Lei attese ancora un momento. Rosso si spense. Ora era meglio riaccendere il motore e allontanarsi a velocità minima, pensò Anna, ricordandosi dei lunghi viticci che pungevano… là sotto, nascosti, nell’acqua come una rete di seta.

<p>4</p>

Tre settimane dopo, cominciarono ad arrivare gli altri animali, nuotando attraverso la stretta entrata della baia. Adesso iniziava il vero lavoro. Anna cambiò i suoi orari. La maggior parte delle informazioni più importanti giungevano di notte, quando le creature galleggiavano in prossimità della superficie dell’acqua, lanciando messaggi avanti e indietro. A volte (e questo era un comportamento notato soltanto durante la stagione dell’accoppiamento) ripetevano tutti lo stesso messaggio, all’unisono o uno dopo l’altro, cosicché la baia era tutta una combinazione di luci.

Entravano nella baia solo gli animali relativamente grossi. Avevano viticci più o meno della stessa lunghezza e si tenevano a distanza di sicurezza l’uno dall’altro. Altri pseudosifonofori… ce n’erano a centinaia… galleggiavano nell’oceano al di là del canale d’entrata, attratti da qualcosa, più verosimilmente un feromone, ma riluttanti a entrare.

— Non c’è alcuna prova d’intelligenza, qui — diceva Maria. — Quelli piccoli hanno paura di quelli grossi; il che è naturale; e ognuno è attratto dalla possibilità di sesso. Il che è altrettanto naturale.

Anna non ribatteva. Era troppo stanca e occupata. Sapeva che i negoziati andavano avanti… l’aereo continuava a passare… ma ormai aveva perso il filo di ciò che poteva succedere.

Una mattina, dopo il lavoro, salì sulla collina sopra la stazione. Il cielo era scuro e chiaro e la stella mattino/sera scintillava sopra l’acqua: due brillanti punti di luce.

Le creature avevano cominciato a segnalare poco prima che lei smontasse e ora ci davano dentro con forza. Impulsi di luci blu e verdi andavano e venivano per la baia, poi attraverso il canale verso l’oceano. Il ritmo… la combinazione… restava lo stesso, ma i colori cambiavano, sbiadivano un po’. Di tanto in tanto, Anna scorgeva un arancione che, in quel contesto, era probabilmente un’indicazione di frustrazione sessuale. Per un qualche motivo, che nessuno capiva ancora, le creature si accoppiavano soltanto nelle baie, mai in oceano aperto. (Un’altra prova che non erano intelligenti, diceva Maria; segno di intelligenza sarebbe stata una certa flessibilità.) Gli animali piccoli sapevano che non avrebbero generato quell’anno e mandavano scintille come tanti fuochi. Più ci si allontanava dalla spiaggia, più gli animali diradavano, ma ce n’era ancora qualcuno, che punteggiava l’acqua scura fino all’orizzonte, che lampeggiava a tempo con gli esemplari grossi nella baia.

Uno spettacolo stupefacente.

Dopo un po’, un paio di giovani soldati molto educati uscirono dalla zona diplomatica. Marine. Il nome non era cambiato, anche se le navi sulle quali viaggiavano ora andavano tra le stelle. Indossavano le uniformi e avevano le teste rasate tranne che per una stretta striscia centrale. Quella del ragazzo era di capelli biondi e lisci; la ragazza, invece, li aveva scuri e ricci.

— La collina è off-limits, signora — disse la ragazza. — Deve andarsene.

Il ragazzo guardò la baia e l’oceano. — Cos’è quella roba?

— Animali — rispose Anna. — Questa è la loro stagione dell’accoppiamento. È come se le rane cantassero Verdi. Non sappiamo ancora se sono intelligenti.

— Perché no? — disse il ragazzo. — Le balene lo sono. E i delfini.

Si sbagliava ma Anna non aveva voglia di discutere. — Sono salita quassù per guardare.

— Sì, vale davvero la pena.

— Andrà avanti per settimane.

— Ehi — disse lui. Era un’esclamazione di gioia.

Poi la ragazza fece: — Adesso deve andare, signora.


Il giorno dopo, l’aereo non ripartì alla solita ora. Katya le disse che i hwarhath erano stati invitati a rimanere per un party.

— Etienne dice che stanno cercando di intrattenere rapporti più cordiali ora che la questione dell’arredamento è sistemata.

— Arredamento? — domandò Anna.

— Non chiedermelo — disse Katya. — Etienne si è chiuso a riccio. Si tratta di un’informazione confidenziale.

— Ah — ribatté Anna e tornò al lavoro.

Accadde col buio, dopo che Yoshi ebbe lasciato la barca. Anna uscì in coperta. La baia era tranquilla. Gli alieni galleggiavano immobili, senza mandare segnali.

Tre persone venivano avanti sul pontile, verso di lei. Una in testa, le altre due seguivano. Anna non riuscì a vederle chiaramente se non quando arrivarono sotto la luce posta all’estremità del pontile vicino alla sua barca.

La prima persona era un umano. Anna lo notò appena perché stava guardando uno dei due che seguivano: un individuo massiccio, vestito di grigio. Aveva un viso largo e piatto, coperto da una peluria grigia, e gli occhi erano completamente azzurri; nessuna traccia di bianco. Le pupille erano larghe sbarre orizzontali che, per reazione alla luce, si restrinsero rapidamente.

Per un momento, l’alieno la fissò, poi abbassò lo sguardo.

L’altro dei due che seguivano era un marine: il ragazzo che Anna aveva conosciuto sulla collina. Portava un fucile, come l’alieno.

L’uomo in testa al gruppetto non aveva armi, o, perlomeno, Anna non riuscì a vederne. Aveva le mani infilate nelle tasche della giacca la quale era disadorna e fatta di una specie di tessuto marrone. Sembrava anche che gli stesse male, come se fatta per qualcuno che non ne capiva assolutamente nulla di moda umana. Stessa cosa per il resto del suo vestiario: disadorno, scuro e in qualche modo inadatto.

Era parte del prezzo del tradimento da pagare?, si domandò Anna. La cattiva fattura degli abiti? L’essere fuori moda?

L’uomo disse: — Uno sguardo diretto è una sfida. È una delle cose che valgono per entrambe le specie. Ecco perché lui guarda giù. Indica che non è interessato in alcun genere di lotta.

— Bene — commentò Anna.

— Mi è stato detto che lei è la persona con la quale dovrei parlare a proposito delle luci nell’oceano.

Anna annuì, senza staccare gli occhi dall’uomo grigio.

— Posso salire a bordo? Temo che loro saliranno con me e vorranno controllare che non ci sia nulla che io possa danneggiare o che possa danneggiare me.

Anna lo guardò dritto negli occhi. Era ordinario come la prima volta che lo aveva visto sullo schermo. Solo che adesso i capelli erano asciutti; un po’ ricci e con parecchio grigio. Il viso era molto pallido come di chi avesse trascorso molti anni dall’ultima volta che era stato al sole.

— Lei è il traduttore — disse Anna, pensando che fosse più educato che chiamarlo traditore.

Lui annuì.

Che diamine? Perché no? Avrebbe potuto non presentarsi più l’occasione di trovarsi di nuovo tanto vicina a un hwarhath. Anna annuì.

L’uomo parlò all’alieno. I due soldati salirono a bordo e cominciarono la perquisizione.

— Fate attenzione — gridò loro Anna. Nicholas aggiunse qualcosa in lingua aliena, poi salì anche lui a bordo. Si appoggiò al parapetto e guardò la baia. Uno dei pseudosifonofori cominciò a lampeggiare, giallo, verde, bianco, giallo: quasi certamente un nome. Sono io. Sono io.

— Okay — fece Nicholas. — Che cosa sono?

Lei glielo disse, poi aggiunse: — Il problema è… Sappiamo che la loro intelligenza è in rapporto alla dimensione. Lo abbiamo scoperto dallo studio degli esemplari piccoli. Questi nella baia sono medi e, probabilmente, mediamente sviluppati quanto a intelligenza. Quelli davvero grandi se ne stanno nell’oceano e non sappiamo ancora come arrivare fino a loro.

I soldati uscirono dalla cabina e rimasero in attesa, ora guardandosi a vicenda, ora guardando Nicholas. Il ragazzo… il marine… sembrava nervoso. Anna non riusciva a vedere l’espressione dell’alieno, ammesso che ne avesse avuta una. La posizione del suo corpo indicava uno stato d’allerta ma non di tensione. Non era preoccupato ma attento, sebbene non guardasse mai nessuno in faccia.

— Molto interessante — disse Nicholas. — Ma non vedo alcuna ragione perché lei pensi che gli animali possano essere intelligenti.

Erano una mezza dozzina a lampeggiare, adesso. Quella sera, i messaggi erano completamente diversi. Non un coro; forse un sestetto, o forse un’emissione di rumore casuale.

— Cosa posso dirle? È facile decidere che una specie è intelligente quando è simile a noi. Come il suo amico, per esempio. Nessuno si è mai fatto domande sui hwar. Abbiamo saputo tutto fin dalla prima volta che abbiamo visto una delle loro navi… Fin dalla prima volta che sono venuti a darci un’occhiata.

Lui la guardò ma non disse nulla.

— Questi qui… — Anna fece segno verso la baia. — …sono davvero alieni; e noi non siamo sicuri di che cosa possa costituire una prova di intelligenza in un animale che va per mare e che non usa attrezzature. Perché me lo chiede, comunque?

— Sono curioso. Negli ultimi giorni, siamo sempre ripartiti dopo il buio e quando ho guardato di sotto li ho visti che lampeggiavano; e sono anche visibili dall’isola… macchie di luce che ballonzolano nell’oceano. E quelli sono i piccoli, ha detto lei. E ho tempo da perdere. Questa sera, stanno cercando di organizzare un evento sociale. Un’idea pazzesca, ma il generale è curioso. Non ha mai visto un gruppo di umani che si divertono. Non penso che funzionerà. I hwarhath non mangiano per divertirsi: per loro è tanto una necessità quanto una legge sacra. Per divertirsi bevono, questo sì, ma i loro festini sono disgustosi. Li evito quanto più mi è possibile. — Nicholas tacque per un momento, guardando la baia. — Mi sono concesso l’orribile fantasia di osservare il generale che cercava di fare conversazione da cocktail party o alle prese… per la prima volta… con una tartina.

— Come vanno i negoziati? — domandò lei.

Lui si strinse nelle spalle. — Sono i primi giorni, e la mia area di competenza non è la diplomazia.

Anna avrebbe voluto domandargli come avesse fatto a mettersi in quella situazione, ma le parve difficile trovare il modo di porgli la domanda. Come si poteva tradire la propria specie? Continuò a parlare degli animali nella baia, formalmente conosciuti come Pseudosiphonophora gigantans. Poi tacque e tutti e due rimasero a guardare in silenzio la baia.

Lui sembrava rilassato, riverso sul parapetto, le mani strette davanti a sé. Ma lei avvertiva un senso di tensione e di solitudine. Il senso di tensione proveniva forse da qualcosa nel corpo di Nicholas, tanto esile che Anna quasi non ne avvertiva consciamente la presenza. Non sapeva bene perché quell’uomo le desse un’impressione di solitudine. Forse per introspezione. Nicholas si raddrizzò. — È tempo di andare. Se conosco bene il generale, si starà annoiando a morte e forse si sarà anche ubriacato. L’alcol non fa assolutamente nulla ai hwarhath. Ma lui si è portato la sua robaccia. — Fece una pausa. — Grazie dell’informazione. Ho letto qualcosa su un vecchio libro… di cui non ricordo il titolo… sull’imparare. È l’unica fonte sicura di piacere e l’unica consolazione che non fallisce mai. — Sorrise. — E tutto quello che ho imparato di recente riguarda certi equipaggiamenti. Mi creda, non è soddisfacente.

Se ne andò con i due soldati alle calcagna. Anna rimase a guardare fino a quando non scomparvero nell’oscurità. Che strana conversazione.

<p>5</p>

Il mattino dopo, Raymond la chiamò proprio mentre lei stava per andare al lavoro.

— Vieni nel mio ufficio, per favore, Anna. — Vide l’espressione del suo viso e aggiunse: — È importante.

Anna prese caffè e un muffin in sala da pranzo e poi andò, arrabbiata. Il più delle volte, Ray non le piaceva e lei non aveva sicuramente votato per lui all’ultima elezione. Ma, a voler essere onesti, era un direttore della stazione perfettamente adeguato e sapeva come trattare con diplomatici e militari. Al momento, quella era una capacità utile.

C’era qualcuno con lui, seduto di fronte alla grande scrivania, una donna in uniforme. La sua pelle aveva lo stesso colore scuro del caffè di Anna. Il taglio dei capelli era quello imposto dal regolamento e il cranio luccicava come se fosse stato lucidato. I capelli, la stretta striscia regolamentare, erano bianchi perché scoloriti. Gli orecchini che le pendevano dalle orecchie erano piccoli grani di vetro.

Ray disse: — Questo è il maggiore Ndo.

— Si sieda, prego — fece il maggiore.

Anna obbedì, a disagio. Aveva delle briciole sulla camicia e i pantaloni. Se le spazzò via, poi cercò un posto dove posare la tazza. Non trovò altro che il pavimento.

Il maggiore disse: — Lei ha avuto una conversazione con Nicholas Sanders, ieri sera. Vuole riferirmela? La prego di essere più precisa possibile e di spiegare la biologia.

— Perché?

— Anna, ti prego — intervenne Ray.

Lei obbedì.

Quand’ebbe finito, il maggiore annuì. — Molto bene. Si avvicina molto alla registrazione, salvo che lei ha dato maggiori dettagli. Ha qualcos’altro da aggiungere? Qualche osservazione?

Ad Anna piaceva l’uomo, ma non aveva intenzione di dirlo alla donna militare. — No. Chi è?

La donna esitò. — Non c’è niente che possa dirle, signora Perez. Tutte le informazioni sono delicate. Non protette ma assolutamente delicate.

— Non voglio apparire una bambina, ma la cosa non mi sembra affatto giusta. Le ho appena detto tutto quello che mi ha chiesto.

Il maggiore annuì. — Ha ragione. Non è giusto. Non ho intenzione di dirle una fandonia sul fatto che la vita non è giusta, perché ho sempre pensato che fosse stupido e inutile. Il suo problema non è che la vita è ingiusta. Il suo problema è che io sono ingiusta. — Sorrise. — È sempre una buona idea fare una netta distinzione tra le forze armate e l’universo. Io posso soltanto dirle cose ovvie. I negoziati sono importanti; la situazione è delicata; lui sta nel mezzo; ed è protetto dall’immunità diplomatica.

— Grazie per il tuo aiuto, Anna — disse Ray.

Anna se ne andò, dimenticando la tazza. Era ancora piena per metà. Con un po’ di fortuna, forse Ray l’avrebbe rovesciata.


La volta successiva in cui vide Nicholas, lui era davanti alla porta della sua camera, il sole che gli splendeva attorno. Indossava lo stesso genere di vestiario dell’altra volta, fatto di stoffa marrone e con un taglio strano. Alla luce del sole, i suoi capelli sembravano molto più grigi che castani.

— Come ha fatto a trovarmi?

— Ho fermato un uomo e gliel’ho chiesto. — Lui sorrise. — Non sapevo il suo nome ma ho detto: «la donna che parla sempre di quelle cose nella baia». È stato sufficiente. Le andrebbe di fare una passeggiata?

— E i negoziati?

— Ho chiesto al generale un giorno di libertà. Non sono l’unico traduttore e sono veramente stanco di stare seduto. Lui sa come sono quando non faccio abbastanza movimento.

Anna ci pensò sopra un momento. — Okay.

— Vengono anche i Gemelli. — Lui si scostò leggermente e Anna vide il ragazzo marine e un alieno. Non avrebbe saputo dire se fosse sempre lo stesso.

— Mi conceda un istante.

Lui rimase davanti alla porta aperta, appoggiato all’intelaiatura. La tensione nel suo corpo aveva un che di maniacale. Dapprima Anna pensò che potesse essere drogato. Ma i suoi occhi si muovevano e mettevano a fuoco normalmente. Le iridi, notò lei, erano di uno strano verde scuro, il colore della giada del Nuovo Mondo. Anna non aveva mai visto un colore simile, prima. Non conosceva alcuna droga che mutasse il colore delle iridi, anche se, naturalmente, le droghe non erano la sua specialità. In ogni caso, l’espressione sul suo viso era d’allerta. L’uomo non era drogato. Era felice.

Si mise la giacca. Si allontanarono dalla stazione.

— Andiamo sulla collina? — domandò Nicholas.

— È off-limits.

Nicholas si girò a guardare il marine. — Soldato?

— Sì, signore, è riservata al personale della stazione.

— Ma non a me?

— Non ne sono sicuro. Credo che potrebbe andarci. Ma non con la signora.

— Il che non ha senso. — Lui si guardò attorno. — Voglio salire in cima a qualcosa di alto e guardare in lontananza. Lassù. — Indicò un’altra collina all’estremità meridionale dell’insediamento umano. — Lì va bene?

— Non ho ordini in proposito, signore. Dovrebbe andare bene.

La giornata era limpida e molto ventosa. La collina era scoscesa e il manto del terreno era umido e scivoloso per uno spesso strato di gelo che stava sciogliendosi. Procedettero lentamente, con i due soldati in grande difficoltà, perché portavano le armi.

— Ehi — gridò infine il ragazzo. — Rallentate.

Anna si girò, come Nicholas. I soldati erano rimasti molto indietro.

— Aspetteremo in cima — fece Nicholas e continuò.

— Signore! — Il ragazzo incespicò e scivolò. Un attimo dopo, stava rotolando verso i piedi della collina, il fucile ancora in mano.

Nicholas gridò nella lingua dei hwarhath. L’altro soldato scese ad aiutare il ragazzo.

— Scadente — commentò Nicholas. — Dovrebbero addestrarsi meglio. Certo, loro li addestrano a obbedire agli ordini, non a pensare: e i suoi ordini sono probabilmente un po’ contraddittori. Non credo che la gente della zona diplomatica sia giunta a una qualche specie di accordo su di me.

— Qual è la distanza utile per un registratore? — domandò Anna.

Il ragazzo aveva smesso di rotolare. Aveva finalmente lasciato andare il fucile. L’alieno lo raccolse e lo tenne, in attesa che il ragazzo si alzasse e lo riprendesse. Il corpo dell’alieno esprimeva una indifferente cortesia.

— Come quello che ha il marine? Forse ci sta ancora registrando. — Lui si guardò attorno. — Dio, che bella giornata! È tutto dorato e azzurro. Sento veramente la mancanza della vita all’aria aperta. Se la preoccupano i registratori, io ne ho uno. Non dica niente che non vuole che gli uomini della sicurezza dei hwarhath analizzino.

— Mi sembra un modo noioso di vivere. — Erano abbastanza in alto da godere una bella vista dell’oceano punteggiato di cavalloni. Nicholas aveva ragione: una giornata veramente bella.

— Al momento, lo trovo divertente. Probabilmente è per via del tempo e del fatto che non devo stare seduto quasi immobile per ore in una stanza senza finestre.

I due soldati li raggiunsero. Il ragazzo era rosso in viso e aveva l’uniforme stropicciata e macchiata.

— Non lo rifaccia, signore.

— Cosa?

— Andare avanti quando le chiedo di aspettare. Avrei potuto trovarmi nella condizione di doverle sparare.

Nicholas scosse la testa. — Ci pensi a lungo prima di farlo, soldato. Hattin è qui per mantenermi vivo. Ha degli ordini molto precisi al riguardo.

Il ragazzo mostrò un’espressione ostinata. — Farò quello che devo fare.

L’alieno li guardava con un’aria di distacco. Come al solito, non guardava nessuno direttamente negli occhi, ma Anna aveva la forte sensazione che vedesse tutto alla perfezione.

— Non conosce l’inglese, vero? — domandò Anna.

— No e non vuole. Hattin è un ragazzo molto dolce, ma manca di curiosità. Non ha alcun interesse per le anomalie forestiere.

— E non guarda mai nessuno negli occhi.

— Io gli sono anziano di grado. I hwarhath rispettano molto la gerarchia. Un uomo di grado inferiore non fisserà mai chiunque gli sia superiore. Il marine è un suo pari ma è anche un nemico; se si fissa un nemico lo si invita alla lotta; e io gli ho detto che lei è una donna. Gli uomini hwarhath non guardano le donne, a meno che le donne non siano membri della stessa stirpe.

Ripresero a salire. I soldati si tennero vicini. Quando arrivarono sulla cima della collina, Anna disse: — Che cosa intende per anomalie forestiere? Demoni stranieri?

— Qualcosa del genere. Hattin è… come posso descriverlo? …tradizionale. Riconosce il giusto comportamento quando lo vede; è il genere di comportamento che ha imparato a casa, da bambino. Qualunque cosa di diverso lo annoia e lo turba. Guardi che vista!

Da un lato c’erano la baia e la stazione, la zona diplomatica che sovrastava tutto il resto. Le cupole erano state trattate con qualcosa che le rendeva rapidamente corrodibili, perlomeno in superficie; erano verde rame, rosso ruggine e di un opaco dorato.

Dall’altra parte, la collina scendeva verso un’ampia spiaggia e l’oceano. Il fondo era basso. Le onde si rompevano in lunghe linee bianche.

— Com’è finito in questa situazione? — domandò Anna.

Nicholas si mise a ridere. — È il genere di domanda che farebbero i hwarhath. Sono molto diretti, come gruppo. Se vogliono sapere qualcosa, lo chiedono e non si preoccupano molto dell’educazione. Se non si vuole rispondere, basta dire: "non ne voglio parlare".

Fece una pausa e guardò l’oceano. — Non mentono molto. Ricorda i versi sugli antichi Persiani? Sono probabilmente di Erodoto. Ai loro uomini insegnavano ad andare a cavallo, a tirare con l’arco e a dire la verità. I hwarhath assomigliano a loro, solo che le armi che insegnano a usare sono molto più imponenti.

— Il che vuol dire che non ne vuole parlare?

Lui fece un’altra pausa. — Non per il momento.

Camminarono lungo la cresta della collina. Gli steli avevano perso tutte le spore e la loro morbidezza. Il vento li piegava come canne.

Molto bello. Molto rilassante. O forse quella non era la parola giusta. Quella vista rendeva felici. Il vento portava via preoccupazione e stanchezza.

Dopo un po’, Nicholas disse: — Non voglio che si faccia l’idea che i hwarhath siano tutti come Hattin. Variano molto, come l’umanità, anche se in modo diverso. Il generale, per esempio, è molto meno conservatore e molto più curioso.

— A chi sta parlando? — domandò Anna.

Lui sorrise. — A lei, tra le altre persone. Torniamo giù. Voglio saperne di più sui suoi animali.

Scesero alla baia, seguiti dai soldati. Quando raggiunsero la barca, Nicholas si fermò e disse qualcosa all’alieno. Anna entrò nella cabina.

— Abbiamo compagnia, Yosh.

Nicholas entrò a sua volta, chinandosi sotto la porta piuttosto bassa. Yoshi si alzò, educato e un po’ a disagio. Non si sentiva mai del tutto a suo agio con gli estranei.

— Questo è… — Anna esitò. — Ha un titolo o un grado?

Nicholas annuì. — La traduzione letterale sarebbe "addetto". Equivale più o meno a capitano.

— Il capitano Sanders. Il dottor Nagamitsu Yoshi. Il capitano è interessato ai nostri amici nella baia.

Yoshi parve sorpreso. Cercava senza riuscirci di inquadrare Nicholas. Qualcuno della zona diplomatica, ovviamente. Non c’erano stranieri alla stazione. Ma non andava oltre. Anna poteva quasi vedere la sua mente al lavoro nel tentativo di ricordare quale comunità umana usasse un grado come addetto.

— Perché non illustri l’attrezzatura, Yosh?

Yoshi lo fece: il sonar e il radar, le telecamere subacquee e i microfoni, gli strumenti che misuravano il flusso d’acqua nella baia. Spiegò come venivano presi e analizzati i campioni. Alla fine, parlò di Moby.

Durante tutto questo tempo, i soldati rimasero fuori. Il ragazzo era visibile sulla soglia. (Yoshi gli lanciava di tanto in tanto un’occhiata, divertito.) Anna non vedeva l’alieno.

— Parlate con loro, servendovi del galleggiante — osservò Nicholas.

— Comunichiamo — disse Yoshi. — Quanto a questo non ci sono dubbi; ma non siamo sicuri di fare delle conversazioni. Prima di tutto, loro non sembrano avere una grammatica. Abbiamo la tendenza a credere che qualsiasi creatura intelligente debba avere un modo per fare enunciati di relazione, per parlare di causa ed effetto. Diciamo loro delle parole e loro ne dicono altre di rimando o, a volte, le stesse. Possono comportarsi come pappagalli, soprattutto durante la stagione dell’accoppiamento. Deve aver visto le segnalazioni nelle ultime settimane. È qui da tanto?

— Da quando sono arrivati i hwarhath - rispose Nicholas.

— Ah — disse Yoshi. Ancora non si era fatta un’idea di chi fosse l’uomo.

Anna stava assistendo a un bell’esempio di pensiero Watsoniano, cosiddetto (naturalmente) in onore del compagno di Sherlock Holmes, un uomo sul quale si era malignato molto. Il buon dottore non era stupido. Semplicemente non faceva certi tipi di collegamenti… come Yoshi in quel momento, che continuava a spiegare come avessero insegnato agli animali a cantare "Mary ha un Agnellino".

— L’abbiamo tradotto nel codice d’emergenza internazionale e l’abbiamo fatto trasmettere da Moby… durante il periodo dell’accoppiamento, naturalmente… e loro l’hanno colto. Non siamo riusciti a indurli a farlo a turno; continuano a volersi sincronizzare. Una splendida vista, ma non il comportamento di una specie intelligente.

— Perché no? — domandò Nicholas. — Lei parla del cantare in coro. Gli umani lo fanno e lo fanno anche i hwarhath.

— Davvero? — disse Yoshi. — Non lo sapevo. — E ancora l’unità monetaria internazionale non si decideva a cadere. — Mi riferisco alla ripetizione pappagallesca. Ripetono anche troppo… con noi e l’uno con l’altro. Questo non è un segno d’intelligenza.

— Non si tratta di un falso problema? — chiese Nicholas. — Intelligenza è una parola ambigua e lo sono la maggior parte delle parole che possono essere sinonimi. Comprensione, coscienza, apprendimento nell’antico senso, ragione. Fino a che punto è significativo parlare d’intelligenza in un qualsiasi tipo di essere? Gli umani o i hwarhath, i computer, i delfini e le balene? E, comunque, perché se ne cura?

Yoshi lo rimproverò con lo sguardo. — Vogliamo qualcuno con cui parlare. Qualcuno che capisca.

— Allora parli con i tizi sulla collina, anche se non scommetterei che capiscano molto. — Nicholas guardò il marine. — Ha l’ora?

Il ragazzo guardò il calcio del fucile. — Le quindici e cinquanta.

— Sarà meglio che vada. L’aereo parte in anticipo, a volte. — Si girò verso Yoshi che era rimasto a bocca aperta. — La ringrazio, dottor Nagamitsu. Arrivederci, Anna.

Si chinò per uscire dalla cabina e Yoshi disse: — È quello l’uomo…

— Uh-uh — rispose Anna. — Continuavo ad aspettare che tu lo capissi. Non hai notato i suoi vestiti?

— Pensavo che fosse accaduto qualcosa alla moda sulla Terra o che potesse trattarsi di una specie di uniforme. Non presto molta attenzione ai militari. Ce ne sono talmente tanti e ne arrivano di talmente tante specie. Chi riesce a tenere il conto? In cosa ti sei fatta coinvolgere, Anna?

— In niente che abbia importanza. La gente della zona diplomatica sa quello che succede. Lui non se ne va in giro libero. Non farà alcun male a nessuno.

<p>6</p>

L’ufficio del generale (quello attuale, sull’isola) ha l’aspetto spoglio e sobrio di qualcosa che vuole essere temporaneo: pareti grigie, moquette grigia da muro a muro, un tavolo e due sedie.

Non ci sono finestre. Un arazzo è appeso di fronte al tavolo. È grande e semplice e ha l’aria di qualcosa che appartiene a uno spazio pubblico. Non l’ho mai visto in nessuna delle sue stanze. Deve averlo preso dal deposito principale della nave: qualcosa per coprire una parete vuota.

Al centro dell’arazzo c’è un fuoco, rosso, arancione e giallo. I colori si irradiano, meno intensi di quelli del fuoco, e tuttavia brillanti e caldi, quasi che il fuoco illumini il terreno circostante. A mano a mano che la distanza dal fuoco aumenta, i colori cominciano a smorzarsi e volgono al grigio. Infine, a metà strada dall’orlo dell’arazzo, i colori che s’irradiano incontrano le spade, che sono decisamente grigie… un colore freddo, che dà l’idea del duro. Sono disposte in cerchio, punta contro elsa, che si toccano l’un l’altra, cosicché il cerchio è continuo. Ho sempre pensato che avrebbe più senso se le punte fossero rivolte verso l’esterno. Ma questa disposizione ha effetto dal punto di vista visivo. Oltre le spade, l’arazzo è nero con punti bianchi: spazio e stelle.

Il Focolare in un Cerchio di Spade. Per quel che ne so, è l’emblema più antico per il Popolo, sebbene questa versione sia, ovviamente, relativamente recente, creata dopo che il Popolo si è reso conto che il suo mondo… la sua terra… era circondata dall’oscurità. (Sì.) Per il Popolo, l’immagine ha un grande potere. A me è sempre sembrata… come posso dire?… una specie di palla fatta con i semi di una pianta da cibo prelibato cresciuta al centro del Nord America, sulla Terra. (?)

Ogni due giorni, mi reco all’ufficio. Il generale siede tranquillo dietro il suo tavolo e guarda l’arazzo. Cerco di sedere tranquillo sull’altra sedia, anche se penso meglio quando sono in movimento.

Discutiamo dei negoziati, li critichiamo, cerchiamo di immaginare cosa pensino gli umani, analizziamo la reazione dell’altro popolo del team dei hwarhath. Alcuni di loro hanno stretti legami con altri frontisti. La loro lealtà al generale non è assoluta.

Se il generale si lascia coinvolgere nella discussione… se diventa seriamente interessato, pensieroso… allora è verosimile che prenda uno stilo e se lo rigiri tra le mani. È un gesto umano, anche se le mani sono molto diverse: il mignolo è parecchio più lungo di quello di un umano, anche il pollice è molto lungo, e stretto. Il dorso delle mani è ricoperto di peluria che assomiglia a velluto grigio. Le unghie sono strette, se paragonate a quelle umane, e spesse. Se non vengono tagliate, crescendo si curvano e si trasformano in artigli.

Posso passare giorni e settimane senza veramente vederlo e… tutt’a un tratto… eccolo lì, reale e solido e alieno.

Ho detto: — Il ragazzo, il soldato umano, mi ha detto che avrebbe potuto uccidermi.

Il generale ha aspettato, le mani intrecciate.

— Tu hai messo bene in chiaro che dovevo essere persona gradita e i diplomatici umani si sono detti d’accordo.

Mi ha chiesto di spiegare "persona gradita".

— Significa che non devono uccidermi. Penso che noi abbiamo forse sottovalutato l’equilibrio di potere tra i diplomatici e i militari. Il ragazzo prende ordini dai militari. Se diceva la verità, e non sembra affatto un bugiardo, allora i militari non ascoltano i diplomatici.

È sembrato irritato. — Gli umani non riescono a fare nulla in modo ordinato? Perché mandano due diversi gruppi di persone a trattare la direzione dei negoziati? Parliamo di guerra e delle regole della guerra. Non dovrebbe esserci nessuno, qui, tranne gente che sappia come e perché combattere.

— Al momento, preferirei trattare con i diplomatici. I soldati mi fanno sentire a disagio.

Si è seduto a guardare per un po’ l’arazzo. — Non abbiamo abbastanza, qui. Tu mi hai riportato delle parole, pronunciate da un portatore. Non sappiamo se abbia parlato correttamente o abbia capito i suoi ordini. Non sappiamo cos’abbiano in mente quelli che gli stanno di fronte.

Ho aperto la bocca. Ha sollevato la mano. — Non getterò via quest’informazione ma la metterò da parte. Continueremo come prima e vedremo quello che accadrà.

Parlava con il tono che usa in pubblico, il che significava che il tempo della conversazione era finito. Mi sono alzato.

Ha detto: — Scopri dell’altro sugli animali nell’oceano, quelli che potrebbero essere intelligenti.

— Non destano alcuna preoccupazione come nemici. Probabilmente non posseggono neppure alcun genere di tecnologia e certamente non andranno mai nello spazio.

Ha fatto un gesto vago. Vale sempre la pena stare in guardia da nuovi nemici. (Vero.)

La base si trova al centro dell’isola. (Se i hwarhath vogliono guardare un oceano, attivano un ologramma.) Dopo aver lasciato l’ufficio, sono andato sulla spiaggia. La marea era finita, quel poco di marea che c’è. Ho passeggiato lungo la stretta spiaggia sassosa.

Ho incontrato alcune delle persone che si occupano di azione per la Military Intelligence. (Non tra i hwarhath. Quelli sono stati attenti a tenermi alla larga da quelle zone. Ma tra gli umani.) Non mi piacciono. C’è troppo complotto, troppa finzione… soprattutto riguardo la linea d’azione dura… troppa segretezza, troppo fascino per la tecnologia, troppa elaborazione inutile.

Gente pericolosa. Divoratori di topi e avvelenatori. (?) Sono qui, su questo pianeta, ne sono quasi sicuro. Ho visto gente che ne ha l’aspetto nei corridoi della zona diplomatica; e quando mi guardano, sembrano affamati.

Ho girato per tutto il tempo attorno all’isola. Una buona idea. Il vento soffiava, le onde spumeggiavano e ho fatto una buona dose di esercizio.

A un certo punto, su una spiaggia di sabbia nera, ho trovato qualcosa che sembrava appartenere al Museo di Storia Naturale Field di Chicago, in una di quelle belle bacheche antiche e polverose. La vita nel Devoniano.

Era lungo circa un metro con un corpo stretto e segmentato e una testa larghissima, con la forma approssimativa di un martello. La maledettissima cosa si muoveva lentamente, uscendo dall’oceano su tante zampette, agitando la testa goffa, ovviamente a caccia. Non sono riuscito a vederne la bocca o gli occhi.

Mi sono fermato. Mi è passato accanto, a pochi centimetri dalle scarpe. Evidentemente, non ero importante: non ero mangiabile né rappresentavo un pericolo. Ha proseguito lentamente sulla sabbia nera e bagnata, muovendo la testa avanti e indietro. Me ne sono andato.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>7</p>

Il mattino seguente, Anna ricevette un’altra telefonata da Ray. Lui sembrava stanco e preoccupato.

— Ancora la stessa cosa? — domandò lei.

Lui disse di sì.

Anna andò nel suo ufficio. Il maggiore era sulla stessa sedia dell’altra volta. Ora portava orecchini d’argento: piccoli pipistrelli con le ali spiegate, lucenti alla luce del sole del mattino presto.

Anna si sedette e si sporse in avanti, dando un’altra occhiata.

Il maggiore disse: — Faccio parte di un’organizzazione che si dedica alla conservazione dei pipistrelli.

Pipistrelli?, pensò Anna.

— Sono animali utili e interessanti e Dio sa quante specie si sono estinte negli ultimi duecento anni. Abbiamo fatto cose terribili sulla Terra, signora Perez. — Tacque per un momento, pensando ovviamente a qualcosa che la faceva arrabbiare. — Nove miliardi di persone! Come abbiamo potuto? — Lanciò un’occhiata a Ray, dietro la sua grande e imponente scrivania come dietro a una barricata. — Può andare, Sab Medawar. La ringrazio per l’aiuto.

Ray aprì la bocca, poi la richiuse e si alzò. Dopo che la porta si fu chiusa, il maggiore guardò Anna. — Nicholas Sanders è venuto a cercarla.

— Sì.

— Ha idea del perché?

Anna ci pensò sopra un momento. — Posso dirle cosa mi ha detto. Voleva informazioni sulla mia ricerca, e fare una passeggiata in compagnia.

Il maggiore mosse la testa, mettendo da parte il problema. — Le persone non hanno sempre delle buone ragioni per quello che fanno. Certo non hanno sempre ragioni che noi riusciamo a comprendere. Le chiedo il suo aiuto nel trattare con quest’uomo.

— Perché?

— È possibile che non venga più a farle visita. Se lo facesse, vorremmo che si portasse dietro un registratore e che ci facesse un rapporto. La sua vita è l’osservazione; ci interesserebbe quello che pensa di vedere.

— Perché dovrei aiutarla?

Il maggiore guardò uno schermo che aveva su un ginocchio. Premette un pulsante. — Mi piace fare liste di tutto. Mi sono venute in mente tre ragioni. Aiuterà il suo governo e la sua specie. Il suo campo è l’intelligenza non umana; e l’unico, indiscutibile esempio di intelligenza non umana… — Fece una pausa e rimase in ascolto. — …vola sopra di noi, proprio in questo istante. I hwarhath. Molte delle informazioni su di loro sono protette. Io posso accedere a qualcuna di esse per lei. Non potrà renderle pubbliche ma ne sarà a conoscenza.

— La cosa mi tenta molto — disse Anna.

— La ragione numero tre è la sua medusa. — Il maggiore tacque di nuovo. — Ci troviamo di fronte a un dilemma, in questa zona. Se a Sanders interessano quelle creature, allora deve essere interessata anche la gente per cui lavora e, se lo è, allora forse le informazioni su di loro sono strategiche. Anche se non possiamo immaginare come. E, in ogni caso, forse dovrebbero essere protette.

— Aspetti un momento — disse Anna.

Il maggiore sollevò una mano. — Aspetti ad arrabbiarsi. Noi propendiamo per lasciare la situazione così com’è. Siamo interessati di più a Sanders.

— Quello che credo di capire — fece Anna — è che dovrei lavorare per lei per proteggere lo stato della mia ricerca. Se non lo faccio, potrebbe pensarci lei e io non potrei renderla pubblica.

Il maggiore annuì. — Esatto. Una minaccia, una fregatura per lei e un appello al patriottismo. Ecco cosa le offro.

— Devo pensarci sopra.

— È naturale — commentò il maggiore.

Anna si diresse alla porta. Alle sue spalle, il maggiore disse: — Sappiamo che ha parlato a Sanders del registratore che il marine Ling si porta dietro. Se decidesse di aiutarci, signora Perez, si ricordi che la sua lealtà dev’essere assoluta.

— D’accordo — ribatté Anna.

La giornata era mite, con pochissimo vento. Anna camminò lungo la stretta spiaggia ghiaiosa che delimitava la baia. Qualche insetto correva tra i sassi e il sole del mattino si rifletteva nell’acqua esattamente ad angolo retto. Qua e là, Anna riusciva a scorgere qualcosa di scintillante sotto la superficie. Una campana ondeggiante. Un tentacolo che si muoveva. A quell’ora, gli pseudosifonofori avevano cominciato il lento e attento rituale della rassicurazione e della… Esitò. Era giusto chiamarla seduzione?

Gli animali erano abbastanza vicini da toccarsi l’un l’altro, ora. Gli aculei-tentacoli venivano tenuti giù e, di tanto in tanto, si contorcevano. Era molto difficile per quegli animali non attaccarsi. A quel punto, ne era quasi sicura, i tentacoli dell’accoppiamento erano ancora arricciati al sicuro. Ma presto… nei giorni seguenti… si sarebbero distesi. L’attuale scambio di materiale era molto breve: e poi c’era il lungo e lento processo di svincolamento… non fisico, il che era facile e quasi immediato, ma emotivo. Stava di nuovo usando parole grosse, introspettive.

In seguito, per giorni, gli animali avrebbero ripetuto i loro messaggi di rassicurazione e le loro affermazioni di identità. Sono io. Non rappresento niente di male. Poco per volta, i colori si sarebbero sbiaditi; i ritmi avrebbero rallentato; gli schemi sarebbero diventati più irregolari; a uno a uno, gli pseudosifonofori si sarebbero trasferiti nell’oceano.

Si fermò a guardare la baia. Amava gli animali. Non sopportava l’idea di non rendere di dominio pubblico la loro esistenza. Chi era Nicholas per lei? Uno straniero, un traditore. Avrebbe detto di sì al maggiore.

Tornò velocemente in camera sua, temendo di cambiare idea, e telefonò in giro finché non trovò il maggiore.

Quando diede la sua risposta, il viso scuro si illuminò in un sorriso. — Brava. Venga alla zona diplomatica, questa sera. C’è qualcuno che voglio che incontri. Credo che le piacerà. E, signora… d’ora in poi, per quel che riguarda la nostra conversazione di questa mattina, tutto ciò che le dirò sarà confidenziale.

Anna annuì.

Andò a letto ma non riuscì a dormire. Non era una bella situazione. Si stava mettendo in qualcosa che era eticamente ambiguo e forse stupido e sicuramente al di sopra delle sue forze. Dopo un po’, si addormentò ed ebbe degli incubi in cui c’erano sempre la barca e molti tentacoli.

Fu svegliata dall’orologio. Si alzò, si fece una doccia, si vestì e andò nella zona diplomatica. La sera era ormai vicina e il cielo era abbastanza scuro per mostrare le stelle. Il centro della galassia risplendeva sopra di lei, striscia di luce pallida. Erano visibili due dei giganti gassosi: uno proprio sopra la sua testa (rossastro), l’altro sopra la zona (giallo).

La guardia alla porta aveva il suo nome. Un altro soldato la condusse nell’ufficio del maggiore: una stanza ampia, con le pareti ricoperte da un qualche cosa che non poteva essere legno ma ne dava una convincente impressione. Su una parete un ologramma della Terra, ripresa dallo spazio, con bianche nuvole che si muovevano e l’intero pianeta che ruotava molto lentamente.

Non c’erano scrivanie ma solo quattro sedie, basse e comode, messe in cerchio attorno a un tavolo. Sul tavolo, un servizio da tè d’argento e tre tazze di porcellana. Più o meno l’ultima cosa che Anna si era aspettata di vedere. Forse non era entrata nel mondo dello spionaggio. Forse quello era il Paese delle Meraviglie, oppure Oz.

Guardò il maggiore. Non si era trasformata nel Cappellaio Matto o nello Spaventapasseri, e l’ometto che sedeva nella sedia accanto era perfettamente comune.

— Questo è il capitano Van — disse il maggiore. — È uno dei nostri traduttori.

Lui si alzò, strinse la mano ad Anna e si sedette nuovamente. Il maggiore versò il tè. Era scuro. Indiano. C’era un piatto di piccole tartine. Il maggiore le offrì.

Il capitano Van disse: — Il maggiore ha uno strano senso dell’umorismo. Se lavorerà con noi, sarà meglio che lo sappia. Non tocca la qualità del suo lavoro.

Il maggiore sorrise e mangiò una tartina, poi prese uno schermo-computer. — Tutto quello che le dirò e che le dirà il capitano è protetto. Formalmente protetto, con sigilli e chiavi d’accesso e codici per "uso confidenziale". Ora, in certi casi, questo non sarebbe mai dovuto accadere. Il materiale non è delicato e non lo è mai stato. In altri casi, il materiale era delicato vent’anni fa ma non lo è più. In qualche caso, le daremo informazioni che non vogliamo che si sappiano in giro. In tutti i casi, lei finirebbe in grave imbarazzo se parlasse. È chiaro?

Anna annuì e prese un’altra tartina. Era deliziosa.

Il maggiore attivò lo schermo-computer. — Okay. C’è stata una nave, la Free Market Explorer, che è scomparsa vent’anni fa. — Fece una smorfia. — Il nome fa pensare a una nave da carico. Era una nave per le lunghe distanze, velocissima, la migliore che avessimo a quel tempo, ed è scomparsa nello spazio hwar. Abbiamo sempre pensato che fosse stata distrutta.

— Dell’equipaggio della Free Market Explorer faceva parte un certo Nicholas Sanders. Era un capitano della Military Intelligence. Non sarebbe dovuto esserlo. Non aveva la personalità adatta. Ma, a quel punto, era una delle poche persone che conoscessero veramente bene la lingua principale hwar.

— Il nostro uomo — osservò Anna.

Il maggiore annuì. — Non abbiamo un’identificazione sicura ma io ne sono quasi del tutto certa. Sanders aveva ventisei anni quando la nave scomparve. Ne avrebbe quarantasette, adesso, e io penso che questa sia approssimativamente l’età del nostro Nicholas. Ha vissuto per vent’anni dietro le linee del nemico.

— Desidera dell’altro tè? — chiese il capitano Van.

Anna annuì.

Il capitano lo versò e il maggiore proseguì. — Dovrò spiegarle qualcosa sul problema della raccolta d’informazioni in questa… come possiamo chiamarla? Non è mai stata dichiarata una guerra e non abbiamo mai combattuto una vera battaglia. Per quasi quarant’anni, ci sono stati viaggi d’esplorazione, missioni di spionaggio e, di tanto in tanto, qualche schermaglia.

Guardò il suo schermo. — Ci sono diversi problemi. Tanto per cominciare, l’immensità dello spazio e la natura del viaggio Ftl. Non abbiamo garanzie che gli alieni provengano da qualche posto qui vicino. Pensiamo… ma non ne siamo sicuri… che si siano espansi molto rapidamente dal loro sistema originario, come abbiamo fatto noi. Pensiamo di trovarci di fronte a due sfere enormi e quasi vuote che siano giunte a contatto, che si sfiorino. Ho detto che le sfere sono vuote. Sono piene di stelle… migliaia, forse milioni, e siamo alla ricerca di una dozzina di mondi magari abitati.

Una buona oratrice, pensò Anna, che tuttavia aveva la sensazione di partecipare a una specie di tea party per pazzi. Forse per la combinazione di enormi distanze e di piccole tartine e del piccolo capitano che sedeva tranquillo, quasi addormentato. Cominciava a sembrare un ghiro.

— Questo è un genere di problemi — disse il maggiore. — Problemi di scala. L’altro genere ha a che fare con la psicologia. Gli alieni sono paranoidi o sospettosi o forse qualcos’altro che non sappiamo, qualcosa di veramente alieno. La prima volta che li abbiamo incontrati erano pronti alla guerra. Aspettavano noi o un altro nemico. Le loro navi e le loro stazioni erano armate e delle vere trappole esplosive. Non abbiamo mai catturato una nave col suo sistema di navigazione intatto.

"E abbiamo sempre avuto problemi a interrogare gli alieni, i pochi che siamo riusciti a catturare. Dapprima, non sapevamo come parlare con loro. Alla fine, siamo riusciti a decodificare… sarebbe il termine giusto? …la loro lingua principale. E Nicholas Sanders faceva parte della squadra che l’ha fatto. È molto bravo con le lingue."

Il piccolo capitano annuì.

— Nel contempo, abbiamo avuto un altro problema, e questo non siamo stati capaci di risolverlo. Gli alieni muoiono facilmente. Se si dà loro l’occasione, si uccidono. Se ciò non è possibile, allora si rifiutano di mangiare e, se vengono nutriti forzatamente, non sopravvivono.

Quasi nessuno sopravviverebbe, pensò Anna. Si sentì male al pensiero di gente come Hattin legata da qualche parte, piena di tubi infilati da tutte le parti. Era una specie di violenza.

— È stato difficile mantenere vivi quel tanto che bastava per sapere qualcosa i pochi che siamo riusciti a catturare. Forse i primi… quelli con cui non siamo riusciti a comunicare… avevano informazioni che sarebbero state davvero utili; ma sono morti prima che potessimo interrogarli; e quelli che siamo riusciti a interrogare… — Il maggiore sembrava frustrato. — …non sono a conoscenza delle cose che vogliamo davvero sapere. Forse si è trattato di puro caso. Quanti esperti di ingegneria militare ci sono in un equipaggio, anche nell’equipaggio di una nave Ftl? E quanti esperti di navigazione? E quante le possibilità di mantenere viva una di queste persone?

"Può anche darsi che, una volta saputo che eravamo qui, il nemico abbia trasferito al sicuro, chissà dove, le persone in possesso di informazioni delicate." Fece un sorriso. Un sorriso cattivo. "Ci sono volte in cui penso di non riuscire a dire altro che: ’Non lo so. Non lo sappiamo. Non lo sanno. Nessuno lo sa’."

— Questo che cosa ha a che fare con me? — domandò Anna.

— Dopo quasi quarant’anni di tentativi, tutto ciò che conosciamo è un po’ della loro tecnologia militare e della loro cultura. Ora, ci troviamo di fronte a un uomo che ha vissuto per vent’anni tra gli alieni. E Dio solo sa cos’ha raccontato loro. Dio solo sa cos’ha imparato.

— Che cosa avete intenzione di fare?

— Di cercare di farlo tornare indietro. Una volta, è stato convinto. Forse può essere convinto di nuovo.

— E volete il mio aiuto.

Il maggiore annuì.

— Non credo che sarei brava nei panni di Mata Hari.

— Chi? — domandò il piccolo capitano.

— Una spia — rispose il maggiore. — Nella storia dell’Occidente, una donna che otteneva informazioni seducendo gli uomini.

— Ah… — Il capitano posò la tazza. — Credo che farei meglio a dirle qualcosa di più su Sanders. Ciò che ho appreso nel corso dei negoziati. — Rimase per un momento seduto, ovviamente pensieroso. — Dovrò parlarle della lingua principale dei hwarhath. Mi scuso per questo. Il maggiore le ha già dato molte notizie sul loro background.

Anna aveva la sensazione che il capitano ritenesse che le fossero già state date troppe informazioni. Perché? Le riteneva delicate? O irrilevanti? Niente di ciò che non sapeva o che non era riuscita a scoprire lo era, per quel che poteva dire, tranne il materiale sui prigionieri alieni. Non le piaceva pensare a quella gente che moriva.

— La lingua ha cinquantasei forme della seconda persona singolare — spiegò il capitano. — Le variabili sono il sesso della persona alla quale ci si rivolge, il rango comparativo delle due persone coinvolte, il grado di parentela, se ne esiste uno. Sono parenti prossimi? Lontani? O niente affatto parenti? Per finire, c’è il grado di vicinanza emotiva. Si tratta di un buon amico? Di una persona alla quale si vuole bene? Sanders ha fatto gran parte della traduzione. È sempre molto formale, molto rispettoso verso i hwarhath. Il suo titolo… addetto… non è molto importante.

— È l’unico particolare della sua situazione che mi soddisfa — disse il maggiore. — Era capitano vent’anni fa e lo è anche ora. Il fatto di aver cambiato parte non ha giovato alla sua carriera.

Il capitano Van annuì. — Quando si rivolge ai hwarhath, usa sempre una forma di "tu" che indica che sta parlando con un maschio di grado superiore, non imparentato con lui e col quale non ha alcun legame emotivo. E loro… quasi sempre… hanno risposto usando la forma reciproca, indicando che parlano con un maschio di grado inferiore, non imparentato e relativamente straniero. In ogni caso, i hwar si comportano stranamente con lui. — Il capitano fece una pausa. — Devo procedere con cautela, al riguardo. Parlo di qualcosa che è tutt’altro che sicuro. Sono… tranne il generale… troppo cortesi. Nel modo in cui si muovono attorno a lui. Gli concedono molto spazio e sono attenti a dove si trova e a quello che fa. Non si aspettano che lui ceda loro il passo; e non incontrano il suo sguardo. Sanders sta con questa gente da tanto tempo. Dovrebbe aver imparato a tenere gli occhi bassi. Ma, a volte, se ne dimentica e soltanto il generale lo guarda negli occhi. Gli altri lo evitano.

"Si comporta… e anche loro… come se fosse più importante di quello che sembra. Il che porta a una seconda considerazione. Lui e il generale, a volte, parlano in una lingua che, a quanto pare, non è conosciuta dagli altri hwar. È quasi sicuramente una lingua hwarhath, anche se non assomiglia molto a quella che abbiamo imparato. Secondo me, si tratta della lingua del generale che, sempre secondo me, non appartiene alla etnia della lingua che conosciamo." Il capitano Van sorrise. "Lo si comprende più facilmente degli altri hwarhath o di Sanders.

"Dopo aver notato tutto questo, ho cominciato a prestare maggiore attenzione a Sanders e al generale. Io non sono il traduttore principale. Non ho dovuto passare tutto il tempo a pensare ai problemi tecnici della lingua. Ho potuto, invece, concentrarmi sugli alieni come popolo.

"Una volta, alla fine di una lunghissima giornata, il generale ha cambiato lingua. Ha detto qualcosa nella sua lingua, poi è passato all’altra, e credo che ciò sia accaduto per il fatto che non ha cambiato abbastanza rapidamente il corso dei suoi pensieri. Si è rivolto a Sanders usando la forma intima del ’tu’. È una forma che non dice niente sul grado o sulla parentela. Indica soltanto il sesso della persona alla quale ci si rivolge. Il sesso è sempre importante per i hwarhath.

"Per quel che possiamo dire noi, questa forma viene usata verso i membri di una famiglia vicina alla persona, per i carissimi amici… che sono di solito amici fin dall’infanzia… e per amanti riconosciuti.

"Più tardi, ho controllato la registrazione" continuò il capitano. "Ho sentito bene il generale e poi, guardando la registrazione, sono riuscito a esaminare le altre persone del gruppo hwarhath addetto ai negoziati. Erano rimaste gelate. Un paio avevano espressioni che sarebbero potute essere di sconforto o di imbarazzo. Ho una certa difficoltà a leggere le espressioni dei hwar. La loro lingua è più facile e così pure il linguaggio dei loro corpi.

"Chi mi interessava era Sanders. Non ha affatto reagito e me ne sarei accorto se un umano fosse rimasto scioccato o imbarazzato; e quando ha risposto al generale, ha usato il titolo per intero. Non Primo Difensore, che è ciò che usa quasi sempre, ma Difensore della Terra con Onore Primo Davanti."

— Non sono sicura di seguirla — disse Anna.

— Credo che il generale stesse usando la forma che abitualmente usa con Sanders, molto verosimilmente quella che aveva usato un momento prima nell’altra lingua.

— Quando Sanders ha usato il titolo per intero, gli stava ricordando: "Quello non è appropriato, qui".

Anna ci pensò sopra un momento. — Quello che mi sta dicendo… quello che penso che mi stia dicendo… è che Nicholas ha una relazione sessuale con una persona che è ricoperta di pelo grigio.

— Be’ — disse il maggiore — lui non fa parte della famiglia del generale, e non è un amico d’infanzia, e per quello che possiamo dire, il nemico non ha ciò che chiameremmo una normale vita sessuale. Nessuno di loro ce l’ha.

Anna si mise a ridere. — Che cosa vuol dire?

— Voglio dire esattamente quello che ho detto. Abbiamo scoperto un’intera cultura, forse un’intera specie, che non pratica l’eterosessualità, se non forse… e non ne siamo sicuri… come una perversione.

— Come si riproducono?

— Lei come pensa che facciano? — Il maggiore era ovviamente a disagio. Strano, dal momento che non aveva problemi a parlare di guerra e di gente che moriva. — Moderna tecnologia medica. Inseminazione artificiale.

Il che aveva senso. Ma come si era sviluppata una cultura simile? E perché? E che cosa aveva fatto prima dello sviluppo della moderna tecnologia medica? Anna aprì la bocca per porre la prima di molte domande.

— Sono andato a vedere la scheda di Sanders — disse il maggiore. — Non c’era niente… assolutamente niente… che indicasse qualche problema in relazione alla sessualità. Tutti i suoi test psicologici erano buoni. Non si è mai sposato, ma molta gente della Mi trova difficile avere relazioni a lungo termine.

Come si verifica la predisposizione a lasciarsi sessualmente coinvolgere con degli alieni? Soprattutto se nessun alieno è disponibile? Anna tentò di immaginare una nuova versione del Mmpi.

Rispondi sì o no:

— Trovo la peluria grigia sessualmente eccitante.

— Ho fantasie su persone con gli occhi azzurri chiari e le pupille orizzontali.

Posò la tazza. — Credo di aver ricevuto informazioni sufficienti, per il momento: e sono in ritardo al lavoro. Si potrebbe continuare un’altra volta?

Il maggiore guardò il capitano, che annuì. Sembrava a disagio ma Anna aveva la sensazione che non fossero tanto gli alieni a infastidirlo quanto il maggiore. Doveva essersi sicuramente laureato in una delle scienze del comportamento. Era molto probabile che fosse meno disturbato dalle varianti che si potevano trovare nella gente e nelle loro culture.

Anna si alzò.

Il maggiore disse: — Si ricordi, nessuna di queste informazioni è per uso pubblico.

Anna non moriva dalla voglia di correre giù per la collina e di raccontare al primo che incontrava le abitudini sessuali degli alieni o di Nicholas Sanders, o che si fosse messa in qualcosa di tremendamente strano. — Non si preoccupi, maggiore. In questo momento, voglio soltanto andare a guardare un branco di creature, che sono tutte di entrambi i sessi e il cui maggiore impegno in questo momento è di organizzare la loro unica copulazione annuale. Buonasera.

Aveva un’eccellente vista della baia mentre scendeva per la collina. Era splendente di luce, come lo erano il canale e l’oceano. Sentì dapprima d’essere soprattutto sorpresa, poi cominciò a pensare alla cultura hwar. Era interessante. E prometteva di essere anche divertente. Dopo un momento, provò l’impulso irresistibile di mettersi a ridere e lo fece.

<p>8</p>

Ho trascorso la serata negli alloggi del generale, a guardare un poema epico. Gwarha beveva… non velocemente, ma con costanza, il che significava che, per la fine della serata, si sarebbe sbronzato. Questo è un problema che non migliora. (Grazie per l’avvertimento.)

Io ho bevuto del vino. Lui ne aveva portato una mezza dozzina di bottiglie dal party sulla terraferma. Non ho bevuto molto. Non sono più abituato all’alcol e se tutti e due ci fossimo ubriacati, avremmo finito col metterci a discutere della recita o dei negoziati.

Lui aveva messo l’olografo sulla parete lontana, di fronte al divano, che era lungo e basso e non particolarmente comodo. L’arredamento hwarhath non è disegnato per gente della mia altezza. Quando ha attivato la macchina, il muro è scomparso; c’era il palco con due uomini, vestiti con armature dai colori vivaci. Lunghe piume erano attaccate agli elmi e ondeggiavano a ogni minimo movimento. Sarebbe dovuto essere divertente, ma non lo era. Gli uomini stavano l’uno quasi di fronte all’altro e i loro sguardi si incrociavano, come spade all’inizio di un duello. C’era musica, gli strani rumori hwarhath che, dopo vent’anni, sono finalmente riuscito a sentire come musica. Il pezzo era nuovo, ma ripeteva una vecchissima storia, e gli strumenti erano deliberatamente antichi: ritmi, una campana, un fischietto e un tamburo.

Gwarha aveva lo sguardo intento che ha quando si appresta a guardare una di queste maledettissime sciocchezze. (?) Mi sono preparato a non ascoltare.

La musica è cessata. Gli uomini si sono messi l’uno di fronte all’altro e la rappresentazione è cominciata.

All’inizio, la cosa mi interessava, quando ancora avevo tutto da imparare sui hwarhath. I costumi sono sempre splendidi e i lavori in sé possono avere la bellezza frugale di una recita Noh. Non durano quasi mai più di un mezzo ikun. Non hanno quasi mai più di cinque personaggi. I dialoghi sono brevi e le scene pressoché inesistenti. Trattano sempre di uomini alle prese con spiacevoli problemi etici: un conflitto tra due tipi di onore, un conflitto tra due lealtà pari e opposte.

L’onore personale contro una stirpe.

Una stirpe contro il Popolo.

Scelte impossibili, che devono essere fatte in poco più di un’ora. E la maggior parte delle volte, si muore, alla fine, qualunque sia stata la scelta.

Mi hanno interessato un po’ più a lungo i drammi in cui sono coinvolte le donne. (I ruoli femminili sono ricoperti da uomini, naturalmente. Questa è una forma artistica interamente maschile.)

Che cosa fa un uomo quando scopre che sua madre è un pericolo per la stirpe? Si tratta di un problema pauroso. Non c’è modo per un qualsiasi uomo hwarhath sano di fare violenza a una donna o a un bambino. Ma la stirpe… come donne e bambini… dev’essere difesa.

Un dilemma serio.

Sono rimasto interessato, credo, perché era così difficile scoprire qualcosa sulle donne hwarhath… perlomeno per me, che vivo sul perimetro. (Gwarha non è tipo da prendere una casa umana per far visita alla sacra famiglia e alle zie.) (Penso che non farò commenti, qui.)

Alla stessa categoria dei drammi delle donne, o forse a una categoria leggermente diversa, appartengono i drammi sull’amore eterosessuale. Mi hanno sempre colpito perché strani. La mia reazione è scioccante per i hwarhath. Per loro, questi drammi hanno un fascino negativo. Ai bambini non viene mai concesso di vederli: e, a volte, quando la tendenza dell’Intreccio è conservatrice, sono stati interamente banditi. Sono sempre violenti e spesso al limite dell’abiezione. Finiscono sempre nella follia e nel sangue.

Frequentemente, alla fine, dopo che i corpi sono usciti di scena, il personaggio principale torna e recita un epilogo. (Le morali d’amore dei hwarhath.) Questo è ciò che avviene quando la violenza dal perimetro viene portata al centro. Tutto è distrutto. La famiglia non può sopravvivere.

C’è un ultimo tipo di poema epico che (credo) mi interessa ancora. I lavori sui rahaka: gli uomini che non muoiono, che continuano a vivere quando ogni persona normale sceglierebbe l’opzione.

Per esempio, un uomo la cui stirpe è stata distrutta: gli uomini uccisi tranne lui, le donne e i bambini integrati in un’altra stirpe. Ogni legame che ha col mondo è stato interrotto, ma lui lotta per sopravvivere. Verso quale fine? Perché? È un problema che affascina i hwarhath. Loro muoiono facilmente, in confronto agli umani, e non capiscono cosa induca certa gente a continuare senza alcuna buona ragione. Immaginano, perlopiù, che si tratti di un qualche difetto di carattere; ma, a volte, hanno il sospetto che sia un altro genere di eroismo.

C’è un famoso e vecchio pezzo su un guerriero che sta lentamente morendo per una qualche terribile malattia. Si siede sul palco. Fantasmi e persone lo vengono a trovare. Parlano. Gli viene offerta l’opzione. Non la coglie. Continua, invece, lentamente a morire. Più tardi, nel dramma (dura più del normale), si sdraia, troppo debole per stare ancora seduto. Alla fine della rappresentazione, respira a malapena.

Tutto sommato, preferisco la commedia.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>9</p>

Il giorno dopo, Anna si procurò un registratore. Sembrava un orologio da polso e, in realtà, segnava anche il tempo. Se lo mise in una tasca. Nicholas forse aveva notato che non portava mai alcun genere di cronometro.

Diversi giorni dopo, Nicholas chiamò e combinò un incontro alla barca per il tardo pomeriggio, un paio d’ore prima che lei iniziasse il turno. Il tempo era rimasto mite e calmo. Si sedettero in coperta. Questa volta, Nicholas portava un’uniforme grigia hwarhath, attillata. Sembrava perfetta. Apparentemente, il problema non consisteva nei sarti hwar quanto nel senso che i hwar avevano della moda umana. Nicholas aveva un paio di occhiali da sole umani: montatura di metallo dorato e lenti che luccicavano come il dorso di uno scarafaggio, verde iridescente.

Hattin portava occhiali da sole hwar rettangolari, con lenti nere e pesantissima montatura di plastica anch’essa nera. Sembravano belli sulla faccia piatta dell’alieno. Sarebbero stati malissimo su un umano.

— Non è soltanto una questione di stile — disse Nicholas. — Le orecchie dei hwarhath sono più spostate verso l’alto sulla testa e il naso è molto più largo e più piatto del naso di un umano. Io non riesco a portarli. Potrei farmene fare un paio, ma non sembra valerne la pena. Trascorro la maggior parte del tempo al chiuso.

Appoggiò i piedi sul parapetto e guardò la baia, che scintillava nella luce bassa e obliqua. — In teoria, sono qui per chiederle delle sue creature. Come penso di averle detto, il generale ha una curiosità a vasto raggio. Gli interessa l’intelligenza aliena… quella umana, soprattutto, ma qualunque cosa riesca a trovare. Credo di essere dell’umore adatto per qualcos’altro che le gigantesche e forse intelligenti meduse. Perché non mi parla della Terra?

Il soldato umano si mosse a disagio. Era una persona nuova, questa volta: un ragazzo robusto con lineamenti che non appartenevano ad alcun gruppo etnico che lei conoscesse. Del Mar Nero, forse? La stretta striscia di capelli era tagliata corta e tinta d’un color rosso mattone che si adattava molto bene alla sua pelle leggermente scura. Anna non avrebbe saputo dire di che colore fossero le sue iridi. Erano coperte da lenti a contatto nere e lucide.

— Niente d’importanza strategica — aggiunse Nicholas, dopo aver lanciato un’occhiata al soldato.

Anna aveva bisogno di tempo per stabilire che cosa potesse essere di importanza strategica. — Le manca?

— La Terra? A volte. — Lui fece una pausa. — Non credo nei rimpianti. Ci sono emozioni che ti intrappolano, che fanno finire la tua vita al punto in cui è arrivata e ti fanno rimpiangere che sia una sola. Preferisco stare in movimento, il che significa che cerco di pensare alla situazione in cui mi trovo proprio in questo momento e a cosa posso farne. — Guardò da sopra il bordo degli occhiali e sorrise. — Non credo poi nella sofferenza della solitudine. Mi mancano soprattutto le cose pratiche e normali. Lenti a contatto umane decenti. Il caffè. Ci sono giorni… ancora, dopo tutti questi anni… in cui penso che ucciderei per una tazza di caffè.

— A questo si può rimediare. — Anna si alzò, entrò nella cabina e chiese a Maria di preparare un bricco di caffè.

— Spero che tu sappia quello che fai, Anna — disse Maria.

— Forse. — Anna tornò fuori, si sedette e gli raccontò della sua ultima visita a New York, che non era cambiata molto dai tempi in cui l’aveva vista lui. Era ancora enorme, sporca, malandata e splendida. Come sempre, in fase di costruzione. Le mostruose torri di vetro del trascorso ventesimo secolo, folli divoratrici di energia, erano quasi tutte sparite. (Qualcuna era stata conservata come cimelio storico.) Lo stile architettonico più recente era Nostalgia dell’Età dell’Oro.

— Lo chiamano così? — domandò Nicholas.

Lei annuì. — Muri di mattoni e pietra. Pozzi di ventilazione. Finestre che si aprono. Doccioni.

— Che cos’ha fatto? Un giro architettonico?

Lei annuì di nuovo. — E un giro del sistema di dighe e di argini. Alla fine, hanno dovuto chiudere completamente il porto. Era l’unico modo per tenere l’oceano lontano dalla città. Il porto non esiste più.

— È un peccato.

Maria portò il caffè e lo posò, poi si mise sulla porta della cabina, ad ascoltare. Proveniva dall’America centrale ed era quasi un’indiana pura con la pelle color rame scuro e lunghi capelli neri, belli e dritti.

Anna gli raccontò degli spettacoli che aveva visto durante la visita. Sicuramente non c’era niente di strategico in La vendetta dell’Uomo Lupo o Misura per misura.

— Quello è uno spettacolo che non mi dispiacerebbe rivedere — osservò lui. — Ricorda il discorso che il duca fa a Claudio, quando quel povero pazzo è in prigione, condannato a morte per fornicazione? È quello che comincia con: "Sii perfetto per la morte". È un verso che suona meravigliosamente! E poi lui continua con un’argomentazione dopo l’altra sul perché non valga la pena continuare a vivere.


Ragiona perciò con la vita:

Se perdo te, perdo una cosa

Che nessuno se non un pazzo terrebbe.


"Che lingua meravigliosa! E che cumulo di stronzate!" Assaggiò il caffè. "Non è come me lo ricordo."

— Quello è caffè buono che arriva dal Nicaragua — spiegò Maria. — E io so come prepararlo.

Lui sollevò una mano, in un gesto di scusa. — È passato tanto tempo, signora. Sono sicuro d’averlo dimenticato.

— Per vent’anni ha ricordato quel passaggio di Shakespeare? — domandò Anna.

— No. I hwarhath hanno raccolto molti strani pezzettini di cultura umana, incluse tutte le commedie di William Shakespeare e molta letteratura cinese tradotta. Mi chiedo se questa sia un’informazione strategica. Le dice qualcosa di utile sui hwarhath sapere che non hanno mai avuto l’occasione di leggere Ibsen?

La conversazione continuò per un po’, poi sconfinò nella moda. Nicholas aveva soltanto un blando interesse in proposito, fatta eccezione per le nuove divise militari. Il che, disse, era qualcosa che lo affascinava. — E mi fa sentire contento d’aver cambiato parte. Per niente al mondo mi farei tagliare i capelli come Maksud.

Il soldato umano aggrottò la fronte.

— Fermiamoci alla nuova moda dei civili — disse Anna. — Non può essere di alcuna importanza strategica.

— Non è neppure attraente — commentò Maria. Aveva una rivista nella cabina della barca, non di moda ma di cultura popolare. — È sempre la stessa cosa, soprattutto al nord. Gli yankee hanno sempre avuto uno stile di vita confuso. Non hanno una vera politica o una vera religione.

— Da dove viene lei? — domandò Anna.

— Originariamente? Dal deserto. Il Kansas. Me ne sono andato non appena ho potuto. Ricordo d’aver letto, una volta, un’intervista a qualcuno… non ricordo chi… una scrittrice del Kansas. Diceva che da bambina amava Il Mago di Oz perché le diceva che era possibile andarsene dal Kansas. — Nicholas sorrise. — Mi è sempre piaciuta quella storia.

Maria andò a prendere la rivista. Nicholas l’accese, spostandosi leggermente perché lo schermo fosse in ombra. (Ma, questa volta, il sole era basso, quasi dietro la zona diplomatica.) Ci fu un’esplosione di colori e di musica. Nicholas abbassò il volume.

Anna non riusciva a vedere le immagini dal punto in cui sedeva. Ma non aveva importanza. Preferiva guardare Nicholas. Lui guardò per un momento la rivista, poi sospirò e si tolse gli occhiali da sole. — Non si è provato l’inferno finché non si è costretti a portare le lenti bifocali degli alieni — disse e tirò fuori un altro paio di occhiali da una tasca. Erano di fattura decisamente hwar: lenti rettangolari e pesante montatura metallica. — Questi sono fatti su ordinazione. Vanno benissimo e le lenti fanno il lavoro che devono fare, ma li guardi… — Se li mise. Erano assolutamente orribili. Maria si portò una mano alla bocca.

— Continuo a sperare che i hwarhath catturino una nave con un buon ottico, ma finora non ho avuto fortuna.

— Sono veramente bifocali? — domandò Anna. — Non glieli ho mai visti, prima d’ora.

— Grazie a Dio, non mi serve quasi alcuna correzione per la vista da lontano. È più facile farne a meno, salvo quando leggo. — Nicholas premette Play sulla rivista. Altri colori ondeggiarono. Di tanto in tanto, diceva: — Non scherziamo.

Hattin guardò da sopra la spalla. Il soldato umano distolse lo sguardo, il che significava… quasi certamente… che apparteneva a una setta religiosa conservatrice.

Dopo un po’, Hattin parlò. Nicholas sollevò la testa e sorrise. — Dice che è tutto ridicolo o disgustoso. È un peccato che lui e Maksud non parlino la stessa lingua. Potrebbero mettere insieme un bel duetto di indignati prima di scoprire quanto siano diverse le loro culture.

Il soldato umano aggrottò di nuovo la fronte. Hattin aveva l’aria serena di sempre, anche se non guardava più la rivista. Guardava invece la baia, tralasciando la cultura popolare umana senza neppure scrollare le spalle. Anna, naturalmente, non aveva idea se gli alieni scrollassero le spalle o avessero un qualche gesto equivalente.

— Che cosa pensa di lei Hattin? — chiese.

— Fa parte della guardia personale del generale ed è molto leale. Se Ettin Gwarha dice che sono a posto, questo gli basta. Non tocca a lui ragionare sul perché. Se vuole scusarmi, finirò questo articolo. Chi mai chiamerebbe un gruppo musicale Stalin ed Epigoni?

Lesse, le spalle curve, lo sguardo intento. Anna guardò il cielo sopra la zona diplomatica. Era striato da piccole nubi.

Una strana giornata. Le era piaciuta, fatta eccezione per il registratore che aveva in tasca. Si sentiva una traditrice, anche se era lei la persona leale.

Nicholas finì l’articolo, poi ascoltò il saggio di registrazione di Stalin ed Epigoni che era incluso. — Orribile, ma, del resto… se ho capito l’articolo… dev’esserlo. — Spense la rivista e la restituì a Maria. — Grazie. Qualcuno sa l’ora?

Anna non tirò fuori il registratore. Fu Maria, invece, a entrare nella cabina per controllare.

Nicholas si tolse gli occhiali alieni e li mise via. — La prossima volta, le chiederò delle sue creature. Come stanno?

— Benissimo. La settimana prossima o giù di lì si dovrebbe avere la massima esibizione di luci. Poi, diminuiranno e si attenueranno.

— Incredibile da vedere. Ho fatto delle passeggiate sulla spiaggia, di notte. Naturalmente, non si ha neanche la metà della vista che offre la baia. Tuttavia, per quello che sono riuscito a vedere, l’oceano è punteggiato di luci. — Tacque per un momento, pensieroso. — Suppongo che dovrei aggiungere che l’isola ha delle difese perimetrali molto buone.

Se ne andò, seguito dai soldati.

Maria commentò: — Hai degli amici molto strani.

— Non lo definirei un amico. Un conoscente.

— Qualunque cosa sia, mi pare di capire che ti piaccia. Ma non c’è alcun genere di futuro nel fare la sua conoscenza.

— Questo è poco ma sicuro.

La sera dopo, Anna salì alla zona diplomatica e fece rapporto al maggiore nell’ufficio con le pareti ricoperte di pannelli di finto legno scuro. La Terra continuava a girare sul muro; le nuvole erano più vaste di prima.

Quando ebbe finito, il maggiore disse: — Sfortunatamente, Sanders ha ragione sulle difese dell’isola. L’unico modo per arrivare a lui è qui. — Tacque per un po’. — E c’è una domanda su quanto dureranno ancora i negoziati. — La donna guardò la Terra.

Il capitano Van versò il tè. — Dovevano essere solo dei preliminari… per scoprire se potevamo veramente incontrarci faccia a faccia, per stabilire una procedura per ulteriori negoziati e per prendere decisioni su particolari minori. L’arredamento, per esempio.

— È la terza volta che sento parlare di arredamento — disse Anna.

Il capitano sorrise. — Ai hwar piace sedere più vicino al pavimento di quanto facciamo noi, e non vogliono che li sovrastiamo; perciò, nella sala delle conferenze, dobbiamo negoziare l’altezza delle sedie. E desiderano che ci liberiamo del tavolo. Dicono che non si può fare una conversazione seria con un grosso pezzo di plastica in mezzo; per loro parlare faccia a faccia significa parlare in ginocchio.

Il maggiore, alla fine, distolse lo sguardo dal pianeta rotante. — Continui così, signora Perez. E grazie.

Anna se ne andò. Lo spettacolo di luci nella baia era veramente grandioso, quella sera. Scese giù per la collina, diretta alla stazione, pensando per tutto il tempo a Nicholas che passeggiava sull’isola, all’estremità buia di quel mare dai lampi azzurro-verdi e arancione.

<p>10</p>

Gran parte del mio diario è altrove: alla stazione Tailin o sulla nave. (La Maratoneta dello Spazio Hawata. Un bel nome, sebbene mi sia appena reso conto di non essere del tutto sicuro di che cosa sia una hawata. Ci sono cose sul Popolo che ancora non conosco e alcune di esse sono normali e ovvie.) (Sì.) Tutto ciò che ho qui sono le registrazioni che ho fatto da quando sono arrivato su questo pianeta. Non posso fare una ricerca e trovare il filo del discorso che ci ha condotti alla situazione attuale. Tutte quelle conversazioni hanno avuto luogo prima, sulla nave o a Tailin. Perciò, vado a memoria. Il generale direbbe che è una perdita di tempo. Abbiamo preso la nostra decisione. Non ci sono informazioni nuove, motivi di ripensamento. Meglio dedicarci completamente a qualcos’altro. Immagino, che diavolo. Non può farci alcun male.

(Non farò alcun commento.)

L’idea era semplice. Fare un piccolo… un piccolissimo… cambiamento nella situazione che esisteva in merito agli umani. Provare a piazzare qualche piccola informazione dall’altra parte.

Il generale non era sicuro di quanto lontano volesse spingersi in questa direzione. (Sì.) E a me non piacciono i piani complicati. Funzionano nell’olografo, ma nella vita reale ti si ritorcono contro e ti colpiscono tra gli occhi. Esistono troppe variabili nella realtà.

Va meglio una piccola azione. Falla. Vedi cosa accade. Poi fa’ qualcos’altro.

La nostra piccola azione era di portare me ai negoziati. Non è stato del tutto facile. Gli altri frontisti (alcuni di loro, perlomeno) volevano tenere segreta la mia esistenza. Ma il generale è riuscito a convincerli. Io sono in prima linea come esperto di umanità.

C’era… c’è… un elemento di rischio che turba me più di quanto non turbi il generale. Ma bisognava accettarlo. È un così bel modo di raccogliere informazioni!

Drammatico. Sapevamo che gli umani avrebbero prestato attenzione.

Veloce. Sarebbe bastato un momento… un’occhiata a me… per trasmettere tutto quello che volevamo dire.

E pubblico. Il generale non vuole trattare col nemico in privato.

Io non dovevo fare altro che scendere dall’aereo sotto quel diluvio.

Abbiamo detto al nemico che era possibile per degli umani vivere con e tra i hwarhath.

Abbiamo detto loro che era possibile per degli umani avviare trattative con i hwarhath.

Abbiamo detto loro che era possibile per degli umani lavorare con e per i hwarhath.

(Quest’ultima cosa è ambigua. Ma a me sembra che impiego, oppressione e schiavitù siano tutti rapporti tra esseri che, almeno fino a un certo punto, sono simili. Non ci si serve di un grosso squalo bianco o di un albero, o non li si schiavizza. Si ignora o si distrugge ciò che è veramente alieno.)

(Questo è un brutto discorso. Posso già dirlo. E, allora, gatti e cani? E le mucche? E le pecore? Muschi e licheni? Lieviti? Come non detto.)

(Prego spiegare tutto subito e faccia a faccia.)

Abbiamo attirato la loro attenzione sul generale, come su qualcuno con un interesse e una conoscenza insoliti dell’umanità, e su di me. Abbiamo detto al nemico che c’era qualcuno che non è alieno, qualcuno che loro possono… senza ombra di dubbio… capire, che vive tra i hwarhath.

Fortunatamente, i diplomatici hanno ricevuto il messaggio. La Mi è un’altra cosa. Sono loro il motivo della mia preoccupazione.


Ho guardato hawata. È un grande animale predatore che vola, simile a un uccello, e che vive sul pianeta hwarhath d’origine, su due dei tre continenti settentrionali. Prima si trovava su tutti e cinque i continenti, ma la civiltà ne ha ridotto la diffusione. Lo si trova adesso nei racconti popolari e in mitologia, sebbene solo nell’emisfero settentrionale. A quanto pare, si è estinto da troppo tempo al sud.

Secondo la leggenda, l’hawata ruba neonati e bambini. (Si tratta solo di una leggenda. Secondo gli scienziati, non esiste alcun caso autenticato.) Nella normale stesura del mito o della storia dell’hawata, un bambino viene rubato ma non mangiato. Lui, o lei, viene invece salvato dalla gente di un’altra stirpe e cresciuto come uno di loro.

Col tempo, naturalmente, viene scoperta la vera linea di discendenza del bambino, attraverso un qualche oggetto (un gioiello che il bambino portava quando l’hawata lo ha preso) o attraverso una peculiarità fisica. Il bambino ha strani occhi o una striscia scura lungo la schiena.

Se la storia è una commedia, la scoperta porta a una riconciliazione: i discendenti del nemico mettono fine alla guerra quando scoprono di avere in comune un figlio o una figlia. Spesso, comunque, la storia è tragica. Gli amanti scoprono di essere fratelli e che il loro amore è proibito. Un uomo scopre, all’inizio della battaglia, che i nemici sono suoi parenti stretti. E deve scegliere.

Per un qualche motivo, l’hawata non compare mai in nessun lavoro sugli animali e per quello che posso scoprire non c’è mai stato un poema epico che si ispiri a un rapimento da parte dell’hawata. Sembra una scelta naturale. Riesco perfino a immaginare l’atroce scena finale.

Sarà meglio che mandi un messaggio a Eh Matsehar.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>11</p>

Per più di una settimana, Anna non ebbe notizie di Nicholas. Meglio. Il rito dell’accoppiamento nella baia stava raggiungendo l’apogeo. Era quella la parola giusta? Avrebbe controllato su un vocabolario quando ne avesse avuto il tempo.

Di giorno, l’acqua era pervasa di messaggi chimici, alcuni dei quali venivano captati da sensori piazzati sotto piccoli galleggianti o boe. Li aveva sistemati Yoshi, una mattina, quando la migrazione era appena iniziata. Punteggiavano la baia. Per il momento non c’era modo di raggiungerli senza disturbare gli animali in corteggiamento; ma trasmettevano analisi via radio a brevi intervalli di tempo.

Gli animali si servivano anche di segnali visivi. Ciò non serviva tanto a comunicare, pensava Anna, quanto a eccitare. Nelle giornate limpide, i segnali erano a malapena visibili. Ma il più delle volte le giornate erano coperte. L’acqua grigia scintillava e luccicava sotto un cielo pieno di nubi grigio scuro.

Di notte, naturalmente, lo spettacolo era incredibile: rosa, rosso, verde, blu, giallo, arancione chiaro e bianco. I colori riempivano la baia e si spostavano verso l’oceano aperto. In un paio di occasioni, con le nubi particolarmente basse, le luci avevano scintillato sopra la sua testa, nel cielo della notte: riflessi, tenui e pallidi, e difficili a vedersi, ma c’erano. Anna dormiva pochissimo.

Un pomeriggio, Nicholas chiamò. — Il generale parteciperà a un altro party. Altra sbornia e altre tartine. Non voglio saperne. Posso venire a disturbarla?

Merda, pensò Anna. Non riusciva a tenere aperti gli occhi e le sembrava di avere la testa piena di polvere grigia.

— Alle sedici e zero zero — disse. — Dovrei essere sveglia, a quell’ora. Vediamoci alla barca. È degli animali che vuole parlare, questa volta?

— Anche. — Lui sorrise brevemente e spense. Anna tornò a letto.

Mezz’ora dopo, la Uc suonò di nuovo. Anna imprecò e strisciò fuori da sotto la coperta.

Questa volta era il maggiore Ndo. — Può venire qui? Il più presto possibile.

Anna aprì la bocca.

Il maggiore aggrottò la fronte. — È importante, signora Perez.

— D’accordo.

— Bene. — Il maggiore fece un largo sorriso, mettendo in mostra i denti. Predatore, pensò Anna.

Si vestì e salì sulla collina. Il cielo era nuvoloso. Soffiava un vento freddo che piegava gli steli nudi delle spore rossastre e che le agitava i capelli, facendoglieli ricadere sul viso. Di tanto in tanto, sentiva una goccia di pioggia.

Il capitano Van l’aspettava all’entrata della zona, con aria preoccupata.

— Che cosa succede?

Lui si mise un dito davanti alle labbra: il gesto che nel linguaggio internazionale indica di fare silenzio.

Anna annuì e lui la condusse all’ascensore. Scesero di un piano e uscirono in un corridoio. I tubi sul soffitto emanavano una luce istituzionale pallida e dura. L’aria aveva un aroma sterile. Di cosa?, si chiese lei. Di metallo e cemento.

— Che cos’è questo? — domandò Anna.

— Un seminterrato.

Superarono una porta di metallo grigio e scesero per una rampa di scale, poi entrarono in un altro corridoio. La cosa diventava sempre più curiosa. Perché una costruzione temporanea aveva bisogno di un sottoseminterrato? Alla fine del corridoio c’era un’altra porta metallica. Lui si fermò e premette un pulsante nel muro. Anna udì un ronzio e sollevò la testa. Una telecamera, piccola e nera, girava lentamente. Si fermò e puntò su di lei la luce rossa.

La porta si aprì; il capitano le indicò di entrare e Anna obbedì.

Fece fatica ad assorbire la scena. Era troppo complessa. Una stanza con le pareti di cemento, una scrivania di metallo grigio e il maggiore, seduto dietro la scrivania: quella fu la prima immagine. In piedi, a destra della scrivania, c’era un uomo. Era alto e magro, portava dei pantaloni marroni, una camicia marrone e la giacca. Nicholas, pensò lei per un istante, che stringeva un patto con la Terra.

Poi vide tre persone sul lato sinistro della stanza, contro il muro. Un uomo seduto su una sedia, la testa china, le braccia sulle ginocchia e le mani strette. Due soldati, entrambi umani, lo affiancavano. Uno era Maksud. L’altro, un indiano meridionale piccolo e scuro, le era sconosciuto.

L’uomo seduto sollevò la testa. Nicholas. Aveva il viso a chiazze bianche e rosse e una stranissima espressione negli occhi. Anna non avrebbe saputo leggerla. Lo sguardo passava da lei, al capitano Van, al maggiore per posarsi poi sulla porta, che era chiusa.

Nicholas era terrorizzato. Il che spiegava il cambiamento di colorito e l’espressione degli occhi.

— Che cosa succede? — domandò Anna. — E dov’è l’altra guardia? L’alieno? Hattin?

— Dovrebbe essere ovvio cosa succede — rispose il maggiore. — Questa è la migliore occasione che ci è capitata di prendere Sanders. I hwar non si aspettano di vederlo fino a questa sera tardi. Abbiamo cinque ore, forse sei o sette, per portarlo via da qui. Ci serve il suo aiuto.

— Perché?

— Una diversione — disse il maggiore. — Vogliamo che lei vada sulla barca col tenente Gislason. — Annuì in direzione dell’uomo che assomigliava a Nicholas. — Che porti la barca al largo. Vogliamo che i hwar guardino nella direzione sbagliata. Vogliamo far loro credere che Sanders possa essersene andato di sua spontanea volontà. Ha mostrato per lei un evidente interesse.

— Lei è pazza. Non c’è alcun posto dove andare su questo pianeta. È vuoto. E io non interesso a lui. Per amor del cielo, proprio lei mi ha detto che il generale hwar è il suo amante.

Anna continuava a guardare Nicholas con la coda dell’occhio. Lui faceva piccoli movimenti nervosi, sollevando la testa, abbassandola, spostandosi come se si preparasse a correre, poi esitando sempre. Non aveva alcun posto dove andare, nessuna speranza di uscire dalla porta. Era chiaro che lo sapeva, ma non riusciva a stare immobile. La reazione combatti-o-fuggi era troppo forte.

Il maggiore disse: — Secondo le nostre registrazioni, lui era un maschio perfettamente normale ed eterosessuale, vent’anni fa. Forse è tornato tale. Come farebbero a saperlo gli alieni? Non possono essere degli esperti in fatto di sessualità umana; e a noi non interessa molto di quello che pensano che succeda… una gita, un weekend romantico… purché guardino verso l’oceano. — Fece una pausa e fissò Anna. — Non possiamo lasciarci scappare quest’occasione. Ci sono vent’anni di informazioni in quest’uomo. Dobbiamo trattenerlo.

— Non crederanno che se ne sia andato di sua spontanea volontà — replicò Anna. — Pensate chi è quest’uomo. Non lo lasceranno scomparire. Metteranno sottosopra la zona diplomatica.

Il maggiore scosse la testa, la luce che colpiva il cranio calvo e scuro. — Grazie a Sanders, i hwar sanno di noi più di quanto noi sappiamo di loro, ma noi abbiamo imparato alcune cose. Farebbero di tutto per proteggere o salvare donne e bambini. Ma per loro, tutti gli uomini sono sacrificabili. La nostra gente è sicurissima di questo. Credono… gli alieni, intendo… che sia nella natura degli uomini litigare e combattere. È destino degli uomini morire in modo violento. Quando accade, accade. Que sera sera. Così vuole la Dea. Il generale Ettin non rischierà di mettere fine ai negoziati a causa di un uomo.

— Nick? È vero?

Lui sollevò la testa, quella strana espressione vacua ancora negli occhi. — Sì — rispose dopo un momento.

— Non abbiamo tempo per continuare a discutere — disse il maggiore. — Ci aiuterà, signora Perez?

— Ho scelta?

— Nessuna, se vuole pubblicare la sua ricerca e se ci tiene a portare in salvo la barca senza danneggiare alcuno dei suoi animali. Noi andremo avanti, signora Perez, con o senza il suo aiuto.

La loro storia… il weekend romantico… richiedeva che lei sparisse. Anna ebbe l’improvvisa sensazione che se avesse rifiutato, sarebbe rimasta in quella stanza, prigioniera come Nicholas.

Perciò, ecco che scelta aveva. Da una parte, la sua libertà, la ricerca e la salvezza degli animali nella baia. Dall’altra, solo la sua integrità personale e la spiacevolezza di essere usata. Non era neppure il caso di prendere in considerazione Nicholas. Non poteva fare niente per lui. Se rifiutava di collaborare, il maggiore avrebbe trovato qualche altra strada per portarlo via dalla zona diplomatica.

Lo guardò. Anche lui la stava guardando, lo sguardo fermo, che prima non aveva avuto, e un’ovvia tensione nel corpo. Si teneva immobile per uno sforzo di volontà, servendosi dello sguardo per supplicarla. Per cosa?

Anna annuì al maggiore. — D’accordo.

Nicholas abbassò la testa.

— Bene — fece il maggiore. — Yoshi Nagamitsu adesso è sulla barca. Lo chiami e gli dica che arriverà in anticipo. Che può andare.

Anna fece un passo verso la scrivania.

— Non qui — l’avvertì il maggiore. — Gislason l’accompagnerà in un’altra stanza. Quando lascerà questo piano della zona diplomatica, faccia attenzione a ciò che dice. I hwar hanno dei congegni d’ascolto veramente sofisticati. Non per causa nostra. A quanto pare, si spiano l’un l’altro.

Huh, pensò Anna.

— Grazie per il suo aiuto, signora Perez. Ce ne ricorderemo.

Anna se ne andò con Gislason. Quando la porta si aprì, lanciò un’ultima occhiata a Nicholas. Lui fissava il pavimento, le spalle curve: la posa di un uomo che ha ricevuto… cosa? Una sentenza di morte?

La porta si chiuse. Gislason disse: — Da questa parte, signora. — E la scortò per il corridoio fino a una stanza simile alla prima: muri di cemento grigio chiaro, moquette grigia e una scrivania di metallo grigio con un’unità di comunicazione. Anna chiamò Yoshi.

Di solito, lui era meticoloso quanto al restare fino alla fine del turno ma, questa volta, era ansioso di andarsene. Anna non sapeva se fosse un bene o un male. Se Yoshi fosse stato riluttante a lasciare la barca, lei sarebbe forse sfuggita a quello stupido complotto. Ma forse no. Il maggiore sembrava deciso. Spense la Uc e guardò Gislason.

Non era poi così somigliante a Nicholas. L’altezza era la stessa e anche la costituzione e il colorito. Aveva la stessa pelle pallida e i capelli biondo-grigio. Gli occhi erano verdi, ma molto più chiari di quelli di Nick. Il viso, però, era diverso: dall’ossatura forte, nordico. Bello, anche se non del tipo che a lei piaceva in modo particolare.

— Che cosa gli accadrà? — domandò Anna.

— A Sanders? Dovrebbe chiederlo al maggiore. — Gislason aveva un leggerissimo accento scandinavo.

— Era terrorizzato.

Lui scrollò le spalle. — Si aspetta del coraggio da un uomo simile? Abbiamo un programma intenso, signora. Dobbiamo andare.

<p>12</p>

Risalirono al pianterreno senza incontrare nessuno né sulle scale né in ascensore. A causa del party? Del ricevimento diplomatico? Erano tutti lì? Oppure quella gente smetteva presto di lavorare?

Non rifecero la strada che Anna aveva fatto con il capitano Van. Gislason la condusse invece per un altro corridoio e a una porta con l’indicazione SOLO USCITA D’EMERGENZA, ALLARME ATTIVATO. Aprì e non accadde nulla, fatta eccezione per la raffica di vento freddo e pioggia che irruppe dentro.

Le fece un gesto. Anna si allacciò la giacca, si tirò su il cappuccio e uscì. Il cielo cominciava a imbrunire e la temperatura stava calando. E pioveva. Una brutta sera.

Lui la seguì fuori, chiudendosi la porta alle spalle.

— In realtà, con questo tempo, non dovremmo uscire con la barca — osservò Anna.

Lui si portò un dito alle labbra. Girarono attorno alla zona diplomatica, seguendo un sentiero tracciato nella folta e spugnosa vegetazione simile a muschio. Davanti all’ingresso principale, il loro sentiero incontrava quello che scendeva giù per la collina. Quest’ultimo era meglio disegnato: fatto con macchine e pavimentato di ghiaia presa da una delle spiagge. Le pietre erano tonde e scivolose, l’appoggio per i piedi incerto. Anna s’avviò lentamente, Gislason dietro.

Più ci pensava, più era colta da incertezza su quel piano. Nicholas sapeva molto più di lei sulla Mi. Non pensava che il comportamento che gli aveva visto assumere fosse dovuto a codardia. Nicholas sapeva quello che stavano per fare e ne aveva semplicemente paura. Anna non aveva mai visto nessuno più spaventato di lui.

Pensò ai servizi segreti della storia moderna: le Ss, la Cia, il Kgb e altri con nomi che non ricordava più per averli sentiti soltanto a scuola per le atrocità commesse. In teoria, le cose erano andate migliorando. Ma poteva darlo per certo?

Le venne in mente, mentre scivolava giù dalla collina verso le luci gialle della stazione di ricerca, che non aveva alcuna prova che qualcuno dei diplomatici fosse coinvolto in quel rapimento. Se le cose stavano così, se il maggiore stava operando di sua iniziativa, allora lei… Anna… stava tradendo il suo governo, come pure Nicholas e se stessa.

Era una situazione di merda.

Quando arrivarono ai piedi della collina, procedere fu più agevole. Il sentiero passava tra gli edifici dell’insediamento, davanti a finestre con le luci accese. Anna poteva vedere gente, dentro, in laboratori e uffici. Da una delle finestre più grandi vide una sala con gente che prendeva aperitivi prima di cenare. Anna vide i bicchieri e immaginò cosa contenessero: sherry, vino, qualche tipo di acqua speciale. Dio, com’era confortevole quell’interno!

Fuori, invece, la pioggia cadeva attorno ai lampioni e brillava come argento. Creature simili a vermi azzurri e pelosi si contorcevano sul sentiero tra i ciottoli neri e lucenti.

— Che cosa sono quelle cose orribili? — domandò Gislason.

— Essenzialmente vermi. E il pelo non è pelo e non serve loro per proteggersi. Lo usano per cibarsi.

— Che cosa?

— Yasmin… la donna che li studia… li ha chiamati provvisoriamente "cigliati pelosi". I cigliati producono enzimi che digeriscono il cibo e lo assorbono quando è già stato digerito. Hanno un intestino, ma non la bocca. Soltanto un orifizio anale. Il cibo passa attraverso le ciglia ed esce dall’orifizio.

— Che cosa mangiano?

— Tutto quello che trovano, secondo Yasmin. La base principale della loro dieta è formata da microrganismi del suolo; ma scavano, anche, e Yasmin pensa che forse mangiano le radici delle piante viventi. Vivono in gallerie fatte di una specie di zuppa nutritiva costituita dai loro succhi gastrici e di quant’altro hanno digerito. È come se vivessero all’interno dei loro stomaci. Che creature meravigliose!

Gislason emise un suono scettico.

— Sono saliti qui per la pioggia. I loro tunnel sono inondati.

I vermi divennero più numerosi. Anna li evitava con cura, in silenzio perché doveva concentrarsi su dove mettere i piedi e perché doveva pensare. Non voleva portare la barca al largo, di notte e sotto la pioggia, e non voleva essere coinvolta in un incidente internazionale. Inoltre… anche se irrazionalmente… non voleva collaborare a far del male a Nicholas Sanders.

Che cosa poteva fare? Fuggire? Gridare? Gislason era al suo fianco, alto e forte. Se lo immaginava nell’atto di afferrarla, di soffocarla e di annientarla con un qualche colpo esoterico di arti marziali. Si sarebbe risvegliata prigioniera, col maggiore incazzatissimo, e la barca sarebbe stata comunque persa. La vedeva affondare nella baia, spaventare i suoi alieni, mettere fine alla fragile calma dell’accoppiamento.

Se fosse riuscita ad attirare l’attenzione, sarebbe stata l’attenzione di scienziati umani. Come se la sarebbero cavata, poi, con la Mi?

Superarono un’ultima costruzione. Davanti a loro si stendeva la baia, assolutamente buia, per il momento. I suoi alieni non avevano cominciato le segnalazioni serali; oppure, se l’avevano fatto, i messaggi erano oscurati dalla pioggia. Al molo, però, la luce era accesa e lei poteva scorgere la tenue forma della barca.

Imboccò il molo, muovendosi con cautela. Lì non c’erano vermi, ma la superficie metallica era scivolosa a causa della pioggia. Nelle vicinanze, una luce si accese nell’acqua, fioca e pallida. Anna non avrebbe saputo dire di che colore fosse. Uno degli alieni si stava identificando, ma senza autorità o convinzione. Sono io. Credo… ne sono quasi sicuro… sono io.

Gislason era alle sue spalle. Non c’era modo di fuggire. E Anna, di certo, non aveva intenzione di tuffarsi in acqua. Era piena di aculei-tentacoli.

Yoshi aspettava sulla barca, alla porta della cabina, con un ombrello di carta gialla oliata.

Non appena salirono a bordo, lui disse: — Questa è una vera fortuna, Anna. Ti spiegherò più tardi. Buonasera… ah, Addetto. Esatto?

— Sì — rispose Gislason. Lei lo guardò. Con il cappuccio della giacca che gli copriva il viso non era possibile distinguerlo da Nicholas.

— È tutta vostra. Buon divertimento. — Yoshi aprì l’ombrello e se ne andò, facendo un cenno col capo a Gislason.

Anna entrò nella cabina. Un attimo dopo, Gislason la seguì. — Se n’è andato. Possiamo salpare.

— Dobbiamo prima staccare i cavi collegati al galleggiante — spiegò Anna. — E devo avvertire i pseudosifonofori.

— Che cosa vuol dire?

— La baia ne è piena e hanno raggiunto il punto in cui non prestano attenzione ad altro che a se stessi. Potremmo finir loro addosso. E taglieremmo di sicuro i tentacoli.

Lui aggrottò la fronte. — Come fa ad avvertirli?

— Ci sono delle luci sul galleggiante, quello grosso al centro della baia, e abbiamo un programma che traduce l’inglese in segnali luminosi. Ecco come comunicano… gli animali… con lampi luminosi.

Lui scosse la testa. — No.

— Non porterò fuori la barca senza prima aver avvertito le creature nella baia. Forse sono intelligenti. Sono sicuramente vulnerabili. Non voglio assumermi la responsabilità di fare loro del male.

Gislason la fissò con i suoi occhi verdi, il lungo viso pensieroso. Stava considerando le opzioni, soppesando le conseguenze, e Anna aveva la sensazione… una sensazione molto netta… che qualcuna di quelle opzioni sarebbe stata spiacevole.

Alla fine, lui disse: — Va bene. Mandi il suo messaggio. Ma la terrò d’occhio.

Anna annuì e accese il computer, chiamando la directory della traduzione. C’erano due programmi. Uno traduceva l’inglese nel linguaggio delle luci. L’altro era stato inserito da Yoshi quando aveva deciso di insegnare agli animali "Mary Aveva un Agnellino". Questo programma traduceva l’inglese nel codice d’emergenza internazionale.

Lei chiamò il secondo programma. Era codificato come "Lp2-Iec". Provò a pensare a una spiegazione per le lettere gialle che luccicavano sul video; ma Gislason non le fece domande.

— Scriverò otto parole, che il programma tradurrà in luci colorate. Il messaggio è: "Pericolo. Strano amico". La barca è lo strano amico. — Scrisse le parole. — Il resto del messaggio è: "Agite subito. Andate verso riva".

— Sarà quello giusto? — domandò Gislason.

— Mm… — Anna finì di scrivere il messaggio e premette Enter. Delle domande apparvero sulla parte bassa dello schermo. Che colore doveva avere il messaggio? Ogni quanto doveva essere ripetuto e con che rapidità? Rispose velocemente, sperando che Gislason non capisse che le domande indicavano che il messaggio non veniva tradotto nel linguaggio degli pseudosifonofori, e poi premette di nuovo il tasto Enter. Lo schermo si pulì, fatta eccezione per il cursore, che lampeggiava all’angolo superiore sinistro.

— Ora possiamo sganciarci. Il galleggiante è sull’automatico. Continuerà a segnalare da solo.

— Spero di fare la cosa giusta — disse Gislason.

— La sta facendo.

Uscirono in coperta. Il buio era assoluto, ora, e gli alieni avevano cominciato la loro conversazione serale: pallidi tentativi di azzurro e verde, resi più fiochi del solito dalla pioggia. Moby Dick galleggiava al centro della baia, illuminato come una lussuosa astronave che entrasse in porto. Tutta la superficie… sopra e sotto l’acqua… lampeggiò dapprima d’arancione e poi d’azzurro chiaro.

— Muoviamoci — disse Gislason. — Siamo veramente incalzati dal tempo, signora Perez.

Cominciarono a staccare i cavi di collegamento con Moby.

Il messaggio in sé… lo schema di punti e linee… non aveva significato per gli alieni che dovevano capire soltanto i colori. L’arancione era rabbia o pericolo; l’azzurro significava non aggressione. Era un avvertimento amichevole. C’era pericolo, stava dicendo loro Anna, ma nessuna cattiveria.

Quando i motori della barca si fossero messi in moto, avrebbero capito la fonte del pericolo. Sapevano che le barche erano pericolose. Quando gli umani erano arrivati per la prima volta sul pianeta, le barche erano state usate per dar loro la caccia. E quella era stata la prima indicazione che gli animali potessero essere intelligenti: che avessero imparato velocemente a temerle e che la paura delle barche si fosse rapidamente diffusa per tutta la specie.

In qualsiasi altro periodo dell’anno, il rumore dei motori sarebbe stato un avvertimento sufficiente; ma, al momento, loro erano concentrati sull’accoppiamento. Forse non avrebbero prestato attenzione alla barca o forse si sarebbero fatti prendere dal panico, dimenandosi con gli aculei-tentacoli e facendosi male l’un l’altro.

Il messaggio non era per loro. Anna non sapeva bene per chi fosse. Nicholas aveva detto che il generale hwarhath era interessato agli pseudosifonofori. Era possibile che avesse raccontato al generale della sua conversazione con Yoshi. Forse i hwar avrebbero capito che il galleggiante lanciava un nuovo tipo di messaggio. Forse sarebbero stati in grado di decodificarlo.

Un tipo molto lungo. L’unica speranza di Anna era riposta in Yoshi. Lui avrebbe sicuramente riconosciuto che il messaggio era stato lanciato nel codice d’emergenza internazionale e di certo l’avrebbe tradotto. C’erano anche buone probabilità che non lo comprendesse. Ma avrebbe parlato con Maria e Maria non soffriva minimamente della malattia del dottor Watson. Avrebbe immaginato il significato del messaggio. Il mio strano amico è in pericolo. Agite subito e non guardate in direzione dell’oceano. Guardate verso terra.

Forse avrebbe dovuto mettersi a gridare mentre passavano per la stazione o cercare di fuggire, anche se era molto più piccola di Gislason e non era mai stata un asso nella corsa.

Gli ultimi cavi caddero in acqua. — Molli pure — annunciò Anna a Gislason e si sedette sul sedile del pilota. Parte del tettuccio si estendeva sopra il pannello degli strumenti e il sedile e, in teoria, avrebbe dovuto mantenere asciutti gli strumenti e il pilota; ma Anna era già completamente bagnata e il vento freddo sbatteva la pioggia contro i lati aperti. Anna aveva davanti a sé un parabrezza striato dalla pioggia, il tetto della cabina e la prua. A prua, da un’asta penzolava una bandiera flessibile: la bandiera della spedizione. VERSO LE STELLE PER SAPERE, diceva.

Anna premette un interruttore. Le luci degli strumenti si accesero. Una voce maschile calda e profonda disse: — Buonasera e benvenuti nel meraviglioso universo del power boating! Sono il vostro Mark Ten Marine Mind computer. Se avete bisogno di qualche informazione per manovrare la vostra nuova Star Craft Modello Settecento, vi prego di lasciarmi acceso. In caso contrario, premete il pulsante rosso a sinistra del timone.

Anna premette il pulsante rosso.

— Adesso, rimarrò silenzioso — disse la voce — a meno che non succeda qualcosa che richieda un avvertimento o qualche altro tipo di azione.

Anna avviò i motori.

Gislason gridò: — Tutto libero.

Anna aumentò la potenza. La barca si mosse in avanti e Anna ruotò il timone per portarla fuori dall’imbarcadero; poi ruotò nuovamente per puntare verso la baia.

La maggior parte degli animali stavano ancora emettendo luci azzurre o blu-verdi, ma il ritmo dei loro messaggi era cambiato. Era rapido e staccato, ora, il ritmo del codice. Anna vedeva qua e là rapide esplosioni di arancione, simili a bombe.

— C’è un qualche impedimento davanti a voi — avvertì il computer della barca. — Vi prego di controllare lo schermo sonar.

Lei guardò. Lo schermo mostrava molti puntini, tutti verdi: gli animali. Mentre guardava, loro cominciarono a spostarsi a destra e a sinistra verso i confini dello schermo. Anna sollevò lo sguardo. Un passaggio buio si stava aprendo davanti alla barca.

— Gesù — fece Gislason.

L’intera baia lampeggiava d’un arancione deciso e d’un azzurro freddo: Pericolo. Strano amico. Pericolo. Nonostante la pioggia… che cadeva sull’acqua e rigava il plexiglass di fronte a lei… Anna poteva leggere il messaggio.

— L’hanno sentita veramente — disse l’uomo. — L’hanno vista, voglio dire. Hanno compreso il suo messaggio.

— Non sono stupidi.

Il passaggio buio portava nei pressi di Moby Dick, in direzione dell’oceano. Anna lo seguì con la barca. I tergicristalli del parabrezza si muovevano avanti e indietro e le gocce di pioggia che non spazzavano luccicavano come gioielli: arancioni e azzurre.

— E hanno buona memoria — aggiunse Anna. — Alcuni di loro devono essere stati qui in altre occasioni in cui la barca è uscita. Lo vede il passaggio che stanno liberando? Sanno dove siamo probabilmente diretti. — Fece una pausa. — O forse hanno mangiato qualcuno che è stato qui, precedentemente.

— Si mangiano a vicenda? — domandò Gislason, con aria terrorizzata.

— Non è il termine giusto. Dovrei dire che sono cannibali. Si catturano l’un l’altro. Di solito, i grossi mangiano i piccoli. Il vincitore o predatore paralizza la vittima, la scompone e ne usa le parti.

— Ogni cosa ha abitudini disgustose, su questo pianeta?

Erano ormai giunti nel canale che portava fuori dalla baia. L’acqua era scura e il sonar non segnalava animali davanti alla barca.

— La vita ha abitudini disgustose — rispose Anna. — Sulla Terra, ci sono animali… soprattutto bachi o vespe parassiti… che hanno modi agghiaccianti di riprodursi.

Gislason fece un verso, un grugnito che non significava niente per lei. Consenso? Repulsione? Dispepsia, forse. Anna si concentrò sulla guida della barca finché il sonar non l’avvertì che erano usciti dal canale. Non che avesse bisogno che fossero gli strumenti a dirle che avevano raggiunto l’oceano. L’aria cambiò: una brezza sostenuta soffiava da oriente; poteva sentire il sale e gli spruzzi. La barca rollava mentre saliva e scendeva sulle grosse onde.

— E le vite sessuali degli umani non sono sempre affascinanti — proseguì lei, completando il corso dei suoi pensieri.

— Questo è vero — commentò Gislason, con tono deciso, e Anna ebbe l’impressione che pensasse a Nicholas Sanders.

Ora erano circondati dagli alieni. L’oceano era punteggiato di luci che si accendevano e si spegnevano: azzurre, verdi, gialle, arancioni e rosa. Alcuni avevano ricevuto il messaggio di Anna. Altri continuavano a lanciare i loro: Sono io. Non voglio fare male.

— Si diriga a sud, signora — disse Gislason.

Lei fece girare la barca. Alle loro spalle e a destra era tutto buio: la terra. Davanti e a sinistra si estendeva l’oceano. La maggior parte degli animali si trovavano subito all’esterno dell’ingresso della baia, tenuti lì dai messaggi chimici che emettevano gli animali più grossi che si preparavano all’accoppiamento; ma delle luci lampeggiavano verso sud ed est: animali isolati che galleggiavano al buio e, qua e là, altre luci di animali che si erano riuniti in gruppi.

Anna decise di tornare ai cannibalismo. Aveva la sensazione che fosse un argomento meno controverso di quello sul comportamento sessuale umano. — Sono colonie piuttosto che organismi singoli.

— Che cosa sono?

Lei indicò l’oceano luminoso. — Le varie parti conservano molta della loro integrità originaria. Non è molto difficile per loro scomporsi. Una sostanza chimica paralizza l’animale che è stato catturato, ma senza fare alcun danno permanente, e poi un’altra sostanza chimica… o, più verosimilmente, una serie di sostanze chimiche… dice alle parti di separarsi l’una dall’altra e di unirsi al nuovo animale. Per quello che possiamo dire, è così che crescono; e noi sappiamo dagli esperimenti che le singole parti mantengono la memoria. Quando uno pseudosifonoforo mangia un suo simile, ne acquista il passato. Non sappiamo però fino a che punto possano crescere o quanto possano vivere o quanto riescano a ricordare. Forse secoli, forse millenni. La storia della specie può essere là, che galleggia nel profondo oceano.

Stava di nuovo dando spiegazioni, come aveva fatto con i vermi. Perché? Forse per paura. Anna aveva sicuramente paura.

— A questo punto — disse Gislason — posso occuparmi io della barca. So dove dobbiamo andare.

Anna scese dal sedile e lui la rimpiazzò.

<p>13</p>

La barca proseguì verso sud sotto la pioggia. Secondo gli strumenti, stavano viaggiando parallelamente alla costa, sebbene la stessa, al buio, non fosse visibile. Gli alieni si manifestavano sempre meno: un lampo d’azzurro che presto svaniva, poi un altro, verde, o azzurro, o, raramente, arancione. Sono io. Pericolo. (O forse Collera.) Non voglio fare male.

Anna se ne stava vicino a Gislason. Il tettuccio riparava dalla pioggia, la quale aveva rallentato, ma non dalla spuma delle onde.

— Abbiamo bisogno della copertura di quella nuvola — disse lui. — Spero che non si sollevi.

— Perché? — domandò Anna.

— C’è una nave nemica sopra di noi, signora, e possiede ottimi strumenti di rilevamento. Le nuvole rappresentano una buona protezione.

Due navi, pensò Anna, in orbita sincronizzata. Una aveva portato i diplomatici umani. L’altra aveva portato gli alieni dal pelo grigio. Nelle notti chiare erano visibili entrambe nel cielo sopra la stazione e i suoi colleghi… gli astronomi, dilettanti e professionisti… gliele avevano indicate. La nave hwarhath a est, sopra l’oceano. La nave terrestre sopra la zona diplomatica. Andavano tutt’e due avanti e indietro sopra la stazione, senza cambiare mai posizione.

L’osservazione di Gislason non aveva senso per Anna. Se la strumentazione hwarhath era così buona, avrebbe dovuto rilevare la barca, forse non sulla parte visibile dello spettro, ma altrove. L’imbarcazione, dopotutto, non era una macchina tanto sofisticata. Non aveva schermi di protezione. Il cielo sapeva… lei no… che razza di radiazioni emetteva, ma certamente qualcosa che i hwarhath erano in grado di individuare senza possibilità di scambiarla per qualcos’altro. Era l’unica barca esistente sul pianeta.

Guardò il suo compagno. Il viso lungo era illuminato dal chiarore del pannello della strumentazione: verdastro, come uscito da una storia di fantasmi. E non era una visione rassicurante. Decise di non fare altre domande e si girò a guardare l’oceano.

Passò del tempo. Anna aveva freddo ma rimase in coperta, riluttante a lasciare solo Gislason.

Superarono un ultimo gruppo di alieni: piccoli individui, che dovevano aver avuto paura di avvicinarsi ulteriormente alla baia. Galleggiavano sul lato est della barca: una grande macchia di luce che si sollevava e si abbassava con le onde, attraversata da colori, azzurri e verdazzurri, perlopiù. C’erano anche scintille di arancione e di giallo: collera, frustrazione, eccitamento, avvertimento. In un’occasione, per circa un minuto, l’intero branco divenne di una straordinaria tonalità di rosa. Di che cosa si trattava? Anna non riuscì a decifrare il messaggio. Era una variante della rassicurazione che gli individui adulti si mandavano l’un l’altro? Sono io. Non avere paura.

Fiotti di luce uscivano dall’agglomerato e altri agglomerati più piccoli vi si radunavano attorno. Questo Anna, nonostante il buio e la pioggia, riusciva a vederlo. Se soltanto avesse avuto un aereo e un cielo sgombro! Avrebbe tanto voluto poter guardare dall’alto.

— Che cosa succede? — domandò Gislason.

— Non lo so. Non abbiamo mai prestato molta attenzione agli individui troppo piccoli per accoppiarsi. Potremmo esserci sbagliati. Vorrei tanto sapere che cosa fa scattare quel genere di comportamento. Non penso che questi esemplari siano neppure a contatto visivo con altri alieni, perciò non stanno reagendo a una manifestazione luminosa. E vorrei tanto conoscere lo scopo di questo raduno. Non stanno scambiandosi materiale genetico. Sono troppo giovani. — Anna tacque, fissando quel dondolio di luci. — E vorrei tanto sapere se la loro azione è casuale o se sanno quello che fanno.

L’agglomerato di alieni si dissolse. La barca proseguì verso sud, sud-est per un’altra ora e nessun altro alieno fu avvistato. Dio, era così freddo là fuori! E faceva paura. Nel buio, erano a malapena visibili soltanto le creste bianche delle onde.

— Scusate — disse infine una voce calda. — Qui è il vostro Mark Ten Marine Mind computer che interviene una seconda volta. Se date un’occhiata allo schermo radar, rileverete un oggetto proprio davanti a voi; distanza stimata, mille metri. L’oggetto è solido e galleggia sulla superficie dell’acqua. Non si muove. Se non volete entrare in contatto con l’oggetto, prego cambiare rotta. Se volete entrare in contatto, prego rallentare.

Gislason colpì il bottone rosso.

— Avete indicato che desiderate gestire da soli questa situazione. D’ora in poi, rimarrò in silenzio.

— Stronzo — disse Gislason.

La barca rallentò.

Anna spiò nell’oscurità davanti a loro. Non riusciva a vedere niente. — Che cos’è?

— Un aereo — rispose Gislason. — Qui noi decolliamo.

— Noi cosa? Siamo in mezzo all’oceano.

— Il nemico può individuare questa barca, signora. Di questo si renderà conto. Non possiamo rimanere a bordo. Lascerò che sia Mark Ten Marine Mind a proseguire da solo. Dovrebbe farcela tranquillamente.

— Questa è l’unica barca nel raggio di anni luce ed è piena di attrezzature per la ricerca. Non possiamo abbandonarla.

— Non l’abbandoneremo, signora. Mark sembra ansioso di subentrarci. Lasceremo fare a lui.

— No — disse Anna.

— Non ha scelta, signora.

Anna vide delle luci davanti a loro che andavano su e giù sulla superficie dell’oceano. Ce n’erano tre, piccole e fioche e decisamente artificiali.

La barca rallentò ulteriormente. Anna rilevò la forma scura dell’aereo. Le luci ne segnavano il muso, la coda e un’ala.

— Non possiamo farlo — disse Anna. — Potrei perdere il lavoro.

— Mi creda, signora Perez, potrebbe trovarsi in guai peggiori se non collabora con il maggiore.

La barca virò per presentarsi di fianco, rollando più violentemente di prima quando Gislason manovrò per accostare all’aereo. Quando furono vicini, che quasi toccavano la fiancata scura del velivolo, una porta si aprì, disegnando un rettangolo di luce gialla. Anna sbatté le palpebre e vide una persona stagliata contro la luce. — Tenente? — La voce era maschile.

Gislason disse: — Dovremo ancorarla qui, per un po’. Aiuti Zhang e poi salga sull’aereo.

Lei aprì la bocca per obiettare, ma lo sguardo sul suo viso la indusse a tacere. Una persona tutt’altro che gradevole, pensò mentre aiutava l’uomo sulla porta a legare le funi d’ormeggio. Quand’ebbero finito, l’uomo allungò la mano e la issò sull’aereo, al di sopra della stretta striscia d’acqua. Ora lei poteva vederlo chiaramente: un alto asiatico orientale, in uniforme. Aveva il solito taglio moicano di capelli, tinti di turchese. Le sopracciglia erano dello stesso colore, più che mai esotiche. Anna si chiese che cosa ne avrebbe pensato Nicholas. Non che fosse verosimile che lui pensasse a qualcosa se non ai guai nei quali si trovava.

— Benvenuta a bordo della Shadow Warrior. - Il soldato indicò uno spazio lungo e stretto. A un’estremità c’era una fila di sedili, di fronte a una parete metallica che era vuota, fatta eccezione per una porta chiusa. I sedili sembravano appartenere a un aeroplano a razzo o a un maglev interurbano terrestre; sebbene i sedili del maglev non avrebbero avuto le cinture. Tranne che per i sedili, lo spazio era vuoto. Un aereo da carico, pensò Anna.

— Temo che non potremo offrirle amenità, e io devo consegnare un pacco al tenente Gislason. Se si siede, le porterò del caffè in un paio di minuti.

Anna si avvicinò ai sedili e prese posto, di fronte alla parete vuota, distante un metro sì e no. Tutta quella luce la spaventava anche di più che navigare nell’oceano aperto.

Un paio di minuti dopo, il soldato asiatico riapparve. Oltrepassò la porta nella parete di metallo e tornò quasi subito con un boccale. Era di ceramica e tutto bianco. — Dovrà accontentarsi di quello nero, temo. E per quanto cattivo sia, devo dire che il tè è anche peggio.

Anna prese il boccale e bevve. Il caffè era effettivamente spaventoso. — Ma non pulisce mai la caffettiera?

— Non è ai primi posti delle priorità. Se vuole scusarmi. — Il soldato se ne andò.

Anna sorseggiò il suo caffè… poco… fissando la parete di metallo.

Una ventina di minuti dopo, Gislason salì a bordo. Sedette accanto a lei e si allacciò la cintura. — Fatto. Mark adesso fa tutto da solo.

Il soldato asiatico chiuse il portello esterno, prese la tazza del caffè di Anna e proseguì verso la parte anteriore dell’aereo. Anna non aveva idea di cosa si trovasse al di là della porta interna. La macchinetta del caffè o la cabina dell’aereo.

I motori partirono.

— È legata? — domandò Gislason. — Il decollo non sarà dolce.

E non lo fu, e Anna ricordò che non le era mai piaciuto molto volare. Si aggrappò ai braccioli del sedile. Accanto a lei, Gislason si portò le mani al viso.

Anna ebbe un momento di terrore. — Che cosa c’è? Ci sono problemi?

L’aereo fece ancora qualche rimbalzo, poi si stabilizzò nell’aria. Gislason sollevò la testa. I suoi occhi avevano cambiato colore. Erano azzurri, d’un colore così intenso che sembravano accesi dall’interno.

— Gesù Maria — disse Anna.

Lui afferrò la ciocca di capelli che gli scendeva sulla fronte, tirandola verso l’alto e all’indietro. — Merda! Fa male. — I capelli si staccarono. Sotto, c’era un cranio pallido, calvo all’infuori della solita striscia alla moicano, gialla come il burro.

Se la strofinò, raddrizzando i capelli gialli. Adesso sembrava proprio uno scandinavo e un soldato, niente affatto somigliante a Nicholas.

L’aereo stava virando; Anna poteva sentire la cabina che si inclinava.

— Dove siamo diretti?

— Abbiamo un posto che il nemico non conosce. — Lui lanciò la parrucca sul sedile accanto. — Sarà meglio che si appoggi bene. Ci vorrà un po’.

Lei si appoggiò allo schienale, cercando di rilassarsi. Non era facile. Non aveva idea di quale direzione stessero prendendo. Est sopra l’oceano? Ovest o sud, verso terra? Se andavano a sud, sarebbero passati su una parte del continente che… per quel che ne sapeva… non era stata esplorata. Esistevano fotografie aeree, naturalmente, e i suoi colleghi biologi avevano colto alcuni campioni di vita. Le foto mostravano basse montagne spoglie e pianure coperte di vegetazione gialla simile a muschio. Di tanto in tanto c’erano delle foreste di grossi cespugli e/o piccoli alberi. Un animale che assomigliava a un incrocio tra un granchio e un armadillo andava al pascolo sulle pianure gialle di muschio. Era lungo due metri dalla punta delle zampe anteriori all’estremità della coda ricoperta da una corazza: il più lungo animale terrestre presente sul continente. Nessuno scheletro interno e, secondo i suoi colleghi, con un quoziente d’intelligenza zero; ma aveva un interessante sistema respiratorio.

Dopo un po’ Gislason tirò fuori qualcosa da una tasca e la svolse come se si trattasse di un pezzo di carta: una, due, tre volte.

Una scacchiera, dimensione standard. La toccò sul bordo e, d’un tratto, la scacchiera si solidificò: un unico pezzo di metallo e silicone. I quadrati rossi cominciarono a mandare una morbida luce rosata. Quelli neri rimasero neri, come finestre nello spazio.

Impressionante, pensò Anna.

Lui toccò di nuovo la scacchiera. Ed ecco che si materializzarono i pezzi, sebbene pezzi non fosse la parola giusta. Erano ologrammi, fatti di luce, non di sostanza.

Due file di guerrieri cinesi. Dietro, c’erano elefanti e consiglieri, generali a cavallo e un paio di splendidi imperatori accanto alle loro esili ed eleganti mogli. Uno degli imperatori era vestito di rosso, l’altro di bianco e d’argento.

— Sa giocare? — domandò Gislason.

— Conosco le mosse.

— Non basta. — Gislason toccò la scacchiera. Uno dei guerrieri sfoderò una spada. La minuscola lama scintillò. La figurina la brandì sopra la testa e fece un passo avanti.

Come resistere? Anna osservò il gioco. I guerrieri brandivano spade e stendardi. Gli elefanti si muovevano pesantemente. I cavalli dei generali si impennavano. I consiglieri scivolavano come su rulli. Gli imperatori compivano passi maestosi e le pericolose regine venivano avanti con un curioso oscillare di passettini.

Molto impressionante, sebbene chiaramente un ologramma. I colori erano troppo pallidi. I rossi e i bianchi avevano una certa iridescenza perlacea, e le figure mancavano di solidità, sebbene fossero tridimensionali e magnificamente dettagliate. Di tanto in tanto, vibravano o svanivano per brevi momenti.

Una coppia di eserciti fantasmi, pensò Anna. Che lottavano per cosa?

— Costa molto? — domandò.

— La scacchiera? Sì. Ma nello spazio non c’è modo di spendere molto denaro. Mi piacciono gli scacchi e i giocattoli costosi.

Gislason andò avanti fino a quando l’aereo non cominciò a scendere. Poi spense la scacchiera. Le minuscole figure spettrali svanirono. Riavvolse la scacchiera e la mise via mentre l’aereo planava… sull’acqua, decise Anna. Rallentò, girò e finalmente si fermò. La porta davanti a loro, quella che conduceva alla macchinetta del caffè, si aprì. Il soldato con le sopracciglia azzurre riapparve.

— Dobbiamo muoverci alla svelta, tenente. La nuvola che ci fornisce la copertura comincia a rompersi.

Gislason annuì e si alzò. — Signora?

Anna seguì i due verso lo sportello esterno. Sopracciglia azzurre lo aprì e saltò nell’oscurità. Anna udì un tonfo nell’acqua.

— Profondità un metro — disse sopracciglia azzurre. — E fredda.

— Signora — fece Gislason.

Anna saltò e colpì prima l’acqua, poi il fondo. Sabbia cedette sotto i piedi e sarebbe caduta se il soldato non l’avesse sostenuta.

— Tutto bene, signora?

— Sì.

Guadarono fino alla spiaggia, Gislason in coda. Quando fu sul terreno asciutto, Anna si guardò indietro. Un altro soldato era fermo nel vano dello sportello aperto dell’aereo, una donna, questa volta. Chiuse lo sportello e la luce scomparve. Un momento dopo, un’altra luce apparve in mano al soldato dalle sopracciglia azzurre. La diresse davanti a loro, su una spiaggia rocciosa.

— Andiamo.

Di nuovo, come in un sogno, Anna seguì l’indicazione. Il raggio della torcia rischiarò dapprima un terreno sassoso, poi uno ricoperto di similmuschio. Si inerpicarono per un pendio. C’erano oggetti attorno a loro, alti come persone ma immobili e silenziosi. Cos’erano?, pensò Anna. Il soldato sollevò la torcia e ne indirizzò il raggio verso un albero. Una folta lanuggine ne copriva il tronco e i rami. Non c’erano foglie.

— Dove siamo? — domandò Anna. — Sulla parte meridionale del continente?

— Temo di non poterglielo dire — rispose Gislason.

Fosse stato giorno, Anna avrebbe potuto cercare i grandi animali con la corazza e le zampe. Ma quelli erano animali diurni e, come i loro predatori, amavano il calore del sole.

Il raggio della torcia mostrò una sporgenza rocciosa davanti a loro, bassa e di pietra scura, con un’apertura per la quale entrarono: una caverna bassa. Sul fondo, c’era una porta. Anna non l’avrebbe notata neppure di giorno tanto era ben occultata.

Il soldato spinse e la porta si spalancò. Oltre, c’era un corridoio di cemento con tubi per l’illuminazione lungo il soffitto. La luce che quei tubi emanavano era pallida e aveva una venatura d’azzurro.

— Benvenuta a Campo Libertà — disse il soldato.

<p>14</p>

Entrarono, prima Anna, poi Gislason, infine il soldato il quale chiuse la porta dietro di sé. Dall’altra parte, era di metallo e aveva una ruota. Il soldato la girò come se stesse chiudendo una delle antiche casseforti di banca.

Gislason disse: — Vada avanti lungo il corridoio.

I loro passi echeggiavano debolmente. Per il resto, Anna non udiva altro che il ronzio di un sistema di condizionamento. Dopo un centinaio di metri, arrivarono a un’altra porta. Il soldato l’aprì. Dall’altra parte, c’erano molta luce e della musica. Anna riconobbe la canzone. Era stato un motivo in voga quando era venuta la prima volta ai confini della Confederazione: Vivere ai confini della Confederazione. Non ricordava più il nome del gruppo. Erano apparsi e svaniti come una cometa. Ma quella canzone era stupenda: la descrizione migliore di ciò che aveva sentito che fosse vivere "Dove nessuno è stato prima di me/e tutte le regole sono nuove" e "il messaggio di casa diventa rumore".

In quel momento, però, la musica era troppo forte e le parole non erano comprensibili. Un sistema sonoro di second’ordine.

— Che cosa succede? — domandò Gislason.

Il soldato con le sopracciglia azzurre si strinse nelle spalle.

Quel nuovo ambiente era contraddistinto da molte porte. Ne superarono diverse, tutte chiuse, poi arrivarono a una già aperta. Gislason la prese per il gomito e la guidò dentro.

Un ufficio ordinario, con una donna dall’aspetto ordinario seduta a una scrivania. Non aveva neppure la capigliatura alla moicana: i suoi capelli… folti e ricci e neri… le andavano da tutte le parti sulla testa. Indossava una specie di uniforme anche se non militare: una casacca azzurro marina e una camicetta d’argento con il collo alto. La cravatta era scura e stretta e appuntata con una spilla a forma di delfino.

Gislason chiuse la porta. La musica divenne a malapena udibile. — Perché tutto questo rumore?

— Abbiamo qualche problema con l’insonorizzazione — disse la donna. — Tra le stanze e il corridoio. E altrove. Non si riesce a sentire da una stanza all’altra e all’esterno il suono non filtra. Di questo sono sicura. Ma, tutto sommato, direi che quella della musica è una buona idea. — Tacque per un momento. — E aiuta il morale. Ci ricorda che stiamo combattendo per la civiltà umana. Lei dev’essere la signora Perez.

— Sì. Vorrei sapere esattamente in che cosa sono stata cacciata. Dove sono? Che cos’è questo posto? E che cosa ne sarà della mia barca? Il nemico… i hwarhath, voglio dire… non la individuerà? Che cosa penseranno quando scopriranno che è vuota?

— Non risponderò a tutte le sue domande — disse la donna. — Le dirò della barca. In questo momento… — Si guardò il polso. — …dovrebbe essere affondata.

— Che cosa?

— Tutto ciò che il nemico troverà sarà un relitto e troppo in profondità per essere riportato facilmente a galla. E anche se ci riuscissero, che cosa scoprirebbero? — La donna guardò Gislason.

— Che nella cambusa è scoppiato un incendio — disse lui. — Impianto elettrico difettoso della caffettiera. Il fuoco ha raggiunto i serbatoi del carburante e… bum.

— Figlio di puttana — sbottò Anna.

— Lei non ha alcun motivo per credere che la madre del tenente Gislason sia in qualche modo responsabile dell’attuale comportamento del figlio — disse la donna. — Il nemico non troverà cadaveri, naturalmente. Questo succede, nell’oceano. La corrente li porta via. E chi sa dove finiscono… È però sempre possibile che saltino fuori prima o poi.

— Che cosa? — fece Anna.

— Un corpo — disse la donna in tono rassicurante. — Non il suo, naturalmente. Quello di Sanders. Preferiremmo tenerlo vivo. È sempre possibile ottenere da lui il massimo delle informazioni in una settimana o due o tre. Dopo di che, potremmo disporne a piacimento, se fosse necessario.

Ma chi era quella persona? Anna ripassò mentalmente i nomi di famigerati mostri degli ultimi duecento anni. Nessuno aveva mai presentato la prova certa che il dottor Mengele fosse morto. Ma dopo centonovant’anni… E il colonnello Peterson giaceva sotto un nero monumento di granito dopo aver dedicato la sua vita (così diceva l’iscrizione sulla lapide) alla Causa della Salute Pubblica in America.

— Ricomparirà soltanto se i hwarhath insisteranno per avere la prova della sua morte. Be’, se proprio insisteranno, allora il suo cadavere finirà su qualche spiaggia. — La donna fece una pausa. — Non nelle migliori condizioni, ma riconoscibile e con resti sufficienti a determinare che è morto per annegamento.

Gesù Maria, quella persona stava gioiosamente trastullandosi con l’idea di un assassinio; lo si capiva dalla voce; e godeva anche all’idea di terrorizzare Anna Perez.

— Se riusciremo a convincerli, se vorranno credere a un incidente, lei e Sanders lascerete il pianeta. Ma non subito. Per il momento, Anna… posso chiamarla così? …lei starà a Campo Libertà.

— Non sarà un nome serio.

— È l’unico posto del pianeta dove siamo liberi dalla sorveglianza del nemico. — La donna tacque. — E liberi dalla interferenza dei civili. Sì, Anna, il nome è serio. — Si alzò. Adesso Anna poteva vedere anche i pantaloni di ottima fattura che completavano la sua tenuta. — Le mostro la sua stanza.

Lasciarono Gislason in ufficio. La donna fece strada lungo il corridoio. Adesso c’era una nuova canzone, una che Anna non conosceva. La musica era sempre troppo forte e ancora Anna non riusciva a capire le parole anche se le parve che fossero inglesi.

Svoltarono in un corridoio laterale. Il livello del rumore diminuì appena.

— Ecco — disse la donna e aprì una porta.

Un’altra stanza assolutamente ordinaria. Sembrava quella di un dormitorio. Un tavolo, una sedia, un cassettone, un letto, una seconda porta che dava in un piccolo bagno. Niente finestre, naturalmente.

— Ci sono degli asciugamani nel bagno, e l’altro occorrente… spazzolino, pettine e così via. Il cassettone contiene un cambio di indumenti. C’è un computer nel tavolo. Le ho ordinato la cena, riso al curry con verdure. Temo che tutto il nostro cibo sia vegetariano. Spero non le dispiaccia.

Anna si scoprì a rispondere: — No, certo che no, non mangio quasi mai la carne.

— Bene. — La donna sorrise. — La porta sarà chiusa a chiave. Non possiamo davvero permetterle di girare per il campo. La prego di entrare.

Lei lo fece senza protestare, poi si girò e aprì la bocca. La porta sbatté. Ci fu il clic di un chiavistello che scattava.

Si sedette sul letto. Era una prigioniera, tenuta da gente che aveva deliberatamente distrutto l’unica barca di ricerca esistente nel raggio di anni luce, proprietà del governo che dava lavoro a quella stessa gente. Che razza di stronzi criminali erano?

Assassini, pensò dopo un momento. Questo spiegava certamente perché Nicholas era parso così terrorizzato. Doveva aver saputo.

Aveva fatto la cosa giusta mandando quel messaggio.

E se non fosse arrivato? Se nessuno si fosse comportato di conseguenza? Si tirò indietro i capelli e si massaggiò il viso. Aveva tutti i muscoli tesi. E se il messaggio fosse finito in mano alla Mi? Era possibile, forse probabile, si rese conto.

Il suo corpo sarebbe stato ritrovato su una spiaggia, e forse allora non avrebbero neppure avuto bisogno di uccidere Nicholas. Se trovavano lei, allora i hwarhath si sarebbero convinti che l’incidente era vero.

Il messaggio poteva perfino essere inutile. Forse doveva già rassegnarsi alla sconfitta. Aveva fatto quello che volevano. Non era più di alcuna utilità e poi… sapeva troppo.

Nicholas, invece, era assai più prezioso. Aveva senso uccidere prima lei.

Cominciò a tremare. Come aveva fatto a finire in quel casino?

Parlando con un uomo piacevole. Accettando qualcuno non appena lo aveva visto. Piacendole qualcuno soltanto perché era curioso e faceva buone domande.

La porta si aprì e il soldato con le sopracciglia azzurre entrò. — La cena — disse e depose un vassoio sul tavolo. — Tutto bene? Ha bisogno di qualcosa?

— Uscire di qui.

— Spiacente, signora. Meglio che le dica che questa stanza è sotto sorveglianza. Potrebbe risparmiarle qualche situazione imbarazzante. — Il soldato sorrise. — Facciamo cose che non vogliamo altri vedano. Buonasera.

Se ne andò. Anna si alzò. Non aveva fame, ma c’era mezza bottiglia di vino bianco sul vassoio. Certamente non adatto alla giornata che stava vivendo ma doveva fare di necessità virtù. Aprì la bottiglia e riempì un bicchiere, rimettendosi a sedere. Era un po’ dolce. Uno Chardonnay?

Dopo che ebbe finito il vino, decise che era troppo presto per lasciarsi prendere dal panico. Non sapeva ancora abbastanza. Il suo consigliere alle scuole superiori le aveva detto che era il suo grande difetto. Formulava teorie e traeva conclusioni prima di avere dati sufficienti.

Aprì il cassettone e trovò una camicia da notte: lunga e di vera flanella, con un grazioso motivo floreale.

Che razza di gente era quella? E cosa significava la camicia da notte? Era possibile uccidere qualcuno dopo avergli procurato una camicia da notte di flanella?

Sì, decise dopo un po’. Era possibile ma non era giusto.

Portò la camicia da notte in bagno e fece una doccia. L’acqua era calda e c’era anche la schiuma da bagno. Doveva essere stata la donna senza nome, il capo… almeno in apparenza… di Campo Libertà. Era da lei: l’ospite perfetta. Quel posto faceva parte di una guida ai Country Inn e ai Campi di concentramento. Usò la schiuma da bagno. Schiumava in modo davvero soddisfacente.

Dopo, si lavò i denti e andò a letto. Rimase a lungo al buio a pensare alla possibilità della morte, poi finalmente scivolò in un sonno agitato e frequentemente interrotto. I suoi sogni furono frammentari e spiacevoli. Cose le davano la caccia. E lei non poteva correre.

Si svegliò un’ultima volta e udì la musica, forte e confusa. La porta della stanza era aperta. Il soldato con le sopracciglia azzurre era fermo sulla soglia. — Spiacente di disturbarla, signora. Me ne andrò tra un minuto. — Mise un vassoio sul tavolo e ritirò quello della cena. — E mi scuso anche per la colazione. Abbiamo qualche problema in cucina. Il dottore vuole vederla quando sarà pronta.

— Chi?

— L’ha conosciuta ieri.

La donna con i capelli ricci.

Il soldato se ne andò e Anna si alzò. Il vassoio conteneva fagioli neri, riso e caffè nero. Niente male, dopotutto. Il caffè era molto meglio della brodaglia sull’aereo. Dopo che ebbe finito di mangiare, indossò i suoi vestiti. Erano stropicciati e rigidi di salsedine ma desiderava avere il meno a che fare con la Military Intelligence.

Sopracciglia azzurre ritornò e la condusse nell’ufficio del dottor Senzanome. Il dottore c’era, seduto dietro la scrivania. Quel giorno indossava una camicetta rosso fiamma e una casacca nera. La cravatta, d’argento, era di maglia. C’era Gislason, appoggiato contro un muro, le braccia incrociate, con un’aria… come? Sardonica? Anna non era neppure sicura di cosa volesse dire "sardonico". Ma c’era qualcosa che non andava; era la sua espressione a non convincere Anna. E c’era il capitano Van, in un angolo, raggomitolato in una sedia, con un’espressione infelice.

— Si sieda, la prego — disse il dottore.

Anna occupò l’ultima sedia.

— Si è sviluppato un problema — disse il dottore.

— Che cosa?

Intervenne Gislason. — Questa notte il nemico ci ha colpiti. Poco dopo che l’abbiamo scortata nella sua stanza.

Anna aprì la bocca ma lui sollevò una mano. — Non qui, signora. Al momento, questo è l’unico luogo di tutto il pianeta che sia controllato da esseri umani. Hanno espugnato il campo d’atterraggio con razzi e hanno paracadutato truppe nella zona diplomatica e alla stazione. Rapidi. Efficienti. I nostri hanno appena avuto il tempo di lanciare un messaggio. E la cosa seguente che abbiamo sentito è stato un annuncio da parte dei hwarhath che avevano preso tutto e tutti. Tengono in ostaggio l’intera popolazione umana del pianeta. I suoi amici, i miei amici, i diplomatici.

No, merda.

— Vogliono due cose: Nicholas Sanders e il tempo sufficiente per andarsene sani e salvi. Se non le ottengono entrambe, uccideranno tutti gli umani del pianeta. Maschi e femmine, hanno detto.

— Penso che sulle donne stiano bluffando — disse il capitano Van. — Ma uccideranno certamente gli uomini, militari e civili. Nella loro cultura, non esiste il concetto di maschio civile. Tutti gli uomini sono soldati; e non hanno alcun problema con l’uccidere dei soldati.

— Che ne è stato del vostro piano? — domandò Anna. — La storia su me e Nicholas?

— Non lo sappiamo — disse il dottore.

— Non devono averci creduto — disse Gislason.

— Perciò adesso dobbiamo decidere come rispondere — disse il dottore.

— Date loro quello che vogliono — disse Anna.

Gislason sorrise senza allegria.

Il capitano Van disse: — C’è una terza cosa che vogliono, signora Perez. Lei. E in buone condizioni, hanno detto. Indenne. Perché, signora?

Il messaggio, naturalmente. Gli alieni lo avevano captato. Ma non poteva dire a quel trio di villani che era lei la persona che aveva mandato all’aria il loro piano. — Non ne ho idea — rispose Anna.

— E invece sì — disse Gislason.

— Pensiamo che lei abbia trovato un modo per tradirci — disse il dottore.

Anna non disse nulla.

— Ma ha importanza? — chiese il capitano Van.

Il dottore annuì. — Certo che ne ha. Se abbiamo ragione, la signora Perez è colpevole di tradimento.

— Non pensate che sarebbe meglio decidere cosa fare sull’ultimatum dei hwarhath? — domandò Anna.

Gislason districò le braccia e si raddrizzò — Sappiamo che cosa fare. Non abbiamo mezzi di trasporto, qui. Questo è stato un errore ma volevamo tenere gli aerei il più lontano possibile nel caso in cui il nemico avesse trovato il modo di individuarli. Perciò siamo bloccati. Non possiamo andare da nessuna parte; e c’è della gente nella zona diplomatica, gente nelle mani del nemico, che sa di Campo Libertà. Qualcuno finirà per parlare. Penso che ci restino soltanto un giorno o due prima che il nemico arrivi.

— Se decidessimo di combattere — disse il capitano Van — centinaia di persone morirebbero.

— Abbiamo pensato di uccidere Nicholas Sanders — disse il dottore. — Perlomeno, non sarebbe più di alcuna utilità al nemico.

Gislason fece una smorfia. — Lei lo ha visto, ieri, dottore. Recitava come se stessimo facendolo a pezzi, e lo avevamo appena toccato.

— Qualche droga — disse il dottore ad Anna. — Niente di più. Per renderlo più malleabile e disposto a collaborare. Invece… — Il dottore aggrottò la fronte. — Dev’essere stato un effetto paradosso. È diventato più agitato. Sembrava in preda alle allucinazioni.

— L’uomo non serve a nessuno, umano o alieno — disse Gislason. — Tutto ciò che hanno potuto cavargli fuori sono state le informazioni, e lui deve aver raccontato tutto già da molti anni. — Guardò Anna. — Non combatteremo, signora. Non c’è modo di portare Sanders fuori dal pianeta, per non dire dal campo. Perciò lo abbiamo perso e abbiamo perso qualsiasi informazione abbia da darci sul nemico. Non vedo alcuna necessità di ucciderlo, e neppure il capitano. — Guardò Van il quale aveva ancora quella sua espressione miserabile. — Oggi chiameremo il nemico e negozieremo uno scambio: lei e Sanders in cambio di tutti gli altri. Però vorremmo tanto sapere che cos’ha fatto.

Il dottore si sporse in avanti. — Possiamo scoprirlo, signora. Le droghe che hanno atterrito Nicholas Sanders funzionano su ogni essere umano.

Era come vivere in un brutto sogno. Da un momento all’altro, uno di quei maniaci avrebbe cominciato a torcersi un baffo inesistente. — Aha, mia fiera bellezza. Sei in mio potere! — Solo che questi facevano sul serio. Questo era l’aspetto peggiore. Avevano davvero intenzione di fare quello che avevano detto parlando di droghe e di assassinio. C’era un detto, che Anna non riusciva a ricordare, sulla banalità del male. Un vecchio detto, forse del ventesimo secolo, un secolo difficile da battere in fatto di male. La mente di Anna esplorava tutte le possibilità. Che cazzo doveva fare?

— Suppongo che dovrete usare le droghe — disse. — È l’unico modo per convincervi che non ho fatto nulla. Forse vogliono solo sapere che cos’è accaduto. Forse vogliono solo farmi delle domande.

— Bene, allora — disse il dottore.

Il capitano Van disse: — Tutto questo è ridicolo. Io sono l’ufficiale in comando, qui, e non vi permetterò di interrogarla ulteriormente. La consegneremo al nemico in buone condizioni, come hanno richiesto. Non metterò in pericolo le vite di centinaia di persone solo per soddisfare la sua curiosità, dottore.

Guardò Gislason. — Riporti la signora Perez nella sua stanza. Poi… — Fece un sospiro. — …decideremo che cosa dire ai hwarhath.

<p>15</p>

Anna trascorse il resto della giornata nella sua stanza. Un soldato… una donna latino-americana… le portò la colazione: un sandwich al formaggio e del caffè. Anna chiese notizie.

— Non posso dirle nulla — rispose la donna, in spagnolo.

Dopo che ebbe finito di mangiare, tirò fuori il computer ed esaminò la directory. Conteneva un programma di intrattenimento generico: scacchi, dama, bridge, la nuova edizione di Monopoli e Rivoluzione, una mezza dozzina di romanzi. Guardò la lista dei romanzi. Aveva sempre desiderato leggere Moby Dick, perché non farlo adesso?

Cominciò.

La soldatessa le portò la cena di verdura e riso. Anna mangiò, fece una doccia e andò a letto presto. Questa volta non fece fatica ad addormentarsi.

Il mattino seguente, continuò a leggere. Era al capitolo sul biancore quando la porta si aprì. La colazione, pensò; e in ritardo.

Entrò un hwarhath: piccolo di statura e ordinato, con la solita uniforme grigia. Il suo pelo era grigio scuro, quasi nero.

Anna sollevò la testa, sorpresa. Lui abbassò immediatamente lo sguardo.

— Anna Perez? — domandò.

— Sì?

— Mi chiamo Hai Atala Vaihar. Il mio rango è di osservatore quello-davanti e faccio parte dello staff del primo difensore Ettin Gwarha. Sono stato mandato a liberarla.

— Il suo inglese è eccellente — disse Anna.

Lui mostrò brevemente i denti. Era un sorriso? — Ho imparato da uno di madre lingua, sebbene Sanders Nicholas dica di non essere del tutto soddisfatto del mio accento. La mia lingua natia è tonale, e sembra che non mi riesca di perdere la cadenza.

Anna spense il computer, prese la giacca e se la mise. Dopo un attimo di ripensamento, si infilò il computer nella tasca. Moby Dick stava diventando interessante. — Vogliamo andare? Questa stanza mi fa venire i brividi.

— Prego?

— Mi fa sentire a disagio.

— Sì. Andiamo. Prego, vada avanti lei. Usciremo subito. Ho ordini di prendere lei e l’addetto senza perdere tempo.

Anna ricordò la strada per uscire e la prese decisamente, l’alieno alle sue spalle.

— Come sta Nicholas? — domandò.

— Al momento, è fortemente sedato. È stato il nemico. Hanno detto che era sconvolto e che non riuscivano a calmarlo.

— Hanno cercato di interrogarlo.

Silenzio, poi il hwarhath disse: — Sanders Nicholas è famoso per non amare rispondere alle domande.

Non c’era nessuno nei corridoi, né umani, né alieni. La musica era stata spenta. Anna sentiva soltanto il leggero ronzio del sistema di circolazione dell’aria e il rumore dei loro passi che echeggiava tra le pareti di cemento.

Che cos’era accaduto? Gli alieni controllavano anche quel posto?

Passarono davanti a una porta aperta. Anna guardò dentro e vide un hwarhath curvo su un computer che batteva sulla tastiera con discreta rapidità.

Poteva essere la risposta alla sua domanda.

Arrivarono al primo corridoio, quello che portava direttamente fuori. I tubi nel soffitto erano accesi come prima ma in fondo al corridoio la porta con la ruota era aperta e la luce del sole irrompeva all’interno.

Quando emersero all’aperto, Anna fece un respiro. Ah! Aria fresca! C’era vento e il cielo era punteggiato di piccole nuvole. Attorno a lei, le colline erano di un giallo acceso. Sotto di lei, un laghetto azzurro al centro di una piccola valle. Ai margini dell’acqua crescevano degli alberi, tutti (per quello che riusciva a vedere) della stessa varietà: arancione cupo con tronchi corti e robusti e rami tozzi. E senza foglie.

L’alieno le si fermò accanto e fece un gesto. A destra c’era uno spazio livellato. Vi si trovavano due aerei: hwarhath, di quelli con le ali a pale di ventilatori per il decollo e l’atterraggio verticale.

— Dove siamo? — domandò Anna.

— Ho ancora dei problemi con le distanze umane — rispose l’alieno. — Anche se ho finalmente imparato come misurate il tempo. Siamo a due ore a sudovest della stazione umana di ricerca. Sanders Nicholas è già sull’aereo. Per favore, prosegua, signora.

Lei camminò sulla vegetazione di similmuschio giallo… era fitta, morbida ed elastica, e l’aria profumava del suo leggero aroma secco… poi salì per una scala di gradini metallici, entrando infine in una cabina che assomigliava a quella di un aereo umano. C’era un corridoio al centro, tra due file di sedili. Ma quanti modi c’erano per trasportare tanti umanoidi?

I sedili erano più larghi di quelli di qualsiasi aereo umano: ampi e bassissimi, con larghi braccioli e molto spazio per le gambe. Strano, tenuto conto che gli alieni erano… come gruppo… più piccoli degli umani. Non c’erano finestrini. Curioso. Quella gente non voleva sapere dove andava?

L’alieno le indicò la parte anteriore dell’aereo. Anna proseguì in quella direzione. A metà del corridoio si imbatté in Nicholas. Era seduto vicino alla parete della cabina, accasciato, con la testa reclinata da un lato. Era avvolto in una coperta. Il viso era bianco come un lenzuolo e gli occhi erano chiusi. Al suo fianco sedeva un hwarhath.

— Nick. — Anna si fermò.

L’alieno accanto a lui sollevò brevemente lo sguardo, poi l’abbassò di nuovo.

— Nicholas.

Lui alzò la testa e aprì gli occhi. Anna ebbe l’impressione che non riuscisse a vederla. Dopo un momento, Nick parlò in una lingua incomprensibile. La voce era stanca.

L’alieno che accompagnava Anna spiegò: — Non credo che l’abbia riconosciuta, signora. Parla nella nostra lingua.

— Che cos’ha detto?

— Che non sa nulla. Credo che dovremmo proseguire.

Anna si sedette qualche sedile più avanti. Il suo alieno… come si chiamava? Vai qualcosa?… prese posto al suo fianco e le spiegò come allacciarsi la cintura.

Un paio di minuti dopo, i motori si accesero. L’aereo decollò. Anna tirò fuori il computer che si era portata dalla cella, lo accese e finì di leggere il capitolo sulla bianchezza della balena.

L’alieno sedeva tranquillamente, le mani intrecciate, senza fare assolutamente nulla.

Due ore dopo, secondo l’orologio del computer, l’aereo cominciò a scendere. Anna spense Moby Dick. Il velivolo rallentò. Il rumore dei motori cambiò mentre si fermavano a mezz’aria e poi atterravano. Un atterraggio dolcissimo; Anna lo avvertì appena. Quella gente sembrava essere brava in tutto quello che faceva. Un lato non umano.

I motori tacquero. Anna si slacciò la cintura.

— La prego di restare dove si trova, signora. Sanders Nicholas verrà portato fuori per primo. Posso chiederle che cosa stava leggendo?

— La storia di un uomo che si era lasciato ossessionare dal pensiero di dare la caccia e uccidere un grosso animale marino.

— Ci è riuscito?

— L’animale lo ha ucciso.

Lei sentì la portiera che si apriva e una corrente d’aria umida e che sapeva d’oceano che entrava. Alle sue spalle, ci fu del movimento. Qualcuno parlò nella lingua degli alieni.

— È una storia famosa — aggiunse Anna.

— È una buona storia? — domandò il hwarhath.

— Credo di sì. In realtà non so cosa intendiate voi per buona.

— Storie su uomini o donne. Ma non storie su uomini e donne. Abbiamo scoperto che è difficile studiare la vostra cultura. Sembrate ossessionati dalle attività che sono contrarie al volere della Divinità.

Per una qualche ragione, la sua voce cauta le ricordò quella della guardia di Nicholas, il giovane alieno che si chiamava Hattin.

— Uno dei vostri faceva da guardia a Nicholas. Che fine ha fatto? Sta bene?

— Abbiamo trovato il suo corpo. Le sue ceneri verranno mandate a casa. È importante. A noi piace… alla fine… tornare a casa.

L’alieno si girò a guardare verso il fondo dell’aereo. — Possiamo scendere, ora, signora.

Lei lo seguì fuori, sotto una pioggerella fredda, velata di nebbia. Non appena si guardò attorno, disse: — Questa non è la stazione.

— La vostra stazione? No.

Le costruzioni erano squadrate, grigie e anonime. Non c’erano finestre né particolari architettonici, solo muri piatti. Dovevano esserci delle porte ma lei non le vedeva.

— Perché mi trovo qui?

— Il primo difensore vuole parlarle.

— Perché?

— Io non sono una persona importante, signora. Il primo difensore non mi dice cosa ha in mente.

Anna si fermò ancora un momento a guardare le costruzioni grigie e squadrate, poi scrollò le spalle. — Mi dica dove andare.

— Da quella parte. — L’alieno indicò la direzione.

Quando furono vicini alla costruzione, Anna scorse una porta, a filo di muro e difficilmente visibile. Entrarono in un corridoio con le pareti di metallo grigio. Il pavimento era ricoperto da moquette: una tonalità di grigio leggermente più scura. Ragazzi, agli alieni piaceva quel colore. L’aria aveva uno strano odore. Di cosa? Di un qualche animale sconosciuto. Due alieni armati di fucili erano fermi ai lati della porta. Uno parlò al compagno di Anna. L’altro rispose. Il primo che aveva parlato mosse leggermente la testa. Aveva annuito?

— Signora? — fece l’alieno di Anna.

Proseguirono per il corridoio. C’era grande attività. Alieni che passavano, muovendosi velocemente e con una grazia atletica che sembrava caratteristica della specie. Non c’erano persone goffe tra i hwarhath? Nessuno la guardava direttamente, ma lei aveva la sensazione d’essere osservata, e di traverso, anche. Metà degli alieni erano armati, tutti di fucili, ma Anna vide anche quelle che dovevano essere delle pistole infilate nelle fondine.

Raggiunsero un altro posto di guardia. Il suo compagno parlò a un altro alieno armato. Questo era grande e ben piazzato, con una peluria grigio chiaro che tendeva all’azzurro. I suoi occhi… li sollevò solo per un istante… erano dello stesso colore della peluria. Alla fine annuì e Anna e il suo alieno proseguirono.

La guardia era un fenomeno oppure esistevano hwar di colori diversi? Apparivano perlopiù in tutte le sfumature del grigio medio ma il suo compagno era quasi nero e lei aveva visto un altro individuo con una peluria di due tonalità: scura in punta e argentea sotto.

Un terzo posto di guardia. Un’altra conversazione e un altro cenno con la testa. Di nuovo andarono avanti e arrivarono alla fine del corridoio. C’era una porta con sopra un simbolo: una fiamma all’interno di uno strano anello di spine.

La guida toccò la porta e l’aprì. — Entri, signora. È attesa.

Anna entrò. La porta si chiuse alle sue spalle. Davanti a lei c’era un tavolo dietro al quale sedeva un alieno, grosso e dall’aspetto solido; Anna ebbe l’impressione che fosse più piccolo della media della sua gente. La peluria era ispida, d’un grigio quasi metallico. Sollevò la testa. Gli occhi erano azzurri e la guardavano direttamente.

— Perez Anna. — La voce era profonda e morbida. — È difficile per me guardare qualcuno negli occhi a meno che, naturalmente, non sia un parente o un amico. Ma Nicky mi dice che tra la vostra gente uno sguardo diretto indica onestà e spirito onorevole. Perciò, proverò. Si accomodi, la prego. — Mosse la testa per indicarle una sedia libera di fronte alla scrivania.

Anna si sedette. — Lei parla inglese.

— Conosco Nicholas da quasi vent’anni. Questa è la sua lingua d’origine ed è la lingua dei miei nemici. Certo che ho imparato l’inglese. — Lui prese un oggetto, una striscia di metallo, e lo rigirò tra le mani. Che cos’era? Una specie di penna? — Perché ha lanciato il messaggio?

— L’avete captato.

Lui rimase per un momento silenzioso. — Non direttamente e non subito. L’abbiamo scoperto questa mattina, quando stavamo interrogando i suoi… qual è la parola? Compagni? Compatrioti? Colleghi di lavoro? Avevamo già agito, signora. Il suo messaggio è stato intelligente e… credo… coraggioso. Non necessario.

— Allora perché avete chiesto di me, se non eravate a conoscenza del messaggio?

— Lei è una donna. Pensavo che potesse essere in pericolo. Non confidavo che gli umani la trattassero con rispetto.

Lui posò qualunque fosse la cosa con cui stava giocherellando e si appoggiò allo schienale della sedia. — Non intendo essere ingiurioso, ma perché la vostra specie dà potere a degli idioti? E questi prodotti di un’inseminazione mal riuscita come hanno potuto pensare… anche solo per un momento… che avrei creduto alla loro storia? Nicky, partito su una barca con un umano e donna per giunta? Perché?

— Li avevo avvertiti che non avrebbe retto.

Lui aggrottò la fronte. — Non capisco.

— Li avevo avvertiti che la storia non era plausibile.

— Aveva ragione. Naturalmente, abbiamo finto di credere alla storia. Abbiamo dovuto farlo, finché non siamo riusciti a tornare alla nostra base; e quei pazzi sconsiderati hanno creduto alla nostra finzione. Ci hanno lasciati partire. — Lui sollevò lo sguardo e parve arrabbiato. Dopo un momento o due, si rilassò. Anna lo vide lasciar cadere leggermente le spalle. Una mano ricoperta di peluria grigia si allungò e toccò l’oggetto di metallo. — Perché ha lanciato il messaggio?

Lei rimase zitta per un po’, cercando di capire esattamente perché aveva agito così. — Nicholas mi piace e non mi piacciono molto quelli della Intelligence militare. Mi hanno costretta a lavorare per loro. Io non intendevo farlo; e ho visto Nick dopo che l’avevano catturato. Era spaventato. Credo di non aver mai visto qualcuno tanto spaventato. Uno della Mi ha detto che Nick era un codardo. Io non la pensavo così. Mi sono detta: lui conosce questa gente e sa cosa gli faranno, e si tratta di qualcosa di veramente terribile.

Il primo difensore parve pensieroso. Lo era veramente? Anna interpretava correttamente la sua espressione? — Ha ragione sul fatto che Nick non è un codardo. Hah! È una brutta parola! Ma forse non ha compreso ciò che vedeva. Avevano intenzione di interrogarlo, signora. Lui deve averlo capito. Era ovvio. Non gli piace essere interrogato. — Fece un’altra pausa e parve di nuovo pensieroso. Poi si sporse in avanti, le braccia sul tavolo. Anna ebbe la sensazione che avesse preso una qualche decisione.

— Vent’anni fa, quando lo catturammo, era la prima volta che eravamo in possesso di un nemico che parlasse bene la nostra lingua. Sapevamo che era in grado di capire le nostre domande e che potevamo comprendere ciò che ci rispondeva. Era la nostra occasione per ottenere molte informazioni che non fossero ambigue. Nicky era insostituibile. Non potevamo provare niente su di lui che fosse in qualche modo sperimentale. Dovevamo… come dite, voi? …giocare sul sicuro. Dovevano usare i più antichi, più validi e più sicuri metodi d’interrogatorio.

"Pensi a quanto tempo fa è accaduto! Ora abbiamo droghe che fanno sì che difficilmente la vostra gente possa mentire o evadere le domande. Ora abbiamo strumenti che ci dicono se un umano dice o meno la verità.

"Allora non li avevamo e non sapevamo molte cose sulla psicologia umana." Lui esitò un istante. "Usammo il dolore. È semplice. È affidabile. È universale."

Anna cominciava a sentirsi a disagio e l’uomo dietro il tavolo appariva sempre più disumano. Le sembrava di trovarsi di fronte alla straordinaria trasformazione nel Ritorno dell’Uomo Lupo, quando Lewis Ibrahim si trasformava… sul palco, proprio davanti agli occhi del pubblico… in un mostro peloso.

La voce morbida riprese. — Lui rispose molto bene ai metodi che usammo, e ottenemmo molte informazioni. La maggior parte erano nuove e non c’era modo di controllarle. Ma riuscimmo a controllarne alcune e scoprimmo che mentiva. Così dovemmo interrogarlo di nuovo; e quando controllammo le nuove risposte, scoprimmo nuove bugie. Solo dopo molto tempo fummo sicuri d’aver ottenuto la verità; e a un certo punto, ci scoprimmo più interessati a Nick che alle informazioni. Volevamo vedere fin dove sarebbe riuscito ad arrivare e cosa avesse intenzione di provare in seguito. Ci dicemmo che stavamo imparando qualcosa di prezioso sulla psicologia umana. — Tacque, guardando l’oggetto che aveva in mano: la lunga striscia di metallo.

— Alla fine, smettemmo. Credo che avessimo ottenuto quasi tutto quello che aveva da dire, anche se non ne sono interamente sicuro. È il miglior bugiardo che abbia mai conosciuto. Sogna ancora gli interrogatori. A volte, quando si sveglia, non si rende conto di dove si trova. Ha gli occhi aperti ma continua a sognare ed è molto spaventato. Devo… qual è la frase? …parlargli di rimando. Costruire una strada di parole che lo riporti alla realtà.

— Lei continua a parlare come se fosse stato presente quando è accaduto tutto questo.

— Vent’anni fa? Quando Nick fu interrogato? C’ero. Mi ha sempre interessato l’umanità.

Anna aveva la sensazione di trovarsi sull’orlo di un abisso. Se abbassava lo sguardo, vedeva cose che si contorcevano nell’ombra. Se abbassava lo sguardo? Diavolo, lo stava abbassando. Che cosa sulla terra… che cosa nell’universo… univa quelle due persone? Non voleva saperlo.

— Il più delle volte riesco a leggere l’espressione umana — disse il primo difensore. — Lei sembra turbata. Dovrebbe esserlo. Ha interferito in una lotta tra uomini. Facendolo, ha causato un problema e creato un obbligo.

"Il problema è questo: ha messo a repentaglio la sua posizione tra la sua gente. L’ha fatto nel tentativo di aiutare Nick. Ciò crea quello che la sua gente, che sembra non pensare ad altro che alla procreazione e alle attività del mercato, definirebbe un debito. La mia gente lo chiamerebbe…" Fece una pausa, gli occhi azzurri distaccati. Strano che lei potesse dirlo quando quelle lunghe pupille misteriose non la guardavano. "…un obbligo reciproco. Può andare bene come traduzione. O forse dovrei dire che la sua azione può aver creato un obbligo.

"Lei ha agito, a quanto mi sembra, per onore e compassione ma il suo gesto non era necessario ed è stato inadeguato. Il fatto che il suo gesto non fosse necessario lo rende insignificante? Ciò che ha fatto era contrario alla volontà della Divinità e a ogni buonsenso. Ma lei non lo sapeva. Come posso giudicare il comportamento di un alieno, di una persona che proviene da una cultura che non sembra avere la minima idea di ciò che è decente?"

Tacque e respirò, sibilando leggermente. — Ha importanza l’intenzione o soltanto l’azione? Ha importanza l’azione o solo il risultato? Assomiglia alla situazione di un poema epico. Giusto e sbagliato sono così intrecciati che non c’è modo di dividerne i capi. Lei tira un filo chiaro e scopre d’aver estratto qualcosa di scuro. — Fece una pausa e aggiunse: — Non so con certezza se le devo qualcosa.

Dopo un momento, Anna disse: — Non sono in grado di dirglielo.

— Non mi aspettavo che un umano fosse in grado di darmi dei consigli su una questione di etica. — Lui guardò al di là di Anna, gli occhi azzurri vacui. Alla fine, continuò: — C’erano due navi umane, come forse sa. Quella all’estremità del sistema è partita. Pensiamo di sapere quanto tempo occorra per raggiungere la vostra base più vicina. Abbiamo osservato le sonde-messaggio spaziali che vanno e vengono. Abbiamo bisogno di lasciare il pianeta tra un giorno.

— Dunque. — Tacque di nuovo. — Ho due alternative, Perez Anna. Può scegliere. Le offrirò asilo. Se vuole, può venire con noi quando ce ne andremo.

— No — fece Anna, senza pensarci due volte.

— Ne è sicura?

Le stava chiedendo di gettarsi nell’abisso.

— La ringrazio per l’offerta, ma la risposta è no.

— Molto bene. Passerò alla seconda alternativa. Da quel che posso capire, questo assurdo complotto è stato ideato e portato avanti dai soldati che sono venuti con il gruppo dei diplomatici. I diplomatici pare che non sapessero niente, anche se forse mentono. Non c’è tempo per scoprirlo. Nicky mi aveva avvertito che c’erano due gruppi, e che non lavoravano insieme. E mi aveva detto che i soldati erano pericolosi. Avrei dovuto ricordarmi che questa è la sua specie.

"Parlerò con il suo gruppo diplomatico e suggerirò loro che questa non dev’essere la fine dei negoziati. La colpa di tutto questo può essere attribuita ai militari. I diplomatici… se sono intelligenti… possono venirne fuori senza disonore. Chiederò loro di accertarsi che anche lei se la cavi."

— La ringrazio.

— Forse non funzionerà. — Lui si spostò sulla sedia e guardò qualcosa sul tavolo. — C’è un’altra cosa, Perez Anna. Voglio chiederle un favore. Non è obbligata a dire di sì. Approfitteremo della presente situazione per appropriarci di qualunque cosa si trovi nella zona diplomatica o alla stazione che possa risultarci utile. Perlopiù di informazioni. — Lei vide lo scintillio dei denti. Quello era sicuramente un sorriso e i denti degli alieni… come i denti degli umani… erano squadrati e bianchi. Non zanne da lupo mannaro. Rassicurante. — Ci piacerebbe avere tutto il cibo umano possibile. Come forse sa, non condividiamo l’interesse umano per il cibo e ciò che mangiamo non nutre la vostra specie. In alcuni casi, la uccide. I nostri laboratori sono in grado di nutrire i nostri… ecco che perdo la mia proprietà dell’inglese… i nostri ospiti? I nostri prigionieri? Ma, secondo Nicky, il nostro prodotto non offre il livello di soddisfazione che la sua gente si aspetta dal cibo. Anna non avrebbe saputo dire se l’alieno avesse il senso dell’umorismo o fosse un presuntuoso moralista. Non poteva immaginare Nicholas che viveva con qualcuno privo del senso dell’umorismo. Ma poi, di nuovo, non riusciva a immaginare Nicholas che viveva con un torturatore.

— Vuole che le dica quale cibo prendere.

— Sì.

Lei ci pensò sopra un momento. Perché no? Si trovava già in guai terribili. Perché non rischiare il tutto per tutto? E la inteneriva forse il pensiero di prigionieri umani che mangiavano qualcosa come il cibo bilanciato e nutriente che mangiavano gli animali. Cibo umano, lo chiamavano gli alieni. Era un ciclo sinistro.

Annuì. — Lo farò.

Lui toccò qualcosa sul tavolo e parlò in un’altra lingua. Il tavolo rispose. Il primo difensore sollevò la testa. — La guardia Hai Atala la scorterà nelle cucine degli umani. Grazie per l’aiuto.

Un congedo. Anna si alzò. — Nicholas si riprenderà?

— Credo di sì. È resistente.

Anna aveva un’altra domanda. — Quelli della Mi pensavano che lei non avrebbe fatto niente, neppure se avesse scoperto quello che stava accadendo. Dicevano che, nella vostra cultura, gli uomini sono sacrificabili.

— Hah — commentò l’alieno, con una specie di lungo sospiro. Sembrava pensieroso, immerso. Lei, perlomeno, così lo vedeva.

Dopo un attimo, lui disse: — Noi crediamo che sia nella natura degli uomini combattere. Coloro che combattono rischiano di farsi male e di morire. Dobbiamo accettare le conseguenze di ciò che siamo e facciamo, Perez Anna. Sappiamo che le nostre vite devono probabilmente essere brevi. Sappiamo che probabilmente ci perdiamo l’un l’altro.

— Ma non è facile per noi perdere i nostri parenti e amici, e non userei mai la parola "sacrificabile", soprattutto per Nicky. Le persone che amiamo non sono mai sacrificabili.

Parve una buona frase sulla quale separarsi.

L’alieno di Anna, Hai Atala, era nel corridoio, in piedi e riusciva ad apparire sia in stato di allerta che a suo agio, come se gli fosse facile passare la giornata ad aspettare e a non agitarsi o a non lasciarsi sfuggire qualcosa di importante. Come un bravo giocatore lontano dal battitore. Sarebbe stato possibile insegnare a quella gente il baseball? Sarebbero stati interessati? Guardandoli muovere, Anna pensò che il football fosse assolutamente da escludere. Erano troppo aggraziati e troppo eleganti.

Tornarono all’ingresso della costruzione.

— Ho pensato a Moby Dick - disse Anna. — Tutti i personaggi importanti sono uomini, e la storia parla di caccia e di uccisione e di Dio e di follia. È molto probabile che lo troverebbe decente.

— Forse lo leggerò — ribatté Hai Atala. — La ringrazio per il consiglio. Non è facile studiare la vostra letteratura. Siete ossessionati dalla riproduzione. Non c’è da meravigliarsi che siate così numerosi.

Uscirono. La pioggia cadeva ancora, sottile e mista a nebbia. Oscurava il basso e ondulato paesaggio giallo dell’isola e faceva luccicare la pista d’atterraggio nera.

Si diressero insieme all’aereo.

<p>16</p>

Quando ho lasciato l’infermeria di bordo, la Hawata stava uscendo dal sistema. Il primo gigante gassoso era alle nostre spalle e stavamo guadagnando velocità. I corridoi cominciavano ad assumere l’aspetto che avevano durante i viaggi. Non sono sicuro di riuscire a trovare le parole giuste per esprimerlo. La funzione di una nave è viaggiare e quando una nave viaggia la gente che si trova a bordo fa ciò che deve fare. Si muove verso la meta; riposa al centro della vita. Ci sono una concentrazione e una sicurezza che mancano quando si ammazza semplicemente il tempo o si fanno parti meno importanti di lavoro.

Ma i hwarhath sono i peggiori patiti del lavoro che abbia mai conosciuto.

Ho fatto rapporto al generale nel suo ufficio, secondo le istruzioni. Era più piccolo dell’ufficio sul pianeta, anche se la cosa non era immediatemente evidente. Lui aveva un ologramma e una parete si era trasformata in una fila di alte finestre strette. Oltre le finestre c’era il paesaggio: colline ondulate coperte di una bassa vegetazione giallo chiaro. Avevo visto quella vegetazione da vicino. Assomiglia a erba, finché non noti che non ci sono steli e semi, solo lunghe foglie strette e flessibili, d’un giallo sbiadito simili alle foglie dell’acero alla fine dell’autunno. Alberi punteggiavano le colline. Erano ampi e frondosi… con la forma degli aceri, a pensarci bene… e gialli: una tinta vivace e appariscente. Grandi animali scuri pascolavano sui fianchi delle colline. Il cielo era d’un blu limpido e profondo.

La terra di Ettin. La vista era quasi sicuramente quella che si godeva da una delle case mandate avanti dalle donne della sua stirpe. (Sì.)

Mi sono seduto. Il generale camminava, il che era insolito per lui. Di tanto in tanto, si fermava presso il tavolo e giocherellava con qualcosa: la statua della Divinità sotto le spoglie di Protettrice del Focolare o il pugnale dall’aria pericolosa che era l’emblema del suo rango.

Mi ha chiesto come stavo. Ho detto bene.

— Mi avevi avvertito su quella gente e io non ho ascoltato a dovere.

— Commettiamo tutti degli errori.

Lui ha guardato l’ologramma. — A me non piace farlo. Questo è vero.

— Abbiamo vuotato i loro computer. Non appena sarai in grado, voglio che cominci a guardare le informazioni. La cosa ti terrà molto occupato.

— Nessun problema.

— Shen Walha ti spiegherà come ha fatto a portarti via agli umani. È andato tutto liscio, tranne che per il male che ti hanno fatto. E non so cosa accadrà alla donna umana. La vostra specie mi è incomprensibile. È possibile che le facciano qualcosa. Una punizione, una vendetta.

Con questo come preambolo, mi ha raccontato della sua conversazione con Anna.

Alla fine, ho detto: — Perché le hai raccontato quella storia?

— Del primo anno che hai trascorso tra il Popolo?

Ho annuito. Lui ha preso la statua della Divinità e l’ha tenuta per un momento, poi l’ha posata nuovamente. — Lei non appartiene al perimetro. Nessuna donna vi appartiene. Ma la vostra specie fa di tutto un miscuglio. Niente è sicuro. Nessuno è protetto. Non so se tu le debba qualcosa. Ha tentato… quando l’ha capito… di salvarti la vita e, così facendo, si è messa in pericolo. Ho cercato di farle capire che non doveva intromettersi negli affari di uomini.

— Tanto per parlare.

È sembrato sorpreso e ha proseguito. — Di farle capire qualcosa sulla violenza del perimetro. La vostra gente deve mentire costantemente l’uno con l’altro sulla natura di tutto ma, soprattutto, sulla natura della violenza. Non penso veramente che abbia compreso in che cosa si era cacciata. Volevo darle qualche idea. Volevo spaventarla e farla sentire disgustata e inorridita.

— Probabilmente, ci sei riuscito.

— Bene. Come dico, non sono sicuro che le dobbiamo qualcosa. Ma se così fosse, mi piacerebbe tirarla fuori da questo pasticcio. — Prese il pugnale. L’impugnatura era d’oro con una gemma incastonata nel pomo che lanciava riflessi rosso-porpora e verdi. Un’alessandrite, ne ero quasi certo. La lama era lunga trenta centimetri, affilata come un rasoio.

— C’erano delle donne nella zona diplomatica. Ne abbiamo uccisa una, anche se, fortunatamente, l’abbiamo scoperto solo dopo, e nessuno sa chi l’abbia uccisa. Non è stato necessario che qualcuno chiedesse l’opzione. Abbiamo detto alla nave umana che l’avremmo distrutta se fosse uscita dall’orbita. So che ci sono donne a bordo. Abbiamo tenuto in ostaggio l’intera popolazione umana del pianeta, senza fare distinzione tra uomini e donne; e ci siamo lasciati alle spalle i missili per tenere d’occhio il pianeta fino alla nostra partenza. I loro programmi sono stati modificati e ora non fanno più discriminazioni. Non risparmieranno nessuno.

— Gesù Cristo — ho detto.

— Ho fatto questo perché non riuscivo a vedere un’alternativa; ma adesso devo andare dagli altri frontisti a chiedere loro come combatteremo un nemico simile. C’è un’altra domanda che non farò loro, dal momento che non mi fido del fatto che mi diano una buona risposta. Ma la porrò a te, Nicky. E da tanto che so di essere rahaka. Non accetterò l’opzione, se esiste un modo per evitarla. Come farò a vivere con quello che ho fatto?

Vivrai perché devi, maledetto pazzo. (Ah.)

Dopo averlo lasciato, sono andato a trovare Shen Walha, il capo delle operazioni del generale. La prima volta che ho visto quest’uomo, ho capito che era un Wally, un Inetto. È grande e grosso e dall’aria dolce con la peluria che si avvicina al bianco candido. Ha delle macchie sulla schiena e sulle spalle e sulla parte superiore delle braccia. Le macchie sono simili a quelle di un leopardo delle nevi: larghi anelli pelosi, vuoti al centro e spesso interrotti. Di un grigio pallidissimo.

Un tipo grande, grosso e chiazzato che assomiglia un po’ a un orsacchiotto. Naturale che sia un Wally. Mi sono accorto che quasi tutti lo usano come soprannome, perfino il generale.

Proviene da un’isola molto a sud del pianeta originario dei hwarhath. Il tempo, lassù, passa dalla pioggia alla grandine alla neve e da capo, e la gente ha pelo lungo e folto. Sembrano tutti grossi, morbidi e coccoloni. Hanno invece una reputazione di estrema durezza.

Sedeva nel suo ufficio, con l’abituale costume: un paio di pantaloncini corti. Il povero Wally ha sempre caldo. Aveva le mani incrociate sul largo ventre peloso. Mi ha guardato con i pallidi occhi gialli.

— So di doverti ringraziare per la mia vita.

— Per la tua libertà. Non credo che gli umani ti avrebbero ucciso. Siediti, se vuoi. — Si è grattato il petto, poi ha sbadigliato, lasciandomi ampiamente vedere i suoi quattro denti appuntiti. Nella maggior parte del Popolo, questi denti sono più lunghi, come i canini umani; ma quelli di Wally sono lunghi e appuntiti e lui sbadiglia molto. Afferma che il caldo gli fa venir sonno. Credo che sia una forma di esibizione.

— Il primo difensore ha detto di chiedere a te dell’operazione.

— È venuto da me venti giorni fa e mi ha detto che tu eri preoccupato, e ha pensato che non si trattasse di niente. Ma che poteva essere una buona idea quella di avere un piano d’emergenza del quale tu non dovevi essere a conoscenza.

— Perché?

— Non posso dirti le ragioni di Ettin Gwarha. Quanto a me, non mi fido di te. Non mi sono mai fidato.

— Oh, sì. Certo.

— Così ho cominciato ad ammassare uomini e armi a nord della base principale: un po’ ogni giorno, o quasi, sul volo regolare. Gli umani non se ne sono accorti. Erano troppo occupati a spostarsi sui loro aerei invisibili da una all’altra delle loro basi nascoste nel terreno. Dopo la nostra invasione, abbiamo scoperto due aerei e due basi, e quasi certamente ci saranno altri aerei e altre basi. Follia inutile! Ma li teneva occupati.

— Abbiamo messo tutto… uomini e armi… nelle zone di massima sicurezza della base.

Dove a me non era concesso di entrare.

— E quando il nemico ha fatto la sua brillante mossa, siamo stati in grado di ricambiare.

— È stato abbastanza semplice. Espugnare la pista d’atterraggio. Distruggere lo shuttle a terra. Lanciare uomini nella zona diplomatica e sulla stazione. Spianare le armi e sparare a qualcuno dei nemici, quelli che sono insolitamente stupidi o coraggiosi. Dire alla nave in orbita che abbiamo schierato missili intelligenti. Tanti, troppi per trovarli e fermarli. Se il nemico fa qualcosa, se comincia a muoversi, lo distruggeremo assieme a tutti gli umani del pianeta. Non esiste minaccia come una grande minaccia, Nicky.

Ha aggrottato la fronte e si è grattato il grande naso piatto e peloso. — C’era soltanto un problema. La seconda nave umana. Ho detto al primo difensore che volevo distruggerla. Era troppo vicina al punto di trasferimento. Ho pensato che ci saremmo presi un certo vantaggio. Lui ha detto di no. Voleva che bluffassi. È stato uno sbaglio, Nicky. Se avessi distrutto quella nave, avremmo potuto prendercela comoda sul pianeta. Studiare con calma tutti i sistemi dati e interrogare gli umani. Il primo difensore è convinto di poter salvare i negoziati. Non desiderava più violenza del necessario. È sempre una cosa stupida essere moderati in guerra.

— C’erano quasi certamente delle donne su quella nave. L’avresti distrutta ugualmente?

— Sì. Naturalmente. — Si è sporto in avanti e ha posato sul tavolo le braccia robuste. — Questi alieni pervertiti non sono i primi ad aver tentato di nascondersi dietro donne e bambini. Non sono i primi ad aver infranto le regole della guerra. Abbiamo saputo in passato come trattare con simili peccatori contro la Divinità.

La solita tecnica è di formare un’alleanza. Le antiche discordie vengono messe da parte, almeno per il momento. I nemici più acerrimi si uniscono e tutti si muovono contro la stirpe peccatrice.

Se possibile, alle donne e ai bambini non viene fatto del male, almeno non direttamente. Ma se la stirpe criminale non può essere fermata senza colpire donne e bambini, be’, allora accade; e gli uomini che fanno del male accettano l’opzione in quanto conveniente. (Una delle cose che mi piace veramente dei hwarhath è che si può infrangere quasi ogni regola purché, dopo, si sia pronti a suicidarsi. Secondo loro, ciò impedisce alla gente di sviluppare cattive abitudini.)

Nessuno negozierà con una stirpe che ha infranto le regole della guerra ed esiste una sola conclusione: una soluzione finale. La stirpe peccatrice viene completamente distrutta. Gli uomini vengono uccisi e le donne e i bambini non vengono accettati da nessun’altra stirpe. Diventano vagabondi, dei paria. Quando i bambini maschi maturano, vengono uccisi.

Se le donne hanno altri bambini, cosa che qualche volta era avvenuta, in passato, sebbene i hwarhath odino ammetterlo, i nuovi bambini ricevono lo stesso trattamento degli altri. Non c’è posto per loro tra il Popolo. Anche loro sono criminali.

Alla fine, la stirpe scompare. Può volerci una generazione o due o perfino tre. Non esiste alcun perdono. I hwarhath credono nella consequenzialità e nella genetica. Ci sono certi tratti che non vogliono ereditare.

Wally ha detto: — Abbiamo due alternative. Possiamo dichiarare che gli umani sono persone che hanno infranto le regole della guerra. Oppure possiamo dichiararli non persone.

— Che cosa significa?

I pallidi occhi gialli mi hanno fissato. Ha un grado superiore al mio. Ho abbassato lo sguardo. — Possiamo dire che gli umani sono animali molto intelligenti, che sanno imitare il comportamento delle persone, ma che mancano della qualità essenziale dell’essere persona. Non sanno distinguere il giusto dall’ingiusto. Non sanno giudicare e discriminare. Credo che ci sia una buona argomentazione per questo e, se sono animali, allora possiamo trattarli come animali. Non abbiamo bisogno di preoccuparci delle regole della guerra.

— Wally, tu mi spaventi.

Lui ha sbadigliato di nuovo, mostrando i denti. Poi ha sorriso. — Noi non siamo amici, Nicky. Non dimentico mai che cosa sei. Un alieno. Un nemico. Un traditore della stirpe. Credo che, alla fine, tradirai Ettin Gwarha.

— Io credo di no.

— Forse non intenzionalmente; ma hai uno spirito che va in due direzioni, e come tutti gli umani ti lasci facilmente confondere. Mescoli tutto assieme. Non sai distinguere il giusto dall’ingiusto.

Un paio di allegre conversazioni mattutine. Sono andato a praticare hanatsin e poi a controllare le scorte che il generale ha portato via agli umani.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


1

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Il pianeta sul quale Anna era di postazione si trovava nella stessa posizione della Terra: 148 milioni di chilometri da una comune stella G2 non visibile dalla Terra. Nella parte interna, c’era un pianeta doppio, una di quelle anomalie tanto comuni da far impazzire i teorici. Entrambi i mondi avevano atmosfere, dense e velenose e, viste da lontano, d’un bianco accecante. Sul pianeta di Anna erano la stella mattino/sera, che spuntava e calava quando la coppia ruotava l’uno attorno all’altro. Al loro punto di massima separazione, la stella diventava due stelle, lucenti l’una accanto all’altra nel cielo grigio azzurro del tramonto o dell’alba.

Nella parte esterna… oltre il pianeta di Anna… c’erano quattro giganti gassosi, tutti visibili nel cielo notturno, sebbene nessuno di loro avesse tanta luce come i Gemelli. Nessuno si era mai preso la briga di dare un nome ai giganti. Non avevano proprio nulla di speciale.

E poi i soliti detriti spaziali: comete e asteroidi, lune e anelli e il buio compagno che viaggiava attorno al sole G2, a una buona distanza. Era una singolarità, e faceva del sistema un punto di trasferimento.

Il pianeta sul quale si trovava Anna era abitabile per gli umani. L’atmosfera era molto simile alla vecchia atmosfera preindustriale della Terra. L’oceano era H20. C’erano due continenti. Uno nell’emisfero meridionale e aveva grosso modo la forma di una clessidra; l’altro, molto più grosso, si estendeva dall’equatore al polo nord e assomigliava a un boomerang.

La stazione di Anna si trovava al centro della clessidra, sulla costa orientale della strozzatura. Fino a poco tempo prima, era stata l’unica località sul pianeta con vita sicuramente intelligente.

Ora c’era un’altra base sul pianeta: sulla costa meridionale del boomerang, proprio sulla curva. L’avevano costruita alieni che si chiamavano hwarhath. Gli umani li chiamavano "il nemico"; e la postazione di Anna… la sua bella e tranquilla postazione di sopravvivenza biologica… era piena di fottuti diplomatici.


2

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Nuvole scure si avvicinavano dall’oceano. C’erano cavalloni nella baia. Anna si abbottonò la giacca quando uscì dall’edificio principale, poi si avviò alla spiaggia. La forma locale di copertura del terreno… qualcosa che assomigliava a muschio giallo… aveva buttato steli di spore negli ultimi giorni. Erano alti, soffici e curvi per via del vento.

Primi d’autunno. Presto le correnti dell’oceano sarebbero cambiate e avrebbero spostato la sua area di studio lontano dalle acque fredde attorno al polo. Era in baie come quella che si sarebbero riuniti, mandandosi segnalazioni con elaborate manifestazioni luminose e si sarebbero scambiati il materiale genetico (con cura, con molta cura, viticci d’accoppiamento che spuntavano tra molti altri, pungenti), e avrebbero infine prodotto i giovani. Dopo di che, se in vena, alcuni avrebbero bighellonato nei dintorni e si sarebbero messi a chiacchierare con gli umani.

Anna salì sul pontile, che si estendeva nella baia, lungo e snodato.

Quella era la parte della giornata che preferiva. Muoversi sugli stretti segmenti era una specie di microviaggio. Come in tutti i viaggi, Anna si sentiva (per una volta) fuori della vita. Non era la persona che aveva lasciato la stazione di ricerca, né la persona che sarebbe arrivata alla barca di ricerca; poteva considerare passato e futuro con calma.

Si soffermò perlopiù sul presente. Il pontile si alzava e si abbassava, rispondendo al suo peso e al movimento dell’acqua. Il vento soffiava ora freddo ora soltanto fresco.

Sulla Terra, una giornata come quella sarebbe stata piena di gabbiani e del loro rumore; ma quel pianeta non aveva uccelli e le condizioni atmosferiche avevano indotto gli insetti del luogo a rintanarsi. Anna rimase in ascolto, udendo soltanto l’acqua e il vento e il cigolio metallico che i segmenti del pontile producevano sfregando l’uno contro l’altro.

La barca era alla punta estrema del pontile. Più in là, ancorato al centro della baia, c’era un galleggiante per le comunicazioni: lungo dieci metri e bianco, chiamato (inevitabile) Moby Dick.

Anna salì a bordo e si chinò nella cabina. Yoshi era lì che beveva tè e guardava gli schermi. Le lanciò un’occhiata. — La scorsa notte, è venuto Rosso-rosso-blu, battendo i flagelli e divertendosi un po’.

— In anticipo di tre settimane — osservò lei.

Yoshi annuì.

— La solita routine?

Lui annuì di nuovo, il che significava che l’alieno aveva lampeggiato una serie di luci che volevano dire "salute… benvenuti… non aggressione".

— Ho risposto. Le luci su Moby funzionano tutte bene. Rosso ha fatto un paio di volte il giro, poi ha mandato il segnale di riconoscimento e se n’è andato. — Batté su uno schermo con un punto luminoso. — Ecco Rosso. Vicino all’entrata e non si muove. Aspetta qualcuno sessualmente più interessante di Moby.

Dopo cinque anni, gli alieni… gli alieni di Anna… conoscevano Moby e sapevano che Moby non scambiava materiale genetico. Finché non avessero finito di accoppiarsi, non avrebbero mostrato alcun interesse per il galleggiante.

Anna guardò fuori dal finestrino la baia grigio-verde. C’erano gocce d’acqua sul plexiglass: spruzzi o l’inizio della pioggia. La sottobase hwar era là fuori, su un’isola al largo che sarebbe stata a malapena visibile in una giornata limpida, abbastanza vicina perché gli hwarhath potessero andare e venire dalla zona diplomatica, ma abbastanza lontana perché potessero essere ragionevolmente sicuri della loro privacy.

— Voleranno avanti e indietro tutti i giorni — osservò lei. — Proprio sulla baia. Spero che non diventi un problema.

— Non credo che Rosso e compagnia abbiano in mente qualcos’altro oltre al sesso e alla paura, ammesso che abbiano delle menti. — Yoshi si alzò e chiuse il thermos. — Divertiti, Anna.

Anna si sistemò per le otto ore che le toccavano, il thermos aperto, il caffè fumante in una tazza. Non appena Yoshi se ne fu andato, attivò il sistema audio.

Yoshi trovava che i rumori prodotti dagli animali della baia fossero un po’ irritanti. Ma ad Anna piacevano: i gemiti e i fischi dei vari tipi di pesci e gli scoppi secchi che provenivano (ne erano quasi sicuri) da creature che assomigliavano a trilobiti che vivevano nella melma sul fondo.

Ah! Quel giorno era di turno il pesce-fischio. Anna sorseggiò il caffè e rimase in ascolto, controllando di tanto in tanto gli schermi.

Alle dieci e zero-zero, udì il rumore di un motore, si alzò e uscì in coperta. Eccolo… l’aereo hwarhath… che arrivava da est. La pala di un ventilatore, le parve, quando passò sopra di lei. Assolutamente comune, forse un po’ tozzo, smussato e non elegante come le navi degli alieni. Sebbene stesse forse memorizzando; noi vediamo ciò che ci aspettiamo di vedere. Adesso cadeva una pioggia regolare. Una giornata schifosa per il primo incontro tra l’umanità e l’unica altra specie interstellare conosciuta.

Rientrò e accese l’unità di comunicazione. Come promesso, c’era il campo d’atterraggio, un’ampia striscia di cemento battuta dalla pioggia. Una dozzina di figure erano ferme sulla pista tra le pozze d’acqua: i diplomatici umani. Erano tutti civili, con lunghe palandrane scure e gli ombrelli in mano, e tutti uomini. Gli alieni avevano insistito. Non avrebbero negoziato con donne, il che non prometteva niente di buono sulla loro apertura mentale. Ma forse c’era una spiegazione che andava al di là di un semplice fanatismo; era sempre una buona idea sospendere i giudizi quando si aveva a che fare con una cultura veramente estranea.

Gli umani militari non erano ripresi, e tutti gli altri si trovavano all’interno della stazione. Il campo sarebbe stato off-limits fino a quando il benvenuto ufficiale non fosse finito e gli alieni non fossero stati tutti al sicuro all’interno della zona diplomatica. Ma, come gesto di cortesia, era stata piazzata una telecamera ed era collegata col sistema di comunicazione della stazione. Ogni umano sul pianeta avrebbe potuto assistere a quel momento storico. Anna si versò dell’altro caffè nella tazza.

L’aereo atterrò sollevando nuvoloni d’acqua. Le lunghe palandrane svolazzarono e gli ombrelli cercarono di fuggire, sollevandosi come grandi avvoltoi neri. Uno si rovesciò. Anna rise. Ridicolo!

Il portello del velivolo si aprì. Anna attese, la tazza ferma a metà strada dalla bocca. Una scaletta venne srotolata e degli individui uscirono. Erano larghi e solidi, umanoidi, e grigi come il cielo e la foschia. Niente palandrane e niente ombrelli. Al contrario, gli alieni indossavano vestiti attillati dello stesso colore del pelo.

Si muovevano sotto la pioggia a loro agio… con casualità… come se le condizioni atmosferiche non avessero importanza, come se la pioggia non esistesse. I primi portavano fucili in spalla, un braccio sulla canna, la bocca delle armi rivolta verso il basso. Sembravano rilassati ma si muovevano (Anna notò) con precisione, sebbene non fosse una precisione militare. Come atleti o attori.

Bello, pensò. Davvero impressionante. Gli alieni avevano il senso della drammaticità.

Si sistemarono su due file, lasciando tra di loro un passaggio. Fu poi la volta delle persone importanti: corpi grigi più massicci e, tra loro, un corpo che era molto più alto e più magro, con spalle curve contro la pioggia.

Per un momento… chi era l’operatore? …la telecamera zumò. Anna vide un viso senza pelo, lungo e stretto, capelli che gocciolavano e occhi semichiusi. Un umano.

A quel punto, la trasmissione terminò.

Anna cominciò a premere pulsanti, cercando dapprima di far tornare l’immagine, poi di raggiungere qualcuno alla stazione. Inutile. La sua unità era ancora in funzione. Poteva sentirlo: un ronzio debole e basso. Ma nient’altro, solo un ronzio. L’intero sistema doveva essere stato chiuso.

Uscì in coperta. La zona diplomatica si trovava in cima alla collina che sorgeva alle spalle della stazione di ricerca. Era un agglomerato di cupole prefabbricate, a malapena visibili attraverso la pioggia. La pista d’atterraggio era al di là della zona, interamente nascosta.

Riusciva a vedere la stazione di ricerca, e aveva l’aspetto di sempre: basse costruzioni disposte in un paesaggio di muschio giallo. C’era luce a tutte le finestre. Una persona uscì da una porta e si affrettò ad attraversare uno spazio aperto, poi sparì oltre un’altra porta. Senza correre, si disse lei, solo affrettandosi a causa della pioggia.

Tornò dentro e provò di nuovo con la Uc. Ancora niente. Che cosa stava succedendo?

Provò a mantenere la mente ferma al problema che aveva davanti ma la mente continuava a tornare alla pista d’atterraggio e all’uomo che scendeva dalla scaletta, che usciva dall’aereo degli alieni.

L’umanità aveva incontrato i hwarhath… quando? Quarant’anni prima? In tutto quel tempo, nessuno aveva mai cambiato parte, per quanto ne sapeva lei, perlomeno.

Erano gli altri, gli inconoscibili, gli esseri su orribili e tozzi vascelli più veloci della luce che venivano nel nostro spazio e fuggivano se le nostre navi li trovavano, o combattevano e venivano distrutti. Dopo quarant’anni di schermaglie e di spionaggio, che cosa sapeva l’umanità di loro? Una delle loro lingue. Qualcosa sulla loro capacità militare. Avevamo tracciato i confini del loro spazio ma non avevamo mai trovato un loro pianeta, solo navi e navi e qualche stazione nello spazio profondo. (Anna aveva visto l’ologramma di una di esse: un enorme cilindro che girava nella luce di un cupo sole rosso.)

Tutto era armato. Per quello che potevano dirne gli umani, gli alieni non avevano una società civile. Non c’era mai stata una cultura umana… una Sparta, una Prussia, un’America… perciò tutto era interamente rivolto alla guerra.

Allora quell’uomo… quell’essere dall’aspetto così ordinariamente umano, con il viso pallido e i capelli biondi e lisci… che cosa ci faceva tra gli alieni? Era un prigioniero? Perché si erano portati un prigioniero con la squadra dei negoziatori?

Anna tornò in coperta. Non era cambiato niente. Forse doveva andare a chiedere che cosa stesse accadendo. Ma se c’erano problemi, preferiva starne fuori; ma poi, se ci fossero stati problemi, non avrebbe dovuto veder correre persone, il saettare dei lampi di luce delle armi?

Nell’ora che seguì, continuò a camminare avanti e indietro tra la cabina e il parapetto. Non accadde niente, tranne che i pesci-fischio continuavano a muoversi nell’acqua profonda e lei non ne poteva più di sentirli. Merda. Merda. Se avesse voluto partecipare a una guerra, si sarebbe unita ai militari e avrebbe ricevuto un’istruzione adeguata.

Alle tredici e zero-zero, lo schermo delle comunicazioni tornò a funzionare; Anna vide il viso di Mohammed, scuro e magro.

— Che cos’è accaduto? — domandò.

— Abbiamo avuto una temporanea interruzione di corrente — rispose lui, cauto. — Difficile che accada di nuovo. Me l’hanno assicurato.

Mohammed era il loro esperto di sistemi di comunicazione. Non sarebbe mai andato da un altro per un problema tecnico; perciò non si era trattato di un problema tecnico. Qualcuno aveva tolto la spina.

— E gli alieni?

— Sono andati nella zona diplomatica, come programmato.

Lei aprì la bocca per parlare ma lui sollevò una mano. — Non so altro, Anna.

Anna spense la Uc e si dedicò agli altri schermi.

Alle quattordici e zero-zero, uno dei compagni di Rosso entrò nella baia. Anna lo rilevò sul sonar, che nuotava rapidamente lungo lo stretto canale d’entrata e si fermava quando vedeva Rosso. Gli alieni non usavano luci durante il giorno. Comunicavano invece con escrezioni chimiche nell’acqua. Nessuno degli strumenti di Anna poteva rilevare sostanze chimiche a quella distanza. Anna poteva soltanto guardare i due punti sullo schermo. Restarono a lungo immobili.

Poi il nuovo alieno si mosse. Non si avvicinò a Moby Dick, anche se non era possibile che non avesse notato il galleggiante, e Moby assomigliava grosso modo a un alieno. Abbastanza da confondere Rosso, almeno a prima vista. Ma quel compagno non mostrava alcun interesse, il che sembrava indicare che aveva ricevuto una qualche informazione da Rosso.

Anna immaginò una conversazione.

C’è qualcun altro, qui?

Solo quella buffa creatura che sa parlare come noi, ma non tenta mai di mangiare nessuno o di accoppiarsi.

Oh, be’, allora è persino inutile prendersi la briga di salutarla.

L’alieno si fermò in mezzo alla baia. Alle quindici e zero-zero arrivò Maria.

— Sei in ritardo.

— Sono stata trattenuta alla stazione. Roba da farti impazzire, Anna. Cento ricercatori, tutti che fanno congetture contemporaneamente, e nessuno di loro con informazioni sufficienti per dire qualcosa che abbia senso.

— Grande. Rosso ha compagnia. È appena arrivato e non ha tentato di fare qualcosa con Moby. Se non sono intelligenti, ne danno un’imitazione davvero buona.

Maria scosse la testa. — Ciò che abbiamo qui, Anna, è un branco di enormi meduse con strani sistemi nervosi. Una specie intelligente si potrebbe definire quella gente sulla collina.

— Può darsi — disse Anna.

Tornò lentamente alla stazione. La pioggia si era trasformata in foschia e gli animali della sera stavano uscendo dai loro nascondigli. Appartenevano perlopiù a una specie: lunghi e segmentati e con molte zampe. I dorsi scintillavano alla luce dei lampioni stradali. (Era quello il nome giusto per delle cose che distavano decine di anni luce dalla strada più vicina?)

Cacciatori, avrebbe detto lei, alla ricerca di vermi che venivano spinti in superficie dall’umidità e assolutamente privi di intelligenza, anche se splendidamente adatti a ciò che facevano. Gli alieni di Anna erano diversi. Avevano cervelli, non meno di dieci per ogni singolo animale, tutti collegati; sebbene Rosso e i suoi amici nella baia non ne avessero più di cinque. Erano sviluppati soltanto per metà. Quelli grossi, con viticci lunghi cento metri, non si accoppiavano mai né si allontanavano dall’oceano profondo.

Quanto alla stazione, Maria aveva ragione. La sala da pranzo era piena di gente e il livello del rumore era più alto del normale. Anna si servì e andò a cercare Mohammed. Lui sedeva a un tavolo d’angolo, circondato da altri tutti con l’espressione attenta. Era ovvio che volevano sapere che cos’era successo al sistema di comunicazione.

Anna si fermò, il vassoio in mano, e Mohammed sollevò lo sguardo. — Non volevo parlare del sistema di comunicazione, Anna. C’era un militare con me durante la teletrasmissione dell’atterraggio. Quando ha visto che cosa usciva dall’aereo, mi ha tolto la corrente e non l’ha rimessa per oltre un’ora. Criptofascista! Ero furibondo, te l’assicuro.

— Qualcuno sa cos’è accaduto all’uomo? — domandò qualcuno al tavolo.

— Dev’essere nella zona diplomatica, no? Non è alla stazione e non è possibile che abbiano lasciato quel poveraccio sotto la pioggia e al buio.

Anna sorrise. Era tipico di Mohammed. Aveva usato la parola "fascista" come se ne conoscesse il significato, e, nel contempo, credeva che quella gente fosse civilizzata. C’è un modo giusto di comportarsi; non si può lasciare sotto la pioggia un membro di una missione diplomatica.

Qualcun altro disse: — Quelli non potranno passarla liscia, no?

Anna non sapeva chi fossero "quelli"… i hwar? I militari umani? E le semplici congetture non le interessavano. Annuì a Mohammed e si allontanò alla ricerca di un tavolo libero.

Più tardi, durante il tragitto tra una costruzione e l’altra, udì il rombo basso dell’aereo degli alieni e sollevò la testa. Ne vide le luci… bianche e ambra… che si muovevano sopra di lei e puntavano verso il mare.


3

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L’aereo degli alieni tornò il mattino seguente e ripartì la sera. Questo sembrava indicare che i negoziati continuavano, come stabilito.

Dalla zona diplomatica non arrivò niente di ufficiale. I colloqui erano segreti; lo erano sempre stati, con nessun servizio su nessuna delle reti. La gente della stazione aveva ricevuto qualche notizia, per pura cortesia e perché erano troppo vicini per essere tenuti completamente all’oscuro; ora anche loro erano stati esclusi.

Dopo tre giorni, Anna ricevette le prime notizie ufficiose. Arrivarono da Katya, che se la intendeva con uno dei diplomatici: un uomo molto giovane che parlava troppo. Katya otteneva informazioni dal diplomatico… che si chiamava Etienne Corbeau… e le passava agli amici scelti, persone di cui si poteva stare tranquilli che avrebbero taciuto. Sarebbe stato un peccato se gli altri diplomatici l’avessero scoperto.

— Usano l’uomo come traduttore — spiegò Katya. — Il loro principale traduttore. Secondo Etienne, il primo giorno ha presentato il hwar più importante… una specie di generale… e poi ha detto: «Mi chiamo Nicholas. Non commettete l’errore di pensare che la mia lealtà sia in qualche modo divisa, e non pensate che ciò che dico abbia qualcosa a che fare con me. Quando parlo, parla il generale». O quello che è. A Etienne piace esagerare le storie. Quelli della Mi hanno mandato una sonda-messaggio fuori sistema. Vogliono sapere chi è questo tizio.

— Come vanno i colloqui? — domandò Anna. — Approdano a qualcosa?

Katya sorrise con dolcezza. Gran parte dei suoi antenati provenivano dall’Asia sudorientale; alcuni erano africani. Era piccola e scura e di ossatura minuta e la donna più bella che Anna avesse mai visto fuori da un ologramma. Era anche una botanica di prima classe; nessuno sapeva più di lei sul manto giallo simile a muschio del terreno.

— Etienne non lo dice. È un’informazione confidenziale; ma siamo d’accordo che mi passerà i pettegolezzi. È fluente, molto fluente, nella sua parlata hwar.

— L’uomo del mistero? — domandò Anna.

— Certamente. I traduttori dicono che usa almeno un’altra lingua… non spesso e non a lungo e solo quando parla con il generale. I nostri non sanno cosa sia. Stiamo registrando tutto, naturalmente, ma i traduttori dicono che non ne sanno abbastanza per decifrare l’altra lingua.

Anna non era certa che quelle notizie la interessassero. Non condivideva la passione di Katya per l’intrigo, una passione che Katya diceva di aver preso dallo studio delle piante. — Sono meravigliosamente complicate e tortuose, un’ispirazione costante per me. Quelle che non possono trasformarsi devono trovare modi più interessanti per sopravvivere.

Ma tutto ciò non aveva niente a che fare con l’uomo che diceva di chiamarsi Nicholas.


Il tempo cambiò; ebbero giorni e giorni di sole. L’estate indiana, l’avrebbero definita a casa. Il vento sparì. Di tanto in tanto, c’erano i cavalloni nell’oceano, ma non nella baia. Rosso e i suoi compagni nuotavano tranquillamente, non facendo quasi niente che gli strumenti potessero registrare. Risparmiavano energia, immaginò Anna. Non avrebbero mangiato finché non si fosse concluso il periodo degli accoppiamenti.

Non li raggiunse nessun altro alieno. E nessuno aveva qualche buona teoria sui motivi. Forse era il tempo. Anna sedeva nella cabina della barca e si metteva a leggere… i più recenti bollettini professionali arrivati per sonda-messaggio… o a scrivere lettere da inviare sulla Terra.

Le lettere erano tutte brevi, in parte a causa delle restrizioni della sicurezza… nessuno poteva dire niente dei negoziati… ma anche perché non aveva molto da dire. Come poteva spiegare qualcosa della sua vita a persone che vivevano in mezzo a nove miliardi di altri umani? Non sapevano niente di oscurità o di vuoto o di silenzio o di altre stranezze. Per loro, la realtà era l’umanità. Non esisteva nient’altro accanto a loro. I hwarhath erano leggenda e le creature che lei studiava erano incomprensibili. Anna aveva più cose in comune con i soldati, quelli almeno che erano lì con lei.

Una mattina, gonfiò una piccola zattera di gomma, vi attaccò un motore e si allontanò nella baia. Era una giornata d’autunno perfetta: chiara, calma e calda. In alto c’era la stella primaria del pianeta; Anna non aveva problemi a guardare dentro l’acqua limpida che si muoveva appena.

Inseguì Rosso, avvicinandosi lentamente, guardando su un sonar portatile. L’alieno non si muoveva. Quando gli arrivò vicino, fermò il motore e andò alla deriva per gli ultimi pochi metri. Eccolo lì, che galleggiava poco sotto la superficie.

La parte superiore dell’animale… la campana o l’ombrello… era larga tre metri e trasparente; e si increspava dolcemente. All’interno, appena visibili, c’erano i tubi d’alimentazione e cumuli di materiale neurologico. All’estremità inferiore della campana c’erano i tentacoli. Anna riuscì a notarne di tre varietà: quelli lunghi e consistenti che Rosso usava per nuotare; i tentacoli sensori, più corti e più sottili; e i tentacoli che producevano luce, poco più che monconi. Tutto ondeggiava gentilmente, al tempo con il movimento della campana.

Anna non riusciva a vedere il resto dell’animale: i viticci che pungevano, lunghi venti metri, e i viticci per l’accoppiamento, ancora più lunghi. Quelli erano attaccati sotto la campana.

Attorno a lei c’erano la baia azzurro cielo e le basse colline, coperte di vegetazione dorata. Vicino c’era l’animale, trasparente come vetro e pulsante come un cuore. Anna provò un tremendo senso di felicità e di benessere: era per quelle cose che viveva.

Dopo un po’, attaccò una bottiglia per i campioni a una corda e la calò nell’acqua… molto lentamente e con estrema cura. Rosso la notò. Dalla parte più vicina alla barca si allungarono dei tentacoli. Le bocche alle loro estremità si aprirono e inghiottirono l’acqua per saggiarla.

Una luce guizzò attorno alla campana. Interessante. Rosso si sarebbe servito di sostanze chimiche per parlare con un altro pseudosifonoforo. Ma doveva aver capito che lei non avrebbe colto un simile messaggio perciò provava il linguaggio notturno.

Rosso-rosso-blu, dissero le luci. (In realtà, il primo colore era un rosa intenso. Avevano anche pensato di chiamare l’animale Rosa, ma il nome non si addiceva. L’animale era troppo grosso e troppo pericoloso.)

Il primo messaggio percorse due volte il perimetro dell’animale. Poi fu seguito da un secondo messaggio: Arancione-arancione-arancione.

L’arancione era un colore preoccupante.

Io sono Rosso-rosso-blu, stava dicendo l’animale, e non mi piace quello che stai facendo.

Anna recuperò la bottiglia e l’animale si ritrasse, borbottando: un guizzo di luce priva di colore che girò attorno alla campana. Lei attese ancora un momento. Rosso si spense. Ora era meglio riaccendere il motore e allontanarsi a velocità minima, pensò Anna, ricordandosi dei lunghi viticci che pungevano… là sotto, nascosti, nell’acqua come una rete di seta.


4

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Tre settimane dopo, cominciarono ad arrivare gli altri animali, nuotando attraverso la stretta entrata della baia. Adesso iniziava il vero lavoro. Anna cambiò i suoi orari. La maggior parte delle informazioni più importanti giungevano di notte, quando le creature galleggiavano in prossimità della superficie dell’acqua, lanciando messaggi avanti e indietro. A volte (e questo era un comportamento notato soltanto durante la stagione dell’accoppiamento) ripetevano tutti lo stesso messaggio, all’unisono o uno dopo l’altro, cosicché la baia era tutta una combinazione di luci.

Entravano nella baia solo gli animali relativamente grossi. Avevano viticci più o meno della stessa lunghezza e si tenevano a distanza di sicurezza l’uno dall’altro. Altri pseudosifonofori… ce n’erano a centinaia… galleggiavano nell’oceano al di là del canale d’entrata, attratti da qualcosa, più verosimilmente un feromone, ma riluttanti a entrare.

— Non c’è alcuna prova d’intelligenza, qui — diceva Maria. — Quelli piccoli hanno paura di quelli grossi; il che è naturale; e ognuno è attratto dalla possibilità di sesso. Il che è altrettanto naturale.

Anna non ribatteva. Era troppo stanca e occupata. Sapeva che i negoziati andavano avanti… l’aereo continuava a passare… ma ormai aveva perso il filo di ciò che poteva succedere.

Una mattina, dopo il lavoro, salì sulla collina sopra la stazione. Il cielo era scuro e chiaro e la stella mattino/sera scintillava sopra l’acqua: due brillanti punti di luce.

Le creature avevano cominciato a segnalare poco prima che lei smontasse e ora ci davano dentro con forza. Impulsi di luci blu e verdi andavano e venivano per la baia, poi attraverso il canale verso l’oceano. Il ritmo… la combinazione… restava lo stesso, ma i colori cambiavano, sbiadivano un po’. Di tanto in tanto, Anna scorgeva un arancione che, in quel contesto, era probabilmente un’indicazione di frustrazione sessuale. Per un qualche motivo, che nessuno capiva ancora, le creature si accoppiavano soltanto nelle baie, mai in oceano aperto. (Un’altra prova che non erano intelligenti, diceva Maria; segno di intelligenza sarebbe stata una certa flessibilità.) Gli animali piccoli sapevano che non avrebbero generato quell’anno e mandavano scintille come tanti fuochi. Più ci si allontanava dalla spiaggia, più gli animali diradavano, ma ce n’era ancora qualcuno, che punteggiava l’acqua scura fino all’orizzonte, che lampeggiava a tempo con gli esemplari grossi nella baia.

Uno spettacolo stupefacente.

Dopo un po’, un paio di giovani soldati molto educati uscirono dalla zona diplomatica. Marine. Il nome non era cambiato, anche se le navi sulle quali viaggiavano ora andavano tra le stelle. Indossavano le uniformi e avevano le teste rasate tranne che per una stretta striscia centrale. Quella del ragazzo era di capelli biondi e lisci; la ragazza, invece, li aveva scuri e ricci.

— La collina è off-limits, signora — disse la ragazza. — Deve andarsene.

Il ragazzo guardò la baia e l’oceano. — Cos’è quella roba?

— Animali — rispose Anna. — Questa è la loro stagione dell’accoppiamento. È come se le rane cantassero Verdi. Non sappiamo ancora se sono intelligenti.

— Perché no? — disse il ragazzo. — Le balene lo sono. E i delfini.

Si sbagliava ma Anna non aveva voglia di discutere. — Sono salita quassù per guardare.

— Sì, vale davvero la pena.

— Andrà avanti per settimane.

— Ehi — disse lui. Era un’esclamazione di gioia.

Poi la ragazza fece: — Adesso deve andare, signora.


Il giorno dopo, l’aereo non ripartì alla solita ora. Katya le disse che i hwarhath erano stati invitati a rimanere per un party.

— Etienne dice che stanno cercando di intrattenere rapporti più cordiali ora che la questione dell’arredamento è sistemata.

— Arredamento? — domandò Anna.

— Non chiedermelo — disse Katya. — Etienne si è chiuso a riccio. Si tratta di un’informazione confidenziale.

— Ah — ribatté Anna e tornò al lavoro.

Accadde col buio, dopo che Yoshi ebbe lasciato la barca. Anna uscì in coperta. La baia era tranquilla. Gli alieni galleggiavano immobili, senza mandare segnali.

Tre persone venivano avanti sul pontile, verso di lei. Una in testa, le altre due seguivano. Anna non riuscì a vederle chiaramente se non quando arrivarono sotto la luce posta all’estremità del pontile vicino alla sua barca.

La prima persona era un umano. Anna lo notò appena perché stava guardando uno dei due che seguivano: un individuo massiccio, vestito di grigio. Aveva un viso largo e piatto, coperto da una peluria grigia, e gli occhi erano completamente azzurri; nessuna traccia di bianco. Le pupille erano larghe sbarre orizzontali che, per reazione alla luce, si restrinsero rapidamente.

Per un momento, l’alieno la fissò, poi abbassò lo sguardo.

L’altro dei due che seguivano era un marine: il ragazzo che Anna aveva conosciuto sulla collina. Portava un fucile, come l’alieno.

L’uomo in testa al gruppetto non aveva armi, o, perlomeno, Anna non riuscì a vederne. Aveva le mani infilate nelle tasche della giacca la quale era disadorna e fatta di una specie di tessuto marrone. Sembrava anche che gli stesse male, come se fatta per qualcuno che non ne capiva assolutamente nulla di moda umana. Stessa cosa per il resto del suo vestiario: disadorno, scuro e in qualche modo inadatto.

Era parte del prezzo del tradimento da pagare?, si domandò Anna. La cattiva fattura degli abiti? L’essere fuori moda?

L’uomo disse: — Uno sguardo diretto è una sfida. È una delle cose che valgono per entrambe le specie. Ecco perché lui guarda giù. Indica che non è interessato in alcun genere di lotta.

— Bene — commentò Anna.

— Mi è stato detto che lei è la persona con la quale dovrei parlare a proposito delle luci nell’oceano.

Anna annuì, senza staccare gli occhi dall’uomo grigio.

— Posso salire a bordo? Temo che loro saliranno con me e vorranno controllare che non ci sia nulla che io possa danneggiare o che possa danneggiare me.

Anna lo guardò dritto negli occhi. Era ordinario come la prima volta che lo aveva visto sullo schermo. Solo che adesso i capelli erano asciutti; un po’ ricci e con parecchio grigio. Il viso era molto pallido come di chi avesse trascorso molti anni dall’ultima volta che era stato al sole.

— Lei è il traduttore — disse Anna, pensando che fosse più educato che chiamarlo traditore.

Lui annuì.

Che diamine? Perché no? Avrebbe potuto non presentarsi più l’occasione di trovarsi di nuovo tanto vicina a un hwarhath. Anna annuì.

L’uomo parlò all’alieno. I due soldati salirono a bordo e cominciarono la perquisizione.

— Fate attenzione — gridò loro Anna. Nicholas aggiunse qualcosa in lingua aliena, poi salì anche lui a bordo. Si appoggiò al parapetto e guardò la baia. Uno dei pseudosifonofori cominciò a lampeggiare, giallo, verde, bianco, giallo: quasi certamente un nome. Sono io. Sono io.

— Okay — fece Nicholas. — Che cosa sono?

Lei glielo disse, poi aggiunse: — Il problema è… Sappiamo che la loro intelligenza è in rapporto alla dimensione. Lo abbiamo scoperto dallo studio degli esemplari piccoli. Questi nella baia sono medi e, probabilmente, mediamente sviluppati quanto a intelligenza. Quelli davvero grandi se ne stanno nell’oceano e non sappiamo ancora come arrivare fino a loro.

I soldati uscirono dalla cabina e rimasero in attesa, ora guardandosi a vicenda, ora guardando Nicholas. Il ragazzo… il marine… sembrava nervoso. Anna non riusciva a vedere l’espressione dell’alieno, ammesso che ne avesse avuta una. La posizione del suo corpo indicava uno stato d’allerta ma non di tensione. Non era preoccupato ma attento, sebbene non guardasse mai nessuno in faccia.

— Molto interessante — disse Nicholas. — Ma non vedo alcuna ragione perché lei pensi che gli animali possano essere intelligenti.

Erano una mezza dozzina a lampeggiare, adesso. Quella sera, i messaggi erano completamente diversi. Non un coro; forse un sestetto, o forse un’emissione di rumore casuale.

— Cosa posso dirle? È facile decidere che una specie è intelligente quando è simile a noi. Come il suo amico, per esempio. Nessuno si è mai fatto domande sui hwar. Abbiamo saputo tutto fin dalla prima volta che abbiamo visto una delle loro navi… Fin dalla prima volta che sono venuti a darci un’occhiata.

Lui la guardò ma non disse nulla.

— Questi qui… — Anna fece segno verso la baia. — …sono davvero alieni; e noi non siamo sicuri di che cosa possa costituire una prova di intelligenza in un animale che va per mare e che non usa attrezzature. Perché me lo chiede, comunque?

— Sono curioso. Negli ultimi giorni, siamo sempre ripartiti dopo il buio e quando ho guardato di sotto li ho visti che lampeggiavano; e sono anche visibili dall’isola… macchie di luce che ballonzolano nell’oceano. E quelli sono i piccoli, ha detto lei. E ho tempo da perdere. Questa sera, stanno cercando di organizzare un evento sociale. Un’idea pazzesca, ma il generale è curioso. Non ha mai visto un gruppo di umani che si divertono. Non penso che funzionerà. I hwarhath non mangiano per divertirsi: per loro è tanto una necessità quanto una legge sacra. Per divertirsi bevono, questo sì, ma i loro festini sono disgustosi. Li evito quanto più mi è possibile. — Nicholas tacque per un momento, guardando la baia. — Mi sono concesso l’orribile fantasia di osservare il generale che cercava di fare conversazione da cocktail party o alle prese… per la prima volta… con una tartina.

— Come vanno i negoziati? — domandò lei.

Lui si strinse nelle spalle. — Sono i primi giorni, e la mia area di competenza non è la diplomazia.

Anna avrebbe voluto domandargli come avesse fatto a mettersi in quella situazione, ma le parve difficile trovare il modo di porgli la domanda. Come si poteva tradire la propria specie? Continuò a parlare degli animali nella baia, formalmente conosciuti come Pseudosiphonophora gigantans. Poi tacque e tutti e due rimasero a guardare in silenzio la baia.

Lui sembrava rilassato, riverso sul parapetto, le mani strette davanti a sé. Ma lei avvertiva un senso di tensione e di solitudine. Il senso di tensione proveniva forse da qualcosa nel corpo di Nicholas, tanto esile che Anna quasi non ne avvertiva consciamente la presenza. Non sapeva bene perché quell’uomo le desse un’impressione di solitudine. Forse per introspezione. Nicholas si raddrizzò. — È tempo di andare. Se conosco bene il generale, si starà annoiando a morte e forse si sarà anche ubriacato. L’alcol non fa assolutamente nulla ai hwarhath. Ma lui si è portato la sua robaccia. — Fece una pausa. — Grazie dell’informazione. Ho letto qualcosa su un vecchio libro… di cui non ricordo il titolo… sull’imparare. È l’unica fonte sicura di piacere e l’unica consolazione che non fallisce mai. — Sorrise. — E tutto quello che ho imparato di recente riguarda certi equipaggiamenti. Mi creda, non è soddisfacente.

Se ne andò con i due soldati alle calcagna. Anna rimase a guardare fino a quando non scomparvero nell’oscurità. Che strana conversazione.


5

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Il mattino dopo, Raymond la chiamò proprio mentre lei stava per andare al lavoro.

— Vieni nel mio ufficio, per favore, Anna. — Vide l’espressione del suo viso e aggiunse: — È importante.

Anna prese caffè e un muffin in sala da pranzo e poi andò, arrabbiata. Il più delle volte, Ray non le piaceva e lei non aveva sicuramente votato per lui all’ultima elezione. Ma, a voler essere onesti, era un direttore della stazione perfettamente adeguato e sapeva come trattare con diplomatici e militari. Al momento, quella era una capacità utile.

C’era qualcuno con lui, seduto di fronte alla grande scrivania, una donna in uniforme. La sua pelle aveva lo stesso colore scuro del caffè di Anna. Il taglio dei capelli era quello imposto dal regolamento e il cranio luccicava come se fosse stato lucidato. I capelli, la stretta striscia regolamentare, erano bianchi perché scoloriti. Gli orecchini che le pendevano dalle orecchie erano piccoli grani di vetro.

Ray disse: — Questo è il maggiore Ndo.

— Si sieda, prego — fece il maggiore.

Anna obbedì, a disagio. Aveva delle briciole sulla camicia e i pantaloni. Se le spazzò via, poi cercò un posto dove posare la tazza. Non trovò altro che il pavimento.

Il maggiore disse: — Lei ha avuto una conversazione con Nicholas Sanders, ieri sera. Vuole riferirmela? La prego di essere più precisa possibile e di spiegare la biologia.

— Perché?

— Anna, ti prego — intervenne Ray.

Lei obbedì.

Quand’ebbe finito, il maggiore annuì. — Molto bene. Si avvicina molto alla registrazione, salvo che lei ha dato maggiori dettagli. Ha qualcos’altro da aggiungere? Qualche osservazione?

Ad Anna piaceva l’uomo, ma non aveva intenzione di dirlo alla donna militare. — No. Chi è?

La donna esitò. — Non c’è niente che possa dirle, signora Perez. Tutte le informazioni sono delicate. Non protette ma assolutamente delicate.

— Non voglio apparire una bambina, ma la cosa non mi sembra affatto giusta. Le ho appena detto tutto quello che mi ha chiesto.

Il maggiore annuì. — Ha ragione. Non è giusto. Non ho intenzione di dirle una fandonia sul fatto che la vita non è giusta, perché ho sempre pensato che fosse stupido e inutile. Il suo problema non è che la vita è ingiusta. Il suo problema è che io sono ingiusta. — Sorrise. — È sempre una buona idea fare una netta distinzione tra le forze armate e l’universo. Io posso soltanto dirle cose ovvie. I negoziati sono importanti; la situazione è delicata; lui sta nel mezzo; ed è protetto dall’immunità diplomatica.

— Grazie per il tuo aiuto, Anna — disse Ray.

Anna se ne andò, dimenticando la tazza. Era ancora piena per metà. Con un po’ di fortuna, forse Ray l’avrebbe rovesciata.


La volta successiva in cui vide Nicholas, lui era davanti alla porta della sua camera, il sole che gli splendeva attorno. Indossava lo stesso genere di vestiario dell’altra volta, fatto di stoffa marrone e con un taglio strano. Alla luce del sole, i suoi capelli sembravano molto più grigi che castani.

— Come ha fatto a trovarmi?

— Ho fermato un uomo e gliel’ho chiesto. — Lui sorrise. — Non sapevo il suo nome ma ho detto: «la donna che parla sempre di quelle cose nella baia». È stato sufficiente. Le andrebbe di fare una passeggiata?

— E i negoziati?

— Ho chiesto al generale un giorno di libertà. Non sono l’unico traduttore e sono veramente stanco di stare seduto. Lui sa come sono quando non faccio abbastanza movimento.

Anna ci pensò sopra un momento. — Okay.

— Vengono anche i Gemelli. — Lui si scostò leggermente e Anna vide il ragazzo marine e un alieno. Non avrebbe saputo dire se fosse sempre lo stesso.

— Mi conceda un istante.

Lui rimase davanti alla porta aperta, appoggiato all’intelaiatura. La tensione nel suo corpo aveva un che di maniacale. Dapprima Anna pensò che potesse essere drogato. Ma i suoi occhi si muovevano e mettevano a fuoco normalmente. Le iridi, notò lei, erano di uno strano verde scuro, il colore della giada del Nuovo Mondo. Anna non aveva mai visto un colore simile, prima. Non conosceva alcuna droga che mutasse il colore delle iridi, anche se, naturalmente, le droghe non erano la sua specialità. In ogni caso, l’espressione sul suo viso era d’allerta. L’uomo non era drogato. Era felice.

Si mise la giacca. Si allontanarono dalla stazione.

— Andiamo sulla collina? — domandò Nicholas.

— È off-limits.

Nicholas si girò a guardare il marine. — Soldato?

— Sì, signore, è riservata al personale della stazione.

— Ma non a me?

— Non ne sono sicuro. Credo che potrebbe andarci. Ma non con la signora.

— Il che non ha senso. — Lui si guardò attorno. — Voglio salire in cima a qualcosa di alto e guardare in lontananza. Lassù. — Indicò un’altra collina all’estremità meridionale dell’insediamento umano. — Lì va bene?

— Non ho ordini in proposito, signore. Dovrebbe andare bene.

La giornata era limpida e molto ventosa. La collina era scoscesa e il manto del terreno era umido e scivoloso per uno spesso strato di gelo che stava sciogliendosi. Procedettero lentamente, con i due soldati in grande difficoltà, perché portavano le armi.

— Ehi — gridò infine il ragazzo. — Rallentate.

Anna si girò, come Nicholas. I soldati erano rimasti molto indietro.

— Aspetteremo in cima — fece Nicholas e continuò.

— Signore! — Il ragazzo incespicò e scivolò. Un attimo dopo, stava rotolando verso i piedi della collina, il fucile ancora in mano.

Nicholas gridò nella lingua dei hwarhath. L’altro soldato scese ad aiutare il ragazzo.

— Scadente — commentò Nicholas. — Dovrebbero addestrarsi meglio. Certo, loro li addestrano a obbedire agli ordini, non a pensare: e i suoi ordini sono probabilmente un po’ contraddittori. Non credo che la gente della zona diplomatica sia giunta a una qualche specie di accordo su di me.

— Qual è la distanza utile per un registratore? — domandò Anna.

Il ragazzo aveva smesso di rotolare. Aveva finalmente lasciato andare il fucile. L’alieno lo raccolse e lo tenne, in attesa che il ragazzo si alzasse e lo riprendesse. Il corpo dell’alieno esprimeva una indifferente cortesia.

— Come quello che ha il marine? Forse ci sta ancora registrando. — Lui si guardò attorno. — Dio, che bella giornata! È tutto dorato e azzurro. Sento veramente la mancanza della vita all’aria aperta. Se la preoccupano i registratori, io ne ho uno. Non dica niente che non vuole che gli uomini della sicurezza dei hwarhath analizzino.

— Mi sembra un modo noioso di vivere. — Erano abbastanza in alto da godere una bella vista dell’oceano punteggiato di cavalloni. Nicholas aveva ragione: una giornata veramente bella.

— Al momento, lo trovo divertente. Probabilmente è per via del tempo e del fatto che non devo stare seduto quasi immobile per ore in una stanza senza finestre.

I due soldati li raggiunsero. Il ragazzo era rosso in viso e aveva l’uniforme stropicciata e macchiata.

— Non lo rifaccia, signore.

— Cosa?

— Andare avanti quando le chiedo di aspettare. Avrei potuto trovarmi nella condizione di doverle sparare.

Nicholas scosse la testa. — Ci pensi a lungo prima di farlo, soldato. Hattin è qui per mantenermi vivo. Ha degli ordini molto precisi al riguardo.

Il ragazzo mostrò un’espressione ostinata. — Farò quello che devo fare.

L’alieno li guardava con un’aria di distacco. Come al solito, non guardava nessuno direttamente negli occhi, ma Anna aveva la forte sensazione che vedesse tutto alla perfezione.

— Non conosce l’inglese, vero? — domandò Anna.

— No e non vuole. Hattin è un ragazzo molto dolce, ma manca di curiosità. Non ha alcun interesse per le anomalie forestiere.

— E non guarda mai nessuno negli occhi.

— Io gli sono anziano di grado. I hwarhath rispettano molto la gerarchia. Un uomo di grado inferiore non fisserà mai chiunque gli sia superiore. Il marine è un suo pari ma è anche un nemico; se si fissa un nemico lo si invita alla lotta; e io gli ho detto che lei è una donna. Gli uomini hwarhath non guardano le donne, a meno che le donne non siano membri della stessa stirpe.

Ripresero a salire. I soldati si tennero vicini. Quando arrivarono sulla cima della collina, Anna disse: — Che cosa intende per anomalie forestiere? Demoni stranieri?

— Qualcosa del genere. Hattin è… come posso descriverlo? …tradizionale. Riconosce il giusto comportamento quando lo vede; è il genere di comportamento che ha imparato a casa, da bambino. Qualunque cosa di diverso lo annoia e lo turba. Guardi che vista!

Da un lato c’erano la baia e la stazione, la zona diplomatica che sovrastava tutto il resto. Le cupole erano state trattate con qualcosa che le rendeva rapidamente corrodibili, perlomeno in superficie; erano verde rame, rosso ruggine e di un opaco dorato.

Dall’altra parte, la collina scendeva verso un’ampia spiaggia e l’oceano. Il fondo era basso. Le onde si rompevano in lunghe linee bianche.

— Com’è finito in questa situazione? — domandò Anna.

Nicholas si mise a ridere. — È il genere di domanda che farebbero i hwarhath. Sono molto diretti, come gruppo. Se vogliono sapere qualcosa, lo chiedono e non si preoccupano molto dell’educazione. Se non si vuole rispondere, basta dire: "non ne voglio parlare".

Fece una pausa e guardò l’oceano. — Non mentono molto. Ricorda i versi sugli antichi Persiani? Sono probabilmente di Erodoto. Ai loro uomini insegnavano ad andare a cavallo, a tirare con l’arco e a dire la verità. I hwarhath assomigliano a loro, solo che le armi che insegnano a usare sono molto più imponenti.

— Il che vuol dire che non ne vuole parlare?

Lui fece un’altra pausa. — Non per il momento.

Camminarono lungo la cresta della collina. Gli steli avevano perso tutte le spore e la loro morbidezza. Il vento li piegava come canne.

Molto bello. Molto rilassante. O forse quella non era la parola giusta. Quella vista rendeva felici. Il vento portava via preoccupazione e stanchezza.

Dopo un po’, Nicholas disse: — Non voglio che si faccia l’idea che i hwarhath siano tutti come Hattin. Variano molto, come l’umanità, anche se in modo diverso. Il generale, per esempio, è molto meno conservatore e molto più curioso.

— A chi sta parlando? — domandò Anna.

Lui sorrise. — A lei, tra le altre persone. Torniamo giù. Voglio saperne di più sui suoi animali.

Scesero alla baia, seguiti dai soldati. Quando raggiunsero la barca, Nicholas si fermò e disse qualcosa all’alieno. Anna entrò nella cabina.

— Abbiamo compagnia, Yosh.

Nicholas entrò a sua volta, chinandosi sotto la porta piuttosto bassa. Yoshi si alzò, educato e un po’ a disagio. Non si sentiva mai del tutto a suo agio con gli estranei.

— Questo è… — Anna esitò. — Ha un titolo o un grado?

Nicholas annuì. — La traduzione letterale sarebbe "addetto". Equivale più o meno a capitano.

— Il capitano Sanders. Il dottor Nagamitsu Yoshi. Il capitano è interessato ai nostri amici nella baia.

Yoshi parve sorpreso. Cercava senza riuscirci di inquadrare Nicholas. Qualcuno della zona diplomatica, ovviamente. Non c’erano stranieri alla stazione. Ma non andava oltre. Anna poteva quasi vedere la sua mente al lavoro nel tentativo di ricordare quale comunità umana usasse un grado come addetto.

— Perché non illustri l’attrezzatura, Yosh?

Yoshi lo fece: il sonar e il radar, le telecamere subacquee e i microfoni, gli strumenti che misuravano il flusso d’acqua nella baia. Spiegò come venivano presi e analizzati i campioni. Alla fine, parlò di Moby.

Durante tutto questo tempo, i soldati rimasero fuori. Il ragazzo era visibile sulla soglia. (Yoshi gli lanciava di tanto in tanto un’occhiata, divertito.) Anna non vedeva l’alieno.

— Parlate con loro, servendovi del galleggiante — osservò Nicholas.

— Comunichiamo — disse Yoshi. — Quanto a questo non ci sono dubbi; ma non siamo sicuri di fare delle conversazioni. Prima di tutto, loro non sembrano avere una grammatica. Abbiamo la tendenza a credere che qualsiasi creatura intelligente debba avere un modo per fare enunciati di relazione, per parlare di causa ed effetto. Diciamo loro delle parole e loro ne dicono altre di rimando o, a volte, le stesse. Possono comportarsi come pappagalli, soprattutto durante la stagione dell’accoppiamento. Deve aver visto le segnalazioni nelle ultime settimane. È qui da tanto?

— Da quando sono arrivati i hwarhath - rispose Nicholas.

— Ah — disse Yoshi. Ancora non si era fatta un’idea di chi fosse l’uomo.

Anna stava assistendo a un bell’esempio di pensiero Watsoniano, cosiddetto (naturalmente) in onore del compagno di Sherlock Holmes, un uomo sul quale si era malignato molto. Il buon dottore non era stupido. Semplicemente non faceva certi tipi di collegamenti… come Yoshi in quel momento, che continuava a spiegare come avessero insegnato agli animali a cantare "Mary ha un Agnellino".

— L’abbiamo tradotto nel codice d’emergenza internazionale e l’abbiamo fatto trasmettere da Moby… durante il periodo dell’accoppiamento, naturalmente… e loro l’hanno colto. Non siamo riusciti a indurli a farlo a turno; continuano a volersi sincronizzare. Una splendida vista, ma non il comportamento di una specie intelligente.

— Perché no? — domandò Nicholas. — Lei parla del cantare in coro. Gli umani lo fanno e lo fanno anche i hwarhath.

— Davvero? — disse Yoshi. — Non lo sapevo. — E ancora l’unità monetaria internazionale non si decideva a cadere. — Mi riferisco alla ripetizione pappagallesca. Ripetono anche troppo… con noi e l’uno con l’altro. Questo non è un segno d’intelligenza.

— Non si tratta di un falso problema? — chiese Nicholas. — Intelligenza è una parola ambigua e lo sono la maggior parte delle parole che possono essere sinonimi. Comprensione, coscienza, apprendimento nell’antico senso, ragione. Fino a che punto è significativo parlare d’intelligenza in un qualsiasi tipo di essere? Gli umani o i hwarhath, i computer, i delfini e le balene? E, comunque, perché se ne cura?

Yoshi lo rimproverò con lo sguardo. — Vogliamo qualcuno con cui parlare. Qualcuno che capisca.

— Allora parli con i tizi sulla collina, anche se non scommetterei che capiscano molto. — Nicholas guardò il marine. — Ha l’ora?

Il ragazzo guardò il calcio del fucile. — Le quindici e cinquanta.

— Sarà meglio che vada. L’aereo parte in anticipo, a volte. — Si girò verso Yoshi che era rimasto a bocca aperta. — La ringrazio, dottor Nagamitsu. Arrivederci, Anna.

Si chinò per uscire dalla cabina e Yoshi disse: — È quello l’uomo…

— Uh-uh — rispose Anna. — Continuavo ad aspettare che tu lo capissi. Non hai notato i suoi vestiti?

— Pensavo che fosse accaduto qualcosa alla moda sulla Terra o che potesse trattarsi di una specie di uniforme. Non presto molta attenzione ai militari. Ce ne sono talmente tanti e ne arrivano di talmente tante specie. Chi riesce a tenere il conto? In cosa ti sei fatta coinvolgere, Anna?

— In niente che abbia importanza. La gente della zona diplomatica sa quello che succede. Lui non se ne va in giro libero. Non farà alcun male a nessuno.


6

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L’ufficio del generale (quello attuale, sull’isola) ha l’aspetto spoglio e sobrio di qualcosa che vuole essere temporaneo: pareti grigie, moquette grigia da muro a muro, un tavolo e due sedie.

Non ci sono finestre. Un arazzo è appeso di fronte al tavolo. È grande e semplice e ha l’aria di qualcosa che appartiene a uno spazio pubblico. Non l’ho mai visto in nessuna delle sue stanze. Deve averlo preso dal deposito principale della nave: qualcosa per coprire una parete vuota.

Al centro dell’arazzo c’è un fuoco, rosso, arancione e giallo. I colori si irradiano, meno intensi di quelli del fuoco, e tuttavia brillanti e caldi, quasi che il fuoco illumini il terreno circostante. A mano a mano che la distanza dal fuoco aumenta, i colori cominciano a smorzarsi e volgono al grigio. Infine, a metà strada dall’orlo dell’arazzo, i colori che s’irradiano incontrano le spade, che sono decisamente grigie… un colore freddo, che dà l’idea del duro. Sono disposte in cerchio, punta contro elsa, che si toccano l’un l’altra, cosicché il cerchio è continuo. Ho sempre pensato che avrebbe più senso se le punte fossero rivolte verso l’esterno. Ma questa disposizione ha effetto dal punto di vista visivo. Oltre le spade, l’arazzo è nero con punti bianchi: spazio e stelle.

Il Focolare in un Cerchio di Spade. Per quel che ne so, è l’emblema più antico per il Popolo, sebbene questa versione sia, ovviamente, relativamente recente, creata dopo che il Popolo si è reso conto che il suo mondo… la sua terra… era circondata dall’oscurità. (Sì.) Per il Popolo, l’immagine ha un grande potere. A me è sempre sembrata… come posso dire?… una specie di palla fatta con i semi di una pianta da cibo prelibato cresciuta al centro del Nord America, sulla Terra. (?)

Ogni due giorni, mi reco all’ufficio. Il generale siede tranquillo dietro il suo tavolo e guarda l’arazzo. Cerco di sedere tranquillo sull’altra sedia, anche se penso meglio quando sono in movimento.

Discutiamo dei negoziati, li critichiamo, cerchiamo di immaginare cosa pensino gli umani, analizziamo la reazione dell’altro popolo del team dei hwarhath. Alcuni di loro hanno stretti legami con altri frontisti. La loro lealtà al generale non è assoluta.

Se il generale si lascia coinvolgere nella discussione… se diventa seriamente interessato, pensieroso… allora è verosimile che prenda uno stilo e se lo rigiri tra le mani. È un gesto umano, anche se le mani sono molto diverse: il mignolo è parecchio più lungo di quello di un umano, anche il pollice è molto lungo, e stretto. Il dorso delle mani è ricoperto di peluria che assomiglia a velluto grigio. Le unghie sono strette, se paragonate a quelle umane, e spesse. Se non vengono tagliate, crescendo si curvano e si trasformano in artigli.

Posso passare giorni e settimane senza veramente vederlo e… tutt’a un tratto… eccolo lì, reale e solido e alieno.

Ho detto: — Il ragazzo, il soldato umano, mi ha detto che avrebbe potuto uccidermi.

Il generale ha aspettato, le mani intrecciate.

— Tu hai messo bene in chiaro che dovevo essere persona gradita e i diplomatici umani si sono detti d’accordo.

Mi ha chiesto di spiegare "persona gradita".

— Significa che non devono uccidermi. Penso che noi abbiamo forse sottovalutato l’equilibrio di potere tra i diplomatici e i militari. Il ragazzo prende ordini dai militari. Se diceva la verità, e non sembra affatto un bugiardo, allora i militari non ascoltano i diplomatici.

È sembrato irritato. — Gli umani non riescono a fare nulla in modo ordinato? Perché mandano due diversi gruppi di persone a trattare la direzione dei negoziati? Parliamo di guerra e delle regole della guerra. Non dovrebbe esserci nessuno, qui, tranne gente che sappia come e perché combattere.

— Al momento, preferirei trattare con i diplomatici. I soldati mi fanno sentire a disagio.

Si è seduto a guardare per un po’ l’arazzo. — Non abbiamo abbastanza, qui. Tu mi hai riportato delle parole, pronunciate da un portatore. Non sappiamo se abbia parlato correttamente o abbia capito i suoi ordini. Non sappiamo cos’abbiano in mente quelli che gli stanno di fronte.

Ho aperto la bocca. Ha sollevato la mano. — Non getterò via quest’informazione ma la metterò da parte. Continueremo come prima e vedremo quello che accadrà.

Parlava con il tono che usa in pubblico, il che significava che il tempo della conversazione era finito. Mi sono alzato.

Ha detto: — Scopri dell’altro sugli animali nell’oceano, quelli che potrebbero essere intelligenti.

— Non destano alcuna preoccupazione come nemici. Probabilmente non posseggono neppure alcun genere di tecnologia e certamente non andranno mai nello spazio.

Ha fatto un gesto vago. Vale sempre la pena stare in guardia da nuovi nemici. (Vero.)

La base si trova al centro dell’isola. (Se i hwarhath vogliono guardare un oceano, attivano un ologramma.) Dopo aver lasciato l’ufficio, sono andato sulla spiaggia. La marea era finita, quel poco di marea che c’è. Ho passeggiato lungo la stretta spiaggia sassosa.

Ho incontrato alcune delle persone che si occupano di azione per la Military Intelligence. (Non tra i hwarhath. Quelli sono stati attenti a tenermi alla larga da quelle zone. Ma tra gli umani.) Non mi piacciono. C’è troppo complotto, troppa finzione… soprattutto riguardo la linea d’azione dura… troppa segretezza, troppo fascino per la tecnologia, troppa elaborazione inutile.

Gente pericolosa. Divoratori di topi e avvelenatori. (?) Sono qui, su questo pianeta, ne sono quasi sicuro. Ho visto gente che ne ha l’aspetto nei corridoi della zona diplomatica; e quando mi guardano, sembrano affamati.

Ho girato per tutto il tempo attorno all’isola. Una buona idea. Il vento soffiava, le onde spumeggiavano e ho fatto una buona dose di esercizio.

A un certo punto, su una spiaggia di sabbia nera, ho trovato qualcosa che sembrava appartenere al Museo di Storia Naturale Field di Chicago, in una di quelle belle bacheche antiche e polverose. La vita nel Devoniano.

Era lungo circa un metro con un corpo stretto e segmentato e una testa larghissima, con la forma approssimativa di un martello. La maledettissima cosa si muoveva lentamente, uscendo dall’oceano su tante zampette, agitando la testa goffa, ovviamente a caccia. Non sono riuscito a vederne la bocca o gli occhi.

Mi sono fermato. Mi è passato accanto, a pochi centimetri dalle scarpe. Evidentemente, non ero importante: non ero mangiabile né rappresentavo un pericolo. Ha proseguito lentamente sulla sabbia nera e bagnata, muovendo la testa avanti e indietro. Me ne sono andato.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


7

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Il mattino seguente, Anna ricevette un’altra telefonata da Ray. Lui sembrava stanco e preoccupato.

— Ancora la stessa cosa? — domandò lei.

Lui disse di sì.

Anna andò nel suo ufficio. Il maggiore era sulla stessa sedia dell’altra volta. Ora portava orecchini d’argento: piccoli pipistrelli con le ali spiegate, lucenti alla luce del sole del mattino presto.

Anna si sedette e si sporse in avanti, dando un’altra occhiata.

Il maggiore disse: — Faccio parte di un’organizzazione che si dedica alla conservazione dei pipistrelli.

Pipistrelli?, pensò Anna.

— Sono animali utili e interessanti e Dio sa quante specie si sono estinte negli ultimi duecento anni. Abbiamo fatto cose terribili sulla Terra, signora Perez. — Tacque per un momento, pensando ovviamente a qualcosa che la faceva arrabbiare. — Nove miliardi di persone! Come abbiamo potuto? — Lanciò un’occhiata a Ray, dietro la sua grande e imponente scrivania come dietro a una barricata. — Può andare, Sab Medawar. La ringrazio per l’aiuto.

Ray aprì la bocca, poi la richiuse e si alzò. Dopo che la porta si fu chiusa, il maggiore guardò Anna. — Nicholas Sanders è venuto a cercarla.

— Sì.

— Ha idea del perché?

Anna ci pensò sopra un momento. — Posso dirle cosa mi ha detto. Voleva informazioni sulla mia ricerca, e fare una passeggiata in compagnia.

Il maggiore mosse la testa, mettendo da parte il problema. — Le persone non hanno sempre delle buone ragioni per quello che fanno. Certo non hanno sempre ragioni che noi riusciamo a comprendere. Le chiedo il suo aiuto nel trattare con quest’uomo.

— Perché?

— È possibile che non venga più a farle visita. Se lo facesse, vorremmo che si portasse dietro un registratore e che ci facesse un rapporto. La sua vita è l’osservazione; ci interesserebbe quello che pensa di vedere.

— Perché dovrei aiutarla?

Il maggiore guardò uno schermo che aveva su un ginocchio. Premette un pulsante. — Mi piace fare liste di tutto. Mi sono venute in mente tre ragioni. Aiuterà il suo governo e la sua specie. Il suo campo è l’intelligenza non umana; e l’unico, indiscutibile esempio di intelligenza non umana… — Fece una pausa e rimase in ascolto. — …vola sopra di noi, proprio in questo istante. I hwarhath. Molte delle informazioni su di loro sono protette. Io posso accedere a qualcuna di esse per lei. Non potrà renderle pubbliche ma ne sarà a conoscenza.

— La cosa mi tenta molto — disse Anna.

— La ragione numero tre è la sua medusa. — Il maggiore tacque di nuovo. — Ci troviamo di fronte a un dilemma, in questa zona. Se a Sanders interessano quelle creature, allora deve essere interessata anche la gente per cui lavora e, se lo è, allora forse le informazioni su di loro sono strategiche. Anche se non possiamo immaginare come. E, in ogni caso, forse dovrebbero essere protette.

— Aspetti un momento — disse Anna.

Il maggiore sollevò una mano. — Aspetti ad arrabbiarsi. Noi propendiamo per lasciare la situazione così com’è. Siamo interessati di più a Sanders.

— Quello che credo di capire — fece Anna — è che dovrei lavorare per lei per proteggere lo stato della mia ricerca. Se non lo faccio, potrebbe pensarci lei e io non potrei renderla pubblica.

Il maggiore annuì. — Esatto. Una minaccia, una fregatura per lei e un appello al patriottismo. Ecco cosa le offro.

— Devo pensarci sopra.

— È naturale — commentò il maggiore.

Anna si diresse alla porta. Alle sue spalle, il maggiore disse: — Sappiamo che ha parlato a Sanders del registratore che il marine Ling si porta dietro. Se decidesse di aiutarci, signora Perez, si ricordi che la sua lealtà dev’essere assoluta.

— D’accordo — ribatté Anna.

La giornata era mite, con pochissimo vento. Anna camminò lungo la stretta spiaggia ghiaiosa che delimitava la baia. Qualche insetto correva tra i sassi e il sole del mattino si rifletteva nell’acqua esattamente ad angolo retto. Qua e là, Anna riusciva a scorgere qualcosa di scintillante sotto la superficie. Una campana ondeggiante. Un tentacolo che si muoveva. A quell’ora, gli pseudosifonofori avevano cominciato il lento e attento rituale della rassicurazione e della… Esitò. Era giusto chiamarla seduzione?

Gli animali erano abbastanza vicini da toccarsi l’un l’altro, ora. Gli aculei-tentacoli venivano tenuti giù e, di tanto in tanto, si contorcevano. Era molto difficile per quegli animali non attaccarsi. A quel punto, ne era quasi sicura, i tentacoli dell’accoppiamento erano ancora arricciati al sicuro. Ma presto… nei giorni seguenti… si sarebbero distesi. L’attuale scambio di materiale era molto breve: e poi c’era il lungo e lento processo di svincolamento… non fisico, il che era facile e quasi immediato, ma emotivo. Stava di nuovo usando parole grosse, introspettive.

In seguito, per giorni, gli animali avrebbero ripetuto i loro messaggi di rassicurazione e le loro affermazioni di identità. Sono io. Non rappresento niente di male. Poco per volta, i colori si sarebbero sbiaditi; i ritmi avrebbero rallentato; gli schemi sarebbero diventati più irregolari; a uno a uno, gli pseudosifonofori si sarebbero trasferiti nell’oceano.

Si fermò a guardare la baia. Amava gli animali. Non sopportava l’idea di non rendere di dominio pubblico la loro esistenza. Chi era Nicholas per lei? Uno straniero, un traditore. Avrebbe detto di sì al maggiore.

Tornò velocemente in camera sua, temendo di cambiare idea, e telefonò in giro finché non trovò il maggiore.

Quando diede la sua risposta, il viso scuro si illuminò in un sorriso. — Brava. Venga alla zona diplomatica, questa sera. C’è qualcuno che voglio che incontri. Credo che le piacerà. E, signora… d’ora in poi, per quel che riguarda la nostra conversazione di questa mattina, tutto ciò che le dirò sarà confidenziale.

Anna annuì.

Andò a letto ma non riuscì a dormire. Non era una bella situazione. Si stava mettendo in qualcosa che era eticamente ambiguo e forse stupido e sicuramente al di sopra delle sue forze. Dopo un po’, si addormentò ed ebbe degli incubi in cui c’erano sempre la barca e molti tentacoli.

Fu svegliata dall’orologio. Si alzò, si fece una doccia, si vestì e andò nella zona diplomatica. La sera era ormai vicina e il cielo era abbastanza scuro per mostrare le stelle. Il centro della galassia risplendeva sopra di lei, striscia di luce pallida. Erano visibili due dei giganti gassosi: uno proprio sopra la sua testa (rossastro), l’altro sopra la zona (giallo).

La guardia alla porta aveva il suo nome. Un altro soldato la condusse nell’ufficio del maggiore: una stanza ampia, con le pareti ricoperte da un qualche cosa che non poteva essere legno ma ne dava una convincente impressione. Su una parete un ologramma della Terra, ripresa dallo spazio, con bianche nuvole che si muovevano e l’intero pianeta che ruotava molto lentamente.

Non c’erano scrivanie ma solo quattro sedie, basse e comode, messe in cerchio attorno a un tavolo. Sul tavolo, un servizio da tè d’argento e tre tazze di porcellana. Più o meno l’ultima cosa che Anna si era aspettata di vedere. Forse non era entrata nel mondo dello spionaggio. Forse quello era il Paese delle Meraviglie, oppure Oz.

Guardò il maggiore. Non si era trasformata nel Cappellaio Matto o nello Spaventapasseri, e l’ometto che sedeva nella sedia accanto era perfettamente comune.

— Questo è il capitano Van — disse il maggiore. — È uno dei nostri traduttori.

Lui si alzò, strinse la mano ad Anna e si sedette nuovamente. Il maggiore versò il tè. Era scuro. Indiano. C’era un piatto di piccole tartine. Il maggiore le offrì.

Il capitano Van disse: — Il maggiore ha uno strano senso dell’umorismo. Se lavorerà con noi, sarà meglio che lo sappia. Non tocca la qualità del suo lavoro.

Il maggiore sorrise e mangiò una tartina, poi prese uno schermo-computer. — Tutto quello che le dirò e che le dirà il capitano è protetto. Formalmente protetto, con sigilli e chiavi d’accesso e codici per "uso confidenziale". Ora, in certi casi, questo non sarebbe mai dovuto accadere. Il materiale non è delicato e non lo è mai stato. In altri casi, il materiale era delicato vent’anni fa ma non lo è più. In qualche caso, le daremo informazioni che non vogliamo che si sappiano in giro. In tutti i casi, lei finirebbe in grave imbarazzo se parlasse. È chiaro?

Anna annuì e prese un’altra tartina. Era deliziosa.

Il maggiore attivò lo schermo-computer. — Okay. C’è stata una nave, la Free Market Explorer, che è scomparsa vent’anni fa. — Fece una smorfia. — Il nome fa pensare a una nave da carico. Era una nave per le lunghe distanze, velocissima, la migliore che avessimo a quel tempo, ed è scomparsa nello spazio hwar. Abbiamo sempre pensato che fosse stata distrutta.

— Dell’equipaggio della Free Market Explorer faceva parte un certo Nicholas Sanders. Era un capitano della Military Intelligence. Non sarebbe dovuto esserlo. Non aveva la personalità adatta. Ma, a quel punto, era una delle poche persone che conoscessero veramente bene la lingua principale hwar.

— Il nostro uomo — osservò Anna.

Il maggiore annuì. — Non abbiamo un’identificazione sicura ma io ne sono quasi del tutto certa. Sanders aveva ventisei anni quando la nave scomparve. Ne avrebbe quarantasette, adesso, e io penso che questa sia approssimativamente l’età del nostro Nicholas. Ha vissuto per vent’anni dietro le linee del nemico.

— Desidera dell’altro tè? — chiese il capitano Van.

Anna annuì.

Il capitano lo versò e il maggiore proseguì. — Dovrò spiegarle qualcosa sul problema della raccolta d’informazioni in questa… come possiamo chiamarla? Non è mai stata dichiarata una guerra e non abbiamo mai combattuto una vera battaglia. Per quasi quarant’anni, ci sono stati viaggi d’esplorazione, missioni di spionaggio e, di tanto in tanto, qualche schermaglia.

Guardò il suo schermo. — Ci sono diversi problemi. Tanto per cominciare, l’immensità dello spazio e la natura del viaggio Ftl. Non abbiamo garanzie che gli alieni provengano da qualche posto qui vicino. Pensiamo… ma non ne siamo sicuri… che si siano espansi molto rapidamente dal loro sistema originario, come abbiamo fatto noi. Pensiamo di trovarci di fronte a due sfere enormi e quasi vuote che siano giunte a contatto, che si sfiorino. Ho detto che le sfere sono vuote. Sono piene di stelle… migliaia, forse milioni, e siamo alla ricerca di una dozzina di mondi magari abitati.

Una buona oratrice, pensò Anna, che tuttavia aveva la sensazione di partecipare a una specie di tea party per pazzi. Forse per la combinazione di enormi distanze e di piccole tartine e del piccolo capitano che sedeva tranquillo, quasi addormentato. Cominciava a sembrare un ghiro.

— Questo è un genere di problemi — disse il maggiore. — Problemi di scala. L’altro genere ha a che fare con la psicologia. Gli alieni sono paranoidi o sospettosi o forse qualcos’altro che non sappiamo, qualcosa di veramente alieno. La prima volta che li abbiamo incontrati erano pronti alla guerra. Aspettavano noi o un altro nemico. Le loro navi e le loro stazioni erano armate e delle vere trappole esplosive. Non abbiamo mai catturato una nave col suo sistema di navigazione intatto.

"E abbiamo sempre avuto problemi a interrogare gli alieni, i pochi che siamo riusciti a catturare. Dapprima, non sapevamo come parlare con loro. Alla fine, siamo riusciti a decodificare… sarebbe il termine giusto? …la loro lingua principale. E Nicholas Sanders faceva parte della squadra che l’ha fatto. È molto bravo con le lingue."

Il piccolo capitano annuì.

— Nel contempo, abbiamo avuto un altro problema, e questo non siamo stati capaci di risolverlo. Gli alieni muoiono facilmente. Se si dà loro l’occasione, si uccidono. Se ciò non è possibile, allora si rifiutano di mangiare e, se vengono nutriti forzatamente, non sopravvivono.

Quasi nessuno sopravviverebbe, pensò Anna. Si sentì male al pensiero di gente come Hattin legata da qualche parte, piena di tubi infilati da tutte le parti. Era una specie di violenza.

— È stato difficile mantenere vivi quel tanto che bastava per sapere qualcosa i pochi che siamo riusciti a catturare. Forse i primi… quelli con cui non siamo riusciti a comunicare… avevano informazioni che sarebbero state davvero utili; ma sono morti prima che potessimo interrogarli; e quelli che siamo riusciti a interrogare… — Il maggiore sembrava frustrato. — …non sono a conoscenza delle cose che vogliamo davvero sapere. Forse si è trattato di puro caso. Quanti esperti di ingegneria militare ci sono in un equipaggio, anche nell’equipaggio di una nave Ftl? E quanti esperti di navigazione? E quante le possibilità di mantenere viva una di queste persone?

"Può anche darsi che, una volta saputo che eravamo qui, il nemico abbia trasferito al sicuro, chissà dove, le persone in possesso di informazioni delicate." Fece un sorriso. Un sorriso cattivo. "Ci sono volte in cui penso di non riuscire a dire altro che: ’Non lo so. Non lo sappiamo. Non lo sanno. Nessuno lo sa’."

— Questo che cosa ha a che fare con me? — domandò Anna.

— Dopo quasi quarant’anni di tentativi, tutto ciò che conosciamo è un po’ della loro tecnologia militare e della loro cultura. Ora, ci troviamo di fronte a un uomo che ha vissuto per vent’anni tra gli alieni. E Dio solo sa cos’ha raccontato loro. Dio solo sa cos’ha imparato.

— Che cosa avete intenzione di fare?

— Di cercare di farlo tornare indietro. Una volta, è stato convinto. Forse può essere convinto di nuovo.

— E volete il mio aiuto.

Il maggiore annuì.

— Non credo che sarei brava nei panni di Mata Hari.

— Chi? — domandò il piccolo capitano.

— Una spia — rispose il maggiore. — Nella storia dell’Occidente, una donna che otteneva informazioni seducendo gli uomini.

— Ah… — Il capitano posò la tazza. — Credo che farei meglio a dirle qualcosa di più su Sanders. Ciò che ho appreso nel corso dei negoziati. — Rimase per un momento seduto, ovviamente pensieroso. — Dovrò parlarle della lingua principale dei hwarhath. Mi scuso per questo. Il maggiore le ha già dato molte notizie sul loro background.

Anna aveva la sensazione che il capitano ritenesse che le fossero già state date troppe informazioni. Perché? Le riteneva delicate? O irrilevanti? Niente di ciò che non sapeva o che non era riuscita a scoprire lo era, per quel che poteva dire, tranne il materiale sui prigionieri alieni. Non le piaceva pensare a quella gente che moriva.

— La lingua ha cinquantasei forme della seconda persona singolare — spiegò il capitano. — Le variabili sono il sesso della persona alla quale ci si rivolge, il rango comparativo delle due persone coinvolte, il grado di parentela, se ne esiste uno. Sono parenti prossimi? Lontani? O niente affatto parenti? Per finire, c’è il grado di vicinanza emotiva. Si tratta di un buon amico? Di una persona alla quale si vuole bene? Sanders ha fatto gran parte della traduzione. È sempre molto formale, molto rispettoso verso i hwarhath. Il suo titolo… addetto… non è molto importante.

— È l’unico particolare della sua situazione che mi soddisfa — disse il maggiore. — Era capitano vent’anni fa e lo è anche ora. Il fatto di aver cambiato parte non ha giovato alla sua carriera.

Il capitano Van annuì. — Quando si rivolge ai hwarhath, usa sempre una forma di "tu" che indica che sta parlando con un maschio di grado superiore, non imparentato con lui e col quale non ha alcun legame emotivo. E loro… quasi sempre… hanno risposto usando la forma reciproca, indicando che parlano con un maschio di grado inferiore, non imparentato e relativamente straniero. In ogni caso, i hwar si comportano stranamente con lui. — Il capitano fece una pausa. — Devo procedere con cautela, al riguardo. Parlo di qualcosa che è tutt’altro che sicuro. Sono… tranne il generale… troppo cortesi. Nel modo in cui si muovono attorno a lui. Gli concedono molto spazio e sono attenti a dove si trova e a quello che fa. Non si aspettano che lui ceda loro il passo; e non incontrano il suo sguardo. Sanders sta con questa gente da tanto tempo. Dovrebbe aver imparato a tenere gli occhi bassi. Ma, a volte, se ne dimentica e soltanto il generale lo guarda negli occhi. Gli altri lo evitano.

"Si comporta… e anche loro… come se fosse più importante di quello che sembra. Il che porta a una seconda considerazione. Lui e il generale, a volte, parlano in una lingua che, a quanto pare, non è conosciuta dagli altri hwar. È quasi sicuramente una lingua hwarhath, anche se non assomiglia molto a quella che abbiamo imparato. Secondo me, si tratta della lingua del generale che, sempre secondo me, non appartiene alla etnia della lingua che conosciamo." Il capitano Van sorrise. "Lo si comprende più facilmente degli altri hwarhath o di Sanders.

"Dopo aver notato tutto questo, ho cominciato a prestare maggiore attenzione a Sanders e al generale. Io non sono il traduttore principale. Non ho dovuto passare tutto il tempo a pensare ai problemi tecnici della lingua. Ho potuto, invece, concentrarmi sugli alieni come popolo.

"Una volta, alla fine di una lunghissima giornata, il generale ha cambiato lingua. Ha detto qualcosa nella sua lingua, poi è passato all’altra, e credo che ciò sia accaduto per il fatto che non ha cambiato abbastanza rapidamente il corso dei suoi pensieri. Si è rivolto a Sanders usando la forma intima del ’tu’. È una forma che non dice niente sul grado o sulla parentela. Indica soltanto il sesso della persona alla quale ci si rivolge. Il sesso è sempre importante per i hwarhath.

"Per quel che possiamo dire noi, questa forma viene usata verso i membri di una famiglia vicina alla persona, per i carissimi amici… che sono di solito amici fin dall’infanzia… e per amanti riconosciuti.

"Più tardi, ho controllato la registrazione" continuò il capitano. "Ho sentito bene il generale e poi, guardando la registrazione, sono riuscito a esaminare le altre persone del gruppo hwarhath addetto ai negoziati. Erano rimaste gelate. Un paio avevano espressioni che sarebbero potute essere di sconforto o di imbarazzo. Ho una certa difficoltà a leggere le espressioni dei hwar. La loro lingua è più facile e così pure il linguaggio dei loro corpi.

"Chi mi interessava era Sanders. Non ha affatto reagito e me ne sarei accorto se un umano fosse rimasto scioccato o imbarazzato; e quando ha risposto al generale, ha usato il titolo per intero. Non Primo Difensore, che è ciò che usa quasi sempre, ma Difensore della Terra con Onore Primo Davanti."

— Non sono sicura di seguirla — disse Anna.

— Credo che il generale stesse usando la forma che abitualmente usa con Sanders, molto verosimilmente quella che aveva usato un momento prima nell’altra lingua.

— Quando Sanders ha usato il titolo per intero, gli stava ricordando: "Quello non è appropriato, qui".

Anna ci pensò sopra un momento. — Quello che mi sta dicendo… quello che penso che mi stia dicendo… è che Nicholas ha una relazione sessuale con una persona che è ricoperta di pelo grigio.

— Be’ — disse il maggiore — lui non fa parte della famiglia del generale, e non è un amico d’infanzia, e per quello che possiamo dire, il nemico non ha ciò che chiameremmo una normale vita sessuale. Nessuno di loro ce l’ha.

Anna si mise a ridere. — Che cosa vuol dire?

— Voglio dire esattamente quello che ho detto. Abbiamo scoperto un’intera cultura, forse un’intera specie, che non pratica l’eterosessualità, se non forse… e non ne siamo sicuri… come una perversione.

— Come si riproducono?

— Lei come pensa che facciano? — Il maggiore era ovviamente a disagio. Strano, dal momento che non aveva problemi a parlare di guerra e di gente che moriva. — Moderna tecnologia medica. Inseminazione artificiale.

Il che aveva senso. Ma come si era sviluppata una cultura simile? E perché? E che cosa aveva fatto prima dello sviluppo della moderna tecnologia medica? Anna aprì la bocca per porre la prima di molte domande.

— Sono andato a vedere la scheda di Sanders — disse il maggiore. — Non c’era niente… assolutamente niente… che indicasse qualche problema in relazione alla sessualità. Tutti i suoi test psicologici erano buoni. Non si è mai sposato, ma molta gente della Mi trova difficile avere relazioni a lungo termine.

Come si verifica la predisposizione a lasciarsi sessualmente coinvolgere con degli alieni? Soprattutto se nessun alieno è disponibile? Anna tentò di immaginare una nuova versione del Mmpi.

Rispondi sì o no:

— Trovo la peluria grigia sessualmente eccitante.

— Ho fantasie su persone con gli occhi azzurri chiari e le pupille orizzontali.

Posò la tazza. — Credo di aver ricevuto informazioni sufficienti, per il momento: e sono in ritardo al lavoro. Si potrebbe continuare un’altra volta?

Il maggiore guardò il capitano, che annuì. Sembrava a disagio ma Anna aveva la sensazione che non fossero tanto gli alieni a infastidirlo quanto il maggiore. Doveva essersi sicuramente laureato in una delle scienze del comportamento. Era molto probabile che fosse meno disturbato dalle varianti che si potevano trovare nella gente e nelle loro culture.

Anna si alzò.

Il maggiore disse: — Si ricordi, nessuna di queste informazioni è per uso pubblico.

Anna non moriva dalla voglia di correre giù per la collina e di raccontare al primo che incontrava le abitudini sessuali degli alieni o di Nicholas Sanders, o che si fosse messa in qualcosa di tremendamente strano. — Non si preoccupi, maggiore. In questo momento, voglio soltanto andare a guardare un branco di creature, che sono tutte di entrambi i sessi e il cui maggiore impegno in questo momento è di organizzare la loro unica copulazione annuale. Buonasera.

Aveva un’eccellente vista della baia mentre scendeva per la collina. Era splendente di luce, come lo erano il canale e l’oceano. Sentì dapprima d’essere soprattutto sorpresa, poi cominciò a pensare alla cultura hwar. Era interessante. E prometteva di essere anche divertente. Dopo un momento, provò l’impulso irresistibile di mettersi a ridere e lo fece.


8

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Ho trascorso la serata negli alloggi del generale, a guardare un poema epico. Gwarha beveva… non velocemente, ma con costanza, il che significava che, per la fine della serata, si sarebbe sbronzato. Questo è un problema che non migliora. (Grazie per l’avvertimento.)

Io ho bevuto del vino. Lui ne aveva portato una mezza dozzina di bottiglie dal party sulla terraferma. Non ho bevuto molto. Non sono più abituato all’alcol e se tutti e due ci fossimo ubriacati, avremmo finito col metterci a discutere della recita o dei negoziati.

Lui aveva messo l’olografo sulla parete lontana, di fronte al divano, che era lungo e basso e non particolarmente comodo. L’arredamento hwarhath non è disegnato per gente della mia altezza. Quando ha attivato la macchina, il muro è scomparso; c’era il palco con due uomini, vestiti con armature dai colori vivaci. Lunghe piume erano attaccate agli elmi e ondeggiavano a ogni minimo movimento. Sarebbe dovuto essere divertente, ma non lo era. Gli uomini stavano l’uno quasi di fronte all’altro e i loro sguardi si incrociavano, come spade all’inizio di un duello. C’era musica, gli strani rumori hwarhath che, dopo vent’anni, sono finalmente riuscito a sentire come musica. Il pezzo era nuovo, ma ripeteva una vecchissima storia, e gli strumenti erano deliberatamente antichi: ritmi, una campana, un fischietto e un tamburo.

Gwarha aveva lo sguardo intento che ha quando si appresta a guardare una di queste maledettissime sciocchezze. (?) Mi sono preparato a non ascoltare.

La musica è cessata. Gli uomini si sono messi l’uno di fronte all’altro e la rappresentazione è cominciata.

All’inizio, la cosa mi interessava, quando ancora avevo tutto da imparare sui hwarhath. I costumi sono sempre splendidi e i lavori in sé possono avere la bellezza frugale di una recita Noh. Non durano quasi mai più di un mezzo ikun. Non hanno quasi mai più di cinque personaggi. I dialoghi sono brevi e le scene pressoché inesistenti. Trattano sempre di uomini alle prese con spiacevoli problemi etici: un conflitto tra due tipi di onore, un conflitto tra due lealtà pari e opposte.

L’onore personale contro una stirpe.

Una stirpe contro il Popolo.

Scelte impossibili, che devono essere fatte in poco più di un’ora. E la maggior parte delle volte, si muore, alla fine, qualunque sia stata la scelta.

Mi hanno interessato un po’ più a lungo i drammi in cui sono coinvolte le donne. (I ruoli femminili sono ricoperti da uomini, naturalmente. Questa è una forma artistica interamente maschile.)

Che cosa fa un uomo quando scopre che sua madre è un pericolo per la stirpe? Si tratta di un problema pauroso. Non c’è modo per un qualsiasi uomo hwarhath sano di fare violenza a una donna o a un bambino. Ma la stirpe… come donne e bambini… dev’essere difesa.

Un dilemma serio.

Sono rimasto interessato, credo, perché era così difficile scoprire qualcosa sulle donne hwarhath… perlomeno per me, che vivo sul perimetro. (Gwarha non è tipo da prendere una casa umana per far visita alla sacra famiglia e alle zie.) (Penso che non farò commenti, qui.)

Alla stessa categoria dei drammi delle donne, o forse a una categoria leggermente diversa, appartengono i drammi sull’amore eterosessuale. Mi hanno sempre colpito perché strani. La mia reazione è scioccante per i hwarhath. Per loro, questi drammi hanno un fascino negativo. Ai bambini non viene mai concesso di vederli: e, a volte, quando la tendenza dell’Intreccio è conservatrice, sono stati interamente banditi. Sono sempre violenti e spesso al limite dell’abiezione. Finiscono sempre nella follia e nel sangue.

Frequentemente, alla fine, dopo che i corpi sono usciti di scena, il personaggio principale torna e recita un epilogo. (Le morali d’amore dei hwarhath.) Questo è ciò che avviene quando la violenza dal perimetro viene portata al centro. Tutto è distrutto. La famiglia non può sopravvivere.

C’è un ultimo tipo di poema epico che (credo) mi interessa ancora. I lavori sui rahaka: gli uomini che non muoiono, che continuano a vivere quando ogni persona normale sceglierebbe l’opzione.

Per esempio, un uomo la cui stirpe è stata distrutta: gli uomini uccisi tranne lui, le donne e i bambini integrati in un’altra stirpe. Ogni legame che ha col mondo è stato interrotto, ma lui lotta per sopravvivere. Verso quale fine? Perché? È un problema che affascina i hwarhath. Loro muoiono facilmente, in confronto agli umani, e non capiscono cosa induca certa gente a continuare senza alcuna buona ragione. Immaginano, perlopiù, che si tratti di un qualche difetto di carattere; ma, a volte, hanno il sospetto che sia un altro genere di eroismo.

C’è un famoso e vecchio pezzo su un guerriero che sta lentamente morendo per una qualche terribile malattia. Si siede sul palco. Fantasmi e persone lo vengono a trovare. Parlano. Gli viene offerta l’opzione. Non la coglie. Continua, invece, lentamente a morire. Più tardi, nel dramma (dura più del normale), si sdraia, troppo debole per stare ancora seduto. Alla fine della rappresentazione, respira a malapena.

Tutto sommato, preferisco la commedia.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


9

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Il giorno dopo, Anna si procurò un registratore. Sembrava un orologio da polso e, in realtà, segnava anche il tempo. Se lo mise in una tasca. Nicholas forse aveva notato che non portava mai alcun genere di cronometro.

Diversi giorni dopo, Nicholas chiamò e combinò un incontro alla barca per il tardo pomeriggio, un paio d’ore prima che lei iniziasse il turno. Il tempo era rimasto mite e calmo. Si sedettero in coperta. Questa volta, Nicholas portava un’uniforme grigia hwarhath, attillata. Sembrava perfetta. Apparentemente, il problema non consisteva nei sarti hwar quanto nel senso che i hwar avevano della moda umana. Nicholas aveva un paio di occhiali da sole umani: montatura di metallo dorato e lenti che luccicavano come il dorso di uno scarafaggio, verde iridescente.

Hattin portava occhiali da sole hwar rettangolari, con lenti nere e pesantissima montatura di plastica anch’essa nera. Sembravano belli sulla faccia piatta dell’alieno. Sarebbero stati malissimo su un umano.

— Non è soltanto una questione di stile — disse Nicholas. — Le orecchie dei hwarhath sono più spostate verso l’alto sulla testa e il naso è molto più largo e più piatto del naso di un umano. Io non riesco a portarli. Potrei farmene fare un paio, ma non sembra valerne la pena. Trascorro la maggior parte del tempo al chiuso.

Appoggiò i piedi sul parapetto e guardò la baia, che scintillava nella luce bassa e obliqua. — In teoria, sono qui per chiederle delle sue creature. Come penso di averle detto, il generale ha una curiosità a vasto raggio. Gli interessa l’intelligenza aliena… quella umana, soprattutto, ma qualunque cosa riesca a trovare. Credo di essere dell’umore adatto per qualcos’altro che le gigantesche e forse intelligenti meduse. Perché non mi parla della Terra?

Il soldato umano si mosse a disagio. Era una persona nuova, questa volta: un ragazzo robusto con lineamenti che non appartenevano ad alcun gruppo etnico che lei conoscesse. Del Mar Nero, forse? La stretta striscia di capelli era tagliata corta e tinta d’un color rosso mattone che si adattava molto bene alla sua pelle leggermente scura. Anna non avrebbe saputo dire di che colore fossero le sue iridi. Erano coperte da lenti a contatto nere e lucide.

— Niente d’importanza strategica — aggiunse Nicholas, dopo aver lanciato un’occhiata al soldato.

Anna aveva bisogno di tempo per stabilire che cosa potesse essere di importanza strategica. — Le manca?

— La Terra? A volte. — Lui fece una pausa. — Non credo nei rimpianti. Ci sono emozioni che ti intrappolano, che fanno finire la tua vita al punto in cui è arrivata e ti fanno rimpiangere che sia una sola. Preferisco stare in movimento, il che significa che cerco di pensare alla situazione in cui mi trovo proprio in questo momento e a cosa posso farne. — Guardò da sopra il bordo degli occhiali e sorrise. — Non credo poi nella sofferenza della solitudine. Mi mancano soprattutto le cose pratiche e normali. Lenti a contatto umane decenti. Il caffè. Ci sono giorni… ancora, dopo tutti questi anni… in cui penso che ucciderei per una tazza di caffè.

— A questo si può rimediare. — Anna si alzò, entrò nella cabina e chiese a Maria di preparare un bricco di caffè.

— Spero che tu sappia quello che fai, Anna — disse Maria.

— Forse. — Anna tornò fuori, si sedette e gli raccontò della sua ultima visita a New York, che non era cambiata molto dai tempi in cui l’aveva vista lui. Era ancora enorme, sporca, malandata e splendida. Come sempre, in fase di costruzione. Le mostruose torri di vetro del trascorso ventesimo secolo, folli divoratrici di energia, erano quasi tutte sparite. (Qualcuna era stata conservata come cimelio storico.) Lo stile architettonico più recente era Nostalgia dell’Età dell’Oro.

— Lo chiamano così? — domandò Nicholas.

Lei annuì. — Muri di mattoni e pietra. Pozzi di ventilazione. Finestre che si aprono. Doccioni.

— Che cos’ha fatto? Un giro architettonico?

Lei annuì di nuovo. — E un giro del sistema di dighe e di argini. Alla fine, hanno dovuto chiudere completamente il porto. Era l’unico modo per tenere l’oceano lontano dalla città. Il porto non esiste più.

— È un peccato.

Maria portò il caffè e lo posò, poi si mise sulla porta della cabina, ad ascoltare. Proveniva dall’America centrale ed era quasi un’indiana pura con la pelle color rame scuro e lunghi capelli neri, belli e dritti.

Anna gli raccontò degli spettacoli che aveva visto durante la visita. Sicuramente non c’era niente di strategico in La vendetta dell’Uomo Lupo o Misura per misura.

— Quello è uno spettacolo che non mi dispiacerebbe rivedere — osservò lui. — Ricorda il discorso che il duca fa a Claudio, quando quel povero pazzo è in prigione, condannato a morte per fornicazione? È quello che comincia con: "Sii perfetto per la morte". È un verso che suona meravigliosamente! E poi lui continua con un’argomentazione dopo l’altra sul perché non valga la pena continuare a vivere.


Ragiona perciò con la vita:

Se perdo te, perdo una cosa

Che nessuno se non un pazzo terrebbe.


"Che lingua meravigliosa! E che cumulo di stronzate!" Assaggiò il caffè. "Non è come me lo ricordo."

— Quello è caffè buono che arriva dal Nicaragua — spiegò Maria. — E io so come prepararlo.

Lui sollevò una mano, in un gesto di scusa. — È passato tanto tempo, signora. Sono sicuro d’averlo dimenticato.

— Per vent’anni ha ricordato quel passaggio di Shakespeare? — domandò Anna.

— No. I hwarhath hanno raccolto molti strani pezzettini di cultura umana, incluse tutte le commedie di William Shakespeare e molta letteratura cinese tradotta. Mi chiedo se questa sia un’informazione strategica. Le dice qualcosa di utile sui hwarhath sapere che non hanno mai avuto l’occasione di leggere Ibsen?

La conversazione continuò per un po’, poi sconfinò nella moda. Nicholas aveva soltanto un blando interesse in proposito, fatta eccezione per le nuove divise militari. Il che, disse, era qualcosa che lo affascinava. — E mi fa sentire contento d’aver cambiato parte. Per niente al mondo mi farei tagliare i capelli come Maksud.

Il soldato umano aggrottò la fronte.

— Fermiamoci alla nuova moda dei civili — disse Anna. — Non può essere di alcuna importanza strategica.

— Non è neppure attraente — commentò Maria. Aveva una rivista nella cabina della barca, non di moda ma di cultura popolare. — È sempre la stessa cosa, soprattutto al nord. Gli yankee hanno sempre avuto uno stile di vita confuso. Non hanno una vera politica o una vera religione.

— Da dove viene lei? — domandò Anna.

— Originariamente? Dal deserto. Il Kansas. Me ne sono andato non appena ho potuto. Ricordo d’aver letto, una volta, un’intervista a qualcuno… non ricordo chi… una scrittrice del Kansas. Diceva che da bambina amava Il Mago di Oz perché le diceva che era possibile andarsene dal Kansas. — Nicholas sorrise. — Mi è sempre piaciuta quella storia.

Maria andò a prendere la rivista. Nicholas l’accese, spostandosi leggermente perché lo schermo fosse in ombra. (Ma, questa volta, il sole era basso, quasi dietro la zona diplomatica.) Ci fu un’esplosione di colori e di musica. Nicholas abbassò il volume.

Anna non riusciva a vedere le immagini dal punto in cui sedeva. Ma non aveva importanza. Preferiva guardare Nicholas. Lui guardò per un momento la rivista, poi sospirò e si tolse gli occhiali da sole. — Non si è provato l’inferno finché non si è costretti a portare le lenti bifocali degli alieni — disse e tirò fuori un altro paio di occhiali da una tasca. Erano di fattura decisamente hwar: lenti rettangolari e pesante montatura metallica. — Questi sono fatti su ordinazione. Vanno benissimo e le lenti fanno il lavoro che devono fare, ma li guardi… — Se li mise. Erano assolutamente orribili. Maria si portò una mano alla bocca.

— Continuo a sperare che i hwarhath catturino una nave con un buon ottico, ma finora non ho avuto fortuna.

— Sono veramente bifocali? — domandò Anna. — Non glieli ho mai visti, prima d’ora.

— Grazie a Dio, non mi serve quasi alcuna correzione per la vista da lontano. È più facile farne a meno, salvo quando leggo. — Nicholas premette Play sulla rivista. Altri colori ondeggiarono. Di tanto in tanto, diceva: — Non scherziamo.

Hattin guardò da sopra la spalla. Il soldato umano distolse lo sguardo, il che significava… quasi certamente… che apparteneva a una setta religiosa conservatrice.

Dopo un po’, Hattin parlò. Nicholas sollevò la testa e sorrise. — Dice che è tutto ridicolo o disgustoso. È un peccato che lui e Maksud non parlino la stessa lingua. Potrebbero mettere insieme un bel duetto di indignati prima di scoprire quanto siano diverse le loro culture.

Il soldato umano aggrottò di nuovo la fronte. Hattin aveva l’aria serena di sempre, anche se non guardava più la rivista. Guardava invece la baia, tralasciando la cultura popolare umana senza neppure scrollare le spalle. Anna, naturalmente, non aveva idea se gli alieni scrollassero le spalle o avessero un qualche gesto equivalente.

— Che cosa pensa di lei Hattin? — chiese.

— Fa parte della guardia personale del generale ed è molto leale. Se Ettin Gwarha dice che sono a posto, questo gli basta. Non tocca a lui ragionare sul perché. Se vuole scusarmi, finirò questo articolo. Chi mai chiamerebbe un gruppo musicale Stalin ed Epigoni?

Lesse, le spalle curve, lo sguardo intento. Anna guardò il cielo sopra la zona diplomatica. Era striato da piccole nubi.

Una strana giornata. Le era piaciuta, fatta eccezione per il registratore che aveva in tasca. Si sentiva una traditrice, anche se era lei la persona leale.

Nicholas finì l’articolo, poi ascoltò il saggio di registrazione di Stalin ed Epigoni che era incluso. — Orribile, ma, del resto… se ho capito l’articolo… dev’esserlo. — Spense la rivista e la restituì a Maria. — Grazie. Qualcuno sa l’ora?

Anna non tirò fuori il registratore. Fu Maria, invece, a entrare nella cabina per controllare.

Nicholas si tolse gli occhiali alieni e li mise via. — La prossima volta, le chiederò delle sue creature. Come stanno?

— Benissimo. La settimana prossima o giù di lì si dovrebbe avere la massima esibizione di luci. Poi, diminuiranno e si attenueranno.

— Incredibile da vedere. Ho fatto delle passeggiate sulla spiaggia, di notte. Naturalmente, non si ha neanche la metà della vista che offre la baia. Tuttavia, per quello che sono riuscito a vedere, l’oceano è punteggiato di luci. — Tacque per un momento, pensieroso. — Suppongo che dovrei aggiungere che l’isola ha delle difese perimetrali molto buone.

Se ne andò, seguito dai soldati.

Maria commentò: — Hai degli amici molto strani.

— Non lo definirei un amico. Un conoscente.

— Qualunque cosa sia, mi pare di capire che ti piaccia. Ma non c’è alcun genere di futuro nel fare la sua conoscenza.

— Questo è poco ma sicuro.

La sera dopo, Anna salì alla zona diplomatica e fece rapporto al maggiore nell’ufficio con le pareti ricoperte di pannelli di finto legno scuro. La Terra continuava a girare sul muro; le nuvole erano più vaste di prima.

Quando ebbe finito, il maggiore disse: — Sfortunatamente, Sanders ha ragione sulle difese dell’isola. L’unico modo per arrivare a lui è qui. — Tacque per un po’. — E c’è una domanda su quanto dureranno ancora i negoziati. — La donna guardò la Terra.

Il capitano Van versò il tè. — Dovevano essere solo dei preliminari… per scoprire se potevamo veramente incontrarci faccia a faccia, per stabilire una procedura per ulteriori negoziati e per prendere decisioni su particolari minori. L’arredamento, per esempio.

— È la terza volta che sento parlare di arredamento — disse Anna.

Il capitano sorrise. — Ai hwar piace sedere più vicino al pavimento di quanto facciamo noi, e non vogliono che li sovrastiamo; perciò, nella sala delle conferenze, dobbiamo negoziare l’altezza delle sedie. E desiderano che ci liberiamo del tavolo. Dicono che non si può fare una conversazione seria con un grosso pezzo di plastica in mezzo; per loro parlare faccia a faccia significa parlare in ginocchio.

Il maggiore, alla fine, distolse lo sguardo dal pianeta rotante. — Continui così, signora Perez. E grazie.

Anna se ne andò. Lo spettacolo di luci nella baia era veramente grandioso, quella sera. Scese giù per la collina, diretta alla stazione, pensando per tutto il tempo a Nicholas che passeggiava sull’isola, all’estremità buia di quel mare dai lampi azzurro-verdi e arancione.


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Gran parte del mio diario è altrove: alla stazione Tailin o sulla nave. (La Maratoneta dello Spazio Hawata. Un bel nome, sebbene mi sia appena reso conto di non essere del tutto sicuro di che cosa sia una hawata. Ci sono cose sul Popolo che ancora non conosco e alcune di esse sono normali e ovvie.) (Sì.) Tutto ciò che ho qui sono le registrazioni che ho fatto da quando sono arrivato su questo pianeta. Non posso fare una ricerca e trovare il filo del discorso che ci ha condotti alla situazione attuale. Tutte quelle conversazioni hanno avuto luogo prima, sulla nave o a Tailin. Perciò, vado a memoria. Il generale direbbe che è una perdita di tempo. Abbiamo preso la nostra decisione. Non ci sono informazioni nuove, motivi di ripensamento. Meglio dedicarci completamente a qualcos’altro. Immagino, che diavolo. Non può farci alcun male.

(Non farò alcun commento.)

L’idea era semplice. Fare un piccolo… un piccolissimo… cambiamento nella situazione che esisteva in merito agli umani. Provare a piazzare qualche piccola informazione dall’altra parte.

Il generale non era sicuro di quanto lontano volesse spingersi in questa direzione. (Sì.) E a me non piacciono i piani complicati. Funzionano nell’olografo, ma nella vita reale ti si ritorcono contro e ti colpiscono tra gli occhi. Esistono troppe variabili nella realtà.

Va meglio una piccola azione. Falla. Vedi cosa accade. Poi fa’ qualcos’altro.

La nostra piccola azione era di portare me ai negoziati. Non è stato del tutto facile. Gli altri frontisti (alcuni di loro, perlomeno) volevano tenere segreta la mia esistenza. Ma il generale è riuscito a convincerli. Io sono in prima linea come esperto di umanità.

C’era… c’è… un elemento di rischio che turba me più di quanto non turbi il generale. Ma bisognava accettarlo. È un così bel modo di raccogliere informazioni!

Drammatico. Sapevamo che gli umani avrebbero prestato attenzione.

Veloce. Sarebbe bastato un momento… un’occhiata a me… per trasmettere tutto quello che volevamo dire.

E pubblico. Il generale non vuole trattare col nemico in privato.

Io non dovevo fare altro che scendere dall’aereo sotto quel diluvio.

Abbiamo detto al nemico che era possibile per degli umani vivere con e tra i hwarhath.

Abbiamo detto loro che era possibile per degli umani avviare trattative con i hwarhath.

Abbiamo detto loro che era possibile per degli umani lavorare con e per i hwarhath.

(Quest’ultima cosa è ambigua. Ma a me sembra che impiego, oppressione e schiavitù siano tutti rapporti tra esseri che, almeno fino a un certo punto, sono simili. Non ci si serve di un grosso squalo bianco o di un albero, o non li si schiavizza. Si ignora o si distrugge ciò che è veramente alieno.)

(Questo è un brutto discorso. Posso già dirlo. E, allora, gatti e cani? E le mucche? E le pecore? Muschi e licheni? Lieviti? Come non detto.)

(Prego spiegare tutto subito e faccia a faccia.)

Abbiamo attirato la loro attenzione sul generale, come su qualcuno con un interesse e una conoscenza insoliti dell’umanità, e su di me. Abbiamo detto al nemico che c’era qualcuno che non è alieno, qualcuno che loro possono… senza ombra di dubbio… capire, che vive tra i hwarhath.

Fortunatamente, i diplomatici hanno ricevuto il messaggio. La Mi è un’altra cosa. Sono loro il motivo della mia preoccupazione.


Ho guardato hawata. È un grande animale predatore che vola, simile a un uccello, e che vive sul pianeta hwarhath d’origine, su due dei tre continenti settentrionali. Prima si trovava su tutti e cinque i continenti, ma la civiltà ne ha ridotto la diffusione. Lo si trova adesso nei racconti popolari e in mitologia, sebbene solo nell’emisfero settentrionale. A quanto pare, si è estinto da troppo tempo al sud.

Secondo la leggenda, l’hawata ruba neonati e bambini. (Si tratta solo di una leggenda. Secondo gli scienziati, non esiste alcun caso autenticato.) Nella normale stesura del mito o della storia dell’hawata, un bambino viene rubato ma non mangiato. Lui, o lei, viene invece salvato dalla gente di un’altra stirpe e cresciuto come uno di loro.

Col tempo, naturalmente, viene scoperta la vera linea di discendenza del bambino, attraverso un qualche oggetto (un gioiello che il bambino portava quando l’hawata lo ha preso) o attraverso una peculiarità fisica. Il bambino ha strani occhi o una striscia scura lungo la schiena.

Se la storia è una commedia, la scoperta porta a una riconciliazione: i discendenti del nemico mettono fine alla guerra quando scoprono di avere in comune un figlio o una figlia. Spesso, comunque, la storia è tragica. Gli amanti scoprono di essere fratelli e che il loro amore è proibito. Un uomo scopre, all’inizio della battaglia, che i nemici sono suoi parenti stretti. E deve scegliere.

Per un qualche motivo, l’hawata non compare mai in nessun lavoro sugli animali e per quello che posso scoprire non c’è mai stato un poema epico che si ispiri a un rapimento da parte dell’hawata. Sembra una scelta naturale. Riesco perfino a immaginare l’atroce scena finale.

Sarà meglio che mandi un messaggio a Eh Matsehar.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


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Per più di una settimana, Anna non ebbe notizie di Nicholas. Meglio. Il rito dell’accoppiamento nella baia stava raggiungendo l’apogeo. Era quella la parola giusta? Avrebbe controllato su un vocabolario quando ne avesse avuto il tempo.

Di giorno, l’acqua era pervasa di messaggi chimici, alcuni dei quali venivano captati da sensori piazzati sotto piccoli galleggianti o boe. Li aveva sistemati Yoshi, una mattina, quando la migrazione era appena iniziata. Punteggiavano la baia. Per il momento non c’era modo di raggiungerli senza disturbare gli animali in corteggiamento; ma trasmettevano analisi via radio a brevi intervalli di tempo.

Gli animali si servivano anche di segnali visivi. Ciò non serviva tanto a comunicare, pensava Anna, quanto a eccitare. Nelle giornate limpide, i segnali erano a malapena visibili. Ma il più delle volte le giornate erano coperte. L’acqua grigia scintillava e luccicava sotto un cielo pieno di nubi grigio scuro.

Di notte, naturalmente, lo spettacolo era incredibile: rosa, rosso, verde, blu, giallo, arancione chiaro e bianco. I colori riempivano la baia e si spostavano verso l’oceano aperto. In un paio di occasioni, con le nubi particolarmente basse, le luci avevano scintillato sopra la sua testa, nel cielo della notte: riflessi, tenui e pallidi, e difficili a vedersi, ma c’erano. Anna dormiva pochissimo.

Un pomeriggio, Nicholas chiamò. — Il generale parteciperà a un altro party. Altra sbornia e altre tartine. Non voglio saperne. Posso venire a disturbarla?

Merda, pensò Anna. Non riusciva a tenere aperti gli occhi e le sembrava di avere la testa piena di polvere grigia.

— Alle sedici e zero zero — disse. — Dovrei essere sveglia, a quell’ora. Vediamoci alla barca. È degli animali che vuole parlare, questa volta?

— Anche. — Lui sorrise brevemente e spense. Anna tornò a letto.

Mezz’ora dopo, la Uc suonò di nuovo. Anna imprecò e strisciò fuori da sotto la coperta.

Questa volta era il maggiore Ndo. — Può venire qui? Il più presto possibile.

Anna aprì la bocca.

Il maggiore aggrottò la fronte. — È importante, signora Perez.

— D’accordo.

— Bene. — Il maggiore fece un largo sorriso, mettendo in mostra i denti. Predatore, pensò Anna.

Si vestì e salì sulla collina. Il cielo era nuvoloso. Soffiava un vento freddo che piegava gli steli nudi delle spore rossastre e che le agitava i capelli, facendoglieli ricadere sul viso. Di tanto in tanto, sentiva una goccia di pioggia.

Il capitano Van l’aspettava all’entrata della zona, con aria preoccupata.

— Che cosa succede?

Lui si mise un dito davanti alle labbra: il gesto che nel linguaggio internazionale indica di fare silenzio.

Anna annuì e lui la condusse all’ascensore. Scesero di un piano e uscirono in un corridoio. I tubi sul soffitto emanavano una luce istituzionale pallida e dura. L’aria aveva un aroma sterile. Di cosa?, si chiese lei. Di metallo e cemento.

— Che cos’è questo? — domandò Anna.

— Un seminterrato.

Superarono una porta di metallo grigio e scesero per una rampa di scale, poi entrarono in un altro corridoio. La cosa diventava sempre più curiosa. Perché una costruzione temporanea aveva bisogno di un sottoseminterrato? Alla fine del corridoio c’era un’altra porta metallica. Lui si fermò e premette un pulsante nel muro. Anna udì un ronzio e sollevò la testa. Una telecamera, piccola e nera, girava lentamente. Si fermò e puntò su di lei la luce rossa.

La porta si aprì; il capitano le indicò di entrare e Anna obbedì.

Fece fatica ad assorbire la scena. Era troppo complessa. Una stanza con le pareti di cemento, una scrivania di metallo grigio e il maggiore, seduto dietro la scrivania: quella fu la prima immagine. In piedi, a destra della scrivania, c’era un uomo. Era alto e magro, portava dei pantaloni marroni, una camicia marrone e la giacca. Nicholas, pensò lei per un istante, che stringeva un patto con la Terra.

Poi vide tre persone sul lato sinistro della stanza, contro il muro. Un uomo seduto su una sedia, la testa china, le braccia sulle ginocchia e le mani strette. Due soldati, entrambi umani, lo affiancavano. Uno era Maksud. L’altro, un indiano meridionale piccolo e scuro, le era sconosciuto.

L’uomo seduto sollevò la testa. Nicholas. Aveva il viso a chiazze bianche e rosse e una stranissima espressione negli occhi. Anna non avrebbe saputo leggerla. Lo sguardo passava da lei, al capitano Van, al maggiore per posarsi poi sulla porta, che era chiusa.

Nicholas era terrorizzato. Il che spiegava il cambiamento di colorito e l’espressione degli occhi.

— Che cosa succede? — domandò Anna. — E dov’è l’altra guardia? L’alieno? Hattin?

— Dovrebbe essere ovvio cosa succede — rispose il maggiore. — Questa è la migliore occasione che ci è capitata di prendere Sanders. I hwar non si aspettano di vederlo fino a questa sera tardi. Abbiamo cinque ore, forse sei o sette, per portarlo via da qui. Ci serve il suo aiuto.

— Perché?

— Una diversione — disse il maggiore. — Vogliamo che lei vada sulla barca col tenente Gislason. — Annuì in direzione dell’uomo che assomigliava a Nicholas. — Che porti la barca al largo. Vogliamo che i hwar guardino nella direzione sbagliata. Vogliamo far loro credere che Sanders possa essersene andato di sua spontanea volontà. Ha mostrato per lei un evidente interesse.

— Lei è pazza. Non c’è alcun posto dove andare su questo pianeta. È vuoto. E io non interesso a lui. Per amor del cielo, proprio lei mi ha detto che il generale hwar è il suo amante.

Anna continuava a guardare Nicholas con la coda dell’occhio. Lui faceva piccoli movimenti nervosi, sollevando la testa, abbassandola, spostandosi come se si preparasse a correre, poi esitando sempre. Non aveva alcun posto dove andare, nessuna speranza di uscire dalla porta. Era chiaro che lo sapeva, ma non riusciva a stare immobile. La reazione combatti-o-fuggi era troppo forte.

Il maggiore disse: — Secondo le nostre registrazioni, lui era un maschio perfettamente normale ed eterosessuale, vent’anni fa. Forse è tornato tale. Come farebbero a saperlo gli alieni? Non possono essere degli esperti in fatto di sessualità umana; e a noi non interessa molto di quello che pensano che succeda… una gita, un weekend romantico… purché guardino verso l’oceano. — Fece una pausa e fissò Anna. — Non possiamo lasciarci scappare quest’occasione. Ci sono vent’anni di informazioni in quest’uomo. Dobbiamo trattenerlo.

— Non crederanno che se ne sia andato di sua spontanea volontà — replicò Anna. — Pensate chi è quest’uomo. Non lo lasceranno scomparire. Metteranno sottosopra la zona diplomatica.

Il maggiore scosse la testa, la luce che colpiva il cranio calvo e scuro. — Grazie a Sanders, i hwar sanno di noi più di quanto noi sappiamo di loro, ma noi abbiamo imparato alcune cose. Farebbero di tutto per proteggere o salvare donne e bambini. Ma per loro, tutti gli uomini sono sacrificabili. La nostra gente è sicurissima di questo. Credono… gli alieni, intendo… che sia nella natura degli uomini litigare e combattere. È destino degli uomini morire in modo violento. Quando accade, accade. Que sera sera. Così vuole la Dea. Il generale Ettin non rischierà di mettere fine ai negoziati a causa di un uomo.

— Nick? È vero?

Lui sollevò la testa, quella strana espressione vacua ancora negli occhi. — Sì — rispose dopo un momento.

— Non abbiamo tempo per continuare a discutere — disse il maggiore. — Ci aiuterà, signora Perez?

— Ho scelta?

— Nessuna, se vuole pubblicare la sua ricerca e se ci tiene a portare in salvo la barca senza danneggiare alcuno dei suoi animali. Noi andremo avanti, signora Perez, con o senza il suo aiuto.

La loro storia… il weekend romantico… richiedeva che lei sparisse. Anna ebbe l’improvvisa sensazione che se avesse rifiutato, sarebbe rimasta in quella stanza, prigioniera come Nicholas.

Perciò, ecco che scelta aveva. Da una parte, la sua libertà, la ricerca e la salvezza degli animali nella baia. Dall’altra, solo la sua integrità personale e la spiacevolezza di essere usata. Non era neppure il caso di prendere in considerazione Nicholas. Non poteva fare niente per lui. Se rifiutava di collaborare, il maggiore avrebbe trovato qualche altra strada per portarlo via dalla zona diplomatica.

Lo guardò. Anche lui la stava guardando, lo sguardo fermo, che prima non aveva avuto, e un’ovvia tensione nel corpo. Si teneva immobile per uno sforzo di volontà, servendosi dello sguardo per supplicarla. Per cosa?

Anna annuì al maggiore. — D’accordo.

Nicholas abbassò la testa.

— Bene — fece il maggiore. — Yoshi Nagamitsu adesso è sulla barca. Lo chiami e gli dica che arriverà in anticipo. Che può andare.

Anna fece un passo verso la scrivania.

— Non qui — l’avvertì il maggiore. — Gislason l’accompagnerà in un’altra stanza. Quando lascerà questo piano della zona diplomatica, faccia attenzione a ciò che dice. I hwar hanno dei congegni d’ascolto veramente sofisticati. Non per causa nostra. A quanto pare, si spiano l’un l’altro.

Huh, pensò Anna.

— Grazie per il suo aiuto, signora Perez. Ce ne ricorderemo.

Anna se ne andò con Gislason. Quando la porta si aprì, lanciò un’ultima occhiata a Nicholas. Lui fissava il pavimento, le spalle curve: la posa di un uomo che ha ricevuto… cosa? Una sentenza di morte?

La porta si chiuse. Gislason disse: — Da questa parte, signora. — E la scortò per il corridoio fino a una stanza simile alla prima: muri di cemento grigio chiaro, moquette grigia e una scrivania di metallo grigio con un’unità di comunicazione. Anna chiamò Yoshi.

Di solito, lui era meticoloso quanto al restare fino alla fine del turno ma, questa volta, era ansioso di andarsene. Anna non sapeva se fosse un bene o un male. Se Yoshi fosse stato riluttante a lasciare la barca, lei sarebbe forse sfuggita a quello stupido complotto. Ma forse no. Il maggiore sembrava deciso. Spense la Uc e guardò Gislason.

Non era poi così somigliante a Nicholas. L’altezza era la stessa e anche la costituzione e il colorito. Aveva la stessa pelle pallida e i capelli biondo-grigio. Gli occhi erano verdi, ma molto più chiari di quelli di Nick. Il viso, però, era diverso: dall’ossatura forte, nordico. Bello, anche se non del tipo che a lei piaceva in modo particolare.

— Che cosa gli accadrà? — domandò Anna.

— A Sanders? Dovrebbe chiederlo al maggiore. — Gislason aveva un leggerissimo accento scandinavo.

— Era terrorizzato.

Lui scrollò le spalle. — Si aspetta del coraggio da un uomo simile? Abbiamo un programma intenso, signora. Dobbiamo andare.


12

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Risalirono al pianterreno senza incontrare nessuno né sulle scale né in ascensore. A causa del party? Del ricevimento diplomatico? Erano tutti lì? Oppure quella gente smetteva presto di lavorare?

Non rifecero la strada che Anna aveva fatto con il capitano Van. Gislason la condusse invece per un altro corridoio e a una porta con l’indicazione SOLO USCITA D’EMERGENZA, ALLARME ATTIVATO. Aprì e non accadde nulla, fatta eccezione per la raffica di vento freddo e pioggia che irruppe dentro.

Le fece un gesto. Anna si allacciò la giacca, si tirò su il cappuccio e uscì. Il cielo cominciava a imbrunire e la temperatura stava calando. E pioveva. Una brutta sera.

Lui la seguì fuori, chiudendosi la porta alle spalle.

— In realtà, con questo tempo, non dovremmo uscire con la barca — osservò Anna.

Lui si portò un dito alle labbra. Girarono attorno alla zona diplomatica, seguendo un sentiero tracciato nella folta e spugnosa vegetazione simile a muschio. Davanti all’ingresso principale, il loro sentiero incontrava quello che scendeva giù per la collina. Quest’ultimo era meglio disegnato: fatto con macchine e pavimentato di ghiaia presa da una delle spiagge. Le pietre erano tonde e scivolose, l’appoggio per i piedi incerto. Anna s’avviò lentamente, Gislason dietro.

Più ci pensava, più era colta da incertezza su quel piano. Nicholas sapeva molto più di lei sulla Mi. Non pensava che il comportamento che gli aveva visto assumere fosse dovuto a codardia. Nicholas sapeva quello che stavano per fare e ne aveva semplicemente paura. Anna non aveva mai visto nessuno più spaventato di lui.

Pensò ai servizi segreti della storia moderna: le Ss, la Cia, il Kgb e altri con nomi che non ricordava più per averli sentiti soltanto a scuola per le atrocità commesse. In teoria, le cose erano andate migliorando. Ma poteva darlo per certo?

Le venne in mente, mentre scivolava giù dalla collina verso le luci gialle della stazione di ricerca, che non aveva alcuna prova che qualcuno dei diplomatici fosse coinvolto in quel rapimento. Se le cose stavano così, se il maggiore stava operando di sua iniziativa, allora lei… Anna… stava tradendo il suo governo, come pure Nicholas e se stessa.

Era una situazione di merda.

Quando arrivarono ai piedi della collina, procedere fu più agevole. Il sentiero passava tra gli edifici dell’insediamento, davanti a finestre con le luci accese. Anna poteva vedere gente, dentro, in laboratori e uffici. Da una delle finestre più grandi vide una sala con gente che prendeva aperitivi prima di cenare. Anna vide i bicchieri e immaginò cosa contenessero: sherry, vino, qualche tipo di acqua speciale. Dio, com’era confortevole quell’interno!

Fuori, invece, la pioggia cadeva attorno ai lampioni e brillava come argento. Creature simili a vermi azzurri e pelosi si contorcevano sul sentiero tra i ciottoli neri e lucenti.

— Che cosa sono quelle cose orribili? — domandò Gislason.

— Essenzialmente vermi. E il pelo non è pelo e non serve loro per proteggersi. Lo usano per cibarsi.

— Che cosa?

— Yasmin… la donna che li studia… li ha chiamati provvisoriamente "cigliati pelosi". I cigliati producono enzimi che digeriscono il cibo e lo assorbono quando è già stato digerito. Hanno un intestino, ma non la bocca. Soltanto un orifizio anale. Il cibo passa attraverso le ciglia ed esce dall’orifizio.

— Che cosa mangiano?

— Tutto quello che trovano, secondo Yasmin. La base principale della loro dieta è formata da microrganismi del suolo; ma scavano, anche, e Yasmin pensa che forse mangiano le radici delle piante viventi. Vivono in gallerie fatte di una specie di zuppa nutritiva costituita dai loro succhi gastrici e di quant’altro hanno digerito. È come se vivessero all’interno dei loro stomaci. Che creature meravigliose!

Gislason emise un suono scettico.

— Sono saliti qui per la pioggia. I loro tunnel sono inondati.

I vermi divennero più numerosi. Anna li evitava con cura, in silenzio perché doveva concentrarsi su dove mettere i piedi e perché doveva pensare. Non voleva portare la barca al largo, di notte e sotto la pioggia, e non voleva essere coinvolta in un incidente internazionale. Inoltre… anche se irrazionalmente… non voleva collaborare a far del male a Nicholas Sanders.

Che cosa poteva fare? Fuggire? Gridare? Gislason era al suo fianco, alto e forte. Se lo immaginava nell’atto di afferrarla, di soffocarla e di annientarla con un qualche colpo esoterico di arti marziali. Si sarebbe risvegliata prigioniera, col maggiore incazzatissimo, e la barca sarebbe stata comunque persa. La vedeva affondare nella baia, spaventare i suoi alieni, mettere fine alla fragile calma dell’accoppiamento.

Se fosse riuscita ad attirare l’attenzione, sarebbe stata l’attenzione di scienziati umani. Come se la sarebbero cavata, poi, con la Mi?

Superarono un’ultima costruzione. Davanti a loro si stendeva la baia, assolutamente buia, per il momento. I suoi alieni non avevano cominciato le segnalazioni serali; oppure, se l’avevano fatto, i messaggi erano oscurati dalla pioggia. Al molo, però, la luce era accesa e lei poteva scorgere la tenue forma della barca.

Imboccò il molo, muovendosi con cautela. Lì non c’erano vermi, ma la superficie metallica era scivolosa a causa della pioggia. Nelle vicinanze, una luce si accese nell’acqua, fioca e pallida. Anna non avrebbe saputo dire di che colore fosse. Uno degli alieni si stava identificando, ma senza autorità o convinzione. Sono io. Credo… ne sono quasi sicuro… sono io.

Gislason era alle sue spalle. Non c’era modo di fuggire. E Anna, di certo, non aveva intenzione di tuffarsi in acqua. Era piena di aculei-tentacoli.

Yoshi aspettava sulla barca, alla porta della cabina, con un ombrello di carta gialla oliata.

Non appena salirono a bordo, lui disse: — Questa è una vera fortuna, Anna. Ti spiegherò più tardi. Buonasera… ah, Addetto. Esatto?

— Sì — rispose Gislason. Lei lo guardò. Con il cappuccio della giacca che gli copriva il viso non era possibile distinguerlo da Nicholas.

— È tutta vostra. Buon divertimento. — Yoshi aprì l’ombrello e se ne andò, facendo un cenno col capo a Gislason.

Anna entrò nella cabina. Un attimo dopo, Gislason la seguì. — Se n’è andato. Possiamo salpare.

— Dobbiamo prima staccare i cavi collegati al galleggiante — spiegò Anna. — E devo avvertire i pseudosifonofori.

— Che cosa vuol dire?

— La baia ne è piena e hanno raggiunto il punto in cui non prestano attenzione ad altro che a se stessi. Potremmo finir loro addosso. E taglieremmo di sicuro i tentacoli.

Lui aggrottò la fronte. — Come fa ad avvertirli?

— Ci sono delle luci sul galleggiante, quello grosso al centro della baia, e abbiamo un programma che traduce l’inglese in segnali luminosi. Ecco come comunicano… gli animali… con lampi luminosi.

Lui scosse la testa. — No.

— Non porterò fuori la barca senza prima aver avvertito le creature nella baia. Forse sono intelligenti. Sono sicuramente vulnerabili. Non voglio assumermi la responsabilità di fare loro del male.

Gislason la fissò con i suoi occhi verdi, il lungo viso pensieroso. Stava considerando le opzioni, soppesando le conseguenze, e Anna aveva la sensazione… una sensazione molto netta… che qualcuna di quelle opzioni sarebbe stata spiacevole.

Alla fine, lui disse: — Va bene. Mandi il suo messaggio. Ma la terrò d’occhio.

Anna annuì e accese il computer, chiamando la directory della traduzione. C’erano due programmi. Uno traduceva l’inglese nel linguaggio delle luci. L’altro era stato inserito da Yoshi quando aveva deciso di insegnare agli animali "Mary Aveva un Agnellino". Questo programma traduceva l’inglese nel codice d’emergenza internazionale.

Lei chiamò il secondo programma. Era codificato come "Lp2-Iec". Provò a pensare a una spiegazione per le lettere gialle che luccicavano sul video; ma Gislason non le fece domande.

— Scriverò otto parole, che il programma tradurrà in luci colorate. Il messaggio è: "Pericolo. Strano amico". La barca è lo strano amico. — Scrisse le parole. — Il resto del messaggio è: "Agite subito. Andate verso riva".

— Sarà quello giusto? — domandò Gislason.

— Mm… — Anna finì di scrivere il messaggio e premette Enter. Delle domande apparvero sulla parte bassa dello schermo. Che colore doveva avere il messaggio? Ogni quanto doveva essere ripetuto e con che rapidità? Rispose velocemente, sperando che Gislason non capisse che le domande indicavano che il messaggio non veniva tradotto nel linguaggio degli pseudosifonofori, e poi premette di nuovo il tasto Enter. Lo schermo si pulì, fatta eccezione per il cursore, che lampeggiava all’angolo superiore sinistro.

— Ora possiamo sganciarci. Il galleggiante è sull’automatico. Continuerà a segnalare da solo.

— Spero di fare la cosa giusta — disse Gislason.

— La sta facendo.

Uscirono in coperta. Il buio era assoluto, ora, e gli alieni avevano cominciato la loro conversazione serale: pallidi tentativi di azzurro e verde, resi più fiochi del solito dalla pioggia. Moby Dick galleggiava al centro della baia, illuminato come una lussuosa astronave che entrasse in porto. Tutta la superficie… sopra e sotto l’acqua… lampeggiò dapprima d’arancione e poi d’azzurro chiaro.

— Muoviamoci — disse Gislason. — Siamo veramente incalzati dal tempo, signora Perez.

Cominciarono a staccare i cavi di collegamento con Moby.

Il messaggio in sé… lo schema di punti e linee… non aveva significato per gli alieni che dovevano capire soltanto i colori. L’arancione era rabbia o pericolo; l’azzurro significava non aggressione. Era un avvertimento amichevole. C’era pericolo, stava dicendo loro Anna, ma nessuna cattiveria.

Quando i motori della barca si fossero messi in moto, avrebbero capito la fonte del pericolo. Sapevano che le barche erano pericolose. Quando gli umani erano arrivati per la prima volta sul pianeta, le barche erano state usate per dar loro la caccia. E quella era stata la prima indicazione che gli animali potessero essere intelligenti: che avessero imparato velocemente a temerle e che la paura delle barche si fosse rapidamente diffusa per tutta la specie.

In qualsiasi altro periodo dell’anno, il rumore dei motori sarebbe stato un avvertimento sufficiente; ma, al momento, loro erano concentrati sull’accoppiamento. Forse non avrebbero prestato attenzione alla barca o forse si sarebbero fatti prendere dal panico, dimenandosi con gli aculei-tentacoli e facendosi male l’un l’altro.

Il messaggio non era per loro. Anna non sapeva bene per chi fosse. Nicholas aveva detto che il generale hwarhath era interessato agli pseudosifonofori. Era possibile che avesse raccontato al generale della sua conversazione con Yoshi. Forse i hwar avrebbero capito che il galleggiante lanciava un nuovo tipo di messaggio. Forse sarebbero stati in grado di decodificarlo.

Un tipo molto lungo. L’unica speranza di Anna era riposta in Yoshi. Lui avrebbe sicuramente riconosciuto che il messaggio era stato lanciato nel codice d’emergenza internazionale e di certo l’avrebbe tradotto. C’erano anche buone probabilità che non lo comprendesse. Ma avrebbe parlato con Maria e Maria non soffriva minimamente della malattia del dottor Watson. Avrebbe immaginato il significato del messaggio. Il mio strano amico è in pericolo. Agite subito e non guardate in direzione dell’oceano. Guardate verso terra.

Forse avrebbe dovuto mettersi a gridare mentre passavano per la stazione o cercare di fuggire, anche se era molto più piccola di Gislason e non era mai stata un asso nella corsa.

Gli ultimi cavi caddero in acqua. — Molli pure — annunciò Anna a Gislason e si sedette sul sedile del pilota. Parte del tettuccio si estendeva sopra il pannello degli strumenti e il sedile e, in teoria, avrebbe dovuto mantenere asciutti gli strumenti e il pilota; ma Anna era già completamente bagnata e il vento freddo sbatteva la pioggia contro i lati aperti. Anna aveva davanti a sé un parabrezza striato dalla pioggia, il tetto della cabina e la prua. A prua, da un’asta penzolava una bandiera flessibile: la bandiera della spedizione. VERSO LE STELLE PER SAPERE, diceva.

Anna premette un interruttore. Le luci degli strumenti si accesero. Una voce maschile calda e profonda disse: — Buonasera e benvenuti nel meraviglioso universo del power boating! Sono il vostro Mark Ten Marine Mind computer. Se avete bisogno di qualche informazione per manovrare la vostra nuova Star Craft Modello Settecento, vi prego di lasciarmi acceso. In caso contrario, premete il pulsante rosso a sinistra del timone.

Anna premette il pulsante rosso.

— Adesso, rimarrò silenzioso — disse la voce — a meno che non succeda qualcosa che richieda un avvertimento o qualche altro tipo di azione.

Anna avviò i motori.

Gislason gridò: — Tutto libero.

Anna aumentò la potenza. La barca si mosse in avanti e Anna ruotò il timone per portarla fuori dall’imbarcadero; poi ruotò nuovamente per puntare verso la baia.

La maggior parte degli animali stavano ancora emettendo luci azzurre o blu-verdi, ma il ritmo dei loro messaggi era cambiato. Era rapido e staccato, ora, il ritmo del codice. Anna vedeva qua e là rapide esplosioni di arancione, simili a bombe.

— C’è un qualche impedimento davanti a voi — avvertì il computer della barca. — Vi prego di controllare lo schermo sonar.

Lei guardò. Lo schermo mostrava molti puntini, tutti verdi: gli animali. Mentre guardava, loro cominciarono a spostarsi a destra e a sinistra verso i confini dello schermo. Anna sollevò lo sguardo. Un passaggio buio si stava aprendo davanti alla barca.

— Gesù — fece Gislason.

L’intera baia lampeggiava d’un arancione deciso e d’un azzurro freddo: Pericolo. Strano amico. Pericolo. Nonostante la pioggia… che cadeva sull’acqua e rigava il plexiglass di fronte a lei… Anna poteva leggere il messaggio.

— L’hanno sentita veramente — disse l’uomo. — L’hanno vista, voglio dire. Hanno compreso il suo messaggio.

— Non sono stupidi.

Il passaggio buio portava nei pressi di Moby Dick, in direzione dell’oceano. Anna lo seguì con la barca. I tergicristalli del parabrezza si muovevano avanti e indietro e le gocce di pioggia che non spazzavano luccicavano come gioielli: arancioni e azzurre.

— E hanno buona memoria — aggiunse Anna. — Alcuni di loro devono essere stati qui in altre occasioni in cui la barca è uscita. Lo vede il passaggio che stanno liberando? Sanno dove siamo probabilmente diretti. — Fece una pausa. — O forse hanno mangiato qualcuno che è stato qui, precedentemente.

— Si mangiano a vicenda? — domandò Gislason, con aria terrorizzata.

— Non è il termine giusto. Dovrei dire che sono cannibali. Si catturano l’un l’altro. Di solito, i grossi mangiano i piccoli. Il vincitore o predatore paralizza la vittima, la scompone e ne usa le parti.

— Ogni cosa ha abitudini disgustose, su questo pianeta?

Erano ormai giunti nel canale che portava fuori dalla baia. L’acqua era scura e il sonar non segnalava animali davanti alla barca.

— La vita ha abitudini disgustose — rispose Anna. — Sulla Terra, ci sono animali… soprattutto bachi o vespe parassiti… che hanno modi agghiaccianti di riprodursi.

Gislason fece un verso, un grugnito che non significava niente per lei. Consenso? Repulsione? Dispepsia, forse. Anna si concentrò sulla guida della barca finché il sonar non l’avvertì che erano usciti dal canale. Non che avesse bisogno che fossero gli strumenti a dirle che avevano raggiunto l’oceano. L’aria cambiò: una brezza sostenuta soffiava da oriente; poteva sentire il sale e gli spruzzi. La barca rollava mentre saliva e scendeva sulle grosse onde.

— E le vite sessuali degli umani non sono sempre affascinanti — proseguì lei, completando il corso dei suoi pensieri.

— Questo è vero — commentò Gislason, con tono deciso, e Anna ebbe l’impressione che pensasse a Nicholas Sanders.

Ora erano circondati dagli alieni. L’oceano era punteggiato di luci che si accendevano e si spegnevano: azzurre, verdi, gialle, arancioni e rosa. Alcuni avevano ricevuto il messaggio di Anna. Altri continuavano a lanciare i loro: Sono io. Non voglio fare male.

— Si diriga a sud, signora — disse Gislason.

Lei fece girare la barca. Alle loro spalle e a destra era tutto buio: la terra. Davanti e a sinistra si estendeva l’oceano. La maggior parte degli animali si trovavano subito all’esterno dell’ingresso della baia, tenuti lì dai messaggi chimici che emettevano gli animali più grossi che si preparavano all’accoppiamento; ma delle luci lampeggiavano verso sud ed est: animali isolati che galleggiavano al buio e, qua e là, altre luci di animali che si erano riuniti in gruppi.

Anna decise di tornare ai cannibalismo. Aveva la sensazione che fosse un argomento meno controverso di quello sul comportamento sessuale umano. — Sono colonie piuttosto che organismi singoli.

— Che cosa sono?

Lei indicò l’oceano luminoso. — Le varie parti conservano molta della loro integrità originaria. Non è molto difficile per loro scomporsi. Una sostanza chimica paralizza l’animale che è stato catturato, ma senza fare alcun danno permanente, e poi un’altra sostanza chimica… o, più verosimilmente, una serie di sostanze chimiche… dice alle parti di separarsi l’una dall’altra e di unirsi al nuovo animale. Per quello che possiamo dire, è così che crescono; e noi sappiamo dagli esperimenti che le singole parti mantengono la memoria. Quando uno pseudosifonoforo mangia un suo simile, ne acquista il passato. Non sappiamo però fino a che punto possano crescere o quanto possano vivere o quanto riescano a ricordare. Forse secoli, forse millenni. La storia della specie può essere là, che galleggia nel profondo oceano.

Stava di nuovo dando spiegazioni, come aveva fatto con i vermi. Perché? Forse per paura. Anna aveva sicuramente paura.

— A questo punto — disse Gislason — posso occuparmi io della barca. So dove dobbiamo andare.

Anna scese dal sedile e lui la rimpiazzò.


13

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La barca proseguì verso sud sotto la pioggia. Secondo gli strumenti, stavano viaggiando parallelamente alla costa, sebbene la stessa, al buio, non fosse visibile. Gli alieni si manifestavano sempre meno: un lampo d’azzurro che presto svaniva, poi un altro, verde, o azzurro, o, raramente, arancione. Sono io. Pericolo. (O forse Collera.) Non voglio fare male.

Anna se ne stava vicino a Gislason. Il tettuccio riparava dalla pioggia, la quale aveva rallentato, ma non dalla spuma delle onde.

— Abbiamo bisogno della copertura di quella nuvola — disse lui. — Spero che non si sollevi.

— Perché? — domandò Anna.

— C’è una nave nemica sopra di noi, signora, e possiede ottimi strumenti di rilevamento. Le nuvole rappresentano una buona protezione.

Due navi, pensò Anna, in orbita sincronizzata. Una aveva portato i diplomatici umani. L’altra aveva portato gli alieni dal pelo grigio. Nelle notti chiare erano visibili entrambe nel cielo sopra la stazione e i suoi colleghi… gli astronomi, dilettanti e professionisti… gliele avevano indicate. La nave hwarhath a est, sopra l’oceano. La nave terrestre sopra la zona diplomatica. Andavano tutt’e due avanti e indietro sopra la stazione, senza cambiare mai posizione.

L’osservazione di Gislason non aveva senso per Anna. Se la strumentazione hwarhath era così buona, avrebbe dovuto rilevare la barca, forse non sulla parte visibile dello spettro, ma altrove. L’imbarcazione, dopotutto, non era una macchina tanto sofisticata. Non aveva schermi di protezione. Il cielo sapeva… lei no… che razza di radiazioni emetteva, ma certamente qualcosa che i hwarhath erano in grado di individuare senza possibilità di scambiarla per qualcos’altro. Era l’unica barca esistente sul pianeta.

Guardò il suo compagno. Il viso lungo era illuminato dal chiarore del pannello della strumentazione: verdastro, come uscito da una storia di fantasmi. E non era una visione rassicurante. Decise di non fare altre domande e si girò a guardare l’oceano.

Passò del tempo. Anna aveva freddo ma rimase in coperta, riluttante a lasciare solo Gislason.

Superarono un ultimo gruppo di alieni: piccoli individui, che dovevano aver avuto paura di avvicinarsi ulteriormente alla baia. Galleggiavano sul lato est della barca: una grande macchia di luce che si sollevava e si abbassava con le onde, attraversata da colori, azzurri e verdazzurri, perlopiù. C’erano anche scintille di arancione e di giallo: collera, frustrazione, eccitamento, avvertimento. In un’occasione, per circa un minuto, l’intero branco divenne di una straordinaria tonalità di rosa. Di che cosa si trattava? Anna non riuscì a decifrare il messaggio. Era una variante della rassicurazione che gli individui adulti si mandavano l’un l’altro? Sono io. Non avere paura.

Fiotti di luce uscivano dall’agglomerato e altri agglomerati più piccoli vi si radunavano attorno. Questo Anna, nonostante il buio e la pioggia, riusciva a vederlo. Se soltanto avesse avuto un aereo e un cielo sgombro! Avrebbe tanto voluto poter guardare dall’alto.

— Che cosa succede? — domandò Gislason.

— Non lo so. Non abbiamo mai prestato molta attenzione agli individui troppo piccoli per accoppiarsi. Potremmo esserci sbagliati. Vorrei tanto sapere che cosa fa scattare quel genere di comportamento. Non penso che questi esemplari siano neppure a contatto visivo con altri alieni, perciò non stanno reagendo a una manifestazione luminosa. E vorrei tanto conoscere lo scopo di questo raduno. Non stanno scambiandosi materiale genetico. Sono troppo giovani. — Anna tacque, fissando quel dondolio di luci. — E vorrei tanto sapere se la loro azione è casuale o se sanno quello che fanno.

L’agglomerato di alieni si dissolse. La barca proseguì verso sud, sud-est per un’altra ora e nessun altro alieno fu avvistato. Dio, era così freddo là fuori! E faceva paura. Nel buio, erano a malapena visibili soltanto le creste bianche delle onde.

— Scusate — disse infine una voce calda. — Qui è il vostro Mark Ten Marine Mind computer che interviene una seconda volta. Se date un’occhiata allo schermo radar, rileverete un oggetto proprio davanti a voi; distanza stimata, mille metri. L’oggetto è solido e galleggia sulla superficie dell’acqua. Non si muove. Se non volete entrare in contatto con l’oggetto, prego cambiare rotta. Se volete entrare in contatto, prego rallentare.

Gislason colpì il bottone rosso.

— Avete indicato che desiderate gestire da soli questa situazione. D’ora in poi, rimarrò in silenzio.

— Stronzo — disse Gislason.

La barca rallentò.

Anna spiò nell’oscurità davanti a loro. Non riusciva a vedere niente. — Che cos’è?

— Un aereo — rispose Gislason. — Qui noi decolliamo.

— Noi cosa? Siamo in mezzo all’oceano.

— Il nemico può individuare questa barca, signora. Di questo si renderà conto. Non possiamo rimanere a bordo. Lascerò che sia Mark Ten Marine Mind a proseguire da solo. Dovrebbe farcela tranquillamente.

— Questa è l’unica barca nel raggio di anni luce ed è piena di attrezzature per la ricerca. Non possiamo abbandonarla.

— Non l’abbandoneremo, signora. Mark sembra ansioso di subentrarci. Lasceremo fare a lui.

— No — disse Anna.

— Non ha scelta, signora.

Anna vide delle luci davanti a loro che andavano su e giù sulla superficie dell’oceano. Ce n’erano tre, piccole e fioche e decisamente artificiali.

La barca rallentò ulteriormente. Anna rilevò la forma scura dell’aereo. Le luci ne segnavano il muso, la coda e un’ala.

— Non possiamo farlo — disse Anna. — Potrei perdere il lavoro.

— Mi creda, signora Perez, potrebbe trovarsi in guai peggiori se non collabora con il maggiore.

La barca virò per presentarsi di fianco, rollando più violentemente di prima quando Gislason manovrò per accostare all’aereo. Quando furono vicini, che quasi toccavano la fiancata scura del velivolo, una porta si aprì, disegnando un rettangolo di luce gialla. Anna sbatté le palpebre e vide una persona stagliata contro la luce. — Tenente? — La voce era maschile.

Gislason disse: — Dovremo ancorarla qui, per un po’. Aiuti Zhang e poi salga sull’aereo.

Lei aprì la bocca per obiettare, ma lo sguardo sul suo viso la indusse a tacere. Una persona tutt’altro che gradevole, pensò mentre aiutava l’uomo sulla porta a legare le funi d’ormeggio. Quand’ebbero finito, l’uomo allungò la mano e la issò sull’aereo, al di sopra della stretta striscia d’acqua. Ora lei poteva vederlo chiaramente: un alto asiatico orientale, in uniforme. Aveva il solito taglio moicano di capelli, tinti di turchese. Le sopracciglia erano dello stesso colore, più che mai esotiche. Anna si chiese che cosa ne avrebbe pensato Nicholas. Non che fosse verosimile che lui pensasse a qualcosa se non ai guai nei quali si trovava.

— Benvenuta a bordo della Shadow Warrior. - Il soldato indicò uno spazio lungo e stretto. A un’estremità c’era una fila di sedili, di fronte a una parete metallica che era vuota, fatta eccezione per una porta chiusa. I sedili sembravano appartenere a un aeroplano a razzo o a un maglev interurbano terrestre; sebbene i sedili del maglev non avrebbero avuto le cinture. Tranne che per i sedili, lo spazio era vuoto. Un aereo da carico, pensò Anna.

— Temo che non potremo offrirle amenità, e io devo consegnare un pacco al tenente Gislason. Se si siede, le porterò del caffè in un paio di minuti.

Anna si avvicinò ai sedili e prese posto, di fronte alla parete vuota, distante un metro sì e no. Tutta quella luce la spaventava anche di più che navigare nell’oceano aperto.

Un paio di minuti dopo, il soldato asiatico riapparve. Oltrepassò la porta nella parete di metallo e tornò quasi subito con un boccale. Era di ceramica e tutto bianco. — Dovrà accontentarsi di quello nero, temo. E per quanto cattivo sia, devo dire che il tè è anche peggio.

Anna prese il boccale e bevve. Il caffè era effettivamente spaventoso. — Ma non pulisce mai la caffettiera?

— Non è ai primi posti delle priorità. Se vuole scusarmi. — Il soldato se ne andò.

Anna sorseggiò il suo caffè… poco… fissando la parete di metallo.

Una ventina di minuti dopo, Gislason salì a bordo. Sedette accanto a lei e si allacciò la cintura. — Fatto. Mark adesso fa tutto da solo.

Il soldato asiatico chiuse il portello esterno, prese la tazza del caffè di Anna e proseguì verso la parte anteriore dell’aereo. Anna non aveva idea di cosa si trovasse al di là della porta interna. La macchinetta del caffè o la cabina dell’aereo.

I motori partirono.

— È legata? — domandò Gislason. — Il decollo non sarà dolce.

E non lo fu, e Anna ricordò che non le era mai piaciuto molto volare. Si aggrappò ai braccioli del sedile. Accanto a lei, Gislason si portò le mani al viso.

Anna ebbe un momento di terrore. — Che cosa c’è? Ci sono problemi?

L’aereo fece ancora qualche rimbalzo, poi si stabilizzò nell’aria. Gislason sollevò la testa. I suoi occhi avevano cambiato colore. Erano azzurri, d’un colore così intenso che sembravano accesi dall’interno.

— Gesù Maria — disse Anna.

Lui afferrò la ciocca di capelli che gli scendeva sulla fronte, tirandola verso l’alto e all’indietro. — Merda! Fa male. — I capelli si staccarono. Sotto, c’era un cranio pallido, calvo all’infuori della solita striscia alla moicano, gialla come il burro.

Se la strofinò, raddrizzando i capelli gialli. Adesso sembrava proprio uno scandinavo e un soldato, niente affatto somigliante a Nicholas.

L’aereo stava virando; Anna poteva sentire la cabina che si inclinava.

— Dove siamo diretti?

— Abbiamo un posto che il nemico non conosce. — Lui lanciò la parrucca sul sedile accanto. — Sarà meglio che si appoggi bene. Ci vorrà un po’.

Lei si appoggiò allo schienale, cercando di rilassarsi. Non era facile. Non aveva idea di quale direzione stessero prendendo. Est sopra l’oceano? Ovest o sud, verso terra? Se andavano a sud, sarebbero passati su una parte del continente che… per quel che ne sapeva… non era stata esplorata. Esistevano fotografie aeree, naturalmente, e i suoi colleghi biologi avevano colto alcuni campioni di vita. Le foto mostravano basse montagne spoglie e pianure coperte di vegetazione gialla simile a muschio. Di tanto in tanto c’erano delle foreste di grossi cespugli e/o piccoli alberi. Un animale che assomigliava a un incrocio tra un granchio e un armadillo andava al pascolo sulle pianure gialle di muschio. Era lungo due metri dalla punta delle zampe anteriori all’estremità della coda ricoperta da una corazza: il più lungo animale terrestre presente sul continente. Nessuno scheletro interno e, secondo i suoi colleghi, con un quoziente d’intelligenza zero; ma aveva un interessante sistema respiratorio.

Dopo un po’ Gislason tirò fuori qualcosa da una tasca e la svolse come se si trattasse di un pezzo di carta: una, due, tre volte.

Una scacchiera, dimensione standard. La toccò sul bordo e, d’un tratto, la scacchiera si solidificò: un unico pezzo di metallo e silicone. I quadrati rossi cominciarono a mandare una morbida luce rosata. Quelli neri rimasero neri, come finestre nello spazio.

Impressionante, pensò Anna.

Lui toccò di nuovo la scacchiera. Ed ecco che si materializzarono i pezzi, sebbene pezzi non fosse la parola giusta. Erano ologrammi, fatti di luce, non di sostanza.

Due file di guerrieri cinesi. Dietro, c’erano elefanti e consiglieri, generali a cavallo e un paio di splendidi imperatori accanto alle loro esili ed eleganti mogli. Uno degli imperatori era vestito di rosso, l’altro di bianco e d’argento.

— Sa giocare? — domandò Gislason.

— Conosco le mosse.

— Non basta. — Gislason toccò la scacchiera. Uno dei guerrieri sfoderò una spada. La minuscola lama scintillò. La figurina la brandì sopra la testa e fece un passo avanti.

Come resistere? Anna osservò il gioco. I guerrieri brandivano spade e stendardi. Gli elefanti si muovevano pesantemente. I cavalli dei generali si impennavano. I consiglieri scivolavano come su rulli. Gli imperatori compivano passi maestosi e le pericolose regine venivano avanti con un curioso oscillare di passettini.

Molto impressionante, sebbene chiaramente un ologramma. I colori erano troppo pallidi. I rossi e i bianchi avevano una certa iridescenza perlacea, e le figure mancavano di solidità, sebbene fossero tridimensionali e magnificamente dettagliate. Di tanto in tanto, vibravano o svanivano per brevi momenti.

Una coppia di eserciti fantasmi, pensò Anna. Che lottavano per cosa?

— Costa molto? — domandò.

— La scacchiera? Sì. Ma nello spazio non c’è modo di spendere molto denaro. Mi piacciono gli scacchi e i giocattoli costosi.

Gislason andò avanti fino a quando l’aereo non cominciò a scendere. Poi spense la scacchiera. Le minuscole figure spettrali svanirono. Riavvolse la scacchiera e la mise via mentre l’aereo planava… sull’acqua, decise Anna. Rallentò, girò e finalmente si fermò. La porta davanti a loro, quella che conduceva alla macchinetta del caffè, si aprì. Il soldato con le sopracciglia azzurre riapparve.

— Dobbiamo muoverci alla svelta, tenente. La nuvola che ci fornisce la copertura comincia a rompersi.

Gislason annuì e si alzò. — Signora?

Anna seguì i due verso lo sportello esterno. Sopracciglia azzurre lo aprì e saltò nell’oscurità. Anna udì un tonfo nell’acqua.

— Profondità un metro — disse sopracciglia azzurre. — E fredda.

— Signora — fece Gislason.

Anna saltò e colpì prima l’acqua, poi il fondo. Sabbia cedette sotto i piedi e sarebbe caduta se il soldato non l’avesse sostenuta.

— Tutto bene, signora?

— Sì.

Guadarono fino alla spiaggia, Gislason in coda. Quando fu sul terreno asciutto, Anna si guardò indietro. Un altro soldato era fermo nel vano dello sportello aperto dell’aereo, una donna, questa volta. Chiuse lo sportello e la luce scomparve. Un momento dopo, un’altra luce apparve in mano al soldato dalle sopracciglia azzurre. La diresse davanti a loro, su una spiaggia rocciosa.

— Andiamo.

Di nuovo, come in un sogno, Anna seguì l’indicazione. Il raggio della torcia rischiarò dapprima un terreno sassoso, poi uno ricoperto di similmuschio. Si inerpicarono per un pendio. C’erano oggetti attorno a loro, alti come persone ma immobili e silenziosi. Cos’erano?, pensò Anna. Il soldato sollevò la torcia e ne indirizzò il raggio verso un albero. Una folta lanuggine ne copriva il tronco e i rami. Non c’erano foglie.

— Dove siamo? — domandò Anna. — Sulla parte meridionale del continente?

— Temo di non poterglielo dire — rispose Gislason.

Fosse stato giorno, Anna avrebbe potuto cercare i grandi animali con la corazza e le zampe. Ma quelli erano animali diurni e, come i loro predatori, amavano il calore del sole.

Il raggio della torcia mostrò una sporgenza rocciosa davanti a loro, bassa e di pietra scura, con un’apertura per la quale entrarono: una caverna bassa. Sul fondo, c’era una porta. Anna non l’avrebbe notata neppure di giorno tanto era ben occultata.

Il soldato spinse e la porta si spalancò. Oltre, c’era un corridoio di cemento con tubi per l’illuminazione lungo il soffitto. La luce che quei tubi emanavano era pallida e aveva una venatura d’azzurro.

— Benvenuta a Campo Libertà — disse il soldato.


14

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Entrarono, prima Anna, poi Gislason, infine il soldato il quale chiuse la porta dietro di sé. Dall’altra parte, era di metallo e aveva una ruota. Il soldato la girò come se stesse chiudendo una delle antiche casseforti di banca.

Gislason disse: — Vada avanti lungo il corridoio.

I loro passi echeggiavano debolmente. Per il resto, Anna non udiva altro che il ronzio di un sistema di condizionamento. Dopo un centinaio di metri, arrivarono a un’altra porta. Il soldato l’aprì. Dall’altra parte, c’erano molta luce e della musica. Anna riconobbe la canzone. Era stato un motivo in voga quando era venuta la prima volta ai confini della Confederazione: Vivere ai confini della Confederazione. Non ricordava più il nome del gruppo. Erano apparsi e svaniti come una cometa. Ma quella canzone era stupenda: la descrizione migliore di ciò che aveva sentito che fosse vivere "Dove nessuno è stato prima di me/e tutte le regole sono nuove" e "il messaggio di casa diventa rumore".

In quel momento, però, la musica era troppo forte e le parole non erano comprensibili. Un sistema sonoro di second’ordine.

— Che cosa succede? — domandò Gislason.

Il soldato con le sopracciglia azzurre si strinse nelle spalle.

Quel nuovo ambiente era contraddistinto da molte porte. Ne superarono diverse, tutte chiuse, poi arrivarono a una già aperta. Gislason la prese per il gomito e la guidò dentro.

Un ufficio ordinario, con una donna dall’aspetto ordinario seduta a una scrivania. Non aveva neppure la capigliatura alla moicana: i suoi capelli… folti e ricci e neri… le andavano da tutte le parti sulla testa. Indossava una specie di uniforme anche se non militare: una casacca azzurro marina e una camicetta d’argento con il collo alto. La cravatta era scura e stretta e appuntata con una spilla a forma di delfino.

Gislason chiuse la porta. La musica divenne a malapena udibile. — Perché tutto questo rumore?

— Abbiamo qualche problema con l’insonorizzazione — disse la donna. — Tra le stanze e il corridoio. E altrove. Non si riesce a sentire da una stanza all’altra e all’esterno il suono non filtra. Di questo sono sicura. Ma, tutto sommato, direi che quella della musica è una buona idea. — Tacque per un momento. — E aiuta il morale. Ci ricorda che stiamo combattendo per la civiltà umana. Lei dev’essere la signora Perez.

— Sì. Vorrei sapere esattamente in che cosa sono stata cacciata. Dove sono? Che cos’è questo posto? E che cosa ne sarà della mia barca? Il nemico… i hwarhath, voglio dire… non la individuerà? Che cosa penseranno quando scopriranno che è vuota?

— Non risponderò a tutte le sue domande — disse la donna. — Le dirò della barca. In questo momento… — Si guardò il polso. — …dovrebbe essere affondata.

— Che cosa?

— Tutto ciò che il nemico troverà sarà un relitto e troppo in profondità per essere riportato facilmente a galla. E anche se ci riuscissero, che cosa scoprirebbero? — La donna guardò Gislason.

— Che nella cambusa è scoppiato un incendio — disse lui. — Impianto elettrico difettoso della caffettiera. Il fuoco ha raggiunto i serbatoi del carburante e… bum.

— Figlio di puttana — sbottò Anna.

— Lei non ha alcun motivo per credere che la madre del tenente Gislason sia in qualche modo responsabile dell’attuale comportamento del figlio — disse la donna. — Il nemico non troverà cadaveri, naturalmente. Questo succede, nell’oceano. La corrente li porta via. E chi sa dove finiscono… È però sempre possibile che saltino fuori prima o poi.

— Che cosa? — fece Anna.

— Un corpo — disse la donna in tono rassicurante. — Non il suo, naturalmente. Quello di Sanders. Preferiremmo tenerlo vivo. È sempre possibile ottenere da lui il massimo delle informazioni in una settimana o due o tre. Dopo di che, potremmo disporne a piacimento, se fosse necessario.

Ma chi era quella persona? Anna ripassò mentalmente i nomi di famigerati mostri degli ultimi duecento anni. Nessuno aveva mai presentato la prova certa che il dottor Mengele fosse morto. Ma dopo centonovant’anni… E il colonnello Peterson giaceva sotto un nero monumento di granito dopo aver dedicato la sua vita (così diceva l’iscrizione sulla lapide) alla Causa della Salute Pubblica in America.

— Ricomparirà soltanto se i hwarhath insisteranno per avere la prova della sua morte. Be’, se proprio insisteranno, allora il suo cadavere finirà su qualche spiaggia. — La donna fece una pausa. — Non nelle migliori condizioni, ma riconoscibile e con resti sufficienti a determinare che è morto per annegamento.

Gesù Maria, quella persona stava gioiosamente trastullandosi con l’idea di un assassinio; lo si capiva dalla voce; e godeva anche all’idea di terrorizzare Anna Perez.

— Se riusciremo a convincerli, se vorranno credere a un incidente, lei e Sanders lascerete il pianeta. Ma non subito. Per il momento, Anna… posso chiamarla così? …lei starà a Campo Libertà.

— Non sarà un nome serio.

— È l’unico posto del pianeta dove siamo liberi dalla sorveglianza del nemico. — La donna tacque. — E liberi dalla interferenza dei civili. Sì, Anna, il nome è serio. — Si alzò. Adesso Anna poteva vedere anche i pantaloni di ottima fattura che completavano la sua tenuta. — Le mostro la sua stanza.

Lasciarono Gislason in ufficio. La donna fece strada lungo il corridoio. Adesso c’era una nuova canzone, una che Anna non conosceva. La musica era sempre troppo forte e ancora Anna non riusciva a capire le parole anche se le parve che fossero inglesi.

Svoltarono in un corridoio laterale. Il livello del rumore diminuì appena.

— Ecco — disse la donna e aprì una porta.

Un’altra stanza assolutamente ordinaria. Sembrava quella di un dormitorio. Un tavolo, una sedia, un cassettone, un letto, una seconda porta che dava in un piccolo bagno. Niente finestre, naturalmente.

— Ci sono degli asciugamani nel bagno, e l’altro occorrente… spazzolino, pettine e così via. Il cassettone contiene un cambio di indumenti. C’è un computer nel tavolo. Le ho ordinato la cena, riso al curry con verdure. Temo che tutto il nostro cibo sia vegetariano. Spero non le dispiaccia.

Anna si scoprì a rispondere: — No, certo che no, non mangio quasi mai la carne.

— Bene. — La donna sorrise. — La porta sarà chiusa a chiave. Non possiamo davvero permetterle di girare per il campo. La prego di entrare.

Lei lo fece senza protestare, poi si girò e aprì la bocca. La porta sbatté. Ci fu il clic di un chiavistello che scattava.

Si sedette sul letto. Era una prigioniera, tenuta da gente che aveva deliberatamente distrutto l’unica barca di ricerca esistente nel raggio di anni luce, proprietà del governo che dava lavoro a quella stessa gente. Che razza di stronzi criminali erano?

Assassini, pensò dopo un momento. Questo spiegava certamente perché Nicholas era parso così terrorizzato. Doveva aver saputo.

Aveva fatto la cosa giusta mandando quel messaggio.

E se non fosse arrivato? Se nessuno si fosse comportato di conseguenza? Si tirò indietro i capelli e si massaggiò il viso. Aveva tutti i muscoli tesi. E se il messaggio fosse finito in mano alla Mi? Era possibile, forse probabile, si rese conto.

Il suo corpo sarebbe stato ritrovato su una spiaggia, e forse allora non avrebbero neppure avuto bisogno di uccidere Nicholas. Se trovavano lei, allora i hwarhath si sarebbero convinti che l’incidente era vero.

Il messaggio poteva perfino essere inutile. Forse doveva già rassegnarsi alla sconfitta. Aveva fatto quello che volevano. Non era più di alcuna utilità e poi… sapeva troppo.

Nicholas, invece, era assai più prezioso. Aveva senso uccidere prima lei.

Cominciò a tremare. Come aveva fatto a finire in quel casino?

Parlando con un uomo piacevole. Accettando qualcuno non appena lo aveva visto. Piacendole qualcuno soltanto perché era curioso e faceva buone domande.

La porta si aprì e il soldato con le sopracciglia azzurre entrò. — La cena — disse e depose un vassoio sul tavolo. — Tutto bene? Ha bisogno di qualcosa?

— Uscire di qui.

— Spiacente, signora. Meglio che le dica che questa stanza è sotto sorveglianza. Potrebbe risparmiarle qualche situazione imbarazzante. — Il soldato sorrise. — Facciamo cose che non vogliamo altri vedano. Buonasera.

Se ne andò. Anna si alzò. Non aveva fame, ma c’era mezza bottiglia di vino bianco sul vassoio. Certamente non adatto alla giornata che stava vivendo ma doveva fare di necessità virtù. Aprì la bottiglia e riempì un bicchiere, rimettendosi a sedere. Era un po’ dolce. Uno Chardonnay?

Dopo che ebbe finito il vino, decise che era troppo presto per lasciarsi prendere dal panico. Non sapeva ancora abbastanza. Il suo consigliere alle scuole superiori le aveva detto che era il suo grande difetto. Formulava teorie e traeva conclusioni prima di avere dati sufficienti.

Aprì il cassettone e trovò una camicia da notte: lunga e di vera flanella, con un grazioso motivo floreale.

Che razza di gente era quella? E cosa significava la camicia da notte? Era possibile uccidere qualcuno dopo avergli procurato una camicia da notte di flanella?

Sì, decise dopo un po’. Era possibile ma non era giusto.

Portò la camicia da notte in bagno e fece una doccia. L’acqua era calda e c’era anche la schiuma da bagno. Doveva essere stata la donna senza nome, il capo… almeno in apparenza… di Campo Libertà. Era da lei: l’ospite perfetta. Quel posto faceva parte di una guida ai Country Inn e ai Campi di concentramento. Usò la schiuma da bagno. Schiumava in modo davvero soddisfacente.

Dopo, si lavò i denti e andò a letto. Rimase a lungo al buio a pensare alla possibilità della morte, poi finalmente scivolò in un sonno agitato e frequentemente interrotto. I suoi sogni furono frammentari e spiacevoli. Cose le davano la caccia. E lei non poteva correre.

Si svegliò un’ultima volta e udì la musica, forte e confusa. La porta della stanza era aperta. Il soldato con le sopracciglia azzurre era fermo sulla soglia. — Spiacente di disturbarla, signora. Me ne andrò tra un minuto. — Mise un vassoio sul tavolo e ritirò quello della cena. — E mi scuso anche per la colazione. Abbiamo qualche problema in cucina. Il dottore vuole vederla quando sarà pronta.

— Chi?

— L’ha conosciuta ieri.

La donna con i capelli ricci.

Il soldato se ne andò e Anna si alzò. Il vassoio conteneva fagioli neri, riso e caffè nero. Niente male, dopotutto. Il caffè era molto meglio della brodaglia sull’aereo. Dopo che ebbe finito di mangiare, indossò i suoi vestiti. Erano stropicciati e rigidi di salsedine ma desiderava avere il meno a che fare con la Military Intelligence.

Sopracciglia azzurre ritornò e la condusse nell’ufficio del dottor Senzanome. Il dottore c’era, seduto dietro la scrivania. Quel giorno indossava una camicetta rosso fiamma e una casacca nera. La cravatta, d’argento, era di maglia. C’era Gislason, appoggiato contro un muro, le braccia incrociate, con un’aria… come? Sardonica? Anna non era neppure sicura di cosa volesse dire "sardonico". Ma c’era qualcosa che non andava; era la sua espressione a non convincere Anna. E c’era il capitano Van, in un angolo, raggomitolato in una sedia, con un’espressione infelice.

— Si sieda, la prego — disse il dottore.

Anna occupò l’ultima sedia.

— Si è sviluppato un problema — disse il dottore.

— Che cosa?

Intervenne Gislason. — Questa notte il nemico ci ha colpiti. Poco dopo che l’abbiamo scortata nella sua stanza.

Anna aprì la bocca ma lui sollevò una mano. — Non qui, signora. Al momento, questo è l’unico luogo di tutto il pianeta che sia controllato da esseri umani. Hanno espugnato il campo d’atterraggio con razzi e hanno paracadutato truppe nella zona diplomatica e alla stazione. Rapidi. Efficienti. I nostri hanno appena avuto il tempo di lanciare un messaggio. E la cosa seguente che abbiamo sentito è stato un annuncio da parte dei hwarhath che avevano preso tutto e tutti. Tengono in ostaggio l’intera popolazione umana del pianeta. I suoi amici, i miei amici, i diplomatici.

No, merda.

— Vogliono due cose: Nicholas Sanders e il tempo sufficiente per andarsene sani e salvi. Se non le ottengono entrambe, uccideranno tutti gli umani del pianeta. Maschi e femmine, hanno detto.

— Penso che sulle donne stiano bluffando — disse il capitano Van. — Ma uccideranno certamente gli uomini, militari e civili. Nella loro cultura, non esiste il concetto di maschio civile. Tutti gli uomini sono soldati; e non hanno alcun problema con l’uccidere dei soldati.

— Che ne è stato del vostro piano? — domandò Anna. — La storia su me e Nicholas?

— Non lo sappiamo — disse il dottore.

— Non devono averci creduto — disse Gislason.

— Perciò adesso dobbiamo decidere come rispondere — disse il dottore.

— Date loro quello che vogliono — disse Anna.

Gislason sorrise senza allegria.

Il capitano Van disse: — C’è una terza cosa che vogliono, signora Perez. Lei. E in buone condizioni, hanno detto. Indenne. Perché, signora?

Il messaggio, naturalmente. Gli alieni lo avevano captato. Ma non poteva dire a quel trio di villani che era lei la persona che aveva mandato all’aria il loro piano. — Non ne ho idea — rispose Anna.

— E invece sì — disse Gislason.

— Pensiamo che lei abbia trovato un modo per tradirci — disse il dottore.

Anna non disse nulla.

— Ma ha importanza? — chiese il capitano Van.

Il dottore annuì. — Certo che ne ha. Se abbiamo ragione, la signora Perez è colpevole di tradimento.

— Non pensate che sarebbe meglio decidere cosa fare sull’ultimatum dei hwarhath? — domandò Anna.

Gislason districò le braccia e si raddrizzò — Sappiamo che cosa fare. Non abbiamo mezzi di trasporto, qui. Questo è stato un errore ma volevamo tenere gli aerei il più lontano possibile nel caso in cui il nemico avesse trovato il modo di individuarli. Perciò siamo bloccati. Non possiamo andare da nessuna parte; e c’è della gente nella zona diplomatica, gente nelle mani del nemico, che sa di Campo Libertà. Qualcuno finirà per parlare. Penso che ci restino soltanto un giorno o due prima che il nemico arrivi.

— Se decidessimo di combattere — disse il capitano Van — centinaia di persone morirebbero.

— Abbiamo pensato di uccidere Nicholas Sanders — disse il dottore. — Perlomeno, non sarebbe più di alcuna utilità al nemico.

Gislason fece una smorfia. — Lei lo ha visto, ieri, dottore. Recitava come se stessimo facendolo a pezzi, e lo avevamo appena toccato.

— Qualche droga — disse il dottore ad Anna. — Niente di più. Per renderlo più malleabile e disposto a collaborare. Invece… — Il dottore aggrottò la fronte. — Dev’essere stato un effetto paradosso. È diventato più agitato. Sembrava in preda alle allucinazioni.

— L’uomo non serve a nessuno, umano o alieno — disse Gislason. — Tutto ciò che hanno potuto cavargli fuori sono state le informazioni, e lui deve aver raccontato tutto già da molti anni. — Guardò Anna. — Non combatteremo, signora. Non c’è modo di portare Sanders fuori dal pianeta, per non dire dal campo. Perciò lo abbiamo perso e abbiamo perso qualsiasi informazione abbia da darci sul nemico. Non vedo alcuna necessità di ucciderlo, e neppure il capitano. — Guardò Van il quale aveva ancora quella sua espressione miserabile. — Oggi chiameremo il nemico e negozieremo uno scambio: lei e Sanders in cambio di tutti gli altri. Però vorremmo tanto sapere che cos’ha fatto.

Il dottore si sporse in avanti. — Possiamo scoprirlo, signora. Le droghe che hanno atterrito Nicholas Sanders funzionano su ogni essere umano.

Era come vivere in un brutto sogno. Da un momento all’altro, uno di quei maniaci avrebbe cominciato a torcersi un baffo inesistente. — Aha, mia fiera bellezza. Sei in mio potere! — Solo che questi facevano sul serio. Questo era l’aspetto peggiore. Avevano davvero intenzione di fare quello che avevano detto parlando di droghe e di assassinio. C’era un detto, che Anna non riusciva a ricordare, sulla banalità del male. Un vecchio detto, forse del ventesimo secolo, un secolo difficile da battere in fatto di male. La mente di Anna esplorava tutte le possibilità. Che cazzo doveva fare?

— Suppongo che dovrete usare le droghe — disse. — È l’unico modo per convincervi che non ho fatto nulla. Forse vogliono solo sapere che cos’è accaduto. Forse vogliono solo farmi delle domande.

— Bene, allora — disse il dottore.

Il capitano Van disse: — Tutto questo è ridicolo. Io sono l’ufficiale in comando, qui, e non vi permetterò di interrogarla ulteriormente. La consegneremo al nemico in buone condizioni, come hanno richiesto. Non metterò in pericolo le vite di centinaia di persone solo per soddisfare la sua curiosità, dottore.

Guardò Gislason. — Riporti la signora Perez nella sua stanza. Poi… — Fece un sospiro. — …decideremo che cosa dire ai hwarhath.


15

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Anna trascorse il resto della giornata nella sua stanza. Un soldato… una donna latino-americana… le portò la colazione: un sandwich al formaggio e del caffè. Anna chiese notizie.

— Non posso dirle nulla — rispose la donna, in spagnolo.

Dopo che ebbe finito di mangiare, tirò fuori il computer ed esaminò la directory. Conteneva un programma di intrattenimento generico: scacchi, dama, bridge, la nuova edizione di Monopoli e Rivoluzione, una mezza dozzina di romanzi. Guardò la lista dei romanzi. Aveva sempre desiderato leggere Moby Dick, perché non farlo adesso?

Cominciò.

La soldatessa le portò la cena di verdura e riso. Anna mangiò, fece una doccia e andò a letto presto. Questa volta non fece fatica ad addormentarsi.

Il mattino seguente, continuò a leggere. Era al capitolo sul biancore quando la porta si aprì. La colazione, pensò; e in ritardo.

Entrò un hwarhath: piccolo di statura e ordinato, con la solita uniforme grigia. Il suo pelo era grigio scuro, quasi nero.

Anna sollevò la testa, sorpresa. Lui abbassò immediatamente lo sguardo.

— Anna Perez? — domandò.

— Sì?

— Mi chiamo Hai Atala Vaihar. Il mio rango è di osservatore quello-davanti e faccio parte dello staff del primo difensore Ettin Gwarha. Sono stato mandato a liberarla.

— Il suo inglese è eccellente — disse Anna.

Lui mostrò brevemente i denti. Era un sorriso? — Ho imparato da uno di madre lingua, sebbene Sanders Nicholas dica di non essere del tutto soddisfatto del mio accento. La mia lingua natia è tonale, e sembra che non mi riesca di perdere la cadenza.

Anna spense il computer, prese la giacca e se la mise. Dopo un attimo di ripensamento, si infilò il computer nella tasca. Moby Dick stava diventando interessante. — Vogliamo andare? Questa stanza mi fa venire i brividi.

— Prego?

— Mi fa sentire a disagio.

— Sì. Andiamo. Prego, vada avanti lei. Usciremo subito. Ho ordini di prendere lei e l’addetto senza perdere tempo.

Anna ricordò la strada per uscire e la prese decisamente, l’alieno alle sue spalle.

— Come sta Nicholas? — domandò.

— Al momento, è fortemente sedato. È stato il nemico. Hanno detto che era sconvolto e che non riuscivano a calmarlo.

— Hanno cercato di interrogarlo.

Silenzio, poi il hwarhath disse: — Sanders Nicholas è famoso per non amare rispondere alle domande.

Non c’era nessuno nei corridoi, né umani, né alieni. La musica era stata spenta. Anna sentiva soltanto il leggero ronzio del sistema di circolazione dell’aria e il rumore dei loro passi che echeggiava tra le pareti di cemento.

Che cos’era accaduto? Gli alieni controllavano anche quel posto?

Passarono davanti a una porta aperta. Anna guardò dentro e vide un hwarhath curvo su un computer che batteva sulla tastiera con discreta rapidità.

Poteva essere la risposta alla sua domanda.

Arrivarono al primo corridoio, quello che portava direttamente fuori. I tubi nel soffitto erano accesi come prima ma in fondo al corridoio la porta con la ruota era aperta e la luce del sole irrompeva all’interno.

Quando emersero all’aperto, Anna fece un respiro. Ah! Aria fresca! C’era vento e il cielo era punteggiato di piccole nuvole. Attorno a lei, le colline erano di un giallo acceso. Sotto di lei, un laghetto azzurro al centro di una piccola valle. Ai margini dell’acqua crescevano degli alberi, tutti (per quello che riusciva a vedere) della stessa varietà: arancione cupo con tronchi corti e robusti e rami tozzi. E senza foglie.

L’alieno le si fermò accanto e fece un gesto. A destra c’era uno spazio livellato. Vi si trovavano due aerei: hwarhath, di quelli con le ali a pale di ventilatori per il decollo e l’atterraggio verticale.

— Dove siamo? — domandò Anna.

— Ho ancora dei problemi con le distanze umane — rispose l’alieno. — Anche se ho finalmente imparato come misurate il tempo. Siamo a due ore a sudovest della stazione umana di ricerca. Sanders Nicholas è già sull’aereo. Per favore, prosegua, signora.

Lei camminò sulla vegetazione di similmuschio giallo… era fitta, morbida ed elastica, e l’aria profumava del suo leggero aroma secco… poi salì per una scala di gradini metallici, entrando infine in una cabina che assomigliava a quella di un aereo umano. C’era un corridoio al centro, tra due file di sedili. Ma quanti modi c’erano per trasportare tanti umanoidi?

I sedili erano più larghi di quelli di qualsiasi aereo umano: ampi e bassissimi, con larghi braccioli e molto spazio per le gambe. Strano, tenuto conto che gli alieni erano… come gruppo… più piccoli degli umani. Non c’erano finestrini. Curioso. Quella gente non voleva sapere dove andava?

L’alieno le indicò la parte anteriore dell’aereo. Anna proseguì in quella direzione. A metà del corridoio si imbatté in Nicholas. Era seduto vicino alla parete della cabina, accasciato, con la testa reclinata da un lato. Era avvolto in una coperta. Il viso era bianco come un lenzuolo e gli occhi erano chiusi. Al suo fianco sedeva un hwarhath.

— Nick. — Anna si fermò.

L’alieno accanto a lui sollevò brevemente lo sguardo, poi l’abbassò di nuovo.

— Nicholas.

Lui alzò la testa e aprì gli occhi. Anna ebbe l’impressione che non riuscisse a vederla. Dopo un momento, Nick parlò in una lingua incomprensibile. La voce era stanca.

L’alieno che accompagnava Anna spiegò: — Non credo che l’abbia riconosciuta, signora. Parla nella nostra lingua.

— Che cos’ha detto?

— Che non sa nulla. Credo che dovremmo proseguire.

Anna si sedette qualche sedile più avanti. Il suo alieno… come si chiamava? Vai qualcosa?… prese posto al suo fianco e le spiegò come allacciarsi la cintura.

Un paio di minuti dopo, i motori si accesero. L’aereo decollò. Anna tirò fuori il computer che si era portata dalla cella, lo accese e finì di leggere il capitolo sulla bianchezza della balena.

L’alieno sedeva tranquillamente, le mani intrecciate, senza fare assolutamente nulla.

Due ore dopo, secondo l’orologio del computer, l’aereo cominciò a scendere. Anna spense Moby Dick. Il velivolo rallentò. Il rumore dei motori cambiò mentre si fermavano a mezz’aria e poi atterravano. Un atterraggio dolcissimo; Anna lo avvertì appena. Quella gente sembrava essere brava in tutto quello che faceva. Un lato non umano.

I motori tacquero. Anna si slacciò la cintura.

— La prego di restare dove si trova, signora. Sanders Nicholas verrà portato fuori per primo. Posso chiederle che cosa stava leggendo?

— La storia di un uomo che si era lasciato ossessionare dal pensiero di dare la caccia e uccidere un grosso animale marino.

— Ci è riuscito?

— L’animale lo ha ucciso.

Lei sentì la portiera che si apriva e una corrente d’aria umida e che sapeva d’oceano che entrava. Alle sue spalle, ci fu del movimento. Qualcuno parlò nella lingua degli alieni.

— È una storia famosa — aggiunse Anna.

— È una buona storia? — domandò il hwarhath.

— Credo di sì. In realtà non so cosa intendiate voi per buona.

— Storie su uomini o donne. Ma non storie su uomini e donne. Abbiamo scoperto che è difficile studiare la vostra cultura. Sembrate ossessionati dalle attività che sono contrarie al volere della Divinità.

Per una qualche ragione, la sua voce cauta le ricordò quella della guardia di Nicholas, il giovane alieno che si chiamava Hattin.

— Uno dei vostri faceva da guardia a Nicholas. Che fine ha fatto? Sta bene?

— Abbiamo trovato il suo corpo. Le sue ceneri verranno mandate a casa. È importante. A noi piace… alla fine… tornare a casa.

L’alieno si girò a guardare verso il fondo dell’aereo. — Possiamo scendere, ora, signora.

Lei lo seguì fuori, sotto una pioggerella fredda, velata di nebbia. Non appena si guardò attorno, disse: — Questa non è la stazione.

— La vostra stazione? No.

Le costruzioni erano squadrate, grigie e anonime. Non c’erano finestre né particolari architettonici, solo muri piatti. Dovevano esserci delle porte ma lei non le vedeva.

— Perché mi trovo qui?

— Il primo difensore vuole parlarle.

— Perché?

— Io non sono una persona importante, signora. Il primo difensore non mi dice cosa ha in mente.

Anna si fermò ancora un momento a guardare le costruzioni grigie e squadrate, poi scrollò le spalle. — Mi dica dove andare.

— Da quella parte. — L’alieno indicò la direzione.

Quando furono vicini alla costruzione, Anna scorse una porta, a filo di muro e difficilmente visibile. Entrarono in un corridoio con le pareti di metallo grigio. Il pavimento era ricoperto da moquette: una tonalità di grigio leggermente più scura. Ragazzi, agli alieni piaceva quel colore. L’aria aveva uno strano odore. Di cosa? Di un qualche animale sconosciuto. Due alieni armati di fucili erano fermi ai lati della porta. Uno parlò al compagno di Anna. L’altro rispose. Il primo che aveva parlato mosse leggermente la testa. Aveva annuito?

— Signora? — fece l’alieno di Anna.

Proseguirono per il corridoio. C’era grande attività. Alieni che passavano, muovendosi velocemente e con una grazia atletica che sembrava caratteristica della specie. Non c’erano persone goffe tra i hwarhath? Nessuno la guardava direttamente, ma lei aveva la sensazione d’essere osservata, e di traverso, anche. Metà degli alieni erano armati, tutti di fucili, ma Anna vide anche quelle che dovevano essere delle pistole infilate nelle fondine.

Raggiunsero un altro posto di guardia. Il suo compagno parlò a un altro alieno armato. Questo era grande e ben piazzato, con una peluria grigio chiaro che tendeva all’azzurro. I suoi occhi… li sollevò solo per un istante… erano dello stesso colore della peluria. Alla fine annuì e Anna e il suo alieno proseguirono.

La guardia era un fenomeno oppure esistevano hwar di colori diversi? Apparivano perlopiù in tutte le sfumature del grigio medio ma il suo compagno era quasi nero e lei aveva visto un altro individuo con una peluria di due tonalità: scura in punta e argentea sotto.

Un terzo posto di guardia. Un’altra conversazione e un altro cenno con la testa. Di nuovo andarono avanti e arrivarono alla fine del corridoio. C’era una porta con sopra un simbolo: una fiamma all’interno di uno strano anello di spine.

La guida toccò la porta e l’aprì. — Entri, signora. È attesa.

Anna entrò. La porta si chiuse alle sue spalle. Davanti a lei c’era un tavolo dietro al quale sedeva un alieno, grosso e dall’aspetto solido; Anna ebbe l’impressione che fosse più piccolo della media della sua gente. La peluria era ispida, d’un grigio quasi metallico. Sollevò la testa. Gli occhi erano azzurri e la guardavano direttamente.

— Perez Anna. — La voce era profonda e morbida. — È difficile per me guardare qualcuno negli occhi a meno che, naturalmente, non sia un parente o un amico. Ma Nicky mi dice che tra la vostra gente uno sguardo diretto indica onestà e spirito onorevole. Perciò, proverò. Si accomodi, la prego. — Mosse la testa per indicarle una sedia libera di fronte alla scrivania.

Anna si sedette. — Lei parla inglese.

— Conosco Nicholas da quasi vent’anni. Questa è la sua lingua d’origine ed è la lingua dei miei nemici. Certo che ho imparato l’inglese. — Lui prese un oggetto, una striscia di metallo, e lo rigirò tra le mani. Che cos’era? Una specie di penna? — Perché ha lanciato il messaggio?

— L’avete captato.

Lui rimase per un momento silenzioso. — Non direttamente e non subito. L’abbiamo scoperto questa mattina, quando stavamo interrogando i suoi… qual è la parola? Compagni? Compatrioti? Colleghi di lavoro? Avevamo già agito, signora. Il suo messaggio è stato intelligente e… credo… coraggioso. Non necessario.

— Allora perché avete chiesto di me, se non eravate a conoscenza del messaggio?

— Lei è una donna. Pensavo che potesse essere in pericolo. Non confidavo che gli umani la trattassero con rispetto.

Lui posò qualunque fosse la cosa con cui stava giocherellando e si appoggiò allo schienale della sedia. — Non intendo essere ingiurioso, ma perché la vostra specie dà potere a degli idioti? E questi prodotti di un’inseminazione mal riuscita come hanno potuto pensare… anche solo per un momento… che avrei creduto alla loro storia? Nicky, partito su una barca con un umano e donna per giunta? Perché?

— Li avevo avvertiti che non avrebbe retto.

Lui aggrottò la fronte. — Non capisco.

— Li avevo avvertiti che la storia non era plausibile.

— Aveva ragione. Naturalmente, abbiamo finto di credere alla storia. Abbiamo dovuto farlo, finché non siamo riusciti a tornare alla nostra base; e quei pazzi sconsiderati hanno creduto alla nostra finzione. Ci hanno lasciati partire. — Lui sollevò lo sguardo e parve arrabbiato. Dopo un momento o due, si rilassò. Anna lo vide lasciar cadere leggermente le spalle. Una mano ricoperta di peluria grigia si allungò e toccò l’oggetto di metallo. — Perché ha lanciato il messaggio?

Lei rimase zitta per un po’, cercando di capire esattamente perché aveva agito così. — Nicholas mi piace e non mi piacciono molto quelli della Intelligence militare. Mi hanno costretta a lavorare per loro. Io non intendevo farlo; e ho visto Nick dopo che l’avevano catturato. Era spaventato. Credo di non aver mai visto qualcuno tanto spaventato. Uno della Mi ha detto che Nick era un codardo. Io non la pensavo così. Mi sono detta: lui conosce questa gente e sa cosa gli faranno, e si tratta di qualcosa di veramente terribile.

Il primo difensore parve pensieroso. Lo era veramente? Anna interpretava correttamente la sua espressione? — Ha ragione sul fatto che Nick non è un codardo. Hah! È una brutta parola! Ma forse non ha compreso ciò che vedeva. Avevano intenzione di interrogarlo, signora. Lui deve averlo capito. Era ovvio. Non gli piace essere interrogato. — Fece un’altra pausa e parve di nuovo pensieroso. Poi si sporse in avanti, le braccia sul tavolo. Anna ebbe la sensazione che avesse preso una qualche decisione.

— Vent’anni fa, quando lo catturammo, era la prima volta che eravamo in possesso di un nemico che parlasse bene la nostra lingua. Sapevamo che era in grado di capire le nostre domande e che potevamo comprendere ciò che ci rispondeva. Era la nostra occasione per ottenere molte informazioni che non fossero ambigue. Nicky era insostituibile. Non potevamo provare niente su di lui che fosse in qualche modo sperimentale. Dovevamo… come dite, voi? …giocare sul sicuro. Dovevano usare i più antichi, più validi e più sicuri metodi d’interrogatorio.

"Pensi a quanto tempo fa è accaduto! Ora abbiamo droghe che fanno sì che difficilmente la vostra gente possa mentire o evadere le domande. Ora abbiamo strumenti che ci dicono se un umano dice o meno la verità.

"Allora non li avevamo e non sapevamo molte cose sulla psicologia umana." Lui esitò un istante. "Usammo il dolore. È semplice. È affidabile. È universale."

Anna cominciava a sentirsi a disagio e l’uomo dietro il tavolo appariva sempre più disumano. Le sembrava di trovarsi di fronte alla straordinaria trasformazione nel Ritorno dell’Uomo Lupo, quando Lewis Ibrahim si trasformava… sul palco, proprio davanti agli occhi del pubblico… in un mostro peloso.

La voce morbida riprese. — Lui rispose molto bene ai metodi che usammo, e ottenemmo molte informazioni. La maggior parte erano nuove e non c’era modo di controllarle. Ma riuscimmo a controllarne alcune e scoprimmo che mentiva. Così dovemmo interrogarlo di nuovo; e quando controllammo le nuove risposte, scoprimmo nuove bugie. Solo dopo molto tempo fummo sicuri d’aver ottenuto la verità; e a un certo punto, ci scoprimmo più interessati a Nick che alle informazioni. Volevamo vedere fin dove sarebbe riuscito ad arrivare e cosa avesse intenzione di provare in seguito. Ci dicemmo che stavamo imparando qualcosa di prezioso sulla psicologia umana. — Tacque, guardando l’oggetto che aveva in mano: la lunga striscia di metallo.

— Alla fine, smettemmo. Credo che avessimo ottenuto quasi tutto quello che aveva da dire, anche se non ne sono interamente sicuro. È il miglior bugiardo che abbia mai conosciuto. Sogna ancora gli interrogatori. A volte, quando si sveglia, non si rende conto di dove si trova. Ha gli occhi aperti ma continua a sognare ed è molto spaventato. Devo… qual è la frase? …parlargli di rimando. Costruire una strada di parole che lo riporti alla realtà.

— Lei continua a parlare come se fosse stato presente quando è accaduto tutto questo.

— Vent’anni fa? Quando Nick fu interrogato? C’ero. Mi ha sempre interessato l’umanità.

Anna aveva la sensazione di trovarsi sull’orlo di un abisso. Se abbassava lo sguardo, vedeva cose che si contorcevano nell’ombra. Se abbassava lo sguardo? Diavolo, lo stava abbassando. Che cosa sulla terra… che cosa nell’universo… univa quelle due persone? Non voleva saperlo.

— Il più delle volte riesco a leggere l’espressione umana — disse il primo difensore. — Lei sembra turbata. Dovrebbe esserlo. Ha interferito in una lotta tra uomini. Facendolo, ha causato un problema e creato un obbligo.

"Il problema è questo: ha messo a repentaglio la sua posizione tra la sua gente. L’ha fatto nel tentativo di aiutare Nick. Ciò crea quello che la sua gente, che sembra non pensare ad altro che alla procreazione e alle attività del mercato, definirebbe un debito. La mia gente lo chiamerebbe…" Fece una pausa, gli occhi azzurri distaccati. Strano che lei potesse dirlo quando quelle lunghe pupille misteriose non la guardavano. "…un obbligo reciproco. Può andare bene come traduzione. O forse dovrei dire che la sua azione può aver creato un obbligo.

"Lei ha agito, a quanto mi sembra, per onore e compassione ma il suo gesto non era necessario ed è stato inadeguato. Il fatto che il suo gesto non fosse necessario lo rende insignificante? Ciò che ha fatto era contrario alla volontà della Divinità e a ogni buonsenso. Ma lei non lo sapeva. Come posso giudicare il comportamento di un alieno, di una persona che proviene da una cultura che non sembra avere la minima idea di ciò che è decente?"

Tacque e respirò, sibilando leggermente. — Ha importanza l’intenzione o soltanto l’azione? Ha importanza l’azione o solo il risultato? Assomiglia alla situazione di un poema epico. Giusto e sbagliato sono così intrecciati che non c’è modo di dividerne i capi. Lei tira un filo chiaro e scopre d’aver estratto qualcosa di scuro. — Fece una pausa e aggiunse: — Non so con certezza se le devo qualcosa.

Dopo un momento, Anna disse: — Non sono in grado di dirglielo.

— Non mi aspettavo che un umano fosse in grado di darmi dei consigli su una questione di etica. — Lui guardò al di là di Anna, gli occhi azzurri vacui. Alla fine, continuò: — C’erano due navi umane, come forse sa. Quella all’estremità del sistema è partita. Pensiamo di sapere quanto tempo occorra per raggiungere la vostra base più vicina. Abbiamo osservato le sonde-messaggio spaziali che vanno e vengono. Abbiamo bisogno di lasciare il pianeta tra un giorno.

— Dunque. — Tacque di nuovo. — Ho due alternative, Perez Anna. Può scegliere. Le offrirò asilo. Se vuole, può venire con noi quando ce ne andremo.

— No — fece Anna, senza pensarci due volte.

— Ne è sicura?

Le stava chiedendo di gettarsi nell’abisso.

— La ringrazio per l’offerta, ma la risposta è no.

— Molto bene. Passerò alla seconda alternativa. Da quel che posso capire, questo assurdo complotto è stato ideato e portato avanti dai soldati che sono venuti con il gruppo dei diplomatici. I diplomatici pare che non sapessero niente, anche se forse mentono. Non c’è tempo per scoprirlo. Nicky mi aveva avvertito che c’erano due gruppi, e che non lavoravano insieme. E mi aveva detto che i soldati erano pericolosi. Avrei dovuto ricordarmi che questa è la sua specie.

"Parlerò con il suo gruppo diplomatico e suggerirò loro che questa non dev’essere la fine dei negoziati. La colpa di tutto questo può essere attribuita ai militari. I diplomatici… se sono intelligenti… possono venirne fuori senza disonore. Chiederò loro di accertarsi che anche lei se la cavi."

— La ringrazio.

— Forse non funzionerà. — Lui si spostò sulla sedia e guardò qualcosa sul tavolo. — C’è un’altra cosa, Perez Anna. Voglio chiederle un favore. Non è obbligata a dire di sì. Approfitteremo della presente situazione per appropriarci di qualunque cosa si trovi nella zona diplomatica o alla stazione che possa risultarci utile. Perlopiù di informazioni. — Lei vide lo scintillio dei denti. Quello era sicuramente un sorriso e i denti degli alieni… come i denti degli umani… erano squadrati e bianchi. Non zanne da lupo mannaro. Rassicurante. — Ci piacerebbe avere tutto il cibo umano possibile. Come forse sa, non condividiamo l’interesse umano per il cibo e ciò che mangiamo non nutre la vostra specie. In alcuni casi, la uccide. I nostri laboratori sono in grado di nutrire i nostri… ecco che perdo la mia proprietà dell’inglese… i nostri ospiti? I nostri prigionieri? Ma, secondo Nicky, il nostro prodotto non offre il livello di soddisfazione che la sua gente si aspetta dal cibo. Anna non avrebbe saputo dire se l’alieno avesse il senso dell’umorismo o fosse un presuntuoso moralista. Non poteva immaginare Nicholas che viveva con qualcuno privo del senso dell’umorismo. Ma poi, di nuovo, non riusciva a immaginare Nicholas che viveva con un torturatore.

— Vuole che le dica quale cibo prendere.

— Sì.

Lei ci pensò sopra un momento. Perché no? Si trovava già in guai terribili. Perché non rischiare il tutto per tutto? E la inteneriva forse il pensiero di prigionieri umani che mangiavano qualcosa come il cibo bilanciato e nutriente che mangiavano gli animali. Cibo umano, lo chiamavano gli alieni. Era un ciclo sinistro.

Annuì. — Lo farò.

Lui toccò qualcosa sul tavolo e parlò in un’altra lingua. Il tavolo rispose. Il primo difensore sollevò la testa. — La guardia Hai Atala la scorterà nelle cucine degli umani. Grazie per l’aiuto.

Un congedo. Anna si alzò. — Nicholas si riprenderà?

— Credo di sì. È resistente.

Anna aveva un’altra domanda. — Quelli della Mi pensavano che lei non avrebbe fatto niente, neppure se avesse scoperto quello che stava accadendo. Dicevano che, nella vostra cultura, gli uomini sono sacrificabili.

— Hah — commentò l’alieno, con una specie di lungo sospiro. Sembrava pensieroso, immerso. Lei, perlomeno, così lo vedeva.

Dopo un attimo, lui disse: — Noi crediamo che sia nella natura degli uomini combattere. Coloro che combattono rischiano di farsi male e di morire. Dobbiamo accettare le conseguenze di ciò che siamo e facciamo, Perez Anna. Sappiamo che le nostre vite devono probabilmente essere brevi. Sappiamo che probabilmente ci perdiamo l’un l’altro.

— Ma non è facile per noi perdere i nostri parenti e amici, e non userei mai la parola "sacrificabile", soprattutto per Nicky. Le persone che amiamo non sono mai sacrificabili.

Parve una buona frase sulla quale separarsi.

L’alieno di Anna, Hai Atala, era nel corridoio, in piedi e riusciva ad apparire sia in stato di allerta che a suo agio, come se gli fosse facile passare la giornata ad aspettare e a non agitarsi o a non lasciarsi sfuggire qualcosa di importante. Come un bravo giocatore lontano dal battitore. Sarebbe stato possibile insegnare a quella gente il baseball? Sarebbero stati interessati? Guardandoli muovere, Anna pensò che il football fosse assolutamente da escludere. Erano troppo aggraziati e troppo eleganti.

Tornarono all’ingresso della costruzione.

— Ho pensato a Moby Dick - disse Anna. — Tutti i personaggi importanti sono uomini, e la storia parla di caccia e di uccisione e di Dio e di follia. È molto probabile che lo troverebbe decente.

— Forse lo leggerò — ribatté Hai Atala. — La ringrazio per il consiglio. Non è facile studiare la vostra letteratura. Siete ossessionati dalla riproduzione. Non c’è da meravigliarsi che siate così numerosi.

Uscirono. La pioggia cadeva ancora, sottile e mista a nebbia. Oscurava il basso e ondulato paesaggio giallo dell’isola e faceva luccicare la pista d’atterraggio nera.

Si diressero insieme all’aereo.


16

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Quando ho lasciato l’infermeria di bordo, la Hawata stava uscendo dal sistema. Il primo gigante gassoso era alle nostre spalle e stavamo guadagnando velocità. I corridoi cominciavano ad assumere l’aspetto che avevano durante i viaggi. Non sono sicuro di riuscire a trovare le parole giuste per esprimerlo. La funzione di una nave è viaggiare e quando una nave viaggia la gente che si trova a bordo fa ciò che deve fare. Si muove verso la meta; riposa al centro della vita. Ci sono una concentrazione e una sicurezza che mancano quando si ammazza semplicemente il tempo o si fanno parti meno importanti di lavoro.

Ma i hwarhath sono i peggiori patiti del lavoro che abbia mai conosciuto.

Ho fatto rapporto al generale nel suo ufficio, secondo le istruzioni. Era più piccolo dell’ufficio sul pianeta, anche se la cosa non era immediatemente evidente. Lui aveva un ologramma e una parete si era trasformata in una fila di alte finestre strette. Oltre le finestre c’era il paesaggio: colline ondulate coperte di una bassa vegetazione giallo chiaro. Avevo visto quella vegetazione da vicino. Assomiglia a erba, finché non noti che non ci sono steli e semi, solo lunghe foglie strette e flessibili, d’un giallo sbiadito simili alle foglie dell’acero alla fine dell’autunno. Alberi punteggiavano le colline. Erano ampi e frondosi… con la forma degli aceri, a pensarci bene… e gialli: una tinta vivace e appariscente. Grandi animali scuri pascolavano sui fianchi delle colline. Il cielo era d’un blu limpido e profondo.

La terra di Ettin. La vista era quasi sicuramente quella che si godeva da una delle case mandate avanti dalle donne della sua stirpe. (Sì.)

Mi sono seduto. Il generale camminava, il che era insolito per lui. Di tanto in tanto, si fermava presso il tavolo e giocherellava con qualcosa: la statua della Divinità sotto le spoglie di Protettrice del Focolare o il pugnale dall’aria pericolosa che era l’emblema del suo rango.

Mi ha chiesto come stavo. Ho detto bene.

— Mi avevi avvertito su quella gente e io non ho ascoltato a dovere.

— Commettiamo tutti degli errori.

Lui ha guardato l’ologramma. — A me non piace farlo. Questo è vero.

— Abbiamo vuotato i loro computer. Non appena sarai in grado, voglio che cominci a guardare le informazioni. La cosa ti terrà molto occupato.

— Nessun problema.

— Shen Walha ti spiegherà come ha fatto a portarti via agli umani. È andato tutto liscio, tranne che per il male che ti hanno fatto. E non so cosa accadrà alla donna umana. La vostra specie mi è incomprensibile. È possibile che le facciano qualcosa. Una punizione, una vendetta.

Con questo come preambolo, mi ha raccontato della sua conversazione con Anna.

Alla fine, ho detto: — Perché le hai raccontato quella storia?

— Del primo anno che hai trascorso tra il Popolo?

Ho annuito. Lui ha preso la statua della Divinità e l’ha tenuta per un momento, poi l’ha posata nuovamente. — Lei non appartiene al perimetro. Nessuna donna vi appartiene. Ma la vostra specie fa di tutto un miscuglio. Niente è sicuro. Nessuno è protetto. Non so se tu le debba qualcosa. Ha tentato… quando l’ha capito… di salvarti la vita e, così facendo, si è messa in pericolo. Ho cercato di farle capire che non doveva intromettersi negli affari di uomini.

— Tanto per parlare.

È sembrato sorpreso e ha proseguito. — Di farle capire qualcosa sulla violenza del perimetro. La vostra gente deve mentire costantemente l’uno con l’altro sulla natura di tutto ma, soprattutto, sulla natura della violenza. Non penso veramente che abbia compreso in che cosa si era cacciata. Volevo darle qualche idea. Volevo spaventarla e farla sentire disgustata e inorridita.

— Probabilmente, ci sei riuscito.

— Bene. Come dico, non sono sicuro che le dobbiamo qualcosa. Ma se così fosse, mi piacerebbe tirarla fuori da questo pasticcio. — Prese il pugnale. L’impugnatura era d’oro con una gemma incastonata nel pomo che lanciava riflessi rosso-porpora e verdi. Un’alessandrite, ne ero quasi certo. La lama era lunga trenta centimetri, affilata come un rasoio.

— C’erano delle donne nella zona diplomatica. Ne abbiamo uccisa una, anche se, fortunatamente, l’abbiamo scoperto solo dopo, e nessuno sa chi l’abbia uccisa. Non è stato necessario che qualcuno chiedesse l’opzione. Abbiamo detto alla nave umana che l’avremmo distrutta se fosse uscita dall’orbita. So che ci sono donne a bordo. Abbiamo tenuto in ostaggio l’intera popolazione umana del pianeta, senza fare distinzione tra uomini e donne; e ci siamo lasciati alle spalle i missili per tenere d’occhio il pianeta fino alla nostra partenza. I loro programmi sono stati modificati e ora non fanno più discriminazioni. Non risparmieranno nessuno.

— Gesù Cristo — ho detto.

— Ho fatto questo perché non riuscivo a vedere un’alternativa; ma adesso devo andare dagli altri frontisti a chiedere loro come combatteremo un nemico simile. C’è un’altra domanda che non farò loro, dal momento che non mi fido del fatto che mi diano una buona risposta. Ma la porrò a te, Nicky. E da tanto che so di essere rahaka. Non accetterò l’opzione, se esiste un modo per evitarla. Come farò a vivere con quello che ho fatto?

Vivrai perché devi, maledetto pazzo. (Ah.)

Dopo averlo lasciato, sono andato a trovare Shen Walha, il capo delle operazioni del generale. La prima volta che ho visto quest’uomo, ho capito che era un Wally, un Inetto. È grande e grosso e dall’aria dolce con la peluria che si avvicina al bianco candido. Ha delle macchie sulla schiena e sulle spalle e sulla parte superiore delle braccia. Le macchie sono simili a quelle di un leopardo delle nevi: larghi anelli pelosi, vuoti al centro e spesso interrotti. Di un grigio pallidissimo.

Un tipo grande, grosso e chiazzato che assomiglia un po’ a un orsacchiotto. Naturale che sia un Wally. Mi sono accorto che quasi tutti lo usano come soprannome, perfino il generale.

Proviene da un’isola molto a sud del pianeta originario dei hwarhath. Il tempo, lassù, passa dalla pioggia alla grandine alla neve e da capo, e la gente ha pelo lungo e folto. Sembrano tutti grossi, morbidi e coccoloni. Hanno invece una reputazione di estrema durezza.

Sedeva nel suo ufficio, con l’abituale costume: un paio di pantaloncini corti. Il povero Wally ha sempre caldo. Aveva le mani incrociate sul largo ventre peloso. Mi ha guardato con i pallidi occhi gialli.

— So di doverti ringraziare per la mia vita.

— Per la tua libertà. Non credo che gli umani ti avrebbero ucciso. Siediti, se vuoi. — Si è grattato il petto, poi ha sbadigliato, lasciandomi ampiamente vedere i suoi quattro denti appuntiti. Nella maggior parte del Popolo, questi denti sono più lunghi, come i canini umani; ma quelli di Wally sono lunghi e appuntiti e lui sbadiglia molto. Afferma che il caldo gli fa venir sonno. Credo che sia una forma di esibizione.

— Il primo difensore ha detto di chiedere a te dell’operazione.

— È venuto da me venti giorni fa e mi ha detto che tu eri preoccupato, e ha pensato che non si trattasse di niente. Ma che poteva essere una buona idea quella di avere un piano d’emergenza del quale tu non dovevi essere a conoscenza.

— Perché?

— Non posso dirti le ragioni di Ettin Gwarha. Quanto a me, non mi fido di te. Non mi sono mai fidato.

— Oh, sì. Certo.

— Così ho cominciato ad ammassare uomini e armi a nord della base principale: un po’ ogni giorno, o quasi, sul volo regolare. Gli umani non se ne sono accorti. Erano troppo occupati a spostarsi sui loro aerei invisibili da una all’altra delle loro basi nascoste nel terreno. Dopo la nostra invasione, abbiamo scoperto due aerei e due basi, e quasi certamente ci saranno altri aerei e altre basi. Follia inutile! Ma li teneva occupati.

— Abbiamo messo tutto… uomini e armi… nelle zone di massima sicurezza della base.

Dove a me non era concesso di entrare.

— E quando il nemico ha fatto la sua brillante mossa, siamo stati in grado di ricambiare.

— È stato abbastanza semplice. Espugnare la pista d’atterraggio. Distruggere lo shuttle a terra. Lanciare uomini nella zona diplomatica e sulla stazione. Spianare le armi e sparare a qualcuno dei nemici, quelli che sono insolitamente stupidi o coraggiosi. Dire alla nave in orbita che abbiamo schierato missili intelligenti. Tanti, troppi per trovarli e fermarli. Se il nemico fa qualcosa, se comincia a muoversi, lo distruggeremo assieme a tutti gli umani del pianeta. Non esiste minaccia come una grande minaccia, Nicky.

Ha aggrottato la fronte e si è grattato il grande naso piatto e peloso. — C’era soltanto un problema. La seconda nave umana. Ho detto al primo difensore che volevo distruggerla. Era troppo vicina al punto di trasferimento. Ho pensato che ci saremmo presi un certo vantaggio. Lui ha detto di no. Voleva che bluffassi. È stato uno sbaglio, Nicky. Se avessi distrutto quella nave, avremmo potuto prendercela comoda sul pianeta. Studiare con calma tutti i sistemi dati e interrogare gli umani. Il primo difensore è convinto di poter salvare i negoziati. Non desiderava più violenza del necessario. È sempre una cosa stupida essere moderati in guerra.

— C’erano quasi certamente delle donne su quella nave. L’avresti distrutta ugualmente?

— Sì. Naturalmente. — Si è sporto in avanti e ha posato sul tavolo le braccia robuste. — Questi alieni pervertiti non sono i primi ad aver tentato di nascondersi dietro donne e bambini. Non sono i primi ad aver infranto le regole della guerra. Abbiamo saputo in passato come trattare con simili peccatori contro la Divinità.

La solita tecnica è di formare un’alleanza. Le antiche discordie vengono messe da parte, almeno per il momento. I nemici più acerrimi si uniscono e tutti si muovono contro la stirpe peccatrice.

Se possibile, alle donne e ai bambini non viene fatto del male, almeno non direttamente. Ma se la stirpe criminale non può essere fermata senza colpire donne e bambini, be’, allora accade; e gli uomini che fanno del male accettano l’opzione in quanto conveniente. (Una delle cose che mi piace veramente dei hwarhath è che si può infrangere quasi ogni regola purché, dopo, si sia pronti a suicidarsi. Secondo loro, ciò impedisce alla gente di sviluppare cattive abitudini.)

Nessuno negozierà con una stirpe che ha infranto le regole della guerra ed esiste una sola conclusione: una soluzione finale. La stirpe peccatrice viene completamente distrutta. Gli uomini vengono uccisi e le donne e i bambini non vengono accettati da nessun’altra stirpe. Diventano vagabondi, dei paria. Quando i bambini maschi maturano, vengono uccisi.

Se le donne hanno altri bambini, cosa che qualche volta era avvenuta, in passato, sebbene i hwarhath odino ammetterlo, i nuovi bambini ricevono lo stesso trattamento degli altri. Non c’è posto per loro tra il Popolo. Anche loro sono criminali.

Alla fine, la stirpe scompare. Può volerci una generazione o due o perfino tre. Non esiste alcun perdono. I hwarhath credono nella consequenzialità e nella genetica. Ci sono certi tratti che non vogliono ereditare.

Wally ha detto: — Abbiamo due alternative. Possiamo dichiarare che gli umani sono persone che hanno infranto le regole della guerra. Oppure possiamo dichiararli non persone.

— Che cosa significa?

I pallidi occhi gialli mi hanno fissato. Ha un grado superiore al mio. Ho abbassato lo sguardo. — Possiamo dire che gli umani sono animali molto intelligenti, che sanno imitare il comportamento delle persone, ma che mancano della qualità essenziale dell’essere persona. Non sanno distinguere il giusto dall’ingiusto. Non sanno giudicare e discriminare. Credo che ci sia una buona argomentazione per questo e, se sono animali, allora possiamo trattarli come animali. Non abbiamo bisogno di preoccuparci delle regole della guerra.

— Wally, tu mi spaventi.

Lui ha sbadigliato di nuovo, mostrando i denti. Poi ha sorriso. — Noi non siamo amici, Nicky. Non dimentico mai che cosa sei. Un alieno. Un nemico. Un traditore della stirpe. Credo che, alla fine, tradirai Ettin Gwarha.

— Io credo di no.

— Forse non intenzionalmente; ma hai uno spirito che va in due direzioni, e come tutti gli umani ti lasci facilmente confondere. Mescoli tutto assieme. Non sai distinguere il giusto dall’ingiusto.

Un paio di allegre conversazioni mattutine. Sono andato a praticare hanatsin e poi a controllare le scorte che il generale ha portato via agli umani.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


PARTE SECONDA

LE REGOLE DELLA GUERRA

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Il viaggio andò secondo le previsioni. Fecero il primo trasferimento, seguendo le direzioni date dal nemico, e arrivarono al centro del nulla. Una nave hwarhath era lì ad attenderli e diede loro nuove direzioni. Ripartirono. La nave hwarhath rimase sul posto per accertarsi che nessuno li seguisse. Questo accadde altre due volte e poi, dopo quattro trasferimenti, giunsero alla stazione nemica.

Il fatto che orbitasse (a una buona distanza di sicurezza) non produceva alcuna luce utile, e la stazione era visibile solo come un grafico sul computer. Apparve su uno schermo della sala d’osservazione: un tozzo, squadrato cilindro che aveva più che mai l’aspetto di un barattolo di zuppa.

Come convenuto, la nave si fermò a una buona distanza di sicurezza dal barattolo di zuppa e attese l’arrivo di uno shuttle alieno. Anna fece i bagagli. Non era stato facile decidere cosa portarsi dietro dalla Terra e adesso doveva prendere altre decisioni. Che cosa ci si doveva mettere ai primi negoziati in assoluto con un alieno nemico in casa sua?

Vestiario confortevole e molto versatile. Vestiario facile da lavare e che non richiedeva d’essere stirato.

Ma anche… e non ultimo… che abbagliasse i cupi occhi azzurri degli alieni, e, se non gli alieni (chissà poi che cosa avrebbe potuto abbagliarli), almeno i suoi colleghi della squadra diplomatica, o Nicholas Sanders, con quel suo piacevole sorriso e la non altrettanto piacevole storia. Anche se non poteva dirsi assolutamente sicura che sarebbe stato coinvolto in quel nuovo giro di negoziati.

Quando ebbe finito di fare i bagagli, si recò nella sala osservazione e rimase a guardare la scatola di zuppa che girava, ruotando sul suo lungo asse.

C’era uno dei suoi colleghi, un giovane diplomatico che si chiamava Etienne Corbeau.

— Non capisco — disse lui. — Si può dare qualsiasi forma a queste stazioni. Perché le fanno così oscene?

— Forse loro le vedono in maniera diversa. La bellezza è un fatto soggettivo.

Etienne scosse la testa. — Io credo nell’assoluto dell’estetica. La moralità è relativa, ma nell’arte c’è la verità.

— Stronzate.

— Devi sforzarti di imparare un nuovo vocabolario, cara Anna.

Perché? Lei partecipava a quella gita per una ragione soltanto. Il nemico aveva chiesto espressamente di lei. I hwarhath sapevano che non era una diplomatica. Non si aspettavano che parlasse come Etienne.

Il nemico fece partire il suo shuttle e la squadra dei diplomatici salì a bordo: umani dai grandi sorrisi che prendevano posto negli ampi sedili alieni. Lei era l’unica donna; i hwarhath erano stati categorici.

L’aria all’interno dello shuttle aveva uno strano aroma. I hwarhath, pensò Anna dopo qualche momento. Si era dimenticata del loro odore in quei due anni ma adesso le tornava chiaramente. Non era spiacevole, solo non umano.

L’equipaggio dello shuttle indossava pantaloncini corti e sandali. Erano educati; Anna ricordava quella loro qualità dal precedente incontro con i hwarhath sul pianeta degli pseudosifonofori; e si muovevano con quella loro grazia che era una caratteristica della specie. E sembravano più alieni di quanto non fossero mai sembrati. Forse era a causa della loro nuova tenuta che non nascondeva nulla di quanto fossero pelosi. O forse era a causa dei capezzoli. Ne avevano quattro, disposti a due a due, grandi e scuri e chiaramente visibili sul loro largo petto peloso.

Anna si domandò quanti bambini nascessero in una nascita media hwarhath. Aveva fatto ogni ricerca possibile ma si sapeva così poco di quegli alieni! E soprattutto delle loro donne.

— Questa gente mi ha sempre fatto venire i brividi — disse Etienne.

— Perché?

— Gli occhi. Le mani. Il pelo. E la loro violenza. Tu non eri nella zona diplomatica quando l’hanno colpita.

No. Anna in quel momento era prigioniera della Mi umana.

Avvertì un sussulto: lo shuttle che si separava dalla nave umana, la Envoy of Peace. Un momento dopo, la loro gravità cambiò e Anna si assicurò che le cinture fossero allacciate.

Il viaggio non fu niente di speciale. I motori ora andavano, ora si fermavano, ora riprendevano ad andare. La gravità continuava a cambiare. Non c’era nulla di speciale da guardare, tranne la cabina senza finestrini. Ma i hwarhath usavano soltanto colori industriali? E perché i loro colori industriali erano gli stessi colori industriali usati sulla Terra? Certo, lei non sapeva nulla sull’ottica degli alieni. Forse quelle vuote pareti erano invece coperte di disegni allegri che lei non vedeva. Forse, quando guardavano le varie sfumature di grigio, gli alieni vedevano… chi avrebbe potuto dirlo? …colori vividi come il fucsia.

Attorno a lei, i diplomatici parlavano nervosamente. Non dicevano nulla di importante. Gli alieni avrebbero potuto essere in ascolto. Di fronte, l’assistente dell’ambasciatore parlava di gladioli ed Etienne stava descrivendo la sua ultima visita al Museo d’Arte Moderna di New York.

Dopo un’ora ci fu un altro piccolo sussulto. Lo shuttle aveva attraccato. Si aprirono delle porte e quelli dello staff fluttuarono fuori aiutati dagli alieni, che non fluttuavano. Doveva esserci qualcosa nei loro sandali che li teneva fermi al pavimento.

Era come arrivare a una stazione umana, pensò Anna. Un ascensore condusse i diplomatici dall’asse alla periferia. Quando si fermò, nessuno fluttuava più. Uscirono con grande dignità e i hwarhath li guidarono per un corridoio e in una stanza: vasta e assai luminosa, con una moquette grigiastra. L’aria era fresca e odorava di macchinario e di alieni; una mezza dozzina di loro stavano aspettando, con indosso soltanto quei loro pantaloncini lunghi fino al ginocchio.

— Non capisco proprio questo loro vestiario — disse Etienne.

Anna preferiva quelle uniformi aderenti che aveva già visto addosso ai hwarhath. Adesso però quelli sembravano più a loro agio, sebbene avessero meno l’aria di consumati guerrieri spaziali.

Ci furono i saluti ufficiali, pronunciati da un grosso alieno con un pesante accento. Non il primo difensore. Dov’era? L’ambasciatore umano restituì i saluti. Anna, che era un po’ indietro, ebbe qualche difficoltà a sentire, non che fosse particolarmente interessata.

Osservò i hwarhath e notò che uno di loro le sembrava familiare: basso, scuro, ordinato. Lui la guardò, incontrando i suoi occhi per un brevissimo istante. E sorrise, e anche il sorriso le era familiare: breve, ammiccante, della durata dello sguardo. Hai Atala Vaihar.

Quando i convenevoli ebbero termine, lui le si avvicinò. — Signora Perez.

— Osservatore Hai Atala.

— Si ricorda di me. Ne sono compiaciuto. Devo però precisarle che sono stato promosso. Adesso sono un addetto.

— Congratulazioni.

Lui fece un altro dei suoi sorrisi. — Come saprà, è stato convenuto che abbia un alloggio adeguato lontano da quelli degli uomini. L’accompagno.

Anna parlò con i suoi colleghi. Etienne parve preoccupato. L’assistente dell’ambasciatore disse: — La cosa non è che mi piaccia molto, Anna. — Il capo delle sicurezza le disse di stare attenta. Hai Atala aspettava in rispettoso silenzio.

Un paio di minuti dopo, stavano percorrendo un corridoio simile a quelli della base hwarhath: largo, spoglio, grigio e pieno di alieni che si muovevano velocemente e con la loro consueta aria di sicurezza.

— Ho letto Moby Dick come mi ha consigliato — disse l’addetto. — Davvero un buon libro e quasi interamente decente. Ho… come si dice? …insistito con Sanders Nicholas perché lo leggesse. Voglio discuterne con un umano. Forse, fintantoché lei è qui…

Svoltarono in un altro corridoio. Anna guardò davanti a sé. Una figura alta e sottile era ferma e rivolta verso di loro, le braccia incrociate, una spalla contro la parete grigia del corridoio. Incrociava anche i piedi e tutto il suo peso poggiava su una gamba soltanto. Assolutamente tipico. Il ricordo che Anna aveva di Nicholas era di lui sempre in una posizione rilassata, tranne alla fine.

Lui si raddrizzò e si scostò dalla parete, dispiegando le braccia e allontanandole dal corpo. Doveva trattarsi di un gesto formale: braccia distese, mani piatte, i palmi in avanti. Le dita erano strette, i pollici verso l’alto. Che cosa significava? "Non ho niente in mano e su per le maniche?"

Hai Atala si fermò e fece lo stesso gesto.

— Salve, Anna — disse Nicholas, e sorrise. Sembrava lo stesso di due anni prima. Un po’ più vecchio, forse. E più grigio di capelli.

Hai Atala disse: — Nicky mi sostituirà, signora. Non ho parenti nella parte delle donne della stazione. In realtà, non dovrei neppure entrarci. Nicky almeno è della sua stessa specie e dice anche di essere della stessa regione del suo pianeta natio.

— Davvero? — chiese Anna.

— Ho letto la sua scheda. È cresciuta nella zona di Chicago. Io nel Kansas. Due midwestern. Questo ci rende parenti. Posso portarle la borsa?

— Per regolamento, dovrei portarla io. Il nemico potrebbe metterci qualcosa. Un congegno d’ascolto, una bomba.

— Siamo perfettamente in grado di sentire con i congegni attualmente situati nelle pareti — disse Hai Atala. — E nessuno metterebbe una bomba nella propria stazione spaziale. — L’alieno fece una pausa. — Non una grossa bomba, comunque. Spero di rivederla più tardi, signora. — Si girò e si allontanò. Anna rimase a guardarlo. — È la mia immaginazione oppure si muove con più grazia degli altri hwar?

— Amano darsi dei nomi l’uno con l’altro — disse Nicholas. — Specialmente gli uomini. Spesso si tratta di nomignoli, e spesso i nomignoli sono odiosi; ma il nomignolo di Hai Atala è L’Aggraziato. È soltanto per il modo in cui si muove. Hai Atala è aggraziato anche in pubblico e aggraziato di spirito, e di vedute molto più ampie della maggior parte del Popolo. Un giovane dabbene destinato a diventare molto importante se non ci sarà una qualche seria guerra. Se finiremo per combattere con la Confederazione, allora si troverà ad avere a che fare con Wally Shen.

— Anche lei ha un nomignolo? — domandò Anna.

— Un paio. L’uomo-che-non-ama-rispondere-alle-domande e L’uomo-che-odia-la-moquette. — Strofinò con i sandali la moquette che copriva il pavimento. — Vivo da vent’anni su questa roba e ha ancora il potere di irritarmi.

Indossava una camicia marrone con le maniche lunghe, pantaloni dello stesso colore e i sandali. Come sempre, il suo vestiario non appariva appropriato. Era come se glielo avesse cucito un sarto che non sapesse bene cosa stesse facendo. Due targhette rotonde erano fissate alla sua cintura: di metallo smaltato con emblemi che Anna non capiva e scarabocchi che dovevano essere quasi certamente scrittura.

— Andiamo — disse Nicholas.

S’incamminarono. Lui si infilò quasi subito le mani nelle tasche e assunse un’andatura che non aveva nulla delle movenze aggraziate di Hai Atala.

— Che fine hanno fatto le uniformi? — domandò Anna, dopo un po’.

— Quello che vede adesso è il vestiario maschile abituale dei hwarhath. Il Popolo è coperto di pelo e gli uomini… in larga misura… vivono in climi artificiali. Perché dovrebbero aver bisogno di vestirsi? Necessitano soltanto di tasche e di un posto cui appendere le loro targhe di identificazione, e hanno bisogno di coprirsi quel tanto che basta perché gente di più modesta cultura non ne sia disturbata. Ed è quello che vede.

— Le uniformi sul pianeta erano false — disse Anna.

— Costumi — disse Nicholas. — Come per una recita. Avevo detto al generale che gli umani avrebbero potuto non prendere sul serio gente che portava pantaloncini corti. Perciò abbiamo messo all’opera i nostri Art Corps perché disegnassero delle uniformi spaziali. Devo dire con buoni risultati. Mi piacciono in modo particolare gli stivali, alti, lucidi, neri, anche se non riesco a immaginare a cosa potrebbero servire. In una stazione spaziale non si va a cavallo, e non si va neppure molto a piedi. E il problema del morso dei serpenti non esiste. Forse vanno bene per prendere a calci i subordinati quando imprecano in lingua aliena. — Anna aveva dimenticato il suono della sua voce, tenorile, leggera, piacevole e piena di divertimento.

— Lo fanno?

— Prendere a calci i subordinati? No, e non imprecano neppure molto. Non ci sono oscenità nella lingua principale hwarhath, proprio nessuna. Non puoi dire a nessuno vaffanculo. Non puoi descrivere niente come cumulo di merda. A volte penso che questo spieghi molte cose sui hwarhath.

Svoltarono in un altro corridoio. Davanti a loro c’era un’alta porta doppia guardata da due soldati con i fucili. Sulla porta c’era un simbolo che partiva dalla linea di divisione delle ante e si divideva in due: fiamme alte un metro circa, in rilievo e dorate.

— Il Focolare — disse Nicholas. — Rappresenta la Divinità e il Mondo Natio, il Centro della Stirpe, e le Donne o, probabilmente, la Donna. — Lanciò un’occhiata a uno dei soldati e disse qualcosa. Il soldato si girò e toccò qualcosa. Le porte si aprirono.

All’interno, c’era un pavimento di legno, giallo chiaro e lucente.

Nicholas entrò, seguito da Anna. Le porte si chiusero alle loro spalle.

Le pareti sembravano intonacate: bianche, con una debole venatura d’azzurro. C’erano arazzi dai colori vivaci che rappresentavano hwarhath nell’atto di fare delle cose incomprensibili per Anna. Un lungo e largo tappeto correva al centro del pavimento. Come gli arazzi, era ricco di colori: rosso, azzurro, verde scuro, arancione e giallo.

— Gesù Maria — disse Anna.

Nicholas rise. — Mi ci sono voluti dieci anni di vita tra i hwarhath prima di poter vedere l’interno di un alloggio femminile. Poi un paio di zie del generale decisero di voler sapere di più del compagno che il loro adorato nipote si era scelto e si presentarono a una delle stazioni. — Parlando, Nicholas la condusse nella stanza, sul tappeto coloratissimo. — Mandarono a chiamare il generale e me per il colloquio. Avevo già sentito dire che gli alloggi delle donne erano molto diversi, ciononostante rimasi molto impressionato.

Anna guardò davanti a sé. Alla fine della stanza c’erano tre persone con abiti rossi e gialli. Aspettavano con la consueta calma hwarhath. Persone massicce, larghe, solide.

Nicholas proseguì con la sua voce morbida. — Ci vuole parecchio per indurre delle matrone hwarhath a lasciare il loro pianeta natio. Ma il generale è furbo. Gli avevano chiesto di farmi portare a Ettin ma lui aveva trovato scuse dopo scuse per non farlo. E così erano venute loro. Sono di una stirpe molto ambiziosa e il generale è il maschio Ettin più importante della sua generazione. Le zie non volevano che accadesse nulla al loro massimo rappresentante nel mondo degli uomini.

Raggiunsero le tre persone. Le loro vesti erano formate da lunghi e stretti pannelli cuciti insieme alle spalle. In fondo, i pannelli erano separati e legati qui e là da finissime catenelle d’oro. Quando le persone si muovevano, i pannelli si spostavano e forse fluttuavano perfino, ma i varchi tra di loro non aumentavano mai.

Il materiale di cui erano fatti ricordava ad Anna il broccato di seta. Ogni capo aveva un disegno diverso. Su uno sembravano esserci dei fiori; su un altro delle linee geometriche; l’ultimo raffigurava degli animali, ma Anna non avrebbe potuto dirlo con certezza.

Nicholas si fermò, tirando fuori le mani dalle tasche e lasciandole ricadere lungo i fianchi. La sua abituale irrequietezza era cessata. Se ne stava lì quieto, lo sguardo basso. Perfino così, con la testa bassa, era più alto degli alieni di dieci centimetri buoni, ma le dimensioni di quei corpi lo facevano apparire fragile.

Dovevano essere quasi certamente delle donne, sebbene i visi… larghi, smussati e coperti di pelo… non apparissero femminili, né lo erano i dorsi, o le braccia, nude, pesanti e pelose. Portavano tutte dei braccialetti: ampi, pesanti, semplici. Anna fu quasi certa che fossero d’oro.

— Non guardi direttamente — mormorò Nicholas.

Anna abbassò lo sguardo.

Una delle aliene parlò con una voce profonda… molto profonda.

— Vi presento — disse Nicholas. — La donna a destra è Ettin Per. Accanto a lei, c’è Ettin Aptsi. E quella a sinistra è Ettin Sai. Sono sorelle e leader correnti della stirpe Ettin. Ettin Gwarha è il loro nipote.

La terza donna… Sai… parlò con una voce che era meno profonda, più da baritono che da basso.

— Comprende l’inglese sebbene non lo parli correntemente. Mi ha chiesto di dirle che capisce che non voleva essere scortese quando le ha fissate. I costumi umani sono diversi.

La prima donna… Ettin Per, quella con la voce molto profonda… parlò di nuovo.

Nicholas disse: — Le dà il benvenuto negli alloggi delle donne. Sono ansiose di poter parlare con lei. Sono interessate al genere umano e alle donne umane in particolare.

— Dica loro che sono felice di essere qui — disse Anna. — E anch’io sono ansiosa di parlare con loro. È per questo che il generale mi ha fatta venire?

— Sì — rispose Ettin Sai.

Parlò la terza donna… Aptsi. Altro baritono.

Nicholas sollevò la testa e la guardò direttamente, rispondendo nella lingua aliena. Aptsi allungò una mano grigia e pelosa e lo toccò leggermente su una spalla.

— Siamo stati congedati — disse Nicholas. — Andiamo.

Lasciarono le tre donne, ferme come statue delle tre Parche. Nicholas condusse Anna in un’altra stanza, un po’ più stretta della prima ma dello stesso materiale. Qui non c’erano arazzi. Raggiunsero una porta fatta di un materiale argenteo. Una piastra quadrata… sempre di metallo ma più scuro e anonimo …era incassata nel muro accanto alla porta.

Nicholas la indicò. — Metta il palmo della mano qui e prema con decisione. Bene. Adesso si aprirà per lasciare entrare due sole persone: lei e io.

Al di là della porta, c’era una stanza quadrata. Il pavimento era di legno grigio pallido, la parte inferiore della pareti era coperta da pannelli dello stesso legno. Aveva una strana iridescenza. Come cosa? Scaglie di pesce? Madreperla?

Anna toccò il legno. Sembrava davvero legno ma un legno che fosse stato sott’acqua. Colori pallidi fluttuavano sulla lucida superficie.

— Le dispiace se mi siedo? — domandò Nicholas.

— Vada avanti. — Anna depose la borsa e guardò la porta. Si era chiusa.

Nicholas prese posto in una larga sedia bassa e allungò le gambe. — Conosco le zie da più di dieci anni, ormai. Non mi sento ancora pienamente a mio agio con loro. Aptsi è la più facile con cui andare d’accordo. Mi ha chiesto come stavo e ha detto che le faceva piacere rivedermi. — Nicholas la guardò, sorridendo. — Furono loro ad approvarmi dopo quel colloquio di dieci anni fa. Aptsi e Per. Decisero che Gwarha poteva tenermi. Mi sentivo come una specie di cagnolino non molto attraente. Sa, il bastardino che i bambini portano a casa. "Solo ricorda, Gwarha, di averne cura, e se mai ci fosse qualche problema…"

— Sono molto grosse — disse Anna.

— Sì. Forse in seguito le parlerò del dimorfismo sessuale del Popolo ma non adesso. Ha una cucina e un bagno. Ho potuto controllare. Gli impianti potranno sembrarle strani ma le assicuro che funzionano e che possono essere usati dagli umani. In cucina c’è del cibo, parte del bottino del generale alla fine dei negoziati precedenti. Ci sono trasformatori elettrici e tutti i punti di accesso necessari. Se ha qualcosa che funziona a elettricità, può tranquillamente infilare la spina. C’è un sistema interno di comunicazione. Ho scritto qualche istruzione su come adoperarlo e su come mettersi in contatto con me, come pure con il suo gruppo. E ho tradotto le istruzioni su cosa fare in caso di emergenza: mancanza di energia, di gravità, di pressione atmosferica.

— Accade spesso?

— Mai, secondo la mia esperienza. Ma legga le istruzioni e le memorizzi.

— Se dovesse accadere qualcosa, questo è il luogo più sicuro. I hwarhath hanno fatto in modo che questa parte della stazione sia molto solida. Tutti i sistemi prevedono molte vie d’uscita e sarà qui che le squadre di soccorso arriveranno per prime. I hwarhath proteggono molto seriamente le loro donne. E a proposito della stazione, le darò qualche informazione. È stata costruita per questa serie di negoziati. Non è vicina a nulla che interessi i hwarhath e i hwarhath non la usano normalmente come punto di trasferimento. C’è molto poco da sapere, qui. Se i suoi colleghi decidessero di giocare allo spionaggio, perderebbero soltanto tempo e irriterebbero i hwarhath.

— La stazione è immensa — disse Anna. — L’hanno costruita per una sola serie di negoziati?

Lui si strinse nelle spalle. — In questo momento è in gran parte vuota. Se i negoziati avranno successo, il Popolo avrà quasi certamente bisogno di altro spazio. Se le cose non andranno bene… be’, immagino che le cariche esplosive siano già piazzate.

Anna non voleva pensare a una cultura che costruisse delle cose tanto grandi in meno di due anni, e con la consapevolezza di dover anche essere costretti a distruggerle. Cambiò argomento.

— Non ci saranno giochi di spie. È stato detto chiaramente a quelli della Mi di tenere a posto le loro sporche mani.

— Si giri — disse Nicholas.

Lei lo fece. C’era un rettangolo fatto di luci nella parete sopra i pannelli di legno: tre luci verticali e cinque orizzontali. Erano tutte accese e incolori tranne due nella fila orizzontale che avevano una colorazione ambrata.

— È il suo monitor di sicurezza. Se tutte le luci sono senza colore, allora significa che le porte sono tutte chiuse a chiave e il suo sistema di comunicazione è disattivato, e nessuno è in ascolto o in osservazione. Se qualcuna delle luci è ambrata, allora non è al sicuro.

— Mi sta dicendo la verità? — domandò Anna.

— La mia reputazione di bugiardo è esagerata. Lei ha dei microfoni, Anna, e non sono alieni. La sicurezza del generale è venuta qui, stamattina, ne sono quasi certo, e ha fatto un controllo. Al primo ikun. Queste stanze erano sicure prima che lei ci mettesse piede.

— Penso che userò il bagno.

Lui glielo indicò e Anna scomparve al di là di una porta.

Nicholas aveva ragione sugli impianti. Erano decisamente strani ma funzionavano e un umano poteva usarli. In quanti posti sulla terra avrebbe potuto trovare quella stessa carta igienica? Si trattava di una delle tante cose che il generale aveva preso?

Si lavò le mani e la faccia, poi si guardò nello specchio.

Una donna robusta, di altezza media per un umano. La pelle era scura. I capelli corti e neri e ondulati. Indossava pantaloni e giacca azzurra di cotone, di un tipo che non si spiegazzava. La camicetta era bianca e fatta dello stesso cotone a prova di pieghe. Non portava gioielli tranne una fila di lapislazzuli. Glieli aveva portati sua madre dal viaggio fatto nella Repubblica Socialista Islamica, molto tempo prima, quando ancora c’erano delle nazioni indipendenti sulla Terra.

Era quello l’aspetto di una persona che si trovava a centinaia di anni luce di distanza da casa? Era quello l’aspetto di qualcuno che aveva appena usato un gabinetto alieno?

Sì, ed era anche l’aspetto di qualcuno che… a quella distanza e in mezzo a tutte quelle stranezze… non poteva sfuggire agli sciocchi.

Ehi! La sua espressione era arrabbiata! Non le piacevano quelle pieghe attorno alla bocca o tra le sopracciglia.

Aveva una penna nella tasca della giacca. Grazie al cielo, era rimasta all’antica. Non pensava di potersi fidare del computer. Strappò un pezzo di carta igienica e scrisse: "Mi liberi dei microfoni". Poi fece una smorfia alla sua immagine riflessa e tornò da Nicholas.

Lui era in piedi, adesso, con un paio di bicchieri di vino. Erano entrambi semipieni di un liquido giallastro. — La sua scheda diceva che le piace il vino bianco. Questo è Pouilly Fume. Non male, penso, anche se devo dire di non aver più il gusto per certe cose.

Anna prese uno dei bicchieri e in cambio gli passò il pezzo di carta igienica. Lui lo guardò, annuì e sollevò il bicchiere. — Alla pace e all’amicizia.

Bevvero. Il vino era freddo e buono.

Nicholas depose il bicchiere. — Per questa sera non è previsto nulla. Può concedersi un po’ di riposo, e sembra che ne abbia davvero bisogno. Domani ci sarà l’apertura ufficiale dei negoziati, molti discorsi che non significheranno granché. Io potrei anche non esserci, lei no. Mi farò vedere in mattinata. Non dovrebbe andare da nessuna parte senza una scorta, Anna, e la scorta dovrebbe essere qualcuno che conosce. Io o Hai Atala Vaihar. Domani la presenterò al terzo uomo. Eh Matsehar. È un membro degli Art Corps in temporanea missione con il generale. Il suo inglese è eccellente e i suoi modi tollerabili.

Anna non voleva essere lasciata sola in quel posto senza altra compagnia tranne congegni umani di spionaggio, ma non riusciva a pensare a qualcosa da dire.

— C’è dell’altro vino in cucina, e del cibo, come le ho detto. Nessuno può entrare qui dentro senza il suo permesso. E non penso che le zie la importuneranno, ma se lo facessero si ricordi che sono anziane rispetto a lei. Le tratti con rispetto, e direttamente. Non menta e non cerchi di essere evasiva. Se non vuole rispondere a una domanda, lo dica. Tutto il Popolo rispetta l’onestà, e la gente di Ettin è famosa per la sua schiettezza. C’è una canzone d’amore che comincia… — Nicholas fece una pausa e guardò la parete alle spalle di Anna con un’espressione lontana.


Come la gente dei monti di Ettin

dirò chiaramente quello che ho in mente.


"È una traduzione abbastanza fedele. Mi sono sempre piaciute le parole di quella canzone e oggi mi piace perfino la musica. Mi ci sono voluti degli anni prima di poterla accettare come tale e non come uno dei tanti rumori alieni." Nicholas andò alla porta, toccò il muro accanto e la porta si aprì. Si girò poi a guardare Anna. "Se si sente sola, ricordi il sistema di comunicazione interna. Può sempre mettersi in contatto con uno dei diplomatici. Buona notte. Non sia così arrabbiata, o preoccupata. Questa non è una cattiva situazione." Sorrise. "Mi creda, mi sono trovato in altre ben peggiori."

La porta si chiuse dietro di lui. Anna si sedette su una delle sedie. Era profonda e morbida, foderata con un materiale che aveva gli stessi, intricati disegni del tappeto che copriva il pavimento. Bevve dell’altro vino, poi si tolse le scarpe e appoggiò i piedi su un tavolo di quel legno simile a madreperla. Le gambe del tavolo avevano forme di mostri. Perlomeno, quelli erano mostri, pensò. Ricoprivano la loro parte: scaglie e aculei e artigli e denti.

Sollevò la testa. C’era una luce al centro del soffitto, di metallo grigio e di un materiale simile a vetro smerigliato. Le ricordava qualcosa sulla Terra. Art déco, uno stile che aveva dominato l’arte occidentale nella metà del ventesimo secolo. Questo sì che era curioso.

Ma forse stava facendo ciò che gli umani facevano sempre nel cercare di rendere familiare ciò che era strano. Incontri un tipo con il pelo grigio e le orecchie grandi e le pupille orizzontali e dici: "Avevo un cugino proprio come te a Schaumberg, Illinois".

Nicholas lo diceva mai?

Come doveva essere vivere completamente soli tra alieni?

Come doveva essere sognare di subire la tortura?

Nel sogno, le creature che ti torturano non sono umane. Ti svegli dall’incubo e scopri che qualcuno ti sta confortando. Qualcuno ti rassicura. Qual era stata la frase che il generale aveva usato? Costruire una strada di parole che ti riporti alla realtà.

Quella persona è disumana, il tuo torturatore.

L’abisso, pensò Anna.

Finì il suo bicchiere di vino, poi quello lasciato da Nicholas, appena toccato. Dopodiché, andò in cerca della camera da letto.

Un pavimento nudo di madreperla, pareti nude di quel materiale che sembrava intonaco, un letto che era un blocco rettangolare con un sottile materasso sopra. Soltanto il cuscino sembrava assolutamente ordinario, ma sbagliato. Troppo morbido. Il soffitto era aperto alle stelle.

Mio Dio, pensò, guardando in alto. C’erano tanti soli fiammeggianti, e lontani agglomerati, nuvole di gas lucente, di tutti i colori possibili.

Dev’essere un ologramma. La stazione girava e ciò che vedeva era invece immobile.

Ma se era un ologramma, era il migliore che Anna avesse mai visto.

Si spogliò. Una coperta giaceva ai piedi del letto, ripiegata accuratamente. L’aprì, la distese sul letto e ci si adagiò, rivolta a quella splendida vista. Rimase così fino a quando i suoi occhi non riuscirono più a mettere a fuoco. Le stelle si confondevano. Si tirò la coperta addosso e dormì.

<p>2</p>

Il generale era nel suo ufficio, l’ultimo di una serie (per come mi ricordo) in un arco di tempo di vent’anni e in non so quanto spazio. Sono tutti più o meno uguali. Questo aveva un nuovo ologramma.

Sostituiva in pratica la parete opposta al suo tavolo da lavoro. Non c’erano finestre: niente da incorniciare o da mediare. La moquette cessava bruscamente. Oltre, onde verdi si rompevano su una spiaggia di sabbia grigioverde. Il cielo era tempestoso e quasi dello stesso colore dell’acqua. In lontananza, sorgevano delle scogliere e creature volanti stridevano. Le creature non avevano un’aria familiare.

— Che cos’è?

— Uno dei mondi di insediamento. — Il generale ha fatto una pausa e si è corretto. — Uno dei mondi dove stiamo cercando di insediarci.

Gli ho detto dei microfoni.

— Ascoltano le donne. È disprezzabile.

— Ve l’avevo detto che lo facevano e che lo avrebbero fatto.

Lui ha attivato l’intercom. — Le mie zie dovrebbero saperlo.

— L’ho detto a Ettin Per.

— Ha. — Il lungo sospiro. — E che cosa ha detto?

— È arrabbiata. Le ho detto che i microfoni saranno disattivati domani alla fine del primo ikun.

Lui ha guardato l’ologramma. — Non avremmo dovuto chiedere agli umani di mandare Perez Anna. Stiamo introducendo il comportamento umano… l’irrispettosità e il disonore umani… in luoghi che dovrebbero essere sempre tenuti al sicuro.

— Dillo alle tue zie. Sono loro che hanno deciso che il Weaving avesse bisogno di sapere delle donne umane.

L’attenzione del suo sguardo era cambiata. Il generale stava guardando qualcosa nell’ologramma. Mi sono girato. Una delle creature volanti era atterrata sulla spiaggia. Aveva artigli sulle ali e strisciava come un pipistrello sulla sabbia: una grossa creatura con squame, chiazzata di grigio e di verde e di scuro. Il becco aveva molti denti stretti e appuntiti.

— Anna ha senso. La conosciamo. Sappiamo che non è interamente ostile al Popolo; ed è diretta, Primo Difensore. Non farà arrabbiare le donne di Ettin. Se non sapessi che non è così, direi che quella cosa è uno pterodattilo.

— Cosa?

— Un animale della Terra. Sono estinti sai… se ricordo correttamente… sessanta milioni di anni. No, nessuno è mai riuscito a scoprire come decollassero e atterrassero.

— Forse così — disse il generale mentre l’animale spiccava un balzo, sbatteva le ali e si sollevava.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>3</p>

Si svegliò al profumo di bacon.

Sopra di lei, le stelle erano scomparse, e Anna guardava un soffitto bianco e liscio.

Il bagno era vicino alla camera da letto. Prese i vestiti, entrò a lavarsi e indossò un altro completo pantaloni, questa volta grigio (il colore preferito dei hwarhath) con una camicetta gialla e una collana di grani d’agata, striati di grigio e marrone. Orecchini d’oro a perno. Nessun altro gioiello.

Quel giorno, le sue riflessioni sembravano meno stanche e meno piene di rabbia, forse perfino felici. Sorrise a se stessa. Ricordati, Anna, le diceva sempre sua madre, un sorriso rende tutti più belli, e se sorridi sarai più felice.

La colazione era su uno dei tavoli della stanza principale: una tazza di caffè, coltello e forchetta, un piatto con una fetta di pane (tostato) e tre pezzi di bacon, croccante alla perfezione. L’ultima cosa contenuta nel piatto era quadrata, gelatinosa e d’un verde pallido.

Nicholas era in piedi, appoggiato al muro, e aveva in mano una tazza di caffè.

— Cosa diavolo è? — Anna infilò la forchetta nella cosa verde.

— In gran parte, proteine. Molto nutriente. Il sapore non la disgusterà. Non sa di niente.

Lei ne assaggiò un boccone. Nicholas aveva ragione quanto al sapore.

— Se desidera un po’ di carboidrati, ho qualcosa di giallo e… — Fece una pausa. — …consistente. Credo che sarebbe la descrizione giusta. Non sono mai riuscito a scoprirne il gusto. Certi giorni, penso che potrebbe essere cartone, ma non mangio cartone da anni.

— Questo è cibo umano — fece lei.

Nicholas sorrise. — Il bacon è vero e lo sono anche il caffè e il pane; ma pensavo che forse le sarebbe interessato ciò che mangiano la maggior parte degli umani, che sono… qual è il simpatico termine del generale? …nostri ospiti.

Anna mangiò. Lui rimase a guardarla, sorseggiando il suo caffè.

— Sparecchierò più tardi — disse, quando lei ebbe finito. — Dovremmo andare.

Passarono per gli alloggi delle donne, senza vedere nessuno, e superarono le grandi porte doppie.

Un hwarhath era in attesa nel corridoio: grosso, dall’aspetto desolato e grigio, e indossava gli abituali calzoncini. Si fece avanti. C’era qualcosa che non andava nel suo modo di muoversi. Era goffo, e il Popolo non lo era mai.

Allungò la mano sinistra e la guardò. — È giusto? Sto cercando di imparare a stringere la mano.

— L’altra mano — lo corresse Anna.

Lui obbedì e si strinsero la mano.

— Come sono andato? — domandò il hwar.

— Ci ha messo troppa forza. Proviamo di nuovo.

Lo fecero, mentre Nicholas stava a guardare. La sua espressione era attenta e divertita. — Dobbiamo andare, Anna.

Si girarono e proseguirono insieme. Non c’erano dubbi sul modo in cui l’alieno si muoveva; era il primo hwarhath scoordinato che lei avesse mai incontrato.

— Mats si è dimenticato di presentarsi — disse Nicholas. — È Eh Matsehar. Un progrediente, il che significa che mi supera di rango, ed è temporaneamente assegnato allo staff del generale. È soprattutto così che può studiare gli umani. Lavora per gran parte del tempo negli Art Corps. È il miglior commediografo della presente generazione.

— Il miglior commediografo maschio — precisò Eh Matsehar. — Amit Asharil è bravissima, ed è probabile che sia brava quanto me, anche se in realtà non è possibile paragonare il lavoro degli uomini con quello delle donne.

— Mele e arance — disse Nicholas — geniale.

— Conosco quella frase — fece l’alieno. — Sono due tipi di frutti provenienti dal vostro pianeta originario e, per un qualche motivo che non mi è chiaro, non possono essere paragonati.

— Uh-huh — commentò Nicholas.

— E lei… — Il hwarhath reclinò la testa, guardandola obliquamente. — …è Perez Anna, l’ultima delle vittime di Nicky.

— Cosa?

— Di questo possiamo parlare un’altra volta — disse Nicholas.

— Perché non ora? — domandò Eh Matsehar.

— Non so chi sia in ascolto.

— Qui? — L’alieno si guardò attorno. — Nessuno, suppongo. Cosa ascolterebbero? Pettegolezzi di corridoio.

— Forse — disse Nicholas.

Erano passati per una serie di corridoi, tutti quasi uguali: pareti nude e moquette fittamente intrecciata, tutto (come al solito) grigio. L’aria era fresca, quasi fredda. Sapeva di metallo e di alieni. Incontrarono diversi hwarhath ma non così numerosi come il giorno prima. La delegazione umana era arrivata al cambio di turno? I hwarhath organizzavano il loro lavoro in turni?

Raggiunsero un corridoio presidiato da due soldati con i fucili.

— Questa è la stazione dei Colloqui-con-i-Nemici — annunciò Nicholas. — È esattamente ciò che dice il nome; e questa è la sezione Colloqui-con-i-Nemici. D’ora in poi, Matsehar l’accompagnerà. Io devo occuparmi di altre faccende.

Anna proseguì con l’alieno. Lui la condusse in una stanza occupata dai membri del gruppo umano addetto ai negoziati e ve la lasciò. Il capo della sicurezza… un uomo molto scuro e magro, che portava vestiti civili e un taglio di capelli da civile… disse: — È andato tutto bene? — Aveva un accento cadenzato dei Caraibi. Il capitano McIntosh.

— Bene. Ho conosciuto qualche donna.

— Oh, sì? — fece l’assistente dell’ambasciatore. — Sono più facili da trattare degli uomini?

— Non credo — rispose Anna.

L’assistente aggrottò la fronte. — Non sono sicuro di volerlo sentire, Anna. Lei assisterà alla riunione da qui. Non siamo riusciti a smuoverli in proposito. Non la vogliono nella sala vera e propria della riunione, anche se ci hanno chiesto di portarla.

Per lei andava bene.

Il resto del gruppo se ne andò. La porta si chiuse alle loro spalle e Anna si guardò attorno: un’altra stanza grigia con la moquette. C’era una sedia, piazzata di fronte a una parete vuota. Come al solito, la sedia era più larga e bassa e superimbottita. Si sedette e la parete di fronte a lei sparì. Stava guardando un’altra stanza, più ampia di quella in cui si trovava lei e con due file di sedie, identiche alla sua… per quel che avrebbe potuto dire. Erano disposte al centro della stanza, una di fronte all’altra. A parte le sedie, la nuova stanza era vuota. Le pareti erano del solito colore, vuote e senza finestre.

Strano, pensò, mentre si accomodava. Il Popolo sembrava passare da un genere veramente lineare di design funzionale a un altro che lei aveva visto negli alloggi delle donne: ricco, decorato, splendidamente fatto. Era principalmente una questione di maschi e femmine? Gli uomini erano condannati al grigio della corazzata mentre le donne vivevano tra tappeti, arazzi e legno lucente come madreperla?

Della gente cominciò a entrare nella grande stanza, l’ologramma: prima umani, che entravano da una porta che lei non poteva vedere e si disponevano lungo una fila di sedie. Quand’ebbero preso tutti posizione, rimasero in piedi ad aspettare. Si era discusso e ci si era messi d’accordo su tutto: come la gente entrava e dove si sedeva.

I hwarhath arrivarono da un’altra parte. Si erano messi le uniformi da guerrieri spaziali. Gli stivali alti, neri e lucidi avevano un aspetto militare potente e arrogante. Molto più impressionanti dei sandali.

Il primo uomo che apparve era più basso degli altri che lo seguivano. Raggiunse l’estremità della seconda fila di sedie e la percorse fino a quella al centro, poi si fermò e si girò verso gli umani: un tipo robusto, dal petto ampio. Stava molto eretto, come tutti; Anna non aveva mai visto un hwarhath scomposto. E aveva la solita facilità di movimento e di andatura degli alieni, ma con qualcosa in più. Cosa?, si chiese. La sicurezza? La decisione? Qual era la parola esatta? La qualità di essere deciso. Gli altri hwarhath si disposero ai suoi lati. Anna riconobbe Hai Atala Vaihar, immediatamente alla sinistra dell’uomo basso, e leggermente più arretrato. Tutti i hwarhath si tenevano vicinissimi alla fila di sedie, accertandosi che l’uomo robusto fosse in posizione avanzata, da solo.

Lui si guardò ai lati, per un istante, per assicurarsi che i suoi avessero raggiunto i loro posti, poi guardò l’ambasciatore umano e annuì. Si sedettero tutti, alieni e umani, e cominciarono le presentazioni.

L’uomo basso era Difensore della Terra con Onore Primo Davanti Ettin Gwarha. Il generale di Nick, la testa leggermente reclinata verso Hai Atala Vaihar, intento a fare la traduzione, ma per il resto eretto e con lo sguardo fisso sugli umani, con un’aria di tranquillità o forse di indifferenza. Quando infine parlò, nella lingua aliena, Anna riconobbe la voce: profonda e morbida con una punta di durezza. Non lasciava intendere di conoscere l’inglese, anche se ormai tutti lo sapevano.

Dopo le presentazioni iniziarono i colloqui.

Forse lei non era la persona adatta per quel lavoro. La sua tolleranza per quel genere di cose non era grande. Perlomeno, non si trovava nella sala della riunione. Poteva muoversi e pensare a qualcosa di più interessante. I microfoni nel suo bagaglio, gli interni decorati, il numero di bambini in un parentado medio di hwarhath. Era strano che fosse riuscita a osservare le creature nella baia per ore, senza annoiarsi o innervosirsi. Forse perché, per quel che ne sapeva, quelli non dicevano niente che non fosse vero. Erano divisi tra la paura e il desiderio di accoppiarsi. Volevano veramente rassicurarsi l’un l’altro.

Dio, come le mancava quel posto! Non vi era più tornata da quando la Mi l’aveva portata via dal pianeta. Chiuse per un momento gli occhi e si immaginò di nuovo col povero vecchio Mark, che giaceva ancora… secondo lei… sul fondo di qualche fossa sottomarina; il cielo azzurro sopra di lei; le colline dorate attorno; l’acqua limpida della baia piena di pseudosifonofori e la luce giusta per vedere i corpi trasparenti.

La riunione durò quattro ore. Alla fine, tutti si alzarono e uscirono nel modo stabilito. L’ologramma svanì. La porta della stanza di Anna si aprì ed Eh Matsehar comparve sulla soglia.

— Perché lei non era là dentro? — domandò Anna e indicò la parete ora vuota.

— I negoziati non sono il mio forte. Sono qui per osservare e cercare di capire. Se viene con me, Perez Anna, la porterò nel luogo in cui i suoi compagni si riuniranno a mangiare e, contemporaneamente, a parlare. Nicky dice che è una cosa comune, quasi universale tra gli umani; e io ho letto in proposito nelle vostre commedie. La scena del banchetto in Macbeth, per esempio.

Percorsero insieme il corridoio verso un’altra stanza. Quella stazione era un vero labirinto, una casa degli specchi.

Si aprì un’altra porta. Eh Matsehar disse: — Tornerò a prenderla tra mezzo ikun. Equivale a circa due ore del vostro tempo.

— Ha letto Macbeth? — domandò lei.

— Sì. Nella lingua originale e nella traduzione di Nick. Credevo di poterne fare qualcosa. L’eterosessualità è irrilevante. La donna… la meravigliosa e orribile donna! …può essere trasformata in una madre o sorella. Poi la storia verte sull’ambizione e la violenza, che sono argomenti decenti che non disturberanno alcuno del pubblico. Ma non sono ancora riuscito a fare niente. Forse dopo che avrò visto altri di voi. — Fece una pausa e aggiunse:


Tutto il grande oceano di Nettuno laverà

questo sangue dalla mia mano?

No, questa mia mano tingerà

piuttosto gli innumerevoli mari

del colore del sangue,

mutando il verde in rosso.


"Questo sì che è un bello scrivere." Indicò la porta. Anna entrò.

La stanza era piena di suoi colleghi, già seduti attorno a un tavolo lungo e troppo basso. Le sedie erano altrettanto basse. L’ambasciatore, un tipo corpulento del sudest asiatico, si alzò a fatica e disse: — Signora Perez, si accomodi qui, la prego. Ho bisogno di sapere delle donne aliene.

Anna si accomodò tra lui e l’assistente dell’ambasciatore, che era alto quanto Nicholas e scomodo sulla sua sedia.

Sten e Charlie. Anna raccontò loro del suo incontro con le donne di Ettin, mentre mangiava finta anatra con erba al limone.

Quand’ebbe finito, Charlie posò i bastoncini sulla ciotola e si appoggiò allo schienale della sedia. — Nicholas Sanders è qui. Mi chiedo perché non si servano di lui durante i negoziati.

— Ha importanza? — domandò Anna.

— Non saprei. Non ho intenzione di preoccuparmene. Dalla sua precedente esperienza, lei sa quanto sia stato utile preoccuparsi per Sanders. Se la Mi avesse tenuto le mani a posto, forse a quest’ora avremmo raggiunto un trattato; e dovremmo essergli grati. È per merito suo, ne sono quasi certo, se abbiamo una cucina utilizzabile. Ogni cosa è etichettata in inglese, con istruzioni ampie e chiare. Forse l’uomo sarebbe dovuto diventare uno scrittore tecnico.

— Cosa devo fare in seguito? — chiese Anna.

— Esattamente quello che sta facendo. Parli con le donne aliene. Parli con Nicholas Sanders. Faccia rapporto. A un certo punto, credo, cominceremo a capire perché gli alieni hanno chiesto di lei e quale ruolo hanno nei negoziati queste donne che sembrano sorprendenti.

— Ciò che mi interessa — fece Sten — è l’affermazione dell’uomo secondo il quale questa stazione è stata costruita per questi negoziati. È possibile, capitano McIntosh? Noi potremmo farlo?

— Non lo so e, se lo sapessi, sarebbe un’informazione protetta. — L’altro fece una pausa. — Se è vero, è un’impresa imponente. Credo di poterlo dire e, inoltre… mi riesce difficile credere che la stazione sia perlopiù vuota. Se avessi tutto questo spazio, troverei il modo per usarlo.

Sten sembrava preoccupato.

Charlie disse: — Cerchiamo di evitare ipotesi e speculazioni. Non è affar nostro ciò che i hwarhath fanno della loro stazione nel loro spazio.

Anna se ne andò alla fine del pasto, dopo lo sformato e il forte caffè asiatico, zuccherato e con l’aggiunta di latte condensato.

Eh Matsehar era nell’atrio. Era calmo e paziente come qualsiasi altro hwar. Solo quando si mosse Anna notò, di nuovo, la goffaggine così insolita per un hwar. Tornarono indietro attraverso la stazione.

A un certo punto, a metà strada, lei chiese: — Che cosa intendeva dicendo che ero l’ultima delle vittime di Nicky?

— Se lui non vuole che parli nei corridoi, non lo farò — disse l’alieno. — Anche se credo che si sbagli. Non conosce le regole dello spionaggio. Tutto ha delle regole, sebbene voi umani non sembrate capirlo. Questo deve rendervi la vita molto difficile.

La lasciò presso la grande porta doppia. Anna entrò e percorse il grande corridoio pieno di arazzi che portava al suo alloggio.

Nicholas si trovava nella stanza principale e parlava con un alieno. Sollevò la testa al suo apparire. — Anna. Questo è il capo della sicurezza del generale. Vorrebbe controllarla per i dispositivi di sorveglianza. Col suo permesso, naturalmente.

Lei annuì.

Nicholas parlò e l’alieno sollevò una mano. Stringeva qualcosa di simile a una pistola, di colore argenteo, con una canna larga che la faceva assomigliare a un antico trombone. Una serie di luci, in cima, brillavano fiocamente. Passò su di lei la pistola, senza mai toccarla e senza mai sollevare la testa abbastanza perché i loro sguardi si incrociassero. La cosa emise un paio di rumori. Le luci in cima si fecero più forti e più rapide.

Un’esibizione meravigliosa, pensò Anna. Ma cosa stava accadendo?

— Potrebbe dargli la sua cintura? E le scarpe? Vi hanno piazzato dei microfoni.

Lei si tolse cintura e scarpe e le porse.

Nick parlò ancora con l’alieno che era alto come il generale e anche più robusto. Il suo petto sembrava un barile. Le braccia e le gambe erano corte, grosse e forti. Una cresta di capelli gli correva sulla testa e scendeva più lunga e più scura del resto della peluria, e molto caratteristica.

Alla fine, l’alieno si girò verso di lei e parlò, tenendo lo sguardo basso.

— La ringrazio per la sua comprensione e collaborazione. Le sue stanze sono sicure, adesso.

— Bene.

L’alieno se ne andò, portandosi via le scarpe e la cintura.

Dopo che la porta si fu chiusa, Nicholas disse: — Ricorda la guardia che avevo l’ultima volta che ci siamo visti? Il ragazzo?

— Quello che è stato ucciso?

Lui annuì. — Si chiamava Gwa Hattin. Il tizio che è appena uscito è suo fratello minore, Gwa Hu. Ogni volta che sento quel nome, penso all’antico grido di guerra americano.

Anna lo guardò, sorpresa.

Lui sorrise. — Wahoo. I Gwa sono alleati degli Ettin da oltre tre secoli e si scambiano materiale genetico su base regolare. La stirpe minore del generale, la stirpe maschile, è Gwa. Lui ha di solito uno o due uomini Gwa nel suo staff.

— Sta dicendo che la Mi ha ucciso uno dei parenti di Ettin Gwarha.

— Sì. Il progrediente ha preso la sua borsa, il dentifricio e il computer. Le verranno restituiti non appena possibile. Per il computer forse ci vorrà un po’. Il posto migliore in cui nascondere un albero è una foresta.

— C’era un microfono nel mio dentifricio?

Lui sorrise. — Così pare. Se le serve un computer, posso dargliene uno, modello umano; e se le piacciono i giochi, ne ho uno davvero bello. L’unico che sia mai stato capace di tollerare.

Lei annuì. — Okay.

— Bene. — Nicholas fece una pausa e si girò, guardandosi attorno. — Il generale ha deciso che sarò il suo contatto. Non esiste un’alternativa. Non ci sono donne nel suo staff, ovviamente, e io sono la sola persona che possa affermare di avere un lontano legame con lei. Ha detto agli altri frontisti che proveniamo da regioni vicine che si sono spesso scambiate materiale genetico. Il Kansas e l’Illinois. Come Gwa ed Ettin. Il che mi dà il diritto di entrare qui. Se vuole, posso cambiare la porta così soltanto lei potrà aprirla; ma ci saranno volte in cui… come oggi… sarà conveniente che possa entrare.

Anna scrollò le spalle. — Lasci la porta così com’è.

Lui annuì. — Il suo gruppo vuole che lei torni per la cena. Le donne di Ettin avrebbero piacere di parlare con lei, domani. Le porterò il computer e il gioco. Avrei dovuto imparare a dirigere un albergo a scuola, assieme a tutte quelle lezioni di lingua.

Se ne andò e lei si fece una doccia, poi si prese un bicchiere di vino in cucina.

Dunque, pensò, sedendosi e posando i piedi su uno dei tavoli di legno-madreperla. Quali domande avrebbe fatto a Nicholas ora che le sue stanze erano sicure? Preparò una lista, cominciando dall’osservazione di Eh Matsehar.

<p>4</p>

Nell’anticamera dello studio del generale era accesa la luce di occupato. Ho atteso, camminando avanti e indietro, fino a che Vaihar non è uscito e il generale mi ha detto di entrare.

L’ologramma mostrava ancora la spiaggia di sabbia grigioverde. Le onde vi si rompevano alte e più turbolente, adesso. Il cielo era più scuro, e non c’erano animali che urlassero nel vento. Era in corso una tempesta.

— Siediti — ha detto il generale. — E cerca di calmarti. Che cosa c’è che non va?

— Gwa Hu è andato nelle stanze di Anna. Ha trovato otto congegni di sorveglianza.

Il generale ha sogghignato.

— Soltanto cinque sono umani, Primo Difensore. Gli altri tre sono di fattura del Popolo.

Il generale ha prodotto un suono sibilante.

— E di recentissimo modello. Nessuna persona ordinaria potrebbe esserne stata in possesso.

— A’atsch Lugala Tsu - ha detto lui.

— Quasi certamente.

Ha deposto con uno scatto lo stilo che aveva in mano. L’oggetto è rimbalzato ed è finito sul pavimento. Mi sono chinato a raccoglierlo e gliel’ho restituito.

— Quello sciocco non è mai appartenuto al fronte. I Lugala avrebbero potuto trovare qualcun altro da mandare avanti. Una stirpe di quella dimensione deve avere un maschio che sia competente. Ma le zie mi dicono sempre che le donne Lugala… — Si è fermato prima di dire qualcosa di ineducato e mi ha guardato con rabbia. — Questo è l’effetto umanità. Sappiamo che là fuori vivono gli umani. Sappiamo che vivono senza regole, e la Divinità non li distrugge. Questa consapevolezza ci spaventa e ci fa porre delle domande. E adesso vediamo i risultati.

— Hai intenzione di scaraventare nuovamente lo stilo da qualche parte? Se no, mi siederei.

Lui ha annuito verso la sedia. — Non sei d’accordo.

Ho allungato le gambe e le ho incrociate, poi mi sono concesso un momento per respirare profondamente. Non è mai stata una buona idea quella di arrabbiarci tutti e due nello stesso momento. — Tutto questo ha a che fare più con l’ambizione maschile hwarhath che con l’umanità, e con la stupidità. Tu non hai mai pensato che Lugala fosse particolarmente brillante, e adesso sappiamo che il suo capo della sicurezza è stupido quanto lui. Avrebbe dovuto sapere che i suoi congegni sarebbero saltati fuori se ci fosse stato un controllo accurato della stanza. Anche se non fossero stati rilevati dal monitor. Gwa Hu ha detto di averli trovati perché il suo rilevatore, dopo aver trovato i congegni umani, stava funzionando in modo strano e perciò ha continuato a cercare.

— Ho detto… ho chiesto… a Progrediente Gwa di parlarne alle zie. Anche le loro stanze dovrebbero essere controllate.

Per un momento, il generale è rimasto silenzioso. Poi ha detto: — Ricordo quando è stato annunciato che avevamo trovato un altro popolo in grado di viaggiare tra le stelle e che quel popolo aveva fatto fuoco su di noi. Alcune delle mie zie erano a casa. Ricordo la riunione. Avevamo finalmente un nemico dopo un secolo di ricerca. I nostri problemi erano risolti! Avremmo dovuto ricordarci che la Divinità ha un senso dell’umorismo molto strano.

— Stai dicendo che il Popolo comincia a rimpiangere di aver incontrato l’umanità?

— Tu no? — ha domandato lui.

— No. Assolutamente no. Qualunque cosa io abbia fatto, se le nostre due specie non si fossero incontrate, sarebbe stato meno interessante di quello che sto facendo adesso.

E avrei potuto rimpiangere di non averti conosciuto, Ettin Gwarha.

(Hah.)


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>5</p>

Anna trascorse la serata con i colleghi, in parte a parlare del più e del meno, in parte a continuare il lento processo di conoscenza. Sten le disse del suo giardino, che si trovava su un’isola chiamata Gotland, nel Baltico, ora affidato alle cure di sua moglie. Non aveva il pollice verde e lui non era sicuro di ciò che avrebbe trovato quando fosse tornato a casa.

L’ambasciatore… Charlie… raccontò dei suoi precedenti contatti con gli alieni e dell’opinione che aveva del generale.

— Un uomo intelligente, anche se strano, credo. Sicuramente in termini umani e anche, sospetto, secondo la cultura aliena. Che razza di persona sviluppa una relazione sessuale con un membro di un’altra specie? Una specie con cui la sua è in guerra. Sebbene lui abbia di sicuro un valido appoggio in Nicholas Sanders.

Anna finì di parlare col capitano McIntosh, che aveva la passione per il cricket e che sentiva la mancanza degli incontri internazionali.

— Cose cui rinunciamo per servire l’umanità e per fare carriera, signora Perez. Naturalmente, se fossi stato abbastanza bravo nel cricket, non sarei qui.

Alla fine, Anna si sentì stanca. Il capitano la scortò fino all’entrata degli alloggi umani. Nicholas la stava aspettando, conversando con una delle guardie aliene. Si girò e, vedendola, sorrise, poi vide il capitano. L’espressione sul suo viso cambiò, divenne distaccata.

— Addetto Sanders — disse il capitano e allungò la mano.

Nicholas parve sorpreso, poi la strinse.

— Sono Cyprian McIntosh. Mac per gran parte della gente. Trovo che Cyprian sia un po’ pesante. Le cose che i genitori fanno ai loro figli! Anche se, come dicevo alla signora Perez, sarò eternamente grato a mio padre per avermi regalato la prima mazza da cricket. Potrebbe bilanciare Cyprian. Buonanotte, signora. Addetto. — Il capitano annuì e tornò dentro.

Nicholas lo guardò, pensieroso. — Militare — disse, infine. — Quale corpo?

— Esercito regolare, credo.

— Allora perché non ha il taglio di capelli?

— Non lo so. Vuole che lo scopra?

Lui scrollò le spalle. Raggiunsero gli alloggi delle donne in silenzio.

L’ologramma era di nuovo acceso nella camera di Anna. Lei andò a dormire, guardando le stelle, e si svegliò, come il giorno prima, al profumo di bacon cotto.

Si mise un vestito: lungo, di cotone africano tradizionalmente stampato, giallo, azzurro e marrone. Nessun gioiello, fatta eccezione per un paio di orecchini pendenti, di corallo e argento, un altro regalo di sua madre. Entrò nella stanza principale, trovò la colazione e Nicholas seduto su una sedia, una tazza di caffè posata sul tavolo che gli stava accanto.

Lui la guardò e annui. — Bello. Le donne di Ettin approveranno. Forse ho cotto un po’ troppo il bacon, anche se mi sono esercitato, soprattutto perché il profumo mi riporta tanti forti ricordi. Quand’ero bambino, mangiavamo sempre il bacon a colazione, la domenica. Non mi piace più molto il sapore.

Anna si sedette. Il bacon sembrava ben cotto. C’era anche del pane tostato e qualcosa di quadrato, d’un giallo molto acceso. A cosa assomigliava? Al pane di granoturco non lievitato. Ne assaggiò un pezzo. Sapeva di cartone. Altro cibo umano. — Voglio chiederle una cosa.

— Sì? — Lui sembrava in guardia. L’Uomo-che-non-ama-rispondere-alle-domande.

— Come devo chiamarla? Mi attengo a Nicholas perché non la conosco molto bene; ma sembra che tutti gli alieni la chiamino Nicky.

— Ha conosciuto i miei amici. Non permetto a molte persone di chiamarmi Nicky. Va bene Nick o Nicholas. — Lui sorrise. — Ho capito che cominciava a cambiar parte quando mi ha chiamato Nick in quella stanza nei sotterranei della zona diplomatica; prima non l’aveva fatto; e quello per un po’ ha accompagnato l’ultimo pensiero razionale che ho avuto. "Forse questo stupido e spaventoso piano andrà a monte."

— Non ho cambiato parte, Nick.

— Ho scelto male le parole. Sapevo che provava una certa simpatia per me e ciò mi ha dato un po’ di speranza. Così va meglio?

— Sì.

Anna mangiò. Lui bevve il caffè in silenzio. Uscirono per incontrare le donne di Ettin.

La sala delle riunioni si trovava all’interno degli alloggi delle donne. C’erano arazzi alle pareti e un enorme tappeto cremisi copriva gran parte del pavimento. I mobili erano i soliti. Ricchi broccati scuri coprivano le sedie. I tavoli bassi erano di legno color indaco.

Questa volta, c’erano quattro donne, in piedi al centro della stanza. Come in precedenza, portavano vestiti senza maniche.

— Lei è un superiore — le disse sommessamente Nicholas. — Si assicuri di tenersi leggermente davanti a me. Bene. Adesso, si fermi.

Anna si fermò. Le donne si girarono verso di lei. Nicholas fece le presentazioni.

Anna ne aveva già conosciute due: Ettin Per ed Ettin Sai. Adesso, poteva notare quanto fossero grosse in confronto alle altre hwarhath: alte e d’ossatura grossa, con spalle larghe e dorsi rotondi e forti. Indossavano vestiti simili, fatti di pannelli di broccato rosso scuro, allacciati con belle catenelle d’argento. Per diede il benvenuto nella lingua degli alieni. Sai disse buongiorno in inglese.

La terza donna era molto più piccola. Accanto alle Ettin, sembrava quasi magra. Aveva la peluria nera e i pannelli del suo vestito erano grigi e argentei, una fantasia di foglie e fiori.

— Tsai Ama Ul — disse Nicholas. — Il suo campo di competenza è la teoria sociale, soprattutto le teorie sul modo in cui il Popolo ha evoluto la cultura che ha oggi. Quando hanno scoperto l’umanità, si sono resi conto… alcuni si sono resi conto… che esiste più di un modo di essere.

La donna parlò brevemente. Aveva la voce acuta, da contralto.

— La donna di Tsai Ama dice che è molto felice di quest’incontro. Non vede l’ora di imparare.

L’ultima donna era la più piccola e la più robusta. Quasi grassa, pensò Anna. I pannelli del vestito erano coperti di ricami: animali che si intrecciavano, verdi, dorati, argentei e azzurri. Le catenelle che chiudevano i pannelli erano multicolori, anelli d’oro e d’argento che si alternavano con anelli smaltati di verde e azzurro.

Il costume era spettacolare ma non bello. C’erano troppi colori, troppo metallo lucente, troppa opulenza.

— Lugala Minti — disse Nicholas, parlando molto sommessamente. — È la donna principale dei Lugala. Credo che sia una giusta valutazione.

— Sì — fece la voce tranquilla e profonda di Ettin Sai.

— Suo figlio Lugala Tsu è un frontista, l’unico in questa stazione, a parte Ettin Gwarha. Una donna molto importante con un figlio importante. La tratti con rispetto, Anna. Non si scherza con i Lugala.

— Sì — ripeté Ettin Sai.

La donna grassa parlò. Aveva la voce profonda come quella di Ettin Per.

— La donna di Lugala dice che lei è la benvenuta. Questo incontro è importante. Il destino di molte famiglie può dipendere da ciò che accade in questa stazione.

Male, pensò Anna. Non voleva quel genere di responsabilità.

Si sedettero, Nicholas accanto a lei. La stanza doveva essere stata preparata per quell’incontro, i mobili erano sistemati in modo che le donne sedessero in cerchio, guardandosi, mentre l’uomo sedeva su una sedia più piccola, arretrata, non proprio nel cerchio.

Ettin Per parlò per prima.

— La donna di Ettin dice: «Noi non spiamo e non ascoltiamo come fanno gli uomini. Ma questo incontro è… come dice la donna di Lugala… importante. Perciò vorremmo il suo permesso per registrarlo apertamente e in tutta onestà».

Anna guardò Nicholas. Lui parlò nella lingua degli alieni.

Ettin Per gli rispose.

— I hwarhath le daranno una copia della loro registrazione, assieme all’attrezzatura per sentirla. Vada avanti, Anna. Alla sua gente interesserà.

Lei esitò, poi annuì.

Parlò la donna piccola… Tsai Ama Ul.

Quand’ebbe finito, Nicholas tradusse. — Abbiamo imparato molte cose sulle donne umane dalle informazioni che abbiamo catturato e da Sanders Nicholas. Ma le informazioni sono incomplete e Nicholas è un uomo. Volevamo sapere per noi stesse com’è una donna umana. Volevamo scoprire cosa si prova a essere una donna tra la sua gente.

Lugala Minti lo interruppe, parlando a lungo con la sua voce rimbombante.

— La donna di Lugala vuole sapere come fate a stare così mischiati. Lei certo capisce quanto sia pericoloso avere degli uomini in casa, salvo che per una breve visita. Come potete lasciare gente abituata alla violenza accanto ai vostri bambini? Come potete permettere a persone avvezze all’omicidio e allo stupro di vivere nelle vostre case, giorno dopo giorno, anno dopo anno? Si renderà certamente conto che accadrà qualcosa di terribile, presto o tardi. Mi dispiace, ho commesso un errore, Anna. La parola non è "omicidio". È uccisione intenzionale di altre persone, ma non si tratta necessariamente di un crimine. Il contenuto morale dell’atto dipende dalle circostanze. Non è quasi mai sbagliato uccidere un nemico maschio. Lo stesso vale per la parola che ho tradotto con "stupro". Significa sesso con violenza e senza il consenso dell’altra persona, ma non è invariabilmente un atto criminale, a meno che, naturalmente, la vittima non sia una donna o un bambino.

Anna cercò di spiegare che la maggior parte degli uomini erano inoffensivi. Le donne aliene non sembrarono convinte, anche se lei non era del tutto sicura di ciò che leggeva su quelle grandi facce coperte di peluria.

— No — disse infine Ettin Sai, parlando in inglese. — Non può essere giusto. Noi sappiamo… abbiamo sentito… — Si fermò e continuò nella sua lingua; e Nick tradusse.

— Abbiamo sentito la violenza degli umani. La vostra gente non è inoffensiva, Perez Anna. Due dei miei fratelli erano su una nave che è stata fatta saltare in aria dagli umani, e mia sorella Aptsi ha perso un figlio. I vostri uomini sanno uccidere esattamente come gli uomini del Popolo. Ma non siete stati capaci di separare la violenza da tutto il resto, come abbiamo fatto noi, perlomeno in gran parte. Non avete posti sicuri. I vostri bambini devono crescere nella paura. Le vostre donne sono costrette a vivere nella paura, a meno che non diventino come gli uomini; e chi c’è poi ad allevare i bambini?

Lugala Minti parlò a voce alta.

— La donna di Lugala dice che gli umani sono orribili e pervertiti, una vergogna per qualsiasi altra specie intelligente e un insulto per la Divinità, sia lode al suo nome. E, Anna, non abbiamo neppure capito le abitudini sessuali dell’umanità.

— Sì — fece Ettin Sai, in inglese.

Tsai Ama Ul parlò di nuovo.

— Ciò non è cortese, dice la donna di Tsai Ama, e non porta alla conoscenza. Noi non dobbiamo chiedere a Perez Anna di difendere il suo popolo se si tratta di criminali. Ci parli della sua infanzia. Ci dica com’è crescere come donna tra gli umani.

Anna lo fece. Le donne le posero delle domande. Che cosa significava avere un genitore maschio in casa? Com’era andata d’accordo con lui e con suo fratello? Suo padre l’aveva minacciata? Era violento?

Lui era uno storico dai modi gentili, la cui unica colpa come genitore era stata la sua incapacità di prestare attenzione al secolo attuale. Il quattordicesimo era molto più interessante, sebbene fosse stato pieno di caratteristiche comuni: terribili epidemie, una società in crisi e un vasto universo che cominciava a diventare visibile; il mondo intero in attesa di esploratori, e i cieli che stavano per aprirsi agli astronauti.

— Indifferenza — commentò Ettin Sai. — Non è una bella cosa. Ma ci sono donne che non si interessano ai loro figli. In una famiglia numerosa, ciò non ha importanza. Ci sono sempre madri sufficienti in una grande casa.

Perché gli esseri umani hanno famiglie così piccole? Lei non si era sentita sola senza una moltitudine di cugini? Non si era sentita soffocare in poche stanze?

No, spiegò loro Anna. Era normale, la vita che lei conosceva. Non si era sentita sola. La casa della sua famiglia era sembrata spaziosa. I suoi genitori, in fin dei conti, erano stati dei professionisti e avevano a disposizione parecchio denaro.

Le donne ascoltarono con aria grave, ma Anna non ebbe la sensazione che capissero. Le domande continuarono. Che cosa significava vivere in un mare di persone, non collegate da stirpi, ma tutte staccate? Piccole famiglie simili a onde che vanno e vengono, senza lasciarsi niente alle spalle se non uno spazio vuoto in cui può formarsi un’altra onda… un’altra famiglia.

Nove miliardi di persone! Era incomprensibile! E la metà di loro uomini, sempre presenti. Le strade delle città, enormi e spaventose città, piene di violenza maschile. Come si sentiva la donna di Perez a camminare tra uomini che non erano imparentati? Senza alcuna protezione, se era vero ciò che aveva detto loro Nicholas?

Anna si scoprì a dire la verità. Poteva essere spaventoso camminare per Chicago, soprattutto nelle zone in cui la gente era povera. La povertà rendeva la gente piena di rabbia, e gli uomini arrabbiati erano pericolosi, tanto più se non avevano niente da perdere.

Quand’ebbe finito, cadde il silenzio. Poi, fu Ettin Per a parlare.

— Siete in troppi. Non c’è abbastanza spazio in cui circolare e dal momento che siete divisi, non riuscite a spartirvi quello che c’è in modo decente. Ma anche se ve lo spartiste, non ci sarebbe ugualmente abbastanza spazio. Ed eccoci arrivati al punto, Anna. Il discorso sull’infernale eterosessualità.

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò.

Nicholas tradusse. — Dovete sentirvi stanchi, anche se non conosce i sintomi della stanchezza tra gli umani. Tuttavia, siamo tutti fatti di carne, dice la donna di Tsai Ama.

Anna guardò il suo cronometro. Erano passate tre ore. Aveva come la sensazione di aver perso una battaglia.

— Siamo alla fine — disse Ettin Sai. — La ringraziamo, Perez Anna.

Se ne andarono. Quand’ebbero lasciato la stanza, Nicholas sospirò. — Gesù Cristo! Se l’è cavata bene, Anna; e io sono esausto.

Tornarono nell’alloggio di Anna. Lui toccò la porta e, mentre quella si apriva, guardò Anna. — Sembra stanca. Perché non si distende? Se vuole andare da qualche parte, più tardi, mi chiami.

Un congedo. Lui aveva bisogno di andare altrove, più verosimilmente di andare dal generale.

L’ologramma in camera mostrava un cielo verde pieno di cumuli enormi. Assomigliavano a un paesaggio: montagne bianche e vallate grigio-verdi in ombra, pianure d’angolo, crepacci e alture ondeggianti che sembravano ricoperte d’alberi. Anna si distese sul letto, troppo stanca per pensare. Sopra di lei, le nubi cambiarono forma. Le montagne si appiattirono in pianure o si divisero, creando vallate. Le valli si chiusero. Le colline basse si alzarono e diventarono vette torreggianti. Niente restava lo stesso.

La sera, si recò negli alloggi degli umani e fece rapporto sull’incontro.

— Non sto facendomi un’idea chiara di questa cultura — disse Sten. — Chi ha il controllo? Gli uomini o le donne? E cos’è quest’ossessione della violenza?

— Dal modo in cui hanno parlato le donne, la loro popolazione dev’essere sensibilmente inferiore alla nostra — fece il capitano McIntosh. — Il che potrebbe rivelarsi uno svantaggio per loro. Anche se Jah sa che non abbiamo trovato la nostra popolazione particolarmente avvantaggiata.

— Ci troviamo in una stazione nemica — osservò Etienne, nervoso. — Siamo sicuri che non possano udirci?

— Sì — rispose il capitano McIntosh.

Charlie disse: — Continuiamo i negoziati in buona fede. Sappiamo esattamente quanto sia stato inutile tramare contro i hwarhath e avere ripensamenti su di loro.

<p>6</p>

C’era un nuovo ologramma nell’ufficio del generale: una pianura coperta di neve. In lontananza c’era una catena di piccole montagne aguzze, molto probabilmente il muro di un cratere. Il cielo sopra le montagne era quasi interamente coperto da un pianeta: un gigante gassoso giallo con anelli e una mezza dozzina di lune, rese visibili dall’ombra che lanciavano sul pianeta. Il cielo… quel poco che riuscivo a vedere… era di un azzurro cupo, il che dava l’idea di un qualche tipo di atmosfera.

Una fila di impronte correva sulla neve, cominciando dove finiva la moquette del generale e proseguendo diagonalmente nella pianura fino a perdersi all’orizzonte. Le impronte erano state lasciate da un solo paio di grossi e larghi stivali.

— Non cercherai di insediarti là? — ho domandato.

— No. Molto probabilmente c’è stata una stazione di osservazione e forse un solo atterraggio.

Ho annuito e mi sono seduto.

— Dunque. — Ha preso in mano il suo stilo. — Perez Anna incontra le donne una sola volta e gli umani hanno appreso qualcosa di valore strategico.

— Sulla popolazione — ho detto.

— Sì. Non so fino a che punto questo possa essere controllato, e non so quanto saggio sia usare te come traduttore. Perché hai spiegato l’esatto significato delle parole che hai tradotto con "stupro" e "omicidio"? Ho pensato, quando ho visto la registrazione, che stessi per dire alla donna di Perez che noi non uccidiamo donne e bambini.

— Ho contribuito a scrivere il primo dizionario per la vostra lingua e quelle definizioni vi erano contenute. Non avrei detto ad Anna nulla che gli umani non sapessero già. — Ho abbassato brevemente lo sguardo, poi l’ho rialzato, incontrando quello del generale.

— La lingua è la mia unica e grande abilità. Vorrei usarla onestamente. Sarò, per quanto possibile, chiaro. — (Stavo usando la lingua principale hwarhath. Il primo significato della parola è "trasparente".) — Se questo rappresenta un problema, allora escludimi. Ma come potrete poi negoziare in modo serio se le linee di comunicazione sono aggrovigliate?

Lui ha emesso un suono basso, di insoddisfazione, e ha deposto lo stilo. — Ho trascorso tutta la sera con Lugala Tsu. Non ha mai imparato a bere. È un’altra delle ragioni per cui la sua stirpe non avrebbe mai dovuto mandarlo avanti. Non ti descriverò tutto quello che ha detto. Verso la fine, non era più coerente. Ma due cose sono emerse, e importanti. Spera che sia finalmente arrivato il momento in cui mi vedrà commettere qualche errore. Spera che io ne commetta uno abbastanza serio in questa fase dei negoziati. E… — Ha ripreso lo stilo e ha continuato a rigirarselo tra le mani. — E ha lasciato intendere… ha accennato alla possibilità… che non ci si debba fidare completamente di te. Alcuni degli uomini che erano con lui erano ancora abbastanza sobri da capire quello che stava accadendo. Hah! Dovevi vedere l’espressione dei loro visi! Ma non sapevano come fermarlo. Ecco quello che succede quando ci si sceglie lo staff come fa lui.

Avevo già sentito il generale esprimersi su quell’argomento. Il bell’aspetto va bene, e non c’è niente di male nel tenere in considerazione la stirpe di un uomo, ma non potevano essere quelli i soli criteri di scelta.

— Tu chi hai preso? — ho domandato.

— Hai Atala Vaihar.

Scelta perfetta. Vaihar beve abbastanza per mantenersi nella media dei suoi, ma mai tanto da ubriacarsi; e sa sempre cosa fare in una situazione difficile.

— Non posso ripeterti le esatte parole che quel figlio di Lugala ha usato. È stato verso la fine della serata, e non era più tanto facile seguire il senso del suo discorso. Ma ha menzionato il fatto che tu sei un umano, e che gli umani erano diversi sotto molti aspetti importanti, e che nessuno può prevedere il tuo modo di agire adesso che frequenti una donna umana, la quale potrebbe esserti imparentata e potrebbe anche non essere.

In altre parole, potrei essere un traditore del Popolo, e un pervertito, e forse anche un incestuoso.

(Ti sbagli su questo. Lui stava suggerendo due possibilità, entrambe pericolose. Forse Anna è una tua parente, nel qual caso dovresti essere leale con lei. Nessun uomo sano di mente tradirebbe o abbandonerebbe una donna della propria stirpe. O forse stai mentendo e lei non è una parente. In questo caso, hai ottenuto l’accesso alle sue stanze per uno scopo che sono riluttante a dichiarare. Perciò, o sei un traditore e non un pervertito o un pervertito e forse un traditore. Ma non credo che Lugala Tsu avesse in mente l’idea dell’incesto.)

— Che cosa farai? — ho domandato.

— Ho detto che il futuro era nella mani della Divinità, e che non avremmo mai potuto prevedere con certezza le azioni di chicchessia; e poi Vaihar ha raccontato una lunga e noiosa storia su uno dei suoi zii, il quale era sempre stato prevedibile; e poi ce ne siamo andati. Mi chiedo se qualcuno di quei giovani avrà il coraggio di dire a Lugala Tsu le cose che mi ha detto esattamente.

— Molto probabilmente no.

Ha prodotto un suono che indicava accordo con me. — Andrò a parlare a Ettin Per. Forse lei riuscirà a trovare un modo per tenere a freno la curiosità delle donne. Tu ci raggiungerai nella stanza dove si svolgono i colloqui con il nemico.

— Perché?

— Voglio che il figlio di Lugala ti veda accanto a me. Sei il miglior traduttore che abbiamo e il nostro primo-davanti esperto in umanità. Voglio che quel prodotto di una malriuscita inseminazione ricordi; e voglio che ricordi che cosa sei tu per me.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>7</p>

Il giorno seguente, Nicholas le mostrò come usare la cucina. — Le donne vogliono tempo per pensare a ciò che ha detto loro. Il generale vuole che torni ai negoziati. Perciò, per un po’ se ne starà sola.

Anna annuì, e lui passò alle istruzioni per l’uso dei vari… come li si doveva chiamare? Apparecchi? Quand’ebbe finito, si appoggiò alla parete più vicina, le braccia incrociate. Portava un braccialetto al polso sinistro, fatto di pesanti anelli d’oro, ognuno con una pietra verde al centro, scolpita, con l’aria di essere giada. Un magnifico gioiello, pensò Anna, ma che non si intonava al vestiario.

— Le ho portato il computer — disse Nicholas. — Non è un modello nuovo. Prendiamo quello che riusciamo ad avere. Ma il software è amichevole. Secondo me, un po’ troppo. Mi piace una distanza emotiva maggiore nel mio software. Scriverò le istruzioni per chiamare Vaihar e Matsehar. Se vuole andare da qualche parte, chiami loro.

Fece una pausa e parve a disagio. — Ho bisogno di chiederle una cosa, Anna.

Lei rimase in attesa.

— Ettin Gwarha le ha raccontato una storia, due anni fa, prima che lasciassimo l’ultima serie di negoziati.

Anna annuì.

— La conosce qualcun altro?

— La Mi mi ha presa nello stesso istante in cui la sua gente ha lasciato il pianeta. Mi hanno interrogata.

Nicholas rimase dapprima assolutamente immobile. Poi domandò: — In che modo? — La sua voce era pacata.

— Droghe. Non mi hanno fatto del male ma dovevano acquisire tutto quello che so su di lei e il Popolo.

— Ah… — Il suo sguardo si mosse. — Be’, la Mi non è mai stata generosa in fatto di condividere informazioni. Forse non l’hanno raccontato al resto del suo gruppo.

— Le importa?

— Credo di sì. Non è una storia molto piacevole. Soprattutto, non voglio entrare in quella sala, domani, e trovarmi di fronte all’altra parte che pensa: "Ecco il povero bastardo che lavora per la gente che l’ha torturato".

— È vero?

Lui avrebbe voluto chiudere lì il discorso. Anna poteva capirlo dalla sua espressione e dalla posa del suo corpo. Chiudere lì il discorso, metterla a tacere dicendo di farsi gli affari suoi.

— Nicholas, non ho intenzione di dirle che mi deve una spiegazione.

— Bene.

— Ma la mia carriera è a pezzi, e non sono sicura di poterla rimettere insieme. Sono quasi finita in prigione.

— Una scelta sua, Anna. Io non le avevo chiesto niente.

— Lo sguardo che mi ha lanciato in quella stanza era una supplica. Ho cercato di aiutarla. Il generale ha detto che non era necessario, ma io ho fatto quello che ho potuto.

E allora?, diceva la sua espressione.

— Sapevo che loro erano subdoli. Ho pensato che lei fosse relativamente normale.

— Sapeva che ero passato al nemico durante una guerra. Il che ci conduce a una parola di nove lettere che inizia con la "t" e che ho grosse difficoltà a pronunciare: uno che agisce con perfidia o con l’inganno. Lo chiama normale? Chi vuole prendere in giro?

— Gesù Maria, parla bene. Non ho alcuna intenzione di metterla all’angolo. Credo che lei mi debba una spiegazione. Ho detto che non intendevo chiedergliela ma mi rimangio la parola. Crede di potersi liberare di ogni obbligo, perché ha fatto la cosa che comincia con "t"? A chi importa se ha tradito quei pazzi della Mi? Anch’io li ho traditi. Tutti dovrebbero farlo. Al diavolo i suoi sentimenti di colpa, e al diavolo la sua irresponsabilità.

Lui si guardò attorno. — Sa, il cibo mi interessa molto poco, e questa non è una conversazione che voglio fare in una cucina. Usciamo da qui.

Si sedettero in soggiorno. Nicholas si tolse i sandali e posò i piedi su un tavolo di madreperla, poi guardò Anna. — Cosa vuole sapere?

Anna prese tempo, cercando di trovare le parole giuste. Voleva una certa rassicurazione che lui non fosse pazzo come la gente della Mi. Che razza di persona poteva lavorare per un uomo che l’aveva torturata?

— È avvenuto prima — disse Nicholas.

Lei cercò di spiegargli l’abisso. Era il posto in cui imparavi cose su altre persone che non volevi conoscere. Guardavi giù, e vedevi oscurità e abiezione e follia e dolore, e pensavi che forse era un male che i dinosauri fossero estinti. Avrebbero potuto fare un lavoro migliore.

Lui rise. — Credo che sarebbe meglio che mi raccontasse quello che le ha detto il generale.

Anna lo fece. Lui ascoltò, gli occhi socchiusi e il viso privo di espressione. Quando lei ebbe finito, disse: — Be’, è riuscito a rendere ancora più spiacevole una storia spiacevole, e non ho la minima idea del perché. Dovrò chiederglielo.

— È accaduto? — domandò lei.

— Sì.

— Il generale ha detto che era presente.

— Non lo ricordo. Ogni volta che volevano farmi delle domande, mi portavano in una stanza. Era sempre la stessa. Una parete era fatta da uno specchio… solo quello, da cima a fondo, da sinistra a destra. Ecco come cominciavano di solito i miei sogni, entravo in quella stanza e vedevo la mia persona riflessa e sapevo che qualcosa di terribile stava per accadere.

"C’era una cabina-osservatorio dietro allo specchio. Potevo sentire la gente che si muoveva, e delle voci arrivavano attraverso l’interfono. Fa’ questa domanda. Fa’ quella. Smetti. Va’ avanti. Gwarha doveva essere stato là. Non l’ho mai visto nella stanza.

"Credo di non aver mai udito la sua voce attraverso l’interfono. Non era affatto anziano a quei tempi e la sua area di competenza non è mai stata quella degli interrogatori. Più probabilmente, guardava e ascoltava.

"Non credo che potrei lavorare per lui se avessi un qualche ricordo di lui nella stanza. Non ho idea di ciò che farei se mi capitasse mai di incontrare qualcuno di quei tipi. Non ce l’ho, a parte nei sogni, e di solito… non so perché… li vedo come riflessi nello specchio. Qualcosa che un terapeuta forse sarebbe in grado di spiegare. Non ce ne sono disponibili. Nessuno che capisca gli umani, comunque. Potrebbe essere interessante rivolgersi a un mago hwarhath, ma dubito che sarebbe terapeutico."

Aveva i gomiti posati sugli ampi braccioli della sedia e le mani intrecciate. Non c’era alcuna evidenza di tensione nella sua posa o nella sua voce pacata e regolare. Ma lei l’avvertiva.

— La prima volta che ricordo d’averlo visto è stata quando venne a dirmi che era finita. Non ci sarebbero più state domande. Non ci sarebbe più stato dolore. E poi… — Nicholas sorrise. — In modo molto formale, con i suoi modi migliori, si scusò. Non per la grande quantità di domande o per il dolore. Quelli erano necessari; e Gwarha non si scusa per qualcosa che è necessario; ma per le domande alla fine. Non avevano prodotto niente di utile ed erano motivate, secondo lui, dal genere di maliziosa curiosità che è propria dei bambini. Sa cosa intendo? È ciò che definisco il primo stadio dello scienziato. Che cosa accade se stacca una zampa posteriore a una cavalletta? Che cosa accade se stacca un’ala a una mosca? "Ehi, Nicky, vuoi vedere che cosa succede quando dai fuoco a una rana?" Non lavoro per l’uomo che mi ha torturato. Lavoro per l’uomo che mi ha detto che era finita e che si è scusato.

Tuttavia, lavorava per il nemico e per un gruppo di persone che lo avevano trattato molto male. A cosa servivano le scuse in una situazione simile? "Gesù, mi dispiace d’averti reso la vita un inferno" Non le sembrava adeguata.

— Ecco una parte della mia spiegazione. Il resto è… se non avessi perdonato Ettin Gwarha, come potrei perdonare me stesso?

— Che cosa vuol dire?

— Da dove crede che siano arrivate le informazioni, quelle che usavamo per imparare la lingua hwarhath? Crede che i prigionieri ce le abbiano date di loro spontanea volontà? E come pensa che sia stata usata la mia conoscenza della lingua?

— Era come lui.

Nicholas annuì. Era sempre nella stessa posizione e ancora non mostrava alcuna tensione fisica. La sua voce era tranquilla e regolare. — Non mi sono mai sporcato le mani. Non ho mai toccato un prigioniero hwarhath; ma sapevo da dove arrivavano i dati che analizzavo; e sapevo dove finivano le domande che scrivevo.

Di nuovo l’abisso. Anna sapeva con certezza che le persone perbene non finivano in situazioni come quella. Le persone perbene vivevano rispettando la legge e senza mai nuocere direttamente a qualcuno e senza mai collaborare coscientemente nell’infliggere il dolore.

— Ho, senza dubbio, ricevuto una buona educazione metodista del Midwest — disse Nicholas. — In chiesa ogni domenica mattina dopo il bacon. Ho imparato cos’è il diavolo e che cosa piace soprattutto a Dio. Dio è molto soddisfatto quando ci prendiamo cura della vedova o dell’orfano, dei poveri e dei diversi. Be’, nessuno potrebbe essere più diverso dei hwarhath, e quando ci siamo impossessati di loro erano sicuramente poveri. Non possedevano niente, neppure i loro corpi, e noi non permettevamo loro di fare la cosa che più desideravano, vale a dire morire. Quella, per il Popolo, è l’estrema forma di povertà, quando non possiedi la tua morte. Quello è il loro più caro possedimento: poter dire: "Adesso basta".

— È questo le è d’aiuto? Oppure si trova ancora sull’orlo dell’abisso?

— Sono ancora lì. Non è facile comprendere la gente, e con questo pensiero profondo mi accingo ad andarmene. — Lui si alzò e le sorrise. — Sa, lei non ha toccato il vero problema che ho con Ettin Gwarha. Non è tanto il fatto che lui sia un alieno o uno dei nemici o che sia stato coinvolto nel più o meno piacevole trattamento che ho ricevuto quando sono stato catturato. Con tutte queste cose siamo riusciti a venire a patti.

"Ma c’è un consiglio che qualsiasi madre dovrebbe dare ai suoi figli prima di mandarli nel mondo. Non fottere mai sul lavoro e non fottere mai il capo. Non metterti mai in una situazione nella quale non puoi separare la tua vita personale da ciò che fai in ufficio. Io e il generale abbiamo trascorso anni a negoziare e a stabilire le regole su come dobbiamo comportarci quando lavoriamo e quando no. Non è mai stato facile.

"Mi sta chiedendo… molto educatamente… come faccio ad andare a letto col nemico. Be’, i nemici non sono nemici per sempre. Uno può sempre cercare di fare pace. Ma consideri che cosa significa fare l’amore con un uomo che scrive un rapporto semestrale sulle tue prestazioni di lavoro. Ora, quella è una situazione con orribili possibilità. Anche se non c’è una riga sulla forma della prestazione sessuale. Mi chiedo come riesca a cavarsela Gwarha. ’Comportamento verso quelli-davanti?’"

— Perché lo fa? — domandò Anna.

Lui rise. — Anna, lei è incredibile. Le domande non finiscono mai. Ma io ho raggiunto il limite della mia capacità di rispondere. — Se ne andò.

<p>8</p>

Il giorno dopo, Nicholas fece la sua comparsa ai negoziati. Anna era sola nell’anticamera di quella sala. Nicholas veniva subito dopo il generale, vestito con un’uniforme da cadetto spaziale grigia, la quale sembrava stargli bene addosso. Anna non lo aveva mai visto con Ettin Gwarha. Lo sovrastava quasi di tutta la testa. Che strana coppia! Una volta tanto, non aveva l’atteggiamento abbandonato di sempre, né sorrideva. Il suo pallido viso appariva circospetto, lontano.

Quando tutti si furono seduti, Nicholas si presentò. — Penso di avere incontrato la maggior parte di voi durante gli ultimi negoziati.

Charlie disse sì e poi porse le scuse per la sfortunata piega che gli eventi avevano preso eccetera eccetera.

Nicholas ascoltò e tradusse. I hwarhath si agitarono un po’, poi Ettin Gwarha parlò.

— Le vostre scuse non sono necessarie — tradusse ancora Nicholas. — Sono state presentate e accettate prima che il Popolo acconsentisse agli attuali negoziati.

Charlie aprì la bocca, poi la richiuse. Chiaramente le scuse erano state presentate direttamente a Nicholas. E i hwarhath stavano facendo finta che Nicholas non ci fosse. O che non esistesse come entità separata? Anna non avrebbe saputo dirlo.

Un altro gioco che per lei non aveva senso.

Non accadde nient’altro. I negoziatori discutevano della possibilità di scambiare prigionieri, sebbene nessuna delle due parti ammettesse formalmente di averne. Il generale continuò a fingere di non conoscere l’inglese. Qual era lo scopo? Forse gli dava il tempo di riflettere sull’argomento in discussione. Nicholas tradusse con voce calma e quasi priva d’espressione, niente di simile alla sua solita voce, una voce cantilenante, con ritmi che cambiavano spesso, che imitava, ironizzava.

Anna pranzò con il resto del gruppo dei diplomatici. Non disse loro della sua ultima conversazione avuta con Nicholas sebbene il nome saltasse fuori spesso. Loro vollero sapere perché i hwarhath lo stessero impiegando nuovamente come traduttore. Anna si strinse nelle spalle. Non ne aveva idea. Era il generale a volerlo.

Nel pomeriggio, Hai Atala Vaihar la scortò negli alloggi delle donne. Anna provò il computer che le aveva portato Nicholas. Come aveva detto lui, si trattava di qualcosa di amichevole e con una personalità da farla sorridere. Saltò il programma d’insegnamento per andare al gioco interattivo che Nick aveva menzionato.

Era basato sul romanzo cinese Monkey. Il giocatore (scelse la versione per un giocatore soltanto) era il personaggio principale del libro: una scimmia magica che scatenava l’inferno in Cielo, rubando le pesche dell’immortalità e mettendo in imbarazzo gli dei cinesi.

Come punizione, la scimmia era stata imprigionata sotto una montagna. Per liberarsi e guadagnarsi la redenzione, doveva scortare il monaco buddista Tripitaka in India e ritorno perché Tripitaka potesse portare i Tre Canestri delle Sacre Scritture buddiste al popolo cinese e quindi salvarlo dall’avidità, dalla lussuria e dalla violenza.

Il viaggio in India era pieno di pericoli (ovviamente) e Anna dovette vedersela con numerosi mostri. Alcuni erano benevoli, dopo essere stati sconfitti. La maggior parte rimanevano fedeli alla loro natura diabolica. Anna non era mai stata particolarmente brava nei giochi e perdeva quasi tutti i combattimenti. Il gioco aveva una sovrapposizione. Dopo che la scimmia era morta, invece di tornare all’inizio, Anna poteva premere un pulsante e reimmettersi nel gioco. La scimmia vera ingannava tutte le volte che le era possibile, così Anna pensava di fare lo stesso.

Alla fine, se fosse riuscita ad arrivare in fondo al gioco e a consegnare i canestri con le Scritture, Anna poteva (glielo dissero le istruzioni) acquistare libertà e saggezza, divenendo un vero Buddha. Ma ci sarebbe voluto molto tempo, perfino con le sovrapposizioni.


I suoi giorni assunsero la conformazione di una routine. Al mattino osservava gli umani e i hwarhath ai negoziati. Il pomeriggio parlava con i colleghi. A volte rimaneva negli alloggi degli umani fino a sera. Spesso tornava alle sue stanze e leggeva o giocava a Monkey.

Le donne hwarhath erano ancora alla stazione, sebbene non le capitasse mai d’incontrarle in quel periodo; e a osservare i negoziati come faceva lei… da lontano, per olovideo… c’era anche il frontista Lugala Tsu.

Apprese tutto questo dalla sua scorta ma non riuscì a scoprire nulla su che cosa quella gente stesse facendo o avesse intenzione di fare. Eh Matsehar le disse di non sapere, e Hai Atala Vaihar disse che non spettava a lui fare ipotesi su ciò che poteva passare per la mente di donne o frontisti.

Anna pensava ai due Lugala come a due ragni che se ne stessero acquattati al centro delle loro tele, vigili e pronti ad agire quando fosse arrivato il momento giusto. A pensarci bene, Lugala Minti sembrava sempre più un rospo ma Anna non aveva niente contro i rospi o qualsiasi altro anfibio. Fragili e sensibili, gli anfibi stavano morendo per l’inquinamento più rapidamente di altre specie animali, sulla Terra. I rospi avrebbero dovuto essere apprezzati e protetti, non paragonati a Lugala Minti.

Non che avesse alcuna ragione di credere che ci fosse qualcosa di sbagliato con i Lugala, tranne per l’eccessivo senso dello stile da parte della madre e la sua tendenza a pontificare sulla spaventosità degli umani. Era abbastanza per condannare due persone, una delle quali lei non aveva mai incontrato?

I giorni in cui Vaihar la scortava, lui e Anna parlavano di letteratura umana. Lui voleva un altro libro da leggere e Anna gli raccomandò Huckleberry Finn. Vi avrebbe trovato qualcosa sulla schiavitù.

— Oh, sì — disse Vaihar. — Ho già imparato qualcosa in proposito, sebbene non possa dire di aver capito. Perché si dovrebbe voler schiavizzare… è la parola giusta, vero? …donne e bambini? Perché mai un uomo dovrebbe perfino voler sottomettere?

Come sempre quando parlava con i hwarhath, Anna aveva la sensazione che le mancasse qualche pezzo importante. Non era in grado di rispondere alle domande di Vaihar perché non sapeva che cosa lui le stesse chiedendo davvero.

I giorni in cui le fece da scorta Matsehar, parlavano di teatro. O, piuttosto, Matsehar parlava e Anna ascoltava. Lui aveva cominciato a lavorare alla sua versione di Macbeth. - Comincio a capire come agiscono gli umani quando sono deviati. Nicky ha detto che sarebbe stato utile per me venire qui e aveva ragione, come spesso succede.

Anna vide Nicholas una sola volta, in un corridoio, che parlava con un alieno dal pelo bianco come la neve. C’era qualcosa di diverso nella postura di Nick, qualcosa che Anna dapprima non seppe identificare. Nick la vide e si raddrizzò, sorridendo e sollevando una mano per salutarla. Poi proseguì nella sua conversazione.

— Mi chiedo che cosa possa mai vedere in quella palla di pelo — disse Matsehar.

— Che cosa?

— Lo sciocco di neve. Lo scemo. Il buffone.

— Chi è?

— Il campione in carica di hanatsin in questa stazione. È il suo unico obiettivo acquisito, a meno che lei non consideri obiettivo acquisito avere un buon corpo.

Anna gli chiese cosa fosse hanatsin. Era un’attività tra un’arte marziale e una forma di danza. Quando era eseguito come arte marziale, i due partecipanti erano avversari e uno di loro doveva vincere sull’altro. Quando era eseguito come danza, erano compagni e potevano soltanto vincere insieme. Lo sciocco di neve era un maestro della forma come arte marziale.

— Non so cosa Nicky stia progettando, sebbene pratichi hanatsin e sia anche bravo, tanto da aver bisogno di un buon avversario. — Matsehar fece una pausa. — Ma non è bravo abbastanza da desiderare quell’avversario. Kirin… aspetti, so che c’è una frase umana… se lo mangerebbe a colazione. La vostra lingua ha un notevole numero di discorsi figurati sul mangiare. A volte, mi fa venire la nausea, sebbene non sia peggio dell’eterosessualità.

Certo che no.

— Nick…? — Anna non seppe trovare un modo educato per finire la frase.

— Sanders Nicholas è conosciuto per la sua abitudine di guardarsi attorno. Lui dice che sarebbe empio non farlo.

— Che cosa?

— Secondo lui, voi umani avete un certo numero di spiacevoli malattie che sono trasmesse sessualmente.

— Sì.

— Be’, anche noi, sebbene niente di simile alle devastanti malattie che Nicky ha descritto.

Le Hiv. Ogni quattro o cinque anni saltava fuori un nuovo tipo che prendeva il nome… come per l’influenza… dal luogo in cui veniva scoperto la prima volta.

— Ma Nicky non prende le nostre malattie. Nessuna. Sembra come noi, ma è soltanto apparenza. Al livello in cui le malattie vivono e si riproducono, è molto diverso.

— Che cos’ha a che fare tutto questo con la pietà? — domandò Anna.

— Lui dice che è capitato per caso in un luogo dove è possibile fare sesso con molte persone e non aver paura di morire. Questo è un dono della Divinità. Quando Colei che ha creato l’universo dà un dono, è per poterlo usare. Probabilmente vuole scherzare; anche se non si può mai esserne certi, con lui. A volte scherza con l’aria di essere tremendamente serio, ed è serio quando uno potrebbe pensare che stia scherzando. Ma è un fatto che si guardi attorno.

Percorsero in silenzio un altro corridoio. Poi Matsehar tornò alla sua versione di Macbeth. Spiegò quanto andasse bene Lady Macbeth come madre piena di ambizione, che manda avanti e protegge il suo figlio guerriero, il quale si trasformerà alla fine… un giudizio sull’ambizione! …in un mostro che lei non potrà controllare.

<p>9</p>

Una sera, ho invitato Matsehar. Lui era d’umore strano, tanto triste quanto malevolo. Non avrei saputo definirlo, anche se era sempre stato volubile: il prezzo della genialità e dell’essere diverso.

Ogni volta che qualcosa lo affligge… rabbia o stanchezza o stress… diventa anche più goffo del solito. Ha lasciato cadere il mio piccolo computer per la lettura mentre cercava di caricare la sua versione del Macbeth, e poi abbiamo dovuto metterci in ginocchio a cercare il testo, che era sparito nel tappeto. Alla fine, l’ho trovato, un luccichio cristallino tra le fibre, l’ho raccolto e gliel’ho dato. Lui l’ha lasciato cadere di nuovo e ha cominciato a imprecare in inglese. Gli ho portato via il computer e ho caricato il testo, poi ho servito da bere per tutti e due: halin per lui e un bicchiere d’acqua per me.

— Quanto ti piace Anna? — Non lo avevo più visto da quando mi aveva sostituito come scorta, e per quel che sapevo di lui, si è sempre interessato agli umani.

Ha girato il bicchiere di halin. Con molte probabilità, stando al modo in cui si muoveva quella sera, avrebbe finito per rovesciarlo.

Alla fine ha parlato.

— Ettin Gwarha è più straordinario di quanto mi fossi reso conto. Lui sa guardarti e vedere un uomo. Quando io guardo Perez Anna, vedo un alieno. Non riesco a superare le differenze fisiche: il corpo con le sue strane proporzioni, gli arti che non si piegano al punto giusto, la pelle che sembra cuoio scuro, gli occhi… — È stato scosso da un visibile brivido, poi ha sollevato lo sguardo, incontrando il mio. — Credevo di avere una mente aperta, Nicky. E invece no. Sono chiuso come uno sporco contadino della pianura di Eh. Hah, Nicholas! Mi sento intrappolato in me stesso!

"E mi sento solo. Ti invidio, sebbene l’invidia non sia un’emozione che mi piaccia. Ti ho visto nel corridoio, che parlavi con Shal Kirin. È un grande dono, Nicky, guardare la gente e trovarla piacevole.

— Non mettere in giro voci cattive, Mats. Voglio che Gwarha sia in grado di concentrarsi sui negoziati.

— Allora, non ti interessa Kirin?

— Non al momento. Anche se la Divinità sa che il suo corpo è meraviglioso, e che mi sono sempre piaciute quella tonalità di colore, la peluria bianca e le piccole zone di pelle scura. C’è un albero sulla Terra che si chiama betulla. Ecco a cosa assomiglia Kirin, a una betulla nella neve.

Matsehar è sembrato ancora più triste di prima. Io, naturalmente, ero arrabbiato con lui. La sua reazione ad Anna mi ha detto qualcosa sulla sua reazione a me. Ero un altro diverso, un alieno.

Mi è passata per la mente una frase, che non ho esposto a voce alta.

Matsehar, avrei voluto dire, l’universo è molto grande, ed è perlopiù freddo e scuro e vuoto; non è un bene essere di gusti troppo difficili su chi si vuole amare.

Ma la saggezza dei più anziani dà sempre fastidio e poi toccava a Mats gestire i suoi problemi. Non posso aiutarlo in alcun modo e non si dovrebbero mai dare consigli quando si è arrabbiati.

Ho allungato la mano. — Dammi il Macbeth. Vorrei vedere come lo stai facendo.

Lui si è alzato per prendere il computer. Nel farlo, ha rovesciato il bicchiere.


La prima commedia che ho visto di Eh Matsehar era La Vecchia dei Vasi, che era stata messa in scena dagli Art Corps al festival di una stazione. Non ricordo più di quale stazione si trattasse. Forse di Tailin. Abbiamo trascorso abbastanza tempo, laggiù, ed è sufficientemente grande per accogliere gente degli Art Corps.

La commedia è fatta in una forma moderna e ambigua, il che significa che non è chiaramente un poema epico o la commedia di una donna o di un animale o di nient’altro in particolare.

Un guerriero in viaggio d’affari per la sua stirpe incontra una donna che costruisce vasi sul ciglio della strada. Il guerriero è giovane, fiero e di successo, proviene da una stirpe (gli Eh) il cui potere è in rapida espansione. La donna è vecchia e quasi cieca. Fa i vasi servendosi del tatto, ormai, e usa soltanto la semplice smaltatura a sale. Riesce a sentire la forma e la struttura, ma non può più vedere il colore o il disegno abbastanza chiaramente per usarli. Se appartenga a una stirpe, non lo sappiamo. Forse è una di quelle donne che non riescono a sopportare di essere state inserite in un’altra stirpe, dopo che la loro è stata sconfitta in una guerra, e che sono rimaste sole.

Le due persone conversano, la donna della costruzione dei vasi… i problemi tecnici e la difficoltà di lavoro che lei ha ora, rigida per l’età e cieca; il guerriero delle battaglie alle quali ha partecipato, del potere della sua stirpe, delle sue ambizioni.

A poco a poco, gli spettatori cominciano ad avere il sospetto che la donna sia una manifestazione della Divinità. Ci si rende certamente conto che il giovane è un pazzo. La donna gli fa delle domande, acute e divertenti. Le domande arrivano a: Che cosa credi di fare, comunque? Lui non sa rispondere, tranne che con frasi fatte tratte da vecchi poemi epici e con una specie di avidità infantile.

Alla fine, la donna chiede: — Perché non metti da parte quelle armi e non fai qualcosa di utile? Un vaso!

Il giovane china la testa, incapace di rispondere. La commedia finisce.

Gwarha l’aveva odiata ed era uscito con un paio di altri ufficiali anziani per andare a ubriacarsi e a lamentarsi del teatro moderno. Io avevo fatto un giro per la stazione.

Il giorno dopo, ero andato a cercare l’autore e l’avevo trovato al teatro degli Art Corps, intento a discutere con un altro uomo, che si era rivelato per il musicista capo. Qualcuno lo aveva indicato: alto per un hwarhath, anche se non quanto me, di ossatura grossa, dall’aspetto desolato e molto giovane. La sua giovane età spiegava i problemi della commedia. Aveva sollevato lo sguardo mentre mi avvicinavo. (I hwarhath di solito guardano basso quando discutono seriamente.)

— Hah. — Il lungo respiro. I suoi occhi azzurri si erano spalancati; anche le pupille lunghe e strette erano sembrate espandersi. Si era girato, muovendosi goffamente. In seguito, avevo scoperto che era stato ammalato durante l’infanzia: una specie di infezione al sistema nervoso centrale. I medici non avevano mai scoperto di cosa si fosse esattamente trattato.

La malattia era giunta al momento giusto per assicurargli la sopravvivenza. Se fosse stato più giovane, i medici forse non si sarebbero dati da fare per mantenerlo in vita. (I hwarhath non credono che i bambini molto piccoli siano persone.) Se fosse stato un adulto, gli sarebbe stata offerta l’opzione e forse… specialmente all’inizio… lui l’avrebbe accolta.

Alla fine, si era ripreso in modo sorprendente, molto più di quanto ci si fosse aspettati. Ma c’era un danno permanente, soprattutto nelle aree dell’equilibrio e della coordinazione. Era infatti sempre un po’ sgraziato e lasciava cadere le cose.

— Ho visto la commedia — avevo detto. — Mi è piaciuta.

Non ricordo la sua risposta, ma lui era apparso eccitato e interessato. (Più tardi, avevo scoperto che era affascinato dalle persone strane e dagli emarginati.) Avevamo parlato della commedia e poi dei poemi epici in generale. A quel tempo, a me non interessavano più. E lui li disprezzava.

— Falsi e disonesti. La vita non è così. Non siamo eroi sul palco, né facciamo quel genere di scelte. Per la maggior parte del tempo, non ne facciamo proprio. Ci comportiamo come ci hanno insegnato le nostre madri e come ci ordinano di fare i più anziani.

Il musicista, che era rimasto in ascolto, ci aveva interrotti. C’era un problema di musica nella commedia.

L’altro aveva detto: — Voglio incontrarti di nuovo. È possibile? Voglio sapere come si vive tra stranieri. Perché sei passato al nemico? Gli umani non posseggono un loro onore?

Avevo risposto di sì, che era possibile incontrarci, e l’avevamo fatto, anche se Gwarha era parso sorpreso quando gli avevo detto cosa avessi intenzione di fare.

— Il suo lavoro è insolente ed empio. Perché vuoi parlare con lui?

Avevo spiegato che la commedia mi piaceva, e che al ragazzo interessava conoscere l’umanità.

— Materiale per un’altra disgustosa effusione — aveva commentato Gwarha, o parole con quell’effetto.

(Forse sto in parte inventando. Sono passati più di dieci anni dà allora. Potrei controllare il mio diario riguardo al primo riferimento a Mats. Può darsi che lo faccia, dopo che avrò finito questo capitolo.)

Il ragazzo aveva assunto i modi diretti dei hwarhath ed era andato subito al punto. In meno di mezzo ikun, mi stava chiedendo come ci si sentisse nei panni di traditore della stirpe. Come avevo potuto farlo? Mi era stata certamente offerta l’opzione. Perché l’avevo rifiutata?

— Tutto ciò si trasformerà in una commedia?

— Non in una forma che qualcuno riconoscerà. Sono audace ma non pazzo. Non intendo far arrabbiare il figlio prediletto della stirpe di Ettin.

Avevo eluso la maggior parte delle domande personali, anche se vi avevo risposto in seguito. Mats è tenace. Ma gli avevo detto qualcosa sull’umanità e qualcosa sulla mia vita tra i hwarhath.

— Vedi le cose come me — aveva detto. — Tutto è cambiato ma noi continuiamo come prima. Qui non siamo nella pianura di Eh o sulle colline di Ettin. Questo è lo spazio, e il nemico che combattiamo non è come noi. Saremo distrutti, se non impareremo nuovi modi di pensare.

Dopo di che, avevo preso l’abitudine di passare del tempo con Mats. Era la persona più brillante che avessi incontrato da quando ero arrivato tra i hwarhath, fatta eccezione forse per Gwarha. Mats era mentalmente più aperto di Gwarha e aveva più immaginazione. A ventiquattro anni, era già il miglior commediografo maschio della sua generazione.

Quando avevo lasciato la stazione, mi ero tenuto in contatto tramite la sonda-messaggio. Lui mi aveva mandato le copie delle sue nuove commedie, o gli ologrammi, se erano state messe in scena.

Gli avevo spedito informazioni sul teatro terrestre e sinossi di famose commedie con traduzioni di passaggi caratteristici. Era stata una strana selezione. Mi ero limitato a ciò che ero riuscito a trovare nel sistema di informazione dei hwarhath, e loro si erano limitati a ciò che avevano trovato sulle navi umane catturate.

L’Importanza di chiamarsi Ernesto suona stupido e piatto quando viene ridotto. Il dialogo perde tutto nella traduzione. (I hwarhath non sono un popolo brillante.) Shakespeare, d’altra parte, vi transita splendidamente. Mats era eccitato soprattutto dall’Otello. Sarebbe stato uno splendido poema epico, aveva detto, del genere sui pericoli dell’amore eterosessuale. Avevo finito col tradurre tutta l’opera ed era stato il lavoro più duro che avessi mai fatto.

Due anni dopo, ci eravamo ritrovati di nuovo sulla stessa stazione. Questa volta ricordo quale: Ata Tsan. Lo avevo raggiunto in un altro teatro. Di nuovo, stava discutendo con un musicista. Questa volta, avevo sentito il suo soprannome, che si traduce (grossolanamente) con L’Uomo-che-scatena-l’inferno-con-la-musica, e ne avevo capito il motivo. La malattia nell’infanzia lo aveva lasciato parzialmente sordo. Portava un paio di apparecchi acustici: pulsanti di plastica annidati nelle orecchie larghe e profonde perché non si vedessero. Quando erano in funzione, lui non aveva problemi con la conversazione, ma sentiva la musica in modo diverso dagli altri. Sapeva di essere una minoranza, ma sapeva anche come sentiva la musica nelle sue commedie, e come… per la Divinità… voleva udirla. I musicisti lavoravano con lui, perché era così bravo; ma sembravano sempre tormentati. Uno di loro mi aveva detto: — Il mio lavoro non è comporre musica. È negoziare tra Eh Matsehar e il resto della specie.

Mats aveva interrotto la discussione e mi aveva trascinato via per parlare della nuova commedia, che era una versione dell’Otello. Stavano per metterla in scena con maschere simili a quelle delle commedie degli animali. — Solo che queste saranno maschere umane. Sto inventando una nuova forma d’arte, Nicky! Con il tuo aiuto, e tu otterrai credito, te lo prometto. Aspetta di vedere i costumi! Sta andando tutto bene, tranne la musica.

Mi aveva dato una copia del testo. L’avevo letto, quella sera, mentre Gwarha era alle prese con un gioco, individuando i problemi e studiandoli attentamente. Una perdita di tempo, secondo me, ma a me non interessano molto i giochi.

L’Ingannevole Uomo Nero, si chiamava la commedia. Era più lunga di una tradizionale commedia hwarhath e Matsehar era riuscito a includere una grossa parte nella lingua di Shakespeare. Il suo Otello era splendido: eroico e pieno di amore. La sua Desdemona era splendidamente dolce e gentile. Non ero sicuro di cosa avrebbero fatto di lei i hwarhath. Il suo Iago avrebbe potuto strisciare sotto a un serpente.

Dopo averlo finito di leggere, avevo dato il testo a Gwarha. Lui l’aveva letto tutto d’un fiato, senza dir niente finché non aveva spento il computer. Poi mi aveva guardato. — È scritta in modo meraviglioso. Hai ragione sul ragazzo. La Divinità ha disteso tutt’e due le mani su di lui. Ma la fine è sbagliata.

Gli avevo chiesto che cosa volesse dire.

— Una commedia su quel genere di amore dovrebbe lasciare il pubblico con una sensazione di orrore e di disgusto. Ma non provo niente del genere. Sono triste… e arrabbiato con quest’uomo dall’ambizione corrotta. Come si chiama?

— Iago.

— E c’è qualcos’altro… una sensazione… come se fossi appena uscito da uno spazio ristretto e oscuro, una foresta o l’ingresso di una casa fortificata. Adesso mi trovo sul limitare di una pianura. Non c’è niente tra me e l’orizzonte. Non c’è niente sopra di me tranne il cielo vuoto. Hah! — Aveva fatto il lungo respiro hwarhath che può significare quasi tutto.

— Catarsi tragica — avevo commentato.

Gwarha aveva aggrottato la fronte. Avevo cercato di spiegare.

— Ti servi delle commedie per liberare il sistema digerente?

— Mi sono espresso nel modo sbagliato.

Alla fine, lui aveva capito, anche se sarebbe stato d’aiuto se avessi avuto accesso a La Poetica.

— Penso ancora che la fine non funzioni. Ma se usa le maschere… se i personaggi saranno chiaramente umani… forse sarà accettabile.

Mats era occupato con la produzione della commedia, perciò non l’avevo visto molto per un po’… né Gwarha, che era stato chiamato ad Ata Tsan per arbitrare una disputa davvero spiacevole tra due frontisti. La sua grande abilità sono i negoziati, ma… aveva detto… stava raggiungendo il limite.

— Con questi due non si può ragionare, e provengono da due stirpi che non sono mai state amiche. Resteremo qui a lungo, Nicky.

— Troverò qualcosa da fare.

Mi aveva lanciato un’occhiata piena di considerazione.

Qualche giorno dopo, in una delle molte palestre della stazione, mi ero imbattuto in Mats. Mi trovavo lì a praticare hanatsin con uno dei giovani seri, intelligenti e dalle splendide maniere di cui Gwarha si circonda sempre. (La sua abilità nello scegliere ufficiali giovani è notevole.) Non ricordo più quale giovane fosse. Molto probabilmente, faceva quello che fa la maggior parte: mi gettava sul pavimento imbottito, poi mi aiutava ad alzarmi e mi spiegava con meticolosa cortesia l’errore che avevo commesso.

Matsehar non praticava nessuna delle arti marziali oltre al minimo richiesto a tutti sul perimetro, e non si dedicava a sport competitivi. La sua mancanza di coordinamento era un problema troppo grosso. Ma aveva l’ossessione dei hwarhath per la perfetta forma fisica, e si dava da fare tutti i giorni, nuotando o usando le macchine per la resistenza.

Non c’era da sorprendersi che ci incontrassimo nell’equivalente hwarhath di uno spogliatoio né che lui avesse dimenticato di portare un pettine dal manico lungo. (Mats non è un uomo preciso se non in teatro.) L’avevo trovato seduto in fondo a una panca, intento a cercare di raggiungere i peli tra le scapole con un pettine senza manico.

— Lascia fare a me — avevo detto. Mi ero seduto alle sue spalle e avevo preso il pettine. Per un po’, non c’erano stati problemi. I hwarhath passano molto tempo a spazzolarsi l’un l’altro. È un’attività assolutamente impersonale, e mi ero fatto una grossa esperienza con Gwarha.

I peli crescono con angolature diverse sulle diverse parti di un corpo hwarhath. Avevo imparato come comportarmi, cambiando la posizione del pettine. Sapevo come passarlo tra la peluria aggrovigliata e arruffata, senza provocare dolore, e come districare i nodi sulla cresta dei peli più lunghi che vanno dalla cima di una testa hwarhath fino in fondo alla spina dorsale. Sapevo quanta pressione fosse piacevole e confortante.

La mia mente doveva essersi spostata su Gwarha o su un qualunque giovane mi avesse fatto piroettare per la sala dell’hanatsin. Tutt’a un tratto, mi ero reso conto che la mano libera non era più posata sulla spalla di Matsehar ma si era spostata verso l’interno e il basso. Stavo massaggiando… accarezzando… il saldo muscolo della spalla, muovendomi verso la meravigliosa peluria serica del collo e della schiena.

Mats era seduto, immobile, non si sporgeva più verso di me. Potevo notare disagio nel modo in cui si reggeva e sentivo il muscolo contrarsi sotto la mia mano.

Ero un po’ sorpreso dalla sua reazione, ma non molto. Alcuni maschi hwarhath non mostrano interesse per il sesso. Nella loro cultura, non c’è niente di vergognoso in ciò: non sono costretti a mentire o a fingere. Certi sono monogami. Gwarha lo è, quasi sempre. Secondo lui, la promiscuità è troppo faticosa per una ricompensa che non è commisurata. Può usare la stessa energia per la sua carriera e ottenere qualche vero beneficio per se stesso e la sua stirpe. E, infine, ci sono molti hwarhath, la stragrande maggioranza, che non hanno alcun interesse per me.

Avevo borbottato: — Scusami — e avevo finito di pettinargli la schiena, lavorando in fretta, ora, e nel modo più impersonale possibile. Poi mi ero alzato e avevo restituito il pettine. Lui mi aveva ringraziato, la testa bassa, l’aria infelice.

— Non preoccuparti, Mats. Conosci la mia reputazione. Era quasi inevitabile che ci provassi. Non accadrà una seconda volta.

Lui mi aveva guardato, con un’espressione miserabile.

Non era il caso di toccarlo. Avevo detto: — Sta’ allegro — che si può dire nella lingua principale hwarhath, anche se per loro significa "non essere scuro" piuttosto che "non essere pesante".

Lui aveva continuato a guardarmi e non aveva mutato espressione.

— Ti parlerò, più tardi — avevo detto, e me n’ero andato.

Non lo avevo rivisto forse per venti giorni. Lui ovviamente mi evitava. Non avevo intenzione di dargli la caccia. Avevo dedicato più tempo al lavoro, e a Gwarha, quando era possibile.

Una sera, Gwarha aveva detto: — Che cosa succede tra te e Portatore Eh?

Gli avevo dato una qualche risposta evasiva.

Gwarha aveva guardato il tavolo davanti a lui. Si stava divertendo con un altro gioco da tavolo. Ricordo quale, questa volta: eha. Si trattava di un pezzo di legno piatto e quadrato, di un colore pallido e finemente granulato. Vi era stata incisa una griglia di linee rette e dove queste si incontravano c’erano degli incavi: qui si mettevano le pedine, piccoli ciottoli rotondi raccolti sulle rive dei fiumi della terra di Ettin. A rigor di logica, le pedine erano sempre della terra del giocatore, idealmente da lui stesso raccolte. I campioni di quel gioco impiegavano centinaia di giorni a cercare le pietre giuste. Gwarha non è un campione e non ha mai avuto il tempo per quel genere di cose. Era stata una delle sue zie a mandargli le pietre.

Gwarha aveva mosso una pietra, poi mi aveva guardato. — Non è il tipo d’uomo che di solito ti interessa, e… ho sentito due storie. Una è che non gli interessa il sesso. L’altra è che gli piacciono gli attori che rivestono ruoli femminili.

— Hai fatto delle ricerche.

— Mi piace essere al corrente di quello che fai. — Aveva guardato il computer sul divano, accanto a lui. Il programma ricreava lo stile di un campione morto da lungo tempo. — Hah! Sono nei guai.

Mi ero seduto per un po’, arrabbiato. Ci sono volte in cui la costante lotta all’interno della società maschile hwarhath… i pettegolezzi, lo spionaggio e le manovre per la posizione… è maledettamente stancante, almeno per me, anche se mai per Gwarha.

Alla fine avevo detto: — Ci ho provato. Sono stato respinto. Al momento, il portatore svolta gli angoli quando mi vede arrivare.

— Un ragazzino stupido — aveva commentato Gwarha e aveva mosso un’altra pietra.

Qualche tempo dopo, Mats mi aveva chiamato. — Devo parlarti, Nicky, e mi serve un posto sicuro.

Voleva dire un posto senza orecchi estranei… una richiesta non facile, vista la mania che avevano i hwarhath di tenersi d’occhio l’un l’altro. Ma, a quel tempo, Gwarha aveva un suo servizio di sicurezza (aveva già una buona posizione); e avevano controllato sia le mie stanze che le sue.

— Qui — avevo detto.

— E il difensore?

— Un paio d’anni fa, abbiamo fatto un patto. Di me ci si può quasi certamente fidare e ho bisogno di privacy. Gli umani non sono socievoli come il Popolo.

— Hah! — aveva esclamato Matsehar.

Era arrivato alla mia porta con un recipiente piatto. Sapevo che cos’era. C’erano delle serpentine refrigeranti nell’intercapedine tra il rivestimento interno e quello esterno di ceramica che mantenevano sotto zero il liquido: l’halin o il kalin, a seconda dell’accento. È una tossina molto forte e non avevo mai visto Mats nemmeno lontanamente brillo.

Era entrato e aveva estratto da una tasca dei calzoncini una tazza, si era seduto e aveva versato l’halin, trasparente e verde come l’erba in primavera.

— Sei sicuro di voler bere quella roba?

— Sì. Questa non è una conversazione che voglio fare da sobrio.

Aveva bevuto l’halin e aveva riempito di nuovo la tazza, poi aveva cominciato a parlare. Dapprima aveva girato intorno all’argomento, saltando da un soggetto all’altro: la nuova commedia, i vari pettegolezzi. Alle sue spalle (ricordo) c’era il monitor delle mie stanze. Le luci erano tutte accese e incolori. Segno che le porte erano chiuse e che il sistema di comunicazione era spento. Nessuno ascoltava, tranne me.

Alla fine, quando avevo ormai notato che cominciava a farfugliare, aveva fatto una pausa e mi aveva guardato: uno sguardo fisso, anche se le sue pupille iniziavano a restringersi. Se avesse continuato a bere così, sarebbero diventate delle linee a malapena visibili, e lui si sarebbe sbronzato fradicio, un termine simpatico, esattamente appropriato come descrizione.

— Non si tratta di te, Nicky. Non ho niente contro gli alieni. Ti considero un amico. Sono io il problema.

Avevo atteso, in silenzio. Lui aveva fatto un respiro profondo, aveva espirato e poi proseguito.

A volte mi sono chiesto se avevo fatto la cosa giusta quando avevo accettato l’offerta di lavoro di Gwarha. Forse avrei dovuto fare l’eroe e sarei dovuto restare in prigione. Ma se avessi dato retta all’Onore e all’Integrità, non sarei mai stato in quella stanza della stazione di Ata Tsan, ad ascoltare un giovane molto turbato che non provava alcun interesse per gli uomini.

No. Non mi sarei potuto perdere quel momento.

Non aveva mai avuto alcun interesse, aveva detto Matsehar. Per quel che riusciva a ricordare, tutte le sue fantasie sessuali erano state suscitate dalle donne. C’era disperazione nella sua voce. Facevo fatica a trattenermi dal ridere.

Ci aveva provato. La Divinità sapeva se aveva provato a essere come tutti gli altri.

— Se penso alla persona con la quale mi trovo, non funziona. Non riesco a fare l’atto. Se immagino di essere con una donna… — Si era fermato ed era rabbrividito. — Mi sento disonesto. Mi sento… — Aveva usato una bella parola arcaica hwarhath che significava sporco o forse, più precisamente, ricoperto di feci. — Per la maggior parte del tempo, è più facile masturbarsi. Allora, perlomeno, non coinvolgo un’altra persona. Ma mi sento così solo. — Aveva riempito di nuovo la tazza, la mano ormai malferma. — Continuo a pensare… se solo non mi fossi ammalato quando ero giovane.

— Stai dicendo che l’eterosessualità è causata da un’infezione virale del sistema nervoso centrale? È un’idea interessante, Mats, e forse varrebbe la pena d’esplorarla.

Era sembrato sorpreso. — No. Non voglio dire questo. Voglio dire… se avessi avuto una vita normale, se fossi andato a scuola come tutti gli altri.

— Finirai per impazzire cercando di scoprire perché sei quello che sei.

— Tu capisci, vero, Nicky? Provieni da una società in cui questo genere di cosa è normale. Laggiù, non sarei un pervertito.

Mi ero alzato, avevo preso una tazza e gliel’avevo tesa. Matsehar l’aveva riempita. Avevo assaggiato l’halin. Era freddo come il ghiaccio, amaro e forte. Se fossi stato attento, mi avrebbe reso soltanto un po’ brillo. Se non fossi stato attento, mi avrebbe fatto star male per tre giorni. — Mats, non capisco la mia vita, figuriamoci quella di qualcun altro. Devono pur esserci tra il Popolo altri uomini eterosessuali.

Era parso sorpreso. Avevo tradotto la parola direttamente nella lingua principale hwarhath, dove significa in riga, regolare, diretto, eretto e onorabile. — Altri uomini che sono sessualmente anormali. Perché non li cerchi?

— Ne ho trovato qualcuno. Si aggirano attorno agli attori che recitano le parti da donna. Ma cosa possono dirmi? Solo quello che so. Non c’è soluzione al nostro problema.

Aveva continuato a parlare. Non stava più bevendo, ma l’halin stava facendo un effetto sempre più ovvio. Incespicava nelle parole e a volte si fermava, confuso, come se non riuscisse a ricordare cosa aveva detto. Quando aveva sollevato lo sguardo, i suoi occhi erano vuoti, le pupille contratte al punto che non riuscivo a vederle.

C’era un divario troppo grande tra le due facce della cultura hwarhath. Un uomo non aveva modo di incontrare delle donne, se non quelle della sua stirpe, e il Popolo guarda all’incesto con profondo orrore. (Il sesso con animali è una forma relativamente lieve di perversione e… cosa abbastanza interessante… il tipo d’animale non ha importanza. Non è peggio fare del sesso con una giumenta o con una cerva.)

Non esisteva alcuna sottocultura eterosessuale, alcuna sottoclasse di uomini e donne che facessero l’amore insieme.

Matsehar poteva masturbarsi mentre fantasticava su donne immaginarie, che spesso assomigliavano in modo inquietante alle sue cugine femmine. Poteva aggirarsi attorno agli attori che recitavano parti di donne e agli uomini che venivano attratti da loro. A volte, lo faceva, ma sotto i costumi e le pose, gli attori erano uomini. I loro amanti si erano illusi.

— Niente di tutto questo è reale. Nessuno è la persona che vuole essere. Nessuno fa l’amore con la persona con la quale sogna di farlo.

Poteva pensare cose orribili e terrificanti della seduzione e dello stupro.

— Non torno più a casa. Ho paura di diventare come l’uomo di una commedia. Violento. Pazzo.

La situazione aveva smesso di essere umoristica. Il povero ragazzo stava crollando davanti a me, e la cosa che volevo fare… stringerlo e dire: "Via, via, la vita è un inferno" …non era possibile.

— Che cosa vuoi che faccia? — avevo chiesto.

— Non c’è niente che sappia, che possa dire, che mi renda questa situazione più sopportabile?

Perché io?

Perché avevo una prospettiva che nessun altro aveva; perché vedevo la sua cultura dall’esterno; e forse perché vedevo lui come un diverso… un fuorilegge… e vedevo me stesso ancora più al di là dell’intollerabile.

— Mats, posso soltanto dirti di concentrarti su quello che hai. In un certo qual modo, siamo agli opposti. Io ho Gwarha, che immagino sia ciò che tu vuoi: il grande amore… l’intollerabile contro la solitudine… e un corpo caldo nel letto. Credimi, neppure io lo sottovaluto. Ma ho perso la mia famiglia e la mia nazione e la mia specie; e mentre riesco ancora a praticare la mia professione, la mia abilità con la lingua, non posso dare quello che ho imparato alla mia gente. Tu hai il Popolo e la tua stirpe e la tua arte. Non sottovalutare niente di tutto questo.

Lui aveva scosso la testa. — Non mi basta.

— Non ho altro conforto da darti.

Avevamo parlato ancora per un po’. Mats era sempre meno coerente. Alla fine, gli avevo detto che lo avrei riaccompagnato nella sua camera. Non credo che ce l’avrebbe fatta da solo.

C’eravamo andati. Lui aveva sfiorato con la mano la porta che si era aperta, poi si era girato verso di me. — Vorrei poterti amare, Nicky.

Al momento, non era particolarmente attraente. In tutta onestà, non me l’ero sentata di dirgli che mi dispiaceva che fosse eterosessuale. Gli avevo detto di andare a letto. Aveva superato la soglia, barcollando. La porta si era chiusa. Mi ero guardato attorno finché non avevo scoperto la telecamera che copriva quella parte di corridoio. Inutile illudersi. Ci aveva ripresi.

Ero tornato nella mia parte della stazione. Una luce color ambra si era accesa accanto alla porta che dalle mie stanze portava in quelle di Gwarha. Significava che dalla sua parte era aperta. Un invito. Ero entrato.

Lui era disteso sul divano, nella stanza principale, e indossava il costume standard che un hwarhath maschio portava in casa. Un indumento a metà tra il kimono e l’accappatoio e il più sgargiante possibile. Non ricordo quale indossasse quella sera. Ne aveva molti, doni perlopiù delle parenti donne che lo adoravano. Diciamo che era di broccato color vino, risultato di molti riciclaggi, ma ai suoi tempi molto sgargiante. Nel disegno, dei mostri si contorcevano tra i fiori, e c’era un ricamo dorato sulle maniche e sul bordo.

Aveva sollevato lo sguardo quando ero entrato e aveva posato il piccolo computer piatto da lettura. — Come dite voi umani? Se non ti conoscessi bene, direi che ti sei ubriacato.

— Matsehar è venuto a trovarmi. Lui si è ubriacato. Io sono solo un po’ brillo. Credo di essermi fermato in tempo, ma Mats starà male come un piccolo animale domestico sulla Terra.

— Risolte le tue difficoltà con lui. — Era una domanda.

— Non credo che si nasconderà più dietro gli angoli quando mi vedrà, ma non ha alcun interesse sessuale per me. Nessuno.

— Bene. Non è mai facile per me stare a guardare quando sei in vena di guardarti in giro.

Mi ero seduto sul bordo del divano. — Sai, esistono vite peggiori di quella che vivo.

— Certamente — aveva detto Gwarha.

Gli avevo preso una mano e avevo accarezzato la peluria sul dorso, grigio acciaio e morbida come velluto, poi gliel’avevo girata e avevo baciato il palmo scuro e privo di peli.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA NON VISIONE

<p>10</p>

Rientrò una sera e sentì odore di caffè mentre la porta si apriva.

— Nicholas? — chiamò, entrando.

La stanza era al buio fatta eccezione per una lampada accesa in fondo al divano. Nick era lì, i piedi su un tavolo, come al solito. (Il legno mandava più che mai riflessi di madreperla.) Aveva una tazza in mano. Davanti a lui, la parete era scomparsa e uno scuro pendio scendeva fino alla baia piena di luci lampeggianti.

Anna riconobbe il ritmo staccato e i colori: arancione e azzurro pallido. Era il suo messaggio in lec. Pericolo. Strano amico. Pericolo.

— Che diavolo? — domandò.

— È l’equivalente hwarhath di vacanze fotografiche. Ne fanno ogni volta che atterrano su un pianeta. Sapevo che doveva essercene del suo posto. Come lo chiamavate?

— Reed 1935-C.

— Pensavo che le sarebbe piaciuto vedere la registrazione.

L’immagine si confuse: collina nera e baia luminescente. Anna disse qualcosa, che cosa, lei stessa non lo sapeva; ma le doleva la gola e aveva difficoltà a parlare. Un momento dopo, sentì le braccia di Nicholas attorno a lei.

— Non volevo farle del male, Anna.

Il corpo di Nicholas era angoloso e tutto muscoli. Il suo vestiario emanava un aroma acuto che lei non riconobbe. Sapone alieno?

— Si sieda. — Nicholas la guidò verso il divano e un momento dopo se ne era andato. Anna si asciugò gli occhi. La luce del soffitto s’accese. Il paesaggio davanti a lei era svanito. — Torno subito — gridò lui.

Ritornò con un’altra tazza. — Ci ho messo un po’ di brandy. Il generale è riuscito a procurarsene un buon quantitativo di bevibile su Reed-quello-che-è. Ora, cos’è accaduto? Come ha fatto a finirci dentro?

— Ci hanno sbattuti fuori. Non solo me. Tutti. E non hanno permesso che ci tornasse nessuno. Il pianeta è vulnerabile, adesso. I hwarhath possono trovarlo.

Lui annuì. — Ci sono momenti in cui mi vergogno della mia specie. Perché hanno usato quel pianeta per i negoziati? Avrebbero potuto sicuramente trovare un altro mondo sul quale non ci fosse nulla che valesse la pena di studiare.

— Non lo so. — Anna bevve il caffè.

— Be’, hanno perso il pianeta, a meno che i negoziati di adesso funzionino. È questo che intendeva quando ha detto che la sua carriera era rovinata?

Lei annuì. — Il mio campo è l’intelligenza non umana. Che cosa mi rimane se non posso avere gli pseudosifonofori? Posso arrabattarmi studiando animali su altri pianeti, animali che non hanno nemmeno l’intelligenza di un delfino. Sempre ammesso che riesca ad avere una sovvenzione. Ha messo brandy nel caffè o caffè nel brandy?

— Vuole che modifichi le proporzioni?

— Penso che un altro po’ di caffè andrebbe bene.

Nicholas andò e tornò con la tazza, poi disse: — Le dispiace se spengo la luce in alto? Il Popolo ama un ambiente relativamente in ombra quando si rilassa, e io immagino di esserne stato condizionato. Troppa luce mi fa pensare che devo andare al lavoro.

— Okay.

La luce si spense e la stanza si oscurò nuovamente. Come prima, rimase accesa la lampada in fondo al divano. Nicholas andò a sedersi al suo posto di prima, accanto alla lampada, e prese la tazza. Anna colse il brillio di metallo al suo polso, il braccialetto che aveva avuto l’ultima volta che si erano parlati. — Dunque, il generale le ha fatto un favore quando ha chiesto agli umani di mandare lei. Eccola qui, in mezzo a un sacco di intelligenza aliena.

— Non è come mi aspettavo. Trascorro il mio tempo ad ascoltare Eh Matsehar che parla di Macbeth e Hai Atala Vaihar che parla di Moby Dick.

— Le cose cambieranno — disse Nicholas. — Vaihar ha scovato una copia di Huckleberry Finn. Era nei file che abbiamo portato via dalla vostra stazione. Ha già cominciato a farmi delle domande sul libro. Gli ho detto di parlarne con lei. Ho letto le sue note di ricerca. Erano anch’esse nei file della stazione. Non penso che i suoi animali siano intelligenti.

— Perché no?

Nicholas rimase per un momento in silenzio. — Per molte ragioni. Vuole che ne parli? Non voglio però vederla di nuovo in lacrime, Anna.

— Non piangerò.

— Okay.

Lui le spiegò le sue ragioni. Si trattava in gran parte delle stesse obiezioni che Anna aveva sentito dai colleghi di Reed 1935-C. Gli pseudosifonofori non avevano una cultura materiale. Il loro linguaggio non era un vero linguaggio. Non aveva una grammatica: mancando di una grammatica, gli alieni non avrebbero potuto parlare in sequenza e con conseguenza.

Disse Nick: — Secondo me, l’intelligenza ha qualcosa a che fare con il gruppo e la relazione e forse con la causa-effetto.

— Non vedo alcuna ragione per cui avrebbero bisogno di sviluppare un linguaggio. Noi usiamo la lingua per codificare le esperienze, per metterle sotto una forma che altre persone possano comprendere. Una volta fatto, possiamo dividere ciò che conosciamo. Ecco come insegniamo e come impariamo. Ma se uno dei suoi individui vuole imparare qualcosa, non deve far altro che mangiare un altro pseudosifonoforo. Per quel che posso capire dai suoi appunti, questo è il modo principale per trasmettere informazioni. Funziona, non c’è dubbio, e significa che non hanno bisogno di complicati modi di comunicazione.

— Tranne che nel periodo dell’accoppiamento. Quello è l’unico momento in cui si avvicinano l’uno all’altro. Per il resto dell’anno, sono solitari per paura di essere mangiati; e gli individui davvero grossi, quelli che dovrebbero essere i più svegli e i meglio informati, perché hanno mangiato la maggior parte dei compagni, quelli sono sempre solitari. Non si accoppiano più.

Anna non era più infelice. Forse era il brandy nel caffè o il piacere di ascoltare le argomentazioni di Nick, sebbene non fosse d’accordo con lui.

— Il che mi porta all’ultima ragione che mi induce a pensare che i suoi individui non siano intelligenti. Non mostrano un sufficiente interesse per il sesso. — Nicholas la guardò. Anna vide il bianco luccichio di un sorriso.

— Che cosa vuol dire? Ha visto la baia. Ha visto l’oceano.

— Durante la stagione dell’accoppiamento. Ma gli umani non hanno una stagione dell’accoppiamento, e neppure il Popolo. Siamo sempre sessualmente attivi e sessualmente interessati.

— Immagino che ci sia un beneficio evolutivo nell’essere sempre eccitati. Tiene vivo un interesse costante per gli altri e dà una ragione per restare in buoni rapporti. Ci tiene uniti. Dobbiamo andare d’accordo l’uno con l’altro, se vogliamo farci scopare.

Anna scosse la testa. — Ci sono molti animali che formano comunità.

— Non come le nostre comunità. Non riesco a pensare ad animali che siano intensamente e continuamente interessati l’un l’altro come lo siamo noi e il Popolo.

— Se i suoi individui perdessero la stagione dell’accoppiamento, se fossero costantemente interessati l’un l’altro, se quelli grossi mantenessero un interesse per il sesso, allora forse sarebbero costretti a dare vita a una cultura. Forse comincerebbero a sviluppare un vero linguaggio. Forse comincerebbero a diventare intelligenti.

— Pensa seriamente queste cose sull’argomento? — domandò Anna.

Lui rise. — Molto probabilmente, no. Ma penso seriamente che manchi una cultura materiale, e forse le piacerebbe ascoltarmi parlare del linguaggio. Quella è un’area in cui sono competente.

— Ero venuto a dirle una cosa e mi sono distratto. Le donne hwarhath stanno diventando impazienti. Vogliono parlare di nuovo con lei; ma il generale non vuole mollarmi. Così, le donne porteranno un loro traduttore, che è una donna. Io parteciperò a un paio di discussioni per fare il doppio controllo del lavoro; poi me ne andrò, il che è un peccato. Ho il sospetto che le donne saranno molto più interessanti dei diplomatici. Ma il generale ha parlato. Ed ecco cos’ero venuto a dirle. Non so bene perché abbia finito con l’analizzare i suoi alieni. — Posò il bicchiere. Lei vide di nuovo scintillare il braccialetto d’oro e di giada. — No. È una menzogna. Ho cominciato a parlare degli alieni perché lei era turbata per la registrazione, e la sua reazione mi ha messo a disagio. La scienza è l’unica consolazione sicura. Credo di averglielo già detto una volta. E ho scoperto che ci sono soltanto due attività che distraggono veramente dall’ordinario dolore della vita: il sesso e giocare con le idee. — Si alzò. — Vuole che tolga la registrazione?

— No. La lasci.

Nicholas le mostrò come usare il proiettore, poi le augurò la buonanotte. Dopo che se ne fu andato, Anna proiettò la registrazione. La parete svanì di nuovo e lei si ritrovò a guardare la collina con la zona diplomatica. Aveva resistito?

I suoi animali trasmettevano messaggi luminosi. Bevve il resto del caffè col brandy. Nick si sbagliava, pensò, influenzato dal genere d’intelligenza che avevano gli umani.

Immaginò i membri adulti della sua specie aliena che galleggiavano tra le correnti dell’oceano e trascinavano viticci lunghi anche cento metri. I loro corpi simili a campane contenevano una dozzina di cervelli, visibili (debolmente) attraverso la pelle trasparente. Doveva esserci un motivo per tutti quei neuroni e tutte quelle informazioni. Immaginò intelletti enormi, freddi, solitari, dediti alla contemplazione, una specie per la quale il non attaccamento era naturale. Per loro, l’Ottuplo Sentiero non era necessario. Le Quattro Nobili Verità erano irrilevanti. Non erano turbati dalla lussuria o dall’avidità. Non avevano bisogno che la Scimmia arrivasse con i canestri delle Scritture. Avevano già raggiunto una sorta d’illuminazione.

A quel punto, si rese conto che il brandy stava facendo il suo effetto.

Andò in bagno e si fece una doccia. Poi andò a letto. Il soffitto era coperto di nebulose rosa, i cui filamenti facevano pensare… piuttosto strano… a un neurone. Al di là e attraverso quelle, splendeva una moltitudine di stelle.

<p>11</p>

Il giorno seguente, parlò ai colleghi della conversazione avuta.

— È un peccato che stia per perdere i contatti con lui — commentò il capitano McIntosh.

— Perché? — domandò Anna.

— Vorrei avere la possibilità di conoscerlo meglio — rispose Mac. — Direttamente o indirettamente.

— Niente complotti, capitano — disse Charlie Khamvongsa.

— Faccio parte dell’esercito regolare. Noi non complottiamo. Pensiamo in maniera strategica.

Charlie rise. — D’accordo. Ma lasciamo in pace Nicholas Sanders.

Hai Atala Vaihar l’accompagnò di nuovo per i freschi e luminosi corridoi della stazione. — Nick le ha detto che ho trovato l’altro libro?

— Sì.

— Il fiume è reale? Esiste sulla Terra?

— Il Mississippi? Sì.

— Mi piacerebbe vederlo.

Anna decise di non dirgli che era molto cambiato: le foreste tagliate, le acque stagnanti in gran parte prosciugate, il fiume stesso ridotto (in molti punti) a un canale dritto e stretto, a malapena profondo per il traffico fluviale. Gli animali… aquile e aironi, pesci, molluschi, orsi, puma, daini, procioni e opossum… quasi tutti spariti.

Trecento anni di civiltà. Cent’anni della Grande Siccità del Midwest. Era doloroso leggere Mark Twain, ora.

— Il mio paese è lontano dalla costa — disse Vaihar. — E sono cresciuto accanto a un fiume, anche se non grande. Ero solito esplorare le rive e andare sulle isole. — Fece una pausa. — Non capisco che legame ci sia tra Huck e Jim.

— Sono passati molti anni da quando ho letto quel libro.

— Se fossero membri della mia specie, saprei esattamente cosa succede e direi che è sbagliato. Hanno età diverse. I bambini devono sempre essere protetti. Ma… — Lui aggrottò la fronte e si fermò in mezzo al corridoio. — Non sembrano avere età diverse. Al ragazzo non sono state prestate cure sufficienti e all’uomo non è stata concessa abbastanza autonomia. Così, il ragazzo è un adulto e l’uomo ha un che di bambino. Molto strano! Voi umani mescolate tutto.

Proseguì e Anna gli tenne dietro.

Quando raggiunsero l’ingresso degli alloggi umani, lui parlò di nuovo. — C’è un momento in cui i ragazzi cominciano a innamorarsi l’uno dell’altro nel modo giusto. Sognano di fuggire. — La guardò per un istante. — Di solito, scopriamo l’amore nello stesso momento in cui ci rendiamo conto di quanto dobbiamo alle nostre famiglie e al Weaving. L’infanzia è quasi finita. Abbiamo davanti a noi l’età adulta. Non è un periodo facile. Vogliamo… — Fece una pausa. — …fuggire, evitare ogni responsabilità. Vogliamo avere soltanto il nostro amore.

"Ecco cos’è questo libro. Un sogno di fuga. Ma niente è veramente giusto. Niente è esattamente come dovrebbe essere. Credo di capire e poi non capisco. È molto inquietante."

La lasciò. Lei entrò nelle sue stanze.

Quella sera, guardò di nuovo la registrazione. I suoi alieni erano tornati al messaggio azzurro e verde. Sono io. Non intendo fare alcun male. Luccicava debolmente attraverso una pioggia nebbiosa. Anna riusciva a vedere le luci gialle della stazione di ricerca all’estremità della baia. I hwarhath dovevano essere stati laggiù quando quella registrazione era stata fatta, a cercare nei computer e a interrogare i suoi amici. Immaginò il Popolo, preciso ed educato, che si muoveva in corridoi familiari, come tanti danzatori o contabili.


Qualche giorno dopo, Vaihar riapparve ai negoziati, e quel pomeriggio Nicholas si presentò all’ingresso degli alloggi umani. Indossava abiti civili: quelli marroni dal taglio strano.

— Tsai Ama Ul vuole parlare con lei.

— Va bene.

Si recarono nella solita stanza. Due donne li aspettavano. Anna ne riconobbe una: la donna di Tsai Ama, che questa volta indossava un vestito bianco e argenteo. La seconda era alta come Anna e snella. Il suo vestito era azzurro-verde e semplice, non di broccato, anche se i pannelli avevano una lucentezza serica. La peluria era nera come quella di Tsai Ama Ul.

— Non fissi Ul — la avvertì sommessamente Nicholas. — Ma l’altra donna è una sua pari. La guardi direttamente. Si accerti di stare davanti a me. Io sono la persona più giovane, qui, e non sono legato a nessuno tranne che a lei.

Anna era abbastanza vicina, ora, per vedere che la donna snella aveva gli occhi azzurro-verdi. Una fila di borchie d’argento adornavano le estremità delle sue orecchie molto larghe.

— Si fermi — ordinò Nick.

Lei obbedì.

Lui disse: — Ha già incontrato la donna di Tsai Ama. L’altra è Ama Tsai Indil. Le due stirpi sono associate. Le spiegherò un’altra volta che cosa significa. Questa è Perez Anna.

— Sono lieta di conoscerla — fece la donna snella. Aveva una voce profonda e rauca e il suo inglese era eccellente.

Tsai Ama Ul parlò nella sua lingua. Anna comprese soltanto una parola: Nicky.

— Dobbiamo sederci — spiegò Nicholas. — E io devo fare attenzione alle mie maniere e non causare problemi.

Ama Tsai Indil disse: — Quella è una libera traduzione. Mia… cosa dovrei dire? cugina? …è più gentile.

— Prova con compagna anziana — suggerì Nick. — Non esiste una buona traduzione.

Si sedettero, Nicholas più indietro rispetto ad Anna e di lato, le due donne aliene di fronte a lei.

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò. — È passato troppo tempo e stiamo lasciando troppe cose agli uomini. Non sono certa che sia una buona idea. È compito degli uomini badare ai nemici. È possibile che vedano nemici quando questi non sono presenti. Naturalmente, è nella natura degli uomini pensare al pericolo che può nascondersi in qualunque nuova situazione, e quando incontrano stranieri cercano le armi.

"Questa forse non è la risposta giusta, e mentre è sicuramente responsabilità degli uomini trattare con i suoi uomini, non è loro responsabilità o loro diritto trattare con lei.

"Le farò altre domande sulla sua gente, Perez Anna. La prego, risponda direttamente. Ho paura che non si riesca a trovare il modo di parlarci, che dobbiamo accettare le decisioni che gli uomini prendono per sospetto e per paura."

Anna trascorse le due ore successive a parlare, ancora una volta, della vita sulla Terra. Per gran parte del tempo, la donna snella tradusse. Di tanto in tanto, Nicholas la correggeva o discutevano del significato di una parola.

Alla fine, Tsai Ama Ul disse: — È chiaro che i vecchi modi di capire il comportamento non funzioneranno. Voi siete troppo diversi. Credevo che non avrei avuto problemi. Sono una studiosa e ho studiato la vostra cultura. Ma devo confessare che sono a disagio ed è possibile che abbia paura. — Fece una pausa, poi aggiunse qualcosa, rapidamente.

— La donna di Tsai Ama dice che non sono le armi umane a spaventarla. Vuole che lei capisca questo. I nostri uomini ci hanno detto che sanno cavarsela con la violenza degli uomini umani. Ma una cosa è essere al corrente di un qualcosa di strano a distanza, un’altra è averlo davanti a noi.

La traduttrice si fermò e Tsai Ama rimase silenziosa. Anna ebbe l’impressione che stesse meditando. Alla fine, parlò.

Questa volta fu Nick a tradurre. — La donna di Tsai Ama dice che ha abbastanza informazioni, ora. Ha bisogno di pensare. Ci ha congedati.

Si alzarono. Tsai Ama Ul sollevò lo sguardo e parlò ancora una volta. Nicholas rise per ciò che disse e annuì, poi indicò la porta. Anna uscì davanti a lui.

Quando furono nel corridoio, domandò: — Cos’è stata l’ultima frase?

— Quella di Ul? Si congratulava con me per essermi comportato in modo abbastanza decente.

— È una sua amica? La chiamava Nicky.

— Siamo simili. Lei è interessata all’umanità. Noi le offriamo un confronto o un controllo quando pensa alla storia del suo popolo.

Raggiunsero la porta di Anna. Lei l’aprì toccandola con la mano. Nick annuì e se ne andò.

Anna entrò e accese l’ologramma: una giornata di sole su Reed 1935-C. La baia era azzurra, e le colline erano dorate. Nuvole alte e sottili si sollevavano dall’oceano. Come lo si definiva? Un cielo sgombro? I suoi alieni erano invisibili ma lei vedeva aerei volare sulla stazione e la collina della zona diplomatica. Navi hwarhath che andavano e venivano dalla loro base sull’isola.

Doveva essere possibile fare un confronto a tre tra gli umani, i hwarhath e i suoi alieni della baia. Una cultura materiale è necessaria? Qual è il linguaggio? Quanta importanza ha il sesso? C’era abbastanza materiale per dozzine di articoli e nessun umano, tranne Nicholas, aveva accesso a ulteriori informazioni sui hwarhath. Forse sarebbe stato disponibile a essere il coautore. Gesù Maria, poter usare ciò che lui sapeva sul Popolo!

Ma non sarebbe stato possibile se i negoziati non avessero avuto successo. Cominciò a sentire una fiera determinazione. I negoziati dovevano avere successo.

<p>12</p>

C’era un biglietto nel mio ufficio. Gwarha era andato a casa. Potevo raggiungerlo, se volevo. Il che significava che era un invito, non un ordine.

Sono andato a casa e mi sono ripulito. Lui non aveva chiuso la porta tra i nostri alloggi, dalla sua parte. Era acceso un ologramma: un paesaggio. Il sole entrava da un’estremità della stanza, e io vedevo un muro di pietra grigia, alto, un po’ diroccato. Pezzi di roccia giacevano sul terreno, davanti al muro; attraverso un varco, si vedevano alberi con foglie ramate che si muovevano al vento.

La pietra aveva screziature di una pianta simile al lichene. Le macchie erano perlopiù gialle. Alcune argentee. Qua e là punti e striature rossi.

Conoscevo quel posto. Vi ero stato con Gwarha durante una delle nostre visite a casa sua. Era un’antica fortezza che si ergeva in una landa di quello che era stato il confine di Ettin. Il confine era molto più spostato, adesso. La fortezza risaliva ai giorni in cui Ettin aveva appena cominciato a espandersi.

Eravamo saliti tra le rovine, e Gwarha mi aveva parlato del costruttore della fortezza, che era stato un suo antenato, un uomo sanguinario e brutalmente deciso. Ai suoi tempi, la stirpe di Ettin era aumentata più del doppio. Altre due stirpi erano state distrutte, i loro uomini uccisi, le donne e i bambini assimilati. Niente poteva fermare l’antenato tranne una parola di sua madre o della sorella maggiore: era un figlio e un fratello devoto. Le parenti donne erano famose politicanti. Quello che lui riusciva a fare con le spade, loro potevano farlo con il linguaggio. Che strana combinazione!, aveva detto Gwarha.

Era tarda primavera e la giornata era calda. Le rovine erano asciutte e polverose. Alla fine, ci eravamo allontanati ed eravamo scesi lungo il fiume che scorreva sotto la fortezza, all’ombra di alberi rosso-rame. Avevamo bevuto. Poi Gwarha si era tolto i vestiti ed era entrato in acqua.

Io avevo deciso di non farlo. Il fiume scendeva dalle montagne. Era troppo freddo per me. Lui mi aveva spruzzato e si era messo in cerca come un bambino delle solite cose che si trovano in un fiume: sassi, pesci e animali con tante zampe. I pesci erano fuggiti via spaventati, naturalmente, ma lui era riuscito a trovare qualcosa di lungo, piatto e segmentato. Ogni segmento aveva un paio di zampe. "Ehi, Nicky, guarda questo! Non è bello?"

La cosa si contorceva nella sua mano. C’erano mandibole a un’estremità e forse delle tenaglie. All’altra, due antenne lunghe e strette che si agitavano nell’aria.

"Molto bello", gli avevo detto. La cosa si era dimenata ancora e lui l’aveva lasciata cadere.

Poi aveva deciso che sarebbe stato divertente trascinarmi nel fiume. Non era riuscito a farlo, ma mi ero ritrovato ugualmente tutto bagnato. Eravamo tornati nel cortile della fortezza. Avevo disteso i miei vestiti ad asciugare e avevamo fatto l’amore. Gwarha si era addormentato. Io mi ero sdraiato al sole, il suo corpo contro il mio, il pelo ancora umido.

Avevo avuto la sensazione che mi avesse portato lì con uno scopo. Anche il rapporto sessuale era stato pianificato. Un’esibizione per il suo antenato. — Guarda dove sono stato, vecchio. In posti che non puoi neppure immaginare. E guarda che cos’ho catturato e portato a casa.

Ero scivolato in uno di quei sogni vividi, quasi razionali, che si fanno al limite del sonno. C’era qualcosa nel cortile. Mi alzavo in ginocchio. Gwarha era al mio fianco, addormentato.

Davanti a me c’era un maschio hwarhath, il pelo argenteo per l’età. Portava una cotta di maglia che gli arrivava al ginocchio. Al fianco aveva una spada. In mano stringeva un pugnale con la lama che scintillava alla luce obliqua del tardo pomeriggio.

L’antenato, naturalmente, era una versione estrema del tipo fisico caratteristico di Ettin: basso e molto grosso, con braccia e gambe robuste, una cresta di peli scuri che gli correva sulla testa calva, il viso largo, piatto, brutto.

Gwarha si drizzava a sedere, spaventato.

— Cosa c’è che non va, ragazzo? — chiedeva l’antenato. Parlava la lingua di Ettin, che io conoscevo; ma non riuscivo a capire.

— Se vuoi scoparti un nemico, bene. Ma non andare a dormire con lui. Ecco come saresti potuto finire.

Mi afferrava per i capelli e mi rovesciava la testa all’indietro. E mi tagliava la gola.

Mi ero svegliato. Fortunatamente. Se avessi dormito ancora un po’, laggiù, mi sarei preso una scottatura da sole. Gwarha dormiva ancora; si era svegliato soltanto nel mio sogno. Mi ero alzato e avevo controllato i vestiti. Non si erano ancora asciugati. Mi ero accovacciato all’ombra del muro, la schiena contro la pietra calda, e avevo aspettato finché lui non si era rotolato e, con un gemito, non si era messo a sedere. Per tutto quel tempo, mi ero sentito nervoso, come se il vecchio fosse da qualche parte, nelle vicinanze, il pugnale ancora in mano.

Era accaduto anni prima; ma non mi sentivo a mio agio davanti a quel muro. Il lichenoide… rosso… aveva il colore del sangue secco. Solo la Divinità sapeva perché Gwarha avesse deciso di voler quella scena nel suo soggiorno. Ho cercato il proiettore e ho trovato qualcosa che mi piacesse di più: onde spumeggianti sul Lago Rotondo di Ettin. Una barca con le vele rosse scivolava sull’acqua.

Mi sono seduto a guardare. Era una bella imbarcazione, stretta e veloce. Si piegava quasi orizzontalmente per il vento che gonfiava le enormi vele rosse.

Dopo un po’, Gwarha è entrato e si è piazzato alle mie spalle. Era appena uscito dalla doccia. Potevo sentire l’odore del pelo bagnato e quello aromatico del sapone. — Non ti è piaciuta la fortezza.

— No.

Mi ha toccato una spalla. — Sono andato da una maga dopo che mi hai raccontato il tuo sogno. Te l’ho mai detto? La maga mi ha detto che avevo fatto arrabbiare il vecchio. Ho dovuto far fare delle cerimonie. Lui non è persona con cui voglio litigare. — Ha detto un’altra cosa. — Ha mosso la mano, arruffandomi i capelli. — C’è un abisso tra il mondo del mio antenato e il mio che non può essere colmato. Ho cercato di parlargli, di attraversare il vuoto. Lascia in pace i vecchi morti, mi ha detto la maga. Il loro modo di vivere è finito.

"Ho guardato il muro e ho pensato alle sue parole. Hah! Ha ragione. Ma non riesco a capire come dovrebbe essere il nuovo modo di vivere. Non so come andare avanti. Che cosa devo fare, Nicky?"

Non ho risposto. Gwarha aveva già sentito tutte le mie teorie e tutti i miei consigli.

Davanti a noi, la barca… la bella barca… proseguiva. Giaceva per un momento piatta sull’acqua; poi si raddrizzava.

— È un brutto auspicio? — ho chiesto.

— No. I brutti auspici esistono soltanto nel mondo reale. Ormai, dovresti saperlo. Nessuno vede mai il futuro in un ologramma.

Okay.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>13</p>

Un paio di giorni dopo, Anna rimase con i suoi colleghi per tutta la sera. Il capitano McIntosh l’accompagnò all’ingresso. — Se vede l’addetto Sanders, gli dia questo. — Le porse una cartellina di carta.

— Che cos’è?

— Una copia del suo file. Lo legga, se vuole. Non c’è niente di segreto.

— Perché vuole farglielo vedere?

— Potrebbe interessargli. Ci sono delle informazioni sulla sua famiglia.

Anna prese la cartellina, se la portò nel suo alloggio e si sedette a leggere.

Sanders, Nicholas Edgar, data di nascita: 14/7/89. Luogo di nascita: DeCaugh, Kansas. I suoi genitori erano Genevieve Pierce, D.V.M., ed Edgar Sanders, uno specialista delle tecnologie tradizionali presso l’Agricultural Rescue Administration. Aveva una sorella di tre anni più giovane: Beatrice Helen Pierce.

Istruzione: scuole pubbliche locali; Università di Chicago. Aveva ottenuto un M.A. nel 2110. (Anna fece qualche conto e decise che doveva aver saltato un paio di classi.) Il suo forte era stata la teoria linguistica; il suo debole la scienza dei computer. Subito dopo aver ricevuto il master, era entrato nelle Forze Armate Unificate. Aveva continuato a studiare, questa volta all’Università di Ginevra. Di nuovo, la sua area specialistica era stata la teoria linguistica. La registrazione dei dati si fermava al 2112.

Tre anni dopo, era a bordo di una nave spia che era stata catturata nello spazio hwarhath. In quei tre anni doveva aver lavorato sulla lingua hwarhath.

Una storia stranamente scarna. Non c’era alcuna prova di vita personale. Ne aveva avuta una? Le interessava?

Lesse il resto del file. Sua sorella aveva studiato presso l’Università del Wisconsin, si era sposata e aveva avuto un figlio, una bambina di nome Nicole. Il matrimonio si era concluso con un divorzio. La sorella viveva a Chicago e lavorava per un’organizzazione sindacale. C’era una fotografia, l’ologramma di una donna alta, sulla quarantina, magra, con capelli biondi ribelli. Socchiudeva gli occhi per il sole e sorrideva. Era il sorriso di Nick e la sua posa, leggermente scomposta, le mani in tasca. Indossava un paio di jeans, una camicia rossa sbiadita e una giacca di tela con dei bottoni appuntati sul risvolto. Anna non riuscì a leggere la scritta sui bottoni.

Al suo fianco c’era la figlioletta: magra e sgraziata, il colorito caffelatte, i capelli ricci corti; una bambina di undici o dodici anni che sarebbe molto probabilmente diventata alta. Portava jeans anche lei e una camicia nera con le maniche corte con una scritta in rosso: NON LAMENTARTI, ORGANIZZATI.

Anna passò all’altra fotografia, una 2-D. Una coppia seduta tra un pubblico. La foto era stata scattata di lato ed era ovviamente un’istantanea. Un uomo e una donna, entrambi alti e magri, seduti ma molto diritti. Tutti e due avevano i capelli bianchi. La donna li portava raccolti in trecce legate attorno alla testa. Quelli dell’uomo arrivavano alle spalle ed erano ricci. Avevano dei lineamenti eleganti che ad Anna ricordarono gli aironi.

Andò avanti a leggere. Si erano ritirati a Fargo, Nord Dakota, ed erano ancora vivi. (La foto era stata scattata cinque mesi prima a una conferenza presso l’università locale in onore del poeta del Nord Dakota Thomas McGrath.) (Perché una persona si sarebbe ritirata a Fargo?) Genevieve aveva ottantacinque anni; Edgar ottantatré. Erano membri attivi della locale chiesa metodista e di varie altre organizzazioni che si occupavano (soprattutto) di problemi ambientali e sociali.

Maniaci. Nicholas proveniva da una famiglia di benefattori.

Anna guardò di nuovo le foto: la sorella con i capelli biondi scomposti dal vento, la nipotina dall’aria seria, i genitori-aironi.

Qualcosa di tutto quello era in sintonia con l’uomo che conosceva lei?

Chiuse il file e andò a letto. Era strano stare sdraiata nell’oscurità, a centinaia di anni luce da casa, a pensare a persone che avevano trascorso la loro vita nel Midwest americano, che forse sarebbero morte in quella terra polverosa che stava lentamente inaridendo, con i fiumi che si svuotavano, i pozzi che non producevano niente, le nuvole marroni che riempivano il cielo.

Il giorno dopo, chiamò Nicholas e gli chiese di venire.

Lui arrivò nel pomeriggio, dopo la fine della riunione giornaliera, ancora con l’uniforme da guerriero spaziale e gli stivaloni neri.

Anna gli porse la cartellina. Nicholas si sedette e lesse. Quand’ebbe finito, guardò le due fotografie. Alla fine, sollevò la testa. Il suo viso era una maschera. — Dove l’ha trovata? — Anna non aveva mai sentito quel tono. Gelido.

— Me l’ha data il capitano McIntosh. Mi ha detto di consegnargliela.

— Perché? Cosa dovrei farne?

— Niente. Pensava che le sarebbero potute interessare le informazioni sulla sua famiglia.

— Perché?

— Per amor del cielo, Nick, è la sua famiglia.

Lui raccolse le pagine, le ordinò, in modo che fossero tutte pari, poi mise davanti le fotografie e chiuse la cartellina. Ogni movimento era preciso e pieno di rabbia. — Non so bene che cosa si aspetti che faccia — disse, la voce morbida. — Che scoppi in lacrime e dica che farò qualunque cosa pur di vedere mamma e papà prima che muoiano? Che dica che devo vedere mia nipote cui hanno dato ovviamente quel nome a causa mia, ammesso che esista, che non sia un’invenzione della Mi? Io sono qui. Non tornerò mai a casa. Ho scelto da che parte stare. Non mi lascerò comprare o spaventare o sedurre o imbrogliare. Non c’è alcun patto… assolutamente nessuno… che si possa fare con me. Allora, perché il capitano McIntosh vuole che veda questa cartellina?

Anna era prossima al pianto. — Nick, non lo so.

Lui sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. — Lei probabilmente no. Anna, questa gente è velenosa. Non si lasci usare da loro. Non imparano mai. Non migliorano mai. Continuano a fare scherzi. Continuano a pensare che i loro giochi funzionino. Non so che cosa conti nella storia; ma i giochi di spie sono triviali e inutili, maliziosi e demoniaci. Non si lasci coinvolgere. — Si alzò e prese la cartellina. — Ringrazi il capitano McIntosh per le informazioni. Non le chiederò di dirgli di andare a farsi fottere. È un genere di messaggio che dovrebbe essere consegnato personalmente.

Se ne andò e Anna si mise a piangere.

<p>14</p>

Ho atteso fino a sera per parlare con Gwarha. Secondo una delle nostre regole, in pubblico e durante le ore d’ufficio dovevo comportarmi più o meno come un funzionario o un gentiluomo. Sapevo che avrei avuto voglia di arrabbiarmi. Immaginavo d’avere un buon motivo per voler camminare e gridare. Perciò, ho atteso che fosse comodo, a casa, poi gli ho dato la cartellina.

Lui ha letto, poi ha posato le due fotografie sul tavolo, davanti a sé. Le ha guardate e ha guardato me. — Faccio fatica a trovare delle rassomiglianze tra gli umani. Ma credo che loro ti assomiglino tutti, soprattutto la sorella e sua figlia.

— Cercano di raggirarmi. Hanno provato con il rapimento. Adesso cercano di aggrapparsi a qualsiasi cosa. La lealtà per la famiglia. Sai cosa penserebbe di questo Lugala Tsu?

— Lui è un pazzo maligno. Non si può cambiare la sua opinione con fatti o ragioni, perciò è inutile curarsene. La cosa importante è questa. — Ha guardato la fotografia di Beatrice e Nicole. — Hai un discendente e del miglior genere possibile. La figlia di una sorella. Una sorella vera. — Ho creduto di sentire una nota di tristezza nella sua voce. Lui è l’unico figlio vivente di sua madre. I suoi parenti più vicini nella successiva generazione saranno i figli delle cugine femmine. I suoi figli… e certamente deve averne… non conteranno, naturalmente. Apparterranno alla stirpe delle loro madri. — Le hanno dato quel nome a causa tua?

— Nicole? Credo di sì. Ammesso che esista. Gwar, voglio che gli uomini della tua sicurezza controllino le fotografie. Vedi se riescono a stabilire se sono state alterate o sono false.

— Gli umani mentirebbero su qualcosa di così importante?

— Sì. Per quel che ne so, tutta la mia famiglia è morta. Non ho ragione di credere a niente di tutto questo.

— La vostra specie è disprezzabile. Dirò alla mia gente di fare ciò che possono. Ma non sono sicuro che riescano a scoprire qualche trucco. — Ha toccato la fotografia di Beatrice e di Nicole. — Pensi veramente che mentirebbero su questo?

Ho annuito.

Ha emesso un piccolo verso d’infelicità, poi ha riposto le fotografie nella cartellina.

Mi sono seduto. — Se mai usciremo da questa situazione, torneremo a casa tua. Voglio essere fuori da tutto. — Ho allungato le gambe. — Credo che potremmo fare un viaggio in montagna. Molto esercizio, quanto più sesso possibile e senza pensare a niente. Gesù, sono stanco di pensare.

— Allora, non farlo. Gestirò io il problema di Lugala Tsu. Le macchinazioni degli umani possono essere ignorate. Obbedisci agli ordini e fa’ il tuo lavoro. Questa è sempre un’alternativa, Nicky. Non devi complottare. Non devi manipolare. Non devi fare stupidi giochi.

— Divinità, che tentazione.

— Allora, agisci o, piuttosto, non agire. Sta’ calmo e lascia che gli eventi accadano da soli. Se qualcosa è importante, se deve essere fatta, verrà fatta senza che tu corra a destra e a sinistra.


Zen e l’arte di vivere tra alieni dal pelo grigio. (?)


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>15</p>

Anna trascorse un’altra sera con i colleghi. Etienne andò a letto presto, come pure il piccolo traduttore cinese, Haxu. Gli altri rimasero alzati: Charlie, Sten, il capitano McIntosh, il dottor Azizi e Dy Singh, che era un autentico praticante Sikh con turbante.

Bevvero caffè con o senza brandy. Dopo un po’, Anna raccontò loro della conversazione con Nicholas.

Charlie aggrottò la fronte. — Credevo che fossimo d’accordo di non fare complotti, capitano.

— Non stavo complottando. Pensavo che l’addetto Sanders forse avrebbe voluto avere notizie della sua famiglia.

— Perché dargli una versione accuratamente riassunta del suo file?

— Non potevo dargli la versione integrale. Gran parte delle informazioni sono protette o private; e non vedevo il motivo di stampare tutto il resto. C’è molta roba. Quelli dell’Intelligence Militare hanno la mania di collezionare informazioni; e… per quel che ne so… nessuna abilità nel discriminarle. Se fossi stato attento, avrei potuto dirle il suo numero di scarpe e i risultati di tutti gli esami che gli siano mai stati fatti. Niente di tutto questo è interessante. Sembra che sia stato un giovane assolutamente normale.

— Alla Mi erano preoccupati per la sua famiglia; i suoi parenti sono un po’ troppo socialmente attivi. Ma non hanno trovato niente nella storia personale di Sanders che li faccia preoccupare di lui come individuo; e, alla fine, lo hanno preso.

— Non ha risposto alla mia domanda — disse Charlie. — Perché gli ha dato una copia del suo file?

— Volevo ricordargli che un tempo è stato uno di noi, e che ha ancora una famiglia sulla Terra. Credevo che potesse farlo diventare… non un amico ma più… amichevole.

— Pare che lo abbia mandato su tutte le furie. — Charlie guardò Anna. — Se le capita l’occasione, si scusi con lui. Gli dica che non intendevamo fargli del male.

— Farò del mio meglio.

Dy si spostò e parve profondamente inquieto. Disse che non gli interessava affatto Nicholas Sanders. Ma voleva l’opinione di Charlie sullo stato attuale dei negoziati. Così, ne parlarono. Charlie era cautamente ottimista. — Abbiamo soltanto due obiettivi, in questo momento. Uno è di stabilire una linea costante di comunicazione. Ciò sta diventando sempre più probabile o, almeno, possibile. E ci piacerebbe recuperare tutti i nostri che sono nelle mani dei hwarhath. Questo, credo, accadrà. È chiaro che a loro interessa riavere i loro maschi giovani. Anche se non pregusto il momento in cui dirò loro quanto pochi ne siano rimasti vivi.

Seguì un breve silenzio. Poi il dottor Azizi chiese fino a quando sarebbero continuati i negoziati.

— Non ho una risposta a questa domanda — disse Charlie. — Ma sono riluttante a mettervi fine prima di aver raggiunto qualcosa. Abbiamo già avuto una serie di colloqui falliti.

Guardò il bicchierino del brandy, aggrottando la fronte. — Continuo ad avere la sensazione che manchi qualcosa, qualche importante pezzo d’informazione. L’immagine che continua a presentarsi è una stazione come questa, che orbita senza alcun riferimento. Siamo spinti e guidati da un fatto enorme che non riusciamo a vedere. — Sollevò lo sguardo e sorrise. — È un segno pericoloso quando un diplomatico diventa metaforico. Forse mi sbaglio. Forse sappiamo tutto ciò che ci serve sui hwarhath.

Il dottor Azizi si appoggiò allo schienale, un’espressione rassegnata sul viso.

— Ma sono tuttavia convinto che faremo dei progressi — continuò con decisione Charlie. — E intendo rimanere finché non sarò in grado di riportare il successo.

El Matsehar ricondusse Anna per i corridoi freschi e illuminati. Era d’umore taciturno… di tanto in tanto accadeva… e lei era stanca. Non parlarono quasi.

In camera da letto, Anna spense l’ologramma del soffitto e si distese al buio. La determinazione di Charlie di rimanere la rendeva improvvisamente consapevole di essere a centinaia di anni luce dal resto dell’umanità. La stazione hwarhath sembrava fragile e aliena. Fuori, c’era il vuoto, immenso e ostile. Dentro, c’erano persone che lei non capiva.

Alla fine, andò a dormire e sognò di essersi persa in un labirinto. A volte, vedeva davanti a sé una porta che si apriva sulle colline dorate di Reed 1935-C. Ma non riusciva mai a raggiungerla. Si ritrovava invece in un altro corridoio grigio.

Si svegliò stanca e un po’ depressa. Il caffè non le fu di grande aiuto. Si mise una tuta verde scuro con una camicetta bianca di cotone. Guardandosi nello specchio del bagno, rimpianse di non aver mai imparato a truccarsi. Il viso sembrava infelice. Un po’ di rossetto le avrebbe giovato, e qualcosa per nascondere gli occhi stanchi.

Bevve un’altra tazza di caffè, poi uscì per incontrare Hai Atala Vaihar.

Gli chiese di Huckleberry Finn.

— Ho superato la metà. È un romanzo molto strano. Quasi tutte le persone che Mark Twain descrive sono ignoranti e meschine. È una descrizione accurata dell’umanità?

Lei cercò di spiegare che i personaggi sarebbero dovuti essere divertenti.

— No — obiettò Vaihar. — È divertente quando una sola persona è meschina e ignorante. La si mostra come un esempio del tipo sbagliato di comportamento. E tutti la prendono in giro. Ma quando tutti sono così… hah! Che società terribile.

Anna cercò di spiegare il genere di persone che era possibile trovare in una zona di frontiera.

— Mandate via la gente a gruppetti di quattro e cinque? Quasi soli? — Lui sembrava terrorizzato. — Così non è possibile insediarsi da nessuna parte.

— Voi come fate?

— Una stirpe si divide e i giovani se ne vanno, molte persone insieme. Possono contare l’uno sull’altro e sulla parte anziana della stirpe. Non perdono niente di quello che avevano. Non si trasformano in animali o in persone come quelle che descrive Mark Twain.

Lui rimase per un po’ silenzioso, era evidente che pensava. Alla fine, disse: — La prima cosa che fanno è costruire un tempio e fare cerimonie. Poi costruiscono altri edifici pubblici: la sala delle riunioni e, possibilmente, un teatro. Dipende da quanto piace alla stirpe guardare recitare. Costruiscono sempre una palestra e una scuola.

"Religione, politica, arte, esercizio ed educazione. Queste sono le basi di qualsiasi comunità, e devono essere stabilite il più velocemente possibile.

"Dopo di che, vengono costruite le case, le stalle per gli animali, e le fabbriche. Vengono scavati i giardini. I pascoli recintati. Allora… di solito passa un anno o due… arrivano le donne con i bambini.

"Questo è il modo giusto di farlo. È così che i miei antenati hanno lasciato Hai e si sono stabiliti nella valle di Atala. Mandiamo ancora regali ai nostri parenti e facciamo cerimonie con loro e ricordiamo con gratitudine e affetto tutto quello che hanno fatto per noi nei primi anni."

— C’è qualcosa che lei fa da solo? — domandò Anna.

— Non molto. Nicky dice che per quasi tutte le cose che vale la pena di fare occorrono almeno due persone. Ma questo non sembra essere un’opinione comune tra la vostra gente. Siete dei veri solitari, nonostante siate numerosi. Lo vedo nei libri che ho letto. Guardi Huck e Jim. Navigano lungo il fiume come adolescenti innamorati che siano riusciti a sfuggire al dovere, come noi non facciamo mai, nonostante i nostri sogni. Anche nell’altro libro, su quella barca piena di uomini. Avevo una sensazione di solitudine. Il capitano è sempre solo, e l’uomo che racconta la storia… Hah! Che gente siete! Così difficile da capire!

Anna non riuscì a trovare alcun commento, perciò fece una domanda. Vaihar portava tre distintivi rotondi di metallo assicurati alla cintura dei pantaloncini, come d’altra parte tutti quelli che incrociavano. Che cosa significavano?

— Uno è l’identificazione personale, uno è il grado e uno è la stirpe. Nicky ne ha soltanto due, perché non ha una famiglia o, perlomeno, non ha un emblema della famiglia. Mi sono abituato a vederlo; non penso a quello che significa avere soltanto due distintivi. Ogni tanto, lo guardo e mi ricordo. Mi fa rizzare i peli. — La guardò di traverso, la sua espressione… cosa? Seria? Infelice? — Non riesco a immaginare come faccia a rimanere vivo.

Raggiunsero gli alloggi umani e lui la lasciò. Anna entrò e assistette ai negoziati. Nick non le parve infelice, seduto accanto al generale. Nessuno del Popolo portava distintivi con le uniformi da cadetti dello spazio, perciò la condizione diversa di Nick non era visibile.

Stavano discutendo dello scambio dei prigionieri. Dove farlo. Come assicurarsi che nessuno tentasse un qualche doppio gioco. Nicholas sembrava più che altro annoiato.

<p>16</p>

Ero seduto sul bordo del letto di Gwarha e mi stavo mettendo le calze, dopo averle recuperate nell’angolo opposto del letto, dove non le avevo lasciate, secondo la mia memoria.

Lui ha allungato la mano e l’ha passata con molta gentilezza sul mio braccio. — Ho guardato gli umani, pensando a come dev’essere strano non avere peli, essere così poco protetti, così vulnerabili.

Non ricordavo neppure di aver girato le calze al rovescio.

— Non c’è da meravigliarsi che vi copriate di vestiti dalla testa ai piedi. Non c’è da meravigliarsi che vi muoviate così rigidamente, come se vi aspettaste sempre d’essere attaccati da qualcosa. Dev’essere terrificante essere così… — Ha esitato. — …aperti all’universo. È questo che voglio dire?

— Forse.

Mi guardava con gli occhi quasi chiusi. Non riuscivo a vedere le pupille orizzontali o il chiaro colore non umano delle iridi. C’era solo uno scintillio liquido tra le ciglia grigioscure. Anche così, il viso era alieno: i lineamenti grossi e smussati, le orecchie troppo larghe e troppo alte, e tutto troppo peloso. Noto sempre più le differenze, di questi giorni, molto probabilmente perché vedo regolarmente gli umani.

— Ma è anche interessante — ha continuato — avere tutto il corpo sensibile come le labbra e la bocca o i palmi delle mani.

— Ed è a questo che pensi durante i negoziati?

— Solo quando mi stai traducendo. So quello che ho detto e so che la tua traduzione sarà accurata. Guardo gli umani e penso. Com’è fare l’amore tra due persone così? Tutte e due non protette. Tutte e due sensibili. Con tutto esposto ed eroticamente accessibile. Niente… nessuna parte del corpo… al sicuro.

Gesù Cristo. Ho guardato il resto del mio vestiario, piegato sulla rastrelliera vicino a quella di Gwarha, e ho cercato di trovare il modo di uscire da quella conversazione.

— Chiedilo agli umani com’è. Sarà un cambiamento rispetto ai soliti argomenti di discussione. "Gente, cosa provate quando scopate?" Oppure chiedi loro del materiale pornografico. Solo pornografia decente, naturalmente. Potrebbe essere un genere di divertimento.

— Perché?

— Perché non prendano la prima cosa che capita e la mandino. Potrebbe essere veramente disgustoso, qualcosa che indurrebbe la tua gente a non aver niente a che fare con l’umanità.

— Perché non mi dici che cosa si prova a fare l’amore con un altro umano?

— Non me lo ricordo.

— Menti — ha detto, dopo un momento. — Non è il genere di cosa che una persona dimentica.

— Noi non apparteniamo alla stessa specie, Primo Difensore. Non abbiamo lo stesso tipo d’esperienza sessuale. Anche ora, non abbiamo lo stesso tipo di esperienza. Che cosa ti fa credere di sapere quello che ricordo e non ricordo? E ti ho già ripetutamente detto che gli umani hanno bisogno di maggiore privacy del Popolo.

Mi ha guardato fissamente, gli occhi ora spalancati. — Visto che parli tanto, credo che tu mi stia veramente dicendo ciò che hai in mente. Dovrei ricordarmi del tuo soprannome. Sotto il rumore è silenzio. Ti avvolgi in esso come in un indumento.

Non ho detto niente.

— Perché non hai alcuna protezione naturale. — Ha allungato la mano e mi ha toccato di nuovo il braccio. — A cosa pensava la Divinità?

Mi sono alzato e ho finito di vestirmi.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>17</p>

Fu Vaihar a farle da scorta, il giorno dopo. Quando raggiunsero la zona dei Colloqui-con-i-nemici, una delle guardie hwarhath gli parlò.

Vaihar disse: — Devo portarla nella sala d’osservazione e andare a unirmi alla squadra dei negoziati. Hah! È una fortuna che indossi l’uniforme da cadetto dello spazio.

— Che cos’è successo?

— Non lo so. Non voglio farle premura, Anna, ma…

Si affrettarono verso la sala d’osservazione. Lui la lasciò alla porta. Dentro, l’ologramma era acceso e mostrava la sala delle riunioni con le due file di sedie. Anna si sedette e rimase a guardare. Entrarono gli umani secondo il solito rituale; ma l’ingresso dei hwarhath fu diverso. Prima di tutto, il Popolo sembrava imbarazzato. Dopo un momento, ne capì la ragione. C’era una persona nuova, robusta e con il pelo grigio scuro, l’uniforme leggermente stretta. Lui e il generale entrarono insieme, girando attorno alle estremità opposte della fila di sedie e cercando (così sembrò ad Anna) di misurare i movimenti in modo da raggiungere il centro della fila insieme.

Quando l’ebbero fatto, si girarono contemporaneamente e si fermarono, di fronte agli umani. L’uomo robusto sovrastava Ettin Gwarha, più alto di lui di mezza testa e molto più massiccio. Gli altri hwarhath presero posto lateralmente, muovendosi con riluttanza, o così almeno parve ad Anna, e tenendosi il più vicino possibile alle sedie. Persino Vaihar appariva a disagio e quasi goffo.

Il generale si guardò attorno. L’uomo robusto annuì. Tutti si sedettero. Il generale, colto di sorpresa, fu un po’ lento e si sedette un attimo dopo gli altri.

Era rigido. Arrabbiato, pensò Anna. Furibondo. Poi si rilassò e si sporse verso l’uomo robusto, parlando sottovoce. L’altro sorrise. Aveva denti larghi, squadrati e bianchissimi.

— Voglio presentare il Frontista Lugala Tsu — disse Vaihar. — L’uomo che gli sta accanto è Min Mahata, che gli farà da traduttore.

Haxu presentò la squadra degli umani.

Interessante, pensò Anna. Ma cosa significava?

Guai, si rese conto alla fine della riunione. Lugala Tsu aveva una certa difficoltà a mantenersi calmo. Il problema non era veramente visibile… non si arrivava all’aperta scortesia… ma esisteva: piccoli cambiamenti di posizione, soprattutto quando parlava Ettin Gwarha, espressioni arcigne, smorfie. A volte, si chinava leggermente verso il traduttore, come se fosse sul punto di mormorargli qualcosa, ma non lo faceva mai. Il generale gli lanciò diverse volte delle occhiate oblique, specialmente all’inizio della riunione. Alla fine si rivolse all’altro frontista.

Vaihar disse: — Ettin Gwarha ha chiesto: «Hai qualcosa da aggiungere, Frontista Lugala? Cosa ne pensi?»,

No, rispose l’uomo robusto. Non aveva niente da aggiungere. Ero nuovo ai negoziati. Per il momento, s’accontentava di ascoltare. Avrebbe parlato in seguito.

Il generale mosse leggermente la testa. Uno dei traduttori umani aveva detto ad Anna che quel movimento poteva significare che era d’accordo, che capiva o che stava mostrando considerazione, dipendeva dal momento. Poi il generale si appoggiò allo schienale della sedia. Era giunto a una qualche decisione, pensò Anna, anche se non avrebbe saputo dire quale.

Da quel momento in poi, il generale non lanciò più occhiate all’altro frontista.

L’umore nella sala stava cambiando. Qualcosa, la sensazione di agio e di sicurezza, che era andata a mano a mano crescendo nelle settimane passate, cominciò a diminuire; e, proprio perché diminuiva, Anna cominciò ad avvertirla per la prima volta. Era avvenuto in modo così graduale! Anche se fin dall’inizio il generale e Charlie si erano mostrati cortesi e rispettosi. Tuttavia, c’era stata una certa rigidità, che era sparita… che stava sparendo… e che ora ritornava.

Comprese come i colloqui fossero stati razionali e, relativamente parlando, chiari quando a capo della situazione c’erano stati Charlie e il generale. Lenti, sì, e forse eccessivamente cauti, sebbene lei non sapesse molto di diplomazia. Forse i diplomatici avevano bisogno di girare attorno agli argomenti a quel modo.

Ora non capiva. Vaihar sembrava infelice. Charlie… lo vedeva di lato… appariva sempre più teso.

Pranzò con gli altri umani. Un pasticcio vegetariano, il cibo più adatto alla situazione. I suoi colleghi parlarono e riparlarono della riunione che si era appena conclusa, cercando di capire che cosa stesse succedendo.

Alla fine, Charlie disse: — Ho il sospetto che si tratti di una lotta di potere tra i due. — Usò la forchetta per muovere il pasticcio nel piatto. — Avrei voluto capire quali erano le loro posizioni. Lugala Tsu è ostile a noi? Ettin Gwarha è in un certo qual modo nostro amico? Anna… — La guardò. — Lei ha i contatti migliori. Veda cosa riesce a scoprire da Sanders o dalle donne hwarhath o da quei due giovani.

Anna annuì. — Farò il possibile.

Dopo il pranzo, lasciò gli alloggi umani. La sua scorta era Matsehar. Gli chiese che cosa stesse succedendo.

— Dove?

— Ai negoziati.

— Esattamente quello che vede. Il figlio di Lugala si è unito ai negoziati perché è suo diritto e sua responsabilità. I Frontisti Riuniti non dovrebbero essere rappresentati da una persona soltanto.

Anna stava ascoltando la versione ufficiale, quella di parte. Matsehar aggrottò la fronte, il che poteva essere un avvertimento o forse soltanto una delle sue occasionali espressioni strane. Poi cominciò a descrivere le macchinazioni di Lady Macbeth e di suo figlio. La madre cominciava a perdere la sua sicurezza, ed era il guerriero sanguinario che ora occupava il centro del palcoscenico. — Ecco cosa accade — disse Matsehar — quando le donne non frenano i loro figli. La violenza maschile deve sempre essere tenuta nel giusto contesto politico.

Si divisero all’ingresso degli alloggi delle donne e lei entrò negli splendidi corridoi che portavano alle sue stanze. L’ologramma era acceso e mostrava l’alba sull’oceano di Reed 1935-C. C’era un chiarore rosa all’orizzonte. In alto, quasi sul soffitto, c’era la stella mattino/sera. Era doppia, al momento, i due pianeti abbastanza lontani per essere visibili come punti di luce.

Altre luci si accendevano nell’acqua della baia. Luccicavano debolmente, sembravano stanche. Era la fine di una lunga notte di segnalazioni d’identità e di rassicurazione. Anna capiva quella sensazione di stanchezza. Si massaggiò i muscoli del viso e del collo.

Dopo un po’, sorse la stella primaria. Era troppo lucente perché la si potesse guardare direttamente. Anna si alzò e si avvicinò all’interfono per chiamare Ama Tsai Indil.

— Credo di aver bisogno di un incontro con la vostra gente.

— Vuol dire con la mia compagna anziana. Sì, va bene.

— E forse dovrebbe essere presente Sanders Nicholas.

— Di questo sono meno sicura, ma mi lasci consultare la donna di Tsai Ama.

L’interfono si spense. Anna si mise a trafficare con l’ologramma, facendolo alla fine scorrere velocemente verso il pomeriggio. La stella primaria non luccicava più. C’era invece una lunga ombra che si stendeva sulla collina dorata: una specie di manufatto con sostegni. Forse faceva parte dell’attrezzatura che aveva registrato il paesaggio. Il cielo era cosparso di piccole nubi rotonde. Onde spumeggianti punteggiavano l’oceano azzurro. Anna immaginò il vento che doveva soffiare, freddo e salato.

Si sedette e guardò l’ombra del manufatto che si allungava sempre di più.

Ama Tsai Indil la richiamò e disse che l’incontro con la compagna anziana era accordato.

<p>18</p>

Alla fine del quinto ikun, il generale mi ha mandato un messaggio, chiedendomi di andare nel suo ufficio.

Sedeva al solito posto, le braccia sul tavolo davanti a sé, le mani leggermente intrecciate, lo sguardo fisso sulla parete opposta, che era di metallo grigio, vuota. Dopo essere entrato, mi sono fermato e ho fatto il gesto di presentazione.

Lui mi ha guardato. — Ti sei ricordato del decoro militare. Sei arrabbiato con me? Oppure credi che lo sia io?

— Non lo sei?

— Lo sono stato. Siediti. Mi sento a disagio quando resti in piedi lì, come un soldato.

Mi sono seduto di fronte alla scrivania. Lui si è appoggiato allo schienale e ha preso lo stilo. — Hai visto la riunione?

Ho annuito. — Sono stato in una delle sale d’osservazione. — Mi sono trattenuto dall’aggiungere: Dopo che mi avevi detto che ero stato escluso dalla squadra dei negoziati.

(Ho dovuto farlo, Nicky. Lui è un frontista. Non lo si può ignorare.)

— Manderò messaggi ai frontisti di cui mi fido e includerò le copie della riunione di oggi. Questa stupida malizia deve finire. Trattare con lui è come camminare per un campo di frese a lima. Non voglio dover continuare a togliermelo di dosso. Voglio che se ne vada.

— Pensi di riuscire a liberartene?

— Sì. Il suo intento è ovvio; i suoi modi sono atroci; e non ha abbastanza alleati nei Frontisti-che-stanno-insieme. — Ha posato lo stilo.

— Che uomo! Così stupido e avido! Cerca di accaparrarsi più di quanto possa gestire e non si accorge delle conseguenze delle sue azioni.

— "Ambizione che non conosce ostacoli, che fallisce per aver voluto troppo" — ho detto, in inglese.

Il generale ha aggrottato la fronte.

— È una frase della nuova commedia di Matsehar.

Il generale ha agitato la mano, mettendo da parte Eh Matsehar e Shakespeare William. — Non ti ho chiesto di venire qui per discutere di Lugala Tsu. La donna di Tsai Ama ha chiesto che tu sia presente a un incontro tra lei e Perez Anna. Va’ e trova il modo di dirle cosa sta succedendo. Lei ha rapporti amichevoli con te ed è un’esperta di umanità. La sua opinione sarà rispettata nel Weaving.

— Non ne sono sicuro. La maggior parte degli altri esperti pensano che le sue teorie siano folli.

Ha sollevato la mano. Io mi sono alzato.

— La sua stirpe non ha legami stretti né con Lugala né con Ettin. Se dice che ho ragione, le daranno retta. Se dice che Lugala Tsu sta ingarbugliando i negoziati, le daranno altrettanto retta.

— E forse è arrivato il momento di prendere in considerazione un’alleanza con Tsai Ama e Ama Tsai. Quelle non sono stirpi potenti ma hanno una certa importanza, e le donne, soprattutto delle ultime due generazioni, sono state di primissima qualità.

È stato in silenzio per un po’, scivolando nel tipico rimuginare hwarhath, un rimuginare che unisce la politica alla genetica. Quali famiglie hanno il potere? Quali famiglie producono persone forti e importanti? Come può Ettin trovare gli alleati giusti e trasmettere il giusto materiale genetico?

Alla fine, mi ha guardato. — Gradirei la tua compagnia questa sera, Nicky. Ma non voglio sentire le tue opinioni o i tuoi consigli. Oggi, ho fatto quello che ho potuto. Voglio parlare di qualcosa che non abbia niente a che fare con gli umani o Lugala Tsu.

— D’accordo — ho ribattuto.

Quando sono andato da lui, abbiamo parlato di fare un’escursione sulle montagne della parte occidentale di Ettin. Lui aveva un ologramma: una china che saliva e saliva, coperta di alberi. Erano perlopiù verde-azzurri. Qua e là, ho visto macchie di rosso. In lontananza, c’erano vette alte e bianche. Gwarha ne ha detto il nome: la Torre di Ghiaccio, la Lama, la Madre.

L’ologramma era stato fatto a casa di una delle sue cugine, mi ha detto. Saremmo stati i benvenuti da lei. La scalata in quella zona non era particolarmente difficile; c’erano posti che voleva mostrarmi: un famoso campo di battaglia su un passo roccioso, e una famosa cascata, la Rete d’Argento.

— Copre un’intera roccia. Devono esserci un centinaio di corsi d’acqua e quando il sole li colpisce… hah! Ci andremo quando questi negoziati saranno finiti, Nicky.

Si era messo una vestaglia blu. C’erano una tazza di halin sul tavolo di fronte a lui e un boccale tozzo fatto d’argilla granulosa rossa. Lo strato di smalto sul boccale era chiaro e sottile. Potevo vedere le impronte lasciate dai pollici del vasaio.

Qualcosa dentro di me ha detto: Fa’ attenzione. Guarda cos’hai davanti. Ricordati quanto profondamente ami questa persona.

(Hah.)


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>19</p>

Anna si svegliò all’aroma di caffè, prese i vestiti e andò in bagno. Sentiva Nick in cucina, che fischiettava qualcosa che sembrava venisse trasmessa da un canale di musica classica. Un’opera, forse?

Si fece la doccia, si infilò un caffetano di un tessuto lavorato a mano che proveniva dal Guatemala. Era a strisce verticali rosse, verdi, azzurre, gialle, color lavanda, nere e bianche. I sandali (nascosti sotto il caffetano) erano piatti e comodi. Si mise degli orecchini lunghi e si guardò allo specchio, esaminando il viso rotondo e scuro che mostrava l’origine meticcia. Gli occhi neri spiccavano sugli zigomi sporgenti. Le labbra erano piene. Il naso aveva la curva dei Maya. Non rimpianse neppure la propria ignoranza in fatto di trucco. Quella mattina, era bella.

— Anna? — chiamò Nick dal soggiorno.

Lei uscì. La colazione era su uno dei tavoli, e lui era appoggiato a una parete, una tazza in mano. La passò in rassegna e disse: — Molto bella.

Anna provò una breve irritazione. Lo sguardo e il commento erano assolutamente tipici di un maschio umano. Avrebbe dovuto aver imparato modi migliori dopo aver trascorso vent’anni tra i hwarhath.

Si sedette. Per colazione c’erano caffè, pane tostato e una ciotola di una sostanza grigia. Un altro tipo di cibo umano, pensò, finché non l’assaggiò. Si trattava di avena. Notò il recipiente dello zucchero pieno di cristalli scuri e la brocchetfa piena di latte bluastro e li aggiunse entrambi all’avena. La migliorarono un po’, ma l’avena sapeva sempre di avena. — Cos’è successo, ieri?

— Alla riunione? Lugala Tsu ha deciso all’improvviso che voleva essere presente ai negoziati. Ne ha il diritto. È un frontista.

— E lei è stato escluso.

— Sì. — Nick sorseggiò il suo caffè.

— Perché?

— Il frontista non è a suo agio con me. È disposto a sedere di fronte agli alieni. Bisogna farlo, se ci sono dei colloqui che devono andare avanti. Ma non è disposto a vedere un alieno con la coda dell’occhio.

Quello era quasi sicuramente un modo per dire che Nick era inaffidabile e che apparteneva alla parte umana della sala. — Quell’uomo è una faccia di culo.

— Può anche dirlo, ma parlerebbe male di una parte del corpo che è di indubbia utilità. Preferisco pensare a Lugala come a un tumore.

Anna rise. — Ciò significa che sarà disponibile per i colloqui delle donne?

— Può darsi. Tsai Ama Ul ha chiesto di me, oggi, e io sono qui. Ma Lugala Minti probabilmente la pensa come suo figlio. Il che non è un problema per questo incontro. Non sarà presente. Ma quando ci sarà…

— Stanno cercando di mandare a monte i negoziati?

Nick rimase per un momento silenzioso. — Non credo che farò commenti in proposito. Le è piaciuta l’uniforme che portava il figlio di Lugala?

— Ha bisogno di una taglia in più.

— Sorprendente, vero? All’Art Corps di solito sono così precisi.

Anna non gli aveva mai sentito quel tono particolare di voce: dolce e malizioso. Si ricordò che lui aveva lavorato a certe commedie. Era probabile che avesse degli amici negli Art Corps.

— Non è un po’ meschino?

— Anna, lei non ha ancora visto la meschinità. Quando un paio di individui duri come il generale e Lugala Tsu decidono di confrontarsi, si aprono orizzonti di meschinità che lei e io possiamo a malapena immaginare. Si ricorda la prima volta che ha visto le Montagne Rocciose? O l’oceano? O la Terra dallo spazio? Se quei tizi si scatenano, sarà così.

— Hanno intenzione di scatenarsi? Di dare il via a un qualche tipo di lotta interna?

— Non lo so.

Dopo colazione, si recarono nella solita sala delle riunioni. Le due donne aliene erano là in attesa, con indosso gli splendidi vestiti abituali. Quello di Tsai Ama Ul aveva pannelli di un materiale blu luminoso. Ama Tsai Indil ne portava uno di broccato giallo. File di orecchini pendevano dalle sue larghe orecchie. Questa volta, erano formati da catenelle sottili d’oro che terminavano in gocce d’oro. Ogni volta che muoveva la testa anche solo leggermente, le gocce oscillavano e luccicavano.

Che gente appariscente! E perché… se negli Art Corps erano così precisi e i soliti sarti erano capaci del genere di vestiti che Anna aveva di fronte… Nick appariva tanto spesso così trasandato?

Espletarono il rituale dei saluti e poi si sedettero, Nick, come sempre, leggermente arretrato.

— La mia compagna anziana mi ha ordinato di cominciare — disse Ama Tsai Indil. — Secondo la sua opinione, gli uomini… — Parlò nel linguaggio alieno.

— Gli uomini stanno compromettendo tutto — disse Nick, in inglese.

Ama Tsai Indil reclinò la testa. Gli orecchini oscillarono. — Nella nostra lingua, la metafora è diversa. Diciamo che creano complicazioni.

— Ed è particolarmente vero ora che il figlio di Lugala ha deciso di scendere in competizione con il figlio di Ettin. Tsai Ama Ul non farà commenti su questo comportamento, che è tipicamente maschile e che non farà necessariamente apparire né Lugala né Ettin più desiderabili come fonti di materiale genetico.

— Ma è sua opinione che gli attuali negoziati siano importanti e che non dovrebbero essere messi da parte solo perché un paio di uomini cercano di prevaricarsi a vicenda. La donna di Tsai Ama non parlerà di guerra o di alcuna questione militare. Spetta agli uomini combattere. Ma i negoziati riguardano tanto la pace che la guerra, e tocca alle donne concludere la pace.

Com’era preciso quel popolo! Anna non riusciva a immaginare una maggiore proprietà di linguaggio, specialmente dopo aver trascorso anni a scrivere su riviste accademiche.

— Tsai Ama Ul vuole sapere da Sanders Nicholas cos’è accaduto ieri, e poi vuole la sua opinione sui negoziati, donna di Perez.

— Va bene — fece Anna.

Nick parlò nella lingua hwarhath. Anna non avrebbe potuto dire molto sul suo tono, il suono della lingua era troppo diverso dall’inglese. Ma la voce rimase pacata. Le donne aliene lo guardavano con intensità. Lui tenne la testa china, tranne quando Tsai Ama Ul gli parlò, anzi, gli fece delle domande. Allora, sollevò il capo per un istante prima di rispondere.

Quella lingua fatta di sguardi era più complicata di quanto Anna si fosse resa conto. Nick faceva qualcosa di simile a un’affermazione quando incontrava gli occhi della donna. "Dico la verità. Parlo da pari. Parlo da amico."

Alla fine, smise di parlare.

Ama Tsai Indil disse: — Ora, la mia compagna anziana vuole sapere che cosa, secondo lei, sta accadendo.

Anna sollevò brevemente lo sguardo, incontrando quello giallo della donna di Tsai Ama. — Non ne sono sicura. La mia zona di competenza non è la diplomazia. È l’intelligenza aliena. Sono qui più o meno per caso, per via di quello che è accaduto durante l’ultima serie di negoziati. Che cosa credo che stia succedendo? — Guardò la moquette color vino scuro. — Credo che Charlie Khamvongsa sia corretto, un uomo onorevole che vorrebbe concludere una pace. Ho il sospetto che anche Ettin Gwarha sia corretto, anche se non sono sicura di capire le sue motivazioni. Credo che Lugala Tsu stia creando problemi.

— Traduci tu — disse Ama Tsai Indil a Nick.

Lui lo fece.

Tsai Ama Ul rispose.

— Lei non è qui per caso. Le sue azioni precedenti hanno mostrato che si comporterà in modo corretto e con onore, anche se ciò la mette in conflitto con gli altri umani; ed è un bene che sia presente alle discussioni qualcuno che è abituato a pensare al problema dell’intelligenza. Per parlare, dobbiamo essere in grado di pensare a cosa rende le persone diverse dagli animali. Altrimenti, le differenze tra i hwarhath e l’umanità sembreranno enormi e impossibili da superare.

"È difficile descrivere quanto il vostro comportamento sia inquietante per noi. Abbiamo sempre pensato che il sesso fosse una delle differenze più importanti tra le persone e gli animali. Gli animali hanno le stagioni dell’accoppiamento. Le persone no. Tra gli animali, il sesso e la riproduzione sono quasi la stessa cosa. Tra le persone, sono due cose quasi completamente diverse.

"Credevamo che questo fosse naturale e inevitabile. Quando un animale possiederà l’intelligenza e sarà in grado di fare delle scelte, non continuerà a vivere come hanno fatto i suoi antenati, mescolando tutto assieme… lottando, nutrendosi, allevando i figli e facendo l’amore, tutto nello stesso posto. Hah! Abbiamo visto queste cose nei campi e sulle spiagge del nostro pianeta. Come i maschi si picchino e si strazino con gli artigli, come si accoppiano con frenesia, come i bambini possano essere uccisi…"

Ama Tsai Indil si fermò e tirò il fiato.

— Tsai Ama Ul ha finito dicendo: «Ora abbiamo trovato creature con una lingua e una cultura materiale, che sanno viaggiare nello spazio, e che si comportano tra di loro in un modo che crediamo sia impossibile quando l’intelligenza è stata raggiunta». Ecco perché la sua area di competenza è importante, donna di Perez.

Gesù Maria. Anna guardò Nick. — Cosa devo dire?

— La verità, sempre, Anna.

Lei non sapeva la verità. Guardò di nuovo, molto brevemente, Tsai Ama Ul. — Non so come rispondere. Non so neppure se lei abbia fatto una domanda. Noi abbiamo sempre pensato che l’eterosessualità fosse naturale. È così che si sono comportate le altre specie di animali sul nostro pianeta. Pensavamo che fosse naturale per uomini e donne vivere insieme e allevare figli insieme. Il che è stato fatto da molte specie di animali.

"Quando vi abbiamo incontrati, abbiamo avuto una reazione che è stata simile alla vostra. Io ho parlato con diversi esperti durante l’anno passato. Molti dicono che la vostra società non ha assolutamente senso. Che non dovrebbe esistere. Alcuni pensano che non esista: c’è qualcosa di sbagliato nelle nostre informazioni. I prigionieri che abbiamo preso ci hanno mentito oppure appartengono a un’aberrante sottocultura. Qualcosa si perde nella traduzione. Forse i traduttori mentono. Me l’ha detto un uomo. Sapeva di Nick."

Nicholas rise.

— Siamo in una situazione uguale alla vostra. Ci aspettavamo di trovare alieni che fossero diversi da noi, veramente diversi. Non ci aspettavamo di trovare alieni che sono molto simili con qualche straordinaria differenza. Ci ha sbilanciati; ed esistono persone tra gli umani che… non dirò che vogliono combattere, ma che non riescono a immaginare di non combattere, e che hanno paura di fare i passi che portano alla pace. Sono convinti che saremo presi in giro e traditi. E la segretezza non è stata di alcun aiuto. Come possiamo negoziare con così poche informazioni?

Nicholas tradusse il suo discorso.

Tsai Ama Ul mosse la testa, un movimento che poteva significare quasi tutto. Poi parlò.

Ama Tsai Indil disse: — Crede che la maggior parte della sua gente voglia la pace?

Anna rispose: — Nick deve avervi raccontato qualcosa del nostro pianeta. Eravamo abituati ad avere molte società diverse… molte nazioni, e queste si sono messe insieme solo di recente. Non abbiamo ancora un’unica cultura o un governo unico. Gruppi diversi vogliono cose diverse. La maggior parte degli umani vuole la pace, ma non tutti, e proprio adesso il nostro governo è così complicato… composto di così tanti pezzi diversi… che è difficile dire che cosa voglia, ammesso che voglia qualcosa.

Tsai Ama Ul ascoltò fino a questo punto, poi parlò di nuovo.

— Crede che scaturirà qualche danno da questi negoziati, sia per voi che per il Popolo?

— Non lo so. Credo che la conoscenza sia sempre meglio dell’ignoranza, e che avremmo entrambi dei benefici da uno scambio di informazioni. Oltre a questo… chi può dire? È possibile che l’umanità proprio adesso abbia bisogno di un nemico esterno, visto che ci siamo uniti così di recente. Se è così, forse saremo danneggiati se arriveremo alla pace. Forse voi siete mostruosi e demoniaci. Non so dirlo. Anche se Nick dice che siete a posto, e io mi fido di lui.

Lui rise di nuovo.

— Forse c’è qualcosa nell’umanità che rappresenta un serio pericolo per la vostra società. Di nuovo, non lo so.

Tsai Am Ul ascoltò, poi parlò.

— Noi abbiamo sempre avuto nemici. I nostri uomini hanno sempre combattuto. Sarebbe difficile per loro smettere. Sarebbe difficile per noi sapere cosa fare di loro, se la nostra lunga storia di lotte dovesse finire. Hah! Un pensiero spaventoso! A cosa servono gli uomini se non ci sono nemici da combattere e confini da proteggere? Come passerebbero il loro tempo? Come farebbero a provare l’amor proprio?

Fissò Anna, pensierosa. Anna abbassò lo sguardo.

— E a cosa assomiglierebbe l’universo con gente come voi? Non come voci o qualcosa che si vede debolmente in lontananza, ma come vicini. Abbiamo già cominciato a mettere in dubbio la nostra storia e il nostro concetto di giusto e sbagliato. Ma non mi piace l’idea di una guerra combattuta con stranieri ignoranti, senza regole stabilite e senza alcun limite alla violenza. Sarebbe un ritorno alla ferocia degli animali. Sarebbe l’abbandono di tutto quello che abbiamo conquistato da quando la Divinità ha dato la piccola scatola nera della moralità alla Prima Donna e al Primo Uomo.

Tsai Ama Ul fece una pausa, poi parlò nuovamente.

— L’incontro è finito — annunciò Nick. — La donna di Tsai Ama dice che ha male alla testa.

Anna se ne andò con Nicholas. Fuori dalla sala, lui disse: — Lei ha davvero incontrato qualcuno che pensava che avessi inventato la società hwarhath?

— Non l’ha detto chiaramente, ma pensava che fosse davvero interessante… "suggestivo" è stata la parola che ha usato… che una persona chiave per la traduzione della lingua umana fosse… — Anna esitò, cercando di trovare la parola adatta.

— La sua scelta migliore è omosessuale. — Il tono di Nicholas era freddo e leggermente divertito. — Questo crea dei problemi. Non mi piace il fatto che sia una formazione irregolare e che mi sembra abbia sempre un aroma leggermente antisettico, la puzza della scienza e dell’intelletto. Preferirei una parola che sapesse di vita comune. Ma non ci sono mai parole veramente buone per un gruppo che non è gradito.

Anna credette d’aver udito una punta di rabbia nella sua voce, sotto la freddezza e il divertimento.

— Che cosa intende per formazione irregolare? — domandò.

— L’etimologia di "omosessuale" proviene da due diverse lingue. "Omo" dal greco per "stesso" e "sessuale" dal latino per sesso. Qualcuno nel diciannovesimo secolo l’ha formata e io non riesco a immaginare a cosa pensasse.

Tornarono verso le stanze di Anna. Mentre passavano per il corridoio, Nick disse: — Di tanto in tanto mi capita di pensare che la parola non sia adatta a me e a Gwarha. Noi non apparteniamo alla stessa linea evolutiva. Si potrebbe obiettare… diavolo, obietterò… che siamo membri di sessi simili o analoghi. In tal caso, la parola corretta sarebbe "omeosessuale" dal latino per "sesso" e dal greco per "simile". C’è un che di piacevole nell’idea di inventare una nuova forma di attività sessuale e la parola adatta per definirla.

Sembrava soddisfatto. La rabbia era completamente scomparsa dalla sua voce. Raggiunsero la porta e lei la fece aprire, toccandola.

— Devo fare rapporto al generale — disse Nicholas.

— Come crede che sia andato l’incontro?

— Non lo so. Le cose si stanno complicando. Lugala Tsu ha deciso di muoversi. Tsai Ama Ul ha deciso che le donne devono fare qualcosa. Solo la Divinità sa chi prenderà la prossima decisione.

Nick se ne andò e lei entrò. La porta si chiuse. Si sedette sul divano, esausta. Che ora era? La fine della mattina. Doveva recarsi negli alloggi umani e raggiungere i colleghi per il pranzo. Al diavolo. Andò a farsi una doccia e poi un pisolino.

A metà pomeriggio (ammesso che il termine avesse un significato reale nella stazione) uscì, trovò Charlie e gli raccontò cos’era successo.

— Posso capire perché Tsai Ama Ul avesse mal di testa. Comincio ad averlo anch’io — disse lui. — Credo che sia arrivato il momento di chiedere consigli alla Terra.

Le avevano spiegato il sistema. Era complicato come quello che avevano usato per venire alla stazione. I hwarhath avrebbero portato un messaggio sigillato al primo punto di trasferimento, poi avrebbero usato una delle loro sonde per spedire il messaggio a una nave della Terra in attesa, la quale avrebbe aperto la sonda, preso il messaggio e lo avrebbe infine trasmesso.

La risposta sarebbe arrivata per la stessa strada, ma al contrario: dalla sonda umana al primo punto di trasferimento e poi da un qualche tipo di mezzo di trasporto alieno.

Il metodo eliminava varie forme di doppio gioco troppo elaborate perché lei le ricordasse, e le parve tremendamente tedioso. Di sicuro la fiducia avrebbe fatto risparmiare tempo ed energie.

<p>20</p>

Il generale è stato occupato fino a metà del sesto ikun. Ho scritto un memo descrivendo l’incontro con Tsai Ama Ul, poi sono andato nella palestra più vicina e ho fatto hanatsin da solo, con movimenti lenti di fronte a uno specchio. Non facile. Non mi piacciono gli specchi o i movimenti lenti. Ma è una buona disciplina e credo di essere favorevole alla disciplina.

(No. Sopportala quando devi ed evitala quando puoi. Non abbracciarla mai.)

Dopo di che, ho passeggiato per la stazione finché non è arrivato il momento di fare rapporto.

Il generale mi ha detto di recarmi negli alloggi delle sue zie. Era lì, in una sala stranamente spoglia. Il pavimento era di pietra lucida. Le pareti erano di gesso, dipinte di giallo. Nessuna porta era visibile, anche se ne avevo appena oltrepassata una. Ogni parete della sala aveva invece finestre alte e larghe che davano su un litorale ventoso. Su due lati c’era l’oceano, con onde spumeggianti che lambivano una spiaggia. Sugli altri due c’erano dune coperte di vegetazione grigio argentea. Un alto animale, un bipede, si muoveva tra la vegetazione, la testa… alla fine di un collo lungo… che si insinuava sotto le foglie argentee, ovviamente a caccia. L’animale aveva una copertura d’un azzurro lucente che forse era fatta di scaglie.

La stanza era spoglia, fatta eccezione per cinque sedie di legno, disposte a cerchio. Il generale sedeva su una. Le zie occupavano le altre tre. Indossavano vestiti di tessuto semplice: vestiti da campagna, quelli che portavano a casa.

Ho fatto il gesto di presentazione. La stanza era rumorosa. Potevo sentire il basso rumorio dell’oceano e delle grida acute che dovevano essere di animali, di quale genere non so. Non del cacciatore azzurro.

— Siediti — ha detto Ettin Aptsi.

Mi sono seduto sulla sedia libera.

Ettin Per ha detto: — Rapporto.

Ho descritto l’incontro tra Tsai Ama Ul e Anna.

Quando ho finito, Ettin Per ha detto: — Che cosa ne pensi della donna della Terra?

Ho sollevato brevemente la testa, senza veramente incontrare i suoi occhi. Alle sue spalle, c’era la cima di una duna. Delle foglie lunghe e strette si piegavano al vento. Le nuvole si muovevano in un cielo azzurro.

— Mi piace. Mi è piaciuta fin dalla prima volta che l’ho incontrata. Gli altri umani sono stati messi a disagio dal Popolo, e hanno avuto ancora più problemi con me. Ho visto l’espressione sul suo viso quando ha guardato alle mie spalle e ha visto Gwa Hattin. Quella di un bambino a Natale.

— Usi parole che non conosciamo — gli fece notare Ettin Sai. — Spiegati.

— È un giorno in cui gli umani… alcuni umani… fanno regali ai bambini. Cade più o meno al solstizio d’inverno, nel periodo più oscuro dell’anno, e dove sono cresciuto io… e Anna… fa quasi sempre freddo. I doni devono recare gioia. Anna ha guardato Hattin e ha visto un regalo. Quando ha guardato me, la sua espressione è cambiata, e non sono certo di sapere a che cosa pensasse. Ma non sembrava a disagio. Era incuriosita, forse, e attenta. Ho pensato: questa è una persona che non si spaventa davanti a gente che non conosce. È una qualità rara tra gli umani.

— E tra il Popolo — ha detto Ettin Per, con la sua voce forte e profonda. — Pensi che possiamo fidarci di lei, Nicky?

— Sì.

Ettin Per ha continuato. — Ed è convinta che ci si debba fidare dell’ambasciatore umano. Gwarha?

— Sono d’accordo, anche se non capisco la posizione dell’ambasciatore. I soldati umani gli hanno disobbedito durante l’ultima serie di negoziati. Ma lui afferma che non è solo. Se facciamo un accordo, che valore avrà? Non ne ho idea.

— Nicky? — domandò Ettin Sai.

— Esiste un elemento di rischio. Come ha detto Perez Anna, il governo umano è complicato e diverse parti non vanno sempre d’accordo. Ma la mia sensazione è che l’ambasciatore abbia una posizione migliore di quanto fosse solito avere. I militari hanno scombussolato tutto, perciò penso che abbiano dovuto tirarsi indietro. Non c’è nessuno tra gli uomini che ha con sé che lo sfidi direttamente o… credo… disobbedisca ai suoi ordini.

— Ma non conosco la situazione sulla Terra, e anche qui la situazione potrebbe cambiare.

— Tuttavia — disse Ettin Per, pensierosa — abbiamo due possibili alleati tra gli umani. È una cosa alla quale pensare.

— Esistono tre problemi — fece Ettin Sai. — Gli umani, i Lugala e Tsai Ama Ul. Ciò che Gwarha dice di Tsai Ama è degno di considerazione.

— Nicky dice che Tsai Ama Ul ci ha dato un avvertimento — disse Ettin Aptsi. — Questa disputa non giova né a Ettin né a Lugala.

— Il che, al momento, può essere vero — commentò Ettin Per. — Se Gwarha riesce a mettere da parte il figlio di Lugala e a fare un accordo con gli umani, sarà alla testa di tutti i frontisti. Giusto, no?

— Sarò in una buona posizione — disse Gwarha, cauto.

— Lui non ha figli e sta raggiungendo un’età in cui i figli sono appropriati. Se si riescono a sistemare gli attuali problemi, Tsai Ama sarà interessata. La domanda è: ci aiuteranno, ora? E cosa possiamo offrire loro?

La cosa era ovvia persino per me: prima di tutto, il diritto sul seme di Ettin Gwarha, più una garanzia che il numero dei suoi figli sarebbe stato limitato. Un patto ottimo, e uno che difficilmente Tsai Ama Ul si sarebbe lasciata sfuggire, a meno che non decidesse di avere bisogno di altre informazioni su Gwarha. Se aveva qualche serio dubbio su di lui e sulla sua capacità riproduttiva, avrebbe aspettato finché l’attuale situazione non si fosse risolta. Ma allora, naturalmente, avrebbe perso l’occasione per l’ottimo patto.

(Hai ragione in proposito.)

Gwarha disse: — Abbiamo ancora bisogno di Nicky?

Le zie hanno detto di no e mi hanno gentilmente ringraziato. Gwarha è parso sollevato. Sa cosa penso della politica genetica. Se avessi voluto ascoltare conversazioni del genere, sarei rimasto nel Kansas e sarei andato al College di Agricoltura.

Li ho lasciati ai loro complotti. Avrei voluto chiedere della vista dalle finestre ma non ne ho avuto l’occasione.

(È una registrazione fatta in una casa sulla costa orientale del Grande Continente Settentrionale. Le mie zie stanno lì quando il Weaving ha una riunione. Come dice il poeta: "Oltre le montagne c’è l’oceano".)

Più tardi, la sera, ho chiesto se quelle conversazioni lo avessero inquietato. Lui stava disponendo il gioco da tavolo eha, si stava preparando a un’altra partita con un campione morto da tempo.

— Non capisco — ha detto.

— Non ti infastidisce che altre persone decidano tutto sui tuoi figli, sempre ammesso che tu ne abbia qualcuno?

Lui ha finito di tirar fuori le pietre e mi ha guardato. — Ho voce in capitolo. Ho detto alle zie che gli uomini di Tsai Ama e di Ama Tsai non hanno niente di speciale. Se c’è un figlio, sarebbe meglio che fosse femmina. Il genere di uomini che quelle stirpi producono non aiuteranno la nostra reputazione e non voglio figli mollaccioni.

No, certo che no, caro. Tu vuoi giovani uomini duri e intelligenti con buone maniere e una forte attitudine al potere. Tra vent’anni, se ci sarò ancora, forse li vedrò venire al perimetro.

(Ci sarai.)

— Non capisco che cosa suggerisci. Che dovrei dire alle zie come fare il loro lavoro? Non mi piacerebbe se mi dicessero come fare il frontista.

Come spiegare? Mi dispiaceva vederlo placidamente seduto mentre le zie discutevano di usarlo come toro da riproduzione. Mi dispiaceva che qualcosa che gli apparteneva… il suo collegamento col futuro, per amore della Divinità… diventasse un gettone o una fiche che le donne di Ettin puntavano.

Lui ha ascoltato senza muoversi, con un’espressione grave. Alla fine, ho ceduto. Lui mi ha guardato. Le sue pupille si erano dilatate alla luce tenue e potevo vederle chiaramente: grandi linee nere simili a barre sulle iridi.

— Tu sembri pensare che abbia un diritto su tutto ciò che il mio corpo produce. È un diritto che cederò con piacere. Non desidero tenermi i miei escrementi. Non mi importa molto di ciò che ne è, fintantoché se ne disponga nel modo giusto.

È rimasto silenzioso per qualche momento. — E in che senso il mio materiale genetico è mio? Non l’ho creato dal nulla. Viene da una donna di Ettin e da un uomo di Gwa che a loro volta lo hanno ricevuto dai genitori e così via… generazione dopo generazione… fino al tempo precedente a tutte le stirpi. A me sembra di avere buon diritto a possedere le colline di Ettin o i fiumi che scorrono sotto di esse o il cielo sopra o la casa dove sono nato.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA

<p>21</p>

Nei giorni che seguirono non accadde nulla di importante. Anna continuò a osservare i negoziati i quali andavano avanti in modo non proprio soddisfacente. Lugala Tsu non si agitava più sulla sedia, non faceva smorfie; se ne stava invece immobile e con un’espressione accigliata. Gli altri… hwarhath e umani… apparivano a disagio, tranne il generale che manifestava un’assoluta tranquillità.

L’intercom la svegliò una mattina con il suo suono simile a uno scampanio nel vento.

Era Ama Tsai ìndil. Ci sarebbe stato un altro incontro con le donne hwarhath. E Nicholas non ci sarebbe stato. Lugala Minti non aveva voluto.

— Okay per me — disse Anna.

— Cosa?

— Non ho obiezioni.

— Sarebbe difficile per lei rifiutare, Perez Anna. Lugala Minti è un membro anziano di una stirpe molto potente. E lei, per quello che ne so, non ha una vera famiglia.

— Ehi — fece Anna — sono di Chicago, Illinois. Dovrebbe contare qualcosa.

Spense l’intercom prima che Indil potesse chiederle della stirpe di Chicago e andò a vestirsi. Peccato per Nick. Le piaceva avere la colazione già pronta, e poi non era stata mai capace di prepararsi un buon caffè.

Mangiò pane e burro di arachidi e bevve acqua aliena dal rubinetto. Arrivava dal sistema di riciclaggio, distillata e pura.

Poi si diresse al luogo della riunione.

Le donne… tutte le donne… stavano aspettando: le tre sorelle in vesti rosse e dorate, Tsai Ama Ul d’argento, Lugala Minti nera e Ama Tsai Indil grigio pallido.

Parlarono di nuovo della condizione delle donne sulla Terra. La conversazione procedette più lentamente, questa volta. Ama Tsai Indil non era altrettanto spedita di Nicholas come traduttrice.

Anna ebbe la sensazione che aveva quando parlava con Vaihar. Perfino quando parlavano la stessa lingua (lei e Ama Tsai Indil, perlomeno) e quando sembravano d’accordo sul significato delle parole che usavano, la comunicazione era frammentaria; e aveva anche la sensazione che le domande importanti non venissero poste. I hwarhath stavano girando attorno a qualche argomento davvero grosso. Forse la sua era soltanto immaginazione, influenzata dall’immagine che Charlie aveva evocato della singolarità dell’orbita della stazione.

Alla fine, disse: — Vi ho parlato della Terra come meglio ho potuto. Vorrei sapere qualcosa del vostro pianeta natale.

Rispose Lugala Minti. — La nostra società è organizzata in modo adeguato, secondo le regole che la Divinità ha dato al Popolo.

Per le donne di Lugala, la risposta avrebbe potuto essere considerata soddisfacente. Lugala Minti si appoggiò allo schienale, le mani sul ventre. La luce colpiva nel modo giusto la veste che indossava cosicché Anna vedeva i disegni del broccato nero: una ragnatela di stretti rami che si incrociavano più volte gli uni con gli altri. Grandi fiori delicati sbocciavano nei punti in cui si incontravano; altrove, i rami erano spogli tranne che per le lunghe e acuminate spine.

Ettin Per aggrottò la fronte e parlò, la voce tuonante.

Ama Tsai Indil tradusse. — La donna di Ettin ci ha ricordato che la Divinità non è semplice. Sappiamo che occorre più di una teoria per spiegare il suo universo. Forse c’è più di un modo per essere corretti.

Lugala Minti sembrava irritata.

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò.

— Ci sono molte cose che non si possono dire, secondo la donna di Tsai Ama. Si ricordi che siamo nemici, almeno per il tempo presente, e sono gli uomini a decidere ciò che deve essere considerato strategico.

"La donna di Tsai Ama dice che racconterà una storia sulle origini del mondo. Perfino gli uomini non possono confutarla. Tutti sono d’accordo che non si tratta della pura verità, e che è molto antica, il che significa che non le dirà nulla della nostra attuale situazione. Ma le dirà qualcosa sul nostro mondo.

"All’inizio non esisteva nulla tranne la Divinità e un mostro. Nel momento in cui si guardarono l’un l’altro, furono subito in disaccordo e si combatterono fino a quando la Divinità non uccise il mostro. Quando il mostro morì, la Divinità gli tolse le ovaie e ne fertilizzò le uova con il proprio seme."

Che cosa?

— Poi la Divinità prese il corpo del mostro e creò il mondo, Le alte montagne sono ciò che rimane del dorso corazzato della creatura. Le pianure e le valli sono l’interno del suo ventre. I denti del mostro divennero le stelle. I suoi occhi i quattro pianeti principali. Il sole è il suo cervello, pieno di idee violente.

"Quando ebbe finito di creare il mondo, la Divinità prese le uova del mostro e le trasformò in creature viventi. Le uova dell’ovaia destra divennero animali; ma quelle di sinistra furono gli antenati del Popolo. A quel tempo, non avevano capacità di giudizio e di fare distinzioni. Erano soltanto un’altra specie di animali, più debole e più miserabile delle altre. Ma la Divinità sapeva ciò che sarebbero diventati. Li depose con affetto nel mondo e subito le creature cominciarono a strisciare e a camminare sull’immenso corpo del mostro. E la divinità li guardava con amore."

Ci fu silenzio. Le donne si mossero un po’, per sistemarsi le vesti, lisciarsi le pieghe.

Anna disse: — Avete detto che la Divinità fertilizzò le uova. Io pensavo che fosse una donna.

Tsai Ama Ul parlò e Ama Tsai Indil tradusse.

— Come ha detto la donna di Ettin, la Divinità non è semplice. Ha molte forme e aspetti. Di solito, quando combatte, è maschio.

Che cosa diceva dunque del Popolo la leggenda? Che il mondo era nato da violenza e morte. La Divinità era ambigua. Il sole… la luce del mondo… era la feroce mente di un mostro.

Quella non era una bella specie.

L’incontro ebbe termine. Anna ritornò alle sue stanze. Appoggiò la mano e la porta si aprì. Nicholas era là, seduto sul divano. — Com’è andata? — domandò.

— Un minuto soltanto. — Anna andò in cucina e riempì due bicchieri di vino: rosso, questa volta, un L-5 Borgogna con un gusto che le piaceva.

Ne porse uno a Nicholas e si sedette di fronte a lui, bevendo un sorso prima di dirgli dell’incontro. Era stanca di diffidenze, e poi lui avrebbe certamente saputo dal generale, e il generale dalle zie, di com’era andata.

— Mi sono sentita defraudata — disse, quando ebbe finito. — Ho parlato loro della Terra e che cosa ho ricevuto in cambio? Una stucchevole leggenda.

— Una leggenda interessante e che io non conosco. Ma Tsai Ama Ul è una fonte di informazioni. — Nicholas fissò la parete opposta. — Violenza e procreazione. Mi domando di chi stesse parlando? Delle donne di Ettin o di lei? La storia le dice qualcosa… forse molto… sul Popolo.

— Davvero?

Lui annuì. — Sebbene non sia sicuro di poter spiegare come. È una storia complicata e molte cose in essa sono al rovescio di come dovrebbero essere. La madre del Popolo non dovrebbe essere un mostro violento. La Divinità non dovrebbe essere maschio… almeno non nella leggenda della creazione. — Nicholas tacque per un momento. — Il Popolo crede molto nel giudizio e nella discriminazione, crede anche che certe cose non possano essere comprese con l’analisi. Perciò forse dovrei cercare di analizzare la storia. Però, adesso devo andare. — Si alzò.

— È venuto per sapere com’è andato l’incontro.

— Naturalmente. Le ho detto che non posso mai considerarmi davvero solo e adesso sono seriamente arrabbiato con i Lugala. Non lascerò che mi mettano da parte.

Anna finì il vino. Il bicchiere di Nicholas era su uno dei tavoli, non toccato. Lei lo prese, lo portò in cucina e ne vuotò il contenuto nel recipiente dal quale, poco prima, lo aveva versato.

<p>22</p>

Il generale non era nel suo ufficio, perciò ho aspettato, guardando l’intricata giungla che riempiva una delle pareti della stanza. Cose volanti sfrecciavano tra le ombre. Animali come grosse cimici strisciavano sui tronchi degli alberi. Conoscevo il posto: un inferno che il Popolo era finalmente riuscito ad abbandonare sebbene odiasse… odiare è la parola giusta… perfino ammettere d’esservi stato sconfitto. Ettin Gwarha c’era stato per trattare la ritirata non con gli indigeni… il Popolo non era mai stato in grado di stabilire dei contatti con loro… ma con vari ufficiali anziani frustrati che se la prendevano l’uno con l’altro.

Durante quei negoziati, un giorno che ero particolarmente nervoso, ero andato a fare quattro passi ai margini del nostro accampamento e avevo incontrato una delle formidabili armi biologiche che gli indigeni avevano creato o che erano già lì. La cosa mi aveva quasi ucciso.

Perché il generale stava guardando uno dei più grandi fallimenti della sua specie? Sebbene si fosse comportato bene su quel pianeta. I vari ufficiali anziani erano stati convinti a collaborare. La ritirata aveva avuto luogo con ordine. Il generale aveva ottenuto una promozione e io ero diventato più attento a quello che toccavo.

La porta si è aperta. Ho guardato il generale poi di nuovo la giungla.

— Quasi certamente non erano intelligenti — ha detto lui.

— Quali specie?

— Tutte. Quella che pensavamo fosse collaborazione era simbiosi. — Si è girato per mettersi davanti a quella giungla color porpora. Qualcosa con molte zampe stava strisciando sul terreno. A occhio e croce, era lunga un paio di metri. — Pensavo, forse non è possibile combattere con un’altra specie, certamente non con qualcosa come le creature del pianeta. Si possono uccidere come animali. E perché preoccuparsene? Non c’era nulla sul pianeta di cui avessimo potuto aver bisogno, tranne un nemico, e quel nemico non comprendeva le regole della guerra. — Si è seduto alla sua scrivania, indicando l’unica altra sedia della stanza. L’ho presa e gli ho parlato dell’incontro tra le donne e Anna.

— È una leggenda di cui non ho mai sentito parlare — ha detto, dopo che ho finito di metterlo al corrente. — Molto probabilmente appartiene a una delle culture studiate. Per quello che ne so, le mie zie non hanno parlato con Tsai Ama Ul. E avrebbero dovuto. Tsai Ama Ul pensa alla procreazione il che significa che pensa a delle alleanze. È una storia interessante. Si dipana in molte forme diverse. — Ha guardato oltre me, alla giungla, e i suoi occhi si sono spalancati. Mi sono voltato sulla sedia.

C’era qualcosa di nuovo nella radura: un corpo rotondo bilanciato su sei altissime zampe. Sovrastava il centipede che si era fermato. Due ulteriori arti si sono dispiegati, si sono allungati fino al suolo e hanno cominciato a colpire il centipede prima sulla testa, poi sulle mandibole a tenaglie.

— Sta procurandosi il cibo. Ricordo che uno dei rapporti diceva che molti animali con tante zampe producono una sostanza come miele. — Mi ha guardato per essere sicuro di aver usato l’esatta parola inglese. — L’animale rigurgita poi la sostanza se ci si avvicina nel modo giusto.

Dopo una pausa riprese a parlare: — La nostra situazione si è complicata. Lugala Tsu non è più un problema. Per essere un frontista bisogna saper trattare con i frontisti. Ma le donne! Hah! — Ha taciuto, evidentemente riflettendo ma incapace di dire altro. Ci sono uomini hwarhath che si lamentano delle loro parenti femmine, alcuni a voce alta e in continuazione. Il generale pensa che questa sia la peggiore delle cattive maniere, per non parlare del carattere debole che rivela in chi lo fa. — Ho come l’impressione — ha ripreso, cauto — che potrebbero aver avuto qualche discussione con Lugala Minti e che abbiano negoziato con Tsai Ama Ul in patria. Non avevano alcun bisogno di fare tanta strada.

— Non puoi dire al Weaving che cosa deve fare.

— Questo lo so, Nicky. Adesso puoi andare. Voglio starmene da solo a guardare la mia giungla e a pensare.

Dalla porta, mi sono voltato. Le lunge zampe avevano finito quello che avevano intrapreso. La creatura le aveva ripiegate e si era allontanata. Il centipede era sul terreno, immobile. Sembrava dormisse.

— Va’ — ha ripetuto Ettin Gwarha.

<p>23</p>

Quella sera lui aveva un party. Sono rimasto nel mio ufficio a ripassarmi le registrazioni degli umani: le loro conversazioni private nelle stanze che credevano sicure. Non avevamo immagini, solo voci, voci che parlavano di tutto. E perlopiù di importanza strategica. L’intelligence hwarhath le aveva già sentite. Si trattava del doppio controllo.

A volte penso che gli umani parlino per la stessa ragione per cui le scimmie si spulcino. Non si tratta di comunicazione, ma di contatto. E quel contatto dice: "Sono qui. E sono amico. Non sei solo".

Forse è per questo che il Popolo sembra che chiacchieri meno degli umani. Il Popolo può spulciarsi. Non ha bisogno di parlare del tempo e di come va la squadra locale o, come in questo caso, di quanto si senta la mancanza della Terra… del gioco del cricket, di un giardino in Svezia, del cibo in India, di un teatro a New York.

Penso di poter sopportare la nostalgia, ma sembra maledettamente vicino al rimpianto.

Ho smesso e sono andato nei miei alloggi, mi sono fatto una doccia, preparato un sandwich e mi sono messo a leggere.

Alla fine dell’ottavo ikun mi ha chiamato Ettin Gwarha. — Nicky, vieni subito.

Voce di comando. Mi sono vestito e sono andato.

La puzza mi ha colpito prima che la porta si aprisse: l’aroma dolce amaro di halin misto a quello acido di corpi hwarhath che cercavano di liberarsi dalle tossine. Deve esserci stata un sacco di gente a un certo punto della serata. I tavoli erano ingombri di coppe di halin e boccali.

Tre erano rimasti. Hai Atala Vaihar mi ha guardato, sobrio e preoccupato. Shen Walha gli sedeva accanto, di fronte al generale. Lui aveva le spalle curve e la testa ciondoloni. Stringeva ancora una coppa di halin.

— Qui, Nicky. — Ha indicato il divano accanto a lui.

Mi sono seduto, guardandolo appena di sbieco mentre lo facevo, incontrando il suo sguardo. Aveva le pupille ristrette ma ancora visibili.

— Stavamo parlando di umanità. — Il generale ha parlato con cautela, attento ad articolare ogni sillaba correttamente. — Ho pensato che potesse interessarti. Wally…

Shen Walha ha sollevato la testa. I suoi occhi gialli erano vuoti. Sbronzo. Ho abbassato lo sguardo sul pavimento.

— Il primo difensore ha sollevato la questione. — Era più ubriaco di Gwarha ma parlava meglio. — Come combattere con gente che non comprende le regole della guerra? Come ottenere la pace se non possiamo interagire? Ho detto che non c’è modo. Ho detto che dobbiamo uccidere gli umani come animali.

— E ti ho fatto venire — ha detto Gwarha. La sua voce profonda era molto morbida.

— Forse questa non è una conversazione da ora così tarda, dopo un party — ho detto.

Wally ha vuotato la coppa d’un fiato e l’ha deposta sul tavolo davanti a lui. Si è sporto in avanti, appoggiando i gomiti sulle sue ampie cosce pelose. — Hai ragione, Nicky, non lo è. Ma sono sobrio e non dirò cosa penso, ma se non lo dico non servirò il primo difensore o il Popolo. Lo dico direttamente a Ettin Gwarha e a te. Gli umani non sono persone vere, e se pensiamo che lo siano, deluderemo noi stessi e ci cacceremo in una trappola pericolosa.

— Che cos’è Nicky se non una persona? — ha domandato Gwarha.

Ho guardato Vaihar. Era seduto in posizione eretta e immobile, lo sguardo basso: la posizione di un ufficiale junior presente a uno scontro tra ufficiali senior. Fa’ il meno possibile per attirare l’attenzione e nulla che ti possa esporre a critiche.

— Conosci la risposta, Primo Difensore. È un animale, sebbene molto furbo, in grado di mimare il comportamento di una persona. Se avessi conosciuto soltanto lui, avrei potuto pensare che fosse una persona. Ma pensate al resto della sua specie! — Wally si è riempito la coppa da un grosso boccale nero: un ottimo pezzo di vasellame che proveniva dalla stazione di Asuth. Perché diavolo Gwarha lo aveva tirato fuori? Perché ci si divertissero degli ubriachi?

— Mescolano tutto assieme. Siamo tutti d’accordo su questo. Ma siamo anche d’accordo su ciò che rende noi delle persone. Giudizio e capacità di… — Per la prima volta, ha esitato, come se non riuscisse a pensare a una parola. — …distinguere. Questo ci rende diversi dagli animali e dai Red Folk. Quelle creature non distinguono un uomo da una donna o un bambino da un adulto. Si uccidono a vicenda e fanno sesso tra di loro come se non ci fossero differenze. Come può un uomo uccidere una donna? O fare sesso con una donna?

— Gli uomini fanno entrambe le cose — ha detto Gwarha.

— Per la procreazione! E questa è un’altra cosa che gli umani non riescono a chiarire. Non sembrano capire la differenza tra fare sesso e avere bambini. Nove miliardi! Ma sono pazzi?

Ha fatto una pausa e ha bevuto, poi ha deposto la coppa. — Non sembrano capire nemmeno la differenza tra gente vera e quella che lo è soltanto in apparenza. Ho visto i rapporti. Lottano per mantenere vivo qualcosa che in realtà non è una persona: un bambino nato male, qualcosa che è stato danneggiato irreparabilmente da malattie o ferite. Perché… hah! …la vita degli umani è sacra, dicono! Ma poi lasciano che altri umani muoiano di fame o di malattie che possono essere curate, e non soltanto uomini, cosa che sarebbe già di per sé grave. Ma permettere che una donna sana muoia di fame o che un bambino muoia per una malattia da niente… — Si è fermato come se sopraffatto dall’orrore e penso che lo fosse davvero. Wally è un tipo molto tradizionale. L’idea di uccidere donne e bambini o di permettere che donne e bambini muoiano per trascuratezza era probabilmente sufficiente a fargli rizzare il pelo, sebbene non sembrasse che la cosa stesse avvenendo. Era forse più arruffato del solito? Mi ha guardato. — È vero, no?

— Sono molto pochi gli umani che muoiono di fame, tranne quando c’è un qualche disastro, un’inondazione, un terremoto — gli ho detto. — Ma tenuto conto della popolazione della Terra, è difficile nutrire tutti adeguatamente. Penso che sarebbe più giusto dire che almeno una parte della popolazione è sottonutrita, e che gente sottonutrita è più facilmente soggetta alle malattie.

E c’è l’inquinamento, la sovrappopolazione, un sistema sanitario che funziona poco, perfino nei paesi più prosperosi. Il genere di cure mediche di cui Wally stava parlando esiste, e le reti televisive lo dimostrano, ma la maggior parte degli umani non vi accede. Ma tutto questo non l’ho detto.

Wally ha proseguito. — Se la vita è sacra, perché la Divinità ci ha dato la morte? Gli umani vogliono porsi contro di lei e dire che si è sbagliata?

— Sono entrambi sacri — ha detto Gwarha. — Sono entrambi dei grandi doni.

— Allora perché gli umani non li trattano entrambi con rispetto? E con giudizio, come la Divinità ha insegnato ai genitori di tutti noi? Uccidono quando non dovrebbero. Non uccidono quando dovrebbero. Non c’è modo di condurre una guerra decente con creature come queste.

Gwarha si è sporto per prendere la coppa dal tavolo davanti a lui: la sua preferita, rotonda e liscia, bianchissima. — Dimmi di nuovo che cos’è Nicky.

— Non è un segreto per te — ha risposto Wally. — Tutti sanno del braccialetto che gli hai dato.

Non ero sicuro di dove l’avevo messo dopo che me l’ero tolto. Da qualche parte nel mio alloggio. Dovevo ricordarmi di cercarlo.

Ciascun anello è a forma di viticcio a spirale. Al centro di ogni anello, incastonato tra le foglie dorate, c’è un pezzo di giada scolpito a forma di tli. Gwarha me lo ha dato anni fa, dopo un viaggio a casa al quale non avevo partecipato. A quei tempi non avevo mai visto una tli, ma sapevo che cos’era: lo schernitore dei giochi animali per bambini.

— Il bugiardo — ha detto Wally. — L’imbroglione, l’animale che si prende gioco dei grandi e nobili animali.

— Hah — ha detto Gwarha. Era arrabbiato. Tempo di mettere fine alla conversazione.

Mi sono allungato e ho cominciato a massaggiargli i muscoli alla base del collo.

— Che cosa? — ha domandato Gwarha.

Che cosa pensi di fare, Nicky? Questo era il resto della domanda. Ho premuto con i pollici. Lui mi ha guardato brevemente e ha richiuso la bocca.

Brav’uomo! Riusciva ancora a cogliere un segnale. Ho continuato a massaggiargli il collo. I muscoli erano come roccia.

Per un po’, c’è stato silenzio. Wally aveva finito il suo discorso su cosa non andava con gli umani e specialmente con Nick Sanders. Sedeva adesso, massa pelosa, con lo sguardo nel vuoto.

Vaihar ha sollevato la testa, incoraggiato dal silenzio oppure incuriosito da quel silenzio. I nostri sguardi si sono incontrati. Ho mosso impercettibilmente la testa verso la porta. Quell’amabile e intelligente compagno ha sbadigliato e ha detto che aveva sonno. Doveva proprio andare. Si è alzato, con la sua grazia di sempre, e ha ringraziato il primo difensore per la serata. Non ha dovuto mentire. Ha detto che era stata interessante, come in effetti è stata.

Poi si è girato verso Wally. Non lo avrebbe accompagnato? Avrebbe gradito molto.

Come se il rientro a casa fosse stato un qualche tipo di epico viaggio invece di una breve camminata… o, nel caso di Wally, di trascinamento… per corridoi bene illuminati.

Wally ha sollevato la testa. L’halin si era finalmente impadronito di lui, la cosa era ovvia, e doveva averlo colpito come un treno espresso. Non so se abbia potuto scorgere il sorriso di Vaihar o cogliere il tono della sua voce: deferente, amichevole, anche un po’ seduttivo. Vaihar faceva sempre la cosa giusta. Quel tanto di seduzione per rendere interessante la richiesta d’accompagnamento, ma niente di più.

Non so se Wally se ne sia reso conto, sembrava a malapena in sé, ma si è alzato con uno sforzo dalla sedia e ha mormorato un grazie a Gwarha. Vaihar gli ha messo un braccio attorno al suo largo corpo peloso e lo ha guidato verso la porta. Li ho seguiti. Quando la porta si è aperta, Vaihar mi ha detto, in inglese: — Me lo devi, Nicky.

— Che cosa? — ha bofonchiato Wally.

— Stavo dicendo buonanotte a Nicky.

— Non è una persona — ha replicato Wally e i due sono andati via incerti sulle gambe.

La porta si è chiusa. Alle mie spalle, qualcosa è andato in frantumi. Mi sono girato. Gwarha era in piedi. Le sue mani erano vuote e sulla parete di fronte a lui scorreva dell’halin. Sulla moquette in fondo, invece, c’erano i pezzi della sua coppa preferita.

— Perché lo hai fatto?

— Ero arrabbiato. Sono arrabbiato. Che cosa sta accadendo tra Vaihar e Wally?

— Sei arrabbiato per questo?

— No, certo che no.

— Vaihar ha portato fuori Wally prima che lui perdesse il suo lavoro e tu il miglior capo delle operazioni sul perimetro.

— L’ho perso — ha detto Gwarha. — Non voglio nessuno nel mio staff che dica le cose che ha detto lui su di te.

— Possiamo riparlarne domani.

— Non sta a te decidere.

— Sì, Primo Difensore.

Mi ha guardato. Le sue pupille erano più strette di prima anche se, dal momento in cui ho messo piede nella stanza, non l’ho visto bere. — Come puoi sopportarlo? Perché non ti sei infuriato?

— Non voglio parlarne.

— Allora va’.

— Sarà meglio che tu vada a letto, a meno che non preferisca passare la notte accanto al dispositivo di eliminazione prodotti organici.

— Non credo che vomiterò. Non sono sbronzo abbastanza.

— Buon per te.

Per un momento ho pensato che si sarebbe intestardito o che avrebbe fatto valere il suo grado su di me. Poi ha fatto la tossettina gutturale che indicava divertimento. — Non ho più voglia di discutere. Non con te. Non di questo. Buona notte. — Si è ritirato con passo quasi fermo nella sua camera da letto.

Che si arrangiasse da solo, ho pensato, guardandomi attorno. Avrei dovuto lasciare ogni cosa com’era: pozze di halin sui tavoli, la lunga macchia sulla parete e le macchie appiccicose sulla moquette. Lasciare che Gwarha si svegliasse l’indomani e vedesse che razza di porco fosse.

Ma l’ordine è la maledizione della mia famiglia, e non me la sentivo di lasciare una stanza in quelle condizioni. Perciò ho ripulito, lasciando coppe e boccali ammonticchiati in cucina, tutti lavati, perfino i pezzi della coppa che aveva rotto. Poi sono andato a dargli un’occhiata. Dormiva, producendo quel suono che sempre produce quando va a letto ubriaco.

Che serata. Mi sono riempito un bicchiere di vino e mi sono seduto in soggiorno, davanti alla parete lavata. Il sistema di circolazione dell’aria era in funzione. Gli odori stavano svanendo. Sono rimasto in ascolto del rumore del ventilatore e ho pensato a tli.

Ho visto almeno un animale ogni volta che sono stato sul pianeta natio, di solito nella campagna, al tramonto o di mattina presto, che scavava nei rifiuti, che annusava in un giardino, che cercava qualcosa da mangiare: piccola cosa rotonda e pelosa, a metà tra un topo e un opossum come dimensione. Il muso è appuntito, le orecchie sono larghe, la coda è lunga, stretta e prensile.

Una volta ne ho visto un esemplare molto grosso che sgattaiolava via in un vicolo della città capitale hwarhath.

Vive dappertutto. Mangia tutto. Non c’è modo di liberarsene. Il Popolo lo guarda con esasperazione e rispetto.

Quando Gwarha mi ha regalato il braccialetto, mi ha detto che la giada era del colore dei miei occhi. Era l’unica ragione che l’aveva spinto a comprarlo, sebbene gli abbia domandato più volte perché il tli, che genere di tli.

Nei giochi animali dei bambini, che sono invariabilmente di carattere morale, il tli è un bugiardo e un ladro e un sobillatore. I suoi piani vanno sempre a monte e alla fine del gioco viene sempre punito.

I giochi animali per gli adulti sono osceni e deridono tutti i valori elementari della società hwarhath… perfino l’omosessualità, sebbene con una certa cautela. Nei giochi degli adulti, il tli è come Brer Rabbit: un piccolo furbacchione che sfotte gli animali grandi, che sono spacconi e ipocriti, non eroi.

Perciò, che cos’ero io? Il tli vero, che mangia spazzatura e vive sotto le case? Il codardo e il criminale dei giochi dei bambini? O Brer Rabbit? E c’è qualcuno di questi ruoli che a me piaccia in modo particolare?

Gwarha mi ha chiesto perché non mi ero infuriato. Perciò non posso permettermelo. Il tli non combatte, a meno che non si senta in trappola o non impazzisca per una qualche malattia.

Ho finito il vino e ho lavato il bicchiere, deponendolo poi accanto ai pezzi della coppa rotta di Gwarha. Poi sono tornato nei miei alloggi e sono andato a dormire.

Ho lasciato la porta aperta. Lui è venuto a metà del primo ikun. Ero seduto nella stanza principale davanti a una tazza di caffè. Gwarha indossava un vestito di un materiale ruvido e scuro. Tenuta da campagna. Odorava di pelo umido e non aveva un bell’aspetto.

— Guarda che cosa mi ha dato come dono il piccolo killer domestico di vermi.

Si è seduto e si è strofinato il viso, poi si è massaggiato la fronte e la zona attorno alle orecchie. — Fai lo spiritoso? — ha detto, in inglese. — Non è il caso.

— Vuoi sapere cos’è accaduto ieri sera o te lo ricordi?

Si è massaggiato il collo. — Ho avuto una discussione con Shen Walha.

— Bingo.

— Non farlo, Nicky.

— Che cosa?

— Non usare parole che non capisco. Lo sa solo la Divinità se questa mattina riesco a malapena a capire la lingua di Eh e di Ahara.

Sono passato alla sua lingua natia e ho descritto quello che avevo visto durante la sera.

Alla fine, lui ha detto: — Ricordo quasi tutto. Devo trovare un sostituto per Wally.

— Penso anch’io, sebbene la mia possa anche non essere una valutazione imparziale, e penso anche che tu debba trovargli un nuovo lavoro. È in gamba. Tu non vuoi che passi a un nemico, non vuoi punirlo per aver parlato onestamente.

— Non dirmi come deve essere un frontista.

— Sì, Primo Difensore.

— Gesù, che casino — ha detto, in inglese.

— Di che entità è questo fenomeno?

Mi ha guardato, senza capire.

— Quanti pensano e dicono che gli umani sono animali?

È rimasto silenzioso per qualche momento, poi ha risposto, con molta cautela. — Wally non è il solo. Penso che ce ne siano parecchi a pensarla così… più di quanti abbia mai saputo. Io sono l’Amante dell’Umano. Ci sono cose che non si dicono in mia presenza. I miei parenti maschi mi hanno riferito solo una parte, ma penso che avessero paura di dirmi tutto. Penso che le voci aumenteranno. Molti uomini credono che i negoziati falliranno. Che dovremo combattere gli umani, e che se gli umani non combattono come persone, dovremo macellarli.

Macellarli. Scannarli. Squartarli. Brutte parole, piene di violenza, non riferibili al modo in cui uomini trattano con altri uomini.

— Perché non mi hai detto niente di tutto questo?

— Non ho l’obbligo di dirti tutto.

— Ma è la mia specie, Ettin Gwarha. Se sono animali, sono animale anch’io.

È rimasto nuovamente silenzioso, lo sguardo fisso sulla moquette. Poi ha sollevato la testa. — A che cosa sarebbe servito? Tu ti saresti guardato attorno, avresti guardato i tuoi compagni ufficiali… gli uomini tra i quali vivi… e avresti fatto delle domande. Chi dice questo? Chi di voi pensa che io non sia una persona?

— Al diavolo.

È rimasto seduto, immerso in un cupo silenzio, poi si è alzato ed è ritornato nei suoi alloggi.

Mi sono versato un’altra tazza di caffè e l’ho bevuto lentamente, pensando all’ultima volta che sono stato sul pianeta natio hwarhath, dopo la disastrosa prima serie di negoziati con gli umani. A una mattina particolare. Ero nei giardini tra la grande casa di Ettin Per e il fiume, e respiravo l’aria fresca, con i piedi umidi di rugiada, ammirando le belle foglie delle piante ornamentali di Per e le piume variopinte dei suoi halpa. Per li alleva per le uova e la loro bellezza. Vanno dappertutto, calpestano tutto, troppo pesanti, troppo fiduciosi per volare. Ho svoltato nel sentiero e, dopo un cespuglio con foglie verdi e scarlatte, c’era un tli: rotondo e grasso con un pelo color ruggine e bianco, degli anelli sulla coda. Stava distruggendo un nido halpa. Pezzi di uova gli colavano dal muso e gli coprivano i piccoli artigli. Mi ha guardato e per qualche momento siamo rimasti tutti e due immobili. Poi lui è filato via e io sono rimasto a guardare le uova rotte.

Era decisamente arrivato il momento di un altro viaggio a casa. Il momento di essere all’aria aperta, lontano dalle lotte di potere senza fine sul perimetro.

Le lotte di potere senza fine del centro appartengono alle donne. Gwarha qualche volta viene invitato a sedere con le zie mentre loro complottano. E io occasionalmente vengo chiamato a parteciparvi come esperto sul nemico umano. Faccio rapporto e vengo mandato via, non essendo portatore di nessun’altra responsabilità.

Divinità, è deprimente. Ma non ancora. Ci sono problemi qui che devono essere ancora affrontati.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARLIA

<p>24</p>

Un campanello squillò. Le occorse un minuto per rendersi conto che si trattava della porta e non dell’intercom. Toccò la piastra interna e la porta si aprì. Nicholas. Il suo viso pallido era simile a una maschera.

— Che cosa succede? — domandò Anna.

Lui entrò. La porta si chiuse. — Ho qualcosa da dirle, Anna. Ci vorrà un po’ di tempo e richiederà tutta la sua attenzione.

Anna aveva già sentito quel tono, di solito in qualcuno che stava per annunciarle un morto in famiglia. — Non ho niente in programma. Non saremo interrotti.

— Perché non si siede? Io preferisco stare in piedi e camminare.

— Che cosa c’è, Nick? Mi sta innervosendo.

Nick era arrivato in fondo alla stanza. Si girò e le sorrise. — Sono terrorizzato, Anna. La prego, si sieda.

Lei lo fece. Nick rimase fermo per un momento, lo sguardo fisso alla porta che conduceva fuori dagli alloggi di Anna. — Prima di tutto, questo non ha niente a che fare con il primo difensore. Si tratta di me e lui non deve sapere quello che ho intenzione di fare.

Anna aprì la bocca per parlare poi la richiuse.

— C’è un’informazione che la vostra parte deve conoscere. Deve trovare lei il modo di farla arrivare all’ambasciatore. In questa stanza sarebbe sicuro, se trovasse il modo di farlo venire qui. Meglio ancora sarebbe a bordo della vostra nave. Gli alloggi umani sono fuori questione. Perfino i gabinetti sono pieni di microfoni.

— I nostri hanno controllato e ci hanno detto che…

— Mi creda, il Popolo è in ascolto. Io ho ascoltato. Ascolto le registrazioni tutti i giorni. Al Popolo non piace mentire ma mente, specialmente a un nemico, e non è disposto a concedere vantaggi. — Nicholas si muoveva lungo il perimetro della stanza. Anna doveva girarsi per averlo sempre in vista.

— Non potrebbe sedersi? Mi verrà il torcicollo.

Lui si lasciò andare su una sedia e la guardò con un’espressione cupa. — Penso che siamo a una svolta. Se a questo punto dei negoziati qualcosa andasse storto, non sarebbe possibile recuperare il perduto; e non penso che la sua gente si renda conto di quanto pericolosa sia la situazione. Lei deve assolvere questo compito, Anna.

Nicholas tacque. Anna rimase in attesa. Alla fine, lui disse: — L’informazione. Quando combatte una guerra, il Popolo segue delle regole, e si tratta di regole assolute. Non possono essere infrante. La prima regola, la più importante, è che nessun hwarhath maschio può fare alcun male fisico a una donna o a un bambino.

"Sono degli ottimi combattenti e hanno una lunga storia sanguinosa, ma non è quasi mai successo che un esercito hwarhath abbia attaccato dei civili. Gli umani, sì. Nessun uomo è un civile dopo l’infanzia. L’uomo è sempre una preda lecita, perfino a letto, ammalato, o vecchio di cent’anni. Ma le donne e i bambini non possono essere toccati. Non fisicamente." Sorrise. "Ho letto opere di donne. Ti dicono com’è appartenere a una stirpe che è stata sconfitta. Tutti i parenti maschi sopra i vent’anni… a volte sopra i quindici… vengono uccisi. Fratelli, zii, cugini. Donne e bambini diventano membri della stirpe che ne ha distrutto le famiglie. Alcune donne scelgono l’opzione, ma non è la cosa più rispettabile che si possa fare. La donna ha il dovere di rimanere viva per la sicurezza dei bambini.

"E i bambini si suppone che dimentichino zii e fratelli maggiori. Quando la guerra è finita e una volta adottati, la vendetta diviene assassinio-dentro-la-famiglia, e si tratta di un crimine terribile."

— Nick, tutto questo è rilevante?

— Sto divagando? Trovo difficile tutto questo. Stavo dicendo che il Popolo non uccide donne o bambini. È accaduto, ma non spesso. Quando accade, si scatena una specie di guerra santa. Tutti i vicini si mettono insieme e distruggono la stirpe fuorilegge. — Nick fece una pausa e la guardò dritto negli occhi. — Gli umani attaccano le popolazioni civili. È stato perlopiù così negli ultimi due o tre secoli. I hwarhath lo sanno. Sanno che sarebbero in terribile svantaggio se si attenessero alle loro regole nel combatterci.

"Gli umani possono attaccare le loro città, ma i hwarhath non possono fare altrettanto. Questo presumendo che i due contendenti trovino l’uno il pianeta dell’altro. Il Popolo è quasi certo di sapere dove si trova la Terra. Potrebbero espugnare il nostro pianeta natio se non fosse per le loro regole.

"Il Popolo sa anche che è solo questione di tempo prima che gli umani scoprano quali siano le regole di guerra hwarhath, e poi qualche pazzo tra gli umani… un gruppo di pazzi furbi… dirà: ’Abbiamo il nemico. Sappiamo come distruggerlo’. E penso che quando questo accadrà, gli umani decideranno di scatenare la guerra. Ho detto tutto questo al generale e gli ho detto anche che penso che il Popolo abbia un anno, due al massimo. Abbiamo trovato l’informazione nei file che abbiamo preso sul vostro pianeta, Reed…"

— 1935-C — precisò Anna.

Lui annuì. — Alcuni di voi sono molto vicini a scoprire le regole hwarhath su quando è giusto uccidere. Ma ci sono altre cose sul Popolo che tra non molto si verranno a sapere, e l’umanità sarà pronta per la guerra ancora prima che noi cominciamo a capire… Vorrei qualcosa da bere, Anna. E non caffè.

Lei andò in cucina e tornò con una bottiglia di Rose d’Anjou e due bicchieri, li riempì e ne porse uno a Nick. Lui lo posò.

— I hwarhath dicono che per essere una persona si deve essere in grado di giudicare e di fare distinzioni. Si deve essere in grado di giudicare e di fare distinzioni soprattutto nell’area della moralità. Non credono che l’aspetto c’entri molto col fatto di essere una persona. Prima di tutto, hanno parenti vicini ancora viventi: i Red Folk. Sono l’equivalente di… oh, non lo so. Dell’homo habilis? Qualcosa del genere. Sono riusciti a sopravvivere su una manciata di isole, come gli orangutan sulla Terra, fino a non so quando.

— Un secolo fa — lo informò Anna, provando un che del familiare dolore: un’altra specie estinta.

— Il Popolo sa che i Red Folk sono parenti prossimi ma che non sono persone. Non hanno un sistema morale che il Popolo riesca a riconoscere come tale. E anche certi hwarhath non sono vere persone. Secondo il Popolo, non è omicidio uccidere qualcuno che è in coma o con un cervello che non funziona più, per qualsiasi motivo. Un incidente. Una malattia. Un difetto di nascita. Quando si elimina qualcuno del genere, si libera un animale dalla sua miseria. Ci considerano pazzi per il fatto che pensiamo che una persona sia umana semplicemente perché ha un aspetto umano. Anna cominciava a sentirsi male.

— Lo stesso vale per i criminali. Nel Popolo ce ne sono, anche se non quanti tra di noi, almeno per quello che sono stato in grado di determinare. Ma loro sanno che ci sono membri della loro specie che sono normali quanto a intelligenza ma che non hanno alcun senso morale. Preferiscono che queste persone si suicidino. Così, offrono loro l’opzione e un po’ di tempo. Se i criminali restano vivi, possono finire con l’ucciderli. Dipende dal crimine. Non lo si fa mai per punizione. I hwarhath non sono particolarmente vendicativi, e non hanno la nostra idea di giustizia. Per loro, uccidere un criminale è come uccidere un animale pericoloso.

Nick prese il bicchiere del vino e lo rigirò tra le mani, guardando il liquido rosso chiaro che si muoveva, ma senza berlo. Eva evidente che aveva voluto qualcosa con cui giocherellare.

— Alcuni hwarhath… non so quanti… affermano che gli umani sono simili ai Red Folk o ai membri della loro specie che non sanno prendere decisioni ragionevoli sull’umanità. Assomigliamo a persone ma non lo siamo. Siamo, invece, una strana sorta di animali intelligenti, in grado di fare una buona imitazione di… cosa posso dire? Di giusto comportamento. L’osservatore disattento viene ingannato, ma quello attento…

"Anna, il Popolo non fa negoziati con animali. Sono cauti nel trattare con altre forme di vita, soprattutto sul loro pianeta originario, ma non hanno niente in comune con la religione Gaia. Se un animale è pericoloso, ci si libera del pericolo, e le regole della guerra non vengono applicate. Non credo probabile che si fermino davanti alla soluzione finale."

— Merda — fece Anna.

Lui sorrise. — È esattamente ciò che penso io. Quello è il primo punto. Il secondo è… i hwarhath hanno un problema molto serio. Non fanno una guerra da oltre un secolo.

— E questo è un problema? Potessimo dire altrettanto noi. Nick posò il bicchiere e si appoggiò allo schienale. Anna

aveva l’impressione che si stesse sforzando di rilassarsi. — Il Popolo crede che gli uomini siano per natura violenti e per natura… qual è la parola? Gerarchici. Sono ossessionati dal davanti e dal di dietro, dal vincere e dal perdere. Lasciati a se stessi, cercheranno di dominare ogni situazione. Faranno danni fisici. Secondo me è una fisima; ma è fuor di dubbio che i hwarhath maschi sono stati educati per essere intensamente competitivi e per pensare che la violenza non sia un grande problema. In ogni caso… — Fece una pausa. — Il Popolo cerca, per quanto è possibile, di tenere gli uomini lontano da casa. Non vogliono che i bambini o le donne si spaventino. Non credono che la paura continua sia salutare, anche se si tratta di paura continua a un basso livello… per esempio, non saper mai quando qualcuno della famiglia, lo zio o il fratello maggiore o chiunque sia, salterà per aria o morirà. Mio padre ha un carattere mite. Un uomo molto civile, ma ricordo d’aver avuto paura di lui, da bambino. Non spesso. Qualche volta. I maschi hwarhath vengono mandati ai limiti della società, dove la violenza è utile e dove uccideranno soltanto altri uomini adulti.

— Da tutto questo emerge una cultura molto spiacevole — commentò Anna.

Nick scrollò le spalle. — Sotto molti aspetti, sono più gentili degli umani. Sotto alcuni, credo che siano più brutali; o forse sono più sinceri e onesti riguardo alla brutalità. A me piacciono. — Fece un breve sorriso. — Come avrà forse notato, li sto tradendo. Quelle che le racconto sono informazioni protette.

— Perché lo fa?

— Le cose non possono andare avanti così, e io non trovo nient’altro da fare. Mi lasci finire, vuole?

Anna annuì.

— Le ho detto che la loro storia è lunga e sanguinosa. Ha portato alla creazione del Weaving, che è diventato un governo del mondo. Ci sono ovvi benefici col mondo in pace, e loro non desiderano veramente rinunciarci. Ma non sanno cosa fare dei loro uomini. Pensano, e hanno quasi sicuramente ragione, di non poter mantenere la loro società così com’è senza un nemico. Cosa accadrà quando i giovani smetteranno di credere nella guerra? Cosa accadrà se gli uomini cominceranno a dire: "È inutile addestrarsi alla battaglia ed è inutile vivere sul perimetro"? Gesù Cristo, potrebbero desiderare di tornare a casa e non soltanto per una visita. Un’idea spaventosa. Un’idea che certamente spaventa i hwarhath.

"Una cosa è andata loro dritta. Hanno scoperto l’Ftl. Questo li ha messi in grado di mandare degli uomini… molti uomini, comunque… nello spazio a esplorare e stabilire colonie e a cercare un nemico…" Nick le lanciò un’occhiata e sorrise. "Volevano una guerra che fosse abbastanza grossa da tenere gli uomini occupati e lontani dal pelo delle donne. E abbastanza lontana perché il pianeta natio non fosse minacciato, ma ragionevolmente raggiungibile. Un nemico che potessero battere, ma non facilmente. Non penso che avessero veramente stabilito cosa fare delle donne e dei bambini quando se la fossero sbrigata con gli uomini.

"Hanno trovato l’umanità e, come umanità, rappresentavamo esattamente ciò che volevano, solo che non stiamo al gioco. Non conosciamo le regole della guerra."

Aveva preso in mano il bicchiere una seconda volta. Lo roteò e il liquido mandò un bagliore. Come cosa?, si domandò Anna. Sangue misto ad acqua?

— C’è un’altra cosa che dovrebbe sapere sul Popolo. Ero su una nave umana sotto attacco… la Free Market Explorer, quando il Popolo mi catturò; e mi sono trovato su un paio di navi hwarhath in analoga situazione.

"Una volta mi sono trovato su una nave che raggiungeva il punto di trasferimento nello stesso momento di una nave umana. È stata una spiacevole sorpresa per tutti e due, ma più spiacevole per gli umani. L’altra volta, viaggiavo con Ettin Gwarha, e c’è stata una caduta nelle comunicazioni. La nostra piccola nave da trasporto è finita nel mezzo di una battaglia d’addestramento. I hwarhath rendono le loro battaglie d’addestramento le più realistiche possibili. Le munizioni sono vere." Sorrise. "I soldati… molto spesso… muoiono. Forse sono l’unica persona che abbia visto soldati umani e hwarhath in una situazione di combattimento. Sono molto meglio di noi. Per quello che posso dire, l’umanità non è neppure in gara."

Tacque.

— Se la pressione su di loro è così forte, come possiamo fare la pace?

— Parlare con le donne. Penso che sia l’unica speranza. Deve esserci un modo per dire loro che… il Popolo sarà distrutto, non fisicamente ma moralmente, se combatterà una guerra di sterminio. Ne sarà corrotto. Quale che siano i cavilli che possano tirare fuori, si accingeranno a uccidere un’altra specie intelligente. Noi non siamo razionali come i hwarhath, né altrettanto morali, ma siamo capaci… a volte… di trovare ragioni e moralità. Il genocidio è sbagliato. Manderanno all’aria la loro intera società se porteranno avanti questo progetto. Ma non sono sicuro che gli uomini, forse neppure Ettin Gwarha, si rendano conto del rischio che corrono. Ne parli a Charlie, qui o sulla vostra nave, e pensate a cosa dire alle donne." Bevve metà del suo bicchiere in un colpo solo, poi depose il bicchiere e si alzò. "Meglio che vada. Parlerà a Charlie?"

— Sì.

Nick andò alla porta. La porta si aprì. Un paio di soldati aspettavano fuori.

Nick parlò loro in lingua aliena con un tono rapido e tagliente. Uno dei soldati rispose.

Nick si girò a guardare Anna. Il suo viso era anche più pallido di prima. — Le stanno chiedendo di andare con loro.

— Perché? — C’era paura nella voce di Anna.

— Il generale vuole vederci entrambi. — Nick sorrise. — Dubito che sia qualcosa di importante.

— Dica loro che ho bisogno di un momento. — Anna si alzò e andò in bagno. Il cuore le batteva più rapidamente del solito; sentiva anche che cominciava a sudare. Non essere sciocca, si disse. Usò il gabinetto, poi si sciacquò mani e viso con acqua fredda. Le fu d’aiuto per non apparire eccessivamente spaventata. Si pettinò e tornò nella stanza. Nick aspettava con le mani in tasca, un’aria impaziente. I soldati apparivano tranquilli.

Attraversarono la stazione, i soldati con loro. Nick fece un’altra domanda in lingua aliena e ottenne una risposta.

— Ci scortano ma non sanno perché.

— Non le sembra un po’ strano? — disse Anna.

Nick si strinse nelle spalle.

Arrivarono a una porta che si aprì. Entrarono in una piccola stanza quadrata con soltanto la moquette. I soldati rimasero nel corridoio. La porta si chiuse e Nicholas si guardò attorno. — Ci siamo — disse, in inglese.

Un’altra porta si aprì. Nick entrò per primo in una seconda stanza. Qui c’erano un tavolo, tre sedie, la solita moquette grigia e un arazzo: un fuoco circondato a distanza da un cerchio di spade.

C’era un alieno, in piedi, dietro il tavolo: Ettin Gwarha. Parlò a Nick in lingua hwarhath. Anna udiva quella voce da settimane: era profonda e morbida, soltanto un po’ ruvida, niente affatto spiacevole. Adesso era rauca e aspra. L’uomo era arrabbiato.

Nick rimase senza muoversi fino a quando Ettin Gwarha non ebbe finito, le mani sempre in tasca, la testa leggermente reclinata, in cortese ascolto. — Ha piazzato microfoni nella sua stanza, Anna. Non so come abbia convinto Gwa Hu a fare una cosa del genere.

— Lei non è una del Popolo — disse il generale, in inglese.

— Ho pensato di invitarla nelle mie stanze per parlare — disse Nick, la voce calma e piatta. — Pensavo di farla venire con una scusa. Ma ho deciso che le sue erano abbastanza sicure. Gwa Hu le aveva controllate.

— Non avrebbe avuto importanza il luogo in cui avessi deciso di perpetrare il tuo atto di tradimento — disse il generale. — Sarei venuto a saperlo.

— Anche le mie stanze hanno microfoni? Hai fatto questo?

— Sì.

— Per la Divinità, Gwarha, ne abbiamo parlato anni fa. Mi dicesti che avrei potuto avere tutta la privacy che avessi voluto. Mi desti la tua parola.

Il generale lo guardò con un’espressione che non aveva niente di amichevole. Nick sostenne lo sguardo per un secondo o due, poi abbassò il proprio.

Ettin Gwarha guardò Anna. — Quest’uomo… questo essere con l’animo da traditore… ci ha messi entrambi in una situazione antipatica. Signora Perez, non sono sicuro di come risolverla. Non posso permettere che lei passi l’informazione appena ottenuta agli altri umani.

— Uccidila — disse Nick. — Gli incidenti accadono. Hai già cominciato a infrangere le regole. Che cosa rimarrà quando avrai finito. Di te o del Popolo?

Il generale gli rispose in lingua aliena, brevemente e in modo aspro. Nick non disse nulla.

— Lei non ha niente da temere, signora Perez — disse poi, in inglese. — Non penserei mai di fare del male a una donna, e non ci sarebbe poi un modo che non creasse complicazioni.

Nick rise.

Il generale lo fulminò con lo sguardo. — Ti sei distrutto da solo, stupido stronzo, e quasi certamente hai distrutto anche me e qualsiasi altra possibilità che avevamo di ottenere la pace. Come ho potuto fidarmi di te?

Nick gli rispose in lingua hwarhath, rapido e arrabbiato. Si avvicinò al tavolo, togliendosi le mani dalle tasche e appoggiandole al tavolo.

— Taci — disse il generale, in inglese.

Dopodiché Nick si curvò sopra il tavolo. Accadde così in fretta che Anna quasi non ebbe modo di vedere il movimento. Un momento prima i due stavano urlandosi a vicenda, il tavolo in mezzo a loro, un momento dopo il generale era colpito duramente, con Nicholas che lo teneva sotto controllo. Ogni rumore era cessato. Si sentiva soltanto il respiro affannoso di Nicholas. Il generale giaceva immobile. La sua sedia si era rovesciata e giaceva accanto a lui.

Nick si raddrizzò e si tolse la giacca, poi prese un coltello che si trovava sul tavolo.

— Che cosa vuole fare?

— Legarlo. E consentirle di arrivare alla nave umana. — Nick tagliò a strisce la giacca. — Merda. La corda non sarà un granché. Accidenti a tutti i materiali sintetici.

— Posso fare qualcosa?

— Non mi viene in mente nulla. A meno che non abbia del nastro con sé.

— No.

Nick si accovacciò e infilò un pezzo di quella stoffa nella bocca del generale, poi rovesciò il corpo e legò le mani. — Questi legacci non resisteranno a lungo. Ricordo mia madre che diceva a mia sorella di non andare mai da nessuna parte senza almeno due spille di sicurezza. Pensavo sempre che si trattasse di uno di quei misteri femminili e non prestavo molta attenzione. Vorrei che ci fosse stato qualcosa di simile per gli uomini. "Non andare da nessuna parte senza un buon rotolo di nastro adesivo, figliolo.’’ — Legò i piedi di Ettin Gwarha, poi si alzò. — Non terranno. Aspetti ancora un momento. Devo dire qualcosa a qualcuno.

Toccò la superficie del tavolo del generale e parlò, prima a una persona, poi a un’altra. La sua voce aveva un’autorità che Anna non aveva mai sentito. Sollevò infine la testa. — Sta venendo Mats. La scorterà allo shuttle e lo shuttle la porterà alla nave umana. Non so cos’altro suggerirle per dopo. Dica al capitano che cosa sta accadendo. Non penso che sarà ansioso di fare una corsa. Dubito che voglia abbandonare il resto della squadra dei negoziati. Ma non riesco a pensare a niente di meglio. Ci vorrà del tempo, e questo significa che Gwarha non potrà impedire che l’informazione si diffonda, a meno che non voglia catturare la nave umana. Merda. Non so se sto migliorando o peggiorando la situazione.

— E lei che cosa farà?

— Rimarrò qui ad assicurarmi che Gwarha non si sciolga.

— Venga con me alla nave, Nick.

— Non sia ridicola. Non voglio mettermi nelle mani della Mi.

— Pensa che sarebbe peggio di quello che le accadrà qui?

— È vero che non mi piace rispondere alle domande, e il Popolo non me ne farà.

Una voce disse: — Sono qui, Nicky.

— Andiamo — disse Nicholas e si mosse verso la porta. — Non può vedere quello che è accaduto qui dentro e lei non gli dica nulla. Non voglio che si cacci nei pasticci.

Attese che Anna fosse alla porta, l’aprì e la spinse fuori, uscendo subito dietro di lei. La porta dell’ufficio del generale si chiuse.

Matsehar cercò di guardare alle loro spalle. — Che cos’è tutta questa fretta?

— Anna ha bisogno di vedere un dottore umano.

— Niente di serio, spero.

C’era qualcosa di surreale… era la parola giusta? …in quella situazione, e nella domanda educata di Matsehar. Che tipo a modo! Un po’ peloso, forse, e portato a pensare che non ci fosse nulla di sbagliato nella violenza; cionondimeno, uno in più a qualsiasi festa. Il suo inglese era così buono!

— No — rispose Anna. — Niente di serio. Ma devo andare.

— Naturalmente.

La porta del corridoio si aprì. I soldati se ne erano andati. Un problema di meno. Anna uscì per prima, Matsehar dietro di lei. Nick si fermò sulla soglia. Anna si voltò a guardare una sola volta, quando fu a metà corridoio. Lui era ancora lì, le mani in tasca, con un’espressione soltanto un po’ preoccupata.

Matsehar cominciò a parlarle della sua versione del Macbeth. Era quasi alla fine. Tutti i piani dell’ambiziosa madre e del figlio stavano fallendo. La madre era morta, avendo scelto l’opzione, e non in un modo decente, ma pazza per il senso di colpa.

Il suo sanguinario figliolo adesso era solo e lottava contro le conseguenze delle sue azioni. Era arrivato al punto della disperazione completa.

— Ascolti! — disse Matsehar.


Domani, e domani, e domani,

di questo lentissimo passo striseia giorno dopo giorno

fino all’ultima sillaba scritta nel libro del tempo;

e tutti i nostri ieri hanno illuminato agli sciocchi

il cammino verso la polvere della morte. Spegniti, spegniti, breve candela!

La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore

che tutto tronfio si dimena durante la sua ora sulla scena

e poi non se ne sa più nulla; è una storia raccontata

da un idiota, piena di clamori e di furia,

che non significa nulla.


"Che splendido linguaggio! Spero solo di poter tradurre quel passaggio bene come merita. Se c’è una cosa che voi umani sapete fare è scrivere." Fece una breve pausa. "E devo dire che mi piace Macbeth. Il suo coraggio è fuori discussione. Non cede mai, neppure quando è alla disperazione completa. Questo è quello che succede al popolo quando ignora un ordinario e decente comportamento. Macbeth e sua madre avrebbero dovuto intrattenere degnamente il vecchio re e mandarlo per la sua strada."

— Huh — disse Anna.

— Sta succedendo qualcosa? — domandò lui.

— Non voglio parlarne.

Matsehar tacque per un po’, mentre faceva strada per una serie di corridoi che ad Anna non sembravano familiari. — Nicky è nei guai?

— Sì.

— Che genere di guai?

— Non posso dirglielo.

— Devo tornare indietro a chiederglielo?

Anna ci pensò un momento. — Non vuole che lei sia coinvolto.

— Allora è una cosa seria. Tornerò indietro non appena l’avrò accompagnata dove vuole andare.

Raggiunsero un ascensore. Li condusse a zero G, per cui entrarono nello shuttle fluttuando, osservati da un paio di hwarhath dell’equipaggio ancorati al pavimento con i sandali. Anna trovò un sedile e vi si assicurò.

Matsehar disse: — Arrivederci. Spero che il suo problema, quale che sia, si risolva facilmente.

Se ne andò e Anna sentì una porta chiudersi.

Uno dei hwarhath dell’equipaggio disse: — Avremmo dovuto dirglielo, signora Perez. C’è un altro passeggero.

<p>25</p>

Ho controllato Gwarha. Era ancora svenuto, il che era preoccupante. Ormai doveva essersi ripreso. Poi mi sono aggirato per la stanza, cercando di non pensare al futuro. Sapevo che non avrei accettato l’opzione. Era stata disponibile per tutto il tempo che ero stato in prigione… oltre tre anni… e non mi era mai sembrata minimamente attraente, anche se l’alternativa era stata una vita trascorsa in dodici stanzette con sei uomini dell’equipaggio della Free Market Explorer. Militari di carriera. Era simile a una bolgia dell’inferno di Dante, o alla commedia di quel come-si-chiama, il filosofo francese.

Una voce ha detto: — Nicky.

Matsehar. Era nell’anticamera.

— Perché sei tornato?

— Anna ha detto che stava succedendo qualcosa.

— Si sbaglia. Non si sente bene. È tutto a posto.

— Esci — ha detto. — Lo sai che mi piace guardare le persone con le quali parlo.

Merda, sì, lo sapevo, e sapevo anche che Mats era capace di essere ostinato come un mulo. C’erano buone probabilità che non se ne andasse finché non l’avesse avuta vinta. — Aspetta. — Ho raggiunto Gwarha. Era ancora svenuto. I nodi erano stretti e il polso era forte e regolare.

Sono uscito nell’anticamera, velocemente, perché Mats non avesse la possibilità di guardare dentro.

Era in piedi, le spalle diritte, e aveva l’espressione che aveva sempre quando discuteva con attori e musicisti: spietata determinazione unita alla sensazione di essere nel giusto. Mats non vede il mondo in sfumature di grigio tranne… a volte… quando scrive una commedia. — Non ti credo. Non sono un esperto in umanità, ma Anna sembrava in buona salute, e non credo che sia una bugiarda.

Il bugiardo ero io, come tutti sapevano. La mia reputazione!

— Anna si sbaglia, Mats. Te lo prometto.

Lui ha mantenuto l’espressione di spietata determinazione.

— Il primo difensore non è di buon umore, oggi. — Una leggera attenuazione della verità. — Credo che faresti meglio ad andartene, prima che si arrabbi.

Mats ha lanciato un’occhiata alla porta dell’ufficio del generale. — È là dentro.

— Sì.

— Vorrei vederlo.

— Perché? Non hai niente a che fare con lui, e voi due non siete mai stati di alcuna utilità l’uno per l’altro.

— Sono assegnato al suo comando. Ho il diritto di vederlo. Lo voglio.

A quel punto, mi sono ricordato del dispositivo di sorveglianza nell’anticamera. Molto probabilmente, nessuno stava guardando, tranne un programma del computer. Ma se il programma decideva che stava accadendo qualcosa di strano, avrebbe allertato una persona, e io mi sarei trovato nei guai. Non che non ci fossi già.

Accidenti al Popolo e alla loro mania di sapere tutto l’uno dell’altro. Perché non ero stato capace di farmi coinvolgere da una specie meno paranoica? O un sesso meno paranoico?

— Mats, sono nel bel mezzo di una discussione con il primo difensore. Si tratta di una discussione privata. Vorrei poterla finire senza interruzioni.

Adesso lui è sembrato in dubbio. — È così? Una delle vostre liti? Perché non l’hai detto ad Anna? Sembra preoccupata. Credo che sia preoccupata. Non è sempre possibile esserne certi con gli umani.

— Lo sai cosa pensano gli umani del comportamento decente. Se faccio qualcosa per ricordarle cosa sono la metto a disagio.

Ha aggrottato la fronte, un’aria infelice. — Non mi piace pensare che sia di vedute limitate come il resto della sua specie.

— Nessuno è perfetto.

(Gwarha, se riesci a trovare il modo, di’ a Matsehar che questa era una menzogna. Non voglio che pensi male di Anna.)

— Avresti dovuto escogitare qualcosa per impedirle di preoccuparsi, soprattutto se è ammalata. Perché doveva sapere che si trattava di una lite tra amanti? È qualcosa di più di una discussione.

— Hai ragione, avrei dovuto, ma non l’ho fatto, e devo tornare nell’ufficio. Avrai certamente qualcosa di meglio da fare che restare nell’anticamera di Ettin Gwarha.

Lui ha fatto segno di sì con la testa. — Domani e domani.

— Cosa?

— Nicky, cosa c’è che non va? Dovresti riconoscerlo. È il Macbeth. Sei sicuro di star bene?

— Non crederesti alla discussione in cui mi trovo. Ma tocca a me gestirla. Dipanarla.

Lui se n’è andato e io sono tornato nell’ufficio.

Il generale era in piedi presso il tavolo, una mano sull’intercom. Mi ha guardato, poi ha sollevato l’altra mano. Stringeva il pugnale: l’emblema del suo ufficio, tagliente come un rasoio.

Mi sono fermato e ho fatto il gesto di presentazione e di riconoscimento. La porta si è chiusa alle mie spalle.

Il generale ha spento l’intercom. — Era la sicurezza. Volevano sapere se dovevano controllare la situazione nella mia anticamera. Ho detto di no. Siediti, Nicky.

Mi sono seduto su una delle sedie di fronte al tavolo e mi sono appoggiato allo schienale, allungando le gambe e accavallandole. Una posizione difficile dalla quale uscire, e un segnale che non avevo altri progetti violenti.

— Non sei mai stato bravo nei particolari pratici — ha detto. — Quando leghi qualcuno, non legarlo attorno agli stivali. Non è possibile stringere bene i nodi. E non lasciare la persona in una stanza con un coltello.

Ho chinato la testa. Lui era senza scarpe. — Non avrei dovuto lasciare la stanza; ma è arrivato Mats e dovevo liberarmi di lui.

— È coinvolto? Hai coinvolto nel tradimento il più grande commediografo? È una cosa disprezzabile.

— Lui non ha idea di quello che succede. Matsehar non farebbe mai niente per tradire il Popolo.

Ha posato il pugnale ma vi ha tenuto la mano vicino. — Adesso, dov’è Anna?

— Scoprilo.

Ha acceso l’intercom e ha chiamato la sicurezza. Hanno impiegato un paio di minuti. Anna era sullo shuttle, e lo shuttle era a metà strada verso la nave umana, la quale sapeva che Anna era in arrivo. Ancor peggio, c’era un altro umano sullo shuttle con Anna: Etienne Corbeau.

— Un corriere — ha detto l’intercom. — Gli umani avevano chiesto per domani un passaggio sulla nave per quella persona su un viaggio regolare dello shuttle. Abbiamo detto loro che lo shuttle stava per fare un viaggio speciale oggi.

Lui ha emesso un sibilo di rabbia e ha rovesciato la mano sul tavolo vicino al pugnale. Io ho tenuto lo sguardo fisso sui miei piedi.

La persona nell’intercom ha detto: — Non ho capito il tuo ultimo ordine, Primo Difensore.

— Passami il pilota dello shuttle.

L’hanno fatto e il generale ha chiesto di Anna. Dopo di che, per un po’ c’è stato silenzio, rotto soltanto dal rumore di fondo della curvatura.

Poi lei ha parlato. — Primo Difensore?

— L’altro umano è con lei?

— No. Gli hanno detto di restare nella cabina dei passeggeri.

— Ha parlato con lui? È al corrente di ciò che accade?

Altro silenzio, tranne il crepitio del lavoro che la curvatura stava facendo.

— Signora, dirò allo shuttle di tornare indietro. Come atto di cortesia e nella speranza che si possa ancora avere la pace, non dica niente a Etienne Corbeau.

— Nick sta bene?

Lui ha fatto un gesto. Mi sono alzato e mi sono avvicinato. — Sto bene, Anna.

— Dovrei fare quello che chiede Ettin Gwarha?

— Non lo so.

Il generale ha emesso un altro sibilo di rabbia. Lo stilo era tra noi. Ho pensato di afferrarlo. Perché? Per ucciderlo? Mi sono messo le mani in tasca. Lui l’ha notato e ha sorriso: un breve luccichio di denti, non amichevole.

— Anna, faccia ciò che le sembra giusto. Ma si ricordi che Corbeau non è affidabile. Non credo che possa aiutarla.

Il generale ha detto: — Quando tornerà, voglio che parli con le mie zie. È possibile che siano capaci di trovare il modo di uscire da questa situazione.

— Questa è una buona idea — ho detto nell’intercom.

È seguito un altro silenzio da parte di Anna. La curvatura era sempre più al lavoro.

Il generale ha aggiunto: — Questa è una conversazione che dovrebbe avvenire ginocchio contro ginocchio.

E non per radio, con altre persone in ascolto. Ma non poteva dirlo.

— Nick? — ha fatto Anna.

— Spetta a lei decidere.

— Collaborerò — ha detto Anna.

Il generale ha parlato. — Dica a Corbeau che le donne di Ettin hanno chiesto un incontro, e che è per questo che lo shuttle torna indietro. Se chiede… qual è il termine che usate voi umani? …il motivo di tanta fretta, gli dica che non lo sa. Hai Atala Vaihar l’aspetterà per scortarla.

Lei ha risposto di sì.

Il generale ha parlato al pilota nella lingua di Eh e Ahara, poi ha spento l’intercom e ha detto: — Adesso, Nicholas, andremo a trovare le mie zie. Ho bisogno di dirti di non fare trucchi?

— Non ne faccio.

— Bene.

Abbiamo raggiunto in silenzio gli alloggi delle donne. Avevo superato la mia iniziale reazione, che era stata di panico. Adesso provavo la remota paura che si ha quando si sta per fare un esame medico che potrebbe avere spiacevoli conseguenze.

Ho avuto un incidente durante l’estate del mio primo anno di college e mi hanno fatto una trasfusione. Avevano stabilito che parte del sangue poteva essere stato contaminato e, per un anno, ho fatto dei test. Per gran parte del tempo, ero capace di credere che andasse tutto bene. Ero magico, destinato alle stelle, e niente sulla Terra avrebbe potuto fermarmi. Ma nei giorni in cui andavo a fare i prelievi di sangue e vedevo com’erano cauti i tecnici, provavo un senso di terrore. I risultati hanno detto che ero a posto. La malattia che stavano cercando non è mai apparsa.

Abbiamo superato le porte con l’emblema del focolare (i soldati di guardia hanno fatto il gesto di presentazione), poi abbiamo attraversato il pavimento nudo e lucido del corridoio d’ingresso. Gli arazzi mostravano gente a casa, intenta in vari tipi di lavoro agricolo.

Ce n’era uno in particolare: una donna che riparava un trattore. L’ho visto con la lucida intensità che la paura può a volte dare. Il trattore era rosso. La donna era grossa, solida e con un’espressione grave, il pelo pallido, e indossava una tunica d’un azzurro vivace.

Sembrava un’opera uscita dal primo Rinascimento, fatta dal Maestro di Manutenzione Impianti.

Siamo entrati nell’anticamera. Gwarha ha parlato all’aria e l’aria ha risposto. Abbiamo atteso. Una porta si è aperta. Lui ha fatto strada verso la stanza dove avevo parlato con le zie, l’ultima volta. Adesso, l’ologramma era spento. Al posto delle finestre che si aprivano sull’oceano, c’erano delle pareti vuote. La porta dalla quale siamo entrati era visibile: una piastra di legno nero come il carbone.

Sette sedie erano disposte in cerchio al centro della stanza. Le zie ne occupavano tre e indossavano vestiti color fuoco. Una quarta donna sedeva con loro, grossa e dall’aspetto desolato, con una peluria che era diventata bianca a causa dell’età. Il suo vestito era verde, con ricami azzurri, bianchi e argentei. Molto probabilmente si trattava di un disegno tradizionale con una qualche specie di nome elaborato. — Salendo sulle montagne giungiamo in vista delle alte vette coperte di ghiaccio. — Ho abbassato la testa.

— Solleva la testa — ha detto la vecchia. — Voglio guardarti negli occhi.

Ho incontrato il suo sguardo. Fissava intensamente. — Bianchi e verdi. Strani ma belli… come i rami nella neve. È per questo che ti sei innamorato di lui, Gwarha? Per gli occhi?

— Questa è mia nonna — ha detto il generale, con ritegno. — Non credo che tu l’abbia conosciuta.

Ma avevo sentito parlare di lei. Era la più dura delle sorelle. È stato ai suoi tempi che Ettin ha assunto un vero potere. A ottant’anni, si era ritirata in una casa nel lontano sud, dicendo che era stanca della gente. Per oltre vent’anni, si era dedicata a vari hobby: badare ad animali simili a uccelli e allevare animali simili a pesci, a comporre musica e a scrivere le sue memorie. La musica era di buon livello ma la impegnava meno: non male per un politico in pensione. Le memorie erano attese da tutti con paura. Non avevo la minima idea di cosa facesse lì.

— Siediti — ha detto la vecchia. — E tieni la testa alta. Non ho mai visto prima un umano, non di persona. È molto interessante.

Ho obbedito. Gwarha si è seduto di fronte a me, il più lontano possibile.

— Non hai risposto alla mia domanda, Gwarha.

Lui ha guardato la vecchia. — Non mi è facile ricordare perché mi sono innamorato di lui.

La vecchia ha aggrottato la fronte. — Non è ancora una risposta. Che fine hanno fatto le tue buone maniere?

— Madre — ha detto Per, cauta. — Gwarha ha detto che ha un problema. Forse dovremmo chiedergli di spiegare di che si tratta.

— Molto bene — ha ribattuto la vecchia.

Il generale mi ha guardato. — Sta’ attento a quello che dico. Se salto qualcosa di importante o espongo male parte di ciò che è avvenuto, interrompimi.

Ho annuito e lui ha raccontato l’accaduto. Era perfettamente controllato, rilassato ma non dimesso, la voce calma e regolare. Pur conoscendolo, facevo fatica a cogliere una qualche emozione. Quello era un ufficiale che faceva rapporto. Di tanto in tanto, mi guardava per vedere se avevo dei commenti da fare. Ogni volta, ho annuito: "Va’ avanti".

Quando ha finito, ha detto: — Non hai aperto bocca, Nicky. Vuoi aggiungere qualcosa?

— No. C’è un pezzo all’inizio della mia conversazione con Anna che hai saltato; dev’essere stato prima che il computer ti allertasse; e hai saltato un altro pezzo di quando eri svenuto.

— Niente di importante?

Ho scrollato le spalle.

— Lo prendo per un no. — Ha guardato le parenti. — Ho una registrazione di tutto. Ma è perlopiù in inglese.

Per ha detto: — Assicurati che Sai ne riceva una copia.

— Sì — ha risposto Ettin Gwarha.

L’intercom ha suonato. Ha risposto Aptsi. Vaihar. Era arrivato con Anna.

Per mi ha guardato. — Va’ a chiederle di avere pazienza. Dobbiamo sistemare questa cosa, prima. Dille che non deve avere alcuna paura. Non le sarà fatto alcun male. Lo prometto.

Ettin Petali ha detto: — Le donne di Ettin lo promettono.

Anna era nell’anticamera. Mi dimentico quasi sempre che Anna non è una donna molto grossa. Vengo indotto in errore da qualcosa che c’è in lei, che non sono del tutto sicuro di saper descrivere. Intensità? Forza di personalità? Solidità di carattere? Comunque sia, Anna di solito sembra occupare più spazio di quello che occupa in realtà.

Ma non in quel momento. Seduta su una delle ampie sedie basse hwarhath, sembrava piccola e spaventata.

Vaihar era al suo fianco. — Che cosa succede? — ha chiesto nella lingua di Eh e Ahara.

— Ettin Gwarha te lo dirà più tardi, se riterrà che tu debba sapere.

Lui è sembrato preoccupato. — Cosa dovrei fare?

— Resta qui. Fa’ compagnia ad Anna e assicurati che non se ne vada.

— È prigioniera? — È sembrato scioccato.

— No. Ma il primo difensore e le donne di Ettin non vogliono che vada in giro per la stazione.

Adesso era dubbioso ma non ha detto altro.

Anna ha sollevato la testa. Aveva un’espressione confusa, come quella di un animale colpito da una forte luce improvvisa.

— Mi ha mandato Ettin Per — le ho detto in inglese. — Non deve aver paura. Non le verrà fatto alcun male.

Vaihar è trasalito alla parola "male". Anna è rimasta immobile.

— Vuole che aspetti qui finché non avremo sistemato altre cose. Mi creda, può fidarsi della sua parola.

Di nuovo, Anna non ha avuto reazioni.

— Non ricordo se le ho mai detto il soprannome di Gwarha. Ne ha un paio ma quello che è più amichevole e che si può usare davanti a lui e davanti a me è L’Uomo-che-si-lascia-guidare-dalle-zie. Non agirà in opposizione alle donne di Ettin.

— Mi parla come se fossi una bambina.

— Non era mia intenzione. Mi scuso.

— Dice che a me andrà tutto bene. E a lei?

— Non lo so. Non è stata fatta alcuna promessa. Ma questo è un mio problema, non suo.

— Nicky — ha detto Vaihar. — Sta succedendo qualcosa di brutto. Cosa?

— Non ho tempo per spiegartelo. Bada ad Anna. — Me ne sono andato.

Gwarha e le sue parenti erano ancora seduti in cerchio nella stanza senza finestre, in paziente attesa, tranne la nonna, che sembrava nervosa.

— Ho sistemato — ho detto a Per e mi sono seduto.

— Grazie. — Lei ha intrecciato le mani e ha guardato le sorelle. — Non abbiamo avuto l’occasione di discutere della situazione, ma…

— Comincerò io — ha annunciato Ettin Petali, la voce bassa e decisa. — E non discuterò degli errori e delle mancanze di Sanders Nicholas. Questo lo lascerò alle altre. Comincerò da mio nipote. — Si è girata e l’ha guardato. — Tu hai messo dei dispositivi d’ascolto nelle stanze occupate da una donna. Hai deliberatamente coinvolto una donna nelle lotte tra uomini. Questo è vergognoso, Gwarha!

— Lei non è una del Popolo — ha controbattuto il generale.

— È un discorso pericoloso — ha detto Ettin Sai.

Il generale ha chinato la testa, poi ha guardato sua nonna.

— Che cosa dobbiamo fare? Come possiamo trattare con persone che non sanno come ci si comporta? Sempre ammesso che siano delle persone.

— Ho il permesso di parlare? — ho chiesto.

— Sì — ha risposto Ettin Petali.

Ho guardato il generale, incontrando il suo sguardo. — Credi che io non sia una persona?

— Tu mi hai tradito.

— Che cosa ti aspettavi da Nicky? — ha chiesto Ettin Per.

— Che preferisse te alla parente femmina? Ti aspettavi che se ne stesse tranquillo quando la donna di Perez veniva minacciata? Mi pare chiaro che tu la stavi minacciando.

— L’ho minacciata dopo che Nicky le ha dato le informazioni e perché gliele ha date. Non è stata la minaccia nei confronti di Anna che l’ha indotto a tradirmi.

La nonna ha sbuffato. — Questo è un momento di guerra. Degli uomini hanno fatto proposte che minacciano le vite di ogni donna e di ogni bambino umani. Ti aspettavi che lui ignorasse questa situazione? Che razza di amante credevi di avere?

— Vuoi che ti dica cosa sembra? — ha domandato Ettin Sai. — Sembra che tu pensi che nulla debba importare a Nicky tranne te.

— Non avremmo mai dovuto permettere loro di stare insieme — ha detto Aptsi. — Guarda il risultato! Perché Gwarha non si è trovato un bel giovane di una stirpe simile alla nostra?

È seguito un lungo silenzio, e le donne di Ettin sono sembrate a disagio. Non saprei dire se Aptsi la pensasse diversamente o se avesse detto ciò che tutte pensavano.

Il generale ha rotto infine il silenzio.

— Mi hai fatto una domanda, nonna, e ho rifiutato di rispondere. Risponderò adesso. Hai chiesto se mi sono innamorato di Nicky a causa dei suoi occhi. No, e neppure a causa dei suoi capelli. Erano rossi come il rame quando l’ho conosciuto, e lucevano persino alla luce della stazione. Se mi fossi trovato alla luce del sole, su un pianeta, credo che mi avrebbero accecato. E non per via della sua strana pelle nuda, che mi ha sempre fatto provare tenerezza, la stessa sensazione che si prova quando ci si trova davanti alla vulnerabilità di un bambino. Niente di tutto questo, per nessuna delle cose che ci sono in lui, strane e insolite.

Ha fatto una pausa e poi ha proseguito.

— Ti esporrò cinque motivi. Non si conclude o non si concludeva tutto in gruppi di cinque nelle antiche storie?

— Sì — ha risposto Ettin Petali.

— È intelligente, anche se non sempre nel modo in cui il Popolo è intelligente. È curioso… anche adesso, quando dovrebbe aver paura e vergognarsi. Guardatelo come continua a girare la testa e a guardare ora l’una ora l’altra. Non perde interesse in ciò che gli accade attorno.

Obbedienti al suo suggerimento, le donne mi hanno guardato e io ho chinato la testa.

— Non si dà mai per vinto. Quando credi che stia indietreggiando, cambia comportamento per riposarsi o per trovare un nuovo modo di resistere o di attaccare. L’ho visto nella sala degli interrogatori. Se c’è una buona forma di rahaka, questa lo è.

"E si rifiuta di odiare. Non gli piace neppure essere arrabbiato. Quando era in prigione, e io andavo a trovarlo, era disponibile a parlare con me anche se sapeva che ero coinvolto in ciò che gli era successo".

(Sono riluttante a dirlo, ma ero veramente annoiato, e tu eri molto più interessante dei personaggi con i quali ero in prigione. Metterò da parte questo discorso. Ho cercato di farlo proprio mentre tu parlavi.)

— Siamo arrivati a quattro motivi — ha fatto notare Ettin Petali.

— Ne avevo un altro. Non c’è più.

Ettin Sai si è sporta in avanti. — Sei stato chiaro, Gwarha, e hai spiegato perché hai scelto Sanders Nicholas invece di qualcuno più adatto. Ma non hai spiegato perché pensavi di avere il diritto a tutta la sua lealtà. Non ti saresti mai aspettato niente del genere da un uomo qualsiasi del Popolo.

— Pensavi, perché lo amavi e perché lui era straniero e intrappolato nei nostri confini e solo, di avere il diritto… — Per ha esitato.

— Di possederlo — ha detto la nonna. La sua voce era piena di disprezzo. Non ha usato il verbo che si usa per le case e la terra e altri generi di ricchezza che le famiglie hanno in comune. Ha scelto il verbo che si riferisce ai possedimenti personali: vestiti, arredamento, persino un animale.

— Hai sempre avuto questo difetto — ha detto Per. — Anche da bambino. Non volevi semplicemente essere il primo, il che è una buona ambizione. Non volevi soltanto fare sfigurare gli altri bambini. Volevi prendere e tenere tutto per te stesso. L’avidità è sempre stata il tuo difetto.

Ci sono state volte in cui mi sono chiesto che cosa avesse reso il generale quello che è. Questo l’aveva reso così. Queste donne terrificanti. Lui sedeva con le spalle curve, e sopportava.

— Posso parlare di nuovo?

— Sì — ha risposto Ettin Petali.

— Perez Anna sta ancora aspettando e quando l’ho lasciata era spaventata e arrabbiata. Forse non volete farla aspettare troppo a lungo.

La vecchia mi ha fissato. — Hai ragione. Non dovremmo spendere troppo tempo sui difetti di Ettin Gwarha. C’è ancora il problema del tuo comportamento, e della possibilità che quel miserabile rozzo di Lugala Tsu si serva di questa situazione per danneggiarci.

— Ti rendi conto di ciò che hai fatto, Nicky? — domandò Ettin Sai.

— Ho dato informazioni a uno dei nemici in tempo di guerra. Gli umani considererebbero l’azione quasi nel modo in cui lo fate voi.

— Gli hai offerto l’opzione, Gwarha? — chiese Ettin Petali.

— No — ha detto il generale. — E non gliela offrirò.

— Perché no? — ha chiesto Aptsi. La sua voce era triste.

— È rahaka. Non l’accetterebbe mai, e ho promesso a me stesso, anni fa, che non avrei mai partecipato a fargli del male.

Davvero?

— Peccato — disse la nonna.

— Perché hai parlato a Perez Anna? — domandò Per.

Ho guardato il pavimento nudo e lucido, cercando di trovare un’argomentazione che avesse senso per le donne di Ettin. Alla fine, ho guardato Per.

— Ho visto che il figlio di Lugala fa del suo meglio per distruggere i negoziati. Ho sentito il capo delle operazioni di Gwarha affermare che la mia gente non è fatta di persone; e sapevo che i negoziatori umani non sapevano… non potevano saperlo… quanto la situazione sia seria. Ho pensato: "Niente si migliora con l’ignoranza."

— Ti avevo detto che ero in grado di gestire Lugala Tsu — è intervenuto il generale. — E Shen Walha.

— Ma gli umani, Primo Difensore? Li sai gestire? Hai idea di cosa faranno? Non si tratta di una normale lotta tra uomini del Popolo, dove ognuno cerca di spingere indietro gli altri. Questo non è un normale conflitto tra specie nemiche. Ti trovi davanti a esseri che non conosci, e che sono ignoranti. Non hanno alcuna idea delle conseguenze di quello che fanno.

La nonna ha sollevato una mano, chiedendo silenzio. — Gli argomenti degli uomini non mi interessano. Le accuse possono aspettare; e possono aspettare anche le spiegazioni. Qui abbiamo tre problemi che ci troviamo a dover affrontare.

Non cinque?

— Uno sei tu, Nicky. Ti sei dimostrato inaffidabile. Non possiamo permetterti di rimanere qui o in alcun altro posto di importanza strategica. Potresti tradirci di nuovo. Ma come possiamo rimuoverti senza che altri sappiano quello che hai fatto?

— Il secondo problema è Perez Anna. Esiste un modo per tenerla tranquilla?

— Il terzo problema è Lugala Tsu. Finché sarà qui, i negoziati saranno in pericolo. In questo penso che Nicky abbia ragione e tu torto, Gwarha. Osservo i Lugala da otto anni. Sono tutti uguali: avidi e di vedute ristrette, ma con una pericolosa furbizia e una grande perseveranza. Non cedono mai. Non imparano mai nulla di importante. Non c’è argomento che possa farli cambiare una volta che hanno deciso che cosa vogliono.

Ha fatto una pausa e ha tirato il fiato. — C’è un quarto problema che mi viene in mente proprio adesso. Gli umani come specie. Tu, Gwarha, hai domandato come possiamo trattare con creature simili. È una domanda da prendere in seria considerazione. L’abbiamo lasciata agli uomini ed è stato un errore.

La nonna ha fatto un’altra pausa, poi ha detto: — Lasciateci.

— Che cosa? — ha domandato il generale.

— Va’ fuori a parlare con Perez Anna. Dille qualcosa di rassicurante, e porta Sanders Nicholas con te. Voglio parlare con le mie figlie e non voglio essere distratta da voci di uomini. Andate.

Ettin Gwarha si è alzato e io l’ho imitato.

— Non lasciate gli alloggi delle donne — ha detto Ettin Per. — Nessuno di voi.

Siamo tornati nell’anticamera, dove Anna aspettava, rannicchiata in un’ampia sedia bassa. Vaihar sedeva di fronte a lei. Ha guardato prima il generale, poi me, poi il pavimento. Anna ha detto: — Allora?

— Siamo stati mandati fuori — ha risposto il generale. — Le donne di Ettin stanno consultandosi.

Si è seduto. Io mi sono appoggiato a una parete.

— Ti dispiace uscire per un momento, Vaihar? Devo parlare con il primo difensore. Rimani nel corridoio.

Vaihar se ne è andato. Il generale ha sollevato la testa. — Non sono dell’umore adatto per fare conversazione — ha detto nella lingua di Eh e Ahara.

— Posso immaginarlo — ho detto io, in inglese, poi ho avvertito Anna che mi sarei messo a parlare in una delle lingue hwarhath. - So che tutto questo è rozzo, e mi scuso. C’è qualcosa di cui devo parlare.

Lei ha annuito.

Sono passato alla lingua di Ettin. — Devo chiederti un favore.

— Adesso? Dopo il modo in cui hai agito?

Ho aspettato.

— Non faccio promesse, Nicholas. Dimmi cosa vuoi.

— Il mio diario. Se mi succedesse qualcosa, prendilo e distruggine la parte codificata per la non visione. Fallo senza leggerla.

Mi ha lanciato una lunga occhiata pensierosa.

— Oppure l’hai già letta, Primo Difensore?

— No, non ho interferito con nessuno dei tuoi programmi e non ho aperto nessuno dei tuoi file. Avrei dovuto?

— Non c’è nulla in essi che sia… — Ero di nuovo alla parola che cominciava con la t, una parola che non mi piace dire. — …sleale verso di te o verso il Popolo. Ma ci sono segreti. Se fossero soltanto segreti miei, potrei vivere con la consapevolezza che tu li abbia letti.

Qualcosa è accaduto all’espressione del generale. Lui stava pensando a qualcosa di non completamente piacevole.

— O morire con quella consapevolezza — ho aggiunto.

Lui ha continuato a rimanere tranquillo.

— I file che ho bloccato contengono segreti che appartengono ad altre persone. So che i membri della tua specie non avvertono il bisogno di molta privacy. Ma tu sì, e quella gente si fida di me.

— Distruggerò i file senza leggerli, se dovesse rendersi necessario. Ma non penso che lo farò. E il resto del diario?

— Fanne quello che vuoi, anche se ho sempre pensato di pubblicarlo.

Il generale ha sibilato. — Memorie. Come mia nonna.

— Tu saresti dovuto essere l’editore — ho detto io.

Lui ha sibilato una seconda volta. — Non faccio promesse.

— Okay. — Ho guardato Anna. — Ci dia ancora un paio di minuti, vuole?

— Sì. — Anna appariva stanca e depressa. Mi stavo intanto chiedendo che cosa stesse facendo Vaihar nel corridoio.

— C’è un’altra cosa — ho detto nella lingua di Ettin. — Un altro favore.

Il generale ha avuto l’espressione di un uomo spinto all’estremo ma non mi ha detto di tacere.

— Se dovesse accadere il peggio, non conservare le mie ceneri nella speranza di poterle restituire alla mia famiglia. Non voglio essere sepolto sulla Terra.

— Perché no?

— I miei genitori vivono nel North Dakota, adesso, se gli umani dicono la verità. Non voglio finire in qualche tomba nella prateria. La Divinità sa se sono stato felice di andarmene da laggiù.

Lui ha considerato la cosa. E deve averla trovata incomprensibile, naturalmente. Ogni uomo… ogni persona… deve voler ritornare al paese natio per essere seppellito tra i parenti. — Dove vuoi essere seppellito?

Mi sono stretto nelle spalle. — A Ettin, col tuo permesso. Altrimenti, nello spazio.

— Questa conversazione non è necessaria. Tu non stai per morire. — Ha fatto una pausa. — Non nell’immediato futuro. Ma data la differenza di aspettativa di vita tra le nostre specie, tu quasi certamente morirai prima di me. Porterò le tue ceneri a Ettin, quando sarà il momento, se è questo che vuoi. — Ha sollevato lo sguardo e ha incontrato il mio. — Non essere così terrorizzato, Nicky, e non dire cose che terrorizzano me.

— Okay — ho detto. Ho guardato nuovamente Anna. — Stiamo aspettando che le zie del primo difensore e la sua stupefacente nonna decidano cosa fare.

— Sua nonna? Lei ha portato sua nonna ai negoziati?

— Comincia a invecchiare — ha detto il generale. — Abbiamo pensato che non fosse una buona idea lasciarla vivere da sola. Così, Per… mia zia Per… le ha offerto una casa. — È passato alla lingua di Ettin e ha detto a me: — Hanno tirato i dadi e Per ha messo insieme la meno auspicabile delle combinazioni. È stato senza dubbio il volere della Divinità. Aptsi non potrebbe trattare con mia nonna, e sarebbe un peccato rovinare il buon carattere di Sai.

— Non potrebbe dirlo in inglese? — ha domandato Anna.

— No — ha detto Ettin Gwarha. — Mi dispiace, signora Perez, se sto diventando scortese. Non è abituata a vivere con altre persone e le mie zie pensano che non sarebbe una buona idea lasciarla nella casa di Per con la sola compagnia di membri giovani della famiglia.

— Se li mangerebbe a colazione — ho detto io.

— E quindi l’ha portata qui.

— Dove probabilmente mangerà noi a colazione.

Il generale mi ha fulminato con lo sguardo. — Non creare convinzioni errate in Perez Anna e non malignare su gente che ti ha dato rifugio per più di vent’anni. Noi non siamo… com’è la parola per coloro che si mangiano l’un l’altro?

— Capitalisti — ha detto Anna.

— È esatto? — Ettin Gwarha ha chiesto a me.

— In questo contesto, la parola giusta sarebbe cannibale.

— Hah.

Dopo di che, abbiamo aspettato in silenzio, io con gli occhi bassi sui miei piedi. Un buco stava formandosi nelle mie calze, al solito posto, sopra uno degli alluci. Strane le cose che si notano in certi momenti. Come l’arazzo nell’ingresso. Potrei chiudere gli occhi e vederlo adesso: il grande trattore rosso, la donna come una colonna, l’azzurro e il grigio. La donna stringeva una chiave, non molto diversa da una normalissima chiave umana. Ne usavo anch’io una come quella, da ragazzino.

Dopo un po’, Ettin Gwarha ha parlato, in inglese. — Perché la gente ti ha rivelato dei segreti?

Ho aperto gli occhi. — Perché ascolto. Non sempre, ma spesso.

— Allora perché non hai ascoltato me quando ti ho detto di trattenerti?

— Dovevo fare qualcosa. C’è solo speranza nell’azione.

— Che cosa?

— Sto citando qualcuno. Un filosofo umano.

Lui ha aggrottato la fronte. — È assolutamente sbagliato. È una convinzione comune tra gli umani?

— Perché è sbagliato? — ha domandato Anna.

Ho potuto vedere il generale cambiare posizione, mettersi più comodo, accingersi a una discussione sul suo argomento preferito: la moralità. — Tutto ha delle conseguenze, l’inazione come l’azione. Ma, come regola, è meglio non fare niente o poco più di niente, che tanto. Dire che l’azione è causa di speranza, è incoraggiare la gente… sciocchi come Nicky… a fare a ogni costo qualcosa, qualsiasi cosa, piuttosto che sopportare la disperazione.

"Questo non significa che dobbiamo essere pigri. Ovvio che ci sia molto da fare. Ma dobbiamo stare attenti, specialmente quando facciamo qualcosa di nuovo. La Divinità ci ha dato l’intelligenza che ci serve per pensare a quello che dobbiamo fare, e ci ha dato la capacità di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Non possiamo aspettarci nient’altro da lei. Non verrà a salvarci dalle conseguenze della nostra follia.

"Ciò che serve… sempre… è pazienza e perseveranza e cautela e fiducia. Dobbiamo credere che l’universo sa ciò che fa e che gli altri non sono completamente stupidi."

— Ma non si fida di Nick, vero? — ha detto Anna.

Gwarha ha aperto la bocca ma non ha detto niente. È stata l’aria, invece, a parlare. Ettin Per che ci chiamava tutti.

Siamo entrati nella stanza con le pareti nere: prima Anna, poi Gwarha, poi io. Le donne hanno sollevato la testa.

Per ha detto: — Nicky, tu traduci. Di’ alla donna di Perez di sedersi accanto a me.

Gwarha e io ci siamo seduti nelle stesse sedie di prima. Il cerchio era completo, adesso. Non c’erano posti vuoti.

— Farò io le presentazioni — ha detto il generale con la sua voce morbida e profonda. L’astio era scomparso. Non era più arrabbiato. Stanco, forse, come Anna e la vecchia signora, la quale sembrava curvarsi un po’.

Ma, dopo le presentazioni, Petali si è raddrizzata e ha parlato. — Abbiamo una soluzione a tre dei nostri problemi. Rimane ancora il problema principale. Lei, Perez Anna.

Ho tradotto.

— Mi avete detto che non mi sarebbe stato fatto alcun male — ha detto Anna. — E voglio sapere di Nicholas. Che cosa gli accadrà?

— Si rende conto di quanto seria sia la cosa? — ha domandato Petali. — Nicky le ha passato informazioni che noi… che i nostri uomini… non vogliono che l’umanità abbia. Se fosse uno dei nostri, uno del Popolo, Ettin Gwarha gli avrebbe già chiesto di uccidersi. Lui stesso si sarebbe offerto di farlo senza che nessuno glielo avesse chiesto.

La vecchia signora ha fatto una pausa e io ho tradotto. Anna appariva preoccupata.

— Se si viene a sapere di questa storia morirà. Questo è fuori discussione — ha detto Petali. — Se riusciremo a controllare la situazione nell’ambito della famiglia, allora penso che riusciremo anche a salvare Nicky.

Anna ha domandato: — È vero?

— Più o meno — ho risposto. — Anche se è bene ricordare che Ettin Petali sta cercando di stipulare un patto. Di che genere, in questo momento non lo so.

— Sta’ attento — ha detto il generale, nella lingua di Ettin.

— Che cosa volete? — ha chiesto Anna alla vecchia signora.

— Vogliamo che se ne stia tranquilla. Che non dica nulla di tutto questo agli altri umani.

— Non posso promettere — ha detto Anna. — Se la Military Intelligence mi prende, dirò tutto quello che so.

— Un vero peccato che lei non sia un uomo — ha detto la vecchia signora dopo aver udito la risposta. — Avrebbe potuto esserci un incidente.

— Ma non a una donna, madre — ha detto Ettin Sai.

— Non ho ancora perso l’intelletto. Conosco il giusto comportamento.

Ettin Per ha detto: — Dobbiamo essere certe che per il momento lei rimanga qui. Se collaborerà, penso che si potrà fare. Insisteremo perché i negoziati vadano avanti con lei.

— Per quanto tempo? — ha domandato Anna.

— Non lo sappiamo — ha risposto Per. — Ma ricordi che la situazione è pericolosa. Se non collaborerà, quasi certamente Nicky morirà. Ettin Gwarha sarà costretto a farsi indietro e l’umanità dovrà trattare con il figlio dei Lugala e la sua repellente madre. Se subentreranno nei negoziati, ci sarà una guerra. Nicky le avrà detto che l’umanità non vincerà.

Ho tradotto.

— Nick? — ha detto Anna.

— Come può chiedermi di commentare? Sono in mezzo a tutto questo e sto avendo qualche problema a essere obiettivo.

Anna è rimasta in attesa.

Il generale ha detto: — Le cose potrebbero non essere così cattive come mia zia suggerisce, ma non penso che saranno neppure positive se sarò screditato, e lo sarò se questa storia salta fuori.

Gwarha ha sempre un chiaro senso della sua importanza.

— Stiamo chiedendo un anno o due — ha detto Ettin Sai in inglese. — Pensiamo.

— E mi state chiedendo di mettermi con voi contro la mia specie — ha commentato Anna.

— Sì — ha detto Ettin Sai.

— Nicky ha quasi certamente ragione — è intervenuto il generale. — Se ci sarà una guerra, saremo costretti a decidere che voi non siete persone. Non avremo scelta. Non possiamo infrangere le regole se siete persone. Ma se le regole le infrangete voi, come sicuramente farete, allora noi saremo distrutti. Non semplicemente il perimetro; noi potremmo resistere; ma non il centro.

— Per sopravvivere, per salvare le nostre case, dovremo combattere come se fossimo… — È passato alla sua lingua e ha pronunciato una parola.

Ho tradotto. — Piccoli vermi. Cimici distruttive.

— Signora, glielo assicuro, vi distruggeremo — ha detto il generale. — Se saremo costretti.

— Qual è l’alternativa? — ha domandato Anna.

Le donne hanno cambiato posizione. Come Gwarha pronte a discutere di moralità, si sono messe più comode. Avevano in mano l’inizio di una trattativa.

— Deve essere risolto il problema di cosa sono gli umani — ha detto Ettin Per. — E non è un problema per uomini. Non hanno mai deciso chi è una persona e chi non lo è. Questo compito è sempre appartenuto alle donne. Siamo noi che esaminiamo i bambini appena nati e decidiamo se devono diventare individui veri. Siamo noi che esaminiamo quelli ammalati e decidiamo se è rimasto in loro un vero spirito. Abbiamo imparato come guardare oltre le apparenze. Questa è la nostra capacità, e non è una capacità da uomini. Gli uomini non possono decidere queste questioni.

Ettin Petali ha detto: — Porteremo il problema davanti al Weaving, lontano dal figlio di Lugala. Lasceremo che la donna di Lugala ci segua! Tratteremo con lei a casa.

— E porteremo con noi Nicky — ha detto Ettin Sai, in inglese.

— Che cosa? — ho detto io.

E il generale: — Perché?

Ha risposto Ettin Per. — Dobbiamo portarlo via dal perimetro e dagli altri umani. Tu lo capisci, Gwarha. E poi lui è il nostro primo esperto di umanità. Ovviamente, il Weaving vorrà consultarlo. Perciò verrà con noi, e lo terremo d’occhio noi, e nessuno ne sarà sorpreso.

— Volete che traduca questo? — ho chiesto.

— No — ha risposto Ettin Petali. Ha guardato il nipote. — Deve essere fatto. Se venisse deciso che è una persona… non faccio promesse, ma troveremo un modo per rimandarlo indietro.

— E in caso contrario? — ha chiesto Gwarha, con voce aspra.

— Non arriveremo a tanto — ha detto Per.

Probabilmente sarò abbattuto come un cane che ha sviluppato l’abitudine di mordere. Un gradevole pensiero.

— Che cosa succede? — ha domandato Anna.

— Una disputa familiare.

Il generale mi ha guardato. — Nicky…

— Ti viene in mente un’altra strada?

— No.

— Forse è quella migliore. Ti ho detto per anni che i frontisti stavano incasinando tutto. Forse le donne possono fare meglio.

— Certo che possiamo — ha detto la vecchia signora.

È intervenuta Per. — Chiedi alla donna di Perez se se ne starà tranquilla qui alla stazione, intanto che cerchiamo di riprenderci il controllo della situazione, a casa.

Ho tradotto.

— Lei che cosa pensa? — ha domandato Anna.

— Lo faccia.

— D’accordo. Ma se le cose si risolveranno per il meglio, voglio essere il primo umano dopo di lei sul pianeta natio hwarhath.

Non appena la vecchia signora ha sentito che c’è stato un accordo, si è appoggiata allo schienale ed è parsa diventare più piccola. A un tratto, era un fagotto di ossa coperto di pelo bianco. Lo splendido abito ricamato sembrava grottesco, adesso. Ha chiuso gli occhi e le figlie sono parse preoccupate.

— Madre? — ha detto Per.

— Vuoi fare un sonnellino? — ha domandato Aptsi.

— Mandate fuori queste persone… se sono persone. Ho fatto il massimo che ho potuto.

Ce ne siamo andati. Vaihar era ancora nel corridoio. Il generale lo ha congedato. Poi Gwarha e io abbiamo accompagnato Anna nelle sue stanze.

Lei si è fermata sulla porta e ha detto: — È stata una giornata spaventosa.

— Può ringraziare Nicholas — ha detto il generale.

— Parla l’inglese davvero molto bene — ha commentato lei. — Berrò qualcosa e poi farò un sonnellino come sua nonna, la quale probabilmente trita ossa per farne il suo pane.

— Fe-fi — ho detto io.

— Fo-fum — ha ribadito lei ed è entrata.

— Che cos’era? — ha domandato il generale.

— Una storia di bambini, e un modo per ricordarci a vicenda che siamo tutti e due umani.

Siamo tornati indietro, per la stazione. Gli ho parlato della favola di Jack e la pianta di fagiolo.

— Hah — ha detto lui, alla fine. — È interessante notare quanto siete simili a noi, tranne nelle cose in cui siete diversi. Questa storia è come le nostre storie di Furbino e Furbetta.

Siamo arrivati alle sue stanze.

— C’è una domanda che voglio farti, Primo Difensore, ma non voglio che senta qualcuno.

— Me la devi fare adesso?

— Quanto tempo abbiamo?

Gli occhi azzurri mi hanno scrutato, le pupille come sbarre. Il generale ha sospirato lievemente e ha appoggiato il palmo alla porta. — Entra.

Si è seduto sul divano. Mi sono trovato una confortevole porzione di muro per appoggiarmi e da dove poter osservare la sua espressione.

— Fuori la domanda.

— Non mi risulta che tu abbia mai fatto qualcosa di disonorevole fino a ora. Hai infranto una promessa fatta a me e hai infranto una delle regole della guerra. Vorrei sapere perché.

— È ovvio. Ho pensato che mi avresti tradito. — Il generale ha fatto una pausa, poi ha aggiunto: — E avresti tradito il Popolo.

— Perché hai pensato questo?

— Ha qualche importanza? Avevo ragione.

Ho aspettato. Lui ha abbassato lo sguardo.

— È come se ti mettessi un segno addosso quando ti vergogni o sei imbarazzato. Gwarha.

Lui ha alzato la testa e mi ha guardato. — Continuavo a domandarmi di te e di Anna. Lei non è una tua parente. Questa storia dell’affinità familiare tra il Kansas e l’Illinois è una bugia.

A quel punto è caduta la moneta e ho capito che cosa stava pensando. — Stupido stronzo.

— Continuavo a ricordare a me stesso che eravate umani. — La sua voce era lamentosa.

— Che cosa cercavi quando hai fatto mettere i microfoni nelle nostre stanze? Una prova del tradimento? O la prova che mi infilassi nel letto di Anna?

Lui ha fissato la moquette.

— Sciocco, non c’è essere umano che io trovi sessualmente interessante. Siedo nella stanza delle riunioni e guardo gli umani e penso: "Dovrei trovare attraenti questi tipi". Ma non è così. Riesco anche a ricordare che gli umani un tempo mi sembravano bellissimi. Non più. Non in confronto a te e a Vaihar e al povero Matsehar. Ma sono la mia gente, e Anna è mia amica, e io sono troppo arrabbiato per continuare questa conversazione.

Sono andato alla porta. Lui è rimasto sul divano, le spalle curve, la testa bassa, silenzioso.

Ho camminato. Il mio abituale percorso, lontano dalla parte abitata della stazione.

Ho detto ad Anna che la stazione è in gran parte vuota: un guscio. È parzialmente vero, ma una rete di corridoi copre la superficie più interna del cilindro.

Alcuni lo percorrono in tutta la sua lunghezza. Li preferisco quando mi sento intrappolato. Posso guardare davanti e vedere file di luci che si perdono in lontananza.

Altri girano attorno allo spazio centrale, in teoria vuoto. Non mi piacciono. La curva del pavimento e del soffitto è troppo visibile, e non ci sono lunghi campi visivi.

È possibile che quei corridoi siano rimasti così fin dalla costruzione. Sono di solito vuoti e sempre freddi. Ma perché sono tutti pressurizzati? E perché così tante porte con gli emblemi della sicurezza?

So che non risponderai a queste domande, Gwarha. Con ogni probabilità, me ne sarò andato dalla stazione quando leggerai questo. Ti dirò la mia teoria.

Le porte conducono a boccaporti e oltre quelli deve esserci qualcuna delle spiacevoli sorprese del Progrediente Shen Walha. Di che genere, non saprei. Forse una nave da guerra interstellare di classe luat con tutto il suo equipaggio di esploratori e scavatori. Quando percorro i corridoi, mi immagino di fluttuare al centro di una stazione destinata alla diplomazia: immensa, tozza e di orribile aspetto, con i suoi piccoli esploratori come tanti lupetti.

Gli scavatori sono (quasi certamente) in cima: piatti e a forma di lama, come scaglie che coprano l’ampio dorso luat.

Questo mi immagino, Gwarha: una madre-mostro corazzata, come quella della storia di Tsai Ama Ul. Se gli eventi dovessero prendere una brutta piega, potrà essere usata per evacuare le donne o per distruggere la nave umana.

Forse mi sbaglio. Forse non c’è nulla oltre quelle porte. Mi hai detto spesso che ho troppa immaginazione.

Ho camminato per qualche tempo, arrabbiato, e non starò a dirti con quali pensieri: pensieri che provengono dalla collera e dall’autodifesa. Sono arrivato in un’area dove i tubi del soffitto erano bui; soltanto le piccole luci a livello del pavimento erano accese. Mi sono fermato a un incrocio. Un corridoio correva dritto in entrambe le direzioni. L’altro curvava leggermente verso l’alto. L’aria era perfino più fredda del solito e odorava dei prodotti chimici usati per deporre la moquette.

Ho cominciato a fare una serie di esercizi hanatsin: lentamente, concentrandomi sull’esatto movimento di ciascuno. Mi è servito. Sono passato a una seconda serie, perfino più lenta, e poi a una terza che comprende posizioni di mantenimento. È a questo punto che solitamente arrivo al giusto ritmo di respirazione.

Nella terza serie, le irritazioni minori svaniscono. Nella quarta, non si è più consapevoli nemmeno di se stessi. Alla fine della quinta, si raggiunge la giusta condizione di riposo. Il praticante non si muove più. È vuoto, aperto, quiescente, pronto e chulmar, una parola che non sono mai stato capace di tradurre appropriatamente. Usata nella conversazione ordinaria, significa pio, o in possesso di ottimo senso dell’umorismo. In hanatsin proprio non so.

Ho raggiunto la fine della quinta serie e sono rimasto lì per un po’, poi mi sono riavuto. I corridoi non erano cambiati e io avevo freddo. Mi sono guardato attorno e ho scoperto le telecamere che controllano l’incrocio: due, alte e quasi nascoste nell’ombra. Doveva probabilmente esserci qualcuno in qualche posto della sicurezza davanti agli schermi a domandarsi che cosa stesse facendo questa volta Sanders Nicholas. Se voleva praticare hanatsin, perché non andava in una palestra hanatsin?

Un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto, come soleva dirmi mio padre a proposito del suo capanno per gli attrezzi e della sua biblioteca.

Quando sono tornato nelle mie stanze, c’era la luce ambrata accanto alla porta che dava negli alloggi di Gwarha. La porta non era chiusa. Voleva che andassi. Non ero più arrabbiato ma ero stanco e rimaneva ancora in me un po’ dell’umore creato dagli esercizi hanatsin. Non volevo perderlo ascoltando accuse o spiegazioni di Gwarha. Ho fatto una doccia e sono andato a letto.

La mattina dopo ho trovato un messaggio sul mio computer: da Gwarha e nella lingua principale hwarhath, molto formale, cortese.

Gwarha avrebbe preferito che non avessi alcun genere di contatto con gli umani.

Avrebbe preferito che non accedessi a file che richiedessero una chiave d’ingresso, tranne i miei file personali, naturalmente.

Avrebbe preferito che non andassi nel mio ufficio.

Non c’erano stati cambiamenti nel mio status, spiegava, con cautela. Avevo ancora il mio grado nella sicurezza. Non aveva dato ordini diversi. (Né avrebbe potuto se volevamo tenere segreto ciò che era accaduto.) Ma, come favore personale, potevo dedicare la giornata a qualcosa di assolutamente innocuo?

Certamente, ho detto, al computer.

Sapeva che mi piace camminare nelle sezioni vuote della stazione, e sapeva quanto il camminare fosse importante per me. Ma, sempre come favore personale, potevo limitare le mie escursioni alle parti correntemente in uso?

E mi sarebbe stato grato se lo avessi raggiunto nei suoi alloggi, verso sera.

Certamente.


Ho trascorso la giornata al mio diario, cercando di scrivere tutto prima di dimenticarmene e prima che l’informazione avesse subito dei cambiamenti, come sempre pare che accada. Ci sono problemi con il cervello umano come unità di archivio dati.

In seguito posso rabberciare, cambiare le parole, farle suonare meglio. Anche se è pericoloso: la realtà diventa arte.

La luce accanto alla porta di Gwarha è appena diventata ambrata. Lui è a casa e aspetta che vada a trovarlo. Molto probabilmente ha tirato fuori un boccale di halin ed è seduto sul divano con una coppa in mano e il boccale davanti a lui, ferito e dispiaciuto per se stesso. Il piccolo stronzo. Come ha potuto spiarmi?

Perché ho tradito lui e il Popolo? Tutto quello che posso vedere in questo momento è che sono stato uno stupido.

E chi di noi ha tradito di più? Chi ha ferito di più?

Non che importi. Penso che le donne di Ettin presto mi porteranno via di qui. Se Gwarha e io vogliamo fare pace, dev’essere adesso. Forse la Divinità sarà gentile con noi e avremo tempo anche dopo per discutere e recriminare: tempo per centinaia di visioni e revisioni. Ma al momento voglio pace.

Per una qualche ragione, sto pensando agli animali di Anna: le meduse giganti, prese da paura e lussuria, che segnalano disperatamente le loro buone intenzioni mentre velenosi tentacoli fluttuano attorno a loro.

Sono io. Non voglio fare alcun male. Fammi avvicinare. Lasciami toccarti. Scambiamoci quello che passa per amore.

Finisco la frase, spengo il computer e mi alzo per andare alla porta.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


1

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Il viaggio andò secondo le previsioni. Fecero il primo trasferimento, seguendo le direzioni date dal nemico, e arrivarono al centro del nulla. Una nave hwarhath era lì ad attenderli e diede loro nuove direzioni. Ripartirono. La nave hwarhath rimase sul posto per accertarsi che nessuno li seguisse. Questo accadde altre due volte e poi, dopo quattro trasferimenti, giunsero alla stazione nemica.

Il fatto che orbitasse (a una buona distanza di sicurezza) non produceva alcuna luce utile, e la stazione era visibile solo come un grafico sul computer. Apparve su uno schermo della sala d’osservazione: un tozzo, squadrato cilindro che aveva più che mai l’aspetto di un barattolo di zuppa.

Come convenuto, la nave si fermò a una buona distanza di sicurezza dal barattolo di zuppa e attese l’arrivo di uno shuttle alieno. Anna fece i bagagli. Non era stato facile decidere cosa portarsi dietro dalla Terra e adesso doveva prendere altre decisioni. Che cosa ci si doveva mettere ai primi negoziati in assoluto con un alieno nemico in casa sua?

Vestiario confortevole e molto versatile. Vestiario facile da lavare e che non richiedeva d’essere stirato.

Ma anche… e non ultimo… che abbagliasse i cupi occhi azzurri degli alieni, e, se non gli alieni (chissà poi che cosa avrebbe potuto abbagliarli), almeno i suoi colleghi della squadra diplomatica, o Nicholas Sanders, con quel suo piacevole sorriso e la non altrettanto piacevole storia. Anche se non poteva dirsi assolutamente sicura che sarebbe stato coinvolto in quel nuovo giro di negoziati.

Quando ebbe finito di fare i bagagli, si recò nella sala osservazione e rimase a guardare la scatola di zuppa che girava, ruotando sul suo lungo asse.

C’era uno dei suoi colleghi, un giovane diplomatico che si chiamava Etienne Corbeau.

— Non capisco — disse lui. — Si può dare qualsiasi forma a queste stazioni. Perché le fanno così oscene?

— Forse loro le vedono in maniera diversa. La bellezza è un fatto soggettivo.

Etienne scosse la testa. — Io credo nell’assoluto dell’estetica. La moralità è relativa, ma nell’arte c’è la verità.

— Stronzate.

— Devi sforzarti di imparare un nuovo vocabolario, cara Anna.

Perché? Lei partecipava a quella gita per una ragione soltanto. Il nemico aveva chiesto espressamente di lei. I hwarhath sapevano che non era una diplomatica. Non si aspettavano che parlasse come Etienne.

Il nemico fece partire il suo shuttle e la squadra dei diplomatici salì a bordo: umani dai grandi sorrisi che prendevano posto negli ampi sedili alieni. Lei era l’unica donna; i hwarhath erano stati categorici.

L’aria all’interno dello shuttle aveva uno strano aroma. I hwarhath, pensò Anna dopo qualche momento. Si era dimenticata del loro odore in quei due anni ma adesso le tornava chiaramente. Non era spiacevole, solo non umano.

L’equipaggio dello shuttle indossava pantaloncini corti e sandali. Erano educati; Anna ricordava quella loro qualità dal precedente incontro con i hwarhath sul pianeta degli pseudosifonofori; e si muovevano con quella loro grazia che era una caratteristica della specie. E sembravano più alieni di quanto non fossero mai sembrati. Forse era a causa della loro nuova tenuta che non nascondeva nulla di quanto fossero pelosi. O forse era a causa dei capezzoli. Ne avevano quattro, disposti a due a due, grandi e scuri e chiaramente visibili sul loro largo petto peloso.

Anna si domandò quanti bambini nascessero in una nascita media hwarhath. Aveva fatto ogni ricerca possibile ma si sapeva così poco di quegli alieni! E soprattutto delle loro donne.

— Questa gente mi ha sempre fatto venire i brividi — disse Etienne.

— Perché?

— Gli occhi. Le mani. Il pelo. E la loro violenza. Tu non eri nella zona diplomatica quando l’hanno colpita.

No. Anna in quel momento era prigioniera della Mi umana.

Avvertì un sussulto: lo shuttle che si separava dalla nave umana, la Envoy of Peace. Un momento dopo, la loro gravità cambiò e Anna si assicurò che le cinture fossero allacciate.

Il viaggio non fu niente di speciale. I motori ora andavano, ora si fermavano, ora riprendevano ad andare. La gravità continuava a cambiare. Non c’era nulla di speciale da guardare, tranne la cabina senza finestrini. Ma i hwarhath usavano soltanto colori industriali? E perché i loro colori industriali erano gli stessi colori industriali usati sulla Terra? Certo, lei non sapeva nulla sull’ottica degli alieni. Forse quelle vuote pareti erano invece coperte di disegni allegri che lei non vedeva. Forse, quando guardavano le varie sfumature di grigio, gli alieni vedevano… chi avrebbe potuto dirlo? …colori vividi come il fucsia.

Attorno a lei, i diplomatici parlavano nervosamente. Non dicevano nulla di importante. Gli alieni avrebbero potuto essere in ascolto. Di fronte, l’assistente dell’ambasciatore parlava di gladioli ed Etienne stava descrivendo la sua ultima visita al Museo d’Arte Moderna di New York.

Dopo un’ora ci fu un altro piccolo sussulto. Lo shuttle aveva attraccato. Si aprirono delle porte e quelli dello staff fluttuarono fuori aiutati dagli alieni, che non fluttuavano. Doveva esserci qualcosa nei loro sandali che li teneva fermi al pavimento.

Era come arrivare a una stazione umana, pensò Anna. Un ascensore condusse i diplomatici dall’asse alla periferia. Quando si fermò, nessuno fluttuava più. Uscirono con grande dignità e i hwarhath li guidarono per un corridoio e in una stanza: vasta e assai luminosa, con una moquette grigiastra. L’aria era fresca e odorava di macchinario e di alieni; una mezza dozzina di loro stavano aspettando, con indosso soltanto quei loro pantaloncini lunghi fino al ginocchio.

— Non capisco proprio questo loro vestiario — disse Etienne.

Anna preferiva quelle uniformi aderenti che aveva già visto addosso ai hwarhath. Adesso però quelli sembravano più a loro agio, sebbene avessero meno l’aria di consumati guerrieri spaziali.

Ci furono i saluti ufficiali, pronunciati da un grosso alieno con un pesante accento. Non il primo difensore. Dov’era? L’ambasciatore umano restituì i saluti. Anna, che era un po’ indietro, ebbe qualche difficoltà a sentire, non che fosse particolarmente interessata.

Osservò i hwarhath e notò che uno di loro le sembrava familiare: basso, scuro, ordinato. Lui la guardò, incontrando i suoi occhi per un brevissimo istante. E sorrise, e anche il sorriso le era familiare: breve, ammiccante, della durata dello sguardo. Hai Atala Vaihar.

Quando i convenevoli ebbero termine, lui le si avvicinò. — Signora Perez.

— Osservatore Hai Atala.

— Si ricorda di me. Ne sono compiaciuto. Devo però precisarle che sono stato promosso. Adesso sono un addetto.

— Congratulazioni.

Lui fece un altro dei suoi sorrisi. — Come saprà, è stato convenuto che abbia un alloggio adeguato lontano da quelli degli uomini. L’accompagno.

Anna parlò con i suoi colleghi. Etienne parve preoccupato. L’assistente dell’ambasciatore disse: — La cosa non è che mi piaccia molto, Anna. — Il capo delle sicurezza le disse di stare attenta. Hai Atala aspettava in rispettoso silenzio.

Un paio di minuti dopo, stavano percorrendo un corridoio simile a quelli della base hwarhath: largo, spoglio, grigio e pieno di alieni che si muovevano velocemente e con la loro consueta aria di sicurezza.

— Ho letto Moby Dick come mi ha consigliato — disse l’addetto. — Davvero un buon libro e quasi interamente decente. Ho… come si dice? …insistito con Sanders Nicholas perché lo leggesse. Voglio discuterne con un umano. Forse, fintantoché lei è qui…

Svoltarono in un altro corridoio. Anna guardò davanti a sé. Una figura alta e sottile era ferma e rivolta verso di loro, le braccia incrociate, una spalla contro la parete grigia del corridoio. Incrociava anche i piedi e tutto il suo peso poggiava su una gamba soltanto. Assolutamente tipico. Il ricordo che Anna aveva di Nicholas era di lui sempre in una posizione rilassata, tranne alla fine.

Lui si raddrizzò e si scostò dalla parete, dispiegando le braccia e allontanandole dal corpo. Doveva trattarsi di un gesto formale: braccia distese, mani piatte, i palmi in avanti. Le dita erano strette, i pollici verso l’alto. Che cosa significava? "Non ho niente in mano e su per le maniche?"

Hai Atala si fermò e fece lo stesso gesto.

— Salve, Anna — disse Nicholas, e sorrise. Sembrava lo stesso di due anni prima. Un po’ più vecchio, forse. E più grigio di capelli.

Hai Atala disse: — Nicky mi sostituirà, signora. Non ho parenti nella parte delle donne della stazione. In realtà, non dovrei neppure entrarci. Nicky almeno è della sua stessa specie e dice anche di essere della stessa regione del suo pianeta natio.

— Davvero? — chiese Anna.

— Ho letto la sua scheda. È cresciuta nella zona di Chicago. Io nel Kansas. Due midwestern. Questo ci rende parenti. Posso portarle la borsa?

— Per regolamento, dovrei portarla io. Il nemico potrebbe metterci qualcosa. Un congegno d’ascolto, una bomba.

— Siamo perfettamente in grado di sentire con i congegni attualmente situati nelle pareti — disse Hai Atala. — E nessuno metterebbe una bomba nella propria stazione spaziale. — L’alieno fece una pausa. — Non una grossa bomba, comunque. Spero di rivederla più tardi, signora. — Si girò e si allontanò. Anna rimase a guardarlo. — È la mia immaginazione oppure si muove con più grazia degli altri hwar?

— Amano darsi dei nomi l’uno con l’altro — disse Nicholas. — Specialmente gli uomini. Spesso si tratta di nomignoli, e spesso i nomignoli sono odiosi; ma il nomignolo di Hai Atala è L’Aggraziato. È soltanto per il modo in cui si muove. Hai Atala è aggraziato anche in pubblico e aggraziato di spirito, e di vedute molto più ampie della maggior parte del Popolo. Un giovane dabbene destinato a diventare molto importante se non ci sarà una qualche seria guerra. Se finiremo per combattere con la Confederazione, allora si troverà ad avere a che fare con Wally Shen.

— Anche lei ha un nomignolo? — domandò Anna.

— Un paio. L’uomo-che-non-ama-rispondere-alle-domande e L’uomo-che-odia-la-moquette. — Strofinò con i sandali la moquette che copriva il pavimento. — Vivo da vent’anni su questa roba e ha ancora il potere di irritarmi.

Indossava una camicia marrone con le maniche lunghe, pantaloni dello stesso colore e i sandali. Come sempre, il suo vestiario non appariva appropriato. Era come se glielo avesse cucito un sarto che non sapesse bene cosa stesse facendo. Due targhette rotonde erano fissate alla sua cintura: di metallo smaltato con emblemi che Anna non capiva e scarabocchi che dovevano essere quasi certamente scrittura.

— Andiamo — disse Nicholas.

S’incamminarono. Lui si infilò quasi subito le mani nelle tasche e assunse un’andatura che non aveva nulla delle movenze aggraziate di Hai Atala.

— Che fine hanno fatto le uniformi? — domandò Anna, dopo un po’.

— Quello che vede adesso è il vestiario maschile abituale dei hwarhath. Il Popolo è coperto di pelo e gli uomini… in larga misura… vivono in climi artificiali. Perché dovrebbero aver bisogno di vestirsi? Necessitano soltanto di tasche e di un posto cui appendere le loro targhe di identificazione, e hanno bisogno di coprirsi quel tanto che basta perché gente di più modesta cultura non ne sia disturbata. Ed è quello che vede.

— Le uniformi sul pianeta erano false — disse Anna.

— Costumi — disse Nicholas. — Come per una recita. Avevo detto al generale che gli umani avrebbero potuto non prendere sul serio gente che portava pantaloncini corti. Perciò abbiamo messo all’opera i nostri Art Corps perché disegnassero delle uniformi spaziali. Devo dire con buoni risultati. Mi piacciono in modo particolare gli stivali, alti, lucidi, neri, anche se non riesco a immaginare a cosa potrebbero servire. In una stazione spaziale non si va a cavallo, e non si va neppure molto a piedi. E il problema del morso dei serpenti non esiste. Forse vanno bene per prendere a calci i subordinati quando imprecano in lingua aliena. — Anna aveva dimenticato il suono della sua voce, tenorile, leggera, piacevole e piena di divertimento.

— Lo fanno?

— Prendere a calci i subordinati? No, e non imprecano neppure molto. Non ci sono oscenità nella lingua principale hwarhath, proprio nessuna. Non puoi dire a nessuno vaffanculo. Non puoi descrivere niente come cumulo di merda. A volte penso che questo spieghi molte cose sui hwarhath.

Svoltarono in un altro corridoio. Davanti a loro c’era un’alta porta doppia guardata da due soldati con i fucili. Sulla porta c’era un simbolo che partiva dalla linea di divisione delle ante e si divideva in due: fiamme alte un metro circa, in rilievo e dorate.

— Il Focolare — disse Nicholas. — Rappresenta la Divinità e il Mondo Natio, il Centro della Stirpe, e le Donne o, probabilmente, la Donna. — Lanciò un’occhiata a uno dei soldati e disse qualcosa. Il soldato si girò e toccò qualcosa. Le porte si aprirono.

All’interno, c’era un pavimento di legno, giallo chiaro e lucente.

Nicholas entrò, seguito da Anna. Le porte si chiusero alle loro spalle.

Le pareti sembravano intonacate: bianche, con una debole venatura d’azzurro. C’erano arazzi dai colori vivaci che rappresentavano hwarhath nell’atto di fare delle cose incomprensibili per Anna. Un lungo e largo tappeto correva al centro del pavimento. Come gli arazzi, era ricco di colori: rosso, azzurro, verde scuro, arancione e giallo.

— Gesù Maria — disse Anna.

Nicholas rise. — Mi ci sono voluti dieci anni di vita tra i hwarhath prima di poter vedere l’interno di un alloggio femminile. Poi un paio di zie del generale decisero di voler sapere di più del compagno che il loro adorato nipote si era scelto e si presentarono a una delle stazioni. — Parlando, Nicholas la condusse nella stanza, sul tappeto coloratissimo. — Mandarono a chiamare il generale e me per il colloquio. Avevo già sentito dire che gli alloggi delle donne erano molto diversi, ciononostante rimasi molto impressionato.

Anna guardò davanti a sé. Alla fine della stanza c’erano tre persone con abiti rossi e gialli. Aspettavano con la consueta calma hwarhath. Persone massicce, larghe, solide.

Nicholas proseguì con la sua voce morbida. — Ci vuole parecchio per indurre delle matrone hwarhath a lasciare il loro pianeta natio. Ma il generale è furbo. Gli avevano chiesto di farmi portare a Ettin ma lui aveva trovato scuse dopo scuse per non farlo. E così erano venute loro. Sono di una stirpe molto ambiziosa e il generale è il maschio Ettin più importante della sua generazione. Le zie non volevano che accadesse nulla al loro massimo rappresentante nel mondo degli uomini.

Raggiunsero le tre persone. Le loro vesti erano formate da lunghi e stretti pannelli cuciti insieme alle spalle. In fondo, i pannelli erano separati e legati qui e là da finissime catenelle d’oro. Quando le persone si muovevano, i pannelli si spostavano e forse fluttuavano perfino, ma i varchi tra di loro non aumentavano mai.

Il materiale di cui erano fatti ricordava ad Anna il broccato di seta. Ogni capo aveva un disegno diverso. Su uno sembravano esserci dei fiori; su un altro delle linee geometriche; l’ultimo raffigurava degli animali, ma Anna non avrebbe potuto dirlo con certezza.

Nicholas si fermò, tirando fuori le mani dalle tasche e lasciandole ricadere lungo i fianchi. La sua abituale irrequietezza era cessata. Se ne stava lì quieto, lo sguardo basso. Perfino così, con la testa bassa, era più alto degli alieni di dieci centimetri buoni, ma le dimensioni di quei corpi lo facevano apparire fragile.

Dovevano essere quasi certamente delle donne, sebbene i visi… larghi, smussati e coperti di pelo… non apparissero femminili, né lo erano i dorsi, o le braccia, nude, pesanti e pelose. Portavano tutte dei braccialetti: ampi, pesanti, semplici. Anna fu quasi certa che fossero d’oro.

— Non guardi direttamente — mormorò Nicholas.

Anna abbassò lo sguardo.

Una delle aliene parlò con una voce profonda… molto profonda.

— Vi presento — disse Nicholas. — La donna a destra è Ettin Per. Accanto a lei, c’è Ettin Aptsi. E quella a sinistra è Ettin Sai. Sono sorelle e leader correnti della stirpe Ettin. Ettin Gwarha è il loro nipote.

La terza donna… Sai… parlò con una voce che era meno profonda, più da baritono che da basso.

— Comprende l’inglese sebbene non lo parli correntemente. Mi ha chiesto di dirle che capisce che non voleva essere scortese quando le ha fissate. I costumi umani sono diversi.

La prima donna… Ettin Per, quella con la voce molto profonda… parlò di nuovo.

Nicholas disse: — Le dà il benvenuto negli alloggi delle donne. Sono ansiose di poter parlare con lei. Sono interessate al genere umano e alle donne umane in particolare.

— Dica loro che sono felice di essere qui — disse Anna. — E anch’io sono ansiosa di parlare con loro. È per questo che il generale mi ha fatta venire?

— Sì — rispose Ettin Sai.

Parlò la terza donna… Aptsi. Altro baritono.

Nicholas sollevò la testa e la guardò direttamente, rispondendo nella lingua aliena. Aptsi allungò una mano grigia e pelosa e lo toccò leggermente su una spalla.

— Siamo stati congedati — disse Nicholas. — Andiamo.

Lasciarono le tre donne, ferme come statue delle tre Parche. Nicholas condusse Anna in un’altra stanza, un po’ più stretta della prima ma dello stesso materiale. Qui non c’erano arazzi. Raggiunsero una porta fatta di un materiale argenteo. Una piastra quadrata… sempre di metallo ma più scuro e anonimo …era incassata nel muro accanto alla porta.

Nicholas la indicò. — Metta il palmo della mano qui e prema con decisione. Bene. Adesso si aprirà per lasciare entrare due sole persone: lei e io.

Al di là della porta, c’era una stanza quadrata. Il pavimento era di legno grigio pallido, la parte inferiore della pareti era coperta da pannelli dello stesso legno. Aveva una strana iridescenza. Come cosa? Scaglie di pesce? Madreperla?

Anna toccò il legno. Sembrava davvero legno ma un legno che fosse stato sott’acqua. Colori pallidi fluttuavano sulla lucida superficie.

— Le dispiace se mi siedo? — domandò Nicholas.

— Vada avanti. — Anna depose la borsa e guardò la porta. Si era chiusa.

Nicholas prese posto in una larga sedia bassa e allungò le gambe. — Conosco le zie da più di dieci anni, ormai. Non mi sento ancora pienamente a mio agio con loro. Aptsi è la più facile con cui andare d’accordo. Mi ha chiesto come stavo e ha detto che le faceva piacere rivedermi. — Nicholas la guardò, sorridendo. — Furono loro ad approvarmi dopo quel colloquio di dieci anni fa. Aptsi e Per. Decisero che Gwarha poteva tenermi. Mi sentivo come una specie di cagnolino non molto attraente. Sa, il bastardino che i bambini portano a casa. "Solo ricorda, Gwarha, di averne cura, e se mai ci fosse qualche problema…"

— Sono molto grosse — disse Anna.

— Sì. Forse in seguito le parlerò del dimorfismo sessuale del Popolo ma non adesso. Ha una cucina e un bagno. Ho potuto controllare. Gli impianti potranno sembrarle strani ma le assicuro che funzionano e che possono essere usati dagli umani. In cucina c’è del cibo, parte del bottino del generale alla fine dei negoziati precedenti. Ci sono trasformatori elettrici e tutti i punti di accesso necessari. Se ha qualcosa che funziona a elettricità, può tranquillamente infilare la spina. C’è un sistema interno di comunicazione. Ho scritto qualche istruzione su come adoperarlo e su come mettersi in contatto con me, come pure con il suo gruppo. E ho tradotto le istruzioni su cosa fare in caso di emergenza: mancanza di energia, di gravità, di pressione atmosferica.

— Accade spesso?

— Mai, secondo la mia esperienza. Ma legga le istruzioni e le memorizzi.

— Se dovesse accadere qualcosa, questo è il luogo più sicuro. I hwarhath hanno fatto in modo che questa parte della stazione sia molto solida. Tutti i sistemi prevedono molte vie d’uscita e sarà qui che le squadre di soccorso arriveranno per prime. I hwarhath proteggono molto seriamente le loro donne. E a proposito della stazione, le darò qualche informazione. È stata costruita per questa serie di negoziati. Non è vicina a nulla che interessi i hwarhath e i hwarhath non la usano normalmente come punto di trasferimento. C’è molto poco da sapere, qui. Se i suoi colleghi decidessero di giocare allo spionaggio, perderebbero soltanto tempo e irriterebbero i hwarhath.

— La stazione è immensa — disse Anna. — L’hanno costruita per una sola serie di negoziati?

Lui si strinse nelle spalle. — In questo momento è in gran parte vuota. Se i negoziati avranno successo, il Popolo avrà quasi certamente bisogno di altro spazio. Se le cose non andranno bene… be’, immagino che le cariche esplosive siano già piazzate.

Anna non voleva pensare a una cultura che costruisse delle cose tanto grandi in meno di due anni, e con la consapevolezza di dover anche essere costretti a distruggerle. Cambiò argomento.

— Non ci saranno giochi di spie. È stato detto chiaramente a quelli della Mi di tenere a posto le loro sporche mani.

— Si giri — disse Nicholas.

Lei lo fece. C’era un rettangolo fatto di luci nella parete sopra i pannelli di legno: tre luci verticali e cinque orizzontali. Erano tutte accese e incolori tranne due nella fila orizzontale che avevano una colorazione ambrata.

— È il suo monitor di sicurezza. Se tutte le luci sono senza colore, allora significa che le porte sono tutte chiuse a chiave e il suo sistema di comunicazione è disattivato, e nessuno è in ascolto o in osservazione. Se qualcuna delle luci è ambrata, allora non è al sicuro.

— Mi sta dicendo la verità? — domandò Anna.

— La mia reputazione di bugiardo è esagerata. Lei ha dei microfoni, Anna, e non sono alieni. La sicurezza del generale è venuta qui, stamattina, ne sono quasi certo, e ha fatto un controllo. Al primo ikun. Queste stanze erano sicure prima che lei ci mettesse piede.

— Penso che userò il bagno.

Lui glielo indicò e Anna scomparve al di là di una porta.

Nicholas aveva ragione sugli impianti. Erano decisamente strani ma funzionavano e un umano poteva usarli. In quanti posti sulla terra avrebbe potuto trovare quella stessa carta igienica? Si trattava di una delle tante cose che il generale aveva preso?

Si lavò le mani e la faccia, poi si guardò nello specchio.

Una donna robusta, di altezza media per un umano. La pelle era scura. I capelli corti e neri e ondulati. Indossava pantaloni e giacca azzurra di cotone, di un tipo che non si spiegazzava. La camicetta era bianca e fatta dello stesso cotone a prova di pieghe. Non portava gioielli tranne una fila di lapislazzuli. Glieli aveva portati sua madre dal viaggio fatto nella Repubblica Socialista Islamica, molto tempo prima, quando ancora c’erano delle nazioni indipendenti sulla Terra.

Era quello l’aspetto di una persona che si trovava a centinaia di anni luce di distanza da casa? Era quello l’aspetto di qualcuno che aveva appena usato un gabinetto alieno?

Sì, ed era anche l’aspetto di qualcuno che… a quella distanza e in mezzo a tutte quelle stranezze… non poteva sfuggire agli sciocchi.

Ehi! La sua espressione era arrabbiata! Non le piacevano quelle pieghe attorno alla bocca o tra le sopracciglia.

Aveva una penna nella tasca della giacca. Grazie al cielo, era rimasta all’antica. Non pensava di potersi fidare del computer. Strappò un pezzo di carta igienica e scrisse: "Mi liberi dei microfoni". Poi fece una smorfia alla sua immagine riflessa e tornò da Nicholas.

Lui era in piedi, adesso, con un paio di bicchieri di vino. Erano entrambi semipieni di un liquido giallastro. — La sua scheda diceva che le piace il vino bianco. Questo è Pouilly Fume. Non male, penso, anche se devo dire di non aver più il gusto per certe cose.

Anna prese uno dei bicchieri e in cambio gli passò il pezzo di carta igienica. Lui lo guardò, annuì e sollevò il bicchiere. — Alla pace e all’amicizia.

Bevvero. Il vino era freddo e buono.

Nicholas depose il bicchiere. — Per questa sera non è previsto nulla. Può concedersi un po’ di riposo, e sembra che ne abbia davvero bisogno. Domani ci sarà l’apertura ufficiale dei negoziati, molti discorsi che non significheranno granché. Io potrei anche non esserci, lei no. Mi farò vedere in mattinata. Non dovrebbe andare da nessuna parte senza una scorta, Anna, e la scorta dovrebbe essere qualcuno che conosce. Io o Hai Atala Vaihar. Domani la presenterò al terzo uomo. Eh Matsehar. È un membro degli Art Corps in temporanea missione con il generale. Il suo inglese è eccellente e i suoi modi tollerabili.

Anna non voleva essere lasciata sola in quel posto senza altra compagnia tranne congegni umani di spionaggio, ma non riusciva a pensare a qualcosa da dire.

— C’è dell’altro vino in cucina, e del cibo, come le ho detto. Nessuno può entrare qui dentro senza il suo permesso. E non penso che le zie la importuneranno, ma se lo facessero si ricordi che sono anziane rispetto a lei. Le tratti con rispetto, e direttamente. Non menta e non cerchi di essere evasiva. Se non vuole rispondere a una domanda, lo dica. Tutto il Popolo rispetta l’onestà, e la gente di Ettin è famosa per la sua schiettezza. C’è una canzone d’amore che comincia… — Nicholas fece una pausa e guardò la parete alle spalle di Anna con un’espressione lontana.


Come la gente dei monti di Ettin

dirò chiaramente quello che ho in mente.


"È una traduzione abbastanza fedele. Mi sono sempre piaciute le parole di quella canzone e oggi mi piace perfino la musica. Mi ci sono voluti degli anni prima di poterla accettare come tale e non come uno dei tanti rumori alieni." Nicholas andò alla porta, toccò il muro accanto e la porta si aprì. Si girò poi a guardare Anna. "Se si sente sola, ricordi il sistema di comunicazione interna. Può sempre mettersi in contatto con uno dei diplomatici. Buona notte. Non sia così arrabbiata, o preoccupata. Questa non è una cattiva situazione." Sorrise. "Mi creda, mi sono trovato in altre ben peggiori."

La porta si chiuse dietro di lui. Anna si sedette su una delle sedie. Era profonda e morbida, foderata con un materiale che aveva gli stessi, intricati disegni del tappeto che copriva il pavimento. Bevve dell’altro vino, poi si tolse le scarpe e appoggiò i piedi su un tavolo di quel legno simile a madreperla. Le gambe del tavolo avevano forme di mostri. Perlomeno, quelli erano mostri, pensò. Ricoprivano la loro parte: scaglie e aculei e artigli e denti.

Sollevò la testa. C’era una luce al centro del soffitto, di metallo grigio e di un materiale simile a vetro smerigliato. Le ricordava qualcosa sulla Terra. Art déco, uno stile che aveva dominato l’arte occidentale nella metà del ventesimo secolo. Questo sì che era curioso.

Ma forse stava facendo ciò che gli umani facevano sempre nel cercare di rendere familiare ciò che era strano. Incontri un tipo con il pelo grigio e le orecchie grandi e le pupille orizzontali e dici: "Avevo un cugino proprio come te a Schaumberg, Illinois".

Nicholas lo diceva mai?

Come doveva essere vivere completamente soli tra alieni?

Come doveva essere sognare di subire la tortura?

Nel sogno, le creature che ti torturano non sono umane. Ti svegli dall’incubo e scopri che qualcuno ti sta confortando. Qualcuno ti rassicura. Qual era stata la frase che il generale aveva usato? Costruire una strada di parole che ti riporti alla realtà.

Quella persona è disumana, il tuo torturatore.

L’abisso, pensò Anna.

Finì il suo bicchiere di vino, poi quello lasciato da Nicholas, appena toccato. Dopodiché, andò in cerca della camera da letto.

Un pavimento nudo di madreperla, pareti nude di quel materiale che sembrava intonaco, un letto che era un blocco rettangolare con un sottile materasso sopra. Soltanto il cuscino sembrava assolutamente ordinario, ma sbagliato. Troppo morbido. Il soffitto era aperto alle stelle.

Mio Dio, pensò, guardando in alto. C’erano tanti soli fiammeggianti, e lontani agglomerati, nuvole di gas lucente, di tutti i colori possibili.

Dev’essere un ologramma. La stazione girava e ciò che vedeva era invece immobile.

Ma se era un ologramma, era il migliore che Anna avesse mai visto.

Si spogliò. Una coperta giaceva ai piedi del letto, ripiegata accuratamente. L’aprì, la distese sul letto e ci si adagiò, rivolta a quella splendida vista. Rimase così fino a quando i suoi occhi non riuscirono più a mettere a fuoco. Le stelle si confondevano. Si tirò la coperta addosso e dormì.


2

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Il generale era nel suo ufficio, l’ultimo di una serie (per come mi ricordo) in un arco di tempo di vent’anni e in non so quanto spazio. Sono tutti più o meno uguali. Questo aveva un nuovo ologramma.

Sostituiva in pratica la parete opposta al suo tavolo da lavoro. Non c’erano finestre: niente da incorniciare o da mediare. La moquette cessava bruscamente. Oltre, onde verdi si rompevano su una spiaggia di sabbia grigioverde. Il cielo era tempestoso e quasi dello stesso colore dell’acqua. In lontananza, sorgevano delle scogliere e creature volanti stridevano. Le creature non avevano un’aria familiare.

— Che cos’è?

— Uno dei mondi di insediamento. — Il generale ha fatto una pausa e si è corretto. — Uno dei mondi dove stiamo cercando di insediarci.

Gli ho detto dei microfoni.

— Ascoltano le donne. È disprezzabile.

— Ve l’avevo detto che lo facevano e che lo avrebbero fatto.

Lui ha attivato l’intercom. — Le mie zie dovrebbero saperlo.

— L’ho detto a Ettin Per.

— Ha. — Il lungo sospiro. — E che cosa ha detto?

— È arrabbiata. Le ho detto che i microfoni saranno disattivati domani alla fine del primo ikun.

Lui ha guardato l’ologramma. — Non avremmo dovuto chiedere agli umani di mandare Perez Anna. Stiamo introducendo il comportamento umano… l’irrispettosità e il disonore umani… in luoghi che dovrebbero essere sempre tenuti al sicuro.

— Dillo alle tue zie. Sono loro che hanno deciso che il Weaving avesse bisogno di sapere delle donne umane.

L’attenzione del suo sguardo era cambiata. Il generale stava guardando qualcosa nell’ologramma. Mi sono girato. Una delle creature volanti era atterrata sulla spiaggia. Aveva artigli sulle ali e strisciava come un pipistrello sulla sabbia: una grossa creatura con squame, chiazzata di grigio e di verde e di scuro. Il becco aveva molti denti stretti e appuntiti.

— Anna ha senso. La conosciamo. Sappiamo che non è interamente ostile al Popolo; ed è diretta, Primo Difensore. Non farà arrabbiare le donne di Ettin. Se non sapessi che non è così, direi che quella cosa è uno pterodattilo.

— Cosa?

— Un animale della Terra. Sono estinti sai… se ricordo correttamente… sessanta milioni di anni. No, nessuno è mai riuscito a scoprire come decollassero e atterrassero.

— Forse così — disse il generale mentre l’animale spiccava un balzo, sbatteva le ali e si sollevava.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


3

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Si svegliò al profumo di bacon.

Sopra di lei, le stelle erano scomparse, e Anna guardava un soffitto bianco e liscio.

Il bagno era vicino alla camera da letto. Prese i vestiti, entrò a lavarsi e indossò un altro completo pantaloni, questa volta grigio (il colore preferito dei hwarhath) con una camicetta gialla e una collana di grani d’agata, striati di grigio e marrone. Orecchini d’oro a perno. Nessun altro gioiello.

Quel giorno, le sue riflessioni sembravano meno stanche e meno piene di rabbia, forse perfino felici. Sorrise a se stessa. Ricordati, Anna, le diceva sempre sua madre, un sorriso rende tutti più belli, e se sorridi sarai più felice.

La colazione era su uno dei tavoli della stanza principale: una tazza di caffè, coltello e forchetta, un piatto con una fetta di pane (tostato) e tre pezzi di bacon, croccante alla perfezione. L’ultima cosa contenuta nel piatto era quadrata, gelatinosa e d’un verde pallido.

Nicholas era in piedi, appoggiato al muro, e aveva in mano una tazza di caffè.

— Cosa diavolo è? — Anna infilò la forchetta nella cosa verde.

— In gran parte, proteine. Molto nutriente. Il sapore non la disgusterà. Non sa di niente.

Lei ne assaggiò un boccone. Nicholas aveva ragione quanto al sapore.

— Se desidera un po’ di carboidrati, ho qualcosa di giallo e… — Fece una pausa. — …consistente. Credo che sarebbe la descrizione giusta. Non sono mai riuscito a scoprirne il gusto. Certi giorni, penso che potrebbe essere cartone, ma non mangio cartone da anni.

— Questo è cibo umano — fece lei.

Nicholas sorrise. — Il bacon è vero e lo sono anche il caffè e il pane; ma pensavo che forse le sarebbe interessato ciò che mangiano la maggior parte degli umani, che sono… qual è il simpatico termine del generale? …nostri ospiti.

Anna mangiò. Lui rimase a guardarla, sorseggiando il suo caffè.

— Sparecchierò più tardi — disse, quando lei ebbe finito. — Dovremmo andare.

Passarono per gli alloggi delle donne, senza vedere nessuno, e superarono le grandi porte doppie.

Un hwarhath era in attesa nel corridoio: grosso, dall’aspetto desolato e grigio, e indossava gli abituali calzoncini. Si fece avanti. C’era qualcosa che non andava nel suo modo di muoversi. Era goffo, e il Popolo non lo era mai.

Allungò la mano sinistra e la guardò. — È giusto? Sto cercando di imparare a stringere la mano.

— L’altra mano — lo corresse Anna.

Lui obbedì e si strinsero la mano.

— Come sono andato? — domandò il hwar.

— Ci ha messo troppa forza. Proviamo di nuovo.

Lo fecero, mentre Nicholas stava a guardare. La sua espressione era attenta e divertita. — Dobbiamo andare, Anna.

Si girarono e proseguirono insieme. Non c’erano dubbi sul modo in cui l’alieno si muoveva; era il primo hwarhath scoordinato che lei avesse mai incontrato.

— Mats si è dimenticato di presentarsi — disse Nicholas. — È Eh Matsehar. Un progrediente, il che significa che mi supera di rango, ed è temporaneamente assegnato allo staff del generale. È soprattutto così che può studiare gli umani. Lavora per gran parte del tempo negli Art Corps. È il miglior commediografo della presente generazione.

— Il miglior commediografo maschio — precisò Eh Matsehar. — Amit Asharil è bravissima, ed è probabile che sia brava quanto me, anche se in realtà non è possibile paragonare il lavoro degli uomini con quello delle donne.

— Mele e arance — disse Nicholas — geniale.

— Conosco quella frase — fece l’alieno. — Sono due tipi di frutti provenienti dal vostro pianeta originario e, per un qualche motivo che non mi è chiaro, non possono essere paragonati.

— Uh-huh — commentò Nicholas.

— E lei… — Il hwarhath reclinò la testa, guardandola obliquamente. — …è Perez Anna, l’ultima delle vittime di Nicky.

— Cosa?

— Di questo possiamo parlare un’altra volta — disse Nicholas.

— Perché non ora? — domandò Eh Matsehar.

— Non so chi sia in ascolto.

— Qui? — L’alieno si guardò attorno. — Nessuno, suppongo. Cosa ascolterebbero? Pettegolezzi di corridoio.

— Forse — disse Nicholas.

Erano passati per una serie di corridoi, tutti quasi uguali: pareti nude e moquette fittamente intrecciata, tutto (come al solito) grigio. L’aria era fresca, quasi fredda. Sapeva di metallo e di alieni. Incontrarono diversi hwarhath ma non così numerosi come il giorno prima. La delegazione umana era arrivata al cambio di turno? I hwarhath organizzavano il loro lavoro in turni?

Raggiunsero un corridoio presidiato da due soldati con i fucili.

— Questa è la stazione dei Colloqui-con-i-Nemici — annunciò Nicholas. — È esattamente ciò che dice il nome; e questa è la sezione Colloqui-con-i-Nemici. D’ora in poi, Matsehar l’accompagnerà. Io devo occuparmi di altre faccende.

Anna proseguì con l’alieno. Lui la condusse in una stanza occupata dai membri del gruppo umano addetto ai negoziati e ve la lasciò. Il capo della sicurezza… un uomo molto scuro e magro, che portava vestiti civili e un taglio di capelli da civile… disse: — È andato tutto bene? — Aveva un accento cadenzato dei Caraibi. Il capitano McIntosh.

— Bene. Ho conosciuto qualche donna.

— Oh, sì? — fece l’assistente dell’ambasciatore. — Sono più facili da trattare degli uomini?

— Non credo — rispose Anna.

L’assistente aggrottò la fronte. — Non sono sicuro di volerlo sentire, Anna. Lei assisterà alla riunione da qui. Non siamo riusciti a smuoverli in proposito. Non la vogliono nella sala vera e propria della riunione, anche se ci hanno chiesto di portarla.

Per lei andava bene.

Il resto del gruppo se ne andò. La porta si chiuse alle loro spalle e Anna si guardò attorno: un’altra stanza grigia con la moquette. C’era una sedia, piazzata di fronte a una parete vuota. Come al solito, la sedia era più larga e bassa e superimbottita. Si sedette e la parete di fronte a lei sparì. Stava guardando un’altra stanza, più ampia di quella in cui si trovava lei e con due file di sedie, identiche alla sua… per quel che avrebbe potuto dire. Erano disposte al centro della stanza, una di fronte all’altra. A parte le sedie, la nuova stanza era vuota. Le pareti erano del solito colore, vuote e senza finestre.

Strano, pensò, mentre si accomodava. Il Popolo sembrava passare da un genere veramente lineare di design funzionale a un altro che lei aveva visto negli alloggi delle donne: ricco, decorato, splendidamente fatto. Era principalmente una questione di maschi e femmine? Gli uomini erano condannati al grigio della corazzata mentre le donne vivevano tra tappeti, arazzi e legno lucente come madreperla?

Della gente cominciò a entrare nella grande stanza, l’ologramma: prima umani, che entravano da una porta che lei non poteva vedere e si disponevano lungo una fila di sedie. Quand’ebbero preso tutti posizione, rimasero in piedi ad aspettare. Si era discusso e ci si era messi d’accordo su tutto: come la gente entrava e dove si sedeva.

I hwarhath arrivarono da un’altra parte. Si erano messi le uniformi da guerrieri spaziali. Gli stivali alti, neri e lucidi avevano un aspetto militare potente e arrogante. Molto più impressionanti dei sandali.

Il primo uomo che apparve era più basso degli altri che lo seguivano. Raggiunse l’estremità della seconda fila di sedie e la percorse fino a quella al centro, poi si fermò e si girò verso gli umani: un tipo robusto, dal petto ampio. Stava molto eretto, come tutti; Anna non aveva mai visto un hwarhath scomposto. E aveva la solita facilità di movimento e di andatura degli alieni, ma con qualcosa in più. Cosa?, si chiese. La sicurezza? La decisione? Qual era la parola esatta? La qualità di essere deciso. Gli altri hwarhath si disposero ai suoi lati. Anna riconobbe Hai Atala Vaihar, immediatamente alla sinistra dell’uomo basso, e leggermente più arretrato. Tutti i hwarhath si tenevano vicinissimi alla fila di sedie, accertandosi che l’uomo robusto fosse in posizione avanzata, da solo.

Lui si guardò ai lati, per un istante, per assicurarsi che i suoi avessero raggiunto i loro posti, poi guardò l’ambasciatore umano e annuì. Si sedettero tutti, alieni e umani, e cominciarono le presentazioni.

L’uomo basso era Difensore della Terra con Onore Primo Davanti Ettin Gwarha. Il generale di Nick, la testa leggermente reclinata verso Hai Atala Vaihar, intento a fare la traduzione, ma per il resto eretto e con lo sguardo fisso sugli umani, con un’aria di tranquillità o forse di indifferenza. Quando infine parlò, nella lingua aliena, Anna riconobbe la voce: profonda e morbida con una punta di durezza. Non lasciava intendere di conoscere l’inglese, anche se ormai tutti lo sapevano.

Dopo le presentazioni iniziarono i colloqui.

Forse lei non era la persona adatta per quel lavoro. La sua tolleranza per quel genere di cose non era grande. Perlomeno, non si trovava nella sala della riunione. Poteva muoversi e pensare a qualcosa di più interessante. I microfoni nel suo bagaglio, gli interni decorati, il numero di bambini in un parentado medio di hwarhath. Era strano che fosse riuscita a osservare le creature nella baia per ore, senza annoiarsi o innervosirsi. Forse perché, per quel che ne sapeva, quelli non dicevano niente che non fosse vero. Erano divisi tra la paura e il desiderio di accoppiarsi. Volevano veramente rassicurarsi l’un l’altro.

Dio, come le mancava quel posto! Non vi era più tornata da quando la Mi l’aveva portata via dal pianeta. Chiuse per un momento gli occhi e si immaginò di nuovo col povero vecchio Mark, che giaceva ancora… secondo lei… sul fondo di qualche fossa sottomarina; il cielo azzurro sopra di lei; le colline dorate attorno; l’acqua limpida della baia piena di pseudosifonofori e la luce giusta per vedere i corpi trasparenti.

La riunione durò quattro ore. Alla fine, tutti si alzarono e uscirono nel modo stabilito. L’ologramma svanì. La porta della stanza di Anna si aprì ed Eh Matsehar comparve sulla soglia.

— Perché lei non era là dentro? — domandò Anna e indicò la parete ora vuota.

— I negoziati non sono il mio forte. Sono qui per osservare e cercare di capire. Se viene con me, Perez Anna, la porterò nel luogo in cui i suoi compagni si riuniranno a mangiare e, contemporaneamente, a parlare. Nicky dice che è una cosa comune, quasi universale tra gli umani; e io ho letto in proposito nelle vostre commedie. La scena del banchetto in Macbeth, per esempio.

Percorsero insieme il corridoio verso un’altra stanza. Quella stazione era un vero labirinto, una casa degli specchi.

Si aprì un’altra porta. Eh Matsehar disse: — Tornerò a prenderla tra mezzo ikun. Equivale a circa due ore del vostro tempo.

— Ha letto Macbeth? — domandò lei.

— Sì. Nella lingua originale e nella traduzione di Nick. Credevo di poterne fare qualcosa. L’eterosessualità è irrilevante. La donna… la meravigliosa e orribile donna! …può essere trasformata in una madre o sorella. Poi la storia verte sull’ambizione e la violenza, che sono argomenti decenti che non disturberanno alcuno del pubblico. Ma non sono ancora riuscito a fare niente. Forse dopo che avrò visto altri di voi. — Fece una pausa e aggiunse:


Tutto il grande oceano di Nettuno laverà

questo sangue dalla mia mano?

No, questa mia mano tingerà

piuttosto gli innumerevoli mari

del colore del sangue,

mutando il verde in rosso.


"Questo sì che è un bello scrivere." Indicò la porta. Anna entrò.

La stanza era piena di suoi colleghi, già seduti attorno a un tavolo lungo e troppo basso. Le sedie erano altrettanto basse. L’ambasciatore, un tipo corpulento del sudest asiatico, si alzò a fatica e disse: — Signora Perez, si accomodi qui, la prego. Ho bisogno di sapere delle donne aliene.

Anna si accomodò tra lui e l’assistente dell’ambasciatore, che era alto quanto Nicholas e scomodo sulla sua sedia.

Sten e Charlie. Anna raccontò loro del suo incontro con le donne di Ettin, mentre mangiava finta anatra con erba al limone.

Quand’ebbe finito, Charlie posò i bastoncini sulla ciotola e si appoggiò allo schienale della sedia. — Nicholas Sanders è qui. Mi chiedo perché non si servano di lui durante i negoziati.

— Ha importanza? — domandò Anna.

— Non saprei. Non ho intenzione di preoccuparmene. Dalla sua precedente esperienza, lei sa quanto sia stato utile preoccuparsi per Sanders. Se la Mi avesse tenuto le mani a posto, forse a quest’ora avremmo raggiunto un trattato; e dovremmo essergli grati. È per merito suo, ne sono quasi certo, se abbiamo una cucina utilizzabile. Ogni cosa è etichettata in inglese, con istruzioni ampie e chiare. Forse l’uomo sarebbe dovuto diventare uno scrittore tecnico.

— Cosa devo fare in seguito? — chiese Anna.

— Esattamente quello che sta facendo. Parli con le donne aliene. Parli con Nicholas Sanders. Faccia rapporto. A un certo punto, credo, cominceremo a capire perché gli alieni hanno chiesto di lei e quale ruolo hanno nei negoziati queste donne che sembrano sorprendenti.

— Ciò che mi interessa — fece Sten — è l’affermazione dell’uomo secondo il quale questa stazione è stata costruita per questi negoziati. È possibile, capitano McIntosh? Noi potremmo farlo?

— Non lo so e, se lo sapessi, sarebbe un’informazione protetta. — L’altro fece una pausa. — Se è vero, è un’impresa imponente. Credo di poterlo dire e, inoltre… mi riesce difficile credere che la stazione sia perlopiù vuota. Se avessi tutto questo spazio, troverei il modo per usarlo.

Sten sembrava preoccupato.

Charlie disse: — Cerchiamo di evitare ipotesi e speculazioni. Non è affar nostro ciò che i hwarhath fanno della loro stazione nel loro spazio.

Anna se ne andò alla fine del pasto, dopo lo sformato e il forte caffè asiatico, zuccherato e con l’aggiunta di latte condensato.

Eh Matsehar era nell’atrio. Era calmo e paziente come qualsiasi altro hwar. Solo quando si mosse Anna notò, di nuovo, la goffaggine così insolita per un hwar. Tornarono indietro attraverso la stazione.

A un certo punto, a metà strada, lei chiese: — Che cosa intendeva dicendo che ero l’ultima delle vittime di Nicky?

— Se lui non vuole che parli nei corridoi, non lo farò — disse l’alieno. — Anche se credo che si sbagli. Non conosce le regole dello spionaggio. Tutto ha delle regole, sebbene voi umani non sembrate capirlo. Questo deve rendervi la vita molto difficile.

La lasciò presso la grande porta doppia. Anna entrò e percorse il grande corridoio pieno di arazzi che portava al suo alloggio.

Nicholas si trovava nella stanza principale e parlava con un alieno. Sollevò la testa al suo apparire. — Anna. Questo è il capo della sicurezza del generale. Vorrebbe controllarla per i dispositivi di sorveglianza. Col suo permesso, naturalmente.

Lei annuì.

Nicholas parlò e l’alieno sollevò una mano. Stringeva qualcosa di simile a una pistola, di colore argenteo, con una canna larga che la faceva assomigliare a un antico trombone. Una serie di luci, in cima, brillavano fiocamente. Passò su di lei la pistola, senza mai toccarla e senza mai sollevare la testa abbastanza perché i loro sguardi si incrociassero. La cosa emise un paio di rumori. Le luci in cima si fecero più forti e più rapide.

Un’esibizione meravigliosa, pensò Anna. Ma cosa stava accadendo?

— Potrebbe dargli la sua cintura? E le scarpe? Vi hanno piazzato dei microfoni.

Lei si tolse cintura e scarpe e le porse.

Nick parlò ancora con l’alieno che era alto come il generale e anche più robusto. Il suo petto sembrava un barile. Le braccia e le gambe erano corte, grosse e forti. Una cresta di capelli gli correva sulla testa e scendeva più lunga e più scura del resto della peluria, e molto caratteristica.

Alla fine, l’alieno si girò verso di lei e parlò, tenendo lo sguardo basso.

— La ringrazio per la sua comprensione e collaborazione. Le sue stanze sono sicure, adesso.

— Bene.

L’alieno se ne andò, portandosi via le scarpe e la cintura.

Dopo che la porta si fu chiusa, Nicholas disse: — Ricorda la guardia che avevo l’ultima volta che ci siamo visti? Il ragazzo?

— Quello che è stato ucciso?

Lui annuì. — Si chiamava Gwa Hattin. Il tizio che è appena uscito è suo fratello minore, Gwa Hu. Ogni volta che sento quel nome, penso all’antico grido di guerra americano.

Anna lo guardò, sorpresa.

Lui sorrise. — Wahoo. I Gwa sono alleati degli Ettin da oltre tre secoli e si scambiano materiale genetico su base regolare. La stirpe minore del generale, la stirpe maschile, è Gwa. Lui ha di solito uno o due uomini Gwa nel suo staff.

— Sta dicendo che la Mi ha ucciso uno dei parenti di Ettin Gwarha.

— Sì. Il progrediente ha preso la sua borsa, il dentifricio e il computer. Le verranno restituiti non appena possibile. Per il computer forse ci vorrà un po’. Il posto migliore in cui nascondere un albero è una foresta.

— C’era un microfono nel mio dentifricio?

Lui sorrise. — Così pare. Se le serve un computer, posso dargliene uno, modello umano; e se le piacciono i giochi, ne ho uno davvero bello. L’unico che sia mai stato capace di tollerare.

Lei annuì. — Okay.

— Bene. — Nicholas fece una pausa e si girò, guardandosi attorno. — Il generale ha deciso che sarò il suo contatto. Non esiste un’alternativa. Non ci sono donne nel suo staff, ovviamente, e io sono la sola persona che possa affermare di avere un lontano legame con lei. Ha detto agli altri frontisti che proveniamo da regioni vicine che si sono spesso scambiate materiale genetico. Il Kansas e l’Illinois. Come Gwa ed Ettin. Il che mi dà il diritto di entrare qui. Se vuole, posso cambiare la porta così soltanto lei potrà aprirla; ma ci saranno volte in cui… come oggi… sarà conveniente che possa entrare.

Anna scrollò le spalle. — Lasci la porta così com’è.

Lui annuì. — Il suo gruppo vuole che lei torni per la cena. Le donne di Ettin avrebbero piacere di parlare con lei, domani. Le porterò il computer e il gioco. Avrei dovuto imparare a dirigere un albergo a scuola, assieme a tutte quelle lezioni di lingua.

Se ne andò e lei si fece una doccia, poi si prese un bicchiere di vino in cucina.

Dunque, pensò, sedendosi e posando i piedi su uno dei tavoli di legno-madreperla. Quali domande avrebbe fatto a Nicholas ora che le sue stanze erano sicure? Preparò una lista, cominciando dall’osservazione di Eh Matsehar.


4

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Nell’anticamera dello studio del generale era accesa la luce di occupato. Ho atteso, camminando avanti e indietro, fino a che Vaihar non è uscito e il generale mi ha detto di entrare.

L’ologramma mostrava ancora la spiaggia di sabbia grigioverde. Le onde vi si rompevano alte e più turbolente, adesso. Il cielo era più scuro, e non c’erano animali che urlassero nel vento. Era in corso una tempesta.

— Siediti — ha detto il generale. — E cerca di calmarti. Che cosa c’è che non va?

— Gwa Hu è andato nelle stanze di Anna. Ha trovato otto congegni di sorveglianza.

Il generale ha sogghignato.

— Soltanto cinque sono umani, Primo Difensore. Gli altri tre sono di fattura del Popolo.

Il generale ha prodotto un suono sibilante.

— E di recentissimo modello. Nessuna persona ordinaria potrebbe esserne stata in possesso.

— A’atsch Lugala Tsu - ha detto lui.

— Quasi certamente.

Ha deposto con uno scatto lo stilo che aveva in mano. L’oggetto è rimbalzato ed è finito sul pavimento. Mi sono chinato a raccoglierlo e gliel’ho restituito.

— Quello sciocco non è mai appartenuto al fronte. I Lugala avrebbero potuto trovare qualcun altro da mandare avanti. Una stirpe di quella dimensione deve avere un maschio che sia competente. Ma le zie mi dicono sempre che le donne Lugala… — Si è fermato prima di dire qualcosa di ineducato e mi ha guardato con rabbia. — Questo è l’effetto umanità. Sappiamo che là fuori vivono gli umani. Sappiamo che vivono senza regole, e la Divinità non li distrugge. Questa consapevolezza ci spaventa e ci fa porre delle domande. E adesso vediamo i risultati.

— Hai intenzione di scaraventare nuovamente lo stilo da qualche parte? Se no, mi siederei.

Lui ha annuito verso la sedia. — Non sei d’accordo.

Ho allungato le gambe e le ho incrociate, poi mi sono concesso un momento per respirare profondamente. Non è mai stata una buona idea quella di arrabbiarci tutti e due nello stesso momento. — Tutto questo ha a che fare più con l’ambizione maschile hwarhath che con l’umanità, e con la stupidità. Tu non hai mai pensato che Lugala fosse particolarmente brillante, e adesso sappiamo che il suo capo della sicurezza è stupido quanto lui. Avrebbe dovuto sapere che i suoi congegni sarebbero saltati fuori se ci fosse stato un controllo accurato della stanza. Anche se non fossero stati rilevati dal monitor. Gwa Hu ha detto di averli trovati perché il suo rilevatore, dopo aver trovato i congegni umani, stava funzionando in modo strano e perciò ha continuato a cercare.

— Ho detto… ho chiesto… a Progrediente Gwa di parlarne alle zie. Anche le loro stanze dovrebbero essere controllate.

Per un momento, il generale è rimasto silenzioso. Poi ha detto: — Ricordo quando è stato annunciato che avevamo trovato un altro popolo in grado di viaggiare tra le stelle e che quel popolo aveva fatto fuoco su di noi. Alcune delle mie zie erano a casa. Ricordo la riunione. Avevamo finalmente un nemico dopo un secolo di ricerca. I nostri problemi erano risolti! Avremmo dovuto ricordarci che la Divinità ha un senso dell’umorismo molto strano.

— Stai dicendo che il Popolo comincia a rimpiangere di aver incontrato l’umanità?

— Tu no? — ha domandato lui.

— No. Assolutamente no. Qualunque cosa io abbia fatto, se le nostre due specie non si fossero incontrate, sarebbe stato meno interessante di quello che sto facendo adesso.

E avrei potuto rimpiangere di non averti conosciuto, Ettin Gwarha.

(Hah.)


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


5

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Anna trascorse la serata con i colleghi, in parte a parlare del più e del meno, in parte a continuare il lento processo di conoscenza. Sten le disse del suo giardino, che si trovava su un’isola chiamata Gotland, nel Baltico, ora affidato alle cure di sua moglie. Non aveva il pollice verde e lui non era sicuro di ciò che avrebbe trovato quando fosse tornato a casa.

L’ambasciatore… Charlie… raccontò dei suoi precedenti contatti con gli alieni e dell’opinione che aveva del generale.

— Un uomo intelligente, anche se strano, credo. Sicuramente in termini umani e anche, sospetto, secondo la cultura aliena. Che razza di persona sviluppa una relazione sessuale con un membro di un’altra specie? Una specie con cui la sua è in guerra. Sebbene lui abbia di sicuro un valido appoggio in Nicholas Sanders.

Anna finì di parlare col capitano McIntosh, che aveva la passione per il cricket e che sentiva la mancanza degli incontri internazionali.

— Cose cui rinunciamo per servire l’umanità e per fare carriera, signora Perez. Naturalmente, se fossi stato abbastanza bravo nel cricket, non sarei qui.

Alla fine, Anna si sentì stanca. Il capitano la scortò fino all’entrata degli alloggi umani. Nicholas la stava aspettando, conversando con una delle guardie aliene. Si girò e, vedendola, sorrise, poi vide il capitano. L’espressione sul suo viso cambiò, divenne distaccata.

— Addetto Sanders — disse il capitano e allungò la mano.

Nicholas parve sorpreso, poi la strinse.

— Sono Cyprian McIntosh. Mac per gran parte della gente. Trovo che Cyprian sia un po’ pesante. Le cose che i genitori fanno ai loro figli! Anche se, come dicevo alla signora Perez, sarò eternamente grato a mio padre per avermi regalato la prima mazza da cricket. Potrebbe bilanciare Cyprian. Buonanotte, signora. Addetto. — Il capitano annuì e tornò dentro.

Nicholas lo guardò, pensieroso. — Militare — disse, infine. — Quale corpo?

— Esercito regolare, credo.

— Allora perché non ha il taglio di capelli?

— Non lo so. Vuole che lo scopra?

Lui scrollò le spalle. Raggiunsero gli alloggi delle donne in silenzio.

L’ologramma era di nuovo acceso nella camera di Anna. Lei andò a dormire, guardando le stelle, e si svegliò, come il giorno prima, al profumo di bacon cotto.

Si mise un vestito: lungo, di cotone africano tradizionalmente stampato, giallo, azzurro e marrone. Nessun gioiello, fatta eccezione per un paio di orecchini pendenti, di corallo e argento, un altro regalo di sua madre. Entrò nella stanza principale, trovò la colazione e Nicholas seduto su una sedia, una tazza di caffè posata sul tavolo che gli stava accanto.

Lui la guardò e annui. — Bello. Le donne di Ettin approveranno. Forse ho cotto un po’ troppo il bacon, anche se mi sono esercitato, soprattutto perché il profumo mi riporta tanti forti ricordi. Quand’ero bambino, mangiavamo sempre il bacon a colazione, la domenica. Non mi piace più molto il sapore.

Anna si sedette. Il bacon sembrava ben cotto. C’era anche del pane tostato e qualcosa di quadrato, d’un giallo molto acceso. A cosa assomigliava? Al pane di granoturco non lievitato. Ne assaggiò un pezzo. Sapeva di cartone. Altro cibo umano. — Voglio chiederle una cosa.

— Sì? — Lui sembrava in guardia. L’Uomo-che-non-ama-rispondere-alle-domande.

— Come devo chiamarla? Mi attengo a Nicholas perché non la conosco molto bene; ma sembra che tutti gli alieni la chiamino Nicky.

— Ha conosciuto i miei amici. Non permetto a molte persone di chiamarmi Nicky. Va bene Nick o Nicholas. — Lui sorrise. — Ho capito che cominciava a cambiar parte quando mi ha chiamato Nick in quella stanza nei sotterranei della zona diplomatica; prima non l’aveva fatto; e quello per un po’ ha accompagnato l’ultimo pensiero razionale che ho avuto. "Forse questo stupido e spaventoso piano andrà a monte."

— Non ho cambiato parte, Nick.

— Ho scelto male le parole. Sapevo che provava una certa simpatia per me e ciò mi ha dato un po’ di speranza. Così va meglio?

— Sì.

Anna mangiò. Lui bevve il caffè in silenzio. Uscirono per incontrare le donne di Ettin.

La sala delle riunioni si trovava all’interno degli alloggi delle donne. C’erano arazzi alle pareti e un enorme tappeto cremisi copriva gran parte del pavimento. I mobili erano i soliti. Ricchi broccati scuri coprivano le sedie. I tavoli bassi erano di legno color indaco.

Questa volta, c’erano quattro donne, in piedi al centro della stanza. Come in precedenza, portavano vestiti senza maniche.

— Lei è un superiore — le disse sommessamente Nicholas. — Si assicuri di tenersi leggermente davanti a me. Bene. Adesso, si fermi.

Anna si fermò. Le donne si girarono verso di lei. Nicholas fece le presentazioni.

Anna ne aveva già conosciute due: Ettin Per ed Ettin Sai. Adesso, poteva notare quanto fossero grosse in confronto alle altre hwarhath: alte e d’ossatura grossa, con spalle larghe e dorsi rotondi e forti. Indossavano vestiti simili, fatti di pannelli di broccato rosso scuro, allacciati con belle catenelle d’argento. Per diede il benvenuto nella lingua degli alieni. Sai disse buongiorno in inglese.

La terza donna era molto più piccola. Accanto alle Ettin, sembrava quasi magra. Aveva la peluria nera e i pannelli del suo vestito erano grigi e argentei, una fantasia di foglie e fiori.

— Tsai Ama Ul — disse Nicholas. — Il suo campo di competenza è la teoria sociale, soprattutto le teorie sul modo in cui il Popolo ha evoluto la cultura che ha oggi. Quando hanno scoperto l’umanità, si sono resi conto… alcuni si sono resi conto… che esiste più di un modo di essere.

La donna parlò brevemente. Aveva la voce acuta, da contralto.

— La donna di Tsai Ama dice che è molto felice di quest’incontro. Non vede l’ora di imparare.

L’ultima donna era la più piccola e la più robusta. Quasi grassa, pensò Anna. I pannelli del vestito erano coperti di ricami: animali che si intrecciavano, verdi, dorati, argentei e azzurri. Le catenelle che chiudevano i pannelli erano multicolori, anelli d’oro e d’argento che si alternavano con anelli smaltati di verde e azzurro.

Il costume era spettacolare ma non bello. C’erano troppi colori, troppo metallo lucente, troppa opulenza.

— Lugala Minti — disse Nicholas, parlando molto sommessamente. — È la donna principale dei Lugala. Credo che sia una giusta valutazione.

— Sì — fece la voce tranquilla e profonda di Ettin Sai.

— Suo figlio Lugala Tsu è un frontista, l’unico in questa stazione, a parte Ettin Gwarha. Una donna molto importante con un figlio importante. La tratti con rispetto, Anna. Non si scherza con i Lugala.

— Sì — ripeté Ettin Sai.

La donna grassa parlò. Aveva la voce profonda come quella di Ettin Per.

— La donna di Lugala dice che lei è la benvenuta. Questo incontro è importante. Il destino di molte famiglie può dipendere da ciò che accade in questa stazione.

Male, pensò Anna. Non voleva quel genere di responsabilità.

Si sedettero, Nicholas accanto a lei. La stanza doveva essere stata preparata per quell’incontro, i mobili erano sistemati in modo che le donne sedessero in cerchio, guardandosi, mentre l’uomo sedeva su una sedia più piccola, arretrata, non proprio nel cerchio.

Ettin Per parlò per prima.

— La donna di Ettin dice: «Noi non spiamo e non ascoltiamo come fanno gli uomini. Ma questo incontro è… come dice la donna di Lugala… importante. Perciò vorremmo il suo permesso per registrarlo apertamente e in tutta onestà».

Anna guardò Nicholas. Lui parlò nella lingua degli alieni.

Ettin Per gli rispose.

— I hwarhath le daranno una copia della loro registrazione, assieme all’attrezzatura per sentirla. Vada avanti, Anna. Alla sua gente interesserà.

Lei esitò, poi annuì.

Parlò la donna piccola… Tsai Ama Ul.

Quand’ebbe finito, Nicholas tradusse. — Abbiamo imparato molte cose sulle donne umane dalle informazioni che abbiamo catturato e da Sanders Nicholas. Ma le informazioni sono incomplete e Nicholas è un uomo. Volevamo sapere per noi stesse com’è una donna umana. Volevamo scoprire cosa si prova a essere una donna tra la sua gente.

Lugala Minti lo interruppe, parlando a lungo con la sua voce rimbombante.

— La donna di Lugala vuole sapere come fate a stare così mischiati. Lei certo capisce quanto sia pericoloso avere degli uomini in casa, salvo che per una breve visita. Come potete lasciare gente abituata alla violenza accanto ai vostri bambini? Come potete permettere a persone avvezze all’omicidio e allo stupro di vivere nelle vostre case, giorno dopo giorno, anno dopo anno? Si renderà certamente conto che accadrà qualcosa di terribile, presto o tardi. Mi dispiace, ho commesso un errore, Anna. La parola non è "omicidio". È uccisione intenzionale di altre persone, ma non si tratta necessariamente di un crimine. Il contenuto morale dell’atto dipende dalle circostanze. Non è quasi mai sbagliato uccidere un nemico maschio. Lo stesso vale per la parola che ho tradotto con "stupro". Significa sesso con violenza e senza il consenso dell’altra persona, ma non è invariabilmente un atto criminale, a meno che, naturalmente, la vittima non sia una donna o un bambino.

Anna cercò di spiegare che la maggior parte degli uomini erano inoffensivi. Le donne aliene non sembrarono convinte, anche se lei non era del tutto sicura di ciò che leggeva su quelle grandi facce coperte di peluria.

— No — disse infine Ettin Sai, parlando in inglese. — Non può essere giusto. Noi sappiamo… abbiamo sentito… — Si fermò e continuò nella sua lingua; e Nick tradusse.

— Abbiamo sentito la violenza degli umani. La vostra gente non è inoffensiva, Perez Anna. Due dei miei fratelli erano su una nave che è stata fatta saltare in aria dagli umani, e mia sorella Aptsi ha perso un figlio. I vostri uomini sanno uccidere esattamente come gli uomini del Popolo. Ma non siete stati capaci di separare la violenza da tutto il resto, come abbiamo fatto noi, perlomeno in gran parte. Non avete posti sicuri. I vostri bambini devono crescere nella paura. Le vostre donne sono costrette a vivere nella paura, a meno che non diventino come gli uomini; e chi c’è poi ad allevare i bambini?

Lugala Minti parlò a voce alta.

— La donna di Lugala dice che gli umani sono orribili e pervertiti, una vergogna per qualsiasi altra specie intelligente e un insulto per la Divinità, sia lode al suo nome. E, Anna, non abbiamo neppure capito le abitudini sessuali dell’umanità.

— Sì — fece Ettin Sai, in inglese.

Tsai Ama Ul parlò di nuovo.

— Ciò non è cortese, dice la donna di Tsai Ama, e non porta alla conoscenza. Noi non dobbiamo chiedere a Perez Anna di difendere il suo popolo se si tratta di criminali. Ci parli della sua infanzia. Ci dica com’è crescere come donna tra gli umani.

Anna lo fece. Le donne le posero delle domande. Che cosa significava avere un genitore maschio in casa? Com’era andata d’accordo con lui e con suo fratello? Suo padre l’aveva minacciata? Era violento?

Lui era uno storico dai modi gentili, la cui unica colpa come genitore era stata la sua incapacità di prestare attenzione al secolo attuale. Il quattordicesimo era molto più interessante, sebbene fosse stato pieno di caratteristiche comuni: terribili epidemie, una società in crisi e un vasto universo che cominciava a diventare visibile; il mondo intero in attesa di esploratori, e i cieli che stavano per aprirsi agli astronauti.

— Indifferenza — commentò Ettin Sai. — Non è una bella cosa. Ma ci sono donne che non si interessano ai loro figli. In una famiglia numerosa, ciò non ha importanza. Ci sono sempre madri sufficienti in una grande casa.

Perché gli esseri umani hanno famiglie così piccole? Lei non si era sentita sola senza una moltitudine di cugini? Non si era sentita soffocare in poche stanze?

No, spiegò loro Anna. Era normale, la vita che lei conosceva. Non si era sentita sola. La casa della sua famiglia era sembrata spaziosa. I suoi genitori, in fin dei conti, erano stati dei professionisti e avevano a disposizione parecchio denaro.

Le donne ascoltarono con aria grave, ma Anna non ebbe la sensazione che capissero. Le domande continuarono. Che cosa significava vivere in un mare di persone, non collegate da stirpi, ma tutte staccate? Piccole famiglie simili a onde che vanno e vengono, senza lasciarsi niente alle spalle se non uno spazio vuoto in cui può formarsi un’altra onda… un’altra famiglia.

Nove miliardi di persone! Era incomprensibile! E la metà di loro uomini, sempre presenti. Le strade delle città, enormi e spaventose città, piene di violenza maschile. Come si sentiva la donna di Perez a camminare tra uomini che non erano imparentati? Senza alcuna protezione, se era vero ciò che aveva detto loro Nicholas?

Anna si scoprì a dire la verità. Poteva essere spaventoso camminare per Chicago, soprattutto nelle zone in cui la gente era povera. La povertà rendeva la gente piena di rabbia, e gli uomini arrabbiati erano pericolosi, tanto più se non avevano niente da perdere.

Quand’ebbe finito, cadde il silenzio. Poi, fu Ettin Per a parlare.

— Siete in troppi. Non c’è abbastanza spazio in cui circolare e dal momento che siete divisi, non riuscite a spartirvi quello che c’è in modo decente. Ma anche se ve lo spartiste, non ci sarebbe ugualmente abbastanza spazio. Ed eccoci arrivati al punto, Anna. Il discorso sull’infernale eterosessualità.

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò.

Nicholas tradusse. — Dovete sentirvi stanchi, anche se non conosce i sintomi della stanchezza tra gli umani. Tuttavia, siamo tutti fatti di carne, dice la donna di Tsai Ama.

Anna guardò il suo cronometro. Erano passate tre ore. Aveva come la sensazione di aver perso una battaglia.

— Siamo alla fine — disse Ettin Sai. — La ringraziamo, Perez Anna.

Se ne andarono. Quand’ebbero lasciato la stanza, Nicholas sospirò. — Gesù Cristo! Se l’è cavata bene, Anna; e io sono esausto.

Tornarono nell’alloggio di Anna. Lui toccò la porta e, mentre quella si apriva, guardò Anna. — Sembra stanca. Perché non si distende? Se vuole andare da qualche parte, più tardi, mi chiami.

Un congedo. Lui aveva bisogno di andare altrove, più verosimilmente di andare dal generale.

L’ologramma in camera mostrava un cielo verde pieno di cumuli enormi. Assomigliavano a un paesaggio: montagne bianche e vallate grigio-verdi in ombra, pianure d’angolo, crepacci e alture ondeggianti che sembravano ricoperte d’alberi. Anna si distese sul letto, troppo stanca per pensare. Sopra di lei, le nubi cambiarono forma. Le montagne si appiattirono in pianure o si divisero, creando vallate. Le valli si chiusero. Le colline basse si alzarono e diventarono vette torreggianti. Niente restava lo stesso.

La sera, si recò negli alloggi degli umani e fece rapporto sull’incontro.

— Non sto facendomi un’idea chiara di questa cultura — disse Sten. — Chi ha il controllo? Gli uomini o le donne? E cos’è quest’ossessione della violenza?

— Dal modo in cui hanno parlato le donne, la loro popolazione dev’essere sensibilmente inferiore alla nostra — fece il capitano McIntosh. — Il che potrebbe rivelarsi uno svantaggio per loro. Anche se Jah sa che non abbiamo trovato la nostra popolazione particolarmente avvantaggiata.

— Ci troviamo in una stazione nemica — osservò Etienne, nervoso. — Siamo sicuri che non possano udirci?

— Sì — rispose il capitano McIntosh.

Charlie disse: — Continuiamo i negoziati in buona fede. Sappiamo esattamente quanto sia stato inutile tramare contro i hwarhath e avere ripensamenti su di loro.


6

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C’era un nuovo ologramma nell’ufficio del generale: una pianura coperta di neve. In lontananza c’era una catena di piccole montagne aguzze, molto probabilmente il muro di un cratere. Il cielo sopra le montagne era quasi interamente coperto da un pianeta: un gigante gassoso giallo con anelli e una mezza dozzina di lune, rese visibili dall’ombra che lanciavano sul pianeta. Il cielo… quel poco che riuscivo a vedere… era di un azzurro cupo, il che dava l’idea di un qualche tipo di atmosfera.

Una fila di impronte correva sulla neve, cominciando dove finiva la moquette del generale e proseguendo diagonalmente nella pianura fino a perdersi all’orizzonte. Le impronte erano state lasciate da un solo paio di grossi e larghi stivali.

— Non cercherai di insediarti là? — ho domandato.

— No. Molto probabilmente c’è stata una stazione di osservazione e forse un solo atterraggio.

Ho annuito e mi sono seduto.

— Dunque. — Ha preso in mano il suo stilo. — Perez Anna incontra le donne una sola volta e gli umani hanno appreso qualcosa di valore strategico.

— Sulla popolazione — ho detto.

— Sì. Non so fino a che punto questo possa essere controllato, e non so quanto saggio sia usare te come traduttore. Perché hai spiegato l’esatto significato delle parole che hai tradotto con "stupro" e "omicidio"? Ho pensato, quando ho visto la registrazione, che stessi per dire alla donna di Perez che noi non uccidiamo donne e bambini.

— Ho contribuito a scrivere il primo dizionario per la vostra lingua e quelle definizioni vi erano contenute. Non avrei detto ad Anna nulla che gli umani non sapessero già. — Ho abbassato brevemente lo sguardo, poi l’ho rialzato, incontrando quello del generale.

— La lingua è la mia unica e grande abilità. Vorrei usarla onestamente. Sarò, per quanto possibile, chiaro. — (Stavo usando la lingua principale hwarhath. Il primo significato della parola è "trasparente".) — Se questo rappresenta un problema, allora escludimi. Ma come potrete poi negoziare in modo serio se le linee di comunicazione sono aggrovigliate?

Lui ha emesso un suono basso, di insoddisfazione, e ha deposto lo stilo. — Ho trascorso tutta la sera con Lugala Tsu. Non ha mai imparato a bere. È un’altra delle ragioni per cui la sua stirpe non avrebbe mai dovuto mandarlo avanti. Non ti descriverò tutto quello che ha detto. Verso la fine, non era più coerente. Ma due cose sono emerse, e importanti. Spera che sia finalmente arrivato il momento in cui mi vedrà commettere qualche errore. Spera che io ne commetta uno abbastanza serio in questa fase dei negoziati. E… — Ha ripreso lo stilo e ha continuato a rigirarselo tra le mani. — E ha lasciato intendere… ha accennato alla possibilità… che non ci si debba fidare completamente di te. Alcuni degli uomini che erano con lui erano ancora abbastanza sobri da capire quello che stava accadendo. Hah! Dovevi vedere l’espressione dei loro visi! Ma non sapevano come fermarlo. Ecco quello che succede quando ci si sceglie lo staff come fa lui.

Avevo già sentito il generale esprimersi su quell’argomento. Il bell’aspetto va bene, e non c’è niente di male nel tenere in considerazione la stirpe di un uomo, ma non potevano essere quelli i soli criteri di scelta.

— Tu chi hai preso? — ho domandato.

— Hai Atala Vaihar.

Scelta perfetta. Vaihar beve abbastanza per mantenersi nella media dei suoi, ma mai tanto da ubriacarsi; e sa sempre cosa fare in una situazione difficile.

— Non posso ripeterti le esatte parole che quel figlio di Lugala ha usato. È stato verso la fine della serata, e non era più tanto facile seguire il senso del suo discorso. Ma ha menzionato il fatto che tu sei un umano, e che gli umani erano diversi sotto molti aspetti importanti, e che nessuno può prevedere il tuo modo di agire adesso che frequenti una donna umana, la quale potrebbe esserti imparentata e potrebbe anche non essere.

In altre parole, potrei essere un traditore del Popolo, e un pervertito, e forse anche un incestuoso.

(Ti sbagli su questo. Lui stava suggerendo due possibilità, entrambe pericolose. Forse Anna è una tua parente, nel qual caso dovresti essere leale con lei. Nessun uomo sano di mente tradirebbe o abbandonerebbe una donna della propria stirpe. O forse stai mentendo e lei non è una parente. In questo caso, hai ottenuto l’accesso alle sue stanze per uno scopo che sono riluttante a dichiarare. Perciò, o sei un traditore e non un pervertito o un pervertito e forse un traditore. Ma non credo che Lugala Tsu avesse in mente l’idea dell’incesto.)

— Che cosa farai? — ho domandato.

— Ho detto che il futuro era nella mani della Divinità, e che non avremmo mai potuto prevedere con certezza le azioni di chicchessia; e poi Vaihar ha raccontato una lunga e noiosa storia su uno dei suoi zii, il quale era sempre stato prevedibile; e poi ce ne siamo andati. Mi chiedo se qualcuno di quei giovani avrà il coraggio di dire a Lugala Tsu le cose che mi ha detto esattamente.

— Molto probabilmente no.

Ha prodotto un suono che indicava accordo con me. — Andrò a parlare a Ettin Per. Forse lei riuscirà a trovare un modo per tenere a freno la curiosità delle donne. Tu ci raggiungerai nella stanza dove si svolgono i colloqui con il nemico.

— Perché?

— Voglio che il figlio di Lugala ti veda accanto a me. Sei il miglior traduttore che abbiamo e il nostro primo-davanti esperto in umanità. Voglio che quel prodotto di una malriuscita inseminazione ricordi; e voglio che ricordi che cosa sei tu per me.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


7

<p>7</p>

Il giorno seguente, Nicholas le mostrò come usare la cucina. — Le donne vogliono tempo per pensare a ciò che ha detto loro. Il generale vuole che torni ai negoziati. Perciò, per un po’ se ne starà sola.

Anna annuì, e lui passò alle istruzioni per l’uso dei vari… come li si doveva chiamare? Apparecchi? Quand’ebbe finito, si appoggiò alla parete più vicina, le braccia incrociate. Portava un braccialetto al polso sinistro, fatto di pesanti anelli d’oro, ognuno con una pietra verde al centro, scolpita, con l’aria di essere giada. Un magnifico gioiello, pensò Anna, ma che non si intonava al vestiario.

— Le ho portato il computer — disse Nicholas. — Non è un modello nuovo. Prendiamo quello che riusciamo ad avere. Ma il software è amichevole. Secondo me, un po’ troppo. Mi piace una distanza emotiva maggiore nel mio software. Scriverò le istruzioni per chiamare Vaihar e Matsehar. Se vuole andare da qualche parte, chiami loro.

Fece una pausa e parve a disagio. — Ho bisogno di chiederle una cosa, Anna.

Lei rimase in attesa.

— Ettin Gwarha le ha raccontato una storia, due anni fa, prima che lasciassimo l’ultima serie di negoziati.

Anna annuì.

— La conosce qualcun altro?

— La Mi mi ha presa nello stesso istante in cui la sua gente ha lasciato il pianeta. Mi hanno interrogata.

Nicholas rimase dapprima assolutamente immobile. Poi domandò: — In che modo? — La sua voce era pacata.

— Droghe. Non mi hanno fatto del male ma dovevano acquisire tutto quello che so su di lei e il Popolo.

— Ah… — Il suo sguardo si mosse. — Be’, la Mi non è mai stata generosa in fatto di condividere informazioni. Forse non l’hanno raccontato al resto del suo gruppo.

— Le importa?

— Credo di sì. Non è una storia molto piacevole. Soprattutto, non voglio entrare in quella sala, domani, e trovarmi di fronte all’altra parte che pensa: "Ecco il povero bastardo che lavora per la gente che l’ha torturato".

— È vero?

Lui avrebbe voluto chiudere lì il discorso. Anna poteva capirlo dalla sua espressione e dalla posa del suo corpo. Chiudere lì il discorso, metterla a tacere dicendo di farsi gli affari suoi.

— Nicholas, non ho intenzione di dirle che mi deve una spiegazione.

— Bene.

— Ma la mia carriera è a pezzi, e non sono sicura di poterla rimettere insieme. Sono quasi finita in prigione.

— Una scelta sua, Anna. Io non le avevo chiesto niente.

— Lo sguardo che mi ha lanciato in quella stanza era una supplica. Ho cercato di aiutarla. Il generale ha detto che non era necessario, ma io ho fatto quello che ho potuto.

E allora?, diceva la sua espressione.

— Sapevo che loro erano subdoli. Ho pensato che lei fosse relativamente normale.

— Sapeva che ero passato al nemico durante una guerra. Il che ci conduce a una parola di nove lettere che inizia con la "t" e che ho grosse difficoltà a pronunciare: uno che agisce con perfidia o con l’inganno. Lo chiama normale? Chi vuole prendere in giro?

— Gesù Maria, parla bene. Non ho alcuna intenzione di metterla all’angolo. Credo che lei mi debba una spiegazione. Ho detto che non intendevo chiedergliela ma mi rimangio la parola. Crede di potersi liberare di ogni obbligo, perché ha fatto la cosa che comincia con "t"? A chi importa se ha tradito quei pazzi della Mi? Anch’io li ho traditi. Tutti dovrebbero farlo. Al diavolo i suoi sentimenti di colpa, e al diavolo la sua irresponsabilità.

Lui si guardò attorno. — Sa, il cibo mi interessa molto poco, e questa non è una conversazione che voglio fare in una cucina. Usciamo da qui.

Si sedettero in soggiorno. Nicholas si tolse i sandali e posò i piedi su un tavolo di madreperla, poi guardò Anna. — Cosa vuole sapere?

Anna prese tempo, cercando di trovare le parole giuste. Voleva una certa rassicurazione che lui non fosse pazzo come la gente della Mi. Che razza di persona poteva lavorare per un uomo che l’aveva torturata?

— È avvenuto prima — disse Nicholas.

Lei cercò di spiegargli l’abisso. Era il posto in cui imparavi cose su altre persone che non volevi conoscere. Guardavi giù, e vedevi oscurità e abiezione e follia e dolore, e pensavi che forse era un male che i dinosauri fossero estinti. Avrebbero potuto fare un lavoro migliore.

Lui rise. — Credo che sarebbe meglio che mi raccontasse quello che le ha detto il generale.

Anna lo fece. Lui ascoltò, gli occhi socchiusi e il viso privo di espressione. Quando lei ebbe finito, disse: — Be’, è riuscito a rendere ancora più spiacevole una storia spiacevole, e non ho la minima idea del perché. Dovrò chiederglielo.

— È accaduto? — domandò lei.

— Sì.

— Il generale ha detto che era presente.

— Non lo ricordo. Ogni volta che volevano farmi delle domande, mi portavano in una stanza. Era sempre la stessa. Una parete era fatta da uno specchio… solo quello, da cima a fondo, da sinistra a destra. Ecco come cominciavano di solito i miei sogni, entravo in quella stanza e vedevo la mia persona riflessa e sapevo che qualcosa di terribile stava per accadere.

"C’era una cabina-osservatorio dietro allo specchio. Potevo sentire la gente che si muoveva, e delle voci arrivavano attraverso l’interfono. Fa’ questa domanda. Fa’ quella. Smetti. Va’ avanti. Gwarha doveva essere stato là. Non l’ho mai visto nella stanza.

"Credo di non aver mai udito la sua voce attraverso l’interfono. Non era affatto anziano a quei tempi e la sua area di competenza non è mai stata quella degli interrogatori. Più probabilmente, guardava e ascoltava.

"Non credo che potrei lavorare per lui se avessi un qualche ricordo di lui nella stanza. Non ho idea di ciò che farei se mi capitasse mai di incontrare qualcuno di quei tipi. Non ce l’ho, a parte nei sogni, e di solito… non so perché… li vedo come riflessi nello specchio. Qualcosa che un terapeuta forse sarebbe in grado di spiegare. Non ce ne sono disponibili. Nessuno che capisca gli umani, comunque. Potrebbe essere interessante rivolgersi a un mago hwarhath, ma dubito che sarebbe terapeutico."

Aveva i gomiti posati sugli ampi braccioli della sedia e le mani intrecciate. Non c’era alcuna evidenza di tensione nella sua posa o nella sua voce pacata e regolare. Ma lei l’avvertiva.

— La prima volta che ricordo d’averlo visto è stata quando venne a dirmi che era finita. Non ci sarebbero più state domande. Non ci sarebbe più stato dolore. E poi… — Nicholas sorrise. — In modo molto formale, con i suoi modi migliori, si scusò. Non per la grande quantità di domande o per il dolore. Quelli erano necessari; e Gwarha non si scusa per qualcosa che è necessario; ma per le domande alla fine. Non avevano prodotto niente di utile ed erano motivate, secondo lui, dal genere di maliziosa curiosità che è propria dei bambini. Sa cosa intendo? È ciò che definisco il primo stadio dello scienziato. Che cosa accade se stacca una zampa posteriore a una cavalletta? Che cosa accade se stacca un’ala a una mosca? "Ehi, Nicky, vuoi vedere che cosa succede quando dai fuoco a una rana?" Non lavoro per l’uomo che mi ha torturato. Lavoro per l’uomo che mi ha detto che era finita e che si è scusato.

Tuttavia, lavorava per il nemico e per un gruppo di persone che lo avevano trattato molto male. A cosa servivano le scuse in una situazione simile? "Gesù, mi dispiace d’averti reso la vita un inferno" Non le sembrava adeguata.

— Ecco una parte della mia spiegazione. Il resto è… se non avessi perdonato Ettin Gwarha, come potrei perdonare me stesso?

— Che cosa vuol dire?

— Da dove crede che siano arrivate le informazioni, quelle che usavamo per imparare la lingua hwarhath? Crede che i prigionieri ce le abbiano date di loro spontanea volontà? E come pensa che sia stata usata la mia conoscenza della lingua?

— Era come lui.

Nicholas annuì. Era sempre nella stessa posizione e ancora non mostrava alcuna tensione fisica. La sua voce era tranquilla e regolare. — Non mi sono mai sporcato le mani. Non ho mai toccato un prigioniero hwarhath; ma sapevo da dove arrivavano i dati che analizzavo; e sapevo dove finivano le domande che scrivevo.

Di nuovo l’abisso. Anna sapeva con certezza che le persone perbene non finivano in situazioni come quella. Le persone perbene vivevano rispettando la legge e senza mai nuocere direttamente a qualcuno e senza mai collaborare coscientemente nell’infliggere il dolore.

— Ho, senza dubbio, ricevuto una buona educazione metodista del Midwest — disse Nicholas. — In chiesa ogni domenica mattina dopo il bacon. Ho imparato cos’è il diavolo e che cosa piace soprattutto a Dio. Dio è molto soddisfatto quando ci prendiamo cura della vedova o dell’orfano, dei poveri e dei diversi. Be’, nessuno potrebbe essere più diverso dei hwarhath, e quando ci siamo impossessati di loro erano sicuramente poveri. Non possedevano niente, neppure i loro corpi, e noi non permettevamo loro di fare la cosa che più desideravano, vale a dire morire. Quella, per il Popolo, è l’estrema forma di povertà, quando non possiedi la tua morte. Quello è il loro più caro possedimento: poter dire: "Adesso basta".

— È questo le è d’aiuto? Oppure si trova ancora sull’orlo dell’abisso?

— Sono ancora lì. Non è facile comprendere la gente, e con questo pensiero profondo mi accingo ad andarmene. — Lui si alzò e le sorrise. — Sa, lei non ha toccato il vero problema che ho con Ettin Gwarha. Non è tanto il fatto che lui sia un alieno o uno dei nemici o che sia stato coinvolto nel più o meno piacevole trattamento che ho ricevuto quando sono stato catturato. Con tutte queste cose siamo riusciti a venire a patti.

"Ma c’è un consiglio che qualsiasi madre dovrebbe dare ai suoi figli prima di mandarli nel mondo. Non fottere mai sul lavoro e non fottere mai il capo. Non metterti mai in una situazione nella quale non puoi separare la tua vita personale da ciò che fai in ufficio. Io e il generale abbiamo trascorso anni a negoziare e a stabilire le regole su come dobbiamo comportarci quando lavoriamo e quando no. Non è mai stato facile.

"Mi sta chiedendo… molto educatamente… come faccio ad andare a letto col nemico. Be’, i nemici non sono nemici per sempre. Uno può sempre cercare di fare pace. Ma consideri che cosa significa fare l’amore con un uomo che scrive un rapporto semestrale sulle tue prestazioni di lavoro. Ora, quella è una situazione con orribili possibilità. Anche se non c’è una riga sulla forma della prestazione sessuale. Mi chiedo come riesca a cavarsela Gwarha. ’Comportamento verso quelli-davanti?’"

— Perché lo fa? — domandò Anna.

Lui rise. — Anna, lei è incredibile. Le domande non finiscono mai. Ma io ho raggiunto il limite della mia capacità di rispondere. — Se ne andò.


8

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Il giorno dopo, Nicholas fece la sua comparsa ai negoziati. Anna era sola nell’anticamera di quella sala. Nicholas veniva subito dopo il generale, vestito con un’uniforme da cadetto spaziale grigia, la quale sembrava stargli bene addosso. Anna non lo aveva mai visto con Ettin Gwarha. Lo sovrastava quasi di tutta la testa. Che strana coppia! Una volta tanto, non aveva l’atteggiamento abbandonato di sempre, né sorrideva. Il suo pallido viso appariva circospetto, lontano.

Quando tutti si furono seduti, Nicholas si presentò. — Penso di avere incontrato la maggior parte di voi durante gli ultimi negoziati.

Charlie disse sì e poi porse le scuse per la sfortunata piega che gli eventi avevano preso eccetera eccetera.

Nicholas ascoltò e tradusse. I hwarhath si agitarono un po’, poi Ettin Gwarha parlò.

— Le vostre scuse non sono necessarie — tradusse ancora Nicholas. — Sono state presentate e accettate prima che il Popolo acconsentisse agli attuali negoziati.

Charlie aprì la bocca, poi la richiuse. Chiaramente le scuse erano state presentate direttamente a Nicholas. E i hwarhath stavano facendo finta che Nicholas non ci fosse. O che non esistesse come entità separata? Anna non avrebbe saputo dirlo.

Un altro gioco che per lei non aveva senso.

Non accadde nient’altro. I negoziatori discutevano della possibilità di scambiare prigionieri, sebbene nessuna delle due parti ammettesse formalmente di averne. Il generale continuò a fingere di non conoscere l’inglese. Qual era lo scopo? Forse gli dava il tempo di riflettere sull’argomento in discussione. Nicholas tradusse con voce calma e quasi priva d’espressione, niente di simile alla sua solita voce, una voce cantilenante, con ritmi che cambiavano spesso, che imitava, ironizzava.

Anna pranzò con il resto del gruppo dei diplomatici. Non disse loro della sua ultima conversazione avuta con Nicholas sebbene il nome saltasse fuori spesso. Loro vollero sapere perché i hwarhath lo stessero impiegando nuovamente come traduttore. Anna si strinse nelle spalle. Non ne aveva idea. Era il generale a volerlo.

Nel pomeriggio, Hai Atala Vaihar la scortò negli alloggi delle donne. Anna provò il computer che le aveva portato Nicholas. Come aveva detto lui, si trattava di qualcosa di amichevole e con una personalità da farla sorridere. Saltò il programma d’insegnamento per andare al gioco interattivo che Nick aveva menzionato.

Era basato sul romanzo cinese Monkey. Il giocatore (scelse la versione per un giocatore soltanto) era il personaggio principale del libro: una scimmia magica che scatenava l’inferno in Cielo, rubando le pesche dell’immortalità e mettendo in imbarazzo gli dei cinesi.

Come punizione, la scimmia era stata imprigionata sotto una montagna. Per liberarsi e guadagnarsi la redenzione, doveva scortare il monaco buddista Tripitaka in India e ritorno perché Tripitaka potesse portare i Tre Canestri delle Sacre Scritture buddiste al popolo cinese e quindi salvarlo dall’avidità, dalla lussuria e dalla violenza.

Il viaggio in India era pieno di pericoli (ovviamente) e Anna dovette vedersela con numerosi mostri. Alcuni erano benevoli, dopo essere stati sconfitti. La maggior parte rimanevano fedeli alla loro natura diabolica. Anna non era mai stata particolarmente brava nei giochi e perdeva quasi tutti i combattimenti. Il gioco aveva una sovrapposizione. Dopo che la scimmia era morta, invece di tornare all’inizio, Anna poteva premere un pulsante e reimmettersi nel gioco. La scimmia vera ingannava tutte le volte che le era possibile, così Anna pensava di fare lo stesso.

Alla fine, se fosse riuscita ad arrivare in fondo al gioco e a consegnare i canestri con le Scritture, Anna poteva (glielo dissero le istruzioni) acquistare libertà e saggezza, divenendo un vero Buddha. Ma ci sarebbe voluto molto tempo, perfino con le sovrapposizioni.


I suoi giorni assunsero la conformazione di una routine. Al mattino osservava gli umani e i hwarhath ai negoziati. Il pomeriggio parlava con i colleghi. A volte rimaneva negli alloggi degli umani fino a sera. Spesso tornava alle sue stanze e leggeva o giocava a Monkey.

Le donne hwarhath erano ancora alla stazione, sebbene non le capitasse mai d’incontrarle in quel periodo; e a osservare i negoziati come faceva lei… da lontano, per olovideo… c’era anche il frontista Lugala Tsu.

Apprese tutto questo dalla sua scorta ma non riuscì a scoprire nulla su che cosa quella gente stesse facendo o avesse intenzione di fare. Eh Matsehar le disse di non sapere, e Hai Atala Vaihar disse che non spettava a lui fare ipotesi su ciò che poteva passare per la mente di donne o frontisti.

Anna pensava ai due Lugala come a due ragni che se ne stessero acquattati al centro delle loro tele, vigili e pronti ad agire quando fosse arrivato il momento giusto. A pensarci bene, Lugala Minti sembrava sempre più un rospo ma Anna non aveva niente contro i rospi o qualsiasi altro anfibio. Fragili e sensibili, gli anfibi stavano morendo per l’inquinamento più rapidamente di altre specie animali, sulla Terra. I rospi avrebbero dovuto essere apprezzati e protetti, non paragonati a Lugala Minti.

Non che avesse alcuna ragione di credere che ci fosse qualcosa di sbagliato con i Lugala, tranne per l’eccessivo senso dello stile da parte della madre e la sua tendenza a pontificare sulla spaventosità degli umani. Era abbastanza per condannare due persone, una delle quali lei non aveva mai incontrato?

I giorni in cui Vaihar la scortava, lui e Anna parlavano di letteratura umana. Lui voleva un altro libro da leggere e Anna gli raccomandò Huckleberry Finn. Vi avrebbe trovato qualcosa sulla schiavitù.

— Oh, sì — disse Vaihar. — Ho già imparato qualcosa in proposito, sebbene non possa dire di aver capito. Perché si dovrebbe voler schiavizzare… è la parola giusta, vero? …donne e bambini? Perché mai un uomo dovrebbe perfino voler sottomettere?

Come sempre quando parlava con i hwarhath, Anna aveva la sensazione che le mancasse qualche pezzo importante. Non era in grado di rispondere alle domande di Vaihar perché non sapeva che cosa lui le stesse chiedendo davvero.

I giorni in cui le fece da scorta Matsehar, parlavano di teatro. O, piuttosto, Matsehar parlava e Anna ascoltava. Lui aveva cominciato a lavorare alla sua versione di Macbeth. - Comincio a capire come agiscono gli umani quando sono deviati. Nicky ha detto che sarebbe stato utile per me venire qui e aveva ragione, come spesso succede.

Anna vide Nicholas una sola volta, in un corridoio, che parlava con un alieno dal pelo bianco come la neve. C’era qualcosa di diverso nella postura di Nick, qualcosa che Anna dapprima non seppe identificare. Nick la vide e si raddrizzò, sorridendo e sollevando una mano per salutarla. Poi proseguì nella sua conversazione.

— Mi chiedo che cosa possa mai vedere in quella palla di pelo — disse Matsehar.

— Che cosa?

— Lo sciocco di neve. Lo scemo. Il buffone.

— Chi è?

— Il campione in carica di hanatsin in questa stazione. È il suo unico obiettivo acquisito, a meno che lei non consideri obiettivo acquisito avere un buon corpo.

Anna gli chiese cosa fosse hanatsin. Era un’attività tra un’arte marziale e una forma di danza. Quando era eseguito come arte marziale, i due partecipanti erano avversari e uno di loro doveva vincere sull’altro. Quando era eseguito come danza, erano compagni e potevano soltanto vincere insieme. Lo sciocco di neve era un maestro della forma come arte marziale.

— Non so cosa Nicky stia progettando, sebbene pratichi hanatsin e sia anche bravo, tanto da aver bisogno di un buon avversario. — Matsehar fece una pausa. — Ma non è bravo abbastanza da desiderare quell’avversario. Kirin… aspetti, so che c’è una frase umana… se lo mangerebbe a colazione. La vostra lingua ha un notevole numero di discorsi figurati sul mangiare. A volte, mi fa venire la nausea, sebbene non sia peggio dell’eterosessualità.

Certo che no.

— Nick…? — Anna non seppe trovare un modo educato per finire la frase.

— Sanders Nicholas è conosciuto per la sua abitudine di guardarsi attorno. Lui dice che sarebbe empio non farlo.

— Che cosa?

— Secondo lui, voi umani avete un certo numero di spiacevoli malattie che sono trasmesse sessualmente.

— Sì.

— Be’, anche noi, sebbene niente di simile alle devastanti malattie che Nicky ha descritto.

Le Hiv. Ogni quattro o cinque anni saltava fuori un nuovo tipo che prendeva il nome… come per l’influenza… dal luogo in cui veniva scoperto la prima volta.

— Ma Nicky non prende le nostre malattie. Nessuna. Sembra come noi, ma è soltanto apparenza. Al livello in cui le malattie vivono e si riproducono, è molto diverso.

— Che cos’ha a che fare tutto questo con la pietà? — domandò Anna.

— Lui dice che è capitato per caso in un luogo dove è possibile fare sesso con molte persone e non aver paura di morire. Questo è un dono della Divinità. Quando Colei che ha creato l’universo dà un dono, è per poterlo usare. Probabilmente vuole scherzare; anche se non si può mai esserne certi, con lui. A volte scherza con l’aria di essere tremendamente serio, ed è serio quando uno potrebbe pensare che stia scherzando. Ma è un fatto che si guardi attorno.

Percorsero in silenzio un altro corridoio. Poi Matsehar tornò alla sua versione di Macbeth. Spiegò quanto andasse bene Lady Macbeth come madre piena di ambizione, che manda avanti e protegge il suo figlio guerriero, il quale si trasformerà alla fine… un giudizio sull’ambizione! …in un mostro che lei non potrà controllare.


9

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Una sera, ho invitato Matsehar. Lui era d’umore strano, tanto triste quanto malevolo. Non avrei saputo definirlo, anche se era sempre stato volubile: il prezzo della genialità e dell’essere diverso.

Ogni volta che qualcosa lo affligge… rabbia o stanchezza o stress… diventa anche più goffo del solito. Ha lasciato cadere il mio piccolo computer per la lettura mentre cercava di caricare la sua versione del Macbeth, e poi abbiamo dovuto metterci in ginocchio a cercare il testo, che era sparito nel tappeto. Alla fine, l’ho trovato, un luccichio cristallino tra le fibre, l’ho raccolto e gliel’ho dato. Lui l’ha lasciato cadere di nuovo e ha cominciato a imprecare in inglese. Gli ho portato via il computer e ho caricato il testo, poi ho servito da bere per tutti e due: halin per lui e un bicchiere d’acqua per me.

— Quanto ti piace Anna? — Non lo avevo più visto da quando mi aveva sostituito come scorta, e per quel che sapevo di lui, si è sempre interessato agli umani.

Ha girato il bicchiere di halin. Con molte probabilità, stando al modo in cui si muoveva quella sera, avrebbe finito per rovesciarlo.

Alla fine ha parlato.

— Ettin Gwarha è più straordinario di quanto mi fossi reso conto. Lui sa guardarti e vedere un uomo. Quando io guardo Perez Anna, vedo un alieno. Non riesco a superare le differenze fisiche: il corpo con le sue strane proporzioni, gli arti che non si piegano al punto giusto, la pelle che sembra cuoio scuro, gli occhi… — È stato scosso da un visibile brivido, poi ha sollevato lo sguardo, incontrando il mio. — Credevo di avere una mente aperta, Nicky. E invece no. Sono chiuso come uno sporco contadino della pianura di Eh. Hah, Nicholas! Mi sento intrappolato in me stesso!

"E mi sento solo. Ti invidio, sebbene l’invidia non sia un’emozione che mi piaccia. Ti ho visto nel corridoio, che parlavi con Shal Kirin. È un grande dono, Nicky, guardare la gente e trovarla piacevole.

— Non mettere in giro voci cattive, Mats. Voglio che Gwarha sia in grado di concentrarsi sui negoziati.

— Allora, non ti interessa Kirin?

— Non al momento. Anche se la Divinità sa che il suo corpo è meraviglioso, e che mi sono sempre piaciute quella tonalità di colore, la peluria bianca e le piccole zone di pelle scura. C’è un albero sulla Terra che si chiama betulla. Ecco a cosa assomiglia Kirin, a una betulla nella neve.

Matsehar è sembrato ancora più triste di prima. Io, naturalmente, ero arrabbiato con lui. La sua reazione ad Anna mi ha detto qualcosa sulla sua reazione a me. Ero un altro diverso, un alieno.

Mi è passata per la mente una frase, che non ho esposto a voce alta.

Matsehar, avrei voluto dire, l’universo è molto grande, ed è perlopiù freddo e scuro e vuoto; non è un bene essere di gusti troppo difficili su chi si vuole amare.

Ma la saggezza dei più anziani dà sempre fastidio e poi toccava a Mats gestire i suoi problemi. Non posso aiutarlo in alcun modo e non si dovrebbero mai dare consigli quando si è arrabbiati.

Ho allungato la mano. — Dammi il Macbeth. Vorrei vedere come lo stai facendo.

Lui si è alzato per prendere il computer. Nel farlo, ha rovesciato il bicchiere.


La prima commedia che ho visto di Eh Matsehar era La Vecchia dei Vasi, che era stata messa in scena dagli Art Corps al festival di una stazione. Non ricordo più di quale stazione si trattasse. Forse di Tailin. Abbiamo trascorso abbastanza tempo, laggiù, ed è sufficientemente grande per accogliere gente degli Art Corps.

La commedia è fatta in una forma moderna e ambigua, il che significa che non è chiaramente un poema epico o la commedia di una donna o di un animale o di nient’altro in particolare.

Un guerriero in viaggio d’affari per la sua stirpe incontra una donna che costruisce vasi sul ciglio della strada. Il guerriero è giovane, fiero e di successo, proviene da una stirpe (gli Eh) il cui potere è in rapida espansione. La donna è vecchia e quasi cieca. Fa i vasi servendosi del tatto, ormai, e usa soltanto la semplice smaltatura a sale. Riesce a sentire la forma e la struttura, ma non può più vedere il colore o il disegno abbastanza chiaramente per usarli. Se appartenga a una stirpe, non lo sappiamo. Forse è una di quelle donne che non riescono a sopportare di essere state inserite in un’altra stirpe, dopo che la loro è stata sconfitta in una guerra, e che sono rimaste sole.

Le due persone conversano, la donna della costruzione dei vasi… i problemi tecnici e la difficoltà di lavoro che lei ha ora, rigida per l’età e cieca; il guerriero delle battaglie alle quali ha partecipato, del potere della sua stirpe, delle sue ambizioni.

A poco a poco, gli spettatori cominciano ad avere il sospetto che la donna sia una manifestazione della Divinità. Ci si rende certamente conto che il giovane è un pazzo. La donna gli fa delle domande, acute e divertenti. Le domande arrivano a: Che cosa credi di fare, comunque? Lui non sa rispondere, tranne che con frasi fatte tratte da vecchi poemi epici e con una specie di avidità infantile.

Alla fine, la donna chiede: — Perché non metti da parte quelle armi e non fai qualcosa di utile? Un vaso!

Il giovane china la testa, incapace di rispondere. La commedia finisce.

Gwarha l’aveva odiata ed era uscito con un paio di altri ufficiali anziani per andare a ubriacarsi e a lamentarsi del teatro moderno. Io avevo fatto un giro per la stazione.

Il giorno dopo, ero andato a cercare l’autore e l’avevo trovato al teatro degli Art Corps, intento a discutere con un altro uomo, che si era rivelato per il musicista capo. Qualcuno lo aveva indicato: alto per un hwarhath, anche se non quanto me, di ossatura grossa, dall’aspetto desolato e molto giovane. La sua giovane età spiegava i problemi della commedia. Aveva sollevato lo sguardo mentre mi avvicinavo. (I hwarhath di solito guardano basso quando discutono seriamente.)

— Hah. — Il lungo respiro. I suoi occhi azzurri si erano spalancati; anche le pupille lunghe e strette erano sembrate espandersi. Si era girato, muovendosi goffamente. In seguito, avevo scoperto che era stato ammalato durante l’infanzia: una specie di infezione al sistema nervoso centrale. I medici non avevano mai scoperto di cosa si fosse esattamente trattato.

La malattia era giunta al momento giusto per assicurargli la sopravvivenza. Se fosse stato più giovane, i medici forse non si sarebbero dati da fare per mantenerlo in vita. (I hwarhath non credono che i bambini molto piccoli siano persone.) Se fosse stato un adulto, gli sarebbe stata offerta l’opzione e forse… specialmente all’inizio… lui l’avrebbe accolta.

Alla fine, si era ripreso in modo sorprendente, molto più di quanto ci si fosse aspettati. Ma c’era un danno permanente, soprattutto nelle aree dell’equilibrio e della coordinazione. Era infatti sempre un po’ sgraziato e lasciava cadere le cose.

— Ho visto la commedia — avevo detto. — Mi è piaciuta.

Non ricordo la sua risposta, ma lui era apparso eccitato e interessato. (Più tardi, avevo scoperto che era affascinato dalle persone strane e dagli emarginati.) Avevamo parlato della commedia e poi dei poemi epici in generale. A quel tempo, a me non interessavano più. E lui li disprezzava.

— Falsi e disonesti. La vita non è così. Non siamo eroi sul palco, né facciamo quel genere di scelte. Per la maggior parte del tempo, non ne facciamo proprio. Ci comportiamo come ci hanno insegnato le nostre madri e come ci ordinano di fare i più anziani.

Il musicista, che era rimasto in ascolto, ci aveva interrotti. C’era un problema di musica nella commedia.

L’altro aveva detto: — Voglio incontrarti di nuovo. È possibile? Voglio sapere come si vive tra stranieri. Perché sei passato al nemico? Gli umani non posseggono un loro onore?

Avevo risposto di sì, che era possibile incontrarci, e l’avevamo fatto, anche se Gwarha era parso sorpreso quando gli avevo detto cosa avessi intenzione di fare.

— Il suo lavoro è insolente ed empio. Perché vuoi parlare con lui?

Avevo spiegato che la commedia mi piaceva, e che al ragazzo interessava conoscere l’umanità.

— Materiale per un’altra disgustosa effusione — aveva commentato Gwarha, o parole con quell’effetto.

(Forse sto in parte inventando. Sono passati più di dieci anni dà allora. Potrei controllare il mio diario riguardo al primo riferimento a Mats. Può darsi che lo faccia, dopo che avrò finito questo capitolo.)

Il ragazzo aveva assunto i modi diretti dei hwarhath ed era andato subito al punto. In meno di mezzo ikun, mi stava chiedendo come ci si sentisse nei panni di traditore della stirpe. Come avevo potuto farlo? Mi era stata certamente offerta l’opzione. Perché l’avevo rifiutata?

— Tutto ciò si trasformerà in una commedia?

— Non in una forma che qualcuno riconoscerà. Sono audace ma non pazzo. Non intendo far arrabbiare il figlio prediletto della stirpe di Ettin.

Avevo eluso la maggior parte delle domande personali, anche se vi avevo risposto in seguito. Mats è tenace. Ma gli avevo detto qualcosa sull’umanità e qualcosa sulla mia vita tra i hwarhath.

— Vedi le cose come me — aveva detto. — Tutto è cambiato ma noi continuiamo come prima. Qui non siamo nella pianura di Eh o sulle colline di Ettin. Questo è lo spazio, e il nemico che combattiamo non è come noi. Saremo distrutti, se non impareremo nuovi modi di pensare.

Dopo di che, avevo preso l’abitudine di passare del tempo con Mats. Era la persona più brillante che avessi incontrato da quando ero arrivato tra i hwarhath, fatta eccezione forse per Gwarha. Mats era mentalmente più aperto di Gwarha e aveva più immaginazione. A ventiquattro anni, era già il miglior commediografo maschio della sua generazione.

Quando avevo lasciato la stazione, mi ero tenuto in contatto tramite la sonda-messaggio. Lui mi aveva mandato le copie delle sue nuove commedie, o gli ologrammi, se erano state messe in scena.

Gli avevo spedito informazioni sul teatro terrestre e sinossi di famose commedie con traduzioni di passaggi caratteristici. Era stata una strana selezione. Mi ero limitato a ciò che ero riuscito a trovare nel sistema di informazione dei hwarhath, e loro si erano limitati a ciò che avevano trovato sulle navi umane catturate.

L’Importanza di chiamarsi Ernesto suona stupido e piatto quando viene ridotto. Il dialogo perde tutto nella traduzione. (I hwarhath non sono un popolo brillante.) Shakespeare, d’altra parte, vi transita splendidamente. Mats era eccitato soprattutto dall’Otello. Sarebbe stato uno splendido poema epico, aveva detto, del genere sui pericoli dell’amore eterosessuale. Avevo finito col tradurre tutta l’opera ed era stato il lavoro più duro che avessi mai fatto.

Due anni dopo, ci eravamo ritrovati di nuovo sulla stessa stazione. Questa volta ricordo quale: Ata Tsan. Lo avevo raggiunto in un altro teatro. Di nuovo, stava discutendo con un musicista. Questa volta, avevo sentito il suo soprannome, che si traduce (grossolanamente) con L’Uomo-che-scatena-l’inferno-con-la-musica, e ne avevo capito il motivo. La malattia nell’infanzia lo aveva lasciato parzialmente sordo. Portava un paio di apparecchi acustici: pulsanti di plastica annidati nelle orecchie larghe e profonde perché non si vedessero. Quando erano in funzione, lui non aveva problemi con la conversazione, ma sentiva la musica in modo diverso dagli altri. Sapeva di essere una minoranza, ma sapeva anche come sentiva la musica nelle sue commedie, e come… per la Divinità… voleva udirla. I musicisti lavoravano con lui, perché era così bravo; ma sembravano sempre tormentati. Uno di loro mi aveva detto: — Il mio lavoro non è comporre musica. È negoziare tra Eh Matsehar e il resto della specie.

Mats aveva interrotto la discussione e mi aveva trascinato via per parlare della nuova commedia, che era una versione dell’Otello. Stavano per metterla in scena con maschere simili a quelle delle commedie degli animali. — Solo che queste saranno maschere umane. Sto inventando una nuova forma d’arte, Nicky! Con il tuo aiuto, e tu otterrai credito, te lo prometto. Aspetta di vedere i costumi! Sta andando tutto bene, tranne la musica.

Mi aveva dato una copia del testo. L’avevo letto, quella sera, mentre Gwarha era alle prese con un gioco, individuando i problemi e studiandoli attentamente. Una perdita di tempo, secondo me, ma a me non interessano molto i giochi.

L’Ingannevole Uomo Nero, si chiamava la commedia. Era più lunga di una tradizionale commedia hwarhath e Matsehar era riuscito a includere una grossa parte nella lingua di Shakespeare. Il suo Otello era splendido: eroico e pieno di amore. La sua Desdemona era splendidamente dolce e gentile. Non ero sicuro di cosa avrebbero fatto di lei i hwarhath. Il suo Iago avrebbe potuto strisciare sotto a un serpente.

Dopo averlo finito di leggere, avevo dato il testo a Gwarha. Lui l’aveva letto tutto d’un fiato, senza dir niente finché non aveva spento il computer. Poi mi aveva guardato. — È scritta in modo meraviglioso. Hai ragione sul ragazzo. La Divinità ha disteso tutt’e due le mani su di lui. Ma la fine è sbagliata.

Gli avevo chiesto che cosa volesse dire.

— Una commedia su quel genere di amore dovrebbe lasciare il pubblico con una sensazione di orrore e di disgusto. Ma non provo niente del genere. Sono triste… e arrabbiato con quest’uomo dall’ambizione corrotta. Come si chiama?

— Iago.

— E c’è qualcos’altro… una sensazione… come se fossi appena uscito da uno spazio ristretto e oscuro, una foresta o l’ingresso di una casa fortificata. Adesso mi trovo sul limitare di una pianura. Non c’è niente tra me e l’orizzonte. Non c’è niente sopra di me tranne il cielo vuoto. Hah! — Aveva fatto il lungo respiro hwarhath che può significare quasi tutto.

— Catarsi tragica — avevo commentato.

Gwarha aveva aggrottato la fronte. Avevo cercato di spiegare.

— Ti servi delle commedie per liberare il sistema digerente?

— Mi sono espresso nel modo sbagliato.

Alla fine, lui aveva capito, anche se sarebbe stato d’aiuto se avessi avuto accesso a La Poetica.

— Penso ancora che la fine non funzioni. Ma se usa le maschere… se i personaggi saranno chiaramente umani… forse sarà accettabile.

Mats era occupato con la produzione della commedia, perciò non l’avevo visto molto per un po’… né Gwarha, che era stato chiamato ad Ata Tsan per arbitrare una disputa davvero spiacevole tra due frontisti. La sua grande abilità sono i negoziati, ma… aveva detto… stava raggiungendo il limite.

— Con questi due non si può ragionare, e provengono da due stirpi che non sono mai state amiche. Resteremo qui a lungo, Nicky.

— Troverò qualcosa da fare.

Mi aveva lanciato un’occhiata piena di considerazione.

Qualche giorno dopo, in una delle molte palestre della stazione, mi ero imbattuto in Mats. Mi trovavo lì a praticare hanatsin con uno dei giovani seri, intelligenti e dalle splendide maniere di cui Gwarha si circonda sempre. (La sua abilità nello scegliere ufficiali giovani è notevole.) Non ricordo più quale giovane fosse. Molto probabilmente, faceva quello che fa la maggior parte: mi gettava sul pavimento imbottito, poi mi aiutava ad alzarmi e mi spiegava con meticolosa cortesia l’errore che avevo commesso.

Matsehar non praticava nessuna delle arti marziali oltre al minimo richiesto a tutti sul perimetro, e non si dedicava a sport competitivi. La sua mancanza di coordinamento era un problema troppo grosso. Ma aveva l’ossessione dei hwarhath per la perfetta forma fisica, e si dava da fare tutti i giorni, nuotando o usando le macchine per la resistenza.

Non c’era da sorprendersi che ci incontrassimo nell’equivalente hwarhath di uno spogliatoio né che lui avesse dimenticato di portare un pettine dal manico lungo. (Mats non è un uomo preciso se non in teatro.) L’avevo trovato seduto in fondo a una panca, intento a cercare di raggiungere i peli tra le scapole con un pettine senza manico.

— Lascia fare a me — avevo detto. Mi ero seduto alle sue spalle e avevo preso il pettine. Per un po’, non c’erano stati problemi. I hwarhath passano molto tempo a spazzolarsi l’un l’altro. È un’attività assolutamente impersonale, e mi ero fatto una grossa esperienza con Gwarha.

I peli crescono con angolature diverse sulle diverse parti di un corpo hwarhath. Avevo imparato come comportarmi, cambiando la posizione del pettine. Sapevo come passarlo tra la peluria aggrovigliata e arruffata, senza provocare dolore, e come districare i nodi sulla cresta dei peli più lunghi che vanno dalla cima di una testa hwarhath fino in fondo alla spina dorsale. Sapevo quanta pressione fosse piacevole e confortante.

La mia mente doveva essersi spostata su Gwarha o su un qualunque giovane mi avesse fatto piroettare per la sala dell’hanatsin. Tutt’a un tratto, mi ero reso conto che la mano libera non era più posata sulla spalla di Matsehar ma si era spostata verso l’interno e il basso. Stavo massaggiando… accarezzando… il saldo muscolo della spalla, muovendomi verso la meravigliosa peluria serica del collo e della schiena.

Mats era seduto, immobile, non si sporgeva più verso di me. Potevo notare disagio nel modo in cui si reggeva e sentivo il muscolo contrarsi sotto la mia mano.

Ero un po’ sorpreso dalla sua reazione, ma non molto. Alcuni maschi hwarhath non mostrano interesse per il sesso. Nella loro cultura, non c’è niente di vergognoso in ciò: non sono costretti a mentire o a fingere. Certi sono monogami. Gwarha lo è, quasi sempre. Secondo lui, la promiscuità è troppo faticosa per una ricompensa che non è commisurata. Può usare la stessa energia per la sua carriera e ottenere qualche vero beneficio per se stesso e la sua stirpe. E, infine, ci sono molti hwarhath, la stragrande maggioranza, che non hanno alcun interesse per me.

Avevo borbottato: — Scusami — e avevo finito di pettinargli la schiena, lavorando in fretta, ora, e nel modo più impersonale possibile. Poi mi ero alzato e avevo restituito il pettine. Lui mi aveva ringraziato, la testa bassa, l’aria infelice.

— Non preoccuparti, Mats. Conosci la mia reputazione. Era quasi inevitabile che ci provassi. Non accadrà una seconda volta.

Lui mi aveva guardato, con un’espressione miserabile.

Non era il caso di toccarlo. Avevo detto: — Sta’ allegro — che si può dire nella lingua principale hwarhath, anche se per loro significa "non essere scuro" piuttosto che "non essere pesante".

Lui aveva continuato a guardarmi e non aveva mutato espressione.

— Ti parlerò, più tardi — avevo detto, e me n’ero andato.

Non lo avevo rivisto forse per venti giorni. Lui ovviamente mi evitava. Non avevo intenzione di dargli la caccia. Avevo dedicato più tempo al lavoro, e a Gwarha, quando era possibile.

Una sera, Gwarha aveva detto: — Che cosa succede tra te e Portatore Eh?

Gli avevo dato una qualche risposta evasiva.

Gwarha aveva guardato il tavolo davanti a lui. Si stava divertendo con un altro gioco da tavolo. Ricordo quale, questa volta: eha. Si trattava di un pezzo di legno piatto e quadrato, di un colore pallido e finemente granulato. Vi era stata incisa una griglia di linee rette e dove queste si incontravano c’erano degli incavi: qui si mettevano le pedine, piccoli ciottoli rotondi raccolti sulle rive dei fiumi della terra di Ettin. A rigor di logica, le pedine erano sempre della terra del giocatore, idealmente da lui stesso raccolte. I campioni di quel gioco impiegavano centinaia di giorni a cercare le pietre giuste. Gwarha non è un campione e non ha mai avuto il tempo per quel genere di cose. Era stata una delle sue zie a mandargli le pietre.

Gwarha aveva mosso una pietra, poi mi aveva guardato. — Non è il tipo d’uomo che di solito ti interessa, e… ho sentito due storie. Una è che non gli interessa il sesso. L’altra è che gli piacciono gli attori che rivestono ruoli femminili.

— Hai fatto delle ricerche.

— Mi piace essere al corrente di quello che fai. — Aveva guardato il computer sul divano, accanto a lui. Il programma ricreava lo stile di un campione morto da lungo tempo. — Hah! Sono nei guai.

Mi ero seduto per un po’, arrabbiato. Ci sono volte in cui la costante lotta all’interno della società maschile hwarhath… i pettegolezzi, lo spionaggio e le manovre per la posizione… è maledettamente stancante, almeno per me, anche se mai per Gwarha.

Alla fine avevo detto: — Ci ho provato. Sono stato respinto. Al momento, il portatore svolta gli angoli quando mi vede arrivare.

— Un ragazzino stupido — aveva commentato Gwarha e aveva mosso un’altra pietra.

Qualche tempo dopo, Mats mi aveva chiamato. — Devo parlarti, Nicky, e mi serve un posto sicuro.

Voleva dire un posto senza orecchi estranei… una richiesta non facile, vista la mania che avevano i hwarhath di tenersi d’occhio l’un l’altro. Ma, a quel tempo, Gwarha aveva un suo servizio di sicurezza (aveva già una buona posizione); e avevano controllato sia le mie stanze che le sue.

— Qui — avevo detto.

— E il difensore?

— Un paio d’anni fa, abbiamo fatto un patto. Di me ci si può quasi certamente fidare e ho bisogno di privacy. Gli umani non sono socievoli come il Popolo.

— Hah! — aveva esclamato Matsehar.

Era arrivato alla mia porta con un recipiente piatto. Sapevo che cos’era. C’erano delle serpentine refrigeranti nell’intercapedine tra il rivestimento interno e quello esterno di ceramica che mantenevano sotto zero il liquido: l’halin o il kalin, a seconda dell’accento. È una tossina molto forte e non avevo mai visto Mats nemmeno lontanamente brillo.

Era entrato e aveva estratto da una tasca dei calzoncini una tazza, si era seduto e aveva versato l’halin, trasparente e verde come l’erba in primavera.

— Sei sicuro di voler bere quella roba?

— Sì. Questa non è una conversazione che voglio fare da sobrio.

Aveva bevuto l’halin e aveva riempito di nuovo la tazza, poi aveva cominciato a parlare. Dapprima aveva girato intorno all’argomento, saltando da un soggetto all’altro: la nuova commedia, i vari pettegolezzi. Alle sue spalle (ricordo) c’era il monitor delle mie stanze. Le luci erano tutte accese e incolori. Segno che le porte erano chiuse e che il sistema di comunicazione era spento. Nessuno ascoltava, tranne me.

Alla fine, quando avevo ormai notato che cominciava a farfugliare, aveva fatto una pausa e mi aveva guardato: uno sguardo fisso, anche se le sue pupille iniziavano a restringersi. Se avesse continuato a bere così, sarebbero diventate delle linee a malapena visibili, e lui si sarebbe sbronzato fradicio, un termine simpatico, esattamente appropriato come descrizione.

— Non si tratta di te, Nicky. Non ho niente contro gli alieni. Ti considero un amico. Sono io il problema.

Avevo atteso, in silenzio. Lui aveva fatto un respiro profondo, aveva espirato e poi proseguito.

A volte mi sono chiesto se avevo fatto la cosa giusta quando avevo accettato l’offerta di lavoro di Gwarha. Forse avrei dovuto fare l’eroe e sarei dovuto restare in prigione. Ma se avessi dato retta all’Onore e all’Integrità, non sarei mai stato in quella stanza della stazione di Ata Tsan, ad ascoltare un giovane molto turbato che non provava alcun interesse per gli uomini.

No. Non mi sarei potuto perdere quel momento.

Non aveva mai avuto alcun interesse, aveva detto Matsehar. Per quel che riusciva a ricordare, tutte le sue fantasie sessuali erano state suscitate dalle donne. C’era disperazione nella sua voce. Facevo fatica a trattenermi dal ridere.

Ci aveva provato. La Divinità sapeva se aveva provato a essere come tutti gli altri.

— Se penso alla persona con la quale mi trovo, non funziona. Non riesco a fare l’atto. Se immagino di essere con una donna… — Si era fermato ed era rabbrividito. — Mi sento disonesto. Mi sento… — Aveva usato una bella parola arcaica hwarhath che significava sporco o forse, più precisamente, ricoperto di feci. — Per la maggior parte del tempo, è più facile masturbarsi. Allora, perlomeno, non coinvolgo un’altra persona. Ma mi sento così solo. — Aveva riempito di nuovo la tazza, la mano ormai malferma. — Continuo a pensare… se solo non mi fossi ammalato quando ero giovane.

— Stai dicendo che l’eterosessualità è causata da un’infezione virale del sistema nervoso centrale? È un’idea interessante, Mats, e forse varrebbe la pena d’esplorarla.

Era sembrato sorpreso. — No. Non voglio dire questo. Voglio dire… se avessi avuto una vita normale, se fossi andato a scuola come tutti gli altri.

— Finirai per impazzire cercando di scoprire perché sei quello che sei.

— Tu capisci, vero, Nicky? Provieni da una società in cui questo genere di cosa è normale. Laggiù, non sarei un pervertito.

Mi ero alzato, avevo preso una tazza e gliel’avevo tesa. Matsehar l’aveva riempita. Avevo assaggiato l’halin. Era freddo come il ghiaccio, amaro e forte. Se fossi stato attento, mi avrebbe reso soltanto un po’ brillo. Se non fossi stato attento, mi avrebbe fatto star male per tre giorni. — Mats, non capisco la mia vita, figuriamoci quella di qualcun altro. Devono pur esserci tra il Popolo altri uomini eterosessuali.

Era parso sorpreso. Avevo tradotto la parola direttamente nella lingua principale hwarhath, dove significa in riga, regolare, diretto, eretto e onorabile. — Altri uomini che sono sessualmente anormali. Perché non li cerchi?

— Ne ho trovato qualcuno. Si aggirano attorno agli attori che recitano le parti da donna. Ma cosa possono dirmi? Solo quello che so. Non c’è soluzione al nostro problema.

Aveva continuato a parlare. Non stava più bevendo, ma l’halin stava facendo un effetto sempre più ovvio. Incespicava nelle parole e a volte si fermava, confuso, come se non riuscisse a ricordare cosa aveva detto. Quando aveva sollevato lo sguardo, i suoi occhi erano vuoti, le pupille contratte al punto che non riuscivo a vederle.

C’era un divario troppo grande tra le due facce della cultura hwarhath. Un uomo non aveva modo di incontrare delle donne, se non quelle della sua stirpe, e il Popolo guarda all’incesto con profondo orrore. (Il sesso con animali è una forma relativamente lieve di perversione e… cosa abbastanza interessante… il tipo d’animale non ha importanza. Non è peggio fare del sesso con una giumenta o con una cerva.)

Non esisteva alcuna sottocultura eterosessuale, alcuna sottoclasse di uomini e donne che facessero l’amore insieme.

Matsehar poteva masturbarsi mentre fantasticava su donne immaginarie, che spesso assomigliavano in modo inquietante alle sue cugine femmine. Poteva aggirarsi attorno agli attori che recitavano parti di donne e agli uomini che venivano attratti da loro. A volte, lo faceva, ma sotto i costumi e le pose, gli attori erano uomini. I loro amanti si erano illusi.

— Niente di tutto questo è reale. Nessuno è la persona che vuole essere. Nessuno fa l’amore con la persona con la quale sogna di farlo.

Poteva pensare cose orribili e terrificanti della seduzione e dello stupro.

— Non torno più a casa. Ho paura di diventare come l’uomo di una commedia. Violento. Pazzo.

La situazione aveva smesso di essere umoristica. Il povero ragazzo stava crollando davanti a me, e la cosa che volevo fare… stringerlo e dire: "Via, via, la vita è un inferno" …non era possibile.

— Che cosa vuoi che faccia? — avevo chiesto.

— Non c’è niente che sappia, che possa dire, che mi renda questa situazione più sopportabile?

Perché io?

Perché avevo una prospettiva che nessun altro aveva; perché vedevo la sua cultura dall’esterno; e forse perché vedevo lui come un diverso… un fuorilegge… e vedevo me stesso ancora più al di là dell’intollerabile.

— Mats, posso soltanto dirti di concentrarti su quello che hai. In un certo qual modo, siamo agli opposti. Io ho Gwarha, che immagino sia ciò che tu vuoi: il grande amore… l’intollerabile contro la solitudine… e un corpo caldo nel letto. Credimi, neppure io lo sottovaluto. Ma ho perso la mia famiglia e la mia nazione e la mia specie; e mentre riesco ancora a praticare la mia professione, la mia abilità con la lingua, non posso dare quello che ho imparato alla mia gente. Tu hai il Popolo e la tua stirpe e la tua arte. Non sottovalutare niente di tutto questo.

Lui aveva scosso la testa. — Non mi basta.

— Non ho altro conforto da darti.

Avevamo parlato ancora per un po’. Mats era sempre meno coerente. Alla fine, gli avevo detto che lo avrei riaccompagnato nella sua camera. Non credo che ce l’avrebbe fatta da solo.

C’eravamo andati. Lui aveva sfiorato con la mano la porta che si era aperta, poi si era girato verso di me. — Vorrei poterti amare, Nicky.

Al momento, non era particolarmente attraente. In tutta onestà, non me l’ero sentata di dirgli che mi dispiaceva che fosse eterosessuale. Gli avevo detto di andare a letto. Aveva superato la soglia, barcollando. La porta si era chiusa. Mi ero guardato attorno finché non avevo scoperto la telecamera che copriva quella parte di corridoio. Inutile illudersi. Ci aveva ripresi.

Ero tornato nella mia parte della stazione. Una luce color ambra si era accesa accanto alla porta che dalle mie stanze portava in quelle di Gwarha. Significava che dalla sua parte era aperta. Un invito. Ero entrato.

Lui era disteso sul divano, nella stanza principale, e indossava il costume standard che un hwarhath maschio portava in casa. Un indumento a metà tra il kimono e l’accappatoio e il più sgargiante possibile. Non ricordo quale indossasse quella sera. Ne aveva molti, doni perlopiù delle parenti donne che lo adoravano. Diciamo che era di broccato color vino, risultato di molti riciclaggi, ma ai suoi tempi molto sgargiante. Nel disegno, dei mostri si contorcevano tra i fiori, e c’era un ricamo dorato sulle maniche e sul bordo.

Aveva sollevato lo sguardo quando ero entrato e aveva posato il piccolo computer piatto da lettura. — Come dite voi umani? Se non ti conoscessi bene, direi che ti sei ubriacato.

— Matsehar è venuto a trovarmi. Lui si è ubriacato. Io sono solo un po’ brillo. Credo di essermi fermato in tempo, ma Mats starà male come un piccolo animale domestico sulla Terra.

— Risolte le tue difficoltà con lui. — Era una domanda.

— Non credo che si nasconderà più dietro gli angoli quando mi vedrà, ma non ha alcun interesse sessuale per me. Nessuno.

— Bene. Non è mai facile per me stare a guardare quando sei in vena di guardarti in giro.

Mi ero seduto sul bordo del divano. — Sai, esistono vite peggiori di quella che vivo.

— Certamente — aveva detto Gwarha.

Gli avevo preso una mano e avevo accarezzato la peluria sul dorso, grigio acciaio e morbida come velluto, poi gliel’avevo girata e avevo baciato il palmo scuro e privo di peli.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA NON VISIONE


10

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Rientrò una sera e sentì odore di caffè mentre la porta si apriva.

— Nicholas? — chiamò, entrando.

La stanza era al buio fatta eccezione per una lampada accesa in fondo al divano. Nick era lì, i piedi su un tavolo, come al solito. (Il legno mandava più che mai riflessi di madreperla.) Aveva una tazza in mano. Davanti a lui, la parete era scomparsa e uno scuro pendio scendeva fino alla baia piena di luci lampeggianti.

Anna riconobbe il ritmo staccato e i colori: arancione e azzurro pallido. Era il suo messaggio in lec. Pericolo. Strano amico. Pericolo.

— Che diavolo? — domandò.

— È l’equivalente hwarhath di vacanze fotografiche. Ne fanno ogni volta che atterrano su un pianeta. Sapevo che doveva essercene del suo posto. Come lo chiamavate?

— Reed 1935-C.

— Pensavo che le sarebbe piaciuto vedere la registrazione.

L’immagine si confuse: collina nera e baia luminescente. Anna disse qualcosa, che cosa, lei stessa non lo sapeva; ma le doleva la gola e aveva difficoltà a parlare. Un momento dopo, sentì le braccia di Nicholas attorno a lei.

— Non volevo farle del male, Anna.

Il corpo di Nicholas era angoloso e tutto muscoli. Il suo vestiario emanava un aroma acuto che lei non riconobbe. Sapone alieno?

— Si sieda. — Nicholas la guidò verso il divano e un momento dopo se ne era andato. Anna si asciugò gli occhi. La luce del soffitto s’accese. Il paesaggio davanti a lei era svanito. — Torno subito — gridò lui.

Ritornò con un’altra tazza. — Ci ho messo un po’ di brandy. Il generale è riuscito a procurarsene un buon quantitativo di bevibile su Reed-quello-che-è. Ora, cos’è accaduto? Come ha fatto a finirci dentro?

— Ci hanno sbattuti fuori. Non solo me. Tutti. E non hanno permesso che ci tornasse nessuno. Il pianeta è vulnerabile, adesso. I hwarhath possono trovarlo.

Lui annuì. — Ci sono momenti in cui mi vergogno della mia specie. Perché hanno usato quel pianeta per i negoziati? Avrebbero potuto sicuramente trovare un altro mondo sul quale non ci fosse nulla che valesse la pena di studiare.

— Non lo so. — Anna bevve il caffè.

— Be’, hanno perso il pianeta, a meno che i negoziati di adesso funzionino. È questo che intendeva quando ha detto che la sua carriera era rovinata?

Lei annuì. — Il mio campo è l’intelligenza non umana. Che cosa mi rimane se non posso avere gli pseudosifonofori? Posso arrabattarmi studiando animali su altri pianeti, animali che non hanno nemmeno l’intelligenza di un delfino. Sempre ammesso che riesca ad avere una sovvenzione. Ha messo brandy nel caffè o caffè nel brandy?

— Vuole che modifichi le proporzioni?

— Penso che un altro po’ di caffè andrebbe bene.

Nicholas andò e tornò con la tazza, poi disse: — Le dispiace se spengo la luce in alto? Il Popolo ama un ambiente relativamente in ombra quando si rilassa, e io immagino di esserne stato condizionato. Troppa luce mi fa pensare che devo andare al lavoro.

— Okay.

La luce si spense e la stanza si oscurò nuovamente. Come prima, rimase accesa la lampada in fondo al divano. Nicholas andò a sedersi al suo posto di prima, accanto alla lampada, e prese la tazza. Anna colse il brillio di metallo al suo polso, il braccialetto che aveva avuto l’ultima volta che si erano parlati. — Dunque, il generale le ha fatto un favore quando ha chiesto agli umani di mandare lei. Eccola qui, in mezzo a un sacco di intelligenza aliena.

— Non è come mi aspettavo. Trascorro il mio tempo ad ascoltare Eh Matsehar che parla di Macbeth e Hai Atala Vaihar che parla di Moby Dick.

— Le cose cambieranno — disse Nicholas. — Vaihar ha scovato una copia di Huckleberry Finn. Era nei file che abbiamo portato via dalla vostra stazione. Ha già cominciato a farmi delle domande sul libro. Gli ho detto di parlarne con lei. Ho letto le sue note di ricerca. Erano anch’esse nei file della stazione. Non penso che i suoi animali siano intelligenti.

— Perché no?

Nicholas rimase per un momento in silenzio. — Per molte ragioni. Vuole che ne parli? Non voglio però vederla di nuovo in lacrime, Anna.

— Non piangerò.

— Okay.

Lui le spiegò le sue ragioni. Si trattava in gran parte delle stesse obiezioni che Anna aveva sentito dai colleghi di Reed 1935-C. Gli pseudosifonofori non avevano una cultura materiale. Il loro linguaggio non era un vero linguaggio. Non aveva una grammatica: mancando di una grammatica, gli alieni non avrebbero potuto parlare in sequenza e con conseguenza.

Disse Nick: — Secondo me, l’intelligenza ha qualcosa a che fare con il gruppo e la relazione e forse con la causa-effetto.

— Non vedo alcuna ragione per cui avrebbero bisogno di sviluppare un linguaggio. Noi usiamo la lingua per codificare le esperienze, per metterle sotto una forma che altre persone possano comprendere. Una volta fatto, possiamo dividere ciò che conosciamo. Ecco come insegniamo e come impariamo. Ma se uno dei suoi individui vuole imparare qualcosa, non deve far altro che mangiare un altro pseudosifonoforo. Per quel che posso capire dai suoi appunti, questo è il modo principale per trasmettere informazioni. Funziona, non c’è dubbio, e significa che non hanno bisogno di complicati modi di comunicazione.

— Tranne che nel periodo dell’accoppiamento. Quello è l’unico momento in cui si avvicinano l’uno all’altro. Per il resto dell’anno, sono solitari per paura di essere mangiati; e gli individui davvero grossi, quelli che dovrebbero essere i più svegli e i meglio informati, perché hanno mangiato la maggior parte dei compagni, quelli sono sempre solitari. Non si accoppiano più.

Anna non era più infelice. Forse era il brandy nel caffè o il piacere di ascoltare le argomentazioni di Nick, sebbene non fosse d’accordo con lui.

— Il che mi porta all’ultima ragione che mi induce a pensare che i suoi individui non siano intelligenti. Non mostrano un sufficiente interesse per il sesso. — Nicholas la guardò. Anna vide il bianco luccichio di un sorriso.

— Che cosa vuol dire? Ha visto la baia. Ha visto l’oceano.

— Durante la stagione dell’accoppiamento. Ma gli umani non hanno una stagione dell’accoppiamento, e neppure il Popolo. Siamo sempre sessualmente attivi e sessualmente interessati.

— Immagino che ci sia un beneficio evolutivo nell’essere sempre eccitati. Tiene vivo un interesse costante per gli altri e dà una ragione per restare in buoni rapporti. Ci tiene uniti. Dobbiamo andare d’accordo l’uno con l’altro, se vogliamo farci scopare.

Anna scosse la testa. — Ci sono molti animali che formano comunità.

— Non come le nostre comunità. Non riesco a pensare ad animali che siano intensamente e continuamente interessati l’un l’altro come lo siamo noi e il Popolo.

— Se i suoi individui perdessero la stagione dell’accoppiamento, se fossero costantemente interessati l’un l’altro, se quelli grossi mantenessero un interesse per il sesso, allora forse sarebbero costretti a dare vita a una cultura. Forse comincerebbero a sviluppare un vero linguaggio. Forse comincerebbero a diventare intelligenti.

— Pensa seriamente queste cose sull’argomento? — domandò Anna.

Lui rise. — Molto probabilmente, no. Ma penso seriamente che manchi una cultura materiale, e forse le piacerebbe ascoltarmi parlare del linguaggio. Quella è un’area in cui sono competente.

— Ero venuto a dirle una cosa e mi sono distratto. Le donne hwarhath stanno diventando impazienti. Vogliono parlare di nuovo con lei; ma il generale non vuole mollarmi. Così, le donne porteranno un loro traduttore, che è una donna. Io parteciperò a un paio di discussioni per fare il doppio controllo del lavoro; poi me ne andrò, il che è un peccato. Ho il sospetto che le donne saranno molto più interessanti dei diplomatici. Ma il generale ha parlato. Ed ecco cos’ero venuto a dirle. Non so bene perché abbia finito con l’analizzare i suoi alieni. — Posò il bicchiere. Lei vide di nuovo scintillare il braccialetto d’oro e di giada. — No. È una menzogna. Ho cominciato a parlare degli alieni perché lei era turbata per la registrazione, e la sua reazione mi ha messo a disagio. La scienza è l’unica consolazione sicura. Credo di averglielo già detto una volta. E ho scoperto che ci sono soltanto due attività che distraggono veramente dall’ordinario dolore della vita: il sesso e giocare con le idee. — Si alzò. — Vuole che tolga la registrazione?

— No. La lasci.

Nicholas le mostrò come usare il proiettore, poi le augurò la buonanotte. Dopo che se ne fu andato, Anna proiettò la registrazione. La parete svanì di nuovo e lei si ritrovò a guardare la collina con la zona diplomatica. Aveva resistito?

I suoi animali trasmettevano messaggi luminosi. Bevve il resto del caffè col brandy. Nick si sbagliava, pensò, influenzato dal genere d’intelligenza che avevano gli umani.

Immaginò i membri adulti della sua specie aliena che galleggiavano tra le correnti dell’oceano e trascinavano viticci lunghi anche cento metri. I loro corpi simili a campane contenevano una dozzina di cervelli, visibili (debolmente) attraverso la pelle trasparente. Doveva esserci un motivo per tutti quei neuroni e tutte quelle informazioni. Immaginò intelletti enormi, freddi, solitari, dediti alla contemplazione, una specie per la quale il non attaccamento era naturale. Per loro, l’Ottuplo Sentiero non era necessario. Le Quattro Nobili Verità erano irrilevanti. Non erano turbati dalla lussuria o dall’avidità. Non avevano bisogno che la Scimmia arrivasse con i canestri delle Scritture. Avevano già raggiunto una sorta d’illuminazione.

A quel punto, si rese conto che il brandy stava facendo il suo effetto.

Andò in bagno e si fece una doccia. Poi andò a letto. Il soffitto era coperto di nebulose rosa, i cui filamenti facevano pensare… piuttosto strano… a un neurone. Al di là e attraverso quelle, splendeva una moltitudine di stelle.


11

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Il giorno seguente, parlò ai colleghi della conversazione avuta.

— È un peccato che stia per perdere i contatti con lui — commentò il capitano McIntosh.

— Perché? — domandò Anna.

— Vorrei avere la possibilità di conoscerlo meglio — rispose Mac. — Direttamente o indirettamente.

— Niente complotti, capitano — disse Charlie Khamvongsa.

— Faccio parte dell’esercito regolare. Noi non complottiamo. Pensiamo in maniera strategica.

Charlie rise. — D’accordo. Ma lasciamo in pace Nicholas Sanders.

Hai Atala Vaihar l’accompagnò di nuovo per i freschi e luminosi corridoi della stazione. — Nick le ha detto che ho trovato l’altro libro?

— Sì.

— Il fiume è reale? Esiste sulla Terra?

— Il Mississippi? Sì.

— Mi piacerebbe vederlo.

Anna decise di non dirgli che era molto cambiato: le foreste tagliate, le acque stagnanti in gran parte prosciugate, il fiume stesso ridotto (in molti punti) a un canale dritto e stretto, a malapena profondo per il traffico fluviale. Gli animali… aquile e aironi, pesci, molluschi, orsi, puma, daini, procioni e opossum… quasi tutti spariti.

Trecento anni di civiltà. Cent’anni della Grande Siccità del Midwest. Era doloroso leggere Mark Twain, ora.

— Il mio paese è lontano dalla costa — disse Vaihar. — E sono cresciuto accanto a un fiume, anche se non grande. Ero solito esplorare le rive e andare sulle isole. — Fece una pausa. — Non capisco che legame ci sia tra Huck e Jim.

— Sono passati molti anni da quando ho letto quel libro.

— Se fossero membri della mia specie, saprei esattamente cosa succede e direi che è sbagliato. Hanno età diverse. I bambini devono sempre essere protetti. Ma… — Lui aggrottò la fronte e si fermò in mezzo al corridoio. — Non sembrano avere età diverse. Al ragazzo non sono state prestate cure sufficienti e all’uomo non è stata concessa abbastanza autonomia. Così, il ragazzo è un adulto e l’uomo ha un che di bambino. Molto strano! Voi umani mescolate tutto.

Proseguì e Anna gli tenne dietro.

Quando raggiunsero l’ingresso degli alloggi umani, lui parlò di nuovo. — C’è un momento in cui i ragazzi cominciano a innamorarsi l’uno dell’altro nel modo giusto. Sognano di fuggire. — La guardò per un istante. — Di solito, scopriamo l’amore nello stesso momento in cui ci rendiamo conto di quanto dobbiamo alle nostre famiglie e al Weaving. L’infanzia è quasi finita. Abbiamo davanti a noi l’età adulta. Non è un periodo facile. Vogliamo… — Fece una pausa. — …fuggire, evitare ogni responsabilità. Vogliamo avere soltanto il nostro amore.

"Ecco cos’è questo libro. Un sogno di fuga. Ma niente è veramente giusto. Niente è esattamente come dovrebbe essere. Credo di capire e poi non capisco. È molto inquietante."

La lasciò. Lei entrò nelle sue stanze.

Quella sera, guardò di nuovo la registrazione. I suoi alieni erano tornati al messaggio azzurro e verde. Sono io. Non intendo fare alcun male. Luccicava debolmente attraverso una pioggia nebbiosa. Anna riusciva a vedere le luci gialle della stazione di ricerca all’estremità della baia. I hwarhath dovevano essere stati laggiù quando quella registrazione era stata fatta, a cercare nei computer e a interrogare i suoi amici. Immaginò il Popolo, preciso ed educato, che si muoveva in corridoi familiari, come tanti danzatori o contabili.


Qualche giorno dopo, Vaihar riapparve ai negoziati, e quel pomeriggio Nicholas si presentò all’ingresso degli alloggi umani. Indossava abiti civili: quelli marroni dal taglio strano.

— Tsai Ama Ul vuole parlare con lei.

— Va bene.

Si recarono nella solita stanza. Due donne li aspettavano. Anna ne riconobbe una: la donna di Tsai Ama, che questa volta indossava un vestito bianco e argenteo. La seconda era alta come Anna e snella. Il suo vestito era azzurro-verde e semplice, non di broccato, anche se i pannelli avevano una lucentezza serica. La peluria era nera come quella di Tsai Ama Ul.

— Non fissi Ul — la avvertì sommessamente Nicholas. — Ma l’altra donna è una sua pari. La guardi direttamente. Si accerti di stare davanti a me. Io sono la persona più giovane, qui, e non sono legato a nessuno tranne che a lei.

Anna era abbastanza vicina, ora, per vedere che la donna snella aveva gli occhi azzurro-verdi. Una fila di borchie d’argento adornavano le estremità delle sue orecchie molto larghe.

— Si fermi — ordinò Nick.

Lei obbedì.

Lui disse: — Ha già incontrato la donna di Tsai Ama. L’altra è Ama Tsai Indil. Le due stirpi sono associate. Le spiegherò un’altra volta che cosa significa. Questa è Perez Anna.

— Sono lieta di conoscerla — fece la donna snella. Aveva una voce profonda e rauca e il suo inglese era eccellente.

Tsai Ama Ul parlò nella sua lingua. Anna comprese soltanto una parola: Nicky.

— Dobbiamo sederci — spiegò Nicholas. — E io devo fare attenzione alle mie maniere e non causare problemi.

Ama Tsai Indil disse: — Quella è una libera traduzione. Mia… cosa dovrei dire? cugina? …è più gentile.

— Prova con compagna anziana — suggerì Nick. — Non esiste una buona traduzione.

Si sedettero, Nicholas più indietro rispetto ad Anna e di lato, le due donne aliene di fronte a lei.

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò. — È passato troppo tempo e stiamo lasciando troppe cose agli uomini. Non sono certa che sia una buona idea. È compito degli uomini badare ai nemici. È possibile che vedano nemici quando questi non sono presenti. Naturalmente, è nella natura degli uomini pensare al pericolo che può nascondersi in qualunque nuova situazione, e quando incontrano stranieri cercano le armi.

"Questa forse non è la risposta giusta, e mentre è sicuramente responsabilità degli uomini trattare con i suoi uomini, non è loro responsabilità o loro diritto trattare con lei.

"Le farò altre domande sulla sua gente, Perez Anna. La prego, risponda direttamente. Ho paura che non si riesca a trovare il modo di parlarci, che dobbiamo accettare le decisioni che gli uomini prendono per sospetto e per paura."

Anna trascorse le due ore successive a parlare, ancora una volta, della vita sulla Terra. Per gran parte del tempo, la donna snella tradusse. Di tanto in tanto, Nicholas la correggeva o discutevano del significato di una parola.

Alla fine, Tsai Ama Ul disse: — È chiaro che i vecchi modi di capire il comportamento non funzioneranno. Voi siete troppo diversi. Credevo che non avrei avuto problemi. Sono una studiosa e ho studiato la vostra cultura. Ma devo confessare che sono a disagio ed è possibile che abbia paura. — Fece una pausa, poi aggiunse qualcosa, rapidamente.

— La donna di Tsai Ama dice che non sono le armi umane a spaventarla. Vuole che lei capisca questo. I nostri uomini ci hanno detto che sanno cavarsela con la violenza degli uomini umani. Ma una cosa è essere al corrente di un qualcosa di strano a distanza, un’altra è averlo davanti a noi.

La traduttrice si fermò e Tsai Ama rimase silenziosa. Anna ebbe l’impressione che stesse meditando. Alla fine, parlò.

Questa volta fu Nick a tradurre. — La donna di Tsai Ama dice che ha abbastanza informazioni, ora. Ha bisogno di pensare. Ci ha congedati.

Si alzarono. Tsai Ama Ul sollevò lo sguardo e parlò ancora una volta. Nicholas rise per ciò che disse e annuì, poi indicò la porta. Anna uscì davanti a lui.

Quando furono nel corridoio, domandò: — Cos’è stata l’ultima frase?

— Quella di Ul? Si congratulava con me per essermi comportato in modo abbastanza decente.

— È una sua amica? La chiamava Nicky.

— Siamo simili. Lei è interessata all’umanità. Noi le offriamo un confronto o un controllo quando pensa alla storia del suo popolo.

Raggiunsero la porta di Anna. Lei l’aprì toccandola con la mano. Nick annuì e se ne andò.

Anna entrò e accese l’ologramma: una giornata di sole su Reed 1935-C. La baia era azzurra, e le colline erano dorate. Nuvole alte e sottili si sollevavano dall’oceano. Come lo si definiva? Un cielo sgombro? I suoi alieni erano invisibili ma lei vedeva aerei volare sulla stazione e la collina della zona diplomatica. Navi hwarhath che andavano e venivano dalla loro base sull’isola.

Doveva essere possibile fare un confronto a tre tra gli umani, i hwarhath e i suoi alieni della baia. Una cultura materiale è necessaria? Qual è il linguaggio? Quanta importanza ha il sesso? C’era abbastanza materiale per dozzine di articoli e nessun umano, tranne Nicholas, aveva accesso a ulteriori informazioni sui hwarhath. Forse sarebbe stato disponibile a essere il coautore. Gesù Maria, poter usare ciò che lui sapeva sul Popolo!

Ma non sarebbe stato possibile se i negoziati non avessero avuto successo. Cominciò a sentire una fiera determinazione. I negoziati dovevano avere successo.


12

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C’era un biglietto nel mio ufficio. Gwarha era andato a casa. Potevo raggiungerlo, se volevo. Il che significava che era un invito, non un ordine.

Sono andato a casa e mi sono ripulito. Lui non aveva chiuso la porta tra i nostri alloggi, dalla sua parte. Era acceso un ologramma: un paesaggio. Il sole entrava da un’estremità della stanza, e io vedevo un muro di pietra grigia, alto, un po’ diroccato. Pezzi di roccia giacevano sul terreno, davanti al muro; attraverso un varco, si vedevano alberi con foglie ramate che si muovevano al vento.

La pietra aveva screziature di una pianta simile al lichene. Le macchie erano perlopiù gialle. Alcune argentee. Qua e là punti e striature rossi.

Conoscevo quel posto. Vi ero stato con Gwarha durante una delle nostre visite a casa sua. Era un’antica fortezza che si ergeva in una landa di quello che era stato il confine di Ettin. Il confine era molto più spostato, adesso. La fortezza risaliva ai giorni in cui Ettin aveva appena cominciato a espandersi.

Eravamo saliti tra le rovine, e Gwarha mi aveva parlato del costruttore della fortezza, che era stato un suo antenato, un uomo sanguinario e brutalmente deciso. Ai suoi tempi, la stirpe di Ettin era aumentata più del doppio. Altre due stirpi erano state distrutte, i loro uomini uccisi, le donne e i bambini assimilati. Niente poteva fermare l’antenato tranne una parola di sua madre o della sorella maggiore: era un figlio e un fratello devoto. Le parenti donne erano famose politicanti. Quello che lui riusciva a fare con le spade, loro potevano farlo con il linguaggio. Che strana combinazione!, aveva detto Gwarha.

Era tarda primavera e la giornata era calda. Le rovine erano asciutte e polverose. Alla fine, ci eravamo allontanati ed eravamo scesi lungo il fiume che scorreva sotto la fortezza, all’ombra di alberi rosso-rame. Avevamo bevuto. Poi Gwarha si era tolto i vestiti ed era entrato in acqua.

Io avevo deciso di non farlo. Il fiume scendeva dalle montagne. Era troppo freddo per me. Lui mi aveva spruzzato e si era messo in cerca come un bambino delle solite cose che si trovano in un fiume: sassi, pesci e animali con tante zampe. I pesci erano fuggiti via spaventati, naturalmente, ma lui era riuscito a trovare qualcosa di lungo, piatto e segmentato. Ogni segmento aveva un paio di zampe. "Ehi, Nicky, guarda questo! Non è bello?"

La cosa si contorceva nella sua mano. C’erano mandibole a un’estremità e forse delle tenaglie. All’altra, due antenne lunghe e strette che si agitavano nell’aria.

"Molto bello", gli avevo detto. La cosa si era dimenata ancora e lui l’aveva lasciata cadere.

Poi aveva deciso che sarebbe stato divertente trascinarmi nel fiume. Non era riuscito a farlo, ma mi ero ritrovato ugualmente tutto bagnato. Eravamo tornati nel cortile della fortezza. Avevo disteso i miei vestiti ad asciugare e avevamo fatto l’amore. Gwarha si era addormentato. Io mi ero sdraiato al sole, il suo corpo contro il mio, il pelo ancora umido.

Avevo avuto la sensazione che mi avesse portato lì con uno scopo. Anche il rapporto sessuale era stato pianificato. Un’esibizione per il suo antenato. — Guarda dove sono stato, vecchio. In posti che non puoi neppure immaginare. E guarda che cos’ho catturato e portato a casa.

Ero scivolato in uno di quei sogni vividi, quasi razionali, che si fanno al limite del sonno. C’era qualcosa nel cortile. Mi alzavo in ginocchio. Gwarha era al mio fianco, addormentato.

Davanti a me c’era un maschio hwarhath, il pelo argenteo per l’età. Portava una cotta di maglia che gli arrivava al ginocchio. Al fianco aveva una spada. In mano stringeva un pugnale con la lama che scintillava alla luce obliqua del tardo pomeriggio.

L’antenato, naturalmente, era una versione estrema del tipo fisico caratteristico di Ettin: basso e molto grosso, con braccia e gambe robuste, una cresta di peli scuri che gli correva sulla testa calva, il viso largo, piatto, brutto.

Gwarha si drizzava a sedere, spaventato.

— Cosa c’è che non va, ragazzo? — chiedeva l’antenato. Parlava la lingua di Ettin, che io conoscevo; ma non riuscivo a capire.

— Se vuoi scoparti un nemico, bene. Ma non andare a dormire con lui. Ecco come saresti potuto finire.

Mi afferrava per i capelli e mi rovesciava la testa all’indietro. E mi tagliava la gola.

Mi ero svegliato. Fortunatamente. Se avessi dormito ancora un po’, laggiù, mi sarei preso una scottatura da sole. Gwarha dormiva ancora; si era svegliato soltanto nel mio sogno. Mi ero alzato e avevo controllato i vestiti. Non si erano ancora asciugati. Mi ero accovacciato all’ombra del muro, la schiena contro la pietra calda, e avevo aspettato finché lui non si era rotolato e, con un gemito, non si era messo a sedere. Per tutto quel tempo, mi ero sentito nervoso, come se il vecchio fosse da qualche parte, nelle vicinanze, il pugnale ancora in mano.

Era accaduto anni prima; ma non mi sentivo a mio agio davanti a quel muro. Il lichenoide… rosso… aveva il colore del sangue secco. Solo la Divinità sapeva perché Gwarha avesse deciso di voler quella scena nel suo soggiorno. Ho cercato il proiettore e ho trovato qualcosa che mi piacesse di più: onde spumeggianti sul Lago Rotondo di Ettin. Una barca con le vele rosse scivolava sull’acqua.

Mi sono seduto a guardare. Era una bella imbarcazione, stretta e veloce. Si piegava quasi orizzontalmente per il vento che gonfiava le enormi vele rosse.

Dopo un po’, Gwarha è entrato e si è piazzato alle mie spalle. Era appena uscito dalla doccia. Potevo sentire l’odore del pelo bagnato e quello aromatico del sapone. — Non ti è piaciuta la fortezza.

— No.

Mi ha toccato una spalla. — Sono andato da una maga dopo che mi hai raccontato il tuo sogno. Te l’ho mai detto? La maga mi ha detto che avevo fatto arrabbiare il vecchio. Ho dovuto far fare delle cerimonie. Lui non è persona con cui voglio litigare. — Ha detto un’altra cosa. — Ha mosso la mano, arruffandomi i capelli. — C’è un abisso tra il mondo del mio antenato e il mio che non può essere colmato. Ho cercato di parlargli, di attraversare il vuoto. Lascia in pace i vecchi morti, mi ha detto la maga. Il loro modo di vivere è finito.

"Ho guardato il muro e ho pensato alle sue parole. Hah! Ha ragione. Ma non riesco a capire come dovrebbe essere il nuovo modo di vivere. Non so come andare avanti. Che cosa devo fare, Nicky?"

Non ho risposto. Gwarha aveva già sentito tutte le mie teorie e tutti i miei consigli.

Davanti a noi, la barca… la bella barca… proseguiva. Giaceva per un momento piatta sull’acqua; poi si raddrizzava.

— È un brutto auspicio? — ho chiesto.

— No. I brutti auspici esistono soltanto nel mondo reale. Ormai, dovresti saperlo. Nessuno vede mai il futuro in un ologramma.

Okay.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


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Un paio di giorni dopo, Anna rimase con i suoi colleghi per tutta la sera. Il capitano McIntosh l’accompagnò all’ingresso. — Se vede l’addetto Sanders, gli dia questo. — Le porse una cartellina di carta.

— Che cos’è?

— Una copia del suo file. Lo legga, se vuole. Non c’è niente di segreto.

— Perché vuole farglielo vedere?

— Potrebbe interessargli. Ci sono delle informazioni sulla sua famiglia.

Anna prese la cartellina, se la portò nel suo alloggio e si sedette a leggere.

Sanders, Nicholas Edgar, data di nascita: 14/7/89. Luogo di nascita: DeCaugh, Kansas. I suoi genitori erano Genevieve Pierce, D.V.M., ed Edgar Sanders, uno specialista delle tecnologie tradizionali presso l’Agricultural Rescue Administration. Aveva una sorella di tre anni più giovane: Beatrice Helen Pierce.

Istruzione: scuole pubbliche locali; Università di Chicago. Aveva ottenuto un M.A. nel 2110. (Anna fece qualche conto e decise che doveva aver saltato un paio di classi.) Il suo forte era stata la teoria linguistica; il suo debole la scienza dei computer. Subito dopo aver ricevuto il master, era entrato nelle Forze Armate Unificate. Aveva continuato a studiare, questa volta all’Università di Ginevra. Di nuovo, la sua area specialistica era stata la teoria linguistica. La registrazione dei dati si fermava al 2112.

Tre anni dopo, era a bordo di una nave spia che era stata catturata nello spazio hwarhath. In quei tre anni doveva aver lavorato sulla lingua hwarhath.

Una storia stranamente scarna. Non c’era alcuna prova di vita personale. Ne aveva avuta una? Le interessava?

Lesse il resto del file. Sua sorella aveva studiato presso l’Università del Wisconsin, si era sposata e aveva avuto un figlio, una bambina di nome Nicole. Il matrimonio si era concluso con un divorzio. La sorella viveva a Chicago e lavorava per un’organizzazione sindacale. C’era una fotografia, l’ologramma di una donna alta, sulla quarantina, magra, con capelli biondi ribelli. Socchiudeva gli occhi per il sole e sorrideva. Era il sorriso di Nick e la sua posa, leggermente scomposta, le mani in tasca. Indossava un paio di jeans, una camicia rossa sbiadita e una giacca di tela con dei bottoni appuntati sul risvolto. Anna non riuscì a leggere la scritta sui bottoni.

Al suo fianco c’era la figlioletta: magra e sgraziata, il colorito caffelatte, i capelli ricci corti; una bambina di undici o dodici anni che sarebbe molto probabilmente diventata alta. Portava jeans anche lei e una camicia nera con le maniche corte con una scritta in rosso: NON LAMENTARTI, ORGANIZZATI.

Anna passò all’altra fotografia, una 2-D. Una coppia seduta tra un pubblico. La foto era stata scattata di lato ed era ovviamente un’istantanea. Un uomo e una donna, entrambi alti e magri, seduti ma molto diritti. Tutti e due avevano i capelli bianchi. La donna li portava raccolti in trecce legate attorno alla testa. Quelli dell’uomo arrivavano alle spalle ed erano ricci. Avevano dei lineamenti eleganti che ad Anna ricordarono gli aironi.

Andò avanti a leggere. Si erano ritirati a Fargo, Nord Dakota, ed erano ancora vivi. (La foto era stata scattata cinque mesi prima a una conferenza presso l’università locale in onore del poeta del Nord Dakota Thomas McGrath.) (Perché una persona si sarebbe ritirata a Fargo?) Genevieve aveva ottantacinque anni; Edgar ottantatré. Erano membri attivi della locale chiesa metodista e di varie altre organizzazioni che si occupavano (soprattutto) di problemi ambientali e sociali.

Maniaci. Nicholas proveniva da una famiglia di benefattori.

Anna guardò di nuovo le foto: la sorella con i capelli biondi scomposti dal vento, la nipotina dall’aria seria, i genitori-aironi.

Qualcosa di tutto quello era in sintonia con l’uomo che conosceva lei?

Chiuse il file e andò a letto. Era strano stare sdraiata nell’oscurità, a centinaia di anni luce da casa, a pensare a persone che avevano trascorso la loro vita nel Midwest americano, che forse sarebbero morte in quella terra polverosa che stava lentamente inaridendo, con i fiumi che si svuotavano, i pozzi che non producevano niente, le nuvole marroni che riempivano il cielo.

Il giorno dopo, chiamò Nicholas e gli chiese di venire.

Lui arrivò nel pomeriggio, dopo la fine della riunione giornaliera, ancora con l’uniforme da guerriero spaziale e gli stivaloni neri.

Anna gli porse la cartellina. Nicholas si sedette e lesse. Quand’ebbe finito, guardò le due fotografie. Alla fine, sollevò la testa. Il suo viso era una maschera. — Dove l’ha trovata? — Anna non aveva mai sentito quel tono. Gelido.

— Me l’ha data il capitano McIntosh. Mi ha detto di consegnargliela.

— Perché? Cosa dovrei farne?

— Niente. Pensava che le sarebbero potute interessare le informazioni sulla sua famiglia.

— Perché?

— Per amor del cielo, Nick, è la sua famiglia.

Lui raccolse le pagine, le ordinò, in modo che fossero tutte pari, poi mise davanti le fotografie e chiuse la cartellina. Ogni movimento era preciso e pieno di rabbia. — Non so bene che cosa si aspetti che faccia — disse, la voce morbida. — Che scoppi in lacrime e dica che farò qualunque cosa pur di vedere mamma e papà prima che muoiano? Che dica che devo vedere mia nipote cui hanno dato ovviamente quel nome a causa mia, ammesso che esista, che non sia un’invenzione della Mi? Io sono qui. Non tornerò mai a casa. Ho scelto da che parte stare. Non mi lascerò comprare o spaventare o sedurre o imbrogliare. Non c’è alcun patto… assolutamente nessuno… che si possa fare con me. Allora, perché il capitano McIntosh vuole che veda questa cartellina?

Anna era prossima al pianto. — Nick, non lo so.

Lui sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. — Lei probabilmente no. Anna, questa gente è velenosa. Non si lasci usare da loro. Non imparano mai. Non migliorano mai. Continuano a fare scherzi. Continuano a pensare che i loro giochi funzionino. Non so che cosa conti nella storia; ma i giochi di spie sono triviali e inutili, maliziosi e demoniaci. Non si lasci coinvolgere. — Si alzò e prese la cartellina. — Ringrazi il capitano McIntosh per le informazioni. Non le chiederò di dirgli di andare a farsi fottere. È un genere di messaggio che dovrebbe essere consegnato personalmente.

Se ne andò e Anna si mise a piangere.


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Ho atteso fino a sera per parlare con Gwarha. Secondo una delle nostre regole, in pubblico e durante le ore d’ufficio dovevo comportarmi più o meno come un funzionario o un gentiluomo. Sapevo che avrei avuto voglia di arrabbiarmi. Immaginavo d’avere un buon motivo per voler camminare e gridare. Perciò, ho atteso che fosse comodo, a casa, poi gli ho dato la cartellina.

Lui ha letto, poi ha posato le due fotografie sul tavolo, davanti a sé. Le ha guardate e ha guardato me. — Faccio fatica a trovare delle rassomiglianze tra gli umani. Ma credo che loro ti assomiglino tutti, soprattutto la sorella e sua figlia.

— Cercano di raggirarmi. Hanno provato con il rapimento. Adesso cercano di aggrapparsi a qualsiasi cosa. La lealtà per la famiglia. Sai cosa penserebbe di questo Lugala Tsu?

— Lui è un pazzo maligno. Non si può cambiare la sua opinione con fatti o ragioni, perciò è inutile curarsene. La cosa importante è questa. — Ha guardato la fotografia di Beatrice e Nicole. — Hai un discendente e del miglior genere possibile. La figlia di una sorella. Una sorella vera. — Ho creduto di sentire una nota di tristezza nella sua voce. Lui è l’unico figlio vivente di sua madre. I suoi parenti più vicini nella successiva generazione saranno i figli delle cugine femmine. I suoi figli… e certamente deve averne… non conteranno, naturalmente. Apparterranno alla stirpe delle loro madri. — Le hanno dato quel nome a causa tua?

— Nicole? Credo di sì. Ammesso che esista. Gwar, voglio che gli uomini della tua sicurezza controllino le fotografie. Vedi se riescono a stabilire se sono state alterate o sono false.

— Gli umani mentirebbero su qualcosa di così importante?

— Sì. Per quel che ne so, tutta la mia famiglia è morta. Non ho ragione di credere a niente di tutto questo.

— La vostra specie è disprezzabile. Dirò alla mia gente di fare ciò che possono. Ma non sono sicuro che riescano a scoprire qualche trucco. — Ha toccato la fotografia di Beatrice e di Nicole. — Pensi veramente che mentirebbero su questo?

Ho annuito.

Ha emesso un piccolo verso d’infelicità, poi ha riposto le fotografie nella cartellina.

Mi sono seduto. — Se mai usciremo da questa situazione, torneremo a casa tua. Voglio essere fuori da tutto. — Ho allungato le gambe. — Credo che potremmo fare un viaggio in montagna. Molto esercizio, quanto più sesso possibile e senza pensare a niente. Gesù, sono stanco di pensare.

— Allora, non farlo. Gestirò io il problema di Lugala Tsu. Le macchinazioni degli umani possono essere ignorate. Obbedisci agli ordini e fa’ il tuo lavoro. Questa è sempre un’alternativa, Nicky. Non devi complottare. Non devi manipolare. Non devi fare stupidi giochi.

— Divinità, che tentazione.

— Allora, agisci o, piuttosto, non agire. Sta’ calmo e lascia che gli eventi accadano da soli. Se qualcosa è importante, se deve essere fatta, verrà fatta senza che tu corra a destra e a sinistra.


Zen e l’arte di vivere tra alieni dal pelo grigio. (?)


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


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Anna trascorse un’altra sera con i colleghi. Etienne andò a letto presto, come pure il piccolo traduttore cinese, Haxu. Gli altri rimasero alzati: Charlie, Sten, il capitano McIntosh, il dottor Azizi e Dy Singh, che era un autentico praticante Sikh con turbante.

Bevvero caffè con o senza brandy. Dopo un po’, Anna raccontò loro della conversazione con Nicholas.

Charlie aggrottò la fronte. — Credevo che fossimo d’accordo di non fare complotti, capitano.

— Non stavo complottando. Pensavo che l’addetto Sanders forse avrebbe voluto avere notizie della sua famiglia.

— Perché dargli una versione accuratamente riassunta del suo file?

— Non potevo dargli la versione integrale. Gran parte delle informazioni sono protette o private; e non vedevo il motivo di stampare tutto il resto. C’è molta roba. Quelli dell’Intelligence Militare hanno la mania di collezionare informazioni; e… per quel che ne so… nessuna abilità nel discriminarle. Se fossi stato attento, avrei potuto dirle il suo numero di scarpe e i risultati di tutti gli esami che gli siano mai stati fatti. Niente di tutto questo è interessante. Sembra che sia stato un giovane assolutamente normale.

— Alla Mi erano preoccupati per la sua famiglia; i suoi parenti sono un po’ troppo socialmente attivi. Ma non hanno trovato niente nella storia personale di Sanders che li faccia preoccupare di lui come individuo; e, alla fine, lo hanno preso.

— Non ha risposto alla mia domanda — disse Charlie. — Perché gli ha dato una copia del suo file?

— Volevo ricordargli che un tempo è stato uno di noi, e che ha ancora una famiglia sulla Terra. Credevo che potesse farlo diventare… non un amico ma più… amichevole.

— Pare che lo abbia mandato su tutte le furie. — Charlie guardò Anna. — Se le capita l’occasione, si scusi con lui. Gli dica che non intendevamo fargli del male.

— Farò del mio meglio.

Dy si spostò e parve profondamente inquieto. Disse che non gli interessava affatto Nicholas Sanders. Ma voleva l’opinione di Charlie sullo stato attuale dei negoziati. Così, ne parlarono. Charlie era cautamente ottimista. — Abbiamo soltanto due obiettivi, in questo momento. Uno è di stabilire una linea costante di comunicazione. Ciò sta diventando sempre più probabile o, almeno, possibile. E ci piacerebbe recuperare tutti i nostri che sono nelle mani dei hwarhath. Questo, credo, accadrà. È chiaro che a loro interessa riavere i loro maschi giovani. Anche se non pregusto il momento in cui dirò loro quanto pochi ne siano rimasti vivi.

Seguì un breve silenzio. Poi il dottor Azizi chiese fino a quando sarebbero continuati i negoziati.

— Non ho una risposta a questa domanda — disse Charlie. — Ma sono riluttante a mettervi fine prima di aver raggiunto qualcosa. Abbiamo già avuto una serie di colloqui falliti.

Guardò il bicchierino del brandy, aggrottando la fronte. — Continuo ad avere la sensazione che manchi qualcosa, qualche importante pezzo d’informazione. L’immagine che continua a presentarsi è una stazione come questa, che orbita senza alcun riferimento. Siamo spinti e guidati da un fatto enorme che non riusciamo a vedere. — Sollevò lo sguardo e sorrise. — È un segno pericoloso quando un diplomatico diventa metaforico. Forse mi sbaglio. Forse sappiamo tutto ciò che ci serve sui hwarhath.

Il dottor Azizi si appoggiò allo schienale, un’espressione rassegnata sul viso.

— Ma sono tuttavia convinto che faremo dei progressi — continuò con decisione Charlie. — E intendo rimanere finché non sarò in grado di riportare il successo.

El Matsehar ricondusse Anna per i corridoi freschi e illuminati. Era d’umore taciturno… di tanto in tanto accadeva… e lei era stanca. Non parlarono quasi.

In camera da letto, Anna spense l’ologramma del soffitto e si distese al buio. La determinazione di Charlie di rimanere la rendeva improvvisamente consapevole di essere a centinaia di anni luce dal resto dell’umanità. La stazione hwarhath sembrava fragile e aliena. Fuori, c’era il vuoto, immenso e ostile. Dentro, c’erano persone che lei non capiva.

Alla fine, andò a dormire e sognò di essersi persa in un labirinto. A volte, vedeva davanti a sé una porta che si apriva sulle colline dorate di Reed 1935-C. Ma non riusciva mai a raggiungerla. Si ritrovava invece in un altro corridoio grigio.

Si svegliò stanca e un po’ depressa. Il caffè non le fu di grande aiuto. Si mise una tuta verde scuro con una camicetta bianca di cotone. Guardandosi nello specchio del bagno, rimpianse di non aver mai imparato a truccarsi. Il viso sembrava infelice. Un po’ di rossetto le avrebbe giovato, e qualcosa per nascondere gli occhi stanchi.

Bevve un’altra tazza di caffè, poi uscì per incontrare Hai Atala Vaihar.

Gli chiese di Huckleberry Finn.

— Ho superato la metà. È un romanzo molto strano. Quasi tutte le persone che Mark Twain descrive sono ignoranti e meschine. È una descrizione accurata dell’umanità?

Lei cercò di spiegare che i personaggi sarebbero dovuti essere divertenti.

— No — obiettò Vaihar. — È divertente quando una sola persona è meschina e ignorante. La si mostra come un esempio del tipo sbagliato di comportamento. E tutti la prendono in giro. Ma quando tutti sono così… hah! Che società terribile.

Anna cercò di spiegare il genere di persone che era possibile trovare in una zona di frontiera.

— Mandate via la gente a gruppetti di quattro e cinque? Quasi soli? — Lui sembrava terrorizzato. — Così non è possibile insediarsi da nessuna parte.

— Voi come fate?

— Una stirpe si divide e i giovani se ne vanno, molte persone insieme. Possono contare l’uno sull’altro e sulla parte anziana della stirpe. Non perdono niente di quello che avevano. Non si trasformano in animali o in persone come quelle che descrive Mark Twain.

Lui rimase per un po’ silenzioso, era evidente che pensava. Alla fine, disse: — La prima cosa che fanno è costruire un tempio e fare cerimonie. Poi costruiscono altri edifici pubblici: la sala delle riunioni e, possibilmente, un teatro. Dipende da quanto piace alla stirpe guardare recitare. Costruiscono sempre una palestra e una scuola.

"Religione, politica, arte, esercizio ed educazione. Queste sono le basi di qualsiasi comunità, e devono essere stabilite il più velocemente possibile.

"Dopo di che, vengono costruite le case, le stalle per gli animali, e le fabbriche. Vengono scavati i giardini. I pascoli recintati. Allora… di solito passa un anno o due… arrivano le donne con i bambini.

"Questo è il modo giusto di farlo. È così che i miei antenati hanno lasciato Hai e si sono stabiliti nella valle di Atala. Mandiamo ancora regali ai nostri parenti e facciamo cerimonie con loro e ricordiamo con gratitudine e affetto tutto quello che hanno fatto per noi nei primi anni."

— C’è qualcosa che lei fa da solo? — domandò Anna.

— Non molto. Nicky dice che per quasi tutte le cose che vale la pena di fare occorrono almeno due persone. Ma questo non sembra essere un’opinione comune tra la vostra gente. Siete dei veri solitari, nonostante siate numerosi. Lo vedo nei libri che ho letto. Guardi Huck e Jim. Navigano lungo il fiume come adolescenti innamorati che siano riusciti a sfuggire al dovere, come noi non facciamo mai, nonostante i nostri sogni. Anche nell’altro libro, su quella barca piena di uomini. Avevo una sensazione di solitudine. Il capitano è sempre solo, e l’uomo che racconta la storia… Hah! Che gente siete! Così difficile da capire!

Anna non riuscì a trovare alcun commento, perciò fece una domanda. Vaihar portava tre distintivi rotondi di metallo assicurati alla cintura dei pantaloncini, come d’altra parte tutti quelli che incrociavano. Che cosa significavano?

— Uno è l’identificazione personale, uno è il grado e uno è la stirpe. Nicky ne ha soltanto due, perché non ha una famiglia o, perlomeno, non ha un emblema della famiglia. Mi sono abituato a vederlo; non penso a quello che significa avere soltanto due distintivi. Ogni tanto, lo guardo e mi ricordo. Mi fa rizzare i peli. — La guardò di traverso, la sua espressione… cosa? Seria? Infelice? — Non riesco a immaginare come faccia a rimanere vivo.

Raggiunsero gli alloggi umani e lui la lasciò. Anna entrò e assistette ai negoziati. Nick non le parve infelice, seduto accanto al generale. Nessuno del Popolo portava distintivi con le uniformi da cadetti dello spazio, perciò la condizione diversa di Nick non era visibile.

Stavano discutendo dello scambio dei prigionieri. Dove farlo. Come assicurarsi che nessuno tentasse un qualche doppio gioco. Nicholas sembrava più che altro annoiato.


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Ero seduto sul bordo del letto di Gwarha e mi stavo mettendo le calze, dopo averle recuperate nell’angolo opposto del letto, dove non le avevo lasciate, secondo la mia memoria.

Lui ha allungato la mano e l’ha passata con molta gentilezza sul mio braccio. — Ho guardato gli umani, pensando a come dev’essere strano non avere peli, essere così poco protetti, così vulnerabili.

Non ricordavo neppure di aver girato le calze al rovescio.

— Non c’è da meravigliarsi che vi copriate di vestiti dalla testa ai piedi. Non c’è da meravigliarsi che vi muoviate così rigidamente, come se vi aspettaste sempre d’essere attaccati da qualcosa. Dev’essere terrificante essere così… — Ha esitato. — …aperti all’universo. È questo che voglio dire?

— Forse.

Mi guardava con gli occhi quasi chiusi. Non riuscivo a vedere le pupille orizzontali o il chiaro colore non umano delle iridi. C’era solo uno scintillio liquido tra le ciglia grigioscure. Anche così, il viso era alieno: i lineamenti grossi e smussati, le orecchie troppo larghe e troppo alte, e tutto troppo peloso. Noto sempre più le differenze, di questi giorni, molto probabilmente perché vedo regolarmente gli umani.

— Ma è anche interessante — ha continuato — avere tutto il corpo sensibile come le labbra e la bocca o i palmi delle mani.

— Ed è a questo che pensi durante i negoziati?

— Solo quando mi stai traducendo. So quello che ho detto e so che la tua traduzione sarà accurata. Guardo gli umani e penso. Com’è fare l’amore tra due persone così? Tutte e due non protette. Tutte e due sensibili. Con tutto esposto ed eroticamente accessibile. Niente… nessuna parte del corpo… al sicuro.

Gesù Cristo. Ho guardato il resto del mio vestiario, piegato sulla rastrelliera vicino a quella di Gwarha, e ho cercato di trovare il modo di uscire da quella conversazione.

— Chiedilo agli umani com’è. Sarà un cambiamento rispetto ai soliti argomenti di discussione. "Gente, cosa provate quando scopate?" Oppure chiedi loro del materiale pornografico. Solo pornografia decente, naturalmente. Potrebbe essere un genere di divertimento.

— Perché?

— Perché non prendano la prima cosa che capita e la mandino. Potrebbe essere veramente disgustoso, qualcosa che indurrebbe la tua gente a non aver niente a che fare con l’umanità.

— Perché non mi dici che cosa si prova a fare l’amore con un altro umano?

— Non me lo ricordo.

— Menti — ha detto, dopo un momento. — Non è il genere di cosa che una persona dimentica.

— Noi non apparteniamo alla stessa specie, Primo Difensore. Non abbiamo lo stesso tipo d’esperienza sessuale. Anche ora, non abbiamo lo stesso tipo di esperienza. Che cosa ti fa credere di sapere quello che ricordo e non ricordo? E ti ho già ripetutamente detto che gli umani hanno bisogno di maggiore privacy del Popolo.

Mi ha guardato fissamente, gli occhi ora spalancati. — Visto che parli tanto, credo che tu mi stia veramente dicendo ciò che hai in mente. Dovrei ricordarmi del tuo soprannome. Sotto il rumore è silenzio. Ti avvolgi in esso come in un indumento.

Non ho detto niente.

— Perché non hai alcuna protezione naturale. — Ha allungato la mano e mi ha toccato di nuovo il braccio. — A cosa pensava la Divinità?

Mi sono alzato e ho finito di vestirmi.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


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Fu Vaihar a farle da scorta, il giorno dopo. Quando raggiunsero la zona dei Colloqui-con-i-nemici, una delle guardie hwarhath gli parlò.

Vaihar disse: — Devo portarla nella sala d’osservazione e andare a unirmi alla squadra dei negoziati. Hah! È una fortuna che indossi l’uniforme da cadetto dello spazio.

— Che cos’è successo?

— Non lo so. Non voglio farle premura, Anna, ma…

Si affrettarono verso la sala d’osservazione. Lui la lasciò alla porta. Dentro, l’ologramma era acceso e mostrava la sala delle riunioni con le due file di sedie. Anna si sedette e rimase a guardare. Entrarono gli umani secondo il solito rituale; ma l’ingresso dei hwarhath fu diverso. Prima di tutto, il Popolo sembrava imbarazzato. Dopo un momento, ne capì la ragione. C’era una persona nuova, robusta e con il pelo grigio scuro, l’uniforme leggermente stretta. Lui e il generale entrarono insieme, girando attorno alle estremità opposte della fila di sedie e cercando (così sembrò ad Anna) di misurare i movimenti in modo da raggiungere il centro della fila insieme.

Quando l’ebbero fatto, si girarono contemporaneamente e si fermarono, di fronte agli umani. L’uomo robusto sovrastava Ettin Gwarha, più alto di lui di mezza testa e molto più massiccio. Gli altri hwarhath presero posto lateralmente, muovendosi con riluttanza, o così almeno parve ad Anna, e tenendosi il più vicino possibile alle sedie. Persino Vaihar appariva a disagio e quasi goffo.

Il generale si guardò attorno. L’uomo robusto annuì. Tutti si sedettero. Il generale, colto di sorpresa, fu un po’ lento e si sedette un attimo dopo gli altri.

Era rigido. Arrabbiato, pensò Anna. Furibondo. Poi si rilassò e si sporse verso l’uomo robusto, parlando sottovoce. L’altro sorrise. Aveva denti larghi, squadrati e bianchissimi.

— Voglio presentare il Frontista Lugala Tsu — disse Vaihar. — L’uomo che gli sta accanto è Min Mahata, che gli farà da traduttore.

Haxu presentò la squadra degli umani.

Interessante, pensò Anna. Ma cosa significava?

Guai, si rese conto alla fine della riunione. Lugala Tsu aveva una certa difficoltà a mantenersi calmo. Il problema non era veramente visibile… non si arrivava all’aperta scortesia… ma esisteva: piccoli cambiamenti di posizione, soprattutto quando parlava Ettin Gwarha, espressioni arcigne, smorfie. A volte, si chinava leggermente verso il traduttore, come se fosse sul punto di mormorargli qualcosa, ma non lo faceva mai. Il generale gli lanciò diverse volte delle occhiate oblique, specialmente all’inizio della riunione. Alla fine si rivolse all’altro frontista.

Vaihar disse: — Ettin Gwarha ha chiesto: «Hai qualcosa da aggiungere, Frontista Lugala? Cosa ne pensi?»,

No, rispose l’uomo robusto. Non aveva niente da aggiungere. Ero nuovo ai negoziati. Per il momento, s’accontentava di ascoltare. Avrebbe parlato in seguito.

Il generale mosse leggermente la testa. Uno dei traduttori umani aveva detto ad Anna che quel movimento poteva significare che era d’accordo, che capiva o che stava mostrando considerazione, dipendeva dal momento. Poi il generale si appoggiò allo schienale della sedia. Era giunto a una qualche decisione, pensò Anna, anche se non avrebbe saputo dire quale.

Da quel momento in poi, il generale non lanciò più occhiate all’altro frontista.

L’umore nella sala stava cambiando. Qualcosa, la sensazione di agio e di sicurezza, che era andata a mano a mano crescendo nelle settimane passate, cominciò a diminuire; e, proprio perché diminuiva, Anna cominciò ad avvertirla per la prima volta. Era avvenuto in modo così graduale! Anche se fin dall’inizio il generale e Charlie si erano mostrati cortesi e rispettosi. Tuttavia, c’era stata una certa rigidità, che era sparita… che stava sparendo… e che ora ritornava.

Comprese come i colloqui fossero stati razionali e, relativamente parlando, chiari quando a capo della situazione c’erano stati Charlie e il generale. Lenti, sì, e forse eccessivamente cauti, sebbene lei non sapesse molto di diplomazia. Forse i diplomatici avevano bisogno di girare attorno agli argomenti a quel modo.

Ora non capiva. Vaihar sembrava infelice. Charlie… lo vedeva di lato… appariva sempre più teso.

Pranzò con gli altri umani. Un pasticcio vegetariano, il cibo più adatto alla situazione. I suoi colleghi parlarono e riparlarono della riunione che si era appena conclusa, cercando di capire che cosa stesse succedendo.

Alla fine, Charlie disse: — Ho il sospetto che si tratti di una lotta di potere tra i due. — Usò la forchetta per muovere il pasticcio nel piatto. — Avrei voluto capire quali erano le loro posizioni. Lugala Tsu è ostile a noi? Ettin Gwarha è in un certo qual modo nostro amico? Anna… — La guardò. — Lei ha i contatti migliori. Veda cosa riesce a scoprire da Sanders o dalle donne hwarhath o da quei due giovani.

Anna annuì. — Farò il possibile.

Dopo il pranzo, lasciò gli alloggi umani. La sua scorta era Matsehar. Gli chiese che cosa stesse succedendo.

— Dove?

— Ai negoziati.

— Esattamente quello che vede. Il figlio di Lugala si è unito ai negoziati perché è suo diritto e sua responsabilità. I Frontisti Riuniti non dovrebbero essere rappresentati da una persona soltanto.

Anna stava ascoltando la versione ufficiale, quella di parte. Matsehar aggrottò la fronte, il che poteva essere un avvertimento o forse soltanto una delle sue occasionali espressioni strane. Poi cominciò a descrivere le macchinazioni di Lady Macbeth e di suo figlio. La madre cominciava a perdere la sua sicurezza, ed era il guerriero sanguinario che ora occupava il centro del palcoscenico. — Ecco cosa accade — disse Matsehar — quando le donne non frenano i loro figli. La violenza maschile deve sempre essere tenuta nel giusto contesto politico.

Si divisero all’ingresso degli alloggi delle donne e lei entrò negli splendidi corridoi che portavano alle sue stanze. L’ologramma era acceso e mostrava l’alba sull’oceano di Reed 1935-C. C’era un chiarore rosa all’orizzonte. In alto, quasi sul soffitto, c’era la stella mattino/sera. Era doppia, al momento, i due pianeti abbastanza lontani per essere visibili come punti di luce.

Altre luci si accendevano nell’acqua della baia. Luccicavano debolmente, sembravano stanche. Era la fine di una lunga notte di segnalazioni d’identità e di rassicurazione. Anna capiva quella sensazione di stanchezza. Si massaggiò i muscoli del viso e del collo.

Dopo un po’, sorse la stella primaria. Era troppo lucente perché la si potesse guardare direttamente. Anna si alzò e si avvicinò all’interfono per chiamare Ama Tsai Indil.

— Credo di aver bisogno di un incontro con la vostra gente.

— Vuol dire con la mia compagna anziana. Sì, va bene.

— E forse dovrebbe essere presente Sanders Nicholas.

— Di questo sono meno sicura, ma mi lasci consultare la donna di Tsai Ama.

L’interfono si spense. Anna si mise a trafficare con l’ologramma, facendolo alla fine scorrere velocemente verso il pomeriggio. La stella primaria non luccicava più. C’era invece una lunga ombra che si stendeva sulla collina dorata: una specie di manufatto con sostegni. Forse faceva parte dell’attrezzatura che aveva registrato il paesaggio. Il cielo era cosparso di piccole nubi rotonde. Onde spumeggianti punteggiavano l’oceano azzurro. Anna immaginò il vento che doveva soffiare, freddo e salato.

Si sedette e guardò l’ombra del manufatto che si allungava sempre di più.

Ama Tsai Indil la richiamò e disse che l’incontro con la compagna anziana era accordato.


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Alla fine del quinto ikun, il generale mi ha mandato un messaggio, chiedendomi di andare nel suo ufficio.

Sedeva al solito posto, le braccia sul tavolo davanti a sé, le mani leggermente intrecciate, lo sguardo fisso sulla parete opposta, che era di metallo grigio, vuota. Dopo essere entrato, mi sono fermato e ho fatto il gesto di presentazione.

Lui mi ha guardato. — Ti sei ricordato del decoro militare. Sei arrabbiato con me? Oppure credi che lo sia io?

— Non lo sei?

— Lo sono stato. Siediti. Mi sento a disagio quando resti in piedi lì, come un soldato.

Mi sono seduto di fronte alla scrivania. Lui si è appoggiato allo schienale e ha preso lo stilo. — Hai visto la riunione?

Ho annuito. — Sono stato in una delle sale d’osservazione. — Mi sono trattenuto dall’aggiungere: Dopo che mi avevi detto che ero stato escluso dalla squadra dei negoziati.

(Ho dovuto farlo, Nicky. Lui è un frontista. Non lo si può ignorare.)

— Manderò messaggi ai frontisti di cui mi fido e includerò le copie della riunione di oggi. Questa stupida malizia deve finire. Trattare con lui è come camminare per un campo di frese a lima. Non voglio dover continuare a togliermelo di dosso. Voglio che se ne vada.

— Pensi di riuscire a liberartene?

— Sì. Il suo intento è ovvio; i suoi modi sono atroci; e non ha abbastanza alleati nei Frontisti-che-stanno-insieme. — Ha posato lo stilo.

— Che uomo! Così stupido e avido! Cerca di accaparrarsi più di quanto possa gestire e non si accorge delle conseguenze delle sue azioni.

— "Ambizione che non conosce ostacoli, che fallisce per aver voluto troppo" — ho detto, in inglese.

Il generale ha aggrottato la fronte.

— È una frase della nuova commedia di Matsehar.

Il generale ha agitato la mano, mettendo da parte Eh Matsehar e Shakespeare William. — Non ti ho chiesto di venire qui per discutere di Lugala Tsu. La donna di Tsai Ama ha chiesto che tu sia presente a un incontro tra lei e Perez Anna. Va’ e trova il modo di dirle cosa sta succedendo. Lei ha rapporti amichevoli con te ed è un’esperta di umanità. La sua opinione sarà rispettata nel Weaving.

— Non ne sono sicuro. La maggior parte degli altri esperti pensano che le sue teorie siano folli.

Ha sollevato la mano. Io mi sono alzato.

— La sua stirpe non ha legami stretti né con Lugala né con Ettin. Se dice che ho ragione, le daranno retta. Se dice che Lugala Tsu sta ingarbugliando i negoziati, le daranno altrettanto retta.

— E forse è arrivato il momento di prendere in considerazione un’alleanza con Tsai Ama e Ama Tsai. Quelle non sono stirpi potenti ma hanno una certa importanza, e le donne, soprattutto delle ultime due generazioni, sono state di primissima qualità.

È stato in silenzio per un po’, scivolando nel tipico rimuginare hwarhath, un rimuginare che unisce la politica alla genetica. Quali famiglie hanno il potere? Quali famiglie producono persone forti e importanti? Come può Ettin trovare gli alleati giusti e trasmettere il giusto materiale genetico?

Alla fine, mi ha guardato. — Gradirei la tua compagnia questa sera, Nicky. Ma non voglio sentire le tue opinioni o i tuoi consigli. Oggi, ho fatto quello che ho potuto. Voglio parlare di qualcosa che non abbia niente a che fare con gli umani o Lugala Tsu.

— D’accordo — ho ribattuto.

Quando sono andato da lui, abbiamo parlato di fare un’escursione sulle montagne della parte occidentale di Ettin. Lui aveva un ologramma: una china che saliva e saliva, coperta di alberi. Erano perlopiù verde-azzurri. Qua e là, ho visto macchie di rosso. In lontananza, c’erano vette alte e bianche. Gwarha ne ha detto il nome: la Torre di Ghiaccio, la Lama, la Madre.

L’ologramma era stato fatto a casa di una delle sue cugine, mi ha detto. Saremmo stati i benvenuti da lei. La scalata in quella zona non era particolarmente difficile; c’erano posti che voleva mostrarmi: un famoso campo di battaglia su un passo roccioso, e una famosa cascata, la Rete d’Argento.

— Copre un’intera roccia. Devono esserci un centinaio di corsi d’acqua e quando il sole li colpisce… hah! Ci andremo quando questi negoziati saranno finiti, Nicky.

Si era messo una vestaglia blu. C’erano una tazza di halin sul tavolo di fronte a lui e un boccale tozzo fatto d’argilla granulosa rossa. Lo strato di smalto sul boccale era chiaro e sottile. Potevo vedere le impronte lasciate dai pollici del vasaio.

Qualcosa dentro di me ha detto: Fa’ attenzione. Guarda cos’hai davanti. Ricordati quanto profondamente ami questa persona.

(Hah.)


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


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Anna si svegliò all’aroma di caffè, prese i vestiti e andò in bagno. Sentiva Nick in cucina, che fischiettava qualcosa che sembrava venisse trasmessa da un canale di musica classica. Un’opera, forse?

Si fece la doccia, si infilò un caffetano di un tessuto lavorato a mano che proveniva dal Guatemala. Era a strisce verticali rosse, verdi, azzurre, gialle, color lavanda, nere e bianche. I sandali (nascosti sotto il caffetano) erano piatti e comodi. Si mise degli orecchini lunghi e si guardò allo specchio, esaminando il viso rotondo e scuro che mostrava l’origine meticcia. Gli occhi neri spiccavano sugli zigomi sporgenti. Le labbra erano piene. Il naso aveva la curva dei Maya. Non rimpianse neppure la propria ignoranza in fatto di trucco. Quella mattina, era bella.

— Anna? — chiamò Nick dal soggiorno.

Lei uscì. La colazione era su uno dei tavoli, e lui era appoggiato a una parete, una tazza in mano. La passò in rassegna e disse: — Molto bella.

Anna provò una breve irritazione. Lo sguardo e il commento erano assolutamente tipici di un maschio umano. Avrebbe dovuto aver imparato modi migliori dopo aver trascorso vent’anni tra i hwarhath.

Si sedette. Per colazione c’erano caffè, pane tostato e una ciotola di una sostanza grigia. Un altro tipo di cibo umano, pensò, finché non l’assaggiò. Si trattava di avena. Notò il recipiente dello zucchero pieno di cristalli scuri e la brocchetfa piena di latte bluastro e li aggiunse entrambi all’avena. La migliorarono un po’, ma l’avena sapeva sempre di avena. — Cos’è successo, ieri?

— Alla riunione? Lugala Tsu ha deciso all’improvviso che voleva essere presente ai negoziati. Ne ha il diritto. È un frontista.

— E lei è stato escluso.

— Sì. — Nick sorseggiò il suo caffè.

— Perché?

— Il frontista non è a suo agio con me. È disposto a sedere di fronte agli alieni. Bisogna farlo, se ci sono dei colloqui che devono andare avanti. Ma non è disposto a vedere un alieno con la coda dell’occhio.

Quello era quasi sicuramente un modo per dire che Nick era inaffidabile e che apparteneva alla parte umana della sala. — Quell’uomo è una faccia di culo.

— Può anche dirlo, ma parlerebbe male di una parte del corpo che è di indubbia utilità. Preferisco pensare a Lugala come a un tumore.

Anna rise. — Ciò significa che sarà disponibile per i colloqui delle donne?

— Può darsi. Tsai Ama Ul ha chiesto di me, oggi, e io sono qui. Ma Lugala Minti probabilmente la pensa come suo figlio. Il che non è un problema per questo incontro. Non sarà presente. Ma quando ci sarà…

— Stanno cercando di mandare a monte i negoziati?

Nick rimase per un momento silenzioso. — Non credo che farò commenti in proposito. Le è piaciuta l’uniforme che portava il figlio di Lugala?

— Ha bisogno di una taglia in più.

— Sorprendente, vero? All’Art Corps di solito sono così precisi.

Anna non gli aveva mai sentito quel tono particolare di voce: dolce e malizioso. Si ricordò che lui aveva lavorato a certe commedie. Era probabile che avesse degli amici negli Art Corps.

— Non è un po’ meschino?

— Anna, lei non ha ancora visto la meschinità. Quando un paio di individui duri come il generale e Lugala Tsu decidono di confrontarsi, si aprono orizzonti di meschinità che lei e io possiamo a malapena immaginare. Si ricorda la prima volta che ha visto le Montagne Rocciose? O l’oceano? O la Terra dallo spazio? Se quei tizi si scatenano, sarà così.

— Hanno intenzione di scatenarsi? Di dare il via a un qualche tipo di lotta interna?

— Non lo so.

Dopo colazione, si recarono nella solita sala delle riunioni. Le due donne aliene erano là in attesa, con indosso gli splendidi vestiti abituali. Quello di Tsai Ama Ul aveva pannelli di un materiale blu luminoso. Ama Tsai Indil ne portava uno di broccato giallo. File di orecchini pendevano dalle sue larghe orecchie. Questa volta, erano formati da catenelle sottili d’oro che terminavano in gocce d’oro. Ogni volta che muoveva la testa anche solo leggermente, le gocce oscillavano e luccicavano.

Che gente appariscente! E perché… se negli Art Corps erano così precisi e i soliti sarti erano capaci del genere di vestiti che Anna aveva di fronte… Nick appariva tanto spesso così trasandato?

Espletarono il rituale dei saluti e poi si sedettero, Nick, come sempre, leggermente arretrato.

— La mia compagna anziana mi ha ordinato di cominciare — disse Ama Tsai Indil. — Secondo la sua opinione, gli uomini… — Parlò nel linguaggio alieno.

— Gli uomini stanno compromettendo tutto — disse Nick, in inglese.

Ama Tsai Indil reclinò la testa. Gli orecchini oscillarono. — Nella nostra lingua, la metafora è diversa. Diciamo che creano complicazioni.

— Ed è particolarmente vero ora che il figlio di Lugala ha deciso di scendere in competizione con il figlio di Ettin. Tsai Ama Ul non farà commenti su questo comportamento, che è tipicamente maschile e che non farà necessariamente apparire né Lugala né Ettin più desiderabili come fonti di materiale genetico.

— Ma è sua opinione che gli attuali negoziati siano importanti e che non dovrebbero essere messi da parte solo perché un paio di uomini cercano di prevaricarsi a vicenda. La donna di Tsai Ama non parlerà di guerra o di alcuna questione militare. Spetta agli uomini combattere. Ma i negoziati riguardano tanto la pace che la guerra, e tocca alle donne concludere la pace.

Com’era preciso quel popolo! Anna non riusciva a immaginare una maggiore proprietà di linguaggio, specialmente dopo aver trascorso anni a scrivere su riviste accademiche.

— Tsai Ama Ul vuole sapere da Sanders Nicholas cos’è accaduto ieri, e poi vuole la sua opinione sui negoziati, donna di Perez.

— Va bene — fece Anna.

Nick parlò nella lingua hwarhath. Anna non avrebbe potuto dire molto sul suo tono, il suono della lingua era troppo diverso dall’inglese. Ma la voce rimase pacata. Le donne aliene lo guardavano con intensità. Lui tenne la testa china, tranne quando Tsai Ama Ul gli parlò, anzi, gli fece delle domande. Allora, sollevò il capo per un istante prima di rispondere.

Quella lingua fatta di sguardi era più complicata di quanto Anna si fosse resa conto. Nick faceva qualcosa di simile a un’affermazione quando incontrava gli occhi della donna. "Dico la verità. Parlo da pari. Parlo da amico."

Alla fine, smise di parlare.

Ama Tsai Indil disse: — Ora, la mia compagna anziana vuole sapere che cosa, secondo lei, sta accadendo.

Anna sollevò brevemente lo sguardo, incontrando quello giallo della donna di Tsai Ama. — Non ne sono sicura. La mia zona di competenza non è la diplomazia. È l’intelligenza aliena. Sono qui più o meno per caso, per via di quello che è accaduto durante l’ultima serie di negoziati. Che cosa credo che stia succedendo? — Guardò la moquette color vino scuro. — Credo che Charlie Khamvongsa sia corretto, un uomo onorevole che vorrebbe concludere una pace. Ho il sospetto che anche Ettin Gwarha sia corretto, anche se non sono sicura di capire le sue motivazioni. Credo che Lugala Tsu stia creando problemi.

— Traduci tu — disse Ama Tsai Indil a Nick.

Lui lo fece.

Tsai Ama Ul rispose.

— Lei non è qui per caso. Le sue azioni precedenti hanno mostrato che si comporterà in modo corretto e con onore, anche se ciò la mette in conflitto con gli altri umani; ed è un bene che sia presente alle discussioni qualcuno che è abituato a pensare al problema dell’intelligenza. Per parlare, dobbiamo essere in grado di pensare a cosa rende le persone diverse dagli animali. Altrimenti, le differenze tra i hwarhath e l’umanità sembreranno enormi e impossibili da superare.

"È difficile descrivere quanto il vostro comportamento sia inquietante per noi. Abbiamo sempre pensato che il sesso fosse una delle differenze più importanti tra le persone e gli animali. Gli animali hanno le stagioni dell’accoppiamento. Le persone no. Tra gli animali, il sesso e la riproduzione sono quasi la stessa cosa. Tra le persone, sono due cose quasi completamente diverse.

"Credevamo che questo fosse naturale e inevitabile. Quando un animale possiederà l’intelligenza e sarà in grado di fare delle scelte, non continuerà a vivere come hanno fatto i suoi antenati, mescolando tutto assieme… lottando, nutrendosi, allevando i figli e facendo l’amore, tutto nello stesso posto. Hah! Abbiamo visto queste cose nei campi e sulle spiagge del nostro pianeta. Come i maschi si picchino e si strazino con gli artigli, come si accoppiano con frenesia, come i bambini possano essere uccisi…"

Ama Tsai Indil si fermò e tirò il fiato.

— Tsai Ama Ul ha finito dicendo: «Ora abbiamo trovato creature con una lingua e una cultura materiale, che sanno viaggiare nello spazio, e che si comportano tra di loro in un modo che crediamo sia impossibile quando l’intelligenza è stata raggiunta». Ecco perché la sua area di competenza è importante, donna di Perez.

Gesù Maria. Anna guardò Nick. — Cosa devo dire?

— La verità, sempre, Anna.

Lei non sapeva la verità. Guardò di nuovo, molto brevemente, Tsai Ama Ul. — Non so come rispondere. Non so neppure se lei abbia fatto una domanda. Noi abbiamo sempre pensato che l’eterosessualità fosse naturale. È così che si sono comportate le altre specie di animali sul nostro pianeta. Pensavamo che fosse naturale per uomini e donne vivere insieme e allevare figli insieme. Il che è stato fatto da molte specie di animali.

"Quando vi abbiamo incontrati, abbiamo avuto una reazione che è stata simile alla vostra. Io ho parlato con diversi esperti durante l’anno passato. Molti dicono che la vostra società non ha assolutamente senso. Che non dovrebbe esistere. Alcuni pensano che non esista: c’è qualcosa di sbagliato nelle nostre informazioni. I prigionieri che abbiamo preso ci hanno mentito oppure appartengono a un’aberrante sottocultura. Qualcosa si perde nella traduzione. Forse i traduttori mentono. Me l’ha detto un uomo. Sapeva di Nick."

Nicholas rise.

— Siamo in una situazione uguale alla vostra. Ci aspettavamo di trovare alieni che fossero diversi da noi, veramente diversi. Non ci aspettavamo di trovare alieni che sono molto simili con qualche straordinaria differenza. Ci ha sbilanciati; ed esistono persone tra gli umani che… non dirò che vogliono combattere, ma che non riescono a immaginare di non combattere, e che hanno paura di fare i passi che portano alla pace. Sono convinti che saremo presi in giro e traditi. E la segretezza non è stata di alcun aiuto. Come possiamo negoziare con così poche informazioni?

Nicholas tradusse il suo discorso.

Tsai Ama Ul mosse la testa, un movimento che poteva significare quasi tutto. Poi parlò.

Ama Tsai Indil disse: — Crede che la maggior parte della sua gente voglia la pace?

Anna rispose: — Nick deve avervi raccontato qualcosa del nostro pianeta. Eravamo abituati ad avere molte società diverse… molte nazioni, e queste si sono messe insieme solo di recente. Non abbiamo ancora un’unica cultura o un governo unico. Gruppi diversi vogliono cose diverse. La maggior parte degli umani vuole la pace, ma non tutti, e proprio adesso il nostro governo è così complicato… composto di così tanti pezzi diversi… che è difficile dire che cosa voglia, ammesso che voglia qualcosa.

Tsai Ama Ul ascoltò fino a questo punto, poi parlò di nuovo.

— Crede che scaturirà qualche danno da questi negoziati, sia per voi che per il Popolo?

— Non lo so. Credo che la conoscenza sia sempre meglio dell’ignoranza, e che avremmo entrambi dei benefici da uno scambio di informazioni. Oltre a questo… chi può dire? È possibile che l’umanità proprio adesso abbia bisogno di un nemico esterno, visto che ci siamo uniti così di recente. Se è così, forse saremo danneggiati se arriveremo alla pace. Forse voi siete mostruosi e demoniaci. Non so dirlo. Anche se Nick dice che siete a posto, e io mi fido di lui.

Lui rise di nuovo.

— Forse c’è qualcosa nell’umanità che rappresenta un serio pericolo per la vostra società. Di nuovo, non lo so.

Tsai Am Ul ascoltò, poi parlò.

— Noi abbiamo sempre avuto nemici. I nostri uomini hanno sempre combattuto. Sarebbe difficile per loro smettere. Sarebbe difficile per noi sapere cosa fare di loro, se la nostra lunga storia di lotte dovesse finire. Hah! Un pensiero spaventoso! A cosa servono gli uomini se non ci sono nemici da combattere e confini da proteggere? Come passerebbero il loro tempo? Come farebbero a provare l’amor proprio?

Fissò Anna, pensierosa. Anna abbassò lo sguardo.

— E a cosa assomiglierebbe l’universo con gente come voi? Non come voci o qualcosa che si vede debolmente in lontananza, ma come vicini. Abbiamo già cominciato a mettere in dubbio la nostra storia e il nostro concetto di giusto e sbagliato. Ma non mi piace l’idea di una guerra combattuta con stranieri ignoranti, senza regole stabilite e senza alcun limite alla violenza. Sarebbe un ritorno alla ferocia degli animali. Sarebbe l’abbandono di tutto quello che abbiamo conquistato da quando la Divinità ha dato la piccola scatola nera della moralità alla Prima Donna e al Primo Uomo.

Tsai Ama Ul fece una pausa, poi parlò nuovamente.

— L’incontro è finito — annunciò Nick. — La donna di Tsai Ama dice che ha male alla testa.

Anna se ne andò con Nicholas. Fuori dalla sala, lui disse: — Lei ha davvero incontrato qualcuno che pensava che avessi inventato la società hwarhath?

— Non l’ha detto chiaramente, ma pensava che fosse davvero interessante… "suggestivo" è stata la parola che ha usato… che una persona chiave per la traduzione della lingua umana fosse… — Anna esitò, cercando di trovare la parola adatta.

— La sua scelta migliore è omosessuale. — Il tono di Nicholas era freddo e leggermente divertito. — Questo crea dei problemi. Non mi piace il fatto che sia una formazione irregolare e che mi sembra abbia sempre un aroma leggermente antisettico, la puzza della scienza e dell’intelletto. Preferirei una parola che sapesse di vita comune. Ma non ci sono mai parole veramente buone per un gruppo che non è gradito.

Anna credette d’aver udito una punta di rabbia nella sua voce, sotto la freddezza e il divertimento.

— Che cosa intende per formazione irregolare? — domandò.

— L’etimologia di "omosessuale" proviene da due diverse lingue. "Omo" dal greco per "stesso" e "sessuale" dal latino per sesso. Qualcuno nel diciannovesimo secolo l’ha formata e io non riesco a immaginare a cosa pensasse.

Tornarono verso le stanze di Anna. Mentre passavano per il corridoio, Nick disse: — Di tanto in tanto mi capita di pensare che la parola non sia adatta a me e a Gwarha. Noi non apparteniamo alla stessa linea evolutiva. Si potrebbe obiettare… diavolo, obietterò… che siamo membri di sessi simili o analoghi. In tal caso, la parola corretta sarebbe "omeosessuale" dal latino per "sesso" e dal greco per "simile". C’è un che di piacevole nell’idea di inventare una nuova forma di attività sessuale e la parola adatta per definirla.

Sembrava soddisfatto. La rabbia era completamente scomparsa dalla sua voce. Raggiunsero la porta e lei la fece aprire, toccandola.

— Devo fare rapporto al generale — disse Nicholas.

— Come crede che sia andato l’incontro?

— Non lo so. Le cose si stanno complicando. Lugala Tsu ha deciso di muoversi. Tsai Ama Ul ha deciso che le donne devono fare qualcosa. Solo la Divinità sa chi prenderà la prossima decisione.

Nick se ne andò e lei entrò. La porta si chiuse. Si sedette sul divano, esausta. Che ora era? La fine della mattina. Doveva recarsi negli alloggi umani e raggiungere i colleghi per il pranzo. Al diavolo. Andò a farsi una doccia e poi un pisolino.

A metà pomeriggio (ammesso che il termine avesse un significato reale nella stazione) uscì, trovò Charlie e gli raccontò cos’era successo.

— Posso capire perché Tsai Ama Ul avesse mal di testa. Comincio ad averlo anch’io — disse lui. — Credo che sia arrivato il momento di chiedere consigli alla Terra.

Le avevano spiegato il sistema. Era complicato come quello che avevano usato per venire alla stazione. I hwarhath avrebbero portato un messaggio sigillato al primo punto di trasferimento, poi avrebbero usato una delle loro sonde per spedire il messaggio a una nave della Terra in attesa, la quale avrebbe aperto la sonda, preso il messaggio e lo avrebbe infine trasmesso.

La risposta sarebbe arrivata per la stessa strada, ma al contrario: dalla sonda umana al primo punto di trasferimento e poi da un qualche tipo di mezzo di trasporto alieno.

Il metodo eliminava varie forme di doppio gioco troppo elaborate perché lei le ricordasse, e le parve tremendamente tedioso. Di sicuro la fiducia avrebbe fatto risparmiare tempo ed energie.


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Il generale è stato occupato fino a metà del sesto ikun. Ho scritto un memo descrivendo l’incontro con Tsai Ama Ul, poi sono andato nella palestra più vicina e ho fatto hanatsin da solo, con movimenti lenti di fronte a uno specchio. Non facile. Non mi piacciono gli specchi o i movimenti lenti. Ma è una buona disciplina e credo di essere favorevole alla disciplina.

(No. Sopportala quando devi ed evitala quando puoi. Non abbracciarla mai.)

Dopo di che, ho passeggiato per la stazione finché non è arrivato il momento di fare rapporto.

Il generale mi ha detto di recarmi negli alloggi delle sue zie. Era lì, in una sala stranamente spoglia. Il pavimento era di pietra lucida. Le pareti erano di gesso, dipinte di giallo. Nessuna porta era visibile, anche se ne avevo appena oltrepassata una. Ogni parete della sala aveva invece finestre alte e larghe che davano su un litorale ventoso. Su due lati c’era l’oceano, con onde spumeggianti che lambivano una spiaggia. Sugli altri due c’erano dune coperte di vegetazione grigio argentea. Un alto animale, un bipede, si muoveva tra la vegetazione, la testa… alla fine di un collo lungo… che si insinuava sotto le foglie argentee, ovviamente a caccia. L’animale aveva una copertura d’un azzurro lucente che forse era fatta di scaglie.

La stanza era spoglia, fatta eccezione per cinque sedie di legno, disposte a cerchio. Il generale sedeva su una. Le zie occupavano le altre tre. Indossavano vestiti di tessuto semplice: vestiti da campagna, quelli che portavano a casa.

Ho fatto il gesto di presentazione. La stanza era rumorosa. Potevo sentire il basso rumorio dell’oceano e delle grida acute che dovevano essere di animali, di quale genere non so. Non del cacciatore azzurro.

— Siediti — ha detto Ettin Aptsi.

Mi sono seduto sulla sedia libera.

Ettin Per ha detto: — Rapporto.

Ho descritto l’incontro tra Tsai Ama Ul e Anna.

Quando ho finito, Ettin Per ha detto: — Che cosa ne pensi della donna della Terra?

Ho sollevato brevemente la testa, senza veramente incontrare i suoi occhi. Alle sue spalle, c’era la cima di una duna. Delle foglie lunghe e strette si piegavano al vento. Le nuvole si muovevano in un cielo azzurro.

— Mi piace. Mi è piaciuta fin dalla prima volta che l’ho incontrata. Gli altri umani sono stati messi a disagio dal Popolo, e hanno avuto ancora più problemi con me. Ho visto l’espressione sul suo viso quando ha guardato alle mie spalle e ha visto Gwa Hattin. Quella di un bambino a Natale.

— Usi parole che non conosciamo — gli fece notare Ettin Sai. — Spiegati.

— È un giorno in cui gli umani… alcuni umani… fanno regali ai bambini. Cade più o meno al solstizio d’inverno, nel periodo più oscuro dell’anno, e dove sono cresciuto io… e Anna… fa quasi sempre freddo. I doni devono recare gioia. Anna ha guardato Hattin e ha visto un regalo. Quando ha guardato me, la sua espressione è cambiata, e non sono certo di sapere a che cosa pensasse. Ma non sembrava a disagio. Era incuriosita, forse, e attenta. Ho pensato: questa è una persona che non si spaventa davanti a gente che non conosce. È una qualità rara tra gli umani.

— E tra il Popolo — ha detto Ettin Per, con la sua voce forte e profonda. — Pensi che possiamo fidarci di lei, Nicky?

— Sì.

Ettin Per ha continuato. — Ed è convinta che ci si debba fidare dell’ambasciatore umano. Gwarha?

— Sono d’accordo, anche se non capisco la posizione dell’ambasciatore. I soldati umani gli hanno disobbedito durante l’ultima serie di negoziati. Ma lui afferma che non è solo. Se facciamo un accordo, che valore avrà? Non ne ho idea.

— Nicky? — domandò Ettin Sai.

— Esiste un elemento di rischio. Come ha detto Perez Anna, il governo umano è complicato e diverse parti non vanno sempre d’accordo. Ma la mia sensazione è che l’ambasciatore abbia una posizione migliore di quanto fosse solito avere. I militari hanno scombussolato tutto, perciò penso che abbiano dovuto tirarsi indietro. Non c’è nessuno tra gli uomini che ha con sé che lo sfidi direttamente o… credo… disobbedisca ai suoi ordini.

— Ma non conosco la situazione sulla Terra, e anche qui la situazione potrebbe cambiare.

— Tuttavia — disse Ettin Per, pensierosa — abbiamo due possibili alleati tra gli umani. È una cosa alla quale pensare.

— Esistono tre problemi — fece Ettin Sai. — Gli umani, i Lugala e Tsai Ama Ul. Ciò che Gwarha dice di Tsai Ama è degno di considerazione.

— Nicky dice che Tsai Ama Ul ci ha dato un avvertimento — disse Ettin Aptsi. — Questa disputa non giova né a Ettin né a Lugala.

— Il che, al momento, può essere vero — commentò Ettin Per. — Se Gwarha riesce a mettere da parte il figlio di Lugala e a fare un accordo con gli umani, sarà alla testa di tutti i frontisti. Giusto, no?

— Sarò in una buona posizione — disse Gwarha, cauto.

— Lui non ha figli e sta raggiungendo un’età in cui i figli sono appropriati. Se si riescono a sistemare gli attuali problemi, Tsai Ama sarà interessata. La domanda è: ci aiuteranno, ora? E cosa possiamo offrire loro?

La cosa era ovvia persino per me: prima di tutto, il diritto sul seme di Ettin Gwarha, più una garanzia che il numero dei suoi figli sarebbe stato limitato. Un patto ottimo, e uno che difficilmente Tsai Ama Ul si sarebbe lasciata sfuggire, a meno che non decidesse di avere bisogno di altre informazioni su Gwarha. Se aveva qualche serio dubbio su di lui e sulla sua capacità riproduttiva, avrebbe aspettato finché l’attuale situazione non si fosse risolta. Ma allora, naturalmente, avrebbe perso l’occasione per l’ottimo patto.

(Hai ragione in proposito.)

Gwarha disse: — Abbiamo ancora bisogno di Nicky?

Le zie hanno detto di no e mi hanno gentilmente ringraziato. Gwarha è parso sollevato. Sa cosa penso della politica genetica. Se avessi voluto ascoltare conversazioni del genere, sarei rimasto nel Kansas e sarei andato al College di Agricoltura.

Li ho lasciati ai loro complotti. Avrei voluto chiedere della vista dalle finestre ma non ne ho avuto l’occasione.

(È una registrazione fatta in una casa sulla costa orientale del Grande Continente Settentrionale. Le mie zie stanno lì quando il Weaving ha una riunione. Come dice il poeta: "Oltre le montagne c’è l’oceano".)

Più tardi, la sera, ho chiesto se quelle conversazioni lo avessero inquietato. Lui stava disponendo il gioco da tavolo eha, si stava preparando a un’altra partita con un campione morto da tempo.

— Non capisco — ha detto.

— Non ti infastidisce che altre persone decidano tutto sui tuoi figli, sempre ammesso che tu ne abbia qualcuno?

Lui ha finito di tirar fuori le pietre e mi ha guardato. — Ho voce in capitolo. Ho detto alle zie che gli uomini di Tsai Ama e di Ama Tsai non hanno niente di speciale. Se c’è un figlio, sarebbe meglio che fosse femmina. Il genere di uomini che quelle stirpi producono non aiuteranno la nostra reputazione e non voglio figli mollaccioni.

No, certo che no, caro. Tu vuoi giovani uomini duri e intelligenti con buone maniere e una forte attitudine al potere. Tra vent’anni, se ci sarò ancora, forse li vedrò venire al perimetro.

(Ci sarai.)

— Non capisco che cosa suggerisci. Che dovrei dire alle zie come fare il loro lavoro? Non mi piacerebbe se mi dicessero come fare il frontista.

Come spiegare? Mi dispiaceva vederlo placidamente seduto mentre le zie discutevano di usarlo come toro da riproduzione. Mi dispiaceva che qualcosa che gli apparteneva… il suo collegamento col futuro, per amore della Divinità… diventasse un gettone o una fiche che le donne di Ettin puntavano.

Lui ha ascoltato senza muoversi, con un’espressione grave. Alla fine, ho ceduto. Lui mi ha guardato. Le sue pupille si erano dilatate alla luce tenue e potevo vederle chiaramente: grandi linee nere simili a barre sulle iridi.

— Tu sembri pensare che abbia un diritto su tutto ciò che il mio corpo produce. È un diritto che cederò con piacere. Non desidero tenermi i miei escrementi. Non mi importa molto di ciò che ne è, fintantoché se ne disponga nel modo giusto.

È rimasto silenzioso per qualche momento. — E in che senso il mio materiale genetico è mio? Non l’ho creato dal nulla. Viene da una donna di Ettin e da un uomo di Gwa che a loro volta lo hanno ricevuto dai genitori e così via… generazione dopo generazione… fino al tempo precedente a tutte le stirpi. A me sembra di avere buon diritto a possedere le colline di Ettin o i fiumi che scorrono sotto di esse o il cielo sopra o la casa dove sono nato.


Dal diario di Sanders Nicholas,

addetto alle informazioni presso lo staff

del Primo Difensore Ettin Gwarha

CODIFICATO PER LA SOLA VISIONE DI ETTIN GWARHA


21

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Nei giorni che seguirono non accadde nulla di importante. Anna continuò a osservare i negoziati i quali andavano avanti in modo non proprio soddisfacente. Lugala Tsu non si agitava più sulla sedia, non faceva smorfie; se ne stava invece immobile e con un’espressione accigliata. Gli altri… hwarhath e umani… apparivano a disagio, tranne il generale che manifestava un’assoluta tranquillità.

L’intercom la svegliò una mattina con il suo suono simile a uno scampanio nel vento.

Era Ama Tsai ìndil. Ci sarebbe stato un altro incontro con le donne hwarhath. E Nicholas non ci sarebbe stato. Lugala Minti non aveva voluto.

— Okay per me — disse Anna.

— Cosa?

— Non ho obiezioni.

— Sarebbe difficile per lei rifiutare, Perez Anna. Lugala Minti è un membro anziano di una stirpe molto potente. E lei, per quello che ne so, non ha una vera famiglia.

— Ehi — fece Anna — sono di Chicago, Illinois. Dovrebbe contare qualcosa.

Spense l’intercom prima che Indil potesse chiederle della stirpe di Chicago e andò a vestirsi. Peccato per Nick. Le piaceva avere la colazione già pronta, e poi non era stata mai capace di prepararsi un buon caffè.

Mangiò pane e burro di arachidi e bevve acqua aliena dal rubinetto. Arrivava dal sistema di riciclaggio, distillata e pura.

Poi si diresse al luogo della riunione.

Le donne… tutte le donne… stavano aspettando: le tre sorelle in vesti rosse e dorate, Tsai Ama Ul d’argento, Lugala Minti nera e Ama Tsai Indil grigio pallido.

Parlarono di nuovo della condizione delle donne sulla Terra. La conversazione procedette più lentamente, questa volta. Ama Tsai Indil non era altrettanto spedita di Nicholas come traduttrice.

Anna ebbe la sensazione che aveva quando parlava con Vaihar. Perfino quando parlavano la stessa lingua (lei e Ama Tsai Indil, perlomeno) e quando sembravano d’accordo sul significato delle parole che usavano, la comunicazione era frammentaria; e aveva anche la sensazione che le domande importanti non venissero poste. I hwarhath stavano girando attorno a qualche argomento davvero grosso. Forse la sua era soltanto immaginazione, influenzata dall’immagine che Charlie aveva evocato della singolarità dell’orbita della stazione.

Alla fine, disse: — Vi ho parlato della Terra come meglio ho potuto. Vorrei sapere qualcosa del vostro pianeta natale.

Rispose Lugala Minti. — La nostra società è organizzata in modo adeguato, secondo le regole che la Divinità ha dato al Popolo.

Per le donne di Lugala, la risposta avrebbe potuto essere considerata soddisfacente. Lugala Minti si appoggiò allo schienale, le mani sul ventre. La luce colpiva nel modo giusto la veste che indossava cosicché Anna vedeva i disegni del broccato nero: una ragnatela di stretti rami che si incrociavano più volte gli uni con gli altri. Grandi fiori delicati sbocciavano nei punti in cui si incontravano; altrove, i rami erano spogli tranne che per le lunghe e acuminate spine.

Ettin Per aggrottò la fronte e parlò, la voce tuonante.

Ama Tsai Indil tradusse. — La donna di Ettin ci ha ricordato che la Divinità non è semplice. Sappiamo che occorre più di una teoria per spiegare il suo universo. Forse c’è più di un modo per essere corretti.

Lugala Minti sembrava irritata.

Tsai Ama Ul si sporse in avanti e parlò.

— Ci sono molte cose che non si possono dire, secondo la donna di Tsai Ama. Si ricordi che siamo nemici, almeno per il tempo presente, e sono gli uomini a decidere ciò che deve essere considerato strategico.

"La donna di Tsai Ama dice che racconterà una storia sulle origini del mondo. Perfino gli uomini non possono confutarla. Tutti sono d’accordo che non si tratta della pura verità, e che è molto antica, il che significa che non le dirà nulla della nostra attuale situazione. Ma le dirà qualcosa sul nostro mondo.

"All’inizio non esisteva nulla tranne la Divinità e un mostro. Nel momento in cui si guardarono l’un l’altro, furono subito in disaccordo e si combatterono fino a quando la Divinità non uccise il mostro. Quando il mostro morì, la Divinità gli tolse le ovaie e ne fertilizzò le uova con il proprio seme."

Che cosa?

— Poi la Divinità prese il corpo del mostro e creò il mondo, Le alte montagne sono ciò che rimane del dorso corazzato della creatura. Le pianure e le valli sono l’interno del suo ventre. I denti del mostro divennero le stelle. I suoi occhi i quattro pianeti principali. Il sole è il suo cervello, pieno di idee violente.

"Quando ebbe finito di creare il mondo, la Divinità prese le uova del mostro e le trasformò in creature viventi. Le uova dell’ovaia destra divennero animali; ma quelle di sinistra furono gli antenati del Popolo. A quel tempo, non avevano capacità di giudizio e di fare distinzioni. Erano soltanto un’altra specie di animali, più debole e più miserabile delle altre. Ma la Divinità sapeva ciò che sarebbero diventati. Li depose con affetto nel mondo e subito le creature cominciarono a strisciare e a camminare sull’immenso corpo del mostro. E la divinità li guardava con amore."

Ci fu silenzio. Le donne si mossero un po’, per sistemarsi le vesti, lisciarsi le pieghe.

Anna disse: — Avete detto che la Divinità fertilizzò le uova. Io pensavo che fosse una donna.

Tsai Ama Ul parlò e Ama Tsai Indil tradusse.

— Come ha detto la donna di Ettin, la Divinità non è semplice. Ha molte forme e aspetti. Di solito, quando combatte, è maschio.

Che cosa diceva dunque del Popolo la leggenda? Che il mondo era nato da violenza e morte. La Divinità era ambigua. Il sole… la luce del mondo… era la feroce mente di un mostro.

Quella non era una bella specie.

L’incontro ebbe termine. Anna ritornò alle sue stanze. Appoggiò la mano e la porta si aprì. Nicholas era là, seduto sul divano. — Com’è andata? — domandò.

— Un minuto soltanto. — Anna andò in cucina e riempì due bicchieri di vino: rosso, questa volta, un L-5 Borgogna con un gusto che le piaceva.

Ne porse uno a Nicholas e si sedette di fronte a lui, bevendo un sorso prima di dirgli dell’incontro. Era stanca di diffidenze, e poi lui avrebbe certamente saputo dal generale, e il generale dalle zie, di com’era andata.

— Mi sono sentita defraudata — disse, quando ebbe finito. — Ho parlato loro della Terra e che cosa ho ricevuto in cambio? Una stucchevole leggenda.

— Una leggenda interessante e che io non conosco. Ma Tsai Ama Ul è una fonte di informazioni. — Nicholas fissò la parete opposta. — Violenza e procreazione. Mi domando di chi stesse parlando? Delle donne di Ettin o di lei? La storia le dice qualcosa… forse molto… sul Popolo.

— Davvero?

Lui annuì. — Sebbene non sia sicuro di poter spiegare come. È una storia complicata e molte cose in essa sono al rovescio di come dovrebbero essere. La madre del Popolo non dovrebbe essere un mostro violento. La Divinità non dovrebbe essere maschio… almeno non nella leggenda della creazione. — Nicholas tacque per un momento. — Il Popolo crede molto nel giudizio e nella discriminazione, crede anche che certe cose non possano essere comprese con l’analisi. Perciò forse dovrei cercare di analizzare la storia. Però, adesso devo andare. — Si alzò.

— È venuto per sapere com’è andato l’incontro.

— Naturalmente. Le ho detto che non posso mai considerarmi davvero solo e adesso sono seriamente arrabbiato con i Lugala. Non lascerò che mi mettano da parte.

Anna finì il vino. Il bicchiere di Nicholas era su uno dei tavoli, non toccato. Lei lo prese, lo portò in cucina e ne vuotò il contenuto nel recipiente dal quale, poco prima, lo aveva versato.


22

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Il generale non era nel suo ufficio, perciò ho aspettato, guardando l’intricata giungla che riempiva una delle pareti della stanza. Cose volanti sfrecciavano tra le ombre. Animali come grosse cimici strisciavano sui tronchi degli alberi. Conoscevo il posto: un inferno che il Popolo era finalmente riuscito ad abbandonare sebbene odiasse… odiare è la parola giusta… perfino ammettere d’esservi stato sconfitto. Ettin Gwarha c’era stato per trattare la ritirata non con gli indigeni… il Popolo non era mai stato in grado di stabilire dei contatti con loro… ma con vari ufficiali anziani frustrati che se la prendevano l’uno con l’altro.

Durante quei negoziati, un giorno che ero particolarmente nervoso, ero andato a fare quattro passi ai margini del nostro accampamento e avevo incontrato una delle formidabili armi biologiche che gli indigeni avevano creato o che erano già lì. La cosa mi aveva quasi ucciso.

Perché il generale stava guardando uno dei più grandi fallimenti della sua specie? Sebbene si fosse comportato bene su quel pianeta. I vari ufficiali anziani erano stati convinti a collaborare. La ritirata aveva avuto luogo con ordine. Il generale aveva ottenuto una promozione e io ero diventato più attento a quello che toccavo.

La porta si è aperta. Ho guardato il generale poi di nuovo la giungla.

— Quasi certamente non erano intelligenti — ha detto lui.

— Quali specie?

— Tutte. Quella che pensavamo fosse collaborazione era simbiosi. — Si è girato per mettersi davanti a quella giungla color porpora. Qualcosa con molte zampe stava strisciando sul terreno. A occhio e croce, era lunga un paio di metri. — Pensavo, forse non è possibile combattere con un’altra specie, certamente non con qualcosa come le creature del pianeta. Si possono uccidere come animali. E perché preoccuparsene? Non c’era nulla sul pianeta di cui avessimo potuto aver bisogno, tranne un nemico, e quel nemico non comprendeva le regole della guerra. — Si è seduto alla sua scrivania, indicando l’unica altra sedia della stanza. L’ho presa e gli ho parlato dell’incontro tra le donne e Anna.

— È una leggenda di cui non ho mai sentito parlare — ha detto, dopo che ho finito di metterlo al corrente. — Molto probabilmente appartiene a una delle culture studiate. Per quello che ne so, le mie zie non hanno parlato con Tsai Ama Ul. E avrebbero dovuto. Tsai Ama Ul pensa alla procreazione il che significa che pensa a delle alleanze. È una storia interessante. Si dipana in molte forme diverse. — Ha guardato oltre me, alla giungla, e i suoi occhi si sono spalancati. Mi sono voltato sulla sedia.

C’era qualcosa di nuovo nella radura: un corpo rotondo bilanciato su sei altissime zampe. Sovrastava il centipede che si era fermato. Due ulteriori arti si sono dispiegati, si sono allungati fino al suolo e hanno cominciato a colpire il centipede prima sulla testa, poi sulle mandibole a tenaglie.

— Sta procurandosi il cibo. Ricordo che uno dei rapporti diceva che molti animali con tante zampe producono una sostanza come miele. — Mi ha guardato per essere sicuro di aver usato l’esatta parola inglese. — L’animale rigurgita poi la sostanza se ci si avvicina nel modo giusto.

Dopo una pausa riprese a parlare: — La nostra situazione si è complicata. Lugala Tsu non è più un problema. Per essere un frontista bisogna saper trattare con i frontisti. Ma le donne! Hah! — Ha taciuto, evidentemente riflettendo ma incapace di dire altro. Ci sono uomini hwarhath che si lamentano delle loro parenti femmine, alcuni a voce alta e in continuazione. Il generale pensa che questa sia la peggiore delle cattive maniere, per non parlare del carattere debole che rivela in chi lo fa. — Ho come l’impressione — ha ripreso, cauto — che potrebbero aver avuto qualche discussione con Lugala Minti e che abbiano negoziato con Tsai Ama Ul in patria. Non avevano alcun bisogno di fare tanta strada.

— Non puoi dire al Weaving che cosa deve fare.

— Questo lo so, Nicky. Adesso puoi andare. Voglio starmene da solo a guardare la mia giungla e a pensare.

Dalla porta, mi sono voltato. Le lunge zampe avevano finito quello che avevano intrapreso. La creatura le aveva ripiegate e si era allontanata. Il centipede era sul terreno, immobile. Sembrava dormisse.

— Va’ — ha ripetuto Ettin Gwarha.


23

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Quella sera lui aveva un party. Sono rimasto nel mio ufficio a ripassarmi le registrazioni degli umani: le loro conversazioni private nelle stanze che credevano sicure. Non avevamo immagini, solo voci, voci che parlavano di tutto. E perlopiù di importanza strategica. L’intelligence hwarhath le aveva già sentite. Si trattava del doppio controllo.

A volte penso che gli umani parlino per la stessa ragione per cui le scimmie si spulcino. Non si tratta di comunicazione, ma di contatto. E quel contatto dice: "Sono qui. E sono amico. Non sei solo".

Forse è per questo che il Popolo sembra che chiacchieri meno degli umani. Il Popolo può spulciarsi. Non ha bisogno di parlare del tempo e di come va la squadra locale o, come in questo caso, di quanto si senta la mancanza della Terra… del gioco del cricket, di un giardino in Svezia, del cibo in India, di un teatro a New York.

Penso di poter sopportare la nostalgia, ma sembra maledettamente vicino al rimpianto.

Ho smesso e sono andato nei miei alloggi, mi sono fatto una doccia, preparato un sandwich e mi sono messo a leggere.

Alla fine dell’ottavo ikun mi ha chiamato Ettin Gwarha. — Nicky, vieni subito.

Voce di comando. Mi sono vestito e sono andato.

La puzza mi ha colpito prima che la porta si aprisse: l’aroma dolce amaro di halin misto a quello acido di corpi hwarhath che cercavano di liberarsi dalle tossine. Deve esserci stata un sacco di gente a un certo punto della serata. I tavoli erano ingombri di coppe di halin e boccali.

Tre erano rimasti. Hai Atala Vaihar mi ha guardato, sobrio e preoccupato. Shen Walha gli sedeva accanto, di fronte al generale. Lui aveva le spalle curve e la testa ciondoloni. Stringeva ancora una coppa di halin.

— Qui, Nicky. — Ha indicato il divano accanto a lui.

Mi sono seduto, guardandolo appena di sbieco mentre lo facevo, incontrando il suo sguardo. Aveva le pupille ristrette ma ancora visibili.

— Stavamo parlando di umanità. — Il generale ha parlato con cautela, attento ad articolare ogni sillaba correttamente. — Ho pensato che potesse interessarti. Wally…

Shen Walha ha sollevato la testa. I suoi occhi gialli erano vuoti. Sbronzo. Ho abbassato lo sguardo sul pavimento.

— Il primo difensore ha sollevato la questione. — Era più ubriaco di Gwarha ma parlava meglio. — Come combattere con gente che non comprende le regole della guerra? Come ottenere la pace se non possiamo interagire? Ho detto che non c’è modo. Ho detto che dobbiamo uccidere gli umani come animali.

— E ti ho fatto venire — ha detto Gwarha. La sua voce profonda era molto morbida.

— Forse questa non è una conversazione da ora così tarda, dopo un party — ho detto.

Wally ha vuotato la coppa d’un fiato e l’ha deposta sul tavolo davanti a lui. Si è sporto in avanti, appoggiando i gomiti sulle sue ampie cosce pelose. — Hai ragione, Nicky, non lo è. Ma sono sobrio e non dirò cosa penso, ma se non lo dico non servirò il primo difensore o il Popolo. Lo dico direttamente a Ettin Gwarha e a te. Gli umani non sono persone vere, e se pensiamo che lo siano, deluderemo noi stessi e ci cacceremo in una trappola pericolosa.

— Che cos’è Nicky se non una persona? — ha domandato Gwarha.

Ho guardato Vaihar. Era seduto in posizione eretta e immobile, lo sguardo basso: la posizione di un ufficiale junior presente a uno scontro tra ufficiali senior. Fa’ il meno possibile per attirare l’attenzione e nulla che ti possa esporre a critiche.

— Conosci la risposta, Primo Difensore. È un animale, sebbene molto furbo, in grado di mimare il comportamento di una persona. Se avessi conosciuto soltanto lui, avrei potuto pensare che fosse una persona. Ma pensate al resto della sua specie! — Wally si è riempito la coppa da un grosso boccale nero: un ottimo pezzo di vasellame che proveniva dalla stazione di Asuth. Perché diavolo Gwarha lo aveva tirato fuori? Perché ci si divertissero degli ubriachi?

— Mescolano tutto assieme. Siamo tutti d’accordo su questo. Ma siamo anche d’accordo su ciò che rende noi delle persone. Giudizio e capacità di… — Per la prima volta, ha esitato, come se non riuscisse a pensare a una parola. — …distinguere. Questo ci rende diversi dagli animali e dai Red Folk. Quelle creature non distinguono un uomo da una donna o un bambino da un adulto. Si uccidono a vicenda e fanno sesso tra di loro come se non ci fossero differenze. Come può un uomo uccidere una donna? O fare sesso con una donna?

— Gli uomini fanno entrambe le cose — ha detto Gwarha.

— Per la procreazione! E questa è un’altra cosa che gli umani non riescono a chiarire. Non sembrano capire la differenza tra fare sesso e avere bambini. Nove miliardi! Ma sono pazzi?

Ha fatto una pausa e ha bevuto, poi ha deposto la coppa. — Non sembrano capire nemmeno la differenza tra gente vera e quella che lo è soltanto in apparenza. Ho visto i rapporti. Lottano per mantenere vivo qualcosa che in realtà non è una persona: un bambino nato male, qualcosa che è stato danneggiato irreparabilmente da malattie o ferite. Perché… hah! …la vita degli umani è sacra, dicono! Ma poi lasciano che altri umani muoiano di fame o di malattie che possono essere curate, e non soltanto uomini, cosa che sarebbe già di per sé grave. Ma permettere che una donna sana muoia di fame o che un bambino muoia per una malattia da niente… — Si è fermato come se sopraffatto dall’orrore e penso che lo fosse davvero. Wally è un tipo molto tradizionale. L’idea di uccidere donne e bambini o di permettere che donne e bambini muoiano per trascuratezza era probabilmente sufficiente a fargli rizzare il pelo, sebbene non sembrasse che la cosa stesse avvenendo. Era forse più arruffato del solito? Mi ha guardato. — È vero, no?

— Sono molto pochi gli umani che muoiono di fame, tranne quando c’è un qualche disastro, un’inondazione, un terremoto — gli ho detto. — Ma tenuto conto della popolazione della Terra, è difficile nutrire tutti adeguatamente. Penso che sarebbe più giusto dire che almeno una parte della popolazione è sottonutrita, e che gente sottonutrita è più facilmente soggetta alle malattie.

E c’è l’inquinamento, la sovrappopolazione, un sistema sanitario che funziona poco, perfino nei paesi più prosperosi. Il genere di cure mediche di cui Wally stava parlando esiste, e le reti televisive lo dimostrano, ma la maggior parte degli umani non vi accede. Ma tutto questo non l’ho detto.

Wally ha proseguito. — Se la vita è sacra, perché la Divinità ci ha dato la morte? Gli umani vogliono porsi contro di lei e dire che si è sbagliata?

— Sono entrambi sacri — ha detto Gwarha. — Sono entrambi dei grandi doni.

— Allora perché gli umani non li trattano entrambi con rispetto? E con giudizio, come la Divinità ha insegnato ai genitori di tutti noi? Uccidono quando non dovrebbero. Non uccidono quando dovrebbero. Non c’è modo di condurre una guerra decente con creature come queste.

Gwarha si è sporto per prendere la coppa dal tavolo davanti a lui: la sua preferita, rotonda e liscia, bianchissima. — Dimmi di nuovo che cos’è Nicky.

— Non è un segreto per te — ha risposto Wally. — Tutti sanno del braccialetto che gli hai dato.

Non ero sicuro di dove l’avevo messo dopo che me l’ero tolto. Da qualche parte nel mio alloggio. Dovevo ricordarmi di cercarlo.

Ciascun anello è a forma di viticcio a spirale. Al centro di ogni anello, incastonato tra le foglie dorate, c’è un